De la seconda reprensione, ne la quale si riprende de la ingiustizia e del falso giudicio in generale e in particulare.
—Questa seconda reprensione, carissima figliuola, è in facto, perché è gionto a l’ultimo dove non può avere rimedio, perché s’è condocto a la extremitá della morte, dove il vermine della coscienzia (del quale Io ti dixi che era aciecato per lo proprio amore che egli aveva di sé), ora, nel tempo della morte, perché vede sé non potere escire delle mie mani, questo vermine comincia a vedere, e però rode con reprensione se medesimo, vedendo che per suo difecto è condocto in tanto male. Se essa anima avesse lume che cognoscesse, e dolessesi della colpa sua non per la pena de l’inferno che ne le séguita, ma per me che m’ha offeso che so’ somma ed etterna bontá, anco trovarebbe misericordia. Ma se passa el ponto della morte senza lume, e solo col vermine della coscienzia, e senza la speranza del Sangue; o con propria passione, dolendosi del danno suo piú che de l’offesa mia; egli giogne a l’etterna dannazione.
E alora è ripreso crudelmente dalla mia giustizia, ed è ripreso della ingiustizia e del falso giudicio. E non tanto della ingiustizia e giudicio generale, il quale ha usato nel mondo generalmente in tucte le sue operazioni; ma molto maggiormente sará ripreso della ingiustizia e giudicio particulare, il quale ha usato ne l’ultimo, cioè d’avere posta, giudicando, maggiore la miseria sua che la misericordia mia. Questo è quello peccato che non è perdonato né di qua né di lá, perché non ha voluto, spregiando, la mia misericordia; però che piú m’è grave questo che tucti gli altri peccati che egli ha commessi. Unde la disperazione di Giuda mi spiacque piú e fu piú grave al mioFigliuolo che non fu el tradimento che egli gli fece. Sí che sonno ripresi di questo falso giudicio: d’avere posto maggiore il peccato loro che la misericordia mia, e però sonno puniti con le dimonia e crociati etternalmente con loro.
E sonno ripresi della ingiustizia: e questo è quando si dogliono piú del danno loro che de l’offesa mia. Alora commectono ingiustizia, perché non rendono a me quello che è mio ed a loro quello che è loro: a me debbono rendere amore e amaritudine con la contrizione del cuore, e offerirla dinanzi a me per l’offesa che m’hanno facta; ed egli fanno el contrario, ché dánno a loro amore compassionevole di loro medesimi e dolore della pena che per la colpa loro aspectano. Sí che vedi che commectono ingiustizia, e però sonno puniti dell’uno e de l’altro insieme, avendo essi dispregiata la misericordia mia. E Io, con giustizia, gli mando insieme con la serva loro crudele della sensualitá, col crudele tiranno del dimonio, di cui si fecero servi col mezzo d’essa serva della propria sensualitá loro, ché insieme siano puniti e tormentati, come insieme m’hanno offeso. Tormentati, dico, da’ miei ministri dimoni, e’ quali ha messi la mia giustizia a rendere tormento a chi ha facto male.
Di quattro principali tormenti de’ danpnati; a’ quali seguitano tucti gli altri e in singularitá della ladiezza del demonio.
—Figliuola, la lingua non è sufficiente a narrare la pena di queste tapinelle anime. Come sono tre principali vizi, cioè l’amore proprio di sé; unde esce il secondo, cioè la propria reputazione; e da la reputazione procede il terzo, cioè la superbia, con falsa ingiustizia e crudeltá e con altri immondi e iniqui peccati che doppo questi seguitano: cosí ti dico che ne lo ’nferno egli hanno quattro tormenti principali, a’ quali seguitano tucti gli altri tormenti.
El primo si è che si vegono privati della mia visione; el quale l’è tanta pena che, se possibile lo’ fusse, eleggerebbero piuttosto el fuoco e i crociati tormenti e vedere me che stare fuore delle pene e non vedermi. Questa pena lo’ rinfresca la seconda del vermine della coscienzia, el quale sempre rode, vedendosi privato di me e della conversazione degli angeli per loro difecto, e factisi degni della conversazione delle dimonia e visione loro. El quale vedere del dimonio (che è la terza pena) gli raddoppia ogni sua fadiga.
Unde, come nella visione di me e’ sancti sempre exultano, rinfrescandosi con allegrezza il fructo delle loro fadighe che essi hanno portate per me, con tanta abondanza d’amore e dispiacimento di loro medesimi; cosí, in contrario, questi tapinelli si rinfrescano ne’ tormenti nella visione delle dimonia, però che nel vedere loro cognoscono piú sé, cioè cognoscono che per loro difecto se ne sonno facti degni. E per questo modo il vermine piú rode, e non ristá mai el fuoco di questa coscienzia d’ardere.
Ancora l’è piú pena, perché ’l vegono nella propria figura sua, la quale è tanto orribile che non è cuore d’uomo che ’l potesse imaginare. E, se ben ti ricorda, sai che, mostrandolo a te nella forma sua in piccolo spazio di tempo (che sai che quasi fu uno punto), tu eleggevi, poi che tornasti a te, prima di volere andare per una strada di fuoco, se dovesse durare infino a l’ultimo dí del giudicio, e andare sopra esso, innanzi che vederlo piú. Con tucto questo che tu vedesti, anco non sai bene quanto egli è orribile; però che si mostra, per divina giustizia, piú orribile ne l’anima che è privata di me, e piú e meno secondo la gravezza delle colpe loro.
El quarto tormento si è il fuoco. Questo fuoco arde e non consuma, però che l’anima non si può consumare l’essere suo; e non è cosa materiale, la quale materia el fuoco la consumasse, però che ella è incorporea. Ma Io per divina giustizia ho permesso che ’l fuoco gli arda affliggitivamente, che gli affligge e non gli consuma. E affliggeli e ardeli con grandissime pene, in diversi modi, secondo la diversitá de’ peccati; chi piú e chi meno, secondo la gravezza della colpa.
Sopra questi quattro tormenti escono tucti quanti gli altri: con freddo e caldo e stridore di denti. Or cosí miserabilemente, doppo la riprensione che lo’ fu facta del giudicio e della ingiustizia nella vita loro, e non si corressero in questa prima riprensione, come decto è di sopra; e nella seconda, cioè nella morte, non volsero sperare né dolersi de l’offesa mia ma sí della pena loro; hanno ricevuto morte etterna.
De la terza reprensione, la quale si fará nel dí del giudicio.
—Ora ti resto a dire della terza riprensione, cioè de l’ultimo dí del giudicio. Giá t’ho decto delle due: ora, acciò che tu vegga bene quanto l’uomo s’inganna, ti dirò della terza, cioè del giudicio generale, nel quale a l’anima tapinella sará rinfrescata e cresciuta la pena, per l’unione che l’anima fará col corpo, con una riprensione intollerabile, la quale le genererá confusione e vergogna.
Sappi che ne l’ultimo dí del giudicio, quando verrá il Verbo mio Figliuolo con la divina mia Maiestá a riprendere il mondo con la potenzia divina, egli non verrá come povarello, sí come quando egli nacque venendo nel ventre della Vergine e nascendo nella stalla fra gli animali, e poi morendo in mezzo fra due ladroni. Alora Io nascosi la potenzia mia in lui, lassandolo sostenere pene e tormenti come uomo: non che la natura mia divina fusse però separata da la natura umana; ma lassa’ lo patire come uomo per satisfare a le colpe vostre.
Non verrá cosí ora in questo ultimo punto; ma verrá con potenzia a riprendere egli con la propria persona. E non sará alcuna creatura che non riceva tremore, e renderá a ogniuno il debito suo.
A’ dannati miserabili lo’ dará tanto tormento l’aspecto suo e tanto terrore che la lingua non sarebbe sufficiente a narrarlo;a’ giusti dará timore di reverenzia con grande giocunditá. Non che egli si muti la faccia sua, però che egli è immutabile, perché è una cosa con meco, secondo la natura divina. E secondo la natura umana, la faccia sua anco è immutabile, poi che prese la gloria della resurrexione. Ma a l’occhio del dannato se gli mostrarrá cotale, però che, con quello occhio terribile e obscuro che egli ha in se medesimo, con quello el vedrá. Sí come l’occhio infermo che del sole, che è cosí lucido, non vede altro che tenebre; e l’occhio sano vede la luce. E questo non è per difecto della luce che si muti piú al cieco che a l’alluminato, ma è per difecto de l’occhio che è infermo. Cosí e’ dannati el veggono in tenebre, in confusione e in odio, non per difecto della divina mia Maiestá con la quale egli verrá a giudicare il mondo, ma per difecto loro.
Come i danpnati non possono desiderare alcuno bene.
—Egli è tanto l’odio che essi hanno, che non possono volere né desiderare veruno bene, ma sempre mi bastemmiano. E sai perché eglino non possono desiderare il bene? però che, finita la vita dell’uomo, è legato el libero arbitrio; per la qual cosa non possono meritare, perduto che essi hanno el tempo.
Se eglino finiscono in odio con la colpa del peccato mortale, sempre per divina giustizia sta legata l’anima col legame de l’odio e sempre sta obstinata in quel male che ella ha, rodendosi in se medesima, e accrescele sempre pene, e spezialmente delle pene d’alcuni in particulare de’ quali ella fusse stata cagione della dannazione loro. Sí come vi dimostrò quello ricco dannato quando chiedeva di grazia che Lazzaro andasse a’ suoi frategli, e’ quali erano rimasi nel mondo, ad anunziare le pene sue. Questo giá non faceva per caritá né per compassione de’ frategli, però che egli era privato della caritá e non poteva desiderare bene né in onore di me né in salute loro; perchégiá t’ho decto che non possono fare alcuno bene nel proximo e me bastemmiano, perché la vita loro finí ne l’odio di me e della virtú. Ma perché dunque il faceva? però che egli era stato el maggiore e avevali notricati nelle miserie nelle quali egli era vissuto, sí che egli era cagione della dannazione loro. Per la quale cagione se ne vedeva seguitare pena, giognendo eglino al crociato tormento, con lui insieme, dove sempre in odio si rodono, perché ne l’odio finí la vita loro.
De la gloria de’ beati.
—Cosí l’anima giusta, che finisce in affecto di caritá e legata in amore, non può crescere in virtú venuto meno el tempo, ma può sempre amare con quella dileczione che egli viene a me; e con quella misura gli è misurato. Sempre desidera me, e sempre m’ha; unde il suo desiderio non è votio, ma avendo fame è saziato; e saziato sí ha fame; e dilonga è il fastidio dalla sazietá, e dilonga è la pena dalla fame.
Ne l’amore godono ne l’etterna mia visione, participando quel bene che Io ho in me medesimo, ognuno secondo la misura sua; cioè con quella misura de l’amore che essi sono venuti a me, con quella l’è misurato, perché sonno stati nella caritá mia e in quella del proximo, e uniti insieme con la caritá comune e con la particulare che esce pure d’una medesima caritá.
Godono ed exultano participando l’uno el bene de l’altro con l’affecto della caritá, oltre al bene universale che essi hanno tucti insieme. E con la natura angelica godono ed exultano, co’ quali e’ sancti sonno collocati, secondo le diverse e varie virtú le quali principalmente ebbero nel mondo, essendo legati tucti nel legame della caritá. Hanno una singulare participazione con coloro co’ quali strectamente d’amore singulares’amavano nel mondo. Col quale amore crescevano in grazia aumentando la virtú. L’uno era cagione a l’altro di manifestare la gloria e loda del nome mio in loro e nel proximo. Sí che poi nella vita durabile non l’hanno perduto; anco l’hanno, participando strectamente e con piú abondanzia l’uno con l’altro, aggiontolo a l’universale bene.
E non vorrei però che tu credessi che questo bene particulare, il quale Io t’ho decto che egli hanno, l’avessero solo per loro, però che non è cosí; ma è participato da tucti quanti e’ gustatori cittadini e dilecti miei figliuoli e da tucta la natura angelica. Unde, quando l’anima giogne a vita etterna, tucti participano el bene di quella anima, e l’anima del bene loro. Non che ’l vasello suo né il loro possa crescere, né che abbi bisogno d’empirsi, però che egli è pieno e però non può crescere; ma hanno una exultazione, una giocunditá, uno giubilo, una allegrezza, la quale si rinfresca in loro per lo cognoscimento il quale hanno trovato in quella anima. Vegono che per mia misericordia ella è levata dalla terra con la plenitudine della grazia, e cosí exultano in me nel bene di quella anima el quale ha ricevuto per la mia bontá.
E quella anima gode in me e ne l’anime e negli spiriti beati, vedendo in loro e gustando la bellezza e dolcezza della mia caritá. E’ loro desidèri sempre gridano dinanzi a me per la salvazione di tucto quanto el mondo. Perché la vita loro finí nella caritá del proximo, non l’hanno lassata; anco con essa passarono per la porta de l’unigenito mio Figliuolo per lo modo che Io di sotto ti contiarò. Sí che vedi che con quello legame de l’amore in che finí la vita loro, con quello permangono; e dura sempre etternalmente.
Essi sonno tanto conformati con la mia volontá che essi non possono volere se non quello ch’Io voglio; perché l’arbitrio loro è legato nel legame della caritá per sí facto modo che, venendo meno el tempo a la creatura che ha in sé ragione, morendo in stato di grazia, non può piú peccare. E in tanto è unita la sua volontá con la mia che, vedendo il padre o la madre il figliuolo ne l’inferno, o il figliuolo la madre, non se necurano; anco sonno contenti di vederli puniti come nemici miei. In neuna cosa si scordano da me: e’ desidèri loro sonno pieni.
El desiderio de’ beati è di vedere l’onore mio in voi viandanti, e’ quali sète peregrini che sempre corrite verso il termine della morte. Nel desiderio del mio onore desiderano la salute vostra, e però sempre mi pregano per voi. El quale desiderio è adempito da me da la parte mia, colá dove voi ignoranti non ricalcitraste a la mia misericordia. Hanno desiderio ancora di riavere la dota del corpo loro; e questo desiderio non gli affligge non avendolo actualmente, ma godono gustando per certezza che egli hanno d’avere il loro desiderio pieno; non gli affligge però che non avendolo non lo’ manca beatitudine, e però non lo’ dá pena.
E non ti pensare che la beatitudine del corpo doppo la resurrexione dia piú beatitudine a l’anima. Ché se questo fusse, seguitarebbe che infine che non avessero il corpo avarebbero beatitudine imperfecta; la qual cosa non può essere, però che in loro non manca alcuna perfeczione. Sí che non è il corpo che dia beatitudine a l’anima, ma l’anima dará beatitudine al corpo: dará de l’abondanzia sua, rivestita ne l’ultimo dí del giudicio del vestimento della propria carne la quale lassò.
Come l’anima è facta immortale, fermata e stabilita in me; cosí el corpo in quella unione diventa immortale, perduta la gravezza e facto soctile e leggiero. Unde sappi che ’l corpo glorificato passarebbe per lo mezzo del muro. Né il fuoco né l’acqua non l’offendarebbe, non per virtú sua ma per virtú de l’anima. La quale virtú è mia, data a lei per grazia e per amore ineffabile col quale Io la creai a la imagine e similitudine mia. L’occhio de l’intellecto tuo non è sufficiente a vedere, né l’orecchia a udire, né la lingua a narrare, né il cuore a pensare il bene loro.
Oh quanto dilecto hanno in vedere me che so’ ogni bene! oh quanto dilecto avaranno essendo col corpo glorificato! El quale bene ora non avendo, di qui al giudicio generale non hanno pena, perché non lo’ manca beatitudine, però che l’anima è piena in sé. La quale beatitudine participará col corpo, come dectot’ho. Dicevoti del bene che avarebbe il corpo glorificato ne l’umanitá glorificata de l’unigenito mio Figliuolo, la quale vi dá certezza della vostra resurrexione. Ine exultano nelle piaghe sue, le quali sonno rimase fresche, riservate le cicatrici nel corpo suo, le quali gridano continuamente misericordia per voi a me sommo ed etterno Padre. Tucti si conformaranno con lui in gaudio e in giocunditá; occhio con occhio e mano con mano e con tucto quanto el corpo del dolce Verbo mio Figliuolo tucti vi conformarete. Stando in me, starete in lui, perch’egli è una cosa con meco. Ma l’occhio del corpo vostro, come decto t’ho, si dilectará ne l’umanitá glorificata del Verbo unigenito mio Figliuolo. Questo perché? però che la vita loro finí nella dileczione della mia caritá, e però lo’ dura etternalmente.
Non che possano adoperare alcuno bene, ma godonsi quel che essi hanno portato, cioè che non possono fare veruno acto meritorio per lo quale essi possano meritare. Però che solo in questa vita si merita e pecca, secondo che piace a la propria volontá col libero arbitrio. Costoro none aspectano con timore il divino giudicio, ma con allegrezza. E non lo’ parrá, la faccia del Figliuolo mio, terribile né piena d’odio, perché e’ sonno finiti in caritá e in dileczione di me e benivolenzia del proximo. Sí che vedi che la mutazione della faccia non sará in lui quando verrá a giudicare con la Maiestá mia, ma in coloro che saranno giudicati da lui. A’ dannati aparrá con odio e con giustizia; ne’ salvati con amore e misericordia.
Come doppo el giudicio generale crescerá la pena de’ danpnati.
—Hotti narrato della dignitá de’ giusti, acciò che meglio cognosca la miseria de’ dannati. E questa è l’altra pena loro: vedere la beatitudine de’ giusti. La quale visione è a loro acrescimento di pena, come a’ giusti la dannazione de’ dannati èacrescimento d’exultazione della mia bontá, perché meglio si cognosce la luce per la tenebre, e la tenebre per la luce. Sí che lo’ sará pena la visione de’ beati e con pena aspectano l’ultimo dí del giudicio, perché se ne vegono seguitare acrescimento di pena.
E cosí sará; però che in quella voce terribile quando sará decto a loro: «Surgite, mortui; venite ad iudicium», tornará l’anima col corpo. E ne’ giusti sará glorificato, e ne’ dannati sará crociato etternalmente. E grande vergogna e rimproverio ricevaranno ne l’aspecto della mia Veritá e di tucti e’ beati. El vermine della coscienzia alora rodará il mirollo de l’arbore, cioè l’anima, e la corteccia di fuore, cioè il corpo.
Rimprovarato lo’ sará el Sangue che per loro fu pagato, e l’uòpare della misericordia, le quali Io feci a loro col mezzo del mio Figliuolo, spirituali e temporali, e quello che essi dovevano fare nel proximo loro, sí come si contiene nel sancto Evangelio. Ripresi saranno della crudeltá che essi hanno avuta verso el proximo, della superbia e de l’amore proprio, della immondizia e avarizia loro.
Vedendo la misericordia che da me hanno ricevuta, rinfrescará duramente la loro riprensione. Nel ponto della morte la riceve solamente l’anima; ma nel giudicio generale la riceverá insiememente l’anima e ’l corpo, perché ’l corpo è stato compagno e strumento de l’anima a fare il bene e il male, secondo che è piaciuto a la propria volontá.
Ogni operazione buona e gactiva è facta col mezzo del corpo; e però giustamente, figliuola mia, è renduto a’ miei electi gloria e bene infinito col corpo loro glorificato, remunerandoli delle loro fadighe che per me insiememente con l’anima portò. E cosí agl’iniqui sará renduta pena etternale col mezzo del corpo loro, perché fu strumento del male.
Rinfrescarasse lo’ la pena e cresciará, riavendo el corpo loro, ne l’aspecto del mio Figliuolo. La miserabile sensualitá con la immondizia sua riceverá riprensione in vedere la natura sua, cioè l’umanitá di Cristo, unita con la puritá della Deitá mia; vedendo levata questa massa d’Adam, natura vostra, sopra tuctie’ cori degli angeli, ed essi per loro difecti si veggono profondati nel profondo de l’inferno.
E vegono la larghezza e la misericordia relucere ne’ beati, ricevendo el fructo del sangue de l’Agnello; e vegono le pene che essi hanno portate, che tucte stanno per adornamento ne’ corpi loro, sí come la fregiatura sopra del panno, non per virtú del corpo, ma solo per la plenitudine de l’anima; la quale rapresenta al corpo el fructo della fadiga, perché fu compagno con lei ad adoperare la virtú, sí che apparisce di fuore. Sí come rapresenta lo specchio la faccia dell’uomo, cosí nel corpo si rapresenta el fructo delle fadighe, per lo modo che decto t’ho. Vedendo e’ tenebrosi tanta dignitá della quale essi sono privati, lo’ cresce la pena e la confusione, perché ne’ corpi loro apparisce il segno delle iniquitá, le quali commissero, con pena e crociato tormento. Unde in quella parola che essi udiranno terribile: «Andate maladecti nel fuoco etternale», egli andará l’anima e ’l corpo a conversare con le dimonia senza alcuno rimedio di speranza, aviluppandosi con tucta la puzza della terra, ogniuno per sé in diverso modo, sí come diverse sonno state le loro male operazioni: l’avaro con la puzza de l’avarizia, aviluppandosi insieme la substanzia del mondo e ardendo nel fuoco (la quale egli disordinatamente amò); el crudele con la crudeltá; lo immondo con la immondizia e miserabile concupiscenzia; lo ingiusto con le sue ingiustizie; lo invidioso con la invidia; e l’odio e rancore del proximo con l’odio. El disordinato amore proprio di loro, unde nacquero tucti e’ loro mali, ardará e dará pena intollerabile, sí come capo e principio d’ogni male, acompagnato dalla superbia. Sí che tucti in diversi modi saranno puniti, l’anima e ’l corpo insieme.
Or cosí miserabilmente giongono al fine loro questi che vanno per la via di socto, giú per lo fiume, non vollendosi a dietro a ricognoscere le colpe sue, né a dimandare la misericordia, sí come Io di sopra ti dixi. E giongono a la porta della bugia perché seguitano la doctrina del dimonio, el quale è padre delle bugie. Ed esso dimonio è porta loro, e per questa porta giongono a l’etterna dannazione, come detto è di sopra. Sí come gli electie figliuoli miei, tenendo per la via di sopra, cioè del ponte, seguitano e tengono per la via della veritá, ed essa veritá è porta. E però disse la mia Veritá: «Neuno può andare al Padre mio se non per me». Egli è la porta e la via, unde passano, a intrare in me, mare pacifico.
E cosí, in contrario, costoro sonno tenuti per la bugia, la quale lo’ dá acqua morta. E ad questo vi chiama el dimonio, ciechi e macti che non se n’avegono perché hanno perduto el lume della fede. Quasi lo’ dica el dimonio: «Chi ha sete de l’acqua morta venga a me, ché io ne gli darò».
De la utilitá de le temptazioni, e come ogni anima ne la extremitá de la morte vede e gusta el luogo suo, prima che essa anima sia separata dal corpo, cioè o pena o gloria che debba ricevere.
—Egli è facto giustiziere mio dalla mia giustizia per tormentare l’anime che miserabilmente hanno offeso me. E in questa vita gli ho posti a temptare molestando le mie creature; non perché le mie creature siano vente, ma perché esse vencano e ricevano da me la gloria della victoria, provando in loro le virtú.
E neuno in questo debba temere per veruna bactaglia né temptazione di dimonio che lo’ venga, però che Io gli ho facti forti, e dato lo’ la fortezza della volontá, fortificata nel sangue del mio Figliuolo. La quale volontá né dimonio né creatura ve la può mutare, però che ella è vostra e data da me.
Voi dunque col libero arbitrio la potete tenere e lassare, secondo che vi piace. Ella è l’arme la quale voi ponete nelle mani del dimonio, e drictamente è uno coltello col quale egli vi percuote e con esso v’ucide. Ma se l’uomo non dá questo coltello della volontá sua nelle mani del dimonio, cioè che egli consenta a le temptazioni e molestie sue, giamai non sará offeso di colpa di peccato per veruna temptazione. Anco el fortifica colá dove egli apra l’occhio de l’intellecto a vedere lacaritá mia. La quale caritá permecte che siate temptati solo per farvi venire a virtú e a provare la virtú.
A virtú non si viene se non per lo cognoscimento di se medesimo e per cognoscimento di me. El quale cognoscimento piú perfectamente s’acquista nel tempo della temptazione: perché alora cognosce sé non essere, non potendosi levare le pene e le molestie le quali vorrebbe fuggire; e me cognosce nella volontá (la quale è fortificata per la bontá mia) che non consente a esse cogitazioni: e perché ha veduto che la mia caritá le concede perché ’l dimonio è infermo e per sé non può cavelle se non quanto Io gli do; e Io el permecto per amore e non per odio, perché venciate e non siate venti, e perché veniate ad perfecto cognoscimento di voi e di me, e acciò che la virtú sia provata, però che ella non si pruova se non per lo suo contrario.
Dunque vedi che sonno miei ministri a crociare i dannati ne l’inferno, e in questa vita ad exercitare e provare la virtú ne l’anima. Non che la intenzione del dimonio sia per farli provare in virtú, perché egli non ha caritá, ma per privarli de la virtú, e questo non può fare se voi non volete.
Or vedi quanta è la stoltizia de l’uomo, che si fa debile colá dove Io l’ho facto forte, ed esso medesimo si mecte nelle mani delle dimonia. Unde Io voglio che tu sappi che nel punto della morte, essendo entrati nella vita loro socto la signoria del dimonio (none sforzati, però che non possono essere sforzati come decto t’ho, ma volontariamente si sonno messi nelle mani loro), giognendo poi a l’extremitá della morte con questa perversa signoria, essi non aspectano altro giudicio, ma essi medesimi ne sonno giudici con la coscienzia loro e come disperati giongono a l’etterna dannazione. Con l’odio strengono l’inferno in su la extremitá della morte; e prima che egli l’abbino, essi medesimi co’ loro signori dimoni pigliano per prezzo loro l’inferno.
Sí come e’ giusti vissuti in caritá morendo in dileczione, quando viene l’extremitá della morte, se egli è vissuto perfectamente in virtú illuminato del lume della fede, con l’occhio della fede, con perfecta speranza del sangue de l’Agnello, vegonoel bene il quale Io l’ho aparecchiato e con le braccia de l’amore l’abracciano, stregnendo con estrecte d’amore me, sommo e etterno Bene, ne l’ultima extremitá della morte. E cosí gustano vita etterna prima che abbino lassato el corpo mortale, cioè prima che sia separato dal corpo.
Altri che fussero passati nella vita loro con una caritá comune, che non fussero in quella grande perfeczione e giognessero a l’extremitá, costoro abracciano la misericordia mia con quello lume medesimo della fede e della speranza che ebbero quelli perfecti; ma hannola imperfecta. Ma perché costoro erano imperfecti, strinsero la misericordia mia, ponendo maggiore la misericordia mia che le colpe loro.
Gl’iniqui peccatori fanno el contrario, vedendo con la disperazione el luogo loro, e con l’odio l’abracciano, come decto t’ho. Sí che non aspectano d’essere giudicati né l’uno né l’altro; ma partonsi di questa vita, e riceve ogniuno el luogo suo, come decto t’ho. Gustanlo e possegonlo prima che si partano dal corpo nella extremitá della morte: e’ dannati co’ l’odio e disperazione, e i perfecti con l’amore e col lume della fede e con la speranza del Sangue. E gl’inperfecti con la misericordia e con quella medesima fede giongono al luogo del purgatorio.
Come el demonio sempre piglia l’anime sotto colore d’alcuno bene. E come quelli che tengono per lo fiume, e non per lo ponte predecto, sono ingannati, però che volendo fuggire le pene caggiono ne le pene; ponendo qui la visione d’uno arbore che questa anima ebbe una volta.
—Hotti decto che ’l dimonio invita gli uomini a l’acqua morta, cioè a quella che egli ha per sé, aciecando con le delicie e stati del mondo. Co’ l’amo del dilecto gli piglia socto colore di bene, però che in altro modo non gli potrebbe pigliare, però che non si lassarebbero pigliare se alcuno bene proprio o dilecto non vi trovassero, imperò che l’anima di sua natura sempre appetisce bene.
Ma è vero che l’anima, aciecata da l’amore proprio, non cognosce né discerne quale sia vero bene e che gli dia utilitá a l’anima e al corpo. E però el dimonio, come iniquo, vedendo ch’egli è aciecato dal proprio amore sensitivo, gli pone e’ diversi e vari difecti e’ quali sonno colorati con colore d’alcuna utilitá e d’alcuno bene; e ad ogniuno dá secondo lo stato suo e secondo quegli vizi principali ne’ quali el vede piú disposto a ricevere. Altro dá al secolare, altro dá al religioso; altro a’ prelati, altro a’ signori; e a ciascuno secondo e’ diversi stati che essi hanno.
Questo t’ho decto perch’Io ora ti contio di costoro che s’anniegano giú per lo fiume, che neuno rispecto hanno altro che a loro, cioè d’amare loro medesimi con offesa di me; de’ quali Io t’ho contiato el fine loro. Ora ti voglio mostrare come essi s’ingannano, che volendo fuggire le pene caggiono nelle pene. Perché lo’ pare che a seguitare me, cioè tenere per la via del ponte del Verbo del mio Figliuolo, sia grande fadiga, e però si ritragono a dietro, temendo la spina. Questo è perché sonno aciecati e non vegono né cognoscono la veritá, sí come tu sai ch’Io ti mostrai nel principio della vita tua, pregandomi tu che Io facesse misericordia al mondo, traendoli della tenebre del peccato mortale.
Sai che Io alora ti mostrai me in figura d’uno arbore, del quale non vedevi né il principio né il fine, se non che vedevi che la radice era unita con la terra; e questa era la natura divina unita con la terra della vostra umanitá. A’ piei de l’arbore, se ben ti ricorda, era alcuna spina; dalla quale spina tucti coloro che amavano la propria sensualitá si dilongavano e corrivano a uno monte di lolla, nel quale ti figurai tucti e’ dilecti del mondo. Quella lolla pareva grano e non era; e però, come vedevi, molte anime dentro vi si perivano di fame, e molte, cognoscendo l’inganno del mondo, tornavano a l’arbore e passavano la spina, cioè la deliberazione della volontá.
La quale deliberazione, innanzi che ella sia facta, è una spina la quale gli pare trovare in seguitare la via della veritá. Sempre combacte da l’uno lato la coscienzia, da l’altro lato lasensualitá; ma subito che, con odio e dispiacimento di sé, virilmente delibera dicendo:—Io voglio seguitare Cristo crocifixo,—rompe subbito la spina e truova dolcezza inextimabile, sí come Io alora ti mostrai, chi piú e chi meno, secondo la disposizione e sollicitudine loro.
Sai che alora Io ti dixi:—Io so’ lo Idio vostro immobile, che non mi muovo; Io non mi ritrago da veruna creatura che a me voglia venire; mostrato l’ho la veritá, facendomi visibile a loro, essendo Io invisibile; mostrato l’ho che cosa è amare alcuna cosa senza me.—Ma essi, come aciecati da la nuvila del disordinato amore, non cognoscono né me né loro. Vedi come sonno ingannati: che prima vogliono morire di fame che passare un poca di spina.
Non possono fuggire che non sostengano pena, però che in questa vita neuno ci passa senza croce, se non coloro che tengono per la via di sopra: non che essi passino senza pena, ma la pena a loro è refrigerio. E perché per lo peccato, sí come di sopra ti dixi, el mondo germinò spine e triboli, e corse questo fiume, mare tempestoso, però vi diei el ponte, acciò che voi non annegaste.
Hotti mostrato come costoro s’ingannano con uno disordinato timore, e come Io so’ lo Idio vostro che non mi muovo, e che Io non so’ acceptatore delle persone ma del sancto desiderio. E questo t’ho mostrato nella figura de l’arbore la quale Io t’ho decta.
Come, avendo el mondo per lo peccato germinato spine e triboli, chi sono quelli ad cui queste spine non fanno male, bene che neuno passi questa vita senza pena.
—Ora ti voglio mostrare a cui le spine e triboli, che germinò la terra per lo peccato, fanno male e a cui no. E perché infine a ora t’ho mostrata la loro dannazione insiemementecon la mia bontá, e hotti decto come essi sonno ingannati dalla propria sensualitá, ora ti voglio dire come solo costoro son quegli che sonno offesi dalle spine.
Veruno che nasca in questa vita passa senza fadiga o corporale o mentale. Corporale le portano e’ servi miei, ma la mente loro è libera; cioè che non sente fadiga della fadiga, perché ha acordata la sua volontá con la mia, la quale volontá è quella cosa che dá pena a l’uomo. Pena di mente e di corpo portano costoro e’ quali Io t’ho contiati che in questa vita gustano l’arra de l’inferno; sí come i servi miei gustano l’arra di vita etterna.
Sai tu quale è il piú singulare bene che hanno e’ beati? È d’avere la volontá loro piena di quel che desiderano. Desiderano me, e desiderando me essi m’hanno e mi gustano senza alcuna rebellione, però che hanno lassata la gravezza del corpo, el quale era una legge che impugnava contra lo spirito. El corpo l’era uno mezzo che non lassava perfectamente cognoscere la veritá; né potevano vedermi a faccia a faccia, perché ’l corpo non lassava.
Ma, poi che l’anima ha lassato el peso del corpo, la volontá sua è piena, perché desiderando di vedere me ella mi vede: nella quale visione sta la vostra beatitudine. Vedendo cognosce, e cognoscendo ama, e amando gusta me sommo e etterno Bene; gustando sazia e empie la volontá sua, cioè il desiderio che egli ha di vedere e cognoscere me; desiderando ha, e avendo desidera, e, come Io ti dixi, di longa è la pena dal desiderio; e ’l fastidio dalla sazietá.
Sí che vedi ch’e’ servi miei ricevono beatitudine principalmente in vedere e conoscere me. La quale visione e cognoscimento lo’ riempie la volontá d’avere ciò che essa volontá desidera, e cosí è saziata. E però ti dixi che, singularmente, gustare vita etterna era d’avere quello che la volontá desidera. Ma sappi che ella si sazia nel vedere e cognoscere me, come decto t’ho.
In questa vita gustano l’arra di vita etterna, gustando questo medesimo del quale Io t’ho decto che essi sonno saziati. Come hanno questa arra in questa vita? Dicotelo: in vedere la miabontá in sé e in cognoscere la mia veritá; el quale cognoscimento ha l’intellecto illuminato in me, el quale è l’occhio de l’anima. Questo occhio ha la pupilla della sanctissima fede, el quale lume della fede fa discérnare e cognoscere e seguitare la via e doctrina della mia Veritá, Verbo incarnato. Senza questa pupilla della fede non vedrebbe, se non come l’uomo che ha la forma de l’occhio, ma el panno ha ricoperta la pupilla che fa vedere a l’occhio. Cosí l’occhio de l’intellecto la pupilla sua è la fede; la quale, essendovi posto dinanzi el panno della infidelitá, tracto da l’amore proprio di sé, non vede; ha la forma de l’occhio ma non el lume, perché esso se l’ha tolto.
Sí che vedi che nel vedere cognoscono, e cognoscendo amano, e amando anniegano e perdono la volontá loro propria. Perduta la loro, si vestono della mia che non voglio altro che la vostra sanctificazione. E subbito si dánno a vòllere il capo adietro da la via di socto, e cominciano a salire per lo ponte, e passano sopra le spine. E perché sonno calzati e’ piei de l’affecto loro con la mia volontá, non lo’ fa male. E però ti dixi che sostenevano corporalmente e non mentalmente, perché la volontá sensitiva è morta, la quale dá pena e affligge la mente della creatura. Tolta la volontá, è tolta la pena, e ogni cosa portano con reverenzia, reputandosi grazia d’essere tribolati per me, e non desiderano se non quel ch’Io voglio.
Se Io lo’ do pena da parte delle dimonia, permectendo lo’ le molte temptazioni per provarli nella virtú, sí come Io ti dixi di sopra, essi resistono con la volontá, la quale hanno fortificata in me, umiliandosi e reputandosi indegni della pace e quiete della mente e reputandosi degni della pena. E cosí passano con allegrezza e cognoscimento di loro senza pena affliggitiva.
Se ella è tribolazione dagli uomini, o infermitá, o povertá, o mutamento di stato nel mondo, o privazione di figliuoli o de l’altre creature le quali molto amasse (le quali tucte sonno spine che germinò la terra doppo el peccato), tucte le porta col lume della ragione e della fede sancta, raguardando me che so’ somma bontá e non posso volere altro che bene; e per bene le concedo: per amore e non per odio.
E cognosciuto che hanno l’amore in me, ed essi raguardano loro, cognoscendo e’ loro difecti. E vegono col lume della fede che ’l bene debba essere remunerato e la colpa punita. Ogni piccola colpa vegono che meritarebbe pena infinita, perché è facta contra me che so’ infinito Bene; e recansi a grazia che Io in questa vita gli voglia punire e in questo tempo finito. E cosí insiememente scontiano el peccato con la contrizione del cuore, e con la perfecta pazienzia meritano, e le fadighe loro sonno remunerate di bene infinito.
Poi cognoscono che ogni fadiga di questa vita è piccola per la piccolezza del tempo. El tempo è quanto una punta d’aco e non piú; ché passato el tempo è passata la fadiga. Adunque vedi che è piccola. Essi portano con pazienzia e passano le spine actuali e non lo’ tocca el cuore, perché ’l cuore loro è tracto di loro per amore sensitivo e posto e unito in me per affecto d’amore.
Bene è dunque la veritá che costoro gustano vita etterna, ricevendo l’arra in questa vita. E stando ne l’acqua non s’immollano, passando sopra le spine non si pongono (come decto t’ho), perché hanno cognosciuto me, sommo Bene, e cercatolo colá dove egli si truova, cioè nel Verbo de l’unigenito mio Figliuolo.
De’ mali che procedono da la cechitá dell’occhio de l’intellecto. E come li beni che non sono facti in stato di grazia non vagliono ad vita etterna.
—Questo t’ho decto acciò che tu cognosca meglio e in che modo costoro gustano l’arra de l’inferno, de’ quali Io ti dixi lo inganno loro. Ora ti dirò unde procede lo inganno e come ricevono l’arra de l’inferno. Questo è perché hanno aciecato l’occhio de l’intellecto con la infedelitá tracta da l’amore proprio. Come ogni veritá s’acquista col lume della fede, cosí la bugiae lo inganno s’acquista con la infidelitá. Della infedelitá, dico, di coloro che hanno ricevuto el sancto baptesmo, nel quale baptesmo fu messa la pupilla della fede ne l’occhio de l’intellecto. Venuto el tempo della discrezione, se essi s’exercitano in virtú, costoro hanno conservato el lume della fede e parturiscono le virtú vive, facendo fructo al proximo loro. Come la donna che fa el figliuolo vivo, e vivo el dá allo sposo suo; cosí costoro dánno le virtú vive a me, che so’ sposo de l’anima.
El contrario fanno questi miserabili che, venuto il tempo della discrezione, dove essi debbono exercitare el lume della fede e parturire con vita di grazia la virtú, ed essi le parturiscono morte. Morte sonno perché tucte l’operazioni loro sonno morte, essendo facte in peccato mortale, privati del lume della fede. Hanno bene la forma del sancto baptesmo ma none il lume, però che ne sonno privati per la nuvila della colpa commessa per amore proprio, la quale ha ricoperta la pupilla unde vedevano.
A costoro è decto, e’ quali hanno fede senza opera, che è morta la fede loro. Unde, come il morto non vede, cosí l’occhio, ricuperta la pupilla, come decto t’ho, non vede, né cognosce se medesimo non essere né i difecti suoi che egli ha commessi. Né cognosce la bontá mia in sé, donde ha avuto l’essere e ogni grazia che è posta sopra l’essere.
Non cognoscendo me né sé, non odia in sé la propria sensualitá; anco l’ama, cercando di satisfare a l’appetito suo: e cosí parturisce i figliuoli morti di molti peccati mortali. Né me non ama; non amando me, non ama quel ch’Io amo, cioè il proximo suo, né si dilecta d’adoperare quel che mi piace: ciò sonno le vere e reali virtú, le quali mi piacciono di vedere in voi, non per mia utilitá, però che a me non potete fare utilitá, però che Io so’ colui che so’, e veruna cosa è facta senza me, se non el peccato, che non è cavelle, perché priva l’anima di me che so’ ogni bene, privandola della grazia. Si che per vostra utilitá mi piacciono perché Io abbi di che remunerarvi in me, vita durabile.
Sí che vedi che la fede di costoro è morta, perché è senza opera; e quelle operazioni, le quali fanno, non vagliano a vitaetterna, perché non hanno vita di grazia. Nondimeno il bene adoperare o con grazia o senza la grazia non si debba però lassare, però che ogni bene è remunerato come ogni colpa punita. El bene che si fa in grazia, senza peccato mortale, vale a vita etterna; ma quello che si fa con la colpa del peccato mortale non vale a vita etterna: nondimeno è remunerato in diversi modi, sí come di sopra ti dixi.
Unde alcuna volta Io lo’ presto el tempo. O Io li mecto nel cuore de’ servi miei per continua orazione, per le quali orazioni escono della colpa e delle miserie loro. Alcuna volta, non ricevendo el tempo né l’orazioni per disposizione di grazia, a questi cotali l’è remunerato in cose temporali, facendo di loro come de l’animale che s’ingrassa per menarlo al macello. Cosí questi cotali che sempre hanno ricalcitrato in ogni modo a la mia bontá, pure fanno alcuno bene; none in stato di grazia, come decto t’ho, ma in peccato. Essi non hanno voluto ricevere in questa loro operazione il tempo né l’orazioni né gli altri diversi modi co’ quali Io gli ho chiamati; unde, essendo riprovati da me per li loro difecti, e la mia bontá vuole pure remunerare quella operazione, cioè quel poco del servizio che hanno facto, unde li remunero nelle cose temporali e ine s’ingrassano; e non correggendosi, giongono al supplicio etternale.
Sí che vedi che sonno ingannati. Chi gli ha ingannati? essi medesimi, perché s’hanno tolto el lume della fede viva, e vanno come aciecati palpando e actaccandosi a quel che toccano. E perché non veggono se non con l’occhio cieco, posto l’affecto loro nelle cose transitorie, però sonno ingannati e fanno come stolti che raguardano solamente l’oro e non el veleno. Unde sappi che le cose del mondo e tucti e’ dilecti e piaceri suoi se sonno presi e acquistati e posseduti senza me o con proprio e disordinato amore, essi portano drictamente la figura degli scarpioni, e’ quali al principio tuo, doppo la figura de l’arbore Io ti mostrai, dicendoti che portavano l’oro dinanzi e ’l veleno portavano dietro; e non era il veleno senza l’oro né l’oro senza el veleno, ma el primo aspecto era l’oro. E neuno si difendeva dal veleno, se non coloro che erano illuminati del lume della fede.
Come non si possono observare i comandamenti che non si observino i consigli. E come in ogni stato che la persona vuole essere, avendo sancta e buona volontá, è piacevole a Dio.
—Costoro ti dixi che col coltello di due tagli (cioè con l’odio del vizio e amore delle virtú) per amore tagliavano el veleno della propria sensualitá, e col lume della ragione tenevano e possedevano. E acquistavano l’oro in queste cose mondane, chi le voleva tenere; ma chi voleva usare la grande perfeczione le spregiava actualmente e mentalmente. Questi ti dixi che observavano el consiglio actualmente, il quale lo’ fu dato e lassato da la mia Veritá. Costoro che possedevano sonno quelli che observano e’ comandamenti e i consigli mentalmente ma non actualmente. Ma però ch’e’ consigli sonno legati co’ comandamenti, neuno può observare i comandamenti che non observi e’ consigli: non actualmente ma mentalmente. Cioè che, possedendo le ricchezze del mondo, egli le possegga con umilitá e non con superbia, possedendole come cosa prestata e non come cosa sua, come elle sonno date a voi per uso da la mia bontá. Unde tanto l’avete quanto Io ve le do, e tanto le tenete quanto Io ve le lasso, e tanto ve le lasso e do quanto Io vego che faccino per la salute vostra. Per questo modo le dovete usare.
Usandole l’uomo cosí, observa el comandamento, amando me sopra ogni cosa e ’l proximo come se medesimo. Vive col cuore spogliato e gictale da sé per desiderio, cioè che non l’ama né tiene senza la mia volontá, poniamo che actualmente le possega. Observa el consiglio per desiderio, come decto t’ho, tagliandone il veleno del disordinato amore.
Questi cotali stanno nella caritá comune. Ma coloro, che observano e’ comandamenti e i consigli mentalmente e actualmente, sonno nella caritá perfecta. Con vera simplicitá observano el consiglio che dixe la mia Veritá, Verbo incarnato, a quelgiovano quando dimandò dicendo: «Che potrei io fare, Maestro, per avere vita etterna?» Egli disse: «Observa e’ comandamenti della Legge». Ed egli rispondendo dixe: «Io gli observo». Ed Egli dixe: «Bene, se tu vuogli essere perfecto, va’ e vende ciò che tu hai, e dállo a’ povari». El giovano alora si contristò, perché le ricchezze che egli aveva le teneva ancora con troppo amore, e però si contristò. Ma questi perfecti l’observano abandonando el mondo con tucte le delizie sue, macerando el corpo con la penitenzia e vigilia, umile e continua orazione.
Questi altri che stanno nella caritá comune, non levandosi actualmente, non ne perdono però vita etterna, perché non ne sonno tenuti; ma debbonle possedere, se eglino vogliono le cose del mondo, per lo modo che decto t’ho. Tenendole, non offendono, perché ogni cosa è buona e perfecta e creata da me, che so’ somma bontá, e facte perché servano alle mie creature che hanno in loro ragione, e non perché le creature si faccino servi e schiavi delle delizie del mondo; anco perché le tengano (se lo’ piace di tenere, non volendo andare alla grande perfeczione) non come signori ma come servi. E ’l desiderio loro debbono dare a me, e ogni altra cosa amare e tenere non come cosa loro ma come cosa prestata, come decto t’ho.
Io non so’ acceptatore delle creature né degli stati, ma de’ sancti desidèri. In ogni stato che la persona vuole stare, abbi buona e sancta volontá, ed è piacevole a me. Chi le terrá a questo modo? coloro che n’hanno mozzato el veleno con l’odio della propria sensualitá e con amore della virtú. Avendo mozzo el veleno della disordinata volontá e ordinatala con l’amore e sancto timore di me, egli può tenere ed eleggere ogni stato che egli vuole: e in ognuno sará acto ad avere vita etterna.
Poniamo che maggiore perfeczione, e piú piacevole a me, sia di levarsi mentalmente e actualmente da ogni cosa del mondo, chi non si sente di giognere ad questa perfeczione, ché la fragilitá sua non el patisse, può stare in questo stato comune, ogniuno secondo lo stato suo. E questo ha ordinato la mia bontá acciò che veruno abbi scusa di peccato in qualunque stato si sia.E veramente non hanno scusa, però che Io so’ consceso alle passioni e debilezze loro per sifacto modo che, volendo stare nel mondo, possono e possedere le ricchezze e tenere stato di signoria e stare allo stato del matrimonio e notricare ed affadigarsi per li figliuoli. E qualunque stato si vuole essere, possono tenere, purché in veritá essi taglino el veleno della propria sensualitá, la quale dá morte etternale.
E drictamente ella è uno veleno che, come el veleno dá pena nel corpo, e ne l’ultimo ne muore se giá egli non s’argomenta di bomitarlo e di pigliare alcuna medicina, cosí questo scarpione del dilecto del mondo: non le cose temporali in loro, che giá t’ho decto che elle sonno buone e facte da me che so’ somma bontá, e però le può usare come gli piace con sancto amore e vero timore; ma dico del veleno della perversa volontá de l’uomo. Dico che ella avelena l’anima e dálle la morte se esso non el vomita per la confessione sancta, traendone il cuore e l’affecto. La quale è una medicina che ’l guarisce di questo veleno, poniamo che paia amara a la propria sensualitá.
Vedi dunque quanto sonno ingannati! ché possono possedere e avere me, e possono fuggire la tristizia e avere letizia e consolazione, ed essi vogliono pure male, socto colore di bene, e dánnosi a pigliare l’oro con disordinato amore. Ma perché essi sonno aciecati con molta infedelitá, non cognoscono el veleno; veggonsi avelenati e non pigliano el rimedio. Costoro portano la croce del dimonio, gustando l’arra de l’inferno.
Come li mondani con ciò che posseggono non si possono saziare; e de la pena che dá loro la perversa volontá pur in questa vita.
—Io sí ti dixi di sopra che solo la volontá dava pena a l’uomo. E perché i servi miei sonno privati della loro e vestiti della mia, non sentono pena affliggitiva, ma sonno saziati sentendo me per grazia ne l’anime loro. Non avendo me, non possonoessere saziati, se essi possedessero tucto quanto el mondo; perché le cose create sonno minori che l’uomo, però che elle sonno facte per l’uomo e non l’uomo per loro: e però non può essere saziato da loro. Solo Io el posso saziare. E però questi miserabili, posti in tanta ciechitá, sempre s’affannano e mai non si saziano, e desiderano quel che non possono avere, perché non l’adimandano a me che li posso saziare.
Vuogli ti dica come essi stanno in pene? Tu sai che l’amore sempre dá pena, perdendo quella cosa con cui essi si son conformati. Costoro hanno facta conformitá per amore nella terra in diversi modi, e però terra sonno diventati. Chi fa conformitá con la ricchezza, chi nello stato, chi ne’ figliuoli, chi perde me per servire a le creature, chi fa del corpo suo uno animale bruto con molta immondizia. E cosí per diversi stati appetiscono e pasconsi di terra. Vorrebbero che fussero stabili, ed essi non sonno; anco passano come il vento, però che o essi vengono meno a loro col mezzo della morte, overo che di quello che essi amano ne sono privati per mia dispensazione. Essendone privati, sostengono pena intollerabile; e tanto la perdono con dolore quanto l’hanno posseduta con disordinato amore. Avesserle tenute come cosa prestata e non come cosa loro, lassavanle senza pena. Hanno pena perché non hanno quel che desiderano, però che, come Io ti dixi, el mondo non gli può saziare. Non essendo saziati, hanno pena.
Quante sonno le pene dello stimolo della coscienzia! quante sonno le pene di colui che appetisce vendecta! Continuamente si rode e prima ha morto sé, cioè l’anima sua, che egli ucida el nemico suo; el primo morto è egli, uccidendo sé col coltello de l’odio. Quanta pena sostiene l’avaro, che per avarizia strema la sua necessitá! quanto tormento ha lo invidioso, che sempre nel suo cuore si rode, e non gli lassa pigliare dilecto del bene del proximo suo! Di tucte quante le cose, che esso ama sensitivamente, ne trae pena con molti disordinati timori; hanno presa la croce del dimonio, gustando l’arra de l’inferno in questa vita, ne vivono infermi con molti diversi modi se essi non si corregono, e ricevonne poi morte etternale.
Or costoro sonno quegli che sonno offesi dalle spine delle molte tribolazioni, crociandosi loro medesimi con la propria disordinata volontá. Costoro hanno croce di cuore e di corpo; cioè che con pena e tormento passa l’anima e’l corpo senza alcuno merito, perché non portano le fadighe con pazienzia, anco con impazienzia, perché hanno posseduto e acquistato l’oro e le delizie del mondo con disordinato amore; privati della vita della grazia e de l’affecto della caritá. Facti sonno arbori di morte, e però tucte le loro operazioni sonno morte, e con pena vanno per lo fiume annegandosi, e giongono a l’acqua morta, passando con odio per la porta del dimonio, e ricevono l’etterna dannazione.
Ora hai veduto come essi s’ingannano e con quanta pena essi vanno a l’inferno, facendosi martiri del dimonio; e quale è quella cosa che gli acieca, cioè la nuvila de l’amore proprio, posta sopra la pupilla del lume della fede. E veduto hai come le tribulazioni del mondo, da qualunque lato elle vengono, offendono e’ servi miei corporalmente, cioè che sonno perseguitati dal mondo, ma non mentalmente, perché sonno conformati con la mia volontá: però sonno contenti di sostenere pena per me.
Ma e’ servi del mondo sonno percossi dentro e di fuore: e singularmente dentro, dal timore che essi hanno di non pèrdare quello che possegono, e da l’amore, desiderando quel che non possono avere. Tucte l’altre fadighe, che seguitano doppo queste due che sonno le principali, la lingua tua non sarebbe sufficiente a narrarle. Vedi dunque che in questa vita medesima hanno migliore partito e’ giusti ch’e’ peccatori.
Ora hai veduto a pieno el loro andare e il termine loro.
Come el timore servile non è sufficiente a dare vita eterna; e come exercitando questo timore si viene ad amore de le virtú.
—Ora ti dico che alquanti sonno che, sentendosi speronare dalle tribulazioni del mondo (le quali Io do acciò che l’anima cognosca che ’l suo fine non è questa vita e che queste cose sonno imperfecte e transitorie, e desideri me che so’ suo fine, e cosí le debba pigliare), questi cominciano a levarsi la nuvila con la propria pena che essi sentono, e con quella che veggono che lo’ debba seguitare doppo la colpa. Con questo timore servile cominciano a escire del fiume, bomicando el veleno el quale l’era stato gictato dallo scarpione in figura d’oro, e preso l’avevano senza modo e non con modo, e però ricevettero el veleno da lui. Cognoscendolo, el cominciano a levare e dirizzarsi verso la riva per actaccarsi al ponte.
Ma non è sufficiente d’andare solo col timore servile; però che spazzare la casa del peccato mortale, senza empirla di virtú fondate in amore e non pure in timore, non è sufficiente a dare vita etterna, se esso non pone amenduni e’ piei nel primo scalone del ponte, cioè l’affecto e il desiderio, e’ quali sonno e’ piei che portano l’anima ne l’affecto della mia veritá, della quale Io v’ho facto ponte.
Questo è il primo scalone del quale Io ti dissi che vi conveniva salire, dicendoti come Egli aveva facta scala del corpo suo. Bene è vero che questo è quasi uno levare generale che comunemente fanno e’ servi del mondo, levandosi prima per timore della pena. E perché le tribolazioni del mondo alcuna volta lo’ fa venire a tedio loro medesimi, però lo’ comincia a dispiacere. Se essi exercitano questo timore col lume della fede, passaranno a l'amore delle virtú.
Ma alquanti sonno che vanno con tanta tepidezza che spesse volte vi ritornano dentro, però che poi che sonno gionti a lariva, giognendo e’ venti contrari, sonno percossi da l’onde del mare tempestoso di questa tenebrosa vita. Se giogne il vento della prosperitá, non essendo salito, per sua negligenzia, el primo scalone (cioè con l’affecto suo e con l’amore della virtú), egli vòlle il capo indietro a le delizie con disordinato dilecto. E se viene il vento d’aversitá, si vòlle per impazienzia, perché non ha odiata la colpa sua per l’offesa che ha facta a me, ma per timore della propria pena la quale se ne vede seguitare, col quale timore s’era levato dal vomito: perché ogni cosa di virtú vuole perseveranzia; e non perseverando, non viene in effecto del suo desiderio, cioè di giognere al fine per lo quale egli cominciò, al quale, non perseverando, non giogne mai. E però è bisogno la perseveranzia a volere compire il suo desiderio.
Hocti decto che costoro si vòllono secondo e’ diversi movimenti che lor vengono: o in loro medesimi, impugnando la loro propria sensualitá contra lo spirito; o dalle creature, vollendosi a loro o con disordinato amore fuore di me, o per impazienzia per ingiuria che ricevono da loro; o da le dimonia, con molte e diverse bactaglie. Alcuna volta con lo spregiare per farlo venire a confusione, dicendo:—Questo bene che tu hai cominciato non ti vale per li peccati e difecti tuoi.—E questo fa per farlo tornare indietro e farli lassare quello poco de l’exercizio che egli ha preso. Alcuna volta col dilecto, cioè con la speranza che egli piglia della misericordia mia, dicendo:—A che ti vuogli affadigare? Gòdeti questa vita, e nella extremitá della vita, cognoscendo te, riceverai misericordia.—E per questo modo el dimonio lo’ fa perdere il timore col quale avevano cominciato.
Per tucte queste e molte altre cose vòllono el capo indietro e non sonno constanti né perseveranti. E tucto l’adiviene perché la radice de l’amore proprio non è punto divelta in loro, e però non sonno perseveranti; ma ricevono con grande presumpzione la misericordia con la speranza, la quale pigliano ma non come la debbono pigliare, ma ignorantemente; e come presumptuosi sperano nella misericordia mia, la quale continuamente è offesa da loro.
Non ho data né do la misericordia perché essi offendano con essa, ma perché con essa si difendano dalla malizia del dimonio e disordinata confusione della mente. Ma essi fanno tucto el contrario, ché col braccio della misericordia offendono; e questo l’adiviene perché non hanno exercitata la prima mutazione che essi fecero levandosi, con timore della pena e impugnati dalla spina delle molte tribulazioni, dalla miseria del peccato mortale. Unde, non mutandosi, non giongono a l’amore delle virtú; e però non hanno perseverato. L’anima non può fare che non si muti; unde, se ella non va innanzi, si torna indietro. Sí che questi cotali, non andando innanzi con la virtú (levandosi da la imperfeczione del timore e giognendo a l’amore), bisogno è che tornino adietro.
Come questa anima venne in grande amaritudine per la cechitá di quelli che s’annegavano giú per lo fiume.
Alora quella anima ansietata di desiderio, considerando la sua e l’altrui imperfeczione, adolorata d’udire e vedere tanta ciechitá delle creature, e avendo veduto che tanta era la bontá di Dio che neuna cosa aveva posta in questa vita che fusse impedimento, in qualunque stato si fusse, a la sua salute, ma tucte ad exercitamento e a provazione della virtú, e nondimeno, con tucto questo, per lo proprio amore e disordinato affecto, n’andavano giú per lo fiume non correggendosi, vedevali giognere a l’etterna dannazione.
E molti di quelli che v’erano, che cominciavano, tornavano a dietro per la cagione che udita aveva da la dolce bontá di Dio, che aveva degnato di manifestare se medesimo a lei. E per questo stava in amaritudine. E fermando essa l’occhio de l’intellecto nel Padre etterno, diceva:—O amore inextimabile, grande è l’inganno delle tue creature! Vorrei che, quando piacesse a la tua bontá, tu piú distinctamente mi spianassi e’ tre scalonifigurati nel corpo de l’unigenito tuo Figliuolo; e che modo essi debbono tenere per escire al tucto del pelago e tenere la via della Veritá tua, e chi sonno coloro che salgono la scala.
Come i tre scaloni figurati nel ponte giá decto, cioè nel Figliuolo di Dio, significano le tre potenzie dell’anima.
Alora, raguardando la divina bontá con l’occhio della sua misericordia el desiderio e la fame di quella anima, diceva:—Dilectissima figliuola mia, Io non so’ spregiatore del desiderio, anco so’ adempitore de’ sancti desidèri. E però Io ti voglio dichiarare e mostrare di quel che tu mi dimandi.
Tu mi dimandi ch’Io ti spiani la figura de’ tre scaloni e che Io ti dica che modo hanno a tenere a potere escire del fiume e salire il ponte. E poniamo che di sopra, contiandoti lo ’nganno e ciechitá de l’uomo e come in questa vita gustano l’arra de l’inferno, sí come martiri del dimonio, e ricevono l’etterna dannazione (de’ quali Io ti contiai el fructo loro che essi ricevono delle loro male operazioni); e narrandoti queste cose, ti mostrai e’ modi che dovevano tenere: nondimeno ora piú a pieno tel dichiararò, satisfacendo al tuo desiderio.
Tu sai che ogni male è fondato ne l’amore proprio di sé, el quale amore è una nuvila che tolle el lume della ragione; la quale ragione tiene in sé el lume della fede, e non si perde l’uno che non si perda l’altro.
L’anima creai Io a la imagine e similitudine mia, dandole la memoria, lo ’ntellecto e la volontá. L’intellecto è la piú nobile parte de l’anima: esso intellecto è mosso da l’affecto, e l’intellecto notrica l’affecto. E la mano de l’amore, cioè l’affecto, empie la memoria del ricordamento di me e de’ benefizi che ha ricevuti. El quale ricordamento el fa sollicito e non negligente; fallo grato e none scognoscente. Sí che l’una potenzia porge a l’altra, e cosí si notrica l’anima nella vita della grazia.
L’anima non può vivere senza amore, ma sempre vuole amare alcuna cosa, perché ella è facta d’amore, però che per amore la creai. E però ti dixi che l’affecto moveva lo ’ntellecto, quasi dicendo:—Io voglio amare, però che ’l cibo di che io mi notrico si è l’amore.—Alora lo ’ntellecto, sentendosi svegliare da l’affecto, si leva, quasi dica:—Se tu vuoli amare, io ti darò bene quello che tu possa amare.—E subbito si leva, speculando la dignitá de l’anima, e la indegnitá nella quale è venuta per la colpa sua. Nella dignitá de l’essere gusta la inextimabile mia bontá e caritá increata con la quale Io la creai, e in vedere la sua miseria truova e gusta la misericordia mia, che per misericordia l’ho prestato el tempo e tracta della tenebre.
Alora l’affecto si notrica in amore, aprendo la bocca del sancto desiderio, con la quale mangia odio e dispiacimento della propria sensualitá, unta di vera umilitá, con perfecta pazienzia, la quale trasse de l’odio sancto. Concepute le virtú elle si parturiscono perfectamente e imperfectamente, secondo che l’anima exercita la perfeczione in sé, sí come di socto ti dirò.
Cosí per lo contrario, se l’affecto sensitivo si muove a volere amare cose sensitive, l’occhio de l’intellecto a quello si muove, e ponsi per obiecto solo cose transitorie, con amore proprio, con dispiacimento della virtú e amore del vizio; unde traie superbia e impazienzia. La memoria non s’empie d’altro che di quello che le porge l’affecto. Questo amore ha abbaccinato l’occhio, che non discerne né vede se non cotali chiarori. Questo è il chiarore suo: che lo ’ntellecto ogni cosa vede e l’affecto ama con alcuna chiarezza di bene e di dilecto; e se questo chiarore non avesse, non offendarebbe, perché l’uomo di sua natura non può desiderare altro che bene. Sí che il vizio è colorato col colore del proprio bene, e però offende l’anima. Ma perché l’occhio non discerne per la ciechitá sua, non cognosce la veritá; e però erra cercando el bene e i dilecti colá dove non sonno.
Giá t’ho detto ch’e’ dilecti del mondo senza me sonno tucti spine piene di veleno; sí che è ingannato l’intellecto nel suo vedere e la volontá ne l’amare (amando quel che non die) ela memoria nel ritenere. Lo ’ntellecto fa come il ladro che imbola l’altrui; e cosí la memoria ritiene il ricordamento continuo di quelle cose che sonno fuore di me: e per questo modo l’anima si priva della grazia.
Tanta è l’unitá di queste tre potenzie de l’anima, che Io non posso essere offeso da l’una che tucte non m’offendano. Perché l’una porge a l’altra, sí com’Io t’ho decto, el bene e ’l male, secondo che piace al libero arbitrio. Questo libero arbitrio è legato con l’affecto, e però el muove secondo che gli piace, o con lume di ragione o senza ragione. Voi avete la ragione legata in me, colá dove el libero arbitrio con disordinato amore non vi tagli; e avete la legge perversa, che sempre impugna contra lo spirito. Avete dunque due parti in voi, cioè la sensualitá e la ragione. La sensualitá è serva, e però è posta perché ella serva a l’anima, cioè che con lo strumento del corpo proviate ed exercitiate le virtú.
L’anima è libera (liberata da la colpa nel sangue del mio Figliuolo), e non può essere signoreggiata se ella non vuole consentire con la volontá, la quale è legata col libero arbitrio; e esso libero arbitrio si fa una cosa con la volontá, acordandosi con lei. Egli è legato in mezzo fra la sensualitá e la ragione; e a qualunque egli si vuole vollere, si può. È vero che, quando l’anima si reca a congregare con la mano del libero arbitrio le potenzie sue nel nome mio, sí come decto t’ho, alora sonno congregate tucte l’operazioni che fa la creatura, temporali e spirituali. E il libero arbitrio alora si scioglie da la propria sensualitá e legasi con la ragione. Io alora, per grazia, mi riposo nel mezzo di loro. E questo è quello che dixe la mia Veritá, Verbo incarnato, dicendo: «Quando saranno due o tre o piú congregati nel nome mio, Io sarò nel mezzo di loro». E cosí è la veritá. E giá ti dixi che neuno poteva venire a me se non per lui, e però n’avevo facto ponte con tre scaloni; e’ quali tre scaloni figurano tre stati de l’anima, sí come di socto ti narrarò.