DIALOGO II.

DIALOGO II.——DA Nino Bixio convitato ad un desinare di bordo sulMaddaloni, ebbi la lieta ventura di abbattermi con Francesco Buzzoni che ne fu il capitano, col dott. Mariano Saluzzo, con Emilio Schiaffino, il vecchio lupo di mare, e con Agostino Tortello, colui, cioè, che in quattro anni e mezzo di navigazione percorse 87,370 miglia marittime, e perciò 29,530 più di Magellano; tagliò ben otto volte l’equatore con una goletta, laSofia, di non più che centoventi tonnellate ecoll’equipaggio di soli cinque uomini; degno di andar di conserva coi più ardimentosi nocchieri. Evidentemente volle il Bixio raccolti al suo desco quegli uomini espertissimi nelle cose marinaresche per sentirne i consigli, specie per quanto riguarda il linguaggio navale, ch’egli in un collo Schiaffino avea preso a caldeggiare con quella tenacità di propositi, ch’era propria della sua indole. Però durante la mensa non si fe’ cenno di ciò; i ragionari furono di molti e diversi: squisita l’imbandigione in ispecie per vini di varie ragioni; la gioia e l’ilarità regnava in noi tutti. Il convito già volgeva al suo fine, quando levatosi in piè Agostino Tortello:—Io v’invito, disse, o Signori, ad un brindisi al Maddaloni ed al suo valente armatore, augurando possa egli trovare nelle Indie orientali ben più oneste accoglienze di quelle che v’ebbe altra volta.—Un solo e prolungato evviva scoppiò dal labbro de’ commensali. Senonchè le ultime parole del Tortello aveano desta in noi tutti la curiosità di conoscere quai venture incolsero al Bixio nel suo primo viaggio in quelle remote contrade. Ond’è che pressato da tutti noi, cominciò il suo racconto in tal guisa.Nino Bixio.—Nel 1846 io lasciai il naviglio di guerra, e insieme con due miei fidatissimi amici, il Tini e il Parodi, feci disegno di imbarcarmi con essi loro per il Rio della Plata. Sorgeva allora a ruote nel porto sur un’àncora di leva un legno americano diretto a caricar pepe in Sumatra, e in difetto di meglio salpammo su quello in qualità di marinai. Non l’avessi mai fatto! Il capitano, per quanto onesto e abilissimo, apparteneva alla setta deiquaqueri; quindi a bordo letture di Bibbia, sermoni, preghiere, digiuni e una austerità di contegno e di modi, qual maggiore non avremmo trovata in un chiostro di certosini. A noi baldi di giovinezza e di brio, ed anche un po’ scappati, se vuolsi, quella vita di santimonie e di ferrea disciplina piacea come il fumo negli occhi; io m’ero sciolto dalla milizia per desiderio di più libera vita, ed eccomi dalla padella cascar nella brace. Voi conoscete l’adagio de’ marinai genovesi:Senza vino si naviga,Senza mugugni, no;[21]e a noi perfino ilmugugno, era severamente interdetto. Si convenne perciò tra noi, appena ce ne venisse il destro, di disertare. Infatti, giunti dopo prospera navigazione rimpetto a Sumatra, divisammo d’attendere la notte, lanciarsi ne’ flutti e afferrare a nuoto la riva. Calate le tenebre, il Parodi assai meno avventato di Tini e di me, ci pose innanzi il pericolo de’ pescicani e de’ squali, ond’erano infestati que’ mari, e che da più giorni vedevansi saltellare, come monelli, attorno alla nave; e noi per tutta risposta—non te ne incaricare—e giù a capo fitto nelle onde. Ed egli di botto con noi.Nuotammo facilmente per alcune ore: ma la terra che di notte c’era sembrata sì presso, parea fuggire da noi e farsi più ognora lontana. Cominciava a fallirci la lena: pur si filava alla meglio, orfacendo il morto, or nuotando di fianco: ma s’era spossati e quasi esausti di forze. Diedi attorno uno sguardo, e veggendo il Parodi assai discosto da noi, come men destro nuotatore che egli era, mi volsi per trarre in suo aiuto, quando a un tratto, ch’è, che non è, mi scomparve dinanzi. Pur troppo un di que’ voraci predatori del mare, de’ quali egli presentiva il pericolo,l’aveva azzannato e travolto nel fondo; io n’ebbi certezza dall’agitazione dell’onda e dalla nera pinna del mostro a fior d’acqua, che intravidi nel punto in cui ci fu tolto per sempre. Povero amico mio! Non posso pensare a lui senza sentirmi stringere il cuore!Cominciava ad albeggiare. Il rischio d’essere noi pur divorati da quegli enormi cetacei, ci aggiunse vigore; e buon per noi che scorgemmo non discosto un banco di corallo, ove dopo sforzi inauditi ci fu dato sostare. S’era omai rifiniti di stento e di fame. La fresca aura del mattino ed alcuni frutti di mare che agevolmente cogliemmo, ci ristorarono alquanto. La terra ci stava dinnanzi, ma occorrevano a raggiungerla non manco di tre ore di nuoto. Non c’era via di mezzo: o morir di fame in quello arido scoglio, o tentare quel guado. Ci buttammo adunque un’altra volta tra i flutti, e tanto sbracciammo di nuoto, che si giunse alla riva, ma come e in qual modo, vattelo a pesca: poichè fummo raccolti privi di sensi sul lido. Io rammento soltanto, che aprendo gli occhi, mi vidi disteso accanto il Tini, che già cominciava a riaversi, e una moltitudine di Malesi, intesa asovvenirci di bevande e di cibo. Forse que’ selvaggi ci tennero per esseri privilegiati, non potendo comprendere come ci venisse fatto di sfuggire ai capidogli onde ribocca quel golfo. Certo è che fummo trattati con la più squisita amorevolezza, fino a vestirci con calzoni rossi di seta e con tutti quegli altri fronzoli che colà si costumano. Queste cortesie durarono per alcuni giorni, e del vedermi addobbato in quel modo, io facea le grasse risa col Tini.Ma ci cadde in breve la benda, poichè ci avvedemmo essere tenuti quai prigionieri. Non basta: un più serio pericolo ci minacciava; quello cioè, di dover sottostare alla formalità rituale e religiosa, che l’Islamismo impone ai credenti. Noi fieramente ci rifiutammo a subire la barbara operazione. Ma un ordine espresso del re imponeva a’ nostri custodi di eseguire colla forza quell’infame cerimonia sopra di noi. Non c’era più scampo; la nostra circoncisione dovea quanto prima eseguirsi. Ma v’ebbe chi vegliava su noi. Il buon quaquero, preso terra, seppe della nostra prigionia, e ammirato della fermezza con cui ci opponemmo a mutar religione e a subir la legge de’ Mussulmani, propose a’ selvaggi il riscattodei due fuggitivi. Qual moneta sborsasse a ricomprarci, non mi fu dato sapere; cert’è ch’egli ci accolse qual padre amoroso, e seco ci tradusse in America, da dove poi trassi in Anversa e a Parigi.Ed ora che m’avete costretto a snocciolarvi queste mie buacciolate, io penso rifarmene a misura di carbone su tutti voi, invitandovi a trattare, come in famiglia, di cosa che altamente interessa noi tutti: il linguaggio di mare. È un vecchio tema, e parecchi di voi lo sapete, che giova omai ripigliare. Il nostro amico sostiene, ed io consento con lui, che l’Italia ha una lingua navale antichissima, originale, a cui attinsero tutte le nazioni civili, e che noi dobbiam tener monda da forestiere sozzure, se, quali di nome, vogliamo essere italiani anche nelle opere. Ed io fo qui giuramento che a bordo del Maddaloni non comporterò mai, che s’usino parole e modi diversi da quelli che a noi somministra la patria favella. Mi parrebbe delitto di lesa nazione. Posso io fare assegnamento su voi?Agostino Tortello.—Rispondo per tutti: tu il puoi. Più volte mi frullò pel capo il pensiero del debito che lega noi tutti, quello, cioè, d’affermarel’unità della patria anche nel linguaggio navale che va a poco a poco sconciandosi per l’assidua intromissione di voci barbare, mentre si hanno in casa locuzioni a dovizia atte a significare quanto ragguarda la nostra professione: velatura, manovra, nave, attrezzi di bordo, fenomeni atmosferici e simili cose. Se le altre nazioni, io dicea fra me stesso, pongono tanto studio a non usare che modi dedotti dal corpo della lor lingua, oh perchè gli uomini di mare italiani non faranno altrettanto? Perchè sopporteranno che una strana mistura di voci rinnovi a bordo delle lor navi l’esempio della torre di Babele?N.B.—Quà la tua mano. Per tutti i fuochi di Sant’Elmo, tu m’hai compreso d’un fiato.A.T.—Senonchè mi sviò dal tentare qualche cosa in proposito l’idea del ridicolo che gli uomini di picciola levatura, i quali mal sanno che lingua vale nazione, avrebbero potuto gittare sovra una proposta, che vuole essere messa fuori da uomini da ciò, e patrocinata da chi abbia il mestolo in mano e voce in capitolo.Francesco Buzzoni.—Parmi or giunto veramente il tempo accettevole per tradurre la proposta ad effetto. La parola del general Bixio,rincalzata dall’autorità de’ patrî scrittori, suona autorevole in alto, non che presso gli uomini di mare, i quali educati come omai sono alle scienze e agli studi, agevolmente comprenderanno, che l’unità della lingua nelle cose marinaresche, è anch’essa una suprema necessità de’ tempi che corrono.Emilio Schiaffino.—Altro adunque non resta, che a stringere una lega fra noi. Nino Bixio se ne ponga a capo; una breve ma efficace scrittura dimostri alla gente di mare che tanto sente l’amor della patria, ciò ch’essa attende da loro: si sparga largamente un tale scritto in tutti i porti della penisola: e al vostro ritorno dalle Indie olandesi vi sarà dato veder già qualche frutto dell’opera nostra.N. B.—Certamente una lega fra gli uomini di mare condurrebbe spacciatamente allo scopo: ma l’esperienza pur troppo m’ha appreso, che tornerà malagevole il rannodarla. Non siamo più ai tempi in cui i Milanesi aveano stretto il patto di non più fumare. Si tenti ad ogni modo la lega, ma non sia questa la sola via per arrivare la meta.E. S.—Che altro dunque proponi?N. B.—Se io fossi il ministro sulle cose marittime, saprei ben io che mi fare. Anzitutto vorrei che i decreti, le leggi, le istruzioni che escono dal suo dicastero, fossero dettate in istile italiano, dove ora sono, a quanto mi si dice, una illuvie di voci bastarde; in secondo luogo vorrei compilare un vocabolario navale, in cui fosse come stillato il tesoro della lingua di mare, a cui tutti fossero obbligati attenersi. Sarebbe pane casalingo e fior di farina. Così da parti diverse si punterebbe per conseguire l’intento.A. T.—E questo non fallirà al certo. Sta in nostra balìa l’organare quanto prima la lega e raccogliere le adesioni de’ capitani; ma quanto al ministro, gli è un altro par di maniche..... Que’ signori ch’han mano in pasta, e che d’un cenno potrebbero sgroppare un tal nodo, sono per lo più tantiStiliti, che non dànno mai volta sulla loro colonna....N. B.—E noi minerem la colonna, se farà di mestieri, pur di costringerli a secondarci. Sebbene io non credo ch’e’ faranno orecchio da mercante, se veramente ci caglia di riporre nel debito onore la lingua marinaresca. Agitiamo intanto da un capo all’altro il paese: la lega daràper fermo i suoi risultati, e la volontà universale farà forza a chi siede al potere. Ma io veggo là il nostro amico che non aperse ancor becco..... Saresti per avventura discorde da queste proposte?Autore.—Anzi v’applaudo di cuore, e tutto m’offero a voi nella pochezza delle mie forze. Ambo le vie che disegnate calcare, la lega e il concorso del ministro sulla marina, paionmi invero opportune; ma non sieno le sole: altre ben altre ve n’ha, che non devonsi per noi trascurare.N. B.—Carte in tavola adunque; ch’io per me non so dove tu peschi.A.—La lingua marinaresca, come v’è noto, non fa difetto in Italia: si tratta soltanto di darle nuovo vigore; anzichè adulterarla col fango di parlature straniere. Eccovi perciò due questioni che noi dobbiamo partitamente trattare. Sapete voi chi va spegnendo in Italia la lingua navale, anzichè darle nuova giovinezza e incremento? Le scuole. Noi vantiamo oltre un centinaio diIstituti Nautici, ne’ quali, da poche eccezioni in fuori, si insegna ogni cosa, tranne questa favella. Io so di Istituti, in cui di lingua marinaresca nonsi fa neppur caso, per la sola ragione che il docente non può insegnare quello di cui egli stesso è digiuno; ne conosco per l’opposto altri, in cui il maestro restringe l’insegnamento di lettere italiane ai soli autori del Trecento e al P. Cesari Potenzinterra! Come i poveri alunni trabalzati dal S. Concordio al Cavalca, dalNovellinoallo Ugurgeri, vengan su grulli, sciatti e bighelloni, circoscritti in un mondo che più non è il nostro, usanti una lingua che sarà stata oro di copello in altri tempi, ma ch’è cacio bacato a questi lumi di luna, e per la gente di mare, lascio che per voi stessi il pensiate. E questi docenti che tradiscono in tal guisa la gioventù, continuano a spadroneggiare nelle scuole, anzichè esserne cacciati mille miglia lontano. Non basta. Seguite un po’ questi giovani nelle altre scuole. Eccovi una mano di professori che tratta di cose scientifiche: nautica, fisica, attrezzatura, disegno navale, velatura, astronomia, meteorologia e altre tali. Professori invero dottissimi; ma pure in tema di lingua sì addietro, che v’hanno ben pochi, i quali sappiano dare alle disquisizioni scientifiche, fattezze veramente italiane. Tutti i libri di testo, niuno escluso, o non sono che sconciature o versioni di libristranieri fatte in modo scempio e scapigliato; ovvero trattati originali, ma scritti del paro nel modo più scriato ed indegno. E intanto i poveri alunni che nulla san d’italiano, o che soltanto hanno appreso a balbettare le leggiadre vanità del Trecento, sprofondati per più anni nel pantano de’ libri di testo, v’attingono una lingua che non è nè carne, nè pesce, nè italiana, nè francese, nè inglese, ma infarcita di tutte: il caos, il pandemonio della favella di Nembrot. La verità di quanto affermo vedetela ne’ risultamenti dei loro esami finali ... Oh! so ben io con che pettine invece dovrebbe cardarsi la lana ai loro docenti!N. B.—La pittura che tu fai delle scuole nautiche è fosca pur troppo, ma vera. La loro riformazione sarà adunque il terzo espediente cui dovremo appigliarci per mandare ad effetto il nostro disegno. Ma tu accennavi anche ad un’altra questione ...A.—Io dissi eziandio che urge porre una diga alla infestazione straniera, che minaccia offuscare la purità del linguaggio navale. A tal uopo tornerebbe assai profittevole una serie di trattatelli e di letture, che pel loro tenuissimoprezzo potessero correre per le mani della gente di mare.N. B.—Vi fu, se non erro, chi parecchi anni addietro pose a concorso un’opera di tal fatta, col titolo—Il Libro del Marinaio italiano—Quel concetto s’ebbe lodi e plausi non pochi: ma i casi della mia vita non mi concessero di conoscere qual ne fosse l’effetto[22].A.—Quello che poteva allora aspettarsi da una nazione, in cui per lunga consuetudine lescienze marittime erano assai trascurate e la lingua marinaresca avuta in dileggio. Del resto la lega fra la gente di mare, l’azione governativa, la riformazione delle scuole nautiche, la diffusione di libri popolari: ecco i mezzi efficaci per riporre in trono una lingua, che fra tutte le lingue tecniche tiene a ragione il primato, come ricchissima ch’ella è e poetica al sommo. Rozzi se vuolsi, talora i marinai, non rozza la lingua loro, ma splendida di bellezze, di immagini figurate, di mille partiti insomma, come quella ch’è il complesso delle diverse scienze costituenti l’arte del navigare. I nostri classici riboccano d’allusioni marinaresche, le arti, le industrie e tutte le discipline s’avvantaggiano di questa lingua, che meravigliosamente si presta ad arricchire la lingua comune d’una folla di metafore, di proverbi e di modi smaglianti di vita e di brio. Essa infatti comprende tutti i vocaboli che si riferiscono ai fenomeni del mare, dei venti, ai materiali di bordo, alla navigazione, alle manovre, alla nave, in cui dall’albero in giù tutto è tropi e traslati....N. B.—Piglia un po’ fiato, piglia: o per dirla alla marinaresca, gitta omai l’àncora, chealtrimenti ci farai perdere la tramontana. Nel tuo inno alla parlata di bordo, toccasti eziandio de’ proverbi....A.—N’è infatti ricchissima, come eziandio di sentenze e modi proverbiali, i più leggiadri ch’io mi conosca.N. B.—Ecco, amici, un tema bellissimo e nuovo per chiudere questa lieta giornata. Marinai, quali siamo, non ci fallirà la materia, e poi l’un proverbio tirerà l’altro, come le ciliegie.A.—Accetto la tua proposta; io m’atterrò alla parte che ragguarda i modi proverbiali, poichè quanto ai veri proverbi di mare....E. S.—Oh! questo poi è affar mio. Non sia mai detto che io abbia per quaranta anni scopato l’oceano, senza avermene fatto una buona satolla.A. T.—Anch’io ne ho in serbo parecchi, che raccolsi nel mio assiduo contatto co’ vecchi marinai, e che a mia volta potrò scodellarvi.N. B.—Or bene: dacchè noi rappresentiamo, può dirsi, le varie parti d’Italia, avrem per risultato che i nostri proverbi non saranno esclusivamente municipali. Tu, Mariano, benchè medico, non sei così nuovo alle cose di bordo, da non sapere gettar lo scandaglio e orientarti.Mariano Saluzzo.—Farò anch’io le mie prove per prender terra; ad ogni modo mi trarrete al rimorchio.N. B.—Chi spiegherà primo le vele?A. T.—Parmi, che ciò s’addica a Schiaffino, il più attempato di tutti.E. S.—Dacchè a me tocca prendere il largo, comincierò con alcuni proverbi che riferisconsi ai vantaggi delnavigare.Tre cose fan l’uomo accorto:Lite, donna e porto.**—*Scienza, casa, virtù e mareMolto fan l’uomo avanzare.**—*Un uccello di mare ne val due di bosco.**—*Chi va e torna, fa buon viaggio.**—*Popolo marinaro, popolo libero.**—*Chi vuol della roba esca di casa.**—*Chi va pel mondo impara a vivere.**—*Il sapere ha un piede in terra e l’altro in mare.**—*Chi non s’arrischia, non rosica.**—*Chi ha passato il guado sa quant’acqua tiene.**—*Piè di montagna, porto di mareFanno l’uomo profittare.**—*Chi non s’avventura, non ha ventura.**—*Chi non sa orareVada in mare a navigare.E i Veneti:Chi non va per marDio non sa pregar.**—*Chi scappa d’una[23]scappa di cento.**—*Il mare fa la fortuna e non le fonti.**—*Giornata di mareNon si può tassare.**—*Abbi fortuna e gettati in mare:che se non è compagno compagno, arieggia il noto—fortuna e dormi.—N. B.—Belli e calzanti davvero! Senonchè manca il loro riscontro. Il popolo che conservò tanto tesoro di sapienza sui vantaggi della navigazione, non può avere dimenticato ipericoliche talor ne derivano.E. S.—Farò di rammentarmeli.Loda il mare, ma tienti alla terra.**—*Preparati al mare prima d’entrarvi.**—*Chi disse navigar disse disagio.**—*Mare, fuoco e femmina, tre male cose.**—*Meglio chiamar gli osti in terra, che i Santi in mare.**—*Chi fa due volte naufragio, a torto accusa il mare.**—*Meglio starsi al palo ch’annegare.**—*Acqua di mare non porta mai quiete.**—*Chi non ha navigato non sa che sia male.**—*La fine del corsale è annegare.**—*La bellezza, il fuoco e il mareFanno l’uom pericolare.**—*Chi vuol viaggiare a stento,Metta la prora al vento.**—*Chi s’impaccia col vento, si trova colle mani piene d’aria.**—*Chi semina vento raccoglie tempesta.**—*Acqua e pane, vita da cane:Pane ed acqua, vita da gatta.**—*Uom di mare oggi ricco e doman povero.**—*Nuotare e nuotare e alla spiaggia affogare[24].**—*Ogni cosa si sopporta, eccetto il buon tempo.Risponde al toscano—Il troppo dolce stomaca:—e al veneziano—ogni bel balo stufa.Dal mare, sale: e dalla donna, male.**—*Se ho da annegare, vo annegarmi in mar grande.**—*Chi entra nel fiume, o lo passa, o la croce:cioè v’annega.In tempo di tempesta ogni scoglio è porto.**—*Chi sa navigare va al fondo, chi non sa, anche.**—*Chi sputa contro il vento, si sputa nel viso.**—*Chi ha beuto al mare, può bere alla pozza.**—*Chi è portato giù dall’acquaS’abbranca ad ogni spino.E in qualche luogo:Chi s’affoga si attaccherebbe a’ rasoi.A Costantinopoli:Chi casca nell’acqua s’abbraccia anche al serpente.**—*Chi discioglie le vele a più d’un ventoArriva spesso a porto di tormento.Terminerò con alcuni che corrono sui litorali dell’Adriatico:Vento potente, fote la corrente:e vale: col vento gagliardo le barche a vela giungono a superar la corrente contraria.I temporai più grossi vien a l’improvviso.**—*Co sbala la tempesta, se desmentega il temporal.**—*Chi xe in mar, naviga: chi sta in tera, radega[25].N. B.—I tuoi motti m’hanno aperto la vena, sì che mi par mille anni di sfringuellarvene alcuni che han tratto allanave.A. T.—Siam tutti orecchi a sentirli.N. B.Ben diremo, ben faremo:Mal va la barca senza remo[26].**—*Fama vola e nave cammina.**—*Due capitani: nave ne’ scogli.**—*Vascello torto, purchè cammini dritto.**—*Casa senza amministrazione, nave senza timone.**—*Chi ha danari fa navi.**—*Gran nave vuol grand’acqua.**—*Gran nave, gran pensiero:Consuona col noto:Chi ha terra, ha guerra.**—*Nave senza timon va presto al fondo.**—*A nave rotta ogni vento è contrario.**—*Vecchia nave, ricchezza del padrone.**—*Non giudicar la nave stando a terra.**—*In nave persa tutti son piloti.**—*Tre cose son facili a credere: uomo morto, donna gravida e nave rotta.**—*Donna, cavallo e barcaSon di chi le cavalca.**—*Dove va la nave, può ire il brigantino[27].**—*Un po’ di bene e un po’ di male tien la barca dritta.**—*Quando il ciel bello variaConvien darle dell’aria.**—*Dove può andare barca, non vada carro.**—*Nave genovese, mercante fiorentino.**—*Chi in mar la barca abbriva,Sta con un piè alla riva.**—*Senza barca non si naviga.**—*A tal nave, tal battello.**—*Per un peccatore perisce una nave.**—*Naviglio ed acqua, febbre bella e fatta.**—*Chi non unge non vara.**—*La bandiera cuopre la mercanzia.**—*Ogni nave fa acqua.**—*Chi non rassetta il buchino, rassetta il bucone.**—*Chi s’è imbarcato col diavolo, ha da stare in sua compagnia.**—*Tira più un pel di femmina,Che gomena di nave.Nè i Veneti ne van privi. Uditene alcuni:Chi mete pègola nella barca de altri, perde pègola e barca.**—*Barca neta non guadagna.**—*A barca sfondada ne ghe vol sèssola[28].**—*Quando la barca va, ogni cojon la para.**—*Barca ligada, no fa strada.**—*El vento no è bon se no da menar navi e galie.**—*A barca rota, ogni vento xe fortuna.**—*A barca desperà Dio trova il porto.**—*Barca rota, conti fatti.**—*Dai e dai, la barca arriva ai pai:E vale: chi la dura, la vince.Bastimento non sta senza saorda[29].A. T.—Degni invero di porsi in brigata co’ primi. Eccone alcuni altri, men belli forse, ma pratici assai. Riguardanonocchieri e piloti.Argomento al nocchier son le procelle.**—*Il buon nocchiero muta vela, ma non tramontana.**—*Accerta il corso e poi spiega le vele.Ovvero:Ognun sa navigar quando è buon vento.**—*Chi ha buon tempo navighi:E chi ha denari fabbrichi.**—*Vento in poppa, mezzo porto.**—*Vento in poppa, vele al largo.**—*Secondo il vento, la vela.**—*Chi non teme, pericola.**—*Chi non s’aiuta, s’annega.**—*Di molti piloti: barca a traverso:Ovvero:Due piloti affondan la barca.**—*Chi mal naviga, mal arriva.**—*Bisogna navigar secondo il vento[30].**—*Chi naviga controvento, convien stia sulle volte.**—*Chi guarda le nuvole, non fa viaggio.**—*Tutti vogano alla galeotta[31].**—*Altro è vogare: altro arrivare.**—*Il mondo è fatto a tondo:Chi non sa navigare va in fondo.**—*È un cattivo andare contro la corrente.**—*Gran laguna fa buon porto.**—*Chi ha da navigare guardi il tempo[32].**—*Più vale un sol remo che sia indietro, che dieci che vanno avanti[33].**—*Tra corsale e corsale non si perde che i barili vuoti.**—*In tempo di burrasca ogni tavola basta.**—*Isola fa porto[34].**—*Buono studio rompe ria fortuna:Motto che i nostri storici riferiscono a quella birba di Carlo d’Angiò: e risponde al—cor forte, rompe cattiva sorte.—Or viene la tua volta, Buzzoni.F. B.—Dacchè non poss’io sgabellarmene, dirò de’marinai.L’arte del marinaio, morire in mare: l’arte del mercante, fallire.**—*Il buon marinaio si conosce al mal tempo.**—*O polli o grilli: o principe o marinaio.**—*Barca rotta: marinaio scapolo[35].**—*Chi è oste o fornaio e fa il barcarolo,Dato gli sia d’un mazzuolo.**—*Promesse di barcaroli e incontro d’assassini,Costano sempre quattrini.**—*Montagnini e gente acquatica,Amicizia e poca pratica.**—*Giuramenti d’amore, giuramenti da marinaio.**—*I marinai son come la luna:In tutti i paesi ce n’han una.E ricordo d’aver udito in Venezia:Un bravo trabaccolante xe un bravo vassellante.**—*Chi vol sentire el tibidoi,[36]Vaga dove che ghe xe done e barcarioi.E per la laguna si canta:L’amor del mariner no dura un’ora:Per tutto do’ ch’el va, lu s’inamora;E se l’amor del mariner durasseNo ghe sarave amor che ghe impatasse.N. B.—Bravo, il mio Buzzoni. Ma chi tratta delmare? Se il nostro Tortello che lo misurò in ogni più remota sua parte...A. T.—Pronto a’ tuoi cenni.Chi è padrone del mare è padrone della terra.N. B.—Anche questo, per Dio, avrebbero i nostri reggitori dovuto imparare dal popolo.A. T.—Oh, non sai tu a che lumi si vive? Ma lasciami, via, continuare.Chi scapita in mare, scapita in terra.N. B.—Vero pur troppo. L’infamia di Lissa costò ben cara all’Italia. Ma tira via, tira via, ch’a questo pensiero sento abbruciarmi il cervello.A. T. Il mondo è come il mare:E’ vi s’affoga chi non sa nuotare.**—*Chi teme acqua e vento, non si metta in mare.**—*Il mare è fatto a viottoli.**—*Chi in terra giudica, in mare naviga.**—*El mar xe ’l facchin de la tera.**—*Chi sa nuotar non se lo scorda mai.**—*Come ogni acqua vien dal mare,Così ogni acqua torna al mare.**—*Non mettere e cavare,Si seccherebbe il mare.Risponde alLeva e non metti, ogni gran monte scema.**—*Che il tristo manda al mareNon aspetti il suo tornare.**—*Chi vuol tôrre a mattonare il marePerde il tempo ed i sassi.**—*Chi casca in mare e non si bagna,Paga la pena[37].**—*Per mare non ci stanno le taverne.**—*Quei che con l’acqua mischia e guasta il vino, Merta di bere il mare a capo chino.A.—Forse anche l’acquaoffrirebbe alcune leggiadre sentenze.Nè moglie, nè acqua, nè sale,A chi non te ne chiede non gliene dare.**—*Ogni piè d’acqua immolla.**—*Onda che si piega, si riversa.**—*Ogni trista acqua cava la sete.Ovvero:Ad ogni gran sete ogni acqua è buona.E Dante:È nettare per sete ogni ruscello[38].**—*Acqua che non si move, marcisce.Ed anche:Acqua cheta, vermi mena.**—*Si passa l’acqua dove è più sottile.**—*Se ho da affogare, vorrei affogare nell’acqua chiara.**—*Acqua cheta rovina i ponti.**—*Dove non si crede, l’acqua rompe.**—*Acqua passata, non macina più.**—*Acqua torba non fa specchio.**—*Acqua chiara non fa colmata.**—*Ogni secchio non attinge acqua.**—*Guardati dalle acque chete[39].**—*In cento anni e in cento mesiL’acqua torna a’ suoi paesi.**—*Acqua che corre non porta veleno.**—*Piccola spugna ritiene molta acqua.**—*Abbila per certa e tientela per cara,Che il fiume non s’ingrossa d’acqua chiara.N. B.—Non so invero saziarmi d’udir tante e sì nervose sentenze, che mostrano aperto essere il popolo il più savio di tutti i filosofi. Ma molto più resta a dirsi, e lapescagionedarà campo a Schiaffino a gittar le sue reti.E. S.—Per me non rimanga, dacchè lo volete, purchè alcuno di voi venga quindi a darmi una mano.Chi dorme non piglia pesci.**—*Invan si pesca, se l’amo non ha l’esca.**—*Chi non ha sorte non vada a pescare.**—*Non è l’amo nè la canna,Ma gli è il cibo che l’inganna.**—*Chi tende a la pesca, poco tresca.**—*Chi pesca a canna,Perde più che non guadagna.**—*Chi pesca a togna,[40]Perde più che non bisogna.**—*Chi va dietro a pesce e a penneIn questo mondo mal ci venne.Risponde a quei de’ Veneziani:Pesca e oselin fa l’omo meschin.**—*Nè oselador, nè pescador porta tabaro.**—*Per la gola si pigliano i pesci.**—*Pesce che va all’amo,Cerca d’esser gramo.**—*A fiume torbido, guadagno di pescatore.**—*Al levar delle nasse si vedrà la pesca.**—*Il beccaio non ama il pescatore.**—*Chi vuol pesce, uopo è s’immolli.Ovvero:Chi pesce vuol mangiareLe brache s’ha a bagnare.**—*Non si vende il pesce ch’è ancor in mare[41].**—*Quando il pesce viene a riva,Chi nol prende e’ torna via.**—*Tal tende la rete che pesci non piglia.**—*È un di più tender beneSe la rete non tiene.**—*In acque senza pesci non gettar rete.**—*Nelle grandi acque si pigliano i pesci.**—*Chi non ha saputo tirar la rete, suo danno.**—*Chi pesca in fretta, spesso piglia de’ granchi.**—*Senza l’esca l’amo non piglia.**—*Cento cale e cento pesci;Una le paga tutte[42].**—*I pesci grossi stanno al fondo.**—*A pescespada non far bere il caffè[43].**—*Come l’anguilla ha preso l’amo,Convien che vada dov’ell’è tirata.**—*Anche al buon pescator scappa l’anguilla[44].**—*Tener l’anguilla per la coda,cioè, aver per le mani cosa che non può condursi a buon termine; onde l’adagio:Chi piglia l’anguilla per la coda e la donna per la parola, può dire di non tener nulla.**—*Fa il bene e buttalo in mare; se non te lo riporta la gente, te lo riporta il pesce.Se ad alcuno di voi piacesse darci il resto del carlino....F. B.—Volentieri.Sul tardi i muggini toccano[45].**—*Non v’è lin senza resca,Nè acqua senza pesca.**—*I pesci grossi mangiano i piccoli.**—*Dal mar salato nasce il pesce fresco.**—*Quando il grano abbonda, il pesce affonda:Quando il grano affonda, il pesce abbonda[46].**—*Non v’ha pesce senza lisca.**—*Pesce che scappa par più grande.**—*Un pesce in mano val meglio che un pesce in mare.**—*Chiaro di luna guasta il pesce[47].**—*Un occhio al pesce e un altro alla gatta.**—*L’ospite e il pesce in tre giorni puzza[48].**—*Meglio esser capo di luccio che coda di storione.Ovvero:Meglio esser testa d’anguilla che coda di storione.Consuonano coll’Istriano:Megio paron de caìcio, che mozzo di vassel[49].E col genovese:Megio padron di gotazza che garzon di nave.**—*Val più un’oblata che cento paraghi[50].**—*Chi lavora mangia un’acciuga, chi non lavora, due.**—*Il pesce guasta l’acqua, ma la carne la concia.**—*Meglio porco che pesce.**—*Il pesce comincia a putir dal capo[51].**—*Carne al sole e pesce all’ombra.**—*La carne fa carne e il pesce fa vesce.**—*Pesce cotto e carne cruda:Carne giovane e pesce vecchio:Pesce in mare e carne in terra.**—*Nè carpione, nè capponeNon perde mai stagione.**—*Coda di pesce, testa di sermone.**—*Quanto è pesce in mare, non farebbe una candela di sego[52].E nel Veneto:Chi magna schile, ghe vien le gambe sutile.E cesso perNon saper più che pesci pigliare.N. B.—Volerne!Il pesce va mangiato quando è fresco[53].**—*Chi ha pesce, cammini[54].**—*A buon’ora in pescheriaE assai tardi in beccheria.

DIALOGO II.——DA Nino Bixio convitato ad un desinare di bordo sulMaddaloni, ebbi la lieta ventura di abbattermi con Francesco Buzzoni che ne fu il capitano, col dott. Mariano Saluzzo, con Emilio Schiaffino, il vecchio lupo di mare, e con Agostino Tortello, colui, cioè, che in quattro anni e mezzo di navigazione percorse 87,370 miglia marittime, e perciò 29,530 più di Magellano; tagliò ben otto volte l’equatore con una goletta, laSofia, di non più che centoventi tonnellate ecoll’equipaggio di soli cinque uomini; degno di andar di conserva coi più ardimentosi nocchieri. Evidentemente volle il Bixio raccolti al suo desco quegli uomini espertissimi nelle cose marinaresche per sentirne i consigli, specie per quanto riguarda il linguaggio navale, ch’egli in un collo Schiaffino avea preso a caldeggiare con quella tenacità di propositi, ch’era propria della sua indole. Però durante la mensa non si fe’ cenno di ciò; i ragionari furono di molti e diversi: squisita l’imbandigione in ispecie per vini di varie ragioni; la gioia e l’ilarità regnava in noi tutti. Il convito già volgeva al suo fine, quando levatosi in piè Agostino Tortello:—Io v’invito, disse, o Signori, ad un brindisi al Maddaloni ed al suo valente armatore, augurando possa egli trovare nelle Indie orientali ben più oneste accoglienze di quelle che v’ebbe altra volta.—Un solo e prolungato evviva scoppiò dal labbro de’ commensali. Senonchè le ultime parole del Tortello aveano desta in noi tutti la curiosità di conoscere quai venture incolsero al Bixio nel suo primo viaggio in quelle remote contrade. Ond’è che pressato da tutti noi, cominciò il suo racconto in tal guisa.Nino Bixio.—Nel 1846 io lasciai il naviglio di guerra, e insieme con due miei fidatissimi amici, il Tini e il Parodi, feci disegno di imbarcarmi con essi loro per il Rio della Plata. Sorgeva allora a ruote nel porto sur un’àncora di leva un legno americano diretto a caricar pepe in Sumatra, e in difetto di meglio salpammo su quello in qualità di marinai. Non l’avessi mai fatto! Il capitano, per quanto onesto e abilissimo, apparteneva alla setta deiquaqueri; quindi a bordo letture di Bibbia, sermoni, preghiere, digiuni e una austerità di contegno e di modi, qual maggiore non avremmo trovata in un chiostro di certosini. A noi baldi di giovinezza e di brio, ed anche un po’ scappati, se vuolsi, quella vita di santimonie e di ferrea disciplina piacea come il fumo negli occhi; io m’ero sciolto dalla milizia per desiderio di più libera vita, ed eccomi dalla padella cascar nella brace. Voi conoscete l’adagio de’ marinai genovesi:Senza vino si naviga,Senza mugugni, no;[21]e a noi perfino ilmugugno, era severamente interdetto. Si convenne perciò tra noi, appena ce ne venisse il destro, di disertare. Infatti, giunti dopo prospera navigazione rimpetto a Sumatra, divisammo d’attendere la notte, lanciarsi ne’ flutti e afferrare a nuoto la riva. Calate le tenebre, il Parodi assai meno avventato di Tini e di me, ci pose innanzi il pericolo de’ pescicani e de’ squali, ond’erano infestati que’ mari, e che da più giorni vedevansi saltellare, come monelli, attorno alla nave; e noi per tutta risposta—non te ne incaricare—e giù a capo fitto nelle onde. Ed egli di botto con noi.Nuotammo facilmente per alcune ore: ma la terra che di notte c’era sembrata sì presso, parea fuggire da noi e farsi più ognora lontana. Cominciava a fallirci la lena: pur si filava alla meglio, orfacendo il morto, or nuotando di fianco: ma s’era spossati e quasi esausti di forze. Diedi attorno uno sguardo, e veggendo il Parodi assai discosto da noi, come men destro nuotatore che egli era, mi volsi per trarre in suo aiuto, quando a un tratto, ch’è, che non è, mi scomparve dinanzi. Pur troppo un di que’ voraci predatori del mare, de’ quali egli presentiva il pericolo,l’aveva azzannato e travolto nel fondo; io n’ebbi certezza dall’agitazione dell’onda e dalla nera pinna del mostro a fior d’acqua, che intravidi nel punto in cui ci fu tolto per sempre. Povero amico mio! Non posso pensare a lui senza sentirmi stringere il cuore!Cominciava ad albeggiare. Il rischio d’essere noi pur divorati da quegli enormi cetacei, ci aggiunse vigore; e buon per noi che scorgemmo non discosto un banco di corallo, ove dopo sforzi inauditi ci fu dato sostare. S’era omai rifiniti di stento e di fame. La fresca aura del mattino ed alcuni frutti di mare che agevolmente cogliemmo, ci ristorarono alquanto. La terra ci stava dinnanzi, ma occorrevano a raggiungerla non manco di tre ore di nuoto. Non c’era via di mezzo: o morir di fame in quello arido scoglio, o tentare quel guado. Ci buttammo adunque un’altra volta tra i flutti, e tanto sbracciammo di nuoto, che si giunse alla riva, ma come e in qual modo, vattelo a pesca: poichè fummo raccolti privi di sensi sul lido. Io rammento soltanto, che aprendo gli occhi, mi vidi disteso accanto il Tini, che già cominciava a riaversi, e una moltitudine di Malesi, intesa asovvenirci di bevande e di cibo. Forse que’ selvaggi ci tennero per esseri privilegiati, non potendo comprendere come ci venisse fatto di sfuggire ai capidogli onde ribocca quel golfo. Certo è che fummo trattati con la più squisita amorevolezza, fino a vestirci con calzoni rossi di seta e con tutti quegli altri fronzoli che colà si costumano. Queste cortesie durarono per alcuni giorni, e del vedermi addobbato in quel modo, io facea le grasse risa col Tini.Ma ci cadde in breve la benda, poichè ci avvedemmo essere tenuti quai prigionieri. Non basta: un più serio pericolo ci minacciava; quello cioè, di dover sottostare alla formalità rituale e religiosa, che l’Islamismo impone ai credenti. Noi fieramente ci rifiutammo a subire la barbara operazione. Ma un ordine espresso del re imponeva a’ nostri custodi di eseguire colla forza quell’infame cerimonia sopra di noi. Non c’era più scampo; la nostra circoncisione dovea quanto prima eseguirsi. Ma v’ebbe chi vegliava su noi. Il buon quaquero, preso terra, seppe della nostra prigionia, e ammirato della fermezza con cui ci opponemmo a mutar religione e a subir la legge de’ Mussulmani, propose a’ selvaggi il riscattodei due fuggitivi. Qual moneta sborsasse a ricomprarci, non mi fu dato sapere; cert’è ch’egli ci accolse qual padre amoroso, e seco ci tradusse in America, da dove poi trassi in Anversa e a Parigi.Ed ora che m’avete costretto a snocciolarvi queste mie buacciolate, io penso rifarmene a misura di carbone su tutti voi, invitandovi a trattare, come in famiglia, di cosa che altamente interessa noi tutti: il linguaggio di mare. È un vecchio tema, e parecchi di voi lo sapete, che giova omai ripigliare. Il nostro amico sostiene, ed io consento con lui, che l’Italia ha una lingua navale antichissima, originale, a cui attinsero tutte le nazioni civili, e che noi dobbiam tener monda da forestiere sozzure, se, quali di nome, vogliamo essere italiani anche nelle opere. Ed io fo qui giuramento che a bordo del Maddaloni non comporterò mai, che s’usino parole e modi diversi da quelli che a noi somministra la patria favella. Mi parrebbe delitto di lesa nazione. Posso io fare assegnamento su voi?Agostino Tortello.—Rispondo per tutti: tu il puoi. Più volte mi frullò pel capo il pensiero del debito che lega noi tutti, quello, cioè, d’affermarel’unità della patria anche nel linguaggio navale che va a poco a poco sconciandosi per l’assidua intromissione di voci barbare, mentre si hanno in casa locuzioni a dovizia atte a significare quanto ragguarda la nostra professione: velatura, manovra, nave, attrezzi di bordo, fenomeni atmosferici e simili cose. Se le altre nazioni, io dicea fra me stesso, pongono tanto studio a non usare che modi dedotti dal corpo della lor lingua, oh perchè gli uomini di mare italiani non faranno altrettanto? Perchè sopporteranno che una strana mistura di voci rinnovi a bordo delle lor navi l’esempio della torre di Babele?N.B.—Quà la tua mano. Per tutti i fuochi di Sant’Elmo, tu m’hai compreso d’un fiato.A.T.—Senonchè mi sviò dal tentare qualche cosa in proposito l’idea del ridicolo che gli uomini di picciola levatura, i quali mal sanno che lingua vale nazione, avrebbero potuto gittare sovra una proposta, che vuole essere messa fuori da uomini da ciò, e patrocinata da chi abbia il mestolo in mano e voce in capitolo.Francesco Buzzoni.—Parmi or giunto veramente il tempo accettevole per tradurre la proposta ad effetto. La parola del general Bixio,rincalzata dall’autorità de’ patrî scrittori, suona autorevole in alto, non che presso gli uomini di mare, i quali educati come omai sono alle scienze e agli studi, agevolmente comprenderanno, che l’unità della lingua nelle cose marinaresche, è anch’essa una suprema necessità de’ tempi che corrono.Emilio Schiaffino.—Altro adunque non resta, che a stringere una lega fra noi. Nino Bixio se ne ponga a capo; una breve ma efficace scrittura dimostri alla gente di mare che tanto sente l’amor della patria, ciò ch’essa attende da loro: si sparga largamente un tale scritto in tutti i porti della penisola: e al vostro ritorno dalle Indie olandesi vi sarà dato veder già qualche frutto dell’opera nostra.N. B.—Certamente una lega fra gli uomini di mare condurrebbe spacciatamente allo scopo: ma l’esperienza pur troppo m’ha appreso, che tornerà malagevole il rannodarla. Non siamo più ai tempi in cui i Milanesi aveano stretto il patto di non più fumare. Si tenti ad ogni modo la lega, ma non sia questa la sola via per arrivare la meta.E. S.—Che altro dunque proponi?N. B.—Se io fossi il ministro sulle cose marittime, saprei ben io che mi fare. Anzitutto vorrei che i decreti, le leggi, le istruzioni che escono dal suo dicastero, fossero dettate in istile italiano, dove ora sono, a quanto mi si dice, una illuvie di voci bastarde; in secondo luogo vorrei compilare un vocabolario navale, in cui fosse come stillato il tesoro della lingua di mare, a cui tutti fossero obbligati attenersi. Sarebbe pane casalingo e fior di farina. Così da parti diverse si punterebbe per conseguire l’intento.A. T.—E questo non fallirà al certo. Sta in nostra balìa l’organare quanto prima la lega e raccogliere le adesioni de’ capitani; ma quanto al ministro, gli è un altro par di maniche..... Que’ signori ch’han mano in pasta, e che d’un cenno potrebbero sgroppare un tal nodo, sono per lo più tantiStiliti, che non dànno mai volta sulla loro colonna....N. B.—E noi minerem la colonna, se farà di mestieri, pur di costringerli a secondarci. Sebbene io non credo ch’e’ faranno orecchio da mercante, se veramente ci caglia di riporre nel debito onore la lingua marinaresca. Agitiamo intanto da un capo all’altro il paese: la lega daràper fermo i suoi risultati, e la volontà universale farà forza a chi siede al potere. Ma io veggo là il nostro amico che non aperse ancor becco..... Saresti per avventura discorde da queste proposte?Autore.—Anzi v’applaudo di cuore, e tutto m’offero a voi nella pochezza delle mie forze. Ambo le vie che disegnate calcare, la lega e il concorso del ministro sulla marina, paionmi invero opportune; ma non sieno le sole: altre ben altre ve n’ha, che non devonsi per noi trascurare.N. B.—Carte in tavola adunque; ch’io per me non so dove tu peschi.A.—La lingua marinaresca, come v’è noto, non fa difetto in Italia: si tratta soltanto di darle nuovo vigore; anzichè adulterarla col fango di parlature straniere. Eccovi perciò due questioni che noi dobbiamo partitamente trattare. Sapete voi chi va spegnendo in Italia la lingua navale, anzichè darle nuova giovinezza e incremento? Le scuole. Noi vantiamo oltre un centinaio diIstituti Nautici, ne’ quali, da poche eccezioni in fuori, si insegna ogni cosa, tranne questa favella. Io so di Istituti, in cui di lingua marinaresca nonsi fa neppur caso, per la sola ragione che il docente non può insegnare quello di cui egli stesso è digiuno; ne conosco per l’opposto altri, in cui il maestro restringe l’insegnamento di lettere italiane ai soli autori del Trecento e al P. Cesari Potenzinterra! Come i poveri alunni trabalzati dal S. Concordio al Cavalca, dalNovellinoallo Ugurgeri, vengan su grulli, sciatti e bighelloni, circoscritti in un mondo che più non è il nostro, usanti una lingua che sarà stata oro di copello in altri tempi, ma ch’è cacio bacato a questi lumi di luna, e per la gente di mare, lascio che per voi stessi il pensiate. E questi docenti che tradiscono in tal guisa la gioventù, continuano a spadroneggiare nelle scuole, anzichè esserne cacciati mille miglia lontano. Non basta. Seguite un po’ questi giovani nelle altre scuole. Eccovi una mano di professori che tratta di cose scientifiche: nautica, fisica, attrezzatura, disegno navale, velatura, astronomia, meteorologia e altre tali. Professori invero dottissimi; ma pure in tema di lingua sì addietro, che v’hanno ben pochi, i quali sappiano dare alle disquisizioni scientifiche, fattezze veramente italiane. Tutti i libri di testo, niuno escluso, o non sono che sconciature o versioni di libristranieri fatte in modo scempio e scapigliato; ovvero trattati originali, ma scritti del paro nel modo più scriato ed indegno. E intanto i poveri alunni che nulla san d’italiano, o che soltanto hanno appreso a balbettare le leggiadre vanità del Trecento, sprofondati per più anni nel pantano de’ libri di testo, v’attingono una lingua che non è nè carne, nè pesce, nè italiana, nè francese, nè inglese, ma infarcita di tutte: il caos, il pandemonio della favella di Nembrot. La verità di quanto affermo vedetela ne’ risultamenti dei loro esami finali ... Oh! so ben io con che pettine invece dovrebbe cardarsi la lana ai loro docenti!N. B.—La pittura che tu fai delle scuole nautiche è fosca pur troppo, ma vera. La loro riformazione sarà adunque il terzo espediente cui dovremo appigliarci per mandare ad effetto il nostro disegno. Ma tu accennavi anche ad un’altra questione ...A.—Io dissi eziandio che urge porre una diga alla infestazione straniera, che minaccia offuscare la purità del linguaggio navale. A tal uopo tornerebbe assai profittevole una serie di trattatelli e di letture, che pel loro tenuissimoprezzo potessero correre per le mani della gente di mare.N. B.—Vi fu, se non erro, chi parecchi anni addietro pose a concorso un’opera di tal fatta, col titolo—Il Libro del Marinaio italiano—Quel concetto s’ebbe lodi e plausi non pochi: ma i casi della mia vita non mi concessero di conoscere qual ne fosse l’effetto[22].A.—Quello che poteva allora aspettarsi da una nazione, in cui per lunga consuetudine lescienze marittime erano assai trascurate e la lingua marinaresca avuta in dileggio. Del resto la lega fra la gente di mare, l’azione governativa, la riformazione delle scuole nautiche, la diffusione di libri popolari: ecco i mezzi efficaci per riporre in trono una lingua, che fra tutte le lingue tecniche tiene a ragione il primato, come ricchissima ch’ella è e poetica al sommo. Rozzi se vuolsi, talora i marinai, non rozza la lingua loro, ma splendida di bellezze, di immagini figurate, di mille partiti insomma, come quella ch’è il complesso delle diverse scienze costituenti l’arte del navigare. I nostri classici riboccano d’allusioni marinaresche, le arti, le industrie e tutte le discipline s’avvantaggiano di questa lingua, che meravigliosamente si presta ad arricchire la lingua comune d’una folla di metafore, di proverbi e di modi smaglianti di vita e di brio. Essa infatti comprende tutti i vocaboli che si riferiscono ai fenomeni del mare, dei venti, ai materiali di bordo, alla navigazione, alle manovre, alla nave, in cui dall’albero in giù tutto è tropi e traslati....N. B.—Piglia un po’ fiato, piglia: o per dirla alla marinaresca, gitta omai l’àncora, chealtrimenti ci farai perdere la tramontana. Nel tuo inno alla parlata di bordo, toccasti eziandio de’ proverbi....A.—N’è infatti ricchissima, come eziandio di sentenze e modi proverbiali, i più leggiadri ch’io mi conosca.N. B.—Ecco, amici, un tema bellissimo e nuovo per chiudere questa lieta giornata. Marinai, quali siamo, non ci fallirà la materia, e poi l’un proverbio tirerà l’altro, come le ciliegie.A.—Accetto la tua proposta; io m’atterrò alla parte che ragguarda i modi proverbiali, poichè quanto ai veri proverbi di mare....E. S.—Oh! questo poi è affar mio. Non sia mai detto che io abbia per quaranta anni scopato l’oceano, senza avermene fatto una buona satolla.A. T.—Anch’io ne ho in serbo parecchi, che raccolsi nel mio assiduo contatto co’ vecchi marinai, e che a mia volta potrò scodellarvi.N. B.—Or bene: dacchè noi rappresentiamo, può dirsi, le varie parti d’Italia, avrem per risultato che i nostri proverbi non saranno esclusivamente municipali. Tu, Mariano, benchè medico, non sei così nuovo alle cose di bordo, da non sapere gettar lo scandaglio e orientarti.Mariano Saluzzo.—Farò anch’io le mie prove per prender terra; ad ogni modo mi trarrete al rimorchio.N. B.—Chi spiegherà primo le vele?A. T.—Parmi, che ciò s’addica a Schiaffino, il più attempato di tutti.E. S.—Dacchè a me tocca prendere il largo, comincierò con alcuni proverbi che riferisconsi ai vantaggi delnavigare.Tre cose fan l’uomo accorto:Lite, donna e porto.**—*Scienza, casa, virtù e mareMolto fan l’uomo avanzare.**—*Un uccello di mare ne val due di bosco.**—*Chi va e torna, fa buon viaggio.**—*Popolo marinaro, popolo libero.**—*Chi vuol della roba esca di casa.**—*Chi va pel mondo impara a vivere.**—*Il sapere ha un piede in terra e l’altro in mare.**—*Chi non s’arrischia, non rosica.**—*Chi ha passato il guado sa quant’acqua tiene.**—*Piè di montagna, porto di mareFanno l’uomo profittare.**—*Chi non s’avventura, non ha ventura.**—*Chi non sa orareVada in mare a navigare.E i Veneti:Chi non va per marDio non sa pregar.**—*Chi scappa d’una[23]scappa di cento.**—*Il mare fa la fortuna e non le fonti.**—*Giornata di mareNon si può tassare.**—*Abbi fortuna e gettati in mare:che se non è compagno compagno, arieggia il noto—fortuna e dormi.—N. B.—Belli e calzanti davvero! Senonchè manca il loro riscontro. Il popolo che conservò tanto tesoro di sapienza sui vantaggi della navigazione, non può avere dimenticato ipericoliche talor ne derivano.E. S.—Farò di rammentarmeli.Loda il mare, ma tienti alla terra.**—*Preparati al mare prima d’entrarvi.**—*Chi disse navigar disse disagio.**—*Mare, fuoco e femmina, tre male cose.**—*Meglio chiamar gli osti in terra, che i Santi in mare.**—*Chi fa due volte naufragio, a torto accusa il mare.**—*Meglio starsi al palo ch’annegare.**—*Acqua di mare non porta mai quiete.**—*Chi non ha navigato non sa che sia male.**—*La fine del corsale è annegare.**—*La bellezza, il fuoco e il mareFanno l’uom pericolare.**—*Chi vuol viaggiare a stento,Metta la prora al vento.**—*Chi s’impaccia col vento, si trova colle mani piene d’aria.**—*Chi semina vento raccoglie tempesta.**—*Acqua e pane, vita da cane:Pane ed acqua, vita da gatta.**—*Uom di mare oggi ricco e doman povero.**—*Nuotare e nuotare e alla spiaggia affogare[24].**—*Ogni cosa si sopporta, eccetto il buon tempo.Risponde al toscano—Il troppo dolce stomaca:—e al veneziano—ogni bel balo stufa.Dal mare, sale: e dalla donna, male.**—*Se ho da annegare, vo annegarmi in mar grande.**—*Chi entra nel fiume, o lo passa, o la croce:cioè v’annega.In tempo di tempesta ogni scoglio è porto.**—*Chi sa navigare va al fondo, chi non sa, anche.**—*Chi sputa contro il vento, si sputa nel viso.**—*Chi ha beuto al mare, può bere alla pozza.**—*Chi è portato giù dall’acquaS’abbranca ad ogni spino.E in qualche luogo:Chi s’affoga si attaccherebbe a’ rasoi.A Costantinopoli:Chi casca nell’acqua s’abbraccia anche al serpente.**—*Chi discioglie le vele a più d’un ventoArriva spesso a porto di tormento.Terminerò con alcuni che corrono sui litorali dell’Adriatico:Vento potente, fote la corrente:e vale: col vento gagliardo le barche a vela giungono a superar la corrente contraria.I temporai più grossi vien a l’improvviso.**—*Co sbala la tempesta, se desmentega il temporal.**—*Chi xe in mar, naviga: chi sta in tera, radega[25].N. B.—I tuoi motti m’hanno aperto la vena, sì che mi par mille anni di sfringuellarvene alcuni che han tratto allanave.A. T.—Siam tutti orecchi a sentirli.N. B.Ben diremo, ben faremo:Mal va la barca senza remo[26].**—*Fama vola e nave cammina.**—*Due capitani: nave ne’ scogli.**—*Vascello torto, purchè cammini dritto.**—*Casa senza amministrazione, nave senza timone.**—*Chi ha danari fa navi.**—*Gran nave vuol grand’acqua.**—*Gran nave, gran pensiero:Consuona col noto:Chi ha terra, ha guerra.**—*Nave senza timon va presto al fondo.**—*A nave rotta ogni vento è contrario.**—*Vecchia nave, ricchezza del padrone.**—*Non giudicar la nave stando a terra.**—*In nave persa tutti son piloti.**—*Tre cose son facili a credere: uomo morto, donna gravida e nave rotta.**—*Donna, cavallo e barcaSon di chi le cavalca.**—*Dove va la nave, può ire il brigantino[27].**—*Un po’ di bene e un po’ di male tien la barca dritta.**—*Quando il ciel bello variaConvien darle dell’aria.**—*Dove può andare barca, non vada carro.**—*Nave genovese, mercante fiorentino.**—*Chi in mar la barca abbriva,Sta con un piè alla riva.**—*Senza barca non si naviga.**—*A tal nave, tal battello.**—*Per un peccatore perisce una nave.**—*Naviglio ed acqua, febbre bella e fatta.**—*Chi non unge non vara.**—*La bandiera cuopre la mercanzia.**—*Ogni nave fa acqua.**—*Chi non rassetta il buchino, rassetta il bucone.**—*Chi s’è imbarcato col diavolo, ha da stare in sua compagnia.**—*Tira più un pel di femmina,Che gomena di nave.Nè i Veneti ne van privi. Uditene alcuni:Chi mete pègola nella barca de altri, perde pègola e barca.**—*Barca neta non guadagna.**—*A barca sfondada ne ghe vol sèssola[28].**—*Quando la barca va, ogni cojon la para.**—*Barca ligada, no fa strada.**—*El vento no è bon se no da menar navi e galie.**—*A barca rota, ogni vento xe fortuna.**—*A barca desperà Dio trova il porto.**—*Barca rota, conti fatti.**—*Dai e dai, la barca arriva ai pai:E vale: chi la dura, la vince.Bastimento non sta senza saorda[29].A. T.—Degni invero di porsi in brigata co’ primi. Eccone alcuni altri, men belli forse, ma pratici assai. Riguardanonocchieri e piloti.Argomento al nocchier son le procelle.**—*Il buon nocchiero muta vela, ma non tramontana.**—*Accerta il corso e poi spiega le vele.Ovvero:Ognun sa navigar quando è buon vento.**—*Chi ha buon tempo navighi:E chi ha denari fabbrichi.**—*Vento in poppa, mezzo porto.**—*Vento in poppa, vele al largo.**—*Secondo il vento, la vela.**—*Chi non teme, pericola.**—*Chi non s’aiuta, s’annega.**—*Di molti piloti: barca a traverso:Ovvero:Due piloti affondan la barca.**—*Chi mal naviga, mal arriva.**—*Bisogna navigar secondo il vento[30].**—*Chi naviga controvento, convien stia sulle volte.**—*Chi guarda le nuvole, non fa viaggio.**—*Tutti vogano alla galeotta[31].**—*Altro è vogare: altro arrivare.**—*Il mondo è fatto a tondo:Chi non sa navigare va in fondo.**—*È un cattivo andare contro la corrente.**—*Gran laguna fa buon porto.**—*Chi ha da navigare guardi il tempo[32].**—*Più vale un sol remo che sia indietro, che dieci che vanno avanti[33].**—*Tra corsale e corsale non si perde che i barili vuoti.**—*In tempo di burrasca ogni tavola basta.**—*Isola fa porto[34].**—*Buono studio rompe ria fortuna:Motto che i nostri storici riferiscono a quella birba di Carlo d’Angiò: e risponde al—cor forte, rompe cattiva sorte.—Or viene la tua volta, Buzzoni.F. B.—Dacchè non poss’io sgabellarmene, dirò de’marinai.L’arte del marinaio, morire in mare: l’arte del mercante, fallire.**—*Il buon marinaio si conosce al mal tempo.**—*O polli o grilli: o principe o marinaio.**—*Barca rotta: marinaio scapolo[35].**—*Chi è oste o fornaio e fa il barcarolo,Dato gli sia d’un mazzuolo.**—*Promesse di barcaroli e incontro d’assassini,Costano sempre quattrini.**—*Montagnini e gente acquatica,Amicizia e poca pratica.**—*Giuramenti d’amore, giuramenti da marinaio.**—*I marinai son come la luna:In tutti i paesi ce n’han una.E ricordo d’aver udito in Venezia:Un bravo trabaccolante xe un bravo vassellante.**—*Chi vol sentire el tibidoi,[36]Vaga dove che ghe xe done e barcarioi.E per la laguna si canta:L’amor del mariner no dura un’ora:Per tutto do’ ch’el va, lu s’inamora;E se l’amor del mariner durasseNo ghe sarave amor che ghe impatasse.N. B.—Bravo, il mio Buzzoni. Ma chi tratta delmare? Se il nostro Tortello che lo misurò in ogni più remota sua parte...A. T.—Pronto a’ tuoi cenni.Chi è padrone del mare è padrone della terra.N. B.—Anche questo, per Dio, avrebbero i nostri reggitori dovuto imparare dal popolo.A. T.—Oh, non sai tu a che lumi si vive? Ma lasciami, via, continuare.Chi scapita in mare, scapita in terra.N. B.—Vero pur troppo. L’infamia di Lissa costò ben cara all’Italia. Ma tira via, tira via, ch’a questo pensiero sento abbruciarmi il cervello.A. T. Il mondo è come il mare:E’ vi s’affoga chi non sa nuotare.**—*Chi teme acqua e vento, non si metta in mare.**—*Il mare è fatto a viottoli.**—*Chi in terra giudica, in mare naviga.**—*El mar xe ’l facchin de la tera.**—*Chi sa nuotar non se lo scorda mai.**—*Come ogni acqua vien dal mare,Così ogni acqua torna al mare.**—*Non mettere e cavare,Si seccherebbe il mare.Risponde alLeva e non metti, ogni gran monte scema.**—*Che il tristo manda al mareNon aspetti il suo tornare.**—*Chi vuol tôrre a mattonare il marePerde il tempo ed i sassi.**—*Chi casca in mare e non si bagna,Paga la pena[37].**—*Per mare non ci stanno le taverne.**—*Quei che con l’acqua mischia e guasta il vino, Merta di bere il mare a capo chino.A.—Forse anche l’acquaoffrirebbe alcune leggiadre sentenze.Nè moglie, nè acqua, nè sale,A chi non te ne chiede non gliene dare.**—*Ogni piè d’acqua immolla.**—*Onda che si piega, si riversa.**—*Ogni trista acqua cava la sete.Ovvero:Ad ogni gran sete ogni acqua è buona.E Dante:È nettare per sete ogni ruscello[38].**—*Acqua che non si move, marcisce.Ed anche:Acqua cheta, vermi mena.**—*Si passa l’acqua dove è più sottile.**—*Se ho da affogare, vorrei affogare nell’acqua chiara.**—*Acqua cheta rovina i ponti.**—*Dove non si crede, l’acqua rompe.**—*Acqua passata, non macina più.**—*Acqua torba non fa specchio.**—*Acqua chiara non fa colmata.**—*Ogni secchio non attinge acqua.**—*Guardati dalle acque chete[39].**—*In cento anni e in cento mesiL’acqua torna a’ suoi paesi.**—*Acqua che corre non porta veleno.**—*Piccola spugna ritiene molta acqua.**—*Abbila per certa e tientela per cara,Che il fiume non s’ingrossa d’acqua chiara.N. B.—Non so invero saziarmi d’udir tante e sì nervose sentenze, che mostrano aperto essere il popolo il più savio di tutti i filosofi. Ma molto più resta a dirsi, e lapescagionedarà campo a Schiaffino a gittar le sue reti.E. S.—Per me non rimanga, dacchè lo volete, purchè alcuno di voi venga quindi a darmi una mano.Chi dorme non piglia pesci.**—*Invan si pesca, se l’amo non ha l’esca.**—*Chi non ha sorte non vada a pescare.**—*Non è l’amo nè la canna,Ma gli è il cibo che l’inganna.**—*Chi tende a la pesca, poco tresca.**—*Chi pesca a canna,Perde più che non guadagna.**—*Chi pesca a togna,[40]Perde più che non bisogna.**—*Chi va dietro a pesce e a penneIn questo mondo mal ci venne.Risponde a quei de’ Veneziani:Pesca e oselin fa l’omo meschin.**—*Nè oselador, nè pescador porta tabaro.**—*Per la gola si pigliano i pesci.**—*Pesce che va all’amo,Cerca d’esser gramo.**—*A fiume torbido, guadagno di pescatore.**—*Al levar delle nasse si vedrà la pesca.**—*Il beccaio non ama il pescatore.**—*Chi vuol pesce, uopo è s’immolli.Ovvero:Chi pesce vuol mangiareLe brache s’ha a bagnare.**—*Non si vende il pesce ch’è ancor in mare[41].**—*Quando il pesce viene a riva,Chi nol prende e’ torna via.**—*Tal tende la rete che pesci non piglia.**—*È un di più tender beneSe la rete non tiene.**—*In acque senza pesci non gettar rete.**—*Nelle grandi acque si pigliano i pesci.**—*Chi non ha saputo tirar la rete, suo danno.**—*Chi pesca in fretta, spesso piglia de’ granchi.**—*Senza l’esca l’amo non piglia.**—*Cento cale e cento pesci;Una le paga tutte[42].**—*I pesci grossi stanno al fondo.**—*A pescespada non far bere il caffè[43].**—*Come l’anguilla ha preso l’amo,Convien che vada dov’ell’è tirata.**—*Anche al buon pescator scappa l’anguilla[44].**—*Tener l’anguilla per la coda,cioè, aver per le mani cosa che non può condursi a buon termine; onde l’adagio:Chi piglia l’anguilla per la coda e la donna per la parola, può dire di non tener nulla.**—*Fa il bene e buttalo in mare; se non te lo riporta la gente, te lo riporta il pesce.Se ad alcuno di voi piacesse darci il resto del carlino....F. B.—Volentieri.Sul tardi i muggini toccano[45].**—*Non v’è lin senza resca,Nè acqua senza pesca.**—*I pesci grossi mangiano i piccoli.**—*Dal mar salato nasce il pesce fresco.**—*Quando il grano abbonda, il pesce affonda:Quando il grano affonda, il pesce abbonda[46].**—*Non v’ha pesce senza lisca.**—*Pesce che scappa par più grande.**—*Un pesce in mano val meglio che un pesce in mare.**—*Chiaro di luna guasta il pesce[47].**—*Un occhio al pesce e un altro alla gatta.**—*L’ospite e il pesce in tre giorni puzza[48].**—*Meglio esser capo di luccio che coda di storione.Ovvero:Meglio esser testa d’anguilla che coda di storione.Consuonano coll’Istriano:Megio paron de caìcio, che mozzo di vassel[49].E col genovese:Megio padron di gotazza che garzon di nave.**—*Val più un’oblata che cento paraghi[50].**—*Chi lavora mangia un’acciuga, chi non lavora, due.**—*Il pesce guasta l’acqua, ma la carne la concia.**—*Meglio porco che pesce.**—*Il pesce comincia a putir dal capo[51].**—*Carne al sole e pesce all’ombra.**—*La carne fa carne e il pesce fa vesce.**—*Pesce cotto e carne cruda:Carne giovane e pesce vecchio:Pesce in mare e carne in terra.**—*Nè carpione, nè capponeNon perde mai stagione.**—*Coda di pesce, testa di sermone.**—*Quanto è pesce in mare, non farebbe una candela di sego[52].E nel Veneto:Chi magna schile, ghe vien le gambe sutile.E cesso perNon saper più che pesci pigliare.N. B.—Volerne!Il pesce va mangiato quando è fresco[53].**—*Chi ha pesce, cammini[54].**—*A buon’ora in pescheriaE assai tardi in beccheria.

——

DA Nino Bixio convitato ad un desinare di bordo sulMaddaloni, ebbi la lieta ventura di abbattermi con Francesco Buzzoni che ne fu il capitano, col dott. Mariano Saluzzo, con Emilio Schiaffino, il vecchio lupo di mare, e con Agostino Tortello, colui, cioè, che in quattro anni e mezzo di navigazione percorse 87,370 miglia marittime, e perciò 29,530 più di Magellano; tagliò ben otto volte l’equatore con una goletta, laSofia, di non più che centoventi tonnellate ecoll’equipaggio di soli cinque uomini; degno di andar di conserva coi più ardimentosi nocchieri. Evidentemente volle il Bixio raccolti al suo desco quegli uomini espertissimi nelle cose marinaresche per sentirne i consigli, specie per quanto riguarda il linguaggio navale, ch’egli in un collo Schiaffino avea preso a caldeggiare con quella tenacità di propositi, ch’era propria della sua indole. Però durante la mensa non si fe’ cenno di ciò; i ragionari furono di molti e diversi: squisita l’imbandigione in ispecie per vini di varie ragioni; la gioia e l’ilarità regnava in noi tutti. Il convito già volgeva al suo fine, quando levatosi in piè Agostino Tortello:

—Io v’invito, disse, o Signori, ad un brindisi al Maddaloni ed al suo valente armatore, augurando possa egli trovare nelle Indie orientali ben più oneste accoglienze di quelle che v’ebbe altra volta.—

Un solo e prolungato evviva scoppiò dal labbro de’ commensali. Senonchè le ultime parole del Tortello aveano desta in noi tutti la curiosità di conoscere quai venture incolsero al Bixio nel suo primo viaggio in quelle remote contrade. Ond’è che pressato da tutti noi, cominciò il suo racconto in tal guisa.

Nino Bixio.—Nel 1846 io lasciai il naviglio di guerra, e insieme con due miei fidatissimi amici, il Tini e il Parodi, feci disegno di imbarcarmi con essi loro per il Rio della Plata. Sorgeva allora a ruote nel porto sur un’àncora di leva un legno americano diretto a caricar pepe in Sumatra, e in difetto di meglio salpammo su quello in qualità di marinai. Non l’avessi mai fatto! Il capitano, per quanto onesto e abilissimo, apparteneva alla setta deiquaqueri; quindi a bordo letture di Bibbia, sermoni, preghiere, digiuni e una austerità di contegno e di modi, qual maggiore non avremmo trovata in un chiostro di certosini. A noi baldi di giovinezza e di brio, ed anche un po’ scappati, se vuolsi, quella vita di santimonie e di ferrea disciplina piacea come il fumo negli occhi; io m’ero sciolto dalla milizia per desiderio di più libera vita, ed eccomi dalla padella cascar nella brace. Voi conoscete l’adagio de’ marinai genovesi:

Senza vino si naviga,Senza mugugni, no;[21]

e a noi perfino ilmugugno, era severamente interdetto. Si convenne perciò tra noi, appena ce ne venisse il destro, di disertare. Infatti, giunti dopo prospera navigazione rimpetto a Sumatra, divisammo d’attendere la notte, lanciarsi ne’ flutti e afferrare a nuoto la riva. Calate le tenebre, il Parodi assai meno avventato di Tini e di me, ci pose innanzi il pericolo de’ pescicani e de’ squali, ond’erano infestati que’ mari, e che da più giorni vedevansi saltellare, come monelli, attorno alla nave; e noi per tutta risposta—non te ne incaricare—e giù a capo fitto nelle onde. Ed egli di botto con noi.

Nuotammo facilmente per alcune ore: ma la terra che di notte c’era sembrata sì presso, parea fuggire da noi e farsi più ognora lontana. Cominciava a fallirci la lena: pur si filava alla meglio, orfacendo il morto, or nuotando di fianco: ma s’era spossati e quasi esausti di forze. Diedi attorno uno sguardo, e veggendo il Parodi assai discosto da noi, come men destro nuotatore che egli era, mi volsi per trarre in suo aiuto, quando a un tratto, ch’è, che non è, mi scomparve dinanzi. Pur troppo un di que’ voraci predatori del mare, de’ quali egli presentiva il pericolo,l’aveva azzannato e travolto nel fondo; io n’ebbi certezza dall’agitazione dell’onda e dalla nera pinna del mostro a fior d’acqua, che intravidi nel punto in cui ci fu tolto per sempre. Povero amico mio! Non posso pensare a lui senza sentirmi stringere il cuore!

Cominciava ad albeggiare. Il rischio d’essere noi pur divorati da quegli enormi cetacei, ci aggiunse vigore; e buon per noi che scorgemmo non discosto un banco di corallo, ove dopo sforzi inauditi ci fu dato sostare. S’era omai rifiniti di stento e di fame. La fresca aura del mattino ed alcuni frutti di mare che agevolmente cogliemmo, ci ristorarono alquanto. La terra ci stava dinnanzi, ma occorrevano a raggiungerla non manco di tre ore di nuoto. Non c’era via di mezzo: o morir di fame in quello arido scoglio, o tentare quel guado. Ci buttammo adunque un’altra volta tra i flutti, e tanto sbracciammo di nuoto, che si giunse alla riva, ma come e in qual modo, vattelo a pesca: poichè fummo raccolti privi di sensi sul lido. Io rammento soltanto, che aprendo gli occhi, mi vidi disteso accanto il Tini, che già cominciava a riaversi, e una moltitudine di Malesi, intesa asovvenirci di bevande e di cibo. Forse que’ selvaggi ci tennero per esseri privilegiati, non potendo comprendere come ci venisse fatto di sfuggire ai capidogli onde ribocca quel golfo. Certo è che fummo trattati con la più squisita amorevolezza, fino a vestirci con calzoni rossi di seta e con tutti quegli altri fronzoli che colà si costumano. Queste cortesie durarono per alcuni giorni, e del vedermi addobbato in quel modo, io facea le grasse risa col Tini.

Ma ci cadde in breve la benda, poichè ci avvedemmo essere tenuti quai prigionieri. Non basta: un più serio pericolo ci minacciava; quello cioè, di dover sottostare alla formalità rituale e religiosa, che l’Islamismo impone ai credenti. Noi fieramente ci rifiutammo a subire la barbara operazione. Ma un ordine espresso del re imponeva a’ nostri custodi di eseguire colla forza quell’infame cerimonia sopra di noi. Non c’era più scampo; la nostra circoncisione dovea quanto prima eseguirsi. Ma v’ebbe chi vegliava su noi. Il buon quaquero, preso terra, seppe della nostra prigionia, e ammirato della fermezza con cui ci opponemmo a mutar religione e a subir la legge de’ Mussulmani, propose a’ selvaggi il riscattodei due fuggitivi. Qual moneta sborsasse a ricomprarci, non mi fu dato sapere; cert’è ch’egli ci accolse qual padre amoroso, e seco ci tradusse in America, da dove poi trassi in Anversa e a Parigi.

Ed ora che m’avete costretto a snocciolarvi queste mie buacciolate, io penso rifarmene a misura di carbone su tutti voi, invitandovi a trattare, come in famiglia, di cosa che altamente interessa noi tutti: il linguaggio di mare. È un vecchio tema, e parecchi di voi lo sapete, che giova omai ripigliare. Il nostro amico sostiene, ed io consento con lui, che l’Italia ha una lingua navale antichissima, originale, a cui attinsero tutte le nazioni civili, e che noi dobbiam tener monda da forestiere sozzure, se, quali di nome, vogliamo essere italiani anche nelle opere. Ed io fo qui giuramento che a bordo del Maddaloni non comporterò mai, che s’usino parole e modi diversi da quelli che a noi somministra la patria favella. Mi parrebbe delitto di lesa nazione. Posso io fare assegnamento su voi?

Agostino Tortello.—Rispondo per tutti: tu il puoi. Più volte mi frullò pel capo il pensiero del debito che lega noi tutti, quello, cioè, d’affermarel’unità della patria anche nel linguaggio navale che va a poco a poco sconciandosi per l’assidua intromissione di voci barbare, mentre si hanno in casa locuzioni a dovizia atte a significare quanto ragguarda la nostra professione: velatura, manovra, nave, attrezzi di bordo, fenomeni atmosferici e simili cose. Se le altre nazioni, io dicea fra me stesso, pongono tanto studio a non usare che modi dedotti dal corpo della lor lingua, oh perchè gli uomini di mare italiani non faranno altrettanto? Perchè sopporteranno che una strana mistura di voci rinnovi a bordo delle lor navi l’esempio della torre di Babele?

N.B.—Quà la tua mano. Per tutti i fuochi di Sant’Elmo, tu m’hai compreso d’un fiato.

A.T.—Senonchè mi sviò dal tentare qualche cosa in proposito l’idea del ridicolo che gli uomini di picciola levatura, i quali mal sanno che lingua vale nazione, avrebbero potuto gittare sovra una proposta, che vuole essere messa fuori da uomini da ciò, e patrocinata da chi abbia il mestolo in mano e voce in capitolo.

Francesco Buzzoni.—Parmi or giunto veramente il tempo accettevole per tradurre la proposta ad effetto. La parola del general Bixio,rincalzata dall’autorità de’ patrî scrittori, suona autorevole in alto, non che presso gli uomini di mare, i quali educati come omai sono alle scienze e agli studi, agevolmente comprenderanno, che l’unità della lingua nelle cose marinaresche, è anch’essa una suprema necessità de’ tempi che corrono.

Emilio Schiaffino.—Altro adunque non resta, che a stringere una lega fra noi. Nino Bixio se ne ponga a capo; una breve ma efficace scrittura dimostri alla gente di mare che tanto sente l’amor della patria, ciò ch’essa attende da loro: si sparga largamente un tale scritto in tutti i porti della penisola: e al vostro ritorno dalle Indie olandesi vi sarà dato veder già qualche frutto dell’opera nostra.

N. B.—Certamente una lega fra gli uomini di mare condurrebbe spacciatamente allo scopo: ma l’esperienza pur troppo m’ha appreso, che tornerà malagevole il rannodarla. Non siamo più ai tempi in cui i Milanesi aveano stretto il patto di non più fumare. Si tenti ad ogni modo la lega, ma non sia questa la sola via per arrivare la meta.

E. S.—Che altro dunque proponi?

N. B.—Se io fossi il ministro sulle cose marittime, saprei ben io che mi fare. Anzitutto vorrei che i decreti, le leggi, le istruzioni che escono dal suo dicastero, fossero dettate in istile italiano, dove ora sono, a quanto mi si dice, una illuvie di voci bastarde; in secondo luogo vorrei compilare un vocabolario navale, in cui fosse come stillato il tesoro della lingua di mare, a cui tutti fossero obbligati attenersi. Sarebbe pane casalingo e fior di farina. Così da parti diverse si punterebbe per conseguire l’intento.

A. T.—E questo non fallirà al certo. Sta in nostra balìa l’organare quanto prima la lega e raccogliere le adesioni de’ capitani; ma quanto al ministro, gli è un altro par di maniche..... Que’ signori ch’han mano in pasta, e che d’un cenno potrebbero sgroppare un tal nodo, sono per lo più tantiStiliti, che non dànno mai volta sulla loro colonna....N. B.—E noi minerem la colonna, se farà di mestieri, pur di costringerli a secondarci. Sebbene io non credo ch’e’ faranno orecchio da mercante, se veramente ci caglia di riporre nel debito onore la lingua marinaresca. Agitiamo intanto da un capo all’altro il paese: la lega daràper fermo i suoi risultati, e la volontà universale farà forza a chi siede al potere. Ma io veggo là il nostro amico che non aperse ancor becco..... Saresti per avventura discorde da queste proposte?

Autore.—Anzi v’applaudo di cuore, e tutto m’offero a voi nella pochezza delle mie forze. Ambo le vie che disegnate calcare, la lega e il concorso del ministro sulla marina, paionmi invero opportune; ma non sieno le sole: altre ben altre ve n’ha, che non devonsi per noi trascurare.

N. B.—Carte in tavola adunque; ch’io per me non so dove tu peschi.

A.—La lingua marinaresca, come v’è noto, non fa difetto in Italia: si tratta soltanto di darle nuovo vigore; anzichè adulterarla col fango di parlature straniere. Eccovi perciò due questioni che noi dobbiamo partitamente trattare. Sapete voi chi va spegnendo in Italia la lingua navale, anzichè darle nuova giovinezza e incremento? Le scuole. Noi vantiamo oltre un centinaio diIstituti Nautici, ne’ quali, da poche eccezioni in fuori, si insegna ogni cosa, tranne questa favella. Io so di Istituti, in cui di lingua marinaresca nonsi fa neppur caso, per la sola ragione che il docente non può insegnare quello di cui egli stesso è digiuno; ne conosco per l’opposto altri, in cui il maestro restringe l’insegnamento di lettere italiane ai soli autori del Trecento e al P. Cesari Potenzinterra! Come i poveri alunni trabalzati dal S. Concordio al Cavalca, dalNovellinoallo Ugurgeri, vengan su grulli, sciatti e bighelloni, circoscritti in un mondo che più non è il nostro, usanti una lingua che sarà stata oro di copello in altri tempi, ma ch’è cacio bacato a questi lumi di luna, e per la gente di mare, lascio che per voi stessi il pensiate. E questi docenti che tradiscono in tal guisa la gioventù, continuano a spadroneggiare nelle scuole, anzichè esserne cacciati mille miglia lontano. Non basta. Seguite un po’ questi giovani nelle altre scuole. Eccovi una mano di professori che tratta di cose scientifiche: nautica, fisica, attrezzatura, disegno navale, velatura, astronomia, meteorologia e altre tali. Professori invero dottissimi; ma pure in tema di lingua sì addietro, che v’hanno ben pochi, i quali sappiano dare alle disquisizioni scientifiche, fattezze veramente italiane. Tutti i libri di testo, niuno escluso, o non sono che sconciature o versioni di libristranieri fatte in modo scempio e scapigliato; ovvero trattati originali, ma scritti del paro nel modo più scriato ed indegno. E intanto i poveri alunni che nulla san d’italiano, o che soltanto hanno appreso a balbettare le leggiadre vanità del Trecento, sprofondati per più anni nel pantano de’ libri di testo, v’attingono una lingua che non è nè carne, nè pesce, nè italiana, nè francese, nè inglese, ma infarcita di tutte: il caos, il pandemonio della favella di Nembrot. La verità di quanto affermo vedetela ne’ risultamenti dei loro esami finali ... Oh! so ben io con che pettine invece dovrebbe cardarsi la lana ai loro docenti!

N. B.—La pittura che tu fai delle scuole nautiche è fosca pur troppo, ma vera. La loro riformazione sarà adunque il terzo espediente cui dovremo appigliarci per mandare ad effetto il nostro disegno. Ma tu accennavi anche ad un’altra questione ...

A.—Io dissi eziandio che urge porre una diga alla infestazione straniera, che minaccia offuscare la purità del linguaggio navale. A tal uopo tornerebbe assai profittevole una serie di trattatelli e di letture, che pel loro tenuissimoprezzo potessero correre per le mani della gente di mare.

N. B.—Vi fu, se non erro, chi parecchi anni addietro pose a concorso un’opera di tal fatta, col titolo—Il Libro del Marinaio italiano—Quel concetto s’ebbe lodi e plausi non pochi: ma i casi della mia vita non mi concessero di conoscere qual ne fosse l’effetto[22].

A.—Quello che poteva allora aspettarsi da una nazione, in cui per lunga consuetudine lescienze marittime erano assai trascurate e la lingua marinaresca avuta in dileggio. Del resto la lega fra la gente di mare, l’azione governativa, la riformazione delle scuole nautiche, la diffusione di libri popolari: ecco i mezzi efficaci per riporre in trono una lingua, che fra tutte le lingue tecniche tiene a ragione il primato, come ricchissima ch’ella è e poetica al sommo. Rozzi se vuolsi, talora i marinai, non rozza la lingua loro, ma splendida di bellezze, di immagini figurate, di mille partiti insomma, come quella ch’è il complesso delle diverse scienze costituenti l’arte del navigare. I nostri classici riboccano d’allusioni marinaresche, le arti, le industrie e tutte le discipline s’avvantaggiano di questa lingua, che meravigliosamente si presta ad arricchire la lingua comune d’una folla di metafore, di proverbi e di modi smaglianti di vita e di brio. Essa infatti comprende tutti i vocaboli che si riferiscono ai fenomeni del mare, dei venti, ai materiali di bordo, alla navigazione, alle manovre, alla nave, in cui dall’albero in giù tutto è tropi e traslati....

N. B.—Piglia un po’ fiato, piglia: o per dirla alla marinaresca, gitta omai l’àncora, chealtrimenti ci farai perdere la tramontana. Nel tuo inno alla parlata di bordo, toccasti eziandio de’ proverbi....

A.—N’è infatti ricchissima, come eziandio di sentenze e modi proverbiali, i più leggiadri ch’io mi conosca.

N. B.—Ecco, amici, un tema bellissimo e nuovo per chiudere questa lieta giornata. Marinai, quali siamo, non ci fallirà la materia, e poi l’un proverbio tirerà l’altro, come le ciliegie.

A.—Accetto la tua proposta; io m’atterrò alla parte che ragguarda i modi proverbiali, poichè quanto ai veri proverbi di mare....

E. S.—Oh! questo poi è affar mio. Non sia mai detto che io abbia per quaranta anni scopato l’oceano, senza avermene fatto una buona satolla.

A. T.—Anch’io ne ho in serbo parecchi, che raccolsi nel mio assiduo contatto co’ vecchi marinai, e che a mia volta potrò scodellarvi.

N. B.—Or bene: dacchè noi rappresentiamo, può dirsi, le varie parti d’Italia, avrem per risultato che i nostri proverbi non saranno esclusivamente municipali. Tu, Mariano, benchè medico, non sei così nuovo alle cose di bordo, da non sapere gettar lo scandaglio e orientarti.

Mariano Saluzzo.—Farò anch’io le mie prove per prender terra; ad ogni modo mi trarrete al rimorchio.

N. B.—Chi spiegherà primo le vele?

A. T.—Parmi, che ciò s’addica a Schiaffino, il più attempato di tutti.

E. S.—Dacchè a me tocca prendere il largo, comincierò con alcuni proverbi che riferisconsi ai vantaggi delnavigare.

Tre cose fan l’uomo accorto:Lite, donna e porto.

**—*

Scienza, casa, virtù e mareMolto fan l’uomo avanzare.

**—*

Un uccello di mare ne val due di bosco.

**—*

Chi va e torna, fa buon viaggio.

**—*

Popolo marinaro, popolo libero.

**—*

Chi vuol della roba esca di casa.

**—*

Chi va pel mondo impara a vivere.

**—*

Il sapere ha un piede in terra e l’altro in mare.

**—*

Chi non s’arrischia, non rosica.

**—*

Chi ha passato il guado sa quant’acqua tiene.

**—*

Piè di montagna, porto di mareFanno l’uomo profittare.

**—*

Chi non s’avventura, non ha ventura.

**—*

Chi non sa orareVada in mare a navigare.

E i Veneti:

Chi non va per marDio non sa pregar.

**—*

Chi scappa d’una[23]scappa di cento.

**—*

Il mare fa la fortuna e non le fonti.

**—*

Giornata di mareNon si può tassare.

**—*

Abbi fortuna e gettati in mare:

che se non è compagno compagno, arieggia il noto—fortuna e dormi.—

N. B.—Belli e calzanti davvero! Senonchè manca il loro riscontro. Il popolo che conservò tanto tesoro di sapienza sui vantaggi della navigazione, non può avere dimenticato ipericoliche talor ne derivano.

E. S.—Farò di rammentarmeli.

Loda il mare, ma tienti alla terra.

**—*

Preparati al mare prima d’entrarvi.

**—*

Chi disse navigar disse disagio.

**—*

Mare, fuoco e femmina, tre male cose.

**—*

Meglio chiamar gli osti in terra, che i Santi in mare.

**—*

Chi fa due volte naufragio, a torto accusa il mare.

**—*

Meglio starsi al palo ch’annegare.

**—*

Acqua di mare non porta mai quiete.

**—*

Chi non ha navigato non sa che sia male.

**—*

La fine del corsale è annegare.

**—*

La bellezza, il fuoco e il mareFanno l’uom pericolare.

**—*

Chi vuol viaggiare a stento,Metta la prora al vento.

**—*

Chi s’impaccia col vento, si trova colle mani piene d’aria.

**—*

Chi semina vento raccoglie tempesta.

**—*

Acqua e pane, vita da cane:Pane ed acqua, vita da gatta.

**—*

Uom di mare oggi ricco e doman povero.

**—*

Nuotare e nuotare e alla spiaggia affogare[24].

**—*

Ogni cosa si sopporta, eccetto il buon tempo.

Risponde al toscano—Il troppo dolce stomaca:—e al veneziano—ogni bel balo stufa.

Dal mare, sale: e dalla donna, male.

**—*

Se ho da annegare, vo annegarmi in mar grande.

**—*

Chi entra nel fiume, o lo passa, o la croce:

cioè v’annega.

In tempo di tempesta ogni scoglio è porto.

**—*

Chi sa navigare va al fondo, chi non sa, anche.

**—*

Chi sputa contro il vento, si sputa nel viso.

**—*

Chi ha beuto al mare, può bere alla pozza.

**—*

Chi è portato giù dall’acquaS’abbranca ad ogni spino.

E in qualche luogo:

Chi s’affoga si attaccherebbe a’ rasoi.

A Costantinopoli:

Chi casca nell’acqua s’abbraccia anche al serpente.

**—*

Chi discioglie le vele a più d’un ventoArriva spesso a porto di tormento.

Terminerò con alcuni che corrono sui litorali dell’Adriatico:

Vento potente, fote la corrente:

e vale: col vento gagliardo le barche a vela giungono a superar la corrente contraria.

I temporai più grossi vien a l’improvviso.

**—*

Co sbala la tempesta, se desmentega il temporal.

**—*

Chi xe in mar, naviga: chi sta in tera, radega[25].

N. B.—I tuoi motti m’hanno aperto la vena, sì che mi par mille anni di sfringuellarvene alcuni che han tratto allanave.

A. T.—Siam tutti orecchi a sentirli.

N. B.Ben diremo, ben faremo:Mal va la barca senza remo[26].

**—*

Fama vola e nave cammina.

**—*

Due capitani: nave ne’ scogli.

**—*

Vascello torto, purchè cammini dritto.

**—*

Casa senza amministrazione, nave senza timone.

**—*

Chi ha danari fa navi.

**—*

Gran nave vuol grand’acqua.

**—*

Gran nave, gran pensiero:

Consuona col noto:

Chi ha terra, ha guerra.

**—*

Nave senza timon va presto al fondo.

**—*

A nave rotta ogni vento è contrario.

**—*

Vecchia nave, ricchezza del padrone.

**—*

Non giudicar la nave stando a terra.

**—*

In nave persa tutti son piloti.

**—*

Tre cose son facili a credere: uomo morto, donna gravida e nave rotta.

**—*

Donna, cavallo e barcaSon di chi le cavalca.

**—*

Dove va la nave, può ire il brigantino[27].

**—*

Un po’ di bene e un po’ di male tien la barca dritta.

**—*

Quando il ciel bello variaConvien darle dell’aria.

**—*

Dove può andare barca, non vada carro.

**—*

Nave genovese, mercante fiorentino.

**—*

Chi in mar la barca abbriva,Sta con un piè alla riva.

**—*

Senza barca non si naviga.

**—*

A tal nave, tal battello.

**—*

Per un peccatore perisce una nave.

**—*

Naviglio ed acqua, febbre bella e fatta.

**—*

Chi non unge non vara.

**—*

La bandiera cuopre la mercanzia.

**—*

Ogni nave fa acqua.

**—*

Chi non rassetta il buchino, rassetta il bucone.

**—*

Chi s’è imbarcato col diavolo, ha da stare in sua compagnia.

**—*

Tira più un pel di femmina,Che gomena di nave.

Nè i Veneti ne van privi. Uditene alcuni:

Chi mete pègola nella barca de altri, perde pègola e barca.

**—*

Barca neta non guadagna.

**—*

A barca sfondada ne ghe vol sèssola[28].

**—*

Quando la barca va, ogni cojon la para.

**—*

Barca ligada, no fa strada.

**—*

El vento no è bon se no da menar navi e galie.

**—*

A barca rota, ogni vento xe fortuna.

**—*

A barca desperà Dio trova il porto.

**—*

Barca rota, conti fatti.

**—*

Dai e dai, la barca arriva ai pai:

E vale: chi la dura, la vince.

Bastimento non sta senza saorda[29].

A. T.—Degni invero di porsi in brigata co’ primi. Eccone alcuni altri, men belli forse, ma pratici assai. Riguardanonocchieri e piloti.

Argomento al nocchier son le procelle.

**—*

Il buon nocchiero muta vela, ma non tramontana.

**—*

Accerta il corso e poi spiega le vele.

Ovvero:

Ognun sa navigar quando è buon vento.

**—*

Chi ha buon tempo navighi:E chi ha denari fabbrichi.

**—*

Vento in poppa, mezzo porto.

**—*

Vento in poppa, vele al largo.

**—*

Secondo il vento, la vela.

**—*

Chi non teme, pericola.

**—*

Chi non s’aiuta, s’annega.

**—*

Di molti piloti: barca a traverso:

Ovvero:

Due piloti affondan la barca.

**—*

Chi mal naviga, mal arriva.

**—*

Bisogna navigar secondo il vento[30].

**—*

Chi naviga controvento, convien stia sulle volte.

**—*

Chi guarda le nuvole, non fa viaggio.

**—*

Tutti vogano alla galeotta[31].

**—*

Altro è vogare: altro arrivare.

**—*

Il mondo è fatto a tondo:Chi non sa navigare va in fondo.

**—*

È un cattivo andare contro la corrente.

**—*

Gran laguna fa buon porto.

**—*

Chi ha da navigare guardi il tempo[32].

**—*

Più vale un sol remo che sia indietro, che dieci che vanno avanti[33].

**—*

Tra corsale e corsale non si perde che i barili vuoti.

**—*

In tempo di burrasca ogni tavola basta.

**—*

Isola fa porto[34].

**—*

Buono studio rompe ria fortuna:

Motto che i nostri storici riferiscono a quella birba di Carlo d’Angiò: e risponde al—cor forte, rompe cattiva sorte.—

Or viene la tua volta, Buzzoni.

F. B.—Dacchè non poss’io sgabellarmene, dirò de’marinai.

L’arte del marinaio, morire in mare: l’arte del mercante, fallire.

**—*

Il buon marinaio si conosce al mal tempo.

**—*

O polli o grilli: o principe o marinaio.

**—*

Barca rotta: marinaio scapolo[35].

**—*

Chi è oste o fornaio e fa il barcarolo,Dato gli sia d’un mazzuolo.

**—*

Promesse di barcaroli e incontro d’assassini,Costano sempre quattrini.

**—*

Montagnini e gente acquatica,Amicizia e poca pratica.

**—*

Giuramenti d’amore, giuramenti da marinaio.

**—*

I marinai son come la luna:In tutti i paesi ce n’han una.

E ricordo d’aver udito in Venezia:

Un bravo trabaccolante xe un bravo vassellante.

**—*

Chi vol sentire el tibidoi,[36]Vaga dove che ghe xe done e barcarioi.

E per la laguna si canta:

L’amor del mariner no dura un’ora:Per tutto do’ ch’el va, lu s’inamora;E se l’amor del mariner durasseNo ghe sarave amor che ghe impatasse.

N. B.—Bravo, il mio Buzzoni. Ma chi tratta delmare? Se il nostro Tortello che lo misurò in ogni più remota sua parte...

A. T.—Pronto a’ tuoi cenni.

Chi è padrone del mare è padrone della terra.

N. B.—Anche questo, per Dio, avrebbero i nostri reggitori dovuto imparare dal popolo.

A. T.—Oh, non sai tu a che lumi si vive? Ma lasciami, via, continuare.

Chi scapita in mare, scapita in terra.

N. B.—Vero pur troppo. L’infamia di Lissa costò ben cara all’Italia. Ma tira via, tira via, ch’a questo pensiero sento abbruciarmi il cervello.

A. T. Il mondo è come il mare:E’ vi s’affoga chi non sa nuotare.

**—*

Chi teme acqua e vento, non si metta in mare.

**—*

Il mare è fatto a viottoli.

**—*

Chi in terra giudica, in mare naviga.

**—*

El mar xe ’l facchin de la tera.

**—*

Chi sa nuotar non se lo scorda mai.

**—*

Come ogni acqua vien dal mare,Così ogni acqua torna al mare.

**—*

Non mettere e cavare,Si seccherebbe il mare.

Risponde al

Leva e non metti, ogni gran monte scema.

**—*

Che il tristo manda al mareNon aspetti il suo tornare.

**—*

Chi vuol tôrre a mattonare il marePerde il tempo ed i sassi.

**—*

Chi casca in mare e non si bagna,Paga la pena[37].

**—*

Per mare non ci stanno le taverne.

**—*

Quei che con l’acqua mischia e guasta il vino, Merta di bere il mare a capo chino.

A.—Forse anche l’acquaoffrirebbe alcune leggiadre sentenze.

Nè moglie, nè acqua, nè sale,A chi non te ne chiede non gliene dare.

**—*

Ogni piè d’acqua immolla.

**—*

Onda che si piega, si riversa.

**—*

Ogni trista acqua cava la sete.

Ovvero:

Ad ogni gran sete ogni acqua è buona.

E Dante:

È nettare per sete ogni ruscello[38].

**—*

Acqua che non si move, marcisce.

Ed anche:

Acqua cheta, vermi mena.

**—*

Si passa l’acqua dove è più sottile.

**—*

Se ho da affogare, vorrei affogare nell’acqua chiara.

**—*

Acqua cheta rovina i ponti.

**—*

Dove non si crede, l’acqua rompe.

**—*

Acqua passata, non macina più.

**—*

Acqua torba non fa specchio.

**—*

Acqua chiara non fa colmata.

**—*

Ogni secchio non attinge acqua.

**—*

Guardati dalle acque chete[39].

**—*

In cento anni e in cento mesiL’acqua torna a’ suoi paesi.

**—*

Acqua che corre non porta veleno.

**—*

Piccola spugna ritiene molta acqua.

**—*

Abbila per certa e tientela per cara,Che il fiume non s’ingrossa d’acqua chiara.

N. B.—Non so invero saziarmi d’udir tante e sì nervose sentenze, che mostrano aperto essere il popolo il più savio di tutti i filosofi. Ma molto più resta a dirsi, e lapescagionedarà campo a Schiaffino a gittar le sue reti.

E. S.—Per me non rimanga, dacchè lo volete, purchè alcuno di voi venga quindi a darmi una mano.

Chi dorme non piglia pesci.

**—*

Invan si pesca, se l’amo non ha l’esca.

**—*

Chi non ha sorte non vada a pescare.

**—*

Non è l’amo nè la canna,Ma gli è il cibo che l’inganna.

**—*

Chi tende a la pesca, poco tresca.

**—*

Chi pesca a canna,Perde più che non guadagna.

**—*

Chi pesca a togna,[40]Perde più che non bisogna.

**—*

Chi va dietro a pesce e a penneIn questo mondo mal ci venne.

Risponde a quei de’ Veneziani:

Pesca e oselin fa l’omo meschin.

**—*

Nè oselador, nè pescador porta tabaro.

**—*

Per la gola si pigliano i pesci.

**—*

Pesce che va all’amo,Cerca d’esser gramo.

**—*

A fiume torbido, guadagno di pescatore.

**—*

Al levar delle nasse si vedrà la pesca.

**—*

Il beccaio non ama il pescatore.

**—*

Chi vuol pesce, uopo è s’immolli.

Ovvero:

Chi pesce vuol mangiareLe brache s’ha a bagnare.

**—*

Non si vende il pesce ch’è ancor in mare[41].

**—*

Quando il pesce viene a riva,Chi nol prende e’ torna via.

**—*

Tal tende la rete che pesci non piglia.

**—*

È un di più tender beneSe la rete non tiene.

**—*

In acque senza pesci non gettar rete.

**—*

Nelle grandi acque si pigliano i pesci.

**—*

Chi non ha saputo tirar la rete, suo danno.

**—*

Chi pesca in fretta, spesso piglia de’ granchi.

**—*

Senza l’esca l’amo non piglia.

**—*

Cento cale e cento pesci;Una le paga tutte[42].

**—*

I pesci grossi stanno al fondo.

**—*

A pescespada non far bere il caffè[43].

**—*

Come l’anguilla ha preso l’amo,Convien che vada dov’ell’è tirata.

**—*

Anche al buon pescator scappa l’anguilla[44].

**—*

Tener l’anguilla per la coda,

cioè, aver per le mani cosa che non può condursi a buon termine; onde l’adagio:

Chi piglia l’anguilla per la coda e la donna per la parola, può dire di non tener nulla.

**—*

Fa il bene e buttalo in mare; se non te lo riporta la gente, te lo riporta il pesce.

Se ad alcuno di voi piacesse darci il resto del carlino....

F. B.—Volentieri.

Sul tardi i muggini toccano[45].

**—*

Non v’è lin senza resca,Nè acqua senza pesca.

**—*

I pesci grossi mangiano i piccoli.

**—*

Dal mar salato nasce il pesce fresco.

**—*

Quando il grano abbonda, il pesce affonda:Quando il grano affonda, il pesce abbonda[46].

**—*

Non v’ha pesce senza lisca.

**—*

Pesce che scappa par più grande.

**—*

Un pesce in mano val meglio che un pesce in mare.

**—*

Chiaro di luna guasta il pesce[47].

**—*

Un occhio al pesce e un altro alla gatta.

**—*

L’ospite e il pesce in tre giorni puzza[48].

**—*

Meglio esser capo di luccio che coda di storione.

Ovvero:

Meglio esser testa d’anguilla che coda di storione.

Consuonano coll’Istriano:

Megio paron de caìcio, che mozzo di vassel[49].

E col genovese:

Megio padron di gotazza che garzon di nave.

**—*

Val più un’oblata che cento paraghi[50].

**—*

Chi lavora mangia un’acciuga, chi non lavora, due.

**—*

Il pesce guasta l’acqua, ma la carne la concia.

**—*

Meglio porco che pesce.

**—*

Il pesce comincia a putir dal capo[51].

**—*

Carne al sole e pesce all’ombra.

**—*

La carne fa carne e il pesce fa vesce.

**—*

Pesce cotto e carne cruda:Carne giovane e pesce vecchio:Pesce in mare e carne in terra.

**—*

Nè carpione, nè capponeNon perde mai stagione.

**—*

Coda di pesce, testa di sermone.

**—*

Quanto è pesce in mare, non farebbe una candela di sego[52].

E nel Veneto:

Chi magna schile, ghe vien le gambe sutile.

E cesso per

Non saper più che pesci pigliare.

N. B.—Volerne!

Il pesce va mangiato quando è fresco[53].

**—*

Chi ha pesce, cammini[54].

**—*

A buon’ora in pescheriaE assai tardi in beccheria.


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