Come, se le predecte tre potenzie dell’anima non sono unite insieme, non si può avere perseveranzia, senza la quale neuno giogne al termine suo.
—Hotti spianata la figura de’ tre scaloni in generale per le tre potenzie de l’anima, le quali sonno tre scale, e non si può salire l’una senza l’altra, a volere passare per la doctrina e ponte della mia Veritá. Né non può l’anima, se non ha unite queste tre potenzie insieme, avere perseveranzia. Della quale perseveranzia Io ti dixi di sopra, quando tu mi dimandasti del modo che dovessero tenere questi andatori a escire del fiume e che Io ti spianasse meglio e’ tre scaloni; e Io ti dixi che senza la perseveranzia neuno poteva giognere al termine suo.
Due termini sonno, e ogniuno richiede perseveranzia: cioè il vizio e la virtú. Se tu vuoli giognere a vita, ti conviene perseverare nella virtú; e chi vuole giognere a morte etternale persevera nel vizio. Sí che con perseveranzia si viene a me che so’ vita, e al dimonio a gustare l’acqua morta.
Exposizione sopra quella parola che dixe Cristo: «Chi ha sete venga ad me e beia».
—Voi sète tucti invitati generalmente e particularmente da la mia Veritá, quando gridava nel Tempio per ansietato desiderio dicendo: «Chi ha sete venga a me e beia, però che Io so’ fonte d’acqua viva». Non dixe: «Vada al Padre e beia»; ma dixe: «Venga a me». Perché? però che in me, Padre, non può cadere pena; ma sí nel mio Figliuolo. E voi, mentre che sète peregrini e viandanti in questa vita mortale, non potete andare senza pena, perché per lo peccato la terra germinò spine, sí come decto è.
E perché dixe: «Venga a me e beia»? Perché, seguitando la doctrina sua, o per la via de’ comandamenti co’ consigli mentali, o de’ comandamenti co’ consigli actuali (cioè d’andare o per la caritá perfecta, o per la caritá comune, sí come di sopra ti dixi), per qualunque modo che voi passiate per andare a lui, cioè seguitando la sua doctrina, voi trovate che bere, trovando e gustando el fructo del Sangue per l’unione della natura divina unita nella natura umana. E trovandovi in lui, vi trovate in me, che so’ mare pacifico; perché so’ una cosa con lui, e egli è una cosa con meco. Sí che voi sète invitati a la fonte de l’acqua viva della grazia.
Convienvi tenere per lui, che v’è facto ponte, con perseveranzia. Sí che neuna spina né vento contrario né prosperitá né adversitá né altra pena, che poteste sostenere, vi debba fare vòllere il capo a dietro; ma dovete perseverare infino che troviate me, che vi do acqua viva, che ve la do per mezzo di questo dolce e amoroso Verbo unigenito mio Figliuolo.
Ma perché dixe: «Io so’ fonte d’acqua viva»? Però che egli fu la fonte la quale conteneva me, che do acqua viva, unendosi la natura divina con la natura umana. Perché dixe: «Venga a me e beia»? Però che non potete passare senza pena, e in me non cadde pena, ma sí in lui; e però che di lui Io vi feci ponte, neuno può venire a me se non per lui. E cosí dixe egli: «Neuno può andare al Padre se non per me». Cosí disse veritá la mia Veritá.
Ora hai veduto che via elli vi conviene tenere e che modo: cioè con perseveranzia. E altrimenti non bereste, però che ella è quella virtú che riceve gloria e corona di victoria in me, Vita durabile.
Che modo debba tenere generalmente ogni creatura razionale per potere escire del pelago del mondo e andare per lo predecto sancto ponte.
—Ora ti ritorno a’ tre scaloni per li quali vi conviene andare a volere uscire del fiume e non annegare, e giognere a l’acqua viva a la quale sète invitati, e a volere che Io sia in mezzo di voi. Però che alora, ne l’andare vostro, Io so’ nel mezzo, che per grazia mi riposo ne l’anime vostre.
Convienvi dunque, a volere andare, avere sete; però che solo coloro che hanno sete sonno invitati, dicendo: «Chi ha sete venga a me, e beia». Chi non ha sete non persevera ne l’andare: però che o egli si ristá per fadiga, o egli si ristá per dilecto, né non si cura di portare el vaso con che egli possa actègnare. Né non si cura d’avere la compagnia; e solo non può andare. E però vòlle il capo indietro quando vede giognere alcuna puntura di persecuzioni, perché se n’è facto nemico. Teme, perché egli è solo; ma, se egli fusse acompagnato, non temarebbe. Se avesse saliti e’ tre scaloni, sarebbe sicuro, perché non sarebbe solo.
Convienvi dunque avere sete e congregarvi insieme, sí come dixe: o due o tre o piú. Perché dixe «o due o tre»? perché non sono due senza tre, né tre senza due, né tre né due senza piú. Uno è schiuso che Io sia in mezzo di lui, perché non ha seco compagno sí che Io possa stare in mezzo, e non è cavelle; però che colui, che sta ne l’amore proprio di sé, è solo perché è separato dalla grazia mia e dalla caritá del proximo suo. Ed essendo privato di me per la colpa sua, torna a non cavelle, perché solo Io so’ Colui che so’. Sí che colui che è uno, cioè sta solo ne l’amore proprio di sé, non è contiato da la mia Veritá né accepto a me.
Dice dunque: «Se saranno due o tre o piú congregati nel nome mio, Io sarò nel mezzo di loro». Díxiti che due nonerano senza tre, né tre senza due; e cosí è. Tu sai che i comandamenti della Legge stanno solamente in due, e senza questi due neuno se ne observa: cioè d’amare me sopra ogni cosa, e il proximo come te medesima. Questo è il principio e mezzo e fine de’ comandamenti della Legge.
Questi due non possono essere congregati nel nome mio senza tre, cioè senza la congregazione delle tre potenzie de l’anima, cioè la memoria, lo ’ntellecto e la volontá; sí che la memoria ritenga i benefizi miei, e la mia bontá in sé; e l’intellecto raguardi ne l’amore ineffabile, il quale Io ho mostrato a voi col mezzo de l’unigenito mio Figliuolo, el quale ho posto per obiecto a l’occhio de l’intellecto vostro, acciò che in lui raguardi el fuoco della mia caritá; e la volontá alora sia congregata in loro, amando e desiderando me, che so’ suo fine.
Come queste tre virtú e potenzie de l’anima sonno congregate, Io so’ nel mezzo di loro per grazia. E perché alora l’uomo si truova pieno della caritá mia e del proximo suo, subbito si truova la compagnia delle molte e reali virtú. Alora l’apetito de l’anima si dispone ad avere sete. Sete, dico, della virtú, de l’onore di me e salute de l’anime; e ogni altra sete è spenta e morta in loro; e va sicuramente senza alcuno timore servile, salito lo scalone primo de l’affecto. Perché l’affecto, spogliatosi del proprio amore, saglie sopra di sé e sopra le cose transitorie, amandole e tenendole, se egli le vuole tenere, per me e non senza me, cioè con sancto e vero timore, e amore della virtú.
Alora si truova salito el secondo scalone, cioè al lume de l’intellecto, el quale si specula ne l’amore cordiale di me, in Cristo crocifixo in cui, come mezzo, Io ve l’ho mostrato. Alora truova la pace e la quiete, perché la memoria s’è impíta e non è vòtia della mia caritá. Tu sai che la cosa vòtia toccandola bussa, ma quando ella è piena non fa cosí. Cosí, quando è piena la memoria col lume de l’intellecto, e con l’affecto pieno d’amore, muovelo con tribulazioni o con delizie del mondo, egli non bussa con disordinata allegrezza; e non bussa per impazienzia, perché egli è pieno di me che so’ ogni bene.
Poi che è salito, egli si truova congregato; ché, possedendo la ragione e’ tre scaloni delle tre potenzie de l’anima, come decto t’ho, l’ha congregate nel nome mio. Congregati e’ due, cioè l’amore di me e del proximo, e congregata la memoria a ritenere e lo ’ntellecto a vedere e la volontá ad amare, l’anima si truova acompagnata di me che so’ sua fortezza e sua securtá. Truova la compagnia delle virtú; e cosí va e sta secura, perché so’ nel mezzo di loro.
Alora si muove con ansietato desiderio, avendo sete di seguitare la via della Veritá, per la quale via truova la fonte de l’acqua viva. Per la sete che egli ha de l’onore di me e salute di sé e del proximo, ha desiderio della via, però che senza la via non si potrebe giognere. Alora va e porta el vaso del cuore vòtio d’ogni affecto e d’ogni amore disordinato del mondo. E subito che egli è vòtio, s’empie, perché neuna cosa può stare vòtia; unde, se ella non è piena di cosa materiale, ed ella s’empie d’aria. Cosí el cuore è uno vasello che non può stare vòtio; ma, subito che n’ha tracte le cose transitorie per disordinato amore, è pieno d’aria, cioè di celestiale e dolce amore divino, col quale giogne a l’acqua della grazia: unde gionto che è, passa per la porta di Cristo crocifixo e gusta l’acqua viva, trovandosi in me che so’ mare pacifico.
Repetizione in somma d’alcune cose giá decte.
—Ora t’ho mostrato che modo ha a tenere generalmente ogni creatura che ha in sé ragione, per potere escire del pelago del mondo e per non annegare e giognere a l’etterna dannazione. Anco t’ho mostrato e’ tre scaloni generali, ciò sonno le tre potenzie de l’anima, e che neuno ne può salire uno che non li salga tucti. E hotti decto sopra quella parola che disse la mia Veritá: «Quando saranno due o tre o piú congregati nel nome mio», come questa è la congregazione di questi tre scaloni, cioèdelle tre potenzie de l’anima. Le quali tre potenzie acordate hanno seco e’ due principali comandamenti della Legge: cioè la caritá mia e del proximo tuo, cioè d’amare me sopra ogni cosa, e ’l proximo come te medesima.
Alora, salita la scala, cioè congregate nel nome mio, come decto t’ho, subito ha sete de l’acqua viva. E allora si muove e passa su per lo ponte, seguitando la doctrina della mia Veritá, che è esso ponte. Alora voi corrite doppo la voce sua che vi chiama, sí come di sopra ti dixi; che, gridando, nel tempio v’invitava, dicendo: «Chi ha sete venga a me e beia, che so’ fonte d’acqua viva». Hotti spianato quel che egli voleva dire e come si debba intendere, acciò che tu meglio abbi cognosciuta l’abondanzia della mia caritá, e la confusione di coloro che a dilecto pare che corrano per la via del dimonio che gl’invita a l’acqua morta.
Ora hai veduto e udito di quello che mi dimandavi, cioè del modo che si debba tenere per non annegare. E hotti decto che ’l modo è questo: cioè di salire per lo ponte. Nel quale salire sonno congregati e uniti insieme, stando nella dileczione del proximo, portando el cuore e l’affecto suo come vasello a me, che do bere a chi me l’adimanda, e tenendo per la via di Cristo crocifixo con perseveranzia infino a la morte.
Questo è quel modo che tucti dovete tenere in qualunque stato l’uomo si sia, però che neuno stato lo scusa che egli nol possa fare e che non il debba fare; anco el può fare e debbalo fare, ed ènne obligata ogni creatura che ha in sé ragione. E neuno si può ritrare, dicendo:—Io ho lo stato, ho’ figliuoli, ho altri impacci del mondo; e per questo mi ritrago ch’io non séguito questa via.—O per malagevolezza che vi truovino, non il possono dire; però che giá ti dixi che ogni stato era piacevole e accepto a me, purché fusse tenuto con buona e sancta volontá. Perché ogni cosa è buona e perfecta e facta da me, che so’ somma bontá: non sonno create né date da me perché con esse pigliate la morte, ma perché n’abbiate vita.
Agevole cosa è, però che neuna cosa è di tanta agevolezza e di tanto dilecto quanto è l’amore. E quello che Io vi richiegonon è altro che amore e dileczione di me e del proximo. Questo si può fare in ogni tempo, in ogni luogo e in ogni stato che l’uomo è, amando e tenendo ogni cosa ad laude e gloria del nome mio.
Sai che Io ti dixi che per lo inganno loro, non andando eglino col lume ma vestendosi de l’amore proprio di loro, amando e possedendo le creature e le cose create fuore di me, passano costoro questa vita crociati, essendo facti incomportabili a loro medesimi. E se essi non si levano per lo modo che decto è, giongono a l’ecterna dannazione.
Ora t’ho decto che modo debba tenere ogni uomo generalmente.
Come Dio, volendo mostrare a questa devota anima che i tre scaloni del sancto ponte sono significati in particulare per li tre stati dell’anima, dice che ella levi sé sopra di sé a raguardare questa veritá.
—Perché di sopra ti dixi come debbono andare e vanno coloro che sonno nella caritá comune, ciò sonno quegli che observano i comandamenti e i consigli mentalmente; ora ti voglio dire di coloro che hanno cominciato a salire la scala e cominciano a volere andare per la via perfecta, cioè d’observare i comandamenti e i consigli actualmente in tre stati, e’ quali ti mostrarrò, spianandoti ora in particulare i tre gradi e stati de l’anima e tre scaloni, e’ quali ti posi in generale per le tre potenzie de l’anima. De’ quali l’uno è imperfecto, l’altro è piú perfecto, l’altro è perfectissimo. L’uno m’è servo mercennaio, l’altro m’è servo fedele, l’altro m’è figliuolo, cioè che ama me senza alcuno rispecto.
Questi sonno tre stati che possono essere e sonno in molte creature, e sonno in una creatura medesima. In una creatura sonno e possono essere quando con perfecta sollicitudine corre per la via predecta exercitando il tempo suo, che da lo stato servile giogne al liberale, e dal liberale al filiale.
Leva te sopra di te e apre l’occhio de l’intellecto tuo, e mira questi perregrini viandanti come passano. Alcuni imperfectamente, e alcuni perfectamente per la via de’ comandamenti, e alquanti perfectissimamente tenendo ed exercitando la via de’ consigli. Vedrai unde viene la imperfeczione e unde viene la perfeczione, e quanto è l’inganno che l’anima riceve in se medesima perché la radice de l’amore proprio non è dibarbicata. In ogni stato che l’uomo è, gli è bisogno d’ucidere questo amore proprio in sé.
Come questa devota anima, raguardando nel divino specchio, vedeva le creature andare in diversi modi.
Alora quella anima, ansietata d’affocato desiderio, specolandosi nello specchio dolce divino, vedeva le creature tenere in diversi modi e con diversi rispecti per giognere al fine loro. Molti vedeva che cominciavano a salire sentendosi impugnati dal timore servile, cioè temendo la propria pena. E molti, exercitando el primo chiamare, giognevano al secondo; ma pochi si vedevano giognere a la grandissima perfeczione.
Come el timore servile, senza l’amore de le virtú, non è sufficiente a dare vita eterna. E come la legge del timore e quella dell’amore sono unite insieme.
Alora la bontá di Dio, volendo satisfare al desiderio de l’anima, diceva:—Vedi tu: costoro si sonno levati con timore servile dal bòmico del peccato mortale; ma se essi non si levano con amore della virtú, non è sufficiente il timore servile a dar lo’ vita durabile. Ma l’amore col sancto timore è sufficiente, perché la legge è fondata in amore con timore sancto.
La legge del timore era la legge vecchia che fu data da me a Moisé. La quale era fondata solamente in timore, perché, commessa la colpa, pativano la pena.
La legge de l’amore è la legge nuova, data dal Verbo de l’unigenito mio Figliuolo: la quale è fondata in amore. E per la legge nuova non si ruppe però la vecchia: anco s’adempi. E cosí dixe la mia Veritá: «Io non venni a dissolvere la legge, ma adempirla». E uní la legge del timore con quella de l’amore. Fulle tolto per l’amore la imperfeczione del timore della pena, e rimase la perfeczione del timore sancto, cioè temere solo di non offendere, non per danno proprio, ma per non offendere me che so’ somma bontá.
Sí che la legge imperfecta fu facta perfecta con la legge de l’amore. Poi che venne il carro del fuoco de l’unigenito mio Figliuolo, el quale recò el fuoco della mia caritá ne l’umanitá vostra, con l’abondanzia della misericordia, fu tolta via la pena delle colpe che si commectono: cioè di non punirle in questa vita di subbito che offende, sí come anticamente era dato e ordinato nella legge di Moisé di dare la pena subbito che la colpa era commessa. Ora non è cosí: non bisogna dunque timore servile. E non è però che la colpa non sia punita, ma è servata a punire (se la persona non la punisce con perfecta contrizione) ne l’altra vita, separata l’anima dal corpo. Mentre che vive egli, gli è tempo di misericordia; ma, morto, gli sará tempo di giustizia.
Debbasi dunque levare dal timore servile e giognere a l’amore e sancto timore di me. Altro rimedio non ci sarebbe che elli non ricadesse nel fiume, giognendoli l’onde delle tribolazioni e le spine delle consolazioni. Le quali sonno tucte spine che pongono l’anima che disordinatamente l’ama e possiede.
Come, exercitandosi nel timore servile, el quale è stato d’inperfeczione (per lo quale s’intende el primo scalone del sancto ponte), si viene al secondo, el quale è stato di perfeczione.
—Perché Io ti dixi che neuno poteva andare per lo ponte né escire del fiume che non salisse i tre scaloni, e cosí è la veritá: che salgono chi imperfectamente e chi perfectamente e chi con grande perfeczione.
Costoro e’ quali sonno mossi dal timore servile hanno salito e congregatisi insieme imperfectamente. Cioè che l’anima, avendo veduta la pena che séguita doppo la colpa, saglie e congrega insieme la memoria a trarne el ricordamento del vizio, lo intellecto a vedere la pena sua che per essa colpa aspecta d’avere; e però la volontá si muove ad odiarla.
E poniamo che questa sia la prima salita e la prima congregazione, conviensi exercitarla col lume de l’intellecto dentro nella pupilla della sanctissima fede, raguardando non solamente la pena ma el fructo delle virtú e l’amore che Io lo’ porto; acciò che salgano con amore co’ piei de l’affecto, spogliati del timore servile. E facendo cosí, diventaranno servi fedeli e non infedeli, servendomi per amore e non per timore. E se con odio s’ingegnaranno di dibarbicare la radice de l’amore proprio di loro, se sonno prudenti costanti e perseveranti, vi giongono.
Ma molti sonno che pigliano el loro cominciare e salire sí lentamente, e tanto per spizzicone rendono el debito loro a me, e con tanta negligenzia e ignoranzia, che subbito vengono meno. Ogni piccolo vento gli fa andare a vela e voltare il capo a dietro, perché imperfectamente hanno salito e preso el primo scalone di Cristo crocifixo; e però non giongono al secondo del cuore.
De la inperfeczione di quelli che amano e servono Dio per propria utilitá e dilecto e consolazione.
Alquanti sonno che sonno facti servi fedeli, cioè che fedelmente mi servono, senza timore servile (servendo solo per timore della pena), ma servono con amore. Questo amore, cioè di servire per propria utilitá o per dilecto o piacere che truovino in me, è imperfecto. Sai chi lo’ ’l dimostra che l’amore loro è imperfecto? quando sonno privati della consolazione che trovavano in me. E con questo medesimo amore imperfecto amano el proximo loro. E però non basta né dura l’amore: anco allenta, e spesse volte viene meno. Allenta inverso di me quando alcuna volta Io, per exercitargli nella virtú e per levarli dalla imperfeczione, ritrago a me la consolazione della mente e permecto lo’ bactaglie e molestie. E questo fo perché vengano ad perfecto cognoscimento di loro, e conoscano loro non essere, e neuna grazia avere da loro. E nel tempo delle bactaglie rifuggano a me, cercandomi e cognoscendomi come loro benefactore, cercando solo me con vera umilitá. E per questo lo’ ’l do e ritrago da loro la consolazione, ma non la grazia.
Questi cotali alora allentano, voltandosi con impazienzia di mente. Alcuna volta lassano per molti modi e’ loro exercizi, e spesse volte socto colore di virtú, dicendo in loro medesimi:—Questa operazione non ti vale,—sentendosi privati della propria consolazione della mente. Questi fa come imperfecto che anco non ha bene levato el panno de l’amore proprio spirituale della pupilla de l’occhio della sanctissima fede. Però che, se egli l’avesse levato in veritá, vedrebbe che ogni cosa procede da me e che una foglia d’arbore non cade senza la mia providenzia; e che ciò che Io do e permecto, do per loro sanctificazione, cioè perché abbino el bene e il fine per lo quale Io vi creai.
Questo debbono vedere e cognoscere, che Io non voglio altro che il loro bene, nel sangue de l’unigenito mio Figliuolo, nel quale sangue sonno lavati dalle iniquitá loro. In esso sangue possono cognoscere la mia veritá, che, per dar lo’ vita etterna, Io gli creai a la imagine e similitudine mia, e ricreai a grazia, col sangue del Figliuolo proprio, loro, figliuoli adoptivi. Ma perché essi sonno imperfecti, servono per propria utilitá e allentano l’amore del proximo.
E’ primi vi vengono meno per timore che hanno di non sostenere pena. Costoro, che sonno e’ secondi, allentano, privandosi de l’utilitá che facevano al proximo, e ritragono a dietro da la caritá loro, se si vegono privati della propria utilitá o d’alcuna consolazione che avessero trovata in loro. E questo l’adiviene perché l’amore loro non era schiecto; ma, con quella imperfeczione che amano me (cioè d’amarmi per propria utilitá), di quello amore amano loro.
Se essi non ricognoscono la loro imperfeczione col desiderio della perfeczione, impossibile sarebbe che non voltassero el capo indietro. Di bisogno l’è, a volere vita etterna, che essi amino senza rispecto: non basta fuggire il peccato per timore della pena né abracciare le virtú per rispecto della propria utilitá, però che non è sufficiente a dare vita etterna; ma conviensi che si levi del peccato perché esso dispiace a me, e ami la virtú per amore di me.
È vero che quasi el primo chiamare generale d’ogni persona è questo; però che prima è imperfecta l’anima che perfecta. E da la imperfeczione debba giognere a la perfeczione: o nella vita mentre che vive, vivendo in virtú col cuore schiecto e liberale d’amare me senza alcuno rispecto; o nella morte, riconoscendo la sua imperfeczione con proponimento che, se egli avesse tempo, servirebbe me senza rispecto di sé.
Di questo amore imperfecto amava sancto Pietro el dolce e buono Iesú, unigenito mio Figliuolo, molto dolcemente sentendo la dolcezza della conversazione sua. Ma, venendo el tempo della tribolazione, venne meno; tornando a tanto inconveniente che, non tanto che egli sostenesse pena in sé, ma, cadendo nel primotimore della pena, el negò, dicendo che mai non l’aveva cognosciuto.
In molti inconvenienti cade l’anima che ha salita questa scala solo col timore servile e con l’amore mercennaio. Debbansi adunque levare ed essere figliuoli, e servire a me senza rispecto di loro. Benché Io, che so’ remuneratore d’ogni fadiga, rendo a ciascuno secondo lo stato ed exercizio suo. E se costoro non tassano l’exercizio de l’orazione sancta e de l’altre buone operazioni, ma con perseveranzia vadano aumentando la virtú, giogneranno a l’amore del figliuolo.
E Io amarò loro d’amore filiale, però che con quello amore che so’ amato Io, con quello vi rispondo: cioè che, amando me sí come fa el servo el signore, Io come signore ti rendo el debito tuo, secondo che tu hai meritato. Ma non manifesto me medesimo a te, perché le cose secrete si manifestano a l’amico che è facto una cosa con l’amico suo.
È vero che ’l servo può crescere per la virtú sua e amore che porta al signore, sí che diventará amico carissimo: cosí è e adiviene di questi cotali. Mentre che stanno nel mercennaio amore, Io non manifesto me medesimo a loro; ma se essi con dispiacimento della loro imperfeczione e amore delle virtú, con odio dibarbicando la radice de l’amore spirituale proprio di se medesimo, salendo sopra la sedia della coscienzia sua, tenendosi ragione, sí che non passino e’ movimenti, nel cuore, del timore servile e de l’amore mercennaio che non sieno correcti col lume della sanctissima fede; facendo cosí, sará tanto piacevole a me, che per questo giognaranno a l’amore de l’amico.
E cosí manifestarò me medesimo a loro, sí come dixe la mia Veritá quando disse: «Chi m’amará sará una cosa con meco e Io con loro, e manifestarò me medesimo, e faremo mansione insieme». Questa è la condiczione del carissimo amico, che sonno due corpi e una anima per affecto d’amore, perché l’amore si transforma nella cosa amata. Se elli è facto una anima, neuna cosa gli può essere segreta. E però dixe la mia Veritá: «Io verrò e faremo mansione insieme». E cosí è la veritá.
In che modo Dio manifesta se medesimo all’anima che l’ama.
—Sai in che modo manifesto me ne l’anima che m’ama in veritá, seguitando la doctrina di questo dolce ed amoroso Verbo? In molti modi manifesto la virtú mia ne l’anima, secondo el desiderio che ella ha.
Tre principali manifestazioni Io fo. La prima è che Io manifesto l’affecto e la caritá mia col mezzo del Verbo del mio Figliuolo; el quale affecto e la quale caritá si manifesta nel Sangue sparto con tanto fuoco d’amore. Questa caritá si manifesta in due modi: l’uno è generale comunemente a la gente comune, cioè a coloro che stanno nella caritá comune. Manifestasi, dico, in loro vedendo e provando la mia caritá in molti e diversi benefizi che ricevono da me. L’altro modo è particulare a quegli che sonno facti amici, aggionto alla manifestazione della comune caritá che egli gustano e cognoscono e pruovano e sentono per sentimento ne l’anime loro.
La seconda manifestazione della caritá è pure in loro medesimi, manifestandomi per affecto d’amore. None che Io sia acceptatore delle creature, ma del sancto desiderio; manifestandomi ne l’anima in quella perfeczione che ella mi cerca. Alcuna volta mi manifesto (e questa è pure la seconda) dando lo’ spirito di profezia, mostrando lo’ le cose future. E questo è in molti e in diversi modi, secondo el bisogno che Io vego ne l’anima propria e ne l’altre creature.
Alcuna volta (e questa è la terza) formarò nella mente loro la presenzia della mia Veritá, unigenito mio Figliuolo, in molti modi, secondo che l’anima appetisce e vuole. Alcuna volta mi cerca ne l’orazione, volendo cognoscere la potenzia mia; e Io le satisfo facendole gustare e sentire la mia virtú. Alcuna volta mi cerca nella sapienzia del mio Figliuolo, e Io le satisfo ponendolo per obiecto a l’occhio de l’intellecto suo. Alcuna voltami cerca nella clemenzia dello Spirito sancto; e alora la mia bontá le fa gustare il fuoco della divina caritá, concipendo le vere e reali virtú, fondate nella caritá pura del proximo suo.
Perché Cristo non dixe: «Io manifestarò el Padre mio», ma dixe: «Io manifestarò me medesimo».
—Adunque vedi che la Veritá mia disse veritá, dicendo: «Chi m’amará sará una cosa con meco»; però che, seguitando la doctrina sua, per affecto d’amore sète uniti in lui. Ed essendo uniti in lui, sète uniti in me, perché siamo una cosa insieme; e cosí manifesto me medesimo a voi, perché siamo una medesima cosa. Unde, se la mia Veritá dixe: «Io manifestarò me a voi», dixe veritá; però che manifestando sé manifestava me, e manifestando me manifestava sé.
Ma perché non disse: «Io manifestarò el Padre mio a voi»? Per tre cose singulari. Una, perché egli volse manifestare che Io non so’ separato da lui, né egli da me; e però a sancto Filippo, quando gli dixe: «Mostraci el Padre e basta a noi», dixe: «Chi vede me vede il Padre, e chi vede el Padre vede me». Questo disse, però che era una cosa con meco, e quello che egli aveva l’aveva da me, e none Io da lui. E però dixe a’ giuderi: «La doctrina mia non è mia, ma è del Padre mio che mi mandò». Perché il Figliuolo mio procede da me, e non Io da lui. Ma ben so’ una cosa con lui ed egli con meco. Però adunque non dixe: «Io manifestarò el Padre», ma dixe: «Io manifestarò me», cioè: «però che so’ una cosa col Padre».
La seconda fu però che, manifestando sé a voi, non porgeva altro che quel che aveva avuto da me, Padre, quasi volesse elli dire: «El Padre ha manifestato sé a me, perch’Io so’ una cosa con lui. E Io, me e lui, per mezzo di me, manifestarò a voi».
La terza fu perché Io, invisibile, non posso essere veduto da voi, visibili, se non quando sarete separati da’ corpi vostri. Aloravedrete me, Dio, a faccia a faccia, e il Verbo del mio Figliuolo intellectualmente di qui al tempo della resurreczione generale, quando l’umanitá vostra si conformará e dilectará ne l’umanitá del Verbo, sí come di sopra nelTractato della resurreczioneti contiai.
Sí che me, come Io so’, non mi potete vedere. E però velai Io la divina natura col velame della vostra umanitá, acciò che mi poteste vedere. Io, invisibile, mi feci quasi visibile, dandovi el Verbo del mio Figliuolo, velato del velame della vostra umanitá. Egli manifesta me a voi; e però adunque non disse: «Io manifestarò el Padre», ma disse: «Io manifestarò me a voi», quasi dica: «secondo che m’ha dato el Padre mio, manifestarò me a voi».
Sí che vedi che in questa manifestazione, manifestando sé, manifesta me. Ed anco hai udito perché egli non disse: «Io manifestarò el Padre a voi», cioè perché a voi nel corpo mortale non è possibile di vedere me, come decto è, e perché egli è una cosa con meco.
Che modo tiene l’anima per salire lo scalone secondo del sancto ponte, essendo giá salita el primo.
—Ora hai veduto in quanta excellenzia sta colui che è gionto a l’amore de l’amico. Questo ha salito el piè de l’affecto ed è gionto al secreto del cuore, cioè al secondo de’ tre scaloni e’ quali sonno figurati nel corpo del mio Figliuolo. Díxiti che significati erano nelle tre potenzie de l’anima, e ora tel pongo significare e’ tre stati de l’anima. Ora, innanzi ch’Io ti gionga al terzo, ti voglio mostrare in che modo gionse ad essere amico (ed essendo facto amico, è facto figliuolo, giognendo a l’amore filiale), e quello che fa essendo facto amico, e in quello che si vede che egli è facto amico.
El primo, cioè come egli è venuto ad essere amico, dicotelo. In prima era imperfecto, essendo nel timore servile: exercitandosi e perseverando, venne a l’amore del dilecto e della propria utilitá, trovando dilecto e utilitá in me. Questa è la via, e per questa passa colui che desidera di giognere a l’amore perfecto, cioè ad amore d’amico e di figliuolo.
Dico che l’amore filiale è perfecto, però che ne l’amore del figliuolo riceve la ereditá di me, Padre etterno. E perché amore di figliuolo non è senza l’amore de l’amico, però ti dixi che d’amico era facto figliuolo.
Ma che modo tiene a giógnarvi? Dicotelo. Ogni perfeczione ed ogni virtú procede da la caritá, e la caritá è notricata da l’umilitá, e l’umilitá esce del cognoscimento e odio sancto di se medesimo, cioè della propria sensualitá. Chi ci giogne, conviene che sia perseverante e stia nella cella del cognoscimento di sé; nel quale cognoscimento di sé cognoscerá la misericordia mia nel sangue de l’unigenito mio Figliuolo, tirando a sé con l’affecto suo la divina mia caritá, exercitandosi in extirpare ogni perversa volontá spirituale e temporale, nascondendosi nella casa sua. Sí come fece Pietro e gli altri discepoli, che, doppo la colpa della negazione che fece del mio Figliuolo, pianse. El suo pianto era ancora imperfecto: e imperfecto fu infino a doppo e’ quaranta dí, cioè doppo l’Ascensione, poi che la mia Veritá ritornò a me secondo l’umanitá sua. Alora si nascosero Pietro e gli altri nella casa aspectando l’avenimento dello Spirito sancto, sí come la mia Veritá aveva promesso a loro.
Essi stavano inserrati per paura, però che sempre l’anima, infino che non giogne al vero amore, teme: ma perseverando in vigilia, in umile e continua orazione infino che ebbero l’abondanzia dello Spirito sancto, alora, perduto el timore, seguitavano e predicavano Cristo crocifixo.
Cosí l’anima che ha voluto o vuole giognere a questa perfeczione, poi che doppo la colpa del peccato mortale s’è levata e ricognosciuta sé, comincia a piagnere per timore della pena. Poi si leva a la considerazione della misericordia mia, dove truova dilecto e sua utilitá. E questo è imperfecto. E però Io, per farlavenire ad perfeczione, doppo e’ quaranta dí (cioè doppo questi due stati), a ora a ora mi sottraggo da l’anima: non per grazia ma per sentimento.
Questo vi manifestò la mia Veritá, quando dixe a’ discepoli: «Io andarò e tornarò a voi». Ogni cosa che egli diceva era decta in particulare a’ discepoli, ed era decta in generale e comunemente a tucti e’ presenti e a’ futuri, cioè di quelli che dovevano venire. Disse: «Io andarò e tornarò a voi»; e cosí fu: ché, tornando lo Spirito sancto sopra e’ discepoli, tornò Egli, perché, come di sopra ti dixi, lo Spirito sancto non tornò solo, ma venne con la potenzia mia e con la sapienzia del Figliuolo (che è una cosa con meco), e con la clemenzia sua d’esso Spirito sancto, el quale procede da me, Padre, e dal Figliuolo.
Or cosí ti dico: che, per fare levare l’anima dalla imperfeczione, Io mi sottraggo, per sentimento, privandola della consolazione di prima. Quando ella era nella colpa del peccato mortale, ella si partí da me, ed Io sottraxi la grazia per la colpa sua, perché essa aveva serrata la porta del desiderio; unde il sole della grazia n’escí fuore, non per difecto del sole, ma per difecto della creatura, che serrò la porta del desiderio. Ricognoscendo sé e la tenebre sua, apre la finestra, vomitando el fracidume per la sancta confessione. Io alora per grazia so’ tornato ne l’anima, e ritraggomi da lei non per grazia ma per sentimento, come decto è. Questo fo per farla umiliare e per farla exercitare in cercare me in veritá, e per provarla nel lume della fede, perché ella venga a prudenzia. Alora, se ella ama senza rispecto, con viva fede e con odio di sé, gode nel tempo della fadiga, reputandosi indegna della pace e quiete della mente. E questa è la seconda cosa delle tre, delle quali Io ti dicevo, cioè di mostrare in che modo viene ad perfeczione, e che fa quando ella è gionta.
Questo è quel che fa: che, perché ella senta ch’Io sia ritracto a me, non volta el capo a dietro; anco persevera con umilitá ne l’exercizio suo, e sta serrata nella casa del cognoscimento di sé. E ine con fede viva aspecta l’avenimento dello Spirito sancto, cioè me, che so’ esso fuoco di caritá. Come aspecta? non oziosa, ma in vigilia e continua e sancta orazione. E nonsolamente la vigilia corporale, ma la vigilia intellectuale, cioè che l’occhio de l’intellecto non si serra, ma col lume della fede veghia, extirpando con odio le cogitazioni del cuore; veghiando ne l’affecto della mia caritá, cognoscendo che Io non voglio altro che la sua sanctificazione. E questo n’è certificato nel sangue del mio Figliuolo.
Poi che l’occhio vegghia nel cognoscimento di me e di sé, òra continuamente con orazione di sancta e buona volontá: questa è orazione continua. E anco con l’orazione actuale, cioè, dico, facta ne l’actuale tempo ordinatamente, secondo l’ordine della sancta Chiesa.
Questo è quello che fa l’anima che s’è partita dalla imperfeczione e gionta alla perfeczione. E acciò che ella vi giognesse, mi partii da lei, non per grazia ma per sentimento.
Partiimi ancora perché ella vedesse e cognoscesse il difecto suo: però che, sentendosi privata della consolazione, se sente pena affliggitiva e sentesi debile e non stare ferma né perseverante, in questo truova la radice de l’amore spirituale proprio di sé. E però l’è materia di cognoscersi e di levarsi sé sopra di sé, salendo sopra la sedia della coscienzia sua; e non lassare passare quel sentimento che non sia correcto con rimproverio, dibarbicando la radice de l’amore proprio col coltello de l’odio d’esso amore e con l’amore della virtú.
Come, amando Dio inperfectamente, inperfectamente s’ama el proximo. E de’ segni di questo amore inperfecto.
—E voglio che tu sappi che ogni inperfeczione e perfeczione si manifesta e s’acquista in me; e cosí s’acquista e manifesta nel mezzo del proximo. Bene il sanno e’ semplici, che spesse volte amano le creature di spirituale amore. Se l’amore di me ha ricevuto schiectamente senza alcuno rispecto, schiectamente beie l’amore del proximo suo, sí come il vasello ches’empie nella fonte: che, se nel traie fuore, beiendo, el vasello rimane vòtio; ma se egli el beie stando el vasello nella fonte, non rimane vòto, ma sempre sta pieno. Cosí l’amore del proximo, spirituale e temporale, vuole essere beiuto in me, senza alcuno rispecto.
Io vi richiegio che voi m’amiate di quello amore che Io amo voi. Questo non potete fare a me, però che Io v’amai senza essere amato. Ogni amore, che voi avete a me, m’avete di debito e non di grazia, però che ’l dovete fare. E Io amo voi di grazia e non di debito. Adunque a me non potete rendere questo amore che Io vi richiego; e però v’ho posto el mezzo del proximo vostro, acciò che faciate a lui quello che non potete fare a me, cioè d’amarlo senza veruno respecto, di grazia e senza aspectarne alcuna utilitá. E io reputo che faciate a me quello che fate allui.
Questo mostrò la mia Veritá dicendo a Pavolo, quando mi perseguitava: «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?». Questo diceva, reputando che Pavolo perseguitasse me perseguitando e’ miei fedeli.
Sí che vuole essere schiecto questo amore. E con quello amore, che voi amate me, dovete amare loro. Sai a che se n’avede che egli non è perfecto colui che ama di spirituale amore? Se si sente pena affliggitiva quando non gli pare che la creatura, che egli ama, satisfaccia a l’amore suo, non parendogli essere amato quanto gli pare amare. Ovvero che egli si vega sottrare la conversazione, o privare della consolazione, o vedendo amare un altro piú di lui.
A questo e a molte altre cose se ne potrá avedere che questo amore in me e nel proximo è ancora imperfecto, e che questo vasello è beiuto fuore della fonte: poniamo che l’amore abbi tracto da me. Ma perché in me l’aveva ancora imperfecto, però imperfecto el mostra in colui che ama di spirituale amore. Tucto procede perché la radice de l’amore proprio spirituale non era bene dibarbicata.
E però Io permecto spesse volte che ponga questo amore, perché cognosca sé e la sua imperfeczione per lo modo decto.E sottragomi, per sentimento, da lei, perché essa si rinchiuda nella casa del cognoscimento di sé, dove acquistará ogni perfeczione. E poi Io torno in lei con piú lume e cognoscimento della mia veritá, in tanto che si reputa a grazia di potere uccidere la propria volontá per me. E non si ristá mai di potare la vigna de l’anima sua, e di divellere le spine delle cogitazioni, e ponere le pietre delle virtú fondate nel sangue di Cristo crocifixo, le quali ha trovate ne l’andare per lo ponte di Cristo crocifixo, unigenito mio Figliuolo. Sí com’Io ti dixi, se bene ti ricorda, che sopra del ponte, cioè della doctrina della mia Veritá, erano le pietre fondate in virtú del sangue suo, perché le virtú hanno dato vita a voi in virtú del Sangue.
Del modo che tiene l’anima per giognere ad l’amore schietto e liberale. E qui comincia el tractato dell’orazione.
—Poi che l’anima è intrata dentro passando per la doctrina di Cristo crocifixo, con vero amore della virtú e odio del vizio, con perfecta perseveranzia, gionta a la casa del cognoscimento di sé, sta serrata in vigilia e continua orazione, separata al tucto da la conversazione del secolo.
Perché si rinchiuse? Per timore, cognoscendo la sua imperfeczione, e per desiderio che ha di giognere a l’amore schiecto e liberale. E perché vede bene e cognosce che per altro modo non vi può giognere, però aspecta con fede viva l’avenimento di me per acrescimento di grazia in sé.
In che si cognosce la fede viva? Nella perseveranzia della virtú, non vollendo el capo a dietro per veruna cosa che sia, né levarsi da l’orazione sancta per veruna cosa che sia: guarda giá che non fusse per obbedienzia o per caritá; altrimenti non debba partirsi da l’orazione. Però che spesse volte, nel tempo ordinato de l’orazione, el dimonio giogne con le molte battaglie e molestie piú che quando si truova fuore de l’orazione. Questo fa per farle venire a tedio l’orazione sancta, dicendo spesse volte:—Questa orazione non ti vale, però che tu non debbi pensare altro né actendere ad altro che a quel che tu dici.—Questo le fa vedere il dimonio perché ella venga a tedio e a confusione di mente, e lassi l’exercizio de l’orazione. La quale è una arme con che l’anima si difende da ogni adversario, tenuta con la mano de l’amore e col braccio del libero arbitrio, difendendosi con essa arme col lume della sanctissima fede.
Qui, toccando alcuna cosa del sacramento del Corpo di Cristo, dá piena doctrina come l’anima venga da l’orazione vocale a la mentale; e narra qui una visione che questa devota anima ebbe una volta.
—Sappi, figliuola carissima, che ne l’orazione umile e continua e fedele, con vera perseveranzia acquista l’anima ogni virtú. E però debba perseverare e non lassarla mai, né per illusione di dimonio né per propria fragilitá (cioè per pensiero o movimento che venisse nella propria carne sua) né per decto di creatura, ché spesse volte si pone il dimonio sopra le lingue loro, facendo lo’ favellare parole che hanno a impedire la sua orazione. Tucte le debba passare con la virtú della perseveranzia. Oh! quanto è dolce a quella anima, e a me è piacevole la sancta orazione facta nella casa del cognoscimento di sé e nel cognoscimento di me, aprendo l’occhio de l’intellecto col lume della fede e con l’affecto ne l’abbondanzia della mia caritá!
La quale caritá v’è facta visibile per lo visibile unigenito mio Figliuolo, avendovela mostrata col sangue suo. El quale sangue inebbria l’anima e vestela del fuoco della divina caritá, e dálle il cibo del sacramento (el quale v’ho posto nella bottiga del corpo mistico della sancta Chiesa) del Corpo e del Sangue del mio Figliuolo tucto Dio e tucto uomo, dandolo a ministrare per le mani del mio vicario, el quale tiene la chiave di questo sangue.
Questa è quella bottiga, della quale ti feci menzione, che stava in sul ponte per dare il cibo e confortare e’ viandanti e perregrini che passano per la doctrina della mia Veritá, acciò che per debilezza non vengano meno. Questo cibo conforta poco e assai, secondo el desiderio di colui che ’l piglia, in qualunque modo el piglia, o sacramentalmente o virtualmente. Sacramentalmente è quando si comunica del sancto Sacramento;virtualmente è comunicandosi per sancto desiderio: sí per desiderio della comunione, e sí per considerazione del sangue di Cristo crocifixo, cioè comunicandosi sacramentalmente de l’affecto della caritá, la quale ha gustata e trovata nel Sangue, el quale vede che per amore fu sparto. E però vi s’inebria e vi s’accende per sancto desiderio, e vi si sazia trovandosi piena solo della caritá mia e del proximo suo.
Questo dove l’acquistò? Nella casa del cognoscimento di sé, con sancta orazione, dove perdé la imperfeczione. Sí come i discepoli e Pietro perdêro (stando dentro in vigilia e orazione) la imperfeczione loro e acquistâro la perfeczione. Con che? con la perseveranzia condita con la sanctissima fede.
Ma non pensare che riceva tanto ardore e nutrimento da questa orazione solamente con orazione vocale, sí come fanno molte anime, che la loro orazione è di parole piú che d’affecto. Le quali non pare che actendano ad altro se none in compire e’ molti salmi e dire i molti paternostri. E compíto el numero che si sonno proposti di dire, non pare che pensino piú oltre. Pare che pongano affecto e actenzione a l’orazione solo nel dire vocalmente: ed egli non si vuole fare cosí; però che, non facendo altro, poco fructo ne tragono, e poco è piacevole a me.
Ma se tu mi dici:—Debbasi lassare stare questa, ché tucti non pare che siano tracti a l’orazione mentale?—No, ma debba andare col modo, ché Io so bene che, come l’anima è prima imperfecta che perfecta, cosí è imperfecta la sua orazione. Debba bene, per non cadere ne l’ozio, quando è ancora imperfecta, andare con l’orazione vocale; ma non debba fare l’orazione vocale senza la mentale: cioè che, mentre che dice, s’ingegni di levare e dirizzare la mente sua ne l’affecto mio, con la considerazione comunemente de’ difecti suoi e del sangue de l’unigenito mio Figliuolo, dove truova la larghezza della mia caritá e la remissione de’ peccati suoi.
E questo debba fare acciò che ’l cognoscimento di sé e la considerazione de’ difecti suoi le faccia cognoscere la mia bontá in sé e continuare l’exercizio suo con vera umilitá.
Non voglio che siano considerati e’ difecti in particulare, ma in comune, acciò che la mente non sia contaminata per lo ricordamento de’ particulari e ladi peccati. Dicevo che Io non voglio; e non debba avere solo la considerazione de’ peccati in comune né in particulare senza la considerazione e memoria del Sangue e larghezza della misericordia, acciò che non venga a confusione. Ché se ’l cognoscimento di sé e considerazione del peccato non fusse condito con la memoria del Sangue e speranza della misericordia, starebbe in essa confusione: e con essa, insieme col dimonio che l’ha guidato socto colore di contrizione e dispiacimento del peccato, giognerebbe a l’etterna dannazione; non solamente per questo, ma perché da questo, non pigliando el braccio della misericordia mia, verrebbe a disperazione.
Questo è uno de’ soctili inganni che ’l dimonio faccia a’ servi miei. E però conviene, per vostra utilitá e per campare l’inganno del dimonio e per essere piacevoli a me, che sempre vi dilarghiate il cuore e l’affecto nella smisurata misericordia mia con vera umilitá. Ché sai che la superbia del dimonio non può sostenere la mente umile; né la sua confusione la larghezza della mia bontá e misericordia, dove l’anima in veritá speri.
E però, se ben ti ricorda, quando el dimonio ti voleva aterrare per confusione, volendoti mostrare che la vita tua fusse stata inganno e non avere seguitata né facta la volontá mia, tu allora facesti quel che tu dovevi fare e che la mia bontá ti die’ di potere fare (la quale bontá non è nascosa a chi la vuole ricevere), cioè che t’innalzasti nella misericordia mia con umilitá, dicendo:—Io confesso al mio Creatore che la vita mia non è passata altro che in tenebre; ma io mi nascondarò nelle piaghe di Cristo crocifixo e bagnarommi nel sangue suo; e cosí avarò consumate le iniquitá mie e godarommi, per desiderio, nel mio Creatore.
Sai che alora el dimonio fuggí. E tornando poi con l’altra, cioè di volerti levare in alto per superbia, dicendo:—Tu se’ perfecta e piacevole a Dio; non bisogna piú che t’affliga né che pianga e’ difecti tuoi;—donandoti Io alora el lume, vedesti la via che ti conveniva fare, cioè d’umiliarti; e rispondesti aldimonio, dicendo:—Miserabile a me! Giovanni Baptista non fece mai peccato e fu sanctificato nel ventre della madre, e nondimeno fece tanta penitenzia! E io ho commessi cotanti difecti, e non cominciai mai a cognoscerlo con pianto e vera contrizione, vedendo chi è Dio che è offeso da me, e chi so’ io che l’offendo!—
Allora el dimonio non potendo sostenere l’umilitá della mente né la speranza della mia bontá, disse a te:—Maladecta sia tu, ché modo non posso trovare con teco! Se io ti pongo abasso per confusione, e tu ti levi in alto a la misericordia. E se io ti pongo in alto, e tu ti poni abasso, venendo ne l’inferno per umilitá, e intro lo ’nferno mi perseguiti. Sí che io non tornarò piú a te, però che tu mi percuoti col bastone della caritá.—
Debba dunque l’anima condire col cognoscimento della mia bontá el cognoscimento di sé, e il cognoscimento di me col cognoscimento di sé. A questo modo l’orazione vocale sará utile a l’anima che la fará, e a me sará piacevole. E da l’orazione vocale imperfecta giognará, perseverando con l’exercizio, a l’orazione mentale perfecta. Ma se semplicemente mira di compire el numero suo, o se per la orazione vocale lassasse l’orazione mentale, non vi giogne mai.
Alcuna volta sará l’anima sí ignorante che, factosi el suo proponimento di dire cotanta orazione con la lingua (e io alcuna volta visitarò la mente sua, quando in uno modo e quando in uno altro: alcuna volta in uno lume di cognoscimento di sé con una contrizione del difecto suo; alcuna volta nella larghezza della mia caritá; alcuna volta ponendole dinanzi a la mente sua in diversi modi, secondo che piace a me, la presenzia della mia Veritá, e secondo che essa anima avesse desiderato), ed ella, per compire il suo numero, lassa la visitazione di me che sente nella mente, quasi per coscienzia che si fará di lassare quello che ha cominciato.
Non debba fare cosí, però che, facendolo, sarebbe inganno di dimonio; ma subbito che sente disponere la mente per mia visitazione (per molti modi, come detto è), debba abandonare l’orazione vocale. Poi, passata la mentale, se ha tempo, puòripigliare quello che proposto s’aveva di dire; non avendo tenpo non se ne debba curare, né venirne a tedio né confusione di mente. Cosí debba fare. Guarda giá che non fusse l’offizio divino, el quale i cherici e religiosi sonno tenuti e obligati di dire; e non dicendolo, offendono. Essi debbono infino a la morte dire l’offizio suo. E se essi si sentissero, all’ora debita che si debba dire, la mente tracta e levata per desiderio, si debbano provedere di dirlo innanzi o dirlo poi, sí che non trapassi che il debito de l’offizio non sia renduto.
D’ogni altra cosa che l’anima cominciasse, la debba cominciare vocalmente per giognere a la mentale. E sentendosi la mente disposta, la debba lassare per la cagione decta. Questa orazione vocale, facta nel modo che decto t’ho, giognerá ad perfeczione; e però non debba lassare l’orazione vocale, per qualunque modo ella è facta, ma debba andare col modo che decto t’ho. E cosí con l’essercizio e perseveranzia gustará l’orazione in veritá e il cibo del sangue de l’unigenito mio Figliuolo. E però ti dixi che alcuno si comunicava virtualmente del Corpo e del sangue di Cristo, benché non sacramentalmente, cioè comunicandosi de l’affecto della caritá, la quale gusta col mezzo della sancta orazione, poco e assai, secondo l’affecto di colui che òra.
Chi va con poca prudenzia, e non con modo, poco truova; chi con assai, assai truova; perché quanto l’anima piú s’ingegna di sciogliere l’affecto suo e legarlo in me col lume de l’intellecto, piú cognosce: chi piú cognosce piú ama; piú amando, piú gusta.
Adunque vedi che l’orazione perfecta non s’acquista con molte parole, ma con affecto di desiderio, levandosi in me con cognoscimento di sé, condito insieme l’uno con l’altro. Cosí insiememente avará la vocale e la mentale, perché elle stanno insieme sí come la vita activa e la vita contemplativa.
Benché in molti e in diversi modi s’intenda orazione vocale o vuoli mentale: perché posto t’ho che ’l desiderio sancto è continua orazione, cioè d’avere buona e sancta volontá. La quale volontá e desiderio si leva al luogo e al tempo ordinatoactualmente, agionto a quella continua orazione del sancto desiderio. E cosí l’orazione vocale, stando l’anima nella sancta volontá, la fará al tempo ordinato; o alcuna volta fuore del tempo ordinato la fa continua, secondo che gli richiede la caritá in salute del proximo (sí come vede il bisogno e la necessitá) e secondo lo stato che Io l’ho posto.
Ogniuno, secondo lo stato suo, debba adoperare in salute de l’anime secondo el principio della sancta volontá. Ciò che aduopera vocalmente e actualmente nella salute del proximo è uno orare virtuale: poniamo che actualmente, a luogo debito, la facci per sé. E fuore della debita orazione sua, ciò che egli fa nella caritá del proximo suo, o in sé per exercizio che egli facesse actualmente di qualunque cosa si fusse, è uno orare. Sí come disse il glorioso mio banditore di Pavolo, cioè che «non cessa d’orare chi non cessa di bene adoperare». E però ti dixi che l’orazione si faceva in molti modi se si vede l’actuale unita con la mentale, perché l’actuale orazione facta per lo modo decto è facta con l’affecto della caritá. El quale affecto di caritá è la continua orazione.
Ora t’ho decto in che modo si giogne a l’orazione mentale, cioè con l’essercizio e perseveranzia e lassando la vocale per la mentale quando Io visito l’anima. E hotti decto quale è l’orazione comune e la vocale comunemente fuore del tempo ordinato, e l’orazione della buona e sancta volontá; e come ogni exercizio in sé e nel proximo, che fa con buona volontá, fuore de l’ordinato tempo, è orazione. Adunque virilmente l’anima debba speronare se medesima con questa madre de l’orazione. Questo è quello che fa l’anima che è rinchiusa in casa del cognoscimento di sé, gionta a l’amore de l’amico e filiale. E se essa anima non tiene i modi decti, sempre rimarrebbe nella tiepidezza e imperfeczione sua. E tanto amarebbe, quanto sentisse dilecto o utilitá in me o nel proximo suo.
De lo inganno che ricevono gli uomini mondani, e’ quali amano e servono Dio per propria consolazione e dilecto.
—Del quale amore imperfecto ti voglio dire. E non ti voglio tacere uno inganno che in esso amore possono ricevere, nella parte d’amare me per propria consolazione. Unde voglio che tu sappi che il servo mio, che imperfectamente m’ama, cerca piú la consolazione, per la quale egli m’ama, che me. E a questo se ne può avedere: che, mancandoli la consolazione o spirituale, cioè di mente, o consolazione temporale, si turba.
Nelle temporali tocca agli uomini del mondo, che vivono con alcuno acto di virtú, mentre che hanno la prosperitá; e sopravenendo la tribulazione, la quale Io do per loro bene, si conturbano in quel poco del bene che adoperavano. E chi gli dimandasse:—Perché ti conturbi?—rispondarebbero:—Perché aviamo ricevuta tribolazione, e quel poco del bene ch’io facevo mel pare quasi perdere, perché non el fo con quel cuore e con quello animo che io facevo, mi pare a me. Questo è per la tribolazione che io ho ricevuta, però che mi pareva piú adoperare, e piú pacificamente col cuore riposato, innanzi che ora.—
Costoro sonno ingannati nel proprio dilecto. E non è la veritá che ne sia cagione la tribolazione: né che essi amino meno né aduoparino meno, cioè che l’operazione, che fanno nel tempo della tribolazione, tanto vale in sé quanto di prima, nel tempo della consolazione; anco lo’ potrebbe valere piú, se essi avessero pazienzia. Ma questo l’adiviene perché essi si dilectavano nella prosperitá: ine con un poco d’acto di virtú amavano me; ine pacificavano la mente loro con quella poca operazione. Essendo privati di quello dove si posavano, lo’ pare che lo’ sia tolto el riposo nel loro adoperare: ed egli non è cosí.
Ma a loro adiviene come de l’uomo che è in uno giardino: che in esso giardino, perché v’ha dilecto, si riposa con la sua operazione. Parli riposare ne l’operazione, ed egli si riposa neldilecto che egli ha preso nel giardino. E a questo se n’avede che egli è la veritá che egli si dilecta piú nel giardino che ne l’operazione: però che, toltoli el giardino, si sente privato del dilecto. Però che, se ’l principale dilecto avesse posto nella sua operazione, non l’avarebbe perduto, anco l’avarebbe seco; perché l’exercizio del bene adoperare non si può perdere (se egli non vuole) perché gli sia tolto el dilecto della prosperitá, sí come a colui el giardino.
Adunque s’ingannano nel loro adoperare per la propria passione. Unde hanno per uso di dire questi cotali:—Io so che io facevo meglio, e piú consolazione avevo innanzi che io fusse tribulato che ora, e giovavami di fare bene; ma ora non me ne giova né dilecto punto.—El loro vedere e il loro dire è falso, però che, se essi si fussero dilectati del bene per amore del bene della virtú, non l’avarebbero perduto né mancato in loro, anco cresciuto. Ma perché el loro bene adoperare era fondato nel proprio loro bene sensitivo, però lo’ manca e vien lo’ meno.
Questo è lo inganno che riceve la comune gente in alcuno loro bene adoperare. Questi sonno ingannati da loro medesimi, dal proprio dilecto sensitivo.
De lo inganno che ricevono e’ servi di Dio, e’ quali ancora amano Dio di questo amore imperfecto predecto.
—Ma e’ servi miei che anco sonno ne l’amore imperfecto, cercando e amando me con affecto d’amore verso la consolazione e dilecto che truovano in me, qualche volta sono ingannati. Perch’Io so’ remuneratore d’ogni bene che si fa, poco e assai, secondo la misura de l’amore di colui che riceve; per questo do consolazione mentale, quando in uno modo e quando in un altro, nel tempo de l’orazione. Questo non fo perché ella ignorantemente riceva la consolazione, cioè che ella raguardi piú el presente della consolazione che è data da me che me, ma perchéella raguardi piú l’affecto della mia caritá con che Io lel do e la indegnitá sua che riceve, che el dilecto della propria consolazione. Ma se ella, ignorante, piglia solo el dilecto senza la considerazione de l’affecto mio verso di lei, ne riceve il danno e lo inganno che Io ti dirò.
L’uno si è che, ingannata da la propria consolazione, cerca essa consolazione e ine si dilecta. E piú che, alcuna volta, sentendo in alcuno modo la consolazione e visitazione mia in sé, e poi partendosi, andará dietro per la via che tenne quando la trovò, per trovare quella medesima. E Io non le do a uno modo (ché cosí parrebbe ch’Io non avesse che dare); anco le do in diversi modi, secondo che piace a la mia bontá e secondo la necessitá e il bisogno suo. Essendo ella ignorante, cercará pure in quello modo come se ella volesse ponere legge allo Spirito sancto. Non debba fare cosí; ma debba passare virilmente per lo ponte della doctrina di Cristo crocifixo, e ine ricevere in quel modo, in quello luogo e in quel tempo che piace a la mia bontá di dare. E se Io non do, anco quel non dare Io el fo per amore e non per odio, perché essa mi cerchi in veritá e non m’ami solamente per lo dilecto, ma riceva con umilitá piú la caritá mia che il dilecto che truova. Però che, se ella non fa cosí, e che ella vada solo al dilecto a suo modo e non a mio, riceverá pena e confusione intollerabile quando si vedrá tolto l’obiecto del dilecto, el quale si pose dinanzi a l’occhio de l’intellecto suo.
Questi sonno quegli che eleggono le consolazioni a loro modo, cioè che, trovando dilecto, in alcuno modo, di me nella mente loro, vorranno passare con quel medesimo. E alcuna volta sonno tanto ignoranti che, visitandogli Io in altro modo che in quello, faranno resistenzia e non riceveranno, anco vorranno pur quello che s’hanno imaginato. Questo è difecto della propria passione e dilecto spirituale il quale trovò in me: ella è ingannata, però che impossibile sarebbe di stare continuamente in uno modo. Perché, come l’anima non può stare ferma, ché o e’ si conviene che ella vada innanzi a le virtú, o ella torni a dietro; cosí la mente in me non può stare ferma solo in uno dilecto, che la mia bontá non ne dia piú. Molto differenti gli do: alcuna voltado dilecto d’una allegrezza mentale; alcuna volta una contrizione e uno dispiacimento, che parrá che la mente sia conturbata in sé; alcuna volta sarò ne l’anima e non mi sentirá; alcuna volta formarò la mia Veritá, Verbo incarnato, in diversi modi dinanzi a l’occhio de l’intellecto suo, e nondimeno non parrá che essa, nel sentimento de l’anima, el senta con quello calore e dilecto che a quello vedere le pare che dovesse seguitare; e alcuna volta sentirá e non vedrá grandissimo dilecto.
Tucto questo fo per amore e per conservarla e acrescerla nella virtú de l’umilitá e nella perseveranzia, e per insegnarle che essa non voglia poner regola a me, né il fine suo nella consolazione, ma solo nella virtú fondata in me; ma con umilitá riceva l’uno tempo e l’altro, e con affecto d’amore l’affecto mio con che Io do; e con viva fede creda ch’Io do a necessitá o della salute sua, o a necessitá di farla venire a la grande perfeczione.
Debba dunque stare umile, facendo el principio e il fine ne l’affecto della mia caritá, e ricevere in essa caritá dilecto e non dilecto, secondo la mia volontá e non secondo la sua. Questo è il modo a non volere ricevere inganno, anco ogni cosa ricevere per amore da me che so’ loro fine, fondati nella dolce mia volontá.