The Project Gutenberg eBook ofLibro serio

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Title: Libro serioAuthor: Antonio GhislanzoniRelease date: March 1, 2006 [eBook #17883]Language: ItalianCredits: Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net

Title: Libro serio

Author: Antonio Ghislanzoni

Author: Antonio Ghislanzoni

Release date: March 1, 2006 [eBook #17883]

Language: Italian

Credits: Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net

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Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the

Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net

MilanoTip. Editrice Lombarda

1879

_Stamane il mio Editore è venuto da me.

—Ebbene! gli Ho chiesto, come è andato lo smercio deinostrivolumetti?

—A meraviglia! in meno di tre mesi,Duemilaesemplari del __Libro proibito__.

—Ciò si capisce.

—Mille e cinquecentodel __Libro allegro__.

—Anche questo si capisce._

—Stampiamo dunque il __Libro serio__?

—Fate pure; ma vi prometto che al termine dell'anno non ne avrete vendute __Cento Copie__.

—Ella crede?

—Son pronto a scommettere.

—Scommettiamo!

—Perdereste.

—Ma, perchè?

—Perchè il mondo è tutto pieno di genteonesta, che va in cerca dilibri proibitie di genteseria, che va in cerca dilibri allegri; ma un libroserionon è cercato nè dalle personeoneste, nè dalle personeserie, nè dalle personeallegre.

L'Editore volle fare a modo suo, e tanto peggio per lui._

Nel giugno dell'anno 1873, una nobile, simpaticissima figura di artista scomparve dal mondo colla morte di Angelo Mariani. Oltrechè distintissimo suonatore di violino e compositore elettissimo di pezzi da camera, Angelo Mariani fu a' suoi tempi il più eccellente direttore d'orchestra, il più sapiente e vigoroso interprete delle opere italiane e straniere.

Se è lecito dire con gallica frase che un cantante ed un attore diventano in certa guisacreatoridelle parti che sulla scena rappresentano, a nessuno meglio che ai valenti concertatori e direttori di spartiti musicali compete il titolo insigne. Non sono essi che colla loro potenza divinatrice riescono talvolta a completare, a rinvigorire, a vestire di nuova luce i concetti del genio? Non sono essi i traduttori e commentatori ispirati, che dalla pagina morta rilevano i più intimi segreti, i più astrusi intendimenti di un maestro, per trasmetterli alle ignare moltitudini?

Sotto questo aspetto, Angelo Mariani meritò, primissimo in Italia, il titolo di creatore. E tale volle essere chiamato per quella sua maravigliosa potenza di intuizione onde a lui rivelavansi i caratteri speciali di ciascuna musica, per quella pellegrina facoltà di assimilarsi lo stile dei singoli compositori e di tradurne le bellezze, senza distinzioni o predilezioni, col gusto elevato dell'artista di genio, colla coscienza dell'uomo leale, coll'entusiasmo dell'italiano.

Angelo Mariani nacque a Ravenna il giorno 11 ottobre 1824. Affidato all'età di 11 anni all'esimio Pietro Casalini che in quel tempo era professore di violino all'Accademia filarmonica, perfezionato dippoi nei segreti del difficile istrumento dal professore Giovanni Nostini, a quindici anni il Mariani dava concerti in Ravenna sua patria e in altre città delle Romagne, destando da per tutto la maraviglia co' suoi precoci talenti.

L'ottimo signor conte don Gerolamo Roberti di Ancona, che allora dimorava a Ravenna presso l'amico suo cardinale Falconieri, prese a proteggere il giovane concertista, iniziandolo ai segreti dell'armonia, nella quale era versatissimo. Il Mariani ricordava spesso con riconoscenza ed affetto le pazienti cure prodigategli da quel dotto contrappuntista, dal quale egli aveva appreso l'amore ai buoni studi ed alle severe discipline dell'arte. E con pari benevolenza e rispetto il Mariani parlava sovente del padre Levrini da Rimini, allievo del famoso padre Mattei di Bologna, dalle cui lezioni egli trasse il maggior profitto.

A diciannove anni, il Mariani fu chiamato a dirigere una banda musicale a Sant'Agata Feltria, e quivi si diede a far degli allievi in ogni genere di istrumenti. A quell'epoca, il giovane maestro non conosceva che il violino ed il pianoforte; ma pure, nel breve giro di pochi mesi, egli riuscì a trattare perfettamente la più parte degli istrumenti da fiato, e fra questi la tromba, il trombone, il bombardino, il flauto ed il clarino, ch'egli qualche volta si prendeva il diletto di suonare, con grande meraviglia di chi lo udiva. Quegli studii e quegli esempi preparavano il grande artista, l'insuperabile direttore di orchestra predestinato a brillare fra le più elette illustrazioni del teatro italiano. A dimostrare come l'arte fosse incoraggiata a quei tempi e per quali strettezze anche il Mariani abbia dovuto passare ne' suoi anni giovanissimi, basterà avvertire che lo stipendio percepito da lui per la direzione della banda di Sant'Agata era di lire 50 mensili.

Recatosi a Macerata nel 1843 per suonare la prima viola al teatro dell'opera, quivi, nel corso della stagione, fece eseguire due sinfonie ed un grande concerto a tutta orchestra obbligato a sei istrumenti; delle quali composizioni, che ottennero il massimo effetto, si parla con molta lode in un articolo pubblicato allora dalMessaggere Bolognese, dove sono ricordate altre composizioni dello stesso Mariani, già eseguite precedentemente a Ravenna.

Nessun paese è più reazionario dell'Italia, sotto l'aspetto dell'opposizione che qui incontrano i giovani talenti—Non si ha fede nei giovani—non si ammette l'intelligenza, se questa non abbia acquistato autorità dai capelli canuti e dalle rughe del volto. Non si vuol tener conto di questa verità fisiologica, che il giovine di vent'anni entra nel mondo colle idee nuove della sua epoca, informato di tutti quei progressi che gli adulti non sono più in grado di assimilarsi, dacchè il loro spirito si è in certo modo ossidato nei pregiudizi di altri tempi. Non è qui il luogo dove ci sia permesso di sviluppare ampiamente questo tema, e di mostrare i danni che derivano all'Italia da questa sua eccessiva venerazione per gli uomini del passato, da questa diffidenza gelosa dei giovani ingegni.

Anche il Mariani ebbe a lottare per alcun tempo contro tale pregiudizio; senza di che, all'età di 17 anni, egli avrebbe preso il posto di direttore in una delle principali orchestre dell'Italia, e tosto il di lui nome sarebbe stato inscritto fra quelli dei più valenti.

Pel Mariani la lotta non fu però così lunga e crudele come per la più parte dei giovani. Il di lui talento imponeva simpatia e rispetto anche ai più anziani maestri; le gelosie e le cabale dei mediocri non ebbero forza di contrastargli lungamente il posto meritato.

Il celebre baritono Tamburini avea istituito in Faenza, sua patria, una Società Filarmonica, dove tosto si era adunata una eletta schiera di giovani intelligenti e volonterosi per addestrarsi agli esercizi della musica istrumentale. Il posto di maestro e direttore di quella giovane orchestra venne affidato al Mariani, il quale diede allora tali saggi di intelligenza e di coltura musicale, da ottenere le testimonianze più lusinghiere di stima dai suoi giovani alunni. Fu in Faenza, in mezzo alle cure della nuova Società Filarmonica, che il giovane maestro diè vita a non poche composizioni, per le quali fu sommamente lodato anche dai più illustri cultori dell'arte.

Ecco una lettera molto lusinghiera, che il Rossini dirigeva in quell'epoca al Mariani:

«Pregiatissimo sig. Mariani,

«Ho fatto far copia della di leiSinfoniainsol minoreper eseguirla nei prossimi esercizi od accademie di questo liceo.

«Il suo lavoro è rimarchevole considerandolo specialmente come lavoro di un esordiente. Bello è il piano, logica la condotta e felicissimi i pensieri. Di questa sua bella composizione voglia aggradire i rallegramenti di chi si pregia di dirsi

«Suo devotissimo servo«GIOVACCHINO ROSSINI»

«Bologna, il 16 agosto 1844.»

Incoraggiato dalla ammirazione pubblica e dalle felicitazioni dei più insigni maestri dell'arte, il Mariani lasciò presto il suo impiego di direttore d'orchestra della Società Filarmonica di Faenza, e trasferitosi a Bologna, quivi d'altro non volle occuparsi per alcun tempo che dello studio dei classici. Rossini lo colmava di gentilezze, lo incoraggiava coi più lieti pronostici—il vecchio maestro Marchesi gli dava lezioni di perfezionamento nella difficile scienza delle armonie.

Nell'autunno e carnevale del 1844-45, chiamato a Messina per concertare le opere e dirigere l'orchestra di quel teatro, Mariani dovette cedere alla forza del pregiudizio, in quanto i così detti professori di quell'orchestra protestassero accanitamente di non voler suonare sotto la direzione di unragazzo forestiero.—A quell'epoca, un artista nato a Ravenna, nel cuor dell'Italia, era unforestieropei signori professori del teatro di Messina!

Ma l'Accademia filarmonicanon permise che il Mariani si partisse da quella città col rammarico di uno sfregio immeritato. Per riparare al gravissimo torto di pochiprofessorimestieranti, quella Società di eletti musicisti invitò il giovane maestro a dirigere parecchi concerti, dove non poche composizioni di lui vennero eseguite con grande successo. Il principe De-Liguori, intendente generale di quella provincia, commise al Mariani di scrivere diverse marcie e pezzi da concerto per la banda del reale Orfanotrofio, e i nuovi lavori ottennero tal voga, che più tardi i medesimi avversarii del giovane artista dovettero rendergli giustizia e riconoscere i propri torti.

Nell'anno 1845, il Mariani si recò due volte a Napoli, dove strinse relazione coll'illustre Mercadante, dal quale ebbe conforti e consigli. In quella occasione scrisse parecchi componimenti vocali, che vennero appunto eseguiti nella sala del celebre maestro, con molto aggradimento dei pochi ma eletti uditori. In questo genere di composizioni da camera, il Mariani doveva più tardi elevarsi a tale altezza da rivaleggiare coi più famosi, e vincerli spesso.

Nel maggio del 1846 venne a Milano, e qui cominciò pel Mariani la vera, la grande carriera del maestro concertatore: qui il di lui nome acquistò quella voga di popolarità che decide le sorti di un artista. A quell'epoca il pubblico delirava per Verdi. Quella che oggi vien chiamata, quasi con dispregio, laprima manieradel più drammatico, del più popolare, del più affascinante dei moderni compositori, fanatizzava in allora le masse del pubblico italiano per la insolita gagliardia dei concetti e dei modi. Nel 1846, la musica di Verdi presagiva la rivoluzione del 1848—era musica febbrile, convulsa, esuberante; in essa era tutta l'agitazione di un popolo, era tutta una Italia impaziente di giogo straniero e anelante alla pugna. I critici slombati e pedanti, i quali nelle opere dell'artista non veggono che la forma, ed altra perfezione. non riconoscono se non quella che è il prodotto del calcolo, della pazienza, della imitazione, sono nel loro pieno diritto di inneggiare enfaticamente alle ultime produzioni del Verdi al solo scopo di riprovare le prime e di gettarle tutte in fascio alle fiamme[1]. No! noi non saremo così ingrati verso l'illustre maestro, da obliare le grandi e nobili scosse che egli ha prodotto in noi colle sue prime musiche; non ci accuseremo di cretinismo per avere nella nostra giovinezza, preso parte a questo delirio di tutta Italia, pel quale, alle prime rappresentazioni delNabuco, deiLombardi, dell'Ernani, gli spettatori balzavano dalle seggiole ed acclamavano al maestro come le turbe acclamano ai profeti. Non è esagerazione ciò che scriviamo. La prima musica del Verdi ha suscitato entusiasmi quali la storia del teatro non ricorda più solenni e più universali. Il pubblico, non diremo d'Italia, ma del mondo, non aspettò ilMacbeth, nè ilBallo in Maschera, nè ilDon Carlo, per riconoscere il genio di Verdi. Il genio di Verdi era tutto là, nelNabuco, nell'Ernani, in quelle prime musiche esuberanti, dove prorompeva tutta intiera, nella sua giovanile schiettezza, l'indole appassionata e gagliarda del grande maestro.

Mariani si presentò come direttore di orchestra al teatro Re, dova si eseguivano iDue Foscaridalla signora Angiolina Bosio[2], dal baritono Corsi e dal tenore Volpini, tre artisti allora esordienti che poi divennero famosi. L'appaltatore teatrale Angelo Boracchi, che allora teneva al suo stipendio quell'esercito di giovani cantanti, da cui uscirono la Bosio, la De-la-Grange, il Fraschini, il Ferri, il De Bassini, il Corsi ed altri celebri, riconobbe il talento del Mariani e tosto lo scritturò per l'autunno al teatro Carcano, ove dovevano prodursi grandiosi spettacoli. E fu in quella stagione che il giovane direttore di orchestra si fece anche ammirare come violinista, suonando con nuova squisitezza l'a solodeiLombardi, di cui ogni sera il pubblico entusiasta chiedeva la replica. Quei saggi promettevano un grande suonatore da concerto; se non che, l'amore delle grandi esecuzioni complesse fece trascurare al Mariani l'esercizio dello istrumento di Tartini, e per tal modo il direttore di orchestra ed il compositore assorbirono più tardi il violinista.

Nella primavera del 1847, il nome di Mariani era celebre. Le sue prime composizioni per canto, fra le quali vuolsi ricordare ilGiovane accatone, pubblicata dal Ricordi, si ripetevano ammirate da tutti i dilettanti di Milano.

In quell'anno, per cura dell'intelligente ed audacissimo Boracchi[3] il Carcano venne riaperto con spettacolo d'opera, e il Mariani richiamato a dirigere l'orchestra. Fu una stagione memorabile, pel numero e la valentia degli artisti scritturati, per la varietà delle opere, per lo splendore inusato della messa in scena, per la singolarità degli aneddoti che in quella ricorrenza si produssero, pei tumultuosi entusiasmi del pubblico, forieri di rivoluzione. Si era aperta la stagione coll'operaGiovanna d'Arco, eseguita da una Ranzi, dal tenore Volpini e dall'autore della presente biografia, che, in allora ignaro affatto di ogni disciplina musicale, cantava da baritono[4]. Nè in appresso, nè mai, al teatro Carcano suonarono più clamorose ovazioni. Il celebre tenore Moriani[5], attore e cantante insuperabile, si produceva nelRolladel Ricci e veniva acclamato il Modena del canto. Uranio Fontana, che divenne più tardi, a Parigi, maestro di canto all'Accademia Imperiale ed al Conservatorio, faceva eseguire la sua nuova opera iBaccanti, scritta sullo stile di Verdi, su quello stile tanto criticato in allora dalla massa dei maestri impotenti, nondimeno imitato da tutti. La messa in scena di quell'opera del Fontana diede luogo ad un curioso episodio, del quale l'autore di questo scritto può dire con Cicerone:pars magna fui. Non dispiaccia ai nostri lettori di veder qui riferito un frammento di storia teatrale, che riflette vivamente le condizioni dell'epoca.

Le prove deiBaccantiprocedevano affrettate e scompigliatissime. I cantanti principali non erano ben sicuri delle loro parti; la prima donna, per certe sue antipatie verso l'autore dell'opera, poneva la miglior volontà del mondo acciò tutto camminasse alla peggio; i cori e l'orchestra non aveano fatto prove sufficienti. In ogni modo, stringendo il tempo e volgendo al termine la stagione, lo spartito doveva andar in scena. Quando il maestro e gli artisti meno se lo aspettavano, furono invitati alla così detta prova generale. Proteste da parte del Fontana, resistenza assoluta da parte dell'impresario, minaccie inesorabili da parte dell'Autorità politica, che da ogni nonnulla vedeva insorgere il temuto spettro della rivoluzione.

Si dà principio alle prove. I suonatori, svogliati e insolitamente ribelli all'arco del loro conduttore—i coristi male imbeccati e peggio diretti—la prima donna raffreddata e smorfiosa—tutto sembra cospirare contro il povero maestro perchè la sua opera abbia a riuscire una parodia. Tanto fa, che a metà dell'atto primo, l'ottimo Fontana, uomo di temperamento nervoso e di carattere oltre ogni dire irritabile, comincia a dare in ismanie, e da ultimo, fatto fascio delle partiture e recatesele in braccio, a fuggire protestando.

Non era che il prologo della commedia. In teatro un tumulto da non dire. Gli artisti e il direttore di orchestra domandavano la sospensione delle prove; ma l'impresario, pressato e minacciato dalle Autorità politiche, ad esigere che si tirasse innanzi alla meglio, dovendosi all'indomani produrre la nuova opera ad ogni costo.

Simile ad un generale di armata che prevede la mala riuscita di un attacco, ma nullameno sente l'obbligo di sobordinarsi ad una volontà più potente della sua, il Mariani si leva in piedi, e si prova, con una arringa commoventissima, ad infiammare l'ardore dei suoi incruenti soldati.

Le prove vengono riprese; fra il male ed il bene si giunge alla fine, si spengono i lumi, e ciascuno se ne va pe' fatti suoi, pronosticando per l'indomani uno di quei fiaschi colossali che al teatro Carcano, segnatamente a quell'epoca, prendevano le proporzioni di un tumulto popolare[6].

All'indomani, il maestro Fontana, l'autore della nuova opera, venne di buon mattino a visitarmi. Egli era profondamente addolorato. Egli mi domandava affannosamente se non vi era modo di impedire per quella sera la minacciata esecuzione del suo primo spartito musicale. Vi era qualche cosa di straziante nella sua parola, vi era la disperazione di un giovane ingegno che protesta come può meglio, che reagisce colle ultime forze della sua volontà contro la prepotenza della speculazione; vi era la angoscia di un padre che, a costo di perdere sè medesimo, vuol salvare ad ogni modo la sua creatura minacciata.

Le smanie del povero maestro mi commossero siffattamente, ch'io deliberai di venire in suo aiuto, rendendo impossibile per quella sera la rappresentazione del nuovo spartito.

Scrissi all'impresario una lettera, nella quale, protestando contro l'indegnità che egli stava per commettere, lo invitava a ritirare gli annunzi deiBaccanti, avvertendolo che io, per quella sera ed altre successive, mi sarei reso irreperibile, fino a quando la esecuzione della nuova opera non fosse migliorata da ulteriori concerti.

Inviata quella lettera all'impresario, io mi rifugiai nella casa di un amico, e quivi stetti ad attendere i fati.

Trattandosi di spartito affatto nuovo, non era possibile trovare un baritono che mi supplisse per quella sera. Nullameno, la cocciutaggine degli agenti di polizia tenne fermo nell'imporre all'impresario che lo spettacolo non venisse mutato. Il conte Bolza[7] era onnipotente a quell'epoca. Ma questa volta egli aveva a lottare contro un cervello balzano, che non riconosceva nè avea mai riconosciuto il potere di alcuna autorità costituita. Furono spedite delle spie in ogni caffè, in ogni trattoria della città; furono, perfino, nella supposizione che io mi fossi recato a Pavia, inviati dei gendarmi a cavallo su quello stradale, per arrestare il fuggiasco baritono. La polizia consumò la giornata in codeste strategie, e contando pur sempre di raggiungere il suo intento, lasciò che la folla, avida del nuovo spettacolo, invadesse il teatro.

E quella folla era davvero imponente. Alcuniamici, avvertiti in segreto che la rappresentazione non avrebbe potuto effettuarsi per l'assenza ostinata del baritono, erano accorsi in teatro onde favorire il tumulto.

Frattanto, sul palco scenico gli artisti si abbigliavano da Baccanti; e il conte Bolza, vero rappresentante della cocciutaggine tedesca, attendeva nel camerino del teatro che i suoi emissarii gli conducessero innanzi il baritono ammanettato.

Ma venne il momento in cui non erano più lecite le illusioni. Il teatro echeggiava di grida, di fischi e d'altri rumori piùriottosi. Il buttafuori, apparso finalmente al proscenio, più pallido e più balbuziente che mai, dopo aver letto al pubblico la lettera che quella mattina io aveva scritta all'impresario, annunziò che la promessa rappresentazione deiBaccantinon poteva altrimenti aver luogo. Il turbine non si descrive. E fu un turbine da far crollare le pareti.

Per la prima volta, in Milano, fu gridato: abbasso la polizia! abbasso Bolza! morte all'Austria!—Il vulcano latente della rivoluzione cominciava a sprigionarsi.

Si adunarono di fretta altri artisti per sostituire ilNabuccoal nuovo spartito del Fontana. Mariani, sovreccitato da quella straordinaria effervescenza di pubblico, si levò in piedi per dare il segnale dell'attacco.—Quella grande e vigorosa sinfonia, che era stata alla Scala, pochi anni addietro, la rivelazione di un nuovo genio musicale, rispondeva siffattamente alle febbrili agitazioni del momento, da somigliare ad un grido d'allarmi lanciato nella folla.—Gli spettatori salirono sulle panche sventolando i fazzoletti; tutti i pezzi più concitati dell'opera, quali le due arie del profeta, i due finali concertati e il corale dell'ultimo atto, si dovettero ripetere fra i clamori entusiastici del pubblico.—Alla fine della serata, il conte Bolza fece chiamare il Mariani nel camerino del teatro, e apostrofandolo vivamente, lo minacciò dell'arresto personaleper aver dato alla musica del Verdi una espressione troppo evidentemente rivoltosa ed ostile all'imperiale governo.—Il Mariani mi ha più volte ricordato questo aneddoto, accompagnandolo di un sorriso di compiacenza. Il conte Bolza, nella sua poliziottesca ingenuità, era stato uno dei primi a riconoscere il lato più saliente e più caratteristico di quell'ingegno predestinato.—E iBaccanti?domanderà qualche lettore curioso.—Io me la cavai con poche ore d'arresto nelle prigioni di Santa Margherita, e il Mariani frattanto ebbe agio di concertare la nuova opera fino a piena soddisfazione dell'autore, e ad ottenere una esecuzione che valse un trionfo al Fontana ed a tutti[8].

Angelo Mariani fu per avventura il primo in Italia che, accoppiando l'ufficio di maestro concertatore a quello di direttore d'orchestra, insegnasse coll'esempio il miglior mezzo per ottenere nelle grandi esecuzioni musicali una vera unità di concetto. Chiamato a Vicenza nel 1847 per dirigere le opere a quel teatro Eritennio, egli ebbe quivi occasione di rivelarsi completamente. A festeggiare il nono Congresso degli scienziati italiani si pensò di riprodurre sulle scene dell'antico teatro Olimpico l'Edipodi Sofocle. A concertare e dirigere i cori espressamente musicati dall'illustre Pacini fu prescelto il Mariani, il quale finalmente potè capitanare un esercito di oltre cinquecento musicisti e spiegare tutta la possa del suo talento dinanzi a un pubblico numerosissimo e composto delle più elette intelligenze italiane e straniere. Gustavo Modena, il grande attore, prendeva parte a quella rappresentazione. Fu un successo inaudito, e le ovazioni toccate all'energico direttore della musica non furono da meno di quelle che largamente vennero raccolte dal tragico illustre e dal celebre autore dellaSaffo.—Dopo quella rappresentazione, il Mariani uscì dal teatro Olimpico colla aureola della celebrità sulla fronte, e nessuno, fino all'ultimo della sua carriera, ebbe mai a contendergli il primato.

In sul principiare del novembre 1847, il nostro ammirabile artista fu chiamato a Copenaghen per dirigere gli spettacoli al teatro di corte. Quivi egli scrisse non poche composizioni da camera, ed unaMessa da Requiemin suffragio di re Cristiano VIII, che venne eseguita nella chiesa cattolica di Copenaghen il 5 gennaio 1848, e ripetuta, il venerdì santo dello stesso anno, in occasione di un concerto sacro dato a benefizio dei feriti nella guerra pei Ducati dello Schleswig-Holstein. Le onorificenze ottenute e le laute profferte della Corte non valsero a trattenere il Mariani a Copenaghen dacchè l'eco della rivoluzione italiana ebbe scosso le sue fibre di patriota e di artista. Egli corse a Milano per arruolarsi nelle file dei volontari, e dopo aver preso parte infino all'ultimo alla lotta nazionale, sconfortato dalla dolorosa catastrofe, accettò un contratto per Costantinopoli, e partì alla volta di quella città.

UnInnodi omaggio al sultano Abdull-Medijd ed altri pezzi vocali e istrumentali, tra cui una notevolissima Cantata,La fidanzata del guerriero, compose il Mariani a Costantinopoli. Di questi pezzi, editi dal Ricordi, ed accolti assai favorevolmente dal pubblico, si fa menzione analitica nellaGazzetta Musicaledell'anno 1850.

Dopo altre peregrinazioni artistiche, mai sempre accompagnate dei più felici successi, il Mariani, nel 1852, venne dal municipio di Genova definitivamente nominato al posto di maestro concertatore e direttore di orchestra al teatro Carlo Felice; posto che l'egregio artista occupò fino all'ultimo, con quanto lustro di quel teatro tutti sanno. Dopo tale avvenimento, l'orchestra del Carlo Felice, se non per numero e valentia individuale di professori, potè chiamarsi la prima d'Italia per quella fusione di elementi, per quella sintesi perfetta, da cui si creano le grandi esecuzioni e gli irresistibili successi. Affezionato alla città dei Dogi per le cordiali simpatie ivi conquistate, pel consorzio di una popolazione vivace ed intelligente, per le dolcezze del clima, per gli incantevoli spettacoli del mare, egli abitava negli ultimi anni il piano superiore del grandioso palazzo eletto dal Verdi a sua dimora. Quivi, nella stagione invernale, il grande Maestro compositore rivelava al possente suo interprete i più riposti intendimenti delle sue musiche; di là partivano le faville che, trasmesse agli artisti, alle orchestre ed alle masse corali, elettrizzavano i pubblici di Genova, di Bologna, di Vicenza, di Sinigaglia e di Reggio nelle solenni esecuzioni delDon Carlo, delBallo in Mascherae deiVespri Siciliani.

Perocchè, nelle vacanze del teatro Carlo Felice, Mariani non istette mai inoperoso. Le città più cospicue d'Italia facevano a gara nel valersi de' suoi talenti, e il di lui intervento nella direzione di uno spettacolo voleva dire solennità artistica, avvenimento di interesse mondiale.

Nelle tappe gloriose dell'illustre concertatore e direttore d'orchestra, furono ammirabili le prime rappresentazioni delBallo in Maschera, dell'Africana, delDon Carlo, delProfetae delLohengrin.

Nessuna di queste opere ebbe mai in altro teatro d'Italia una sì completa e splendida interpretazione, come al Comunale di Bologna per opera principalissima del Mariani. I Bolognesi amavano questo artista fino al delirio. Le prime donne, le celebri danzatrici del teatro Comunale erano gelose de' suoi successi. Gli enfatici telegrammi, che da Bologna si diramavano alle cento città d'Italia, non parlavano che di lui.—In quelle grandi vittorie dell'arte il nome del generale in capo ecclissava la fama e il valore dei combattenti. E frattanto alle ovazioni del pubblico si aggiungevano le congratulazioni e i ringraziamenti degli insigni maestri. Meyeerber, dopo una audizione delProfeta, gli scrive per affermargli che la esecuzione italiana ha posto in rilievo delle bellezze non prima avvertite; Wagner sembra smettere per un istante i suoi corrucci contro l'Italia, per stringere la mano al suo interprete affascinante; Verdi non scrive lettere, non spedisce telegrammi; ma apprezzando quant'altri il talento dell'amico, gli prepara una festosa e cordiale accoglienza e una franca parola di encomio pel primo incontro.

Nel 1861, al Carlo Felice di Genova si produsse per la prima volta la famosa opera di Herold, loZampa, nuovamente tradotta in lingua italiana, e il Mariani, con talento e sapere, completò lo spartito di non pochi recitativi e dialoghi a grande orchestra. L'esito delloZampafu tanto solenne, che la medesima opera si dovette riprodurre alla primavera successiva, e più tardi, a Madrid, sollevò il più grande entusiasmo.

Fra le composizioni notevoli del Mariani voglionsi ricordare: laTrascrizionedelBallo in Maschera, laCantatapel matrimonio della principessa Pia di Savoia col re di Portogallo, eseguitasi, la sera del 28 settembre 1862, al Carlo Felice, alla presenza degli augusti sposi e di tutta la famiglia reale. È voce che quella composizione venisse dal Mariani improvvisata in meno di due giorni.

Nel 1864, la città di Pesaro inaugurava con pompa un monumento a Rossini. Saverio Mercadante aveva, per quella solenne circostanza, composto un inno grandioso dove opportunamente si intrecciavano i più stupendi pensieri melodici del Pesarese. Il concerto e la direzione di quella festa musicale vennero affidati al Mariani, e il successo fu così splendido e solenne, che Rossini, Mercadante ed altri illustri gliene resero grazie con ogni maniera di onorevoli testimonianze. Rossini gli inviava un ritratto colla dedica umoristica in dialetto romagnolo:Offert a qù lù dei bei neez e d'la plezza culour dei cutaroni, a Anglet Mariani ex canonich d'la piazza e vece Rossini.

La lettera che il Mercadante diresse al Mariani in quella occasione merita di essere riferita:

«Maestro carissimo,

«Per le relazioni di tutti gli artisti amici miei, convenuti a Pesaro dalle diverse città d'Italia onde assistere alle feste ad onore dell'immortale Rossini, seppi come foste con intelligenza e giustizia unanimamente proclamato il Gran Direttore di orchestre vocali e istrumentali, e ciò per le profonde cognizioni dell'arte stessa, come per lo distinto ingegno educato alle discipline del buon gusto e del vero. In quanto a me, tale giudizio non mi giungea nuovo, poichè fino dai primi momenti che mi ebbi il bene della vostra interessante conoscenza, fui convinto che avreste fatto voli nel nostro difficile arringo, e previdi che sareste presto giunto al distintissimo grado in cui il mondo colto meritamente vi ha collocato. Per sì fatto convincimento e per le morali qualità che tanto vi distinguono, mi ritenni dal farvi particolari raccomandazioni per la migliore esecuzione del mio Inno, certo del vostro zelo e tutto fiducia nella sentita amicizia che da sì lungo tempo ci lega. In ogni caso, avrei attribuito alla debolezza della composizione il mancamento di effetto. Mi è quindi impossibile potervi esprimere i sentimenti di mia riconoscenza, poichè avete così immensamente contribuito al felice successo di quella composizione, complicata non poco nelle sue diverse parti! Non dubito però che nel vostro squisito sentire comprenderete da quanta gioia e commozione il mio cuore sia stato preso nel ricevere la lieta nuova, ed in ispecial modo dal contenuto della vostra cortesissima ed affettuosa lettera sul proposito direttami. Vogliate pertanto estendere questi miei sensi ai componenti le numerose e scelte intelligenze musicali che sì religiosamente s'inspirarono in voi. Ciò posto, fareste cosa gratissima all'animo mio se, per mezzo di accreditato giornale, fossero a ciascuno fatti gradire i miei debiti ringraziamenti; preghiera questa che pure ho fatto al nostro comune amico Liverani.

«Se avete gridato il mio nome, permettete che alla mia volta io a piena voce gridi «Viva Mariani!!» e ciò con accompagnamento di coro composto della mia commossa famiglia, degli amici e dell'intero musicale Collegio, al quale fu letta la vostra lettera, accolta con generale entusiasmo; e quei cari giovanetti erano visibilmente commossi, non solo dalle parole a mio riguardo adoperate, ma bene anche per la tanta vostra gentilezza verso i loro amati ed estimati maestri ed alunni compagni di studio, che li hanno rappresentati in sì memoranda circostanza.

«Conservatemi sempre la vostra preziosa amicizia ricordateviqualche volta di me, che tanto vi stimo, e credetemi per la vita.

«Vostro affezionatissimo«S. MERCADANTE.»

Dopo quel memorabilefestival, Mariani ricevette il diploma diCittadino Pesarese.

Tutti i particolari fino a qui riferiti dimostrano con quanta rapidità un artista dotato di eccezionale talento e animato dal vero amore dell'arte possa toccare a meta elevatissima. Mariani all'età di quarant'anni era giunto a quello stadio della carriera dove ogni lotta viene a cessare, dove all'ingegno riconosciuto, alla fama solidamente stabilita non si presentano che nuovi allori da cogliere. Bologna e Venezia furono l'ultimo campo de' suoi trionfi.—Wagner deve al Mariani gran parte della buona accoglienza che i Bolognesi fecero alLohengrined alTannhauser. Cultore e amante passionatissimo dell'arte sua, Mariani non faceva differenza tra maestro e maestro, non ostentava predilezioni, e in presenza del dovere, dissimulava le individuali antipatie. Rossini e Meyerbeer, Bellini e Verdi, Donizetti e Wagner, i grandi come i mediocri, i famosi come gli oscuri, gli antichi come i nuovi imponevano del pari alla sua nobile coscienza di artista. Dalle sue manifestazioni confidenziali era facile arguire a che tendessero le sue predilezioni. Italiano nella formosissima regolarità del volto, nel fuoco degli sguardi, nella vivacità del carattere, nel fervore del sangue, negli istinti dell'amore e del gusto, si comprende che egli doveva adorare Bellini e Donizetti, esaltarsi alle immaginose e fervide concezioni del Verdi.—Musicista profondo, uomo di scienza nel pretto senso della parola, soleva riporre uno speciale fervore nello studio e nella interpretazioue degli spartiti venuti d'oltr'alpe. Al suo orgoglio di artista italiano piaceva trionfare di ciò che in musica si chiama difficile ed astruso. La musica di Wagner fornì a lui una solenne occasione di far valere tutta la potenza intuitiva del proprio genio, tutta la estensione del proprio sapere.

Allo scopo di studiare gli autori stranieri e di affermarsi alle difficili prove, egli intraprese non pochi viaggi. Le di lui escursioni a Parigi ed a Londra si rinnovavano periodicamente ogni anno, e in compagnia del Verdi andò espressamente a Parigi nel 1867, per assistere a parecchie rappresentazioni delDon Carlos, che egli pel primo doveva presentare all'Italia.

Angelo Mariani, sotto l'aspetto di compositore, appartiene alla scuola più schiettamente italiana. I suoi canti da camera ritraggono l'indole di Bellini e la foggia del Gordigiani; le sue partiture istrumentali, tuttochè elaborate con molto sapere, rivelano l'amore istintivo di quella aurea semplicità che era proprio dei grandi maestri antichi. Tutto ciò che vi ha in esse di complicato e di astruso non è che una stentata concessione alle esigenze di quei pochi innovatori di cattivo gusto che a forza di vociare sono quasi riusciti a parere moltissimi[9].

Angelo Mariani, come abbiamo accennato, fu bellissimo d'aspetto—nella prima giovinezza, la squisita regolarità de' suoi lineamenti, il fulgore dell'occhio, le soavi gradazioni delle tinte davano al suo volto un'aria di gentilezza quasi donnesca. Più tardi, i tratti si pronunziarono più virilmente, gli sguardi si svolsero con espressione più severa ma pure simpatica e affascinante. Il di lui aspetto negli ultimi anni era davvero imponente, e il flusso magnetico che ne usciva giovava non poco ad accrescergli autorità.

In teatro, dall'alto del suo sgabello, egli dominava ad un tempo l'orchestra, il palco scenico e la folla ammirata degli spettatori. Era il nume delle armonie, il Prometeo che sprigiona la luce.

Severissimo e qualche volta irritabile nell'esercizio del suo dominio musicale, egli era, nel consorzio privato, un buono e solazzevole camerata. Parlava con entusiasmo di arte e di artisti, e nel narrare i molteplici episodii della sua fortunosa carriera riusciva piacevolissimo e attraente. Giovò a moltissimi, ebbe amici in buon numero, pochi nemici, pochissimi detrattori.

Salito al primo rango nell'arte sua, egli non potè mai (e ciò gli fu grande cordoglio) raggiungere il posto da lui vagheggiato nella prima giovinezza, il posto di direttore al teatro della Scala. Vi fu un'epoca (credo nel 1865) in cui il suo voto accennò di compiersi, e già l'eminente musicista muovea per trasferirsi a Milano[10], onde mettervi in scena l'Africana, allorquando la subitanea convalescenza di un altro maestro poco innanzi gravemente ammalato, gli intercluse per l'ultima volta la nobile meta.

Le biografie degli artisti da teatro offrono mai sempre degli episodii piacevoli e bizzarri, i quali, tuttochè interessanti, disdirebbero in una narrazione che insorge da una tomba[11]. Ogni gaia ricordanza si offusca dinanzi a questo pensiero: «Mariani non è più.»

La città di Genova diede splendida testimonianza di stima e di affetto all'illustre trapassato. Ravenna volle possedere la salma dell'amato cittadino; l'arte italiana prese il lutto. Quale sia per essere l'arte dell'avvenire è assai difficile pronosticarlo[12]; ma questo rimarrà sempre con grandi nomi e grandi opere dimostrate, che la prima metà del corrente secolo segnò per la musica italiana una fase luminosissima. E gli astri di quell'epoca pur troppo si vanno spegnendo con una rapidità che sgomenta!

(Lecco—1875).

Un fecondo e immaginoso operista, che fu, nei primordî della sua carriera, il competitore di Rossini, poi, l'emulo di Bellini, di Donizetti, di Mercadante e di Verdi; che seppe investirsi delle progressive trasformazioni dell'arte, conservando pur sempre nelle sue musiche una limpida impronta di originalità, moriva in Pescia il giorno 6 dicembre dell'anno 1867, in età di anni settantaquattro.

Questo ispirato, inesauribile maestro, si chiamava Giovanni Pacini. Predestinato a lottare colla prevalente superiorità dei genî più luminosi che illustrarono la prima metà del corrente secolo, e a guadagnarsi il suo posto d'onore a traverso le prove dei più difficili confronti; i grandi, i solenni trionfi non mancarono a lui, ma delle cento sue opere, dove a sprazzi rivelasi una gran luce di fantasia, sol'una, laSaffo, andò famosa pel mondo e fu degna di assidersi fra i più insigni capolavori dell'arte italiana.

La biografia di questo infaticabile maestro può fornire degli utili insegnamenti. Noi la riassumeremo in poche pagine, studiandoci innanzi tutto di essere esatti e sinceri.

Pacini nacque a Catania, e non già a Siracusa, come scrisse il Fetis in quel suo emporio di inesattezze e di assurdi che s'intitolaDizionario biografico dei musicisti.

Il padre di Pacini era artista di canto, e più volte ebbe a prodursi nelle opere del figlio, dapprima in qualità di tenore, quindi di buffo. Giovanni era attratto allo studio della musica da una vocazione irresistibile. Iniziato in età giovanissima all'arte del canto sotto la direzione del maestro Marchesi di Bologna, in breve, per impulso proprio, apprese anche a suonare il cembalo ed a comporre qualche pezzo sacro.

Il maestro Marchesi si affrettò a coltivare nel giovanetto i pronunziatissimi istinti, ponendolo a studiare l'accompagnamento pratico, e affidandolo poscia al celebre padre Mattei, che fu, si può dire, il maestro dei più insigni maestri dell'epoca nostra. Dalla scuola del Mattei, Pacini passò più tardi, in Venezia, a quella di Bonavventura Furlanetto, e quivi fu compiuta la sua educazione musicale.

In età di sedici anni, Pacini produsse il suo primo spartito al teatro di Santa Radegonda in Milano. Non era che una farsa e portava per titoloAnnetta e Lucindo; quindi pel medesimo teatro compose l'Escavazione del tesoro, che l'eruditosignor Fetis nel suo voluminoso Dizionario intitola:Evacuazione. Questi due primi componimenti del maestro giovinetto ebbero il più favorevole incoraggiamento.

Scrisse poi alla Pergola di Firenze una prima opera in due atti, intitolata l'Ambizione delusa; quindi, tornato a Milano, fece rappresentare al teatro Re tre operette, la prima col titolo:Dalla beffa al disinganno, la seconda:Il Matrimonio per procurae la terza:Il Carnovale di Milano. La poesia delle tre farse era scritta dall'abate Anelli, poeta di argutissimo ingegno.

Ma le prime opere che davvero posero in luce il nome di Pacini, furono l'Adelaide e Comingio, l'Atalae laSacerdotessa d'Irminsul, le quali vennero riprodotte in quasi tutti i teatri d'Italia, esclusi la Scala di Milano, il San Carlo di Napoli, il Regio di Torino e la Fenice di Venezia, che a quell'epoca erano considerati i soli teatri di cartello. Per ottenere al giovine maestro che una sua opera fosse prodotta in uno di questi insigni teatri, si volle il soccorso di una di quelle circostanze che decidono qualche volta le sorti di un individuo.

Nell'autunno del 1819 si era ammalato il basso De-Grecis che doveva sostenere alla Scala una parte di somma importanza nelFinto Stanislao di Gyrowets. Per supplire a questo celebre artista, l'impresario dovette ricorrere al buffo Pacini, il quale, assumendo di prodursi entro tre giorni colla parte destinata al De-Grecis, mise a patto che il proprio figlio venisse scritturato per scrivere un'opera alla Scala in quella stagione.—Così furono aperte al giovane maestro le porte del grande teatro, dove con lieto successo venne rappresentata la sua opera:Il barone di Dolshein. La seconda opera che il Pacini compose pel teatro alla Scala fu ilFalegname di Livonia. Nel libro pubblicato dall'illustre maestro che s'intitola:Le mie memorie artistiche, si legge una curiosa statistica delle paghe che a quell'epoca venivano retribuite ai compositori di musica. PelBarone di Dolsheinil maestro intascò cento zecchini; per laSposa fedeletrecento bavare, pelFalegname di Livoniadugento zecchini. Rossini, alla medesima epoca, della suaBianca e Falieroebbe cinquecento zecchini. È da notarsi che la più parte di queste opere, apparse in quella che noi chiameremo la prima epoca dell'illustre maestro, vennero composte in uno spazio brevissimo di tempo. Pacini, a' suoi primi anni, scriveva delle farse in tre o quattro giorni, e l'opera grandiosa, laSacerdotessa d'Irminsul, composta su libretto del Romani, fu condotta a fine in ventotto giorni.

In musica Pacini era improvvisatore. Da ciò forse la breve vitalità di molti suoi spartiti, quasi tutti ingemmati di felicissime melodie, quasi tutti improntati di un marchio originalissimo, ma nondimeno incompleti e in alcune parti meno che mediocri.

Gli ingegni come quelli del Pacini sono destinati a produrre l'oro greggio. Sono dessi che forniscono la ricca miniera, dove tutta una generazione di musicisti può attingere dei tesori inestimabili. Questo spontaneo ed esuberante improvvisatore ha aperto un ricchissimo emporio ai ladri dell'avvenire. Chi saprà derubarlo per bene, otterrà forse maggior fama e più duratura.

Rossini diceva: «Guai se quest'uomo sapesse la musica! nessuno potrebbe stargli a paro.» S'egli avesse meditate le proprie composizioni, e imposto un freno alla sua foga estemporanea, Pacini avrebbe dunque sorpassati i suoi emuli? Noi ci permettiamo di dubitarne. Vi hanno degli ingegni frettolosi, ai quali la ponderazione e la lima nulla giovano. Basti ricordare che i più illustri poeti estemporanei riuscirono il più delle volte meno potenti di impeto e di ispirazione nei loro poemi meditati.

LeMemorie artistichedel Pacini che noi abbiamo sott'occhio ed alle quali informiamo la nostra breve biografia, non contengono episodi di molto rilievo. Più che altro esse rivelano, nello stile, nella sovrabbondanza dei superlativi, e nella cortigianeria delle lodi, il carattere dell'uomo? Ma quando mai il Pacini ebbe tempo di esser uomo? Dai sedici fino ai settantaquattro anni, in ogni luogo ov'ebbe a trasferirsi, sotto ogni condizione di tempi, egli fu sempre e poi sempre maestro.

Vediamo di seguirlo rapidamente nelle tappe più interessanti e più gloriose della sua carriera artistica.

Le opere che più illustrarono il Pacini in quella che suolsi chiamare la sua prima epoca, furonoL'ultimo giorno di Pompei,Gli Arabi nelle Galliee laNiobe.

Il celebre tenore Rubini va debitore del suo più luminoso successo ad una cabaletta di quest'ultima opera; cabaletta che anche oggigiorno si ripete nei concerti da qualche artista privilegiato e che ebbe l'onore di parecchie trascrizioni felicissime.

Pacini possedeva in grado eminente il genio dellatrovata. Nessuno ha potuto sorpassarlo, pochissimi stargli a paro nella spontaneità, nella eleganza, nella arditezza di quegli slanci lirici della melodia che si chiamarono lecabalette.

Oggi la cabaletta non è più, come la era pochi anni addietro, una inevitabile perorazione delle arie e dei duetti. Dovremo noi dedurne che il gusto del pubblico sia mutato; che quanto ieri aveva potenza di elettrizzare le masse e di rapirle a immediati entusiasmi, verrebbe oggi riprovato quale una risorsa volgare dei talenti stazionari?—Non è più verosimile che la cabaletta sia caduta in disgrazia a causa dello spietato abuso che taluni ne hanno fatto, e della impotenza dei moderni compositori a creare quelle facili e originali melodie, dalle quali soltanto le cabalette traggono effetto? I palliativi qui non giovano; non è il caso di abbagliare il pubblico coi fuochi di artifizio. Lacabalettaè il madrigale, l'anacreontica, l'epigramma dell'opera in musica—concetti qui si vogliono e non suoni—si esigono cuore e fantasia, non contrappunto; convien proprio, per fare qualche cosa di eletto e di affascinante, esser artisti di ispirazione, non vacui professori di armonia o di acrobatismo orchestrale.

Dateci qualche cosa che rassomigli nella vivace freschezza del pensiero, nell'impeto della spontaneità, nella schiettezza della eleganza, alle famose cabalette del Pacini, del Donizetti, del Bellini e di tanti altri ispirati, e le masse più intelligenti vi risponderanno coll'ammirazione entusiastica. Non sono trascorsi dieci anni dacchè il pubblico domandava con grida frenetiche la replica della cabalettaDi quella pira, che non va posta fra le più elette del Verdi; e dellaNorma, dellaFavorita, delBallo in mascheranon vediamo anche oggigiorno accolte con preferenza, e applaudite, ebissatequeste simpatiche concitazioni della melodia, che si vorrebbero da taluni critici eliminate dall'opera moderna.

Rovani direbbe: gli è che una buona cabaletta vuol esser fatta convino d'uva—e pur troppo la più parte dei giovani maestri non chiudono nelle loro botti chevino Grimelli[1].

L'ultimo giorno di PompeieGli Arabi nelle Gallievennero più volte riprodotte nei principali teatri d'Italia e dell'estero. Con queste due opere, Pacini sostenne decorosamente il suo posto a fianco dei tanti illustri competitori coi quali aveva a lottare. È però da notarsi che nella sua prima giovinezza, carattere vero da artista, lo spigliato e versatile maestro non pose mai, nel condurre a fine le sue opere, quell'impegno che la fortuna seconda e le esigenze di una fama prestamente conquistata parevano imporgli.

NelleMemorie artistichevediamo leggermente accennato a questo difetto, laddove il fecondo compositore ricorda un episodio avvenutogli a Milano. Doveva il Pacini scrivere per le massime scene della Scala un'opera nuova, laGiovanna d'Arco. «Non nasconderò (sono parole del maestro) che una avventura galante che mi aveva fatto perdere il cervello, mi distolse dal lavoro. La stagione teatrale volgeva al termine e a me mancava ancora un intiero atto. L'impresario, vedendo che io poco pensava a dar compimento all'impegno assunto, dopo avermi più volte ammonito, espose alla Direzione degli spettacoli quanto accadeva; la quale, non perdendo tempo, inviò rapporto al direttore di polizia signor conte Torresani, che, fattomi chiamare con tutta gentilezza, mi fece intendere che se entro il termine di otto giorni non avessi ultimato lo spartito, Santa Margherita mi aspettava![2]. Capii benissimo qual vento spirava, per cui pensai di non dare occasione di porre in pratica la garbatissima offerta»[3].

Il pubblico milanese, edotto di questi dettagli risguardanti la vita intima dell'autore, divenne implacabile più dello stesso Torresani. La rappresentazione dellaGiovanna d'Arcofu per il già acclamato autore degliArabi, dell'Ultimo giorno di Pompeie delBarone di Dolshein, una vera disfatta.

Un giornale milanese, ilCorriere delle Dame, già fino dall'anno 1820, ragionando delVallace, altra delle tante opere del Pacini favorevolmente accolte al teatro della Scala, rimproverava al giovane maestro la sua condotta alquanto dissipata e la sua negligenza al lavoro. Dopo molte allusioni a tale scopo dirette, l'articolista (che pure ha tutta l'aria di un galantuomo e di un amico sincero del maestro) conchiude colla seguente citazione, il cui significato non può essere equivoco:

Signor; non sotto l'ombra in piaggia molle,Tra fonti e fior, tra ninfe e tra sirene,Ma in cima all'erto e faticoso colleDella virtù, riposto è il vero bene,Chi non gela,non suda e non s'estolleDalle vie del piacer, là non perviene.

Durante questa prima epoca, il Pacini si trovò sempre di fronte quell'inarrivabile colosso, la cui altezza nessun maestro dell'epoca ha potuto raggiungere—Gioachino Rossini. L'autore degliArabi nelle Galliee dellaNiobe, malgrado una originalissima tempra di ingegno, doveva necessariamente, per secondare il gusto predominante e in qualche modo farsi perdonare la propria audacia, seguire le orme più accette dello stile rossiniano. NelleMemorie Artistichevediamo ingenuamente espressa dal Pacini cotesta confessione. «Mi sia permesso far osservare, scrive egli, che quanti in allora erano maestri miei coetanei, tutti seguirono la stessa scuola, le stesse maniere, e per conseguenza furono imitatori, al par di me, dell'Astromaggiore.»—Io però non convengo pienamente nell'avviso dell'illustre Pacini laddove dice che «nelle belle arti e nelle lettere ogniepocasegna un carattere proprio, di cui un solo uomo crea lo stampo.» A me pare che il concetto della parolaepocanon sia stato mai determinato con precisione. L'epoca non rappresenta nello spazio del tempo che una cifra senza significato; ciò che dà una espressione particolare, uno speciale colorito a quel diametro convenzionale che chiamasi epoca, è il predominio di uno o più geni. Il gravissimo errore a cui soccombono non pochi artisti di altissimo ingegno è questo appunto di subordinarsi volontariamente all'imitazione di quell'uno, che, a loro avviso, ha creato lo stampo più conforme al carattere dei tempi. Questa fatale sommissione ha cagionato la perdita di molti ingegni, i quali, altrimenti operando, vale a dire, emancipandosi dalla imitazione e seguendo liberamente i propri istinti, avrebbero raggiunto una meta elevata. Una prova di quanto asserisco mi si presenta nelle biografie artistiche del Bellini e del Donizetti, i quali non riuscirono a produrre dei veri capolavori, ad impressionare vivamente colle loro musiche, se non quando ebbero il coraggio di ripudiare affatto gli abiti del Pesarese per presentare al pubblico nuda e schietta la loro individualità. Il nome di Bellini non vivrebbe tuttora glorioso senza laNormae laSonnambulache marcano del patetico genio di lui la espressione più caratteristica e più vera. Così del Donizetti, laBorgiasopravvisse allaBolena, sebbene l'una e l'altra ricche al pari di squisite melodie. Gli è che nell'Anna Bolenasi ravvisa ancora l'imitatore di Rossini, mentre nellaBorgiaincomincia il precursore di Verdi. Io non cesserò mai, ogniqualvolta mi si offra l'occasione, di gridare agli ingegni: abbiate il coraggio della vostra individualità; non immaginate mai, perchè un maestro ha conquistato il pubblico con una data maniera d'arte, che questa sia da adottarsi esclusivamente, che fuori di là non esista via di salvezza. In arte bisogna procedere, come tutto procede nell'ordine della natura. Può darsi che questo moto non sia che una rotazione perenne, per la quale la intelligenza umana ritorna, di secolo in secolo, al punto donde è partita. E che perciò?—L'artista dev'essere una molla di questa rotazione. Chi non procede non approda.

Sotto questo aspetto, il Pacini fu veramente disgraziato. Egli sentiva, come ogni vero artista la sente, questa necessità di crearsi una propria maniera. Ma al momento istesso in cui la sua nobile e appassionata intelligenza prendeva a slanciarsi verso un mondo novello, ecco degli altri innovatori, dei giovani privilegiati, insorgere all'improvviso da questa terra fertile di ingegni che è l'Italia, e prevenire i concetti di lui, e sorpassarne gli ardimenti. Dopo aver lottato con Rossini, dopo essersi aperta una nuova via per sottrarsi alla schiacciante supremazia di questo atleta invincibile, Pacini si trovò di fronte due competitori non meno formidabili, Bellini e Donizetti.

Questi erano entrati nella carriera spandendo dei lampi di luce. Al momento in cui l'autore dell'Ultimo giorno di Pompei, «mirava a dare un carattere di tinta locale ed un far proprio alle sue composizioni»il maestro innovatore si accorse che due innovatori più audaci lo avevano precorso.

Vi sono due righe nelleMemorie Artistiche, le quali, nella loro ingenua schiettezza, commuovono grandemente. Quelle due righe rivelano una immensa angoscia di artista.

«L'amore per l'arte che ho debolmente professata e professo—scrive il Pacini, entrando a parlare del suo proposito di ritirarsi momentaneamente dall'arringo teatrale—non mi ha lasciato mai un po' di tregua. Invidiava nobilmente i miei rivali, e gli ammirava. Diceva a me stesso: essi ora levano grido, ed io mi occuperò come so e posso d'istruire la gioventù in modo chiaro ed acconcio.»

Queste poche linee sono una grossa lacrima spremuta da un cuore disingannato. È un nobile e generoso ingegno che, in un momento di sconforto e di prostrazione, si ritira dalla battaglia. Tutti gli artisti ed i poeti, tutti i martiri della intelligenza sono passati per queste crisi.

Fu dunque verso l'anno 1833, che il Pacini, nella pienezza della virilità, tuttochè accarezzato da promesse lusinghiere e adescato da lucrose profferte, si ritirò a Viareggio, sua patria di elezione, per istituirvi un Liceo musicale. L'intrapresa gli riuscì completamente, e quell'Istituto in brevissimo tempo accolse buon numero di allievi e prosperò sotto il valido impulso dell'illustre maestro. Nel teatrino dello Stabilimento gli allievi erano già in grado di eseguire, nell'anno 1835, un'opera dello stesso Pacini. Il quale, non potendo resistere al prepotente bisogno di produrre, scrisse in quell'epoca non poche composizioni sacre, fra cui treMesseed unVesprodi ottimo stile. Infinito è il numero dei componimenti sacri, de' pezzi da camera, delle sinfonie, prodigate dal Pacini durante gli intermezzi della sua teatrale carriera. Il lavoro era un bisogno per lui—quella fantasia bollente, agitata, sussultante, domandava incessantemente di espandersi. Era necessario che una delle sue valvole rimanesse aperta in ogni tempo.

Da Viareggio il Pacini passò a Lucca nel 1838 e quivi parimenti fondò un Istituto musicale sotto la protezione del Duca. E fu verso quell'epoca, che l'illustre maestro, riposato dalle lunghe lotte, e incoraggiato da circostanze più favorevoli, sentì nascere il desiderio di ritentare le sorti del teatro. Rossini aveva cessato di scrivere, Bellini era morto, Verdi non era per anco apparso sull'orizzonte teatrale. Non restavano, a militare nel nobile campo, che Donizetti, Mercadante ed altri pochi meno operosi e meno acclamati.

La seconda apparizione del Pacini s'inaugurò splendidamente; si inaugurò con un capolavoro completo, con una di quelle opere che conquistano l'universo, con una di quelle musiche che sublimano lo spirito e rapiscono di entusiasmo tutti i cuori. Se Pacini non avesse creato altra opera che laSaffo, questa sola basterebbe per meritargli di essere iscritto nel libro d'oro fra i più insigni maestri dell'epoca nostra. LaSaffoè tutta una ispirazione. Come Bellini nellaNorma, Pacini ha soffiato tutta la potenza del suo spirito animatore nella plastica affascinante della sua protagonista. Molte cantanti contemporanee si sublimarono in quest'opera del Pacini e per questa salirono a invidiabile rinomanza. Se la Pasta, la Malibran, la Grisi, la Montenegro, e più recentemente la Galletti, la Lafon e la Fricci toccarono l'apogeo del successo teatrale investendosi delle enfatiche gelosie della profetessa druidica, quante non furono le prime donne che i loro più solenni trionfi e la loro fama collegarono al nome della lesbia poetessa! E basti citare l'Abbadia, la Marini, la Gabussi, la Penco, la Tedesco, e quella ideale artista che era la Sannazzaro, per non dire di molte altre[4]. Fa meraviglia che quest'opera, così esuberante di melodia e di affetto, non seduca il talento di molte prime donne d'oggigiorno, cui la voce di mezzo soprano impone un limitato repertorio. Lasciamo passare l'invasione—a suo tempo questi irresistibili capolavori rifaranno la loro marcia trionfale sui teatri della penisola.

È strano. Il libretto di quest'opera destinata a rinverdire gli allori di un maestro già quasi obliato e ad assicurargli un posto eminente nella storia dell'arte italiana, era stato, in sulle prime, respinto dal Pacini come impossibile a musicarsi. Non ci volle che l'insistenza entusiastica del poeta per indurre il maestro ad accettarlo. Come il tenore Rubini erasi ribellato ad eseguire la famosa cabaletta dellaNiobe, ritenendola di nessun effetto, così il maestro che doveva illustrarsi come autore dellaSaffo, si mostrava ritroso a musicare il miglior libretto uscito dalla mente del Cammarano[5]. Nella storia degli artisti celebri si trovano ad ogni passo consimili aberrazioni di criterî.

Il successo dellaSaffovulcanizzò, com'era da attendersi, l'estro riposato del Pacini. Alla breve tregua successe l'eruzione violenta. Dal 1840, fino all'ultimo anno della sua vita, l'inesauribile maestro si prodigò con una alacrità prodigiosa.

Donizzetti si approssimava alla fine della sua carriera; Mercadante taceva o ben di rado dava segni di vita—ben il Pacini poteva illudersi che nel campo dell'arte, ormai sgombro de' suoi antichi e recenti competitori, gli fosse dato dominare da sovrano. Ma un nuovo astro sorgeva allora appunto sull'orizzonte musicale; un giovane artista, dotato di una eccezionale energia di temperamento; un giovane maestro che già nella terza sua opera annunziava i caratteri di un innovatore predestinato. Questo ultimo formidabile competitore del Pacini, che veniva improvvisamente ad afferrare lo scettro della musica italiana, si chiamava Giuseppe Verdi. NelleMemorie artistiche, il nome di questo insigne maestro viene accennato alla sfuggita con un freddo epiteto di omaggio. In quel libro, dove quasi ad ogni pagina l'autore e prodigo di encomi verso i suoi emuli dell'età prima, notiamo, a proposito del Verdi, delle significanti reticenze.—Noi comprendiamo quel silenzio, e lo rispettiamo come si rispettano i dolori di una nobile ambizione mai sempre contrastata dalla fortuna. Verdi fu l'ultimo rivale del Pacini. Un rivale bene agguerrito, che, nel pieno fervore della sua giovinezza, recava sul campo un emporio ancora intatto di armi e di munizioni. Mentre Pacini, rientrando nell'arringo, si compiaceva di vedere apprezzata la evidente trasformazione del suo stile e di sentirsibattezzato dalla opinione pubblica non più come compositore di facili cabalette, ma bensì di elaborati lavori e di meditateproduzioni—ecco affacciarglisi un ingegno prepotente che di un tratto lo sopravanza nella innovazione e che, affascinando le moltitudini cogli impeti di una originalità irresistibile, diviene in pochi mesi l'assoluto signore del pubblico italiano.—E nondimeno, il Pacini questa volta non recesse dalla battaglia—forse anche si illuse di uscirne vincitore. Noi siamo ben lontani dal fargliene aggravio. Ammiriamo il veterano che muore sulla breccia, rispettiamolo nelle sue illusioni, nelle sue temerità, nelle sue convulse maníe. Lottare ostinatamente, lottare nella fede o nella disperazione, è il carattere dei veri artisti.

Dopo laSaffo, che segna il principio della così detta seconda epoca del Pacini, le migliori opere di lui furono:La fidanzata Corsa, acclamatissima al San Carlo di Napoli, ilLorenzino de' Medici, laMedea,Maria Regina d'Inghilterra, ilBuondelmontee laRegina di Cipro. A mio giudizio ilLorenzino de' Medici, laMedeae ilBuondelmonteprimeggiano sull'altre. Nell'opere che il Pacini scrisse dippoi, notasi una deplorevole decadenza di fantasia e di stile. IlSaltimbanco, l'Allan Camerone gli ultimi spartiti apparsi alla Fenice di Venezia ed al San Carlo di Napoli, portano una impronta febbrile, e sembrano accusare il convulso anelito di un ingegno già esausto. Queste musiche fanno pensare ai sussulti erotici di un vecchio libertino, il quale si strugge ancora per un sesso ingrato che gli volge le spalle.

Tale fu la carriera del Pacini—carriera di luce e di tenebre, di immensi trionfi e di immense sconfitte.—La sua biografia artistica è quella di tutti coloro che hanno fatto assai, che vollero far troppo. Ma chi può fissare i confini dell'ingegno umano? chi può imporre agli istinti di un individuo? Come abbiamo detto da principio, questo torrente impetuoso di artista ha deposto degli strati d'oro per ogni dove è passato. La più informe delle sue opere racchiude delle gemme, le quali, raccolte e levigate da mano paziente, brilleranno per avventura nelle musiche dei maestri avvenire.

Pacini ebbe statura mediocre, occhio vivace, fisonomia non bella ma espressiva, persona snella ed elegante. Tuttochè amabilissimo e qualche volta cortigiano, non conosceva l'arte di cattivarsi le simpatie. Si creò non pochi nemici; fu ingiustamente perseguitato e fatto oggetto di basse calunnie—sorte comune a tutti gli artisti operosi. Da sovrani e da principi ottenne onorificenze non poche. Fu cavaliere di più ordini. Da tre mogli ebbe prole numerosa. La terza a lui sopravvisse, e con essa cinque figli, uno del primo, l'altro del secondo letto, i tre ultimi del terzo.

Alla famiglia superstite furono non lieve conforto gli onori che in alcune città d'Italia si resero alla memoria di lui. Arezzo decretò all'autore dellaSaffouno splendido monumento. A Napoli, per iniziativa dei signori Torelli e Colucci, vide la luce unaStrennafunebrededicata alla vedova dell'illustre maestro—esequie solenni si celebrarono a Pescia ed a Lucca—e in altre insigni capitali del Regno[6].

Gli Italiani non sono ingrati coi…. morti.


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