Alessio e Pietrino
Fortuna che l'irrequieto fanciullo ebbe il tempo di far cecca! se no, addio occhi! Ma, nonostante le forbici lo andarono a colpire un po' più giù del fianco, proprio nel posto dove ci curviamo per metterci a sedere; dai pantaloni squarciati cominciò a sgorgare una larga striscia di sangue, e Pietro ebbe appena la forza di tirarsi via le forbici e di applicare un fazzoletto sulla ferita.
Non vi starò a descrivere lo stato di Alessio.
Pentito, inorridito del suo atto colpevole, si precipitò sul fratellino, lo abbracciò, lo baciò, lo bagnò di lacrime, lo scongiurò a perdonargli. Pietrino, dal gran male non poteva parlare, ma si sforzava di sorridere e di rassicurarlo con la mano.
In quel mentre si spalancò l'uscio e comparve il babbo.
—Non è nulla! disse il ferito, ritrovando l'uso della parola. Mi baloccavo con le forbici e ci sono caduto sopra.
—Oh babbo mio, non gli dar retta! Sono io che l'ho ammazzato, balbettò il povero Alessio e cadde in terra svenuto.
Poco dopo tutto era tornato nella medesima calma. Il babbo, dopo una ramanzina coi fiocchi, aveva finito col perdonare, tanto più volentieri in quanto che i due colpevoli avevano promesso di non ricader più in simili eccessi.
Fu deciso però di tener nascosto l'accaduto alla mamma, la quale, pel suo stato sempre un po' malaticcio, non doveva aver rimescolii di nessun genere.
Pietrino durò un gran pezzo a sentir male al fianco, specie quando si metteva a sedere e spesso era lì lì per fare una boccaccia, ma era in lui così potente il timore di affligger la mamma o di mortificare Alessio, che quella boccaccia diventava quasi sempre una risata... insulsa.
La mamma non sapeva il perchè di quel ridere senza ragione e sgridava il piccolo martire. Ma Alessio urlava subito:
—Lascialo ridere, mamma, lascialo ridere!
La mamma prese Lello sulle ginocchia e si mise a guardare i campi a traverso i vetri della finestra. Era un tempaccio triste, noioso, buzzone: un vero tempo d'autunno. Sugli alberi non c'era rimasta che qualche foglia ingiallita, che penzolava dal ramo; i lieti canti degli uccellini erano cessati, e già sulle lontane alture di S. Francesco e di Vallombrosa biancheggiava la neve.
La mamma, col viso appoggiato contro i cristalli pensava; il bambino, invece, seguiva collo sguardo un contadino, che seguito da un paio di bovi, andava e veniva per le viottole.
Per qualche tempo stette zitto, pago di osservare: poi, incuriosito, chiese alla mamma:
—Mi sapresti dire che cosa fa quell'uomo?
—Quell'uomo, figliuolo mio, mette a profitto la forza dei suoi bovi, i quali, come vedi, si tirano dietro l'aratro, perararela terra e disporla alla sementa del grano. Sai già che l'aratro è lo strumento più importante dell'agricoltura e serve a tracciare nel terreno i solchi profondi che dovranno accogliere il nuovo seme.
I bovi si tirano dietro l'aratro, per arare la terra e disporla alla sementa del grano.
—Non so capacitarmi, disse Lello, come i chicchi di grano seminati dal contadino, possano diventar pane. Eppure c'è scritto in tutti i libri.
—È certo, rispose la mamma ridendo, che noi non vedremo spuntar dal terreno, deisemellio deifiloncinidi pan salato. A queste trasformazioni ci pensa il fornaio.
—Oh, il fornaio come fa a ridurre i chicchi in pane?
—Quando li riceve il fornaio, sono già stati ridotti in farina dal mugnaio, che li ha macinati al mulino.
—Ora comincio a intendere. Ma vorrei che tu mi spiegassi come ha fatto il contadino a raccoglierli.
—Te lo dico in poche parole. Il contadino semina i chicchi e lirincalzacolla vanga, affinchè stieno al coperto e possano germogliare. Infatti, dopo un mese della sementa, si vedono spuntare dei piccoli fusticini d'un verde tenero, i quali vanno via via crescendo fino a produrre delle spighe, ognuna delle quali contiene una ventina di chicchi; queste spighe, nascoste ancora nei loro steli, crescono gradatamente, maturano al sole, e, verso giugno, prendono quel bel giallo che le fa parer d'oro. Allora il contadino procede allasegatura: lega il grano in tanti fasci o covoni, lo trasporta nell'aia, e lo batte fortemente con lunghe canne, per separar la paglia ossia i gusci, dai chicchi, i quali vengono riposti nelle sacca o portati al mulino.
Il grano non serve solamente alla fabbricazione del pane, ma anche a quella delle paste, con le quali si fanno le minestre: ci dà, inoltre, l'amido con cuiinsaldiamola biancheria, la crusca, la paglia per molti usi, tra a quali va ricordata la fabbricazione dei cappelli.
—Una volta, quand'ero malato, mi facesti un decotto d'orzo. La maestra mi disse che anche quello era una specie di grano.
—È verissimo. L'orzo è una biada molto utile e serve alla fabbricazione della birra: in alcuni paesi montuosi lo impastano insieme alla farina per farne pane, e chi lo ha assaggiato assicura che è assai buono.
Tra i grani non bisogna dimenticare il formentone o grano turco, che ci procura quell'ottima farina gialla, colla quale facciamo polente, gnocchi, covaccini e dolci. In molti paesi dove non c'è grano, se ne servono anche per fare il pane: ma non riesce salubre e buono come quello che mangiamo noi.
Il fusto del formentone è molto alto; e fra le sue giunture escono le pannocchie, le cui foglie servono a riempire i sacconi.
Lavenache si dà ai cavalli, il miglio, il panico e il riso appartengono anch'essi alla specie dei grani: ma la coltivazione del riso richiede terreni bassi, irrigati, paludosi, che vengono chiamati appuntorisaie.
Non è quindi sano l'abitare in prossimità delle risaie e noi dobbiamo esser riconoscenti ai poveri coltivatori, i quali, astretti dal bisogno, vi menano una vita breve e travagliata.
A questo punto Lello annodò le braccia intorno al collo della mamma e nascose la testa nel seno di lei.
—Che cos'hai? chiese questa maravigliata. Ti senti male?
—Oh mamma! rispose il bambino, lo conosci Geppone, il figliuolo del lattaio?
—Sicuro che lo conosco! Ebbene?
—Stamani, nell'andare a scuola, l'ho incontrato, e siccome non m'ha voluto far montare sul baroccino dove ci aveva le fiasche del latte, l'ho trattato di contadinaccio e di villano!
—E lui che cosa ti ha risposto?
—Lui! Nulla. Ha seguitato la sua strada, a capo basso, senza neanche voltarsi indietro.
—Forse piangeva, osservò la mamma.
E senz'aggiungere una sola parola uscì dalla stanza.
* * *
Lello rimase male, male di molto. Avrebbe preso che la mamma lo avesse gridato, magari picchiato. Quel silenzio doloroso gli fu più amaro d'ogni rimprovero.
Si pose di nuovo a guardare i campi a traverso i vetri della finestra e pensava: Se io non rivedessi più il povero Geppone e non potessi perciò chiedergli perdono, come farei a campare con questo struggimento?
Che cos'è l'aratro?Raccontatemi la storia d'un pezzetto di pane.Il grano serve solamente alla fabbricazione del pane?Accennatemi altre specie di grani.Perchè Lello aveva dei rimorsi?
Era una gran passione con quella benedetta bambina dell'Ersilia: l'acqua ghiaccia le faceva paura: il sole le dava il dolor di capo, il vento le produceva le scoppiature sulla pelle, i vestiti di lana la bucavano, quelli di tela le agghiacciavano il sudore, quelli di cotone le si appiccicavano alle spalle.
E anche nel mangiare era la stessa storia. Non le piacevano le patate, l'erba le dava il dolor di stomaco,la minestra di riso la nauseava, la carne grossa le era indigesta. Insomma era un vero struggimento.
E la mamma, che era una donna di giudizio, voleva avvezzar bene la sua bambina, nè poteva certo menarle buoni tutti quei dàddoli.
—Io voglio far di te una giovane sana e robusta, le diceva spesso: e affinchè tu diventi tale, è necessario che tu ti avvezzi per tempo al sole, alla pioggia, ai venti: che tu pigli l'abitudine ai cibi grossolani, alle vesti ruvide, ai letti duri. Si sa come si nasce e non si sa come si muore, bambina mia. E perchè tu intenda meglio i vantaggi d'una vita sobria e severa, ti racconterò la novella di Turco e di Sparalampi.
Sappi che in un paesetto del Mugello, un pastore aveva allevato due bei cani, appartenenti alla razza più stimata, sì per la forza, come per il coraggio. Quando li vide abbastanza grandi e robusti per non aver più bisogno del latte materno, pensò di regalare il più bello al suo padrone, che era un ricco signore di Firenze.
Ci volle del buono e del bello a dividere i due animali, che non intendevano di lasciarsi, ma salvo questo incidente, il regalo fu ricevuto collo stesso piacere col quale venne fatto.
A partir da quel giorno, la vita che menarono i due fratelli fu molto diversa. Il nuovo signorino, al quale venne imposto il nome diTurco, fu ammesso subito in cucina, dove non tardò ad accaparrarsi le buone grazie del servitorame, che si divertiva a vederlo sgambettare e lo compensava con una profusione di chicche e di cibi prelibati, e lui, a furia di mangiar quelle cose sostanziose dalla mattina alla sera, si era fatto tondo e grasso come un pallone: ed era diventato così pigro e pauroso, che la sola vista d'un ragno bastava per farlo allibire.
Aveva anche un altro difetto: quello della gola, e quando sapeva di non esser visto, rubava dalla dispensa ora un pezzo di prosciutto, ora un dolce, ora un'ala di pollo.
La gente di servizio avrebbe pur voluto gastigarlo, ma egli era così accorto e sapeva reggersi con tanta grazia sulle zampine di dietro, che le busse andavano a finire in carezze, e spesso in nuove ghiottonerie.
L'altro cane, chiamatoSparalampi, non aveva il pelo lustro e il corpo rotondeggiante del suo fratello di città; non sapeva reggersi sulle zampe di dietro nè far le capriole eleganti diTurco; e in quanto al mangiare bisognava contentarsi di un po' di pane scuro e lì. Non c'era dunque da stupire se obbligato a viver sempre all'aria aperta ad affrontar le intemperie della stagione e a lavorar senza tregua per guadagnarsi il sostentamento, si era fatto robusto, attivo e diligente. Gli incontri frequenti coi lupi gli avevano dato una tale intrepidezza, che nessuno poteva vantarsi di averlo fatto scappare: qualche volta, è vero, era tonato a casa tutto sanguinolento e con gli orecchi laceri: ma invece di sgomentarsi, egli si teneva di quelle ferite, le quali erano una prova indiscutibile del suo coraggio: e la sua onestà dove la metto? Quante volte si era trovato nell'occasione di agguantare un bel pezzo di agnello o di maiale! Quella carne lo solleticava, gli faceva gola; ma pureSparalampiseguitava la sua strada con disinvoltura e non si voltava mai indietro per la paura di cedere alla tentazione.
E quando era fuori col gregge? Poteva venir giù pioggia, grandine e neve: potevano cascare i fulmini ai suoi piedi, egli non si muoveva e sarebbe piuttosto morto, che cercare un riparo, il quale lo avesse diviso dalle pecore affidate alle sue cure.
Ora avvenne che il padrone del pastore si decise a visitar le sue terre. Condusse con sèTurco, il quale, appena ebbe vistoSparalampi, non potè trattenere un moto di repulsione. Il povero animale, l'ho già detto, non possedeva una sola delle brillanti qualitàdel cane cittadino. Anche il padrone lo guardò con diffidenza, ma non tardò a ricredersi.
Correre, slanciarsi sul lupo e addentarlo alla gola, fu l'affare d'un minuto.
Un giorno ch'ei passeggiava in un bosco, accompagnato dal suo favorito, un lupo enorme, i cui occhi parevano due fiamme, sbucò da un cespuglio e gli siavventò. Il signore si credè spacciato, tanto più quando vide il graziosoTurcopigliar la ricorsa con tutta la lena delle sue fiacche gambucce. Ma in quel mentre, eccoti sopraggiungereSparalampi, il quale aveva, anch'esso, seguito a una certa distanza il signore. Correre, slanciarsi sul lupo e addentarlo alla gola, fu l'affare d'un minuto. La lotta durò lunga e crudele, ma alla fineSparalampiebbe il gusto di stender morto il lupo. Ne riportò, è vero, parecchi morsi alle orecchie e qualche contusione, ma le carezze di cui fu ricolmato, gli fecero sopportare allegramente quei piccoli malanni.
Ora dimmi un po', Ersilia: Credi tu cheSparalampiove fosse stato allevato con gli stessi riguardi diTurco, sarebbe venuto su quel cane robusto e valoroso di cui ho cercato darti un'idea? Egli visse lungamente, amato e rispettato da tutti, mentre il suo infelice fratello, fatto segno al generale disprezzo, condusse giorni brevi e obbrobriosi su una cuccia dimenticata. Morì col cimurro, la gotta e la tigna. Morte degna d'una tal vita.
Eppoi, figliuola, noi ignoriamo ciò che il destino ci riserba. Oggi siamo ricchi, ma domani possiamo esser poveri. Non è la prima volta che avvengono tali improvvisi e completi rovesci di fortuna. Stiamo dunque preparati a tutto: amiamo il lavoro, addestriamo il nostro corpo a tutti quegli esercizi che possono conferirgli salute e robustezza, masoprattuttoavvezziamoci a qualche privazione e a star paghi del poco. Non è ricco chi possiede molti denari, ma quegli che ha meno bisogni da soddisfare.
L'Ersilia abbassò il capo e quando fu a tavola mangiò tutto di bonissimo appetito, senza dàddoli e senza broncio.
Bambini, disse la signora Lucia ai suoi tre figliuoletti, il babbo vuole offrirvi un divertimento a vostra scelta per domani, che è domenica. Siete stati buoni durante tutta la settimana, avete fatto con diligenza le vostre lezioni e vi siete meritati dei bei voti sui registri scolastici. È dunque giusto che raccogliate il frutto del lavoro e della buona condotta. Che cosa volete fare domani?
—Andiamo ai burattini! gridò Giorgio, andiamo ai burattini! Sono tanto graziosi!
—Benedetto te e i tuoi burattini! disse l'Ernestina facendo il broncio. Non capisco come ci si possa divertire a vedere dei fantocci di legno, che si muovono tutti d'un pezzo e ripetono sempre le medesime cose! Florindo discorre con Rosaura, Pantalone giunge all'improvviso, con un gran bastone in mano, si empie la scena di soldatini e tutto va a finire in legnate e in urli! Bel gusto!
—Andiamo al Politeama, disse Gigino, c'è la Compagnia equestre e ci divertiremo.Miss Aissafa la ginnastica sul dorso del cavallo e sfonda venticinque cerchi ricoperti di carte! Andiamo al Politeama, mamma!
—Un biglietto al Politeama costa caruccio, disse la mamma, e quando pensiamo che siamo in cinque, bisogna rinunciare a un divertimento poco adatto alla nostra condizione. Spendere sette o otto lire per due ore di piacere, quando con quei denari si può alleviare la miseria d'una disgraziata famiglia mi pare un peccato....
—O dunque, disse Giorgio, come la passeremo questa benedetta domenica?
—Cercate, bambini.
—L'ho trovata! esclamò l'Ernestina, l'ho trovata! Il babbo le domeniche va a pescare. Perchè non lo preghiamo di condurci con lui?
—Benone! Benone! dissero tutti in coro, eccettuato Gigino, alla pesca! alla pesca!
—Sì! sì! riprese l'Ernestina tutta contenta di vedere adottata la sua proposta. Il babbo pesca sempre, e noi, mai. Anch'io voglio pescare.
—Anch'io! Anch'io! disse Giorgio saltando.
—È un divertimento che non costa nulla, disse l'Ernestina.
—Non solo non costa nulla, rispose la mamma, ma se il babbo ve lo permetterà, e non c'è ragione di dubitarne, noi daremo il prodotto della nostra pesca alla famiglia del povero Cecco muratore; quei disgraziati, a volte, non hanno neanche da sdigiunarsi con un po' di pane secco.
—Oh sì, mamma, disse Giorgio, ti è venuta una buona idea!
—Io voglio, pescare tanti, tanti pesci, esclamò l'Ernestina. Così, se non li potranno mangiar tutti, li venderanno e prenderanno dei soldi!
—Pensate, riprese la mamma, che bisognerà levarsi molto presto: almeno alle quattro! Vi desterete, dormiglioni?
—Oh Dio! disse Gigino, con un muso lungo lungo, se bisogna levarsi avanti giorno, mi pare che non ne valga la pena. Che c'è egli di straordinario a veder pescare? A Livorno non si fa altro!
—Tu hai sempre la smania di buttare all'aria ogni cosa, disse l'Ernestina. Perchè lui viene da casa del nonno, ed è stato a veder pescare finchè gli è parso, pretenderebbe che noi restassimo con l'acqua in bocca! Grazie tante! Una volta per uno non fa male a nessuno, signorino. Eppoi se la mamma sarà contenta, potremo andare a letto, subito dopo desinare. Così non perderemo nulla.
—Sta bene, risposero gli altri, stasera a letto alle ventiquattro e domattina in piedi al levar del sole.
—Ma se il babbo non fosse contento? obiettò Gigino, che pur di mandare a monte la partita, si sarebbe attaccato ai veli di cipolla.
—Il babbo sarà contento, rispose la mamma, guardandolo severamente, ci penso io a parlargliene.
Il babbo, infatti, non trovò nulla da ridire e fu molto contento di poter procurare un piacere ai suoi bambini. E perchè nulla mancasse alla festa, fu deciso che anche la mamma vi prenderebbe parte.
Eccoli dunque tutti, fuori del guscio! Sono un po' assonnati, hanno gli occhi un po' gonfi, ma sono vispi e allegri come tante lodolette. Il sole dorava già le cime dei campanili, gli uccellini cantavano, un ventolino fresco e odoroso bisbigliava tra le foglie delle acacie, e i contadini s'incamminavano al mercato con le loro ceste cariche di ciliegie e di fiori. Tutte le porte, tutte le finestre erano sempre chiuse; la nostra lieta famigliuola era certo, per quella mattina almeno, la più sollecita.
E non si misero in cammino a mani vuote: anzi, siccome l'appetito sarebbe venuto a tutti, così tutti portavano qualche cosa; i tre bambini avevano un paniere per uno, dove c'era del pane, del vino, della carne e delle frutte.
Il babbo aveva una specie di borsa a tracolla, nella quale aveva riposto l'occorrente per pescare: e, così diviso, il peso delle provviste non incomodò nessuno.
La mamma sola aveva le mani libere: tanto il babbo che i fanciulli non avevano voluto caricarla neanche di un gingillo: le volevano troppo bene per esporla alla più leggiera fatica. Non avreste fatto lo stesso anche voi, bambini?
Il babbo andava avanti con Giorgio, che portava sulla spalla le reti e le lenze per sè e per i suoi fratellini. In cima a ognuna di queste lenze, pendeva un pezzettino di legno, intaccato alle due estremità, e al quale era avvolto un lungo filo bianco e un sugherino rosso. E siccome la lenza era flessibile, il pezzettino di legno rimbalzava a ogni passo e faceva fare delle grosse risate all'Ernestina che camminava dietro a loro.
La mamma veniva ultima con Gigino, sempre un po' musone.
Infatti per lui che era stato più di un anno a Livorno, dove ci son tanti pescatori, quel passatempo non doveva riuscire molto attraente.
—Che hai, Gigino? disse la mamma. Perchè codesta cera da mortorio?
—Perchè io non mi diverto punto, rispose Gigino. Non potevano scegliere un'altra cosa? I burattini, per esempio?
—Sai bene che l'Ernestina non li può soffrire. Ci si sarebbe annoiata, e ci saremmo, credilo pure, annoiati tutti.
—Ma mi sarei divertito io, riprese Gigino.
—Pensa, rispose la mamma, che se avessimo fatto a modo tuo, saremmo stati, inquattro, a provare la noia che provitu solo. Non è meglio, contentare i più? E tu, in sostanza, ti saresti potuto divertire in mezzo alla contrarietà di tutti?
Gigino non rispose. Sentiva che la mamma aveva ragioni da vendere.
—Andiamo, figliuolo, fai oggi quel che dovrai fare spesso, quando sarai diventato un uomo: sacrifica i tuoi gusti particolari a quelli della maggioranza e godi del piacere che con la tua condiscendenza puoi procurare agli altri.
Gigino non ebbe bisogno d'altre esortazioni per esser persuaso dei suoi torti. Strinse la mano della, mamma e le disse sorridendo:
—Sarò buono, buono, buono!
—Ecco il fiume, ecco il fiume! gridarono i ragazzi, e fecero per prender la rincorsa.
—Non qui, bambini, non qui! disse il babbo. Non vedete che questo luogo non è abbastanza quieto e appartato? Quelle lavandaie e quei renaioli che vanno e vengono non possono che fare impaurire i pesci.
—Come, babbo! O che, i pesci si accorgono di chi è sulla spiaggia?
—Sicuro, disse Gigino. Anche i pesci hanno gli occhi.
—E degli occhi bonissimi, riprese il babbo. E non solo ci vedono, ma odono ogni rumore: procurate dunque di parlare sottovoce, perchè ci siamo.
Infatti, la comitiva fece sosta. Erano giunti sulla riva, dove molti salici fronzuti formavano come una gran cupola verdeggiante che avrebbe riparato i nostri amici dalle carezze troppo ardenti del sole di luglio.
—Qui staremo benone, disse il babbo. Alla svelta! Ognuno deponga gl'impicci e posi le sue provviste a' piè di quell'alberone.
—Si deve mangiar subito? chiese Gigino.
—Come subito? ribattè il babbo. Mangiare senza prima aver lavorato? Oggi voi siete degli uomini, e gli uomini prima di mangiare, lavorano.
Dopo tre ore, i panieri che avevano contenuto la refezione dei nostri amici, erano pieni di pesce.
—Io vorrei sapere, disse Gigino, perchè tra tutte queste anguilline e pesciolini d'argento, non c'è neanche unasogliola, unatriglia, ungamberoo un'acciuga. A Livorno se ne pescavano sempre!
Pesci
—Tu dimentichi, rispose il babbo, che nell'acqua dolcenon vivono i medesimi pesci che sono nell'acqua di mare.
—Babbo, perchè i pesci, quando sono fuori dell'acqua, muoiono?
—Perchè essi non possono respirare l'aria che a traverso l'acqua, mentre noi non possiamo respirare che l'aria pura.
—O che i pesci respirano?
—Ma certo!
—Curiosa! O che hanno i polmoni?
—No: essi sono provvisti di un organo respiratorio, diversodal nostro: e sono lebranchie, specie di pettinini con gran numero di denti molli e fitti, nascosti in fondo alla bocca e fatti, quasi starei per dire, per stracciare l'acqua e separarne l'aria.
—Babbo, perchè i pesci hanno la lisca?
—Giorgio, perchè hai la spina dorsale? La lisca non è altro che lo scheletro del pesce. E i pesci saranno dunque da mettersi tra gli animalivertebrati; essendo appunto stati nominativertebregli ossicini dei quali è composta la spina dorsale. I pesci, gli uccelli, gli anfibi, i rettili, e i mammiferi sono le cinque classi in cui vengono ripartiti gli animali vertebrati.
—È vero, babbo, che i pesci sono stupidi? chiese l'Ernestina.—
—Io non li credo meritevoli di questo brutto epiteto, rispose il babbo: perchè numerose esperienze c'insegnano che un certo intendimento lo hanno anche loro: ma è un fatto che fra gli animali, i pesci non sono i più accorti. La loro pelle coperta di scaglie è insensibile: il loro sangue è freddo e circola lentamente intorno a un cuore imperfetto; la loro testa è così compressa, che ci è appena posto per un cervelluccio molto piccino. I pesci non hanno gioie, non hanno amicizie, nè vincoli di società o di famiglia; è perciò un'ingiustizia il chiedere a questi poveri animali più di quello che il loro organismo può darci.
Ma questi pesciolini che serviranno alla cena del povero Cecco, non possono darvi un'idea dei mostri giganteschi che popolano l'Oceano: Avete però veduto disegnato più volte il terribile pesce cane, la balena, qualche polipo e altri e altri ancora.
Tutti i pesci si riproducono per mezzo delle uova: ma tra i pesci non dovete contar la balena, la quale, quantunque viva nei mari, appartiene ad un altro ordine di animali, detticetaceie si riproduce come gli altri mammiferi.
* * *
Così ebbe fine la partita di pesca. La nostra comitiva se ne tornò a casa di bonissimo umore, lieta per la bella mattinata trascorsa, ma più ancora pel dono caritatevole offerto al povero Cecco.
Come si chiamano gli organi respiratori dei pesci?Che cosa è la lisca?Ditemi il nome di sei pesci di mare.Perchè la balena non si deve classificare tra i pesci?
Ecco quel che mi raccontò la povera Luisa:
—Quel giorno mi tornò da scuola col visino spaurito e le mani paonazze. Gli domandai se gli faceva freddo e se strada facendo aveva sentito il bisogno d'un vestito più grave. «Ti pare? mi rispose. Siamo ancora in ottobre e se mi rinfagotto ora, che farò questo gennaio? Eppoi senti, sono caldo.»
Era vero. Aveva il petto e le mani calde. D'altra parte, non poteva patire: fino dai primi del mese, gli avevo messo la camiciuola a due petti, i calzoncini gravi e la giacchetta foderata di peloncino. Non gli mancava che un capo solo, ilpaletôt: ma quello non ce l'avevo. Glie l'avrei comprato alla fine di novembre, quando riscotevo que' po' di soldi della pensione. Un mese, po' poi, passa presto e quando una creatura è ben coperta di sotto....
Tutte queste cose le pensavo fra me, mentre lo aiutavo a scioglier le tavolette dei libri; masentivoche se nell'armadio ci fosse stato il paltoncino, sarei stata una donna molto contenta.
La notte non potei pigliar sonno. Udivo il tramontano che sbatacchiava le persiane delle case accanto e mi veniva subito in mente Gigino, che il giorno dopo sarebbe andato a scuola in bella vita. Ottobre o non ottobre, il freddo era venuto.
Avrei potuto tenerlo in casa: ma se il bambino mi disimparava le cose studiate? Io non ero in grado di fargli neanche la ripetizione, io, povera ignorante. Fino ad accorgermi se lo scritto era bello o brutto, e se i numeri tornavano, ci arrivavo anch'io: ma pur troppo quello non bastava. Bisognava intendersi di studi.
Almanaccai se tra i miei cenci, ci fosse stato qualche cosa da potersi riadattare per lui: nulla. Il pastrano del suo povero babbo era in pegno da cinque mesi, e il mio scillino a righe era tutto un frinzello.
Non ci avevo nulla, proprio nulla. Sicuro, il braccialetto d'oro, coi capelli del mio marito, c'era. Sfido! Certe cose non si possono vendere, neanche per un po' di pane. Infatti, dopo la morte diluiavevo patito d'ogni bisogno: avevo mangiato patate lesse per un mese e mezzo, ero stata senza vino e perfino col pane a còmpito: ma il braccialetto non l'avevo mai voluto vendere. Era l'unico ricordo che mi restasse di quel pover'uomo.
Intanto il vento seguitava a mugliare. Allungai una mano per tastar Gigino, e lo sentii ghiaccio marmato. Di certo il bambino aveva preso del fresco. Non potevo più dubitarne.
Almanaccai se tra i miei cenci, ci fosse stato qualche cosa da potersi riadattare per lui: nulla.
Verso le otto mi levai adagio adagio, mi buttai lo sciallino sulle spalle e in un attimo fui fuori. Da casa mia al Ponte Vecchio c'era un passo. Le botteghe degli orefici cominciavano ad aprirsi. Entrai in una, dove ci stava un vecchino, che m'era sempre piaciuto per la sua aria di buono; gli feci vedere il braccialetto e lui me lo stimò venti lire. Glie lo detti subito, ed ebbi per soprappiù un medaglioncino d'argento per tenerci i capelli del mio marito.
Tornai a casa con un bell'involto sotto il braccio. E da quel giorno in poi, il tramontano non mi fece più paura: il mio Gigino aveva ilpaletôt.
Il bambino, dopo qualche mese di questo fatto, era un fior di bellezza: chi me lo rubava di qua, e chi di là. Perfino il suo maestro l'aveva voluto tenere a desinare.
Ma un figliuolo a quel modo, non me lo meritavo. Ladifteriteme lo portò via in quarantott'ore. Ed eccomi qui!—
La Luisa tacque. Mentre parlava, ravviava le cassette del cassettone, spiegava alcune camicine, altre ne riponeva. Scosse una giacchetta, spolverò un berretto e tirò fuori un paltoncino.
Lo guardò fisso, con gli occhi infiammati, eppoi, stringendoselo al petto:
—Oh figliuolo, figliuolo mio, balbettò tra i singhiozzi, se non avessi venduto il braccialetto, chi mi darebbe, ora, la forza di vivere?
(Novella).
Si deve cominciar proprio col «c'era una volta?» Perchè no, quando quelle parole magiche evocano tutto un mondo di fate, di maghi, di belle regine, di castelli incantati e di uccelli dal canto melodioso? Oh le novelle! Le novelle che ci raccontava la nonna nelle lunghe serate d'inverno, quando le legna scoppiettavano nel cammino, e di fuori muggiva il tramontano, ditemi, chi le ha dimenticate? Io no certo. A me le raccontava invece la mamma, la buona mamma mia, che ora è morta. Sedevo su un panchettino di legno, ai suoi piedi, puntavo i gomiti sulle sue ginocchia e con la faccia appoggiata tra le mani, stavo a sentire. E m'intenerivo sui casi di Berlinda, fremevo alle tirannie di Barbablù, applaudivo all'animo gentile delle fate pietose, che spianavano la schiena ai bambini gobbi e rendevano la salute e la gioventù alle buone vecchine.
Poi a poco a poco le fate, le principesse, i mostri si dileguavano come nuvole di nebbia: il fuoco non scoppiettava più, il vento taceva, e.... un letticciuolo caldo accoglieva tra le sue coltri ospitaliere una bambina addormentata.
Or bene: ritorniamo piccini un'altra volta e siate contenti ch'io vi racconti una storiella, una storiella vera, però.
Sappiate dunque che molte centinaia d'anni sono, alcuni uomini istruiti si erano messi in testa di fabbricar l'oro a furia di preparazioni e d'intrugli. Nè le loro pretese si limitavano a ciò: essi volevano trovare un rimedio a tutti i mali che affliggono l'umanità e per conseguenza anche alla morte: si arrabattavano perciò a pestar polveri, a preparare unguenti, a far bollire calderotti, pieni di sostanze strane, ributtanti e spesso pericolose. Ma l'oro non veniva e la gente seguitava a morire come se nulla fosse. Paiono cose incredibili, non è vero? Eppure a' quei tempi, si commettevano e si tenevano in conto di verità indiscutibili ben altre stoltezze.
In Amburgo, che è una città della Germania, viveva un certo Brandt, mercante di condizione. Pare che la mala riuscita dei suoi affari lo persuadesse a cercare una via di guadagno nelle ricerche dell'Alchimia, parola con la quale gli uomini di cui vi ho parlato battezzavano i loro ridicoli tentativi.
La mala riuscita dei suoi affari lo persuadesse a cercare una via di guadagno nelle ricerche dell'Alchimia.
Standosene un giorno nel suo laboratorio, intento a far bollire al fuoco violento d'un gran fornello diverse sostanze, fra le quali era mescolata dell'orina, ottenne inaspettatamente e con suo grandissimo stupore, non l'oro agognato, non il rimediouniversale, ma una materia singolare, strana, somigliantissima alla cera bianca. Aveva un leggiero odore d'aglio e, cosa più bizzarra ancora, risplendeva nell'oscurità.
Quest'ultima proprietà le valse il nome difosforo, che vuol direportaluce.
Le molteplici esperienze fatte da altri uomini dotti provarono che questa sostanza esiste in gran quantità nelle ossa di tutti imammifericioè di quegli animali che nascono colle forme del corpo eguali a quelle della loro madre e poppano il latte delle sue mammelle.
A questo punto è necessario ch'io vi rivolga una domanda: lo sapete, ragazzi, come facevano gli antichi a procurarsi il fuoco? No! Ve lo dirò io.
Nei tempi primitivi, quando non era ancor conosciuto l'uso dei metalli, gli uomini si fabbricavano le armi con pezzi di selce e di legno: e mentre attendevano a ciò, s'accorsero che dalla confricazione violenta di queste due sostanze uscivano delle scintille, le quali, poi, divampavano in fiamme.
Questo rozzo metodo, dovuto al caso, si andò gradatamente perfezionando, fintantochè fu inventato l'acciarino, il quale non è altro che un pezzetto di acciaio, che i nostri nonni battevano sulla silice, o pietra focaia, per farne scaturire la scintilla. O comeaccade ciò? Ecco: battendo rapidamente una lama di acciaio sulla silice, le estremità taglienti di questa pietra sì dura fanno un leggiero solco sulla lama e la riscaldano, nel tempo stesso che in quel punto ove la solcano, spicca una minutissima scheggia di metallo, la quale essendo già riscaldata, s'infiamma tostochè trovasi isolata dall'acciarino e a contatto dell'aria. L'esca, poi, che si mette a contatto della pietra focaia, affinchè pigli fuoco, è una materia che cresce sulla querce, e viene conciata e preparata con sostanze atte a incendiare facilmente.
Ma la scoperta del fosforo c'insegnò un modo più spiccio per procurarci il fuoco: esso ha, come vi ho detto, la strana proprietà di essere costantemente luminoso nell'atmosfera e di manifestarsi, nell'oscurità, con una luce più viva. Ebbene l'industria ha applicato questa proprietà del fosforo alla fabbricazione di quei fuscellini di legno o di cera, comunemente detti fiammiferi; essi sono ricoperti, ad uno dei loro capi, da un miscuglio di fosforo, di zolfo, di clorato di potassa e di gomma colorata in verde, giallo, rosso o turchino; e basta sfregarli sopra un corpo scabroso o secco, affinchè prendano subito fuoco.
Nessuno, certo, potrebbe disconoscere l'utilità grande di questo trovato: ma non meno il pericolo di dar fuoco alle case e alle persone, come pur troppo ce lo dimostrano i casi lacrimevoli che tuttodì accadono sotto i nostri occhi.
È da aggiungere che il fosforo è uno dei veleni più potenti: e che perciò i bambini non dovrebbero mai toccar fiammiferi senza il permesso della mamma. La presenza del fosforo nella natura da origine a fenomeni curiosissimi: Chi di voi, nelle quete sere di giugno, non ha visto le lucciole svolazzare, qua e là, tra il grano e i canneti? Ebbene: quella luce che esse hanno nella parte posteriore del corpo, non è altro che una piccola quantità di fosforo. Nè solo i mammiferi e gl'insetti producono fosforo: ma anche i pesci. E spesso, in alto mare, le navi solcano larghe e lunghe strisce di onde, rese luminose da una quantità immensa di animaletti fosforescenti.
Eccoci alla fine della nostra lezioncina. Mi perdonate se ve l'ho battezzata per una novella? Avevo tanta paura che la saltaste a pie' pari! Ora noi sappiamo perfettamente che il fosforo è un corpo il quale ha l'apparenza della cera, di cui possiede la semi-trasparenza, il colore e la mollezza: sappiamo che il suo carattere principale è quello di mostrarsi luminoso nell'oscurità, mediante il semplice contatto dell'aria: sappiamo che il Brandt, mercante di Amburgo, lo scoprì verso il 1669....
Ma se vi ripetevo i casi di Berlinda e le bricconate di Barbablù, che cosa avreste imparato? Ditemelo!
(Dal quaderno d'una fanciulla).
Quand'ero bambina, i miei genitori solevano passare qualche mese in certa loro villetta del Casentino, dov'era un gran bello stare, tanto per l'aria pura e balsamica, quanto per la vita semplice e alla buona che menavamo.
Là, affinchè le vacanze non mi facessero dimenticare del tutto quelle po' di cosuccie imparate a Firenze, mi mettevano a scuola da una povera vecchia, secca allampanata, che ai suoi tempi, dicevano, aveva avuto del ben d'Iddio, ma che poi, per detto e fatto di un figliuolaccio discolo, s'era ridotta al verde.
La prima mattina che andai a scuola da lei, la mamma mi aveva messo nel panierino una bella fetta di pan bianco con un grosso grappolo d'uva salamanna. Quando furono le undici, la signora Maddalena ci dette il permesso di merendare.
Lei, poverina, aprì la cassetta del vecchio tavolino intarlato e tirò fuori un gran cantuccio di pane nero, tanto duro e risecchito che pareva di legno. Io mi sentii turbata, e siccome mi trovavo proprio accanto a lei, non sapevo risolvermi a levar dal paniere il mio pane bianco, con quell'uva fresca. Mi pareva che la vista di quelle buone cose dovesse affliggerla o ricordarle i suoi bei tempi.
A un tratto mi venne un'idea, un'idea da bambine. Richiusi il paniere e ripresi il mio ago torto.
—Perchè non mangia? mi chiese la signora Maddalena.—La poverina ci dava dellei.
—Sono stizzita con la zia, risposi senza alzare il capo.
—Perchè? Si è scordata di darle la merenda?
—Tutt'altro! Guardi!—E cavai fuori la mia colazione. Gli è che quando sono in campagna, non farei altro che mangiare pane scuro, proprio di quello nero, da contadini. Ha un sapore! E la zia si ostina a volermelo dar bianco.
—La mamma vorrà così, osservò la maestra.
—La mamma? risposi con vivacità. Oh la mamma non bada a queste sciocchezze; sa che sono sana e ha caro, anzi, che mi avvezzi a mangiare di tutto.
La signora Maddalena era diventata rossa e rigirava il suo cantuccio tra le mani con aria indecisa.
—Non vuol dire, ripresi con simulata rassegnazione. Non mangerò. Per un giorno non si muore.
Senta com'è buona l'uva della nostra vigna.
—Se il mio non fosse così duro.... balbettò la povera vecchia.
Non la lasciai finire.
—Sarebbe così gentile da barattarlo col mio? dissi tutta contenta. E senza darle tempo di rispondere, eseguii il cambio.
Restava l'uva. Ma ormai il coraggio era venuto.
—Senta com'è buona l'uva della nostra vigna, dissi porgendogliene la metà. Glie l'avrei data tutta, ma avevo paura d'offenderla.
Io, volete crederlo, bambine? Io divorai l'enorme cantuccio come se fosse stato un boccone solo.
E da quel giorno, non avrei potuto più merendare senza il pane della maestra.
* * *
Povera signora Maddalena! Lei che aveva portato tante privazioni, tanti stenti, tante vergogne: lei che aveva patito la fame senza lamentarsi e senza chiedere un soldo a nessuno, non potè reggere al dolore di sapere il figliuolo in carcere. Entrò a letto con un gran febbrone e morì col suo nome sulle labbra. A me, poi, che le prestavo qualche piccolo servigio e passavo gran parte del giorno al suo capezzale, fece un cenno con la mano e balbettò:—Ah birichina!...—
Che il buon Dio le avesse già raccontato tutto?
Attenti, bambini. Oggi dobbiamo parlare di belle cosine, di cosine che vi piaceranno certamente. Guardate bene quest'anello. Lo vedete? Mi sapreste dire diche cos'è, ossia di che sostanza è composto?—È d'oro.—Bravi! Quest'anello, infatti, è d'oro. Ed è pur d'oro il mio orologio, la crocellina che tengo al collo e la moneta che vi feci vedere giorni sono. Com'è bello l'oro, non è vero? L'oro ha un bel colore giallo, risplendente, un colore che quasi potrebbe agguagliarsi a quello del sole. Quando una bambina ha dei bei capelli biondi, diciamo che gli ha d'oro: e anche quando si vuol significare che il grano è maturo, diciamo che la mèsse è color d'oro.
Quest'oro così ammirato è una sostanza preziosa, cari figliuoli.
Con essa si fanno molte belle cose; sapreste accennarmene qualcuna?
Sicuro. Con l'oro si fanno i gioielli che adornano le signore, come sarebbero diademi, buccole, collane, spilli, orologi, anelli, braccialetti, fibbie, medaglioni, ecc. Con l'oro si fanno oggetti di lusso per le tavole, come saliere, porta ampolle, coppe, posate, fruttiere, vassoi, trionfi: e si fanno candelabri per le chiese, reliquiari, cornici, statuette, angioli e croci: anzi vi dirò che in un paese molto lontano dal nostro, la Grecia, fu scolpita, molti secoli sono, una statua, tutta d'oro massiccio. Ora le statue non si scolpiscono più nell'oro, ma nel marmo: e voi ne avrete vedute chi sa quante a ornamento delle piazze, dei palazzi e delle chiese. Con l'oro siconianole monete da cinque, da dieci, da venti, da cinquanta e da cento lire. Vi auguro di possederne un giorno molte di queste monete; e sapete perchè? Perchè so che siete buoni, e godete nel dar qualche centesimo ai poverini che non hanno pane. Che cosa fareste, dunque, se vi ritrovaste a posseder tant'oro? Io credo che qui nel vicinato non ci sarebbero più poveri, non è vero?