«Questa prima infedeltà coniugale—proseguì la marchesa—e colla parola riprese tutta la serietà di chi confida nella altrui dabbenaggine—questa prima infedeltà spiega tutte le altre, anzi le giustifica tutte.—Io non intendo narrarti i cento episodii di questo dramma, che durò ventidue anni, fino alla morte del marchese. Le sembianze di Adolfo e il flauto di mio marito non cessarono mai dal perseguitarmi. Gli uomini, sempre ingrati e crudeli colla donna che si abbandona, anche involontariamente, alle loro seduzioni, dopo aver profittato dei miei deliqui, mi carpirono nuovi favori colla minaccia dello scandalo. Quante volte io dovetti sacrificarmi alla pace di mio marito, al decoro della famiglia, ai pregiudizii del mondo!… Quante volte, rialzandomi da una fatale caduta, io mi trovai in potere di un despota appassionato, il quale usufruttando i miei terrori, non si vergognò di impormi il sacrifizio della mia virtù, a patto di mantenere il segreto! E credi tu, Eugenio, che io sia riuscita a salvarmi dalla pubblica maldicenza? La più parte de' miei fatui adoratori violò ignobilmente la promessa: io fui disonorata, infamata dalla calunnia, quale una Messalina! Manco male che le accuse vigliacche non giunsero all'orecchio di mio marito… Il buon uomo portò nella tomba la miglior opinione della mia onestà, come avviene ordinariamente a tutti i buoni mariti!
»Ed ora—esclamò sospirando la marchesa—la mia confessione è finita… Tu sai come io abbia molto amato un sol uomo… Vediamo se il tuo giudizio vuol essere inesorabile come quello del mondo!…»
—No! la vostra confessione non è finita, risposi dopo breve silenzio. Voi mi parlaste della vostra vita coniugale—e quand'anche io fossi tanto buono da ammettere ilflauto di vostro maritocome circostanza mitigante, vi resterebbero ancora non poche debolezze da giustificare—quelle che appartengono alla vedovanza. Il flauto magnetico avea già cessato di suonare, allorquando, or fanno pochi anni, in una sola giornata…
—Vedo… vedo… a che si riferiscono le nuove accuse, interruppe la marchesa con qualche imbarazzo.—Tu alludi alla battaglia di Magenta…all'ingresso delle truppe alleate!… Io aveva dimenticato che quella istoria si è fatta di ragione pubblica, per l'indiscrezione di uno sciaguratissimoturcos, il quale osò pretendere… l'impossibile!
»Poichè mi ricordi quell'episodio, ti dirò che esso non ha nulla a fare colla mia vita, co' miei sentimenti, colle mie passioni di donna. A quell'epoca io aveva già cessato di appartenere ad un sesso…
»Dopo la morte di mio marito—cessati gli eccitamenti quotidiani del flauto—disingannata dalla società—insterilita da una sequela di sfortunate emergenze—nel mio cuore si spensero le ultime faville della sensibilità.—Perfino la imagine di Adolfo cominciò a presentarsi sbiadita nelle mie ricordanze!
»Una crisi terribile è questa nella esistenza della donna, quando in lei inaridiscono i più nobili affetti!… Molte sconsigliate, a questa epoca della vita, trabordano in ridicole civetterie; talune si danno al giuoco, altre a tiranneggiare la gioventù, a tormentare la famiglia col pretesto di educare; moltissime si consacrano alla devozione, offrendo ai preti un logoro avanzo, e a Dio il rifiuto dei preti!
»Meglio ispirata, io mi infervorai di patriottismo, e presi parte alle agitazioni politiche del momento.
»Era giorno di festa per Milano… I Tedeschi scappavano a rompicollo… entravano i Francesi, i Piemontesi, i nostri!…. inebbriata di entusiasmo, apersi la mia casa ai liberatori, e il primo dei miei ospiti—uno zuavo, tutto ancor polveroso e schiumoso per le fatiche della marcia—non mi lasciò tempo da esprimergli la mia riconoscenza, e fece un assalto di sorpresa, che, per mia sbadataggine….gli riusciva a meraviglia. Che poteva io, debole donna, contro un espugnatore di Malakoff? Da qualche tempo non ero più abituata a simili assalti…nè avrei osato sperare….cioè….temere, che per me sussistessero ancora di tali pericoli!
»Or vedi fatalità!—Un bersagliere piemontese…si accorse, od ebbe sospetto, della buona fortuna toccata allo zuavo, e il giorno istesso mi fece delle proposte, che la mia virtù non poteva a meno di respingere fieramente.—«Oh!…sta bene!…esclamò il bersagliere con accento desolato: tutto pei Francesi… e niente per noi… Quale disgrazia chiamarsi soldati italiani!…
»Quelle parole mi trafissero l'anima;—io compresi che il povero figliuolo si teneva umiliato dalle mie ripulse… Era offeso dalla preferenza accordata allo zuavo… Mi credette avversa al Piemonte… Era mio dovere disingannarlo—e lo feci con tutto il cuore.
»Una scena poco dissimile mi accadde più tardi con un povero soldato di linea, il quale parimenti si lagnava che in grazia della uniforme più elegante e bizzarra, i bersaglieri venivano di preferenza festeggiati. Quel ragazzo mi fece pietà; volli consolarlo… E se io non mi fossi ribellata al quarto pretendente—unturcosdall'aspetto terribile—avrei forse evitato una rissa fra soldati, nella quale il mio patriottismo fu rivelato ed esposto agli ignobili commenti de' miei concittadini!… Non importa! Io perdono ai giornalisti la indegna interpretazione di quel fatto. Ho agito per patriottismo, e col massimo disinteresse… La mia coscienza è tranquilla.
»Or bene, Eugenio; posso io sperare che tu mi abbia compresa?…
—Sì: vi ho compresa perfettamente, risposi con qualche vivacità—forse meglio che voi non comprendiate voi stessa.
»Io non vi accuserò di ipocrisia… Qual'è la donna tanto abbrutita nel vizio, che, alla sua volta, non sappia creare un sublime sofisma per coonestare la propria condotta?—Ciò è nella stessa natura del sesso—e voi, marchesa, oltre all'esser donna, appartenete ad una classe sociale, dove suoi farsi uno inverecondo abuso di cotali sofismi.
»Io mi guarderò bene dal turbare la vostra coscienza con degli scrupoli inopportuni. Solo mi permetterò di farvi notare, come vi siate stranamente ingannata sulla origine dei vostri traviamenti…
»All'età di sedici anni, la prima volta che vi trovaste da sola a solo con un suonatore di flauto, voi soccombeste senza il menomo sforzo di resistenza… Credeste in quel giorno innamorarvi di un uomo, ed oggi ancora vi sembra di aver amato un uomo per tutta la vita. Ecco l'errore!… Voi vi innamoraste di un flauto, e non siete vissuta che per il flauto…
—Di mio marito?
—Perdonate, marchesa.—io parlo di flauto in genere… E credo che la più parte delle donne prendano lo stesso errore…
La marchesa ascoltava senza dar segno di irritazione—da ultimo sorrise maliziosamente, e pareva sul punto di dichiararsi convinta…quando un suonatore girovago passò sotto le finestre, e si fece a soffiare nel flauto quattro note stonate.
La marchesa ritorse gli occhi, e lasciò cadere lo braccia con significante abbandono—onde io, vedendo a che mirasse lo stratagemma, anzichè espormi a qualche imbarazzo, prevenni lo svenimento e uscii dalla sala.
Confessione generale d'un Critico
Gravi considerazioni m'inducono ad abbandonare per sempre il campo della critica.
Una quindicenne esperienza mi ha insegnato che la critica a nulla giova, o giova soltanto a coloro, i quali la convertono nel più vigliacco dei mestieri, smerciando la lode ed il biasimo a prezzo di tariffa.
Critico letterarionon è ordinariamente che uno scrittore da poco, negletto dal pubblico e dagli editori, inetto a produrre delle opere attraenti, epperò nemico giurato di chi riesce collo ingegno, collo studio e colla operosità, a crearsi una posizione onorevole.
Critico musicaleè quasi sempre un musicista abortito, il quale, dopo aver pubblicato una dozzina di polke pel consumo dei salumieri od aver fatta rappresentare un'opera altrettanto elaborata che stucchevole, si erige a maestro dei maestri, spacciando nei giornali le futili teorie che sono, per gli ingegni impotenti, un soprapeso di zavorra.
Critico d'arteè sovente un pittore reietto dalle Accademie e obliato dai Committenti, i cui quadri si vendono sulle pubbliche aste e passano dall'uno all'altro rigattiere per intercessione della cornice.
Il mestiere del critico ha poi un lato umiliante.—Non avvi idiota, non avvi cretino, il quale non sia in grado, dal più al meno peggio, di esercitarlo. È facile stampare in un quadrato di carta: «Manzoni è un gramo poeta, Verdi fa della musica mediocre, Vela è uno scultore grottesco.» Ma è difficile assai scrivere ilCinque Maggio, fare un'opera come ilRigolettoe trarre dal marmo unoSpartaco.
I critici hanno comune coi somari questo melanconico istinto che, all'apparire di un insolito bagliore, si danno a ragliare tutti in massa. Un tale fenomeno può essere constatato da chiunque si dia la pena di studiare siffatti animali nelle loro espansioni intermittenti.
Quando io sento elevarsi dalla terra un intollerabile frastuono di voci asinesche, l'anima mia si apre alla gioia come all'annunzio di faustissimo evento. Quella gagliarda sinfonia di stromenti unissoni, mi avverte che sull'orizzonte della letteratura o dell'arte è sorto un novello astro.
Ma, via! non imperversiamo sugli altri—non aggraviamo la mano sugli antichi colleghi, sui nostri fratelli di ieri. Fui critico anch'io—anch'io ho peccato grandemente; anch'io ho fornicato, ho mentito, ho truffato…. Il pentimento e il rimorso non cancellano la colpa—ben altra espiazione si esige.
—Venite qua—e a voi più direttamente mi volgo, o amici sconosciuti, i quali per tanti anni aveste la bontà di rappresentare, dinanzi alle mie critiche più o meno bestiali, più o meno assurde e colpevoli, la parte di pubblico. È a voi che io dedico questa mia confessione generale; confessione sincera ed integra quant'altra mai, perchè fatta sotto l'intimazione di quel prete terribile che si chiama il rimorso, al cospetto di quel Dio esploratore delle reni e dei lombi, che si chiama la coscienza.
Una confessione generale! Sapete voi che gli è un affare assai grave!… Buon per me che, a compiere questo grande atto di espiazione, non ho atteso i singulti dell'agonia….
Io mi trovo, laddiograzia, sano di corpo e di mente; le stoltezze e le nequizie della mia gioventù mi sfilano dinanzi agli occhi come una schiera di camelli o di paperi….
Come si fa a coordinare queste tumultuose reminiscenze, a ricostruire questo passato pieno di errori e di perfidie, in guisa che la coscienza non abbia più tardi a rinfacciarmi delle ommissioni?—Lo ripeto: è un affare assai grave.
Sulle prime, m'era venuto in pensiero di riprodurre e di confutare con eroica abnegazione tutte le enormità da me stampate in quindici anni di vita giornalistica.—Ohimè! Come rileggere duemila e centosessantadue articoli, sperperati in varî giornali, e oggimai inghiottiti per la massima parte da quei tubi assorbenti, ove lo spirito umano, già tradotto in materia mercè l'inchiostro e la carta, subisce l'ultima, forse la più utile decomposizione, diventando concime?
E tante altre maniere di confessione mi erano passate per la testa….
Ohimè!—La confessione ripugna all'orgoglio umano—nè alcuno farà meraviglia ch'io mi sia data la pena di tradurla in una forma, la quale fosse atta ad esprimere il vero, senza troppo pregiudicarmi nell'opinione del mondo.
Vediamo se ci riesco.
Io mi farò ad esprimere colla più scrupolosa sincerità le impressioni da me raccolte nel campo della letteratura e dell'arte; dichiarerò i miei veri e spontanei apprezzamenti su tutto ciò che ho veduto, o letto, o ascoltato, o meditato nel corso della intera mia vita. La mia confessione sarà una rettifica ed una ammenda, ma io non avrò da arrossire che in faccia a quei soli, i quali vorranno darsi la noia di raffrontare le menzogne dell'antico peccatore colle schiette manifestazioni del critico ravveduto.
*
Entriamo innanzi tutto nel campo della letteratura.
Fatta astrazione da Omero, che io lessi più volte con immenso diletto e pel quale professo la più sentita ammirazione, debbo confessare che il mio entusiasmo per i poeti dell'antica Grecia non salì mai a quel grado di elevazione ch'io lasciai supporre a' miei creduli ascoltatori.
Nella sonante e robusta versione di Felice Belletti ho comprese e gustate le tragedie di Eschilo, di Sofocle e di Euripide. Il secondo mi piacque di preferenza; ma allorquando, per far pompa di classica erudizione, ebbi a citare alcuni brani delFilottete, mentii ignobilmente a me stesso ed al pubblico, asserendo che quella tragedia mi aveva commosso alle lagrime.—Ci vuol del coraggio, miei cari, a rettificare quella vile menzogna e a proclamare che alcunetiratedel più patetico, del più appassionato dramma del teatro greco, provocarono in me una ilarità irresistibile!
Quante volte mi è uscito dalla penna:l'inimitabile, l'insuperatoAristofane! Quante volte, ricordando quel grossolano e sguaiato motteggiatore, ebbi anch'io l'impudenza di chiamarlo argutissimo e festevolissimo! Aveva io dimenticato che la più parte de' suoi personaggi si permettono ad ogni tratto di ruttare plebeamente alla barba degli spettatori, quando non scendano in piazza a recitare un turpe monologo,facendo le loro occorrenze?… E questo eral'attico sale, di cui ho parlato così spesso nelle mie enfatiche digressioni sulla greca letteratura!…
Se ora vi dicessi francamente che mai non ho potuto reggere alla lettura di una intera ode di Pindaro; che le veneri di Anacreonte mi parvero il più delle volte scipite; come potrete voi perdonarmi di avere, a dispetto dei moderni poeti, simulato una quasi-adorazione per uno stucchevole ineggiatore di circensi, per un elegante ma monotono cantore di Batilli?
Ma io ho spinto più oltre la rettorica menzognera. Ho espresso degli entusiasmi per le statue di Fidia e di Prassitele… ho arso il mio granello di incenso al genio di Zeusi e di Apelle… Li avete visti mai, questi insigni capolavori dello scalpello e della tavolozza degli artisti greci? Nè anche in sogno.—Come avvenne che sì spesso li abbiate ricordati ed ammirati con tanto entusiasmo?—Polvere pei gonzi.
Passiamo ai poeti ed ai prosatori del Lazio.
Non è più tempo che io vi dissimuli la mia predilezione per Catullo e per Ovidio, sebbene, ogniqualvolta mi occorse fare delle citazioni, dalla mia penna sgorgassero di preferenza i nomi di Virgilio e di Orazio.
Virgilio è in gran credito presso i puristi; Orazio è più elevato ed astruso. Conveniva dunque, a riguardo del primo, secondare l'opinione pubblica, ed attestare, facendo l'apoteosi del secondo, un alto grado di comprensività, dal quale i miei buoni lettori sarebbero rimasti intontiti.
Orazio!—Quand'uno proferisce un tal nome con una certa solennità, è sicuro di ottenere il suo effetto.—Un critico che capisce, che gusta, che all'uopo sa commentare questo famigerato applicatore di epiteti, ottiene legalmente il diploma di erudito.
E non è forse l'Arte poetica, ricostruita da colui sulle tradizioni di Aristotile, che servì per tanti secoli e serve tuttora di cronometro agli inesorabili pedanti della letteratura e della critica?
È ben vero che nessuno ha mai capito, per esempio, quali alte ragioni di estetica impongano che la tragedia debba dividersi in cinque atti piuttosto che in quattro; ma un critico che si rispetta e che vuol farsi rispettare, avrà sempre buon giuoco in faccia ai suoi lettori ogni qual volta, coll'autorità di Aristotile e di Orazio, coopererà all'immobilizzazione di un pregiudizio.
Ciò che mi ha fatto stupire e quasi rabbrividire percorrendo i classici di ogni nazione, fu l'immoralità delle favole che essi svolsero in poemi drammatici, nonchè le triviali oscenità di che riboccano le loro commedie, le satire, gli epigrammi, le novelle. E nondimeno io pure mi sono unito al coro dei nostricritici-tartufi, per deplorare gli scandali della moderna letteratura, per ripetere che il dramma odierno è una scuola di corruzione, che il romanzo dell'epoca nostra rappresenta l'abbominio.
Così avvenne che, dopo aver applaudito senza riserva agli amori incestuosi di Fedra e di Mirra, alle orrende vendette di Medea, agli adulterii di Clitennestra, a quella sequela di tragiche inverecondie per cui si rese proverbiale la famiglia di Tieste, ho finto scandolezzarmi pei ravvedimenti di una Camelia innamorata, ed ostentai una grinza di pudore violato nell'assistere alle peripezie maritali del povero Clémenceau.
Perdonate, o giovani autori, perdonate alla mia ipocrisia!—Io non produrrò la circostanza attenuante dell'esser nato nel più ipocrita dei secoli; e non vi farò notare, a mia discolpa, che l'ipocrisia viene oggimai considerata, fra gli scrittori da gazzette, una figura rettorica;—ma farò degna ammenda delle mie ingiuste e stolide invettive, protestando che nessuno dei moderni drammaturghi ardirebbe oggi presentare sulla scena una figlia innamorata del proprio padre; come nessun poeta bernesco oserebbe segnare col proprio nome degli epigrammi sconci e indecentissimi come quelli di Marziale.
Non esigerete che io ripercorra tutta la biblioteca dei classici per mostrarvi quante volte ho mentito degli entusiasmi per autori non letti, o letti sbadigliando.—Forse meno che altri miei colleghi ho abusato del gran nome di Dante Alighieri. Pure, non debbo tacervi che, mentre ebbi la costanza d'imparare a memoria tutta la cantica dell'Infernoe di rileggere quattro volte ilPurgatorio, non mi tengo ben certo di aver toccato la fine delParadiso. Voi mi perdonerete, o lettori, se trattandosi di un poeta che ottenne onori divini, io dovetti posare da enfatico ammiratore di lui, fino al punto di dichiarare che ciascuna delle sue terzine è un vasto poema, che tutti i suoi versi meriterebbero di esser stampati in lettere d'oro, compreso anche:
«Ed egli avea del cul fatto trombetta.»
Queste iperboli mi valsero la stima di parecchi dotti, ai quali ero sempre apparso un dappoco.
Ne' miei giudizi sui quattro illustri poeti che più si onorano in Italia, ho vilmente mentito affermando di prediligere il cantore di Madonna Laura, mentre in realtà le mie più vive simpatie erano per l'Ariosto. Non ho mai potuto leggere tutte di seguito quattro pagine delCanzoniere, e nondimeno ho osato stampare che i versi del Petrarca, compreso anche:
Fior, fronde, erbe, ombre, antri, onde, aure soavi
danno una melodia di paradiso.
Se un poeta moderno commettesse una si orribile cacofonia di elisioni, verrebbe lapidato.
Dopo ciò, ognun si avvede che anch'io ho seguito, rispetto ai celebri autori dell'antichità, quell'iniquo sistema di menzogna che giova meravigliosamente a deprimere i contemporanei ed a perpetuare il pregiudizio.
Io però non mi accuso di aver troppo abusato della denigrazione nel giudicare i moderni. Rispetto a questi, i miei torti consistono piuttosto in una inconsiderata sovrabbondanza di encomî e di incoraggiamenti.
Non vi tedierò coll'enumerazione de' miei falsi apprezzamenti. Vi dirò solo (e da ciò potrete argomentare il numero e la gravità delle mie colpe) che la più parte dei libri moderni io li ho lodati senza leggerli.—Il delitto non è grave, dirà taluno; non foss'altro, questa maniera di critica incoraggia gli autori e favorisce il commercio librario. Disingannatevi. Gli è con questo sistema che noi abbiamo indotta la diffidenza nel pubblico e ottenuto il miserando vantaggio che molti buoni libri si smercino a peso di stadera.
Ed io pure ho gridato all'unisono coi più gagliardi mistificatori del giornalismo, che l'Italia ha nulla da invidiare alle altre nazioni in fatto di coltura letteraria. E mentre nel periodo di circa vent'anni il paese nostro non ha prodotto che una dozzina di romanzi tollerabili, quattro o cinque volumi di liriche meglio che mediocri, e una dozzina fra drammi e commedie appena degni di plauso, ebbi la sfrontatezza di sostenere che la Francia, l'Inghilterra e la Germania non producono, al nostro confronto, che aborti mostruosi.—Questo linguaggio spavaldo mi valse naturalmente la simpatia e l'ammirazione degli idioti, che costituiscono la maggioranza della nazione.
Gran ventura per me che nessuno mi abbia chiamato alredde rationem. Figuratevi il mio imbarazzo, se un Francese od un Inglese mi avessero imposto di appoggiare la mia asserzione con dati statistici!
Eppure, quanto era facile il cogliermi in contraddizione!—Non ho io ricordato con ammirazione, nelle mie riviste critiche, parecchie centinaia di romanzi stranieri che appena pubblicati invasero le nostre biblioteche, i nostri gabinetti di lettura, i nostri salotti, le nostre camere da letto, obbligandoci a vegliare le lunghe notti nelle illusioni di un mondo ideale e fantastico? Balzac, i due Dumas, Eugenio Sue, Giorgio Sand, Alfonso Karr, Victor Hugo, Gauthier, Dikens, Féval…. Quanti nomi di romanzieri, di drammaturgi, di poeti, i cui volumi a mala pena si conterrebbero nel vasto salotto dove io sto scrivendo!
Più di cento produzioni drammatiche che (e dico poco) scesero dalle Alpi in questo breve periodo di tempo a fanatizzare le nostre platee. Per tutte ebbi parole di ammirazione entusiastica; e questa ammirazione, più che un risultato della analisi, era il riflesso delle impressioni immediate. Ma ciò non ha impedito che in ogni mia rassegna teatrale io mi sia permesso di ripetere il sempre applaudito ritornello dellemelensaggini e delle mostruosità d'oltremonte.
Volete di peggio? Convien dir tutto, in mia confessione generale. Avvi un ramo dell'arte, dove infino a ieri l'Italia non aveva abdicato alla sua nobile supremazia. Questo ramo d'arte è la musica. E nondimeno in molti casi anch'io mi lasciai sorprendere da una codarda esitanza, quando mi avvenne di citare i nomi tanto giustamente famosi, ma pur tantonostrani, di Rossini, di Donizetti, di Bellini, di Verdi.—Come si fa a passare per eruditi senza un po' di Chopin, un po' di Spohr, un po' di Schumann, un po' di Berlioz, un po' di Wagner e un'altra decina, per sovracarico, di nomi impronunziabili?
Mentre confesso di aver rinnegato il mio nazionale orgoglio per la vanità di conquistare il mio posto fra i critici d'alta levatura, mi pento e mi dolgo del mio peccato e ne chieggo perdono al buon pubblico.
Non ho il rimorso di aver ecceduto di indulgenza verso quei duecento maestri poco celebri, le cui opere mi avvenne di giudicare nella mia breve carriera di critico. Qualche volta ho però abusato delle perifrasi mitiganti. A taluni, a molti forse, conveniva dire francamente: rinunziate al teatro e datevi a comporre deiKyrie! In ogni modo, la mia severità mi procacciò dei seri rabbuffi da parte di alcuni colleghi. Naturalmente, ne seguirono delle polemiche; ma siccome io non ebbi mai il coraggio di dire a' miei avversarî: «Tu hai rubato l'orologio al direttore del tuo giornale» ovvero: «io so che tua sorella fu veduta uscire da una casa di tolleranza;» così le mie polemiche non ebbero conseguenze, e le duecento opere caddero nell'oblìo.
Questa mia maniera troppo blanda di trattare la polemica non dà certo una idea molto edificante del mio carattere, e qualcuno scorgerà in essa la vera ragione per la quale io diserto innanzi tempo dall'esercito dei critici. Uno scrittore che non sa dire al suo avversario:Tu sei un ladro e tuo padre faceva la spia, non può esser degno di sedere nel consorzio giornalistico.
Ho preso una parte abbastanza vivace nella lotta che oggi si combatte fra i musicisti del passato e i musicisti dell'avvenire. Ebbi torto. In una questione che i posteri soltanto potranno sciogliere, i critici del presente fanno la figura dell'imbecille.
Sarei troppo lungo se volessi enumerare tutte le adulazioni e le bassezze di che mi resi colpevole parlando di cantanti, di comici, di ballerini, di mimi e di istrioni di ogni genere. Ho dato delceleberrimoa più di trecento tenori, dell'insuperabilea più di quattrocento donne, dell'inarrivabile a più di seicento baritoni; ho chiamatosilfidiefiglie dell'aria, delle ballerine che pesavano cento chili, ed ho gratificato del titolo diprofessoridei suonatori di piffero, dei raschiatori di contrabasso, dei martellatori di gran cassa….
Eppure, a pensarci una intera giornata, fra i molti da me uditi e portati al quinto cielo dai miei encomî, riuscirei difficilmente a mettere assieme cinque nomi di tenori, dieci nomi di prime donne, quattro nomi di baritoni, ai quali competesse il titolo di artisti perfetti.
E quante volte, encomiando dei cantanti, ebbi ricorso al confronto di Rubini, di Filippo Galli, di Lablache, della Pasta, della Posaroni, del Duprez e di altri famosissimi che fecero la delizia di mio nonno!
Non ho io scritto che il tale attore ricordava nell'incesso il gran Talma? che la tale attrice riproduceva l'energia e la passione della Pelandi? I miei lettori, naturalmente, mi avran creduto decrepito. No: io non era che uno stolido mistificatore, il quale citando delle celebrità mummificate, aspirava a divenire autorevole.
Non vi dirò quante volte ho sentenziato di opere e di artisti senza avere assistito allo spettacolo e prima ancora che lo spettacolo avesse luogo; tacerò le frequenti gherminelle degli articoli preparati di lunga mano e pubblicati all'indomani di una prima rappresentazione. Tutto il mondo ha ammirato la vivacità e la copia della mia prosa estemporanea, ed oggi il mio amor proprio si risentirebbe troppo vivamente nel dover disingannare i buoni lettori.
Una sola discolpa, od almeno circostanza attenuante, mi sia lecito addurre:—Sono io stato il più tristo, il più assassino, il più vituperevole dei critici?—Oserei quasi rispondere che i più onesti non si comportano altrimenti.
Giuda Iscariota
Io mi permetto di pubblicare un modesto compendio della vita di Giuda Iscariota, altro degli apostoli di Cristo, non il più esemplare per condotta morale e politica, ma forse il più interessante per la singolarità del suo carattere e per la bizzarra varietà delle sue avventure.
La biografia di Giuda Iscariota si potrebbe anche intitolare:Metodo naturale e pratico per arricchirsi e camparsela felicemente in mezzo alle crisi ed alle agitazioni politiche dei tempi più difficili. Come ognun vede, l'argomento può essere fecondo di utili applicazioni ai tempi che corrono.
Ciò premesso, entriamo in argomento.
Giudaino, che più tardi assunse il nome di Iscariota, e quindi si fe' chiamare Bartolomeo Majocchi, nacque in un oscuro villaggio della Galilea, da una buona donna che negoziava di coloniali al minuto sotto l'antica Ditta Isacco Balaam e compagni. Quando il nostro Giudaino venne alla luce, la buona mamma era già vedova da quattordici mesi; e com'ella si era mostrata fino a quel giorno scrupolosamente fedele alle ceneri del marito, il cappellano gridò al miracolo, i villani credettero alla miglior fede, e un triduo solenne fu celebrato a spese del Comune.
La madre di Giuda chiamavasi Bersabea o Bersibea—nome di origine caldaica, ma abbastanza espressivo anche nella lingua nostra. Era donna di temperamento vivace, inclinata alle bibite forti, segnatamente all'assenzio di Neufchâtel, ch'ella fabbricava in segreto con una mistura di alcool, dulcamara e verde di rame.
Giudaino, nel primo mese di sua vita, non dava alcun segno d'indole perversa. Qualche storico maligno pretende ch'egli poppasse il latte della grossa sua balia con avidità quasi feroce; ma questa calunnia è vittoriosamente combattuta da Giuseppe Ebreo e da altri scrittori contemporanei. La balia non lasciò alcun documento che comprovasse un'accusa tantopuerile. Commettete un assassinio a trent'anni, e i biografi, per dimostrare il vostro istinto malvagio, verranno ad asserire che avete ucciso e mangiato il vostro gemello nel grembo della madre!
L'indole di Giudaino non ebbe a manifestarsi che alcuni mesi più tardi, quando, ricondotto dalla nutrice al domicilio materno, egli diede prova di singolare ghiottoneria, immergendo la testa in un gran secchio di latte e miele, a rischio di morirvi soffocato. La buona Bersabea giunse a salvarlo estraendolo dal secchio con molta avvedutezza, e facendogli sorbire un bicchierino dimelange, che il bambino trovò detestabile.
All'età di cinque anni, Giudaino fu mandato alla scuola; ma egli vi giungeva sempre in ritardo, quando il maestro aveva finita la lezione. Abbiamo sott'occhio le lettere di un suo zio bromista, dalle quali risulterebbe che lo sciagurato ragazzo perdesse il suo tempo nella strada giuocando aspannetta.
Nullameno, agli esami semestrali Giudaino ottenne il primo premio, con molto scandalo e molta indignazione dei condiscepoli più studiosi.
Più tardi si venne a sapere che il maestro si era lasciato sedurre da parecchi vasi di mostarda a lui regalati dall'allievo. È inutile avvertire che Giudaino aveva rubati quei vasi nella bottega di sua madre.
Ma il premio contestato da mille proteste ed a mille recriminazioni, mise il ragazzo a puntiglio. Giudaino, che non mancava di intelligenza, in breve tempo superò tutti i condiscepoli nello studio del greco e del latino. A sette anni egli traduceva Cicerone, e commentava Virgilio. A dodici anni sapeva fare dei versi; tanto che, venendo a passare nel villaggio il sotto-intendente di Gerusalemme e prefetto degli studi, cavaliere Ponzio Pilato, Giudaino ebbe l'incarico di complimentarlo con un'ode saffica latina.
Ponzio Pilato, che non sapeva di latino, fu oltremodo sorpreso e commosso—accorciò al professore la croce di San Maurizio, e volle che il giovane allievo lo seguisse a Gerusalemme, dove gli avrebbe accordata unapiazzagratuita in un collegio diIgnorantelli.
Giudaino accolse con giubilo la profferta, sebbene dovesse abbandonare nella solitudine e nel pianto la sua vecchia madre paralitica. Per consolarsi del crudele destino, alla vigilia della partenza, il fanciullo entrò nella bottega, aperse il cassetto molto gentilmente, e si imbottì le saccoccie dimuttepiemontesi, moneta antichissima e alquanto sbiadita.
Ma, al posto dellemutteil buon figliuolo depose un biglietto ripieno di parole affettuose per sua madre: «Consolati, madre mia dolcissima,—diceva lo scritto—per divenir uomo completo, bisogna passare per le mani dei reverendi Ignorantelli; essi aprono la via alla fortuna ed agli onori del mondo. Mandami la tua benedizione per la posta con lettera franca, e a mezzo del cavallante qualche libbra di cioccolatte per addolcire i professori.»
Giudaino entrò nel collegio, e in breve divenne il Beniamino dei padri. Fece il corso di filosofia, applicandosi in specialità allalogicaed alladialettica.
Imparò il giuoco della bazzica e del tresette, la dama, gli scacchi e da ultimo il tarocco;—divenne prefettone del collegio e segretario intimo del rettore, che aveva portati dal Belgio tutti i perfezionamenti della scienza umana; ma, sentendosi chiamato alla vita del secolo, un bel giorno si valse della protezione di Ponzio Pilato per riferirgli in confidenza certi segreti dello stabilimento, ch'egli conosceva meglio d'ogni altro convittore. Il collegio fu soppresso, e Giudaino in premio delle sue rivelazioni, fu elevato al grado di sotto-ispettore di polizia nell'undecimo circondario di Gerusalemme.
L'impiego fruttava poco e gliincertidivenivano molto rari, malgrado l'astuzia e la rapace antiveggenza del giovane sotto-ispettore, il quale, entrando in carriera, non avea tardato ad apprendere da' suoi superiori e colleghi il metodo più sicuro di quadruplicare le entrate, imponendo una contribuzione volontaria ai borsaiuoli ed alle donne di mal affare, a patto di chiudere uno o due occhi all'occorrenza. Ma il nostro Giudaino comprendeva i pericoli della sua falsa posizione. A quell'epoca, nella Giudea, cominciavano a manifestarsi i primi sintomi di ribellione al governo costituito. Giovanni Battista ed altri riformatori si creavano degli adepti colle prediche e colla moltiplicazione delle pagnotte. Gesù Cristo cospirava contro l'impero, e minacciava una repubblica democratica e sociale—Gli ufficiali di polizia venivano dal popolo riottoso qualificati coll'ignobile appellativo diDue e cinquanta!
Gli uomini intelligenti prevengono i tempi, e Giuda era una mente superiore. Piuttosto che lasciarsi destituire dall'imperiale regio governo, egli si avvisò di offerire spontaneamente le sue dimissioni, ritirandosi, come egli diceva, dalla cosa pubblica. Questo nobile sacrifizio della pagnotta gli guadagnò qualche simpatia nella classe dei liberali—uomini di buona fede e di una ingenuità preadamitica fin da quei tempi.
Libero di sè medesimo, riconciliato alla parte più côlta e più rivoluzionaria della popolazione, Giuda cominciò a meditare seriamente sulla propria posizione e sul proprio avvenire.
Egli conosceva assai bene il suo tempo e l'indole immutabile del cuore umano—la semente dei padri Ignorantelli era caduta in buon terreno.
—Vediamo che s'ha a fare per riuscire prontamente! Quattro idee luminose balenarono nella mente dell'astuto pensatore:—Sposare una vecchia con una dote di cinquecentomila franchi—concorrere al posto di ragioniere, cassiere, od amministratore generale presso qualche famiglia cospicua—farsi iniziatore e presidente di una o più società filantropiche, riservandosi il diritto esclusivo di custodire e sorvegliare la cassa—tentare le sorti della politica, lanciandosi arditamente nel campo della opposizione.
Pensato, fatto.—Un bel mattino l'audace avventuriere si recò dal primo sarto di Gerusalemme, certo Prandonio detto lo Scortica, e, spacciandosi barone russo e segretario intimo dello czarre, ordinò quattro tuniche nuove di crine di cavallo, sei paia di calzonicollanti, quattrogiletsall'ussera, e un magnifico turbante a coda di pavone.—Il buon Prandonio, cui non pareva vero di poter servire un barone russo segretario intimo dello czarre, in meno di una settimana apprestò il sontuoso vestiario, e volle portarlo di persona all'albergo deiBlagueurs, dove Giuda aveva affittato un magnifico appartamento.
Poichè Giuda ebbe provati e riprovati gli sfarzosi abbigliamenti, si mostrò molto soddisfatto del sartore colmandolo di elogi, e promettendogli la sua alta protezione.—«Fra un anno tu servirai lo czarre e tutta la corte di Russia, e presto sarai elevato alla dignità di ciambellano, fors'anche di bascià a tre code, secondo la piega della questione d'Oriente. Frattanto dammi il conto, e ripassa fra…. un secolo.»
Prandonio fece un inchino profondo, e, nell'estasi della sua gioia, ricusò di consegnare la nota richiesta. Una tale formalità, con un personaggio di rango sì elevato, gli pareva non solamente arrogante, ma anche superflua.
Giuda si pose allo specchio, vestì gli abiti nuovi, e parve un altro uomo. Quella mattina stessa il calzolaio Mosconio depose nell'anticamera cinque paia di sandali di pelle di castoro, fiammanti di bottoni e di fibbie d'argentocristofle, poi ritirossi in punta di piedi, temendo che il russo avesse ad umiliarlo col saldo del conto.
A mezzogiorno, Giuda usciva dall'albergo trasformato completamente, sbuffando fumo d'avana negli occhi dell'albergatore e dei guatteri, che rimasero sulla porta pietrificati.
Fece il giro della piazza, il capo rivolto al quinto piano delle case, unaGuida di Gerusalemmenella mano e una immensa borsa di pelle a tracolla.
Vedendo che i borsaiuoli della città non riconoscevano in lui l'ex-ispettore di polizia, con cui molte volte avevano spartiti gli orologi ed ifoulards, il nostro avventuriere prese coraggio—e, lanciandosi in una vettura da nolo, ordinò al cocchiere di dirigersi alla piazza Abimelecco, numero centoquarantatrè, alla porta della marchesa Sisara de Japhet.
La marchesa era una donna di circa sessantacinque anni, ma l'opinione pubblica si ostinava ad attribuirgliene una dozzina di più, tanto nelle apparenze corporee ella arieggiava il decrepito. Portava una immensa parrucca di peli rossicci, aveva le dentiere rimesse, e un occhio di cristallo della fabbrica Vernet e Compagni. Ma Giuda non era uomo da badare a cotesti accessori volgari della materia. La marchesa era ricca, milionaria, a dir di taluni. Ella rappresentava per lui l'incarnazione di un ideale vagheggiato.
Nelle inserzioni a pagamento dei giornali della sera, Giuda avea letto che la vecchia marchesa aspirava di tutto cuore ad un giovane e robusto marito. Quell'avviso, molte volte riprodotto a caratteri distinti, non poteva dar luogo ad equivoci. La marchesa si qualificava:madamigella di illustre progenie, piuttosto attempata, ma sana di mente e di corpo, e dotata di cospicuo patrimonio, disposta a sposare un giovane di ragguardevole famiglia e fornito di sufficienti fortune.
Le attrattive di questo annunzio non erano abbastanza seducenti per destare una viva concorrenza fra i nobili celibatari di Gerusalemme.
Il nostro avventuriere ebbe la fortuna di presentarsi pel primo.
Immaginate la sorpresa, la commozione della illustre damigella, quando il maggiordomo venne ad annunziarle la visita del barone Iscariott de Judoff, segretario intimo dello czarre di tutte le Russie, ex-governatore di Malakoff, già ambasciatore presso la repubblica di San Marino, inviato straordinario e plenipotenziario perinterimdella Giudea e provincie limitrofe, eccetera, eccetera!
Gli storici e i cronisti dell'epoca ignorano i particolari di quell'abboccamento.—Giuseppe Ebreo si accontenta di accennare il fatto con una certa affettazione di verecondia, la quale darebbe luogo a molte supposizioni piuttosto canagliesche. Fatto è che le nozze si conclusero per le spiccie. Ciascuno dei contraenti avea degli speciali interessi per affrettare la cerimonia.
Appena il nostro Giuda si riconobbe proprietario di un mezzo milione e di un logoro e vecchio carcame di marchesa, assunse immediatamente l'amministrazione del ricco patrimonio, emancipando ladolce metàda qualunque vincolo o livello coniugale. Egli mise innanzi certe sue teorie di tolleranza e di annegazione, che alla marchesa parvero di cattivo genere.
Les salonsdel principe Iscariott de Judoff si apersero a splendide feste. Il cavaliere e commendatore Ponzio Pilato, allora governatore di Gerusalemme; il vice-intendente conte Caifasso, don Anna il proposto della cattedrale, e molti cavalieri di antica e recente fattura, in una parola tutta l'aristocrazia della città e dei Corpi Santi affluiva negli appartamenti del nuovo titolato.
Ricevimento magnifico,buffetcompleto, musica eccellente, libertà illimitata.—A che buono rimescolare le vecchie istorie?—Ponzio Pilato nel presentarsi al barone russo, avea chiesto più volte a sè medesimo: dove mai ho veduto altra volta quel ceffo da forca?—poi, dubitando delle proprie reminiscenze, accolse il partito dilasciar correre.
—Non ti pare ch'egli somigli perfettamente ad unquesturinodell'undecimo circondario?—chiese una sera al conte marito la contessa Caifasso. Ma il vice-intendente, che a due mascelle spolpava un fagiano levato in quel punto dalbuffet, lanciò alla moglie un'occhiata fulminea, e don Anna fece notare alla contessa come e qualmente il loro ospite illustre avesse il profilo dei Romanoff.
Ma i bei giorni passarono veloci.
Il nostro barone, amministrando il patrimonio della suadolce metà, fece le cose con tanto garbo, che al termine di sei mesi non gli restò più nulla da amministrare. La vecchia Sisara morì di crepacuore. Giuda che, fino a quel giorno, aveva saputo dissimulare in faccia alla società l'orribile dissesto delle sue finanze, dovette alla fine smascherarsi. Gli anziani della parocchia domandarono unanticiposulle spese delle esequie—e Giuda, per mancanza assoluta di quattrini, non potè accordare alla lacrimata consorte che un funerale di terza classe, a moccoli spenti e barella scoperta.
L'aristocrazia di Gerusalemme, scandalizzata dall'avvenimento, ripudiòipso factoil barone. Ponzio Pilato, il vice-intendente Caifasso, il proposto Anna, tutti quanti si sovvennero dell'anticoquesturino, e chiamandosi mistificati da unaudacissimo furfante, spedirono quattro carabinieri per arrestarlo. Ma Giuda, che aveva degli amici alla Polizia, fu avvertito intempo utile, e mentre i carabinieri perlustravano le sale interminabili del palazzo, egli usciva dalla città, e si avviava passo passo verso Cafarnao, come un borghese onesto che vada a prender aria.
Dopo tre ore di cammino, giunse ad una casa isolata.—Picchiò—gli venne aperto. Intorno ad una lunga tavola sedevano cinque o sei pescatori, mangiando degli agoni fritti alla graticola.—Se possiamo servirla?…. disse il più anziano.—Con tutto il piacere! rispose Giuda, prendendo posto alla tavola. E in meno di due minuti divorò dieci dozzine di pesci, trangugiando le squame e le scaglie.
—Se non m'inganno, disse Giuda respirando dal pasto—se non m'inganno questa è frutta del lago di Como!… Non ho gustato mai agoni più squisiti!…
—Questi non sono pesci di lago nè d'acqua salsa, rispose gravemente il più anziano dei pescatori—Cantate Domino canticum novum!perocchè voi foste degno di mangiare gli agoni del miracolo!
—In verità…miei buoni compagnoni… io non giungo a comprendere… Permettete che io ne assaggi un'altra dozzina… tanto da capacitarmi…
—Prendete! prendete pure—et manducate ad satietatem, quia mirabilia fecit Dominus!I cinque divennero cinquemila—e potranno diventare cinquantamila—e forse domani saranno cinquemila milioni di milioni!
—Cospetto! incomincio a capire! pensò Giuda, cavando di tasca un astuccio e offrendo degli zigari alla compagnia.—Quel linguaggio misterioso…. quell'enfasi…. quelle citazioni latine… Sta a vedere che io sono piombato in una loggia massonica della nuova setta! Ah!… se fossi ancorapoliziotto, che bella occasione per far danaro!…. che magnifico arresto! Giuda stette alquanto silenzioso meditando il partito da prendersi.—Poi, vedendo d'aver a fare con gente di buona fede, e riflettendo agli imbarazzi della propria posizione, risolvette di arrischiare tutto per tutto, e di tentare ogni mezzo per aggregarsi alla setta.
Uno dei pescatori, il quale nomasi Pietro, ed era il più autorevole personaggio della brigata, parve indovinare il pensiero di Giuda, e senz'altri preamboli, lo interpellò della sua vocazione:
—Uomo di dura cervice: siete voi pronto a seguire il divin maestro?—colui che è venuto ad esaltare il povero, e ad umiliare il possidente?
—Caspita!… affare eccellente!…
—Colui che cambia l'acqua in vino?….
—Colla crittogama che c'è in giro!…. Amici miei…. contatemi pure fra i vostri!…
—Ebbene!Benedictus qui venit in nomine Domini!—concluse Pietro imponendo le mani sul capo del nuovo apostolo. Giuda lasciò fare, e picchiossi il petto come un fabbriciero alla messa, biascicando fra le gengive una giaculatoria che aveva imparata da bambino.
—Vediamo, ora, quale impiego si può darti nella comunità, ripresePietro dopo breve silenzio. Sai tu leggere e scrivere?
Vi dirò… La calligrafia l'ho piuttosto buona…. So copiare… so scrivere sotto dettatura… Ma a dirvela in confidenza, io non oserei arrischiarmi in uno di quegli impieghi che si chiamano di concetto…. Il mio forte è, come dissi, la calligrafia—nella aritmetica, non faccio per vantarmi, credo che pochi mi stiano al pari—: ho finito il mio corso diragioneriaa Gerusalemme, insomma ho tutte le disposizioni e le doti necessaire per essere un buon impiegato d'ordine…. come a dire un amministratore, un cassiere, un sorvegliante dei registri…
—Un cassiere!…. esclamò Pietro con visibile commozione. Che vi pare, apostoli colleghi?… non sarebbe omai tempo che la società avesse un cassiere?…
Tutti assentirono per acclamazione.
Giuda fece un risolino impercettibile a fior di gengive—poi con voce melata si arrischiò a domandare:
—Ma…. miei buoni signori…. cioè voleva dire…. miei buoni colleghi…. siete voi ben certi…. innanzi tutto…. di avere…. o di poter avere…. una cassa?
Gli apostoli si guardarono in faccia, e parevano imbarazzati a rispondere.
—Non importa! esclamò Giuda riprendendo il suo fare da principe russo:—Createmi cassiere… ed io… in mancanza d'altri…. sì! penserò io a formare la cassa.—L'argomentazione è molto semplice—ed io, per adattarmi alla vostra capacità, qui, sui due piedi, voglio ridurvela a sillogismo.—Un uomo non può chiamarsi cassiere quando non abbia a sua disposizione una cassa—voi mi chiamate cassiere della vostra società—ergo io, conseguenza inevitabile, posseggo una cassa!
Gli apostoli, sbalorditi da questa logica altrettanto profonda che ardita, accordarono a Giuda l'impiego di cassiere, colla riserva di sottoporre la nomina all'exequaturdel loro divin maestro.
Di tal modo il nostro Giuda scroccò l'apostolato, ed egli riuscì per qualche tempo a gabbare la buona fede dei santi colleghi, mostrandosi entusiasta delle nuove dottrine, e propagatore zelante delle idee più liberali e democratiche.
Nei caffè, nelle bettole, nelle piazze egli predicava come un maniaco contro il despotismo di Ponzio Pilato, contro i vili infamissimi arbitrii della imperiale regia Polizia. Commiserava il povero popolo, annunziava un'êra di abbondanza e di ricchezza universale; e mentre il Divino Maestro insegnava l'umiltà e la rassegnazione, la carità e il disprezzo dei beni terreni, Giuda istigava il povero ad insorgere contro il ricco, eccitava allo sciopero gli operai, declamava contro i padroni di casa, in una parola aizzava nel popolo tutti gli elementi dell'ira e della discordia. Egli non aveva tralasciato di aprire delle sottoscrizioni estorcendo dal povero popolo i sudati risparmi della settimana. Di tal modo sarebbe riuscito a formarsi un buon fondo di cassa, se il Divino Maestro, edotto dell'indegna simonia, con un giuoco miracoloso della sua volontà onnipossente, non avesse restituito il denaro alle milleduecento saccocce defraudate. Giuda nel constatare il nuovo prodigio, fece una brutta smorfia del naso, anzi, a dire di alcuni storici—rimase con un palmo di naso.
L'orribile vuoto della cassa suggerì all'Iscariota le più desolanti considerazioni.—Un codice, che, ammettendo l'uguaglianza sociale, impone che ciascuno si spogli volontariamente del fatto suo per darlo ai bisognosi, non rispondeva alle naturali ed intime teorie del nostro demagogo. Egli avrebbe preferito un sistema più radicale e più spiccio: «Prendete ove ce n'è d'avanzo—fate vostro ciò che non serve agli altri—profittate d'ogni ben di Dio che vi capita sotto l'ugna.»
Queste considerazioni alienarono dal divin maestro le simpatie del volubile apostolo. Onde avvenne, che non sapendo ritrarre verun profitto da una cassa eternamente vuota, dopo otto mesi di bolletta disperata, Giuda prese partito poco onesto di denunciare tutta la setta, e vendere il Divin Maestro per la somma di trenta denari, equivalenti a due lire austriache e cinquanta centesimi.
La storia dell'infame tradimento è abbastanza nota ne' suoi particolari più minuziosi, perchè altri si faccia a ripeterla. La notte del giovedì santo, Giuda cenò lautamente in compagnia de' suoi colleghi apostoli; poi, uscito dalla sala col puerile pretesto di fumare una pipa all'aria aperta, prese tutto solo la via di Gerusalemme, e andò diffilato all'undecimo circondario di Polizia per fare la sua denunzia.
Il passo era piuttosto temerario. I nostri lettori ricorderanno senza dubbio come da parecchi mesi fosse spiccato dalle autorità di Gerusalemme un mandato di cattura contro il sedicente barone Iscariota, segretario intimo dello czarre delle Russie. Il processo dell'audace truffatore era stato dibattuto alla corte delle assisie, e, dietro il verdetto del giurì, il contumace condannato a dieci anni di reclusione per falso, truffa, usurpazione di titoli non propri, e libidine contro natura.—Il matrimonio con una vecchia settuagenaria a quei tempi era considerato delitto contro natura.
Ma i governi dispotici sono troppo informati alla moralità, per non far uso in certe occasioni delicate di eccezionali indulgenze. Giuda, espertissimo dei misteri di polizia, conosceva la storia di molti altri bricconi, i quali erano riusciti a farsi perdonare i più atroci delitti coll'innocentissimo stratagemma di accusare un galantuomo e fornire delle buone calunnie per farlo appiccare. Erode, Pilato, Caifasso, il proposto Anna, il procuratore del Re, i giurati, i legulei, gli scribi, i fabbricieri, i possidenti, gli usurai, in una parola la grande maggioranza degli uomini d'ordine e della moderazione, l'avevano a morte contro il capo della setta cristiana, e già da più giorni correvano sulle traccie di lui per farlo fucilare o crocifiggere senza processo.
Armato di tali considerazioni, Giuda si presentò arditamente al commissario superiore dell'undecimo circondario, e senza perdersi in preamboli, si esibì di consegnare nelle mani dei carabinieri e delle guardie di pubblica sicurezza il capo della terribile congiura repubblicana.
Come si compiesse la nefanda perfidia, è noto a quanti hanno letto il catechismo. Giuda intascò il denaro dell'orribile contratto, tradì il Divin Maestro col perfido bacio, e poi, come se nulla fosse accaduto, si recò all'uffizio delle messaggerie internazionali, e prese un posto nelcoupèdella diligenza che partiva per l'Italia.
Il signor Rénan nella suaVita di Gesùha dimostrato quanto vi sia di erroneo nella opinione di coloro i quali pretendono che Giuda si appiccasse ad una pianta di fico. Gli uomini che hanno tempra da Iscariota non commettono simili corbellerie. Citatemi un solo esempio di birbante, il quale siasi appiccato pel rimorso de' propri misfatti!
Giuda possedeva del denaro. Oltre le due svanziche e cinquanta centesimi, guadagnate legalmente come prezzo del ragguardevole servizio reso allo Stato, i nobili e i possidenti della città avevano aperto una soscrizione a di lui favore.—Nella notte del giovedì al sabato di Passione, fu raccolta per l'obolo di Giudala somma di tremila e cinquecento franchi—dei quali ottocento ventitrè vennero incassati dall'apostolo, il resto andò perduto nei diversi uffizi dei giornali promotori e patrocinatori dellacolletta.
Ma Giuda non era uomo da badare a codeste inezie. Gli stava troppo a cuore di svignarsela presto da Gerusalemme e dai paesi limitrofi, dove un giorno o l'altro qualcuno de' suoi antichi conoscenti avrebbe potuto rimeritarlo del bel servizio reso a Gesù.
Partì dunque, come abbiam detto, colla messaggeria internazionale alla volta d'Italia. Visitò Napoli, la Sicilia, poi venne a Roma, coll'intenzione di stabilirvi il proprio domicilio permanente. Quivi, dopo il breve soggiorno d'una settimana, ricevette un bullettino d'invito pel servizio di guardia nazionale. Protestò, mise innanzi delle scuse, si dichiarò malato di itterizia midollare, ma il Consiglio di Disciplina fu inesorabile. Giuda, per evitare l'incomodo di andare la notte in pattuglia, rinunziò alla splendida vita della capitale e recossi a Bologna.
I nostri lettori avranno già notato non senza meraviglia, come Giuda, fino a quell'epoca, fosse andato esente da quella fatale passione, cui tutti gli uomini ben organizzati vanno soggetti una o più volte nel corso della vita.—A Bologna, passeggiando sotto i portici, il nostro eroe vide finalmente una donna… una vergine… un cherubino!… Il cuore inveterato, quasi ossificato, del traditore di Cristo, si infiammò come un mazzo di zolfanelli al contatto di una stufa.
La giovinetta chiamavasi Camilla ed era figlia di un salsamentario, che a Bologna passava pel più distinto fabbricatore di mortadelle. Giuda passò venticinque volte dinanzi alla bottega lanciando, attraverso i salami della vetrina, delle occhiate temerarie. La giovinetta ingenua sbirciava, dietro un giambone, il galante forastiero. I due cuori si intesero. Appena Giuda potè leggere nel volto della fanciulla il sentimento di un affetto ricambiato, entrò nella bottega col pretesto di comperare cinque once di salato misto.—La ragazza ebbe il gentile e delicato pensiero di involgere la merce in una lettera tutta piena di frasi appasionate e di errori di ortografia.
Le nozze si fecero presto. Ma essendo giunta fino a Bologna la notizia della orribile tragedia avvenuta a Gerusalemme, e il traditore di Cristo venendo designato dai fogli liberali alla esecrazione dell'universo, Giuda stimò bene di dissimulare la propria identità, e di assumere un nome di capriccio. Nel contratto di nozze, che ciascuno può esaminare quando gli piaccia, nella grande biblioteca vescovile di Bologna, il nostro eroe si firmò Bartolomeo Majocchi, negoziante di baccalà all'ingrosso ed al minuto.
Negli uomini di buona tempra l'amore non elide la speculazione. L'idea di stabilire a Gerusalemme un negozio di salami era balenata alla mente imaginosa dell'ex-apostolo, all'indomani delle sue nozze.
Camilla, in mezzo ai trasporti ed all'estasi dei primi amplessi coniugali, aveva dichiarato allo sposo di conoscere perfettamente l'arte diinsaccareed assodare la carne di majale. Il salame, questo genere di commestibile ignoto agli abitanti della Giudea e vietato dalle leggi mosaiche a buona parte di quella colta popolazione, poteva riescire un solletico anche ai palati più scrupolosi.—Affare eccellente!… Si faccia presto e non si badi a pericolo!
Si fissò il giorno della partenza. Il padre della sposa fu molto contento di pagare in salami piuttosto che in danaro contante la dote della figliuola—e i due conjugi presero la via di Gerusalemme, trasferendo in quella città una dozzina di casse ripiene di prosciutti, codegotti, mortadelle, bondiole, e parecchie forme di cacio parmigiano… per assortimento di generi.
Prima di entrare in Gerusalemme, il sedicente Bartolomeo Majocchi entrò nella bottega di un parrucchiere, si fece radere la barba, si pose in capo una parrucca rossa, inforcò al naso un paio di occhiali verdi, si applicò due cerotti, l'uno alla pozzetta del mento, l'altro nel mezzo della guancia sinistra, e così trasformato salì di nuovo in carrozza per proseguire il viaggio.
«—Ho dovuto mascherarmi perchè nessuno mi conosca a Gerusalemme, disse Giuda alla moglie—tu sai il proverbio,nemo propheta in patria—sarei anzi tentato di prendere un nome francese… Basta!… a suo tempo vedremo?…»
La Camilla, che era furba come una bolognese, non volle saperne d'altra spiegazione. I due conjugi, appena arrivati a Gerusalemme, presero in affitto una magnifica bottega sul corso Mardocheo, la decorarono con ottimo gusto, e in termine di una settimana, precisamente il giorno di S. Michele, ne fecero la solenne apertura.
L'insegna del nuovo Stabilimento produsse grande effetto. In essa era scritto a cifre dorate: ALLA BOLOGNESINA,grande assortimento di salati—specialità: mortadelle di Bologna e codegotti di Morbegno.—Dejeuners a la fourchette, UN FRANC,compresa la tazza Chiavenna—fuoco, stuzzicadenti e seggiole.—Cabinets particuliers pour le deux séxes.—Sophàs et fauteuils à discretion.—
Tutta Gerusalemme si accalcava nei primi giorni dinanzi alle vetrine. Il sedicente Majocchi ebbe la soddisfazione di vedere non pochi borsajuoli, sue vecchie conoscenze,farl'orologio e ilfoulardagli ammiratori più fanatici del suo negozio.
Camilla, abbigliata con molto sfarzo, sedeva al banco per iscambiare le monete. Ilions, gli uffiziali di cavalleria e gli studenti dell'Universitàla fulminavano di occhiate attraverso i cristalli. Il marito non vedeva, e agitando una immensa sciabola, passava in rassegna le mortadelle. La curiosità dei Gerosolimi fece il suo sfogo in una settimana; ma il salsamentario non si chiamava molto soddisfatto del proprio commercio.
Qualche neofito della nuova setta cristiana, il proposto don Anna, cinque o sei canonici della cattedrale e la moglie del vice-intendente Caifasso, erano i soli avventori della bottega. La contessa di Caifasso aveva altresì profittato deigabinetti particolariin compagnia di un tenente degli usseri.
La grande maggioranza dei cittadini, costituita da Ebrei superstiziosi e testardi, vedeva di mal occhio quella scandalosa mostra di salami nel luogo più frequentato della città. Gli scribi e i farisei mormoravano—e tutte le sere, nel momento in cui Giuda saliva sullo sgabello per accendere il lampadario, qualche fanatico si bizzarriva a lanciare delle pietre contro le invetriate.
L'Iscariota, filosofo profondo, incominciò a riflettere sui pericoli della propria situazione, e a cercare qualche provvedimento.—Questi ebrei, pensava egli, saranno la mia rovina. Ah! se avessi potuto prevedere… Ma… basta!… Ciò che è fatto è fatto! Quel Cristo era un grand'uomo…. un gran legislatore… Egli permetteva la carne di majale… Decisamente ho avuto un gran torto a denunziarlo!…
L'Iscariota, dopo una lunga meditazione sulle diverse religioni considerate nei loro rapporti colla carne di majale e più specialmente col salame, finì per innamorarsi del Cristianesimo, come quello che poteva immensamente favorirlo ne' suoi interessi commerciali.
Una mattina, essendo venuti a Gerusalemme gli Apostoli Pietro e Giovanni a predicare la nuova legge, Giuda si presentò ad essi per chiedere il battesimo, e fu battezzato infatti sulla pubblica piazza insieme con altri convertiti.
In quel giorno il nostro avventuriere fece il suo colpo di stato. Compiuta la cerimonia, egli invitò gli apostoli e tutti i nuovo-battezzati a far colazione nel suo negozio. Pietro e Giovanni lodarono le mortadelle—trovarono eccellente la birra—e promisero di far ricapito al negozio ogni qualvolta si recassero a Gerusalemme per la predicazione.—-D'allora in poi non fu celebrato un battesimo in Gerusalemme senza che gli apostoli e i nuovi cristiani non chiudessero la cerimonia con una colazione di salame ALLA BOLOGNESINA.
Il Cristianesimo fece progressi—la predicazione degli apostoli si estese alla Grecia, alla Turchia, all'Italia, all'Inghilterra—i missionari presero coraggio per tentare nuove spedizioni in lontani paesi.—Bartolomeo Majocchi col suo zelo, col suo fervore religioso, coll'esempio frequente delle pratiche devote, seppe acquistarsi tanto credito presso gli apostoli, ch'essi lo crearonoProvveditore Generale della Società de Propaganda Fide. Da quel momento la fortuna dell'Iscariota fu stabilita. Egli cominciò a negoziare all'ingrosso. Aperse delle botteghe a Corinto, a Costantinopoli, a Parigi, a Londra, a Pietroburgo. I principali banchieri di Europa si associarono azionisti nella impresa; e i titoli dellaRendita Salamifurono per qualche tempo i più ricercati alla Borsa.
In tal modo l'allievo, dei padri Ignorantelli, il Giuda ex-questurino, il cavaliere di industria processato e condannato alle assisie, la spia degli apostoli, il venditore di Cristo, ladro, falsario, paraninfo… della propria moglie—non solo era divenuto milionario, ma godeva nell'opinione pubblica il massimo credito, ed era citato come tipo di onesto negoziante, di eccellente marito, di buon padre di famiglia.
Tutte le mattine si alzava di buona ora per assistere alla prima messa; frequentava i sacramenti—alla terza domenica di ogni mese intuonava l'allelujain coro e portava il baldacchino—prestava tutte le coperte e i lenzuoli della famiglia per pavesare le contrade il giorno delCorpus Domini—alla domenica spiegava la dottrinetta ai ragazzi…
Tale fu la condotta di Giuda Iscariota dopo il suo ritorno a Gerusalemme—e così visse fino all'età di anni novantaquattro e dieci mesi, ricco, beato, padre di bella e robusta prole, amato e rispettato da ogni ceto di cittadini. Morì della gotta per abuso di pollami—lasciando alla vedova ed ai figli un patrimonio di dieci milioni in denaro suonante, venticinque milioni in cartelle dello stato, ed altri ventidue milioni in lardo, baccalà, olio di Nizza, caviale,sardines di Nantes e salumeriedi vario genere.
A nessuno fra i tanti che avevano frequentata la sua bottega pel corso di quarantacinque anni, venne mai in sospetto che il sedicente Bartolomeo Majocchi, o De Majocchi, come si fece chiamare più tardi, fosse il famigerato Iscariota, oggetto di esecrazione, e di abbominio a tutto il genere umano. Il soloDon Anna, che aveva naso da canonico, nutriva qualche dubbio in proposito, ma non osò mai manifestarlo neanche agli intimi amici.
Il ghiotto prelato doveva al Majocchi più di duemila e seicento franchi per vari generi di commestibili consumati nella bottega.—Egli amava troppo le lingue di Zurigo e imascarponidi Codogno, per disgustare un creditore, il quale era pronto anotareper tempo indeterminato.
I funerali di Bartolomeo De-Majocchi si celebrarono a Gerusalemme con pompa non più veduta, e nella epigrafe piramidale esposta sulla facciata del tempio, il di lui nome per la prima volta si vide accompagnato col titolo di conte.
Fatto è, che dopo la morte dell'istitutore, il negozio detto dellaBolognesinarestò chiuso parecchi giorni per riaprirsi sotto la nuova ditta Barabba e Compagni. La vedova De-Majocchi si ritirò dal commercio cedendo la bottega e l'avviamento al suo primo garzone di macelleria. Maritò l'unica figliuola al figlio primogenito del governatore cav. Ponzio Pilato, indi lasciò Gerusalemme per chiudersi in una sua villa sul lago di Como, dove fino alla morte attese agli esercizi spirituali in compagnia di un frate gesuita.
La De-Pilato, unica ereditiera dell'immensa fortuna, menò brillantissima vita, continuando la tradizione paterna quanto a condotta politica e religiosa. Le sue sale erano convegno della più eletta aristocrazia e dei più alti dignitari ecclesiastici. E quando ella, per capriccio o per spirito di opposizione, rifiutava di concorrere a qualche opera pia, o negava il solito tributo allaCassa di San Pietro, i preti non mancavano di ripeterle: vostro padre…. quello sì, ch'era un sant'uomo… e Dio gli ha dato del bene!…
Qui la nostra istoria finisce—e noi ci ritiriamo senza aggiungere commenti, lasciando che il lettore formoli spontaneamente il suo concetto morale per applicarlo alle difficili emergenze della vita pratica.
Abbiamo scritto con verità e con giustizia.—Se qualcuno credesse scorgere in questa biografia qualche errore di nomi o di date, o qualche madornale anacronismo, venga per le spiegazioni e per le rettifiche, a fare una visita al nostro domicilio. Ovvero, senza prendersi questo incomodo, giri un'occhiata intorno a sè; cerchi, fra i suoi conoscenti ed amici gli uomini che, sôrti dal nulla, si fecero potenti, che divenuti potenti ottennero fama di galantuomini ed ebbero maggior agio di fare il birbone… Lettori, confessatelo—nella vita di Giuda che io vi ho narrata l'anacronismo non può sussistere—perocchè i Giuda sieno le figure predominanti di tutte le epoche—ed abbiano un tipo troppo marcato perchè la storia possa sfigurarlo od esagerarlo.
I drammi del mio giardino
La giornata era caldissima. Le abitatrici del gran formicaio giacevano inoperose e assonnate nelle loro piccole celle.
Poco dopo il tramonto del sole, Febbrajola—una grande formica, per età e per senno autorevolissima—dava la sveglia ad una delle sue figliuole predilette.
—Su! andiamo!… Usciamo dalla città!… L'aria si è rinfrescata, e una breve escursione fuor dalle mura ci farà bene alla salute.
Apriletta, la giovane formicuzza, non si fece pregare. Di là a poco, madre e figlia si dirigevano conversando verso la serra dei limoni.
Esse attraversavano una bella aiuola tutta in fiori. I moscherini e i piccoli ragni si agitavano fra le pianticelle in cerca di nutrimento. Dappertutto un gran moto, una gran gioia, una gran festa nell'assalirsi, nello schermirsi, nel divorarsi a vicenda. Apriletta si arrestava tratto tratto a contemplare quegli episodii della distruzione e della morte, dai quali perpetuamente si genera e si mantiene la vita dell'universo. Giovane, inesperta, fidente nelle proprie forze, ella non poteva rassegnarsi a frenare i suoi istinti aggressivi in presenza di quella ricca cacciagione.
Per giungere alla serra, conveniva sorpassare un muricciuolo coronato da una ventina di geranii. Compiuta la salita, Febbrajuola si adagiò colla figlia sull'orlo di un vaso, e all'ombra delle foglie olezzanti così prese a parlare:
—Che bella prospettiva! Quale incantevole paesaggio! Come sono cresciuti questi alberi, dall'ultima volta che ho traversato la foresta! Qualche giorno, se Iddio mi tiene in vita, torneremo qui colla intera famiglia. Faremo un buon pranzerello sotto una di queste foglie. Porteremo con noi quattro bei capponi verdi del gran rosaio. Le nostre schiave troveranno ben modo di trascinarli fin qui.
—Ah! sono pur deliziosi a mangiarsi quei cari capponi verdi! Ma credi tu, cara mamma, che noi potremo sempre trovarne sul grande rosaio? Ogni anno i nostri ne fanno tanta strage!… Non è a temersi che la specie venga costrutta?
—Ciò non potrà accadere, risponde gravemente Febbrajuola; quel Dio che ci ha create e costituite regine dell'universo, non cesserà di provvedere ai nostri bisogni ed ai comodi nostri. Benediciamo il Signore, figliuola mia! Benediciamolo in ogni ora, in ogni istante della vita! Questo bel sole, che ogni anno ricomparisce sull'orizzonte per illuminarci; questa meravigliosa varietà di alberi così ricchi di dolci frutti e di sughi corroboranti; questa infinita famiglia di animali; infine, tutto quanto ne circonda, tutto non fu creato per l'utile nostro?…