The Project Gutenberg eBook ofLibro proibito

The Project Gutenberg eBook ofLibro proibitoThis ebook is for the use of anyone anywhere in the United States and most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included with this ebook or online atwww.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you will have to check the laws of the country where you are located before using this eBook.Title: Libro proibitoAuthor: Antonio GhislanzoniRelease date: March 3, 2006 [eBook #17906]Language: ItalianCredits: Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK LIBRO PROIBITO ***

This ebook is for the use of anyone anywhere in the United States and most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included with this ebook or online atwww.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you will have to check the laws of the country where you are located before using this eBook.

Title: Libro proibitoAuthor: Antonio GhislanzoniRelease date: March 3, 2006 [eBook #17906]Language: ItalianCredits: Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net

Title: Libro proibito

Author: Antonio Ghislanzoni

Author: Antonio Ghislanzoni

Release date: March 3, 2006 [eBook #17906]

Language: Italian

Credits: Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net

*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK LIBRO PROIBITO ***

Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the

Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net

StabilimentoVia Andrea Appiani, N. 10.

SuccursaleVia Carlo Alberto, Bott. 27.

1878

Non credo, per aver scritto gliEpigrammie leSatireraccolte nel presente volume, di aver commesso una cattiva azione. Ho espresso con schiettezza le mie idee; ho riso di ciò che a me pareva risibile; ho sfogato le mie stizze, e ciò mi ha fatto bene.

Debbo però convenire di aver obbedito ad una istigazione diabolica, allorquando, in un accesso di volgare cupidigia, ho accordato ad un editore la permissione di scroccare ai curiosi la somma di __due lire__ per l'acquisto di un libro destituito di ogni pregio letterario, e assai pericoloso per chi ci tiene alla quiete ed alla salvezza dell'anima.

Dirò, a disgravio di coscienza, che appena consegnato il manoscritto, non risparmiai preghiere nè lacrime per impedirne la pubblicazione. L'editore fu inesorabile. La sola concessione che mi venne fatta, fu quella di affiggere al frontispizio il titolo di __Libro proibito__, con facoltà di deplorare, in poche righe di prefazione, l'imprudenza peccaminosa di chi osasse, malgrado il divieto, spinger l'occhio dentro le pagine.

Io compio dunque uno degli atti più ripugnanti all'orgoglio di uno scrittore; io grido con tutta l'enfasi de' miei rimorsi: __Non leggete!__

Ripeto che in questo libro vi è nulla che possa allettare le persone educate alla buona letteratura. Figuratevi! Un libro di versi senza un raggio di poesia.—E quali versi! Degli endecasillabi, dei settenarii, degli alessandrini, ecc., ecc., foggiati al vecchio stampo, servilmente ligi ai dettati di una prosodia che ha fatto il suo tempo, e incappucciati, per giunta, di quella grottesca majuscola, che fu il massimo obbrobrio di tutti i poemi apparsi in Italia da Dante a Manzoni.

Non vi parlerò della lingua e dello stile. Immaginate quanto si può commettere di più avverso al gusto moderno. Tutta roba da scarto, ciarpami, ferrivecchi, anticaglia. I soliti vocaboli dei soliti dizionari, impastoiati colla sintassi più abusata; infine, la volgarità ributtante di chi presume possa ancora oggidì riuscire accetto, o per lo meno tollerabile, ciò che ha la insolenza di farsi capire.

Ma questo è nulla. Chi dice libro satirico, dice libro immorale. Per sferzare il vizio con effetto, è d'uopo denudarlo; e questo non si può fare senza offendere in molti casi quell'ultima virtù delle persone corrotte, che si chiama il pudore.

Lettore: se tu sei, come non dubito, un libertino consumato da ogni più sozza libidine, dà retta a un buon consiglio: non andar più oltre—getta al fuoco il volumetto e riprendi la via del bordello. Un par tuo non deve guardarsi che dal vizio stampato—è la sola forma di vizio che può farti arrossire.

Ma tu non badi; mi pare anzi di scorgere ne' tuoi occhietti scintillanti di lussuria, che le mie parole non sortirono altro effetto fuor quello di eccitare ne' tuoi sensi un più vivo appetito di lettura.

Ti comprendo.

La tua è una pudicizia del miglior genere, la pudicizia di moda. Tu vuoi mordere al frutto proibito, assaporarlo, deliziarti clandestinamente dei sughi solleticanti; e darti poi l'aria di un Sant'Ermolao, affacciandoti alla finestra per gridare allo scandalo, come se alcuno avesse attentato a qualche tua recondita virtù, risparmiata in collegio dal precettore gesuita.

Va pur là, povero illuso! Ma bada che la mia immoralità non è di quella che ha virtù afrodisiaca. È la immoralità preadamitica che chiama le cose col loro nome che ignora le perifrasi vellicanti. Qualche cosa di nudo, di brutalmente nudo ti apparirà nelle mie pagine, ma i turgidi seni e l'altre peccaminose rotondità che io ti avrò messe innanzi, non ti daranno verun solletico ai sensi, e nessuna visione erotica verrà la notte ad agitare il tuo sonno.—Dei seni di stoppa, delle nudità angolose e grottesche, delle turpitudini che fan ridere.—Quale disinganno! Si può dare, per un libertinaccio par tuo, una letteratura più esecrabile? Un ascetico seminarista non ne caverebbe tanto lievito che bastasse al consumo de' suoi esercizi segreti. Dopo tutto (avverti bene), la barzelletta erotica non occupa un largo posto nel mio libro. Ciò che rende le mie satire diabolicamente pericolose è lo scetticismo di cui sono ammorbate. Scetticismo politico, scetticismo letterario, e—turati ben bene l'orecchio—scetticismo religioso.

Per indurti a bruciare il volumetto, dovrebbe bastarti questa dichiarazione, che nessuna istituzione divina o sociale, nessun sentimento, nessun principio, nessuna autorità è qui rispettata. Ma vi ha di peggio; nè credo esprimermi con una metafora troppo ardita affermando che i miei epigrammi sono una grandine di insulti scaraventata sui cosidetti uomini seri e universalmente stimati da un oberato che non ha più nulla da perdere. Animo! Provati a leggere, ma lagnati poscia di te solo, se allo svolger delle prime pagine, riceverai sul muso qualche grazioso complimento che avrà il sapore di una ceffata.

Dimmi un po': qual gusto puoi tu riprometterti dal sentirti cantare sulla faccia che in fatto di politica, per esempio, tu la pensi come un boricco; che il tuo liberalismo è una grulleria; che i tuoi grandi principi, le tue incrollabili convinzioni, sono una vacuità compassionevole?

Supponiamo. Uno de' tuoi maggiori vanti è quello di chiamarti patriota. Se qualcuno pretendesse dimostrarti che il tuo patriottismo è un assurdo; che l'orgoglio di patria fu in ogni tempo un fomite di sanguinose discordie o di orrendi massacri; che la pace e il benessere non potranno mai consolidarsi nel mondo, se prima dai dizionari e dalla mente dell'uomo non venga cancellato un tal nome—non ti pare che all'udire od al leggere tali enormità, il tuo sangue darebbe nell'acido e le tue funzioni digestive ne rimarrebbero alterate?

Supponiamo ancora:

Ti credi inviolabile per aver conquistato sul campo di battaglia il titolo di eroe, perchè qualcuno ti ha proclamato martire della patria. In verità, martire ed eroe sono due qualifiche onorevolissime; ma se io ti dicessi che queste non bastano perchè i galantuomini ti accordino senza riserva la loro stima; se aggiungessi che molti prodi e coraggiosi tuoi pari sono degni della galera; potrebbe coglierti una tal sincope da freddarti sul colpo.

Quali sono i tuoi principii politici?—Quand'io ti avrò dato un saggio dei miei, ti sarà forza convenire che fra noi non è possibile verun accordo. Vediamo! Sei tu democratico?—Lo sono anch'io, ma faccio voti perchè in Italia duri ancora, almeno per mezzo secolo, il regime monarchico costituzionale. Questo però non toglie che io reputi il regime costituzionale una ciurmeria non d'altro feconda che d'imbarazzi ai governanti e ai governati. Naturalmente, colla tua santa democrazia sul labbro, ti professi amico del popolo. Ilbuonpopolo l'amo anch'io, ma non potrò mai associarmi a coloro che adulano con tal nome una mandra di pecore, perchè si lascino tosare senza mettere un belato. Non ho ancora capito quali differenze sostanziali esistano fra iconsorti, ipuri, idestri, isinistri, gliintransigenti, iradicali, ecc., ecc. Sotto ogni bandiera militano dei bricconi in buon numero; e sono convinto che i radi galantuomi non hanno bisogno, per pensare ed agire rettamente, di inscriversi in una confraternita, la quale, o tosto o tardi, può diventare una camorra.

Da nessuna cosa maggiormente mi guardo che dall'espormi al contagio delle Associazioni. Mi pare che anche in politica il miglior partito sia quello di mantenersi libero pensatore; e tu sai bene, mio buon amico, che pensare liberamente significa veder nero ciò che gli altri vedono bianco, e viceversa.

Non sperare che io sia mai per trattarti con benevolenza e rispetto qualora tu fossi ministro, senatore, deputato, sindaco, prefetto, commendatore, cavaliere, infine, ciò che si suol chiamare un alto personaggio.

Basterà un bricciolo di senso comune per farti capire che non avendo io nè cariche, nè impieghi, nè titoli, sono dalla prepotenza degli istinti naturali condannato ad abborrirti. Dopo questo, come oseresti sperar grazia se tu fossi uno di quei mostruosi prodotti del diritto ereditario che si chiamano capitalisti o possidenti? Ciò che debba attendersi di ire e di contumelie un uomo che vive di rendita da un uomo che vive del far versi, molti tuoi pari mostrano di saperlo tenendosi scrupolosamente discosti dai libri e da chi li fa.

Perchè tu abbia a formarti un concetto preciso de' miei principii religiosi, questo solo ti dirò, ch'io fui educato in un seminario, vale a dire in un istituto dove non si fabbricano che dei bigotti e degli atei. Mentirei ignobilmente se affermassi di appartenere alla prima categoria. Non mi dichiaro ateo nel senso letterale della parola, ma siccome il mio Dio non assomiglia punto a verun di quei tipi da granbabbauinventati per far paura alla gente, così me lo tengo tutto pel mio esclusivo consumo.

Tu dirai che vi hanno degli atei i quali professano la più sana morale, ed io ne convengo; resta poi a vedere se quello che comunemente vien giudicato sano, non sia in qualche caso il più gran morbo del mondo.

Vi è una sentenza evangelica nella quale sembrano riassunti tutti i principî e i doveri della giustizia umana—Ama il tuo prossimo, nè fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te stesso.Sta bene. Ho sempre provato una grande soddisfazione nell'amare il mio prossimo; ma se questo mio prossimo è un suonatore di bombardone che mi disturba coi boati del suo istrumento il sonno e gli studi, non mi faccio verun scrupolo di mandarlo al diavolo e di esecrarlo cordialmente. Quanto al non fare agli altri ciò che non vorrei fosse fatto a me stesso, non troverei nulla a ridire se un tal precetto fosse rigorosamente osservato da tutti. Ma se alcuno mi lancia al viso una carota, o mi tende un tranello, o in qualsia modo mira a pregiudicarmi nell'onore o nella roba, credo compiere un atto di sana giustizia rendendogli pane per focaccia. Come vedi, la mia morale è ammorbata nella radice; pensa tu quali potranno essere l'albero ed i frutti.

In fatto di letteratura e di musica, tu sei forse uno di quelli che accettano per buona moneta tutto l'orpello delle nuove teorie. Ti vanti progressista, perchè sdegni l'arte schietta dei nostri buoni padri, e vai in estasi per ogni stravaganza generata dalla anemia o dal priapismo degli impotenti. Nemmen su questo ci può essere accordo fra noi.

Non credere che io disconosca le incessanti evoluzioni del pensiero umano. Ammetto che l'arte è soggetta a continue trasformazioni.—Da bravi! grido anch'io!—serviteci del nuovo! Ma badate che quand'uno ha fatto il palato alle pernici ed al barbèra, non gli si può far appetire, a titolo di novità, dei torsi di cavolo fritti, nè dargli a bere del sugo di barbabietole. Se il mio cuoco pretendesse riformare di tal guisa il servizio della mia mensa, pur tenendo conto delle sue buone intenzioni, gli lancierei nella schiena i piatti e le bottiglie.

Le trasformazioni furono spesso un pervertimento che segnò, nella letteratura e nelle arti, il principio della decadenza. Dopo Dante e Bocaccio, ottennero una effimera voga il cavalier Marino e l'abate Chiari; l'Arcadia impecorì tutto un secolo; le fiabe di Carlo Gozzi e i drammi sepolcrali dell'Avelloni soperchiarono per qualche tempo la buona commedia. La storia è là per dimostrare che il barocco, il puerile, il deforme può prendere quandocchessia il sopravvento nello spirito delle nazioni più colte. In tali casi è progressista chi reagisce. Ammirare tutto che si produce di stravagante e di laido per ciò solo che si discosta dall'usato, non è, come si pretende da taluno, incoraggiare il genio a tentare dei nuovi orizzonti; è favorire l'aberrazione, farsi compiici d'uno sfacelo.

Ti ho detto schiettamente come io la pensi in tale materia; a te, ora, l'imaginare quali possano essere i miei giudizî sull'arte che oggidì si va perpetrando in Italia. Questo solo aggiungerò, che ogni qualvolta mi avvien parlare di certi messeri da te probabilmente venerati quali precursori della grande trasformazione, mi vien sulla lingua un bruciore come di fosforo, e vorrei che ogni mia parola si convertisse in uno sbruffo di petrolio.

Ma io comincio ad avvedermi che vado sprecando la mia prosa senza costrutto. Uno spensierato che abbia speso due lire per l'acquisto di un libro, difficilmente si lascia indurre a gettarlo sul fuoco prima di averlo letto. Il proprio denaro ciascuno vuol goderselo; ed io so di molti ghiotti, i quali si assoggettarono a morire di indigestione piuttosto che lasciar sul piatto un bricciolo di vivanda ad un pasto di prezzo fisso.

Tal sia di te. Va pure innanzi, ingolfati nelle turpitudini e negli assurdi, guastati il sangue e il cervello, perdi la salute, getta l'anima al diavolo—buon padrone! Il mio dovere io l'ho compito; non ho più scrupoli nè rimorsi. Però, bada bene. V'è ancora nel mondo un gran numero di persone morigerate e prudenti, le quali stan ferme in questa massima, che comperare un libro sia un atto di rovinosa follia. Non è gente che abborra dal leggere; al contrario, leggon molto, leggon tutto—ben inteso, tutto quello che vien loro donato o prestato. Sono i parassiti della letteratura; il commercio librario non se ne avvantaggia gran fatto, ma se dessi cessassero dal consumo gratuito, l'Italia cadrebbe nell'idiotismo.

Mi preme che queste brave persone, tanto benemerite degli scrittori e degli editori, non sieno trascinate nell'abisso. Vorrai tu essere tanto iniquo da attentare alla loro pace ed al loro benessere? Leggere un libro proibito è una cattiva azione; ma diffonderlo gratuitamente, prestarlo a chi mai non si permetterebbe di leggerlo se ciò avesse a costargli la spesa di un quattrino, sarebbe veramente un obbrobrio.

Tu non vorrai coprirti di una macchia sì vituperevole. Io te ne supplico, pel bene dell'anima tua, per la prosperità non mai crescente delle così dette belle lettere, per le lacrime de' miei editori. Giurami che a nessuno mai—neanche alle più belle e svenevoli signorine di tua conoscenza—sarai per cedere a prestito il peccaminoso libricciolo. A tal patto, ed anche in considerazione delle due lire che hai spese, io ti assolvo dall'interdetto, e prego Iddio di infonderti quello spirito di tolleranza, che accoppiato al buon senso, paralizza il danno di ogni cattiva lettura.

Pagnottisti,Metodisti,Wagneristi,Preti tristi,Affaristi,Camorristi,Giornalisti,Son d'Italia gli Antecristi.

—Che di nuovo in politica?—Tutti i ministri in massaMinaccian di dimettersi….—Non v'è più un soldo in cassa?

Consunto al gioco e in femmineDegli avi il patrimonio,Ieri moría di sincopeIl cavalier Landonio;Niun pianse allor che il lùgubreCaso in città fu noto;Solo gli eredi in lacrimeDicean: lasciò un gran vuoto!

Per esser buon scrittoreVoglionsi ingegno e cuore;Non t'impancare a scole,Non pensar come vuoleLa moda; scrivi quelloChe ti detta il cervello;Sii naturale, schietto,Onesto—e sarai letto

La vera sintesiDell'età nostraCon breve disticoQui si dimostra:«Tutto si compera,Tutto si vende,E carta sudiciaPer ôr si spende.»

Era stimato un tanghero;Il mondo alfin s'è accortoCh'egli era un uom di merito;Che fece ei dunque?—è morto.

Odo ripetersiDa molte partiCh'oggi in ItaliaRisorser l'arti.Risorte fosseroAl par di CristoChe andò alle nuvoleNè più fu visto?

Perchè al monte ParnasoBazzicavano i vatiNelle remote età?Fosse quello per casoUn monte di pietà?

Davver son gentili, davver son garbatiCodesti bïografi dei genii passati!Se mutan le frasi per far dell'effetto,Se variano i nomi, tal sempre è il concetto:«È morto Guerrazzi, è morto Manzoni;Non restan più al mondo che ciuchi e birboni.»

Se questo strepito,QuestoDies iræSarà la musicaDell'avvenire;Ai nostri posteriAlmeno accordiIddio la graziaDi nascer sordi!

Morì un pöeta; accorrereAl funeral tu vediLa città intera; mancanosolo al cortéo gli eredi.

Per ragioni politicheVenezia abbandonasti;Or che Venezia è liberaPerchè non vi tornasti?Temer non puoi dell'AustriaGli insulti ed i rigori;Non son partiti i barbari?….—Restano i creditori.

I questurini abbomini,Odii i carabinieri—L'alte ire tue dividonoI ladri e i barattieri.

Con stolta boriaSpesso tu dici:«Tutti mi onorano,Non ho nemici»Ben altri, o Gellio,Sono i miei vanti;Me in massa abborronoCiuchi e furfanti.

La pena di morteVorresti abolita,Esecri il supplizioDel carcere a vita….Mitezza tu chiediPei ladri più abbjetti;Tu certo prevediQual fine ti aspetti.

Musiche incomprensibiliScrive su versi orribili;Oh! chi è costui? scommettoChe è socio del quartetto.

Fine alle chiacchere!….Dorina, attenta!….Dramma nuovissimoSi rappresenta….S'alza il sipario….—Basta! ho capito….La donna è adultera,Becco il marito.

Son le tue dotte criticheD'arte e di scienza un codice,Per non scordarle, o Gellio,Tutte le imprimo al podice.

Un uom che prende moglieL'imagine mi dàD'un inter che diventa una metà.

—Crivellato dai debiti tu sei,Pure, ti veggo, Asdrubale,Sempre gaio e contento.—Perchè allarmato e triste esser dovrei?Di penoso nei debitiNon v'ha che il pagamento.

Sempre si lagna,Poco guadagna,Nulla ha studiato,Fa il letterato;Ottimo arneseDa Polizia!EccellentissimaStoffa da spia!

Dieci giornali pubblichi;Editor benemeritoTi acclama ogni preterito.

Nell'universoRegnò sovranaFin che fu musicaItalïana;Volle esser musicaCosmopolita,E allor d'ItaliaNon è più uscita.

Si può?—Avanti!—Signore….—Che bramate?—Il saldo del mio conto—FavoriteDi aspettar qualche mese—Mi celiate!….Non voglio più aspettare—Allor…..partite

Audace, libera,Indipendente,Di giogo indocileÈ la tua mente….A chi ne dubita,A chi nol credeLa tua grammaticaNe può far fede.

—Il mio core è sempre giovaneNon mel credi?—Sì…. tel credo….Ma…. che vuoi? Pur troppo, o Clelia,Sol del cor l'astuccio io vedo….E l'astuccio, o dolce amica,È di pelle troppo antica.

Tutti plaudiscono?L'illustre criticoSarcasmi biascica,Le ciglia aggrotta.Tutti sbadigliano?L'illustre criticoEsclama in estasi:«Musica dotta!»

Lavorò settant'anni;Vecchio, pien di malanni,Dalla miseria afflitto,L'umile sottoscrittoNella carità pubblicaSolo or confida, e speraChe l'ospizio dei croniciLo accolga, o la galera.

Dalle nuziali soglieIeri fuggia tua moglie….E controLuiti irriti!E piangi…. o imprechi aLei.Pensa a quanti maritiD'invidia oggetto sei!RAFFRONTO STORICO

Se il ver narrarono,L'oche strillandoUn dì salvaronoIl Campidoglio;

I nuovi pàperiCianciando, urlando,Fan dell'ItaliaBarbaro spoglio.

A Recöaro, a Lévico,In voluttà fastoseSmorzan la febbre istericaDe' Semidei le spose;

E mentre ai balli sciupanoLe fibre e il lusso infame,Geme dai folti strascichiDel popolo la fame.A GELLIO MALATO

Sovente udiam ripetersiDai funebri oratoriChe i buoni, i giusti muoionoE restano i peggiori;

Di tal sentenza, o Gellio,Quanto tu dei gioire!Morbo crudel ti logora,Ma tu non puoi morire.

Nel paësel, gli arteficiDel ferro e della setaMe per le vie salutanoCol titol di poeta;

Insigne omaggio in patriaDavvero a me vien fatto!Poëta pe' miei villiciSinonimo è di matto.

È morto il medicoDell'ospedale,I preti adunansiPel funerale;Degli ammalatiCh'egli ha curatiPerchè alle esequieNiuno è venuto?—Ahi! tutti quantiL'han preceduto!

Eicon tua moglie giacque,Lo sorprendesti in letto,Da ciò una sfida nacque,Fosti ferito al petto.Del düello la famaVolò pel mondo; ed ecco,Ei gentiluom si chiama,Tutti te chiaman becco.

Perchè ad eccelse caricheTu di salir sii degnoAnzianitàdomandasiNon scienza o illustre ingegno.Forse che gli anni mutanoAd un cervel le tempre?Quelli che nacquer asini,Asini restan sempre.

Cani, scoiattoli,Gatti, cavalli,Marmotte e scimmieSoglio ammirar;

Gli storni abbominoE i papagalliE l'altre bestieChe san parlar.

In questo miolibrettoAvrai, te lo prometto,Caratteri, passioni,Ardite situazioni….Però, bada, o maëstro,Che qui non troveraiL'arte, la scienza, l'estroE il genio che non hai.

Ai tempi andati,Ognun credevaChe fosse belloCiò che piaceva.Per chi la famaDi dotto ambisceOr, bello—è quello….Che niun capisce.

Da un anno don PeppinoNon legge che giornali….C'è da stupir s'ei diventò cretino?

In un tuo libro hai dettoChe il mio stile neglettoManca di forbitezza e venustà;Il tuo libro comprai—mi forbirà.

Uom senza core!Dieci ragazzePer te d'amoreDivenner pazze….Lisa ingannasti,Tecla hai tradito;Or ti ammogliasti….Dio t'ha punito!

Nei collegi governatiDai famosi IgnorantelliGravi scandali son nati,Ne è mestier ch'io ne favelli.

Se alle falde del CenisioSi applicassero costoro,Senza spese e senza macchineCompirebbesi il traforo.

Come hai bramato,Caro avvocato,Sei deputato,Ed or, cianciando,Barcamenando,CarracolandoSovra gli scranniDestro e sinistro,Va!…. fra dieci anniSarai ministro!

«Buon padre, buon fratello,«Buon figlio, ottimo sposo,«Onesto, generoso,«Model d'ogni virtù….»Tal suona il panegiricoSempre a chi muor; sol questoDi lui diran: fu onestoDall'ombelico in su.

—Da tre giorni è partitaTua moglie, e piangi ancora!Rischia salute e vitaChi troppo si addolora.

—Al mio cordoglio immensoI conforti son vani;Partita ell'è…. ma pensoChe tornerà domani.

Fabio: alla tua gran voceL'Italia ha reso omaggio;Sei cavalier—la croceAvrà il mio ciuco in maggio?

Piace un dramma a Milan…. cade a Firenze;Fischia Venezia…. plaudirà Torino.Variano i gusti, varian le sentenzeDel pubblico cretino.

Flavio maestro chiamasi,Dunque: perchè fa il critico?—Flavio fa atroci musiche.

Sandro pittore nomasi;Dunque: perchè fa il critico?Sandro fa sgorbi orribili.

Tullio poeta vantasi;Dunque: perchè fa il critico?Tullio è poeta pessimo.

In base a tali esempi,Definirei la critica:Arte o mestier da invalidi.

Il prete don NataleSi vanta liberale.Onde fede io gli prestiSmetta la negra stola;Or smentiscon le vestiLa liberal parola.

Il partito moderato,A tuo dir, molto ha mangiatoAlla greppia del poter;Io tel credo, e sarà ver.

Pure, o Crispo, il tuo partitoDà tai segni di appetito,Che se un dì il potere avrà,Quel che resta mangierà.

S'ode una nuova musica?Gridan: non è Rossini!Sei buon scultor? ti oppongonoCanova o Bartolini.Non è Manzoni! esclamano,Se un bel romanzo scrivi;—Gli illustri morti servonoAd accoppare i vivi.

«Passione maledetta!Moglie: quel libro getta!Vi apprenderesti coseOrrende, obbrobrïose….»

—Oh! che ti frulla in mente?Questo torto non farmi;Il libro è un po' indecenteMa nulla può insegnarmi.

Guai se legge la mia ClaraQuesto libro abbominato,Questo libro ove s'imparaLa malizia ed il peccato!

Da un romanzo sì perversoElla apprendere potriaCome e quanto io son diversoDal marito di Sofia!

AllaVoce del popoloMando gli auguri miei;Pur non credo al provverbioVox populi, vox Dei.

Recenti e antiche istorieMostran che suol tal voceSpesso Barabba assolverePer metter Cristo in croce.

Sulle tueprime liricheDomandi il voto mio;Bravo! pur che sien l'ultime,Batto le mani anch'io.

Per farti degnoDel paradisoIl tuo rabbinoT'ha circonciso;

Appena io nacqui,Dal mio curatoPer l'ugual causaFui battezzato;

Senza battesimo,Predica il prete,Nel regno eternoNon entrerete!

Grida il rabbinoCon ugual zeloChe col prepuzioNon si va in cielo.

E finchè il mondoSarà cretinoAvran ragionePrete e rabbino.

Quando in Italia i martiriPendevan dai patiboli,Festi il mestier dell'esule;

Oggi l'Italia è libera,Sai che i giurati assolvono;Rischia il mestier del martire!

Una gentil signoraChe i letterati adora,Ieri, nel congedarmi,A me parlò così:

«In ogni giorno ed oraVenite a visitarmi;Glialtriimbecilli vengonoSoltanto al lunedì.»

Il tuo giornale, o Gellio,Oggi ti rimandai;La carta è troppo fragilePer…. l'uso che tu sai.

Turpi i miei libri, e questoRacconto insulso e gramoChe tanto m'ha seccato,Si chiama un libro onesto!Libro furfante! esclamo:Tre lire m'ha rubato.

Sotto la monarchiaGabrio è ruffiano e spia;Sotto il governo—repubblicanoChe sarà Gabrio?—spia e ruffiano.

Quando d'una effemerideTu imbratti le colonne,Presumi invan nascondertiNel vel di unIpsilonne.A ognun che il testo esaminiSubito si rivelaChe all'ombra del pseudonimoUn asino si cela.

—Come è andato il veglioneIer notte?—Assai giocondo….Di maschere e personeSul tardi c'era un mondo;Credo (tanto al mattinoStipata era la festa)Che vi fosse perfinoQualche persona onesta.

—Poco mi resta a vivere….—Che parli tu…?—Lo sento….Troppo ti amai…. le viscereMi strugge un morbo lento….All'obliato cenereDi lacrime e preghiereQualche tributo, o Eufrasio,Darai…?—Con gran piacere!!!

Di tutto parlaE nulla sa…Al ParlamentoTrionferà.

Molto studiò; pur, FlavioFu sempre un ciuco—Io pensoChe, entrandogli nel cranioLa scienza, uscì il buon senso.

—Padre…. al venerdì santo….Commisi un gran peccato….Mangiai un…. uovo—O scandalo!Va!… va! tu sei dannato!…Io…. ch'ebbi dal PonteficeL'indulto, in quel dì istessoNon mangiai che una folica….Ed un branzino a lesso!…

Quattro milioni valgonoI vasti tuoi poderi,Quasi altrettanto valgonoLe ville ed i manieri;

Ingenti somme valgonoI mobili, gli arredi,Le molte gemme, i fulgidiCocchi che tu possiedi;

Valgono i bovi, valgonoLe scope ed i pitali….Tu solo, in tal dovizia,Gabrio, tu nulla vali.

Se a piè mi incontri, o Gabrio,Meco a parlar ti fermi,Se al corso in cocchio transiti,Fingi di non vedermi.

Io, più cortese e amabile.Dalla pedestre follaTi grido ognor con enfasi:«Addio, superbachiolla!

Ho letto in qualche libro, e intesi dir da moltiChe gli uomini di ingegno fanno i figliuoli stolti;Di parlar teco, o Gellio, se a qualcheduno accade,Che tuo padre era un genio tosto si persüade.

Veggo che in molti opuscoliE libri si censuraChi chiamò il matrimonioNodo contro natura.

Perchè, fra gente seria,Fra legisti e curiali,Solo i figli illegittimiSi chiamannaturali?

Dì: quei capelliSì folti e belli;Clelia, que' dentiBianchi e lucenti,Quel nuovo pettoChe hai nel corsetto,Quanto han costato?—Tutto ho compratoA prezzo onestoVendendo…. il resto.

Non ti nomai; d'un asinoScrissi, tu ti offendesti.Nei versi miei specchiandotiL'effigie tua vedesti?

Ogni giorno si confessa;Se ogni notte la contessaNon facesse un po' all'amore….Che direbbe al confessore?

L'autor delRigoletto, scrivendo ad un amico,Disse: è ben che i maestri ritornino all'antico.Certi nuovi spartiti, che infatti hanno un tal merito,Non vedran l'avvenire, vedran bensì il preterito.

Fuori dal Parlamento,Fra noi dell'umil schiera,Per falso giuramentoSi può andare in galera—Al Senato, alla CameraMiglior sistema è invalso….Ivi per molti è titoloD'onor giurare il falso.

Eroi, eroi!Che fate voi?—Voi massacrate,Assassinate,Voi desolateBorghi e città;Un vil bifolcoChe suda al solco,Val più di voi,Birbe di eroi!

Tutti oramai son editiI tuoi capolavori;I torchi più non gemono,Gemono gli editori.

Dì quel che gli altri dissero,Fa quel che gli altri han fatto;Chi papagallo o scimmiaNon è, pei volghi è un matto.

Allor che al mondo annunziasiQualche molesto evento:«Oh! il dito dell'Altissimo!»Sclamar dai preti io sento.

D'un prete la PerpetuaIer l'altro ha partorito…,A compier tai miracoliDi Dio bastar può il dito?

Su per giù, nascerannoIn Italia cinquanta-Cinque spartiti ogni anno…Ne muoiono sessanta.

Gellio: se non ti avesseroEletto a deputato,Col titol dionorevoleChi mai ti avria chiamato?

Se muore un uom grandePer senno e valor,Nell'aria si espandeImmenso fragor.Son genî incompresi,Son piccoli eroi,Son nani che gridano:«I grandi or siam noi!»

Di Wagner la grand'opera(Oh evento fortunato!)Tutti fra poco udranno—E l'avvenirfra un annoSi chiameràil passato.

Al Congresso operaioAndò il mio calzolaio.Io colle scarpe rotteRimasi; il buon CrispinoBrïaco l'altra notteTornò senza un quattrino.—Dirmi oserete adessoChe inutil fu il Congresso?

In volto audacemente io ti guardai;A ragione, Giacinta, ti offendesti….Se guardata nessun ti avesse mai,Fama di bella avresti.

Grazie, o Signor! di un pargoloLa casa mia si allieta;Fa ch'egli cresca incolume,Fa ch'ei non sia poeta!

Se poi delle tue grazieColmar lo vuoi, Signore:Fa ch'ei sia sempre un asinoMa ragli da tenore.

A mensa divorandoCon gagliardo appetito,Così parlava EugeniaAl burbero marito:

«Come felici siamo!«Dimmi: non ti consola«Pensar che noi formiamo«Due corpi e un'alma sola?»

—Se un corpo solo avessimo,L'altro rispose, appienoSarei felice, o Eugenia;Mi costeresti meno.

Narran le antiche cronacheChe un pazzo imperatoreAl suo cavallo il titoloDonò di senatore.

Qual meraviglia? Ai faciliTempi che venner poi,Forse più eccelsi titoliNon ebber ciuchi e buoi?

Su questo cencio ignobileChe ha titol diRivistaSputò la bava sordidaUn rospo giornalista;

Qui con oscene ingiurieQuel sozzo ordì i ricatti;E con tal foglio il podiceCredi forbir? lo imbratti.

Fra le bestie bovine del paeseHa nello scorso meseUna peste terribile infierito;Per tema del contagioIl Sindaco è fuggito.

Che brava gente! A leggereLe scritte, esclameresti:«Color che qui riposano«Tutti eran probi e onesti!»

Pur, se dall'urna sorgerePotesse alcun, senz'armiCol portafoglio in tascaQui non vorrei trovarmi.

In Dio non crede,In nulla ha fede,Pur, don NataleÈ clericale.Che mai lo legaAlla congrègaTurpe e nefasta?—È pederasta.

Troppo imprecasti contro ivenduti;Di tema, o Flavio, perchè non muti?Qualcun già mormora che sii sdegnatoPerchè nessuno t'ha mai comprato.

La gente uscia dall'atrio,Il dramma era finito:—Come i teatri annoiano!Sclamava un buon marito;Di becchi e donne adultereSempre la scena è invasa;A tali drammi assistereTutti possiamo in casa.

Tutti lodaronoI tuoi sonetti;Prova certissimaChe niun li ha letti.

Ad una signorinaAmabile e garbataDissi: Pasqua è vicina….Vi siete confessata?Ed ella: al rito santoCi andrò, ma all'ultim'ora;Spero di fare intantoQualche peccato ancora.

Perduto il titolo di deputato,Ex-onorevole fosti chiamato—Ma chi in gran conto non t'ebbe prima,Quasi onorevole oggi ti stima.

Morì l'OsservatoreOrgano dei rétrivi….Qual lutto per l'Italia!I redattor son vivi.

Ier, sotto i forti,Grande macello….Sei mila morti….Il tempo è bello.

BombardamentoRicominciato….Morti seicento….Dio sia lodato!

Oggi, gelatiMille soldati….Sano son io….Sia lode a Dio!

Lui grande al par di Cesare,Quando reggea l'impero,Lui vinto, infame disseroE stolto avventuriero;

Giudicheranno i posteriQual fu Napoleone;Ciò che fin d'or si giudicaÈ il secolo buffone.

Che fai? ti arresta, o Clelia!Già deponesti i crini….Sciolti dal fianco cadderoI vasti crinolini….Il sen ricolmo e turgidoGià sparve col corsetto….Se ancor ti spogli, o Clelia,Che porterai nel letto?

Dio! come l'aria è rigida!Il capo al vento immiteSe ancor tu esponi, o Gellio,Puoi prendere un'orchite!

Contro il sistema della cremazioneProtestano con ira i collitortiI gesuiti ed i preti retrivi;Noi non cremiam che i morti,La Santa InquisizionePreferì sempre di cremare i vivi.

Già della PrussiaTutti i soldatiSotto ParigiStanno accampati….Già dell'assaltoSuonata è l'ora….E la repubblicaNonsoffiaancora?

L'esame di botanicaSubiva uno studente.So, il professor dicevagli,Ch'ella ha studiato niente;

Un quesito assai facileProporre a Lei vogl'io:Con qual seme propagansiLe zucche?—E quei: col mio.

Un professor di storia naturalePer schernire agli esami uno scolaro,Gli chiedeva con aria magistrale:

«Sa dirmi quante gambe abbia il somaro?»E quei: «mi è d'uopo in pria veder le sue»Sotto il tavol guardò, poi disse: «due.»

All'urne accorrete,Nessuno si astenga!Però, rifletteteSe più vi convenga

Aver deputatiGià sazi e contenti,O i nuovi affamatiChe affilano i denti.

—Tre volte Enzo è fallito,…Or dimmi: come avvieneChe un tal lusso mantiene?Davver, ne son stupito!

—Le son domande stolte;Per farsi millionarioNon sai che è necessarioFallire almen tre volte?

Studiar convienePoco, ma bene.Or, che si studiaDi tutto un po',Chi nelle pubblicheScuole fu istruttoPuò dir: «so tutto,Ma nulla so.»

Dal freddo assideratoUn vecchio gentiluomoGiaceva sul selciatoDella piazza del Duomo.

—A tal ridotto siete!Diss'io, di terra alzandolo;Un tetto non avete?—L'avea; stanriparandolo.

Aprile al termineGià volge; e piove,Nevica, grandinaOrribilmente.

Non v'è più dubbio:Mite e beneficaLa Russia muoveVerso l'Oriente.

Si vuole da moltiChe sempre la guerraPrepari alla terraPiù fulgide età.

Già in arme ai bivacchiStan turchi e cosacchi….Dalknute dalpaloQual luce uscirà?

Se per lo stil sol vivonoI libri, i miei morranno;I tuoi volumi, o Gellio,Eterna vita avranno.

Così fia noto ai posteriFin del mio nome ignariChe visse al nostro secoloUn asino tuo pari.

Tanto il tuo viso è sudicioDi polveri, di intonachi,Di lisci, di cosmetici,Di esotici saponi;Che al corso jer scontrandoti,Io t'ho scambiato, o Clelia,Per un avviso mobileDell'Agenzia Manzoni.

Ieri cadean malatiSindaco e segretario;Oggi son risanati….Chi fu il veterinario?

Alle abusate adultereOggi le MessalineSulla scena sottentranoCon Cleopatra e Frine…Di nome il palcoscenicoOve tai donne han stanzaMutar dovria, chiamandosiCasa di tolleranza.

Di sedere alla CameraAmbiscon molti, e anch'ioAl nobil desco assidermiNon sdegnerei, perdio!—

L'impiego, a ciò che dicesi,È poco profittevole;Ma ivi l'onor puoi perdereSerbandotionorevole.

Allor che predichiDal tuo giornaleTanta morale,Veder mi pareUn vecchio satiroDai peli grigiChe al lupanareFa il panegiricoDi San Lüigi.

—Buon dì, Clelia!—Ben giunta…!—Quali nuove?—Il GualtieriÈ morto—Quando?—Jeri….—Ventisei…. qual disgrazia!—A dodici ore….—Quanti anni avea?—Trentotto….—Peccato! era un brav'uomo….Dodici…. ventisei…. bel terno al lotto…!

Strano vocío dagli ùteriUscia: «noi siam poeti….Noi siam dell'arte i genii…Largo agli illustri feti!

Le eccelse vie si sgombrinoAlla divina prole!Notte voi siete e báratro,Noi vi rechiamo il sole»

—Iddio vi assista! e plausi,E gloria al mondo avrete;Ma prima, questa graziaFateci almen: nascete!

—Desiderasti mai la donna d'altri?È un orribil peccatoDiceva al penitente un buon curato.—Io!… la donna degli altri!… qual follia!Cederei volentieri anche la mia.

Di te qual avvi, o Flavio,Uom più felice al mondo?Tu ricco sei, tu nobile,Tu grasso e rubicondo:

Odio giammai nè invidiaA te recò molestia;Tu già tre volte sindaco,Tu cavalier, tu…. bestia.

Il tuo stil, ne convengo, è assai purgato;Pure, ogni volta che i tuoi libri ho letti,Per non cader malato,Purgarmi anch'io dovetti.

I giornalisti all'àgapeFraterna convenuti,L'uno all'altro ricambiansiI brindisi e i saluti.L'ire gelose e gli odiiIn amistà si cangiano….—Sazio han davver lo stomaco;Fra lor più non si mangiano.

Con frasi tolte a prestitoTu l'opere componi;Opere invan le intitoli,Non son che operazioni.

Morì Vittorio; al lugubreAnnunzio, il popol tuttoSegni di immenso luttoPel Sire estinto diè;E ognun cogli occhi in lacrimeS'udia sclamar stupito:«Fenomeno inaudito!«Fu galantuomo e Re!»

Per leinserzioni—apagamentoLa quarta pagina—hai destinata.Perchè da tutti—ripeter sentoCh'è di tue pagine—la men pagata?

Morto (d'inedia forse)È un poveroTravet—nè alcun si accorseDel suo morir…. nè v'ha più chi lo nomini;Pure, anch'egli era il Re…. dei galantuomini.

Colla dote della moglieSo che i debiti pagasti,Ma sposandoti incontrastiD'ogni debito il maggior.


Back to IndexNext