Repetizione utile di molte cose giá decte; e come Dio induce questa devota anima a pregarlo per ogni creatura e per la sancta Chiesa.
—Ora hai veduto con l’occhio de l’intellecto tuo ed hai udito con l’orecchia del sentimento da me, Veritá etterna, che modo ti conviene tenere a fare utilitá, a te e al proximo tuo, di doctrina e di cognoscere la mia veritá, sí come nel principio ti dixi che a cognoscimento della veritá si viene per lo cognoscimento di te: non puro cognoscimento di te, ma condito e unito col cognoscimento di me in te. Unde hai trovato umilitá, odio e dispiacimento di te, e il fuoco della mia caritá per lo cognoscimento che trovasti di me in te; unde venisti ad amore e dileczione del proximo, facendo a lui utilitá di doctrina e di sancta e onesta vita.
Anco t’ho mostrato el ponte come egli sta, ed hotti mostrato e’ tre scaloni generali posti per le tre potenzie de l’anima; e come veruno può avere la vita della grazia se non gli saglie tucti e tre, cioè che sieno congregati nel nome mio. E anco te gli ho manifestati in particulare per li tre stati de l’anima figurati nel Corpo de l’unigenito mio Figliuolo, del quale ti dixi che egli aveva facto scala del Corpo suo, mostrandolo ne’piei confitti, e ne l’apritura del lato, e nella bocca dove gusta l’anima la pace e la quiete, per lo modo che decto è.
E hotti mostrata la imperfeczione del timore servile e la imperfeczione de l’amore, amando me per dolcezza; e la perfeczione del terzo stato di coloro che sonno gionti a la pace della bocca, essendo corsi con ansietato desiderio per lo ponte di Cristo crocifixo, salendo e’ tre scaloni generali, cioè d’avere congregate le tre potenzie de l’anima, dove congrega tucte le sue operazioni nel nome mio, sí come di sopra ti spianai piú chiaramente; e de’ tre scaloni particulari e’ quali ha saliti, passato dallo stato imperfecto al perfecto. E cosí gli hai veduti córrire in veritá, e factati gustare la perfeczione de l’anima con l’adornamento delle virtú, e gl’inganni che riceve prima che gionga a la sua perfeczione, se essa non essercita el tempo suo nel cognoscimento di sé e di me.
Anco t’ho dichiarata la miseria di coloro che vanno annegandosi per lo fiume, non tenendo per lo ponte della doctrina della mia Veritá, el quale Io vi posi perché voi none annegaste; ma eglino, come matti, sono voluti annegare nella miseria e puzza del mondo.
Tucto questo t’ho dichiarato per farti crescere il fuoco del sancto desiderio e la compassione e dolore della dannazione de l’anime, acciò che ’l dolore e l’amore ti costringa a strignere me con lagrime e sudori: con lagrime de l’umile e continua orazione offerta a me con fuoco d’ardentissimo desiderio. E non solamente per te, ma per molte altre creature e servi miei che l’udiranno. Saranno costrecti da la mia caritá (cosí insiememente tu e gli altri servi miei) di pregare e strignere me a fare misericordia al mondo e al corpo mistico della sancta Chiesa per cui tu tanto mi preghi.
Perché giá ti dixi, se ben ti ricorda, che Io adempirei e’ desidèri vostri dandovi refrigerio nelle vostre fadighe, cioè satisfacendo a’ penosi vostri desidèri, donando la reformazione della sancta Chiesa di buoni e sancti pastori: non con guerra, come Io ti dixi, né con coltello né crudeltá, ma con pace e quiete, lagrime e sudori de’ servi miei, e’ quali v’ho messicome lavoratori de l’anime vostre e di quelle del proximo, e nel corpo mistico della sancta Chiesa. In voi, lavorare in virtú: nel proximo e nella sancta Chiesa, in exemplo e in doctrina, e continua orazione offerire a me per lei e per ogni creatura; parturendo le virtú sopra del proximo vostro per lo modo che decto t’ho. Perché giá ti dixi che ogni virtú e difecto si faceva e aumentavasi sopra del proximo.
E però voglio che facciate utilitá al proximo vostro; e per questo modo darete de’ fructi della vigna vostra. Non vi ristate di gittarmi oncenso d’odorifere orazioni per salute de l’anime e perch’Io voglio fare misericordia al mondo, e con esse orazioni e sudori e lagrime lavare la faccia della sposa mia, cioè della sancta Chiesa, perché giá te la mostrai in forma d’una donzella lordata tucta la faccia sua, quasi come lebbrosa. Questo era per lo difecto de’ ministri, e di tucta la religione cristiana, che al pecto di questa sposa si notricano. De’ quali difecti Io in un altro luogo ti narrarò.
Come questa devota anima fa petizione a Dio di volere sapere de li stati e fructi de le lagrime.
Alora quella anima, ansietata di grandissimo desiderio, levandosi come ebbra sí per l’unione che era facta in Dio e sí per quello che aveva udito e gustato da la prima dolce Veritá, e ansietata di dolore della ignoranzia delle creature di non cognoscere il loro benefactore e l’affecto della caritá di Dio (e nondimeno aveva una allegrezza d’una speranza della promessa che la veritá di Dio aveva facta a lei, insegnandole el modo che ella dovesse tenere, ed ella e gli altri servi di Dio, per volere che egli faccia misericordia al mondo); levando l’occhio de l’intellecto nella dolce Veritá dove stava unita, volendo alcuna cosa sapere sopra de’ decti stati de l’anima che Dio aveva a lei narrati, vedendo che l’anima passa agli stati con lagrime;e però voleva sapere da la Veritá la differenzia delle lagrime, e come erano facte, e unde procedevano, e il fructo che seguitava doppo el pianto.
Volendo adunque saperlo da la prima dolce Veritá unde procedevano le decte lagrime, e di quante fussero ragioni lagrime, perché la veritá non si può cognoscere altro che da essa Veritá, però dimanda la Veritá. E nulla cosa si cognosce nella Veritá che non si vegga con l’occhio de l’intellecto, unde è bisogno, a chi vuole cognoscere, che si levi con desiderio di volere cognoscere col lume della fede nella Veritá, aprendo l’occhio de l’intellecto con la pupilla della fede ne l’obbiecto della Veritá.
Poi che ebbe cognosciuto, perché non l’era escito di mente la doctrina che le die’ la Veritá, cioè Dio, che per altra via non poteva sapere quello che desiderava di sapere degli stati e fructi delle lagrime, levò sé sopra di sé con grandissimo desiderio oltre a ogni modo, e col lume della fede viva upriva l’occhio de l’intellecto suo nella Veritá etterna, nella quale vide e cognobbe la veritá di quello che dimandava. Manifestandole Dio se medesimo, cioè la benignitá sua, conscendendo a l’affocato desiderio, adempiva la sua petizione.
Come sono cinque maniere di lagrime.
Alora diceva la Veritá prima dolce di Dio:—O dilectissima e carissima figliuola, tu m’adimandi di volere sapere delle ragioni delle lagrime e de’ fructi loro; e Io non ho spregiato el desiderio tuo. Apre bene l’occhio de l’intellecto, e mostrarocti, per li decti stati de l’anima che contiati t’ho, le lagrime imperfecte fondate nel timore.
Ma prima, delle lagrime degl’iniqui uomini del mondo. Queste sonno lagrime di dannazione.
Le seconde sonno quelle del timore, di coloro che si levano dal peccato per timore della pena, e per timore piangono.
El terzo è di coloro che, levati dal peccato, cominciano a gustare me, e con dolcezza piangono, e comincianmi a servire; ma, perché è imperfecto l’amore, è imperfecto el pianto, sí come Io ti narrarò.
El quarto è di coloro che gionti sonno a perfeczione nella caritá del proximo, amando me senza rispecto veruno di sé. Costoro piangono, e il pianto loro è perfecto.
El quinto è unito col quarto: sonno lagrime di dolcezza gictate con grande suavitá, sí come di socto distesamente ti dirò.
Anco ti narrarò delle lagrime del fuoco, senza lagrima d’occhio, per satisfare a coloro che spesse volte desiderano el pianto e non el possono avere. E voglio che tu sappi che tucti questi diversi stati possono essere in una anima levandosi dal timore e da l’amore imperfecto e giognendo a la caritá perfecta e a l’unitivo stato.
Ora ti comincio a narrare delle dette lagrime per questo modo.
De la differenzia d’esse lagrime, discorrendo per li predecti stati dell’anima.
—Io voglio che tu sappi che ogni lagrima procede dal cuore, perché neuno membro è nel corpo che voglia tanto satisfare al cuore quanto l’occhio. Se egli ha dolore, l’occhio el manifesta; e se egli è dolore sensitivo, gicta lagrime cordiali che generano morte, perché procedevano dal cuore, perché l’amore era disordinato fuore di me; e perché egli è disordinato, però è con offesa di me e riceve mortale dolore e lagrime. È vero che la gravezza della colpa e pianto è piú grave e meno, secondo la misura del disordinato amore. Questi sonno quelli primi che hanno lagrime di morte, de’ quali Io t’ho decto e dirò.
Ora comincia a vedere le lagrime che cominciano a dare vita, cioè di coloro che, cognoscendo le colpe loro, per timore della pena cominciano a piangere. Queste sonno lagrime cordiali esensitive, cioè che, non essendo ancora al perfectissimo odio della colpa commessa per l’offesa facta a me, levansi con uno cordiale dolore per la pena che lo’ séguita doppo el peccato commesso; e però l’occhio piagne perché vuole satisfare al dolore del cuore.
Ed exercitandosi l’anima a la virtú, comincia a perdere il timore, perché cognosce che solo el timore non è sufficiente a darli vita etterna, sí come nel secondo stato dell’anima Io ti narrai. E però si leva con amore a cognoscere se medesima e la mia bontá in sé, e comincia a pigliare speranza della misericordia mia, nella quale il cuore sente allegrezza. Mescolato el dolore della colpa con allegrezza della speranza della divina mia misericordia, l’occhio alora comincia a piangere: la quale lagrima esce della fontana del cuore. Ma perché ancora non è gionta a la grande perfeczione, spesse volte gitta lagrime sensuali. Se tu mi dimandi:—Per che modo?—rispondoti: Perché la radice de l’amore proprio di sé non è d’amore sensitivo (che giá v’è levato per lo modo decto), ma è uno amore spirituale quando l’anima appetisce le spirituali consolazioni, delle quali distesamente ti dixi la imperfeczione loro, o mentali o con mezzo d’alcuna creatura amata di spirituale amore. Quando è privata di quella cosa che ama, cioè delle consolazioni o dentro o di fuore (dentro, per consolazione che abbi tracta da me; o di fuore, della consolazione che aveva dalla creatura), e sopravenendo le temptazioni o persecuzioni dagli uomini, el cuore ha dolore: e subbito l’occhio, che sente il dolore e la pena del cuore, comincia a piangere d’uno pianto tenero e compassionevole a se medesima, d’una compassione spirituale di proprio amore, perché non è ancora conculcata e annegata la propria volontá in tucto. Per questo modo gicta lagrime sensuali, cioè di spirituale passione.
Ma, crescendo ed exercitandosi nel lume del cognoscimento di sé, concipe uno dispiacimento in se medesima e odio perfecto di se medesima, unde traie uno cognoscimento vero della mia bontá con uno fuoco d’amore, e comincia a unirsi e conformare la volontá sua con la mia. E cosí comincia a sentiregaudio e compassione: gaudio in sé per l’affecto de l’amore, e compassione al proximo, sí come nel terzo stato Io ti narrai. Subbito l’occhio, che vuole satisfare al cuore, geme nella caritá mia e del proximo suo con cordiale amore, dolendosi solo de l’offesa mia e del dapno del proximo e non di pena né danno proprio di sé, perché non pensa di sé, ma solo pensa di potere rendere gloria e loda al nome mio; e con espasimato desiderio si dilecta di prendere il cibo in su la mensa della sanctissima croce, cioè conformandosi con l’umile, paziente e inmaculato Agnello, unigenito mio Figliuolo, del quale feci ponte, come decto è.
Poi che cosí dolcemente è ita per lo ponte, seguitando la doctrina della dolce mia Veritá, e passata per questo Verbo, sostenendo con vera e dolce pazienzia ogni pena e molestia, secondo che Io ho permesso per la salute sua, ella virilmente l’ha ricevute, none eleggendole a suo modo ma a mio; e non tanto che porti con pazienzia, come Io ti dixi, ma con allegrezza sostiene. E recasi in una gloria d’essere perseguitata per lo nome mio, pure che abbia di che patire. Alora viene l’anima a tanto dilecto e tranquillitá di mente, che non è lingua sufficiente a poterlo narrare.
Passata col mezzo di questo Verbo (cioè per la doctrina de l’unigenito mio Figliuolo), fermato l’occhio de l’intellecto in me, dolce prima Veritá, veduta la cognosce, e cognoscendo l’ama. Tracto l’affecto dietro a l’intellecto, gusta la Deitá mia etterna, la quale cognosce, e vede essa natura divina unita con la vostra umanitá. Riposasi alora in me, mare pacifico. El cuore è unito per affecto d’amore in me, sí come nel quarto unitivo stato ti dixi. Nel sentimento di me, Deitá etterna, l’occhio comincia a versare lagrime di dolcezza, che drictamente sonno uno lacte che nutrica l’anima in vera pazienzia. Queste lagrime sonno uno unguento odorifero che gicta odore di grande soavitá.
O dilectissima figliuola mia, quanto è gloriosa quella anima che cosí realmente ha saputo trapassare dal mare tempestoso a me, mare pacifico, e impíto el vaso del cuore suo nel mare di me, somma ed etterna Deitá! E però l’occhio, ch’è unocondocto, s’ingegna, come egli ha tracto del cuore, di satisfarli; e cosí versa lagrime.
Questo è quello ultimo stato dove l’anima sta beata e dolorosa: beata sta per l’unione che ha facta meco per sentimento, gustando l’amore divino; dolorosa sta per l’offesa che vede fare a me, bontá e grandezza mia, la quale ha veduta e gustata nel cognoscimento di sé e di me, per lo quale cognoscimento di sé e di me gionse a l’ultimo stato. E non è però impedito lo stato unitivo (che dá lagrime di grande dolcezza), per lo conoscimento di sé, nella caritá del proximo, nella quale trovò pianto d’amore della divina mia misericordia e dolore de l’offesa del proximo: piangendo con coloro che piangono e godendo con coloro che godono (ciò sonno coloro che vivono in caritá, de’ quali l’anima gode vedendo rendere gloria e loda a me da’ servi miei). Sí che ’l pianto secondo (cioè il terzo) non impedisce l’ultimo, (cioè il quarto), l’unitivo secondo; anco condisce l’uno l’altro. Ché se l’ultimo pianto, dove l’anima ha trovata tanta unione, non avesse tracto dal secondo (cioè dal terzo stato della caritá del proximo), non sarebbe perfecto. Sí che è di bisogno che si condisca l’uno con l’altro, altrementi verrebbe a presumpzione, nella quale intrarrebbe uno vento sottile d’una propria reputazione, e cadrebbe da l’altezza infino a la bassezza del primo vomito. E però è bisogno di portare e tenere continuo la caritá del proximo suo con vero cognoscimento di sé.
Per questo modo nutricará el fuoco della mia caritá in sé, perché la caritá del proximo è tracta da la caritá mia, cioè da quello cognoscimento che l’anima ebbe conoscendo sé e la bontá mia in sé, unde ella si vidde amare da me ineffabilemente. E però con questo medesimo amore che vide in sé essere amata, ama ogni creatura che ha in sé ragione; e questa è la ragione che l’anima si distende, subbito che conosce me, ad amare il proximo suo. Unde, perché vidde, l’ama ineffabilemente, sí che ama quella cosa che vidde che Io piú amavo.
Poi cognobbe che a me non poteva fare utilitá né rendermi quel puro amore con che si sente essere amata da me; e però si pone a rendermi amore con quello mezzo che Io v’ho posto,cioè il proximo suo, che è quel mezzo a cui dovete fare utilitá (sí come Io ti dixi che ogni virtú si faceva col mezzo del proximo a ogni creatura in comune e in particulare), secondo le diverse grazie ricevute da me, dandovele a ministrare. Amare dovete di quel puro amore che Io ho amati voi: questo non si può fare verso di me, perch’Io v’amai senza essere amato e senza veruno rispecto. E però che v’ho amati senza essere amato da voi, prima che voi fuste (anco l’amore mi mosse a crearvi a la imagine e similitudine mia), non el potete rendere a me, ma dovetelo rendere alla creatura che ha in sé ragione, amandoli senza essere amato da loro; e amare senza alcuno rispecto di propria utilitá o spirituale o temporale, ma solo amare a gloria e loda del nome mio, perché è amata da me. Cosí adempirete il comandamento della legge: d’amare me sopra ogni cosa e il proximo come voi medesimi.
Bene è dunque vero che a quella altezza non si può giognere senza questo secondo stato, cioè che viene el terzo stato e il secondo a l’unione. Né, poi che è gionto, si può conservare se si partisse da quello affecto unde pervenne a le seconde lagrime decte; sí come non si può adempire la legge di me, Dio etterno, senza quella del proximo vostro, perché sonno due piei de l’affecto per cui s’observano e’ comandamenti e i consigli (sí com’Io ti dixi) che vi die’ la mia Veritá, Cristo crocifixo.
Cosí questi due stati, de’ quali è facto uno, notricano l’anima nelle virtú, crescendola nella perfeczione delle virtú e de l’unitivo stato. Non che muti altro stato, poi che è gionto a questo; ma questo medesimo cresce la ricchezza della grazia in nuovi e in diversi doni e amirabili elevazioni di mente, sí come Io ti dixi, con uno cognoscimento di veritá che quasi, essendo mortale, pare immortale: perché ’l sentimento della propria sensualitá è mortificato, e la volontá è morta per l’unione che ha facta in me.
Oh, quanto è dolce questa unione a l’anima che la gusta! che, gustandola, vede le segrete cose mie, onde spesse volte riceverá spirito di profezia in sapere le cose future. Questo fa la mia bontá, benché l’anima umile sempre le debba spregiare:none l’affecto della mia caritá che do, ma l’appetito delle proprie consolazioni, reputandosi indegna della pace e quiete della mente, per notricare la virtú dentro ne l’anima sua. E none sta nel secondo stato, ma torna a la valle del conoscimento di sé.
Questo le permecto, per grazia, di darle questo lume acciò che sempre cresca, perché l’anima non è tanto perfecta in questa vita che non possa crescere a maggiore perfeczione, cioè a perfeczione d’amore. Solo el dilecto unigenito mio Figliuolo, capo vostro, fue quello a cui non poté crescere alcuna perfeczione perché Egli era una cosa con meco e Io con lui; l’anima sua era beata per l’unione della natura mia divina. Ma voi, perregrini membri, sempre sète apti a crescere in maggiore perfeczione. Non però ad altro stato, come decto è, poi che sète gionti a l’ultimo; ma potete crescere quello ultimo medesimo con quella perfeczione che sará di vostro piacere, mediante la grazia mia.
Repetizione breve del precedente capitolo. E come el demonio fugge da quelli che sono gionti a le quinte lagrime. E come le molestie del dimonio sono verace via da giognere a questo stato.
—Ora hai veduto gli stati delle lagrime e la differenzia loro, secondo che è piaciuto a la mia veritá di satisfare al desiderio tuo. Delle prime, di coloro che sonno in stato di morte (di colpa di peccato mortale), vedesti che ’l pianto loro procede dal cuore generalmente, perché ’l principio de l’affecto, unde venne la lagrima, era corrocto, e però n’esce corrocto e miserabile pianto e ogni loro operazione.
El secondo stato è di coloro che cominciano a conoscere i loro mali per la propria pena che lo’ séguita doppo la colpa. Questo è uno comincio generale buonamente dato da me a’ fragili, che, come ignoranti, s’anniegano giú per lo fiume, schifando la doctrina della mia veritá; ma molti e molti sonno quegli che conoscono loro senza timore servile, cioè di propria pena, e vannosene chi, di subbito, con uno grande odio di sé, per lo qualeodio si reputa degno della pena; alcuni con una buona simplicitá si dánno servire me, loro Creatore, dolendosi de l’offesa che hanno facta a me. È vero che egli è piú apto a giognere a lo stato perfecto colui che va con grandissimo odio che gli altri, bene che, exercitandosi, l’uno e l’altro giogne; ma questo giogne prima. Debba guardare l’uno di non rimanere nel timore servile, e l’altro nella tiepidezza sua, cioè che in quella simplicitá, non exercitandola, non vi s’intepidisse dentro. Sí che questo è uno chiamare comune.
El terzo e il quarto è di coloro che, levati dal timore, sono gionti a l’amore e a speranza, gustando la divina mia misericordia, ricevendo molti doni e consolazioni da me, per le quali l’occhio, che satisfa al sentimento del cuore, piagne; ma perché ancora è imperfecto, mescolato col pianto sensitivo spirituale, come decto è, giogne, exercitandosi in virtú, al quarto, dove l’anima, cresciuta in desiderio, uniscesi e conformasi con la mia volontá, in tanto che non può volere né desiderare se non quel ch’Io voglio, vestito della caritá del proximo, unde traie uno pianto d’amore in sé e dolore de l’offesa mia e danno del proximo suo. Questo è unito con la quinta e ultima perfeczione, dove egli si unisce in veritá, dove è cresciuto el fuoco del sancto desiderio, dal quale desiderio el dimonio fugge e non può percuotere l’anima, né per ingiuria che le fusse facta, perché ella è facta paziente nella caritá del proximo, non per consolazione né spirituale né temporale, però che per odio e vera umilitá le spregia.
Egli è ben vero che ’l dimonio da la parte sua non dorme mai, ma insegna a voi negligenti che nel tempo del guadagno state a dormire. Ma la sua vigilia a questi cotali non può nuocere, perché non può sostenere il calore della caritá loro né l’odore de l’unione che ha facta in me, mare pacifico, dove l’anima non può essere ingannata mentre che stará unita in me. Sí che fugge come fa la mosca da la pignacta che bolle, per paura che ha del fuoco: se fusse tiepida, non temarebbe, ma andarebbevi dentro, benché spesse volte egli vi perisce, trovandovi piú caldo che non si imaginava. E cosí diviene de l’anima primache venga a lo stato perfecto: el dimonio, perché gli pare tiepida, v’entra dentro con molte diverse temptazioni; ma, essendovi ponto di cognoscimento e di calore e dispiacimento della colpa, resiste, legando la volontá, che non consenta, col legame de l’odio del peccato e amore della virtú.
Rallegrisi ogni anima che sente le molte molestie, perché quella è la via da giognere a questo dolce e glorioso stato. Perché giá ti dixi che per lo conoscimento e odio di voi e per conoscimento della mia bontá voi venivate a perfeczione. Veruno tempo è che si conosca tanto bene l’anima se Io so’ in lei, quanto nel tempo delle molte bactaglie. In che modo? Dicotelo: sé conosce bene, vedendosi nelle bactaglie e non si può liberare né resistere che non l’abbia; può bene resistere a la volontá a non consentire, ma in altro no. Alora può conoscere sé non essere: ché se ella fusse alcuna cosa per se medesima, si levarebbe quelle che ella non vuole. Cosí per questo modo s’aumilia con vero conoscimento di sé, e col lume della sanctissima fede corre a me, Dio etterno, per la cui bontá si truova conservare la buona e sancta volontá che non consente, al tempo delle molte bactaglie, ad andare dietro a le miserie nelle quali si sente molestare.
Bene avete dunque ragione di confortarvi con la doctrina del dolce e amoroso Verbo, unigenito mio Figliuolo, nel tempo delle molte molestie e pene, adversitá e temptazioni dagli uomini e dal demonio, poi che aumentano la virtú e fanvi giognere a la grande perfeczione.
Come quelli, che desiderano le lagrime degli occhi e non le possono avere, hanno quelle del fuoco. E per che cagione Dio sottrae le lagrime corporali.
—Decto t’ho delle lagrime perfecte e imperfecte, e come tucte escono del cuore. Di questo vasello esce ogni lagrima di qualunque ragione si sia, e però tucte si possono chiamare «lagrimecordiali»: solo la differenzia sta ne l’ordinato o disordinato amore e ne l’amore perfecto o imperfecto, secondo che decto è di sopra.
Restoti ora a dire, a satisfaczione del desiderio tuo che m’hai domandato, d’alcuni che vorrebbero la perfeczione delle lagrime e non pare che le possino avere. Hacci altro modo che lagrima d’occhio? Sí: ècci un pianto di fuoco, cioè di vero e sancto desiderio, el quale si consuma per affecto d’amore: vorrebbe dissolvere la vita sua in pianto per odio di sé e salute de l'anime, e non pare che possa. Dico che costoro hanno lagrima di fuoco, in cui piagne lo Spirito sancto dinanzi a me per loro e per lo proximo loro. Cioè dico che la divina mia caritá accende con la sua fiamma l’anima che offera ansietati desidèri dinanzi da me, senza lagrima d’occhio. Dico che queste sono lagrime di fuoco: per questo modo dicevo che lo Spirito sancto piagneva. Questo non potendo fare con lagrime, offera desidèri di volontá che ha di pianto, per amore di me. Benché, se aprono l’occhio de l’intellecto, vedranno che ogni servo mio che gitta odore di sancto desiderio ed umili e continue orazioni dinanzi da me, piagne lo Spirito sancto per mezzo di lui. A questo modo parbe che volesse dire il glorioso apostolo Pavolo, quando dixe che lo Spirito sancto piagneva dinanzi a me, Padre, con gemito inenarrabile per voi.
Adunque vedi che non è di meno el fructo della lagrima del fuoco che di quella de l’acqua: anco spesse volte è di maggiore, secondo la misura de l’amore. E però non debba venire a confusione di mente, né debbale parere essere privata di me quella anima che desidera lagrime e non le può avere per lo modo che desidera; ma debbale desiderare con la volontá acordata con la mia e umiliata al sí e al no, secondo che piace a la divina mia bontá. Alcuna volta Io permecto di non dare lagrime corporalmente, per fare l’anima continuamente stare dinanzi da me umiliata e con continua orazione e desiderio gustando me; ché avere da me quello che essa dimanda non le sarebbe di quella utilitá che essa si crede, ma starebbesi contenta ad avere quello che ha desiderato, e allentarebbe l’affecto e il desiderio con che ella me l’adimandava. Sí che Io per acrescimento, e non perché diminuisca, sottrago a medi non darle actuali lagrime d’occhio, ma dolle le mentali solamente di cuore, piene di fuoco della divina mia caritá. Sí che in ogni stato e in ogni tempo saranno piacevoli a me, pure che l’occhio de l’intellecto non si serri mai col lume della fede da l’obiecto della mia veritá etterna con affecto d’amore. Però ch’Io so’ medico, e voi infermi; e do a tucti quello che è di necessitá e di bisogno a la vostra salute e a crescere la perfeczione ne l’anima vostra.
Questa è la veritá, e la dichiarazione degli stati delle decte lagrime dichiarate da me, Veritá etterna, a te dolcissima mia figliuola. Anniègati dunque nel sangue di Cristo crocifixo, umile, crociato, inmaculato Agnello, unigenito mio Figliuolo, crescendo in continua virtú, acciò che si nutrichi el fuoco della divina mia caritá in te.
Come li quatro stati di questi predecti cinque stati de le lagrime dánno infinite varietadi di lagrime. E come Dio vuole essere servito con cosa infinita e non con cosa finita.
—Questi cinque stati predecti sonno come cinque principali canali de’ quali e’ quattro dánno abondanzia e infinite varietá di lagrime, che tucte dánno vita, se sonno exercitate in virtú, come detto t’ho. Come infinite? Non dico che in questa vita siate infiniti in pianto, ma «infinite» le chiamo per lo infinito desiderio de l’anima.
Ora t’ho decto come la lagrima procede dal cuore, e il cuore la porge a l’occhio, avendola ricolta ne l’affocato desiderio: sí come el legno verde che sta nel fuoco, che per lo caldo geme l’acqua, perché egli è verde (ché, se fusse secco, giá non gemarebbe); cosí el cuore, rinverdito per la rinnovazione della grazia, tráctane la secchezza de l’amore proprio che disecca l’anima. Sí che sonno unite fuoco e lagrime, cioè desiderio affocato. E perché il desiderio non finisce mai, non si saziain questa vita, ma quanto piú ama meno gli pare amare; e cosí exercita el desiderio sancto che è fondato in caritá, col quale desiderio l’occhio piagne.
Ma, separata che l’anima è dal corpo e gionta a me, fine suo, non abandona però el desiderio che non desideri me e la caritá del proximo suo; inperò che la caritá è intrata dentro come donna, portandosene il fructo di tucte l’altre virtú. È vero che termina e finisce la pena, sí com’Io ti dissi; però che, se egli desidera me, esso m’ha in veritá senza alcuno timore di potere perdere quello che ha tanto tempo desiderato. E in questo modo si notrica la fame: cioè che avendo fame sonno saziati, e saziati hanno fame, e di longa è il fastidio dalla sazietá, e di longa è la pena da la fame, perché ine non manca alcuna perfeczione.
Sí che il desiderio vostro è infinito: ché altrementi non varrebbe né avarebbe vita alcuna virtú se fussi solamente servito con cosa finita, perché Io, che so’ Dio infinito, voglio essere servito da voi con cosa infinita; e infinito altro non avete se non l’affecto e il desiderio vostro de l’anima. E per questo modo dicevo che erano infinite varietá di lagrime, e cosí è la veritá per lo modo che decto ho: per lo infinito desiderio che era unito con la lagrima. La lagrima, partita che l’anima è dal corpo, rimane di fuore; ma l’affecto della caritá ha tracto a sé el fructo della lagrima e consumatala, sí come l’acqua nella fornace: non è che l’acqua sia fuore della fornace, ma el calore del fuoco l’ha consumata e tracta in sé. Cosí l’anima, gionta a gustare il fuoco de la divina mia caritá, è passata di questa vita con l’affecto della caritá di me e del prossimo suo, e con l’amore unitivo col quale gictava la lagrima. E non restano mai di continuamente offerire loro desidèri beati e lagrimosi senza pena: non con lagrima d’occhio, ché ella è diseccata nella fornace, come decto è; ma lagrima di fuoco di Spirito sancto.
Veduto hai dunque come sonno infinite, che pure in questa vita medesima non è lingua sufficiente a narrare quanti diversi pianti si fanno in questo stato decto. Ma hocti decta la differenzia de’ quattro stati delle lagrime.
Del fructo de le lagrime degli uomini mondani.
—Restoti a dire del fructo che dá la lagrima gictata con desiderio, e quello che adopera ne l’anima. Ma prima ti cominciarò della quinta, della quale al principio ti feci menzione, cioè di coloro che miserabilmente vivono nel mondo, facendosi Dio delle creature e delle cose create e della loro propria sensualitá, unde vi viene ogni danno de l’anima e del corpo. Io ti dixi che ogni lagrima procedeva dal cuore, e cosí è la veritá, perché tanto si duole il cuore quanto egli ama. Gli uomini del mondo piangono quando el cuore sente dolore, cioè quando è privato di quella cosa che egli amava. Ma molto sonno diversi e’ pianti loro: sai quanto? quanto è differente e diverso l’amore. E perché la radice è corrocta del proprio amore sensitivo, ogni cosa n’esce corrocta. Egli è uno arbore che non germina altro che fructi di morte, fiori putridi, foglie macchiate, rami inchinati infino a terra, percossi da diversi venti: questo è l’arbore de l’anima. Perché tucti sète arbori d’amore, e però senza amore non potete vivere, perché sète facti da me per amore. L’anima che virtuosamente vive pone la radice de l’arbore suo nella valle della vera umilitá: ma questi che miserabilmente vivono l’hanno posta nel monte della superbia; unde, perché egli è mal piantato, non produce fructo di vita, ma di morte. E’ fructi sonno le loro operazioni, e’ quali sonno tucti avelenati di molti e diversi peccati: e se veruno fructo di buona operazione essi fanno, perché è corrocta la radice, ogni cosa n’esce guasto; cioè che l’anima che è in peccato mortale, neuna buona operazione che faccia, le vale a vita etterna, perché non sonno facte in grazia. Benché non debba lassare però la buona operazione, perché ogni bene è remunerato e ogni colpa punita. El bene che è facto fuore della grazia non è sufficiente né gli vale a vita etterna, come dectoè; ma la divina bontá e mia giustizia dá remunerazione imperfecta, come ella è data a me l’operazione imperfecta: alcuna volta l’è remunerato in cose temporali, alcuna volta ne gli presto el tempo, sí come in un altro luogo, sopra questa materia, di sopra ti narrai, dandoli spazio pure perché egli si possa correggere. Questo anco alcuna volta gli farò: che gli darò vita di grazia con alcuno mezzo de’ servi miei e’ quali sono piacevoli e accepti a me; sí come feci al glorioso apostolo Pavolo, che, per l’orazioni di sancto Stefano, si levò da la sua infidelitá e persecuzioni che faceva a’ cristiani. Sí che vedi bene che, in qualunque stato l’uomo si sia, non debba mai lassare di ben fare.
Dicevoti che i fiori erano putridi; e cosí è la veritá. E’ fiori sonno le puzzolenti cogitazioni del cuore (le quali sonno spiacevoli a me), e odio e dispiacimento verso el proximo suo. Sí come ladro, l’onore ha furato di me, suo Creatore, e datolo a sé. Questo fiore mena puzza di falso e miserabile giudicio, el quale giudicio è in due modi: l’uno verso di me, giudicando gli occulti miei giudici e ogni mio misterio iniquamente, e in odio quello che Io gli ho facto per amore, e in bugia quello che Io gli ho facto per veritá, e in morte quello che Io do per vita. Ogni cosa condannano e giudicano secondo el loro infermo parere, perché si sonno aciecati, col proprio amore sensitivo, l’occhio de l’intellecto e ricoperta la pupilla della sanctissima fede che non lo’ lassa vedere né cognoscere la veritá.
L’altro giudicio ultimo è inverso del proximo suo, unde spesse volte n’esce molto male; ché il misero uomo non cognosce sé, e vuolsi ponere a cognoscere il cuore e l’affecto della creatura che ha in sé ragione, e, per una operazione che vedrá o parola che oda, vorrá giudicare l’affecto del cuore. Ma e’ servi miei sempre giudicano in bene, perché sonno fondati in me, sommo Bene. Ma questi cotali sempre giudicano in male, perché sonno fondati nel miserabile male. De’ quali giudici molte volte ne viene odio, omicidii e dispiacimento verso del proximo suo, e dilungamento da l’amore della virtú de’ servi miei.
Cosí a mano a mano seguitano le foglie, le quali sonno le parole che escono della bocca in vitoperio di me e del sangue de l’unigenito mio Figliuolo e in danno del proximo suo. E non si curano d’altro che di maledire e condepnare l’operazioni mie, o di bastemmiare e dire male d’ogni creatura che ha in sé ragione, come facto lo’ viene, secondo che il loro giudicio porta. E non tengono a mente (disaventurati a loro!) che la lingua è facta solo per rendere onore a me e per confessare i difecti loro, e adoperare per amore della virtú e in salute del proximo. Queste sonno le foglie macchiate della miserabile colpa, perché ’l cuore, unde sonno procedute, non era schiecto, ma molto maculato di doppiezza e di molta miseria. Quanto pericolo (oltre al danpno spirituale della privazione della grazia che ha facta ne l’anima) esce in danno temporale! Ché per le parole avete udito e veduto venire mutazioni di Stati, disfacimento di cittá e molti omicidii e altri mali: perché la parola intrò nel mezzo del cuore a colui a cui ella fu decta; introe dove non sarebbe passato el coltello colá dove passò e introe la parola.
Dico che l’arbore ha sette rami che chinano infino a terra, de’ quali escono e’ fiori e le foglie per lo modo che decto t’ho. Questi sonno e’ septe peccati mortali, e’ quali sono pieni di diversi e molti peccati, legati nella radice e gambone de l’amore proprio di sé e della superbia. La quale ha facto prima e’ rami e i fiori delle molte cogitazioni; poi procede la foglia delle parole e il fructo di gattive operazioni. Stanno chinati infino a terra, cioè che i rami de’ peccati mortali non si voltano altro che a la terra d’ogni fragile e disordinata sustanzia del mondo, e in altro modo non mira se none in che modo si possa nutricare della terra insaziabilmente, che mai non si sazia. Insaziabili sonno e incomportabili a loro medesimi; e cosa convenevole è che egli sieno sempre inquieti, ponendosi a desiderare e volere quella cosa che lo’ dá sempre insazietá, sí come Io ti dixi. Questa è la cagione perché essi non si possono saziare: perché sempre apetiscono cosa finita, ed eglino sonno infiniti quanto ad essere, ché l’essere loro non finisce mai (perché finisca agrazia per la colpa del peccato mortale) e perché l’uomo è posto sopra tucte le cose create, e non le cose create sopra lui; e però non si può saziare né stare quieto se none in cosa maggiore di sé. Maggiore di sé non ci è altro che Io, Dio etterno; e però solo Io gli posso saziare. E perché egli n’è privato per la colpa commessa, sta in continuo tormento e pena. Dipo’ la pena gli séguita el pianto; e giognendoli e’ venti, percuotono l’arbore de l’amore della propria sensualitá dove egli ha facto ogni suo principio.
Come li predecti piangitori mondani sono percossi da quatro diversi venti.
—O egli è vento di prosperitá, o egli è vento d’aversitá, o di timore, o di coscienzia, che sonno quattro venti.
El vento della prosperitá notrica la superbia con molta presumpzione, con grandezza di sé e avilimento del proximo suo. Se egli è signore, va con molta ingiustizia e con vanitá di cuore, e con immondizia di corpo e di mente, e con propria reputazione e con molte altre cose che seguitano doppo queste, le quali la lingua tua non potrebbe narrare. Questo vento della prosperitá è egli corrocto in sé? No; né questo né veruno; ma è corrocta la principale radice de l’arbore, unde ogni cosa corrompe. Perché Io, che mando e dono ogni cosa che ha essere, so’ somamente buono; e però è buono ciò che è in questo vento prospero. Unde ne gli séguita pianto, perché ’l suo cuore non è saziato, ché desidera quello che non può avere; e non potendolo avere, ha pena, e nella pena piagne. Giá ti dixi che l’occhio vuole satisfare al cuore.
Dipo’ questo viene uno vento di timore servile, nel quale gli fa paura l’ombra sua, temendo di perdere la cosa che egli ama. O egli teme di perdere la vita sua medesima, o quella de’ figliuoli o d’altre creature; o teme di perdere lo stato suo o d’altre per amore proprio di sé, o onore o ricchezza. Questotimore non gli lassa possedere il dilecto suo in pace, perché ordinatamente, secondo la mia volontá, non le possiede; e però gli séguita timore servile e pauroso, facto servo miserabile del peccato, e tale si può reputare quale è quella cosa a cui egli serve. El peccato è non cavelle: adunque egli è venuto a non cavelle.
Mentre che il vento del timore l’ha percosso, ed elli giogne quello della tribulazione e aversitá della quale egli temeva, e privalo di quello che egli aveva, alcuna volta in particulare e alcuna volta in generale. Generale è quando è privato della vita, che per forza della morte è privato d’ogni cosa. Alcuna volta è particulare, ché quando levo una cosa e quando un’altra: o della sanitá, o de’ figliuoli, o ricchezze, o stati, o onori, secondo che Io, dolce medico, vego che è di necessitá a la vostra salute, e però ve l’ho date. Ma, perché la fragilitá vostra è tucta corrocta, e senza veruno cognoscimento guasta el fructo della pazienzia; e però germina impazienzia, scandalo e mormorazione, odio e dispiacimento verso di me e delle mie creature, e quello che Io ho dato per vita l’ha ricevuto in morte con quella misura del dolore che egli aveva l’amore.
Ora è condocto a pianto affliggitivo d’impazienzia che disecca l’anima e ucidela tollendole la vita della grazia; e disecca e consuma el corpo, e acciecalo spiritualmente e corporalmente, e privalo d’ogni dilecto e tollegli la speranza, perché è privato di quella cosa nella quale aveva dilecto, dove aveva posto l’affecto e la speranza e la fede sua: sí che piagne. E non solamente la lagrima fa venire tanti inconvenienti, ma el disordinato affecto e dolore del cuore, unde è proceduta la lagrima. Ché non la lagrima de l’occhio in sé dá morte e pena, ma la radice unde ella procede, cioè l’amore proprio disordinato del cuore. Ché, se ’l cuore fusse ordinato e avesse vita di grazia, la lagrima sarebbe ordinata e costrignerebbe me, Dio etterno, a farli misericordia. Ma perché dicevo che questa lagrima dá morte? perché ella è il messo che vi manifesta la vita o morte che fusse nel cuore.
Dicevo che veniva uno vento di coscienzia; e questo fa la divina mia Bontá, che, avendo provato con la prosperitá pertrarli per amore e col timore, ché per importunitá dirizzassero el cuore ad amare con virtú e non senza virtú; provato con la tribolazione, data perché cognoscano la fragilitá e poca fermezza del mondo; ad alcuni altri, poi che questo non giova, perché v’amo ineffabilemente, do uno stimolo di coscienzia, perché si levino ad aprire la bocca bomicando el fracidume de’ peccati per la sancta confessione. Ma essi, come obstinati, e drictamente riprovati da me per le iniquitá loro (che non hanno voluto ricevere la grazia mia in veruno modo), fugono lo stimolo della coscienzia, e vannolo spassando con miserabili dilecti e dispiacere mio e del proximo loro. Tucto l’adiviene perché è corrocta la radice con tucto l’arbore, e ogni cosa l’è in morte, e stanno in continue pene, pianti e amaritudine, come decto è. E se non si correggono mentre che hanno el tempo di potere usare el libero arbitrio, passano da questo pianto dato in tempo finito, e con esso giongono al pianto infinito. Sí che il finito lo’ torna ad infinito, perché la lagrima fu gictata con infinito odio della virtú, cioè col desiderio de l’anima, fondato in odio, che è infinito.
Vero è che, se avessero voluto, ne sarebbero esciti mediante la mia divina grazia nel tempo che essi erano liberi, non obstante ch’Io dicesse essere infinito: infinito è in quanto l’affecto è essere de l’anima, ma none l’odio e l’amore che fusse ne l’anima; ché, mentre che sète in questa vita, potete amare e odiare, secondo che è di vostro piacere. Ma se finisce in amore di virtú, riceve infinito bene, e se finisce in odio, sta in infinito odio ricevendo l’ecterna dannazione, sí come Io ti dixi quando ti contiai che s’annegavano per lo fiume; intanto che non possono desiderare bene, privati della misericordia mia e della caritá fraterna, la quale gustano e’ sancti l’uno con l’altro, cioè della caritá di voi, perregrini viandanti in questa vita, posti qui da me per giognere al termine vostro, di me, vita etterna.
Né orazioni né limosine né verun’altra operazione lor vale: essi sono membri tagliati dal corpo della divina mia caritá, perché, mentre che vissero, non volsero essere uniti a l’obbedienzia de’ sancti miei comandamenti nel corpo mistico dellasancta Chiesa e nella dolce sua obbedienzia, unde traete il sangue dello immaculato Agnello, unigenito mio Figliuolo. E però ricevono el fructo de l’ecterna dannazione con pianto e stridore di denti.
Questi sonno quelli martiri del dimonio, de’ quali Io ti dixi; sí che ’l dimonio lo’ dá quello fructo che ha per sé. Adunque vedi che questo pianto dá fructo di pene in questo tempo finito, e ne l’ultimo lo’ dá la infinita conversazione delle dimonia.
De’ fructi de le seconde e de le terze lagrime.
—Ora ti resto a dire de’ fructi che ricevono coloro che si cominciano a levare da la colpa per timore della pena, ad acquistare la grazia. Alquanti sonno che escono della morte del peccato mortale per timore della pena. Questo è il generale chiamare, come detto è.
Che fructo riceve questo? che egli comincia a votiare la casa de l’anima sua della immondizia, mandando el libero arbitrio el messo del timore della pena. Poi che egli ha purificata l’anima da la colpa, riceve pace di coscienzia, comincia a disponere l’affecto de l’anima e aprire l’occhio de l’intellecto a vedere il luogo suo, che, prima che fusse vòto, non il vedeva né vedeva altro che puzza di molti e diversi peccati. Comincia a ricevere consolazioni, perché ’l vermine della coscienzia sta in pace, quasi aspectando di prendere il cibo della virtú. Sí come fa l’uomo, che, poi che ha sanato lo stomaco e tractone fuore gli umori, dirizza l’appetito a prendere il cibo; cosí questi cotali aspectano pure che la mano del libero arbitrio con l’amore del cibo delle virtú gli apparecchi, ché doppo l’apparecchiare aspecta di mangiare. E cosí è veramente: che, exercitando l’anima el primo timore, votiato de’ peccati l’affecto suo, ne riceve il secondo fructo, cioè il secondo stato delle lagrime, dove l’anima, per affecto d’amore, comincia a fornire la casa di virtú. Benchéimperfecta sia ancora, poniamo che sia levata dal timore, riceve consolazione e dilecto perché l’amore de l’anima sua ha ricevuto dilecto da la mia veritá che so’ esso amore; e, per lo dilecto e consolazione che truova in me, comincia ad amare molto dolcemente, sentendo la dolcezza della consolazione mia o dalle creature per me.
Exercitando l’amore nella casa de l’anima sua, che è intrato dentro poi che ’l timore l’ebbe purificata, comincia a ricevere i fructi della divina mia bontá, unde ebbe la casa de l’anima sua. Poi che egli è intrato l’amore a possedere, comincia a gustare ricevendo molti vari e diversi fructi di consolazione; e ne l’ultimo, perseverando, riceve fructo di ponere la mensa: cioè, poi che l’anima è trapassata dal timore a l’amore delle virtú, si pone la mensa sua. Gionto a le terze lagrime, egli pone la mensa della sanctissima croce nel cuore e ne l’anima sua; poi che l’ha posta, trovandovi el cibo del dolce e amoroso Verbo (el quale dimostra l’onore di me Padre e la salute vostra per la quale fu aperto el Corpo de l’unigenito mio Figliuolo dandosi a voi in cibo), alora comincia a mangiare l’onore di me e la salute de l’anime con odio e dispiacimento del peccato.
Che fructo riceve l’anima di questo terzo stato delle lagrime? Dicotelo: riceve una fortezza fondata in odio sancto della propria sensualitá, con uno fructo piacevole di vera umilitá, con una pazienzia che tolle ogni scandalo, e priva l’anima d’ogni pena, perché col coltello de l’odio ucise la propria volontá, dove sta ogni pena: ché solo la volontá sensitiva si scandalizza delle ingiurie, delle persecuzioni e delle consolazioni temporali o spirituali, come di sopra ti dixi, e cosí viene ad impazienzia. Ma, perché la volontá è morta, con lagrimoso e dolce desiderio comincia a gustare il fructo della lagrima della dolce pazienzia.
O fructo di grande soavitá, quanto se’ dolce a chi ti gusta, e piacevole a me, che stando ne l’amaritudine gusta la dolcezza! Nel tempo de l’ingiuria ricevi la pace; nel tempo che se’ nel mare tempestoso che i venti pericolosi percuotono con le grandi onde la navicella de l’anima, tu se’ pacifica e tranquilla senza veruno male, ricoperta la navicella con la dolce, etterna miavolontá divina. Unde hai ricevuto vestimento di vera e ardentissima caritá, perché acqua non vi possa intrare. O dilectissima figliuola, questa pazienzia è reina, posta nella ròcca della fortezza: ella vince e non è mai vinta; essa non è sola, ma è acompagnata con la perseveranzia; ella è il mirollo della caritá; ella è colei che manifesta il vestimento d’essa caritá se egli è vestimento nupziale o no; se egli è rocto d’imperfeczione, ella el manifesta, sentendo subbito el contrario della inpazienzia. Tucte le virtú si possono alcuna volta occultare, mostrandosi perfecte essendo imperfecte, excepto che a te non si possono nascondere: ché, se ella è ne l’anima questa dolce pazienzia, mirollo di caritá, ella dimostra che tucte le virtú sonno vive e perfecte; e se ella non v’è, manifesta che tucte le virtú sonno imperfecte e non sonno gionte ancora alla mensa della sanctissima croce, dove essa pazienzia fu conceputa nel cognoscimento di sé e nel cognoscimento della mia bontá in sé, e parturita da l’odio sancto e unta di vera umilitá. A questa pazienzia non è denegato el cibo de l’onore di me e salute de l’anime: anco essa è quella che ’l mangia continuamente, e cosí è la veritá.
Raguarda, carissima figliuola, ne’ dolci e gloriosi martiri, che col sostenere mangiavano el cibo de l’anime. La morte loro dava vita: resuscitavano e’ morti e cacciavano le tenebre de’ peccati mortali. El mondo con tucte le sue grandezze e i signori con la loro potenzia non si potevano difendere da loro, per la virtú di questa reina, dolce pazienzia. Questa virtú sta come lucerna in sul candelabro. Questo è il glorioso fructo che die’ la lagrima gionta nella caritá del proximo suo, mangiando con lo svenato e immaculato Agnello, unigenito mio Figliuolo, con crociato e ansietato desiderio e con pena intollerabile de l’offesa di me, Creatore suo: non pena afliggitiva, ché l’amore con la vera pazienzia ucise ogni timore e amore proprio che dá pena; ma pena consolativa, solo de l’offesa mia e danno del proximo, fondata in caritá, la quale pena ingrassa l’anima. Godene in sé, perché ella è uno segno dimostrativo che dimostra me essere per grazia ne l’anima.
Del fructo de le quarte e unitive lagrime.
—Decto t’ho del fructo delle terze lagrime. Séguita el quarto e ultimo stato della lagrima unitiva, lo quale non è separato dal terzo, come decto è, ma uniti insieme, sí come la caritá mia con quella del proximo l’una condisce l’altra. Ma è in tanto cresciuto, gionto al quarto, che, non tanto che porti con pazienzia (sí come di sopra ti dissi), ma con allegrezza le desidera; in tanto che spregia ogni recreazione, da qualunque lato le viene, pure che si possa conformare con la mia Veritá, Cristo crocifixo.
Questa riceve uno fructo di quiete di mente, una unione, facta per sentimento, nella natura mia dolce divina, dove gusta el lacte. Sí come il fanciullo, che pacificato si riposa al pecto della madre, traie a sé il lacte col mezzo della carne; cosí l’anima, gionta a questo ultimo stato, si riposa al pecto della divina mia caritá, tenendo nella bocca del sancto desiderio la carne di Cristo crocifixo, cioè seguitando le vestigie e la doctrina sua, perché cognobbe bene nel terzo stato che non gli conveniva andare per me, Padre, perché in me, Padre etterno, non può cadere pena: ma sí nel dilecto mio Figliuolo, dolce e amoroso Verbo. E voi non potete andare senza pena, ma con molto sostenere giognerete a le virtú provate. Sí che si pose al pecto di Cristo crocifixo, che è essa veritá; e cosí trasse a sé il lacte della virtú, nella quale virtú ebbe vita di grazia, gustando in sé la natura mia divina che dava dolcezza a le virtú. E cosí è la veritá: che le virtú in loro non erano dolci, ma perché furono facte e unite in me, amore divino: cioè che l’anima non ebbe alcuno rispecto a sua propria utilitá, altro che a l’onore di me e salute de l’anime.
Or raguarda, dolce figliuola, quanto è dolce e glorioso questo stato, nel quale l’anima ha facta tanta unione al pecto dellacaritá che non si truova la bocca senza el pecto, né il pecto senza el lacte. Cosí questa anima non si truova senza Cristo crociato, né senza me, Padre etterno, el quale truova gustando la somma e etterna Deitá. Oh! chi vedesse come s’empiono le potenzie di quella anima! La memoria s’empie di continuo ricordamento di me, tracto a sé, per amore, i benefizi miei: non tanto l’acto de’ benefizi, ma l’affecto della caritá mia con che Io gli l’ho donati; e singularmente il benefizio della creazione, vedendosi creato a la imagine e similitudine mia. Nel quale benefizio, nel primo stato decto, cognobbe la pena della ingratitudine che ne gli seguitava; e però si levò da le miserie nel benefizio del sangue di Cristo, dove Io el ricreai a grazia, lavandovi la faccia de l’anime vostre da la lebra del peccato, dove l’anima trovò nel secondo stato una dolcezza, gustando la dolcezza de l’amore e dispiacere della colpa, nella quale egli vidde che tanto era spiaciuta a me, che Io l’avevo punita sopra el corpo de l’unigenito mio Figliuolo.
Dipo’ questo ha trovato l’avenimento dello Spirito sancto, el quale dichiarò e dichiara l’anima della veritá. Quando riceve l’anima questo lume? poi che ha cognosciuto, per lo primo e secondo stato, el benefizio mio in sé. Riceve alora lume perfecto, cognoscendo la veritá di me, Padre etterno, cioè che per amore l’avevo creata per darle vita etterna. Questa era la veritá: hovelo manifestato col sangue di Cristo crocifixo. Poi che l’ha cognosciuta l’ama: amandola, el dimostra amando schiectamente quello ch’Io amo e odiando quel ch’Io odio.
Cosí si truova nel terzo stato della caritá del prossimo. Sí che la memoria a questo pecto s’empie, passata ogni imperfeczione, perché s’è ricordata e ha tenuto in sé i benefizi miei. Lo intellecto ha ricevuto el lume: mirando dentro nella memoria, cognobbe la veritá; perdendo la ciechitá de l’amore proprio, rimase nel sole de l’obiecto di Cristo crocifixo, dove cognobbe Dio e uomo. Oltre a questo cognoscimento, per l’unione che ha facta, si leva ad uno lume acquistato non per natura, sí come Io ti dixi, né per sua propria virtú adoperata, ma per grazia data da la mia dolce Veritá, la quale none spregia gliansietati desidèri né fadighe le quali ha offerte dinanzi da me. Alora l’affecto, che va dietro a lo ’ntellecto, s’unisce con perfectissimo e ardentissimo amore. E chi mi dimandasse:—Chi è questa anima?—direi:—È uno altro me, facta per unione d’amore.—
Quale sarebbe quella lingua che potesse narrare l’excellenzia di questo ultimo stato unitivo, e i fructi diversi e divariati che riceve essendo piene le tre potenzie de l’anima? Questa è quella dolce congregazione della quale, ne’ tre scaloni generali, ti feci menzione, dichiarandoti, di sopra, la parola della mia Veritá. Non è sufficiente la lingua a poterlo narrare, ma ben vel dimostrano e’ sancti doctori illuminati da questo glorioso lume che con esso spianavano la sancta Scriptura. Unde avete del glorioso Tomaso d’Aquino (che la scienzia sua egli ebbe piú per studio d’orazione ed elevazione di mente e lume d’intellecto, che per studio umano), el quale fu uno lume che Io ho messo nel corpo mistico della sancta Chiesa, spegnendo le tenebre de l’errore. E se ti vòlli al glorioso Giovanni evangelista, quanto lume egli acquistò sopra el prezioso pecto di Cristo, mia Veritá, col quale lume acquistato evangelizzò me, ha cotanto tempo.
E, cosí discorrendo, tucti ve l’hanno manifestata, chi per uno modo e chi per un altro. Ma lo intrinseco sentimento, ineffabile dolcezza e perfecta unione, non el potresti narrare con la lingua tua, perché è cosa finita. Questo parbe che volesse dire Pavolo, dicendo: «Occhio non può vedere, né orecchia udire, né cuore pensare quanto è il dilecto e ’l bene che riceve, e ne l’ultimo è apparecchiato a quelli che in veritá m’amano». Oh quanto è dolce la mansione, dolce sopra ogni dolcezza, con perfecta unione che l’anima ha facta in me, che non ci è in mezzo la volontá de l’anima medesima, perché ella è facta una cosa con meco! Ella gicta odore per tucto quanto el mondo, fructo di continue e umili orazioni: l’odore del desiderio, grido della salute de l’anime con voce senza voce umana, gridando nel conspecto della mia divina maiestá.
Questi sonno e’ fructi unitivi che mangia l’anima in questa vita ne l’ultimo stato, acquistato con molte fadighe, lagrime e sudori. E cosí passa con vera perseveranzia dalla vita dellagrazia, da questa unione che è anco imperfecta, ed è perfecta in grazia. Ma mentre che è legata nel corpo, perché in questa vita non si può saziare di quello che desidera, e anco perché è legata con la legge perversa (che s’è adormentata per l’affecto della virtú, ma non è morta, e però si può destare se levassi lo istrumento della virtú che la fa dormire), e però è decta «imperfecta unione». Ma questa imperfecta unione el conduce a ricevere la perfeczione durabile, la quale non gli può essere tolta per veruna cosa che sia, sí come Io ti dixi narrandoti de’ beati. Ine gusta co’ gustatori veri in me vita etterna, sommo ed etterno Bene, che mai non finisco. Costoro hanno ricevuto vita etterna incontrario di coloro che ricevettero el fructo del pianto loro, morte etternale. Costoro dal pianto son gionti a l’allegrezza, ricevendo vita sempiterna. Col fructo della lagrima e con l’affocata caritá gridano e offerano lagrima di fuoco, per lo modo decto di sopra, dinanzi a me per voi.
Compíto ho di narrarti e’ gradi delle lagrime e la loro perfeczione, e il fructo che riceve l’anima d’esse lagrime: che i perfecti ricevono me vita etterna, e gl’iniqui l’etterna dannazione.
Come questa devota anima, ringraziando Dio de la dechiarazione de’ predecti stati de le lagrime, gli fa tre petizioni.
Alora quella anima, ansietata di grandissimo desiderio per la dolce dichiarazione e satisfaczione che ebbe da la Veritá sopra e’ decti stati, diceva come inamorata:
—Grazia, grazia sia a te, sommo ed etterno Padre, satisfacitore de’ sancti desidèri e amatore della salute nostra, che per amore ci hai dato l’amore nel tempo che eravamo in guerra con teco, col mezzo de l’unigenito tuo Figliuolo. Per questo abisso de l’affocata tua caritá t’adimando, di grazia e di misericordia, che, acciò che schiectamente possa venire a te e con lume e non con tenebre corra per la doctrina della tua Veritá, dellaquale tu chiaramente m’hai dimostrata la veritá, e acciò ch’io possa vedere due altri inganni de’ quali io temo che non ci sieno o possano essere, vorrei, Padre etterno, che, prima che io escisse di questi stati, tu mel dichiarassi.
L’uno si è che, se alcuna volta o a me o ad alcuno altro servo tuo fusse venuto per consiglio di volere servire a te, che doctrina io gli debbo dare. Benché di sopra so, dolce Dio etterno, che tu me ne dichiarasti sopra quella parola che tu dicesti:—Io so’ colui che mi dilecto di poche parole e di molte operazioni;—nondimeno, se piace a la tua bontá toccarne alcuna parola ancora, sarammi di grande piacere.
E anco, se alcuna volta, pregando io per le tue creature e singularmente per li servi tuoi, io trovasse, ne l’orazione, ne l’uno la mente disposta, parendomelo vedere che esso si goda di te; e ne l’altro mi paresse che fusse la mente tenebrosa, debbo io, Padre etterno, o posso giudicare l’uno in luce e l’altro in tenebre? O che io vedesse l’uno andare con grande penitenzia e l’altro no: debbo io giudicare che maggiore perfeczione abbi colui che fa penitenzia maggiore, che colui che non la fa? Pregoti che acciò ch’io non sia ingannata dal mio poco vedere, che tu mi dichiari in particulare quello che tu m’hai decto in generale.
La seconda cosa della quale io ti dimando, si è che tu mi dichiari meglio, sopra del segno che tu mi dicesti che riceve l’anima quando è visitata da te, se egli è da te, Dio etterno, o no. Se bene mi ricorda tu mi dicesti, Veritá etterna, che la mente rimaneva in allegrezza e inanimata a la virtú. Vorrei sapere se questa allegrezza può essere con inganno della propria passione spirituale; ché, se ci fusse, io m’aterrei solamente al segno della virtú.
Queste sonno quelle cose le quali io t’adimando, acciò che in veritá io possa servire a te e al proximo mio e non cadere in neuno falso giudicio verso le tue creature e de’ servi tuoi, perché mi pare che ’l giudicio, cioè il giudicare, dilonghi l’anima da te: e però non vorrei cadere in questo inconveniente.
Come el lume de la ragione è necessario ad ogni anima che vuole a Dio in veritá servire. E prima, del lume generale.
Alora Dio etterno, dilectandosi della sete e fame di quella anima e della schiectezza del cuore e del desiderio suo con che ella dimandava di volerli servire, volse l’occhio della pietá e misericordia sua verso di lei, dicendo:
—O dilectissima, o carissima, o dolce figliuola e sposa mia, leva te sopra di te e apre l’occhio de l’intellecto a vedere me, bontá infinita, e l’amore ineffabile che Io ho a te e agli altri servi miei. Ed apre l’orecchia del sentimento del desiderio tuo, però che altrementi, se tu non vedessi, non potresti udire: cioè che l’anima, che non vede con l’occhio de l’intellecto suo ne l’obiecto della mia Veritá, non può udire né cognoscere la mia veritá. E però voglio, acciò che meglio la cognosca, che ti levi sopra el sentimento tuo, cioè sopra el sentimento sensitivo; ed Io, che mi dilecto della tua domanda e desiderio, ti satisfarò. Non che dilecto possa crescere a me di voi, però che Io so’ colui che so’ e che fo crescere voi, e non voi me; ma dilectomi nel mio dilecto medesimo della factura mia.—
Alora quella anima obbedí, levando sé sopra di sé per cognoscere la veritá di quello che dimandava. Alora Dio etterno disse a lei:—Acciò che tu meglio possa intendere quello ch’Io ti dirò, Io mi farò al principio di quello che mi dimandi, sopra tre lumi che escono di me, vero lume.
L’uno è uno lume generale in coloro che sonno nella caritá comune: bene che decto te l’abbi de l’uno e de l’altro, e molte cose di quelle che Io t’ho decte ti dirò, perché ’l tuo basso intendimento meglio intenda quello che tu vuoli sapere. E due altri lumi sonno di coloro che sono levati dal mondo e vogliono la perfeczione. Sopra di questo ti dichiararò di quello che m’hai adimandato, dicendoti piú in particulare quello che ti toccai in comune.
Tu sai, sí come Io ti dixi, che senza el lume neuno può andare per la via della veritá, cioè senza el lume della ragione. El quale lume di ragione traete da me, vero lume, con l’occhio de l’intellecto e col lume della fede che Io v’ho dato nel sancto baptesmo, se voi non vel tollete per li vostri difecti. Nel quale baptesmo, mediante e in virtú del sangue de l’unigenito mio Figliuolo, riceveste la forma della fede. La quale fede, exercitata in virtú col lume della ragione (la quale ragione è illuminata da questo lume), vi dá vita e favi andare per la via della veritá, e con esso giognete a me, vero lume; e senza esso giognereste a la tenebre.
Due lumi, tracti da questo lume, vi sonno necessari d’avere, ed anco a’ due ti porrò el terzo. El primo è che voi tucti siate illuminati in cognoscere le cose transitorie del mondo, le quali passano tucte come il vento. Ma non le potete bene cognoscere se prima non cognoscete la propria vostra fragilitá quanto ella è inchinevole, con una legge perversa che è legata nelle membra vostre, a ribellare a me, vostro Creatore. Non che per questa legge neuno possa essere costrecto a commectere uno minimo peccato, se egli non vuole; ma bene impugna contra lo spirito. E non diei questa legge perché la mia creatura, che ha in sé ragione, fusse venta, ma perché ella aumentasse e provasse la virtú ne l’anima, però che la virtú non si pruova se non per lo suo contrario. La sensualitá è contraria a lo spirito, e però in essa sensualitá pruova l’anima l’amore che ha in me, Creatore suo. Quando si pruova? quando con odio e dispiacimento si leva contra di lei.
E anco le diei questa legge per conservarla nella vera umilitá. Unde tu vedi che, creando l’anima a la imagine e similitudine mia posta in tanta dignitá e bellezza, Io l’acompagnai con la piú vile cosa che sia, dandole la legge perversa, cioè legandola col corpo formato del piú vile della terra, acciò che, vedendo la bellezza sua, non levasse il capo per superbia contra di me. Unde il fragile corpo, a chi ha questo lume, è cagione di fare umiliare l’anima, e non ha alcuna materia d’insuperbire: anco di vera e perfecta umilitá. Sí che questa legge non costrigne adalcuna colpa di peccato per alcuna sua impugnazione, ma è cagione di farvi cognoscere voi medesimi e cognoscere la poca fermezza del mondo.
Questo debba vedere l’occhio de l’intellecto col lume della sanctissima fede, della quale ti dixi che era la pupilla de l’occhio. Questo è quello lume necessario, che generalmente è di bisogno a ogni creatura che ha in sé ragione, a volere participare la vita della grazia in qualunque stato si sia, se vuole participare il fructo del sangue dello inmaculato Agnello. Questo è il lume comune, cioè che comunemente ogni persona el debba avere, come decto è; e chi non l’avesse, starebbe in stato di dannazione. E questa è la ragione che essi non sonno in stato di grazia non avendo el lume: però che chi non ha el lume, non cognosce il male della colpa e chi n’è cagione, e però non può schifare né odiare la cagione sua. E cosí chi non cognosce il bene e la cagione del bene, cioè la virtú, non può amare né desiderare me, che so’ esso Bene, e la virtú che Io v’ho data come strumento e mezzo a darvi la grazia mia, me, vero Bene.
Sí che vedi di quanto bisogno v’è questo lume, ché in altro none stanno le colpe vostre se none in amare quel che Io odio o in odiare quel che Io amo. Io amo la virtú e odio el vizio; chi ama el vizio e odia la virtú offende me ed è privato della grazia mia. Questi va come cieco che, non cognoscendo la cagione del vizio, cioè il proprio amore sensitivo, non odia se medesimo né cognosce il vizio né il male che gli séguita dipo’ el vizio. Né cognosce la virtú, né me che so’ cagione di darli la virtú che gli dá vita, né la dignitá nella quale egli si conserva e viene a grazia col mezzo della virtú.
Sí che vedi che ’l non cognoscere gli è cagione del suo male. Èvi dunque di bisogno d’avere questo lume, come decto è.