Ieri, un calligrafo,Per quel che ho udito,D'equestre titoloVenne insignito;Nessuno in dubbioVorrà più mettereChe or si protegganoLebelle lettere.
—Perchè non paghi i debitiMutata è la tua sorte,Tutti san che ricchissimoTi fe' d'un zio la morte.
—S'io pagassi, direbberoChe col cangiar del fato,Come gli stolti sogliono,Anch'io mi son cangiato.
«Dalla miseria«Consunti siamo»Gridano i popoli:«Pan non abbiamo!»Ed ecco provvidoGiunge un decreto:«Chi ha fame nutrasiColl'alfabeto!»
Scioglimi un dubbio alfine:Lèvati il falso crine;Vediam se ancor ti resta,O Clelia, un po' di testa!
Vogliam raccomandareIlVero, un pio giornale,Organo, a quel che pare,Del clero liberale;Gratisa chi lo chiedeLo mandan per la posta,E già fin d'or si vedeChe vale quel che costa.
Dalle nuziali soglieIeri fuggia tua moglie….E controLuiti irriti!E piangi…. e imprechi aLei!Pensa a quanti maritiD'invidia oggetto sei!
Era, fa un mese appena, il tuo giornaleOrgano del partito moderato;Progressista or divenne e liberale….Ai mantici qualcuno hariparato?
Maestro: alle tue musicheCrescer dovresti il prezzo….Col metro misurandotiFormi un maestro e mezzo.
È morto il Sindaco….Ahi! fiero evento!Presto! innalzategliUn monumento!…
O del suo genioNella cittàDoman più tracciaNon resterà.
Divaè la Patti, e attestanloI molti suoi miracoliVeramente incredibiliE sopranaturali….Ieri, se il ver narrarono,Il giornalista GellioDopo un lustro di proroghePagò quattro cambiali.
Rasa la testa, rasoIl mento ha don Tomaso;Tutto, quest'uom del cielo,Sul cor serbato ha il pelo.
Membro dell'Accademia,Membro delclubartistico,Membro dell'onorevoleConsesso giornalistico,Membro al comizio agricolo,Membro dell'Ippodromo….Che sei tu dunque, o Gabrio?Che sei? Un membro o un uomo?
I bimbi ai vecchi gridano:«Dell'arte antica voi«Siete le illustri mummie,«E l'avvenir siam noi!»
Nè questi genii in fascePensan che l'avvenireNon spetta a ognun che nasce,Ma a chi non dee morire.
Della morte il pensieroNon mi sgomenta affatto,Già del grande misteroL'esperienza ho fatto;Mai non mi sono accortoDel nulla mio profondo,Pure fui sempre un mortoPria di venir nel mondo.
Dicendo mal di tutti, il vero espressiLassù nel mondo; se parlar potessi,Pietoso passeggier, ora direiOgni bene di te, ma…. mentirei.
[1] Io abborro i Wagneristi. Non ch'io disconosca i molti pregi della musica di Wagner. Ammiro quant'altri il genio dell'autore delLohengrine delThannauser, ma ritengo esiziale ai giovani musicisti italiani seguire le sue orme, peggio che esiziale imitarlo nelle stravaganze e nei difetti. L'arte wagneriana è un abisso che attrae, ma è pur sempre un abisso. Il caos musicale che ora si è fatto in Italia è dovuto ai seguaci, agli insegnatori, agli ammiratori di una scuola che è il principio di un mostruoso abberramento.
[2] Accade sovente di leggere nelle commemorazioni necrologiche la frase seguente: «insomma egli era sì onesto, sì buono, che non ebbe mai un nemico.» Se qualcuno nel giorno delle mie esequie venisse a recitarmi sulla fossa, un complimento di tal genere, vorrei che i becchini gli menassero tra il capo e la schiena quattro buoni colpi di zuppa, tanto da insegnare a tutti gli oratori da camposanto che un peggior insulto non si può fare alla riputazione di un galantuomo. «Non aveva nemici!… Ma era dunque un grand'asino, questo povero morto!…» Tale sarebbe o dovrebb'essere il commentario di ogni persona di buon senso.—Hai tu conosciuto degli uomini di mente e di cuore (non ti parlo dei grandi pensatori, dei celebri artisti, degli illustri capitani, ecc., ecc.) i quali, per poco abbiano studiato o lavorato a vantaggio o servigio dei loro simili, non siensi tirati addosso una tempesta di odii e di inimicizie? Non basta forse che uno emerga dal comune per qualche favilla di intelligenza, per qualche dote speciale del cuore, perchè il mondo lo faccia scopo di rancori, di odii e di persecuzioni? Per farci benvolere da tutti, bisogna esser nati cretini, o avendo sortito dalla natura un po' di ingegno e di cuore, comportarci di tal guisa che nessuno mai abbia ad invidiarci.
[3] LeSocietà del Quartettosono un'ottima istituzione; ma in Italia non hanno prodotto verun utile risultato. A Milano ilQuartettovenne iniziato da un nucleo di letterati e musicisti pretenziosi, i quali da bel principio ne profittarono per mettersi in mostra. Ai concerti intervenne, per moda, la così dettafine-fleurdella società; là si cominciò a parlare diarte aristocratica, digrand'arte, ecc., ecc.; là si crearono i primi entusiasmi artifiziali, si organizzarono le camorre, si inventarono i genii dell'alta scuola. LaSocietà del Quartettodivenne a Milano il sabba classico dei musicisti convulsionarii. Molte dame isteriche si videro finger l'estasi e la catalessi per una suonata di Beethowen. Si cominciò a parlare con schifo della musica italiana; si chiamarono volgari Rossini e Verdi—e furono poi stampati e portati a cielo dallahaute-claquedei versi e delle musiche cui non mancherà l'applauso dei posteri, se i posteri vorranno essere, come da molti si spera, più cretini di noi.
[4] Se avete moglie; se dessa è una di quelle donne eccezionali che, uscendo da onesta famiglia, recano nel domicilio coniugale i propositi della virtù e della fede—una di quelle donne volgari, stupide, antidiluviane, alla cui felicità può bastare l'affetto del marito e dei figli—se, in una parola, vostra moglie fosso tanto sciocca da amarvi e viver paga del vostro amore; non vi è che un mezzo onde voi possiate educarla in guisa che ella si renda degna di mettersi a pari colle dame delbuon genere. Obbligatela ad un corso di rappresentazioni drammatiche al Manzoni o in altro teatro dove si recita la buona commedia. Dopo venti o trenta serate di tal regime, vi prometto che ella comprenderà perfettamente di esser stata una gran bestia ad appagarsi di voi, e quando meno ve lo aspettate, verrà a declamarvi sul muso l'apologia dell'adulterio. Una donna onesta null'altro può imparare alla scuola del teatro moderno.
[5] Qualcuno bramerà sapere chi sia questo Gellio, al quale sono indirizzati molti de' miei epigrammi. Dirò: Gellio non è un individuo, sibbene il riassunto di molti individui. È un composto di asino e di briccone; di asino che sa scrivere, di briccone che ha l'aria di gentiluomo; sono tipi che abbondano. Io n'ho visti e praticati parecchi, e spero che picchiandone uno, la battitura venga sentita da molti.
[6] In un mio recente viaggio lungo la penisola, soffermandomi in certi gabinetti che non è bello nominare, ho dovuto convincermi che l'incarico della decenza pubblica e privata oggidì viene esclusivamente affidato ai prodotti della stampa periodica. In molti casi, sono due imbratti che si incontrano.
[7] In seguito alle perquisizioni praticate a Parigi l'anno 1871 negli Uffici della Comune, venne trovata la seguente lettera, diretta da Giulio Vallés al cittadino Protot:
«Mio caro amico,
«Considerando che la più parte de' miei impiegati scrivono il francese come altrettanti conduttori d'omnibus
«Considerando che la grammatica è il più grande dei pregiudizî, la più stupida delle convenzioni stabilite dalla antica tirannide, ecc. ecc.
«La Comune di Parigi decreta:
«Il libro di Vöel e Chaptal, intitolatoGrammatica francese, non verrà più insegnato nelle scuole del Governo, essendo volere della Comune che tutti i cittadini dello Stato sieno liberi di esprimere le loro idee come loro talenta meglio.
Si comprende come in Italia non pochi giornalisti parteggiassero e parteggino ancora pel liberalismo dei Comunardi.
[8] Le scandalose intraprese del padre Theöger direttore di un collegio di ignorantelli; le prodezze altrettanto laide che valsero al Padre Ceresa un processo ed una grave condanna, o i frequenti casi congeneri che si sviluppano ogni giorno da altri istituti maschili governati daimolto reverendi, non valgono a dissuadere certi padri e certe madri dal gettare in balìa di tali educatori i loro figli giovinetti. Questi padri e queste madri, leggendo il mio epigramma, lo chiameranno indecente; io ritengo più indecente la loro condotta. Essi diranno che i loro figli si guasterebbero il cuore a leggere i miei otto versi; io ripeto, che in un collegio di barnabiti o di gesuiti accadrebbe loro di guastarsi…. il cuore e tutto il resto. Ma pare che certi parenti ilrestolo contino per nulla.
[9] È bene che le leggi impongano un freno al libertinaggio, ma vi ebbero in ogni tempo dei galantuomini e degli uomini insigni, i quali amarono sfrenatamente il bel sesso e peccarono d'ogni lussuria. Ho conosciuto dei libertini incorreggibili dotati delle più elette virtù. Leggete in Plutarco le vite degli uomini illustri. I più famosi capitani, i più saggi legislatori scandolezzarono il mondo colle loro disonestà. Di Giulio Cesare dicevasi che era il marito di tutte le mogli, la moglie di tutti i mariti. Mostriamoci indulgenti a tali debolezze. Questione di cervelletto e di midollo spinale.
[10] NellaConfessione generale di un criticoho sviluppato più largamente le idee accennate in questo epigramma. Amo riprodurre un frammento di quell'articolo:
«Critico letterariosuol essere ordinariamente uno scrittore dappoco, negletto dagli editori e dal pubblico, inetto a concepire ed a produrre delle opere attraenti, epperò nemico giurato di chi fa, di chi riesce coll'ingegno e collo studio ad elevarsi—Critico musicaleè quasi sempre un musicista abortito, il quale, dopo aver pubblicato una dozzina dipolkepel consumo dei salumieri, od aver prodotta un'operaaltrettanto elaborata che stucchevole, pretende erigersi a maestro dei maestri, o avventandosi a quanti ottengono dei luminosi successi, crede rivendicare, col disprezzo di ciò che è buono e generalmente lodato, la propria impotenza e le sconfitte obbrobriose—Critico d'arteè sovente un pittore reietto dalle Accademie e obliato dai committenti, i cui quadri, venduti sulle pubbliche aste e passati dall'uno all'altro rigattiere, vanno poi ad affumicarsi sulle ignobili pareti di qualche osteria da villaggio.
«Non avvi idiota, il quale non sia in grado, al più o meno peggio, di esercitare il mestiere del critico. È tanto facile stampare su un quadrato di carta: Manzoni è un gramo poeta, Verdi fa della musica intollerabile. Vela è uno scrittore mediocre; ma non è dato che agli artisti di genio scrivere ilCinque maggio, fare un'opera come ilRigolettoe trarre dal marmo unoSpartaco.
[11] Questo, e l'epigramma che segue, han preso argomento da un libro di Cesare Tronconi apparso col titolo:Passione maledetta. La pubblicazione di quel romanzo sviluppò delle polemiche vivaci. Tutti gridarono allo scandalo, e la moltiplicità dei gridi giovò naturalmente allo spaccio della edizione. Non voglio farmi giudice della morale altrui; ciascuno ha la sua, e ci tiene. Ho però notato che in tali casi non sono sempre gli uomini di fama più intemerata e di vita più irriprovevole quelli che gridano più forte. Nel romanzo del signor Tronconi è narrato di una Clara, la quale violentemente incitata dall'ardente temperamento alle ebbrezze della voluttà, diviene una moglie onesta per aver sposato un giovane e robusto marito abbastanza valido per appagarla. In questo episodio nulla io trovo di immorale; ma ritengo che ogni marito sfibrato si guarderà bene dal permettere alla sua giovane moglie una lettura di tal genere. La denigrazione di certi libri non è il più delle volte che un risentimento dell'egoismo individuale. Ed ecco perchè avviene che il vero apparisca sovente immoralissimo anche ai più liberi pensatori, scevri da ogni pregiudizio.
[12] Un disgraziato poetastro, autore di romanzi non letti e di pessimi melodrammi, in più occasioni, mutando pseudonimi ed iniziali per non darsi a conoscere, scrisse di me e di alcuni miei libretti d'opera tutto il peggio che la sua bile potesse suggerirgli. Egli offersegratise ottenne di veder stampati i suoi articoli ipocondriaci in parecchi giornali. Io lo riconobbi alla punta degli orecchi e rido ancora di lui.
[13] QuestoEpigrammalo scrissi o pubblicai nell'anno 1870, allorquando Prussiani e Francesi si trucidavano per una obbrobriosa questione di supremazia. Victor Hugo, nel suo splendido discorso recitato a Parigi in commemorazione di Voltaire, espresse presso a poco il medesimo concetto con queste parole: «Il dirittooraha trovato la sua formola: la forza vien chiamata violenza e comincia ad essere giudicata; la guerra è messa in stato di accusa. La civiltà istruisce il processo….In molticasi l'eroe è una varietà dell'assassino. I popoli cominciano a comprendere che la grandiosità di un delitto non può essere una attenuante; rubare è un vitupero; invadere non può essere una gloria… No! la gloria sanguinosa non esiste!»
[14] La fecondità musicale dell'Italia è dimostrata dal copioso elenco delle nuove opere che vien pubblicato ogni anno dallaGazzetta musicale. Non si produsse mai tanto in fatto di musica teatrale, nè mai sì numerosi e chiassosi i successi. Dal 1870 al 1878 apparvero più di 250 opere nuove di zecca. E quante apoteosi di genii! Quanti banchetti d'onore, quanti maestri accompagnati trionfalmente per le vie con fiaccole; a suono di fanfare! quanti nomi levati a cielo, e subito scomparsi nelle nuvole! Delle 250 opere nuove a mala pena ne sorvissero due o tre di maestri già noti in precedenza; dell'altre non si parla più. E mentre nessuno vuol saperne di veder riprodotti i sublimi aborti dellagrande artemoderna, il buon repertorio di Rossini, di Bellini, di Donizetti, di Verdi, di Mercadante, si va necessariamente assottigliando per mancanza di cantanti idonei e di maestri direttori che comprendano e facciano cristianamente eseguire la musica non ostrogota.
[15] Questo epigramma somiglia nel concetto ad un altro famoso, che viene attribuito ad Ugo Foscolo. I tempi non sono cambiati. Anche oggi in Italia
Suonatori di corni e di tromboni,Comici, cavadenti, parrucchieri,Birri, gendarmi, sindaci, lenoni,Si chiamano per burla cavalieri.
(VediCaos italiano).
[16] La pederastia è vizio da preti, da sagrestani e da paolotti. I pellegrini cattolici, accorsi a Roma dal 1872 al 1876 per ossequiare Pio IX, non sempre seppero contenersi dal dimostrare le loro inclinazioni anormali. Il vecchio partito legittimista, composto di clericali ammorbati di lussuria, celebrava recentemente in Parigi delle orgie nefande, parodiando i sacri riti. I semi del brutto vizio si spargono nel mondo da un luogo che appunto per questo fu denominato seminario. Pedagoghi o cappellani lo insinuano nelle grandi famiglie che patteggiano per la monarchia di diritto divino. Non è delicato metter in luce tali brutture, ma è peggio commetterle.
[17] I telegrammi spediti dal Re Guglielmo a sua moglie duraste la guerraFranco-Prussiana, hanno fatto stupire il mondo. Non mai l'egoismo di un potente si mostrò sotto forme più ingenue. Ho tradotto in brevi versi qualcuno di quei piccoli capolavori; ma raccoglierli tutti, e pubblicarli testualmente nella prosa originale, sarebbe un utile ammonimento ai popoli che spendono bestialmente il loro sangue pel capriccio dei despoti.
[18] Mio padre era un ex-militare del primo impero. Egli nutrì fino all'ultimo de' suoi giorni una specie di culto per Napoleone; tanto, che alla vigilia della sua morte (parlo di mio padre) ho veduto delinearsi un sorriso sulle sue labbra avendogli io ricordato che l'indomani porterebbe la data del cinque maggio. Figlio di un bonapartista, io ho nel sangue la simpatia pei napoleonidi, e non ho mai cessato dal professare la più viva riconoscenza per l'uomo che nel 1859 mi ha fatto palpitare di entusiasmo col suoProclama agli Italiani. Ho scritto un opuscolo in favore di Napoleone III, quand'era prigioniero in Inghilterra. Compiangetemi! Dai possenti caduti c'è poco da sperare—meglio mi avrebbe giovato far l'apoteosi dell'Imperatore dì Germania!
[19] Nulla meglio di una grossa frase poetica per sconfiggere il senso comune. Victor Hugo ne ha sparato una molto grossa dopo la battaglia di Sèdan, quando disse che alla Repubblica Francese sarebbe bastato unsoffioper disperdere le armate prussiane.
[20] Un buon fattore campagnolo recandosi al municipio per votare la scelta del deputato, venne interpellato da un elettore novizzo:
—A chi date il vostro voto?
—Diamine! al vecchio… a quello che è già stato alla Camera gli anni passati.
—Non sarebbe meglio mandare al Parlamento degli uomini nuovi? Mi han detto che i vecchi hanno divorato per dritto e per traverso….
—Ed è appunto per questo che dobbiamo preferirli. Se han mangiato, debbon essere satolli; mentre questi altri che sono ancora a digiuno….
—Perdio! non ci aveva pensato—» E tutti due fecero opera prudente e patriottica, votando per l'antico deputato.
[21] Allorquando, nel 1876, andò al potere la sinistra, il nuovo Ministero si chiamòGoverno di riparazione. Non è bene fidarsi troppo nelle riparazioni che un ministro può promettere. Se avete freddo, riparatevi ad ogni buon conto colla flanella, o se piove, coll'ombrello.
[22] L'opinione, accreditata dai pedanti, che la vitalità dì un lavoro letterario dipenda più che altro dalle bellezze dello stile, non trova appoggio nei fatti. Le commedie del Goldoni, scritte in lingua negletta, sopravvissero a quelle del Nota forbitissime. Si leggono con diletto le tragedie di Shakespeare tradotte in prosa non sempre elettissima dal Rusconi, non quelle di molti poeti italiani irriprovevoli per la sonorità del verso e per altri pregi dì forma. Autori encomiatissimi per la forbitezza dello scrivere, quali il Caro, il Giordani, il Tommaseo, ecc. ecc., trovano oggidì pochi lettori, mentre il Bandello ed altri novellieri antichi, non hanno cessato di dilettare col semplice prestìgio della originalità e della naturalezza sbadata. Si può essere teste da rapani e far dei libri raccomandabili come testi di lingua.
[23] I giornali milanesi, nell'anno 1877, quando Adelina Patti cantò alla Scala, non la chiamavano altrimenti che col titolo diDiva. L'incenso delle adulazioni e delle iperboli ammirative fu lautamente pagato dai preti-appaltatori, che lucravano sull'idolo, Non apparvero mai, sotto forma di giudizii critici, le più scempie ampollosità. La Patti è una brava cantante. L'ho udita nellaAida; mi parve insuperabile nella espressione plastica del personaggio; non ugualmente atta, per insufficienza di energia vocale, a tradurre tutti gli accenti della musica. L'ambiente della Scala mi parve troppo vasto per unaDivanella quale il talento soverchia troppo spesso la voce. Ho udito, ne' miei giovani anni, quando in Italia l'arte del canto fioriva, non meno di venti prime donne superiori o pari di merito alla Patti. Non si chiamavanoDive; per udirle alla Scala si pagavano tre lire austriache, e talvolta cantavano alle panche. Non si conosceva ancora in Italia l'arte della granblagueamericana, e il pubblico era avezzo a sentir cantar bene. Una cantante che sappia ancora esprimere correttamente un periodo di musica senza guastarlo di gargarismi, di singulti, di ventosità tracheali, oggidì può passare per un miracolo.
Epistola in versi
Voi franco mi garrite, altri mi mormoraDietro le spalle perchè sol di futiliNovellette, di ciancie e di bazzecoleO di lesti epigrammi io colmo il mignolo[1]Giornaluccio; nè mai d'Europa ai tumidiFati consento qualche breve pagina,Nè mi invischio gracchiando alla polemicaChe oggidì più che mai ferve in ItaliaFra chi in alto è salito e chi si arrampica.«Passò quel tempo.» Anch'io nelle effemeridiDa un soldo strimpellai guerra e politica,E logoro il cervello e guasto il fegatoMi ho nel vano armeggío. Non trova graziaLo schietto vero. Parteggiare, fremere,Al suon della gran cassa ampolle vacueLanciare al vento; reboänti e rancideFrasi accozzando, inacidir la cronacaDi sospetti, di oltraggi e di calunnie,Diluïr telegrammi, imbrattar storie….Avventarsi…. strisciar…. leccare…. mordere…Tale è il mestier—Direte: è mestier facile….
Pur (vedete, dottor, com'io fui tanghero!)Nulla azzeccato ho mai—Italia, patria,Ordine, libertà, fede ai principii,Democrazia—palle di gomma elasticaPel cerretano giocator di bossolo—Seriecose io credea. Modesto e ingenuoEsposi il pensier mio; però dai circoliDei pusilli gaudenti ove si biascicaLa nenia eterna del quïeto vivere,Nè dai cupi, frementi conciliaboliOve ringhian tribuni e arruffapopoli,Il verbo io presi mai. Prostrarmi agli idoliNon sèppi. Liberal, volli esser libero[2];E sì libero fui, che al breve svolgersiDi quattro o cinque mesi, in abbominioVenni ai rossi ed ai bianchi, e fu miracoloSe n'uscii vivo—Bah! quelli gridavano:Ei s'è fatto codino! alla politicaDi Cavour tien bordone—E questi: «o scandalo!Ei plaude a Garibaldi ed osa irridereQualchenostraEccellenza!»—Mo! vedetelo!Ripiglian quelli: il rattoppato e logoroAbito ha smesso, ed anco ieri il rancioPagò al trattor:fondi segreti—«Ei bazzicaCogli scavezzacolli democratici,Notan gli altri: badate! di repubblicaE socialismo puzzan le parentesiDel testo scapigliato—Esser veridicoE leal che mi valse?—Dai sinedriiOnnipotenti fui reietto; incomodoCollega a tutti, quei la man ritrasseroDalla mia dubitosi; mi guardaronoBiechi gli altri ringhiando: al mercenarioScriba il gibbetto! Intanto si sciupavanoPer me gli anni più baldi in acri e steriliGuerriglie di parole. Addio, fantasticheScorrerie del pensier! Gli estri languirono,Morì la celia, ogni gentil tripudioCessò. Giocondo novellier nei circoliPiù non mi assisi; si converse in rantoloLa gaia nota, e dentro l'interlineaIn gerghi irosi si disciolse il fegato.Un dì, allo specchio mi guardai; di niveiPeli la barba, di due solchi lividiDeforme il volto mi apparì. All'occipiteStesi la mano, e delle dita il brividoIntonsurata mi annunziò la cherica.Gran che! «Alla fibra macerata i redditiDel prostituto inchiostro un di fien lautoCompenso, e all'ossa dispolpate l'adipeRifiorirà.» Quei che così ringhiavanoAl mio garretto, oggi, impinguati e tronfiiDi ricchezze e poter, dall'alto irridonoLa nostra grulleria. Nè a torto ridono….Ben io, pensando quali a me sovvenneroFondi segreti, oggi crisparsi i visceriMi sento ancora. Le ipoteche roseroFin la casuccia ov'io sperava gli ultimiMiei giorni ricovrar..,. Narri il tipografoLa tetra istoria; questo sol rammemoroChe la stoltezza di parlare e scrivereL'abbominato vero, un dì sul lastricoMi gettò inebetito.—Eppur: che valsemiVender case e poderi? Mi investironoCon briaco furor mastini e botoliDi fronte e a tergo; più rabbiosi a mordermiRuffiani, spie e ciurmadori in mascheraDa Catoni o da Bruti, che vedevansiPoi, nelle agapi oscene e nei postriboli,I dì e le notti gavazzar coll'oboloSmunto ai citrulli. Oggi, i citrulli godanoLe ben compre lautezze, e prestin gli omeriAi nuovi furbi che salir domandanoL'albero di cuccagna! Alla politicaHo detto addio. Merlo spennato, ai liberiMiei monti ricovrai; di nuovo ossigeneIl polmon ritemprato, oggi dal verticeAlla bassa cloäca io guardo, e zuffoloAllegramente. Che mi cal se chiaminsiSella, Minghetti, Visconti o NicòteraI rettori d'Italia? O se alla greppiaDello Stato oggi rumini l'apostataChe or fan sei mesi ancor fremea repubblica!Se il giocoliere, rimestando il bossolo,La rubra palla destramente in latteaCiambella tramutò, non io sorprendermiOggi potrei. Plauda chi vuole o strepitiDi rabbiose invettive, io so qual termineAvrà la farsa. Alsine cura, al ciondolo,Al lauto appalto, al grasso impiego miranoQuei che belan sommessi e quei che latrano.Gli schietti e i buoni dalla mischia ignobileSi ritraggon sdegnosi; e solitarioQuegli ascende la balza e canta ai verticiLe divine utopie; questi le libereIdee fischiate dall'ottuso secoloFida nell'orto alle cipolle e ai rapani.È il partito più saggio. Italia noveraSettemila giornali ove colluvianoL'oscena feccia, il brago, ogni putredineDella Reggia e del trivio. Ivi si abbeveriE diguazzi a suo prò chi vuol nei coliciFlussi l'alma stemprarsi, o d'itteriziaMorir consunto.—Dismorbiamo l'aëre.Caro dottore, e intorno a noi si dissipiIl reo miäsma che ne investe! GiovaniCi rifarem. Schiudiam la casa ai lepidiAmici; suoni di festose musiche11 salottino, e più chiassosi irrompanoI repressi cachinni. Ospite assiduaFra noi respiri la gajezza; scoppinoGli epigrammi, i bei motti, le facezie,Gli aneddoti giocondi—e in noi riflettasiL'ilarità di tutti. Sulle pagineNon ammorbate dalla rea politicaGli odii e i rancor svaniscono, si appiananoI più tetri cipigli, e dell'innocuoLepor le donne amabilmente ridono.
—Al diavolo l'estetica,La logica, il buon senso,E l'idëalmelenso!Poichè l'arte pöeticaDai vecchi impacci è sciolta,Farò il comodo mio….E spero questa voltaCoi famosi del secoloSalire agli astri anch'io.
—Il verno io canto, il verno,La stagione crudele—Stanotte il Padre EternoIn cima alla montagnaHa fatto il lattemiele….E gli Aquiloni batton la campagna.
—Al piè del ResegoneVe'! come il lago fumaImmoto, senza schiuma!…Visto dal mio balconeIl gelido cratèreSembra la catinella d'un barbiereA cui mancò il sapone.
—Dalle nuvole rotteIl sole ad intervalliIn berretta da notteMette fuori la faccia stralunata,Sbadigliando di noja—E frattanto, di neve disgelataSgocciola la tettoia,Come il nasuccio d'uno scolarettoChe smarrì il fazzoletto.
—Al margine del fossoSulla morta naturaSquittisce un pettirosso,Coll'aria d'un becchino,Che d'una vergin sulla sepolturaLegga ghignando un romanzo di Dròz,O si sfiati a trillar sull'ottavinoUn tema di Berliòz.
—Se scendo all'orticello,Cui bieco irride il sole,Le assiderate aiuoleMi chieggono un mantello….Gli alberi incappucciatiCome convalescentiRinghiano da dannati:Dio! che dolor di denti!
—Pur, dai gracili steliUna pallida rosa picciolettaIn bianca parrucchettaSfida il rigor dei geli;Tanto bella e gentil, che la direstiAi languidi colori, ai tratti mesti,La crèola di Balzac,Una smilza figuraDi Dorè, di Kaulbach,Una giovin marchesa in miniatura.Se non temessi offenderti,Piccola Pompadour,Vorrei offrirti un cigaro Cavour!
—Là, sulla opposta riva,Poderosa, anelante,Una locomotivaFra i gioghi si allontana,Come un tetro elefanteChe sbuffi il fumo d'un superbo avana.E dietro a quella sfilano schieratiDieci vagoni in sembianza di abatiChe vanno al GiubileoGrugnendo ilLaus Deo!
—Sull'ultimo vagoneGaia e modesta ascendi,O mia nuova Canzone;E nella letteraria sinagogaSe mai, per caso, apprendiChe oggigiorno hanno vogaDei carmi così fatti,Raccomanda a chi studia pöesiaDi andare a scuola all'ospedal dei matti.
Questi, che vedi muoversiSe per le vie ti inoltri,Son uomini o soprabiti?Son soprabiti o coltri?
Uomini son, dal lùgubreSaio così sformati,Che, a vederli, ti paionoArmadii impelliciati.
Un dì, se più farnetichiDella moda il capriccio,Costor vedrem per tunicaVestire un pagliericcio.
E son gli elegantissimi….Sono iliònsdei corsi!Eh! via! ribattezzateviIppopotami od orsi!
Se d'uomo qualche pallidaSembianza ancor serbate,In voi tre tipi adunansi:Birro, bromista e frate.
Taluni, poi, che il bàveroSovrappongono e il fiocco,Dite un po': non vi porgonoL'effigie di San Rocco?
Cotanta mole d'abitiÈ lusso od è miseria?O forse che in ItaliaFa il gel della Siberia?
Il Buon Dio, che dei tangheriTalor si piglia scherno,Quest'anno per deriderviQuasi abolì l'inverno;
E in gennaio, investendoviColl'afa della state,Gridò dal cielo: «bestie,Mo', adesso…. soffocate!»
Buon Dio, la è troppa graziaSe ridi e non ti sdegni;Qual gente mai, quai popoliDell'ira tua più degni?
Nè stupirei che all'impetoDei gelidi aquiloni,Un dì per noi mutasseroIl clima e le stagioni;
Per noi, che nati ai limpidiRaggi d'un ciel clemente,In grembo a questa ItalicaTerra di fior ridente,
Invidïam, per stolidaModa o per goffa insania,I ghiacci alla Siberia,Le nebbie alla Germania.
E già di nebbia nordicaL'Italia è tutta piena,Nè i carmi un raggio vibranoDi poesia serena;
Nè più dall'aspre musiche,Gonfie di spurie note,Esce il sussulto e il fremitoChe l'anima ti scuote.
Divina Arte, che in GreciaIgnuda eri sì bella,Smetti tu almen fra gli italiLa nordica gonnella;
Cinta d'un vel diafano,Sciolta la chioma ai venti,Delle tue forme verginiEsci a bear le genti.—
Ti acclamerem qual nunziaD'una invocata aurora,E direm che l'ItaliaDel sol la terra è ancora.
Novella.
Un tal Stucchi TommasoDel päesel di AronaAvea letto per casoUn libro del Lessona,Dove, con molti esempiDei vecchi e nuovi tempi,Chiaro si fa vedereChevolere è potere.
—«Volere!…. è presto fatto….Se tanto il voler giova,Converrebbe esser mattoPer non tentar la prova….Io non domando onori,Non titoli o favori,Di gloria io non mi picco,Ma….vogliofarmi ricco.
Or più non mi imbarazzaLa scelta del mestiere,Apro uno studio in piazza,Mi intitolo banchiere;Se ad iniziar la bancaIl capital mi manca,Poichè bastavolerlo,Sò comepossoaverlo.
Ciò detto, il buon TommasoSi recò da un notaro,Franco gli espose il caso,Gli domandò il denaro;Ma quei, con faccia bieca;«Che mi da in ipoteca?—Nulla—Nulla!…. ho capitoNonposso!…. affar finito.»
—Nonpuò?…. Lei mi canzona!Tal scusa più non va:Non ha letto il Lessona?Lovogliae lopotrà»L'altro lo guarda in visoCon cinico sorriso,E per uscir di imbroglio,Conclude: ebben, nonvoglio!
Ricorse l'indomaniAgli amici, ai parenti;N'ebbe discorsi vani,Promesse, complimenti,Consigli che mordevano,Sorrisi che parevanoDirgli: qui tutto avreteFuor quello chevolete.
E sorse un dubbio in lui:«Che della vita al giocoAnche il volere altruiDebba contare un poco?Dalle prove che ho fattoParrebbe…. Eh! via!…. son matto!Che colpa ci ha il LessonaS'io son nato ad Arona?
«Nei piccoli paësiPiccole le risorse….Qui gli uomini scortesi,Qui stitiche le borse;E poi,nemo prophetaIn patria—è storia vieta;Per ritentar le proveConvien ch'io vada altrove.
Solo, a piedi, di notte,Partì senza un quattrino,E colle scarpe rotteUn giorno entrò in TorinoSclamando: «qui hovolutoVenire, ed hopotuto;Volendolo, mi pare,Orapotròmangiare.»
Infatti, appena scortaL'insegna di un trattore,Maso varcò la portaCon passo da signore;Sedette, fu servito,E sazio l'appetito,Pensò:volevoun pranzo,L'ottenni, e n'ho d'avanzo.
Ma quando il cameriereVenne a portargli il conto,Gli parve che alvolereFosse ilpotermen pronto—Il garzonetto atteseAlquanto, e poi gli chiese:Vuol altro?—Ora, mio caro,Vorrei….—Cosa?—Il denaro.
—Denaro!—Certamente….Tu sai che le paroleOggi non valgon niente,E per pagar ci vuoleDenaro; or, come averloPotreisenzavolerlo?….—Mi paghi, faccia presto!—Voglioil denar per questo!
Ed ecco, mentre duraLa strana discussione,Due guardie di questuraSi avanzan col padrone—Sentiamo!…. cos'è stato?….Tommaso in tuon pacatoRisponde: «del diverbioFu origine un…. proverbio.»
«Tutto sipuò, volendo,Lo dice il testo, ed ioAgli altri esempi intendoUnir l'esempio mio—Venirvollia TorinoE feci a piè il cammino,Quivollientrar, entrai;Vollipranzar, pranzai.»
—Ed ora?—Or non avendoDenaro…. è naturale….Ch'iovoglia….—Intendo! intendo!Ci segua!…. Al CriminaleVerrà stanotte a cena;La casa è tutta pienaDi gente che havolutoE mai non hapotuto.
In carcere il tapinoFu trattenuto un mese;Quindi, lasciò Torino,Tornò nel suo paëse,Dove il volere altruiFu tanto avverso a lui,Che, stanco di soffrire,Gridò:vogliomorire!
Ai gridi disperatiFortuna non è sorda;Tra ferri e cenci usatiTrovò un chiodo e una corda:Confisse a un muro il chiodo,Fece alla corda un nodo,Pose nel cappio il collo.E diè l'estremo crollo.
Così dal mondo è uscitoIl povero Tommaso;E forse egli è partitoConvinto e persuäsoChe quand'un, per disfarsiDai guai,vuoleappiccarsi,Non sempre, ma peròQualche volta lopuò.
[1] Questi versi furono stampati nelGiornale Capriccio.
[2] Dovranno correre ancora molti anni prima che in Italia si comprenda che cosa significhiLibertà, quali diritti essa accordi, e quali doveri imponga ai singoli cittadini. Un saggio del come si intendano e si esercitino i diritti liberali nel nostro paese io l'ho dato anni sono nel breve scritto che amo qui riprodurre.
Il cielo era folto di nuvole.
La pioggia cadeva a torrenti….
E in quella giornata (non ricordo se fosse di giugno o di luglio) sfolgorava, per la prima volta sulle pianure di Lombardia il sole della libertà.
I cittadini che, allettati da quel sole allegorico, erano usciti senza ombrello, rientravano la sera cogli abiti inzuppati. Taluni, assaliti da atroci reumi, agonizzavano lietamente al suono delle fanfare piemontesi.
* * *
È inutile che io mi interrompa per sciorinarvi una professione di fede. Sono un liberale, un patriota—tale almeno ho supposto di essere fino al giorno in cui, per una fantasmagoria inesplicabile, ho dovuto convincermi che gli ex-commissari, le spie i poliziotti dell'Austria erano più liberali e più patrioti di me.
* * *
—Non è detto che tutti i buoni patrioti debbano anche esser ricchi.—In quella piovosa giornata, nella quale, come ho detto, il sole della libertà illuminava per la prima volta le aguglie del nostro Duomo, io possedeva due lire e pochi centesimi.
Avevo pranzato solennemente colla metà del mio peculio.—coll'altra metà mi ero procacciata la festa di alternare dei brindisi all'Indipendenza d'Italia in compagnia di due bravi bersaglieri.
Alla sera—rientrato nelle mie stanze—mi sovvenni di aver esauritotutto l'olio della lucerna e—ciò ch'era più triste—di non possedereun baiocco per provvedermi d'altro lume.
Mi coricai al buio.—Il sole della libertà non cessava di splendere sull'Italia—ma la mia camera, ve ne do parola, era oscura come la coscienza di un fornitore di armata.
* * *
Non importa—pensava io, ravvolgendomi fra le coltri—questo benedetto sole della libertà è pure comparso stamane—si può bene, per una notte, far a meno delle candele….
E non era la prima volta—ve lo confesso—che io mi trovassi a tal guaio.
* * *
Libero!—La voluttà di questa parola non può comprendersi se non dachi abbia avuto la sventura di nascere fra i ceppi….
Tale era nato io.—Non forzatemi a ripetervi i lunghi fremiti dellamia travagliata giovinezza….
Ormai l'Italia è libera. Fremere in libero paese sarebbeun'eccentricità di pessimo gusto.
* * *
Una circostanza che mi preme accennarvi è questa—che nella primissima notte di libertà—al momento in cui la mia testa si cullava dolcemente sul guanciale e le mie gambe nuotavano voluttuosamente fra le coltri colla improvvida sicurezza di chi si sente emancipato da ogni tirannia—un grido…. molte grida… un frastuono di voci echeggiò nella strada….
Era un drappello di liberi cittadini, composto per la più parte di monelli e di beceri….—un nobile frammento d'Italia libera,.- che inaugurava sotto le mie finestre quell'avventuroso sistema di liberalismo al quale io vo debitore di una epatite insanabile e di cento altri malanni.
* * *
Si gridava a squarciagola:fuori i lumi!
Il palazzo di un ex-consigliere aulico, che sorgeva di fronte alla miacasa, zampillava di fuoco….
Nella via non rimanevano che tre sole finestre opache—tre finestreserrate sdegnosamente dalle griglie….
E quelle tre finestre—obbrobrio e sventura!—rispondevano al mioappartamento.
* * *
Fuori i lumi! fuori i lumi!! fuori i lumi!!!
Dapprima erano grida—poi divennero ululati—da ultimo furono…. sassate.
Sassate!—Si scagliavano sassate contro le griglie di un libero cittadino, perchè questo libero cittadino in quella prima notte di liberali entusiasmi, si trovava per avventura sprovveduto di candele!
All'indomani, potete immaginare se io mi affrettai a procacciarmi, per qualunque prezzo, delle materie infiammabili.—E siccome nei primi cinque mesi di libertà, ai liberi cittadini di Milano vennero imposte, sotto comminatoria di lapidazione o di saccheggio, non meno di sessanta luminarie; così io—per queste dimostrazioni spontanee di liberalismo—venni a consumare circa sessanta pacchi di steariche e ad aggravare le mie passività economiche di un debito complessivo di oltre lire cento.
* * *
Non importa—dissi al droghiere, riponendo la nota nelportafogli—siamo liberi….
E ciò detto, uscii di casa e me ne andai a passeggiare sullacorsia….
Era una giornata di bel tempo—e la schiuma dei liberali—tutta gente di aspetto simpatico e di modi garbatissimi—si era schierata in processione e moveva non so a qual meta, traendosi dietro, sur una barella, il busto del generale Garibaldi.
—Viva! Morte! Viva!
—Abbasso!—Viva!—Morte!…
Strinsi la schiena al muro—mi rizzai sulla punta de' piedi.—La folla era tanto compatta, che il libero esercizio delle braccia mi era interdetto,… Gran mercè che in quel travaso di liberalismo popolare mi fosse permesso di respirare tratto tratto….
Al momento in cui il busto dell'eroe mi passò dappresso portato sulle spalle da quattro brentatori, io non potei dominare il mio entusiasmo—Viva Garibaldi! viva l'Italia libera!—gridai a tutta gola….
E in quell'istante medesimo, la libera mano di un libero cittadino menò sulla libera cupola del mio cilindro un colpo sì liberale—che io n'ebbi la vertigine e dubitai di…. esser morto.
—Vi è mai accaduto di credervi morto?
* * *
Cos'era stato?…
Lo seppi mezz'ora più tardi—allorquando un amabile farmacista, nella cui bottega mi ero ricoverato per medicarmi le contusioni del naso, ebbe a dirmi con molte circonlocuzioni che in ogni modo io aveva commesso una grave imprudenza.
—Tenere il cappello in testa dinanzi al grande capitano della libertà! dinanzi a colui, il quale è, per così dire, l'incarnazione della idea liberale-umanitaria!…
—Ma le mie mani…. ve lo giuro…. in quel momento non erano libere…. Tanto è vero….
—Il popolo non può ammettere tali scuse—rispose il farmacista col suo tono più cattedratico—e siccome le mani del popolo sono sempre libere…. così non dovete meravigliarvi se queste vi hanno ricordato molto opportunamente che in libero paese a tutti incombe l'obbligo di rispettare la libertà e chi la rappresenta….
* * *
Le teorie di quel libero farmacista mi parvero oscure; ma qualche cosa mi aiutava a chiarirle—il sovvenire del formidabile pugno in virtù del quale la cappa del mio cilindro era rimasta per alcuni minuti impiombata alle mie orecchie.
Divenni mutolo e pensoso…. La parolalibertàmi si affacciava notte e giorno allo spirito come un problema insolubile. E ritornando col pensiero ai tempi della schiavitù, io non poteva trattenermi dall'esclamare con accento sconfortato: «Eppure, a quell'epoca, nessuno ha mai lanciato dei sassi contro le mie griglie—nessuno si è mai preso l'arbitrio di sfondarmi il cappello con un pugno….»
Queste riflessioni mi conducevano mio malgrado ad un nefando parallelo fra il così dettosole della libertàe la così dettaombra delle forche….
* * *
Una mattina (credo fosse domenica) esco di casa coll'anima alquanto rassicurata…. Getto uno sguardo sul cappello dei passanti, e veggo—strana sorpresa!—che a tutti i cappelli era affisso un cartellino stampato….
Che vorrà dire?…
Si indovina tosto—la scritta è abbastanza visibile: Roma omorte.
—Tutta gente che ha voglia di andar a Roma?… tutta gente che havoglia di morire?
Se tutti vanno a Roma—meno male—spedizione sicura—pensava io.
Se tutti muoiono—quale disastro!
In ogni modo, il cartellino mi sapeva di buffonata—io rideva sotto baffi—nè mi avvedeva—sconsigliato od ingenuo—che cento occhi di liberi cittadini mi saettavano di sbieco.
E ditemi un po' se non c'era da ridere ed anche da ghignare, all'occasione!
Si vedevano, sotto l'enfatica iscrizione, luciccare sinistramente dei cappelli bernoccoluti, coll'ali contorte e bisunte—Tratto tratto, da quei cappelli sporgevano gli zigomatici di una spia, fatti lividi dal digiuno e dall'ira.
Ed ecco appunto una spia—figura da patibolo—sbarrarmi il cammino presso la svolta di una strada—e gridare, additandomi alla folla: morte al reazionario!… è tempo di finirla con questa canaglia!…
Che fare?.- Chinare il capo ai decreti della libertà e affiggere il cartellino buffonesco….
* * *
Fortunatamente quel cartellino non ebbe serie conseguenze—io non andai a Roma e…. sono ancor vivo.—Degli altri che lo portavano in quel giorno ignoro cosa sia avvenuto….Erano centomila all'incirca nella sola città di Milano—ed è probabile che qualcuno sia morto.
* * *
Ho narrato i primi episodi! di una triste Odissea—e vi fo grazia delresto, che sarebbe monotono….
Sono oramai dieci anni che il sole della libertà illumina di giorno edi notte—(di notte più che di giorno)—le nostre belle contrade.
E la storia di questi dieci anni mi ha indotto nell'animo un mostruosoconvincimento, del quale non amo discorrere.
* * *
L'altro dì—al momento in cui mi levavo il cappello per salutare una gentile signorina—un libero fumatore del terzo piano mi lanciò sulla fronte scoperta il superfluo della sua salivazione.
—La si accomodi pure, libero cittadino! anzi…. la mi scusi tanto.
Il fumatore, ripresa tra i labbri la pipa, mi guardava dall'alto in basso nell'attitudine calma e serena di chi abbia esercitato uno de' suoi diritti più naturali e legittimi.
Copriamoci per bene la faccia—turiamoci le narici—e in guardia dove si mettono i piedi!—La libertà è in continuo progresso; essa potrebbe piovere dalle finestre sotto forme svariatissime.
* * *
Frattanto—i liberi studenti fanno sciopero all'epoca degli esami….
I liberi scrittori si vanno emancipando dalla grammatica.
I liberi industriali cercano sottrarsi al dispotismo della Banca fabbricando dei biglietti falsi….
I liberi impiegati trafugano le carte degli uffizî.
I liberi cassieri viaggiano all'estero col superfluo dei fondi pubblici….
Le idee liberali marciano di galoppo.
* * *
Persona assai pratica di tali materie mi affermava, giorni sono, che l'Italia non ha goduto infino ad oggi che una mezza libertà…. La libertà vera, la libertà completa, l'avremo dall'oggi al domani, quando i progressisti si metteranno per davvero a fabbricarcela.
In seguito a tale avviso ho preparato i miei bagagli….
—Tante grazie dellalibertà intera!
La volete? vi cedo anche la mia porzione dimezza libertàche ho goduta fin qui.—Divertitevi, se potete!…
[3] Una strana foggia di poesia si è introdotta e ha preso voga in Italia per iniziativa di due o tre scrittori di ingegno, i quali, per voler essere nuovi ad ogni costo, spesso riuscirono stravaganti e grotteschi. Detti scrittori furono, come avvien sempre, imitati nei difetti—e in questo caso le brutte copie screditarono gli originali.
[4] Assurda sentenza. Il Lessona ha pubblicato con tal titolo un volume interessante; ma non basterebbe una grossa biblioteca per raccogliere le compassionevoli istorie di quei milioni di martiri che vollero con fede, con costanza, con lacrimevoli sacrifizii; e mai non riuscirono ai loro intenti.