DIALOGO I.

DIALOGO I.——AL comando dell’Asseretovenia dallo Schiaffino, già troppo oltre negli anni per commettersi ancora alle fortune di mare, preposto Nino Bixio, già in fama d’intrepido marinaio, al pari di valoroso guerriero. Nato sui flutti, avvezzo da primi anni suoi a lottare coll’impeto degli uragani, ei v’attinse quella tempra di ferro e quell’ardimento indomabile, di cui die’ sì nobili prove nella meravigliosa epopea del risorgimento italiano. E lustro a’ più doppi maggiore sarebbe,siccome io penso, a lui derivato, e avrebbe l’Italia aggiunto il di lui nome a quello de’ più insigni ammiragli, se al povero mozzo delPiladeeOreste, avezzo a salire in coffa per il passo del gatto, (egli ha comune con Garibaldi la gloria d’aver fatto le prime sue armi in quell’umile uffizio) fosse arrisa sì amica la sorte, da conseguire, anzichè d’un corpo d’esercito, il comando supremo di una armata navale.Tale era infatti il desiderio più intenso della sua vita.Volgeva il maggio del 1866, e la guerra contro l’Austria stava per iscoppiare. Il naviglio italiano raccoglieasi in Ancona: e se l’intera nazione ponea piena fede nelle sue schiere di terra, punto non dubitava che i marinai liguri e veneziani avriano al primo urto conquassate nell’Adriatico le forze nemiche. Con questa certezza nel cuore null’altro attendeasi che la scelta d’un ammiraglio, il quale aprisse a’ nostri prodi la via del trionfo.Narrò allora la fama che Nino Bixio sollecitasse un’udienza a re Vittorio Emanuele che l’ebbe sempre assai caro. Fattosi innanzi a lui—Sire, ei diceva, manca un duce all’armatache voglia e sappia vincere ad ogni costo; io ve ne chieggo il comando. Siavi mallevadore della vittoria il mio capo e quello de’ figli miei. Io fo qui sacramento di seppellirmi tra i flutti, o di tornar vincitore—.Povero Nino! Parecchi dì appresso avvenne lo scontrazzo di Lissa, che gli seppe più micidiale d’un coltello nel cuore.Con lapassionedel mare nell’anima, passione che più tardi lo spinse ad abbandonare l’esercito e gli onori di generale per lanciarsi un’altra volta in mezzo all’oceano, e aprir nuove vie nelle regioni dell’Indo-Cina al commercio italiano, non è a dire se accettasse di gran cuore il comando offertogli dallo Schiaffino. Perciò attese con sollecita cura a completar l’armamento della nave e a rifornirla di quanto i moderni trovati sapeano offrire di meglio.Diè la sorte che nel gennaio del 1860 in una delle quotidiane sue visite all’Asseretoio gli fossi compagno; e benchè quasi nuovo alle cose marittime, ebbi campo non solo ad ammirare la sua pratica marinaresca, ma e la sua profonda scienza nelle nautiche discipline. Avresti detto non aver egli atteso ad altro in sua vita che agli studi navali.In quella occasione, stimolatovi dallo Schiaffino, che più volte s’era aperto con me intorno la convenienza d’unificare il linguaggio marinaresco, io mi proposi di fare appunto cadere il discorso su questo argomento. Infatti dopo l’asciolvere passammo in una camera che era insieme armeria, biblioteca e gabinetto di fisica e di metereologia, tante armi, libri, macchine, areometri e strumenti d’ogni ragione aveavi raccolto; ivi ebbe luogo fra noi il dialogo, che a un dipresso qui intendo trascrivere.Autore.—Tu hai veramente tutte le parti che si convengono a valente capitano navale, come mostrasti posseder quelle di prode soldato: e ben a ragione la patria attende da te ancora gran cose.Nino Bixio.—Non amo gl’incensi, tu il sai; il poco che mi fu dato operare era sacro debito di figlio verso la comun madre, l’Italia, il cui nome, per Dio, sarà fatto ognor da me rispettare.A.—Cominciamo adunque a rispettarlo noi stessi. Se io testè ti lodai (e ogni lode invero è scarso tributo a’ tuoi meriti), gli è per meglio aprirmi la via, non dirò a un biasimo, bensì ad una esortazione, che per tuo mezzo vorrei indirizzareagli uomini di mare, e della quale per carità verso la patria vorrai tener conto.N. B.—Parla, parla; in te riconosco pur sempre il franco e leale amico de’ nostri primi anni: e ben sai ch’amor di patria ha in me tal potenza, da dar fuoco, ove occorra, a Santa Barbara e far saltare in aria la nave. Altro che tener conto delle tue esortazioni!A.—Sollo; ma so del pari che non soltanto ne’ grandi cimenti si serve la patria; e ch’è mestieri riconoscerla sempre, in tutte le operazioni della vita, in tutte le ore, ne’ più minuti atti nostri. Da qual nazione cavasti le macchine, gli arnesi, il fornimento insomma della tua nave?Emilio Schiaffino.—Dall’Inghilterra, e ciò per espresso consiglio di Nino.A.—Io non vo’ cercar le ragioni per certo valevoli che ti mossero ad acquistare ogni arredo da costruttori stranieri, mentre si hanno in casa officine e operai........N. B.—Oh questo poi gli è un voler spingere l’amor della patria oltre i debiti confini del giusto.A.—Forse. Ma quando sento sulle tue labbra e su quelle di tutti i capitani di mare suonarvoci straniere scrie, scrie, e assegnar barbari nomi ad arnesi e cose ch’han vocaboli italiani e leggiadrissimi, non mi avrai per soverchiamente severo, se te ne fo’ riprensione in nome di quella patria, ch’ha dritto di sentire usata da suoi figli e a bordo delle sue navi la propria favella, anzichè un gergo non suo.N. B.—Converrei teco assai di buon grado, se l’Italia possedesse al pari degli altri popoli una favella marittima comune a tutti i suoi figli; ma niuno ignora che corre fra essi un divario così spiccato e notevole, che il nome di ogni attrezzo cambia di punto in bianco ne’ vari porti italiani. Ciò non comprendono i letterati di professione, sprofondati ne’ lor libri e non usi all’aperto conversare colla gente di mare; ma noi che co’ tuoi classici c’andiamo un po’ grossi, noi, dico, sappiamo che unaimbarcazione, a mo’ di esempio, si chiamapasserella,caiccoa Venezia,canotto,jolaa Genova,pallone,serenìa Napoli, e va dicendo. Del resto, ciò è naturale. I governi che si succedettero in Italia nei due ultimi secoli, intesero a conciarla per modo, che i suoi figliuoli non si credessero membri d’una sola famiglia; onde ne venne che non potè costituirsiun linguaggio marinaresco, che fosse glorioso patrimonio dell’intera nazione. Ne’ tempi a noi più vicini, dopo il misfatto del 1815, Napoli si sequestrò dalla Italia, l’Austria imbastardì la flotta veneta, Toscana, smarrite le splendide tradizioni de’ cavalieri di Santo Stefano, non ebbe, si può dire, più navi: e quanto a Genova, le fu imposta dal Piemonte, ben sai, la camicia di Nesso, cioè la favella francese, che soltanto nel 1836 potè tôrsi di dosso. Conseguenza di questi fatti si è la mancanza di un unico linguaggio che sia vivo e si mova e si parli sulla tolda delle navi italiane. Ond’è che ciascuno di noi adopera i proprî vocaboli, o quelli che più gli tornano acconci, senza che per questo l’Italia n’abbia a scapitare d’un pelo, come non scapitò mai per l’uso inveterato e costante de’ suoi vari dialetti. Se fosse altrimenti......A.—E altrimenti è la cosa, mel credi. A te uomo d’azione e capitano fortissimo falli il tempo per dare opera a’ studi, che ti avrebbero appreso esistere il linguaggio di cui accusi il difetto, per quanto abbiano fatto i nostri oppressori, non nei libri soltanto, ma eziandio nei trecento mila marinari italiani che l’usano, e checon esso in modo uniforme, se ne togli le poche accidentalità dei dialetti, ricambiano i loro pensieri. La favella ch’e’ parlano e che forse tu tieni a vile, come patrimonio plebeo, è invece il più nobile, il più poetico di tutti i tecnici idiomi; e mal s’avvisa colui che tenta sfatarlo, e sostituire a’ que’ modi ingenui e nativi un lessico di conio straniero, qual s’apprende nelle scuole e nelle scempie traduzioni de’ libri francesi od inglesi che in esse corrono. Tale è pur troppo il vezzo odierno: dispettare le patrie gemme, e in quella vece far pompa di fronzoli e di forestiero ciarpame. Farfalloni e scapucci da spiritare. Lascia, amico mio, leimbarcazionial loro vero significato, cioè all’atto dell’imbarcare e non alla barca: lascia le altre voci da te memorate, come quelle che non hanno aria e fattezze nostrane, e vi sostituisci i vocaboli dipalischermo,burchio,burchiello,sandalo,schifo,gondola,scafoe di altri piccioli legni fatti per servizio di grandi navigli, e tali da non dilungarsi troppo dal lido. Scendiamo al vero e originale linguaggio de’ marinai non adulterato per anco da oltramontana barbarie; ivi ci verrà fatto di rinvenire inesplorati tesori d’evidenza, di bellezza e di forza. Esso è tuttaviaquello, da pochi casi infuori, in cui dettaronsi opere famose ed immortali; a questo è mestieri rivolgersi, questo adoperare soltanto; poichè di tal guisa potrem dirsi veri italiani, stretti almeno nella unità della lingua, ch’è tanta parte della nazione. Nè tutto ciò tu ignori per fermo; ad ogni modo pensandoci un po’ adentro, rileverai di leggieri la sovrana venustà d’una lingua, alle cui fonti attinsero un giorno tutte le nazioni civili.N. B.—Non posso negare che più volte mi passò, come in nube, alla mente, che una unica lingua esistesse fra la gente di mare: ma i casi della mia vita non mi consentirono di svolgere gli antichi scrittori e raffrontarli colla parlata di bordo, talchè l’ebbi in conto di sciatta e dammeno. Or son lieto che tu venga a scaltrirmi dell’error mio; e perciò entrambi ti sarem tenutissimi ove ti piaccia per intero accertarcene.E. S.—Sie, sie; mano dunque alle prove.A.—Non arduo l’assunto; anzi tu stesso, o Nino, verrai in mio soccorso, tu che la storia d’Italia hai, si può dir, sulle dita.N. B.—Come c’entra la storia?A.—Assai più di quanto a primo aspettonon mostra. Non io posso invero consentire col Graser[4]ed altri tedeschi, che il più del nostro glossario marittimo fanno derivare dai Greci; questo ben so che gli avi nostri non tolsero nè dalla Grecia, nè da Cartagine la loro scienza navale, bensì da’ primitivi Pelasgi, dal cuicaraboci vennero le vocicaraccaecaravella, or ite in disuso, e da’ Tirreni od Etruschi, cioè da quelle stirpi italiche che prima d’ogni altro popolo ebbero vivezza di traffici e potenza d’armi navali, e rimontano tanto alto ne’ secoli, che la leggenda pone aver essi assaliti gli stessi Argonauti e rotti in guisa, che il solo Glauco giunse a scamparne.N. B.—Pur la storia ci afferma, che nonil popolo etrusco, bensì una quinquereme cartaginese, sbattuta dal fortunale sulle spiaggie latine, insegnò a’ figli di Romolo il modo di costrurre i loro navigli.A.—Non àssi a dare soverchio peso ad un fatto, che forse contribuì a migliorare, non a creare le loro triremi, le quali foggiavansi sull’andare di quelle che usciano dai gloriosi portidi Gravisca, di Vetulonia, Tarquinia, Alsio, Vulci, Luni ed Ardea. Se pertanto nell’età più lontane eravi una marineria italica, egli è giocoforza ammettere altresì l’esistenza di una lingua navale, che la triplice Etruria propagò in quelle parti della penisola in cui allargò il suo dominio, e di cui più tardi fu maestra, come avvenne di tante altre discipline, ai Romani. Vero è che la lingua etrusca è per noi buio pesto, tanto è ancora il mistero che sopra v’incombe; ma per quanto ragguarda la lingua latina, i dotti ben sanno ch’essa ha di molti contatti col volgare de’ marinai.N. B.—La mi sembra, a dir vero, alquanto marchiana.A.—I libri de’ classici ce ne offrono a macca le prove. Infatti........E. S.—Cessa dall’anfanarti sopra un tale negozio. Io mi so di latino quanto un pescecane......N. B.—E tu intanto con questi armeggî di parole, tu ci esci di carreggiata.A.—Non parmi. Caduta la potenza latina e trasferitasi la sede dell’impero a Bisanzio, la necessità di conservare in soggezione le provincie che man mano staccavansi, indusse i successoridi Costantino a costrurre grandi armate navali, e le città italiche furono quelle che somministrarono legni e marinai, essendo soltanto in esse ancor viva l’arte del navigare, dacchè un editto d’Onorio e Teodosio[5]vietava, sotto pena del capo, ammaestrar gli stranieri nelle nautiche industrie. Una lingua marinaresca non potea dunque neppur allora far difetto fra noi. Intanto dalle rovine d’Aquileja sorgeva Venezia; Genova, Pisa, Ancona ed Amalfi assettavansi a libero reggimento, e le navi loro con quelle di Civitavecchia, di Ravenna e di Rimini furono le sole, che nella universale barbarie facessero sventolare i lor temuti vessilli per ogni lido. A chi non son noti gli eroici ardimenti delle nostre città marinare? Pochi per altro sospettano che il linguaggio parlato allora ne’ nostri navigli fosse quello istesso che corre oggidì sulle labbra della gente di mare.N. B.—Avrei a grado d’esserne per intero chiarito.A.—Nulla di più agevole. In un rapido sguardo dato a’ tuoi libri, m’occorse vedere iDocumenti riguardanti le due crociate di San Luigi IXre di Francia, raccolti ed illustrati dal nostro Belgrano. Eccoli appunto. Io trovo in essi nelleProposte dei R. Commissarî al Comune di Genova e nella ratifica delle medesime nel marzo del 1246, adoperato ne’ termini tecnici quell’istesso volgare che abbiam tuttavia sulle labbra, salvo, che come i tempi portavano, si dà a’ vocaboli una terminazione latina.N. B.—L’istesso nostro volgare, dicesti?A.—Cessa ogni dubbio allorchè l’evidenza sottentra. Io vi veggo usate le voci:patrone,carena,coperta,cantiere,palischermo,gondola,sartie,timone,albero,penna,antenne,veloni,vela di cotone,artimone,terzaruolo,àncora, cantari,canape,veggia o botte,mezzaruola,barca, sentina,barrili,castello di poppa,remi,marinai,fornitori,albero di prora,nocchiero,saettie,panfili. E nelleConvenzionistipulate a Parigi nell’ottobre dello stesso anno fra gli ambasciatori del re e Guglielmo di Varazze procuratore del nostro Comune, vi leggo:nolo,catena,grippia,gomena,amanti,giunco,candele,stanghe,annelli,balisteed altre.Gl’istessi vocaboli adopera anche il notaioLeonino da Sesto[6], stipulando il 26 novembre del 1268 i patti per l’apprestamento di due navi fra la città nostra e gl’inviati di re Luigi: anzi vi ritrovo eziandio le voci seguenti taciute nei documenti anteriori:—nave,candelizze,anchini,paranco,fionchi,fionchi a senale,taglie pei fionchi,oste,orze,morganale,parome,pantenna,trozza con mantelletti e bigotte,gabbia,sàgala,arbore di mezzo,taglia,poggie,poggiastrelle,pezzi diabete,antenna di proda di mezzo e del velone,imbrogli,gavitelli di rame,provei,duglie di grippie,sparzina per rimburchio della barca di cantiere,scandaglio,arganello,calderone,palischermo,grappino....—E. S.—Affè ch’io non voglio incaponirmi più oltre. E a dire che siamo innanzi al trecento......A.—Date ora con la scorta dell’istesso notaio uno sguardo a’ fornimenti, che su per giù son quei d’oggidì, coi loro nomi moderni:—maracci,magugli,ascie,ascioni,chiodaie,verrocchi,verrine,lampioni,lampade di vetro,stadere,piccozze,manichette,lucerne,scalpelli,armadio,catene congrappino,pajuoli per la pece,cazzuole,martinetti,leve,cassa,barrili,quartaruoli,lancie,gittarole,taglie a tre occhi,puleggie di luccio,stazza per la stiva,pennati o manganelli.—E seguono altri nomi d’arredi, che ci vennero pur essi dagli avi nostri, e ch’io mi passo dal leggere, perchè d’uso non esclusivo dei naviganti.N. B.—Tu m’hai messo sopra una via in cui son nuovo affatto, e troppe cose mi restano ancora a conoscere, per iscorgere nelle tue proposizioni quella evidenza, a cui dianzi accennavi. Io punto non disconosco che le testè lette voci sono ancor verdi tra noi, come lo furono otto secoli addietro; ma un centinaio di vocaboli non basterebbe ancora a provare che questo linguaggio risalga inalterato oltre il mille.A.—A questo io m’attendeva e l’ho caro, per rafforzar di vantaggio la mia qualsiasi dimostrazione. Sappi adunque che l’idioma navale seguì le sorti istesse dell’idioma comune.N. B.—La parte dovea seguire il suo tutto: la cosa va di suo piede.A.—Appunto. La favella nazionale non nacque per fermo dal corrompimento del latino o da loquele barbariche, come per alcuni si tiene;essa costituiva la lingua volgare o pedestre di Roma, e salì soltanto in onore al primo sorgere de’ nostri comuni. Tanto avvenne del linguaggio marinaresco, di cui ci occorrono per altro non lievi riscontri negli autori latini; esso balza dalle tenebre de’ bassi tempi bello, intero e potente di vita, quando le città nostre cominciavano a lanciare le loro formidabili armate nelle più lontane regioni. Senonchè assai scarsi a noi ne giunsero i documenti, poichè allora più che a scrivere intendevasi a fare; ma però di tal peso, da porre in sodo che una tal lingua era in ogni sua parte completa, e che i modi adoperati ne’ vari porti italiani punto non differiano tra loro. Vaglia a tal uopo il raffronto tra i vocali usati nei documenti genovesi con quelli di uno scrittore toscano, vissuto pochi anni appresso, cioè Francesco da Barberino, che nel 1290 cantava:Quinalporta eternale,Senaleequadernale,Manti,prodaniepoggia,Poppesietorcipoggia,ScandaglietorceefuniEcanapi comuni.....Se vedessi avvenireChe vento ti rompesseL’arbore grandetuo,Metti nel loco suoL’arbore tuo minore;S’abbatte quel, può torreL’antenna, e lei rizzareFinchè luce t’appare;In luogo ditimoniFasperee in acqua poni[7].......................Vele grandieveloni,Terzaruolieparpaglioni...Egli ci somministra eziandio i seguenti vocaboli:calafati,marangone,palombaro,timoniero,prodero,gabbiere,pennese o ponnese,far getto,lupoper vela negra,savornareper metter zavorra,velare,ventare.N. B.—Scarsi davvero i nostri scrittori di cose nautiche, se c’è mestieri far capo perfino a’ poeti.A.—Se per altro tutti si raccogliessero ipassi di quegli autori che ragguardano le materie navali e le opere di chi largamente ne scrisse, come i libri del Crescenzio[8], del Pantera[9], del De Rosa[10], e in ispecie l’Arte del navigaredi Bernardo Acciaiuolo (1580), non che le relazioni de’ nostri viaggiatori da Marco Polo a tutto il secolo XVII, si avrebbe un’ampia e preziosa raccolta, da far testimonianza che l’antica nostra terminologia si travasò pressochè intatta ne’ tempi presenti.N. B.—Da troppi anni ho appreso a sputar sottovento e a battere l’acqua salata per poter avere dimestichezza con gli autori da te allegati: ma se i documenti prodotti non mi consentono di porre in forse un tal fatto per quanto s’attiene al sartiame e agli attrezzi della nave, tu meco dei consentire che il linguaggio nautico non è circoscritto, come già dissi, in così angusti confini.A.—Tu mi stringi i panni addosso di guisa, che se avessi men buona causa alle mani, miterrei affatto perduto. Ma, per santa Firmina, ho scudo sì saldo da mandare a vuoto i tuoi colpi. Parte assai rilevante di questo linguaggio è l’armamento de’ legni, di cui tacciono il documento genovese e il poeta fiorentino; ma al loro diffetto largamente soccorre loStatuto marittimod’Ancona, anteriore al secolo XIV, nel suo cap. LXXIX in cui trattaDe le arme che se de’ portare in nave per li marinari. Non sono un Pico mirandolano io da tenerlo chiovato nella memoria; ma mi fo mallevadore ch’ivi potrai riscontrare le voci—bombarde,schioppi,palle di ferro,balestre di staffa,verettoni,lancie,corazze,pavesi,gorzali,barbute o cervelliere,spade e coltello—voci ancora comuni tra noi e costituenti l’intero arsenale di guerra a que’ giorni.N. B.—E sia pure che arredi, attrezzature e armamento non abbiano mutato il primitivo lor nome; ma per altro la fraseologia de’ nostri cantieri, dappoichè tanto alto salì la meccanica, dee aver subìto cangiamenti notevoli. A cose nuove, parole nuove.A.—Per me ti rispondano questi versi dell’Alighieri:Quale nell’Arzanà de’ VinizianiBolle l’inverno la tenace peceA rimpalmare i legni lor non sani,Che navigar non ponno, e in quella veceChi fa suo legno nuovo, e chi ristoppaLe coste a quel che più viaggi fece;Chi ribatte da proda e chi da poppa:Altri fa remi ed altri volge sarte:Chi terzaruolo ed artimon rintoppa.N. B.—Sublime, anzi divino poeta! Con che magiche tinte non ti pinge le cose! Ma se gli antichi vocaboli non subirono alterazione veruna, i progressi delle arti industriali han di necessità dovuto recar nuove voci, significanti nuovi arnesi ignoti agli antichi, comebolina,fiocco,bompressoe altri tali. È saria di mestieri esser cieco, per non addarsi, che dalla galea che pugnava alla battaglia di Meloria o di Curzola, aiMonitoramericani ed al nostroAffondatore, ci corre.A.—Ci corre, ch’il nega? La scienza ha disteso le sue grandi ali: abbiamo ingrandite le navi omai tramutate in città galleggianti, ed i lor movimenti si resero di tanto più agevoli e in un più sicuri; ma nè le navi, nè il loro governo cangiarono natura per modo da dovere crear nuove parole. Nè scalza il mio ragionamento il vederealcune poche voci estere, quali son quelle da te allegate, radicarsi fra noi in un cogli oggetti che esprimono. Necessità lo esigeva, non avendo essi il loro riscontro nella lingua italiana. In simil guisa abbiam comuni con gli Arabi le parole:barca,feluca,fregata,galeotta,schifo,caravella,saettia,gomena,calafatare,cala,cavo,caravana,almirantee forse altre: ma chi fossero i primi ad usarle, se essi o i padri nostri ignoriamo: niuno per altro vorrà omai ritenerle quai voci straniere. Comunque sia, di fronte a un numero assai scarso di vocaboli a noi derivati da altre nazioni, io veggo tutti i popoli del mediterraneo arricchire le lor parlature marittime di modi italiani. E noi da esse ben soventi accettiam queste voci, quasi merce venuta di fuori e nuove di zecca, dove, studiate un po’ addentro ci sveleranno l’origine loro casalinga e domestica.N. B.—Non posso mandarla giù così di leggieri.A.—Non intendo per certo far forza alle tue convinzioni: pur abbondano siffattamente le prove, vuoi storiche, vuoi filologiche, che forse avranno una qualche efficacia sull’animo tuo. Ditemi, amici: vi venne innanzi giammai ilnome di qualche ammiraglio straniero, che dal X fino a tutto il secolo XVI abbia governato armate italiane?N. B.—Non valgo a rammentarlo.E. S.—Ned io.A.—Sapreste all’incontro farmi il nome dei nostri, che per conto d’estere nazioni costrussero o comandarono navi o veleggiarono in traccia d’ignote regioni?N. B.—E a chi non son noti? Essi sono d’altronde in tal numero, che non è lieve assunto il passarli a rassegna. Toccherò de’ principali soltanto. Fino dal 1317 Dionigi il Liberale re di Portogallo tirava a’ suoi stipendi col titolo d’ammiraglio Emanuele Pessagno di Genova, coll’obbligo di condur seco venti altri capitani di navi genovesi i quali dovessero costrurre, comandare e governare le armate di quella corona. Dal Pessagno ad Amerigo Vespucci, che fu pure a’ servigi del re Don Emanuele, il Portogallo per ben due secoli vide salir le sue navi da comandanti ed equipaggi italiani. Nulla dirò della Spagna, sapendo ognuno ch’ebbe nel 1492 a suo ammiraglio Colombo, e affidò l’alto ufficio di piloto maggiore a Sebastiano Caboto, e fu quindi illustratada quel Pigafetta, che fu il narratore del primo viaggio fattosi intorno al globo. Venendo alla Francia, trovo che le sue armate, da Carlo Magno ad Enrico II, furono comandate da duci italiani, e ne fan testimonio i nomi di Bonifacio, Adimaro, Ruffin Volta, Ranier Grimaldi, i Doria, il Verazzani e lo Strozzi. Chi manco ebbe d’uopo di noi fu l’Inghilterra; ma non così che Enrico VII non chiamasse a se Giovanni e Sebastiano Caboto, che scoprì Terra Nuova, e descrisse gran parte delle coste americane, da cui tentò primamente un passaggio nell’Indie.E. S.—Aggiungo che non solo Enrico VII, ma eziandio Enrico VIII s’ebbe dalla Signoria veneta artefici di navi e marinai di cui difettava allor l’Inghilterra; che altri pur n’ebbe nel 1540 Gustavo di Svezia; che i nostri Pietro Veglia e Nicolò Sagri crearono le armate di Carlo V; che Sigismondo re di Polonia popolò de’ nostri costruttori e capitani gli arsenali di Danzica, donde uscì il naviglio ch’egli oppose al re di Danimarca. Nè la Russia fu estranea alla luce che allora Italia raggiava sulle industrie navali, poichè gli uomini di mare che Pietro il Grande chiese a Venezia, addottrinarono queibarbari popoli a domesticarsi co’ flutti, e Doroteo Alimari insegnò loro il metodo per calcolare le longitudini. Di simili fatti riboccano, ben il sapete, le storie[11].A.—E da questi fatti appunto raccolgo, che se i nostri furon quelli che precedettero a gran pezza le altre nazioni nelle nautiche imprese, se loro appresero a costrurre le navi e a governarle; se fino dal secolo XII non conosciamo altri viaggiatori, scopritori e descrittori di terre, da italiani infuori, noi dobbiamo a buon diritto inferirne, che il nostro linguaggio marino era già intero e venia recato dovunque dai ducento mila marinai che salivano le seimila navi delle repubbliche veneta e genovese. Che se una qualche affinità di vocaboli si riscontra, a mo’ d’esempio, nella lingua navale francese con l’italiana, non furono i nostri per fermo che tolsero a imprestito una fraseologia di cui non avean di mestieri: sì bene i francesi, cui apprendemmo a designare con italici nomi navi, attrezzi ed arredi, che i nostri, unici allora, sapeano costrurre, maneggiare e descrivere.N. B.—Non so che opporre; ma certo i nostri superbi vicini non si adagieranno così di leggieri in questa sentenza.A.—Che monta? Gl’insegnamenti della storia non van soggetti al mareggio delle passioni, e la Francia è ricca di troppe altre glorie per usurparci anche il lembo di un manto che le direbbe assai male. Infatti per bocca de’ suoi scrittori essa appunto rafferma la verità di quanto andai finora toccando.N. B.—E come?A.—Parecchi di loro posero mano a raccogliere i lor modi marinareschi, ciò che non abbiamo ancor saputo far noi. Rammento fra questi il Clairac, il Fournier e l’Ozanam, che scrissero nel secolo XVII, facendo ampia testimonianza dell’italianità di una gran parte del loro glossario nautico, come potrai sincerarti, facendo ricerca delle loro opere, senza ch’io più avanti ne dica; tanto più che mi resta a rincalzare il mio primo assunto col presidio di quelle prove filologiche, di cui pur ora fei cenno.E. S.—Nè tanto si vuole da te, sprovveduti quai siamo di simili studi per poterti seguire nelle tue argomentazioni.N. B.—Nelle quali starebbe ad ogni modo per te la vittoria e a noi lo smacco della sconfitta per non avere armi da opporti. E invero già fin d’ora ogni arme ci hai cavato di mano. Ma pria di rendermi a discrezione, avrei caro che tu mi assennassi intorno a certe voci di bordo, alcune delle quali, come troppo rozze e plebee, dovrebbero omai sostituirsi con nomi più ragionevoli, ed altre che puzzano di francese lontano un miglio. E trattando delle prime, ti par egli lecito convertire la nave in un serraglio d’animali? Imperocchè io vi trovo:grue,cicogna,camello,biscia,cavallo,cavalloni,pecorelle,aspe,serpe,cani,cicale,colombe,montoni,gazze,chiocciole,gabbiani,capone,delfini,code di topo,barbe di gattoe chi più n’ha, più ne metta; tutti nomi bestiali, i più d’attrezzi marinareschi, nomi che accusano la rozzezza di un linguaggio costretto dalla sua povertà a far sue queste voci, affatto aliene alle cose del mare.A.—Ciò che tu chiami rozzezza, io chiamo, e sia con tua pace, una fioritura poetica oltre ogni dire, poichè per mezzo di leggiadri traslati vengono a significarsi cose ed arnesi, ch’hanno una stretta relazione cogli oggetti da cui derivarono il nome. E vaglia il vero; quelle robuste traviche sporgono dal bordo, ai fianchi ed a poppa del bastimento e sulle quali si alzano pesi, non rassembrano esse il lunghissimo collo dellagrue, che loro die’ il nome? Ciò dirai pure dellacicogna, giacchèfar cicognanull’altro, s’io non erro, significa fuorchè mantigliare un pennone sotto un angolo acuto, per farlo servire esso pure all’ufficio di grue, cioè d’innalzar gravi pesi. E che troverai di più appropriato del nome dicamelliassegnato a quella specie di puntoni pieni d’acqua, posti uno per parte, sotto ai fianchi della nave e resi tali, che vuotati del loro contenuto, lasciano ch’essa emerga e che superi più facilmente un qualche basso fondo che fosse di ostacolo al suo passaggio? Nè ti movano a schifo lebiscie, il cui nome parmi convenientissimo a quegli intagli fatti sulle piane o matere, a destra e a sinistra del paramezzale, per lo scolo dell’acqua lungo i canali della sentina, acciò fluisca verso le trombe. Che dirò delcavallo, ossia di quel risalto di sabbia che le correnti van talora ammassando nel fondo del mare o alla foce de’ fiumi? Questo parlar per immagini non è vera poesia? E tale ti parrà eziandio la dizione: il marfa cavalloni: il marfa pecorelle, quando comeben sai, sotto l’azione del vento irrompono le ondate impetuose, o veggonsi i flutti increspati biancheggiar di lontano e coprirsi di spuma; onde a ragion il poeta cantava:........in sembianzaDi bioccoli saltavano le spume,Che fanno spesso negli equorei paschiDi lanigere torme errar la gente[12].Senonchè io mal potrei qui su due piedi e nuovo in siffatte materie, mostrarti la dicevolezza e la leggiadria delle altre voci, che dal regno animale passarono a specificare oggetti marinareschi; assai meglio a te verrà fatto d’apprezzare queste metafore e rilevarne le convenienze, ove tu voglia ad una ad una raffrontarle fra loro.N. B.—Non potrai per altro negarmi che un torrente di voci bastarde non sia pervenuto d’oltre alpe a laidire il nostro linguaggio. E queste voci son tante ch’io mal saprei dove annaspare. Ecco:babordo,tribordo,amaca,ammarra,dematare,combatto,ghinderessa,trelingaggio,canotto,salvataggio,doblaggio,boa,plancia,gambeduna,arpanta,culare,madune,buteverso, e perfino, Dio cel perdoni, il nome de’ venti, forestiero pur esso, e universalmente accettato.A.—Vero pur troppo; ma dimmi: non senti salirti le vampe del rossore sul viso, quando per significar cosa ch’ha il suo proprio vocabolo nella patria favella, scendiamo a mendicare una locuzione straniera? Sostituisci al babordo e al tribordo,destraesinistra: ad amaca,branda,ormeggioad ammarra:disalberaread amatare:combattimentoa combatto, e via di questo tenore: giacchè io non vo’ atteggiarmi a dottore in una materia, in cui tu hai il vantaggio su me del cento per uno.N. B.—Infatti questo bastardume di voci va sempre più scomparendo. Pure, dacchè m’hai tirato in ballo, lascia ch’io danzi e ch’io vuoti il mio sacco. Vedi tu quel bastimento là presso ilmandraccioin punto di salpare? Esso è unbrigantinopresto afar rotta;mandraccio,brigantinoefar rotta, tre voci in fede mia, che nulla han d’italiano. Quella catena lassù che tien dritto l’albero e immoto al suo posto, è unalandra, che valeputtana. Ti par da tenersene? Vero è che accanto allelandretroviamo eziandio lebigotte, e non so come sela dicono insieme. Le parolestazzo,calumare,randa,straglio,ralinganon son da strapazzo, e lana da pettinarsi col fuoco? Da che cavammo letonnellate? Non è egli ridicolo chiamarpappaficouna vela? Ove andremo a pescare il decoro e l’italianità di tai voci?A.—Nel domestico patrimonio, se mal non mi appongo. E innanzi a tutto antichissima voce èmandraccio, con il qual nome in più luoghi della penisola veggo significata quella parte più secura ed interna delle stagioni navali, che i latini diceanoangiporto. È voce semitica, che vale appuntoricetto,stazione. Un porto di Rodi avea questo nome, che troviamo anche in Cartagine. Dalla quale non sarebbe vana congettura il supporlo a noi derivato, sapendo che i suoi navili solean frequentare le prode della Liguria, e cavarne i più destri suoi frombolieri. Non gli si potrebbe a buon dritto negare cittadinanza italiana. Erri a partito se tieni che il nome dibrigantinorisalga allo inglesebrigo al gallicobrich; altri ebbe già a dimostrare doversi la sua radicale ricercare inbriga,brigare, nel significato diprocaccio,procacciare, essendo noto che siffatti legni nelle origini loro adoperavansi a servigid’un naviglio maggiore. E anche colla vocerottadovrai riconcigliarti se osservi che altro è laroutede’ francesi, altro larottaorompimentodegli italiani, i quali per rotta intendono il solco che fa la naverompendoi flutti marini, ossia spostando le acque colla carena, e perciò modo significativo e bellissimo[13]. Nèlandrami par tal voce da menar grave scandalo, per quanto abbia smesso dell’onestà sua primitiva, trapassando, come alcune altre, nelle lingue furfantine e ne’ lupanari.Bigotta, cioè carrucola senza puleggia vale, nè sono io già il primo a chiarirlo,doppia gocciola, poichè questi bozzelli van sempre appaiati, e arieggiano que’ membretti d’architettura che diceansigoccioleoguttae; e perciò voce pur essa italiana e laziare, dacchè questo attrezzo era anch’esso noto agli antichi[14]. Ne la parolastazzo, per capacità della nave, merita che tu gli faccia il viso dell’armi, poichè fu accolta e carezzata dal Caro[15]. Dovrai amicartiegualmente con la vocecalumare, per non tirarti addosso gli sdegni di messer Ludovico[16]. D’eguale legittimità va improntato il vocaboloranda, a cui farai di cappello, non fosse che per riverenza a Dante Alighieri[17]; essa ci viene darandellareodistendere, per l’ufficio che fa appunto la vela di randa.Straglioci richiama al verbo straggere, che vale tirare in altra parte, come fa il cavo che tira l’albero di fronte, dove le sartie e le parasartie gli fan di sostegno dai lati e sull’asse maggiore[18]. Quanto aralinga, col qual vocabolo, parmi, designate la corda cucita intorno le vele per rinforzarne le bardature, noi ne troverem la ragione nel latinoriligare, come atonnellatadarem padre il tonnello, che successe alla veggia o botte, ch’era intorno il secolo XIV l’unità per valutare la capacità delle navi.N. B.—Il tuo ragionamento quadra a capello; sarebbe ostinazione il negarlo: tutto ciòcorre evidente e piano com’olio. Ma tu devi avere omai secco il gorzuzzolo; Schiaffino, fa di dare aria a qualche bottiglia delle tueCinque Terre.A.—Non prima che io abbia detto delpappafico, che tanto ti sa di ridicolo.N. B.—Questo poi è un voler stravincere ad ogni costo, e ben sai ch’ogni soverchio rompe il coperchio.A.—Bene sta, ma pur odi. Pappafico nomavasi nel secolo XIII e forse anche più innanzi quel capuccio a becchetto, ossia quell’arnese di panno, che assestavasi in capo per ischermo della pioggia e de’ venti: dal quale uso, per un vago traslato, passò a significare il velaccio o la vela di punta de’ bastimenti. E questo aggiungo colla scorta del Guglielmotti[19], intendentissimo delle materie navali, che una tal vela per lo innanzi diceasisupparaosuppa, con vocabolo or ito in disuso, ma vivo in quel verso di Dante:La vendetta di Dio non teme suppe:verso inintelligibile al volgo de’ chiosatori, ma facile e piano a chi non ignora che davasi talnome a una vela, poichè si vedrà allora tralucere in esso un sublime concetto: essere, cioè, inutile far forza di remi o di vele per isfuggire le vendette celesti.N. B.—Un nuovo orizzonte, tua mercè, mi si è aperto allo sguardo. Io sentia bensì dentro una voce che mi rendea ripugnante ad avere in conto di barbaro il nostro lessico marinaresco, e quasi per istinto diceami, che opere proprie di nautica in cui questo linguaggio si contenesse, dovea possedere l’Italia, e leggi, statuti, regolamenti, elenchi, contratti, proverbi, relazioni di viaggi, di scoperte e di guerre: ma il manco di forti studi non mi consentia di dare un passo più innanzi.A.—E drittamente sentivi, sovvenuto, com’eri, dal tuo potentissimo ingegno; e se da te stesso non giungesti a scorgere il vero, ne dêi accagionare la tempestosa tua giovinezza e gl’istessi tuoi studi indirizzati più a moderni che non agli antichi scrittori; ma più di tutto a quella pressochè universale opinione che sfata il linguaggio marino, come dammeno; opinione che venne in noi ribadita da Bernardino Balbi, da Simon Stratico ed altri, i quali pretesero recar giudizio dicose che punto non conoscevano. Oh! escano fuori una volta dai lor gabinetti i saccenti della giornata, che van sbraitando contro la parlatura de’ marinai, viva fin dall’origini del nostro linguaggio, e si convincano alfine che essa deve rifarsi alle antiche sue fonti. E già tutto nelle materie navali si volge all’antico. Io veggo rinnovarsi le navi corazzate e rostrate: rifarsi rembate e castelli; la forza del naviglio concentrarsi nella testa anzichè ne’ fianchi, la forma dello scafo allungarsi, la spinta delle palette dell’elice tener luogo de’ remi......N. B.—Io qua’ ti volea per conoscere se cotesta schietta lingua italiana sarebbe da tanto da porgerci la descrizione della macchina a vapore de’ nostri navigli. Essendo essa un trovato affatto recente, sarei di credere......A.—Io ti offrirò tal descrizione di questa macchina, non che de’ suoi più minuti congegni e delle lor varie funzioni, che tu stesso dovrai confessare che mai t’avvenne di leggerne la più esatta e completa.N. B.—Tu vai troppo innanzi, tu vai....A.—E per giunta te l’offrirò in isplendidi versi, quali appunto sapea tornire Lorenzo Costa,dal cui poema ilColombo, troppo a torto negletto, io la tolgo. Prestatemi orecchio:Luogo è sovr’esso la naval sentinaNon lunge all’arco della proda internaOve dedala man ponea capaceClibano ardente; dall’infusa copiaDe’ fossili carboni alimentatoSaetta un caldo, che simil nè bronzoCosse, nè ferro alla fucina, quandoIl mantaco più forte aura vi soffia.A lui fe’ quindi sovrastar col pesoDi tutta l’acqua che nel centro adunaFermo lebete: rinterzate piastreCondusse intorno a’ suoi fianchi, e la boccaNe suggellò d’impenetrabil chiuso.Poichè sforzando ogni sottil meatoNel cavo rame il sottoposto incendioSi traforò non rattenuto e mosseVicino assalto alla nimica sua,Quella agitarsi, gorgogliar bollente,Urtar e riurtar dentro i paretiLa stanza che l’infesto ardor disagia:Poscia dall’imo al circolar coperchioSu per lo collo d’una canna bugia,In vaporoso nembo attenuata,Salir veloce. Ma perchè non maiDall’ignea sferza dileguata o scemaSia la cagion della fumante uscita,Altra pur v’inserì girevol docciaCome a rincalzo, e l’ordinò siffattaChe l’un de’ capi suoi nel bulicameTien sempre immerso, e l’opposito insalaFuor del naviglio, e con perpetua veceInfonde il mar dove la fiamma asciuga.La qual se molto divampando il fieroTurbine ingrossi de’ volanti effluvii,Pur lì s’interza di minor sifoneTondo spiraglio, in cui sovente isfogaQuel gran soperchio, e via per l’animellaChe nel transito suo scatta leggeraVa sciolto all’aer vivo e si disperde....Segue il vapor con misurato ascensoLa prima entrata, e dolcemente infusoNell’alvo d’una tromba, ivi sue forzeTutte sprigiona e a bene oprar comincia.N. B.—Potente di bellezza e di vero, è questa pittura, e se il resto consuona ... Ma qui forse viene il difficile.A.—Viene infatti il difficile, e lo sente il poeta che pur non si perita a sgroppare magistralmente quel nodo. Udite:.....La mirabil trombaCo’ piè l’interior dificio abbranca,E aderge il fusto che d’un largo istessoLa cavità che non ha sghembo aggira:Lo stremo è chiuso, e s’incappella il sommoDi lamina tegnente, e giù vi cascaDa vertical sospeso asta di ferroCilindrico volume, e per lo vanoA scender sempre ed a salir disposto,Mobile è sì che non accerta il dove.Sopra la base e sotto inver la cimaSon due forami, e da quel fianco apertiChe un quarto parallelo organo affrontaDi stupendo artificio. Entra le vuoteLatebre o vena che dal mar vi bagna,O lo spiro dell’aria, e il loco vernaContinuamente. L’una mole e l’altraBenchè distinte di potenza e d’attoSi dan mutuo soccorso, e par che nuovoSentimento d’amor scuota le fibreDell’inerte metallo e n’avvaloriIl congiurato sforzo ad un intento;Chè dentro la maggior mole compagnaDal fomite vicino in nugol fittoPenetra il guazzo ribollente e occupaL’intima chiostra. Allor ne va sospintoIl pendulo serrame, e si raccoglieVerso l’altezza ove dall’orlo estremoFa il denso fumigar subito saltoPer la cruna di sopra, e al ferreo dossoPuntando gravemente lo rincaccia.Ma dello scender giù nulla sarebbe,Chè la piena costipa a randa a randaLa via dal mezzo e vi frappone intoppo;Senonchè fuor della gelata golaSbuca un alito vivo, e mesce addentroL’accidioso fummo e lo rappiglia,Sì che di lui riman solo parventeQuasi un rorido velo, e cade a piomboL’imminente cilindro. In questa formaIl freddo vuota ed il bollore intasaE la suprema e la sottana bolgiaDel terzo ricettacolo, e sollevaSempre ed atterra quell’assiduo motoIl volubile ordigno.............Il moto si diramaPel diritto manubrio ad uno steloIl cui centro su lunga asse libratoContrappesa amendue le braccia opposteCome in bilico lance. Ivi una vergaIl punto aggrappa che più dista egualeDal principio motore, e poi dà levaTorcendo alquanto sua rattezza, e giraLe ruote magne che son pinne al ventreDella nuova e diversa orca natante.E. S.—Mirabile invero!N. B.—Sublime!A.—Lasciate che io m’affretti alla fine:È strepito ne’ lati, è turbinio...............Abbriva il legno e guizzaRapidissimamente, e qual se trattoFosse per l’ampio mar da cento coppieDi volanti corsieri, il mar guizzandoSega l’ardito legno, e fuor l’immaneTroncon che sopra vi torreggia e fuma,Di caligine ondante in ciel fa zona.N. B.—Io non credo che la musa italiana abbia osato affrontare giammai così temerarî argomenti e trattarli con tanta chiarezza. Io mi ti do piè e mani legato. Tu hai dissipato nella mia mente e soluto que’ dubbi in cui stavasi avvolta; sicchè molto in breve stringendo, parmi aver raccolto, che Italia nostra possedeva ab antico una lingua marinaresca completa e che intatta fu a noi tramandata, poichè l’arte del navigare mai non venne qui meno. Che se nei due ultimi secoli d’oppressione e di schiavitù, non sferrarono da porti italiani armate di guerra eguali a quelle d’altre nazioni che di tanto avanzavanci, s’ebbero però qui sempre arsenali, cantieri e marinai che bastarono a conservarci il patrimonio della favella navale: patrimonio ricchissimo, e pur troppo quasi ignoto a noi stessi.E. S.—Aggiungi che molte voci già avute in conto di rozze o accettate dagli stranieri, son per contro di puro conio italiano, passate in un co’ nostri capitani ed artefici ad arricchire le marineried’altre nazioni. Son queste le tue conclusioni?A.—Sono: e resta a dire soltanto che se corre un qualche divario fra le parlature della nostra gente di mare, non certo eguali ma simili in tutti i porti italiani, queste dissomiglianze, invero assai lievi, ànnonsi a riferire alla diversità della pronuncia, alle desinenze, alle elisioni proprie dei diversi dialetti: ma l’essenza della locuzione è invariabilmente la stessa. Quando io sento l’agile e schietto idioma de’ nostri marinai, mi par di vivere ancora ne’ secoli delle nostre glorie navali; che poco o nulla è mutato il lor linguaggio da quello de’ nostri grandi ammiragli: i Pessagno, i Colombo, i Vespucci, i Dandolo, i Grimaldi, gli Spinola, i Morosini, i Doria, i Colonna ed i Cossa. Con questo idioma tra i denti Biagio Assereto sgominava, il sapete, le armate di due potenti corone: e Leone Strozzi vincea la giornata di Wight, rompendo Inglesi e Spagnoli. E fo voti che usando questo linguaggio possa in breve un qualche prode italiano seppellire nel fondo dell’Adriatico il naviglio tedesco, sostituendo all’odierno grido di guerra—abbasso le brande—che troppo misa di bastardo, il solenne e italico grido—armi in coverta[20].—A queste parole un fremito convulso, come di furore e di rabbia, invase la persona di Bixio: i suoi occhi brillavano di luce sanguigna, e strette le pugna, giacque immerso in tempestosi pensieri. Taciti lasciammo la nave, andando ciascun di noi per i suoi venti, non senza averci ricambiata una stretta di mano e fatta promessa di ripigliare di curto la nostra discussione. Ma del mandarla ad effetto per allora fu nulla. Correano que’ giorni in cui Giuseppe Garibaldi raccoglieva tra noi il fiore della gioventù italiana per lanciarla al riscatto delle provincie meridionali: e Nino Bixio, che fu l’Aiace della gran gesta, impadronitosi di viva forza, siccome è noto, del vapore ilLombardo, facea vela per la Sicilia. Ma il desiderio di ritornare nel debito onore il linguaggio marinaresco, e avanzare sotto ogni aspetto le nautiche discipline, da quel giorno in lui non ebbe più tregua. Ognun sa quanto egli si travagliasse perchè fosse creata una Giunta, o,come dicesi, unaCommissione d’inchiesta, la quale dovesse indagare le nostre condizioni marittime, per accertare quai nuove proposte e migliorie fossero tuttavia bisognevoli, e fondare scuole e istituti atti a formar valenti capitani, esperti piloti, abili maestranze e marinai. Di qui gli accurati suoi studi sull’Arsenale di Venezia, le sue ricerche sulla industria del ferro, sì strettamente connessa alla questione della costruzione e corazzatura de’ legni; di qui l’alto ossequio al P. Alberto Guglielmotti, di cui predicò le lodi in Senato, e volle in Roma nel 1870 complire in un col suo stato maggiore.Lo Schiaffino, commesso a un altro capitano il suo legno, si ridusse in Camogli, ove spese la vita a beneficare la gente di mare e a volgerne in meglio le sorti; vero tipo del marinaio italiano, che ha per divisa:petto di bronzo e cuor d’oro. Noi lo rivedrem già canuto a bordo delMaddaloni, per ripigliarvi con Nino Bixio la trattazione dell’interotto argomento.

DIALOGO I.——AL comando dell’Asseretovenia dallo Schiaffino, già troppo oltre negli anni per commettersi ancora alle fortune di mare, preposto Nino Bixio, già in fama d’intrepido marinaio, al pari di valoroso guerriero. Nato sui flutti, avvezzo da primi anni suoi a lottare coll’impeto degli uragani, ei v’attinse quella tempra di ferro e quell’ardimento indomabile, di cui die’ sì nobili prove nella meravigliosa epopea del risorgimento italiano. E lustro a’ più doppi maggiore sarebbe,siccome io penso, a lui derivato, e avrebbe l’Italia aggiunto il di lui nome a quello de’ più insigni ammiragli, se al povero mozzo delPiladeeOreste, avezzo a salire in coffa per il passo del gatto, (egli ha comune con Garibaldi la gloria d’aver fatto le prime sue armi in quell’umile uffizio) fosse arrisa sì amica la sorte, da conseguire, anzichè d’un corpo d’esercito, il comando supremo di una armata navale.Tale era infatti il desiderio più intenso della sua vita.Volgeva il maggio del 1866, e la guerra contro l’Austria stava per iscoppiare. Il naviglio italiano raccoglieasi in Ancona: e se l’intera nazione ponea piena fede nelle sue schiere di terra, punto non dubitava che i marinai liguri e veneziani avriano al primo urto conquassate nell’Adriatico le forze nemiche. Con questa certezza nel cuore null’altro attendeasi che la scelta d’un ammiraglio, il quale aprisse a’ nostri prodi la via del trionfo.Narrò allora la fama che Nino Bixio sollecitasse un’udienza a re Vittorio Emanuele che l’ebbe sempre assai caro. Fattosi innanzi a lui—Sire, ei diceva, manca un duce all’armatache voglia e sappia vincere ad ogni costo; io ve ne chieggo il comando. Siavi mallevadore della vittoria il mio capo e quello de’ figli miei. Io fo qui sacramento di seppellirmi tra i flutti, o di tornar vincitore—.Povero Nino! Parecchi dì appresso avvenne lo scontrazzo di Lissa, che gli seppe più micidiale d’un coltello nel cuore.Con lapassionedel mare nell’anima, passione che più tardi lo spinse ad abbandonare l’esercito e gli onori di generale per lanciarsi un’altra volta in mezzo all’oceano, e aprir nuove vie nelle regioni dell’Indo-Cina al commercio italiano, non è a dire se accettasse di gran cuore il comando offertogli dallo Schiaffino. Perciò attese con sollecita cura a completar l’armamento della nave e a rifornirla di quanto i moderni trovati sapeano offrire di meglio.Diè la sorte che nel gennaio del 1860 in una delle quotidiane sue visite all’Asseretoio gli fossi compagno; e benchè quasi nuovo alle cose marittime, ebbi campo non solo ad ammirare la sua pratica marinaresca, ma e la sua profonda scienza nelle nautiche discipline. Avresti detto non aver egli atteso ad altro in sua vita che agli studi navali.In quella occasione, stimolatovi dallo Schiaffino, che più volte s’era aperto con me intorno la convenienza d’unificare il linguaggio marinaresco, io mi proposi di fare appunto cadere il discorso su questo argomento. Infatti dopo l’asciolvere passammo in una camera che era insieme armeria, biblioteca e gabinetto di fisica e di metereologia, tante armi, libri, macchine, areometri e strumenti d’ogni ragione aveavi raccolto; ivi ebbe luogo fra noi il dialogo, che a un dipresso qui intendo trascrivere.Autore.—Tu hai veramente tutte le parti che si convengono a valente capitano navale, come mostrasti posseder quelle di prode soldato: e ben a ragione la patria attende da te ancora gran cose.Nino Bixio.—Non amo gl’incensi, tu il sai; il poco che mi fu dato operare era sacro debito di figlio verso la comun madre, l’Italia, il cui nome, per Dio, sarà fatto ognor da me rispettare.A.—Cominciamo adunque a rispettarlo noi stessi. Se io testè ti lodai (e ogni lode invero è scarso tributo a’ tuoi meriti), gli è per meglio aprirmi la via, non dirò a un biasimo, bensì ad una esortazione, che per tuo mezzo vorrei indirizzareagli uomini di mare, e della quale per carità verso la patria vorrai tener conto.N. B.—Parla, parla; in te riconosco pur sempre il franco e leale amico de’ nostri primi anni: e ben sai ch’amor di patria ha in me tal potenza, da dar fuoco, ove occorra, a Santa Barbara e far saltare in aria la nave. Altro che tener conto delle tue esortazioni!A.—Sollo; ma so del pari che non soltanto ne’ grandi cimenti si serve la patria; e ch’è mestieri riconoscerla sempre, in tutte le operazioni della vita, in tutte le ore, ne’ più minuti atti nostri. Da qual nazione cavasti le macchine, gli arnesi, il fornimento insomma della tua nave?Emilio Schiaffino.—Dall’Inghilterra, e ciò per espresso consiglio di Nino.A.—Io non vo’ cercar le ragioni per certo valevoli che ti mossero ad acquistare ogni arredo da costruttori stranieri, mentre si hanno in casa officine e operai........N. B.—Oh questo poi gli è un voler spingere l’amor della patria oltre i debiti confini del giusto.A.—Forse. Ma quando sento sulle tue labbra e su quelle di tutti i capitani di mare suonarvoci straniere scrie, scrie, e assegnar barbari nomi ad arnesi e cose ch’han vocaboli italiani e leggiadrissimi, non mi avrai per soverchiamente severo, se te ne fo’ riprensione in nome di quella patria, ch’ha dritto di sentire usata da suoi figli e a bordo delle sue navi la propria favella, anzichè un gergo non suo.N. B.—Converrei teco assai di buon grado, se l’Italia possedesse al pari degli altri popoli una favella marittima comune a tutti i suoi figli; ma niuno ignora che corre fra essi un divario così spiccato e notevole, che il nome di ogni attrezzo cambia di punto in bianco ne’ vari porti italiani. Ciò non comprendono i letterati di professione, sprofondati ne’ lor libri e non usi all’aperto conversare colla gente di mare; ma noi che co’ tuoi classici c’andiamo un po’ grossi, noi, dico, sappiamo che unaimbarcazione, a mo’ di esempio, si chiamapasserella,caiccoa Venezia,canotto,jolaa Genova,pallone,serenìa Napoli, e va dicendo. Del resto, ciò è naturale. I governi che si succedettero in Italia nei due ultimi secoli, intesero a conciarla per modo, che i suoi figliuoli non si credessero membri d’una sola famiglia; onde ne venne che non potè costituirsiun linguaggio marinaresco, che fosse glorioso patrimonio dell’intera nazione. Ne’ tempi a noi più vicini, dopo il misfatto del 1815, Napoli si sequestrò dalla Italia, l’Austria imbastardì la flotta veneta, Toscana, smarrite le splendide tradizioni de’ cavalieri di Santo Stefano, non ebbe, si può dire, più navi: e quanto a Genova, le fu imposta dal Piemonte, ben sai, la camicia di Nesso, cioè la favella francese, che soltanto nel 1836 potè tôrsi di dosso. Conseguenza di questi fatti si è la mancanza di un unico linguaggio che sia vivo e si mova e si parli sulla tolda delle navi italiane. Ond’è che ciascuno di noi adopera i proprî vocaboli, o quelli che più gli tornano acconci, senza che per questo l’Italia n’abbia a scapitare d’un pelo, come non scapitò mai per l’uso inveterato e costante de’ suoi vari dialetti. Se fosse altrimenti......A.—E altrimenti è la cosa, mel credi. A te uomo d’azione e capitano fortissimo falli il tempo per dare opera a’ studi, che ti avrebbero appreso esistere il linguaggio di cui accusi il difetto, per quanto abbiano fatto i nostri oppressori, non nei libri soltanto, ma eziandio nei trecento mila marinari italiani che l’usano, e checon esso in modo uniforme, se ne togli le poche accidentalità dei dialetti, ricambiano i loro pensieri. La favella ch’e’ parlano e che forse tu tieni a vile, come patrimonio plebeo, è invece il più nobile, il più poetico di tutti i tecnici idiomi; e mal s’avvisa colui che tenta sfatarlo, e sostituire a’ que’ modi ingenui e nativi un lessico di conio straniero, qual s’apprende nelle scuole e nelle scempie traduzioni de’ libri francesi od inglesi che in esse corrono. Tale è pur troppo il vezzo odierno: dispettare le patrie gemme, e in quella vece far pompa di fronzoli e di forestiero ciarpame. Farfalloni e scapucci da spiritare. Lascia, amico mio, leimbarcazionial loro vero significato, cioè all’atto dell’imbarcare e non alla barca: lascia le altre voci da te memorate, come quelle che non hanno aria e fattezze nostrane, e vi sostituisci i vocaboli dipalischermo,burchio,burchiello,sandalo,schifo,gondola,scafoe di altri piccioli legni fatti per servizio di grandi navigli, e tali da non dilungarsi troppo dal lido. Scendiamo al vero e originale linguaggio de’ marinai non adulterato per anco da oltramontana barbarie; ivi ci verrà fatto di rinvenire inesplorati tesori d’evidenza, di bellezza e di forza. Esso è tuttaviaquello, da pochi casi infuori, in cui dettaronsi opere famose ed immortali; a questo è mestieri rivolgersi, questo adoperare soltanto; poichè di tal guisa potrem dirsi veri italiani, stretti almeno nella unità della lingua, ch’è tanta parte della nazione. Nè tutto ciò tu ignori per fermo; ad ogni modo pensandoci un po’ adentro, rileverai di leggieri la sovrana venustà d’una lingua, alle cui fonti attinsero un giorno tutte le nazioni civili.N. B.—Non posso negare che più volte mi passò, come in nube, alla mente, che una unica lingua esistesse fra la gente di mare: ma i casi della mia vita non mi consentirono di svolgere gli antichi scrittori e raffrontarli colla parlata di bordo, talchè l’ebbi in conto di sciatta e dammeno. Or son lieto che tu venga a scaltrirmi dell’error mio; e perciò entrambi ti sarem tenutissimi ove ti piaccia per intero accertarcene.E. S.—Sie, sie; mano dunque alle prove.A.—Non arduo l’assunto; anzi tu stesso, o Nino, verrai in mio soccorso, tu che la storia d’Italia hai, si può dir, sulle dita.N. B.—Come c’entra la storia?A.—Assai più di quanto a primo aspettonon mostra. Non io posso invero consentire col Graser[4]ed altri tedeschi, che il più del nostro glossario marittimo fanno derivare dai Greci; questo ben so che gli avi nostri non tolsero nè dalla Grecia, nè da Cartagine la loro scienza navale, bensì da’ primitivi Pelasgi, dal cuicaraboci vennero le vocicaraccaecaravella, or ite in disuso, e da’ Tirreni od Etruschi, cioè da quelle stirpi italiche che prima d’ogni altro popolo ebbero vivezza di traffici e potenza d’armi navali, e rimontano tanto alto ne’ secoli, che la leggenda pone aver essi assaliti gli stessi Argonauti e rotti in guisa, che il solo Glauco giunse a scamparne.N. B.—Pur la storia ci afferma, che nonil popolo etrusco, bensì una quinquereme cartaginese, sbattuta dal fortunale sulle spiaggie latine, insegnò a’ figli di Romolo il modo di costrurre i loro navigli.A.—Non àssi a dare soverchio peso ad un fatto, che forse contribuì a migliorare, non a creare le loro triremi, le quali foggiavansi sull’andare di quelle che usciano dai gloriosi portidi Gravisca, di Vetulonia, Tarquinia, Alsio, Vulci, Luni ed Ardea. Se pertanto nell’età più lontane eravi una marineria italica, egli è giocoforza ammettere altresì l’esistenza di una lingua navale, che la triplice Etruria propagò in quelle parti della penisola in cui allargò il suo dominio, e di cui più tardi fu maestra, come avvenne di tante altre discipline, ai Romani. Vero è che la lingua etrusca è per noi buio pesto, tanto è ancora il mistero che sopra v’incombe; ma per quanto ragguarda la lingua latina, i dotti ben sanno ch’essa ha di molti contatti col volgare de’ marinai.N. B.—La mi sembra, a dir vero, alquanto marchiana.A.—I libri de’ classici ce ne offrono a macca le prove. Infatti........E. S.—Cessa dall’anfanarti sopra un tale negozio. Io mi so di latino quanto un pescecane......N. B.—E tu intanto con questi armeggî di parole, tu ci esci di carreggiata.A.—Non parmi. Caduta la potenza latina e trasferitasi la sede dell’impero a Bisanzio, la necessità di conservare in soggezione le provincie che man mano staccavansi, indusse i successoridi Costantino a costrurre grandi armate navali, e le città italiche furono quelle che somministrarono legni e marinai, essendo soltanto in esse ancor viva l’arte del navigare, dacchè un editto d’Onorio e Teodosio[5]vietava, sotto pena del capo, ammaestrar gli stranieri nelle nautiche industrie. Una lingua marinaresca non potea dunque neppur allora far difetto fra noi. Intanto dalle rovine d’Aquileja sorgeva Venezia; Genova, Pisa, Ancona ed Amalfi assettavansi a libero reggimento, e le navi loro con quelle di Civitavecchia, di Ravenna e di Rimini furono le sole, che nella universale barbarie facessero sventolare i lor temuti vessilli per ogni lido. A chi non son noti gli eroici ardimenti delle nostre città marinare? Pochi per altro sospettano che il linguaggio parlato allora ne’ nostri navigli fosse quello istesso che corre oggidì sulle labbra della gente di mare.N. B.—Avrei a grado d’esserne per intero chiarito.A.—Nulla di più agevole. In un rapido sguardo dato a’ tuoi libri, m’occorse vedere iDocumenti riguardanti le due crociate di San Luigi IXre di Francia, raccolti ed illustrati dal nostro Belgrano. Eccoli appunto. Io trovo in essi nelleProposte dei R. Commissarî al Comune di Genova e nella ratifica delle medesime nel marzo del 1246, adoperato ne’ termini tecnici quell’istesso volgare che abbiam tuttavia sulle labbra, salvo, che come i tempi portavano, si dà a’ vocaboli una terminazione latina.N. B.—L’istesso nostro volgare, dicesti?A.—Cessa ogni dubbio allorchè l’evidenza sottentra. Io vi veggo usate le voci:patrone,carena,coperta,cantiere,palischermo,gondola,sartie,timone,albero,penna,antenne,veloni,vela di cotone,artimone,terzaruolo,àncora, cantari,canape,veggia o botte,mezzaruola,barca, sentina,barrili,castello di poppa,remi,marinai,fornitori,albero di prora,nocchiero,saettie,panfili. E nelleConvenzionistipulate a Parigi nell’ottobre dello stesso anno fra gli ambasciatori del re e Guglielmo di Varazze procuratore del nostro Comune, vi leggo:nolo,catena,grippia,gomena,amanti,giunco,candele,stanghe,annelli,balisteed altre.Gl’istessi vocaboli adopera anche il notaioLeonino da Sesto[6], stipulando il 26 novembre del 1268 i patti per l’apprestamento di due navi fra la città nostra e gl’inviati di re Luigi: anzi vi ritrovo eziandio le voci seguenti taciute nei documenti anteriori:—nave,candelizze,anchini,paranco,fionchi,fionchi a senale,taglie pei fionchi,oste,orze,morganale,parome,pantenna,trozza con mantelletti e bigotte,gabbia,sàgala,arbore di mezzo,taglia,poggie,poggiastrelle,pezzi diabete,antenna di proda di mezzo e del velone,imbrogli,gavitelli di rame,provei,duglie di grippie,sparzina per rimburchio della barca di cantiere,scandaglio,arganello,calderone,palischermo,grappino....—E. S.—Affè ch’io non voglio incaponirmi più oltre. E a dire che siamo innanzi al trecento......A.—Date ora con la scorta dell’istesso notaio uno sguardo a’ fornimenti, che su per giù son quei d’oggidì, coi loro nomi moderni:—maracci,magugli,ascie,ascioni,chiodaie,verrocchi,verrine,lampioni,lampade di vetro,stadere,piccozze,manichette,lucerne,scalpelli,armadio,catene congrappino,pajuoli per la pece,cazzuole,martinetti,leve,cassa,barrili,quartaruoli,lancie,gittarole,taglie a tre occhi,puleggie di luccio,stazza per la stiva,pennati o manganelli.—E seguono altri nomi d’arredi, che ci vennero pur essi dagli avi nostri, e ch’io mi passo dal leggere, perchè d’uso non esclusivo dei naviganti.N. B.—Tu m’hai messo sopra una via in cui son nuovo affatto, e troppe cose mi restano ancora a conoscere, per iscorgere nelle tue proposizioni quella evidenza, a cui dianzi accennavi. Io punto non disconosco che le testè lette voci sono ancor verdi tra noi, come lo furono otto secoli addietro; ma un centinaio di vocaboli non basterebbe ancora a provare che questo linguaggio risalga inalterato oltre il mille.A.—A questo io m’attendeva e l’ho caro, per rafforzar di vantaggio la mia qualsiasi dimostrazione. Sappi adunque che l’idioma navale seguì le sorti istesse dell’idioma comune.N. B.—La parte dovea seguire il suo tutto: la cosa va di suo piede.A.—Appunto. La favella nazionale non nacque per fermo dal corrompimento del latino o da loquele barbariche, come per alcuni si tiene;essa costituiva la lingua volgare o pedestre di Roma, e salì soltanto in onore al primo sorgere de’ nostri comuni. Tanto avvenne del linguaggio marinaresco, di cui ci occorrono per altro non lievi riscontri negli autori latini; esso balza dalle tenebre de’ bassi tempi bello, intero e potente di vita, quando le città nostre cominciavano a lanciare le loro formidabili armate nelle più lontane regioni. Senonchè assai scarsi a noi ne giunsero i documenti, poichè allora più che a scrivere intendevasi a fare; ma però di tal peso, da porre in sodo che una tal lingua era in ogni sua parte completa, e che i modi adoperati ne’ vari porti italiani punto non differiano tra loro. Vaglia a tal uopo il raffronto tra i vocali usati nei documenti genovesi con quelli di uno scrittore toscano, vissuto pochi anni appresso, cioè Francesco da Barberino, che nel 1290 cantava:Quinalporta eternale,Senaleequadernale,Manti,prodaniepoggia,Poppesietorcipoggia,ScandaglietorceefuniEcanapi comuni.....Se vedessi avvenireChe vento ti rompesseL’arbore grandetuo,Metti nel loco suoL’arbore tuo minore;S’abbatte quel, può torreL’antenna, e lei rizzareFinchè luce t’appare;In luogo ditimoniFasperee in acqua poni[7].......................Vele grandieveloni,Terzaruolieparpaglioni...Egli ci somministra eziandio i seguenti vocaboli:calafati,marangone,palombaro,timoniero,prodero,gabbiere,pennese o ponnese,far getto,lupoper vela negra,savornareper metter zavorra,velare,ventare.N. B.—Scarsi davvero i nostri scrittori di cose nautiche, se c’è mestieri far capo perfino a’ poeti.A.—Se per altro tutti si raccogliessero ipassi di quegli autori che ragguardano le materie navali e le opere di chi largamente ne scrisse, come i libri del Crescenzio[8], del Pantera[9], del De Rosa[10], e in ispecie l’Arte del navigaredi Bernardo Acciaiuolo (1580), non che le relazioni de’ nostri viaggiatori da Marco Polo a tutto il secolo XVII, si avrebbe un’ampia e preziosa raccolta, da far testimonianza che l’antica nostra terminologia si travasò pressochè intatta ne’ tempi presenti.N. B.—Da troppi anni ho appreso a sputar sottovento e a battere l’acqua salata per poter avere dimestichezza con gli autori da te allegati: ma se i documenti prodotti non mi consentono di porre in forse un tal fatto per quanto s’attiene al sartiame e agli attrezzi della nave, tu meco dei consentire che il linguaggio nautico non è circoscritto, come già dissi, in così angusti confini.A.—Tu mi stringi i panni addosso di guisa, che se avessi men buona causa alle mani, miterrei affatto perduto. Ma, per santa Firmina, ho scudo sì saldo da mandare a vuoto i tuoi colpi. Parte assai rilevante di questo linguaggio è l’armamento de’ legni, di cui tacciono il documento genovese e il poeta fiorentino; ma al loro diffetto largamente soccorre loStatuto marittimod’Ancona, anteriore al secolo XIV, nel suo cap. LXXIX in cui trattaDe le arme che se de’ portare in nave per li marinari. Non sono un Pico mirandolano io da tenerlo chiovato nella memoria; ma mi fo mallevadore ch’ivi potrai riscontrare le voci—bombarde,schioppi,palle di ferro,balestre di staffa,verettoni,lancie,corazze,pavesi,gorzali,barbute o cervelliere,spade e coltello—voci ancora comuni tra noi e costituenti l’intero arsenale di guerra a que’ giorni.N. B.—E sia pure che arredi, attrezzature e armamento non abbiano mutato il primitivo lor nome; ma per altro la fraseologia de’ nostri cantieri, dappoichè tanto alto salì la meccanica, dee aver subìto cangiamenti notevoli. A cose nuove, parole nuove.A.—Per me ti rispondano questi versi dell’Alighieri:Quale nell’Arzanà de’ VinizianiBolle l’inverno la tenace peceA rimpalmare i legni lor non sani,Che navigar non ponno, e in quella veceChi fa suo legno nuovo, e chi ristoppaLe coste a quel che più viaggi fece;Chi ribatte da proda e chi da poppa:Altri fa remi ed altri volge sarte:Chi terzaruolo ed artimon rintoppa.N. B.—Sublime, anzi divino poeta! Con che magiche tinte non ti pinge le cose! Ma se gli antichi vocaboli non subirono alterazione veruna, i progressi delle arti industriali han di necessità dovuto recar nuove voci, significanti nuovi arnesi ignoti agli antichi, comebolina,fiocco,bompressoe altri tali. È saria di mestieri esser cieco, per non addarsi, che dalla galea che pugnava alla battaglia di Meloria o di Curzola, aiMonitoramericani ed al nostroAffondatore, ci corre.A.—Ci corre, ch’il nega? La scienza ha disteso le sue grandi ali: abbiamo ingrandite le navi omai tramutate in città galleggianti, ed i lor movimenti si resero di tanto più agevoli e in un più sicuri; ma nè le navi, nè il loro governo cangiarono natura per modo da dovere crear nuove parole. Nè scalza il mio ragionamento il vederealcune poche voci estere, quali son quelle da te allegate, radicarsi fra noi in un cogli oggetti che esprimono. Necessità lo esigeva, non avendo essi il loro riscontro nella lingua italiana. In simil guisa abbiam comuni con gli Arabi le parole:barca,feluca,fregata,galeotta,schifo,caravella,saettia,gomena,calafatare,cala,cavo,caravana,almirantee forse altre: ma chi fossero i primi ad usarle, se essi o i padri nostri ignoriamo: niuno per altro vorrà omai ritenerle quai voci straniere. Comunque sia, di fronte a un numero assai scarso di vocaboli a noi derivati da altre nazioni, io veggo tutti i popoli del mediterraneo arricchire le lor parlature marittime di modi italiani. E noi da esse ben soventi accettiam queste voci, quasi merce venuta di fuori e nuove di zecca, dove, studiate un po’ addentro ci sveleranno l’origine loro casalinga e domestica.N. B.—Non posso mandarla giù così di leggieri.A.—Non intendo per certo far forza alle tue convinzioni: pur abbondano siffattamente le prove, vuoi storiche, vuoi filologiche, che forse avranno una qualche efficacia sull’animo tuo. Ditemi, amici: vi venne innanzi giammai ilnome di qualche ammiraglio straniero, che dal X fino a tutto il secolo XVI abbia governato armate italiane?N. B.—Non valgo a rammentarlo.E. S.—Ned io.A.—Sapreste all’incontro farmi il nome dei nostri, che per conto d’estere nazioni costrussero o comandarono navi o veleggiarono in traccia d’ignote regioni?N. B.—E a chi non son noti? Essi sono d’altronde in tal numero, che non è lieve assunto il passarli a rassegna. Toccherò de’ principali soltanto. Fino dal 1317 Dionigi il Liberale re di Portogallo tirava a’ suoi stipendi col titolo d’ammiraglio Emanuele Pessagno di Genova, coll’obbligo di condur seco venti altri capitani di navi genovesi i quali dovessero costrurre, comandare e governare le armate di quella corona. Dal Pessagno ad Amerigo Vespucci, che fu pure a’ servigi del re Don Emanuele, il Portogallo per ben due secoli vide salir le sue navi da comandanti ed equipaggi italiani. Nulla dirò della Spagna, sapendo ognuno ch’ebbe nel 1492 a suo ammiraglio Colombo, e affidò l’alto ufficio di piloto maggiore a Sebastiano Caboto, e fu quindi illustratada quel Pigafetta, che fu il narratore del primo viaggio fattosi intorno al globo. Venendo alla Francia, trovo che le sue armate, da Carlo Magno ad Enrico II, furono comandate da duci italiani, e ne fan testimonio i nomi di Bonifacio, Adimaro, Ruffin Volta, Ranier Grimaldi, i Doria, il Verazzani e lo Strozzi. Chi manco ebbe d’uopo di noi fu l’Inghilterra; ma non così che Enrico VII non chiamasse a se Giovanni e Sebastiano Caboto, che scoprì Terra Nuova, e descrisse gran parte delle coste americane, da cui tentò primamente un passaggio nell’Indie.E. S.—Aggiungo che non solo Enrico VII, ma eziandio Enrico VIII s’ebbe dalla Signoria veneta artefici di navi e marinai di cui difettava allor l’Inghilterra; che altri pur n’ebbe nel 1540 Gustavo di Svezia; che i nostri Pietro Veglia e Nicolò Sagri crearono le armate di Carlo V; che Sigismondo re di Polonia popolò de’ nostri costruttori e capitani gli arsenali di Danzica, donde uscì il naviglio ch’egli oppose al re di Danimarca. Nè la Russia fu estranea alla luce che allora Italia raggiava sulle industrie navali, poichè gli uomini di mare che Pietro il Grande chiese a Venezia, addottrinarono queibarbari popoli a domesticarsi co’ flutti, e Doroteo Alimari insegnò loro il metodo per calcolare le longitudini. Di simili fatti riboccano, ben il sapete, le storie[11].A.—E da questi fatti appunto raccolgo, che se i nostri furon quelli che precedettero a gran pezza le altre nazioni nelle nautiche imprese, se loro appresero a costrurre le navi e a governarle; se fino dal secolo XII non conosciamo altri viaggiatori, scopritori e descrittori di terre, da italiani infuori, noi dobbiamo a buon diritto inferirne, che il nostro linguaggio marino era già intero e venia recato dovunque dai ducento mila marinai che salivano le seimila navi delle repubbliche veneta e genovese. Che se una qualche affinità di vocaboli si riscontra, a mo’ d’esempio, nella lingua navale francese con l’italiana, non furono i nostri per fermo che tolsero a imprestito una fraseologia di cui non avean di mestieri: sì bene i francesi, cui apprendemmo a designare con italici nomi navi, attrezzi ed arredi, che i nostri, unici allora, sapeano costrurre, maneggiare e descrivere.N. B.—Non so che opporre; ma certo i nostri superbi vicini non si adagieranno così di leggieri in questa sentenza.A.—Che monta? Gl’insegnamenti della storia non van soggetti al mareggio delle passioni, e la Francia è ricca di troppe altre glorie per usurparci anche il lembo di un manto che le direbbe assai male. Infatti per bocca de’ suoi scrittori essa appunto rafferma la verità di quanto andai finora toccando.N. B.—E come?A.—Parecchi di loro posero mano a raccogliere i lor modi marinareschi, ciò che non abbiamo ancor saputo far noi. Rammento fra questi il Clairac, il Fournier e l’Ozanam, che scrissero nel secolo XVII, facendo ampia testimonianza dell’italianità di una gran parte del loro glossario nautico, come potrai sincerarti, facendo ricerca delle loro opere, senza ch’io più avanti ne dica; tanto più che mi resta a rincalzare il mio primo assunto col presidio di quelle prove filologiche, di cui pur ora fei cenno.E. S.—Nè tanto si vuole da te, sprovveduti quai siamo di simili studi per poterti seguire nelle tue argomentazioni.N. B.—Nelle quali starebbe ad ogni modo per te la vittoria e a noi lo smacco della sconfitta per non avere armi da opporti. E invero già fin d’ora ogni arme ci hai cavato di mano. Ma pria di rendermi a discrezione, avrei caro che tu mi assennassi intorno a certe voci di bordo, alcune delle quali, come troppo rozze e plebee, dovrebbero omai sostituirsi con nomi più ragionevoli, ed altre che puzzano di francese lontano un miglio. E trattando delle prime, ti par egli lecito convertire la nave in un serraglio d’animali? Imperocchè io vi trovo:grue,cicogna,camello,biscia,cavallo,cavalloni,pecorelle,aspe,serpe,cani,cicale,colombe,montoni,gazze,chiocciole,gabbiani,capone,delfini,code di topo,barbe di gattoe chi più n’ha, più ne metta; tutti nomi bestiali, i più d’attrezzi marinareschi, nomi che accusano la rozzezza di un linguaggio costretto dalla sua povertà a far sue queste voci, affatto aliene alle cose del mare.A.—Ciò che tu chiami rozzezza, io chiamo, e sia con tua pace, una fioritura poetica oltre ogni dire, poichè per mezzo di leggiadri traslati vengono a significarsi cose ed arnesi, ch’hanno una stretta relazione cogli oggetti da cui derivarono il nome. E vaglia il vero; quelle robuste traviche sporgono dal bordo, ai fianchi ed a poppa del bastimento e sulle quali si alzano pesi, non rassembrano esse il lunghissimo collo dellagrue, che loro die’ il nome? Ciò dirai pure dellacicogna, giacchèfar cicognanull’altro, s’io non erro, significa fuorchè mantigliare un pennone sotto un angolo acuto, per farlo servire esso pure all’ufficio di grue, cioè d’innalzar gravi pesi. E che troverai di più appropriato del nome dicamelliassegnato a quella specie di puntoni pieni d’acqua, posti uno per parte, sotto ai fianchi della nave e resi tali, che vuotati del loro contenuto, lasciano ch’essa emerga e che superi più facilmente un qualche basso fondo che fosse di ostacolo al suo passaggio? Nè ti movano a schifo lebiscie, il cui nome parmi convenientissimo a quegli intagli fatti sulle piane o matere, a destra e a sinistra del paramezzale, per lo scolo dell’acqua lungo i canali della sentina, acciò fluisca verso le trombe. Che dirò delcavallo, ossia di quel risalto di sabbia che le correnti van talora ammassando nel fondo del mare o alla foce de’ fiumi? Questo parlar per immagini non è vera poesia? E tale ti parrà eziandio la dizione: il marfa cavalloni: il marfa pecorelle, quando comeben sai, sotto l’azione del vento irrompono le ondate impetuose, o veggonsi i flutti increspati biancheggiar di lontano e coprirsi di spuma; onde a ragion il poeta cantava:........in sembianzaDi bioccoli saltavano le spume,Che fanno spesso negli equorei paschiDi lanigere torme errar la gente[12].Senonchè io mal potrei qui su due piedi e nuovo in siffatte materie, mostrarti la dicevolezza e la leggiadria delle altre voci, che dal regno animale passarono a specificare oggetti marinareschi; assai meglio a te verrà fatto d’apprezzare queste metafore e rilevarne le convenienze, ove tu voglia ad una ad una raffrontarle fra loro.N. B.—Non potrai per altro negarmi che un torrente di voci bastarde non sia pervenuto d’oltre alpe a laidire il nostro linguaggio. E queste voci son tante ch’io mal saprei dove annaspare. Ecco:babordo,tribordo,amaca,ammarra,dematare,combatto,ghinderessa,trelingaggio,canotto,salvataggio,doblaggio,boa,plancia,gambeduna,arpanta,culare,madune,buteverso, e perfino, Dio cel perdoni, il nome de’ venti, forestiero pur esso, e universalmente accettato.A.—Vero pur troppo; ma dimmi: non senti salirti le vampe del rossore sul viso, quando per significar cosa ch’ha il suo proprio vocabolo nella patria favella, scendiamo a mendicare una locuzione straniera? Sostituisci al babordo e al tribordo,destraesinistra: ad amaca,branda,ormeggioad ammarra:disalberaread amatare:combattimentoa combatto, e via di questo tenore: giacchè io non vo’ atteggiarmi a dottore in una materia, in cui tu hai il vantaggio su me del cento per uno.N. B.—Infatti questo bastardume di voci va sempre più scomparendo. Pure, dacchè m’hai tirato in ballo, lascia ch’io danzi e ch’io vuoti il mio sacco. Vedi tu quel bastimento là presso ilmandraccioin punto di salpare? Esso è unbrigantinopresto afar rotta;mandraccio,brigantinoefar rotta, tre voci in fede mia, che nulla han d’italiano. Quella catena lassù che tien dritto l’albero e immoto al suo posto, è unalandra, che valeputtana. Ti par da tenersene? Vero è che accanto allelandretroviamo eziandio lebigotte, e non so come sela dicono insieme. Le parolestazzo,calumare,randa,straglio,ralinganon son da strapazzo, e lana da pettinarsi col fuoco? Da che cavammo letonnellate? Non è egli ridicolo chiamarpappaficouna vela? Ove andremo a pescare il decoro e l’italianità di tai voci?A.—Nel domestico patrimonio, se mal non mi appongo. E innanzi a tutto antichissima voce èmandraccio, con il qual nome in più luoghi della penisola veggo significata quella parte più secura ed interna delle stagioni navali, che i latini diceanoangiporto. È voce semitica, che vale appuntoricetto,stazione. Un porto di Rodi avea questo nome, che troviamo anche in Cartagine. Dalla quale non sarebbe vana congettura il supporlo a noi derivato, sapendo che i suoi navili solean frequentare le prode della Liguria, e cavarne i più destri suoi frombolieri. Non gli si potrebbe a buon dritto negare cittadinanza italiana. Erri a partito se tieni che il nome dibrigantinorisalga allo inglesebrigo al gallicobrich; altri ebbe già a dimostrare doversi la sua radicale ricercare inbriga,brigare, nel significato diprocaccio,procacciare, essendo noto che siffatti legni nelle origini loro adoperavansi a servigid’un naviglio maggiore. E anche colla vocerottadovrai riconcigliarti se osservi che altro è laroutede’ francesi, altro larottaorompimentodegli italiani, i quali per rotta intendono il solco che fa la naverompendoi flutti marini, ossia spostando le acque colla carena, e perciò modo significativo e bellissimo[13]. Nèlandrami par tal voce da menar grave scandalo, per quanto abbia smesso dell’onestà sua primitiva, trapassando, come alcune altre, nelle lingue furfantine e ne’ lupanari.Bigotta, cioè carrucola senza puleggia vale, nè sono io già il primo a chiarirlo,doppia gocciola, poichè questi bozzelli van sempre appaiati, e arieggiano que’ membretti d’architettura che diceansigoccioleoguttae; e perciò voce pur essa italiana e laziare, dacchè questo attrezzo era anch’esso noto agli antichi[14]. Ne la parolastazzo, per capacità della nave, merita che tu gli faccia il viso dell’armi, poichè fu accolta e carezzata dal Caro[15]. Dovrai amicartiegualmente con la vocecalumare, per non tirarti addosso gli sdegni di messer Ludovico[16]. D’eguale legittimità va improntato il vocaboloranda, a cui farai di cappello, non fosse che per riverenza a Dante Alighieri[17]; essa ci viene darandellareodistendere, per l’ufficio che fa appunto la vela di randa.Straglioci richiama al verbo straggere, che vale tirare in altra parte, come fa il cavo che tira l’albero di fronte, dove le sartie e le parasartie gli fan di sostegno dai lati e sull’asse maggiore[18]. Quanto aralinga, col qual vocabolo, parmi, designate la corda cucita intorno le vele per rinforzarne le bardature, noi ne troverem la ragione nel latinoriligare, come atonnellatadarem padre il tonnello, che successe alla veggia o botte, ch’era intorno il secolo XIV l’unità per valutare la capacità delle navi.N. B.—Il tuo ragionamento quadra a capello; sarebbe ostinazione il negarlo: tutto ciòcorre evidente e piano com’olio. Ma tu devi avere omai secco il gorzuzzolo; Schiaffino, fa di dare aria a qualche bottiglia delle tueCinque Terre.A.—Non prima che io abbia detto delpappafico, che tanto ti sa di ridicolo.N. B.—Questo poi è un voler stravincere ad ogni costo, e ben sai ch’ogni soverchio rompe il coperchio.A.—Bene sta, ma pur odi. Pappafico nomavasi nel secolo XIII e forse anche più innanzi quel capuccio a becchetto, ossia quell’arnese di panno, che assestavasi in capo per ischermo della pioggia e de’ venti: dal quale uso, per un vago traslato, passò a significare il velaccio o la vela di punta de’ bastimenti. E questo aggiungo colla scorta del Guglielmotti[19], intendentissimo delle materie navali, che una tal vela per lo innanzi diceasisupparaosuppa, con vocabolo or ito in disuso, ma vivo in quel verso di Dante:La vendetta di Dio non teme suppe:verso inintelligibile al volgo de’ chiosatori, ma facile e piano a chi non ignora che davasi talnome a una vela, poichè si vedrà allora tralucere in esso un sublime concetto: essere, cioè, inutile far forza di remi o di vele per isfuggire le vendette celesti.N. B.—Un nuovo orizzonte, tua mercè, mi si è aperto allo sguardo. Io sentia bensì dentro una voce che mi rendea ripugnante ad avere in conto di barbaro il nostro lessico marinaresco, e quasi per istinto diceami, che opere proprie di nautica in cui questo linguaggio si contenesse, dovea possedere l’Italia, e leggi, statuti, regolamenti, elenchi, contratti, proverbi, relazioni di viaggi, di scoperte e di guerre: ma il manco di forti studi non mi consentia di dare un passo più innanzi.A.—E drittamente sentivi, sovvenuto, com’eri, dal tuo potentissimo ingegno; e se da te stesso non giungesti a scorgere il vero, ne dêi accagionare la tempestosa tua giovinezza e gl’istessi tuoi studi indirizzati più a moderni che non agli antichi scrittori; ma più di tutto a quella pressochè universale opinione che sfata il linguaggio marino, come dammeno; opinione che venne in noi ribadita da Bernardino Balbi, da Simon Stratico ed altri, i quali pretesero recar giudizio dicose che punto non conoscevano. Oh! escano fuori una volta dai lor gabinetti i saccenti della giornata, che van sbraitando contro la parlatura de’ marinai, viva fin dall’origini del nostro linguaggio, e si convincano alfine che essa deve rifarsi alle antiche sue fonti. E già tutto nelle materie navali si volge all’antico. Io veggo rinnovarsi le navi corazzate e rostrate: rifarsi rembate e castelli; la forza del naviglio concentrarsi nella testa anzichè ne’ fianchi, la forma dello scafo allungarsi, la spinta delle palette dell’elice tener luogo de’ remi......N. B.—Io qua’ ti volea per conoscere se cotesta schietta lingua italiana sarebbe da tanto da porgerci la descrizione della macchina a vapore de’ nostri navigli. Essendo essa un trovato affatto recente, sarei di credere......A.—Io ti offrirò tal descrizione di questa macchina, non che de’ suoi più minuti congegni e delle lor varie funzioni, che tu stesso dovrai confessare che mai t’avvenne di leggerne la più esatta e completa.N. B.—Tu vai troppo innanzi, tu vai....A.—E per giunta te l’offrirò in isplendidi versi, quali appunto sapea tornire Lorenzo Costa,dal cui poema ilColombo, troppo a torto negletto, io la tolgo. Prestatemi orecchio:Luogo è sovr’esso la naval sentinaNon lunge all’arco della proda internaOve dedala man ponea capaceClibano ardente; dall’infusa copiaDe’ fossili carboni alimentatoSaetta un caldo, che simil nè bronzoCosse, nè ferro alla fucina, quandoIl mantaco più forte aura vi soffia.A lui fe’ quindi sovrastar col pesoDi tutta l’acqua che nel centro adunaFermo lebete: rinterzate piastreCondusse intorno a’ suoi fianchi, e la boccaNe suggellò d’impenetrabil chiuso.Poichè sforzando ogni sottil meatoNel cavo rame il sottoposto incendioSi traforò non rattenuto e mosseVicino assalto alla nimica sua,Quella agitarsi, gorgogliar bollente,Urtar e riurtar dentro i paretiLa stanza che l’infesto ardor disagia:Poscia dall’imo al circolar coperchioSu per lo collo d’una canna bugia,In vaporoso nembo attenuata,Salir veloce. Ma perchè non maiDall’ignea sferza dileguata o scemaSia la cagion della fumante uscita,Altra pur v’inserì girevol docciaCome a rincalzo, e l’ordinò siffattaChe l’un de’ capi suoi nel bulicameTien sempre immerso, e l’opposito insalaFuor del naviglio, e con perpetua veceInfonde il mar dove la fiamma asciuga.La qual se molto divampando il fieroTurbine ingrossi de’ volanti effluvii,Pur lì s’interza di minor sifoneTondo spiraglio, in cui sovente isfogaQuel gran soperchio, e via per l’animellaChe nel transito suo scatta leggeraVa sciolto all’aer vivo e si disperde....Segue il vapor con misurato ascensoLa prima entrata, e dolcemente infusoNell’alvo d’una tromba, ivi sue forzeTutte sprigiona e a bene oprar comincia.N. B.—Potente di bellezza e di vero, è questa pittura, e se il resto consuona ... Ma qui forse viene il difficile.A.—Viene infatti il difficile, e lo sente il poeta che pur non si perita a sgroppare magistralmente quel nodo. Udite:.....La mirabil trombaCo’ piè l’interior dificio abbranca,E aderge il fusto che d’un largo istessoLa cavità che non ha sghembo aggira:Lo stremo è chiuso, e s’incappella il sommoDi lamina tegnente, e giù vi cascaDa vertical sospeso asta di ferroCilindrico volume, e per lo vanoA scender sempre ed a salir disposto,Mobile è sì che non accerta il dove.Sopra la base e sotto inver la cimaSon due forami, e da quel fianco apertiChe un quarto parallelo organo affrontaDi stupendo artificio. Entra le vuoteLatebre o vena che dal mar vi bagna,O lo spiro dell’aria, e il loco vernaContinuamente. L’una mole e l’altraBenchè distinte di potenza e d’attoSi dan mutuo soccorso, e par che nuovoSentimento d’amor scuota le fibreDell’inerte metallo e n’avvaloriIl congiurato sforzo ad un intento;Chè dentro la maggior mole compagnaDal fomite vicino in nugol fittoPenetra il guazzo ribollente e occupaL’intima chiostra. Allor ne va sospintoIl pendulo serrame, e si raccoglieVerso l’altezza ove dall’orlo estremoFa il denso fumigar subito saltoPer la cruna di sopra, e al ferreo dossoPuntando gravemente lo rincaccia.Ma dello scender giù nulla sarebbe,Chè la piena costipa a randa a randaLa via dal mezzo e vi frappone intoppo;Senonchè fuor della gelata golaSbuca un alito vivo, e mesce addentroL’accidioso fummo e lo rappiglia,Sì che di lui riman solo parventeQuasi un rorido velo, e cade a piomboL’imminente cilindro. In questa formaIl freddo vuota ed il bollore intasaE la suprema e la sottana bolgiaDel terzo ricettacolo, e sollevaSempre ed atterra quell’assiduo motoIl volubile ordigno.............Il moto si diramaPel diritto manubrio ad uno steloIl cui centro su lunga asse libratoContrappesa amendue le braccia opposteCome in bilico lance. Ivi una vergaIl punto aggrappa che più dista egualeDal principio motore, e poi dà levaTorcendo alquanto sua rattezza, e giraLe ruote magne che son pinne al ventreDella nuova e diversa orca natante.E. S.—Mirabile invero!N. B.—Sublime!A.—Lasciate che io m’affretti alla fine:È strepito ne’ lati, è turbinio...............Abbriva il legno e guizzaRapidissimamente, e qual se trattoFosse per l’ampio mar da cento coppieDi volanti corsieri, il mar guizzandoSega l’ardito legno, e fuor l’immaneTroncon che sopra vi torreggia e fuma,Di caligine ondante in ciel fa zona.N. B.—Io non credo che la musa italiana abbia osato affrontare giammai così temerarî argomenti e trattarli con tanta chiarezza. Io mi ti do piè e mani legato. Tu hai dissipato nella mia mente e soluto que’ dubbi in cui stavasi avvolta; sicchè molto in breve stringendo, parmi aver raccolto, che Italia nostra possedeva ab antico una lingua marinaresca completa e che intatta fu a noi tramandata, poichè l’arte del navigare mai non venne qui meno. Che se nei due ultimi secoli d’oppressione e di schiavitù, non sferrarono da porti italiani armate di guerra eguali a quelle d’altre nazioni che di tanto avanzavanci, s’ebbero però qui sempre arsenali, cantieri e marinai che bastarono a conservarci il patrimonio della favella navale: patrimonio ricchissimo, e pur troppo quasi ignoto a noi stessi.E. S.—Aggiungi che molte voci già avute in conto di rozze o accettate dagli stranieri, son per contro di puro conio italiano, passate in un co’ nostri capitani ed artefici ad arricchire le marineried’altre nazioni. Son queste le tue conclusioni?A.—Sono: e resta a dire soltanto che se corre un qualche divario fra le parlature della nostra gente di mare, non certo eguali ma simili in tutti i porti italiani, queste dissomiglianze, invero assai lievi, ànnonsi a riferire alla diversità della pronuncia, alle desinenze, alle elisioni proprie dei diversi dialetti: ma l’essenza della locuzione è invariabilmente la stessa. Quando io sento l’agile e schietto idioma de’ nostri marinai, mi par di vivere ancora ne’ secoli delle nostre glorie navali; che poco o nulla è mutato il lor linguaggio da quello de’ nostri grandi ammiragli: i Pessagno, i Colombo, i Vespucci, i Dandolo, i Grimaldi, gli Spinola, i Morosini, i Doria, i Colonna ed i Cossa. Con questo idioma tra i denti Biagio Assereto sgominava, il sapete, le armate di due potenti corone: e Leone Strozzi vincea la giornata di Wight, rompendo Inglesi e Spagnoli. E fo voti che usando questo linguaggio possa in breve un qualche prode italiano seppellire nel fondo dell’Adriatico il naviglio tedesco, sostituendo all’odierno grido di guerra—abbasso le brande—che troppo misa di bastardo, il solenne e italico grido—armi in coverta[20].—A queste parole un fremito convulso, come di furore e di rabbia, invase la persona di Bixio: i suoi occhi brillavano di luce sanguigna, e strette le pugna, giacque immerso in tempestosi pensieri. Taciti lasciammo la nave, andando ciascun di noi per i suoi venti, non senza averci ricambiata una stretta di mano e fatta promessa di ripigliare di curto la nostra discussione. Ma del mandarla ad effetto per allora fu nulla. Correano que’ giorni in cui Giuseppe Garibaldi raccoglieva tra noi il fiore della gioventù italiana per lanciarla al riscatto delle provincie meridionali: e Nino Bixio, che fu l’Aiace della gran gesta, impadronitosi di viva forza, siccome è noto, del vapore ilLombardo, facea vela per la Sicilia. Ma il desiderio di ritornare nel debito onore il linguaggio marinaresco, e avanzare sotto ogni aspetto le nautiche discipline, da quel giorno in lui non ebbe più tregua. Ognun sa quanto egli si travagliasse perchè fosse creata una Giunta, o,come dicesi, unaCommissione d’inchiesta, la quale dovesse indagare le nostre condizioni marittime, per accertare quai nuove proposte e migliorie fossero tuttavia bisognevoli, e fondare scuole e istituti atti a formar valenti capitani, esperti piloti, abili maestranze e marinai. Di qui gli accurati suoi studi sull’Arsenale di Venezia, le sue ricerche sulla industria del ferro, sì strettamente connessa alla questione della costruzione e corazzatura de’ legni; di qui l’alto ossequio al P. Alberto Guglielmotti, di cui predicò le lodi in Senato, e volle in Roma nel 1870 complire in un col suo stato maggiore.Lo Schiaffino, commesso a un altro capitano il suo legno, si ridusse in Camogli, ove spese la vita a beneficare la gente di mare e a volgerne in meglio le sorti; vero tipo del marinaio italiano, che ha per divisa:petto di bronzo e cuor d’oro. Noi lo rivedrem già canuto a bordo delMaddaloni, per ripigliarvi con Nino Bixio la trattazione dell’interotto argomento.

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AL comando dell’Asseretovenia dallo Schiaffino, già troppo oltre negli anni per commettersi ancora alle fortune di mare, preposto Nino Bixio, già in fama d’intrepido marinaio, al pari di valoroso guerriero. Nato sui flutti, avvezzo da primi anni suoi a lottare coll’impeto degli uragani, ei v’attinse quella tempra di ferro e quell’ardimento indomabile, di cui die’ sì nobili prove nella meravigliosa epopea del risorgimento italiano. E lustro a’ più doppi maggiore sarebbe,siccome io penso, a lui derivato, e avrebbe l’Italia aggiunto il di lui nome a quello de’ più insigni ammiragli, se al povero mozzo delPiladeeOreste, avezzo a salire in coffa per il passo del gatto, (egli ha comune con Garibaldi la gloria d’aver fatto le prime sue armi in quell’umile uffizio) fosse arrisa sì amica la sorte, da conseguire, anzichè d’un corpo d’esercito, il comando supremo di una armata navale.

Tale era infatti il desiderio più intenso della sua vita.

Volgeva il maggio del 1866, e la guerra contro l’Austria stava per iscoppiare. Il naviglio italiano raccoglieasi in Ancona: e se l’intera nazione ponea piena fede nelle sue schiere di terra, punto non dubitava che i marinai liguri e veneziani avriano al primo urto conquassate nell’Adriatico le forze nemiche. Con questa certezza nel cuore null’altro attendeasi che la scelta d’un ammiraglio, il quale aprisse a’ nostri prodi la via del trionfo.

Narrò allora la fama che Nino Bixio sollecitasse un’udienza a re Vittorio Emanuele che l’ebbe sempre assai caro. Fattosi innanzi a lui—Sire, ei diceva, manca un duce all’armatache voglia e sappia vincere ad ogni costo; io ve ne chieggo il comando. Siavi mallevadore della vittoria il mio capo e quello de’ figli miei. Io fo qui sacramento di seppellirmi tra i flutti, o di tornar vincitore—.

Povero Nino! Parecchi dì appresso avvenne lo scontrazzo di Lissa, che gli seppe più micidiale d’un coltello nel cuore.

Con lapassionedel mare nell’anima, passione che più tardi lo spinse ad abbandonare l’esercito e gli onori di generale per lanciarsi un’altra volta in mezzo all’oceano, e aprir nuove vie nelle regioni dell’Indo-Cina al commercio italiano, non è a dire se accettasse di gran cuore il comando offertogli dallo Schiaffino. Perciò attese con sollecita cura a completar l’armamento della nave e a rifornirla di quanto i moderni trovati sapeano offrire di meglio.

Diè la sorte che nel gennaio del 1860 in una delle quotidiane sue visite all’Asseretoio gli fossi compagno; e benchè quasi nuovo alle cose marittime, ebbi campo non solo ad ammirare la sua pratica marinaresca, ma e la sua profonda scienza nelle nautiche discipline. Avresti detto non aver egli atteso ad altro in sua vita che agli studi navali.

In quella occasione, stimolatovi dallo Schiaffino, che più volte s’era aperto con me intorno la convenienza d’unificare il linguaggio marinaresco, io mi proposi di fare appunto cadere il discorso su questo argomento. Infatti dopo l’asciolvere passammo in una camera che era insieme armeria, biblioteca e gabinetto di fisica e di metereologia, tante armi, libri, macchine, areometri e strumenti d’ogni ragione aveavi raccolto; ivi ebbe luogo fra noi il dialogo, che a un dipresso qui intendo trascrivere.

Autore.—Tu hai veramente tutte le parti che si convengono a valente capitano navale, come mostrasti posseder quelle di prode soldato: e ben a ragione la patria attende da te ancora gran cose.

Nino Bixio.—Non amo gl’incensi, tu il sai; il poco che mi fu dato operare era sacro debito di figlio verso la comun madre, l’Italia, il cui nome, per Dio, sarà fatto ognor da me rispettare.

A.—Cominciamo adunque a rispettarlo noi stessi. Se io testè ti lodai (e ogni lode invero è scarso tributo a’ tuoi meriti), gli è per meglio aprirmi la via, non dirò a un biasimo, bensì ad una esortazione, che per tuo mezzo vorrei indirizzareagli uomini di mare, e della quale per carità verso la patria vorrai tener conto.

N. B.—Parla, parla; in te riconosco pur sempre il franco e leale amico de’ nostri primi anni: e ben sai ch’amor di patria ha in me tal potenza, da dar fuoco, ove occorra, a Santa Barbara e far saltare in aria la nave. Altro che tener conto delle tue esortazioni!

A.—Sollo; ma so del pari che non soltanto ne’ grandi cimenti si serve la patria; e ch’è mestieri riconoscerla sempre, in tutte le operazioni della vita, in tutte le ore, ne’ più minuti atti nostri. Da qual nazione cavasti le macchine, gli arnesi, il fornimento insomma della tua nave?

Emilio Schiaffino.—Dall’Inghilterra, e ciò per espresso consiglio di Nino.

A.—Io non vo’ cercar le ragioni per certo valevoli che ti mossero ad acquistare ogni arredo da costruttori stranieri, mentre si hanno in casa officine e operai........

N. B.—Oh questo poi gli è un voler spingere l’amor della patria oltre i debiti confini del giusto.

A.—Forse. Ma quando sento sulle tue labbra e su quelle di tutti i capitani di mare suonarvoci straniere scrie, scrie, e assegnar barbari nomi ad arnesi e cose ch’han vocaboli italiani e leggiadrissimi, non mi avrai per soverchiamente severo, se te ne fo’ riprensione in nome di quella patria, ch’ha dritto di sentire usata da suoi figli e a bordo delle sue navi la propria favella, anzichè un gergo non suo.

N. B.—Converrei teco assai di buon grado, se l’Italia possedesse al pari degli altri popoli una favella marittima comune a tutti i suoi figli; ma niuno ignora che corre fra essi un divario così spiccato e notevole, che il nome di ogni attrezzo cambia di punto in bianco ne’ vari porti italiani. Ciò non comprendono i letterati di professione, sprofondati ne’ lor libri e non usi all’aperto conversare colla gente di mare; ma noi che co’ tuoi classici c’andiamo un po’ grossi, noi, dico, sappiamo che unaimbarcazione, a mo’ di esempio, si chiamapasserella,caiccoa Venezia,canotto,jolaa Genova,pallone,serenìa Napoli, e va dicendo. Del resto, ciò è naturale. I governi che si succedettero in Italia nei due ultimi secoli, intesero a conciarla per modo, che i suoi figliuoli non si credessero membri d’una sola famiglia; onde ne venne che non potè costituirsiun linguaggio marinaresco, che fosse glorioso patrimonio dell’intera nazione. Ne’ tempi a noi più vicini, dopo il misfatto del 1815, Napoli si sequestrò dalla Italia, l’Austria imbastardì la flotta veneta, Toscana, smarrite le splendide tradizioni de’ cavalieri di Santo Stefano, non ebbe, si può dire, più navi: e quanto a Genova, le fu imposta dal Piemonte, ben sai, la camicia di Nesso, cioè la favella francese, che soltanto nel 1836 potè tôrsi di dosso. Conseguenza di questi fatti si è la mancanza di un unico linguaggio che sia vivo e si mova e si parli sulla tolda delle navi italiane. Ond’è che ciascuno di noi adopera i proprî vocaboli, o quelli che più gli tornano acconci, senza che per questo l’Italia n’abbia a scapitare d’un pelo, come non scapitò mai per l’uso inveterato e costante de’ suoi vari dialetti. Se fosse altrimenti......

A.—E altrimenti è la cosa, mel credi. A te uomo d’azione e capitano fortissimo falli il tempo per dare opera a’ studi, che ti avrebbero appreso esistere il linguaggio di cui accusi il difetto, per quanto abbiano fatto i nostri oppressori, non nei libri soltanto, ma eziandio nei trecento mila marinari italiani che l’usano, e checon esso in modo uniforme, se ne togli le poche accidentalità dei dialetti, ricambiano i loro pensieri. La favella ch’e’ parlano e che forse tu tieni a vile, come patrimonio plebeo, è invece il più nobile, il più poetico di tutti i tecnici idiomi; e mal s’avvisa colui che tenta sfatarlo, e sostituire a’ que’ modi ingenui e nativi un lessico di conio straniero, qual s’apprende nelle scuole e nelle scempie traduzioni de’ libri francesi od inglesi che in esse corrono. Tale è pur troppo il vezzo odierno: dispettare le patrie gemme, e in quella vece far pompa di fronzoli e di forestiero ciarpame. Farfalloni e scapucci da spiritare. Lascia, amico mio, leimbarcazionial loro vero significato, cioè all’atto dell’imbarcare e non alla barca: lascia le altre voci da te memorate, come quelle che non hanno aria e fattezze nostrane, e vi sostituisci i vocaboli dipalischermo,burchio,burchiello,sandalo,schifo,gondola,scafoe di altri piccioli legni fatti per servizio di grandi navigli, e tali da non dilungarsi troppo dal lido. Scendiamo al vero e originale linguaggio de’ marinai non adulterato per anco da oltramontana barbarie; ivi ci verrà fatto di rinvenire inesplorati tesori d’evidenza, di bellezza e di forza. Esso è tuttaviaquello, da pochi casi infuori, in cui dettaronsi opere famose ed immortali; a questo è mestieri rivolgersi, questo adoperare soltanto; poichè di tal guisa potrem dirsi veri italiani, stretti almeno nella unità della lingua, ch’è tanta parte della nazione. Nè tutto ciò tu ignori per fermo; ad ogni modo pensandoci un po’ adentro, rileverai di leggieri la sovrana venustà d’una lingua, alle cui fonti attinsero un giorno tutte le nazioni civili.

N. B.—Non posso negare che più volte mi passò, come in nube, alla mente, che una unica lingua esistesse fra la gente di mare: ma i casi della mia vita non mi consentirono di svolgere gli antichi scrittori e raffrontarli colla parlata di bordo, talchè l’ebbi in conto di sciatta e dammeno. Or son lieto che tu venga a scaltrirmi dell’error mio; e perciò entrambi ti sarem tenutissimi ove ti piaccia per intero accertarcene.

E. S.—Sie, sie; mano dunque alle prove.

A.—Non arduo l’assunto; anzi tu stesso, o Nino, verrai in mio soccorso, tu che la storia d’Italia hai, si può dir, sulle dita.

N. B.—Come c’entra la storia?

A.—Assai più di quanto a primo aspettonon mostra. Non io posso invero consentire col Graser[4]ed altri tedeschi, che il più del nostro glossario marittimo fanno derivare dai Greci; questo ben so che gli avi nostri non tolsero nè dalla Grecia, nè da Cartagine la loro scienza navale, bensì da’ primitivi Pelasgi, dal cuicaraboci vennero le vocicaraccaecaravella, or ite in disuso, e da’ Tirreni od Etruschi, cioè da quelle stirpi italiche che prima d’ogni altro popolo ebbero vivezza di traffici e potenza d’armi navali, e rimontano tanto alto ne’ secoli, che la leggenda pone aver essi assaliti gli stessi Argonauti e rotti in guisa, che il solo Glauco giunse a scamparne.

N. B.—Pur la storia ci afferma, che nonil popolo etrusco, bensì una quinquereme cartaginese, sbattuta dal fortunale sulle spiaggie latine, insegnò a’ figli di Romolo il modo di costrurre i loro navigli.

A.—Non àssi a dare soverchio peso ad un fatto, che forse contribuì a migliorare, non a creare le loro triremi, le quali foggiavansi sull’andare di quelle che usciano dai gloriosi portidi Gravisca, di Vetulonia, Tarquinia, Alsio, Vulci, Luni ed Ardea. Se pertanto nell’età più lontane eravi una marineria italica, egli è giocoforza ammettere altresì l’esistenza di una lingua navale, che la triplice Etruria propagò in quelle parti della penisola in cui allargò il suo dominio, e di cui più tardi fu maestra, come avvenne di tante altre discipline, ai Romani. Vero è che la lingua etrusca è per noi buio pesto, tanto è ancora il mistero che sopra v’incombe; ma per quanto ragguarda la lingua latina, i dotti ben sanno ch’essa ha di molti contatti col volgare de’ marinai.

N. B.—La mi sembra, a dir vero, alquanto marchiana.

A.—I libri de’ classici ce ne offrono a macca le prove. Infatti........

E. S.—Cessa dall’anfanarti sopra un tale negozio. Io mi so di latino quanto un pescecane......

N. B.—E tu intanto con questi armeggî di parole, tu ci esci di carreggiata.

A.—Non parmi. Caduta la potenza latina e trasferitasi la sede dell’impero a Bisanzio, la necessità di conservare in soggezione le provincie che man mano staccavansi, indusse i successoridi Costantino a costrurre grandi armate navali, e le città italiche furono quelle che somministrarono legni e marinai, essendo soltanto in esse ancor viva l’arte del navigare, dacchè un editto d’Onorio e Teodosio[5]vietava, sotto pena del capo, ammaestrar gli stranieri nelle nautiche industrie. Una lingua marinaresca non potea dunque neppur allora far difetto fra noi. Intanto dalle rovine d’Aquileja sorgeva Venezia; Genova, Pisa, Ancona ed Amalfi assettavansi a libero reggimento, e le navi loro con quelle di Civitavecchia, di Ravenna e di Rimini furono le sole, che nella universale barbarie facessero sventolare i lor temuti vessilli per ogni lido. A chi non son noti gli eroici ardimenti delle nostre città marinare? Pochi per altro sospettano che il linguaggio parlato allora ne’ nostri navigli fosse quello istesso che corre oggidì sulle labbra della gente di mare.

N. B.—Avrei a grado d’esserne per intero chiarito.

A.—Nulla di più agevole. In un rapido sguardo dato a’ tuoi libri, m’occorse vedere iDocumenti riguardanti le due crociate di San Luigi IXre di Francia, raccolti ed illustrati dal nostro Belgrano. Eccoli appunto. Io trovo in essi nelleProposte dei R. Commissarî al Comune di Genova e nella ratifica delle medesime nel marzo del 1246, adoperato ne’ termini tecnici quell’istesso volgare che abbiam tuttavia sulle labbra, salvo, che come i tempi portavano, si dà a’ vocaboli una terminazione latina.

N. B.—L’istesso nostro volgare, dicesti?

A.—Cessa ogni dubbio allorchè l’evidenza sottentra. Io vi veggo usate le voci:patrone,carena,coperta,cantiere,palischermo,gondola,sartie,timone,albero,penna,antenne,veloni,vela di cotone,artimone,terzaruolo,àncora, cantari,canape,veggia o botte,mezzaruola,barca, sentina,barrili,castello di poppa,remi,marinai,fornitori,albero di prora,nocchiero,saettie,panfili. E nelleConvenzionistipulate a Parigi nell’ottobre dello stesso anno fra gli ambasciatori del re e Guglielmo di Varazze procuratore del nostro Comune, vi leggo:nolo,catena,grippia,gomena,amanti,giunco,candele,stanghe,annelli,balisteed altre.

Gl’istessi vocaboli adopera anche il notaioLeonino da Sesto[6], stipulando il 26 novembre del 1268 i patti per l’apprestamento di due navi fra la città nostra e gl’inviati di re Luigi: anzi vi ritrovo eziandio le voci seguenti taciute nei documenti anteriori:—nave,candelizze,anchini,paranco,fionchi,fionchi a senale,taglie pei fionchi,oste,orze,morganale,parome,pantenna,trozza con mantelletti e bigotte,gabbia,sàgala,arbore di mezzo,taglia,poggie,poggiastrelle,pezzi diabete,antenna di proda di mezzo e del velone,imbrogli,gavitelli di rame,provei,duglie di grippie,sparzina per rimburchio della barca di cantiere,scandaglio,arganello,calderone,palischermo,grappino....—

E. S.—Affè ch’io non voglio incaponirmi più oltre. E a dire che siamo innanzi al trecento......

A.—Date ora con la scorta dell’istesso notaio uno sguardo a’ fornimenti, che su per giù son quei d’oggidì, coi loro nomi moderni:—maracci,magugli,ascie,ascioni,chiodaie,verrocchi,verrine,lampioni,lampade di vetro,stadere,piccozze,manichette,lucerne,scalpelli,armadio,catene congrappino,pajuoli per la pece,cazzuole,martinetti,leve,cassa,barrili,quartaruoli,lancie,gittarole,taglie a tre occhi,puleggie di luccio,stazza per la stiva,pennati o manganelli.—E seguono altri nomi d’arredi, che ci vennero pur essi dagli avi nostri, e ch’io mi passo dal leggere, perchè d’uso non esclusivo dei naviganti.

N. B.—Tu m’hai messo sopra una via in cui son nuovo affatto, e troppe cose mi restano ancora a conoscere, per iscorgere nelle tue proposizioni quella evidenza, a cui dianzi accennavi. Io punto non disconosco che le testè lette voci sono ancor verdi tra noi, come lo furono otto secoli addietro; ma un centinaio di vocaboli non basterebbe ancora a provare che questo linguaggio risalga inalterato oltre il mille.

A.—A questo io m’attendeva e l’ho caro, per rafforzar di vantaggio la mia qualsiasi dimostrazione. Sappi adunque che l’idioma navale seguì le sorti istesse dell’idioma comune.

N. B.—La parte dovea seguire il suo tutto: la cosa va di suo piede.

A.—Appunto. La favella nazionale non nacque per fermo dal corrompimento del latino o da loquele barbariche, come per alcuni si tiene;essa costituiva la lingua volgare o pedestre di Roma, e salì soltanto in onore al primo sorgere de’ nostri comuni. Tanto avvenne del linguaggio marinaresco, di cui ci occorrono per altro non lievi riscontri negli autori latini; esso balza dalle tenebre de’ bassi tempi bello, intero e potente di vita, quando le città nostre cominciavano a lanciare le loro formidabili armate nelle più lontane regioni. Senonchè assai scarsi a noi ne giunsero i documenti, poichè allora più che a scrivere intendevasi a fare; ma però di tal peso, da porre in sodo che una tal lingua era in ogni sua parte completa, e che i modi adoperati ne’ vari porti italiani punto non differiano tra loro. Vaglia a tal uopo il raffronto tra i vocali usati nei documenti genovesi con quelli di uno scrittore toscano, vissuto pochi anni appresso, cioè Francesco da Barberino, che nel 1290 cantava:

Quinalporta eternale,Senaleequadernale,Manti,prodaniepoggia,Poppesietorcipoggia,ScandaglietorceefuniEcanapi comuni.....

Se vedessi avvenireChe vento ti rompesseL’arbore grandetuo,Metti nel loco suoL’arbore tuo minore;S’abbatte quel, può torreL’antenna, e lei rizzareFinchè luce t’appare;In luogo ditimoniFasperee in acqua poni[7].......................Vele grandieveloni,Terzaruolieparpaglioni...

Egli ci somministra eziandio i seguenti vocaboli:calafati,marangone,palombaro,timoniero,prodero,gabbiere,pennese o ponnese,far getto,lupoper vela negra,savornareper metter zavorra,velare,ventare.

N. B.—Scarsi davvero i nostri scrittori di cose nautiche, se c’è mestieri far capo perfino a’ poeti.

A.—Se per altro tutti si raccogliessero ipassi di quegli autori che ragguardano le materie navali e le opere di chi largamente ne scrisse, come i libri del Crescenzio[8], del Pantera[9], del De Rosa[10], e in ispecie l’Arte del navigaredi Bernardo Acciaiuolo (1580), non che le relazioni de’ nostri viaggiatori da Marco Polo a tutto il secolo XVII, si avrebbe un’ampia e preziosa raccolta, da far testimonianza che l’antica nostra terminologia si travasò pressochè intatta ne’ tempi presenti.

N. B.—Da troppi anni ho appreso a sputar sottovento e a battere l’acqua salata per poter avere dimestichezza con gli autori da te allegati: ma se i documenti prodotti non mi consentono di porre in forse un tal fatto per quanto s’attiene al sartiame e agli attrezzi della nave, tu meco dei consentire che il linguaggio nautico non è circoscritto, come già dissi, in così angusti confini.

A.—Tu mi stringi i panni addosso di guisa, che se avessi men buona causa alle mani, miterrei affatto perduto. Ma, per santa Firmina, ho scudo sì saldo da mandare a vuoto i tuoi colpi. Parte assai rilevante di questo linguaggio è l’armamento de’ legni, di cui tacciono il documento genovese e il poeta fiorentino; ma al loro diffetto largamente soccorre loStatuto marittimod’Ancona, anteriore al secolo XIV, nel suo cap. LXXIX in cui trattaDe le arme che se de’ portare in nave per li marinari. Non sono un Pico mirandolano io da tenerlo chiovato nella memoria; ma mi fo mallevadore ch’ivi potrai riscontrare le voci—bombarde,schioppi,palle di ferro,balestre di staffa,verettoni,lancie,corazze,pavesi,gorzali,barbute o cervelliere,spade e coltello—voci ancora comuni tra noi e costituenti l’intero arsenale di guerra a que’ giorni.

N. B.—E sia pure che arredi, attrezzature e armamento non abbiano mutato il primitivo lor nome; ma per altro la fraseologia de’ nostri cantieri, dappoichè tanto alto salì la meccanica, dee aver subìto cangiamenti notevoli. A cose nuove, parole nuove.

A.—Per me ti rispondano questi versi dell’Alighieri:

Quale nell’Arzanà de’ VinizianiBolle l’inverno la tenace peceA rimpalmare i legni lor non sani,

Che navigar non ponno, e in quella veceChi fa suo legno nuovo, e chi ristoppaLe coste a quel che più viaggi fece;

Chi ribatte da proda e chi da poppa:Altri fa remi ed altri volge sarte:Chi terzaruolo ed artimon rintoppa.

N. B.—Sublime, anzi divino poeta! Con che magiche tinte non ti pinge le cose! Ma se gli antichi vocaboli non subirono alterazione veruna, i progressi delle arti industriali han di necessità dovuto recar nuove voci, significanti nuovi arnesi ignoti agli antichi, comebolina,fiocco,bompressoe altri tali. È saria di mestieri esser cieco, per non addarsi, che dalla galea che pugnava alla battaglia di Meloria o di Curzola, aiMonitoramericani ed al nostroAffondatore, ci corre.

A.—Ci corre, ch’il nega? La scienza ha disteso le sue grandi ali: abbiamo ingrandite le navi omai tramutate in città galleggianti, ed i lor movimenti si resero di tanto più agevoli e in un più sicuri; ma nè le navi, nè il loro governo cangiarono natura per modo da dovere crear nuove parole. Nè scalza il mio ragionamento il vederealcune poche voci estere, quali son quelle da te allegate, radicarsi fra noi in un cogli oggetti che esprimono. Necessità lo esigeva, non avendo essi il loro riscontro nella lingua italiana. In simil guisa abbiam comuni con gli Arabi le parole:barca,feluca,fregata,galeotta,schifo,caravella,saettia,gomena,calafatare,cala,cavo,caravana,almirantee forse altre: ma chi fossero i primi ad usarle, se essi o i padri nostri ignoriamo: niuno per altro vorrà omai ritenerle quai voci straniere. Comunque sia, di fronte a un numero assai scarso di vocaboli a noi derivati da altre nazioni, io veggo tutti i popoli del mediterraneo arricchire le lor parlature marittime di modi italiani. E noi da esse ben soventi accettiam queste voci, quasi merce venuta di fuori e nuove di zecca, dove, studiate un po’ addentro ci sveleranno l’origine loro casalinga e domestica.

N. B.—Non posso mandarla giù così di leggieri.

A.—Non intendo per certo far forza alle tue convinzioni: pur abbondano siffattamente le prove, vuoi storiche, vuoi filologiche, che forse avranno una qualche efficacia sull’animo tuo. Ditemi, amici: vi venne innanzi giammai ilnome di qualche ammiraglio straniero, che dal X fino a tutto il secolo XVI abbia governato armate italiane?

N. B.—Non valgo a rammentarlo.

E. S.—Ned io.

A.—Sapreste all’incontro farmi il nome dei nostri, che per conto d’estere nazioni costrussero o comandarono navi o veleggiarono in traccia d’ignote regioni?

N. B.—E a chi non son noti? Essi sono d’altronde in tal numero, che non è lieve assunto il passarli a rassegna. Toccherò de’ principali soltanto. Fino dal 1317 Dionigi il Liberale re di Portogallo tirava a’ suoi stipendi col titolo d’ammiraglio Emanuele Pessagno di Genova, coll’obbligo di condur seco venti altri capitani di navi genovesi i quali dovessero costrurre, comandare e governare le armate di quella corona. Dal Pessagno ad Amerigo Vespucci, che fu pure a’ servigi del re Don Emanuele, il Portogallo per ben due secoli vide salir le sue navi da comandanti ed equipaggi italiani. Nulla dirò della Spagna, sapendo ognuno ch’ebbe nel 1492 a suo ammiraglio Colombo, e affidò l’alto ufficio di piloto maggiore a Sebastiano Caboto, e fu quindi illustratada quel Pigafetta, che fu il narratore del primo viaggio fattosi intorno al globo. Venendo alla Francia, trovo che le sue armate, da Carlo Magno ad Enrico II, furono comandate da duci italiani, e ne fan testimonio i nomi di Bonifacio, Adimaro, Ruffin Volta, Ranier Grimaldi, i Doria, il Verazzani e lo Strozzi. Chi manco ebbe d’uopo di noi fu l’Inghilterra; ma non così che Enrico VII non chiamasse a se Giovanni e Sebastiano Caboto, che scoprì Terra Nuova, e descrisse gran parte delle coste americane, da cui tentò primamente un passaggio nell’Indie.

E. S.—Aggiungo che non solo Enrico VII, ma eziandio Enrico VIII s’ebbe dalla Signoria veneta artefici di navi e marinai di cui difettava allor l’Inghilterra; che altri pur n’ebbe nel 1540 Gustavo di Svezia; che i nostri Pietro Veglia e Nicolò Sagri crearono le armate di Carlo V; che Sigismondo re di Polonia popolò de’ nostri costruttori e capitani gli arsenali di Danzica, donde uscì il naviglio ch’egli oppose al re di Danimarca. Nè la Russia fu estranea alla luce che allora Italia raggiava sulle industrie navali, poichè gli uomini di mare che Pietro il Grande chiese a Venezia, addottrinarono queibarbari popoli a domesticarsi co’ flutti, e Doroteo Alimari insegnò loro il metodo per calcolare le longitudini. Di simili fatti riboccano, ben il sapete, le storie[11].

A.—E da questi fatti appunto raccolgo, che se i nostri furon quelli che precedettero a gran pezza le altre nazioni nelle nautiche imprese, se loro appresero a costrurre le navi e a governarle; se fino dal secolo XII non conosciamo altri viaggiatori, scopritori e descrittori di terre, da italiani infuori, noi dobbiamo a buon diritto inferirne, che il nostro linguaggio marino era già intero e venia recato dovunque dai ducento mila marinai che salivano le seimila navi delle repubbliche veneta e genovese. Che se una qualche affinità di vocaboli si riscontra, a mo’ d’esempio, nella lingua navale francese con l’italiana, non furono i nostri per fermo che tolsero a imprestito una fraseologia di cui non avean di mestieri: sì bene i francesi, cui apprendemmo a designare con italici nomi navi, attrezzi ed arredi, che i nostri, unici allora, sapeano costrurre, maneggiare e descrivere.

N. B.—Non so che opporre; ma certo i nostri superbi vicini non si adagieranno così di leggieri in questa sentenza.

A.—Che monta? Gl’insegnamenti della storia non van soggetti al mareggio delle passioni, e la Francia è ricca di troppe altre glorie per usurparci anche il lembo di un manto che le direbbe assai male. Infatti per bocca de’ suoi scrittori essa appunto rafferma la verità di quanto andai finora toccando.

N. B.—E come?

A.—Parecchi di loro posero mano a raccogliere i lor modi marinareschi, ciò che non abbiamo ancor saputo far noi. Rammento fra questi il Clairac, il Fournier e l’Ozanam, che scrissero nel secolo XVII, facendo ampia testimonianza dell’italianità di una gran parte del loro glossario nautico, come potrai sincerarti, facendo ricerca delle loro opere, senza ch’io più avanti ne dica; tanto più che mi resta a rincalzare il mio primo assunto col presidio di quelle prove filologiche, di cui pur ora fei cenno.

E. S.—Nè tanto si vuole da te, sprovveduti quai siamo di simili studi per poterti seguire nelle tue argomentazioni.

N. B.—Nelle quali starebbe ad ogni modo per te la vittoria e a noi lo smacco della sconfitta per non avere armi da opporti. E invero già fin d’ora ogni arme ci hai cavato di mano. Ma pria di rendermi a discrezione, avrei caro che tu mi assennassi intorno a certe voci di bordo, alcune delle quali, come troppo rozze e plebee, dovrebbero omai sostituirsi con nomi più ragionevoli, ed altre che puzzano di francese lontano un miglio. E trattando delle prime, ti par egli lecito convertire la nave in un serraglio d’animali? Imperocchè io vi trovo:grue,cicogna,camello,biscia,cavallo,cavalloni,pecorelle,aspe,serpe,cani,cicale,colombe,montoni,gazze,chiocciole,gabbiani,capone,delfini,code di topo,barbe di gattoe chi più n’ha, più ne metta; tutti nomi bestiali, i più d’attrezzi marinareschi, nomi che accusano la rozzezza di un linguaggio costretto dalla sua povertà a far sue queste voci, affatto aliene alle cose del mare.A.—Ciò che tu chiami rozzezza, io chiamo, e sia con tua pace, una fioritura poetica oltre ogni dire, poichè per mezzo di leggiadri traslati vengono a significarsi cose ed arnesi, ch’hanno una stretta relazione cogli oggetti da cui derivarono il nome. E vaglia il vero; quelle robuste traviche sporgono dal bordo, ai fianchi ed a poppa del bastimento e sulle quali si alzano pesi, non rassembrano esse il lunghissimo collo dellagrue, che loro die’ il nome? Ciò dirai pure dellacicogna, giacchèfar cicognanull’altro, s’io non erro, significa fuorchè mantigliare un pennone sotto un angolo acuto, per farlo servire esso pure all’ufficio di grue, cioè d’innalzar gravi pesi. E che troverai di più appropriato del nome dicamelliassegnato a quella specie di puntoni pieni d’acqua, posti uno per parte, sotto ai fianchi della nave e resi tali, che vuotati del loro contenuto, lasciano ch’essa emerga e che superi più facilmente un qualche basso fondo che fosse di ostacolo al suo passaggio? Nè ti movano a schifo lebiscie, il cui nome parmi convenientissimo a quegli intagli fatti sulle piane o matere, a destra e a sinistra del paramezzale, per lo scolo dell’acqua lungo i canali della sentina, acciò fluisca verso le trombe. Che dirò delcavallo, ossia di quel risalto di sabbia che le correnti van talora ammassando nel fondo del mare o alla foce de’ fiumi? Questo parlar per immagini non è vera poesia? E tale ti parrà eziandio la dizione: il marfa cavalloni: il marfa pecorelle, quando comeben sai, sotto l’azione del vento irrompono le ondate impetuose, o veggonsi i flutti increspati biancheggiar di lontano e coprirsi di spuma; onde a ragion il poeta cantava:

........in sembianzaDi bioccoli saltavano le spume,Che fanno spesso negli equorei paschiDi lanigere torme errar la gente[12].

Senonchè io mal potrei qui su due piedi e nuovo in siffatte materie, mostrarti la dicevolezza e la leggiadria delle altre voci, che dal regno animale passarono a specificare oggetti marinareschi; assai meglio a te verrà fatto d’apprezzare queste metafore e rilevarne le convenienze, ove tu voglia ad una ad una raffrontarle fra loro.

N. B.—Non potrai per altro negarmi che un torrente di voci bastarde non sia pervenuto d’oltre alpe a laidire il nostro linguaggio. E queste voci son tante ch’io mal saprei dove annaspare. Ecco:babordo,tribordo,amaca,ammarra,dematare,combatto,ghinderessa,trelingaggio,canotto,salvataggio,doblaggio,boa,plancia,gambeduna,arpanta,culare,madune,buteverso, e perfino, Dio cel perdoni, il nome de’ venti, forestiero pur esso, e universalmente accettato.

A.—Vero pur troppo; ma dimmi: non senti salirti le vampe del rossore sul viso, quando per significar cosa ch’ha il suo proprio vocabolo nella patria favella, scendiamo a mendicare una locuzione straniera? Sostituisci al babordo e al tribordo,destraesinistra: ad amaca,branda,ormeggioad ammarra:disalberaread amatare:combattimentoa combatto, e via di questo tenore: giacchè io non vo’ atteggiarmi a dottore in una materia, in cui tu hai il vantaggio su me del cento per uno.

N. B.—Infatti questo bastardume di voci va sempre più scomparendo. Pure, dacchè m’hai tirato in ballo, lascia ch’io danzi e ch’io vuoti il mio sacco. Vedi tu quel bastimento là presso ilmandraccioin punto di salpare? Esso è unbrigantinopresto afar rotta;mandraccio,brigantinoefar rotta, tre voci in fede mia, che nulla han d’italiano. Quella catena lassù che tien dritto l’albero e immoto al suo posto, è unalandra, che valeputtana. Ti par da tenersene? Vero è che accanto allelandretroviamo eziandio lebigotte, e non so come sela dicono insieme. Le parolestazzo,calumare,randa,straglio,ralinganon son da strapazzo, e lana da pettinarsi col fuoco? Da che cavammo letonnellate? Non è egli ridicolo chiamarpappaficouna vela? Ove andremo a pescare il decoro e l’italianità di tai voci?

A.—Nel domestico patrimonio, se mal non mi appongo. E innanzi a tutto antichissima voce èmandraccio, con il qual nome in più luoghi della penisola veggo significata quella parte più secura ed interna delle stagioni navali, che i latini diceanoangiporto. È voce semitica, che vale appuntoricetto,stazione. Un porto di Rodi avea questo nome, che troviamo anche in Cartagine. Dalla quale non sarebbe vana congettura il supporlo a noi derivato, sapendo che i suoi navili solean frequentare le prode della Liguria, e cavarne i più destri suoi frombolieri. Non gli si potrebbe a buon dritto negare cittadinanza italiana. Erri a partito se tieni che il nome dibrigantinorisalga allo inglesebrigo al gallicobrich; altri ebbe già a dimostrare doversi la sua radicale ricercare inbriga,brigare, nel significato diprocaccio,procacciare, essendo noto che siffatti legni nelle origini loro adoperavansi a servigid’un naviglio maggiore. E anche colla vocerottadovrai riconcigliarti se osservi che altro è laroutede’ francesi, altro larottaorompimentodegli italiani, i quali per rotta intendono il solco che fa la naverompendoi flutti marini, ossia spostando le acque colla carena, e perciò modo significativo e bellissimo[13]. Nèlandrami par tal voce da menar grave scandalo, per quanto abbia smesso dell’onestà sua primitiva, trapassando, come alcune altre, nelle lingue furfantine e ne’ lupanari.Bigotta, cioè carrucola senza puleggia vale, nè sono io già il primo a chiarirlo,doppia gocciola, poichè questi bozzelli van sempre appaiati, e arieggiano que’ membretti d’architettura che diceansigoccioleoguttae; e perciò voce pur essa italiana e laziare, dacchè questo attrezzo era anch’esso noto agli antichi[14]. Ne la parolastazzo, per capacità della nave, merita che tu gli faccia il viso dell’armi, poichè fu accolta e carezzata dal Caro[15]. Dovrai amicartiegualmente con la vocecalumare, per non tirarti addosso gli sdegni di messer Ludovico[16]. D’eguale legittimità va improntato il vocaboloranda, a cui farai di cappello, non fosse che per riverenza a Dante Alighieri[17]; essa ci viene darandellareodistendere, per l’ufficio che fa appunto la vela di randa.Straglioci richiama al verbo straggere, che vale tirare in altra parte, come fa il cavo che tira l’albero di fronte, dove le sartie e le parasartie gli fan di sostegno dai lati e sull’asse maggiore[18]. Quanto aralinga, col qual vocabolo, parmi, designate la corda cucita intorno le vele per rinforzarne le bardature, noi ne troverem la ragione nel latinoriligare, come atonnellatadarem padre il tonnello, che successe alla veggia o botte, ch’era intorno il secolo XIV l’unità per valutare la capacità delle navi.

N. B.—Il tuo ragionamento quadra a capello; sarebbe ostinazione il negarlo: tutto ciòcorre evidente e piano com’olio. Ma tu devi avere omai secco il gorzuzzolo; Schiaffino, fa di dare aria a qualche bottiglia delle tueCinque Terre.

A.—Non prima che io abbia detto delpappafico, che tanto ti sa di ridicolo.

N. B.—Questo poi è un voler stravincere ad ogni costo, e ben sai ch’ogni soverchio rompe il coperchio.

A.—Bene sta, ma pur odi. Pappafico nomavasi nel secolo XIII e forse anche più innanzi quel capuccio a becchetto, ossia quell’arnese di panno, che assestavasi in capo per ischermo della pioggia e de’ venti: dal quale uso, per un vago traslato, passò a significare il velaccio o la vela di punta de’ bastimenti. E questo aggiungo colla scorta del Guglielmotti[19], intendentissimo delle materie navali, che una tal vela per lo innanzi diceasisupparaosuppa, con vocabolo or ito in disuso, ma vivo in quel verso di Dante:

La vendetta di Dio non teme suppe:

verso inintelligibile al volgo de’ chiosatori, ma facile e piano a chi non ignora che davasi talnome a una vela, poichè si vedrà allora tralucere in esso un sublime concetto: essere, cioè, inutile far forza di remi o di vele per isfuggire le vendette celesti.

N. B.—Un nuovo orizzonte, tua mercè, mi si è aperto allo sguardo. Io sentia bensì dentro una voce che mi rendea ripugnante ad avere in conto di barbaro il nostro lessico marinaresco, e quasi per istinto diceami, che opere proprie di nautica in cui questo linguaggio si contenesse, dovea possedere l’Italia, e leggi, statuti, regolamenti, elenchi, contratti, proverbi, relazioni di viaggi, di scoperte e di guerre: ma il manco di forti studi non mi consentia di dare un passo più innanzi.

A.—E drittamente sentivi, sovvenuto, com’eri, dal tuo potentissimo ingegno; e se da te stesso non giungesti a scorgere il vero, ne dêi accagionare la tempestosa tua giovinezza e gl’istessi tuoi studi indirizzati più a moderni che non agli antichi scrittori; ma più di tutto a quella pressochè universale opinione che sfata il linguaggio marino, come dammeno; opinione che venne in noi ribadita da Bernardino Balbi, da Simon Stratico ed altri, i quali pretesero recar giudizio dicose che punto non conoscevano. Oh! escano fuori una volta dai lor gabinetti i saccenti della giornata, che van sbraitando contro la parlatura de’ marinai, viva fin dall’origini del nostro linguaggio, e si convincano alfine che essa deve rifarsi alle antiche sue fonti. E già tutto nelle materie navali si volge all’antico. Io veggo rinnovarsi le navi corazzate e rostrate: rifarsi rembate e castelli; la forza del naviglio concentrarsi nella testa anzichè ne’ fianchi, la forma dello scafo allungarsi, la spinta delle palette dell’elice tener luogo de’ remi......

N. B.—Io qua’ ti volea per conoscere se cotesta schietta lingua italiana sarebbe da tanto da porgerci la descrizione della macchina a vapore de’ nostri navigli. Essendo essa un trovato affatto recente, sarei di credere......

A.—Io ti offrirò tal descrizione di questa macchina, non che de’ suoi più minuti congegni e delle lor varie funzioni, che tu stesso dovrai confessare che mai t’avvenne di leggerne la più esatta e completa.

N. B.—Tu vai troppo innanzi, tu vai....

A.—E per giunta te l’offrirò in isplendidi versi, quali appunto sapea tornire Lorenzo Costa,dal cui poema ilColombo, troppo a torto negletto, io la tolgo. Prestatemi orecchio:

Luogo è sovr’esso la naval sentinaNon lunge all’arco della proda internaOve dedala man ponea capaceClibano ardente; dall’infusa copiaDe’ fossili carboni alimentatoSaetta un caldo, che simil nè bronzoCosse, nè ferro alla fucina, quandoIl mantaco più forte aura vi soffia.A lui fe’ quindi sovrastar col pesoDi tutta l’acqua che nel centro adunaFermo lebete: rinterzate piastreCondusse intorno a’ suoi fianchi, e la boccaNe suggellò d’impenetrabil chiuso.Poichè sforzando ogni sottil meatoNel cavo rame il sottoposto incendioSi traforò non rattenuto e mosseVicino assalto alla nimica sua,Quella agitarsi, gorgogliar bollente,Urtar e riurtar dentro i paretiLa stanza che l’infesto ardor disagia:Poscia dall’imo al circolar coperchioSu per lo collo d’una canna bugia,In vaporoso nembo attenuata,Salir veloce. Ma perchè non maiDall’ignea sferza dileguata o scemaSia la cagion della fumante uscita,Altra pur v’inserì girevol docciaCome a rincalzo, e l’ordinò siffattaChe l’un de’ capi suoi nel bulicameTien sempre immerso, e l’opposito insalaFuor del naviglio, e con perpetua veceInfonde il mar dove la fiamma asciuga.La qual se molto divampando il fieroTurbine ingrossi de’ volanti effluvii,Pur lì s’interza di minor sifoneTondo spiraglio, in cui sovente isfogaQuel gran soperchio, e via per l’animellaChe nel transito suo scatta leggeraVa sciolto all’aer vivo e si disperde....Segue il vapor con misurato ascensoLa prima entrata, e dolcemente infusoNell’alvo d’una tromba, ivi sue forzeTutte sprigiona e a bene oprar comincia.

N. B.—Potente di bellezza e di vero, è questa pittura, e se il resto consuona ... Ma qui forse viene il difficile.

A.—Viene infatti il difficile, e lo sente il poeta che pur non si perita a sgroppare magistralmente quel nodo. Udite:

.....La mirabil trombaCo’ piè l’interior dificio abbranca,E aderge il fusto che d’un largo istessoLa cavità che non ha sghembo aggira:Lo stremo è chiuso, e s’incappella il sommoDi lamina tegnente, e giù vi cascaDa vertical sospeso asta di ferroCilindrico volume, e per lo vanoA scender sempre ed a salir disposto,Mobile è sì che non accerta il dove.Sopra la base e sotto inver la cimaSon due forami, e da quel fianco apertiChe un quarto parallelo organo affrontaDi stupendo artificio. Entra le vuoteLatebre o vena che dal mar vi bagna,O lo spiro dell’aria, e il loco vernaContinuamente. L’una mole e l’altraBenchè distinte di potenza e d’attoSi dan mutuo soccorso, e par che nuovoSentimento d’amor scuota le fibreDell’inerte metallo e n’avvaloriIl congiurato sforzo ad un intento;Chè dentro la maggior mole compagnaDal fomite vicino in nugol fittoPenetra il guazzo ribollente e occupaL’intima chiostra. Allor ne va sospintoIl pendulo serrame, e si raccoglieVerso l’altezza ove dall’orlo estremoFa il denso fumigar subito saltoPer la cruna di sopra, e al ferreo dossoPuntando gravemente lo rincaccia.Ma dello scender giù nulla sarebbe,Chè la piena costipa a randa a randaLa via dal mezzo e vi frappone intoppo;Senonchè fuor della gelata golaSbuca un alito vivo, e mesce addentroL’accidioso fummo e lo rappiglia,Sì che di lui riman solo parventeQuasi un rorido velo, e cade a piomboL’imminente cilindro. In questa formaIl freddo vuota ed il bollore intasaE la suprema e la sottana bolgiaDel terzo ricettacolo, e sollevaSempre ed atterra quell’assiduo motoIl volubile ordigno.............Il moto si diramaPel diritto manubrio ad uno steloIl cui centro su lunga asse libratoContrappesa amendue le braccia opposteCome in bilico lance. Ivi una vergaIl punto aggrappa che più dista egualeDal principio motore, e poi dà levaTorcendo alquanto sua rattezza, e giraLe ruote magne che son pinne al ventreDella nuova e diversa orca natante.

E. S.—Mirabile invero!

N. B.—Sublime!

A.—Lasciate che io m’affretti alla fine:

È strepito ne’ lati, è turbinio...............Abbriva il legno e guizzaRapidissimamente, e qual se trattoFosse per l’ampio mar da cento coppieDi volanti corsieri, il mar guizzandoSega l’ardito legno, e fuor l’immaneTroncon che sopra vi torreggia e fuma,Di caligine ondante in ciel fa zona.

N. B.—Io non credo che la musa italiana abbia osato affrontare giammai così temerarî argomenti e trattarli con tanta chiarezza. Io mi ti do piè e mani legato. Tu hai dissipato nella mia mente e soluto que’ dubbi in cui stavasi avvolta; sicchè molto in breve stringendo, parmi aver raccolto, che Italia nostra possedeva ab antico una lingua marinaresca completa e che intatta fu a noi tramandata, poichè l’arte del navigare mai non venne qui meno. Che se nei due ultimi secoli d’oppressione e di schiavitù, non sferrarono da porti italiani armate di guerra eguali a quelle d’altre nazioni che di tanto avanzavanci, s’ebbero però qui sempre arsenali, cantieri e marinai che bastarono a conservarci il patrimonio della favella navale: patrimonio ricchissimo, e pur troppo quasi ignoto a noi stessi.

E. S.—Aggiungi che molte voci già avute in conto di rozze o accettate dagli stranieri, son per contro di puro conio italiano, passate in un co’ nostri capitani ed artefici ad arricchire le marineried’altre nazioni. Son queste le tue conclusioni?

A.—Sono: e resta a dire soltanto che se corre un qualche divario fra le parlature della nostra gente di mare, non certo eguali ma simili in tutti i porti italiani, queste dissomiglianze, invero assai lievi, ànnonsi a riferire alla diversità della pronuncia, alle desinenze, alle elisioni proprie dei diversi dialetti: ma l’essenza della locuzione è invariabilmente la stessa. Quando io sento l’agile e schietto idioma de’ nostri marinai, mi par di vivere ancora ne’ secoli delle nostre glorie navali; che poco o nulla è mutato il lor linguaggio da quello de’ nostri grandi ammiragli: i Pessagno, i Colombo, i Vespucci, i Dandolo, i Grimaldi, gli Spinola, i Morosini, i Doria, i Colonna ed i Cossa. Con questo idioma tra i denti Biagio Assereto sgominava, il sapete, le armate di due potenti corone: e Leone Strozzi vincea la giornata di Wight, rompendo Inglesi e Spagnoli. E fo voti che usando questo linguaggio possa in breve un qualche prode italiano seppellire nel fondo dell’Adriatico il naviglio tedesco, sostituendo all’odierno grido di guerra—abbasso le brande—che troppo misa di bastardo, il solenne e italico grido—armi in coverta[20].—

A queste parole un fremito convulso, come di furore e di rabbia, invase la persona di Bixio: i suoi occhi brillavano di luce sanguigna, e strette le pugna, giacque immerso in tempestosi pensieri. Taciti lasciammo la nave, andando ciascun di noi per i suoi venti, non senza averci ricambiata una stretta di mano e fatta promessa di ripigliare di curto la nostra discussione. Ma del mandarla ad effetto per allora fu nulla. Correano que’ giorni in cui Giuseppe Garibaldi raccoglieva tra noi il fiore della gioventù italiana per lanciarla al riscatto delle provincie meridionali: e Nino Bixio, che fu l’Aiace della gran gesta, impadronitosi di viva forza, siccome è noto, del vapore ilLombardo, facea vela per la Sicilia. Ma il desiderio di ritornare nel debito onore il linguaggio marinaresco, e avanzare sotto ogni aspetto le nautiche discipline, da quel giorno in lui non ebbe più tregua. Ognun sa quanto egli si travagliasse perchè fosse creata una Giunta, o,come dicesi, unaCommissione d’inchiesta, la quale dovesse indagare le nostre condizioni marittime, per accertare quai nuove proposte e migliorie fossero tuttavia bisognevoli, e fondare scuole e istituti atti a formar valenti capitani, esperti piloti, abili maestranze e marinai. Di qui gli accurati suoi studi sull’Arsenale di Venezia, le sue ricerche sulla industria del ferro, sì strettamente connessa alla questione della costruzione e corazzatura de’ legni; di qui l’alto ossequio al P. Alberto Guglielmotti, di cui predicò le lodi in Senato, e volle in Roma nel 1870 complire in un col suo stato maggiore.

Lo Schiaffino, commesso a un altro capitano il suo legno, si ridusse in Camogli, ove spese la vita a beneficare la gente di mare e a volgerne in meglio le sorti; vero tipo del marinaio italiano, che ha per divisa:petto di bronzo e cuor d’oro. Noi lo rivedrem già canuto a bordo delMaddaloni, per ripigliarvi con Nino Bixio la trattazione dell’interotto argomento.


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