Due sole volte, nella mia prima giovinezza, mi avvenne di trovarmi a contatto di questo insuperato attore, di questo indomabile patriota, di questo fiero repubblicano, che col fascino della declamazione, co' suoi scritti spigliati e sarcastici, colla parola vibrata e potente tradusse sul palcoscenico e in ogni atto della sua vita i grandi concetti del Mazzini.
La biografia di Gustavo Modena figurerebbe degnamente fra quelle degli uomini illustri narrate da Plutarco.
Nell'anno 1842, quando il Modena venne a Pavia per dare a noi studenti il primo saggio delle sue enfatiche e vigorose declamazioni, il tragico insigne da pochi anni avea fatto ritorno in Italia dopo le prove crudeli dell'esilio. Egli veniva a noi preceduto da una fama che somigliava ad una promessa di gagliarde emozioni e di eventi grandiosi. Nessuno l'aveva veduto, nessuno l'aveva udito mai, pure il suo nome destava in tutti i cuori un fremito di entusiasmo. Questo uomo singolare, questo attore ispirato e potente, che a Londra aveva ruggito i fieri sdegni di Dante, recava a noi la favilla agitatrice del Mazzini, il concetto e le aspirazioni dellaGiovine Italia.
Io mi recai in teatro per assistere alla sua prima rappresentazione con un'ansia febbrile nel cuore. Gustavo Modena esordì a Pavia collaZairadi Voltaire. Egli era un sublime Orosmane. Bello di volto, alto di statura; la sua voce nasale, che dava suoni terribili negli impeti dello sdegno, era, nella espressione dell'amore, soavissima, penetrante, suscettibile di inflessioni svariatissime. Nessun attore italiano ha esercitato mai un fascino sì grande sulle masse. Quanto a me, confesso che la sola Rachel mi parve, in qualche dramma dell'Hugo, negliOraziidi Corneille e nellaFedra, degna di misurarsi con quel superbo atleta del teatro italiano.
Il Modena, nella scelta delle produzioni, mirava sempre ad un intento politico. Il suo repertorio sulle prime rimase circoscritto a poche tragedie. La censura, severissima a' quei tempi di austriaca dominazione, eccedeva di rigore con lui. Gli era vietato di rappresentare molti drammi consentiti senza scrupolo agli altri capocomici. Si mutilavano inesorabilmente dalle poche produzioni a lui permesse tutti quei brani che potevano suscitare, per effetto della sua potente declamazione, degli entusiasmipericolosi. Era vano. Recandosi ad udirlo in teatro, quei rigidi ministri della polizia austriaca stupivano o piuttosto inorridivano di esser stati troppo indulgenti; una pausa, uno sguardo, un gesto dell'attore riempiva le lacune del testo mutilato, e talvolta una reticenza più significante della parola provocava il fremito e le entusiastiche ovazioni degli spettatori.
In quell'anno, il Modena non diede a Pavia che sei o sette rappresentazioni. La polizia, inetta a contenere gli entusiasmi, tremò che avessero a svilupparsi in atti di ribellione. Noi udimmo, dopo laZaira, ilSaulle, ilLuigi XI, iDue Sergenti, laClotilde, ilPolinice, ilGiocatoree laCalunnia. Bello nellaZaira, come più tardi lo fu il Salvini suo discepolo e imitatore, commoventissimo neiDue Sergenti, nobile ed arguto nellaCalunnia, straziante nelGiocatore, atrocemente vero nelLuigi XI, è però d'uopo convenire che in nessun dramma o tragedia ebbe il Modena più largo campo a rivelarsi come nelSaulledi Alfieri. Gli spettatori, seguendo sulla scena le movenze di quel biblico Re, udendo la feroce parola di quell'ipocrita tiranno, comprendevano che l'artista, riproducendo con tanta enfasi di verità il personaggio, voleva infliggere un'onta a tutti i despoti della terra e votarli all'esecrazione pubblica. L'attore repubblicano, trascinando sulle scene il paludamento regale imporporato di sangue, ruggiva l'anatema alle monarchie e mirava a scuotere i troni. Rimarranno eternamente memorabili in chi ha udito ilSaulledal Modena, le pause terribili onde egli interrompeva il verso alfieriano:
Traggasi a morte…. a cruda morte… e lunga.
Era il tigre che vuol gioire dell'agonia e abbeverarsi di sangue vivo.
Ricorderemo più innanzi altri punti drammatici, ove con una parola, con un grido, con un gesto, questo attore di genio creò effetti nuovi e potenti. In più occasioni noi abbiamo visto gli spettatori balzare in piedi, salire sulle seggiole sventolando i fazzoletti e i cappelli, e confondere il loro entusiasmo in un grido che voleva dire: «Ti abbiamo compreso e a suo tempo agiremo!»
I giovani che oggi respirano un'atmosfera così diversa da quella in che noi abbiamo vissuto ai nostri primi anni, qualche volta sorridono all'udirci ricordare con tanta commozione codesti preludi incruenti del nostro risorgimento politico. Sventuratamente la storia di quel periodo di preparazione non è ancor scritta come la si dovrebbe, e pochi si danno la pena di informarsene nei libri ove se ne fa qualche cenno. Se altrimenti fosse, i sorrisi e i sarcasmi cesserebbero. Si vedrebbe che in quell'epoca di preparazione accaddero fatti e si consumarono sacrifizî degni di memoria; e più rettamente apprezzati sarebbero taluni uomini, i cui nomi si ripetono spesso da chi meno conosce ciò che operarono.
Terminate le rappresentazioni di Pavia, il Modena doveva recarsi a Milano colla sua compagnia, per dare alcune recite a quel Teatro Re, ch'egli chiamava il suopozzo d'oro. Parrà strano ciò che io narro. Il grande attore, per trasferirsi da Pavia a Milano, volle servirsi di quella ignobile barcaccia che ad ore fisse solcava il naviglio trascinata da due squallide cavalle. Caso volle che in quel medesimo giorno anch'io partissi collo stesso veicolo e avessi occasione, durante il viaggio, di intrattenermi a colloquio col grande attore. Il Modena era accompagnato da sua moglie, la signora Giulia, bellissima e coltissima donna ch'egli aveva conosciuta e quindi sposata a Berna negli anni di esiglio. I due coniugi occupavano nelbarchettola cabina riservata; un bugigattolo a poppa, capace appena di ricettare quattro persone. Pare che mirassero a tenersi segregati dagli altri viaggiatori, onde evitare le noie che la curiosità pubblica suol infliggere alle persone celebri, segnatamente ai celebri artisti di teatro. La simpatia pel Modena era in me sì viva, che appena mi accorsi di averlo a compagno di viaggio, non seppi contenere il desiderio di farmegli appresso e di esprimergli come meglio sapessi a parole il mio ardente entusiasmo. Con quella inconsideratezza che è propria dei giovani, d'un salto varcai la barriera che divideva i due compartimenti; e forse con imperdonabile avventatezza avrei anche violato la cabina dove il grande attore avea voluto trincierarsi, se abordando la poppa non mi fossi trovato inaspettatamente in presenza di lui. Egli se ne stava ritto, sulla porta del bugigattolo, in mesto atteggiamento. Al vedermi, diede un accenno di sorpresa, aggrottando le ciglia. La sua nobile e buona fisonomia esprimeva una protesta scevra di corruccio. Ma il turbamento ch'egli lesse nel mio volto dissipò le nubecole della sua fronte; e vedendo ch'io voleva parlargli, nè sapeva per la violenta commozione sciogliere il labbro, egli primo mi volse a fior di labbro la parola, dicendomi «qui siamo alle strette; i miei grossi bauli non sono abbastanza educati da farsi in là per dar posto a nuovi viaggiatori.»
—Le domando mille scuse, mi feci a dirgli timidamente—io non sapeva…. io non credeva….
Ma poi, riprendendo di un tratto la mia baldanza giovanile «vale a dire, proseguii con intonazione più naturale, io sapeva benissimo ch'Ella era qui; ma non ho potuto resistere alla voglia di contemplare da vicino le sembianze di un artista, il quale in teatro mi ha fatto palpitare tante volte, e fremere, e piangere.
—Eccomi! sclamò l'artista sorridendo—mi contempli a suo bell'agio. Qui, a vedermi, ad udirmi, non si paga un quattrino; onde io spero ch'ella vorrà giudicarmi con indulgenza.
Vi era, nell'accento di quelle parole, un non so che di sarcastico e di melanconico.
Pareva che in luogo di rispondere a me direttamente, quell'uomo aprisse uno spiraglio al suo cuore per dar sfogo ad un sentimento di profonda tristezza che lo opprimeva.
Io non riferirò (nè oggi lo potrei con precisione) tutto che mi fu dato raccogliere da quel nobile cuore di artista, durante quel tragitto da Pavia a Milano pel quale si impiegavano cinque ore all'incirca. Dappoi mi fu detto che il Modena, per indole e forse anche per un'abitudine di diffidenza appresa alle amare lezioni della vita, fosse ordinariamente, al cospetto di persone sconosciute, molto sobrio di parole e più spesso fieramente taciturno. Ma io lo aveva colto in buon punto. Per tutti, anche per i caratteri più alteri e sdegnosi, ci hanno delle ore, degli istanti, nei quali l'anima deve cedere al bisogno di rivelarsi. Gustavo Modena usciva da una città, dove la sua anima contristata dall'esiglio avea dovuto ritemperarsi. Egli avea respirato in un ambiente di giovanili entusiasmi; la fiducia nell'avvenire della patria era risorta nel suo fervido cuore.
Mi parlò d'arte e di letteratura; deplorò l'abiezione dei comici, avviliti dall'indifferenza del pubblico e dagli incessanti dissesti economici. Lamentò la prevalenza soverchiante dell'opera musicale, più atta a ramollire gli animi che non ad invigorirli. Degli scrittori drammatici, scarsi a quell'epoca e indegnamente rimunerati, deplorò le miserevoli condizioni. Quei lamenti rivelavano una tacita protesta contro l'Austria e un nobile ma sfiduciato intento di reagire, per quanto da lui si potesse, contro la prepotenza corrompitrice della straniera signoria. Io pendeva estatico dal suo labbro. Io sentiva che quella melanconica diceria sull'arte e sulle condizioni del teatro drammatico non era che una parafrasi delle sue aspirazioni politiche. Sotto la larva dell'artista insoddisfatto si indovinava l'apostolo di Mazzini.
Avrei bramato che quel viaggio non avesse mai fine. Gustavo Modena, esponendomi le deplorevoli condizioni dell'arte drammatica italiana, mi aveva rivelato tutto il programma delle sue aspirazioni.
Approdando a Milano io dovetti separarmi da lui. Mi strinse cordialmente la mano, e mi parve che una favilla della sua grande anima si comunicasse alla mia. Il suo mesto saluto pareva dire: «confidiamo che sorgano presto, per l'arte e…. per l'Italia, dei giorni migliori!
Dall'anno 1842 fino al 1848, il pensiero e l'azione del grande artista furon volti incessantemente alla redenzione del teatro drammatico. Egli iniziò il risorgimento; egli creò col soffio del suo genio una legione di giovani attori; riformò il gusto del pubblico ponendogli innanzi i più insigni capolavori della letteratura antica e moderna, e tentò, per quanto gliel consentissero i tempi avversi, di allettare a scrivere pel teatro i più colti ingegni d'Italia. Educò i comici e gli spettatori coll'esempio, coll'autorità del nome, col sacrifizio.
In quell'epoca di profonda apatia, disperante di ogni sussidio, inviso al governo e segretamente osteggiato, il Modena dovette procedere a gradi. In sulle prime, la compagnia stipendiata da lui si costituiva di pochi attori, per la più parte mediocri. Il vecchio Salvini, padre a quel Tommaso che oggi tiene lo scettro fra gli attori italiani; Augusto Lancetti, caratterista non privo di ingegno ma viziato dal cattivo metodo allora prevalente; Angela Botteghini, Elisa Mayer, la Adelia Arrivabene, un Massini, un Bellotti primo attore giovane, formavano il meglio del drappello. L'Angela Botteghini era buona attrice nella tragedia; l'Adelia Arrivabene, uscita da patrizia famiglia Mantovana e tratta da irresistibile vocazione alle scene, rivelava le più elette disposizioni, e già nelBicchier d'acqua, nellaCalunnia, nellaCabala(Camaraderie), in tutte le commedie di alta società, riusciva attraente, simpatica, vera. Gradatamente, la compagnia si venne completando. Ernesto Rossi prese il posto del Bellotti, e presto conquistò le generali simpatie interpretando con sentimento e calore la parte di Gionata nelSaulle, e quella di Nemours nelLuigi XI. I due giovani Salvini, Tommaso ed Alessandro, non ebbero in sulle prime, nella compagnia diretta dal Modena, accoglienze molto lusinghiere. Quel Tommaso che oggi ruggisce con tanta efficacia le gelosie di Orosmane e di Otello, che provoca tante lacrime nellaMorte civile, che in Francia, in Inghilterra, nelBelgiovien proclamato sublime; l'attore che fa trasalire Victor Hugo e commove di entusiasmo il più gran maestro vivente; quel Salvini che in sè riassume tutte le facoltà più prestanti dell'attore, nelle sue prime apparizioni al vecchio teatro Re di Milano si mostrava sifattamente impacciato e melenso, da provocare, ad ogni sua apparizione, le risa e le proteste degli spettatori. Gustavo Modena, egli solo intuiva nel suo giovane allievo le grandi disposizioni che più tardi doveano condurlo a splendida altezza. Il pubblico, come dissi, rideva e fischiava. L'Adelia Arrivabene, sempre in via di progresso, sempre affascinante e nobilmente vera nel rappresentare le duchesse e le contesse dell'alta commedia sociale, si vide ben presto sorger da lato una degna rivale nella Fanny Sadowschy. Questa giovane attrice, bruna gli occhi e le chiome come una bella andalusa, prestante della persona, riccamente dotata di tutti i vezzi della donna, di tutti i fascini dell'artista, grandeggiò in brevissimo tempo al contatto del Modena e prese nella compagnia il posto di prima attrice. La Sadowschy emergeva del pari nella tragedia e nel dramma; era, nelFilippo, una melanconica e fiera Isabella, nelSampierouna Vannina ispirata.
Dall'anno 1845 al 1848, alla compagnia diretta da Gustavo Modena si aggregarono, oltre gli attori già nominati, il Woller, il Bonazzi, i due giovani fratelli Vestri, quel Majeroni che dippoi raccolse larga messe di plausi nei primari teatri, un Tommaso Pompei, un conte Billi di Fano, un Janetti romano, valentissimo nella tragedia. Il repertorio, circoscritto dapprima a poche tragedie dell'Alfieri e a qualche dramma dello Scribe, si andò di mano in mano allargando; aliti valentia ed al numero degli attori corrispose la proprietà caratteristica dei vestiari e il decoro dell'apparato scenico. Gli applausi incoraggiavano l'artista riformatore a tentare le più ardite innovazioni; ma quando il Modena, illuso dai primi successi, invocò dei sussidi onde affermare sovra solide basi il grande edifizio iniziato da lui, gli Italiani non risposero all'appello. Non solamente il suo bel programma non trovò sottoscrittori, ma venne accolto con diffidenza e disprezzo. Ci volle la forte tempra del suo carattere per resistere a quel disinganno che rivelava l'anemia morale del paese. Gustavo Modena ne fu profondamente accorato; quella defezione era un'onta per l'Italia; ed egli, il caldo patriota, dubitò forse per un istante che ogni generoso sentimento fosse morto nel cuore della nazione.
Non per questo egli si ritrasse dalla lotta.
Educare il pubblico all'apprezzamento dei capolavori di ogni tempo, di ogni nazione e di ogni scuola, non era il cómpito meno arduo che il Modena si fosse prefisso. In questa lotta da lui intrapresa contro i pregiudizi, e, diciamolo pure, contro l'ignoranza del pubblico, la vittoria gli arrise sovente, non sempre. Dopo aver ravvivato sulle scene italiane l'Edipodi Sofocle, e rese accette al pubblico del teatro ReLa morte di Wallensteindello Schiller e laLucreziadel Ponsard, due tragedie che rappresentavano l'ultimo duello fra il romanticismo conquistatore e il classicismo spodestato, parrà strano che al Modena non riuscisse di far trionfare l'Otelloe di introdurre in Italia la tragedia Shakesperiana oggidì ben accolta ed ammirata. Potete voi supporre che all'incomparabile Orosmane dellaZairamancassero i requisiti per riprodurre stupendamente le angosciate gelosie e i selvaggi furori del terribile africano? Fatto è che l'Otello, recitato dal Modena al teatro Re, non piacque; insorsero dalla platea, durante l'unica rappresentazione che ne fu data, segni di noia nei primi atti, negli ultimi aperte dimostrazioni di biasimo; si udirono perfino, nei tratti più sublimi della tragedia, delle risa sguaiate. Chi scrivesse la storia delle enormità perpetrate da quella bestia da mille teste che chiamasi il pubblico, farebbe un libro curioso e istruttivo[1]. Si vedrebbe quanto poco attendibili e menorispettabilisieno spesso i verdetti collettivi, e come a torto si dia ad essi tanto peso. Uno dei punti della tragedia ove il genio di Shakespeare lampeggia più splendido e potente, non è forse il soliloquio di Otello che precede la uccisione di Desdemona? Il terribile Moro entra in scena coll'atroce proposito di immolare la bella e amata donna. Prima di accostarsi a lei, gli viene in pensiero di spegnere la lampada che rischiara l'alcova; ma riflettendo all'orribile eccidio che sta per compiere, egli esita un istante—«Se io ti spengo, o debole fiamma che mi rischiari, potrò raccenderti, ove le tenebre mi increscano; ma una volta che tu sii estinta, tu meravigliosa opera della benefica natura, di dove potrò io trarre la celeste scintilla che ti rianimi?» Così pensa, così parla Otello in quella scena stupenda, angosciato, combattuto dall'amore, dalla gelosia, dalla sete di vendetta. Orbene, fu a questo punto del dramma, quando il Modena colla lampada alla mano profferì le parole da noi citate, che il pubblico proruppe in una risata compassionevole. Dico compassionevole, perchè quel pubblico non avrebbe potuto ridere più chiassosamente, se avesse riso della propria imbecillità. Da quel momento, la rappresentazione dell'Otellosi volse in parodia. Gustavo Modena, offeso dalla riluttanza degli spettatori, non seppe contenersi dal dimostrare il proprio sdegno. Egli cessò di esser Otello; gettò di mal garbo la lampada, e dandosi a passeggiare ed a gesticolare come un semplice borghese, dopo avere con affrettata recitazione esaurita la scena seguente, ordinò che il sipario venisse calato sulla uccisione di Desdemona.
Quella sera, finita la rappresentazione, vidi il Modena entrare nel caffè del teatro. Il di lui volto era meno accigliato che mai. Taluni comici gli si fecero intorno; qualcuno osò dirgli che l'Otellonon era tragedia rappresentabile. Egli taceva; ma tratto, tratto, girando gli occhi dintorno con una espressione di sarcastica bonomia, zuffolava sommessamente. Oggi, Tommaso Salvini ed Ernesto Rossi, i due allievi di quell'insuperabile maestro, i due continuatori di lui, debbono i loro più gloriosi successi all'Otelloed all'Amleto. La tragedia Shakesperiana ha ottenuto favore in Italia; e ilCoriolano, ilRe Lear, laGiulietta e Romeo, ilMachbet, non si chiamano più mostruosità drammatiche, incompatibili col nostro gusto.
Come avviene a tutti quelli che a passo celere si slanciano sulla via delle riforme, Gustavo Modena ebbe molto da lottare contro le abitudini o i pregiudizi del pubblico allorquando cominciò ad introdurre nella sua compagnia la proprietà e la verità storica dei vestiari, del mobilio, degli attrezzi, di tutti gli accessori scenici. Sotto questo aspetto c'era tutto da innovare nelle compagnie italiane. Gli attori erano a que' tempi troppo scarsamente rimunerati perchè potessero permettersi quel lusso di abbigliamenti che oggi si ammira negli stipendiati del Bellotti-Bon, del Morelli, del Pietriboni e di altri capo-comici cavalieri. Indulgente per abitudine alla povertà dei vestiari e degli addobbi, il pubblico, per ignoranza, tollerava l'anacronismo. Ora, non vi ha in fatto d'arte tolleranza, che a lungo andare non guasti i criterî e non pervertisca il gusto della masse. Quando il Modena impose a' suoi attori la più scrupolosa osservanza delcostume, al vedere nelCittadino di Gande in altre produzioni storiche apparire sulla scena dei personaggi perfettamente ritratti dal figurino dell'epoca, la maggioranza degli spettatori si impennò; quelle nuove foggie di vestiti e di acconciature parvero grottesche e inverosimili. Mi sovvengo che ad una rappresentazione delloJacquart, in quella commoventissima scena dell'atto primo, quando la figlia dell'operaio protagonista dà in uno scoppio di lacrime, si partì dalla platea un tal fragoroso scroscio di risate, che gli attori si guardarono l'un l'altro per alcun tempo, attoniti, confusi, come ad interrogarsi di ciò che fosse avvenuto. Era avvenuto che la bella Elisa Mayer, nell'atteggiarsi a disperato dolore, avea voltate le spalle al pubblico, e quella voltata di spalle avea posta in evidenza la cortezza di un corsetto così rigorosamente foggiato al figurino dei tempi da sembrare alla più parte degli spettatori una mostruosa indecenza. Quell'incidente diede luogo a calorose polemiche su pei giornali. Fu posta in campo una questione diverismo rappresentativo. Critici di ingegno e coscienziosi scrisseropro,contraedin merito; e il bravo Riccardo Ceroni, amico e grande estimatore del Modena, svolgendo ampiamente le sue idee su tale argomento, non si peritò di proferire un verdetto di riprovazione contro ilverismo scenico, concludendo che «il pubblico viene, o dee venire in teatro, a far tesoro di idee, di sentimenti e di consigli, e non già ad assistere, come una crestaia, a un corso dimostrativo di costumi, in cui lo scrupolo della esattezza sia spinto fino all'estremo de' suoi minimi particolari.» Il Ceroni era uomo di coscienza e scriveva con ischiettezza; ma il Modena non diede ascolto a lui, nè a quanti altri la pensavano come lui; e tirò innanzi nelle sue riforme, e ottenne che a poco a poco le altre compagnie drammatiche italiane lo seguissero nella buona via.
Si è già veduto qual fosse il repertorio da lui preferito. Fatta eccezione dalle poche tragedie dell'Alfieri, tutto il resto si componeva di produzioni straniere. Al Modena fu dato rimprovero di aver imposti al pubblico italiano non pochi drammi di volgarissimo effetto, qualiIl Campanaro di Londra, Il Cenciajuolo di Parigi, La Signora di Saint-Tropez, ed altri d'ugual conio. Egli mirava ad impressionare vivamente gli spettatori, ad infuocare le passioni, a produrre negli animi delle agitazioni tempestose. Questi orribili drammi, riprovati dalla logica e dal buon gusto, gli prestavano il destro di ruggire qualche tremendo anatema contro i despoti della terra, di denunziare all'esecrazione pubblica qualche grande ingiustizia sociale. Per una invettiva, per un grido di rivolta, per un impeto d'ira sviluppato dalla sua declamazione potente, gli spettatori tolleravano la inverosimiglianza e applaudivano all'assurdo.
Non dimentichiamo, nel giudicare questo eccentrico artista, ch'egli mirava innanzi tutto a fare una propaganda di patriotismo e di democrazia a mezzo delle rappresentazioni sceniche. Allorquando, nelGiocatoredi Ifland, egli gridava le parole:impreco a voi, pareti, che udiste i miei primi vagiti, ecc., pareva che quella maledizione, lanciata dal proscenio con tanto impeto di voce, dovesse echeggiare oltre le mura del teatro quale una minaccia di esterminio a tutti i despoti della terra.
Non recherà meraviglia se, ispirandosi ai suoi generosi intenti politici, nel fare appello agli scrittori italiani perchè gli fornissero delle nuove produzioni, il Modena ponesse per patto che queste avessero a svolgere dei temi istorici e nazionali. E quali erano i letterati italiani che a quei tempi scrivessero pel teatro? La censura austriaca aveva sgomentati anche quei pochi volonterosi che malgrado la ritrosía dei capocomici ad ammettere le produzioni indigene, malgrado l'indifferenza ostile del pubblico, malgrado la squallida prospettiva del nessun compenso, tratto tratto osavano ancora affrontare lo scabroso cimento.—Coll'Alberto Nota e coll'Augusto Bon agonizzava la commedia nazionale.—A Paolo Giacometti i primi successi avean dato più amarezze che impulsi a procedere. Il giovane poeta era già inviso alla polizia, non tanto per ciò che aveva scritto, come per quello che prometteva di scrivere.—Giacinto Battaglia si era fatto un bel nome co' suoi drammi storici che arieggiavano le epopee sceniche dell'Odeonparigino. Ad imitazione di lui, il Rovani, il Carcano, il Revere ed altri, svolgevano in forma drammatica degli argomenti patrii, ma quegli ottimi lavori, pregevolissimi sotto l'aspetto letterario, parevano inadatti alla scena. E tale parve anche ilLorenzino de' Medici, che rivelando la vigoria e lo splendore di un ingegno non ancora famoso, chiamò l'attenzione pubblica su Giuseppe Revere, e fece dire anche ai critici più diffidenti: ecco un giovane che farà risorgere il teatro nazionale! IlLorenzino de' Medici, apparso in volume, ebbe un successo inaudito; ma nessun capocomico osò rappresentarlo, e forse l'autore istesso ne fece divieto. Per trionfare in teatro non rimaneva a Giuseppe Revere che una lieve fatica, quella di scrivere un secondo dramma con intendimenti più scenici, temperando le esuberanze della fantasia con quegli artifizî alquanto convenzionali che gli attori ed il pubblico esigono inesorabilmente da chi aspira a dilettarlo.
Giuseppe Revere, dietro invito del Modena, scrisse dunque ilSampiero di Ornano, una epopea drammatica dalle tinte forti, piena di impeti patriotici. Il tema era storico, luogo dell'azione la Corsica; Sampiero, il protagonista, un agitatore del popolo, un forte ribelle che mirava a redimere la patria vessata dal dominio genovese. Gustavo Modena, sotto le spoglie marinaresche del fiero isolano, fu bello, fu grande; la Sadowschy, recitando la parte appassionata di Vannina, si elevò all'altezza di lui; gli altri attori, abbigliati scrupolosamente alla foggia dei tempi e del luogo, recitarono con perfetto accordo. Le quattro o cinque rappresentazioni che si diedero delSampieroal vecchio teatro Re nell'autunno del 1846, furono altrettanti successi. Il pubblico accorse in massa e applaudì con entusiasmo.
Incoraggiato dalla buona riuscita di quel dramma, il celebre attore non esitò a commettere dei nuovi lavori scenici allo stesso Revere e ad altri scrittori non ancora famosi ma promettenti, quali il Dall'Ongaro ed il Ceroni. Il primo assunse il non difficile compito di drammatizzare la pietosa istoria delFornaretto; l'altro, credendo aver trovato un tema interessante nelle ammorbate cronache del Ripamonti e in un libro del Manzoni poco felice ma molto in voga a quei tempi, portò sulla scena la peste di Milano, i monatti, gli untori e il supplizio di un buon popolano assassinato dalla superstizione.
IlFornarettofu replicato più sere al teatro Carcano, dove la compagnia del Modena aveva trapiantate le sue tende d'inverno. La parte del vecchio padre, piena di mestizia e di piagnistei, non era di quelle che più convenissero al genio tragico del Modena; ma anche qui l'attore proteiforme ebbe lampi sublimi, e in qualche punto fece piangere gli spettatori. IlGiacomo Moradel Ceroni non destò il medesimo interesse. Il pubblico lo ascoltò con diffidenza, quasi con isgomento. Il lugubre ambiente della peste, gli squallori, gli orrori di quell'epoca maledetta dai morbi, dalla brutale ignoranza dei volghi e dalla atrocità delle leggi, tutto concorreva a provocare l'avversione. Tratto tratto, alla prima rappresentazione delMora, insorsero dalla platea degli applausi che parevano espressioni di condoglianza. Gli attori, il Modena compreso, investiti dal ribrezzo e dal tedio, smarrirono di atto in atto la lena; il dramma cadde, nè valsero a redimerlo gli sforzi dei molti amici, che il Ceroni, coltissimo ingegno e gagliardo carattere, contava a Milano. Nè anche le vivaci polemiche della stampa ottennero di prolungare la vita delle scene ad un lavoro, nel quale un solo pregio poteva essere ammirato, la corretta robustezza dello stile.
Esito non pari a quello delSampieroebbe in appresso ilMarchese di Bedmar, nuovo dramma del Revere. E nullameno, questi primi saggi teatrali dati a brevi intervalli da tre elettissimi ingegni, allietarono l'Italia e infuocarono le illusioni facilmente infiammabili degli altri capocomici. Allato della giovine truppa capitanata dal Modena già si andava creando, sotto gli auspici di Giacinto Battaglia e di Alamanno Morelli [2], quellaCompagnia Lombarda, alla quale dovevano poi aggregarsi la Sadowschy, la Botteghini, l'Adelia Arrivabene, il Lancetti, il Majeroni, il Rossi, i fratelli Vestri, tutto il fiore dei giovani artisti cresciuti alla scuola del tragico insigne. Fu quella, pel vecchio teatro Re di Milano, l'epoca luminosa. Noi abbiamo assistito a quella prima fase del risorgimento drammatico italiano; abbiamo veduto svilupparsi il germe di quell'albero, che oggi, malgrado le avverse vicissitudini incorse, cresce sì prospero e vigoroso. È d'uopo convenirne; mentre la musica accenna a decadere; mentre si va quasi perdendo fra noi anche quell'arte squisita della esecuzione vocale per cui l'Italia fu chiamata dagli stranieri la terra del canto; il teatro drammatico fiorisce, e la famiglia dei buoni attori va crescendo di anno in anno. I nostri celebri tragici Salvini ed Ernesto Rossi, ad esempio dell'Adelaide Ristori che li precorse ammirata e festeggiata come unaDiva, dopo essersi fatti applaudire a Parigi, a Londra, a Vienna, a Bruxelles, si apprestano a più lontane peregrinazioni. Gli stranieri, che non hanno più ragione di estasiarsi pei nostri obesi tenori, prodigano i loro entusiasmi a questi ammirabili interpreti di Shakespeare, che coll'accento e col fuoco italiano fanno rivivereOtelloedAmletosotto aspetti quasi nuovi.
Ma se è vero che l'Italia può oggi gloriarsi di aver raggiunto nell'arte della rappresentazione drammatica un altissimo grado, è d'uopo convenire che a quell'avventuroso risveglio prodotto dall'efficace impulso dato dal Modena a' suoi tempi, tenne dietro, nell'infausto decennio che precedette la grande e seria riscossa del 1859, una fase di sosta, o piuttosto di decadimento.
Al primo grido di rivoluzione insorta dalle terre italiane nel 1848, Gustavo Modena prese commiato dal pubblico, congedò il suo brillante esercito di attori, volò ad arruolarsi nelle file dei combattenti; suo teatro divenne il campo di battaglia, sua unica ambizione fu quella di combattere e dare il sangue per la patria. Nelle schiere capitanate dal generale Antonini noi lo vedemmo colla divisa dell'umile gregario bivaccare allegramente sotto le mura di Treviso. La bellissima Giulia, sua moglie, lo aveva seguito al campo, e una ricca bandiera da lei trapunta sventolava all'avanguardia di quella colonna di audaci, ai quali non mancò la gloria di qualche impresa ben riuscita. Pur troppo, quegli eroici episodî si smarrirono infruttuosamente nel generale disastro; la miseranda catastrofe di Custoza, che doveva ricondurre gli Austriaci alle porte di Milano, sfrondò gli allori dei generosi e coprì di oblío le loro gesta.
Il Modena, dopo la restaurazione dell'Austria, riparò a Lugano. L'amnistia di Radetzky fu muta per lui. Fra i pochi esclusi figurava il temuto attore, il cui nome era un programma rivoluzionario, la cui potenza drammatica era un pericolo ed una minaccia. Nel settembre di quell'anno infausto, approdando una sera a Lugano, io rividi il Modena mestamente atteggiato sulla spiaggia, cogli occhi vaganti sulle acque, come chi attende qualche misterioso messaggio. Erano con me quattro o cinque amici; taluni incappottati alla militaresca, altri acconciati con quello strano abbigliamento daprofughi, che riproduceva con risibile anacronismo i tipi teatrali del medio evo.
—Che di nuovo laggiù?—domandò l'attore appena fummo usciti dalla barca.
—Nulla! rispose uno degli amici.
Il Modena fece un atto di stupore, crollò la testa e si allontanò a lenti passi.
Seppi all'indomani che il dì innanzi erano partiti da Lugano alla volta dei confini lombardi, da quindici a venti giovinotti, per tentare uno di quei moti insurrezionali che il fantastico patriotismo del Mazzini sognava tanto più facili e sicuri quanto meno verosimili. Tutte le spedizioni organizzate a quell'epoca nel Canton Ticino abortirono miseramente. Ma il Modena, cuore d'artista, mente poetica, educata all'idealismo del dramma e infervorata dalle splendide utopie mazziniane; il Modena credeva, sperava attendeva l'istante a lui segnato per lanciarsi nuovamente nel campo della azione; e frattanto, declamando al teatro di Lugano laDivina Commediadi Dante, le liriche del Berchet ed altri frammenti di poesia repubblicana, sovveniva di denaro le reclute che già si cimentavano alle inconcludenti guerriglie.
A quell'epoca dal Cantone Ticino pullulavano gli opuscoli e i libelli politici. L'emigrazione italiana esalava i suoi fremiti e i suoi anatemi impotenti sotto ogni forma di scritto. La poesia e il verbiloquio ampolloso abbondarono sempre in Italia, anche nei più gravi momenti, quando la serietà del pensiero e dell'azione avrebbero tanto giovato. La politica che può tradursi in strofe rimate è ordinariamente una futile e nefasta politica. A quell'epoca, anche il nostro attore pubblicò delle brevi satire in prosa. Mi sovvengo che un suo opuscoletto indirizzato al marchese d'Azeglio levò qualche rumore. Naturalmente, i repubblicani insediati nel Cantone Ticino scaricavano sul Piemonte, sul Re Carlo Alberto e i suoi ministri, la reponsabilità di tutti i disastri accaduti. Dall'altra parte, i monarchici rimbalzavano le accuse e le invettive. È quello che accade nelle disfatte.
Dell'opuscolo qui sopra accennato e di altri scritti del Modena troppo magnificati dagli uomini di partito, dirò solo che piacevano soprattutto per una certa spigliatezza di forma, assai rara a' quei tempi fra i polemisti. Il Modena scriveva alla buona, con un gergo tutto suo proprio, da lui forse appreso tra i così dettifigli dell'arte, coi quali avea tanto vissuto. Lo stile balzano dava rilievo alle arguzie sarcastiche, temperava l'acredine delle invettive. In sostanza, quegli scritti non erano che una parafrasi brillante delle utopie e delle ire di un partito.
Si era detto anni sono che le opere letterarie e politiche del celebre attore sarebbero uscite stampate in volumi per cura de' suoi amici. Converrebbe averle sott'occhio, e studiarle oggi a mente riposata, per giudicarle imparzialmente. Ma pare che la promessa edizione sia rimasta in sospeso per mancanza di fondi, come avvenne del monumento pel quale era aperta nel 1860 una soscrizione in un giornale repubblicano di gran nome.
La miseranda spedizione di Val d'Intelvi, che ebbe per risultato l'incendio di un grosso villaggio e il martirio di un povero oste, diede l'ultimo crollo alle illusioni dei profughi battaglieri aggruppati intorno al Mazzini.
Al cominciar dell'inverno i comitati si sciolsero. L'emigrazione, guardata di mal occhio e osteggiata dagli orecchioni del Cantone Italiano, si andò assottigliando. I caporioni del partito repubblicano si dispersero, riparando, quali in Piemonte, quali in Toscana, dove si preparavano nuove agitazioni.
Di là a pochi mesi, nella primavera del 1849, Gustavo Modena questuava alla sera nei teatri di Firenze l'obolo per Venezia, e il giorno con vibrata e mordace eloquenza predicava alla Camera dei deputati l'insurrezione e la leva in massa. Strani tempi; quando il Guerrazzi, dittatore, rappresentava nell'assemblea toscana il partito della moderazione, e doveva, come più tardi il Cavour, portare la taccia dicodino.
Mi sovvengo che avendo il Modena un giorno, con certe sue proposte audacissime di generale armamento, sollevato la Camera a rumore, il Guerrazzi con un gesto di ironica compassione proferì le parole: «LASCIAMOLO RECITARE!» Sarcasmo irriverente e crudele, che non giovò certo a rinforzare l'autorità dell'illustre letterato livornese, già poco beneviso ai fiorentini e guardato con diffidenza dagli uomini d'ogni partito.
Ma la dittatura Guerrazzi non durò molto. Il Granduca rientrò a Firenze di là a pochi mesi; gli alberi di libertà vennero atterrati, il popolo festeggiò con luminarie e con tridui il ritorno delbabbo; ed ai democratici italiani fu mestieri rifugiarsi a Roma, dove il Mazzini, inalberata la bandiera repubblicana, prometteva ricostruire l'Italia sulle basi dei principî più liberali. Gustavo Modena partì dunque per Roma, e quivi pure il suffragio del popolo gli assegnò uno scranno all'Assemblea Costituente.
Quell'ultimo, non inglorioso periodo della rivoluzione italiana si chiuse, come è noto, col trionfo delle armi francesi e colla restaurazione del governo pontificio. I soldati del generale Oudinot occuparono Roma, e un'altra volta i più strenui campioni della democrazia dovettero disperdersi. Gustavo Modena, dopo aver preso parte ai combattimenti di Porta San Pancrazio e di Villa Panfili; dopo aver appoggiate colla sua enfatica eloquenza e sancite del suo voto le leggi più liberali decretate dalla Assemblea repubblicana, ebbe per grazia, dopo la infausta catastrofe, di poter riparare in Piemonte. Un melanconico decennio, pieno di disinganni e di amarezze, cominciò per lui. Per campare la vita gli convenne far ritorno al teatro. Le sue finanze erano dissestate; le poche sue terre in provincia di Treviso, saccheggiate dapprima e poi confiscate dagli Austriaci; gli scarsi capitali, frutto de' suoi risparmi, esauriti durante la rivoluzione. Minacciato dalla squallida miseria, egli riprese dunque sotto auspici avversi e con animo ripugnante, la antica veste di Roscio.
A Torino, dove gli uomini di parte repubblicana erano poco benevisi e fors'anche osteggiati dalla aristocrazia predominante, mancarono alle sue rappresentazioni gli entusiasmi della folla e i cospicui guadagni. Abbandonato da' suoi valorosi allievi, circondato dal peggio dei rifiuti altrui, la sua apparizione sulla scena produceva una mostruosa antitesi di sublime e di grottesco. Quel gigante circondato di pigmei lottava colle sua grandi forze per ottenere l'effetto, ma spesso gli avveniva di dover soccombere.
Da Torino e da Genova, trascinandosi nelle piccole città, nelle più umili borgate del Piemonte, gli accadde talvolta di non esser compreso o di dover recitare alle panche. Lo si sapeva repubblicano, e la fermezza delle sue convinzioni gli alienava le simpatie dei moltissimi che professavano altri principî. In qualche teatro di provincia il pubblico gli si mostrò apertamente ribelle. Erano applauditi con puerile ostentazione i mediocrissimi attori che recitavano con lui; si fingeva la più glaciale indifferenza pel suo superbo talento. Così i volghi di allora punivano nell'artista la fede incrollabile del cittadino e l'orgoglio di un grande carattere.
Non vi è tempra che resista all'urto incessante delle delusioni. Gustavo Modena si lasciò vincere da una cupa misantropia. Associato alle trame segrete dei mazziniani, compromesso in ogni cospirazione, egli disperò forse in cuor suo di veder mai realizzarsi le splendide utopie del partito. Visse lunghi mesi in ozio sdegnoso, prostrato da un malessere morale che allarmava la moglie e gli amici. Quando gli avveniva di ricalcare la scena, le entusiastiche ovazioni e gli astiosi insuccessi non valevano a scuoterlo dalla profonda apatia. Qualche cosa dell'artista era morto in lui; più volte, a metà di una rappresentazione, egli smarriva la voce e la lena, nè gli era dato, adunando tutte le forze della volontà, riprendere il dominio di sè stesso. Così passarono pel Modena, relegato nei confini delle provincie piemontesi, quasi esule in terra italiana, i dieci anni che precorsero il grande rivolgimento nazionale del 1859.
La trionfale riscossa che allietò l'Italia dopo dieci anni di avvilimento e di aspettazione angosciosa, non era tale da appagare i voti di un uomo che vedeva nei successi della nazione la sconfitta del proprio partito. Era ancora il Piemonte monarchico che prendeva l'iniziativa, la croce bianca di Savoja era ancora il segnacolo della unione italiana. Le vittorie di Magenta e di Solferino non potevano cagionare ai repubblicani una gioia completa; essi assistevano alle feste delle provincie redente col volto accigliato e colla amarezza nel cuore. Noi che abbiamo gustato nella sua pienezza il tripudio di quei giorni, quasi ci affliggiamo come di nostra sciagura al pensiero che molti egregi patrioti pei quali la vita era stata fino allora un martirio, non raccogliessero da quella nostra e dalla generale soddisfazione che argomenti di rammarico.
Gustavo Modena tornò a Milano in sullo scorcio del 1859. Immutabile ne' suoi principi, la mente piena di ubbie, diffidente, iroso, più che mai taciturno, d'altro non parve preoccuparsi che di speculare sul proprio talento, riprendendo con lena le rappresentazioni teatrali. Ricomparve infatti nell'autunno sulle scene del teatro Re, e i Milanesi lo rividero, dopo un'assenza di undici anni, sotto le sembianze diCittadino di Gand, in quel dramma politico, dalle tinte cupe, che'gli aveva offerto il destro, ai tempi della dominazione austriaca, di imprecare con tanto successo contro i tiranni. Strano a dirsi: il teatro Re non era affollato a quella prima rappresentazione; la platea non era stipata, i palchi a metà vuoti. Cionullameno, al presentarsi sulla scena, l'illustre artista fu salutato da una commovente ovazione. Gli applausi durarono dieci minuti; e da quegli occhi bruni, fosforescenti, pieni di fascino, si videro sgorgare due lacrime. Una impressione ben viva deve aver provato il Modena per quella manifestazione di simpatia; furono per avventura le ultime lacrime di gioia da lui versate. Fatto è che durante il primo atto del dramma, l'attore non potè mai sottentrare all'uomo completamente, nè l'artifizio della finzione vincere in lui il predominio di una commozione vera e profonda. A certi punti degli atti successivi lampeggiarono i raggi dell'antico Nume, e gli spettatori ne rimasero abbagliati. Ma chi ricordava il Modena d'altri tempi, non poteva a meno di rammaricarsi nello scorgere il grave deperimento de' suoi mezzi fisici. Qualche cosa di floscio si notava nel suo portamento scenico; la sua voce, così potente altre volte nel fulminare anatemi, non sempre rispondente all'impeto delle intenzioni, si andava insensibilmente spegnendo di atto in atto, di scena in scena.
Questo accadde alla rappresentazione delCittadino di Ganded alle altre che succedettero, quando il Modena ricomparve al teatro Re sotto le spoglie diLuigi XI, diGiacomo Ie diSaulle. I giovani che lo vedevano per la prima volta, ammirando i lampi intermittenti del suo genio, non gli perdonavano le esagerazioni e le debolezze. I suoi vecchi ammiratori si accorgevano del deperimento, e disertavano dal teatro profondamente costernati. Non vi è cosa che tanto affligga come il decadimento di un artista di genio.
Naturalmente, la diserzione del pubblico venne dagli amici politici del Modena attribuita ad una cospirazione di partito. Si disse che l'aristocrazia Milanese, astenendosi dal teatro, intendesse protestare contro i principi repubblicani professati dall'illustre attore. E forse, il Modena stesso prestò fede alla diceria; tanto, che dopo aver tentato con sorte non migliore le democratiche scene del Carcano, da ultimo, con dispettosa modestia, scese a rappresentare ilSaullein un oscuro teatruzzo in contrada di San Simone.
L'ultima rappresentazione del più grande attore tragico che l'Italia ricordi, fu data a Milano in un teatro da marionette. Ora quel teatro non esiste più, ed è morto l'insuperabileSaulleche tuonò l'imprecazione agli ipocriti sacerdoti laddove per tanti anni Arlecchino e Gerolamo avevano divertito le balie e i bambini coi loro lazzi.
Al grande, eccentrico artista vivente serbava l'Italia quest'ultima apoteosi. Di là a pochi mesi, giunse da Torino la notizia che il Modena era morto; che la città gli avea celebrate splendide esequie, che alcuni teatri eran rimasti chiusi in segno di lutto, che tutte le illustrazioni della politica, della letteratura, dell'arte, ecc., ecc., erano rappresentate al corteo funebre… Solita istoria! Ignoriamo se qualche monumento di lui degno sia stato eretto a Gustavo Modena. Abbiamo già detto, che all'annunzio della sua morte, una soscrizione venne aperta a tal scopo da un giornale repubblicano. Si ignora quale impiego abbia avuto il denaro raccolto. A' suoi allievi, oggi ricchi e famosi; a coloro che tanto gli debbono, che tanto riflettono della sua grande arte ogni volta che riproducono le parti create da lui, spetterebbe il nobile cómpito di elevargli una statua.
Per molti anni, nel caffè dell'antico teatro Re, abbiamo veduto, presso il banco dove sedeva il buon Aniceto, appeso alla muraglia un quadretto portante l'effige dell'italiano insigne. I vecchi attori si fermavano talvolta a contemplare colle lacrime agli occhi quelle simpatiche sembianze; e il buon Aniceto, agli ignari che gli chiedevano qual fosse quell'uomo, ne tesseva con enfasi di ammirazione l'elogio funebre.
Il vecchio teatro, il vecchio caffè non esistono più. Esiste però in Italia un'arte drammatica, che è il riflesso immortale del genio di Gustavo Modena.
Lecco, 1878.
Tutti conobbero il Rota coreografo, ma fu dato a pochissimi apprezzare la prodigiosa versatilità del suo ingegno e la sublime ingenuità del suo carattere. Era un'individualità potentemente organizzata—era il figlio delle lagune, il birrichino del Lido, che a sette anni scherzava colle onde, saltava sui burchielli, sfidava i barcaiuoli nella destrezza del remo e nella vivacità delle arguzie.
Quel fanciullo era una favilla di fuoco sprigionata dall'Oceano. A otto, a dieci anni, dopo avere nel corso della giornata tormentati e rallegrati colle sue celie i pesciaiuoli della piazza, dopo aver sdrucciolato come uno scoiattolo dagli alberi dei bastimenti, dopo aver sprezzato da gran signore le vetrine delle Procurative, dopo le estasi vespertine del lido: all'insaputa dei parenti egli compariva sulle scene di un piccolo teatro a rappresentarvi la parte di paggio, a sostenere lo strascico di un doge, a spargere di fiori il cammino di una sultana. In quel paggio inavvertito batteva fino d'allora un cuore di artista, un cuore che partecipava alle forti emozioni del palco scenico, che presagiva in quelli degli altri i suoi futuri trionfi.
Vi è molta analogia fra il carattere del Rota e quello dell'illustre cesellatore Benvenuto Cellini; due spiriti bollenti, impetuosi, predestinati ad una carriera avventurosa di immensi tripudî e di immensi dolori.
Rota era nato poeta come Benvenuto Cellini.—L'uno per caso divenne coreografo, come l'altro cesellatore; ma le opere di entrambi non cessano di essere poesia. Rota era anche un ingegno matematico—s'egli si fosse applicato seriamente alla scienza dei calcoli, alla geometria, alla meccanica, avrebbe fatto miracoli. Quali erano stati i suoi studi? Alle scuole elementari aveva imparato, come gli altri, a leggere, a scrivere, a far conti; poi, addio maestri! le assi del palco scenico divennero la sua palestra. È ben vero che dopo i primi successi delle sue composizioni coreografiche, vedendosi di un tratto elevato in una sfera sociale, ove la coscienza della sua scarsa coltura gli imponeva delle esitanze tormentose, avidamente egli si diede allo studio, percorrendo quanti libri di letteratura o di scienza gli venissero nelle mani. Sfiorando i volumi—egli indovinava gli autori. Assorbiva la scienza prima di averla meditata; applicando le teorie conquistate, egli rettificava i propri dubbi, consolidava il proprio sapere.
Nel 1859, ci recammo insieme a Parigi. Egli era scritturato al teatro dell'Operaper produrvi la suaContessa di Egmont, ed io lo aveva seguito per collaborare a quello e ad altri programmi da ballo, come anche per servirgli da interprete. A quell'epoca il Rota non conosceva parola di francese.
Eravamo a Parigi da oltre una settimana, quando sì l'uno che l'altro fummo chiamati dal conte di Morny per discutere di una controversia insorta colla Direzione del teatro, a proposito del nuovo ballo. L'amico, affatto ignaro, come dissi, di lingua francese, mi lasciò parlare alcun tempo in sua vece, ma quando il conte di Morny, arbitro della questione, ebbe proferito il suo giudizio, Rota, senza darmi tempo di riprendere la parola, preso egli stesso a difendere le proprie ragioni con tal impeto di facondia, che il Conte ed altri personaggi presenti ne rimasero stupiti. Rota parlava una lingua di sua invenzione, un'idioma inaudito, che non era italiano, non era francese, ma tale da rendersi egualmente comprensibile a quanti lo udivano. Tutt'altri che lui avrebbe suscitato l'ilarità con quella strana forma di linguaggio—eppure non vi fu alcuno che si permettesse di sorridere, e forse nessuno avvertì che quell'uomo prodigioso improvvisava un nuovo vocabolario ed una nuova grammatica. Da quel giorno, da quel momento, Rota non ebbe più bisogno di interpreti; egli possedevala linguacosmopolita. È probabile che gli Apostoli, dopo il miracolo delle lingue di fuoco, parlassero di quella guisa.
E fu allo stesso Conte, che poi divenne Duca di Morny, che il Rota ebbe a presentare il piano di un suo telegrafo da guerra, ideato con ingegno ammirabile e più tardi usufruttato e applicato da altri. Napoleone III era partito per la guerra d'Italia—il Rota, per le inattese difficoltà insorte al teatro dell'Opera, non poteva mettere in scena il suo ballo.—Lo crederesti? mi diceva—io sono oltremodo contento che il mio contratto col teatro dell'Operasi sciolga. Mentre tutta Italia è in fermento di rivoluzione, mentre laggiù si combatte per l'indipendenza del nostro paese, mentre i nostri amici, i nostri fratelli danno il loro sangue—non ti pare che sarebbe vergogna se io mi trovassi là, sul palco scenico, a dirigere un esercito di ballerine?
L'amico sentiva di possedere un ingegno superiore alla propria arte, un cuore creato per dell'espansioni più nobili che non fossero quelle della coreografia.
Una mattina, egli entrò nella mia camera cogli occhi radianti.—Amico, mi disse: ho trovato il modo di prender parte alla guerra, di concorrere alla riuscita delle armi alleate! Ho inventato il telegrafo mobile per i campi di battaglia! Ho sentito più volte alcuni intimi del Rota, troppo ottusi per comprenderlo, o troppo invidiosi per rendergli giustizia, dargli taccia di visionario. Nessuna mente più positiva della sua.—Io aveva piena fede nei suoi calcoli—quand'egli diceva: ho trovato, per me non c'era più dubbio—in fatto di scienza matematica, il suo ingegno era infallibile. Mi spiegò il suo telegrafo mobile. Innanzi tutto si trattava di trasformare il filo conduttore in una catenella maneggevole, coperta d'una fodera od anche da una vernice isolante. Un battaglione di soldati a cavallo, di ciò specialmente incaricati, doveva improvvisare le sue linee telegrafiche sui vasti campi di battaglia, in guisa da tenere in comunicazione i diversi corpi d'armata seguendo i loro movimenti. La catenella telegrafica, sostenuta dalle picche dei soldati od anche abbandonata al terreno, poteva da un momento all'altro mutar direzione e diramarsi, secondo le eventualità, a tutti i punti del campo. Il povero Rota indovinava tutte le obiezioni che altri avrebbe potuto opporgli, aveva prevedute tutte le difficoltà pratiche, aveva concretata la sua invenzione su basi indiscutibili. L'idea era stata un lampo; i ritocchi, le modificazioni, i perfezionamenti non gli presero ventiquattr'ore di tempo. In due giorni tutto il lavoro era compíto. Egli aveva disegnate le sue batterie, aveva vestiti i suoi dragoni, segnate sulla carta tutte le evoluzioni strategiche. Era un grandioso ballabile militare, pel quale, colla celerità del lampo, si potevano diffondere in un vasto campo d'armata le parole o i pensieri del condottiero supremo. Ci recammo dal Conte di Morny per presentargli quel nuovo trovato. Il Conte, esaminando il disegno e i modelli, ascoltava pacato e quasi indifferente le spiegazioni dell'enfatico artista. Rota insisteva perchè il suo progetto fosse comunicato all'Imperatore, che in allora trovavasi a Milano—egli avrebbe desiderato che quella sua invenzione venisse tosto applicata a benifizio delle armate italiane e francesi. Di tal modo egli si compiaceva di pagare il suo tributo alla grande opera nazionale che si andava compiendo. Ma il Conte, senza impugnare il talento della invenzione, lasciò intravedere qualche dubbio sul risultato pratico di essa, e ritenne i quaderni per istudiarli, diceva, con miglior agio. Da quel giorno il Rota non seppe più nulla di quel suo trovato. Se non che, conchiusa la pace di Villafranca e tornato Napoleone a Parigi, dopo alcune settimane l'esperimento del telegrafo mobile ebbe luogo solennemente al campo di Marte, e con pieno successo. I procedimenti erano quei medesimi che il Rota aveva indicati al Conte di Morny ed esattamente sviluppati ne' suoi disegni; ma i fogli parigini attribuirono l'invenzione del telegrafo mobile ad un ignoto meccanico francese; e il povero Rota non ebbe altra rivendicazione fuor quella di una sterile protesta ch'egli fece inserire in qualche giornale italiano.
Fu a Parigi, in quei cinque mesi di vita condivisa, in mezzo alle agitazioni dell'arte e della politica, che io ebbi campo di ammirare i molteplici talenti del Rota, come anche i suoi nobili slanci patriottici. Era un italiano come pochi ve ne hanno. Con quel suo temperamento vulcanico egli era moderato. Amava l'Italia come un giovane di diciotto anni; ma era questa la sola passione colla quale egli era in grado di ragionare e di discutere. I suoi giudizi sugli uomini e sugli avvenimenti politici dell'epoca erano improntati da un buon senso che faceva stupire. Dopo le controversie al teatro dell'Opera, egli aveva perduto la protezione del ministro Fould e di altri personaggi influentissimi che in sulle prime gli si erano mostrati benevoli. Non restavagli che un solo amico, un solo difensore, e questi era uno sfegatato legittimista, il Conte di Monguyon, gran dilettante di teatri e amico intimo del Conte di Morny. Noi ci recavamo ogni mattina a visitare quel benevolo personaggio nel suo vecchio palazzo al sobborgo San Germano, e là si blatterava lungamente di coreografia, di musica, di ballerine, ed anche, com'era naturale, di politica e di guerra.
Il Conte, ispirandosi alMondee ad altri giornali ultramontani, non cessava mai dal vaticinare disastri all'Italia ed a Napoleone. Questi, a suo credere, non sarebbe più rientrato sul suolo francese. Il Conte attendeva la prima sconfitta delle armi francesi e italiane sulle pianure di Lombardia per poter esclamare: il secondo Impero è finito!
Tutte le mattine, al nostro entrare nel salotto, il Conte aveva una brutta notizia a comunicarci—i suoi bollettini rappresentavano sempre l'antitesi di ciò che avevamo letto la sera innanzi nellaPatrieo nelSiècle. Ci voleva, da parte nostra, una longanimità prodigiosa per subire tutte quelle sconfitte toccate all'Italia per opera della fantasia ultramontana. Ma il Conte era pel momento l'unico nostro mecenate, e metteva nel difendere la nostra causa artistica altrettanto accanimento quanto nell'avversare la nostra causa politica. Noi tacevamo, lasciavamo cadere i discorsi; procuravamo dissimulare la mala impressione di quelle sue istorie crudeli, le quali erano poi sempre smentite dai dispacci ufficiali.
Una mattina (e noi eravamo andati a fargli visita per sollecitare un favore della massima importanza), il vecchio legittimista ci accolse con volto radiante, e senza darci tempo di aprir bocca, ci sbuffò in viso, con una boccata di fumo, una fiaba più che mai inverosimile ed ingrata:—Il vostro Garibaldi è caduto prigioniero degli Austriaci a poca distanza da Varese.
A tale annunzio, il Rota fa preso da uno di quegli impeti gagliardi che caratterizzavano il di lui temperamento.
—Al diavolo la prudenza, e rompiamola una volta con questo imbecille!
Questo pensiero traluceva da' suoi occhi fiammanti. Al lampo dello sguardo successe immediata la parola, e questa parola era una assoluta e sdegnosa smentita.
—Non può avvenire che Garibaldi cada prigioniero! esclamò il Rota—i dispacci hanno mentito; se qualcuno venisse ad attestarmi di essersi trovato presente alla cattura di quel valoroso, io direi tosto a questo qualcuno: voi siete un impostore!
Il vecchio legittimista si dondolava sulla seggiola. Egli non si attendeva quel fulmine di insubordinazione.
—Mio Dio!… quanto calore!—esclamò dopo alcuni minuti—un generale può cadere prigioniero sul campo al pari dell'infimo soldato…
—Perdonate, signor Conte—riprese il Rota più calmo ma con nobile accento—Garibaldi può cadere ferito, Garibaldi può cader morto come l'ultimo de' suoi fantaccini, ma è impossibile, ve lo ripeto, che si lasci prendere prigioniero.
L'enfasi di quella risposta rivelava per la prima volta al vecchio legittimista il fiero carattere del suo protetto. Il Conte comprese di aver a fare con uno di quegli spiriti liberali che hanno tempra indomabile, e forse per la prima volta in sua vita egli ebbe a provare un sentimento di ammirazione per un vero patriota.
Qualche volta i suoi impeti avevano del selvaggio, ma sempre erano mossi da istinti generosi. Per creare sulla scena i suoi quadri plastici, egli soffiava nella materia il suo spirito prepotente; come il Dio della Genesi, egli urlava il suofiatalla terra ed alle onde, agitava gli elementi, suscitava l'uomo dalla creta. Paolo Giorza è una creatura del Rota. Il giovane maestro si infiammava alla parola inebbriante del giovane coreografo. Vegliavano insieme le notti. Questi declamava i suoi concetti, evocando nella camera deserta i fantasmi del suo genio.—E intorno al pianoforte danzavano delle silfidi ideali, ispirando al giovane compositore di armonia una musica piena di moto e di lampi. Queste febbri dell'artista producevano il miracolo. Le danzatrici della Scala, cui le apostrofi vivaci, e spesso violente del Rota, mettevano terrore, alle prime rappresentazioni dei suoi balli parevano a loro volta invasate dal fuoco sacro. Nella festa del trionfo condiviso, esse acclamavano a lui, lo chiamavano il loro buon genio, il loro Dio.
Ma gli impeti del Rota, i suoi eccessi quasi selvaggi non erano soltanto occasionati dall'amore esuberante dell'arte. Più spesso, erano un fiero disprezzo della viltà, una reazione contro la prepotenza, una guerra alla ipocrisia; erano risentimenti infrenabili e tremendi contro la perversità umana. Vi sono degli uomini che paiono incaricati di rappresentare, nei confini della loro efficienza, il braccio della legge naturale—e tale era il Rota. Un debole oppresso dal forte, un impotente martoriato dalla brutalità, erano spettacoli intollerabili a quella ingenua e irritabile natura. Giungendo a Livorno per la ferrovia da Firenze, gli accadde una volta, in prossimità della stazione, di vedere un facchino percuotere un cavallo in modo sì spietato da suscitare la indignazione e il ribrezzo di quanti erano là presenti. La povera bestia scalpitava sotto le inumane battiture, ma, estenuata dalla fatica e impotente a trascinare più oltre il carico enorme, non si avanzava di un passo. Quella scena faceva orrore; ma nessuno dei passeggieri discesi dal convoglio osava intromettersi fra l'aguzzino e la bestia. Il Rota non potè contenersi, e volgendosi al facchino: come hai tu cuore, gli disse, di tormentare in siffatta guisa una povera bestia che non ha più fiato da reggersi? A quella ammonizione, il facchino imbestialisce e risponde con un ghigno sinistro. Per brutale rappresaglia, egli levò furiosamente la frusta, e col grosso del manico menò un tal colpo alla testa del povero animale da lasciarlo quasi tramortito.
—Mostro! cane! assassino!—urlò il Rota a quella vista—se tu osi toccare anche una volta quella povera bestia, io ti mando all'inferno con due palle di piombo nel cervello!—Così parlando, il Rota aveva tratto unrevolvere lo aveva appuntato contro l'aguzzino, pronto a vibrare il suo colpo se quegli avesse osato reagire.
Erano presenti alla scena parecchie centinaia di persone. Tutti i cuori battevano per il Rota. In quel momento, in quella posa egli era formidabile. Il facchino, colla bava alla bocca, pallido, minaccioso, il suo enorme scudiscio sospeso sulla testa del cavallo, non poteva distogliere lo sguardo da quella nobile e potente figura che lo dominava, che imponeva ai suoi impeti brutali. Investito dalla indignazione popolare, quello zotico imbestialito subiva la più tremenda delle umiliazioni. Da' suoi occhi iniettati di sangue spirava l'anelito feroce della reazione—egli avrebbe voluto, col suo sguardo da basilisco, annientare il potente che gli stava dinanzi, od almeno, immolare in presenza di lui, il povero animale, oggetto di tanta commiserazione e di tanto interesse. Ma quell'uomo sanguinario non ebbe il coraggio della propria malvagità—egli indovinava che il menono atto di rappresaglia poteva essergli fatale. Comprendeva che quelrevolvernon era un lusso della minaccia—l'uomo che lo teneva appuntato non era di quelli che promettono invano. Se la palla fosse partita…. se quel vile aguzzino fosse rimasto sul terreno…. quale orrore! non è vero?… Uccidere un uomo per difesa di un animale…. irragionevole!… E su questa intonazione, il mondo avrebbe indubbiamente composto una litania di accuse e di contumelie all'indirizzo dell'artista—tutti avrebbero esclamato la riprovazione al pessimo soggetto, all'accattabrighe, al forsennato. E al Rota non mancarono accuse siffatte. La morale dei prudenti, dei circospetti, dei timidi, dei codardi—diciamolo pure—la morale della maggioranza, non ha che fare cogli impeti generosi di questi caratteri interi e robusti che obbediscono ciecamente agli istinti del bene. La mezza virtù è l'antitesi più estrema della virtù intera. Rota era violento, era terribile allorquando si trattava di schiacciare l'ingiustizia e la prepotenza; Rota era mite come un fanciullo, pietoso come una donna, allorquando la voce del dolore e dell'affetto parlavano al suo cuore.
Nella prima giovinezza, egli ebbe a lottare duramente colla miseria. A Milano, dove Giuseppe Verdi, prima di divenir celebre colNabucco, stette chiuso parecchi giorni nella propria camera per non possedere un soprabito decente; in quella stessa Milano, Giuseppe Rota, il Verdi della coreografia, per dare una tinta invernale a certi suoi calzoni di tela russa, dovette immergerli in un bagno di inchiostro, e attendere due giorni perchè si asciugassero, onde con quelli presentarsi alle prove di un suo primo ballo. Egli si compiaceva assaissimo nel ricordare codesto ed altri episodi della sua giovinezza travagliata. Pochi artisti ebbero a lottare più crudelmente colla fortuna, e pochissimi uscirono dalla lotta, com'egli n'è uscito, coll'anima vergine di bassezze o di transazioni meno onorevoli. Col mutarsi della fortuna egli rimase quale era stato ai tempi più tribolati. Guadagnava da venti a cinquantamila lire all'anno, ed era sempre il gioviale compagnone, l'artista spensierato, laborioso, entusiasta. In teatro, non rari si incontrano gli individui che, usciti dalle infime classi sociali, nati e vissuti per anni in povero stato, o per mezzi straordinari di voce o per altro talento, finiscono coll'arricchire considerevolmente. Una goffa albagia, una boria insensata che si tradisce nello sfarzo delle vesti, nella grottesca affettazione del linguaggio, del portamento, dei modi, caratterizza ordinariamente questiparvenusdella scena. Rota divenne un signore alla buona, senza vernice, senza pretese. Vestiva decentemente e nulla più; era sempre, ne' suoi estri di buon umore, il birrichino di Venezia, lo zingaro dei calli, il visionario della gondola.
A quell'ingegno originale e fecondo, a quell'energico e leale carattere non potevano mancare i fanatici ammiratori e gli amici devoti. Più tardi, ebbe anch'egli detrattori e persecutori accaniti, ma in compenso vide crescere il numero degli amici. Questi lo difesero con foga da partigiani. I critici più illuminati, più indipendenti dalle brighe teatrali, lo compresero ed ammirarono sempre—molti gli furono devoti constantemente, e fra questi il Rovani, Paolo Ferrari, Emilio Treves, Colucci, Francesco Zappert, Filippo Filippi, ed altri distinti. La giovane letteratura italiana era tutta per lui. I pensatori, i romanzieri, gli amici dell'arte, in lui riconoscevano un collega. Per essi il Rota non rappresentava soltanto un coreografo, un creatore di danze e di fantasmogorie seducenti; per gli uomini di gusto, per gli uomini illuminati, il Rota era un poeta, un sublime maestro di tutte le arti belle.
Come tutti gli uomini di genio, Rota non sapeva speculare, non si curava dei successi materiali. Egli era un vulcano in perpetua eruzione: la sua lava era un torrente d'oro che spesso andava a disperdersi nelle aride sabbie. Qual'era il pensiero agitatore, quale era l'irresistibile movente della sua anima irrequieta?—Rota, il principe della coreografia, il riformatore del dramma plastico, l'autore delFallo, delMontecristo, dellaCleopatra, deiBianchi e Neri, dellaContessa di Egmont, non aveva che un solo desiderio, una aspirazione imperiosa, irresistibile, quella di abbandonare il teatro, di rinunziare a quell'arte che gli aveva dato una gloria, che lo aveva posto sul cammino delle ricchezze. Rota voleva uscire dalla coreografia. Egli sentiva altamente la propria missione, nè poteva rassegnarsi all'esercizio di un'arte, la quale, a suo vedere, non presentava alcuna applicazione di utile sociale.
Visitando l'Inghilterra, la Germania, la Francia, penetrando col suo occhio divinatore tutti i segreti dell'industria contemporanea, Rota si sentiva umiliato di non poter espandere sovra un campo più serio che non fosse il teatro, le molteplici facoltà del suo ingegno. La sua mente creatrice si ribellava a costruire dei giuocatoli pel sollazzo di un pubblico spensierato. Rota voleva prender parte al movimento intellettuale del suo secolo con qualche cosa di serio, di positivo; egli ambiva di stabilire la propria gloria sopra una solida base; era stanco di dilettare, voleva beneficare. Però lo chiamavano visionario, pazzo; tutti i mediocri lo derisero, si ribellarono a lui. La sublime follia del sacrificio non è compresa che dagli spiriti elevati. Questa aspirazione era prossima ad effettuarsi. Nell'anno 1865, Rota era intento a costruire in Torino un grandioso stabilimento di fotoscultura, di questa nuova arte importata da lui in Italia, e dalla quale egli pareva attendersi dei risultati meravigliosi.
Negli ultimi mesi, la vita del Rota era una febbre di azione. Egli si affrettava al compimento de' suoi disegni artistici come fosse incalzato da necessità ineluttabili. Questa forza segreta che lo spingeva, che lo affannava, che non gli dava più requie, era il presentimento della morte. Una tremenda malattia, di quelle che la natura tiene in serbo per abbattere i forti, assalì il poeta della coreografia e il visionario della fotoscultura nel massimo fervore della sua attività intelligente. L'agonia del Rota fu lunga e terribile; il martirio morale fu per lui più crudele, più atroce del martirio fisico. Avendo conservato, negli aneliti supremi, la più serena lucidità della mente, egli violentava tutte sue facoltà nell'indagine di uno stratagemma che gli serbasse la vita. La forza del male era pur troppo ineluttabile.—Due ore prima di morire, il malato chiese di levarsi, e sorretto dai pietosi che lo assistevano, si adagiò sovra una scranna e apparve più calmo, più rassegnato. La fine della lotta era imminente. Ricoricato sul letto, egli rifiutò ogni bevanda, ogni soccorso di scienza medica—fece un gesto che voleva dire: silenzio!—e spirò coll'indice al labbro, col sorriso nello sguardo.
Una nobile intelligenza, un forte carattere, un cuore generoso si è spento col Rota. Il di lui nome sarà ben tosto obliato, in quanto la coreografia non offra a' suoi cultori una gloria durevole; ma chi lo conobbe serberà sempre una cara ricordanza di lui.