Di quelli e’ quali, per non lassare la loro pace e consolazione, non sovengono al proximo ne le sue necessitadi.
—Hotti decto de l’inganno che ricevono coloro che a loro modo vogliono gustare e ricevare me nella mente loro.
Ora ti voglio dire il secondo inganno di coloro che tucto el loro dilecto è posto in ricevere la consolazione della mente loro; intanto che spesse volte vedranno el proximo loro in necessitá o spirituale o temporale e non li soverranno, socto colore di virtú dicendo:—Io ne perdo la pace e la quiete della mente, e non dico l’ore mie a l’ora né al tempo.—Unde, nonavendo la consolazione, ne lo’ pare offendere me: ed essi sonno ingannati dal proprio dilecto spirituale della mente loro; e offendonmi piú non sovenendo a la necessitá del proximo che lassando tucte le loro consolazioni. Perché ogni exercizio vocale e mentale è ordinato da me, che l’anima el facci per giognere a la caritá perfecta di me e del proximo, e di conservarla in essa caritá. Sí che egli m’offende piú lassando la caritá del proximo per lo suo exercizio actuale e quiete di mente, che lassando l’exercizio per lo proximo.
Perché nella caritá del proximo truovano me, e nel dilecto loro, dove cercano me, ne sarebbero privati. Però che, non sovenendo,ipso factodiminuiscono la caritá del proximo; diminuita la caritá del proximo, diminuisce l’affecto mio verso di loro; diminuito l’affecto, diminuita la consolazione. Sí che, volendo guadagnare, essi perdono; e volendo perdere, guadagnano; cioè che, volendo perdere le proprie consolazioni in salute del proximo, riceve e guadagna me e il proximo suo, sovenendolo e servendolo caritativamente.
E cosí gustarebbero in ogni tempo la dolcezza della caritá mia. E, non facendolo, stanno in pena: perché alcuna volta si converrá pur che ’l sovenga, o per forza o per amore, o per infermitá corporale o per infermitá spirituale che egli s’abbi; sovenendolo, el soviene con pena, con tedio di mente e stimolo di coscienzia, e diventa incomportabile a sé e ad altrui. E chi el dimandasse:—Perché senti questa pena?—rispondarebbe:—Perché mi pare avere perduta la pace e la quiete della mente, e molte cose, di quelle che io solevo fare, ho lassate, e credone offendere Dio.—Ed egli non è cosí; ma perché ’l suo vedere è posto nel proprio dilecto, però non sa discernere né cognoscere in veritá dove sta la sua offesa. Però che vedrebbe che l’offesa non sta in non avere la consolazione mentale, né in lassare l’essercizio de l’orazione nel tempo della necessitá del proximo suo; anco sta in essere trovato senza la caritá del proximo, el quale egli debba amare e servire per amore di me.
Sí che vedi come s’inganna solo col proprio amore spirituale verso di sé.
De lo inganno che ricevono quelli li quali hanno posto tucto el loro affecto ne le consolazioni e visioni mentali.
—E alcuna volta per questo cosí facto amore ne riceve anco piú danno. Ché se l’affecto suo solo si pone e cerca nella consolazione e visioni le quali spesse volte dono e do a’ servi miei, quando ella se ne vede privata cade in amaritudine e in tedio di mente, perché le pare essere privata della grazia quando alcuna volta mi sottrago della mente sua; sí come ti dixi che Io andavo e tornavo ne l’anima, partendomi non per grazia ma per sentimento, per fare venire l’anima ad perfeczione. Sí che ne cade in amaritudine, e parle essere intro lo ’nferno, sentendosi levata dal dilecto e sentendo le molestie delle molte temptazioni.
Non debba essere ignorante né lassarsi tanto ingannare al proprio amore spirituale che non cognosca la veritá; e cognoscere me in sé, che so’ Io colui, sommo Bene, che le conservo la buona volontá, nel tempo delle bactaglie, che non corre per dilecto dietro a loro. Debbasi dunque umiliare, reputandosi indegna della pace e quiete della mente. E però mi sottrago da lei, per questa cagione: per farla umiliare e per farle cognoscere la caritá mia in sé, trovandola nella buona volontá che Io le conservo nel tempo delle bactaglie; e perché essa non riceva solamente il lacte della dolcezza sprizzato da me nella faccia de l’anima sua, ma perché essa s’atacchi al pecto della mia Veritá, sí che riceva el lacte insieme con la carne, cioè di trare a sé il lacte della mia caritá col mezzo della Carne di Cristo crocifixo, cioè della doctrina sua, della quale v’ho facto ponte acciò che per lui giongano a me. Per questo mi ritrago da loro.
Andando elleno con prudenzia, e non con ignoranzia ricevendo solamente il lacte, ritorno a loro con piú dilecto e fortezza e lume e ardore di caritá. Ma se esse ricevono contedio e con tristizia e confusione di mente el partire del sentimento della dolcezza mentale, poco guadagnano e permangono nella tiepidezza loro.
Come i predecti, che si dilectano de le consolazioni e visioni mentali, possono essere ingannati ricevendo el demonio transfigurato in forma di luce. E de’ segni a’ quali si può cognoscere quando la visitazione è da Dio, o dal demonio.
—E doppo questo, ricevono spesse volte un altro inganno dal dimonio, cioè di trasformarsi in forma di luce. Perché ’l dimonio in quello che vede la mente disposta a ricevere e desiderare, in quello gli dá. Perché vede la mente inghiottornita e posto el suo desiderio solo nelle consolazioni e visioni mentali (a le quali l’anima non debba ponere il suo desiderio, ma solamente nelle virtú, e di quelle per umilitá reputarsene indegna ed in esse consolazioni ricevere l’affecto mio), dico che ’l dimonio alora si trasforma in quella mente in forma di luce, in diversi modi: quando in forma d’angelo, e quando in forma della mia Veritá, o in altra forma de’ sancti miei: E questo fa per pigliarla co’ l’amo del proprio dilecto spirituale che ha posto nelle visioni e dilecto della mente. E se essa anima non si leva con la vera umilitá, spregiando ogni dilecto, rimane presa con questo lamo nelle mani del dimonio. Ma se essa con umilitá, spregiando el dilecto, e con amore stregne l’affecto di me, che so’ donatore, e non del dono, el dimonio non la può sostenere, per la sua superbia, la mente umile.
E se tu mi dimandassi:—A che si può cognoscere che sia piú dal dimonio che da te?—io ti rispondo che questo è il segno: che se ella è dal dimonio, che egli sia venuto nella mente a visitare in forma di luce, come decto è, l’anima riceve subbito nel suo venire allegrezza; e quanto piú sta, piú perde l’allegrezza e rimane tedio e tenebre e stimolo nella mente,obfuscandovisi dentro. Ma se in veritá è visitata da me, Veritá etterna, l’anima riceve timore sancto nel primo aspecto; e con esso timore riceve allegrezza e sicurtá con una dolce prudenzia, che, dubbitando, non dubbita; ma, per cognoscimento di sé reputandosi indegna, dirá:—Io non so’ degna di ricevere la tua visitazione; non essendone degna, come può essere?—Alora si vòlle a la larghezza della mia caritá, cognoscendo e vedendo che a me è possibile di dare; e non raguardo alla indegnitá sua, ma a la dignitá mia che la fo degna di ricevere me, per grazia e per sentimento, in sé, perché non dispregio il desiderio col quale ella mi chiama. E però riceve umilmente, dicendo:—Ecco l’ancilla tua: facta sia in me la tua volontá.—E alora esce del camino de l’orazione e visitazione mia con allegrezza e gaudio di mente, e con umilitá reputandosi indegna, e con caritá ricognoscendola da me.
Or questo è il segno che l’anima è visitata da me o dalle dimonia: trovando quando è da me, nel primo aspecto, el timore e, al fine e al mezzo, l’allegrezza e la fame delle virtú. E quando è dal dimonio, el primo aspecto è l’allegrezza, e poi rimane in confusione e in tenebre di mente. Sí che Io ho proveduto in darvi el segno, acciò che l’anima, se ella vuole andare umile e con prudenzia, non possa essere ingannata. El quale inganno riceve l’anima che vorrá navicare solo con l’amore imperfecto delle proprie consolazioni piú che de l’affecto mio, come decto t’ho.
Come l’anima, che in veritá cognosce se medesima, saviamente si guarda da tucti li predecti inganni.
—Non t’ho voluto tacere l’inganno che ricevono e’ comuni, ne l’amore sensitivo, nel loro poco bene adoperare, cioè di quella poca virtú che essi adoperavano nel tempo della consolazione; né de l’amore proprio spirituale delle proprie consolazioni de’ servi miei, come essi col proprio amore del dilecto s’ingannanoche non lo’ lassa cognoscere la veritá de l’affecto mio né discernere la colpa dove ella sta, e l’inganno che ’l dimonio usa con loro per loro colpa, se essi non tengono el modo che decto t’ho.
Hottelo decto, acciò che tu e gli altri servi miei andiate dietro a la virtú per amore di me, e none a veruna altra cosa. Tucti questi inganni e pericoli può ricevare e spesse volte ricevono coloro che sonno ne l’amore imperfecto, cioè d’amare me per rispecto del dono e non di me che do. Ma l’anima, che in veritá è intrata nella casa del cognoscimento di sé, exercitando l’orazione perfecta e levandosi da la imperfeczione de l’amore de l’orazione inperfecta (per quel modo che nelTractato de l’orazioneIo ti contiai), riceve me per affecto d’amore, cercando di trare a sé el lacte della dolcezza mia col pecto della doctrina di Cristo crocifixo.
Gionti al terzo stato, cioè de l’amore de l’amico e filiale, non hanno amore mercennaio, anco fanno come carissimi amici. Sí come fará l’uno amico con l’altro, che, essendo presentato da l’amico suo, l’occhio non si vòlle solamente al presente, anco nel cuore e ne l’affecto di colui che dá, e riceve e tiene caro el presente solo per amore de l’affecto de l’amico suo. Cosí l’anima, gionta al terzo stato de l’amore perfecto, quando riceve i doni e le grazie mie non raguarda solamente il dono, ma raguarda con l’occhio de l’intellecto l’affecto della caritá di me donatore.
E acciò che l’anima non abbi scusa di fare cosí, cioè di raguardare l’affecto mio, Io providi d’unire il dono e ’l donatore, cioè unendo la natura divina con la natura umana quando vi donai el Verbo de l’unigenito mio Figliuolo, el quale è una cosa con meco, e Io con lui. Sí che per questa unione non potete raguardare il dono che non raguardiate me donatore. Vedi dunque con quanto affecto d’amore dovete amare e desiderare il dono e il donatore! Facendo cosí, sarete in amore puro e schiecto e non mercennaio, sí come fanno questi che sempre stanno serrati nella casa del cognoscimento di loro.
Per che modi l’anima si parte da l’amore inperfecto e giogne ad l’amore perfecto dell’amico e filiale.
—In fino a ora Io t’ho mostrato per molti modi come l’anima si leva da la imperfeczione e giogne a l’amore perfecto, e quello che fa poi che ella è gionta a l’amore de l’amico e filiale.
Dixiti e dico che ella vi giogne con perseveranzia, serrandosi nella casa del cognoscimento di sé. El quale cognoscimento di sé vuole essere condito col cognoscimento di me, acciò che non venga a confusione. Perché del cognoscimento di sé acquistará l’odio della propria passione sensitiva e del dilecto delle proprie consolazioni. E da l’odio fondato in umilitá trarrá la pazienzia, nella quale pazienzia diventará forte contra le bactaglie del dimonio, contra le persecuzioni degli uomini e verso di me, quando per suo bene sottrago el dilecto da la mente sua. Tucte le portará con questa virtú.
E se la sensualitá propria, per malagevolezza, volesse alzare el capo contra la ragione, el giudice della coscienzia debba salire sopra di sé, e con odio tenersi ragione, e non lassare passare i movimenti che non sieno correcti. Benché l’anima che stará ne l’odio sempre si corregge e riprende, d’ogni tempo: non tanto che quegli che sonno contra la ragione, ma quegli che, spesse volte, saranno da me.
Questo volse dire il dolce servo mio sancto Gregorio, quando disse che «la sancta e pura coscienzia faceva peccato dove non era peccato»: cioè che vedeva, per la puritá della coscienzia, la colpa dove non era la colpa.
Or cosí debba fare e fa l’anima che si vuole levare dalla imperfeczione, aspectando, nella casa del cognoscimento di sé, la providenzia mia col lume della fede, sí come fecero e’ discepoli che stectero in casa e non si mossero mai, ma conperseveranzia in vigilia e umile e continua orazione perseverâro infino a l’avenimento dello Spirito sancto.
Questo è quello (sí come Io ti dixi) che l’anima fa, quando s’è levata dalla imperfeczione e rinchiusasi in casa per giognere a perfeczione. Ella sta in vigilia, vegghiando con l’occhio de l’intellecto nella doctrina della mia Veritá, umiliata perché ha cognosciuta sé in continua orazione, cioè di sancto e vero desiderio, perché in sé cognobbe l’affecto della mia caritá.
De’ segni a’ quali si cognosce che l’anima sia venuta all’amore perfecto.
—Ora ti resto a dire in che si vede che essi sieno gionti a l’amore perfecto: per quello segno medesimo che fu dato a’ discepoli sancti poi che ebbero ricevuto lo Spirito sancto, che escîro fuore di casa e, perduto el timore, anunziavano la parola mia, predicando la doctrina del Verbo de l’unigenito mio Figliuolo. E non temevano pene, anco si gloriavano nelle pene; non curavano d’andare dinanzi a’ tiranni del mondo ad anunziar lo’ e dir lo’ la veritá per gloria e loda del nome mio.
Cosí l’anima che ha aspectato per cognoscimento di sé, nel modo che decto t’ho, Io so’ tornato a lei col fuoco de la caritá mia. Nella quale caritá, mentre che stette in casa con perseveranzia, concepé le virtú per affecto d’amore, participando della potenzia mia, con la quale potenzia e virtú signoreggiò e vinse la propria passione sensitiva.
E in essa caritá participai in lei la sapienzia del Figliuolo mio, nella quale sapienzia vide e cognobbe con l’occhio de l’intellecto la mia Veritá e gl’inganni de l’amore sensitivo spirituale, cioè l’amore imperfecto della propria consolazione, come decto è. E cognobbe la malizia e l’inganno del dimonio, che dá a l’anima che è legata in quello amore imperfecto. E però si levò con odio d’essa imperfeczione e amore della perfeczione.
In questa caritá, che è esso Spirito sancto, el participai nella volontá sua, fortificando la volontá a volere sostenere pena, ed escire fuore di casa per lo nome mio, e parturire le virtú sopra el proximo suo. Non che esca fuore della casa del cognoscimento di sé, ma escono della casa de l’anima le virtú concepute per affecto d’amore, e parturiscele, al tempo del bisogno del proximo suo, in molti e diversi modi; perché ’l timore è perduto, el quale teneva, che non manifestava per timore di non perdere le proprie consolazioni, sí come di sopra ti dixi. Ma poi che sonno venuti a l’amore perfecto e liberale, escono fuore per lo modo decto.
E questo gli unisce col quarto stato, cioè che dal terzo stato, el quale è stato perfecto (nel quale terzo stato gusta e parturisce la caritá nel proximo suo), riceve uno stato ultimo di perfecta unione in me. E’ quali due stati sonno uniti insieme, che non è l’uno senza l’altro, se non come la caritá mia senza la caritá del proximo, e quella del proximo senza la mia non può essere separata l’una da l’altra.
Cosí di questi due stati non è l’uno senza l’altro, sí come ti verrò dichiarando e mostrando per questo terzo.
Come gl’imperfecti vogliono seguitare solamente el Padre, ma i perfecti seguitano el Figliuolo. E d’una visione che ebbe questa devota anima, ne la quale si narra di diversi baptesmi e d’alcune altre belle e utili cose.
—Hotti decto che sonno esciti fuore. El quale è il segno che so’ levati da la imperfeczione e gionti a la perfeczione. Apre l’occhio de l’intellecto e miragli córrire per lo ponte della doctrina di Cristo crocifixo, el quale fu regola e via e doctrina vostra. Dinanzi a l’occhio de l’intellecto loro essi non si pongono altro che Cristo crocifixo; non si pongono me, Padre, sí come fa colui che sta ne l’amore imperfecto, el quale non vuole sostenere pena. E perché in me non può cadere pena,vuole seguitare solo el dilecto che truova in me, e però dico che séguita me: non me, ma el dilecto che truova in me.
Non fanno cosí costoro; ma, come ebbri e affocati d’amore, hanno congregati e saliti tre scaloni generali, e’ quali ti figurai nelle tre potenzie de l’anima, e i tre scaloni actuali che actualmente ti figurai nel Corpo di Cristo crocifixo, unigenito mio Figliuolo. Salito e’ piei, co’ piei de l’affecto de l’anima, gionse al costato, dove trovò il secreto del cuore; e cognobbe il baptesmo de l’acqua (el quale ha virtú nel Sangue) dove l’anima trovò la grazia nel sancto baptesmo, disposto el vasello de l’anima a ricevere la grazia unita e impastata nel Sangue.
Dove cognobbe questa dignitá di vedersi unita e impastata nel sangue de l’Agnello, ricevendo el sancto baptesmo in virtú del Sangue? Nel costato, dove cognobbe il fuoco della divina caritá. E cosí manifestoe, se bene ti ricorda, la mia Veritá, essendo dimandato da te, quando dicevi:—Doh! dolce ed immaculato Agnello, tu eri morto quando el costato ti fu aperto, perché volesti essere percosso e partito el cuore?—Ed egli rispose, se ben ti ricorda, che assai cagioni ci aveva; ma alcuna principale te ne dirò.
—Perché il desiderio mio verso l’umana generazione era infinito, e l’operazione actuale di sostenere pena e tormenti era finita: e per la cosa finita non potevo mostrare tanto amore quanto piú amavo, perché l’amore mio era infinito. E però volsi che vedeste il secreto del cuore, mostrandovelo aperto, acciò che vedeste che piú amavo che mostrare non vi potevo per la pena finita. Gictando sangue e acqua, vi mostrai el sancto baptesmo de l’acqua, el quale riceveste in virtú del Sangue: e però versava sangue e acqua. E anco mostravo el baptesmo del Sangue in due modi: l’uno è in coloro che sonno baptezzati nel sangue loro sparto per me; il quale ha virtú per lo sangue mio, non potendo essi avere il sancto baptesmo. Alcuni altri si baptezzano nel fuoco, desiderando el baptesmo con affecto d’amore e non poterlo avere: e non è baptesmo di fuoco senza Sangue, però che ’l Sangue è intriso e impastato col fuoco della divina caritá, perché per amore fu sparto.
In un altro modo riceve l’anima questo baptesmo del Sangue, parlando per figura. E questo providde la divina caritá, perché, cognoscendo la infermitá e fragilitá de l’uomo, per la quale fragilitá offendendo (non che egli sia costrecto da fragilitá né da altro a commectere la colpa, se egli non vuole; ma, come fragile, cade in colpa di peccato mortale, per la quale colpa perde la grazia che trasse nel sancto baptesmo in virtú del Sangue), e però fu bisogno che la divina caritá prove desse a lassare il continuo baptesmo del Sangue, el quale si riceve con la contrizione del cuore e con la sancta confessione, confessando, quando può, a’ ministri miei, che tengono la chiave del Sangue. El quale Sangue gitta, ne l’absoluzione, sopra la faccia de l’anima.
E non potendo avere la confessione, basta la contrizione del cuore. Alora la mano della mia clemenzia vi dona el fructo di questo prezioso sangue; ma, potendo avere la confessione, voglio che l’abbiate; e chi la potrá avere e non la vorrá, sará privato del fructo del Sangue. È vero che ne l’ultima extremitá, volendola e non potendola avere, anco el riceverá. Ma non sia alcuno sí macto che si voglia però con questa speranza conducersi ad aconciare i facti suoi ne l’ultima extremitá della morte, perché non è sicuro che, per la sua obstinazione, Io con la divina mia giustizia non dicesse:—Tu non ti ricordasti di me nella vita, nel tempo che tu potesti: Io non mi ricordarò di te nella morte.—Sí che neuno debba pigliare lo indugio; e se pure per lo difecto suo l’ha preso, non debba lassare infino a l’ultimo di baptezzarsi per speranza nel Sangue.
Sí che vedi che questo baptesmo è continuo, dove l’anima si debba baptezzare infino a l’ultimo, per lo modo decto. In questo baptesmo cognosci che l’operazione mia (cioè de la pena della croce) fu finita; ma el fructo della pena, che avete ricevuto per me, è infinito. Questo è in virtú della natura divina infinita, unita con la natura umana finita, la quale natura umana sostenne pena in me. Verbo, vestito della vostra umanitá. Ma perché è intrisa e impastata l’una natura con l’altra, trasse a sé, la Deitá etterna, la pena ch’Io sostenni con tanto fuoco d’amore. E però si può chiamare infinita questa operazione; nonche infinita sia la pena, né l’actuale del corpo né la pena del desiderio che Io avevo di compire la vostra redempzione, però che ella terminò e finí in croce quando l’anima si partí dal corpo. Ma el fructo, che escí della pena e desiderio della vostra salute, è infinito: e però el ricevete infinitamente. Però che, se egli non fusse stato infinito, non sarebbe restituita tucta l’umana generazione, né ’ passati né i presenti né gli avenire. Neanco l’uomo che offende, doppo l’offesa, non si potrebbe rilevare, se questo baptesmo del Sangue non vi fusse dato infinito, cioè che ’l fructo del Sangue fusse infinito.
Questo vi manifestai ne l’apritura del lato mio, dove truovi el segreto del cuore: mostrando che Io v’amo piú che mostrare non posso con questa pena finita. Mòstrotelo infinito. Con che? col baptesmo del Sangue, unito col fuoco della mia caritá, che per amore fu sparto; e nel baptesmo generale (dato a’ cristiani e a chiunque il vuole ricèvare) de l’acqua unita col Sangue e col fuoco, dove l’anima s’inpasta nel sangue mio. E per mostrarvelo volsi che del costato escisse sangue e acqua.
Ora ho risposto a quello che tu mi dimandavi.
Come l’anima, essendo salita el terzo scalone del sancto ponte, cioè pervenuta a la bocca, piglia incontenente l’offizio de la bocca. E come la propria volontá essendo morta è vero segno che ella v’è gionta.
—Ora ti dico che tucto questo ch’Io t’ho narrato, sai che narroe la mia Veritá. Hottelo narrato da capo, favellandoti Io in persona sua, acciò che tu cognosca l’excellenzia dove è l’anima ch’è salita questo secondo scalone, dove cognosce e acquista tanto fuoco d’amore. Dove subbito corrono al terzo, cioè a la bocca, dove manifesta essere venuto ad perfecto stato.
Unde passoe? per lo mezzo del cuore, cioè con la memoria del Sangue dove si ribaptezzò lassando l’amore imperfecto, perlo cognoscimento che trasse del cordiale amore, vedendo, gustando e provando el fuoco della mia caritá. Gionti sonno costoro a la bocca, e però el dimostrano facendo l’officio della bocca. La bocca parla con la lingua che è ne la bocca; el gusto gusta. La bocca ritiene porgendolo a lo stomaco. I denti schiacciano, però che in altro modo nol potrebbe inghioctire.
Or cosí l’anima: prima parla a me con la lingua che sta nella bocca del sancto desiderio, cioè la lingua della sancta e continua orazione. Questa lingua parla actuale e mentale: mentale, offerendo a me dolci e amorosi desidèri in salute de l’anime; e parla actuale, anunziando la doctrina della mia Veritá, amonendo, consigliando e confessando senza alcuno timore di propria pena che ’l mondo le volesse dare, ma arditamente confessa innanzi a ogni creatura, in diversi modi, e a ciascuno secondo lo stato suo.
Dico che mangia prendendo el cibo de l’anime, per onore di me, in su la mensa della sanctissima croce, però che in altro modo né in altra mensa nol potrebbe mangiare in veritá perfectamente. Dico che lo schiaccia co’ denti, però che in altro modo nol potrebbe inghioctire: cioè con l’odio e con l’amore, e’ quali sonno due filaia di denti nella bocca del sancto desiderio, che riceve il cibo schiacciando con odio di sé e con amore della virtú. In sé e nel proximo suo schiaccia ogni ingiuria, scherni, villanie, strazi e rimprovèri con le molte persecuzioni; sostenendo fame e sete, freddo e caldo e penosi desidèri, lagrime e sudori per salute de l’anime. Tucti gli schiaccia per onore di me, portando e sopportando el proximo suo. E poi che l’ha schiacciato, el gusto el gusta, asaporando el fructo della fadiga e il dilecto del cibo de l’anime, gustandolo nel fuoco della caritá mia e del proximo suo. E cosí giogne questo cibo nello stomaco, che per lo desiderio e fame de l’anime s’era disposto a volere ricevere (cioè lo stomaco del cuore), col cordiale amore, diletto e dileczione di caritá col proximo suo; dilectandosene e rugumando per sí facto modo, che perde la tenarezza della vita corporale, per potere mangiare questo cibo (preso in su la mensa della croce) della doctrina di Cristo crocifixo.
Alora ingrassa l’anima nelle vere e reali virtú, e tanto rigonfia per l’abbondanzia del cibo, che ’l vestimento della propria sensualitá (cioè del corpo, che ricuopre l’anima), criepa quanto a l’appetito sensitivo. Colui che criepa, muore. Cosí la volontá sensitiva rimane morta. Questo è perché la volontá ordinata de l’anima è viva in me, vestita de l’etterna volontá mia, e però è morta la sensitiva.
Or questo fa l’anima che in veritá è gionta al terzo scalone della bocca, e il segno che ella v’è gionta è questo: che ella ha morta la propria volontá quando gustò l’affecto della caritá mia.
E però trovò pace e quiete ne l’anima sua nella bocca. Sai che nella bocca si dá la pace. Cosí in questo terzo stato truova la pace per sí facto modo che neuno è che la possa turbare, perché ha perduta e annegata la sua propria volontá, la quale volontá dá pace e quiete quando ella è morta.
Questi parturiscono le virtú senza pena sopra del proximo loro: non che le pene non siano pene in loro, ma non è pena a la volontá morta, però che volontariamente sostiene pena per lo nome mio. Questi corrono, senza negligenzia, per la doctrina di Cristo crocifixo, e non allentano l’andare per ingiuria che lo’ sia facta né per alcuna persecuzione né per dilecto che trovassero; cioè dilecto che il mondo lo’ volesse dare. Ma tucte queste cose trapassano con vera fortezza e perseveranzia, vestito l’affecto loro de l’affecto della caritá, gustando el cibo della salute de l’anime con vera e perfecta pazienzia. La quale pazienzia è uno segno demostrativo, che mostra che l’anima ami perfectissimamente e senza alcuno rispecto. Però che, se ella amasse me e il proximo per propria utilitá, sarebbe impaziente e allentarebbe ne l’andare. Ma perché essi amano me per me, in quanto Io so’ somma bontá e degno d’essere amato, e loro amano per me e ’l proximo per me, per rendere loda e gloria al nome mio, però sonno pazienti e forti a sostenere e perseveranti.
De le operazioni de l’anima poi che è salita el predecto sancto terzo scalone.
—Queste sonno quelle tre gloriose virtú fondate nella vera caritá, le quali stanno in cima de l’arbore d’essa caritá: cioè la pazienzia, la fortezza e la perseveranzia, che è coronata col lume della sanctissima fede, col quale lume corrono, senza tenebre, per la via della veritá. Ed è levata in alto per sancto desiderio, e però non è alcuno che la possa offendere: né il dimonio con le sue temptazioni (perché egli teme l’anima che arde nella fornace della caritá), né le detraczioni né le ingiurie degli uomini; anco, con tucto ciò che ’l mondo gli perseguiti, el mondo ha timore di loro.
Questo permette la mia bontá: di fortificarli e farli grandi dinanzi a me e nel mondo, perché essi si sonno facti piccoli per umilitá. Bene lo vedi tu nei sancti miei, e’ quali per me si fecero piccoli, e Io gli ho facti grandi in me, Vita durabile, e nel corpo mistico della sancta Chiesa, dove si fa sempre menzione di loro perché i nomi loro sonno scripti in me, libro di vita; sí che ’l mondo gli ha in reverenzia perché essi hanno spregiato el mondo. Questi non nascondono la virtú per timore ma per umilitá; e se egli è bisogno del servizio suo nel proximo, egli non la nasconde per timore della pena né per timore di perdere la propria consolazione, ma virilmente il serve perdendo se medesimo e non curando di sé.
E in qualunque modo egli exercita la vita e ’l tempo suo in onore di me, si gode e truovasi pace e quiete nella mente. Perché? perché non elegge di servire a me a suo modo ma a modo mio; e però gli pesa tanto el tempo della consolazione quanto quello della tribolazione, e tanto la prosperitá quanto l’aversitá. Tanto gli pesa l’una quanto l’altra, perché in ogni cosa truova la volontá mia, ed egli non pensa di fare altro se non di conformarsi, dovunque egli la truova, con essa volontá.
Egli ha veduto che veruna cosa è facta senza me, e con misterio e con divina providenzia, se non il peccato che non è: e però odiano el peccato, e ogni altra cosa hanno in reverenzia; e però sonno tanto fermi e stabili nel loro volere andare per la via della veritá, e non allentano, ma fedelmente servono el proximo loro, non raguardando a l'ignoranzia e ingratitudine sua. Né perché alcuna volta el vizioso gli dica ingiuria e riprenda el suo bene adoperare, che egli non gridi, nel cospecto mio, per orazione per lui, dolendosi piú de l’offesa che egli fa a me e danno de l’anima sua che della ingiuria propria.
Costoro dicono col glorioso di Pavolo mio banditore: «El mondo ci maladice, e noi benediciamo; egli ci perseguita, e noi ringraziamo; cacciaci come immondizia e spazzatura del mondo, e noi pazientemente portiamo». Sí che vedi, figliuola dilectissima, e’ dolci segni; e singularmente, sopra ogni segno, la virtú della pazienzia, dove l’anima dimostra in veritá d’essere levata da l’amore imperfecto e venuta al perfecto, seguitando el dolce e immaculato Agnello, unigenito mio Figliuolo, el quale, stando in su la croce tenuto da’ chiovi de l’amore, non ritrae adietro per decto dei giuderi che dicevano: «Discende della croce e credarenti». Né per ingratitudine vostra non ritrasse adietro che non perseverasse ne l’obbedienzia, che Io gli avevo posta, con tanta pazienzia che il grido suo non fu udito per alcuna mormorazione.
Cosí questi cotali dilectissimi figliuoli e fedeli servi miei seguitano la doctrina e l’exemplo della mia Veritá. E perché con lusinghe e minacce il mondo gli voglia ritrare, non vòllono però el capo adietro a mirare l’aratro, ma guardano solo ne l’obiecto della mia Veritá. Questi non si vogliono partire del campo della bactaglia per tornare a casa per la gonnella, cioè per la gonnella propria, che egli lassò, del piacere piú a le creature e temere piú loro che me Creatore suo; anco con dilecto sta nella bactaglia, pieno e inebriato del sangue di Cristo crocifixo. El quale Sangue v’è posto dinanzi nella bottiga del corpo mistico della sancta Chiesa da la mia caritá, per fareinanimare coloro che vogliono essere veri cavalieri, e combactere con la propria sensualitá e carne fragile, col mondo e col dimonio, col coltello de l’odio d’essi nemici suoi, con cui egli ha a combáctare, e con amore delle virtú. El quale amore è una arme che ripara da’ colpi che nol possono accanare se esso non si trae l’arme di dosso e ’l coltello di mano e dialo nelle mani de’ nemici suoi, cioè dando l’arme con la mano del libero arbitrio, arrendendosi volontariamente a’ nemici suoi. Non fanno cosí questi che sonno inebriati nel Sangue, anco virilmente perseverano infino a la morte, dove rimangono sconfitti tucti e’ nemici suoi.
O gloriosa virtú, quanto se’ piacevole a me e riluci nel mondo negli occhi tenebrosi degl’ignoranti, che non possono fare che non participino della luce de’ servi miei! Ne l’odio loro riluce la clemenzia ch’e’ servi miei hanno a la loro salute; nella invidia loro riluce la larghezza della caritá; nella crudeltá la pietá, però che essi sonno crudeli verso di loro, ed essi sonno pietosi; nella ingiuria riluce la pazienzia, reina che signoreggia e tiene la signoria di tucte le virtú, perché ella è il mirollo della caritá. Ella dimostra e rasegna le virtú ne l’anima; dimostra se elle sonno fondate in me in veritá, o no. Ella vince e non è mai vinta; ella è compagna della fortezza e perseveranzia, come decto è; ella torna a casa con la victoria, escita del campo della bactaglia, tornata a me, Padre etterno, remuneratore d’ogni loro fadiga, e ricevono da me la corona della gloria.
Del quarto stato, el quale non è però separato dal terzo; e de le operazioni de l’anima che è gionta a questo stato; e come Dio non si parte mai da essa per continuo sentimento.
—Ora t’ho decto come dimostrano d’essere gionti a la perfeczione de l’amore de l’amico e filiale.
Ora non ti voglio tacere in quanto dilecto gustano me, essendo ancora nel corpo mortale. Perché, gionti al terzo stato,in esso stato, sí com’Io ti dixi, acquistano el quarto stato. Non che sia stato separato dal terzo, ma unito insieme con esso, e l’uno non può essere senza l’altro se non come la caritá mia e quella del proximo, sí com’Io ti dixi. Ma è uno fructo che esce di questo terzo stato d’una perfecta unione che l’anima fa in me, dove riceve fortezza sopra fortezza, intanto che non che porti con pazienzia, ma esso desidera, con ansietato desiderio, di potere sostenere pene per gloria e loda del nome mio.
Questi si gloriano negli obrobri de l’unigenito mio Figliuolo, sí come diceva el glorioso di Pavolo mio banditore: «Io mi glorio nelle tribulazioni e negli obrobri di Cristo crocifixo». E in un altro luogo: «Io non reputo di dovere gloriarmi altro che in Cristo crocifixo». Unde in un altro luogo dice: «Io porto le stímate di Cristo crocifixo nel corpo mio». Cosí questi cotali, come inamorati de l’onore mio e come affamati del cibo de l’anime, corrono a la mensa della sanctissima croce, volendo, con pena e con molto sostenere, fare utilitá al proximo, conservare e acquistare le virtú, portando le stímate di Cristo ne’ corpi loro. Cioè che ’l crociato amore, il quale hanno, riluce nel corpo, mostrandolo con dispregiare se medesimi e con dilectarsi d’obrobri, sostenendo molestie e pene da qualunque lato e in qualunque modo Io le concedo.
A questi cotali carissimi figliuoli la pena l’è dilecto, el dilecto l’è fadiga e ogni consolazione e dilecto che ’l mondo alcuna volta lo’ volesse dare. E non solamente quelle che ’l mondo lo’ dá per mia dispensazione (cioè ch’e’ servi del mondo alcuna volta sonno costrecti da la mia bontá ad averli in reverenzia e sovenirli ne’ loro bisogni e necessitá corporali), ma la consolazione che ricevono da me, Padre etterno, nella mente loro, la spregiano per umilitá e odio di loro medesimi. Non che spregino la consolazione e ’l dono e la grazia mia, ma el dilecto che truova el desiderio de l’anima in essa consolazione. Questo è per la virtú della vera umilitá acquistata da l’odio sancto, la quale umilitá è baglia e nutrice della caritá acquistata con vero cognoscimento di sé e di me.
Sí che vedi che la virtú riluce, e le stímate di Cristo crocifixo, ne’ corpi e nelle menti loro. A questi cotali l’è tolto di non separarmi da loro per sentimento, sí come degli altri ti dixi che Io andavo e tornavo a loro, partendomi non per grazia ma per sentimento. Non fo cosí a questi perfectissimi che sonno gionti alla grande perfeczione, in tucto morti a ogni loro volontá, ma continuamente mi riposo per grazia e per sentimento ne l’anima loro; cioè che ogni otta che vogliono unirsi in me la mente per affecto d’amore, possono, perché ’l desiderio loro è venuto a tanta unione per affecto d’amore che per veruna cosa se ne può separare, ma ogni luogo l’è luogo e ogni tempo l’è tempo d’orazione; perché la loro conversazione è levata da la terra e salita in cèlo, cioè che ogni affecto terreno e amore proprio sensitivo di loro medesimi hanno tolto da sé. Levati si sonno sopra di loro ne l’altezza del cielo con la scala delle virtú, saliti e’ tre scaloni che Io ti figurai nel corpo del mio Figliuolo.
Nel primo spogliâro e’ piei de l’affecto de l’amore del vizio; nel secondo gustâro el secreto e l’affecto del cuore, unde concepettero amore nelle virtú; nel terzo (cioè della pace e quiete della mente) provarono in sé le virtú e, levandosi da l’amore imperfecto, gionsero a la grande perfeczione. Unde hanno trovato el riposo nella doctrina della mia Veritá; hanno trovata la mensa, el cibo e il servidore. El quale cibo gustano col mezzo della doctrina di Cristo crocifixo, unigenito mio Figliuolo; Io lo’ so’ letto e mensa. Questo dolce e amoroso Verbo l’è cibo, sí perché gustano el cibo de l’anime in questo glorioso Verbo, e sí perché egli è cibo dato da me a voi: la carne e ’l sangue suo, tucto Dio e tucto uomo, el quale ricevete nel Sacramento de l’altare, posto e dato a voi da la mia bontá, mentre che sète peregrini e viandanti, acciò che non veniate meno, ne l’andare, per debilezza, e perché non perdiate la memoria del benefizio del Sangue sparto per voi con tanto fuoco d’amore, ma perché sempre vi confortiate e dilectiate nel vostro andare. Lo Spirito sancto gli serve, cioè l’affecto della mia caritá, la quale caritá lo’ ministra e’ doni e le grazie. Questo dolceservidore porta e arreca: arreca a me i penosi e dolci ed amorosi desidèri, e porta a loro el fructo della divina caritá delle loro fadighe ne l’anime loro, gustando e notricandosi della dolcezza della mia caritá. Sí che vedi che Io lo’ so’ mensa, el Figliuolo mio l’è cibo, e lo Spirito sancto gli serve, che procede da me Padre e dal Figliuolo.
Vedi dunque che sempre, per sentimento, mi sentono nella loro mente. E quanto piú hanno spregiato el dilecto e voluta la pena, piú hanno perduta la pena e acquistato el dilecto. Perché? perché sonno arsi e affocati nella mia caritá, dove è consumata la volontá loro. Unde el dimonio teme il bastone della caritá loro, e però gicta le saecte sue da longa e non s’ardisce d’acostare. El mondo percuote nella corteccia de’ corpi loro credendo offendere, ed egli è offeso, perché la saecta, che non truova dove intrare, ritorna a colui che la gitta. Cosí el mondo con le saecte delle ingiurie e persecuzioni e mormorazioni sue, gictandole ne’ perfectissimi servi miei, non v’è luogo da veruna parte dove possa intrare, perché l’orto de l’anima loro è chiuso; e però ritorna la saecta a colui che la gicta, avelenata col veleno della colpa.
Vedi che da veruno lato la può percuotere, però che, percotendo el corpo, non percuote l’anima. Ma sta beata e dolorosa: dolorosa sta de l’offesa del proximo suo, e beata per l’unione e affecto della caritá che ha ricevuta in sé.
Questi seguitano lo immaculato Agnello, unigenito mio Figliuolo, el quale stando in croce era beato e doloroso: doloroso era, portando la croce del corpo, sostenendo pena, e la croce del desiderio per satisfare la colpa de l’umana generazione; e beato era, perché la natura divina, unita con la natura umana, non poteva sostenere pena, e sempre faceva l’anima sua beata mostrandosi a lei senza velame. E però era beato e doloroso, perché la carne sosteneva, e la deitá pena non poteva patire; neanco l’anima quanto a la parte di sopra de l’intellecto.
Cosí questi dilecti figliuoli, gionti al terzo e al quarto stato, sonno dolorosi portando la croce actuale e mentale: cioèactualmente, sostenendo pene ne’ corpi loro, secondo che Io permecto, e la croce del desiderio del crociato dolore de l’offesa mia e danno del proximo. Dico che sonno beati, però che ’l dilecto della caritá, la quale gli fa beati, non lo’ può essere tolto, unde eglino ricevono allegrezza e beatitudine. Unde si chiama questo dolore, non «dolore affliggitivo» che disecca l’anima, ma «ingrassativo», che ingrassa l’anima ne l’affecto della caritá, perché le pene aumentano la virtú e fortificano e crescono e pruovano la virtú.
Sí che è pena ingrassativa e non affliggitiva, perché veruno dolore né pena la può trare del fuoco, se non come il tizzone, che è tucto consumato nella fornace, che veruno è che ’l possa pigliare per spegnere, perché gli è facto fuoco. Cosí queste anime, gictate nella fornace della mia caritá, non rimanendo veruna cosa fuore di me, cioè veruna loro volontá, ma tucti affocati in me, veruno è che le possa pigliare né trarle fuore di me per grazia, perché sonno facte una cosa con meco ed Io con loro. E mai da loro non mi sottraggo per sentimento che la mente loro non mi senta in sé, sí come degli altri ti dixi che Io andavo e tornavo, partendomi per sentimento e non per grazia; e questo facevo per farli venire a la perfeczione. Gionti a la perfeczione, lo’ tolgo el giuoco de l’amore d’andare e di tornare, el quale si chiama «giuoco d’amore», ché per amore mi parto e per amore torno: non propriamente Io (ché Io so’ lo Idio vostro immobile che non mi muovo), ma el sentimento che dá la mia caritá ne l’anima è quello che va e torna.
Come Dio da’ predecti perfectissimi non si sottrae per sentimento né per grazia, ma sí per unione.
—Dicevo che a costoro l’è tolto che ’l sentimento non perdono mai. Ma in un altro modo mi parto: perché l’anima che è legata nel corpo non è sufficiente a ricevere continuamentel’unione ch’Io fo ne l’anima; e perché non è sufficiente, mi sottrago non per sentimento né per grazia, ma per unione. Perché, levandosi l’anime con ansietato desiderio, corsero con virtú per lo ponte della doctrina di Cristo crocifixo; giongono a la porta levando la mente loro in me, bagnate, inebriate di Sangue, arse di fuoco d’amore; gustano in me la deitá etterna, el quale è a loro uno mare pacifico, dove l’anima ha facta tanta unione che veruno movimento quella mente non ha altro che in me.
Ed essendo mortale, gusta el bene degl’inmortali; ed essendo col peso del corpo, riceve la leggerezza dello spirito. Unde spesse volte il corpo è levato da la terra per la perfecta unione che l’anima ha facta in me, quasi come il corpo grave diventasse leggiero. Non è però che gli sia tolta la gravezza sua, ma perché l’unione che l’anima ha facta in me è piú perfecta che non è l’unione fra l’anima e ’l corpo; e però la fortezza dello spirito unita in me leva da tera la gravezza del corpo. El corpo sta come immobile, tucto stracciato da l’affecto de l’anima, intanto che (sí come ti ricorda d’avere udito da alcune creature) non sarebbe possibile di vivere se la mia bontá non el cerchiasse di fortezza.
Unde Io voglio che tu sappi che maggiore miracolo è a vedere che l’anima non si parte dal corpo in questa unione, che vedere molti corpi resuscitati. E però Io, per alcuno spazio, sottrago l’unione, facendola tornare al vasello del corpo suo: cioè che ’l sentimento del corpo, che era tucto alienato per l’affecto de l’anima, torna al sentimento suo. Però che, non è che l’anima si parta dal corpo, ché ella non si parte se non col mezzo della morte, ma partonsi le potenzie e l’affecto de l’anima per amore unito in me. Unde la memoria non si truova piena d’altro che di me; lo intellecto è levato speculando ne l’obiecto della mia Veritá; l’affecto, che va dietro a l’intellecto, ama e uniscesi in quello che l’occhio de l’intellecto vide.
Congregate e unite tucte insieme queste potenzie, e immerse e affogate in me, perde il corpo el sentimento: ché l’occhio vedendo non vede, l’orecchia udendo non ode, la lingua parlando non parla(se non comealcuna volta, per l’abondanziadel cuore, permectarò che ’l membro della lingua parli per sfogamento del cuore e per gloria e loda del nome mio; sí che parlando non parla, la mano toccando non tocca, e’ piei andando non vanno; tucte le membra sonno legate e occupate dal legame e sentimento de l’amore. Per lo quale legame sonnosi soctoposte a la ragione e uniti con l’affecto de l’anima, ché, quasi contra sua natura, a una voce tucte gridano a me, Padre etterno, di volere essere separate da l’anima, e l’anima dal corpo. E però grida, dinanzi da me, col glorioso di Pavolo: «O disaventurato a me, chi mi dissolverebbe dal corpo mio? Perch’io ho una legge perversa che impugna contra lo spirito».
Non tanto diceva Pavolo della impugnazione che fa el sentimento sensitivo contra lo spirito, ché per la parola mia era quasi certificato quando gli fu decto: «Pavolo, bastiti la grazia mia». Ma perché il diceva? perché, sentendosi Pavolo legato nel vasello del corpo, el quale gl’impediva per spazio di tempo la visione mia (cioè infino a l’ora de la morte), l’occhio era legato a non potere vedere me, Trinitá etterna, nella visione de’ beati immortali che sempre rendono gloria e loda al nome mio, ma trovavasi fra’ mortali che sempre offendono me, privato della mia visione, cioè di vedermi ne l’essenzia mia.
None che esso e gli altri servi miei non mi veggano e gustino, non in essenzia, ma in affecto di caritá in diversi modi, secondo che piace a la bontá mia di manifestare me medesimo a voi; ma ogni vedere, che l’anima riceve mentre che è nel corpo mortale, è una tenebre a rispecto del vedere che ha l’anima separata dal corpo. Sí che pareva a Pavolo che ’l sentimento del vedere impugnasse il vedere dello spirito, cioè che ’l sentimento umano della grossezza del corpo impedisse l’occhio de l’intellecto, che non lassava vedere me a faccia a faccia. La volontá gli pareva che fusse legata a non potere tanto amare quanto desiderava d’amare, perché ogni amore in questa vita è imperfecto infino che non giogne a la sua perfeczione.
None che l’amore di Pavolo o degli altri veri servi miei fusse imperfecto a grazia e a perfeczione di caritá (ché egli era perfecto), ma era imperfecto ché non aveva sazietá nel suo amore;unde era con pena. Ché se fusse stato pieno el desiderio di quello che egli amava, non avarebbe avuta pena; ma perché l’amore perfectamente, mentre che egli è nel corpo mortale, non ha quel che egli ama, però ha pena. Ma, separata l’anima dal corpo, ha pieno il desiderio suo, e però ama senza pena. È saziata, e di longa è il fastidio da la sazietá; essendo saziata, ha fame, ma di longa è la pena da la fame, perché, separata l’anima dal corpo, è ripieno el vasello suo in me in veritá, fermato e stabilito che non può desiderare cosa che non abbi. Desiderando di vedere me, egli mi vede a faccia a faccia; desiderando di vedere la gloria e loda del nome mio ne’ sancti miei, egli la vede sí nella natura angelica e sí nella natura umana.
Come li mondani rendono gloria e loda a Dio, vogliano essi o no.
—E tanto è perfecto el suo vedere che non tanto ne’ cittadini che sonno a vita etterna ma nelle creature mortali vede la gloria e loda del nome mio; ché, o voglia el mondo o no, egli mi rende gloria. Vero è che non me la rende per lo modo che debba, amando me sopra ogni cosa. Ma da la parte mia Io trago di loro gloria e loda al nome mio, cioè che in loro riluce la misericordia mia e l’abbondanzia della mia caritá, prestando el tempo, non comandando a la terra che gl’inghioctisca per li difecti loro. Anco gli aspecto, e a la terra comando che lo’ doni de’ fructi suoi, al sole che gli scaldi e dia lo’ la luce e ’l caldo suo, al cielo che si muova; e in tucte quante le cose create facte per loro Io uso la mia misericordia e caritá, non sottraendole per li difecti loro. Anco le do al peccatore come al giusto, e spesse volte piú al peccatore che al giusto, perché il giusto, che è apto a portare, il privarò del bene della terra per darli piú abondantemente del bene del cielo. Sí che la misericordia mia e caritá riluce sopra di loro.
Alcuna volta, nelle persecuzioni ch’e’ servi del mondo faranno a’ servi miei, provando in loro la virtú della pazienzia e della caritá, offerendo il servo mio, che sostiene, umili e continue orazioni, me ne torna gloria e loda al nome mio. Sí che, o voglia quello iniquo o no, me ne torna gloria; poniamo che ’l suo rispecto non fusse per ciò, ma per farmi vituperio.
Come eziandio li demòni rendono gloria e loda a Dio.
—Questi stanno in questa vita ad aumentare la virtú ne’ servi miei, sí come le dimonia stanno ne l’inferno come miei giustizieri e aumentatori: cioè facendo giustizia de’ dannati, e aumentatori a le creature mie che sonno viandanti e peregrine in questa vita, facte per giognere a me termine loro. Essi gli aumentano exercitandoli in virtú con molte molestie e temptazioni in diversi modi: facendo fare ingiuria l’uno a l’altro, e tòllare le cose l’uno dell’altro non solamente per le cose o per la ingiuria, ma per privarli della caritá. Credendo privare i servi miei, ed essi gli fortificano, provando in loro la virtú della pazienzia, fortezza e perseveranzia.
Per questo modo rendono gloria e loda al nome mio, e cosí s’adempie la mia veritá in loro, che gli avevo creati per gloria e loda di me Padre etterno e perché participassero la bellezza mia; ma, ribellando a me per la superbia sua, cadde e fu privato della mia visione: onde non mi rendono gloria in dileczione d’amore. Ma Io, Veritá etterna, gli ho messi per strumento ad exercitare e’ servi miei nella virtú, e come giustizieri di coloro che per li loro difecti vanno a l’ecterna dannazione, e cosí di coloro che vanno a le pene del purgatorio. Sí che vedi che egli è la veritá che la veritá mia è adempita in loro, cioè che mi rendono gloria non come cittadini di vita etterna (ché ne sonno privati per li loro difecti) ma come miei giustizieri, manifestando per loro la giustizia mia sopra e’ dannati e sopra quegli del purgatorio.
Come l’anima, poi che è passata di questa vita, vede pienamente la gloria e loda del nome di Dio in ogni creatura. E come in essa è finita la pena del desiderio, ma non el desiderio.
—Questo chi el vede e gusta: che in ogni cosa creata, e nelle creature che hanno in loro ragione, e nelle dimonia si vega la gloria e loda del nome mio? L’anima che è denudata dal corpo e gionta a me, fine suo, vede schiectamente, e nel suo vedere cognosce la veritá. Vedendo me, Padre etterno, ama; amando, è saziato; saziato, cognosce la veritá; cognoscendo la veritá, è fermata la volontá sua nella volontá mia e legata e stabilita per modo che in veruna cosa può sostenere pena, perché egli ha quello che desiderava d’avere prima di vedere me, e di vedere la gloria e loda del nome mio.
Egli la vede a pieno in veritá ne’ sancti miei e negli spiriti beati e in tucte l’altre creature e nelle dimonia, come decto t’ho. E poniamo che anco vega l’offesa che è facta a me, della quale in prima aveva dolore: ora non ne può avere dolore, ma compassione senza pena, amandoli e sempre pregando me con affecto di caritá ch’Io facci misericordia al mondo.
È terminata in loro la pena ma non la caritá: sí come al Verbo del mio Figliuolo in su la croce, nella penosa morte, terminò la pena del crociato desiderio che egli aveva portato dal principio che Io el mandai nel mondo infino a l’ultimo della morte per la salute vostra; ma non terminò l’affecto della vostra salute, ma sí la pena. Ché se l’affecto della mia caritá, la quale per mezzo di lui vi mostrai, fusse alora terminata e finita in voi, voi non sareste, perché sète facti per amore: se l’amore fusse ritracto a me, che Io non amasse l’essere vostro, voi non sareste. Ma l’amore mio vi creò, e l’amore mio vi conserva. E perché Io so’ una cosa con la mia Veritá, ed egli, Verbo incarnato, con meco, finí la pena del desiderio e non l’amore del desiderio.
Vedi dunque che i santi e ogni anima che è ad vita ecterna hanno desiderio della salute dell’anime senza pena, però che la pena terminò nella morte loro, ma none l’affecto della caritá. Anche, come ebbri nel sangue dello inmaculato Agnello, vestiti della caritá del proximo, passarono per la porta strecta, bagnati nel sangue di Cristo crucifixo, e trovaronsi in me, mare pacifico, levati dalla imperfeczione, cioè dalla insazietá, e giunti alla perfeczione saziati d’ogni bene.
Come, poi che sancto Paulo appostolo fu tracto a vedere la gloria de’ beati, desiderava d’essere sciolto dal corpo; la qual cosa fanno anche quelli che sono giunti al terzo e al quarto santo stato predecto.
—Paulo dunque aveva veduto e gustato questo bene quando Io el trassi al terzo cielo, cioè nell’altezza della Trinitá, gustando e cognoscendo la veritá mia, dove egli ricevette ad pieno lo Spirito santo e imparò la doctrina della mia Veritá, Verbo incarnato. Vestitasi l’anima di Paulo, per sentimento e unione, di me Padre ecterno, come i beati della vita durabile, excepto che l’anima non era separata dal corpo, ma per sentimento e unione; e piacendo alla mia bontá di farlo vasello d’elleczione nell’abisso di me Trinitá ecterna, lo spogliai di me, perché in me non cade pena, e Io volevo che sostenesse per lo nome mio; e però gli posi per obiecto Cristo crucifixo dinanzi ad l’occhio dell’intellecto suo, vestendoli el vestimento della doctrina sua, legato e incatenato con la clemenzia dello Spirito santo, fuoco di caritá. Egli, come vasello disposto e reformato dalla bontá mia, perché non fece resistenzia quando fu percosso, anche dixe: «Signore mio, che vuogli tu che io faccia? Dimi quello che tue vuogli che io faccia, e io el farò»; Io gliel’insegnai, quando gli posi Cristo crucifixo dinanzi ad l’occhio suo, vestendolo della doctrina della mia Veritá. Illuminato perfectiximamente col lume della vera contrizione (colla quale spense el difecto suo), fondatonella mia caritá, si vestí della dottrina di Cristo crucifixo. E strinselo per sí facto modo, siccome esso ti manifestò, che giamai no gli fu tracto di dosso: né per tentazione di demonia, né per lo stimolo della carne che spesse volte lo impugnava (lassato ad lui dalla mia bontá per crescerlo in grazia e in merito, e per umiliazione, però che egli avea gustata l’altezza della Trinitá); neanche per tribolazioni, né per veruna cosa che gli avenisse, allentava el vestimento di Cristo crucifixo, cioè la perserveranzia della doctrina sua, anche, piú strectamente se lo incarnava. E tanto sello strinse, che egli ne die’ la vita, e con esso vestimento ritornò ad me, Dio ecterno.
Sicché Paulo avea provato che cosa era gustare me senza la gravezza del corpo, facendogliele Io gustare per sentimento d’unione, ma non per separazione.
Adunque, poi che fu ritornato ad sé, vestito del vestimento di Cristo crocifixo, alla perfeczione dell’amore che in me aveva gustata e veduta e che i santi gustano separati dal corpo, gli pareva, el suo, imperfecto. E però gli pareva che la gravezza del corpo gli ribellasse, cioè che gl’impedisse la grande perfeczione della sazietá del desiderio, che riceve l’anima doppo la morte. Onde la memoria gli pareva imperfecta e debole, come ella è, per la quale debilezza e imperfeczione gl’impediva di potere ritenere ed essere capace e ricevere e gustare me in veritá con quella perfeczione che mi ricevono i santi. E però gli pareva che ogni cosa, mentre che stava nel corpo suo, gli fuxe una legge perversa che impugnasse e ribellasse contro allo spirito. Non di impugnazione di peccato, però che giá ti dixi che Io el certificai dicendo: «Paulo, bastiti la grazia mia»; ma di impugnazione che faceva di impedire la perfeczione dello spirito, cioè di vedere me nell’essenzia mia, el quale vedere era impedito dalla legge e gravezza del corpo. E però gridava: «Disaventurato uomo, chi mi dissolverebbe dal corpo mio? ché io ho una legge perversa, legata nelle menbra mie, che impugna contro allo spirito». E cosí è la veritá: però che la memoria è impugnata dalla imperfeczione corporale; lo intellecto è impedito e legato, per questa grossezza del corpo, di non vedere me comeIo sono nell’essenzia mia; e la volontá è legata, cioè che non può giugnere col peso del corpo a gustare me, senza pena, Dio ecterno, per lo modo che decto t’ho. Sicché Paulo diceva la veritá: che egli aveva una legge perversa legata nel corpo che impugnava contro allo spirito. E cosí questi miei servi, de’ quali Io ti dicevo che erano giunti al terzo e al quarto stato della perfecta unione che fanno in me, gridano con lui volendo essere sciolti dal corpo e separati.
Per quali cagioni l’anima desidera d’essere sciolta dal corpo. La quale cosa non potendo essere, non discorda però dalla volontá di Dio; ma piú tosto si gloria in questa e in ogni altra pena per onore di Dio.
—Questi non sentono malagevolezza della morte, però che n’hanno desiderio, e con odio perfecto hanno facto guerra col corpo loro; onde hanno perduta la tenerezza che naturalmente è fra l’anima e ’l corpo: sicché, dato el bocto all’amore naturale, con odio della vita del corpo suo e con amore di me, desidera la morte. E però dice: «Chi mi dissolverebbe dal corpo mio? Io desidero d’essere sciolta dal corpo ed essere con Cristo». E dicono ancora questi cotali col medeximo Paulo: «La morte m’è in dexiderio e la vita impazienzia». Però che l’anima levata in questa perfecta unione desidera di vedere me e di vedermi rendere gloria e loda. Onde, tornando poi alla nuvila del corpo suo, tornando, dico, el sentimento nel corpo (el quale sentimento era tracto in me per affecto d’amore, siccome Io ti dixi, cioè che tucti e’ sentimenti del corpo erano tratti per la forza dell’affecto dell’anima, unita in me piú perfectamente che non è l’unione tra l’anima e ’l corpo); traendo dunque ad me questa unione (però che giá ti dixi che il corpo non era sufficiente a portare la continua unione), Io mi parto per unione, ma non per grazia né per sentimento, come nel secondo e terzo stato ti feci menzione, e sempre torno con piú acrescimento di grazia econ piú perfecta unione. Onde, sempre di nuovo e con piú altezza e cognoscimento della mia veritá, torno, manifestando me medeximo a loro. E quando Io mi parto, per lo modo decto, perché il corpo torni un poco al sentimento suo, dico che per l’unione che Io avevo facta nell’anima, e l’anima in me, tornando ad sé, cioè al sentimento del corpo, è impaziente nel vivere, vedendosi levata da l’unione di me, levandosi da la conversazione degl’inmortali e trovandosi con la conversazione de’ mortali, vedendo offendere me tanto miserabilemente.
Questo è il crociato desiderio che eglino portano vedendomi offendere da le mie creature. Per questo e per lo desiderio di vedermi, l’è incomportabile la vita loro; e nondimeno, perché la volontá loro non è loro, anco è facta una cosa con meco per amore, non possono volere né desiderare altro che quello ch’Io voglio. Desiderando el venire, sonno contenti di rimanere, se Io voglio che rimangano con loro pena, per piú gloria e loda del nome mio e salute de l’anime. Sí che in veruna cosa si scordano da la mia volontá, ma corrono con espasimato desiderio, vestiti di Cristo crocifixo, tenendo per lo ponte della doctrina sua, gloriandosi degli obrobri e pene sue. Tanto si dilectano quanto si veggono sostenere; anco, nel sostenere de le molte tribulazioni, a loro è uno refrigerio nel desiderio della morte, che, spesse volte, per lo desiderio e volontá del sostenere mitiga la pena che essi hanno d’essere sciolti dal corpo.
Costoro non tanto che portino con pazienzia, come nel terzo stato ti dixi, ma essi si gloriano, per lo nome mio, portare molte tribolazioni. Portando, hanno dilecto; non portando, hanno pena temendo che el loro bene adoperare non el voglia remunerare in questa vita, o che non sia piacevole a me il sacrifizio de’ loro desidèri: ma sostenendo, permectendo lo’ le molte tribolazioni, essi si rallegrano, vedendosi vestire delle pene e obrobri di Cristo crocifixo. Unde, se lo’ fusse possibile d’avere virtú senza fadiga, non la vorrebbero, ché piú tosto si vogliono dilectare in croce con Cristo e con pena acquistare le virtú, che per altro modo avere vita etterna.
Perché? perché sonno affogati e annegati nel Sangue, dove truovano l’affocata mia caritá; la quale caritá è uno fuoco, che procede da me, che rapisce il cuore e la mente loro, acceptando el sacrificio de’ loro desidèri. Unde si leva l’occhio de l’intellecto specolandosi nella mia Deitá, dove l’affetto si notrica e si unisce, tenendo dietro a l’intellecto. Questo è uno vedere per grazia infusa che Io fo ne l’anima che in veritá ama e serve me.
Come quelli che sono gionti al predecto stato unitivo, sono illuminati nell’occhio dell’intellecto loro di lume sopranaturale infuso per grazia; e come è meglio andare per consiglio de la salute dell’anima ad uno umile con sancta coscienzia, che a uno superbo licterato.
—Con questo lume, il quale è posto ne l’occhio de l’intellecto, mi vidde Tomaso, unde acquistò el lume della molta scienzia. Agustino, Ieronimo e gli altri doctori e sancti miei, illuminati dalla mia veritá, intendevano e cognoscevano nelle tenebre la mia veritá; cioè che la sancta Scriptura, che pareva tenebrosa perché non era intesa, non per difecto della Scriptura ma dello intenditore che non intendeva. E però Io mandai queste lucerne ad illuminare gli accecati e grossi intendimenti. Levavano l’occhio de l’intellecto per cognoscere la veritá nella tenebre, come decto è. E Io, fuoco acceptatore del sacrificio loro, gli rapivo, dando lo’ lume non per natura ma sopra ogni natura, e nella tenebre ricevevano el lume cognoscendo la veritá per questo modo.
Unde, quella che alora appareva tenebrosa, appare ora con perfectissimo lume a’ grossi e a’ soctili di qualunque maniera gente si sia. Ogniuno riceve secondo la sua capacitá e secondo che esso si vuole disponere a cognoscere me, perch’Io none spregio le loro disposizioni. Sí che vedi che l’occhio de l’intellecto ha ricevuto lume infuso per grazia sopra del lume naturale, nel quale i doctori e gli altri sancti cognobbero la lucenella tenebre, e di tenebre si fece luce, però che lo ’ntellecto fu prima che fusse formata la Scriptura; unde da l’intellecto venne la scienzia, perché nel vedere discerse.
Per questo modo discersero e intesero e’ sancti padri e profeti che profetavano de l’avenimento e morte del mio Figliuolo. Per questo modo ebbero gli apostoli doppo l’avenimento dello Spirito sancto, che lo’ donòe questo lume sopra el lume naturale. Questo ebbero evangelisti, doctori, confessori, vergini e martiri; e tucti sono stati illuminati da questo perfecto lume; e ogniuno avutolo in diversi modi, secondo la necessitá della salute sua e della salute de le creature, e a dichiarazione della sancta Scriptura. Sí come fecero e’ sancti doctori, nella scienzia dichiarando la doctrina della mia Veritá, la predicazione degli appostoli, le sposizioni sopra e’ vangeli de’ vangelisti; e’ martiri, dichiarando nel sangue loro el lume della sanctissima fede, el fructo e il tesoro del sangue de l’Agnello; le vergini, ne l’affecto della caritá e puritá; negli obedienti è dichiarata l’obedienzia del Verbo, cioè mostrando la perfeczione de l’obedienzia, la quale riluce nella mia Veritá, che, per l’obedienzia ch’Io gl’imposi, corse a l’obrobriosa morte della croce.
Tucto questo lume e’ si vede nel vecchio e nel nuovo Testamento. Nel vecchio, le profezie de’ sancti profeti, fu veduto e cognosciuto da l’occhio de l’intellecto col lume infuso per grazia da me sopra el lume naturale, come decto t’ho. Nel nuovo Testamento della vita evangelica, con che è dichiarata a’ fedeli cristiani? con questo lume medesimo. E perché ella procedeva da uno medesimo lume, non ruppe la legge nuova la legge vechia, anco si legò insieme; ma tolsele la imperfeczione, perché ella era fondata solo in timore. Venendo el Verbo de l’unigenito mio Figliuolo, con la legge de l’amore la compí, dandole l’amore, levando el timore della pena e rimanendo el timore sancto. E però dixe la mia Veritá a’ discepoli per dimostrare che Egli non era rompitore della legge: «Io non so’ venuto a dissolvere la legge, ma adempirla». Quasi dicesse la mia Veritá a loro:—La legge è ora imperfecta, ma col sangue mio la farò perfecta, e cosí la riempirò di quello cheora le manca, tollendo via el timore della pena e fondandola in amore e in timore sancto.
Chi la dichiarò che questa fusse la veritá? El lume che fu dato ed è dato a chi el vuole ricevere per grazia sopra el lume naturale, come decto è. Sí che ogni lume che esce della sancta Scriptura è uscito ed esce da questo lume. E però gl’ignoranti superbi scienziati aciecano nel lume, perché la superbia e la nuvila de l’amore proprio ha ricoperta e tolta questa luce: però intendono piú la Scriptura licteralmente che con intendimento; e però ne gustano la lectera rivollendo molti libri, e non gustano il merollo della Scriptura, perché s’hanno tolto el lume con che è formata e dichiarata la Scriptura. Unde questi cotali si maravigliano e cadranno nella mormorazione vedendo molti grossi e idioti nel sapere la Scriptura sancta, e nondimeno sonno tanto illuminati nel cognoscere la veritá come se longo tempo l’avessero studiata. Questa non è maraviglia neuna, perché egli hanno la principale cagione del lume unde venne la scienzia. Ma perché essi superbi hanno perduto el lume, non veggono né cognoscono la bontá mia, né el lume della grazia infusa sopra de’ servi miei.
Unde Io ti dico che molto è meglio andare per consiglio della salute de l’anima a uno umile con sancta e dricta coscienzia, che a uno superbo lecterato studiante nella molta scienzia, perché colui non porge se non di quello che elli ha in sé, unde, per la tenebrosa vita, spesse volte el lume della sancta Scriptura porgerá in tenebre. El contrario trovará ne’ servi miei, ché el lume che hanno in loro, quello porgono con fame e desiderio de la salute sua.
Questo t’ho decto, dolcissima figliuola mia, per farti cognoscere la perfeczione di questo unitivo stato, dove l’occhio de l’intellecto è rapito dal fuoco della caritá mia, nella quale caritá ricevono el lume sopranaturale. Con esso lume amano me, perché l’amore va dietro a l’intellecto, e quanto piú cognosce, piú ama, e quanto piú ama, piú cognosce. Cosí l’uno nutrica l’altro.
Con questo lume giongono a l’etterna mia visione, dove veggono e gustano me in veritá, separata l’anima dal corpo, sícome Io ti dixi quando ti contiai della beatitudine che l’anima riceveva in me. Questo è quello stato excellentissimo che, essendo anco mortale, gusta tra gl’inmortali. Unde spesse volte viene a tanta unione, che a pena che egli sappi se egli è nel corpo o fuore del corpo, e gusta l’arra di vita etterna sí per l’unione che ha facta in me e sí perché la volontá è morta in sé, per la quale morte fece unione in me, che in altro modo perfectamente non la poteva fare. Adunque gustano vita etterna, privati de lo ’nferno della propria volontá, la quale dá una arra d’inferno a l’uomo che vive a la volontá sensitiva, sí come Io ti dixi.