The Project Gutenberg eBook ofLibro allegroThis ebook is for the use of anyone anywhere in the United States and most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included with this ebook or online atwww.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you will have to check the laws of the country where you are located before using this eBook.Title: Libro allegroAuthor: Antonio GhislanzoniRelease date: March 1, 2006 [eBook #17889]Language: ItalianCredits: Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK LIBRO ALLEGRO ***
This ebook is for the use of anyone anywhere in the United States and most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included with this ebook or online atwww.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you will have to check the laws of the country where you are located before using this eBook.
Title: Libro allegroAuthor: Antonio GhislanzoniRelease date: March 1, 2006 [eBook #17889]Language: ItalianCredits: Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net
Title: Libro allegro
Author: Antonio Ghislanzoni
Author: Antonio Ghislanzoni
Release date: March 1, 2006 [eBook #17889]
Language: Italian
Credits: Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net
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Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the
Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net
StabilimentoVia Andrea Appiani, N. 10.
SuccursaleVia Carlo Alberto, Bott. 27.
1878
La nuova generazione si è data al serio. Non è dunque ai giovani ch'io dedico il presente libro, sibbene a quei buoni giovialoni del vecchio tempo, che amano ancora di sollazzarsi e di ridere. Quà la mano, o antichi colleghi! Oramai il nostro drappello si è di molto assottigliato, e fra poco ce ne andremo anche noi. Non importa. Spensierata ed allegra fu la nostra carriera, e noila compiremo ridendo. Quando noi saremo scomparsi, non si vedranno più sulla terra che volti imbronciati, non si udranno che nenie lugubri. Non è meglio morire, piuttosto che inebetirsi in un ambiente sì triste?
Eran vissuti insieme fino della più tenera infanzia—qual meraviglia che all'età delle forti passioni, Sperongiallo e Nasella si amassero? Nessuno si adombri—si tratta di amore platonico; e il mio racconto vuol esser così pudico, che ogni onesta fanciulla di sedici anni potrà permetterne la lettura a sua madre.
* * *
Sperongiallo e Nasella erano due polli della più pura specie indiana. Una buona massaia li aveva aiutati a sgusciarsi, e quindi allevati con molto amore e poco dispendio, sebbene in cuor suo ella innalzasse ogni mattina delle fervide preci al Signore, onde crescessero sani e grassi, e degni dei loro alti destini.
* * *
Venne il dicembre. Sperongiallo e Nasella si videro imbandita una colazione più lauta della consueta; quando i due gozzi furon pieni e oltre l'usato appariscenti, la massaia scese giù nel cortile, afferrò i due volatili per la coda, li chiuse in un canestro, e partì con quello alla volta di Incino. I due reclusi non emisero un gemito.—Due giovani cuori che si amano, si trovano tanto bene in una capanna…. Figuratevi poi in un canestro!
* * *
Era giorno di mercato. I due reclusi rividero la luce, furon tratti sulla piazza e posti in vendita al miglior offerente. Eran giovani, eran belli, promettevano…. E il signor Meronzio ricco proprietario di Oggionno comperò Sperongiallo al prezzo di quattro lire; il dottor Tencalli di Galbiate acquistò Nasella per tre lire e venticinque centesimi. Le femmine costan meno dei maschi; si vuole che riescano più sciapite al palato, e qualche volta più agre.
* * *
La lingua indiana possiede, per esprimere la disperazione del dolore, accenti intraducibili. Nasella, separata a viva forza dal suo compagno di infanzia, strillava a tutta gola:glù-glù-'zit-tai-lai glù-zit-las-gù, ciò che potrebbe in qualche maniera spiegarsi colla parafrasi:amami sempre, conservamiti fedele se lo puoi, e scrivimi affrancando. Sperongiallo, avvinto per le gambe da una fune, urlava d'altra parte:glut-glut as-glut, il che presso a poco significa:amerò…. scriverò…. farò quel che potrò. Nei maschi l'espressione del dolore suol essere più laconica. Le femmine, al dire dei più famosi naturalisti, esalano il doppio di quello che sentono.
* * *
Lettera di Nasella a Sperongiallo
Galbiate, 5 dicembre.
Mio dolcissimo,
Finalmente posso scriverti. Questa mia lettera giungerà a te sulle gambe dell'amore.Fido, un bravo, onestissimo cane del dottor Tencalli, si è preso l'incarico di portartela. Egli viene costì ogni notte per isbrigare certe sue peccaminose faccende colla cagna del tuo attuale padrone. Non dubito che avrai indovinato per istinto di amore in qual parte del proprio individuo il nostro prudente messaggiero abbia custodita la lettera, onde sottrarla alla curiosità pubblica ed alle intemperie. Se la violenza della passione che tu, scellerato, hai saputo ispirarmi, non mi rendesse la più infelice delle tacchine, io dovrei convenire che la mia posizione attuale è di gran lunga migliorata. In casa del dottor Tencalli ho incontrato delle accoglienze entusiastiche. Uomini e bestie (non adombrarti) qui tutti mi adorano. Vogliono che io mi nutra sei volte al giorno—e quali vivande! quali ghiottonerie!… Alla mattina, una polta di farina con torsi di cavoli e lattughe cotte…. Alle dieci, lauta imbandigione di melica…. A mezzodì, zuppa di latte…. Che serve?… Se le razioni fossero doppie, non mancherebbe alla mia felicità che il piacere di dividerle teco.—Gli uomini sono la nostra provvidenza quaggiù—benediciamoli in ogni ora del giorno!—Debbo però convenire che anche gli altri animali di casa Tencalli mi amano e mi stimano. Il cane mi usa ogni cortesia, il gatto mi adocchia con benevolezza, e due grassi paperi a me compagni di letto e di mensa, hanno sempre rispettato il mio pudore. Addio, mio adorato Sperongiallo.—Fidovuol partire e accenna, sollevando la coda, che attende la lettera. Scrivimi presto, scrivimi spesso, e amami come ti amo.
__Lettera di Sperongiallo a Nasella__
Oggionno, 7 dicembre.
Caruccia mia,
Sotto la coda diFidoho trovata la tua amabilissima lettera, e non puoi immaginare con quanta gioia io abbia divorato i tuoi profumati caratteri. Sì: benediciamo agli uomini, benediciamoli in ogni ora del giorno perchè infatti non v'ha ora del giorno che essi lascino trascorrere senza colmarci di favori. Il mio nuovo ospite signor Meronzio fa degno riscontro al tuo eccellentissimo provveditore dottor Tencalli. Malgrado il mio amore per te, sempre mai fervidissimo, io mangio dal mattino alla sera. La signora del luogo mi predilige. L'altro ieri, dopo avermi amorosamente palpeggiato il collo e il sottocoda, l'ho udita io stesso gridare alle sue genti: Guai per tutti, se al termine del mese costui non è grasso come mio marito!—Sarebbe troppo. Debbo dirtelo, Nasella?… Potrà il tuo amore resistere a siffatta rivelazione? Dal giorno che ci han separati, io ho raddoppiato di volume e di peso.—Ma la bontà degli uomini è grande; essi ci hanno disgiunti, essi penseranno a riunirci—e tu poi, tu…. Nasella, quando saremo riuniti penserai a smagrirmi.—Addio, mi chiamano pel quattordicesimo pasto… Nell'orto vicino vi è una dindietta che canta ogni sera alla distesa l'aria delvieni meco; ma io, colla miglior voglia del mondo, non sarei più in grado, stante l'obesità, di sorvolare al muricciuolo. Vivi dunque sicura della mia fedeltà, e conservati per chi ti ama.
__Nasella a Sperongiallo__
Galbiate, 10 dicembre.
Due righe per dirti che sto bene e che ieri, frugandomi col becco tra le piume posteriori, ho veduto che le mie carni hanno acquistato il candore della neve.—Sei contento? Mi par di sentirti, briccone!…glout-glout…. Eh! convien darsi pazienza! Ieri il guattero mi ha detto sorridendo: fra una settimana ti faremo la festa!… Ciò significa indubbiamente che questi signori, sempre buoni e amorosi con noi, hanno la intenzione di riunirci. Benediciamo la provvidenza umana!
__Sperongiallo a Nasella__
Ho appena la forza di scriverti, tanto sono obeso. In verità, questi signori cominciano ad eccedere nella cortesia. Stamane volevano che io mangiassi otto noci col guscio…. Ho protestato; ma il guattero, che non si intende di lingua indiana, mi aperse il becco di viva forza, e credendo farmi un piacere grandissimo, colle noci mi respinse nel gozzo la protesta. «Inghiotti! inghiotti! gridava dalla sala il signor Meronzio; ti faran bene!» Addio, Nasella! Vado a coricarmi con otto noci sul cuore…. Domani, se sarò vivo, probabilmente starò meglio.
__Nasella a Sperongiallo__
16 dicembre.
Sei tu vivo? o piuttosto: siamo noi vivi?… Lascia, lascia che io gridi col poeta:
«Tutto perfidia, tradimento, inganno!»
Sì! noi siamo traditi…. La strage dei nostri è decretata…. Ho appena il tempo di prevenirti…. Se puoi, affrettati…. salta il muro…. riparati all'estero.
I due grossi paperi, che dividevano meco gli innocenti tripudî del pollaio, son caduti stamane sotto il ferro del carnefice. E sai chi è stato il carnefice? Quello stesso che tutte le mattine ci apprestava il cibo e ci colmava di amorevolezze. La famiglia del Tencalli, uomini, donne, fanciulli, assistevano alla strage ridenti e plaudenti. La sorte di quegli sventurati paperi sarà la mia. Il mio supplizio fu differito di alcune ore in grazia di un giovine poeta qui giunto da Milano, il quale intercesse per me. Le sue cordiali e fervide invettive contro la scelleraggine umana disarmarono per poco la sanguinaria ferocia del guattero. Ma il buono e coraggioso poeta non ha egli divorato, oggi stesso, alla mensa dei Tencalli, due auree costolette, le quali, or fanno appena cinque giorni, erano incorporate ad un vitello, unico figlio della più onesta delle vacche?—Te lo ripeto: tutti perfidi e spietati!… Dio!… l'uomo bianco!… il coltello!… dove fuggo?…
__Sperongiallo a Nasella__
17 dicembre.
…..La tua lettera mi trova…. spirante. Ti scrivo col sangue…. Mi unisco a te nell'imprecare alla ipocrisia ed alla ferocia degli uomini…. Iddio ci vendicherà…. Ci rivedremo nella patria degli eletti, laddove tutti, uomini e bestie, diverremo ragionevoli e buoni…. per mancanza di appetito. Ti consoli il pensiero che io muoio grasso come i tenori dell'opera, e posso al pari di questi cantare nell'agonia:
Nasella… io t'amo…. io t'amo…E ti precedo in ciel!
Ti dedico il mio ultimo si…. ben…. molle….
……Ah!!!…
__Fido a Diana__
28 dicembre.
«Perdona se ieri non son venuto a trovarti. Sai bene; al Natale, in casa Tencalli, tutti imbestialiscono più del solito. Non dubito che tu avrai passata la festa cristianamente. Qui ce ne siam dati da crepare. Da me solo ho dovuto smaltirmi le ossa di due paperi e quelle di Nasella per giunta. Micione, il gatto di casa, che gli altri anni mi aiutava col suo buon stomaco alla cremazione degli scheletri, questa volta…. fu egli stesso cremato da alcuni buontemponi, i quali, in difetto di pollame, lo mangiarono in guazzetto. Ringraziamo Dio d'aver dato alle nostre carni un sapore ripugnante al palato degli uomini; ove ciò non fosse, questi signori sarebbero ben capaci di divorarci anche noi, che siamo, come essi affermano colle parole e cogli scritti, i loro migliori amici.»
La scorsa settimana, dopo aver constatato, dietro esame de' miei bilanci segreti, che i miei molteplici impiegi mi rendono nel corso dell'annata un beneficio netto di lire duemila all'incirca, mi è parso di poter finalmente concedermi il lusso di un domestico.
Esposi il mio pensiero all'amico Eugenio—un amico nel quale ho piena fiducia.
—Ho l'uomo che fa al caso tuo, disse quegli.
—A meraviglia!… Quando potrò vederlo?
—Stassera istessa…. Vado subito in cerca di lui…. Non convien perder tempo—sai bene—c'è grande carestia di domestici, e qualcuno potrebbe prevenirci.
—Bada ch'io non voglio spender troppo….
—Il mio uomo deve avere delle esigenze modestissime.
—Fedele?
—A tutta prova. Egli durò per un anno al servizio del pretore Buschetti, il quale, traslocato subitamente a Catania, era dolentissimo di non potere, in causa del grave dispendio, condur seco quella perla di domestico.
—Sta bene…. Affrettati, dunque!… e appena ti vien fatto di trovarlo, mandalo qui; io rimarrò in casa ad attenderlo.
Non attesi molto. Di là a due ore, l'uomo fu alla mia porta.
—Come ti chiami?
—Gianbarba, per servirla.
—È inutile che io ti domandi se sai far la cucina….
—Far la cucina!… Oh! questo poi!…
—Come! non sai far la cucina!… Non sei stato per un anno al servizio del pretore Buschetti?
—Sì, signore; ma quando andai dal signor pretore, ho trovato la cucina bell'e fatta, coi rispettivi fornelli e tutto l'occorrente….
—Vedo che sei faceto!… tanto meglio; amo gli uomini di buon umore…. So che il pretore si lodava molto di te…. Ciò che mi preme è di aver in casa un uomo onesto e fedele, ed ho avuto sul tuo conto le migliori informazioni.—Quanto chiedi di salario?
—Faccia lei, signor padrone—io non voglio metter limiti alla sua generosità.
—È un furbo!—pensai io… Poi gli dissi: amo i patti chiari; la mia generosità non ha confini, ma lo stesso non si può dire delle mie rendite. Dunque, ascoltami bene. Io ti nutrirò, io ti vestirò, e alla fine di ogni mese ti darò dieci lire di stipendio. Sei contento?
—Come!… Lei si degnerebbe?… Ma io non merito tanto….
—Alla buon'ora! Vedo che l'amico Eugenio non mi ha ingannato, e che le tue pretese sono modeste. Per mia parte non esigo molto; non ho moglie, non ho famiglia. Terrai puliti gli appartamenti, mi appresterai ogni giorno un paio di piatti e una buona minestra, custodirai la casa quand'io andrò fuori…. Insomma.
—Insomma, non serve che Lei mi dica altro. La servirò come ho servito per un anno il signor pretore….
—Precisamente; non chieggo altro.
—Quando Lei crede, sono pronto ad entrare in servizio.
—A meraviglia! Va a prendere le tue valigie, se ne hai. Io ti assegnerò una camera, e questa sera istessa dormirai qui.
Gianbarba fece un inchino e se ne andò, promettendo che di là a pochi minuti sarebbe tornato.
—Mi pare un buon diavolaccio, esclamai accompagnandolo coll'occhio mentr'egli si allontanava. Al muso lo si direbbe un po' scimunito, ma avvien spesso che sotto una stupida fisonomia si nasconda una mente argutissima.
Gianbarba non tardò molto a ricomparire. Io gli mostrai la sua stanza, e parve assai soddisfatto. Lo condussi nel mio studiolo, nel mio salottino, nella mia camera da letto poco discosta dalla sua, in cucina, in cantina, in ogni angolo della casa. Apersi gli armadî, gli indicai i ripostigli più segreti, gli feci la consegna delle stoviglie e delle suppellettili da cucina.—Vedo che c'è molta roba, sclamava il debben figliuolo ad ogni tratto…. Va bene! la casa è ben fornita…. Solamente…. mi pare….
—Che cosa?
—Che manchi quello strumento….
—Non ti capisco….
—Voleva dire…. la canna….
—Una volta per sempre: bada che io non amo le reticenze—via! non metterti in soggezione!… Fra padrone e domestico bisogna parlar chiaro, se si vuole intendersi…. Dunque: cos'è questa canna che tu mi vai suonando?
—Poichè ella vuol proprio che la nomini, le dirò dunque, salvo il rispetto a lei dovuto, che intendo parlare della canna da serviziale.
Colpito di meraviglia, io vibro una occhiata perforatrice nel volto del domestico. Nel cervello mi balena un pensiero sinistro: che l'amico Eugenio, mettendomi questo mobile di carne umana tra i piedi, abbia mirato a burlarsi di me!—Poi rifletto: «può anche darsi che questo gaglioffo soffra di qualche incomodo intestinale e che i medici gli abbiano ordinato…. Se ciò fosse, avrei torto di non porgergli il mezzo di proseguire la cura.
—Via! non ti cruciare, gli dico con piglio incoraggiante—in casa mia c'è quanto può occorrere ad un malato e ad un sano…. L'istromento che tu cerchi, è là, in quella cassetta senza coperchio che vedi sporgere dal sottoscala. Non hai altro da chiedermi?
—Null'altro.
—Hai tu pranzato?
—Sì, signore; ho mangiato prima di venir qui….
—Vorrai dunque permettere che io pure vada a pranzo.—A rivederci!… Ordinariamente alla sera non rientro che a dieci ore; ho meco la chiave della porta, e se tu credi di coricarti prima ch'io torni, fa pure il comodo tuo.
—Oh! la si imagini!… So il mio dovere…. Vada pure…. pranzi di buon appetito. Frattanto vedrò se nulla manca pel servizio e andrò a procacciarmi sulla piazza tutto quello che può occorrere. Rientrando, ella troverà tutto in ordine.
—Buona sera, Gianbarba!
—A rivederla, signor padrone!
Io pranzai di buon appetito, feci la mia solita passeggiata, mi intrattenni un paio d'ore alla fiaschetteria cogli amici, quindi, in sul far delle dieci, rientrai in casa.
Gianbarba mi attendeva; appena mi vide entrare, egli mi presentò il lume dicendomi: non la si dubiti di nulla, io ho dato ordine a tutto…. Appena sarà coricato, suoni il campanello e sarò da lei per farle il solito complimento….
—Non serve, Gianbarba—io non ci tengo ai salamelecche…. Te l'ho già detto…. servimi bene…. con fedeltà…. con amore…. come hai servito l'altro padrone….
—Non la si dubiti!… Vada a letto tranquillo…. e poi mi lasci fare.
Io salgo alla mia camera, mi spoglio, mi corico, e come di abitudine, prendo un libro e mi metto a leggere.
Di là a un quarto d'ora all'incirca, sento bussare alla porta.
—Chi è là?…
—Siamo in posizione? domanda dal di fuori la voce di Gianbarba.
—In posizione!!! che vorrà dire?… entra pure….
—E anch'io l'ho qui in ordine! risponde Gianbarba aprendo impetuosamente la porta e slanciandosi verso il mio letto coll'impeto di chi prende d'assalto una barricata.
Io balzo sui guanciali, spalanco gli occhi sorpreso, quasi atterrito, e vedo che il mio uomo mi prende di mira con quel tale istromento…. con quella tal canna…. voi mi capite….
—Alto là!…. che scene son queste?
—Presto…. intanto che è caldo! dice l'altro facendo l'atto di rimuovere la coltre.—Ma vedendo che io do di mano al candelliere e minaccio, s'egli osa ancora avanzarsi, di gettarglielo in viso, Gianbarba si arresta, mi guarda con occhio inebetito di stupore e poi dice con tono quasi supplichevole: «la si fidi di me, signor padrone! ci ho della pratica—il signor pretore, al quale applicavo tutte le sere ilbenefizio, non ebbe mai a lagnarsi della mia abilità…. Mi lasci fare! mi lasci fare una volta tanto; poi, se non l'avrò servito per bene, mi licenzii pure sui due piedi, chè io non sarò per lagnarmene.
Quel poveraccio, parlandomi di tal guisa, ha un'aria sì compunta, che a me vien meno il coraggio di rivolgergli una brusca parola o di chiedergli una spiegazione.
—Io credeva, mormora il poveretto abbassando la terribile canna, io credeva che tutti i padroni….» E scostandosi dal mio letto, mortificato, confuso, col pianto negli occhi, Gianbarba si avvia per uscire; ma al momento di varcare la soglia, si arresta, torna indietro, e con voce interrotta dai singulti mi dice: «io sono un po' duro di testa…. lo so… è il mio solo difetto…. Converrà, caro signor padrone, che lei abbia un po' di pazienza… Per esempio, mi scusi tanto, ho paura di non aver capito bene se…. in quanto sia…. alle sue buone grazie…. volevo dire… al salario….
—Mi pareva di aver parlato chiaro su tale argomento. Non ti ho detto che mi assumo di nutrirti, di vestirti e di darti alla fine d'ogni mese…. dieci lire?…. Non ti basta?….
Gianbarba mi guarda colla espressione della più sentita riconoscenza ed esclama: «ma dunque…. è proprio vero…. che lei si degnerebbe!… troppa bontà!… troppa bontà!… come mai avrò il coraggio di permetterle?… Basta! i padroni comandano e i servitori obbediscono…. Le auguro la buona notte.
Così parlando, egli uscì, serrò la porta colla massima cautela, e in punta di piedi per paura di recarmi disturbo, se ne andò queto queto alla sua camera.
—Un vero scimunito! pensai io ravviluppandomi fra le coltri; ma pure, con un po' di pazienza, ne farò un domestico tollerabile.
All'indomani, mi svegliai verso le otto.
Tendo l'orecchio, non odo rumore nella casa.—Che colui dorma ancora?—Gianbarba! Gianbarba! grido dal letto.
—Olalà! olalà! risponde il domestico urlando dalla camera attigua.
—Sei tu alzato?
—Non ancora….
—Mi pare che a quest'ora, per Dio santo, un domestico dovrebb'essere in piedi!!!
—È quello che pensava anch'io attendendo i suoi ordini.
Passa un quarto d'ora, passa mezz'ora—al pendolo battono le nove—nessun segno di vita da parte dell'amico bestia.
Io balzo dal letto, mi vesto alla spiccia e corro alla stanza di Gianbarba gridando: ma dunque! siam vivi o morti? vuoi o non vuoi alzarti stamattina?
—Se voglio alzarmi! non desidero che questo, risponde Gianbarba balzando dal letto in camicia; non aspettava altro se non che lei venisse a vestirmi….
In sulle prime, lo strano contegno di Gianbarba e le inattese parole da lui profferite mi parvero inesplicabili. Ma poi, sovvenendomi dello stupore che il poveraccio aveva manifestato la sera innanzi nell'udire che io mi assumeva di nutrirlo e di vestirlo, indovinai…. compresi tutto; e mentre Gianbarba, seduto in camicia sovra una scranna, mi stendeva le gambe in attesa che io gli mettessi le calzature, mi scrosciò dal petto una risata sì impetuosa e gagliarda ch'io temetti di non reggere all'urto e mi appoggiai per sostenermi alla muraglia.
—Abbi là bontà, gli dissi poco dopo allontanandomi, di vestirti colle tue proprie mani per questa volta; faremo in seguito dei nuovi patti.
Rientrai nella mia stanza per finire di abbigliarmi, poi scesi nello studiolo. Di là a poco, Gianbarba mi raggiunse.
—Se vuol avere la compiacenza di dirmi cosa desidera da pranzo quest'oggi, io andrò subito al mercato per fare le provviste, mi disse il gaglioffo serio serio, come se nulla fosse accaduto.
Io stetti in forse un istante. Alla fine, dopo aver riflettuto, gli dissi: quest'oggi andrò a pranzare all'albergo come ho fatto ieri; nullameno voglio mettere alla prova la tua abilità. Sai tu cucinare per bene gli asparagi?
—Non la si dubiti.
—Ebbene, farò colazione in casa. Va in sulla piazza; se puoi avere degli asparagi al prezzo di una lira al mazzo, comprane pure due mazzi; se costassero ancora una lira e cinquanta come per lo addietro, prendine uno solo. Mi hai ben capito?
—Due mazzi se costano una lira; se poi costassero più di una lira….
—Uno solo.
—Fra mezz'ora la colazione sarà servita—vado e ritorno di volo.
Gianbarba ha il dono della lestezza, convien rendergli questa giustizia. Nel tempo ch'io impiegai a scrivere una letteruccia di due pagine, egli andò e tornò dal mercato.
Eccolo all'uscio del mio studiolo.—Ho eseguito appuntino i suoi ordini, mi dice con viso radiante; gli asparagi costavano venticinque soldi al mazzo, ed io ne ho preso uno solo….
—Benissimo!… è grosso?
—Così…. così…. discretamente…. come questo mio dito….
—Come il tuo dito!… Oh! sta a vedere che sei tanto imbecil…..
Ma non ebbi tempo di proferire la dura parola, chè l'altro in men ch'io nol dica balzò in cucina, e ricomparendomi innanzi con un asparago nella mano: eccolo, mi dice, non è dei più piccoli; se questo le può bastare per far colazione….
Non ebbi il coraggio di fargli un rimprovero, nè di ridergli in faccia. Quel povero gaglioffo, col suo fusto di asparago alla mano, mi faceva pietà.
—Torna in piazza, gli dissi pacatamente; fa di aver quattro uova da friggere al tegame, e non dirmi più nulla fino a quando la colazione non sia pronta.
—In verità…. pareva anche a me che un asparago solo non potesse bastare, disse il gaglioffo allontanandosi—il pretore non ne mangiava meno di sei anche quando costavano 25 centesimi al chilo. Quanto al friggere le uova, si fidi di me; in due salti vado e ritorno; fra mezz'ora sarà servito.
Non vi ebbero altri guai per la colazione. Gianbarba cucinò le uova stupendamente e mi porse una tazza di caffè irreprensibile.
Verso le undici, uscii per la mia solita passeggiata. Rientrando, trovai Gianbarba avvolto in una nube di polvere. Egli avea finito di scopare gli appartamenti e si accingeva a ripulire le mobilie.
—Vado a coricarmi per un paio d'ore, gli dissi. Se qualcuno chiedesse di me, dirai che non sono in casa, a meno che non venisse in sulla porta l'architetto Fagnani—lo conosci, l'architetto Fagnani?….
—No, signore.
—Naturalmente, presentandosi, ti declinerà il suo nome. Ma in ogni modo tu potrai riconoscerlo alla piccola prominenza ch'egli ha sulla schiena…. mi capisci…
—Scusi, signor padrone; una piccola prominenza non vuol dire ciò che parlando con poco rispetto si chiama il gobbo?
—Alla buon'ora, vedo che cominciamo ad intenderci—dunque….
—La vadi pure, e dorma tranquillo.
Non ebbi il tempo di giungere all'uscio della mia stanza, che una solenne strappata di campanello annunziò una visita.
Gianbarba corse ad aprire—io mi soffermai sul pianerottolo della scala e tesi l'orecchio.
—È in casa il signor Decio? chiede una voce ch'io ho udito altre volte.
—Il signor Decio!—vediamo un poco, risponde Gianbarba—favorisca di voltarsi…. e poi le dirò…. quello che ho l'ordine di dirgli.
—Questa è nuova! esclama l'altro con voce vibrata—ti fa tanta soggezione la mia faccia, che tu non osi?…
—Le dirò, risponde Gianbarba con flemma; gli è che prima di rispondere, io debbo vedere se Lei ha proprio quella tale escrescenza sulla schiena…. ovverossia, parlando con poco rispetto, quella gobba…
—Questa è l'escrescenza!… questa è la gobba! grida l'altro stampando due sonorissimi schiaffi sulle grosse guancie del domestico—e di' al tuo padrone che l'architetto Fagnani…. che l'architetto Fagnani….
Ma la voce dell'irato visitatore si ruppe in un rantolo—la porta fu scossa da un violentissimo urto—e quand'io, non udendo più rumore nella casa, precipitai dalle scale, trovai il povero Gianbarba…. colla testa accollata alla muraglia e il naso grondante.
Povero Gianbarba! le sue prodezze asinesche mi divertivano; ma, alla vista del sangue, fui preso da raccapriccio, e commisi l'ingiustizia di licenziarlo.
Imitazione di un articolo francese, con varianti ed aggiunte.
Fu detto e ripetuto: «Lo stile è l'uomo.»
Io dico invece: «L'istrumento è l'uomo.»
Ed al proverbio: «dimmi con chi tratti e ti dirò chi sei,» io sostituisco; «dimmi dove soffi, o dove raschi, e tileggerò la vita.»
Dopo ciò, raccomando ai signori artisti delle orchestre di non sospettare nelle mie osservazioni alcuna intenzione maligna; esse riguardano principalmente i dilettanti, quelli che raschiano un istrumento qualunque per pura convinzione, quelli che si sono messi a pizzicare la chitarra quando studiavano medicina, ovvero ad esercitarsi sul corno, dopo un anno di matrimonio.
__Il Clarinetto.__
Grande raffreddore cerebrale collocato dentro un tubo di legno giallo.
Il clarinetto non è una invenzione del Conservatorio, ma sibbene del destino.
Si diventa callista a forza di studio e di lavoro, ma si nasce clarinettista.
Il Cittadino predestinato al clarinetto ha un'intelligenza quasi ottusa fino all'età di 28 anni, epoca d'incubazione, nella quale egli comincia a risentire nel naso i primi pruriti della sua fatale vocazione.
Allora la sua intelligenza, fino a quel giorno limitata, cessa di svilupparsi: ma l'appendice nasale volendo vendicarsene, prende delle dimensioni piramidali.
A vent'anni egli compera il suo primo clarinetto per 14 franchi, e tre mesi dopo, vien congedato dal padrone di casa. A venticinque anni è ammesso nella musica della Guardia Nazionale.
Egli muore di crepacuore, per avere tre figli che non annunciano veruna disposizione per l'istrumento dov'egli ha soffiato tutta la sua intelligenza.
__Il Trombone.__
Colui che suona il trombone cerca sempre nella compagnia di quest'istrumento l'oblío delle sue pene domestiche, o delle consolazioni ad un amore tradito.
L'uomo che ha imboccato per sei mesi un tubo di metallo, si trova agguerrito contro ogni disinganno.
Di tutte le passioni umane, all'età di cinquant'anni, nulla più resta a lui fuorchè una sete insaziabile.
Più tardi, aspirando al posto di portinaio in un palazzo di persone civili, o alla mano di una donna di udito delicato, tenta di abbandonare il suo stromento; ma il gusto delle note e delle bibite forti gli rimane per tutta la vita. Intrattenendosi coi padroni di casa, o udendo parlare la moglie, verrà sempre il momento in cui egli si lascierà sfuggire dei brr…! brr…! brr…! portando il pugno sinistro alle labbra e simulando colla mano destra l'allungamento e l'accorciamento della pompa.
Dopo aver continuato fino a 78 anni ad eseguire furtivamente sul trombone la grande aria:
Era anch'io di quella schieraDi Venezia anch'io guerrier….
muore di cordoglio perchè l'acquavitaio non volle dargli a credito un bicchierino di grappa.
__L'Accordeon.__
Primo istrumento dei cuori candidi.
L'individuo che esce generalmente dalla classe dei farmacisti, comincia a suonarlo nella retro bottega di suo babbo e continua fino a quindici anni.
A questa età, se non è morto, lascia l'Accordeonper
__L'Harmoniflûte.__
L'Harmoniflûte, per la natura de' suoi monotoni suoni e del suo tremulo piangente, agisce sui nervi di coloro che lo ascoltano e predispone alla malinconia colui che lo suona.
L'Harmoniflûtista è tenero, linfatico, ha gli occhi azzurri, non mangia che carni bianche o farinacei.
Si chiama Oscarre se è uomo, ed Adelaide se appartiene all'altro sesso.
In casa, alDessert, va in cerca del suo istrumento, e quando gli stomachi sono pieni, cioè quando gli spiriti sono disposti all'allegria, egli vi regala: «Fra poco a me ricovero» oppure ilMisereredelTrovatore.
L'Harmoniflûtista piange facilmente. Dopo un esercizio di quindici anni sul suo istrumento, egli si converte in ruscello.
__L'Organo.__
Istromento complicato e maestoso, di indole clericale, destinato, per la sua grande sonorità, a soperchiare le stonature del clero e del popolo.
L'Organista, ordinariamente, è un uomo venuto al mondo colla vocazione di fare molto strepito senza troppo consumo delle proprie forze; un uomo che vuol soffiare più forte degli altri, senza logorare i proprii mantici.
Diviene, a quarant'anni, l'amico intimo del parroco e il membro più influente della fabbriceria. Ripete per cinquant'anni alla Messa ed ai Vesperi gli stessi ritornelli; e frattanto egli impara il latino, e sa a memoria tutte le antifone da vivo e da morto. A cinquant'anni sposa una zitellona devota, raccomandata dal coadiutore della parrocchia.
È buono e mansueto ne' suoi rapporti coniugali, ma alla vigilia di ogni solennità ecclesiastica, ha il difetto di sognare ad alta voce. Alla notte del sabbato santo, è raro ch'egli non svegli la moglie, gridando a tutta voce:ressurexit!—La brava donna si desta di umor lieto per rispondergli col debito cerimoniale:alleluja!
All'età di sessant'anni divien sordo, e allora comincia a credere di suonare perfettamente. A 70 anni muore di cordoglio, perchè il nuovo parroco, in luogo di farlo assidere alla grande mensa coi sacerdoti e coi fabbricieri, lo ha fatto pranzare altinello, in compagnia del sacrista e del becchino.
__L'Ottavino.__
Lo sciagurato che soccombe all'ottavino non è mai un uomo che goda il perfetto sviluppo delle sue facoltà intellettuali. Egli ha necessariamente il naso appuntito, sposa una donna losca, e muore schiacciato da un omnibus.
L'ottavino è il più fatale di tutti gli istrumenti. Esso esige una coltura ed una conformazione particolare dell'unghia del pollice pei buchi che non devono chiudersi che per metà.
L'ottavinista aggiunge sovente a questa infermità la mania di addomesticare le faine, le tortore ed i porcellini d'India.
__Il Violoncello.__
Per suonare il violoncello bisogna aver le dita lunghe e magre; ma più indispensabile è ancora il portare capelli lunghissimi che voluttuosamente accarezzino il collo grasso del paletot.
Il violoncellista scorgendo in pericolo di incendio la propria moglie ed il proprio violoncello, salverà prima quest'ultimo. Poscia penserà a … lasciar bruciare la moglie.
Parlando del suo strumento, egli lo chiamaViolonscello; con ciò non la male ad alcuno, ed egli prova un'estasi voluttuosa.
La sua maggior soddisfazione è quella difar piangere le corde; qualche volta, infatti, egli riesce a far piangere la moglie ed i figli con un regime di sobrietà troppo stretto. Gli avviene anche di far ridere e di far sbadigliare, ma ciò dipende, a suo dire, dagli influssi atmosferici.
Parimente fa esprimere dalle sue corde esaltate tutti i dolori possibili, meno quelli dei suoi uditori e dei suoi creditori.
Il violoncellista si occupa anche di magnetismo; queste due passioni sono quasi sempre inseparabili.
Il carattere malinconico di quest'istrumento porta al misticismo, e il suonatore giunge quasi sempre fino all'invocazione degli spiriti.
Si alza di notte, risveglia la moglie, e le suona in camicia la frase del manzanillo nell'Africana.
Sua moglie si riaddormenta mormorando:
—Come sega!
__Il Contrabasso.__
Un critico-musicista ha chiamato il contrabasso l'Elefante delle orchestre.
Nessun istrumento può infatti rivaleggiare con esso nella ampiezza della mole. Gli è forse per questa ragione che gli uomini alti e stecchiti sono attratti a suonarlo da una irresistibile simpatia.
Applicando il contrabasso all'abdome, un suonatore della famiglia dei merluzzi può illudersi di aver un gran ventre, e un ventre sonoro per giunta.
Il contrabassista tende alla serietà, e si atteggia, nelle riunioni pubbliche e private, da uomo grave e profondo. Parla poco, e prima di esporre la propria opinione, attende che tutti gli altri abbiano finito di discutere. Ama con trasporto il tabacco da naso, e profitta, per assaporare la suapresa, degli intervalli d'aspetto.
Qualche volta numera i detti intervalli ribattendo voluttuosamente sotto le narici il pollice e l'indice ingrommati di tabacco.
È raro che un suonatore di contrabasso rimanga celibe oltre l'età di trent'anni. La moglie lo tiene in gran conto e lo venera credendolo dotato di una energia formidabile. Questa specie di venerazione ella suol anche riportarla sullo strumento, ch'ella pone a giacersi nelle assenze del marito, al lato deserto del talamo. In tali casi, destandosi la notte, ella da un pizzico alle corde e poi brontola: «meno male! questi almeno, se lo tocco, grugnisce…. Ma lui…. mio marito…. dà mai segno di comprendermi?»
__L'Arpa.__
Stromento ascetico, già suonato dal Re Davide con irresistibile successo. Serve di accompagnamento obbligatorio aicanti celesti.
L'arpista nasce cogli istinti del gatto, ma all'età di dieci anni fa voto di castità. Si nutre di vermicelli al brodo e, all'estate, di lattuche. Ammesso a far parte di una orchestra, si innamora platonicamente della prima donna contralto, nella cui voce ermafrodita gli par di sentire il canto degli angioli.
Dato ch'ei prenda moglie, usa con essa celestialmente. In casa suona di rado, ma quando ciò gli avvenga, si pone in capo una corona d'oro e si figura di essere il Re Davide. La moglie, ordinariamente, lo regala di altre corone meno splendide.
Oggidì, nelle orchestre, il posto dei Re Davidi venne usurpato dalle Bersabee, le quali pizzicano più leggermente, ottenendo degli effetti più omogenei; a venticinque anni muoiono consunte d'amore pel primo flauto.
__Il Timpano.__
Un testone di legno e di pelle, ripieno d'aria e di sinistri presagi. Il rullo dei timpani serve nel melodramma ad annunziare l'arrivo di un personaggio fatale, che il più delle volte suol essere un marito becco. Qualche volta il suo funereo brontolío serve a descrivere il silenzio, o la intima disperazione di una prima donna colta in flagrante adulterio.
Il timpanista è un uomo serio, compreso della sua alta missione drammatica; ma sa dissimulare il proprio orgoglio, dormendo sul proprio strumento quando gli altri suonatori fanno il maggior strepito.—Egli incarica il più prossimo de' suoi colleghi di orchestra di svegliarlo a tempo debito.
Al destarsi, afferra i due battenti e percuote; ma quando il vicino si dimentica di svegliarlo, egli prolunga i suoi sonni fino al calar del sipario. Allora, si riscuote, si accorge che l'opera è finita, si stropiccia gli occhi; e se avviene che il direttore di orchestra lo rimproveri di aver mancato all'attacco, risponde, crollando le spalle: «tanto, anche senza i miei rulli, il tenore è morto lo stesso…. Rullo più, rullo meno, così la deve finire!»
__Gran Cassa.__
Inutile parlarne.—È lo strumento dell'epoca; e Ministri, Deputati, Scienziati, Poeti, Parrucchieri, Cavadenti hanno imparato a suonarlo per eccellenza… Le cretine moltitudini accorreranno sempre al richiamo delpoum!… poum!…e avrà sempre ragione chi batterà più forte.
A dirvela schietta, lettori miei, io non ho mai capito perchè il teatro debba chiamarsi scuola di civiltà. Chi va in teatro per educarsi? E quali insegnamenti si attendono da un dramma, da una commedia, da un'opera in musica, da un ballo? La tragedia antica insegnava l'incesto; il dramma moderno insegna l'adulterio; l'opera in musica insegna l'assurdo; il ballo insegna a misurare collo sguardo la periferia di cinquanta o più mappamondi di carne femminina. Il palco scenico è, per le figlie del popolo, una scuola di prostituzione; pei giovani artisti una scuola di ciurmeria e di vagabondaggio. Ecco la grande educazione che il teatro può dare a quanti vi si consacrano per professione.
Quanto al pubblico…. Mio Dio! Lo avete mai sviscerato, questo ente collettivo che si chiama il pubblico? Su mille spettatori che assistono all'opera, io ve ne do una sessantina, un centinaio al più, che comprendano qualche cosa del dramma e della musica. Tutti gli altri sono in teatro per guardarsi, per far all'amore, per vedere delle spalle nude e delle coscie in maglia.
Era una bella giornata del giugno 1858, ed io pranzava all'albergo della Gran Bretagna in compagnia di un Inglese che un anno prima avevo conosciuto a Parigi. Questo Inglese apparteneva alla classe aristocratica, e si vantava grande dilettante di musica e adoratore fanatico dell'opera italiana.
In quella stagione non c'era a Milano altro spettacolo d'opera fuor quello del teatro dei Giardini Pubblici, dove si rappresentava l'Attiladi Verdi da una compagnia di cantanti accozzati da un certo Corti di Bergamo, il quale, oltre ad essere impresario, aveva assunto nel melodramma la parte del baritono.
Il mio Inglese, in mancanza di meglio, accolse il partito di recarsi al teatro dei Giardini Pubblici, ed io ve lo accompagnai di buon grado.
Entrammo nel circo ad ora conveniente per prendere un posto di nostra elezione. Saliti alla galleria—«mettiamoci nella seconda fila delle sedie, dissi all'Inglese; così potremo distendere le gambe a nostro bell'agio.»
E queste parole mi venivano ispirate da un sentimento di pietà, perocchè il signor Jhonnes era fornito di un paio di gambe così lunghe ed inflessibili, ch'egli durava molta pena a raccorciarle fra la sedia ed il parapetto.
Ma come le gambe, così anche il cervello del signor Jhonnes era di fabbrica inglese. Egli si ostinava a rimanere nella prima fila; e dopo sforzi incredibili era riuscito ad impiombarsi là dentro come un conio nella spaccatura d'una quercia. Che fare? Per debito di cortesia mi convenne inchiodarmi al di lui fianco.
La gente comincia a farsi spessa; e mentre l'Inglese col libretto alla mano sillaba i versi alla meglio, ecco quattro donne ci sovrastano colle immani crinoline e domandano di scendere nella prima fila….
—Mammina! qui vi sono due posti, grida una fanciulletta di circa dodici anni—se quel signore volesse ritirare le suepertichedall'altra parte….
—Impertinente! esclama una grossa matrona che domina il drappello—son questi i modi di chiedere un favore? Mille perdoni!—semonsùvuol far la gentilezza direttificarele sue gambe….
Ma l'Inglese non dà retta; e la più giovane delle ragazze piomba colla persona fra il parapetto e la sedia, appoggiandosi senza misericordia sui piedi del mio onorevole compagno.
—Goddem!—esclama il sig. Jhonnes; mio piete non statte scapello!….
Ma la ragazza, senza badare, attira la compagna sull'altra sedia vacante.
—Noi siamo ancora dei fortunati, dico io sotto voce all'Inglese; se invece delle ragazze fossero scese le due matrone che ci stanno dietro la schiena, c'era da morirne asfissiati.
—Io non posse rimanere in posizione! esclama l'Inglese.—Signorina, la preghe tenere campe più corte.
—Cecilia! grida di nuovo una delle matrone….; ricordati che siamo in teatro!….
—Ma che colpa ci ho io, mammina, se questo signore ha certestanghe!
—Di nuovo ti dico dimisurare i termini…. Bada che se mi fai la matta, ti riconduco a casa…
—Eh! ora, a casa non ci torno più, dice la ragazzetta all'orecchio della vicina…. E poi, infin dei conti…. il signor Domenico i biglietti li ha dati a me…. Sono io che stamattina glieli ho chiesti…. a nome della mamma.
Frattanto, dietro le nostre spalle si vanno agglomerando nuovi spettatori. Un uomo di circa trent'anni, sparuto nel volto, coi capelli lunghi e ben pettinati, cogli abiti alquanto luccicanti sotto le maniche, si è collocato a fianco delle matrone, divorando cogli occhi una delle giovinette che seggono al nostro lato. Tre o quattro giovinetti superano la barricata d'un salto, volgono saluti a destra e a sinistra, chiamano a nome i vicini e i lontani, e si studiano di attirare l'attenzione delle donne colla vivacità dei loro epigrammi.
—Che vuol dire questo miracolo? Anche lei qui, signora Caterina!
—Lei…. signor Pedrino!… Abbiamo avuto i biglietti da un comico della compagnia, che alloggia in casa nostra, al quinto piano.
—Ma brava, la signora Caterina! E chi è questo comico? senza dubbio il primo amoroso….
—È il primo tenore….
—Oh! Oh! il primo tenore…. che abita al quinto piano!…. A proposito: come si chiama? Ehi, di là! nessuno ha un libretto?…. Forse quel signore là abbasso….
—Cecilia! tira fuori il libretto!
—C'è forse bisogno del libro per sapere il nome del nostro vicino di casa? Egli si chiama Domenico Scanagatta….
—Diavolo! Scanagatta! che razza di nome…. per un primo tenore….!
—Primo dei primi…. lo ha detto egli stesso, esclama la donna grossa, indispettita dalle risa e dalle maligne esclamazioni dei circostanti.
L'Inglese che ha prestato orecchio a quelle ciarle, consulta l'elenco dei personaggi e degli attori, poi volgendosi a me:—quella signora s'incanna, mi dice—non trovate in lipretto Cane e Gatta, ma Napoleone Moriani.
—Il libretto che voi avete fra le mani porta la data del 1847, quando l'Attilasi rappresentava alla Scala.
—Oh! oh! vere! verissime! Tata tel 1847! Mi più niente capite….
Frattanto, uno dei giovani che sta dietro di noi si è preso l'incarico di leggere a voce alta, e di spiegare il melodramma alla comitiva femminina. Ma non appena egli ha declamato i primi versi:
Urli—rapine Stupri, rovine, ecc.
la Cecilia interrompe la lettura esclamando: che razza di parole son queste! Ci capisco io niente, signor Pedrino?…. Mamma: cosa sono gli stupri?
—Vuoi finirla? Son domande da farsi codeste? Saprai tutto a suo tempo….
—Vi spiegherò io, popolina, mormora il giovine sparuto, il quale insensibilmente si è avvicinato alle ragazze.
La più grande volge indietro uno sguardo melanconico—uno sguardo che rivela cento segreti…. Lo sparuto dalle maniche luccicanti è l'amante corrisposto. La giovinetta taciturna e contemplativa sa di averlo alle spalle…. e aspetta trepidando qualche prova palpabile del suo amore.
Ma ecco, i suonatori si mettono al loro posto e cominciano ad accordare gli stromenti…. Dalla platea e dagli ordini più elevati si grida:sonèe! si battono le mani e i bastoni…. Il pubblico sovrano minaccia di farsi riottoso…. Mentre l'Inglese per istinto di curiosità spinge il capo fuori del parapetto, quattro o cinque individui che stanno di sotto gli rivolgono la parola e gli fanno dei gesti insolenti: «Ehi lûu, sur sciloster! El ved no che ghè de la gente chi abbasso?—Parlatte con me quei signori?.—Avreste forse gettato qualche cosa sulla testa di quella brava gente?—Mentre io scambio tali ciarle col signor Jhonnes, la Cecilia, che da qualche tempo sta rosicchiando dei semi dimellone, sputa parecchi gusci sul naso degli spettatori irritati. Fortunatamente una violentissima esplosione di applausi, di fischi e di grida, obbliga il direttore di orchestra a dare il segnale dell'attacco. I suonatori distendono l'arco e imbeccano i tromboni.—Silenzio!—Abbasso!—Giù il cilindro!… limonata fresca!—E in mezzo al gridío, finisce il preludio—il sipario si leva—quattro o cinque servitori di scena fuggono tra le quinte come sorci colpiti dalla luce; e otto coristi si avanzano urlando da Unni.
—Oh! vedi, mamma! ecco là il signor Domenico! Io l'ho subito riconosciuto…. Non vedi, mamma, ch'egli ci saluta?
—Zitto!…. Ma vediamo!. Dov'è questo signor Domenico?
—Ah! gli è dunque il primo tenore dei cori, che vi ha dato i biglietti, signora Caterina!
—Sì…. il primo tenore…. dei primi!… Proprio lui! Con quella barba non lo avea riconosciuto….
—Hai veduto, mamma? Il signor Domenico si è messo in ginocchio….
—Sicuro! i coristi…. cioè gli Unni…. si mettono in ginocchio—dice il nostro vicino sentimentale, che si è dato a conoscere per un parrucchiere di Viarenna—tutti fanno onore ad Attilaflagellum Dei, che viene in sulla biga per sentir cantare i soldati….
—Perchè quella carrozza è tirata da due uomini vestiti come gl'infermieri dello spedale!…
—Perchè…. a quei tempi non erano inventati i cavalli….
—Ma, ecco la prima donna! replica il parrucchiere gravitando sulle protuberanze più soffici della nostra vicina; essa viene per ammazzare il basso.
—Il basso? ma dov'è questo basso?…
—Là, in piedi!… il più alto di tutti.—Ora, vedremo il baritono, cioè il romano….
—Il baritono non è romano ma bergamasco….
—Goddem! ripiglia il signor Jhonnes.—Come capire musiche?…
—Cos'ha quella mummia da brontolare?… Sta a vedere ch'io gli do sul naso questa fetta di mellone!…
—Non capite poesia, mi dice l'Inglese all'orecchio; perchè tante critare Ottapella?
—Attila le ha fatto dono di una spada, ed ella per riconoscenza giura di piantargliela nel ventre alla prima occasione.
—Veritable gentelman Attila; veritable porche Ottapella!…»
Frattanto i galanti, che seggono presso di noi, hanno chiamato il venditore di birra per offrire un rinfresco alle donne…. Mentre il tenore sta per cominciare la cavatina, uno scoppiettío di turaccioli sprigionati fa trasalire i circostanti….
—Presto! a te Ghittina…. a te Cecilia! Bada alla spuma! Cisti….Adagio! Ma basta! signor Pedrino! Ahi!…
L'Inglese, disturbato dai rapidi movimenti e dalle risa sguaiate delle donne, si volge indietro per imporre silenzio; ma al tempo stesso una tazza colma di birra viene ad urtargli nello stomaco, e un'onda di spuma gli si riversa sulle gambe.
A tale eran giunte le cose, che il mio Inglese cominciava a perdere la pazienza. Ma ciò che d'un tratto lo fece balzare dalla seggiola fu un pizzicotto venutogli di contrabbando attraverso le gonnelle delle nostre vicine. Quel pizzicotto non era diretto a lui e mirava probabilmente a delle carni più floride; ma lord Jhonnes non volle attendere nuovi guai, e levandosi da sedere: «Signore, mi disse, lacciù in procenio, federe palchette vuote. Andiamo là codere meglio musiche più sciutte.»
Molta pena ci volle per uscire da quella siepe di gente. Mentre noi colle gambe levate tentavamo sormontare le seggiole, una mezza dozzina di gambe sconosciute si intralciava colle nostre per contendersi i due posti vacanti. Una gamba del mio Inglese (probabilmente la più lunga) rimase per alcuni minuti inforcata a quella del parrucchiere e stretta come in una smorza.
Quando Dio volle, riuscimmo a superare, più o meno illesi, quella barricata di sedie e di ginocchi; tanto che, al cominciare del secondo atto, ci trovammo comodamente seduti nel palchetto di proscenio.
E là, un altro genere di spettacolo. Noi eravamo collocati sì fattamente, da dominare tutta la scena non solo, ma anche da vedere tutto ciò che si passava tra le quinte.
All'alzarsi del sipario, Attila e il fido Uldino sono sdraiati nella loro tenda. L'orchestra preludia con dei suoni gravi, i quali vorrebbero esprimere le atroci visioni del tiranno. Il mio Inglese tende l'occhio e l'orecchio…. io faccio altrettanto….
—Cosa è stato?
Tanto io che l'Inglese abbiamo udito un rumore sotterraneo sprigionarsi dalla grossa persona di Attila; e Uldino ad esclamare sottovoce: «Alla barba del pubblico!»
—Quest'altro alla barba dei giornalisti e dei corrispondenti! risponde Attila.
E qui, un altro di quei rumori sotterranei che fanno arrossire il mioInglese.—Come sono educati gli artisti!…
Ma il preludio è finito. Attila balza in piedi esterrefatto dall'orribile sogno….
—Uldino…. Uldin!… Non hai udito?…
—Caspita! lo sento ancora! mormora Uldino….
E il terribile Attila, sguainando la spada, corre furioso per la scena e grida verso le quinte: la gelatina!… sto male di voce…. la gelatina dopo l'adagio!
Nel mentre che Attila ritorna verso la ribalta per cantare l'adagio dell'aria, Uldino va a levare una presa di tabacco dalla scatola di una corista che si mostra dalle quinte in abito davergine romana, e frattanto da un'altra quinta sbuca la moglie del basso con un vasetto ed un cucchiale tra le mani.
—Ah brava!… siete qui colla gelatina! dice Uldino…. Gli è un po' rauco difatti, vostro marito. Questa gli farà bene….
E così parlando, Uldino caccia le dita nel vasetto….
—Lasciate…. malcreato!… Ce n'è appena tanto per ingozzarlo…. lui…. quella bestia! grida la moglie del basso, ritirando il vaso.
Ma Attila, che ha finito il suo adagio, profitta dell'intermezzo istrumentale per andar in cerca della gelatina, e dà l'avviso alla moglie con queste parole: presto!… sfodera il cucchiale…. Martina!
La donna, nel diverbio con Uldino, ha lasciato cadere il cucchiale, e il basso essendo trascorse le battute intermedie fra l'adagio e la cabaletta, ritorna a grandi passi verso il proscenio augurando mille accidenti alla moglie, e poi grida:
Oltre quel limiteTi attendo, o spettro,Vietarlo ad AttilaNessun potrà.
Finita la prima cabaletta, dai palchi e dalla platea insorgono dei fischi…. Attila corre furioso tra le quinte, strappa il vaso dalle mani della moglie e ponendoselo alla bocca, assorbe d'un fiato la broda rappresa, quindi si slancia al proscenio colla spada in pugno per urlare di nuovo:
Vedrai se pavidoIo l'alma arretroSe un Nume vindiceLa patria avrà.
Cric! Crac! quac! quac!—urla la platea come un solo…. Attila.
Al povero basso, malgrado il sussidio della gelatina, è scroccata l'ultima nota della cabaletta.
Nel ritirarsi dal proscenio per sfidare il pontefice romano che si avanza in mezzo ad una processione di coristevestite da vergini, Attila esclama con voce rabbiosa: maledetti! c'era un becco di pollastro…. in quella gelatina…. Qualche vendetta…. so io…. di chi…. Della birra! datemi della birra!… No…. Non siamo più a tempo…. Accidenti alla musica ed al pubblico!
* * *
E Attila s'inginocchia dinanzi al papa gorgogliando le fatidiche parole:
Dinanzi ai numiProstrasi il re.
—Chi state donne con papo? mi chiede l'Inglese.
—Vergini romane; rispondo io.
—Se così state vergini, cossa state Roma tonne ti mondo?
Il pezzo concertato ha prodotto una certa sensazione nel pubblico…. Un silenzio solenne regna nel vasto circo—uno di quei silenzi che ordinariamente, in teatro, sono forieri dell'applauso generale.
Ma al punto culminante, quando Attila ripete per l'ultima volta l'umile protesta, un malaugurato turacciolo che si sprigiona innanzi tempo da un bottiglia di birra, balza scoppiettando dalle sedie fisse al palco scenico e va a colpire direttamente la faccia del pontefice Leone, piantandosi tra le setole della sua barba posticcia. La prima donna, il tenore, i coristi portano le mani alla bocca per dissimulare la loro ilarità; e mentre Attila, il quale non si è accorto di nulla, si prostende colla faccia alle assi del palco scenico, prorompe in una di quelle stonazioni che fanno raccapricciare la intera massa del pubblico, gli avveniristi eccettuati.
—Signor impresario! signora direzione! urla Attila balzando in piedi appena calato il sipario…. io protesto che non canterò più in un teatro…. in un teatro….
—Alto là!… non è quello il modo di trattare le mie barbe e le mie parrucche—grida il parrucchiere del teatro uscendo da una quinta.
—Con chi l'ha, quel cane…. di uno stonatore?—esclama il tenore colla sua voce di falsetto, gettando al basso uno sguardo di stizzosa ironia.
—Non so di noi due chi sia più cane, risponde Attila con voce fremente.
—Dio! s'ha stonato tutti in questo finale!…—strilla il secondo tenore.
E la prima donna in un crocchio di coriste: s'io avessi saputo d'aver a cantare con questi cani….
E il direttore d'orchestra che è salito in quel punto sul palco scenico: «e poi i giornalisti dicono di noi!… Come s'ha a dirigere…. come si fa ad accompagnare questi cani?»
E i coristi maschi: «si beve o non si beve?… Si è mai visto uno di questi cani metter mano alla borsa? Dio!… che massa di cani!»
Ma la prima donna si è avvicinata ad un forellino del sipario, quivi condotta da un figuro in abito da borghese che le parla all'orecchio e non cessa di mormorarle delle frasi alle quali la cantante sembra interessarsi vivamente.
Forse, esplorando più oltre da quella vedetta, avremmo scoperte dell'altre stranezze; ma innanzi che l'opera finisse, l'onorevole signor Jhonnes volle andarsene dal teatro, e a me fu obbligo di cortesia il ricondurlo all'albergo.
E mentre noi, fumando uno squisitissimo avana, rifacevamo a lenti passi la corsia, unorecchianteavvinazzato ci teneva dietro, urlando a squarcia gola una sua reminiscenza dell'opera, tradotta nei versi:
«Caro padre a la madre regina«I possenti mangiavan i figli….[1]
[1]: Il testo dice:
Cara patria, già madre e reginaDi possenti magnanimi figli, ecc., ecc.
Ed ecco di qual modo, assistendo alla rappresentazione di un'opera in musica, avviene che il buon popolo raccolga, cogli altri vantaggi morali, anche quello di educarsi alla buona poesia.
Ma forse provvidenziale è l'idiotismo degli spettatori. Guai se comprendessero! Guai, se assistendo ad una rappresentazione d'opera in musica, pigliassero troppo sul serio questa divertente baggianata che è il dramma cantato e istromentato! Un pubblico che si avvisasse di filosofare sull'opera in musica, cesserebbe dal ritrarne diletto, e dovrebbe, in nome della logica e del senso comune, pigliar a sassi il poeta, il maestro e tutti quanti.