CAPITOLO CLXIII

De la excellenzia de la obedienzia, e de’ beni che dá a chi in veritá la piglia.

—Questo è quello vero remedio che tiene il vero obbediente; e ogni dí di nuovo il tiene, augmentando la virtú de l’obbedienzia col lume della fede, desiderando scherni e villanie e che gli sieno imposti e’ grandi pesi dal prelato suo, perché la virtú de l’obbedienzia e la pazienzia sua sorella non irrugginiscano, acciò che, nel tempo che le bisognano adoperare, elle non venissero meno o desserli molta malagevolezza; e però continuamente suona lo stormento del desiderio e non lassa passare il tempo, perché n’ha fame. È una sposa sollicita, che non vuole stare oziosa. Oh obbedienzia dilectevole, oh obbedienzia piacevole, obbedienzia soave; obbedienzia illuminativa, perché hai levata la tenebre del proprio amore; obbedienzia che vivifichi, dando, ne l’anima, la vita de la grazia, che te ha electa per sposa, toltole la morte della volontá propria, che dá guerra e morte ne l’anima! Tu se’ larga, ché d’ogni creatura che ha in sé ragione ti fai subdita. Tu se’ benigna e pietosa: con benignitá e mansuetudine porti ogni grande peso, perché se’ acompagnata con la fortezza e vera pazienzia. Tu se’ coronata della corona della perseveranzia; tu non vieni meno per la inportunitá del prelato né per grandi pesi che egli ti ponesse senza discrezione, ma col lume della fede ogni cosa porti. Tu se’ sí legata con la umilitá, che neuna creatura la può trare della mano del sancto desiderio de l’anima che ti possiede.

E che diremo, dilectissima e carissima figliuola, di questa excellentissima virtú? Diremo che ella è uno bene senza veruno male; sta nella nave, nascosta, che neuno vento contrario le può nuocere; fa navicare l’anima sopra le braccia de l’ordine e del prelato, e non sopra le sue, perché il vero obbediente non ha a rendare ragione di sé a me, ma il prelato di cui egli è stato subdito.

Inamòrati, dilectissima figliuola, di questa gloriosa virtú. Vuogli tu essere grata de’ benefizi ricevuti da me, Padre etterno?Sia obbediente, però che l’obbedienzia ti mostra se tu se’ grata, perché procede dalla caritá. Ella ti mostra se tu non se’ ignorante, perché procede dal cognoscimento della mia veritá. Unde ella è uno bene cognosciuto nel Verbo, el quale v’insegnò la via de l’obbedienzia come vostra regola, facendosi obbediente infino all’obrobriosa morte della croce, nella cui obbedienzia (che fu la chiave che diserrò il cielo) è fondata l’obbedienzia, data a voi, generale e questa particulare, sí come nel principio del tractato di questa obbedienzia Io ti narrai.

Questa obbedienzia dá uno lume ne l’anima: mostra che ella è fedele a me ed è fedele a l’ordine e al prelato suo. Nel quale lume della sanctissima fede ha dimenticato sé, non cercando sé per sé, perché ne l’obbedienzia, acquistata col lume della fede, ha mostrato che nella volontá sua egli è morto a ogni proprio sentimento. Il quale sentimento sensitivo cerca le cose altrui e non le sue, come fa il disobbediente, che vuole investigare la volontá di chi li comanda e giudicarla secondo il suo basso parere e vedere tenebroso, ma non la sua perversa volontá che gli dá morte. Il vero obbediente, col lume della fede, ha giudicata la volontá del suo prelato in bene, e però non cerca la volontá sua, ma china il capo, e con l’odore della vera e sancta obbedienzia notrica l’anima sua. E tanto cresce ne l’anima questa virtú, quanto si dilata nel lume della sanctissima fede: ché con quello lume della fede col quale l’anima cognosce sé e me, con quello m’ama e s’aumilia. E quanto piú ama ed è umiliata, tanto piú è obbediente; e l’obbedienzia con la pazienzia sua sorella dimostrano se l’anima in veritá è vestita del vestimento nupziale della caritá, col quale vestimento intrate in vita etterna.

Unde l’obbedienzia diserra il cielo e rimane di fuore; e la caritá, che diede questa chiave, entra dentro col fructo de l’obbedienzia. Ogni virtú, sí com’Io ti dixi, rimane di fuore, e questa entra dentro; ma all’obbedienzia l’è apropriato che ella è chiave che v’opre, perché con la disobbedienzia del primo uomo fu serrato il cielo, e con l’obbedienzia dell’umile e fedele e inmaculato Agnello, unigenito mio Figliuolo, fu diserrata vita etterna, che tanto tempo era stata serrata.

Distinczione di due obedienzie, cioè di quella de’ religiosi e di quella che si rende ad alcuna persona fuore de la religione.

—Sí come decto t’ho, egli ve la lassòe per regola e per doctrina, dandovela come chiave con che poteste aprire per giognere al fine vostro. Egli ve la lassò per comandamento nella generale obbedienzia. Egli ve ne consiglia, consigliandovi se voi volete andare alla grande perfeczione e passare per lo sportello strecto, come decto è, de l’ordine. E anco di quegli che non hanno ordine e nondimeno sonno nella navicella della perfeczione (ciò sonno quelli che observano la perfeczione de’ consigli fuore de l’ordine) hanno rifiutato le ricchezze e le pompe del mondo actuali e mentali e observano la continenzia: chi sta in stato virginale e chi ne l’odore della continenzia, essendo privati della virginitá. Essi observano l’obbedienzia sottomectendosi, sí come in un altro luogo Io ti dixi, ad alcuna creatura, alla quale s’ingegnano, con perfecta obbedienzia, obbedirle infino alla morte. E se tu mi dimandassi quale è di maggiore merito, o quegli che sta ne l’ordine o questi, Io ti rispondo che ’l merito de l’obbedienzia non è misurato ne l’acto né nel luogo né in cui, piú in buono che in gattivo, piú in secolare che in religioso; ma, secondo la misura de l’amore che ha l’obbediente, con questa misura gli è misurato. Ché al vero obbediente la inperfeczione del prelato gattivo non gli nuoce: anco alcuna volta gli giuova, perché con la persecuzione e con pesi indiscreti della grave obbedienzia acquista la virtú de l’obbedienzia e la pazienzia sua sorella. Né il luogo inperfecto non gli nuoce. Inperfecto, dico, ché piú perfecta e piú ferma e stabile cosa è la religione che veruno altro stato: e però ti pongo inperfecto il luogo di questi che hanno la chiave piccola de l’obbedienzia, observando i consigli fuore de l’ordine; ma non ti pongo inperfecta né di meno merito la loro obbedienzia, perché ogni obbedienzia, come decto è, e ogni altra virtú è misurata con la virtú de l’amore.

È ben vero che in molte altre cose, sí per lo voto che egli fa nelle mani del prelato suo e sí perché sostiene piú, piú e meglio gli è provata la obbedienzia ne l’ordine che fuore de l’ordine; però che ogni acto corporale gli è legato a questo giogo e non si può sciogliere, quando egli vuole, senza colpa di peccato mortale, perché è approvato dalla sancta Chiesa e facto voto. Ma questi non è cosí: egli s’è legato volontariamente, per amore che egli ha all’obbedienzia, ma non con voto solempne; unde, senza colpa di peccato mortale, si potrebbe partire dall’obbedienzia di quella creatura, avendo legiptime cagioni che per lo suo difecto egli non si partisse. Ma, se si partisse per suo difetto, non sarebbe senza gravissima colpa: non però obligato a peccato mortale, propriamente, per quello partire. Sai tu quanto ha da l’uno a l’altro? Quanto da colui che tolle l’altrui, a quello che ha prestato e poi ritolle quello che per amore aveva donato, con intenzione però di non richiederlo, ma carta non ne fa affermativamente. Ma quelli ha donato e tractane la carta nella professione, unde nelle mani del prelato renunzia a se medesimo e promecte d’observare obbedienzia e continenzia e povertá volontaria. E il prelato promecte a lui, se egli observa infino alla morte, di darli vita etterna.

Sí che in observanzia, in luogo e in modo, quella è piú perfecta, e questa è meno perfecta: quella è piú sicura, e, cadendo, è piú acto a rilevarsi perché ha piú aiuto; e questa è piú dubbiosa e meno sicura, e piú acto, s’egli viene caduto, a voltare il capo a dietro, perché non si sente legato per voto facto in professione, come sta il relegioso prima che sia professo, che infino alla professione si può partire, ma poi no. Ma il merito, t’ho decto e dico, che egli è dato secondo la misura de l’amore del vero obbediente, acciò che ogniuno, in qualunque stato egli si sia, possa perfectamente avere il merito, avendolo posto solo ne l’amore.

Cui chiamo in uno stato e cui in uno altro, secondo che ciascuno è acto a ricevare; ma ogniuno s’empie con questa misura decta de l’amore. Se il secolare ama piú che il religioso, piú riceve; e cosí il religioso piú che ’l secolare, e cosí tucti gli altri.

Come Dio non merita secondo la fadiga de l’obedienzia né secondo longhezza di tempo, ma secondo la grandezza de la caritá. E de la prontitudine de’ veri obedienti, e de’ miracoli che Dio ha mostrati per questa virtú. E de la discrezione nell’obedire, e dell’opere e del premio del vero obediente.

—Tucti v’ho messi nella vigna de l’obbedienzia a lavorare in diversi modi. A ogniuno gli sará dato il prezzo secondo la misura de l’amore e non secondo l’operazione né misura del tempo; cioè che piú abbi colui che viene per tempo, che quello che viene tardi, sí come si contiene nel sancto Evangelio. Ponendovi la mia Veritá l’exemplo di quelli che stavano oziosi e furono messi dal Signore a lavorare nella vigna sua: e tanto die’ a quelli che andarono all’aurora quanto a quelli della prima, e tanto a quelli della terza e a quegli che andâro a sexta, a nona e a vesparo quanto a’ primi; mostrandovi la mia Veritá che voi sète remunerati non secondo il tempo né opera, ma secondo la misura de l’amore. Molti sonno messi nella puerizia loro a lavorare in questa vigna: chi v’entra piú tardi, e chi nella sua vecchiezza. Questi anderá alcuna volta con tanto fuoco d’amore, perché si vedrá la brevitá del tempo, che ringiugne quegli che intrarono nella loro puerizia, perché sonno andati co’ passi lenti. Adunque ne l’amore de l’obbedienzia riceve l’anima il merito suo: ine empie il suo vasello in me, mare pacifico.

Molti sonno che tanto hanno pronpta questa obbedienzia e tanto l’hanno incarnata dentro ne l’anima loro, che, non tanto che si pongano a volere vedere il perché è loro comandato da colui che lo’ comanda, ma a pena che essi aspectino tanto che la parola gli esca della bocca, col lume della fede intendono la intenzione del prelato loro. Unde il vero obbediente obbedisce piú a la intenzione che a la parola, giudicando che la volontá del prelato sia nella volontá mia, e per mia dispensazione evolontá comandi a lui; e però ti dixi che obbediva piú alla intenzione che alla parola. Però obbedisce egli alla parola, perché prima obbediva con l’affecto alla volontá sua, vedendo col lume della fede e giudicando la volontá sua in me.

Bene il mostrò quello di cui si legge inVita Patrum, che prima obbediva con l’affecto; ché, essendoli comandato dal prelato suo una obbedienzia, avendo cominciato uno «O», che è cosí piccola cosa, non die’ tanto spazio a se medesimo che egli el volesse compire, ma subbito fu pronpto a l’obbedienzia. Unde, per mostrare quanto m’era piacevole, vi feci il segno, e compí l’altra metá, scripto d’oro, la clemenzia mia.

Questa gloriosa virtú è tanto piacevole a me che in neuna virtú è in che tanti segni e testimoni di miracoli siano dati da me quanti a lei, perché ella procede dal lume della fede.

Per dimostrare quanto ella m’è piacevole, la terra è obbediente a questa virtú, gli animali le sonno obbedienti, l’acqua sostiene l’obbediente. E se tu ti vòlli alla terra, a l’obbediente obbedisce, sí come vedesti, se bene ti ricorda d’avere lecto di quello discepolo, che, essendoli dato uno legno secco dal suo abbate, ponendoli per obbedienzia che ’l dovesse piantare nella terra e inaffiarlo ogni dí, egli, obbediente, col lume della fede, non si pose a dire:—Come sarebbe possibile?—ma, senza volere sapere la possibilitá, compiè l’obbedienzia sua, intantoché, in virtú de l’obbedienzia e della fede, il legno secco rinverdí e fece fructo, in segno che quella anima era levata dalla secchezza della disobbedienzia, e, rinverdita, germinava il fructo de l’obbedienzia. Unde il pomo di quello legno era chiamato per li sancti padri «el fructo de l’obbedienzia».

E se tu raguardi negli animali, medesimamente. Unde quello discepolo, mandato da l’obbedienzia, per la puritá e obbedienzia sua prese uno dragone e menollo a l’abbate suo. Ma l’abbate, come vero medico, perché egli non venisse ad vento di vanagloria e per provarlo nella pazienzia, il cacciò da sé con rimproverio, dicendo:—Tu, bestia, hai menata legata la bestia.—

E se tu raguardi il fuoco, medesimamente. Unde tu hai nella sancta Scriptura che molti, per non trapassare l’obbedienzia miao per obbedire a me promptamente, essendo messi nel fuoco, el fuoco non lo’ noceva, sí come quelli tre fanciulli che stavano nella fornace, e di molti altri e’ quali si potrebbe contiare.

L’acqua sostenne Mauro, essendo mandato da l’obbedienzia a campare quello discepolo che se n’andava giú per l’acqua. Egli non pensò di sé; ma pensò, col lume della fede, di compire l’obbedienzia del prelato suo. Vassene su per l’acqua come andasse su per la terra, e campa il discepolo.

In tucte quante le cose, se tu apri l’occhio de l’intellecto, trovarrai che t’è mostrata l’excellenzia di questa virtú. Ogni altra cosa si debba lassare per l’obbedienzia. Se fussi levata in tanta contemplazione e unione di mente in me, che ’l corpo tuo fusse sospeso dalla terra, essendoti inposta l’obbedienzia (parlandoti generalmente e non cosa particulare, che non pone legge), potendo, tu ti debbi sforzare di levarti per compire l’obbedienzia imposta. Pensa che da l’orazione tu non ti debbi levare, quando egli è l’ora, se non per necessitá o per caritá e obbedienzia. Questo ti dico, perché tu vegga quanto Io voglio che la sia prompta ne’ servi miei e quanto ella m’è piacevole.

Ciò che fa, l’obbediente si merita: se egli mangia, mangia l’obbedienzia; se dorme, l’obbedienzia; se va, se sta, se digiuna e se veghia, tucto fa l’obbedienzia; se egli serve il proximo, l’obbedienzia; se egli è in coro o in refectorio o sta in cella, chi vel guida o fa stare? L’obbedienzia, col lume della sanctissima fede, col quale lume si gittò, morto a ogni sua propria volontá, umiliato e con odio, nelle braccia de l’ordine e del prelato suo. Con questa obbedienzia, riposandosi nella nave, lassatosi guidare al prelato suo, ha navigato nel mare tempestoso di questa vita con grande bonaccia, con mente serena e tranquilitá di cuore, perché l’obbedienzia, con la fede, ne trasse ogni tenebre. Egli sta forte e sicuro, perché s’ha tolta la debilezza e timore tollendosi la propria volontá, dalla quale viene ogni debilezza e disordenato timore.

E che mangia e beie questa sposa de l’obbedienzia? Mangia cognoscimento di sé e di me, cognoscendo sé non essere, e il difecto suo, e me che so’ Colui che so’, in cui gusta e mangiala mia veritá, cognosciutala nella mia Veritá, Verbo incarnato. E che beie? Sangue: nel quale Sangue el Verbo gli ha mostrata la veritá mia e l’amore ineffabile che Io gli ho. In esso Sangue mostra la obbedienzia sua posta a lui, per voi, da me, suo Padre etterno, e però si innebria; e poi che è ebbra del Sangue e de l’obbedienzia del Verbo, perde sé e ogni suo parere e sapere, e possiede me per grazia, gustandomi per affecto d’amore col lume della fede nella sancta obbedienzia.

Tucta la vita sua grida pace; e nella morte riceve quello che nella professione gli fu promesso dal prelato suo, cioè vita etterna, visione di pace e di somma ed etterna tranquilitá e riposo: uno bene inextimabile, che neuno è che ’l possa stimare né comprendere quanto egli è. Perché egli è infinito, da cosa minore non può essere compreso questo bene infinito, se non come il vasello che è messo nel mare, che non comprende tucto il mare, ma quella quantitá che egli ha in se medesimo. El mare è quello che si comprende; e cosí Io, mare pacifico, so’ solo Colui che mi comprendo e mi stimo, e del mio stimare e comprendare godo in me medesimo. Il quale godere e bene, che Io ho in me, participo a voi, a ogniuno secondo la misura sua. Io l’empio e non la tengo vòta. Dandole perfecta beatitudine, comprende e cognosce dalla mia bontá tanto quanto ne l’è dato a cognoscere da me.

L’obbediente, dunque, col lume della fede nella veritá, arso nella fornace della caritá, unto d’umilitá, inebriato di Sangue, con la sorella della pazienzia, e con la viltá avilendo se medesimo, con fortezza e longa perseveranzia e con tucte l’altre virtú, cioè col fructo delle virtú, ha ricevuto il fine suo da me, suo Creatore.

Questa è una repetizione in somma quasi di tucto questo presente libro.

—Ora t’ho, dilectissima e carissima figliuola, satisfacto al desiderio tuo dal principio in fino a l’ultimo de l’obbedienzia. Se bene ti ricorda, dal principio mi dimandasti con ansietato desiderio (sí come Io ti feci dimandare per farti crescere il fuoco della mia caritá ne l’anima tua), tu mi dimandasti quatro petizioni. L’una per te, a la quale Io ho satisfacto, alluminandoti della mia veritá, mostrandoti in che modo tu cognosca questa veritá, la quale desideravi di cognoscere; cioè che col cognoscimento di te e di me, col lume della fede, ti spianai in che modo tu venivi a cognoscimento della veritá.

La seconda, che tu dimandasti, fu che Io facessi misericordia al mondo.

La terza, per lo corpo mistico della sancta Chiesa; pregandomi che Io tollesse la tenebre e la persecuzione, volendo tu che Io punisse le iniquitá loro sopra di te. In questo ti dichiarai che neuna pena, che sia data in tempo finito, può satisfare alla colpa commessa contro a me, bene infinito, puramente pur pena. Satisfa, se la pena è unita col desiderio dell’anima e contrizione del cuore: il modo dichiarato te l’ho. Anco t’ho risposto ch’Io voglio fare misericordia al mondo, mostrandoti che la misericordia m’è propria. Unde, per misericordia e amore inextimabile ch’Io ebbi all’uomo, mandai el Verbo de l’unigenito mio Figliuolo, el quale, per mostrartelo ben chiaramente, tel posi in similitudine d’uno ponte che tiene dal cielo a la terra, per l’unione della natura mia divina nella natura vostra umana.

Anco ti mostrai, per illuminarti piú della mia veritá, come il ponte si saliva con tre scaloni, cioè con le tre potenzie de l’anima. E di questo Verbo, ponte, mostrato a te, anco questi tre scaloni figurai nel corpo suo, sí come tu sai, per li piei, per lo costato e per la bocca; ne’ quali posi tre stati de l’anima: lostato inperfecto, e lo stato perfecto, e lo stato perfectissimo, dove l’anima giogne alla excellenzia de l’unitivo amore. In ogniuno t’ho mostrato chiaramente quella cosa che le tolle la inperfeczione e falla giognere alla perfeczione, e per che via si va; e degli occulti inganni del dimonio, e del proprio amore spirituale; e parlatoti, in questi stati, di tre reprensioni che fa la mia clemenzia: l’una ti posi facta nella vita, l’altra nella morte in quelli che senza speranza muoiono in peccato mortale (de’ quali Io ti posi che andavano socto al ponte per la via del dimonio, contandoti delle miserie loro), e la terza de l’ultimo giudicio generale. E parla’ti alcuna cosa della pena de’ danpnati, e della gloria de’ beati, quando avará riavuto ogniuno la dota del corpo suo.

Anco ti promissi e promecto che col molto sostenere de’ servi miei riformarò la sposa mia. Invitandovi a sostenere, lamentandomi teco delle iniquitá loro, e mostrandoti l’excellenzia de’ ministri nella quale Io gli ho posti, e la reverenzia ch’Io richieggo che i secolari abbino a loro, mostrandoti la cagione perché, per loro difetto, non debba diminuire la reverenzia in loro; e quanto m’è spiacevale il contrario. E della virtú di quelli che vivevano come angeli, toccandoti, insieme con questo, de l’excellenzia del sacramento.

Anco sopra i decti stati, volendo tu sapere degli stati delle lagrime e unde elle procedono, tel narrai, e acorda’teli con questi. E decto t’ho che tucte le lagrime escono della fontana del cuore, e ordinatamente t’ho assegnato perché. Di quatro stati di lagrime, e della quinta che germina morte, anco ti contai.

Hotti risposto alla quarta petizione di quello che mi pregasti: ch’Io provedesse al caso particulare advenuto. Io providdi, sí come tu sai. Sopra questo t’ho dichiarata la providenzia mia in generale e in particulare, facendomi dal principio della creazione del mondo infino a l’ultimo, come ogni cosa ho facta e fo con divina providenzia, dando e permectendo ciò ch’Io do, e tribulazioni e consolazioni temporali e spirituali. E ogni cosa è data per vostro bene, perché siate sanctificati in me e la veritá mia si compia in voi. Perché la mia veritá fu questa: che Iovi creai perché aveste vita etterna, la quale veritá v’è facta manifesta col sangue del Verbo, unigenito mio Figliuolo.

Anco t’ho, ne l’ultimo, satisfacto al desiderio tuo e a quello ch’Io ti promissi di narrare della perfeczione de l’obbedienzia e della inperfeczione della disobbedienzia, e unde ella viene, e che ve la tolle. Hottela posta per una chiave generale, e cosí è. E decto t’ho della particulare, e de’ perfecti e degl’imperfecti, di quegli de l’ordine e di quelli fuore de l’ordine, d’ogniuno distintamente; della pace che dá l’obbedienzia e della guerra che dá la disobbedienzia, e quanto s’inganna il disobbediente, ponendoti che la morte venne nel mondo per la disobbedienzia di Adam.

Ora Io, Padre etterno, somma ed etterna veritá, ti conchiudo che ne l’obbedienzia del Verbo, unigenito mio Figliuolo, avete la vita. E come tucti dal primo uomo vecchio contraeste la morte, cosí tucti, chi vuole portare la chiave de l’obbedienzia, avete contracta la vita da l’uomo nuovo, Cristo dolce Iesú, di cui Io v’ho fatto ponte, perché era rocta la strada del cielo.

Ora Io t’invito ad pianto te e gli altri servi miei; e, col pianto, con l’umile e continua orazione, voglio fare misericordia al mondo. Corre per questa strada della veritá, morta, acciò che non sia poi ripresa andando tu lentamente; ché piú ti sará richiesto da me ora, che prima, perché ho manifestato me medesimo a te nella veritá mia. Guarda che tu non esca mai della cella del cognoscimento di te; ma in questa cella conserva e spende il tesoro che Io t’ho dato. Il quale è una doctrina di veritá, fondata in su la viva pietra, Cristo dolce Iesú, vestita di luce che discerne la tenebre. Di questa ti veste, dilectissima e dolcissima figliuola, in veritá.

Come questa devotissima anima, ringraziando e laudando Dio, fa orazione per tucto el mondo e per la Chiesa sancta. E, comendando la virtú de la fede, fa fine a questa opera.

Alora quella anima, avendo veduto con l’occhio de l’intellecto, e col lume della sanctissima fede cognosciuta la veritá e la excellenzia de l’obbedienzia, uditala con sentimento e gustatala per affecto, con spasimato desiderio, speculandosi nella divina maestá, rendeva grazie a lui, dicendo:

—Grazia, grazia sia a te, Padre etterno, che tu non hai spregiata me, factura tua, né voltata la faccia tua da me, né spregiati e’ miei desidèri. Tu, luce, non hai raguardato alla mia tenebre; tu, vita, non hai raguardato a me, che so’ morte; né tu, medico, alle gravi mie infermitá; tu, puritá etterna, a me, che so’ piena di loto di molte miserie; tu, che se’ infinito, a me, che so’ finita; tu, sapienzia, a me, che so’ stoltizia.

Per tucti quanti questi ed altri infiniti mali e difecti che sonno in me, la tua sapienzia, la tua bontá, la tua clemenzia e il tuo infinito bene non m’ha spregiata. Ho cognosciuta la veritá nella tua clemenzia, ho trovato la caritá tua e dileczione del proximo. Chi t’ha costretto? Non le mie virtú, ma solo la caritá tua. Quello medesimo amore ti costringa ad illuminare l’occhio de l’intellecto mio nel lume della fede, a ciò che io cognosca e intenda la veritá tua, manifestata a me. Dammi che la memoria sia capace a ritenere i benefizi tuoi, la volontá arda nel fuoco della tua caritá; el quale fuoco facci germinare e gittare al corpo mio sangue, e con esso sangue, dato per amore del Sangue, e con la chiave de l’obbedienzia io diserri la porta del cielo. Questo medesimo t’adimando cordialmente per ogni creatura che ha in sé ragione, e in comune e in particulare e per lo corpo mistico della sancta Chiesa. Io confesso, e non lo niego, che tu m’amasti prima che io fusse, e che tu m’ami ineffabilemente come pazzo della tua creatura.

O Trinitá etterna! O Deitá, la quale Deitá, natura tua divina, fece valere el prezzo del sangue del tuo Figliuolo! Tu, Trinitá etterna, se’ uno mare profondo, che quanto piú c’entro tanto piú truovo, e quanto piú truovo piú cerco di te. Tu se’ insaziabile, ché, saziandosi l’anima ne l’abisso tuo, non si sazia, perché sempre rimane nella fame di te, Trinitá etterna, desiderando di vederti col lume nel tuo lume. Sí come desidera il cervio la fonte de l’acqua viva, cosí desidera l’anima mia d’escire della carcere del corpo tenebroso e vedere te in veritá. Oh quanto tempo sará nascosta la faccia tua agli occhi miei! O Trinitá etterna, fuoco e abisso di caritá, dissolve oggimai la nuvila del corpo mio! Il cognoscimento, che tu hai dato di te a me nella veritá tua, mi costrigne a desiderare di lassare la gravezza del corpo mio e dare la vita per gloria e loda del nome tuo. Però che io ho gustato e veduto, col lume dello intelletto nel lume tuo, l’abisso tuo, Trinitá etterna, e la bellezza della creatura tua. Unde, raguardando me in te, vidi me essere imagine tua, donandomi la potenzia di te, Padre etterno, e della sapienzia tua ne l’intellecto, la quale sapienzia è apropriata a l’unigenito tuo Figliuolo. Lo Spirito sancto, che procede da te e dal Figliuolo tuo, m’ha data la volontá, ché so’ acta ad amare. Tu, Trinitá etterna, se’ factore; e io, tua factura, ho cognosciuto, nella recreazione che mi facesti nel sangue del tuo Figliuolo, che tu se’ innamorato della bellezza della tua factura.

O abisso, o Deitá etterna, o mare profondo! E che piú potevi dare a me che dare te medesimo? Tu se’ fuoco che sempre ardi e non consumi; tu se’ fuoco che consumi nel calore tuo ogni amore proprio de l’anima; tu se’ fuoco che tolli ogni freddezza; tu allumini; col lume tuo m’hai facta cognoscere la tua veritá; tu se’ quello lume sopra ogni lume, col quale lume dái a l’occhio de l’intellecto lume sopranaturale, in tanta abondanzia e perfeczione che tu chiarifichi el lume della fede, nella quale fede veggo che l’anima mia ha vita, e in questo lume riceve te, lume. Nel lume della fede acquisto la sapienzia nella sapienzia del Verbo del tuo Figliuolo; nel lume della fede so’ forte, costante e perseverante; nel lume della fede spero:non mi lassa venire meno nel camino. Questo lume m’insegna la via, e senza questo lume andarei in tenebre; e però ti dixi, Padre etterno, che tu m’alluminassi del lume della sanctissima fede.

Veramente questo lume è uno mare, perché notrica l’anima in te, mare pacifico, Trinitá etterna. L’acqua non è turbida, e però non ha timore, perché cognosce la veritá; ella è stillata, ché manifesta le cose occulte; unde, dove abbonda l’abondantissimo lume della fede tua quasi certifica l’anima di quello che crede. Ella è uno specchio, secondo che tu, Trinitá etterna, mi fai cognoscere; ché, raguardando in questo specchio, tenendolo con la mano de l’amore, mi rapresenta me in te, che so’ creatura tua, e te in me, per l’unione che facesti della Deitá ne l’umanitá nostra. In questo lume cognosco e rapresentami te, sommo e infinito Bene: Bene sopra ogni bene, Bene felice, Bene incomprensibile e Bene inextimabile. Bellezza sopra ogni bellezza; sapienzia sopra ogni sapienzia, anco tu se’ essa sapienzia. Tu, cibo degli angeli, con fuoco d’amore ti se’ dato agli uomini. Tu, vestimento che ricuopri ogni nuditá, pasci gli affamati nella dolcezza tua. Dolce se’ senza alcuno amaro. O Trinitá etterna, nel lume tuo il quale desti a me, ricevendolo col lume della sanctissima fede, ho cognosciuto, per molte e admirabili dichiarazioni spianandomi, la via della grande perfeczione, acciò che con lume e non con tenebre io serva te, sia specchio di buona e sancta vita, e levimi dalla miserabile vita mia; ché sempre, per lo mio difecto, t’ho servito in tenebre. Non ho cognosciuta la tua veritá, e però non l’ho amata.

Perché non ti conobbi? Perché io non ti viddi col glorioso lume della sanctissima fede, però che la nuvila de l’amore proprio obfuscò l’occhio de l’intellecto mio. E tu, Trinitá etterna, col lume tuo dissolvesti la tenebre. E chi potrá agiognere a l’altezza tua a rendarti grazie di tanto smisurato dono e larghi benefizi quanto tu hai dati a me, della doctrina della veritá che tu m’hai data? che è una grazia particulare, oltre alla generale, che tu dái a l’altre creature. Volesti conscendere alla mia necessitá e de l’altre creature, che dentro ci sispecchiaranno. Tu risponde, Signore: tu medesimo hai dato, e tu medesimo risponde e satisfa, infondendo uno lume di grazia in me, a ciò che con esso lume io ti renda grazie. Veste, veste me di te, Veritá etterna, sí che io corra questa vita mortale con vera obbedienzia e col lume della sanctissima fede, del quale lume pare che di nuovo inebbri l’anima mia.

Deo gratias. Amen.

Qui finisce el libro facto e compilato per la venerandissima vergine, fidelissima serva e sposa di Iesu Cristo crocifixo, Caterina da Siena, de l’abito di Sancto Domenico, socto gli anni Domini MCCCLXXVIII del mese d'octobre. Amen.

Prega Dio per lo tuo inutile fratello.

È noto che Gregorio decimoprimo, dopo aver restituita da Avignone a Roma la sede pontificale nel 1377, avvenimento al quale santa Caterina aveva molto contribuito, mandò a Firenze la vergine senese per indurre a sottomissione i fiorentini, da piú che due anni ribelli alla Santa Sede. Questa missione, adempiuta da lei in mezzo a gravi tumulti della cittá e col pericolo della sua vita, si protrasse lungamente invano; fin tanto che, morto Gregorio e succedutogli Urbano sesto, questi si pacificò coi fiorentini.

Proclamata dunque la pace, sappiamo dal beato Raimondo[1], confessore della santa, che ella «tornò ai propri lari, ed attese con grandissima diligenza alla composizione di un certo libro, che, ispirata dal superno Spirito, dettò nel suo volgare. Imperocché aveva ella pregato i suoi scrittori, i quali solevano scrivere le lettere ch’ella mandava in diverse parti, che stessero attenti ed osservassero ogni cosa, quando, secondo la sua consuetudine, era rapita dai sensi corporei, ed allora ciò ch’ella dettava, diligentemente scrivessero...

«E cosí in breve tempo fu composto un certo libro, che contiene un dialogo tra un’anima, che fa quattro petizioni a Dio, e Dio, che risponde a lei, informandola di molte e utilissime veritá»[2].

Ma, poiché la pace avvenne sul finire del luglio 1378, Caterina non poté trovarsi a Siena prima di quel tempo[3]; ed, essendo stato quel suo libro condotto a termine nell’ottobre del medesimo anno, come rilevasi da alcuni codici, se ne dovrebbe concludere che fosse stato scritto in tre mesi.

Altri particolari circa il modo di comporlo abbiamo nelleMemoriedi un notaio senese, ser Cristofano di Gano Guidini, discepolo di Caterina ed uno dei suoi segretari[4]. Ecco il suo ingenuo racconto.

Anco la detta serva di Cristo fece una notabile cosa, cioè uno libro, el quale è di volume d’uno messale; e questo fece tutto essendo ella in astrazione, perduti tutti e’ sentimenti, salvo che la lengua. Dio Padre parlava in liei, ed ella rispondeva e dimandava, ed ella medesima recitava le parole di Dio Padre dette a liei, e anco le sue medesime, che ella diceva e dimandava a lui; e tutte queste parole erano per volgare... Questo libro fu poi intitolato cosí: «Libro de la divina dottrina, data per la persona di Dio Padre parlando allo intelletto de la gloriosa e santa vergine Caterina da Siena, dell’abito de la penitenzia, dell’ordine de’ predicatori, e scritto essa dettando in volgare, essendo essa in ratto, e udendo attualmente, dinanzi da piú e piú, quello che in liei Dio parlava», ecc. Ella diceva e uno scriveva: quando ser Barduccio[5], quando el detto donno Stefano[6], e quando Neri di Landoccio[7]. Questo a udire pare che sia cosa da non crédare; ma a coloro, che lo scrissero e udîro, nollo pare cosí; e io so’ uno di quegli. Poi, perché el dicto libro era ed è per volgare, e chi sa gramatica o ha scienzia non legge tanto volontieri le cose che sono per volgare quanto fa quelle per léttara; per me medesimo, e anco per utilitá del prossimo, mossimi, e fecilo per léttara puramente secondo el testo, non agiognendovi cavelle; e ine m’ingegnai di farlo el meglio ch’io seppi, e pugnai parecchie anni a mio diletto, quando uno pezzo quando uno altro. Poiché co’ la grazia di Dio l’ebbi fatto, el mandai a Pontignano a donno Stefano di Currado, ché el correggesse, perciocchéla maggior parte n’aveva scritto egli, quando Caterina el fece. Poiché fu corretto, e io el feci riscrivare a uno buono scrittore; e, legato e compíto che fu, uno venerabile vescovo de le parti di Francia..., el quale ne le parti di lá d’Avignone aveva veduta la decta serva di Cristo Caterina e parlato con liei..., come l’ebbe veduto e tenuto alcuno dí, tanto li piaque che mai non gliel potei trarre di mano: pregommi e fecemi pregare che io gliel donasse, e cosí feci. Diceva che trovava cose in quello libro che n’era meglio dichiarato che da niuno dottore, e che noi nol conosciavamo; ma ch’el predicarebbe la dottrina del decto libro in suo paese, e che molto piú frutto n’arebbe el prossimo di lá, se ’l portava, che se rimanesse qua; e nientemeno noi n’avavamo lo exemplo. Udendo questo, anco piú volontieri gliel lassai... E pure, volendo averne uno dei detti libri per utilitá del prossimo, ne fo scrivare uno altro a colui medesimo che scrisse quello di prima, cioè a uno prete che ha nome ser Stefano di Giovanni d’Asciano, sta a Siena presso a San Vilio.

Anco la detta serva di Cristo fece una notabile cosa, cioè uno libro, el quale è di volume d’uno messale; e questo fece tutto essendo ella in astrazione, perduti tutti e’ sentimenti, salvo che la lengua. Dio Padre parlava in liei, ed ella rispondeva e dimandava, ed ella medesima recitava le parole di Dio Padre dette a liei, e anco le sue medesime, che ella diceva e dimandava a lui; e tutte queste parole erano per volgare... Questo libro fu poi intitolato cosí: «Libro de la divina dottrina, data per la persona di Dio Padre parlando allo intelletto de la gloriosa e santa vergine Caterina da Siena, dell’abito de la penitenzia, dell’ordine de’ predicatori, e scritto essa dettando in volgare, essendo essa in ratto, e udendo attualmente, dinanzi da piú e piú, quello che in liei Dio parlava», ecc. Ella diceva e uno scriveva: quando ser Barduccio[5], quando el detto donno Stefano[6], e quando Neri di Landoccio[7]. Questo a udire pare che sia cosa da non crédare; ma a coloro, che lo scrissero e udîro, nollo pare cosí; e io so’ uno di quegli. Poi, perché el dicto libro era ed è per volgare, e chi sa gramatica o ha scienzia non legge tanto volontieri le cose che sono per volgare quanto fa quelle per léttara; per me medesimo, e anco per utilitá del prossimo, mossimi, e fecilo per léttara puramente secondo el testo, non agiognendovi cavelle; e ine m’ingegnai di farlo el meglio ch’io seppi, e pugnai parecchie anni a mio diletto, quando uno pezzo quando uno altro. Poiché co’ la grazia di Dio l’ebbi fatto, el mandai a Pontignano a donno Stefano di Currado, ché el correggesse, perciocchéla maggior parte n’aveva scritto egli, quando Caterina el fece. Poiché fu corretto, e io el feci riscrivare a uno buono scrittore; e, legato e compíto che fu, uno venerabile vescovo de le parti di Francia..., el quale ne le parti di lá d’Avignone aveva veduta la decta serva di Cristo Caterina e parlato con liei..., come l’ebbe veduto e tenuto alcuno dí, tanto li piaque che mai non gliel potei trarre di mano: pregommi e fecemi pregare che io gliel donasse, e cosí feci. Diceva che trovava cose in quello libro che n’era meglio dichiarato che da niuno dottore, e che noi nol conosciavamo; ma ch’el predicarebbe la dottrina del decto libro in suo paese, e che molto piú frutto n’arebbe el prossimo di lá, se ’l portava, che se rimanesse qua; e nientemeno noi n’avavamo lo exemplo. Udendo questo, anco piú volontieri gliel lassai... E pure, volendo averne uno dei detti libri per utilitá del prossimo, ne fo scrivare uno altro a colui medesimo che scrisse quello di prima, cioè a uno prete che ha nome ser Stefano di Giovanni d’Asciano, sta a Siena presso a San Vilio.

Che Stefano Maconi scrivesse parte di questo libro, dettante Caterina, lo dice egli stesso nel processo della canonizzazione, parlando delle estasi di lei:

Qualiter ita fieri possit, scribitur in libro, quem ipsa virgo sacra composuit; quem ego pro parte scripsi, dum ore virgineo dictabat illum mirabili modo[8].

Qualiter ita fieri possit, scribitur in libro, quem ipsa virgo sacra composuit; quem ego pro parte scripsi, dum ore virgineo dictabat illum mirabili modo[8].

E il Maconi lo tradusse anche in latino, come rilevasi da alcune parole scritte di sua mano dietro ad un codice, che appartenne giá alla certosa di Pavia[9]e che era stato dato a lui da fra Tommaso Caffarini[10], in cambio del quale il Maconi gli donò la sua versione latina:

Iste liber pertinet ad domum Sancte Marie de Gratia prope Papiam, ordinis carthusiensis, quem ego frater Stephanus monachus habui a venerabili patre frate Thoma Antonii de Senis, qui nunc est prior Sancti Dominici de Venetiis; loco cuius exhibui prefato fratri Thomae dialogum quem sancta mater Catharina composuit, licet in vulgari, sed ego latinizavi[11].

Iste liber pertinet ad domum Sancte Marie de Gratia prope Papiam, ordinis carthusiensis, quem ego frater Stephanus monachus habui a venerabili patre frate Thoma Antonii de Senis, qui nunc est prior Sancti Dominici de Venetiis; loco cuius exhibui prefato fratri Thomae dialogum quem sancta mater Catharina composuit, licet in vulgari, sed ego latinizavi[11].

Lo voltò in latino anche il beato Raimondo, e vi accenna egli stesso nel prologo primo della suaLeggenda[12]:

Altissimo è certamente lo stile di questo libro, sí che a mala pena trovasi una maniera di parlar latino che possa corrispondere all’altezza di quello stile, com’io stesso ne faccio esperimento, ora che m’affatico a trasportarlo in quell’idioma.

Altissimo è certamente lo stile di questo libro, sí che a mala pena trovasi una maniera di parlar latino che possa corrispondere all’altezza di quello stile, com’io stesso ne faccio esperimento, ora che m’affatico a trasportarlo in quell’idioma.

Si ha conferma di questa sua versione nel codice latinoCCLXXIIdel monastero di Subiaco, e nella stampa latina fatta in Brescia nel 1496 dal De Misintis, che dicesi essere appunto la versione del beato Raimondo.

Il titolo di questo libro non rimase sempre lo stesso; ma, come abbiam veduto dalle parole del Maconi, fin da quel tempo cominciava, a cagione della sua forma, ad esser chiamatoDialogo. In séguito poi il titolo variò in piú modi:LibrooDialogooTrattato della divina providenza;Libro della divina rivelazione;Rivelazioni;LibrooDialogo della divina dottrina, ecc., ma piú spesso:Dialogo della divina providenza.

E crebbe tanto la fama di Caterina, e cosí grande era la reverenza alla sua alta mente e alle sue sublimi virtú, che delLibrofuron fatte molte copie manoscritte.

Con l’introduzione della stampa in Italia cominciarono le edizioni delLibroprima ancora che cessasse l’uso di farne copie manoscritte, delle quali si trovano alcune di data posteriore a quella che è ritenuta edizione principe, 1472. Da quest’anno fino al 1496 ilLibrofu ristampato altre sette volte; undici nel secoloXVI, e nove nei tre secoli successivi. Ma, pur avendo certezza che non vi sono altri incunaboli oltre quelli appresso notati, non si può essere egualmente sicuri che non sia sfuggita qualcuna delle edizioni posteriori, per quanta diligenza siasi posta nelle ricerche.

Veramente, e le copie manoscritte e anche piú le antiche stampe non riprodussero fedelmente ilLibro; ma nelle une e nelle altre si riscontrano alterazioni di vocaboli e di modi di dire, anche a seconda degli usi dialettali del luogo e del tempo in cui furono scritte o stampate. Furon di quelli i quali, oltre alla continua intromissione di «onde», «adunque», «sicché», ecc. sostituironocostantemente il verbo «congiungere» al verbo «unire» usato dalla santa; e dove ella chiama Dio «Veritá eterna», essi hanno qualche volta «Virtude eterna»: altri giunse perfino a fare del «glorioso Paolo mio banditore» il «glorioso Paolo mio trombetta»!

La piú nota edizione delLibroè quella pubblicata a cura di Girolamo Gigli; il quale dal 1707 in poi pubblicò in quattro volumi le opere della vergine senese. Nel primo è laLeggenda di santa Caterinadel beato Raimondo da Capua nel volgarizzamento del canonico Bernardino Pecci; nel secondo e terzo leLettere; nel quarto, oltre alLibrosono: ilTrattato della consumata perfezione[13], ventisette orazioni della santa, la relazione di una dottrina spirituale di santa Caterina (scritta[14]da un frate inglese, Guglielmo Flete, degli eremitani di Sant’Agostino in Lecceto, discepolo di lei), e alcuni brani del discorso che la santa fece ai suoi discepoli pochi momenti prima di morire.

L’edizione del Gigli è importante specialmente per le copiose notizie ch’egli raccolse intorno a Caterina ed alle persone del suo tempo che ebbero relazione con lei; in guisa che tutti coloro i quali posteriormente ne scrissero, attinsero da lui. Inoltre questa edizione ha il pregio di essere stata fatta sopra uno dei migliori e piú antichi codici, che il Gigli suppone essere di mano di Stefano Maconi, perché in fine delLibrovi si leggono le parole: «Prega per lo tuo inutile fratello», le quali il Maconi soleva porre a piè delle lettere dettategli da Caterina.

E il Gigli non solo scelse con avvedutezza il testo della sua edizione, ma fece anche diligenti confronti con altri antichi mss., sí da non meritare la taccia, che gli è stata fatta recentemente[15], di non aver riprodotto quel codice. Egli adottò, è vero, alcunevarianti; ma, per la maggior parte, le tolse dal codice laurenziano gaddiano, e qualcuna di esse trova riscontro negli incunaboli. Ebbe soltanto il torto di non renderne conto, ma gli è di scusa l’usanza del suo tempo.

Un’omissione inesplicabile si riscontra però nella sua edizione. Il capitoloLXXXIIIè mutilo piú che della metá, e l’LXXXIVmanca, in principio, di un lungo brano, sí che non collegano tra di loro; e quindi fu messa al capitoloLXXXIVuna rubrica diversa da quella che leggesi nei manoscritti.

Ma ciò che rende l’edizione del Gigli d’impossibile lettura, sono le troppe e mal disposte virgole, le quali fanno continuo intoppo, senza riuscire a distrigare i lunghi periodi; i quali appariscono anche piú interminabili a causa della soverchia distanza fra un capoverso e l’altro, per la quale a chi legge non si concede riposo.

Era dunque necessaria una nuova edizione, non solo perché quella del Gigli naturalmente non si trova se non nelle pubbliche biblioteche, ma anche per dare ilLibronella sua vera lezione e con punteggiatura che ne agevolasse la comprensione. A conseguire siffatto intento, esso non poteva venir meglio allogato che in questa collezione degliScrittori d’Italia.

Questa nuova edizione, dunque, è stata fedelmente condotta sullo stesso codice di cui si serví Girolamo Gigli, e che trovasi nella Comunale di Siena con la segnaturaT. II.9. E con vera soddisfazione posso dire che l’autorevole parere del Gigli, che mi fu prima guida nella scelta, è stato confermato dalle osservazioni che ho fatte io stessa, confrontando questo ms. con altri. È vero che non ho potuto avere a mia disposizione tutti i codici delLibro; ma, avendone tenuti sott’occhio quattro laurenziani, tre riccardiani, due della Nazionale di Firenze e uno della biblioteca Landau, non che la versione latina del Maconi, ho potuto raccogliere elementi sufficienti per un retto giudizio. Ho notato, dunque, che questo codiceT. II.9, solo fra gli altri sopra nominati, serba intatte tutte le ingenuitá delle espressioni, certe incongruenze nei periodi, i pleonasmi e gli idiotismi delle voci e specialmente dei modi che sono propri del parlare dei popolani. Perché Caterina, com’è noto, era di nascita popolana, e, con tutto il suo straordinario ingegno, sapeva appena leggere e meno ancora scrivere; sí che le mirabili sue lettere, che il Tommaseo chiamò «monumento di sapienza» furono da lei dettate ai suoidiscepoli[16]. E questo libro, poi, fu dettato nelle sue estasi, sí da non poter dar luogo a pentimenti né a correzioni. Cosí, mentr’ella serba nei suoi lunghi periodi un nesso continuo di pensiero, nonostante le digressioni e gl’incisi che a volte s’incalzano e si succedono senza respiro; pure, finiti questi, quand’ella ritorna all’interrotto pensiero e lo vuol compire, la memoria, non aiutata dai «fedeli occhi» (perché ella dètta, non scrive) le fallisce, e allora per una parola o anche per una particella, raramente per una frase, che non colleghi con la sospesa proposizione, il costrutto rimane sconnesso. Ora, queste sconnessioni, queste piccole mende, che negli altri mss. si trovano per la maggior parte corrette, costituiscono per l’appunto il pregio del codice senese. Parrebbe quasi che la riverenza a Caterina abbia vietato all’amanuense di apportare al dettato di lei la menoma alterazione, anche quando per chiarezza e correttezza gli sarebbe potuto sembrar necessario. E questa può ritenersi una prova che il nostro codice sia stato scritto di mano dei suoi discepoli[17]. E dico «dei suoi discepoli», perché è evidente che la scrittura non è tutta di una sola mano, come risulta dalle osservazioni notate piú oltre nella descrizione del codice. Può darsi che la seconda parte, quella ove cápitano le parole scritte in fine delLibro: «Prega per lo tuo inutile fratello», sia appunto di mano del Maconi, anche perché, graficamente, è piú corretta.

Che poi questo codice sia piú antico degli altri, come afferma anche il Gigli (senza però darne le ragioni), credo possa dedursi dall’essere il solo (certamente il solo tra gli undici codici da me esaminati) che non ha avuto originariamente la partizione in trattati e in capitoli, la quale è stata fatta, in tempo posteriore, almargine, con le rubriche in rosso, di scrittura diversa da quella del testo; né vi è la tavola dei capitoli, che trovasi, invece, in tutti gli altri.

Venendo ai criteri seguíti nel riprodurre questo ms., essi, per quanto concerne l’ortografia, sono conformi alle norme comuni a tutti i volumi degliScrittori d’Italia. E affinché la scrupolosa fedeltá al testo non venga scambiata per errore, debbo avvertire che, essendo stata rispettata la doppia forma grafica di una medesima parola, si legge «dixi» e «dissi», «proximo» e «prossimo», «decto» e «detto», «dannati» e «dapnati» e «danpnati», «correggere» e «corregere», «veggo» e «vego», ecc. secondo che nel codice trovasi l’uno o l’altro modo. È anche da notare che dalla pagina160al principio della pagina162si riscontra una certa differenza di ortografia, avendo io trascritto quel brano dal codice laurenziano gaddiano, perché nel codice senese la carta 49, che lo contiene, non è piú la originale[18].

Quanto ai periodi sospesi che generano oscuritá o anche a quelli troppo sconnessi e a qualche evidente lacuna, sono stata autorizzata ad integrarli con le varianti di altri codici[19]. Ma a queste io son ricorsa piú raramente che ho potuto, cercando, invece, con diligente studio, di analizzare i periodi e distrigarli con opportune parentesi, le quali, separando gl’incisi, rendono men difficile il ricollegare le proposizioni da essi interrotte o sospese. E per qualche passo piú intricato mi è stata utile la versione latina del Maconi, il quale, soltanto col dare ai periodi una costruzione piú regolare, agevola l’interpetrazione del pensiero della santa; e perciò mi ha fatto piú volte ricusar come superflue le varianti di altri codici. Restano, è vero, alcuni punti un po’ oscuri: dei pensieri non compiutamente resi, ma che si completano con altri brani sparsi qua e lá nel libro. A questo ho cercato di rimediare in parte, raggruppando quelle sparse membra nell’indice delle cose notevoli, il quale, perciò, potrá non inutilmente consultarsi, quando s’incontri qualche oscuritá.

Prima di chiudere questa Nota, compio il gradito dovere di rendere pubbliche e vivissime grazie al ch. prof. Fortunato Donati, bibliotecario della Comunale di Siena, che, non contento,nella sua grande benevolenza, di aver consentito che il cod.T. II.9 fosse tenuto per lungo tempo a mia disposizione prima nella Nazionale di Firenze e poi nella Laurenziana, volle anche darmi degli altri tre codici delLibroche si conservano nella biblioteca di Siena una particolareggiata descrizione, la quale, un po’ abbreviata, vien riprodotta qui appresso.

Sono pure molto obbligata agli illustri bibliotecari Guido Biagi e Salomone Morpurgo non solo per la gentile ospitalitá concedutami, ma altresí per i loro suggerimenti e per le agevolezze che mi hanno procurate.

Ringrazio poi il ch. prof. Enrico Rostagno, conservatore dei manoscritti nella Laurenziana, che, con cortesia pari alla sua dottrina, mi è stato largo di ammaestramenti e consigli. E sono riconoscente al ch. dott. Curzio Mazzi, della Laurenziana, al cui sapere ed alla cui instancabile cortesia non sono mai ricorsa invano.

Anche debbo ringraziare don Leone Allodi, dotto abate del monastero di San Benedetto in Subiaco, per la descrizione dei tre codd. delleRevelationesivi custoditi.


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