CAPITOLO XCIX

Di quelli e’ quali hanno posto piú el loro desiderio in mortificare el corpo che in uccidere la propria volontá; el quale è uno lume perfecto piú che il generale, ed è questo el secondo lume.

—E poi che l’anima è venuta ed ha acquistato el lume generale, del quale Io t’ho decto, non debba stare contenta; perché, mentre che sète perregrini in questa vita, sète apti a crescere e dovete crescere: e chi non cresce,ipso factotorna adietro. O debba crescere nel comune lume che egli ha acquistato mediante la grazia mia, o egli debba con sollicitudine ingegnarsi d’andare al secondo lume perfecto, e da l’imperfecto giognere al perfecto, però che con lume si vuole andare alla perfeczione.

In questo secondo lume perfecto sonno due maniere di perfecti: perfecti sonno che si sonno levati dal comune vivere del mondo. In questa perfeczione ci sonno due. L’uno che sonno alcuni che perfectamente si dánno a gastigare il corpo loro, facendo aspra e grandissima penitenzia: e acciò che la sensualitá loro non ribelli a la ragione, tucto hanno posto il desiderio loro piú in mortificare il corpo che in ucidere la loro propria volontá, sí come in un altro luogo ti dixi. Costoro si pascono a la mensa della penitenzia, e sonno buoni e perfecti se ella è fondata in me col lume di discrezione, cioè con vero cognoscimento di loro e di me, e con grande umilitá, tucti conformati ad essere giudici della volontá mia e non di quella degli uomini.

Ma se non fussero cosí, cioè con vera umilitá vestiti della volontá mia, spesse volte offendarebbero la loro perfeczione, facendosi giudicatori di coloro che non vanno per quella medesima via che vanno eglino. Sai tu perché a questi cotali l’adiverrebbe? Perché hanno posto piú studio e desiderio in mortificare il corpo che in ucidere la propria volontá. Questi cotali sempre vogliono eleggere i tempi e i luoghi e le consolazioni della mente a loro modo, e anco le tribulazioni del mondo ele bactaglie del dimonio, sí come nel secondo stato imperfecto Io ti narrai. Costoro dicono, per inganno di loro medesimi, ingannati da la propria volontá, la quale ti chiamai «volontá spirituale»:—Io vorrei questa consolazione e non queste bactaglie né molestie del dimonio; e giá non el dico per me, ma per piú piacere a Dio e averlo piú per grazia ne l’anima mia, perché meglio mel pare avere e servirlo in questo modo che in quello.—

E cosí per questo modo spesse volte cade in pena e in tedio, e diventane incomportabile a se medesimo; e cosí offende il suo stato perfecto e non se n’avvede, né che vi caggia dentro la puzza della superbia; ed ella vi giace, però che, se ella non vi fusse, ma fusse veramente umile e non presumptuoso, vedrebbe col lume che Io, dolce e prima Veritá, do stato e tempo e luogo e consolazioni e tribulazioni secondo che è necessitá a la salute vostra ed a compire la perfeczione ne l’anima a la quale Io l’ho electe. E vedrebbe che ogni cosa do per amore; e però con amore e riverenzia debba ricevere ogni cosa. Sí come fanno e’ secondi (cioè che viene il terzo), de’ quali Io ti dirò, che sonno questi due stati che stanno in questo perfectissimo lume.

Del terzo e perfectissimo lume de la ragione. E dell’opere che fa l’anima quando è venuta a esso lume. E d’una bella visione che questa devota anima ebbe una volta, ne la quale si tracta pienamente del modo da venire ad perfecta puritá, e dove anco si parla del non giudicare.

—Questi cotali (ciò sonno e’ terzi, che viene secondo a questo), gionti a questo glorioso lume, sonno perfecti in ogni stato che essi sonno. E ciò che Io permecto a loro, ogni cosa hanno in debita reverenzia, sí come nel terzo stato de l’anima e unitivo Io ti feci menzione. Questi si reputano degni delle pene e scandali del mondo, e d’essere privati delle loro consolazioni proprie di qualunque cosa si sia. E come si reputano degni delle pene, cosí si reputano indegni del fructo che séguita a loro doppola pena. Costoro nel lume hanno cognosciuta e gustata l’etterna volontá mia, la quale non vuole altro che ’l vostro bene; e perché siate sanctificati in me, però ve lo do e permecto.

Poi che l’anima l’ha cognosciuta, sí se ne è vestita e non actende ad altro se none a vedere in che modo possa conservare e crescere lo stato suo perfecto per gloria e loda del nome mio, aprendo l’occhio de l’intellecto col lume della fede ne l’obiecto di Cristo crocifixo, unigenito mio Figliuolo, amando e seguitando la doctrina sua, la quale è regola e via a’ perfecti e agl’imperfecti. E vede che lo inamorato Agnello, mia Veritá, gli dá doctrina di perfeczione, e vedendola se ne inamora. La perfeczione è questa che cognobbe vedendo questo dolce e amoroso Verbo, unigenito mio Figliuolo, che si notricò a la mensa del sancto desiderio, cercando l’onore di me, Padre etterno e salute vostra; e con questo desiderio corse, con grande sollicitudine, a l’obrobriosa morte della croce e compí l’obbedienzia che gli fu imposta da me Padre, none schifando fadiga né obbrobri, non ritraendosi per vostra ingratitudine o ignoranzia di non cognoscere tanto benefizio dato a voi, né per persecuzione de’ giudei, né per scherni, villania e mormorazioni e grida del popolo. Ma tucte le trapassò come vero capitano e vero cavaliere, il quale Io avevo posto in sul campo della bactaglia a combactere per trarvi delle mani delle dimonia e perché fuste liberi e tracti della piú perversa servitudine che voi poteste avere, e perché esso v’insegnasse la via, la doctrina e regola sua e poteste giognere a la porta di me, vita etterna, con la chiave del suo prezioso Sangue sparto con tanto fuoco d’amore, con odio e dispiacimento delle colpe vostre. Quasi vi dica questo dolce e amoroso Verbo mio Figliuolo:—Ecco che Io v’ho facta la via e aperta la porta col Sangue mio: non siate dunque voi negligenti a seguitarla, ponendovi a sedere con amore proprio di voi e con ignoranzia di non cognoscere la via, e con presumpzione di volere eleggere il servire a me a vostro modo e non di me, che ho facta a voi la via dricta col mezzo della mia Veritá, Verbo incarnato, e bactuta col Sangue.—Levatevi dunque suso e seguitatelo, però che neuno può venirea me Padre se non per lui. Egli è la via e la porta unde vi conviene intrare in me, mare pacifico.

Alora quando l’anima è gionta a gustare questo lume, perché dolcemente l’ha veduto e cognosciuto, però el gustoe, e corre come inamorata e ansietata d’amore a la mensa del sancto desiderio. E non vede sé per sé, cercando la propria consolazione né spirituale né temporale, ma come persona che al tucto in questo lume e cognoscimento ha annegata la propria volontá; non schifa alcuna fadiga da qualunque lato ella si viene: anco, con pena sostenendo obrobrio e molestie dal dimonio e mormorazioni dagli uomini, mangia in su la mensa della sanctissima croce il cibo de l’onore di me, Dio etterno, e della salute de l’anime. E none cerca alcuna remunerazione né da me né dalle creature, perché elli è spogliato de l’amore mercennaio, cioè d’amare me per rispecto di sé, ed è vestito del lume perfecto, amando me schiectamente e senza alcuno rispecto, altro che a gloria e loda del nome mio, non servendo me per proprio dilecto né al proximo per propria utilitá, ma per puro amore.

Costoro hanno perduti loro medesimi, e spogliatisi de l’uomo vecchio, cioè della propria sensualitá, e vestiti de l’uomo nuovo, Cristo dolce Iesú, mia Veritá, seguitandolo virilmente. Questi sonno quelli che si pongono a la mensa del sancto desiderio: che hanno posta piú la sollicitudine loro in ucidere la propria volontá che in ucidere e mortificare il corpo. Essi hanno bene mortificato el corpo, ma non per principale affecto, ma come strumento che egli è ad aitare ad ucidere la propria volontá, sí come Io ti dixi dichiarandoti sopra quella parola «ch’Io volevo poche parole e molte operazioni». E cosí dovete fare, però che ’l principale affecto debba essere d’ucidere la volontá, che non cerchi né voglia altro che seguitare la mia dolce Veritá, Cristo crocifixo, cercando l’onore e gloria del nome mio e salute de l’anime.

Questi che sonno in questo dolce lume il fanno; e però stanno sempre in pace e in quiete, e non hanno chi gli scandalizzi, perché hanno tolta via quella cosa che lo’ dá scandalo, cioè la propria volontá. E tucte le persecuzioni che ’l mondopuò dare e il dimonio, tucte corrono sotto e’ piedi loro. Stanno ne l’acqua delle molte tribolazioni e temptazioni, e non lo’ nuoce perché stanno ataccati al tralcio de l’affocato desiderio. Questo gode d’ogni cosa, e non è facto giudice de’ servi miei né di veruna creatura che abbi in sé ragione; anco gode d’ogni stato e d’ogni modo che vede, dicendo:—Grazia sia a te Padre etterno, che nella Casa tua ha molte mansioni.—E piú gode de’ diversi modi che vede, che se gli vedesse andare tucti per una via, perché vede manifestare piú la grandezza della mia bontá. D’ogni cosa gode e traie l’odore della rosa. E non tanto che del bene, ma di quella cosa che vede che expressamente è peccato, non piglia giudicio, ma piú tosto una vera e sancta compassione, pregando me per loro; e con umilitá perfecta dicono:—Oggi tocca a te, e domane a me se non fusse la divina grazia che mi conserva.—

O carissima figliuola, inamórati di questo dolce ed excellente stato, e raguarda costoro che corrono in questo glorioso lume e la excellenzia loro, però che hanno menti sancte e mangiano a la mensa del sancto desiderio; e con lume sonno gionti a notricarsi del cibo de l’anime per onore di me, Padre etterno, vestiti del vestimento dolce de l’Agnello, unigenito mio Figliuolo, cioè della doctrina sua, con affocata caritá. Questi non perdono el tempo a dare i falsi giudici né verso de’ servi miei né verso de’ servi del mondo, e non si scandalizzano per veruna mormorazione né per loro né per altrui: cioè che verso di loro sono contenti di sostenere per lo nome mio; e quando ella è facta in altrui, la portano con compassione del proximo e non con mormorazione verso colui che dá e verso colui che riceve, perché l’amore loro è ordinato in me, Dio etterno, e nel proximo, e non disordinato. E perché egli è ordinato, questi cotali, carissima figliuola, non pigliano mai scandalo verso coloro che essi amano né in alcuna creatura che ha in sé ragione, perché il loro parere è morto e non vivo, e però non pigliano giudicio di giudicare la volontá degli uomini, ma solo la volontá della clemenzia mia.

Questi observano la doctrina, la quale tu sai che al principio della vita tua ti fu data da la Veritá mia, dimandando tu congrande desiderio di volere venire a perfecta puritá. Pensando tu in che modo vi potessi venire, sai che ti fu risposto, essendo tu adormentata, sopra questo desiderio: non tanto che nella mente, ma nel suono de l’orecchia tua rinsonò la voce, in tanto che, se bene ti ricorda, tu ritornasti al sentimento del corpo tuo, dicendoti la mia Veritá:—Vuoli tu venire a perfecta puritá ed essere privata degli scandali, e che la mente tua non sará scandalizzata per veruna cosa? Or fa’ che tu sempre ti unisca in me per affecto d’amore, però che Io so’ somma ed etterna puritá, e so’ quel fuoco che purifico l’anima: e però quanto piú s’acosta a me, tanto diventa piú pura; e quanto piú se ne parte, tanto piú è immonda. E però caggiono in tante nequizie gli uomini del mondo, perché sonno separati da me; ma l’anima, che senza mezzo si unisce in me, participa della mia puritá.

Un’altra cosa ti conviene fare a giognere a questa unione e puritá: che tu non giudichi mai, in alcuna cosa che tu vedessi fare o dire, da qualunque creatura si fusse, o verso di te o verso d’altrui, la volontá de l’uomo, ma la volontá mia in loro e in te. E se tu vedessi peccato o difecto expresso, trae di quella spina la rosa, cioè che tu gli offeri dinanzi a me per sancta compassione. E nelle ingiurie che fussero facte a te, giudica che la volontá mia el permecte per provare in te e negli altri servi miei la virtú, giudicando che colui come strumento messo da me faccia quello; vedendo che spesse volte avaranno buona intenzione, però che neuno è che possa giudicare l’occulto cuore de l’uomo. Quello che tu non vedi che sia expresso e palese peccato mortale non il debbi giudicare nella mente tua altro che la volontá mia in loro; e vedendolo, non el pigliare per giudicio, ma per sancta compassione, come decto è. A questo modo verrai a perfecta puritá, però che, facendo cosí, la mente tua non sará scandalizzata né in me né nel proximo tuo; però che lo sdegno cade verso del proximo quando giudicaste la mala volontá loro verso di voi, e non la mia in loro. El quale sdegno e scandalo discosta l’anima da me e impedisce la perfeczione, e in alcuno tolle la grazia, piú e meno secondo la gravezza dello sdegno e de l’odio conceputo nel proximo per lo suo giudicio.

In contrario riceve l’anima che giudicará la volontá mia, come decto t’ho. La quale non vuole altro che ’l vostro bene, e ciò ch’Io do e permecto, do perché aviate il fine vostro per lo quale Io vi creai. E perché sta sempre nella dileczione del proximo, sta sempre nella mia; e stando nella mia, sta unita in me. E però t’è di necessitá, a volere venire a la puritá che tu m’adimandi, di fare queste tre cose principali, cioè: di unirti in me per affecto d’amore, portando nella memoria tua e’ benefizi ricevuti da me; e con l’occhio de l’intellecto vedere l’affecto della mia caritá che v’amò inestimabilemente; e nella volontá de l’uomo giudicare la volontá mia e non la mala volontá loro, però che Io ne so’ giudice, Io e non voi. E da questo ti verrá ogni perfeczione.—

Questa fu la doctrina data a te da la mia Veritá, se ben ti ricorda. Ora ti dico, carissima figliuola, che questi cotali, de’ quali Io ti dixi che pareva che avessero imparata questa doctrina, gustano l’arra di vita etterna in questa vita. Se tu avarai tenuta a mente questa doctrina, non cadrai negl’inganni del dimonio perché gli cognoscerai, né in quello del quale tu m’hai adimandato. Ma nondimeno, per satisfare al desiderio tuo, piú distinctamente tel dirò e manifestarocti che neuno giudicio voi potete dare per giudicio, ma per sancta compassione.

Per che modo ricevono l’arra di vita eterna in questa vita quelli che stanno nel predecto terzo perfectissimo lume.

—E perché ti dixi che ricevevano l’arra di vita etterna? Dico che ricevono l’arra, ma none il pagamento perché aspectano di riceverlo in me, vita durabile, dove ha vita senza morte, e sazietá senza fastidio, e fame senza pena; perché di lunga è la pena da la fame, però che essi hanno quel che desiderano, e di longa è il fastidio dalla sazietá, perché Io lo’ so’ cibo di vita senza alcuno difecto.

È vero che in questa vita ricevono l’arra e gustanla in questo modo, cioè che l’anima comincia a essere afamata de l’onore di me, Dio etterno, e del cibo della salute de l’anime; e come ella ha fame, cosí se ne pasce, cioè che l’anima si notrica della caritá del proximo, del quale ha fame e desiderio (che gli è uno cibo che, notricandosene, non se ne sazia mai), però che è insaziabile, e però rimane la continua fame. E sí come l’arra è uno comincio di sicurtá che si dá a l’uomo, per la quale aspecta di ricevere il pagamento (non che l’arra sia perfecta in sé, ma per fede dá certezza di giognere al compimento di ricevere il pagamento suo), cosí questa anima inamorata e vestita della doctrina della mia Veritá, che giá ha ricevuta l’arra, in questa vita, della caritá mia e del proximo suo in se medesima, non è perfecta; ma aspecta la perfeczione della vita immortale.

Dico che non è perfecta questa arra: cioè che l’anima che la gusta non ha ancora la perfeczione che non senta le pene in sé e in altrui. In sé, per l’offesa che fa a me per la legge perversa che è legata nelle membra sue quando vuole impugnare contra lo spirito: in altrui, per l’offesa del proximo. È ben perfecto a grazia; ma none a questa perfeczione de’ sancti miei, che sonno gionti a me, vita durabile, sí come decto è; ché i desidèri loro sonno senza pena, e i vostri sonno con pena. Stanno questi servi miei (sí come Io ti dixi in un altro luogo, che si notricano a la mensa di questo sancto desiderio) che stanno beati e dolorosi, sí come stava l’unigenito mio Figliuolo in sul legno della croce sanctissima. Però che la carne sua era dolorosa e tormentata, e l’anima era beata per l’unione della natura divina. Cosí questi cotali sonno beati per l’unione del sancto desiderio loro in me, sí come decto è, vestiti della dolce mia volontá; e dolorosi sonno per la compassione del proximo e per tollersi delizie e consolazioni sensuali, affliggendo la propria sensualitá.

Per che modo si debba reprendere el proximo, a ciò che la persona non caggia in falso giudizio.

—Ora actende, carissima figliuola; ed acciò che tu meglio sia dichiarata di quello che m’adimandasti, t’ho decto del lume comune il quale tucti dovete avere in qualunque stato voi sète: ciò dico di coloro che stanno nella caritá comune.

E hocti decto di coloro che sonno nel lume perfecto, el quale lume ti distinsi in due, cioè di coloro che erano levati dal mondo e studiavano di mortificare il corpo loro, e degli altri che in tucto ucidevano la propria volontá, e questi erano quegli perfecti che si notricavano a la mensa del sancto desiderio.

Ora ti favellarò in particulare a te: e, parlando a te, parlarò ed agli altri e satisfarò al tuo desiderio. Io voglio che tre cose singulari tu faccia, acciò che l’ignoranzia non impedisca la tua perfeczione a la quale Io ti chiamo, e acciò che ’l dimonio, col mantello della virtú della caritá del proximo, non notricasse dentro ne l’anima la radice della presumpzione. Però che da questo cadresti ne’ falsi giudíci, e’ quali Io t’ho vetati, parendoti giudicare a dricto e tu giudicaresti a torto andando dietro al tuo vedere. E spesse volte il dimonio ti farebbe vedere molte veritá per conducerti nella bugia. E questo farebbe per farti essere giudice delle menti e delle intenzioni delle creature che hanno in loro ragione, la quale cosa, sí come Io ti dixi, solo Io ho a giudicare.

Questa è una di quelle tre cose che Io voglio che tu abbi e servi in te: cioè che tu giudicio non dia alcuno senza modo, ma voglio che il dia col modo. El modo suo è questo: che, se giá Io expressamente, non pure una volta né due ma piú, non manifestasse el difecto del proximo tuo nella mente tua, non il debbi mai dire in particulare, cioè a colui in cui ti paresse vedere il difecto; ma debbi in comune correggere i vizi di chi ti venisse a visitare, e piantare la virtú caritativamentee con benignitá, e nella benignitá l’asprezza, quando vedi che bisogni. E se ti paresse che Io ti manifestasse spesse volte i difecti altrui, se tu non vedi che ella sia expressa revelazione, come decto t’ho, none il dire in particulare, ma actienti a la parte piú sicura, acciò che fuga lo inganno e la malizia del dimonio. Però che con questo lamo del desiderio ti pigliarebbe, facendoti spesse volte giudicare nel prossimo tuo quello che non sarebbe, e spesse volte lo scandalizzaresti.

Unde nella bocca tua stia el silenzio o uno sancto ragionamento della virtú, spregiando el vizio. E il vizio, che ti paresse cognoscere in altrui, ponlo insiememente a loro ed a te, usando sempre una vera umilitá. E se in veritá quello vizio sará in quella cotale persona, egli si correggerá meglio vedendosi compreso cosí dolcemente, e costrecto sará da quella piacevole reprensione di correggersi, e dirá a te quello che tu volevi dire a lui; e tu ne starai sicura, e avarai tagliata la via al dimonio, che non ti potrá ingannare né impedire la perfeczione de l’anima tua.

E voglio che tu sappi che d’ogni vedere tu non ti debbi fidare, ma debbiteli ponere doppo le spalle e non volere vederlo; ma solo debbi rimanere nel vedere e nel cognoscimento di te medesima, e in te cognoscere la larghezza e bontá mia. Cosí fanno coloro che sonno gionti a l’ultimo stato, di cui Io ti dixi che sempre tornavano a la valle del cognoscimento di loro, e non impediva però l’altezza e l’unione che avevano facta in me. E questa è l’una delle tre cose le quali Io ti dissi ch’Io volevo che tu facessi, acciò che in veritá servissi me.

Come, se, pregando per alcuna persona, Dio la manifestasse, ne la mente di chi prega, piena di tenebre, non si debba però giudicare in colpa.

—Che se alcuna volta ti venisse caso, sí come tu mi dimandasti la dichiarazione, che tu pregassi particularmente per alcune creature, e nel pregare tu vedessi in colui per cui tu preghialcuno lume di grazia e in un altro no (e ambedue sonno pure servi miei), ma paressetelo vedere con la mente aviluppata e tenebrosa, none il debbi né puoi pigliare però in giudicio di difecto di grave colpa in lui, però che spesse volte il tuo giudicio sarebbe falso. E voglio che tu sappi che alcuna volta, pregandomi per una medesima persona, adiviene che l’una volta el trovarai con uno lume e con uno desiderio sancto dinanzi a me, in tanto che del suo bene parrá che l’anima tua ingrassi, sí come vuole l’affecto della caritá che participiate il bene l’uno de l’altro; e un’altra volta el trovarai che parrá che la mente sua sia di longa da me e tucta piena di tenebre e di molestie, che parrá che a te medesima sia fadiga a pregare per lui tenendolo dinanzi a me.

Questo adiviene alcuna solta che potrá essere per difecto che sará in colui per cui tu hai pregato; ma el piú delle volte non sará per difecto, ma avrá per sottraimento che Io, Dio etterno, avarò facto di me in quella anima, sí come spesse volte Io fo, per fare venire l’anima a perfeczione, secondo che negli stati de l’anima Io ti narrai. Sarommi ritracto per sentimento, ma non per grazia; ma per sentimento di dolcezza e di consolazione. E però rimane la mente sterile, asciucta e penosa. La quale pena Io fo sentire a quella anima che per lui prega. E questo fo per grazia e per amore che Io ho a quella anima che riceve l’orazione, acciò che chi prega insiememente con lui aiti a dissolvere la nuvila che è nella mente sua.

Sí che vedi, carissima e dolcissima figliuola, quanto sarebbe ignorante e degno di grande reprensione questo giudicio, che tu o alcuno altro per questo semplice vedere giudicassi che vizio fusse in quella anima, perché Io te la manifestasse cosí tenebrosa; dove giá hai veduto che egli non è privato della grazia, ma del sentimento della dolcezza che Io, per sentimento, gli davo di me.

Voglio dunque, e debbi volere tu e gli altri servi miei, che vi diate a cognoscere perfectamente voi, acciò che piú perfectamente cognosciate la bontá mia in voi. E questo e ogni altro giudicio lassate a me, però che egli è mio e non vostro;ma abandonate il giudicio, che è mio, e pigliate la compassione con fame de l’onore mio e salute de l’anime; e con ansietato desiderio anunziate la virtú e riprendete il vizio in voi e in loro per lo modo che decto t’ho di sopra. Per questo modo verrai a me in veritá e mostrarrai d’avere tenuto a mente e observata la doctrina che ti fu data dalla mia Veritá, cioè di giudicare la volontá mia e non quella degli uomini; e cosí debbi fare se vuoli avere la virtú schiectamente e stare ne l’ultimo perfectissimo e glorioso lume, pascendoti a la mensa del sancto desiderio del cibo de l’anime, per gloria e loda del nome mio.

Come la penitenzia non si die pigliare per fondamento né per principale affecto, ma l’affecto e l’amore de le virtú.

—Decto t’ho, carissima figliuola, delle due: ora ti dirò della terza, a la quale Io voglio che tu abbi avertenzia, e riprenda te medesima se alcuna volta el dimonio o el tuo basso vedere ti molestasse di volere mandare e vedere andare tucti e’ servi miei per quella via che tu andassi tu; però che questo sarebbe contra la doctrina data a te da la mia Veritá.

Perché spesse volte adiviene che, vedendo andare molte creature per la via della molta penitenzia, tucti gli vorrebbe mandare per quella medesima via; e se vede che non vi vadano, ne piglia dispiacimento e scandalo in se medesimo, parendoli che non faccian bene. Or vedi quanto è ingannato, però che spesse volte adiverrá che fará meglio colui di cui gli pare male perché fa meno penitenzia, e piú virtuoso sará (poniamo che non facci tanta penitenzia) che colui che ne mormora. E però ti dixi di sopra che coloro che si pascono a la mensa della penitenzia, se non vanno con vera umilitá e che la penitenzia loro non sia posta per principale affecto ma per strumento di virtú, spesse volte per questa mormorazione offendaranno la perfeczione loro. E però non debbono essere ignoranti, madebbono vedere che la perfeczione non sta solamente in macerare né in ucidere il corpo, ma in ucidere la propria e perversa volontá. E per questa via della volontá, annegata e sottoposta a la dolce volontá mia, dovete desiderare, e voglio che tu desideri, che tucti vadano.

Questa è la doctrina della luce di quello glorioso lume, dove l’anima corre inamorata e vestita della mia Veritá. E non dispregio però la penitenzia: perché la penitenzia è buona a macerare il corpo quando vuole impugnare contra lo spirito. Ma non voglio però, carissima figliuola, che tu mel ponga per regola a ogniuno. Però che tucti e’ corpi non sonno aguagliati né d’una medesima forte complessione, però che ha piú forte natura uno che un altro; e anco perché spesse volte, sí com’Io ti dixi, adiviene che la penitenzia che si comincia, per molti accidenti che possono adivenire, si conviene lassare. E se ’l fondamento dunque fusse in te, o che tu el dessi altrui, facessi o facessi fare sopra la penitenzia, verrebbe meno e sarebbe imperfecto; e mancarebbevi la consolazione e la virtú ne l’anima. Essendo poi privati di quella cosa che amavate e dove avavate facto el vostro principio, vi parrebbe essere privati di me, e, parendovi essere privati della mia bontá, verreste a tedio e a grandissima tristizia, amaritudine e confusione. Per questo modo perdareste l’exercizio e la fervente orazione, la quale solevate fare quando faciavate la vostra penitenzia. La quale lassata per molti accidenti che vengono, non vi sa l’orazione di quello sapore che vi sapeva prima. Questo adiverrebbe, perché il fondamento sarebbe facto ne l’affecto della penitenzia e non ne l’ansietato desiderio: desiderio, dico, delle vere e reali virtú.

Sí che vedi quanto male ne seguitarebbe per fare solo el principio nella penitenzia. E però sareste ignoranti e cadreste nella mormorazione verso de’ servi miei, come decto è, e verrestene a tedio e a molta amaritudine, e studiareste di fare solo operazioni finite a me che so’ Bene infinito, e però Io vi richiego infinito desiderio.

Convienvi dunque fare il fondamento in uccidere e annegare la propria volontá, e con essa volontá, sottoposta a la volontá mia, mi darete dolce e afamato e infinito desiderio, cercandol’onore di me e la salute de l’anime. E cosí vi pascerete a la mensa del sancto desiderio; el quale desiderio non è mai scandalizzato né in sé né nel proximo suo, ma d’ogni cosa gode e trae fructo di tanti diversi e variati modi che Io do ne l’anima. Non fanno cosí e’ miserabili che non seguitano questa doctrina, dolce e dricta via data da la mia Veritá: anco fanno el contrario, giudicando secondo la cechitá e infermo vedere loro; e però vanno come farnetichi, e privansi del bene della terra e del bene del cielo. E in questa vita, sí come Io ti dixi in un altro luogo, gustano l’arra de l’inferno.

Repetizione in somma de le predecte cose, con una agiunta sopra la reprensione del proximo.

—Ora t’ho decto, carissima figliuola, satisfacendo al desiderio tuo e dichiaratati di quello che mi dimandasti, cioè in che modo tu debbi riprendere il proximo tuo, acciò che tu non sia ingannata dal dimonio né dal tuo basso vedere. Cioè che tu debbi riprendere in generale e non in particulare (se giá per expressa revelazione tu non l’avessi da me), ma con umilitá, per lo modo che decto t’ho, riprendere te e loro.

Anco t’ho decto e dico che in veruno modo del mondo t’è licito el giudicare in alcuna creatura, né in comune né in particulare, ne le menti dei servi miei, né trovandola disposta né non disposta. E decta t’ho la cagione per la quale tu non puoi giudicare, e giudicando rimarresti ingannata nel tuo giudicio; ma compassione debbi avere tu e gli altri, e il giudicio lassare a me.

E anco t’ho decta la doctrina e il principale fondamento che tu debbi dare a coloro che venissero a te per consiglio e che volessero escire delle tenebre del peccato mortale e seguitare la via delle virtú: cioè che tu lo’ dia per principio e fondamento l’affecto e l’amore delle virtú nel cognoscimento di loro e dellamia bontá in loro; e ucidano e annieghino la loro propria volontá, acciò che in neuna cosa ribellino a me. E la penitenzia lo’ dá come strumento e non per principale affecto, come decto è, non a ogniuno equalmente, ma secondo che sonno apti a portare e secondo la loro possibilitá e stato suo, chi poco e chi assai, secondo che può di questi strumenti di fuore.

E perch’Io ti dixi che la riprensione non t’era licito di farla altro che in generale per lo modo che decto t’ho (e cosí è la veritá), non vorrei però che tu credessi che, vedendo tu actualmente uno expresso difecto, tu nol possa correggere fra te e lui: anco puoi, e anco, se egli fusse obstinato che non si correggesse, el puoi fare manifesto a due o a tre; e se questo non giuova, farlo manifesto al corpo mistico della sancta Chiesa. Ma hotti decto che licito non è per tuo vedere o sentire dentro nella mente tua: né anco, per ogni vedere di fuore, non ti debbi cosí tosto mutare: se tu non vedessi expressamente la veritá o che nella mente tua l’avessi per expressa mia revelazione, non debbi usare la reprensione se non per lo modo che Io ti dissi. Quella è piú sicura per te, da non potere il dimonio ingannarti col mantello della caritá del proximo.

Compíto t’ho ora, carissima figliuola, di dichiararti sopra questa parte quello che bisogna a conservare e crescere la perfeczione ne l’anima tua.

De’ segni da cognoscere quando le visitazioni e visioni mentali sono da Dio o dal demonio.

—Ora ti dichiararò di quello che tu mi dimandasti sopra el segno che Io ti dixi che Io davo ne l’anima a cognoscere la visitazione che riceve l’anima o per visioni o altre consolazioni che le paia ricevere. E dissiti el segno per lo quale ella si potesse cognoscere quando fusse da me o no. El suo segno era l’allegrezza che rimaneva ne l’anima doppo la visitazione,e la fame delle virtú, e spezialmente unta della virtú della vera umilitá, e arsa nel fuoco della divina caritá.

Ma perché tu m’adimandi se ne l’allegrezza si potesse ricevere inganno alcuno (però che, cognoscendolo, ti vorresti attenere a la parte piú sicura, cioè al segno della virtú che non può essere ingannata), Io ti dirò lo inganno che si può ricevere, e a quello che tu cognoscerai che l’allegrezza sia in veritá o no. Lo inganno si può ricevere in questo modo: Io voglio che tu sappi che di ciò che la creatura, che ha in sé ragione, ama o desidera d’avere, avendola n’ha allegrezza. E tanto quanto piú ama quella cosa che egli ha, tanto meno vede e si dá a cognoscere con prudenzia unde ella viene, per lo dilecto che ha preso in essa consolazione; però che l’allegrezza nel ricevere la cosa che ama non gli li lassa vedere, né si cura di discernerla. Cosí coloro, che molto si dilectano e amano la consolazione mentale, cercano le visioni, e piú hanno posto el principale affecto nel dilecto della consolazione che propriamente in me; sí come Io ti dixi di coloro che anco erano nello stato imperfecto, che raguardavano piú al dono delle consolazioni che ricevevano da me donatore, che a l’affecto della mia caritá con che Io lo’ do.

Qui possono ricevere inganno questi cotali, cioè ne l’allegrezza loro, oltre agli altri inganni ch’Io ti contai distinctamente in un altro luogo. In che modo el ricevono? Dicotelo: che poi che essi hanno conceputo l’amore grande a la consolazione, come decto è, ricevendo poi la consolazione o visione, in qualunque modo l’avesse, sente allegrezza perché si vede quello che ama e desiderava d’avere; e spesse volte potrebbe essere dal dimonio, e sentirebbe pure questa allegrezza: della quale allegrezza Io ti dixi che, quando ella era dal dimonio, questa visitazione della mente veniva con allegrezza e rimaneva con pena e stimolo di coscienzia e vòtia del desiderio della virtú. Ora ti dico che alcuna volta potrá avere questa allegrezza, e con essa allegrezza si levará da l’orazione: se questa allegrezza si trova senza l’affocato desiderio della virtú, unta d’umilitá e arsa nella fornace della divina mia caritá, quella visitazione e consolazione e visione, che ella ha ricevuta, è dal demonio e nonda me, non obstante che si senta el segno de l’allegrezza. Ma perché l’allegrezza non è unita con l’affecto della virtú per lo modo che decto t’ho, puoi vedere manifestamente che quella è allegrezza tracta da l’amore che aveva a la propria consolazione mentale, e però gode ed ha allegrezza perché si vede avere quello che desiderava; perché gli è condiczione de l’amore di qualunque cosa si sia, sentire allegrezza quando riceve quella cosa che egli ama.

Sí che per pura allegrezza non te ne potresti fidare: poniamo che l’allegrezza ti durasse mentre che tu hai la consolazione, e anco piú. L’amore ignorante in essa allegrezza non cognosciarebbe l’inganno del dimonio, non andando con altra prudenzia; ma, se con prudenzia andará, vederá se l’allegrezza andará con l’affecto della virtú, o sí o no, e cognoscerá in questo modo se ella sará da me o dal dimonio la visitazione che riceve nella mente sua.

Questo è quello segno che Io ti dixi in che modo tu potessi cognoscere che l’allegrezza ti fusse segno quando fusse visitata da me, se ella fusse unita con la virtú, sí com’Io t’ho decto. Veramente questo è segno dimostrativo, che ti dimostra quello che è inganno e quello che non è inganno: cioè de l’allegrezza che ricevi nella mente tua da me in veritá, da l’allegrezza che ricevessi per proprio amore spirituale, cioè da l’amore ed affecto che avessi posto a la propria consolazione: quella che è da me è unita l’allegrezza con l’affecto della virtú, e quella che è dal dimonio sente solamente allegrezza, e, quando viene a vedere, tanta virtú si truova quanto prima. Questa allegrezza lo’ procede da l’amore della propria consolazione, come detto è.

E voglio che tu sappi che ogniuno non riceve però inganno da questa allegrezza, se non solamente questi imperfecti che pigliano dilecto e consolazione, e piú raguardano al dono che a me donatore. Ma quegli, che, schiectamente e senza rispecto alcuno di loro, raguardano come affocati a l’affecto solamente di me che dono e non al dono, e il dono amano per me che dono e non per propria loro consolazione, non possono essere ingannati da questa allegrezza.

E però l’è a loro subito questo el segno, quando el dimonio alcuna volta volesse per suo inganno trasformarsi in forma di luce e mostrarsi nella mente loro, giognendo subito con grande allegrezza. Ma essi, che non sono passionati da l’amore della consolazione nella mente loro, con prudenzia in veritá cognoscono lo inganno suo: passando tosto l’allegrezza, vegonsi rimanere in tenebre. E però s’aumiliano con vero cognoscimento di loro, e spregiano ogni consolazione e abracciano e stringono la doctrina della mia Veritá. El dimonio, come confuso, rade volte o non mai in questa forma vi torna.

Ma quelli, che sonno amatori della propria consolazione, spesse volte ne riceveranno; ma conosceranno l’inganno loro per lo modo che decto t’ho, cioè trovando l’allegrezza senza la virtú, cioè che non si vega escire di quello camino con umilitá e vera caritá, fame de l’onore di me, Dio etterno, e della salute de l’anime.

Questo ha facto la mia bontá: d’avere proveduto verso di voi, a’ perfecti e agl’imperfecti, in qualunque stato voi sète, perché neuno inganno voi potiate ricevere, se vorrete conservarvi el lume de l’intellecto che Io v’ho dato con la pupilla della sanctissima fede, che voi non vel lassiate obumbrare dal dimonio e nol veliate con l’amore proprio di voi. Perché, se non vel tollete voi, non è alcuno che vel possa tollere.

Come Dio è adempitore de’ sancti desidèri de’ servi suoi, e come molto gli piace chi dimanda e bussa a la porta de la sua Veritá con perseveranzia.

—Ora t’ho decto, carissima figliuola, e in tucto dichiarato e illuminatone l’occhio de l’intellecto tuo verso gl’inganni che ’l dimonio ti potesse fare. E ho satisfacto al desiderio tuo in quello che tu mi dimandasti, perché Io non so’ spregiatore del desiderio de’ servi miei. Anco do a chi mi dimanda, e invitovi a dimandare; e molto mi spiace colui che in veritá non bussa ala porta della sapienzia de l’unigenito mio Figliuolo, seguitando la doctrina sua; la quale doctrina, seguitandola, è uno bussare chiamando a me, Padre etterno, con la voce del sancto desiderio, con umili e continue orazioni. E Io so’ quel Padre che vi do el pane della grazia col mezzo di questa porta, dolce mia Veritá. E alcuna volta, per provare i desidèri vostri e la vostra perseveranzia, fo vista di non intendervi; ma Io v’intendo, e dòvi, mentre, quello che bisogna, perché vi do la fame e la voce con che chiamate a me; e Io, vedendo la costanzia vostra, compio e’ vostri desidèri, quando sonno ordinati e dirizzati in me.

A questo chiamare v’invitoe la mia Veritá quando dixe: «Chiamate e saravi risposto; bussate e saravi aperto; chiedete e saravi dato». E cosí ti dico che Io voglio che tu facci: che tu non allenti mai el desiderio tuo di chiedere l’aiutorio mio; né abbassi la voce tua di chiamare a me, ch’Io facci misericordia al mondo; né ti ristare di bussare a la porta della mia Veritá, seguitando le vestigie sue; e dilèctati in croce con Lui, mangiando el cibo de l’anime per gloria e loda del nome mio. E con ansietá di cuore mughiare sopra el morto de l’umana generazione, el quale vedi condocto a tanta miseria che la lingua non sarebbe sufficiente a narrarlo. Con questo mughio e grido vorrò fare misericordia al mondo. E questo è quello che Io richiego da’ servi miei, e questo mi sará segno che in veritá m’amino. E Io non sarò spregiatore de’ loro desidèri, sí come Io t’ho decto.

Come questa devota anima, rendendo grazie a Dio, s’umilia. Poi fa orazione per tucto el mondo e singularmente per lo corpo mistico de la sancta Chiesa e per li figliuoli suoi spirituali e per li due padri de l’anima sua. E, doppo queste cose, dimanda d’udire parlare de’ defecti de’ ministri de la sancta Chiesa.

Alora quella anima, come ebbra veramente, pareva fuore di sé, e, alienati e’ sentimenti del corpo suo, per l’unione de l’amore che facta aveva nel Creatore suo, levata la mente e specolandonella Veritá etterna con l’occhio de l’intellecto suo, avendo cognosciuta la veritá, s’era innamorata della veritá, e diceva:

—O somma ed etterna bontá di Dio, e chi so’ io, miserabile, che tu, sommo ed etterno Padre, hai manifestata a me la veritá tua e gli occulti inganni del dimonio; e lo ’nganno del proprio sentimento, che io e gli altri potiamo ricevere in questa vita della perregrinazione, acciò che io non sia ingannata né dal dimonio né da me medesima? Chi t’ha mosso? L’amore. Però che tu m’amasti senza essere amato da me. O fuoco d’amore, grazia, grazia sia a te, Padre etterno. Io, imperfecta, piena di tenebre; e tu, perfecto e luce, hai mostrato a me la perfeczione e la via lucida della doctrina de l’unigenito tuo Figliuolo. Io ero morta, e tu m’hai risuscitata; io ero inferma, e tu m’hai data la medicina: e non tanto la medicina del Sangue che tu desti allo ’nfermo de l’umana generazione col mezzo del tuo Figliuolo, ma tu m’hai data una medicina contra una infermitá occulta, la quale io non cognoscevo, dandomi tu la doctrina che in neuno modo io posso giudicare alcuna creatura che abbi in sé ragione, e singularmente verso de’ servi tuoi, de’ quali spesse volte, come cieca e inferma di questa infermitá, sotto spezie e colore de l’onore tuo e salute de l’anime, davo giudicio. E però io ti ringrazio, somma ed etterna bontá, che, nel manifestare la tua veritá e lo inganno del dimonio e la propria passione, m’hai facto conoscere la infermitá mia. Unde io t’adimando per grazia e misericordia che oggi sia posto termine e fine che io mai non esca della doctrina tua, data a me da la tua bontá e a chiunque la vorrá seguitare, però che senza te neuna cosa è facta.

A te dunque ricorro e rifugo, Padre etterno, e non te l’adimando per me sola, Padre, ma per tucto quanto el mondo, e singularmente per lo corpo mistico della sancta Chiesa: che questa veritá e doctrina riluca ne’ ministri tuoi, data da te, Veritá etterna, a me miserabile. Ed anco t’adimando spezialmente per tucti coloro e’ quali m’hai dati che io ami di singulare amore, e’ quali hai facti una cosa con meco; però che essi saranno el mio refrigerio per gloria e loda del nome tuo, vedendoli còrrire per questa dolce e dricta via schiecti e morti ad ogni lorovolontá e pareri, e senza alcuno giudicio o scandalo o mormorazione del proximo loro. E pregoti, dolcissimo amore, che neuno me ne sia tolto delle mani dal dimonio infernale, sí che ne l’ultimo giongano a te, Padre etterno, fine loro.

Anco ti fo un’altra petizione per le due colonne de’ padri che m’hai posti in terra a guardia e doctrina di me, inferma, miserabile, dal principio della mia conversione infino a ora: che tu gli unisca e di due corpi facci una anima, e che neuno actenda ad altro che a compire in loro, e nei misterii che tu l’hai posti nelle mani, la gloria e loda del nome tuo in salute de l’anime. E io, indegna e miserabile, schiava e non figliuola, tenga quel modo, con debita reverenzia e sancto timore verso di loro, per amore di te, che sia tuo onore, pace e quiete loro ed edificazione del proximo.

So’ certa, Veritá etterna, che tu non dispregiarai el desiderio mio né le petizioni che Io t’ho adimandate, però che io cognosco per veduta, secondo che t’è piaciuto di manifestare, e molto maggiormente per pruova, che tu se’ acceptatore de’ sancti desidèri. Io, indegna tua serva, m’ingegnarò, secondo che mi darai la grazia, d’observare il comandamento e la doctrina tua.

O Padre etterno, ricordato m’è d’una parola che tu dicesti quando mi narravi alcuna cosa de’ ministri della sancta Chiesa, dicendo tu che piú distinctamente in un altro luogo me ne parlaresti: de’ difecti che al dí d’oggi essi commectono. Unde, se piacesse a la tua bontá di dirne alcuna cosa, acciò che io avesse materia di crescere il dolore e la compassione e l’ansietato desiderio per la salute loro (ché mi ricordo che giá tu dicesti che, col sostenere e lagrime, dolori, sudori e orazioni de’ servi tuoi, ci daresti refrigerio, riformandola di sancti e buoni pastori); sí che, acciò che questo cresca in me, però te l’adimando.

Come Dio rende sollicita la predecta anima all’orazione, rispondendo ad alcuna de le predecte petizioni.

Alora Dio etterno, vollendo l’occhio della sua misericordia e non spregiando el suo desiderio, ma acceptando le sue petizioni, volendo satisfare a l’ultima petizione che ella aveva facta sopra la promessa sua, diceva:—O dilectissima e carissima figliuola, Io adempirò in quello che m’hai adimandato el desiderio tuo, purché da la tua parte non commecta ignoranzia né negligenzia. Però che molto ti sarebbe piú grave e degna di maggiore reprensione ora che prima, perché piú hai cognosciuto della mia veritá. E però sia dunque sollicita di dare orazioni per tucte le creature che hanno in loro ragione, e per lo corpo mistico della sancta Chiesa, e per quegli che Io t’ho dati che tu ami di singulare amore. E non commectere negligenzia in dare orazioni ed exemplo di vita e la doctrina della parola, riprendendo il vizio e commendando la virtú giusta ’l tuo potere. Delle colonne le quali Io ho date a te, delle quali tu mi dicesti, e cosí è la veritá, fa’ che tu sia uno mezzo di dare a ciascuno quello che gli bisogna, secondo l’aptitudine loro e come Io, tuo Creatore, ti ministrarò, però che senza me neuna cosa potresti fare; ed Io adempiroe i desidèri tuoi. Ma non mancare tu né eglino nello sperare in me, però che la providenzia mia non mancará in voi; e ogniuno umilemente riceva quello che esso è apto a ricevere, e ogniuno ministri quello che Io gli darò a ministrare, ogniuno nel modo suo, secondo che hanno ricevuto e riceveranno da la mia bontá.

De la dignitá de’ sacerdoti, e del sacramento del Corpo di Cristo. E di quelli che comunicano degnamente e indegnamente.

—Ora ti rispondo di quello che m’hai adimandato sopra e’ ministri della sancta Chiesa. E acciò che tu meglio possa cognoscer la veritá, apre l’occhio de l’intellecto tuo e raguarda l’excellenzia loro, in quanta dignitá Io gli ho posti. E perché meglio si cognosce l’uno contrario per l’altro, voglioti mostrare la dignitá di coloro che exercitano in virtú el tesoro che Io lo’ missi fra le mani; e per questo, meglio vedrai la miseria di coloro che oggi si pascono al pecto di questa sposa.—

Alora quella anima, per obbedire, si specolava nella veritá, dove vedeva rilucere le virtú ne’ veri gustatori. Alora Dio etterno diceva:—Carissima figliuola, prima ti voglio dire la dignitá loro dove Io gli ho posti per la mia bontá; oltre a l’amore generale che Io ho avuto a le mie creature creandovi a la imagine e similitudine mia, e ricreativi tucti a grazia nel sangue de l’unigenito mio Figliuolo; unde veniste in tanta excellenzia, per l’unione ch’Io feci della Deitá mia nella natura umana, che in questo avete maggiore excellenzia e dignitá voi che l’angelo, perch’Io presi la natura vostra e non quella de l’angelo. Unde, sí come Io dixi, Io Dio so’ facto uomo e l’uomo è facto Dio per l’unione della natura mia divina nella natura vostra umana.

Questa grandezza è data in generale ad ogni creatura che ha in sé ragione; ma tra questi ho electi e’ miei ministri per la salute vostra, acciò che per loro vi sia ministrato el sangue de l’umile e immaculato Agnello unigenito mio Figliuolo. A costoro ho dato a ministrare il Sole, dando lo’ el lume della scienzia e il caldo della divina caritá e il colore unito col caldo e col lume, cioè il Sangue e il Corpo del mio Figliuolo. El quale Corpo è uno sole, perché è una cosa con meco, vero Sole. E tanto è unito, che l’uno non si può separare da l’altro né tagliare, se non come il sole, che non si può dividere né il caldosuo da la luce né la luce dal suo colore, per la sua perfeczione de l’unione.

Questo sole, non partendosi da la ruota sua, cioè che non si divide, dá lume a tucto quanto el mondo e scalda a chiunque da lui vuole essere scaldato; e per alcuna immondizia questo sole non si lorda, e il lume suo è unito, come detto t’ho. Cosí questo Verbo mio Figliuolo, con el sangue dolcissimo suo, è uno sole, tucto Dio e tucto uomo, perché egli è una medesima cosa con meco e Io con lui. La potenzia mia non è separata da la sapienzia sua, né il calore, fuoco di Spirito sancto, non è separato da me Padre, né da lui Figliuolo, però che egli è una medesima cosa con Noi, perché lo Spirito sancto procede da me Padre e dal Figliuolo, e siamo uno medesimo Sole.

Io so’ quel Sole, Dio etterno, unde è proceduto el Figliuolo e lo Spirito sancto. Allo Spirito sancto è appropriato el fuoco; al Figliuolo la sapienzia, nella quale sapienzia e’ ministri miei ricevono uno lume di grazia, perché hanno ministrato questo lume con lume e con gratitudine del benefizio ricevuto da me Padre etterno, seguitando la doctrina di questa sapienzia, unigenito mio Figliuolo.

Questo è quello lume che ha in sé il colore della vostra umanitá, unito l’uno con l’altro. Unde il lume della Deitá mia fu quello lume unito col colore de l’umanitá vostra. El quale colore diventò lucido, quando fu inpassibile in virtú della Deitá, natura divina. E per questo mezzo, cioè de l’obiecto di questo Verbo incarnato, intriso e impastato col lume della mia Deitá, natura divina, e col caldo e fuoco dello Spirto sancto, avete ricevuto el lume. A cui l’ho dato a ministrare? A’ ministri miei nel corpo mistico della sancta Chiesa, acciò che aviate vita, dandovi el Corpo suo in cibo e il Sangue in beveraggio.

Decto t’ho che questo Corpo è sole. Unde non vi può essere dato el Corpo che non vi sia dato el Sangue, né il Sangue né il Corpo senza l’anima di questo Verbo, né l’anima né il Corpo senza la Deitá di me Dio etterno, perché l’una non si può separare da l’altra; sí come in un altro luogo ti dixi che la natura divina non si partí mai da la natura umana, né per mortené per verun’altra cosa non si poteva né può separare. Sí che tucta l’essenzia divina ricevete in quello dolcissimo sacramento socto quella bianchezza del pane. E sí come il sole non si può dividere, cosí non si divide tucto Dio ed uomo in questa bianchezza dell’ostia. Poniamo che l’ostia si dividesse: se mille migliaia di minuzzoli fusse possibile di fame, in ciascuno so’ tucto Dio e tucto uomo, come decto ho. Sí come lo specchio che si divide, e non si divide però la imagine che si vede dentro nello specchio; cosí, dividendo questa ostia, non si divide tucto Dio e tucto uomo, ma in ciascuna parte è tucto. Né non diminuisce però in se medesimo se non come il fuoco, cioè in questo exemplo.

Se tu avessi uno lume, e tucto el mondo venisse per questo lume; per quello tollere, el lume non diminuisce, e nondimeno ciascuno l’ha tucto. È vero che chi piú o meno participa di questo lume: secondo la materia che colui, che riceve, porta, cosí riceve il fuoco. E acciò che meglio m’intenda, pongoti questo exemplo. Se fussero molti che portassero candele, e l’una avesse materia d’una oncia e l’altra di due o di sei, o chi di libra e chi piú, e andassero al lume e accendessero le candele loro; poniamo che in ciascuno, ne l’assai e nel poco, vede tucto el lume, cioè il caldo e il colore ed esso lume; nondimeno tu giudicarai che meno n’abbi colui che la porta d’una oncia che quelli di libra. Or cosí adiviene di quegli che ricevono questo sacramento: chi porta la candela sua, cioè il sancto desiderio con che si riceve e piglia questo Sacramento; la quale candela in sé è spenta, e accendesi ricevendo questo Sacramento. «Spenta» dico, perché da voi non sète alcuna cosa. È vero che Io v’ho data la materia con che voi potiate notricare in voi questo lume e riceverlo. La materia vostra è l’amore, perch’Io vi creai per amore, e però non potete vivere senza amore.

Questo essere dato a voi per amore ha ricevuta la disposizione nel sancto baptesmo, che ricevete in virtú del sangue di questo Verbo; ché in altro modo non potreste participare di questo lume, anco sareste come candela senza el papeio dentrovi, che non può ardere né ricevere in sé questo lume. Cosívoi, se ne l’anima vostra non aveste ricevuto el papeio che riceve questo lume, cioè la sanctissima fede, ed unita la grazia che ricevete nel baptesmo con l’affecto de l’anima vostra creata da me, apta ad amare; sí come decto t’ho che tanto è apta ad amare che senza amore non può vivere, anco el suo cibo è l’amore.

Dove s’accende questa anima unita per lo modo che detto t’ho? Al fuoco della divina mia caritá, amando e temendo me e seguitando la doctrina della mia Veritá. È vero che s’accende piú e meno, sí com’Io ti dixi, secondo che portará e dará materia a questo fuoco; però che, bene che tucti abbiate una medesima materia, cioè che tucti siate creati a la imagine e similitudine mia e abbiate el lume del sancto baptesmo voi cristiani, nondimeno ogniuno può crescere in amore e in virtú, secondo che piace a voi, mediante la grazia mia. Non che voi mutiate altra forma che quella che Io v’ho data, ma crescete e aumentate ne l’amore le virtú, usando in virtú e in affecto di caritá el libero arbitrio, mentre che avete il tempo; però che, passato el tempo, non il potreste fare. Sí che potete crescere in amore, come decto t’ho. El quale amore, venendo con esso a ricevere questo dolce e glorioso lume (del quale Io v’ho dato a ministrare col mezzo dei ministri miei, e dato ve l’hoe in cibo, e tanto ricevete di questo lume quanto portarete de l’amore e affocato desiderio), poniamo che tucto el ricevete (sí com’Io dixi ponendoti l’exemplo di coloro che portavano candele, e’ quali secondo la quantitá del peso cosí ricevevano), poniamo che in ogniuno el vedessi tucto intero e non diviso, però che dividere non si può, come decto è, per veruna vostra imperfeczione, né di voi che ’l ricevete né di chi el ministra; ma tanto participate in voi di questo lume, cioè della grazia che ricevete in questo sacramento, quanto vi disponete a ricevere con sancto desiderio. E chi andasse a questo dolce sacramento con colpa di peccato mortale, da questo sacramento non riceve grazia, poniamo che egli riceva actualmente tucto Dio ed uomo, sí come decto t’ho.

Ma sai come sta questa anima che ’l riceve indegnamente? Sta sí come la candela che v’è caduta l’acqua, che non fa altroche stridare quando è acostata al fuoco: che, subbito che ’l fuoco v’è intrato, è spento in quella candela, e non vi rimane altro che ’l fummo. Cosí questa anima porta sé, candela, la quale ricevette il sancto baptesmo e poi gittoe l’acqua della colpa dentro ne l’anima sua, la quale fue una acqua che inacquoe il papeio del lume della grazia del baptesmo. Non essendosi scaldata al fuoco della vera contrizione, confessandosi della colpa sua, andò alla mensa de l’altare a ricevere questo lume actualmente. Questo vero lume, non essendo disposta quella anima come si debba disponere a tanto misterio, non rimane per grazia in quella anima, ma partesi, e ne l’anima rimane maggiore confusione, spenta con tenebre e aggravata la colpa sua. Di questo sacramento non sente altro che strido di rimorso della coscienzia, non per difecto del lume, però che non può ricevere alcuna lesione, ma per difecto de l’acqua che trovò ne l’anima; la quale acqua impedí l’affecto de l’anima, che non poté ricevere questo lume.

Sí che vedi che in neuno modo questo lume, unito el caldo e il colore a esso lume, si può dividere: né per piccolo desiderio che porti l’anima ricevendo questo Sacramento, né per difecto che fusse ne l’anima che ’l riceve né di colui che ’l ministra; sí come Io ti dixi del sole, el quale, stando in su la cosa immonda, non si lorda però. Cosí questo dolce lume in questo sacramento per neuna cosa si lorda, né si divide, né diminuisce il lume suo, né non si stacca da la ruota: poniamo che tucto el mondo si comunichi del lume e del caldo di questo sole. Cosí non si stacca questo Verbo Sole, unigenito mio Figliuolo, da me Sole, Padre etterno, perché nel corpo mistico della sancta Chiesa sia ministrato a chiunque il vuole ricevere; ma tucto rimane, e tucto l’avete, Dio e uomo, sí come ti diei exemplo del lume: che se tucto el mondo mandasse per esso lume, tucti l’hanno tucto, e tucto si rimane.

Come i sentimenti corporali tucti sono ingannati del predecto sacramento, ma non quelli dell’anima; e però con quelli si debba vedere, gustare e toccare. E d’una bella visione che questa anima ebbe sopra questa materia.

—O carissima figliuola, apre bene l’occhio dell’intellecto a raguardare l’abisso della mia caritá, ché non è alcuna creatura che abbi in sé ragione che non si dovesse dissolvere il cuore suo per affecto d’amore a raguardare fra gli altri benefizi che avete ricevuti da me, vedere il benefizio che ricevete di questo sacramento. E con che occhio, carissima figliuola, debbi tu e gli altri vederlo e raguardare questo misterio e toccarlo? Non solamente con toccamento e vedere di corpo, però che tucti e’ sentimenti del corpo ci vengono meno. Tu vedi che l’occhio non vede altro che quella bianchezza di quel pane, la mano altro non tocca, el gusto altro non gusta che il sapore del pane; sí che i grossi sentimenti del corpo sonno ingannati: ma el sentimento de l’anima non può essere ingannato, se ella vorrá, cioè che ella non si voglia tollere il lume della sanctissima fede con la infidelitá.

Chi gusta e vede e tocca questo sacramento? el sentimento de l’anima. Con che occhio el vede? con l’occhio de l’intellecto, se dentro ne l’occhio è la pupilla della sanctissima fede. Questo occhio vede in quella bianchezza tucto Dio e tucto uomo, la natura divina unita con la natura umana. El corpo, l’anima e il sangue di Cristo; l’anima unita nel corpo. El corpo e l’anima uniti con la natura mia divina, non staccandosi da me. Sí come ben ti ricorda che, quasi nel principio della vita tua, Io ti manifestai. E non tanto con l’occhio de l’intellecto, ma con l’occhio del corpo, bene che, per lo lume grande, l’occhio del corpo tuo perdé il vedere e rimase solo il vedere a l’occhio de l’intellecto.

Mostra’ telo a tua dichiarazione contra la bactaglia che ’l dimonio in esso sacramento t’aveva data, e per farti crescere inamore e nel lume della sanctissima fede. Unde tu sai che andando tu la mactina, a l’aurora, a la chiesa per udire la messa, essendo stata dinanzi passionata dal dimonio, tu ti ponesti ricta a l’altare del Crocifixo. El sacerdote era venuto a l’altare di Maria; e stando ine a considerare il difecto tuo, temendo di non avere offeso me per la molestia che ’l dimonio t’aveva data, e a considerare l’affecto della mia caritá che t’avevo facta degna d’udire la messa (conciosiacosaché tu ti reputavi indegna d’entrare nel sancto tempio mio), venendo el ministro a consegrare, a la consacrazione tu alzasti gli occhi sopra del ministro; e nel dire le parole della consacrazione, Io manifestai me a te, vedendo tu escire del pecto mio uno lume come il raggio del sole che esce della ruota del sole, non partendosi da essa ruota. Nel quale lume veniva una colomba, uniti insieme l’uno con l’altro, e percoteva sopra de l’ostia in virtú delle parole della consecrazione che ’l ministro diceva; perché l’occhio tuo corporale non fu sufficiente a sostenere il lume, ma rimaseti el vedere solo ne l’occhio intellectuale, e ine vedesti e gustasti l’abisso della Trinitá, tucto Dio e uomo, nascoso e velato socto quella bianchezza. Né il lume né la presenzia del Verbo, che tu in essa bianchezza vedesti intellectualmente, non tolleva però la bianchezza del pane: l’uno non impediva l’altro, né il vedere Dio e uomo in quello pane, né quel pane era impedito da me, cioè che non gli era tolto né la bianchezza né il toccare né il sapore.

Questo fu mostrato a te da la mia bontá, come decto t’ho. A cui rimase il vedere? A l’occhio de l’intellecto con la pupilla della sanctissima fede; sí che nell’occhio de l’intellecto debba essere il principale vedere, però che egli non può essere ingannato. Adunque con esso dovete raguardare questo sacramento. Chi el tocca? la mano de l’amore. Con questa mano si tocca quello che l’occhio ha veduto e cognosciuto in questo sacramento. Per fede il tocca con la mano de l’amore, quasi certificandosi di quello che per fede vide e cognobbe intellectualmente. Chi el gusta? el gusto del sancto desiderio. El gusto del corpo gusta el sapore del pane; ed il gusto de l’anima, cioè il sancto desiderio, gusta Dio e uomo. Sí che vedi che ’ sentimenti delcorpo sonno ingannati, ma none il sentimento de l’anima: anco n’è chiarificata e certificata in se medesima, perché l’occhio de l’intellecto l’ha veduto con la pupilla del lume della sanctissima fede. Perché ’l vidde e il cognobbe, però el tocca con la mano de l’amore, però che quello che vide il tocca per amore con fede. E col gusto de l’anima, con l’affocato desiderio el gusta, cioè l’affocata mia caritá, amore ineffabile. Col quale amore l’ho facta degna di ricevere tanto misterio di questo sacramento, e la grazia che in esso sacramento si vede ricevere. Sí che vedi che non solamente col sentimento corporale dovete ricevere e vedere questo sacramento, ma col sentimento spirituale, disponendo e’ sentimenti de l’anima con affecto d’amore a vedere, ricevere e gustare questo sacramento, come decto t’ho.

De la excellenzia dove l’anima sta, la quale piglia el predecto sacramento in grazia.

—Raguarda, carissima figliuola, in quanta excellenzia sta l’anima ricevendo, come debba ricevere, questo pane della vita, cibo degli angeli. Ricevendo questo sacramento, sta in me e Io in lei; sí come il pesce sta nel mare e il mare nel pesce, cosí Io sto ne l’anima e l’anima in me, mare pacifico. In essa anima rimane la grazia, perché, avendo ricevuto questo pane della vita in grazia, rimane la grazia, consumato quello accidente del pane. Io vi lasso la imprompta della grazia mia sí come il suggello che si pone sopra la cera calda: partendosi e levando el suggello, vi rimane la imprompta d’esso suggello. Cosí la virtú di questo sacramento vi rimane ne l’anima, cioè che vi rimane il caldo della divina caritá, clemenzia di Spirito sancto. Rimanvi el lume della sapienzia de l’unigenito mio Figliuolo, illuminato l’occhio de l’intellecto in essa sapienzia a cognoscere e a vedere la doctrina della mia Veritá ed essa sapienzia. Rimane forte, participando della fortezza mia e potenzia, facendola forte e potentecontra la propria passione sua sensitiva, contra le dimonia e contra ’l mondo. Sí che vedi che le rimane la imprompta, levato che ’l suggello s’è; cioè che, consumata quella materia, cioè gli accidenti del pane, questo vero Sole si ritorna a la ruota sua; non che fusse staccato, come decto t’ho, ma unito insieme con meco. Ma l’abisso della mia caritá, per vostra salute e per darvi cibo in questa vita, dove sète perregrini e viandanti, acciò che aviate refrigerio e non perdiate la memoria del benefizio del Sangue, ve l’ha dato in cibo per mia dispensazione e divina providenzia, sovenendo a’ vostri bisogni dandovelo in cibo questa mia dolce Veritá, come decto t’ho.

Sí che mira quanto sète tenuti e obligati a me a rendarmi amore, poi che Io tanto v’amo, e perché Io so’ somma ed etterna bontá, degno d’essere amato da voi.


Back to IndexNext