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NOTA DEL TRASCRITTORE:—Corretti gli ovvii errori di punteggiatura e di stampa.—La copertina è stata creata dal trascrittore usando il frontespizio dell’opera originale; l’immagine è posta in pubblico dominio.—L’indice non è compreso nell’opera originale; ne è stato prodotto ed aggiunto uno a cura del trascrittore.INDICEPAGEAL MARE! AL MARE!5PROEMIO7DIALOGO I.41DIALOGO II.85LINGUAGGIOEPROVERBI MARINARESCHIPEREMANUELE CELESIAGENOVATIPOGRAFIA DEL R. ISTITUTO SORDO-MUTI1884——Proprietà letteraria——AL MARE! AL MARE!UN grido egli è questo che omai dovrebbe erompere dal cuore d’ogni Italiano, a cui la dignità della patria non sia unnome vano senza soggetto.Cieco chi non ne vede le prepotenti ragioni; sciagurato chi, pur veggendole, non s’adopera con ogni nerbo nell’onorato proposito.Cui tolto è il fare, concorra almeno coll’opera della eccitatrice parola.Poco io t’offero, o leggitore, e per giunta, merce stantia; ma gli è quanto io possa, non dirò già di meglio, ma di men reo.PROEMIO——SULLA costa orientale a poche miglia da Genova, siede murata sul mare, Camogli, terra operosa e ricca se altra fu mai. È munita di un porto che guarda verso ponente, e d’un molo ove si ormeggiano le navi, e che lo ripara alcun po’ dalle folate de’ venti. Quando soffiano impetuosi i rifoli di tramontana e di greco, impedendo ai legni l’approdo di Portofino e di Genova, e’ trovano in questa stazione un ben sicuro ricetto.Il nome de’ Camogliesi e il loro ardimento son noti e celebrati per ogni dove. Niuna città meglio di questa Amalfi novella seppe comprendere la forza che viene dall’aggregare i piccioli capitali a compiere grandissime imprese. Su queste prode, ove sortiva la culla l’eroico Nicoloso da Recco, vive il tipo dei più intrepidi marinari ch’abbiano mai solcato l’oceano. E non gli uomini soltanto hanno i flutti in conto di vera lor patria, ma le donne istesse fan talmente a fidanza col mare, da crederle non degenere seme di quelle Liguri antiche, di cui diceano i Romani—aver esse l’ardimento degli uomini, come gli uomini la vigoria delle fiere.—Udite memorabile caso. Correva il 24 aprile del 1855, e ilCresus, vascello inglese portentoso per l’ampiezza delle sue forme, carico d’armi e di salmerie destinate all’esercito che combatteva in Crimea, riparava, balestrato dalla tempesta, nell’acque di San Fruttuoso. Fischiava il maestrale, così fiero ne’ nostri rivaggi, il quale sforzando le gabbie, i trevi, la randa e la trinchettina, rendeva impossibile il governo della nave. Invano i marinai davano opera ad arridare sartie e stragli, a ghindare alberetti digabbia, a stendere le velaccie, le velacine, i coltellacci e gli scopamari; ogni lor prova era vana. Ben aveano cignato i palischermi, trincato l’albero di rispetto, tesato le manovre correnti e mainato le grandi antenne per issar le vele di fortuna; il mare infuriava più minaccioso, e il povero legno, presi tutti i terzaruoli e archeggiando di bolina, vedeasi quasi perduto. In così fiere distrette una voce tremenda fra il sibilo degli aquiloni e lo scrosciar delle vele s’udì echeggiare sulla tolda—Il fuoco! Il fuoco!—E una colonna di fumo tra i cui vortici scoppiettavano innumerevoli scintille, dava indizio certissimo che le fiamme eransi appiccate alla nave. Si ebbe sul primo speranza che l’incendio potesse venir tosto domato dai potenti ingegni ond’era fornito il naviglio; infatti si pose mano alle trombe, affaticandosi in mille guise i marinai a soffocare le fiamme. Ogni sforzo dovea cadere infruttuoso. Le vampe ringagliardite dalle rafiche di tramontana guizzano su per le sartie sino al calcese, e fanno impeto in ogni parte del ponte; cade incenerita l’attrezzatura degli alberi e delle vele, e in più luoghi l’istesso cordame già sta per ardere; l’opera dell’uomo omai torna impotentecontro quella furia divoratrice, che con mille lingue di fuoco slanciasi ovunque. Le strida, gli urli, i clamori vanno alle stelle.Cadeva la sera. Al tetro baglior delle fiamme riverberate sui flutti, vedresti i marinai estereffatti gittarsi ne’ palischermi, e allontanandosi a voga arrancata, far prova di superare le ondate smaniose e afferrare le sponde; ma invano pur troppo; che grossi marosi venendo lor sopra gli tranghiottian negli abissi.Gli uomini di San Fruttuoso discesi sul lido contemplavano intanto l’orrendo spettacolo e fremendo di rabbia stracciavansi i capelli, per non veder modo a portar soccorso di sorte alcuna a quelle vittime dell’acqua e del fuoco. I più animosi erano bensì corsi a sferrare i loro burchielli, e gittatisi in essi aveano tentato, punzando sui remi, di rompere l’impeto de’ cavalloni furenti; ma, eccoti, scostati appena dal lido, onde gigantesche spinte da fiero rovaio, rovesciarsi sui navicelli e affondarli. Taciti e con le pugne serrate i superstiti guardavansi in volto, e talora una fiera bestemmia irrompeva dalle lor labbra, per non poter dimostrarsi, quali erano veramente, gagliardi di cuore; quand’ecco scivolar loro dinanzi,quasi aereo fantasma, un leggiero schifetto, che ora elevandosi sulle creste de’ flutti, or ruinando ne’ cavi gorghi, traeva alla volta di quel gigante dell’acque, omai converso in un ardente vulcano. Al sinistro lume dell’incendio vedeansi in questa saettia due giovani donne, che con robusta mano battendo dei remi, parea comandassero ai flutti; correndo a golfo lanciato s’appressarono alCresus, e quasi prendessero a scherno i vortici delle fiamme irrompenti e la furia dell’onde, agevolarono a molti de’ naufraghi un modo di scampo. Maria e Caterina Avegno si è il nome delle liguri eroine. L’infelice Maria, più l’altrui che la propria salvazione curando, lasciava in quei pelaghi miseramente la vita[1].Pochi istanti appresso, la nave più che a mezzo combusta, girando in globo sopra se stessa, inabissavasi nelle profondità del mare.Su queste rive, e proprio in Camogli, viveva nel 1859 Emilio Schiaffino, che reduce da lontani viaggi, traeva in onesta agiatezza, frutto di lunghi traffici marinareschi, i suoi giorni. Toccava allora i cinquant’anni d’età, ma forte e spigliato di membra, abbronzato dal sole de’ tropici e sciolto ne’ modi, era, sotto ruvida scorza, la miglior pasta d’uomo che mai. I marinai di Camogli, di Recco, di Santa Margherita e di Rapallo lo avevano in conto del più sperto capitano di nave de’ tempi suoi; a lui facean capo ne’ casi di grave momento, lui consultavano prima d’avventurarsi in qualche viaggio ed eleggeano arbitro nelle quistioni delle stalie, delle carature, delle avarie e de’ noleggi che talora sorgeano: e gli armatori non ponean mano alla costruzione di un naviglio qualsiasi, se innanzi tutto e’ non ne avesse giudicati per buoni i disegni, l’attrezzatura e perfino il legname.Non eravi uomo da quanto lui per conoscere il mare. Lo si vedeva quando il cielobuttavasi al tristo, incamminarsi lungo le prode e fiutar la tempesta. Che è quel punto nero là in fondo? È una nave che lotta disperatamente co’ flutti; è uno schifo peschereccio che non può arrivare la spiaggia. E tolti senz’altro con se due compagni, e talora anche solo, saltava sul primo guzzo che gli dava tra i piedi, staccavane il canape, e abbrancati i remi, giù un’arrancata, e via di lungo sugli irati frangenti. Lo vedeano dal lido questo lupo di mare salire, discendere e salire di nuovo sulle onde arruffate, e in mezzo al turbine, saldo sul suo palischermo, abbordare il legno in pericolo, e aprirgli una qualche via di salvezza.Egli aveva lunga pezza meditata e fatta sua la sentenza di Franklin, il quale c’insegna esser debito nostro d’onorare il mare, non solo come fonte inesausta di materiali vantaggi, ma eziandio come educatore possente del sentimento morale. Quanto l’umano intelletto, ei pensava, non si è affinato nel veleggiare l’oceano! Quanto le sue facoltà non si rinfrancarono nel combattere contr’esso! Di quai severi ed utili insegnamenti non ci fu dispensiero! Qual tesoro di cognizioni, d’esperienza e di saggezza dovè l’uomo acquistare,anzi che egli potesse spiegar le sue vele sulla distesa dell’acque, solcarle colle sue navi per ogni verso, esplorare le coste irte di promontorî e di bricche, misurarne le sterminate voragini, tramutare infine l’Atlantico, sto per dire, in una strada ferrata! Eppure v’ha qualche cosa di più sublime che il mare istesso, e questa eziandio è opera sua: la potenza intellettiva che il mare ha svolto in coloro che a lui s’affidarono, fino al giorno in cui lor fu dato di stendere la vittrice mano sulla sua ondosa criniera, e calcolare, quasi problema algebrico, il cerchio annuale de’ suoi turbini, sottoposti pur essi ad un movimento di rotazione e a una legge indeclinabile, al pari di quella che governa il corso delle comete e degli astri.Assorto in questi pensieri, ei divisava continuo il modo di migliorare le condizioni della gente di mare, e rigenerarla a nuova vita. E invero i nostri marini, dal capitano fino all’ultimo mozzo, quanto erano valenti di braccio e capaci di governare per sola pratica una nave fra traversie d’ogni fatta, altrettanto andavano quasi digiuni di quelle cognizioni scientifiche, che pur si richieggono a formare un intrepidocapitano, un destro pilota, un buon marinaio. Oggidì l’arte nautica è una scienza, anzi un complesso di scienze difficilissime, le quali hanno il lor fondamento non tanto sull’esercizio del navigare, quanto eziandio sopra i libri. Ed ei, lo Schiaffino, che gran parte della sua giovinezza avea speso sui legni americani ed inglesi, e conosciuto di quanto sapere andassero forniti i loro equipaggi, non potea mandar giù in santa pace la crassa ignoranza, che in Italia ancora offendea la gente dedita al mare.Inoltre; le povere condizioni del semplice marinaio lo affliggevano d’assai; poichè se è a sperare, ei pensava, che le molte scuole nautiche, ond’è ricca l’Italia, possano dare al paese una generazione di naviganti che risponda alle necessità odierne, e tale da rivaleggiare colle altre nazioni, il misero marinaio che non può usare a tale scuole, e che va privo perfino dei primi elementi di lettere, trarrà sempre povera e grama la vita. Così questa classe tanto benemerita de’ nostri commerci, di costume integro ed onesto, fiera come leone e in un mansueta al pari d’agnello, esempio d’ogni virtù religiosa e domestica, questa classe che incalliscesul remo e il più del tempo disgiunta da cari suoi, si mitre di un frusto muffito per raggranellare di che sostentare la moglie diletta e i figliuoli, non troverà mai chi la sollevi alla vera dignità di uomo.I suoi disegni d’avvantaggiare le sorti dei marinai e di educarli possibilmente alla scienza, erano in lui raffermati da quotidiani avvenimenti che vieppiù lo accendeano nella sua fede.Lungo la spiaggia di Sori sorge a uscio e tetto un abituro, che diresti privo di ogni ben di Dio. È notte alta; sovra un nudo giaciglio dormono tre fanciulletti, a cui sonni veglia una madre ancora giovane d’anni, ma pallida e rifinita dalle protratte vigilie. Com’è stile delle donne delle nostre costiere, essa è intenta a condurre innanzi alcuni merletti; senonchè più che al lavoro, corrono i suoi sguardi a specie lare il sinistro aspetto del cielo, che poteva affissare dall’aperta finestra. E l’orizzonte mostravasi tetro e il mare a montoni, cagione a quella misera d’infinita amarezza, certa qual era che in quelle acque aveva l’istesso giorno dato fondo il naviglio, che dopo un anno di lontananza recava alle sue braccia uno sposo adorato.Ella vedea con terrore alla luce de’ lampi l’agitarsi d’una nave in contrasto co’ flutti; e quando il vento per brevi istanti taceva, pareale udire le strida de’ marinai invocanti soccorso. E allora cacciato a terra il suo tombolo, accendea prestamente una lampada ad un’immagine sacra che pendea sopra il capezzale, e svegliati di botto i figliuoli traeali innanzi a quella dicendo fra i singhiozzi—pregate, viscere mie, pregate la Madonna di Monte Allegro che vi renda salvo il genitore—.E pregavano quegli innocenti levando al cielo le loro manine, mentre appunto il furore dell’onde e gli schianti del vento si faceano maggiori. Ed ella guardava lontan lontano sul mare, quando un lampo illuminando di tetro bagliore la solitudine dell’acque, le lasciò scorgere un uomo che disperatamente lottando co’ flutti tentava afferrare la sponda. Il cuore le balza nel petto: una voce interna le grida—è quegli il tuo sposo—. E forsennata di gioia cade innanzi all’immagine di Nostra Donna; indi strettosi al seno il minor de’ figliuoli e gli altri traendo per mano, scende deviata alla spiaggia per raccogliere nelle sue braccia l’uom del suo cuore. Infelice!Un immane maroso le sbatte a’ piedi un cadavere.Traeano in quella da’ vicini casolari alla riva non pochi marinai, desiosi di recare, se lor tornasse possibile, un qualche soccorrimento alla nave, che dai fatti segnali argomentavano versasse in grave pericolo. Ma intanto un nodo di vento la mandava ad infrangersi contro gli scogli del litorale. Miserabile vista! Il corpo del naviglio giaceva a metà sepolto ne’ flutti; il fianco di dritta sfondato, gli alberi e i pennoni divelti, distrutto il traverso, i pavesi recisi, infranta la ruota di poppa. Tutti i naviganti per altro, stante la vicinanza del lido, ebbero salve le vite, da quello infuori, che smanioso di scendere a terra, volle tentare a nuoto l’arduo tragitto.Non è a dire se i marinai accorsi alla riva si adoperassero a pro’ di que’ sventurati. Senonchè vista la salma del loro compagno, e accertatisi che ne’ suoi polsi non batteva più vita, lo tennero bello e spacciato; pur alcuni per tentare un’ultima prova, lo sospesero in guisa che dovesse dar fuori l’acqua ingollata. Altri s’adoperarono attorno alla donna, che uscita de’ sensi per avere in quel naufrago riconosciuto il proprioconsorte, venia trasportata in un co’ figlioletti nella sua casicciuola.Die’ la sorte che mentre appunto que’ marinai, tenendo bocconi il sommerso, tentavano di fargli rigettar l’ acqua dal petto nella speranza di rivocarlo alla vita, si recasse in quel luogo Emilio Schiaffino, disceso anch’egli alla spiaggia per veder modo di provvedere alla salvazione di coloro che avean fatto naufragio. E vista quella buona ed ignara gente affaticarsi in così misera guisa intorno all’annegato, battendosi fieramente la fronte—non vedete, gridava, ch’egli è questo appunto il modo di soffocarlo?—E fattolo recar senza indugio nel vicino tugurio—ciascuno attenda, diceva, al modo che àssi a porre in opera nel soccorrere gli asfitici per sommersione. Ho fede che in manco d’un’ora questo cadavere sarà reso alla vita—. I marinai si ricambiavano dubitosi uno sguardo e taceano.Ei cominciò a farlo spogliare tagliando le vesti madide e ricercando se avesse lesioni in qualche parte del corpo. Indi fattolo collocare orizzontalmente sur un letticiuolo, e avvoltolo in coperte di lana, inclinavalo alcun poco dal lato destro, e trattane la lingua fuor della bocca,la mantenne così sporgente per mezzo di un anello elastico, di cui egli andava munito, e che affisse sulla lingua medesima e sott’esso il mento, collo scopo evidente di riattivarne la respirazione artificiale. Ciò fatto, postosi dietro il corpo del naufrago, afferrò d’ambo i lati la parte superiore del braccio presso la spalla, e così saldamente tenendolo, prese a tirare a se spalle e braccia, sollevandole alquanto e riconducendole quindi nella prima lor posizione. Questa operazione diretta ad effettuare energici movimenti diinspirazionee diespirazioneripetè lungamente, ma pur senza effetto di sorte alcuna. Senonchè egli aveva troppa fede nei risultamenti della scienza per porne l’esito in forse, e ben sapea per innumerevoli esempi, che spesso occorrono parecchie ore d’applicazione ordinata e metodica dei mezzi di soccorrimento, quando in ispecie la estrazione del naufrago è assai ritardata.Comandò allora che un marinaio tenesse per i piè saldamente il cadavere, a ragione avvisando, che agitandosi tutto il corpo, mal si otterrebbe l’effetto di far dilatare il torace ed entrar l’aria nelle vie respiratorie. Quindi appigliandosi ad un altro metodo usato anch’esso con fruttoin simili casi, prese ad elevare le braccia dell’annegato, portandole sopra la testa e quindi riconducendole nello stato lor naturale. Questa operazione interrompeva talora per applicare le mani ai lati del petto, e imprimere brusche scosse al cadavere, scosse che valgono il più delle volte a rianimarne la respirazione: nè s’ingannava. Alcuni istanti appresso un lungo respiro accusava nel povero sommerso il ritorno alla vita; i marinai guardansi trasognati; il creduto estinto apre gli occhi.... La scienza aveva trionfato!Ma l’ardente amore dello Schiaffino verso i suoi simili non appagavasi a tanto, e pensando a ciò che già fecero Americani ed Inglesi a tutela de’ naviganti, divisava il modo di stabilire in que’ paraggi unaStazione barometricae unaSocietà di Salvamento pei naufragîsull’andare di quella che il Cogan e l’Haves fin dal 1774 fondavano in Inghilterra. Quel negozio non era invero de’ più facili, porgendosi avversi od incerti i maggiorenti di que’ luoghi e l’ignoranza de’ suoi stessi compagni. Se è destino, diceano, che il nostro fato si compia, qual forza umana potrà lottare coll’oceano infuriato e contro il demone della tempesta? La Madonna del Boschetto sapràalla peggio camparci da ogni sinistro; più delle vostre stazioni o società di Salvamento varrà a schermirci da ogni traversia l’accrescere lecaraturedovute alla Chiesa. Imperocchè àssi a sapere che da’ que’ lidi non salpa mai nave che non sia costituita in società commerciale, ponendo ciascuno, secondo i proprî averi, quel tanto di danaro che si richiede; queste parti son dettecarati, e alcune di esse soglionsi assegnare al Santuario del luogo, acciò la Madonna franchi il legno da ogni fortuna, e faccia prosperare i suoi traffici. Di questa guisa rendendo maggiormente partecipe ai lucri del bastimento la Chiesa, que’ semplici uomini sfatavano ogni altro mezzo che gli ponesse al coperto dei pericoli della navigazione.Non ostante questa ed altre contrarietà di tal fatta, venne il dì in cui potè mandare ad effetto il suo onesto disegno.Bella e lieta terra è Rapallo, culla di intrepidi navigatori e di quel Biagio Assereto che nelle acque di Ponza ruppe l’armata di due monarchi e gli ebbe captivi. Ivi sortiva del pari i natali quel Bartolomeo Magiocco, che i nostri marinai hanno in conto di loro patrono. E chi non neconosce il più che umano ardimento? Era la notte del 6 di luglio 1550, e i Saraceni guidati dal feroce corsaro Dragut mettevano a ruba la terra, insozzandosi nel sangue de’ cittadini, e sfrenando le proterve lor voglie nelle vergini che trascinavano sui lor negriCaramussalie sulle loroMaone. Il Magiocco, desto a quell’insolito frastuono, balza dal letto, e udito che costoro traevano prigioniera la sua fidanzata, armatosi di un coltello che primo gli venne alle mani, si cacciò fra l’orde nemiche, e aggroppatosi intorno i più prodi fra i suoi, fe’ tal macello de’ Mussulmani, che costrinse alla fuga i superstiti, non senza prima aver tolto dalle lor mani la vergine del suo cuore.Inauguravasi appunto a Rapallo alcuni anni addietro un cantiere, e i reggitori di quel luogo per invogliare i capitani a far ivi costrurre i lor bastimenti, avean promesso roma e toma agli armatori. Lo Schiaffino allettato dai grossi premî e dallo sgravio di ogni balzello che faceasi alle ferramenta e a’ legnami, avea posto ivi mano alla costruzione d’un naviglio. Tirati dalla fede che riponevano intera nella valentia e nella onestà sua, tutti correvano a gara per ottenere unqualche carato, sia sul corpo come sul carico: e perfino i marinai non si teneano dal profferirgli il loro peculio in tanti anni di fatiche ammassato. Ei prescelse appunto le offerte di questi, promettendo loro altresì di prenderli al servizio del legno nelle diverse lor qualità di mozzi, velieri, gabbieri, contromastri, nostruomini, timonieri, macchinisti e piloti, alla sola condizione ch’e’ sapessero leggere, scrivere e far di conto.—Voi qui avete, ei dicea loro, una scuola serale per chi ancora va ignaro de’ primi elementi di lettere: avete una scuola nautica per chi già li possiede. Fino a primavera inoltrata il legno non sarà in punto: mettete a profitto questa invernata, ed io torrò meco i migliori tra voi.—Non è a dire se quei marinai mossi dai larghi guadagni ch’ei facea balenare a’ loro occhi, dessero opera assidua alla scuola, e ogni loro ingegno ponessero a riuscire valenti.Imperciocchè e’ voleva altresì istrutti i suoi marinai per recare ad effetto un suo vagheggiato disegno sul linguaggio navale. Non era no lo Schiaffino un uomo di lettere; ma il divario che correa fra questo linguaggio, qual si attinge dai libri più usati, con la parlata comune de’ marinai,divario, fonte talora d’equivoci nel comando e nel governo della nave, gli avea persuaso la necessità di attenersi a quel di essi, che meglio rispondesse allo scopo. Ma con qual criterio procedere in quella bisogna? La lingua de’ libri, scorretta, imbastardita da voci straniere, non poteva andargli a versi a patto veruno; quella de’ marinai concisa, colorita, vibrata, cadea per altro sovente nel triviale e nel fango. Tale era il suo avviso: e perciò volea culta la sua gente di bordo, poichè quasi per istinto sentiva, che quel linguaggio deterso da alcune macchie di pronuncia, d’elisioni, di eufonismi e di modi talora scurrili e proprî del dialetto soltanto, avrebbe finito per trionfare.Quanto egli assennatamente sentisse avremo campo a dimostrare nei seguentiDialoghi.Intanto nel cantiere tutto era in moto: le maestranze affaticavansi quali alla struttura del corpo della nave, quali ad assestare gli attrezzi; argani volanti issavano enormi legni: fervea l’opera ne’ magazzini, ardean le fucine, da cui spricciavano le scorie infiammate a guisa di fuochi artificiali; mastri d’ascia, legnaiuoli, calafati, carradori, bozzellai, funaiuoli e trivieri senzaconfusione veruna in piccolo spazio affrettavano i loro lavori. Vedevi là da un lato ammonticchiarsi le contre e le scotte; più in là le boline separate dalle drizze: cataste di bigote disposte a seconda de’ fori: ghiere, cigale, radancie, penzoli, castagne, trozze, paterassi e bozze di più ragioni. Lo Schiaffino avea cavato l’abete da Danzica: la quercia da Brema: questa per le interne parti; quella per l’ossatura di fuori. Volle d’olmo lo scafo, come quello che nutrendosi di acqua, fa ottima prova nelle parti sommerse. E qui ti occorreano allo sguardo sparsi sulla spiaggia i fasciami de’ tavoloni per l’interno rivestimento del naviglio, non che le serrette per coprire internamente il fondo e il fianco della carena: e traversi, puntelli, pilastri e lapazze. In altre parti bolliva il catrame, e i pegolieri ne imbeveano i filacci per poi torcerli in corde, mentre altri ne spalmavano le gomene ed i legnami per meglio securarli dagli effetti dell’umidore e dai tarli. Era ovunque una faccenda ed una pressa che mal potrebbe significarsi a parole.E già la nave faceva di sè bella mostra: tutti maravigliavano la sveltezza delle sue forme, il garbo dell’ossatura, del fasciame, delle paratie,la maestria delle sue proporzioni, la leggiadria della chiglia, delle ruote, degli stamenali e d’ogni altro nautico arredo. Era un legno veramente magnifico; staggiava mille ottocento tonnellate: munianlo due alberi: un albero di trinchetto con trinchetto di goletta, parocchetto e velaccio di trinchetto; e un albero di maestra con randa e freccia, una trinchettina, il fiocco e vele di straglio. Aggiungi una macchina di trecento cavalli ad alta pressione, che poneva in moto una elice doppia, la quale assicurava alla nave una velocità tale da poter filare sino a diciasette miglia all’ora.Messo in assetto il naviglio, non altro restava che la cerimonia del suo battesimo e la formazione del ruolo dell’equipaggio.Era un bel mattino di giugno e tutto il paese di Rapallo e gli uomini di Pagana, di Santa Margherita, di Portofino e delle terre contermini, messi a festa, traevano ne’ pressi del cantiere per assistere al varo. Il legno addobbato a gala con la pavesata adorna d’arazzi e bandiere d’ogni taglio e colore, tirava a sè gli sguardi di tutti. Il vessillo nazionale sbatteva al picco di mezzana; all’estremità dell’albero di maestra, lo stendardodella Croce rossa in campo d’argento. Brulicavano d’immensa moltitudine i lidi: il mare istesso formicolava di trabaccoli, di burchielli, di guzzi, di tartanelle, di schelmi, di fuste, di bilancelle e di zattere: tutto insomma il barchereccio del golfo. Le campane scioglievansi a gioia: risonavano attorno allegre canzoni. Bandiere, orifiamme e pennoncelli dovunque.Un degno sacerdote salito sopra la tolda compie i prescritti riti, e spargendo d’acque lustrali la nave, imponeale per ordine del capitano il nome diBiagio Assereto, il valoroso domatore dei re d’Aragona e Navarra. Ciò fatto, un fischio acutissimo s’ode echeggiare sul ponte: gli occhi di ognuno si convertono al legno: cadono a un tratto i ritegni che teneanlo fermo alla riva: vanno a terra i puntelli: una specie di tremito agita la gran mole che comincia a barcollare: fra tanto popolo accorso non udresti una voce, un sospiro; e soltanto dopo che il naviglio strisciando sulle guide spalmate di grasso, prese, fumigando, l’abbrivo al mare che tosto il cinse de’ suoi liquidi amplessi, un clamore infinito di urli di gioia andò a ferire le stelle.Il dì appresso i marinai che s’erano offertiallo Schiaffino, raccoglievansi nella di lui casa per dare i lor nomi sul registro dell’equipaggio, e fermare le condizioni della loro ascrizione. Trenta egli ne elesse destri, intelligenti e animosi giovani, per mezzo de’ quali sperava poter rigenerare negli abiti della vita e nella lingua navale le marinaresche popolazioni della costiera orientale; indi, accomiattandoli—domani, ei disse loro, alla punta del giorno noi farem vela.—E alla punta del giorno il capitano saliva la nave, ma ombrato il volto, qual chi teme una imminente sventura. Gli uomini dell’equipaggio erano tutti al posto dai diversi uffici loro assegnato; i macchinisti, il pilota attendeano i comandi: e i comandi mai non impartivansi. Eppure l’aspetto del mare e del cielo annunciava che superato agevolmente il capo di Portofino, in poche velate sarebbesi imboccato il porto di Genova, ove la nave dovea completare il proprio armamento e prendere il carico. Due altri bastimenti ch’erano in que’ paraggi sull’àncore, aveano già preso del largo; i marinai non poteano insomma comprendere l’esitazione dello Schiaffino nel dar gli ordini della partenza. Peggio poi quando invece dell’ordine di salpare, s’udìil capitano comandare di mettersi in panna, di gettar l’àncore, d’ammainare i bastardi e le antenne, come se minacciasse un fortunale. Una parte dell’equipaggio fu eziandio licenziata a scendere a terra.E invero l’occhio espertissimo dello Schiaffino avvisava qualche cosa di sinistro sulla faccia delle acque e del cielo; lontan lontano s’udiva come un ronzio propagarsi sulle ancor quiete marine, foriero certissimo di non remota procella; vedeansi le nubi sbandare per rombi diversi; correan le onde non grandi, ma però spesse ed acute, e agitate da un cotal moto che all’occhio indagatore nulla prometteva di bene. L’aria impregnata d’elettrico: una lunga schiera di augelli rigava il cielo, e volgeasi rapidamente alla terra. Egli aveva inoltre osservato il barometro che improvviso scendeva: avea spiato la formazione dei cirri e gli aloni: tutto indicavagli insomma lo appressarsi della tempesta: ed ei volea cogliere il destro non solo di scampare la nave, ma di porre ad esecuzione una sua antica proposta.E la tempesta non si fe’ attendere a lungo, e furiosa per modo, che i due legni che avevano prima sferrato, vedeansi da lungi lottare penosamentecontro l’urto dei venti che gli sbalestrava nelle scogliere del Capo, e contro le infuriate onde che parean seppellirli entro i lor vortici. E fu loro mestieri pel gran travaglio alleggerire gli scafi, ciondolarli alle bande, usare ogni argomento dell’arte per impedire che le àncore si rompessero sulle marre dei ronzoni. A mala pena poggiando alla banda, e filando gli ormeggi per occhio, poteano sostenersi sui flutti. Per contro ilBiagio Asseretonon uscito da quel securo seno, prendeva a scherno ogni ira di mare e di cielo. S’addiedero allora i marinai ch’aveano collo Schiaffino posto il piè a terra, da qual tremendo pericolo ei seppe francarli.—Non avevi tu visto le procellarie e gli altri augelli marini aliare sinistramente sui flutti?—La luna è al secondo suo quarto; ieri il sole tramontò listato di macchie ... cattivi pronostici per mettersi a vela.—Ben l’indicava la salvastrella che incartocciavasi, e il trifoglio che levava ritti ritti i suoi steli.—Che la burrasca fosse imminente diceanlo le mosche che succhiellavano più vivamente le carni; le passere che facevano uno strano cinguettare sugli alberi; le api che non si discostavanodai loro alveari; i lombrichi che usciano di terra; il suono delle campane che udiasi ben di lontano ...—E fedeli al proverbio che canta:della sapienza di poi son piene le fosse, tutti allora erano certi, che sarebbe stata follia lo sciogliere i canapi. Nondimeno compresi di viva riconoscenza traeano presso il lor capitano.Stava egli allora a colloquio col sindaco e i maggiorenti del luogo in una sala della sua casa per avvisare sulla possibilità di recare un qualche soccorso ai due legni in procinto di naufragare, e fremea per l’impotenza di liberarli da un imminente disastro. La venuta de’ marinai e la presenza degli uomini più notevoli del paese parvegli occasione propizia per incarnare un suo antico disegno; ond’è che levatosi e raccoltigli intorno a sè, così prese a dire:—Voi vedete, amici e compagni, l’impossibilità in cui per manco di mezzi noi siamo di recare un qualche soccorrimento a quei miseri. Ma s’e’ versano in gravi distrette, gli è perchè l’hanno eglino stessi voluto; io per certissimi indizi gli avevo ammoniti a non fidarsi oggi al femminile sorriso del mare; le sue carezze nascondevanoil tradimento. E se or non c’è dato volare in loro aiuto, tutta su voi ne ricade la colpa, o signori; ed io terrei questo pel più bel giorno della mia vita, se vi piacesse avvisar meco al modo di prevenire le fortune di mare, e di rendere affatto innocui i naufragî.—Queste parole pronunciate coll’accento di sicurezza propria dell’uomo di mare, scossero profondamente gli astanti, i quali per bocca del sindaco—parlate, gli dissero; che àssi a fare per scongiurare i danni gravissimi che ad ogni istante gettano nella desolazione le nostre famiglie? Noi siam tutti presti a mandare ad effetto quanto voi saprete proporci. Parlate.—In quello istante parve che l’uragano rimettesse alquanto della sua furia; il capitano, appuntato il suo cannocchiale, vide un de’ legni correre al largo, mure a sinistra, sotto le sue vele basse, le vele di gabbia, i parrocchetti, la brigantina ed i fiocchi; stava anzi in quel punto issando i coltellacci e i papaffichi. Anche l’altro naviglio, vinta la traversia, spiegava al vento il trevo della maestra, e serrata la mezzana, facea, correndo, la prua a Portofino. Ond’egli con animo più rimesso, così parlò loro:—Voi conoscete il noto adagio:chi s’aiuta, Dio l’aiuta: ma noi siamo ancor lontani dal metterlo in pratica. Chiamare Dio e i Santi in mezzo ai pericoli della sconvolta natura, gli è certo un ottimo avviso; ma meglio ancor tornerebbe il prevenire questi pericoli, dacchè la scienza ci ha porto il modo di prevederli e schermircene. Uditemi. Non v’ha capitano il quale non sappia che le brusche oscillazioni barometriche accusano quasi sempre lo scoppiare d’una tempesta. Quindi è che le navi van provvedute di barometri, che il capitano ad ogni tratto consulta, ma che troppo spesso non sa interpretare, nè porre in relazione con le condizioni geografiche del luogo, con la temperatura e co’ fenomeni elettrici dell’atmosfera. Ma se i lavori dell’Associazione Marittimafondata dallo illustre Maury andranno, come ne ho fede, ogni dì più allargandosi, gli uomini di mare cresciuti alla scienza sapranno antivedere non solo la procella e i perturbamenti dell’aria, ma diminuirne eziandio la frequenza e cansarne i pericoli.——Senonchè i piccioli legni di cabotaggio e i navicelli de’ pescatori, tanto esposti nei nostririvaggi ai furori dei libecci, van privi di questi notevoli ammonimenti, e quand’anche ne fossero in possessione, non saprebbero oggidì per la loro ignoranza cavarne costrutto veruno. Eppure in altre nazioni e specialmente in Inghilterra si venne in loro aiuto. Il duca di Northumberland propose, non è molto, a Tomaso Sopwith presidente dellaSocietà meteorological’istituzione diOsservatorînei numerosi villaggi de’ pescatori disseminati su quelle costiere. Era suo intento tutelare le vite e gli averi di tanti uomini laboriosi mediante la previsione del tempo, qual ci viene indicata dalle osservazioni barometriche e meteorologiche. Accolta con plauso una tale proposta, Sopwith e Gleisher si diedero con ogni studio ad erigere stazioni meteorologiche, e furono tenuti in conto di veri benefattori dei marinai di quelle spiaggie, i quali appresero a breve andare l’uso di quelli strumenti, di cui vollero farsi mallevadori e custodi. Ond’è che tali stazioni moltiplicarono in pochi anni per modo, che quasi tutta la costa n’è oggi fornita; i loro salutevoli effetti son senza numero. Io vi propongo adunque anzitutto la fondazione di uno di questi osservatorî, i cui risultamenti varranno arisparmiare alla nostra riviera non poche vittime per ciascun anno.——Nè questo è tutto. Io leggeva poc’anzi ne’ vostri occhi e in ogni vostro atto un desiderio ardentissimo di correre a salvezza di que’ due legni, che sordi ai responsi della scienza, osavano incauti avventurarsi ad una calma infedele. Salvarli! È presto detto; voi mi conoscete, e v’è noto se io mi sia tale da indietreggiare in faccia al pericolo. Ma con questo furiare d’acqua e di venti, io non potea trascinare i miei compagni a inevitabile perdizione. Rammentate ciò ch’io testè vi diceva: che se, cioè, non mi venìa fatto di recare soccorso ai pericolanti fratelli, dovete voi soli tenervene in colpa. Ed eccomi pronto a chiarirvene. Avete voi mai pensato a fondare su queste prode, così esposte ai turbini ed alle procelle, unaSocietà di Salvamento? Avete voi i così detticanotti di salvataggio, quali si hanno dalle più colte nazioni? Voi per certo da me non pretendete l’istoria di queste lancie di salvamento che devonsi a Enrico Greatheard, ingegnere inglese, nè il modo della loro costruzione. Io vi dirò solo esser tali, che il loro sommergimento riesce impossibile, perchè formate in guisa,da far loro d’un tratto cambiare direzione per evitare o superare i marosi irrompenti: e munite di aperture nel fondo per lasciar colar l’acqua che talor le ricopre. Mediante questi agili arnesi torna assai facile lanciarsi ne’ flutti agitati, e volare in soccorso dei naufraghi. Nulla dirò di tanti altri mezzi, e in ispecie dell’artiglieria di salvamento, che consta di un grosso archibuso, con cui si scaglia un canapetto raccomandato a una freccia di punta barbonata, che conficcandosi in qualche tavola del naviglio sbattuto dall’onde, serve ai pericolanti per istabilire l’andrivello o altra via di salvazione. Vi basti sapere che migliaia di naufragî devono a questi congegni la vita.—Il capitano taceva, e spiava negli occhi degli astanti l’effetto delle sue proposte. E questo fu tale da doversene assai tenere. Primi i marinai con quella eloquenza che appalesa l’interna agitazione dell’animo, levando in alto i loro berretti, ruppero in un grido, dicendo—vogliamo una stazione anche noi: vogliamo la lancia di salvamento.—E poste le mani ai borselli, proffersero chi più chi meno la loro moneta per la compra degli strumenti opportuni. Senonchè ilcapo del comune e gli altri più cospicui signori, mal comportando che venissero gravati que’ marinai per un’opera che tornava a beneficio di tutta la terra, si tolsero essi stessi l’incarico di fondar la stazione e provveder gli altri arnesi; talchè giova sperare che tra non molto i paesi litorani della costiera orientale andran muniti di questi possenti mezzi di preveder le tempeste e scongiurare i naufragî.Poche ore appresso sulBiagio Asseretotutto era in moto; il grido che comanda la rotta risuonò per la tolda—Orza alla banda!—E tosto vedevi il legno spiegar le sue vele, il trinchetto, la brigantina, la gabbia, i coltellacci, le vele di freccia e di straglio, e cazzate le scotte, pigliare i venti e l’abbrivo. Tirò subito al largo virando a ponente: e lasciandosi addietro i curvi rivaggi e le insenate del golfo, doppiò il capo di Portofino, le cui roccie cadenti quasi a fil di sinopia sul mare, il sole volgente all’occaso colorava di caldissime tinte. Allora apparvero a dritta in tutta la pompa della loro bellezza i lieti prospetti e le ingiardinate prode della riviera, spiranti un incognito indistinto di profumi e di odori. Rifletteva lo specchio delle acque il verdedelle soprastanti colline: ma tra quel tripudio della terra, delle acque e del cielo i marinai cessavano a un tratto le allegre canzoni, e quasi tirati da magica forza correan collo sguardo alle piagge fuggenti. Era infatti quell’ora, che come divinamente canta il poeta:....volve ’l disioA’ naviganti, e intenerisce il coreLo dì ch’han detto a’ dolci amici addio:[2]dileguavano da lungi i contorni de’ monti, e le ombre si distendeano sui flutti. In quel religioso silenzio un’ardente preghiera alla Stella del mare, a N. D. di Monte Allegro correa sulle labbra di tutti, dal capitano al mozzetto di poppa.Intanto la nave filando dieci nodi all’ora, col trinchetto e la borda allargata di buon braccio, lasciandosi addietro una via schiumeggiante che allungavasi fin oltre la vista, imboccava quasi a levata di sole il porto di Genova. Meraviglioso prospetto! L’astro del giorno indora cupole e torri, e accompagna, sto per dire, la città che scende degradando dai monti, irti di baluardi e castella, per riposarsi nella curva sua rada. Eccotiinnanzi una selva di navi, su cui s’innalza il Faro superbo, con sotto le batterie fioreggianti; e dovunque sui sbarcatoi, moli e banchine una pressa, un agitarsi che accusa la vivezza de’ traffici, onde si privilegia la metropoli della Liguria.S’udì allora squittire acuto il fischietto del capitano, e i marinai salirono di botto in coperta ad eseguirne i comandi. Ed egli fatte imbrogliare le vele, ammainare antenne e pennoni, ordinò si desse fondo ai ferri e si legassero a terra i provesi.Nel tempo ch’ei spese a porre in pieno assetto la nave, in un porto frequentato da legni di tutte le marine italiane, lo Schiaffino ebbe campo vastissimo di studiarne la parlatura e raffrontarla con la lingua de’ libri, ma pur senza cavarne un chiaro e determinato costrutto; finchè sorse quel giorno in cui di proposito potè provocare la trattazione di un argomento che tanto stavagli a cuore. Come ciò avvenisse e qual ne fosse l’effetto, vedran que’ leggitori ai quali possa dirsi con Dante:O voi che siete in piccioletta barcaDesiderosi d’ascoltar, seguiteDietro al mio legno che cantando varca[3].

NOTA DEL TRASCRITTORE:—Corretti gli ovvii errori di punteggiatura e di stampa.—La copertina è stata creata dal trascrittore usando il frontespizio dell’opera originale; l’immagine è posta in pubblico dominio.—L’indice non è compreso nell’opera originale; ne è stato prodotto ed aggiunto uno a cura del trascrittore.

NOTA DEL TRASCRITTORE:

—Corretti gli ovvii errori di punteggiatura e di stampa.

—La copertina è stata creata dal trascrittore usando il frontespizio dell’opera originale; l’immagine è posta in pubblico dominio.

—L’indice non è compreso nell’opera originale; ne è stato prodotto ed aggiunto uno a cura del trascrittore.

INDICEPAGEAL MARE! AL MARE!5PROEMIO7DIALOGO I.41DIALOGO II.85

LINGUAGGIOEPROVERBI MARINARESCHIPEREMANUELE CELESIAGENOVATIPOGRAFIA DEL R. ISTITUTO SORDO-MUTI1884——Proprietà letteraria——

E

PROVERBI MARINARESCHI

PER

EMANUELE CELESIA

GENOVA

TIPOGRAFIA DEL R. ISTITUTO SORDO-MUTI

1884

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Proprietà letteraria

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AL MARE! AL MARE!UN grido egli è questo che omai dovrebbe erompere dal cuore d’ogni Italiano, a cui la dignità della patria non sia unnome vano senza soggetto.Cieco chi non ne vede le prepotenti ragioni; sciagurato chi, pur veggendole, non s’adopera con ogni nerbo nell’onorato proposito.Cui tolto è il fare, concorra almeno coll’opera della eccitatrice parola.Poco io t’offero, o leggitore, e per giunta, merce stantia; ma gli è quanto io possa, non dirò già di meglio, ma di men reo.

UN grido egli è questo che omai dovrebbe erompere dal cuore d’ogni Italiano, a cui la dignità della patria non sia unnome vano senza soggetto.

Cieco chi non ne vede le prepotenti ragioni; sciagurato chi, pur veggendole, non s’adopera con ogni nerbo nell’onorato proposito.

Cui tolto è il fare, concorra almeno coll’opera della eccitatrice parola.

Poco io t’offero, o leggitore, e per giunta, merce stantia; ma gli è quanto io possa, non dirò già di meglio, ma di men reo.

PROEMIO——SULLA costa orientale a poche miglia da Genova, siede murata sul mare, Camogli, terra operosa e ricca se altra fu mai. È munita di un porto che guarda verso ponente, e d’un molo ove si ormeggiano le navi, e che lo ripara alcun po’ dalle folate de’ venti. Quando soffiano impetuosi i rifoli di tramontana e di greco, impedendo ai legni l’approdo di Portofino e di Genova, e’ trovano in questa stazione un ben sicuro ricetto.Il nome de’ Camogliesi e il loro ardimento son noti e celebrati per ogni dove. Niuna città meglio di questa Amalfi novella seppe comprendere la forza che viene dall’aggregare i piccioli capitali a compiere grandissime imprese. Su queste prode, ove sortiva la culla l’eroico Nicoloso da Recco, vive il tipo dei più intrepidi marinari ch’abbiano mai solcato l’oceano. E non gli uomini soltanto hanno i flutti in conto di vera lor patria, ma le donne istesse fan talmente a fidanza col mare, da crederle non degenere seme di quelle Liguri antiche, di cui diceano i Romani—aver esse l’ardimento degli uomini, come gli uomini la vigoria delle fiere.—Udite memorabile caso. Correva il 24 aprile del 1855, e ilCresus, vascello inglese portentoso per l’ampiezza delle sue forme, carico d’armi e di salmerie destinate all’esercito che combatteva in Crimea, riparava, balestrato dalla tempesta, nell’acque di San Fruttuoso. Fischiava il maestrale, così fiero ne’ nostri rivaggi, il quale sforzando le gabbie, i trevi, la randa e la trinchettina, rendeva impossibile il governo della nave. Invano i marinai davano opera ad arridare sartie e stragli, a ghindare alberetti digabbia, a stendere le velaccie, le velacine, i coltellacci e gli scopamari; ogni lor prova era vana. Ben aveano cignato i palischermi, trincato l’albero di rispetto, tesato le manovre correnti e mainato le grandi antenne per issar le vele di fortuna; il mare infuriava più minaccioso, e il povero legno, presi tutti i terzaruoli e archeggiando di bolina, vedeasi quasi perduto. In così fiere distrette una voce tremenda fra il sibilo degli aquiloni e lo scrosciar delle vele s’udì echeggiare sulla tolda—Il fuoco! Il fuoco!—E una colonna di fumo tra i cui vortici scoppiettavano innumerevoli scintille, dava indizio certissimo che le fiamme eransi appiccate alla nave. Si ebbe sul primo speranza che l’incendio potesse venir tosto domato dai potenti ingegni ond’era fornito il naviglio; infatti si pose mano alle trombe, affaticandosi in mille guise i marinai a soffocare le fiamme. Ogni sforzo dovea cadere infruttuoso. Le vampe ringagliardite dalle rafiche di tramontana guizzano su per le sartie sino al calcese, e fanno impeto in ogni parte del ponte; cade incenerita l’attrezzatura degli alberi e delle vele, e in più luoghi l’istesso cordame già sta per ardere; l’opera dell’uomo omai torna impotentecontro quella furia divoratrice, che con mille lingue di fuoco slanciasi ovunque. Le strida, gli urli, i clamori vanno alle stelle.Cadeva la sera. Al tetro baglior delle fiamme riverberate sui flutti, vedresti i marinai estereffatti gittarsi ne’ palischermi, e allontanandosi a voga arrancata, far prova di superare le ondate smaniose e afferrare le sponde; ma invano pur troppo; che grossi marosi venendo lor sopra gli tranghiottian negli abissi.Gli uomini di San Fruttuoso discesi sul lido contemplavano intanto l’orrendo spettacolo e fremendo di rabbia stracciavansi i capelli, per non veder modo a portar soccorso di sorte alcuna a quelle vittime dell’acqua e del fuoco. I più animosi erano bensì corsi a sferrare i loro burchielli, e gittatisi in essi aveano tentato, punzando sui remi, di rompere l’impeto de’ cavalloni furenti; ma, eccoti, scostati appena dal lido, onde gigantesche spinte da fiero rovaio, rovesciarsi sui navicelli e affondarli. Taciti e con le pugne serrate i superstiti guardavansi in volto, e talora una fiera bestemmia irrompeva dalle lor labbra, per non poter dimostrarsi, quali erano veramente, gagliardi di cuore; quand’ecco scivolar loro dinanzi,quasi aereo fantasma, un leggiero schifetto, che ora elevandosi sulle creste de’ flutti, or ruinando ne’ cavi gorghi, traeva alla volta di quel gigante dell’acque, omai converso in un ardente vulcano. Al sinistro lume dell’incendio vedeansi in questa saettia due giovani donne, che con robusta mano battendo dei remi, parea comandassero ai flutti; correndo a golfo lanciato s’appressarono alCresus, e quasi prendessero a scherno i vortici delle fiamme irrompenti e la furia dell’onde, agevolarono a molti de’ naufraghi un modo di scampo. Maria e Caterina Avegno si è il nome delle liguri eroine. L’infelice Maria, più l’altrui che la propria salvazione curando, lasciava in quei pelaghi miseramente la vita[1].Pochi istanti appresso, la nave più che a mezzo combusta, girando in globo sopra se stessa, inabissavasi nelle profondità del mare.Su queste rive, e proprio in Camogli, viveva nel 1859 Emilio Schiaffino, che reduce da lontani viaggi, traeva in onesta agiatezza, frutto di lunghi traffici marinareschi, i suoi giorni. Toccava allora i cinquant’anni d’età, ma forte e spigliato di membra, abbronzato dal sole de’ tropici e sciolto ne’ modi, era, sotto ruvida scorza, la miglior pasta d’uomo che mai. I marinai di Camogli, di Recco, di Santa Margherita e di Rapallo lo avevano in conto del più sperto capitano di nave de’ tempi suoi; a lui facean capo ne’ casi di grave momento, lui consultavano prima d’avventurarsi in qualche viaggio ed eleggeano arbitro nelle quistioni delle stalie, delle carature, delle avarie e de’ noleggi che talora sorgeano: e gli armatori non ponean mano alla costruzione di un naviglio qualsiasi, se innanzi tutto e’ non ne avesse giudicati per buoni i disegni, l’attrezzatura e perfino il legname.Non eravi uomo da quanto lui per conoscere il mare. Lo si vedeva quando il cielobuttavasi al tristo, incamminarsi lungo le prode e fiutar la tempesta. Che è quel punto nero là in fondo? È una nave che lotta disperatamente co’ flutti; è uno schifo peschereccio che non può arrivare la spiaggia. E tolti senz’altro con se due compagni, e talora anche solo, saltava sul primo guzzo che gli dava tra i piedi, staccavane il canape, e abbrancati i remi, giù un’arrancata, e via di lungo sugli irati frangenti. Lo vedeano dal lido questo lupo di mare salire, discendere e salire di nuovo sulle onde arruffate, e in mezzo al turbine, saldo sul suo palischermo, abbordare il legno in pericolo, e aprirgli una qualche via di salvezza.Egli aveva lunga pezza meditata e fatta sua la sentenza di Franklin, il quale c’insegna esser debito nostro d’onorare il mare, non solo come fonte inesausta di materiali vantaggi, ma eziandio come educatore possente del sentimento morale. Quanto l’umano intelletto, ei pensava, non si è affinato nel veleggiare l’oceano! Quanto le sue facoltà non si rinfrancarono nel combattere contr’esso! Di quai severi ed utili insegnamenti non ci fu dispensiero! Qual tesoro di cognizioni, d’esperienza e di saggezza dovè l’uomo acquistare,anzi che egli potesse spiegar le sue vele sulla distesa dell’acque, solcarle colle sue navi per ogni verso, esplorare le coste irte di promontorî e di bricche, misurarne le sterminate voragini, tramutare infine l’Atlantico, sto per dire, in una strada ferrata! Eppure v’ha qualche cosa di più sublime che il mare istesso, e questa eziandio è opera sua: la potenza intellettiva che il mare ha svolto in coloro che a lui s’affidarono, fino al giorno in cui lor fu dato di stendere la vittrice mano sulla sua ondosa criniera, e calcolare, quasi problema algebrico, il cerchio annuale de’ suoi turbini, sottoposti pur essi ad un movimento di rotazione e a una legge indeclinabile, al pari di quella che governa il corso delle comete e degli astri.Assorto in questi pensieri, ei divisava continuo il modo di migliorare le condizioni della gente di mare, e rigenerarla a nuova vita. E invero i nostri marini, dal capitano fino all’ultimo mozzo, quanto erano valenti di braccio e capaci di governare per sola pratica una nave fra traversie d’ogni fatta, altrettanto andavano quasi digiuni di quelle cognizioni scientifiche, che pur si richieggono a formare un intrepidocapitano, un destro pilota, un buon marinaio. Oggidì l’arte nautica è una scienza, anzi un complesso di scienze difficilissime, le quali hanno il lor fondamento non tanto sull’esercizio del navigare, quanto eziandio sopra i libri. Ed ei, lo Schiaffino, che gran parte della sua giovinezza avea speso sui legni americani ed inglesi, e conosciuto di quanto sapere andassero forniti i loro equipaggi, non potea mandar giù in santa pace la crassa ignoranza, che in Italia ancora offendea la gente dedita al mare.Inoltre; le povere condizioni del semplice marinaio lo affliggevano d’assai; poichè se è a sperare, ei pensava, che le molte scuole nautiche, ond’è ricca l’Italia, possano dare al paese una generazione di naviganti che risponda alle necessità odierne, e tale da rivaleggiare colle altre nazioni, il misero marinaio che non può usare a tale scuole, e che va privo perfino dei primi elementi di lettere, trarrà sempre povera e grama la vita. Così questa classe tanto benemerita de’ nostri commerci, di costume integro ed onesto, fiera come leone e in un mansueta al pari d’agnello, esempio d’ogni virtù religiosa e domestica, questa classe che incalliscesul remo e il più del tempo disgiunta da cari suoi, si mitre di un frusto muffito per raggranellare di che sostentare la moglie diletta e i figliuoli, non troverà mai chi la sollevi alla vera dignità di uomo.I suoi disegni d’avvantaggiare le sorti dei marinai e di educarli possibilmente alla scienza, erano in lui raffermati da quotidiani avvenimenti che vieppiù lo accendeano nella sua fede.Lungo la spiaggia di Sori sorge a uscio e tetto un abituro, che diresti privo di ogni ben di Dio. È notte alta; sovra un nudo giaciglio dormono tre fanciulletti, a cui sonni veglia una madre ancora giovane d’anni, ma pallida e rifinita dalle protratte vigilie. Com’è stile delle donne delle nostre costiere, essa è intenta a condurre innanzi alcuni merletti; senonchè più che al lavoro, corrono i suoi sguardi a specie lare il sinistro aspetto del cielo, che poteva affissare dall’aperta finestra. E l’orizzonte mostravasi tetro e il mare a montoni, cagione a quella misera d’infinita amarezza, certa qual era che in quelle acque aveva l’istesso giorno dato fondo il naviglio, che dopo un anno di lontananza recava alle sue braccia uno sposo adorato.Ella vedea con terrore alla luce de’ lampi l’agitarsi d’una nave in contrasto co’ flutti; e quando il vento per brevi istanti taceva, pareale udire le strida de’ marinai invocanti soccorso. E allora cacciato a terra il suo tombolo, accendea prestamente una lampada ad un’immagine sacra che pendea sopra il capezzale, e svegliati di botto i figliuoli traeali innanzi a quella dicendo fra i singhiozzi—pregate, viscere mie, pregate la Madonna di Monte Allegro che vi renda salvo il genitore—.E pregavano quegli innocenti levando al cielo le loro manine, mentre appunto il furore dell’onde e gli schianti del vento si faceano maggiori. Ed ella guardava lontan lontano sul mare, quando un lampo illuminando di tetro bagliore la solitudine dell’acque, le lasciò scorgere un uomo che disperatamente lottando co’ flutti tentava afferrare la sponda. Il cuore le balza nel petto: una voce interna le grida—è quegli il tuo sposo—. E forsennata di gioia cade innanzi all’immagine di Nostra Donna; indi strettosi al seno il minor de’ figliuoli e gli altri traendo per mano, scende deviata alla spiaggia per raccogliere nelle sue braccia l’uom del suo cuore. Infelice!Un immane maroso le sbatte a’ piedi un cadavere.Traeano in quella da’ vicini casolari alla riva non pochi marinai, desiosi di recare, se lor tornasse possibile, un qualche soccorrimento alla nave, che dai fatti segnali argomentavano versasse in grave pericolo. Ma intanto un nodo di vento la mandava ad infrangersi contro gli scogli del litorale. Miserabile vista! Il corpo del naviglio giaceva a metà sepolto ne’ flutti; il fianco di dritta sfondato, gli alberi e i pennoni divelti, distrutto il traverso, i pavesi recisi, infranta la ruota di poppa. Tutti i naviganti per altro, stante la vicinanza del lido, ebbero salve le vite, da quello infuori, che smanioso di scendere a terra, volle tentare a nuoto l’arduo tragitto.Non è a dire se i marinai accorsi alla riva si adoperassero a pro’ di que’ sventurati. Senonchè vista la salma del loro compagno, e accertatisi che ne’ suoi polsi non batteva più vita, lo tennero bello e spacciato; pur alcuni per tentare un’ultima prova, lo sospesero in guisa che dovesse dar fuori l’acqua ingollata. Altri s’adoperarono attorno alla donna, che uscita de’ sensi per avere in quel naufrago riconosciuto il proprioconsorte, venia trasportata in un co’ figlioletti nella sua casicciuola.Die’ la sorte che mentre appunto que’ marinai, tenendo bocconi il sommerso, tentavano di fargli rigettar l’ acqua dal petto nella speranza di rivocarlo alla vita, si recasse in quel luogo Emilio Schiaffino, disceso anch’egli alla spiaggia per veder modo di provvedere alla salvazione di coloro che avean fatto naufragio. E vista quella buona ed ignara gente affaticarsi in così misera guisa intorno all’annegato, battendosi fieramente la fronte—non vedete, gridava, ch’egli è questo appunto il modo di soffocarlo?—E fattolo recar senza indugio nel vicino tugurio—ciascuno attenda, diceva, al modo che àssi a porre in opera nel soccorrere gli asfitici per sommersione. Ho fede che in manco d’un’ora questo cadavere sarà reso alla vita—. I marinai si ricambiavano dubitosi uno sguardo e taceano.Ei cominciò a farlo spogliare tagliando le vesti madide e ricercando se avesse lesioni in qualche parte del corpo. Indi fattolo collocare orizzontalmente sur un letticiuolo, e avvoltolo in coperte di lana, inclinavalo alcun poco dal lato destro, e trattane la lingua fuor della bocca,la mantenne così sporgente per mezzo di un anello elastico, di cui egli andava munito, e che affisse sulla lingua medesima e sott’esso il mento, collo scopo evidente di riattivarne la respirazione artificiale. Ciò fatto, postosi dietro il corpo del naufrago, afferrò d’ambo i lati la parte superiore del braccio presso la spalla, e così saldamente tenendolo, prese a tirare a se spalle e braccia, sollevandole alquanto e riconducendole quindi nella prima lor posizione. Questa operazione diretta ad effettuare energici movimenti diinspirazionee diespirazioneripetè lungamente, ma pur senza effetto di sorte alcuna. Senonchè egli aveva troppa fede nei risultamenti della scienza per porne l’esito in forse, e ben sapea per innumerevoli esempi, che spesso occorrono parecchie ore d’applicazione ordinata e metodica dei mezzi di soccorrimento, quando in ispecie la estrazione del naufrago è assai ritardata.Comandò allora che un marinaio tenesse per i piè saldamente il cadavere, a ragione avvisando, che agitandosi tutto il corpo, mal si otterrebbe l’effetto di far dilatare il torace ed entrar l’aria nelle vie respiratorie. Quindi appigliandosi ad un altro metodo usato anch’esso con fruttoin simili casi, prese ad elevare le braccia dell’annegato, portandole sopra la testa e quindi riconducendole nello stato lor naturale. Questa operazione interrompeva talora per applicare le mani ai lati del petto, e imprimere brusche scosse al cadavere, scosse che valgono il più delle volte a rianimarne la respirazione: nè s’ingannava. Alcuni istanti appresso un lungo respiro accusava nel povero sommerso il ritorno alla vita; i marinai guardansi trasognati; il creduto estinto apre gli occhi.... La scienza aveva trionfato!Ma l’ardente amore dello Schiaffino verso i suoi simili non appagavasi a tanto, e pensando a ciò che già fecero Americani ed Inglesi a tutela de’ naviganti, divisava il modo di stabilire in que’ paraggi unaStazione barometricae unaSocietà di Salvamento pei naufragîsull’andare di quella che il Cogan e l’Haves fin dal 1774 fondavano in Inghilterra. Quel negozio non era invero de’ più facili, porgendosi avversi od incerti i maggiorenti di que’ luoghi e l’ignoranza de’ suoi stessi compagni. Se è destino, diceano, che il nostro fato si compia, qual forza umana potrà lottare coll’oceano infuriato e contro il demone della tempesta? La Madonna del Boschetto sapràalla peggio camparci da ogni sinistro; più delle vostre stazioni o società di Salvamento varrà a schermirci da ogni traversia l’accrescere lecaraturedovute alla Chiesa. Imperocchè àssi a sapere che da’ que’ lidi non salpa mai nave che non sia costituita in società commerciale, ponendo ciascuno, secondo i proprî averi, quel tanto di danaro che si richiede; queste parti son dettecarati, e alcune di esse soglionsi assegnare al Santuario del luogo, acciò la Madonna franchi il legno da ogni fortuna, e faccia prosperare i suoi traffici. Di questa guisa rendendo maggiormente partecipe ai lucri del bastimento la Chiesa, que’ semplici uomini sfatavano ogni altro mezzo che gli ponesse al coperto dei pericoli della navigazione.Non ostante questa ed altre contrarietà di tal fatta, venne il dì in cui potè mandare ad effetto il suo onesto disegno.Bella e lieta terra è Rapallo, culla di intrepidi navigatori e di quel Biagio Assereto che nelle acque di Ponza ruppe l’armata di due monarchi e gli ebbe captivi. Ivi sortiva del pari i natali quel Bartolomeo Magiocco, che i nostri marinai hanno in conto di loro patrono. E chi non neconosce il più che umano ardimento? Era la notte del 6 di luglio 1550, e i Saraceni guidati dal feroce corsaro Dragut mettevano a ruba la terra, insozzandosi nel sangue de’ cittadini, e sfrenando le proterve lor voglie nelle vergini che trascinavano sui lor negriCaramussalie sulle loroMaone. Il Magiocco, desto a quell’insolito frastuono, balza dal letto, e udito che costoro traevano prigioniera la sua fidanzata, armatosi di un coltello che primo gli venne alle mani, si cacciò fra l’orde nemiche, e aggroppatosi intorno i più prodi fra i suoi, fe’ tal macello de’ Mussulmani, che costrinse alla fuga i superstiti, non senza prima aver tolto dalle lor mani la vergine del suo cuore.Inauguravasi appunto a Rapallo alcuni anni addietro un cantiere, e i reggitori di quel luogo per invogliare i capitani a far ivi costrurre i lor bastimenti, avean promesso roma e toma agli armatori. Lo Schiaffino allettato dai grossi premî e dallo sgravio di ogni balzello che faceasi alle ferramenta e a’ legnami, avea posto ivi mano alla costruzione d’un naviglio. Tirati dalla fede che riponevano intera nella valentia e nella onestà sua, tutti correvano a gara per ottenere unqualche carato, sia sul corpo come sul carico: e perfino i marinai non si teneano dal profferirgli il loro peculio in tanti anni di fatiche ammassato. Ei prescelse appunto le offerte di questi, promettendo loro altresì di prenderli al servizio del legno nelle diverse lor qualità di mozzi, velieri, gabbieri, contromastri, nostruomini, timonieri, macchinisti e piloti, alla sola condizione ch’e’ sapessero leggere, scrivere e far di conto.—Voi qui avete, ei dicea loro, una scuola serale per chi ancora va ignaro de’ primi elementi di lettere: avete una scuola nautica per chi già li possiede. Fino a primavera inoltrata il legno non sarà in punto: mettete a profitto questa invernata, ed io torrò meco i migliori tra voi.—Non è a dire se quei marinai mossi dai larghi guadagni ch’ei facea balenare a’ loro occhi, dessero opera assidua alla scuola, e ogni loro ingegno ponessero a riuscire valenti.Imperciocchè e’ voleva altresì istrutti i suoi marinai per recare ad effetto un suo vagheggiato disegno sul linguaggio navale. Non era no lo Schiaffino un uomo di lettere; ma il divario che correa fra questo linguaggio, qual si attinge dai libri più usati, con la parlata comune de’ marinai,divario, fonte talora d’equivoci nel comando e nel governo della nave, gli avea persuaso la necessità di attenersi a quel di essi, che meglio rispondesse allo scopo. Ma con qual criterio procedere in quella bisogna? La lingua de’ libri, scorretta, imbastardita da voci straniere, non poteva andargli a versi a patto veruno; quella de’ marinai concisa, colorita, vibrata, cadea per altro sovente nel triviale e nel fango. Tale era il suo avviso: e perciò volea culta la sua gente di bordo, poichè quasi per istinto sentiva, che quel linguaggio deterso da alcune macchie di pronuncia, d’elisioni, di eufonismi e di modi talora scurrili e proprî del dialetto soltanto, avrebbe finito per trionfare.Quanto egli assennatamente sentisse avremo campo a dimostrare nei seguentiDialoghi.Intanto nel cantiere tutto era in moto: le maestranze affaticavansi quali alla struttura del corpo della nave, quali ad assestare gli attrezzi; argani volanti issavano enormi legni: fervea l’opera ne’ magazzini, ardean le fucine, da cui spricciavano le scorie infiammate a guisa di fuochi artificiali; mastri d’ascia, legnaiuoli, calafati, carradori, bozzellai, funaiuoli e trivieri senzaconfusione veruna in piccolo spazio affrettavano i loro lavori. Vedevi là da un lato ammonticchiarsi le contre e le scotte; più in là le boline separate dalle drizze: cataste di bigote disposte a seconda de’ fori: ghiere, cigale, radancie, penzoli, castagne, trozze, paterassi e bozze di più ragioni. Lo Schiaffino avea cavato l’abete da Danzica: la quercia da Brema: questa per le interne parti; quella per l’ossatura di fuori. Volle d’olmo lo scafo, come quello che nutrendosi di acqua, fa ottima prova nelle parti sommerse. E qui ti occorreano allo sguardo sparsi sulla spiaggia i fasciami de’ tavoloni per l’interno rivestimento del naviglio, non che le serrette per coprire internamente il fondo e il fianco della carena: e traversi, puntelli, pilastri e lapazze. In altre parti bolliva il catrame, e i pegolieri ne imbeveano i filacci per poi torcerli in corde, mentre altri ne spalmavano le gomene ed i legnami per meglio securarli dagli effetti dell’umidore e dai tarli. Era ovunque una faccenda ed una pressa che mal potrebbe significarsi a parole.E già la nave faceva di sè bella mostra: tutti maravigliavano la sveltezza delle sue forme, il garbo dell’ossatura, del fasciame, delle paratie,la maestria delle sue proporzioni, la leggiadria della chiglia, delle ruote, degli stamenali e d’ogni altro nautico arredo. Era un legno veramente magnifico; staggiava mille ottocento tonnellate: munianlo due alberi: un albero di trinchetto con trinchetto di goletta, parocchetto e velaccio di trinchetto; e un albero di maestra con randa e freccia, una trinchettina, il fiocco e vele di straglio. Aggiungi una macchina di trecento cavalli ad alta pressione, che poneva in moto una elice doppia, la quale assicurava alla nave una velocità tale da poter filare sino a diciasette miglia all’ora.Messo in assetto il naviglio, non altro restava che la cerimonia del suo battesimo e la formazione del ruolo dell’equipaggio.Era un bel mattino di giugno e tutto il paese di Rapallo e gli uomini di Pagana, di Santa Margherita, di Portofino e delle terre contermini, messi a festa, traevano ne’ pressi del cantiere per assistere al varo. Il legno addobbato a gala con la pavesata adorna d’arazzi e bandiere d’ogni taglio e colore, tirava a sè gli sguardi di tutti. Il vessillo nazionale sbatteva al picco di mezzana; all’estremità dell’albero di maestra, lo stendardodella Croce rossa in campo d’argento. Brulicavano d’immensa moltitudine i lidi: il mare istesso formicolava di trabaccoli, di burchielli, di guzzi, di tartanelle, di schelmi, di fuste, di bilancelle e di zattere: tutto insomma il barchereccio del golfo. Le campane scioglievansi a gioia: risonavano attorno allegre canzoni. Bandiere, orifiamme e pennoncelli dovunque.Un degno sacerdote salito sopra la tolda compie i prescritti riti, e spargendo d’acque lustrali la nave, imponeale per ordine del capitano il nome diBiagio Assereto, il valoroso domatore dei re d’Aragona e Navarra. Ciò fatto, un fischio acutissimo s’ode echeggiare sul ponte: gli occhi di ognuno si convertono al legno: cadono a un tratto i ritegni che teneanlo fermo alla riva: vanno a terra i puntelli: una specie di tremito agita la gran mole che comincia a barcollare: fra tanto popolo accorso non udresti una voce, un sospiro; e soltanto dopo che il naviglio strisciando sulle guide spalmate di grasso, prese, fumigando, l’abbrivo al mare che tosto il cinse de’ suoi liquidi amplessi, un clamore infinito di urli di gioia andò a ferire le stelle.Il dì appresso i marinai che s’erano offertiallo Schiaffino, raccoglievansi nella di lui casa per dare i lor nomi sul registro dell’equipaggio, e fermare le condizioni della loro ascrizione. Trenta egli ne elesse destri, intelligenti e animosi giovani, per mezzo de’ quali sperava poter rigenerare negli abiti della vita e nella lingua navale le marinaresche popolazioni della costiera orientale; indi, accomiattandoli—domani, ei disse loro, alla punta del giorno noi farem vela.—E alla punta del giorno il capitano saliva la nave, ma ombrato il volto, qual chi teme una imminente sventura. Gli uomini dell’equipaggio erano tutti al posto dai diversi uffici loro assegnato; i macchinisti, il pilota attendeano i comandi: e i comandi mai non impartivansi. Eppure l’aspetto del mare e del cielo annunciava che superato agevolmente il capo di Portofino, in poche velate sarebbesi imboccato il porto di Genova, ove la nave dovea completare il proprio armamento e prendere il carico. Due altri bastimenti ch’erano in que’ paraggi sull’àncore, aveano già preso del largo; i marinai non poteano insomma comprendere l’esitazione dello Schiaffino nel dar gli ordini della partenza. Peggio poi quando invece dell’ordine di salpare, s’udìil capitano comandare di mettersi in panna, di gettar l’àncore, d’ammainare i bastardi e le antenne, come se minacciasse un fortunale. Una parte dell’equipaggio fu eziandio licenziata a scendere a terra.E invero l’occhio espertissimo dello Schiaffino avvisava qualche cosa di sinistro sulla faccia delle acque e del cielo; lontan lontano s’udiva come un ronzio propagarsi sulle ancor quiete marine, foriero certissimo di non remota procella; vedeansi le nubi sbandare per rombi diversi; correan le onde non grandi, ma però spesse ed acute, e agitate da un cotal moto che all’occhio indagatore nulla prometteva di bene. L’aria impregnata d’elettrico: una lunga schiera di augelli rigava il cielo, e volgeasi rapidamente alla terra. Egli aveva inoltre osservato il barometro che improvviso scendeva: avea spiato la formazione dei cirri e gli aloni: tutto indicavagli insomma lo appressarsi della tempesta: ed ei volea cogliere il destro non solo di scampare la nave, ma di porre ad esecuzione una sua antica proposta.E la tempesta non si fe’ attendere a lungo, e furiosa per modo, che i due legni che avevano prima sferrato, vedeansi da lungi lottare penosamentecontro l’urto dei venti che gli sbalestrava nelle scogliere del Capo, e contro le infuriate onde che parean seppellirli entro i lor vortici. E fu loro mestieri pel gran travaglio alleggerire gli scafi, ciondolarli alle bande, usare ogni argomento dell’arte per impedire che le àncore si rompessero sulle marre dei ronzoni. A mala pena poggiando alla banda, e filando gli ormeggi per occhio, poteano sostenersi sui flutti. Per contro ilBiagio Asseretonon uscito da quel securo seno, prendeva a scherno ogni ira di mare e di cielo. S’addiedero allora i marinai ch’aveano collo Schiaffino posto il piè a terra, da qual tremendo pericolo ei seppe francarli.—Non avevi tu visto le procellarie e gli altri augelli marini aliare sinistramente sui flutti?—La luna è al secondo suo quarto; ieri il sole tramontò listato di macchie ... cattivi pronostici per mettersi a vela.—Ben l’indicava la salvastrella che incartocciavasi, e il trifoglio che levava ritti ritti i suoi steli.—Che la burrasca fosse imminente diceanlo le mosche che succhiellavano più vivamente le carni; le passere che facevano uno strano cinguettare sugli alberi; le api che non si discostavanodai loro alveari; i lombrichi che usciano di terra; il suono delle campane che udiasi ben di lontano ...—E fedeli al proverbio che canta:della sapienza di poi son piene le fosse, tutti allora erano certi, che sarebbe stata follia lo sciogliere i canapi. Nondimeno compresi di viva riconoscenza traeano presso il lor capitano.Stava egli allora a colloquio col sindaco e i maggiorenti del luogo in una sala della sua casa per avvisare sulla possibilità di recare un qualche soccorso ai due legni in procinto di naufragare, e fremea per l’impotenza di liberarli da un imminente disastro. La venuta de’ marinai e la presenza degli uomini più notevoli del paese parvegli occasione propizia per incarnare un suo antico disegno; ond’è che levatosi e raccoltigli intorno a sè, così prese a dire:—Voi vedete, amici e compagni, l’impossibilità in cui per manco di mezzi noi siamo di recare un qualche soccorrimento a quei miseri. Ma s’e’ versano in gravi distrette, gli è perchè l’hanno eglino stessi voluto; io per certissimi indizi gli avevo ammoniti a non fidarsi oggi al femminile sorriso del mare; le sue carezze nascondevanoil tradimento. E se or non c’è dato volare in loro aiuto, tutta su voi ne ricade la colpa, o signori; ed io terrei questo pel più bel giorno della mia vita, se vi piacesse avvisar meco al modo di prevenire le fortune di mare, e di rendere affatto innocui i naufragî.—Queste parole pronunciate coll’accento di sicurezza propria dell’uomo di mare, scossero profondamente gli astanti, i quali per bocca del sindaco—parlate, gli dissero; che àssi a fare per scongiurare i danni gravissimi che ad ogni istante gettano nella desolazione le nostre famiglie? Noi siam tutti presti a mandare ad effetto quanto voi saprete proporci. Parlate.—In quello istante parve che l’uragano rimettesse alquanto della sua furia; il capitano, appuntato il suo cannocchiale, vide un de’ legni correre al largo, mure a sinistra, sotto le sue vele basse, le vele di gabbia, i parrocchetti, la brigantina ed i fiocchi; stava anzi in quel punto issando i coltellacci e i papaffichi. Anche l’altro naviglio, vinta la traversia, spiegava al vento il trevo della maestra, e serrata la mezzana, facea, correndo, la prua a Portofino. Ond’egli con animo più rimesso, così parlò loro:—Voi conoscete il noto adagio:chi s’aiuta, Dio l’aiuta: ma noi siamo ancor lontani dal metterlo in pratica. Chiamare Dio e i Santi in mezzo ai pericoli della sconvolta natura, gli è certo un ottimo avviso; ma meglio ancor tornerebbe il prevenire questi pericoli, dacchè la scienza ci ha porto il modo di prevederli e schermircene. Uditemi. Non v’ha capitano il quale non sappia che le brusche oscillazioni barometriche accusano quasi sempre lo scoppiare d’una tempesta. Quindi è che le navi van provvedute di barometri, che il capitano ad ogni tratto consulta, ma che troppo spesso non sa interpretare, nè porre in relazione con le condizioni geografiche del luogo, con la temperatura e co’ fenomeni elettrici dell’atmosfera. Ma se i lavori dell’Associazione Marittimafondata dallo illustre Maury andranno, come ne ho fede, ogni dì più allargandosi, gli uomini di mare cresciuti alla scienza sapranno antivedere non solo la procella e i perturbamenti dell’aria, ma diminuirne eziandio la frequenza e cansarne i pericoli.——Senonchè i piccioli legni di cabotaggio e i navicelli de’ pescatori, tanto esposti nei nostririvaggi ai furori dei libecci, van privi di questi notevoli ammonimenti, e quand’anche ne fossero in possessione, non saprebbero oggidì per la loro ignoranza cavarne costrutto veruno. Eppure in altre nazioni e specialmente in Inghilterra si venne in loro aiuto. Il duca di Northumberland propose, non è molto, a Tomaso Sopwith presidente dellaSocietà meteorological’istituzione diOsservatorînei numerosi villaggi de’ pescatori disseminati su quelle costiere. Era suo intento tutelare le vite e gli averi di tanti uomini laboriosi mediante la previsione del tempo, qual ci viene indicata dalle osservazioni barometriche e meteorologiche. Accolta con plauso una tale proposta, Sopwith e Gleisher si diedero con ogni studio ad erigere stazioni meteorologiche, e furono tenuti in conto di veri benefattori dei marinai di quelle spiaggie, i quali appresero a breve andare l’uso di quelli strumenti, di cui vollero farsi mallevadori e custodi. Ond’è che tali stazioni moltiplicarono in pochi anni per modo, che quasi tutta la costa n’è oggi fornita; i loro salutevoli effetti son senza numero. Io vi propongo adunque anzitutto la fondazione di uno di questi osservatorî, i cui risultamenti varranno arisparmiare alla nostra riviera non poche vittime per ciascun anno.——Nè questo è tutto. Io leggeva poc’anzi ne’ vostri occhi e in ogni vostro atto un desiderio ardentissimo di correre a salvezza di que’ due legni, che sordi ai responsi della scienza, osavano incauti avventurarsi ad una calma infedele. Salvarli! È presto detto; voi mi conoscete, e v’è noto se io mi sia tale da indietreggiare in faccia al pericolo. Ma con questo furiare d’acqua e di venti, io non potea trascinare i miei compagni a inevitabile perdizione. Rammentate ciò ch’io testè vi diceva: che se, cioè, non mi venìa fatto di recare soccorso ai pericolanti fratelli, dovete voi soli tenervene in colpa. Ed eccomi pronto a chiarirvene. Avete voi mai pensato a fondare su queste prode, così esposte ai turbini ed alle procelle, unaSocietà di Salvamento? Avete voi i così detticanotti di salvataggio, quali si hanno dalle più colte nazioni? Voi per certo da me non pretendete l’istoria di queste lancie di salvamento che devonsi a Enrico Greatheard, ingegnere inglese, nè il modo della loro costruzione. Io vi dirò solo esser tali, che il loro sommergimento riesce impossibile, perchè formate in guisa,da far loro d’un tratto cambiare direzione per evitare o superare i marosi irrompenti: e munite di aperture nel fondo per lasciar colar l’acqua che talor le ricopre. Mediante questi agili arnesi torna assai facile lanciarsi ne’ flutti agitati, e volare in soccorso dei naufraghi. Nulla dirò di tanti altri mezzi, e in ispecie dell’artiglieria di salvamento, che consta di un grosso archibuso, con cui si scaglia un canapetto raccomandato a una freccia di punta barbonata, che conficcandosi in qualche tavola del naviglio sbattuto dall’onde, serve ai pericolanti per istabilire l’andrivello o altra via di salvazione. Vi basti sapere che migliaia di naufragî devono a questi congegni la vita.—Il capitano taceva, e spiava negli occhi degli astanti l’effetto delle sue proposte. E questo fu tale da doversene assai tenere. Primi i marinai con quella eloquenza che appalesa l’interna agitazione dell’animo, levando in alto i loro berretti, ruppero in un grido, dicendo—vogliamo una stazione anche noi: vogliamo la lancia di salvamento.—E poste le mani ai borselli, proffersero chi più chi meno la loro moneta per la compra degli strumenti opportuni. Senonchè ilcapo del comune e gli altri più cospicui signori, mal comportando che venissero gravati que’ marinai per un’opera che tornava a beneficio di tutta la terra, si tolsero essi stessi l’incarico di fondar la stazione e provveder gli altri arnesi; talchè giova sperare che tra non molto i paesi litorani della costiera orientale andran muniti di questi possenti mezzi di preveder le tempeste e scongiurare i naufragî.Poche ore appresso sulBiagio Asseretotutto era in moto; il grido che comanda la rotta risuonò per la tolda—Orza alla banda!—E tosto vedevi il legno spiegar le sue vele, il trinchetto, la brigantina, la gabbia, i coltellacci, le vele di freccia e di straglio, e cazzate le scotte, pigliare i venti e l’abbrivo. Tirò subito al largo virando a ponente: e lasciandosi addietro i curvi rivaggi e le insenate del golfo, doppiò il capo di Portofino, le cui roccie cadenti quasi a fil di sinopia sul mare, il sole volgente all’occaso colorava di caldissime tinte. Allora apparvero a dritta in tutta la pompa della loro bellezza i lieti prospetti e le ingiardinate prode della riviera, spiranti un incognito indistinto di profumi e di odori. Rifletteva lo specchio delle acque il verdedelle soprastanti colline: ma tra quel tripudio della terra, delle acque e del cielo i marinai cessavano a un tratto le allegre canzoni, e quasi tirati da magica forza correan collo sguardo alle piagge fuggenti. Era infatti quell’ora, che come divinamente canta il poeta:....volve ’l disioA’ naviganti, e intenerisce il coreLo dì ch’han detto a’ dolci amici addio:[2]dileguavano da lungi i contorni de’ monti, e le ombre si distendeano sui flutti. In quel religioso silenzio un’ardente preghiera alla Stella del mare, a N. D. di Monte Allegro correa sulle labbra di tutti, dal capitano al mozzetto di poppa.Intanto la nave filando dieci nodi all’ora, col trinchetto e la borda allargata di buon braccio, lasciandosi addietro una via schiumeggiante che allungavasi fin oltre la vista, imboccava quasi a levata di sole il porto di Genova. Meraviglioso prospetto! L’astro del giorno indora cupole e torri, e accompagna, sto per dire, la città che scende degradando dai monti, irti di baluardi e castella, per riposarsi nella curva sua rada. Eccotiinnanzi una selva di navi, su cui s’innalza il Faro superbo, con sotto le batterie fioreggianti; e dovunque sui sbarcatoi, moli e banchine una pressa, un agitarsi che accusa la vivezza de’ traffici, onde si privilegia la metropoli della Liguria.S’udì allora squittire acuto il fischietto del capitano, e i marinai salirono di botto in coperta ad eseguirne i comandi. Ed egli fatte imbrogliare le vele, ammainare antenne e pennoni, ordinò si desse fondo ai ferri e si legassero a terra i provesi.Nel tempo ch’ei spese a porre in pieno assetto la nave, in un porto frequentato da legni di tutte le marine italiane, lo Schiaffino ebbe campo vastissimo di studiarne la parlatura e raffrontarla con la lingua de’ libri, ma pur senza cavarne un chiaro e determinato costrutto; finchè sorse quel giorno in cui di proposito potè provocare la trattazione di un argomento che tanto stavagli a cuore. Come ciò avvenisse e qual ne fosse l’effetto, vedran que’ leggitori ai quali possa dirsi con Dante:O voi che siete in piccioletta barcaDesiderosi d’ascoltar, seguiteDietro al mio legno che cantando varca[3].

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SULLA costa orientale a poche miglia da Genova, siede murata sul mare, Camogli, terra operosa e ricca se altra fu mai. È munita di un porto che guarda verso ponente, e d’un molo ove si ormeggiano le navi, e che lo ripara alcun po’ dalle folate de’ venti. Quando soffiano impetuosi i rifoli di tramontana e di greco, impedendo ai legni l’approdo di Portofino e di Genova, e’ trovano in questa stazione un ben sicuro ricetto.

Il nome de’ Camogliesi e il loro ardimento son noti e celebrati per ogni dove. Niuna città meglio di questa Amalfi novella seppe comprendere la forza che viene dall’aggregare i piccioli capitali a compiere grandissime imprese. Su queste prode, ove sortiva la culla l’eroico Nicoloso da Recco, vive il tipo dei più intrepidi marinari ch’abbiano mai solcato l’oceano. E non gli uomini soltanto hanno i flutti in conto di vera lor patria, ma le donne istesse fan talmente a fidanza col mare, da crederle non degenere seme di quelle Liguri antiche, di cui diceano i Romani—aver esse l’ardimento degli uomini, come gli uomini la vigoria delle fiere.—

Udite memorabile caso. Correva il 24 aprile del 1855, e ilCresus, vascello inglese portentoso per l’ampiezza delle sue forme, carico d’armi e di salmerie destinate all’esercito che combatteva in Crimea, riparava, balestrato dalla tempesta, nell’acque di San Fruttuoso. Fischiava il maestrale, così fiero ne’ nostri rivaggi, il quale sforzando le gabbie, i trevi, la randa e la trinchettina, rendeva impossibile il governo della nave. Invano i marinai davano opera ad arridare sartie e stragli, a ghindare alberetti digabbia, a stendere le velaccie, le velacine, i coltellacci e gli scopamari; ogni lor prova era vana. Ben aveano cignato i palischermi, trincato l’albero di rispetto, tesato le manovre correnti e mainato le grandi antenne per issar le vele di fortuna; il mare infuriava più minaccioso, e il povero legno, presi tutti i terzaruoli e archeggiando di bolina, vedeasi quasi perduto. In così fiere distrette una voce tremenda fra il sibilo degli aquiloni e lo scrosciar delle vele s’udì echeggiare sulla tolda—Il fuoco! Il fuoco!—E una colonna di fumo tra i cui vortici scoppiettavano innumerevoli scintille, dava indizio certissimo che le fiamme eransi appiccate alla nave. Si ebbe sul primo speranza che l’incendio potesse venir tosto domato dai potenti ingegni ond’era fornito il naviglio; infatti si pose mano alle trombe, affaticandosi in mille guise i marinai a soffocare le fiamme. Ogni sforzo dovea cadere infruttuoso. Le vampe ringagliardite dalle rafiche di tramontana guizzano su per le sartie sino al calcese, e fanno impeto in ogni parte del ponte; cade incenerita l’attrezzatura degli alberi e delle vele, e in più luoghi l’istesso cordame già sta per ardere; l’opera dell’uomo omai torna impotentecontro quella furia divoratrice, che con mille lingue di fuoco slanciasi ovunque. Le strida, gli urli, i clamori vanno alle stelle.

Cadeva la sera. Al tetro baglior delle fiamme riverberate sui flutti, vedresti i marinai estereffatti gittarsi ne’ palischermi, e allontanandosi a voga arrancata, far prova di superare le ondate smaniose e afferrare le sponde; ma invano pur troppo; che grossi marosi venendo lor sopra gli tranghiottian negli abissi.

Gli uomini di San Fruttuoso discesi sul lido contemplavano intanto l’orrendo spettacolo e fremendo di rabbia stracciavansi i capelli, per non veder modo a portar soccorso di sorte alcuna a quelle vittime dell’acqua e del fuoco. I più animosi erano bensì corsi a sferrare i loro burchielli, e gittatisi in essi aveano tentato, punzando sui remi, di rompere l’impeto de’ cavalloni furenti; ma, eccoti, scostati appena dal lido, onde gigantesche spinte da fiero rovaio, rovesciarsi sui navicelli e affondarli. Taciti e con le pugne serrate i superstiti guardavansi in volto, e talora una fiera bestemmia irrompeva dalle lor labbra, per non poter dimostrarsi, quali erano veramente, gagliardi di cuore; quand’ecco scivolar loro dinanzi,quasi aereo fantasma, un leggiero schifetto, che ora elevandosi sulle creste de’ flutti, or ruinando ne’ cavi gorghi, traeva alla volta di quel gigante dell’acque, omai converso in un ardente vulcano. Al sinistro lume dell’incendio vedeansi in questa saettia due giovani donne, che con robusta mano battendo dei remi, parea comandassero ai flutti; correndo a golfo lanciato s’appressarono alCresus, e quasi prendessero a scherno i vortici delle fiamme irrompenti e la furia dell’onde, agevolarono a molti de’ naufraghi un modo di scampo. Maria e Caterina Avegno si è il nome delle liguri eroine. L’infelice Maria, più l’altrui che la propria salvazione curando, lasciava in quei pelaghi miseramente la vita[1].

Pochi istanti appresso, la nave più che a mezzo combusta, girando in globo sopra se stessa, inabissavasi nelle profondità del mare.

Su queste rive, e proprio in Camogli, viveva nel 1859 Emilio Schiaffino, che reduce da lontani viaggi, traeva in onesta agiatezza, frutto di lunghi traffici marinareschi, i suoi giorni. Toccava allora i cinquant’anni d’età, ma forte e spigliato di membra, abbronzato dal sole de’ tropici e sciolto ne’ modi, era, sotto ruvida scorza, la miglior pasta d’uomo che mai. I marinai di Camogli, di Recco, di Santa Margherita e di Rapallo lo avevano in conto del più sperto capitano di nave de’ tempi suoi; a lui facean capo ne’ casi di grave momento, lui consultavano prima d’avventurarsi in qualche viaggio ed eleggeano arbitro nelle quistioni delle stalie, delle carature, delle avarie e de’ noleggi che talora sorgeano: e gli armatori non ponean mano alla costruzione di un naviglio qualsiasi, se innanzi tutto e’ non ne avesse giudicati per buoni i disegni, l’attrezzatura e perfino il legname.

Non eravi uomo da quanto lui per conoscere il mare. Lo si vedeva quando il cielobuttavasi al tristo, incamminarsi lungo le prode e fiutar la tempesta. Che è quel punto nero là in fondo? È una nave che lotta disperatamente co’ flutti; è uno schifo peschereccio che non può arrivare la spiaggia. E tolti senz’altro con se due compagni, e talora anche solo, saltava sul primo guzzo che gli dava tra i piedi, staccavane il canape, e abbrancati i remi, giù un’arrancata, e via di lungo sugli irati frangenti. Lo vedeano dal lido questo lupo di mare salire, discendere e salire di nuovo sulle onde arruffate, e in mezzo al turbine, saldo sul suo palischermo, abbordare il legno in pericolo, e aprirgli una qualche via di salvezza.

Egli aveva lunga pezza meditata e fatta sua la sentenza di Franklin, il quale c’insegna esser debito nostro d’onorare il mare, non solo come fonte inesausta di materiali vantaggi, ma eziandio come educatore possente del sentimento morale. Quanto l’umano intelletto, ei pensava, non si è affinato nel veleggiare l’oceano! Quanto le sue facoltà non si rinfrancarono nel combattere contr’esso! Di quai severi ed utili insegnamenti non ci fu dispensiero! Qual tesoro di cognizioni, d’esperienza e di saggezza dovè l’uomo acquistare,anzi che egli potesse spiegar le sue vele sulla distesa dell’acque, solcarle colle sue navi per ogni verso, esplorare le coste irte di promontorî e di bricche, misurarne le sterminate voragini, tramutare infine l’Atlantico, sto per dire, in una strada ferrata! Eppure v’ha qualche cosa di più sublime che il mare istesso, e questa eziandio è opera sua: la potenza intellettiva che il mare ha svolto in coloro che a lui s’affidarono, fino al giorno in cui lor fu dato di stendere la vittrice mano sulla sua ondosa criniera, e calcolare, quasi problema algebrico, il cerchio annuale de’ suoi turbini, sottoposti pur essi ad un movimento di rotazione e a una legge indeclinabile, al pari di quella che governa il corso delle comete e degli astri.

Assorto in questi pensieri, ei divisava continuo il modo di migliorare le condizioni della gente di mare, e rigenerarla a nuova vita. E invero i nostri marini, dal capitano fino all’ultimo mozzo, quanto erano valenti di braccio e capaci di governare per sola pratica una nave fra traversie d’ogni fatta, altrettanto andavano quasi digiuni di quelle cognizioni scientifiche, che pur si richieggono a formare un intrepidocapitano, un destro pilota, un buon marinaio. Oggidì l’arte nautica è una scienza, anzi un complesso di scienze difficilissime, le quali hanno il lor fondamento non tanto sull’esercizio del navigare, quanto eziandio sopra i libri. Ed ei, lo Schiaffino, che gran parte della sua giovinezza avea speso sui legni americani ed inglesi, e conosciuto di quanto sapere andassero forniti i loro equipaggi, non potea mandar giù in santa pace la crassa ignoranza, che in Italia ancora offendea la gente dedita al mare.

Inoltre; le povere condizioni del semplice marinaio lo affliggevano d’assai; poichè se è a sperare, ei pensava, che le molte scuole nautiche, ond’è ricca l’Italia, possano dare al paese una generazione di naviganti che risponda alle necessità odierne, e tale da rivaleggiare colle altre nazioni, il misero marinaio che non può usare a tale scuole, e che va privo perfino dei primi elementi di lettere, trarrà sempre povera e grama la vita. Così questa classe tanto benemerita de’ nostri commerci, di costume integro ed onesto, fiera come leone e in un mansueta al pari d’agnello, esempio d’ogni virtù religiosa e domestica, questa classe che incalliscesul remo e il più del tempo disgiunta da cari suoi, si mitre di un frusto muffito per raggranellare di che sostentare la moglie diletta e i figliuoli, non troverà mai chi la sollevi alla vera dignità di uomo.

I suoi disegni d’avvantaggiare le sorti dei marinai e di educarli possibilmente alla scienza, erano in lui raffermati da quotidiani avvenimenti che vieppiù lo accendeano nella sua fede.

Lungo la spiaggia di Sori sorge a uscio e tetto un abituro, che diresti privo di ogni ben di Dio. È notte alta; sovra un nudo giaciglio dormono tre fanciulletti, a cui sonni veglia una madre ancora giovane d’anni, ma pallida e rifinita dalle protratte vigilie. Com’è stile delle donne delle nostre costiere, essa è intenta a condurre innanzi alcuni merletti; senonchè più che al lavoro, corrono i suoi sguardi a specie lare il sinistro aspetto del cielo, che poteva affissare dall’aperta finestra. E l’orizzonte mostravasi tetro e il mare a montoni, cagione a quella misera d’infinita amarezza, certa qual era che in quelle acque aveva l’istesso giorno dato fondo il naviglio, che dopo un anno di lontananza recava alle sue braccia uno sposo adorato.Ella vedea con terrore alla luce de’ lampi l’agitarsi d’una nave in contrasto co’ flutti; e quando il vento per brevi istanti taceva, pareale udire le strida de’ marinai invocanti soccorso. E allora cacciato a terra il suo tombolo, accendea prestamente una lampada ad un’immagine sacra che pendea sopra il capezzale, e svegliati di botto i figliuoli traeali innanzi a quella dicendo fra i singhiozzi—pregate, viscere mie, pregate la Madonna di Monte Allegro che vi renda salvo il genitore—.

E pregavano quegli innocenti levando al cielo le loro manine, mentre appunto il furore dell’onde e gli schianti del vento si faceano maggiori. Ed ella guardava lontan lontano sul mare, quando un lampo illuminando di tetro bagliore la solitudine dell’acque, le lasciò scorgere un uomo che disperatamente lottando co’ flutti tentava afferrare la sponda. Il cuore le balza nel petto: una voce interna le grida—è quegli il tuo sposo—. E forsennata di gioia cade innanzi all’immagine di Nostra Donna; indi strettosi al seno il minor de’ figliuoli e gli altri traendo per mano, scende deviata alla spiaggia per raccogliere nelle sue braccia l’uom del suo cuore. Infelice!Un immane maroso le sbatte a’ piedi un cadavere.

Traeano in quella da’ vicini casolari alla riva non pochi marinai, desiosi di recare, se lor tornasse possibile, un qualche soccorrimento alla nave, che dai fatti segnali argomentavano versasse in grave pericolo. Ma intanto un nodo di vento la mandava ad infrangersi contro gli scogli del litorale. Miserabile vista! Il corpo del naviglio giaceva a metà sepolto ne’ flutti; il fianco di dritta sfondato, gli alberi e i pennoni divelti, distrutto il traverso, i pavesi recisi, infranta la ruota di poppa. Tutti i naviganti per altro, stante la vicinanza del lido, ebbero salve le vite, da quello infuori, che smanioso di scendere a terra, volle tentare a nuoto l’arduo tragitto.

Non è a dire se i marinai accorsi alla riva si adoperassero a pro’ di que’ sventurati. Senonchè vista la salma del loro compagno, e accertatisi che ne’ suoi polsi non batteva più vita, lo tennero bello e spacciato; pur alcuni per tentare un’ultima prova, lo sospesero in guisa che dovesse dar fuori l’acqua ingollata. Altri s’adoperarono attorno alla donna, che uscita de’ sensi per avere in quel naufrago riconosciuto il proprioconsorte, venia trasportata in un co’ figlioletti nella sua casicciuola.

Die’ la sorte che mentre appunto que’ marinai, tenendo bocconi il sommerso, tentavano di fargli rigettar l’ acqua dal petto nella speranza di rivocarlo alla vita, si recasse in quel luogo Emilio Schiaffino, disceso anch’egli alla spiaggia per veder modo di provvedere alla salvazione di coloro che avean fatto naufragio. E vista quella buona ed ignara gente affaticarsi in così misera guisa intorno all’annegato, battendosi fieramente la fronte—non vedete, gridava, ch’egli è questo appunto il modo di soffocarlo?—E fattolo recar senza indugio nel vicino tugurio—ciascuno attenda, diceva, al modo che àssi a porre in opera nel soccorrere gli asfitici per sommersione. Ho fede che in manco d’un’ora questo cadavere sarà reso alla vita—. I marinai si ricambiavano dubitosi uno sguardo e taceano.

Ei cominciò a farlo spogliare tagliando le vesti madide e ricercando se avesse lesioni in qualche parte del corpo. Indi fattolo collocare orizzontalmente sur un letticiuolo, e avvoltolo in coperte di lana, inclinavalo alcun poco dal lato destro, e trattane la lingua fuor della bocca,la mantenne così sporgente per mezzo di un anello elastico, di cui egli andava munito, e che affisse sulla lingua medesima e sott’esso il mento, collo scopo evidente di riattivarne la respirazione artificiale. Ciò fatto, postosi dietro il corpo del naufrago, afferrò d’ambo i lati la parte superiore del braccio presso la spalla, e così saldamente tenendolo, prese a tirare a se spalle e braccia, sollevandole alquanto e riconducendole quindi nella prima lor posizione. Questa operazione diretta ad effettuare energici movimenti diinspirazionee diespirazioneripetè lungamente, ma pur senza effetto di sorte alcuna. Senonchè egli aveva troppa fede nei risultamenti della scienza per porne l’esito in forse, e ben sapea per innumerevoli esempi, che spesso occorrono parecchie ore d’applicazione ordinata e metodica dei mezzi di soccorrimento, quando in ispecie la estrazione del naufrago è assai ritardata.

Comandò allora che un marinaio tenesse per i piè saldamente il cadavere, a ragione avvisando, che agitandosi tutto il corpo, mal si otterrebbe l’effetto di far dilatare il torace ed entrar l’aria nelle vie respiratorie. Quindi appigliandosi ad un altro metodo usato anch’esso con fruttoin simili casi, prese ad elevare le braccia dell’annegato, portandole sopra la testa e quindi riconducendole nello stato lor naturale. Questa operazione interrompeva talora per applicare le mani ai lati del petto, e imprimere brusche scosse al cadavere, scosse che valgono il più delle volte a rianimarne la respirazione: nè s’ingannava. Alcuni istanti appresso un lungo respiro accusava nel povero sommerso il ritorno alla vita; i marinai guardansi trasognati; il creduto estinto apre gli occhi.... La scienza aveva trionfato!

Ma l’ardente amore dello Schiaffino verso i suoi simili non appagavasi a tanto, e pensando a ciò che già fecero Americani ed Inglesi a tutela de’ naviganti, divisava il modo di stabilire in que’ paraggi unaStazione barometricae unaSocietà di Salvamento pei naufragîsull’andare di quella che il Cogan e l’Haves fin dal 1774 fondavano in Inghilterra. Quel negozio non era invero de’ più facili, porgendosi avversi od incerti i maggiorenti di que’ luoghi e l’ignoranza de’ suoi stessi compagni. Se è destino, diceano, che il nostro fato si compia, qual forza umana potrà lottare coll’oceano infuriato e contro il demone della tempesta? La Madonna del Boschetto sapràalla peggio camparci da ogni sinistro; più delle vostre stazioni o società di Salvamento varrà a schermirci da ogni traversia l’accrescere lecaraturedovute alla Chiesa. Imperocchè àssi a sapere che da’ que’ lidi non salpa mai nave che non sia costituita in società commerciale, ponendo ciascuno, secondo i proprî averi, quel tanto di danaro che si richiede; queste parti son dettecarati, e alcune di esse soglionsi assegnare al Santuario del luogo, acciò la Madonna franchi il legno da ogni fortuna, e faccia prosperare i suoi traffici. Di questa guisa rendendo maggiormente partecipe ai lucri del bastimento la Chiesa, que’ semplici uomini sfatavano ogni altro mezzo che gli ponesse al coperto dei pericoli della navigazione.

Non ostante questa ed altre contrarietà di tal fatta, venne il dì in cui potè mandare ad effetto il suo onesto disegno.

Bella e lieta terra è Rapallo, culla di intrepidi navigatori e di quel Biagio Assereto che nelle acque di Ponza ruppe l’armata di due monarchi e gli ebbe captivi. Ivi sortiva del pari i natali quel Bartolomeo Magiocco, che i nostri marinai hanno in conto di loro patrono. E chi non neconosce il più che umano ardimento? Era la notte del 6 di luglio 1550, e i Saraceni guidati dal feroce corsaro Dragut mettevano a ruba la terra, insozzandosi nel sangue de’ cittadini, e sfrenando le proterve lor voglie nelle vergini che trascinavano sui lor negriCaramussalie sulle loroMaone. Il Magiocco, desto a quell’insolito frastuono, balza dal letto, e udito che costoro traevano prigioniera la sua fidanzata, armatosi di un coltello che primo gli venne alle mani, si cacciò fra l’orde nemiche, e aggroppatosi intorno i più prodi fra i suoi, fe’ tal macello de’ Mussulmani, che costrinse alla fuga i superstiti, non senza prima aver tolto dalle lor mani la vergine del suo cuore.

Inauguravasi appunto a Rapallo alcuni anni addietro un cantiere, e i reggitori di quel luogo per invogliare i capitani a far ivi costrurre i lor bastimenti, avean promesso roma e toma agli armatori. Lo Schiaffino allettato dai grossi premî e dallo sgravio di ogni balzello che faceasi alle ferramenta e a’ legnami, avea posto ivi mano alla costruzione d’un naviglio. Tirati dalla fede che riponevano intera nella valentia e nella onestà sua, tutti correvano a gara per ottenere unqualche carato, sia sul corpo come sul carico: e perfino i marinai non si teneano dal profferirgli il loro peculio in tanti anni di fatiche ammassato. Ei prescelse appunto le offerte di questi, promettendo loro altresì di prenderli al servizio del legno nelle diverse lor qualità di mozzi, velieri, gabbieri, contromastri, nostruomini, timonieri, macchinisti e piloti, alla sola condizione ch’e’ sapessero leggere, scrivere e far di conto.—Voi qui avete, ei dicea loro, una scuola serale per chi ancora va ignaro de’ primi elementi di lettere: avete una scuola nautica per chi già li possiede. Fino a primavera inoltrata il legno non sarà in punto: mettete a profitto questa invernata, ed io torrò meco i migliori tra voi.—Non è a dire se quei marinai mossi dai larghi guadagni ch’ei facea balenare a’ loro occhi, dessero opera assidua alla scuola, e ogni loro ingegno ponessero a riuscire valenti.

Imperciocchè e’ voleva altresì istrutti i suoi marinai per recare ad effetto un suo vagheggiato disegno sul linguaggio navale. Non era no lo Schiaffino un uomo di lettere; ma il divario che correa fra questo linguaggio, qual si attinge dai libri più usati, con la parlata comune de’ marinai,divario, fonte talora d’equivoci nel comando e nel governo della nave, gli avea persuaso la necessità di attenersi a quel di essi, che meglio rispondesse allo scopo. Ma con qual criterio procedere in quella bisogna? La lingua de’ libri, scorretta, imbastardita da voci straniere, non poteva andargli a versi a patto veruno; quella de’ marinai concisa, colorita, vibrata, cadea per altro sovente nel triviale e nel fango. Tale era il suo avviso: e perciò volea culta la sua gente di bordo, poichè quasi per istinto sentiva, che quel linguaggio deterso da alcune macchie di pronuncia, d’elisioni, di eufonismi e di modi talora scurrili e proprî del dialetto soltanto, avrebbe finito per trionfare.

Quanto egli assennatamente sentisse avremo campo a dimostrare nei seguentiDialoghi.

Intanto nel cantiere tutto era in moto: le maestranze affaticavansi quali alla struttura del corpo della nave, quali ad assestare gli attrezzi; argani volanti issavano enormi legni: fervea l’opera ne’ magazzini, ardean le fucine, da cui spricciavano le scorie infiammate a guisa di fuochi artificiali; mastri d’ascia, legnaiuoli, calafati, carradori, bozzellai, funaiuoli e trivieri senzaconfusione veruna in piccolo spazio affrettavano i loro lavori. Vedevi là da un lato ammonticchiarsi le contre e le scotte; più in là le boline separate dalle drizze: cataste di bigote disposte a seconda de’ fori: ghiere, cigale, radancie, penzoli, castagne, trozze, paterassi e bozze di più ragioni. Lo Schiaffino avea cavato l’abete da Danzica: la quercia da Brema: questa per le interne parti; quella per l’ossatura di fuori. Volle d’olmo lo scafo, come quello che nutrendosi di acqua, fa ottima prova nelle parti sommerse. E qui ti occorreano allo sguardo sparsi sulla spiaggia i fasciami de’ tavoloni per l’interno rivestimento del naviglio, non che le serrette per coprire internamente il fondo e il fianco della carena: e traversi, puntelli, pilastri e lapazze. In altre parti bolliva il catrame, e i pegolieri ne imbeveano i filacci per poi torcerli in corde, mentre altri ne spalmavano le gomene ed i legnami per meglio securarli dagli effetti dell’umidore e dai tarli. Era ovunque una faccenda ed una pressa che mal potrebbe significarsi a parole.

E già la nave faceva di sè bella mostra: tutti maravigliavano la sveltezza delle sue forme, il garbo dell’ossatura, del fasciame, delle paratie,la maestria delle sue proporzioni, la leggiadria della chiglia, delle ruote, degli stamenali e d’ogni altro nautico arredo. Era un legno veramente magnifico; staggiava mille ottocento tonnellate: munianlo due alberi: un albero di trinchetto con trinchetto di goletta, parocchetto e velaccio di trinchetto; e un albero di maestra con randa e freccia, una trinchettina, il fiocco e vele di straglio. Aggiungi una macchina di trecento cavalli ad alta pressione, che poneva in moto una elice doppia, la quale assicurava alla nave una velocità tale da poter filare sino a diciasette miglia all’ora.

Messo in assetto il naviglio, non altro restava che la cerimonia del suo battesimo e la formazione del ruolo dell’equipaggio.

Era un bel mattino di giugno e tutto il paese di Rapallo e gli uomini di Pagana, di Santa Margherita, di Portofino e delle terre contermini, messi a festa, traevano ne’ pressi del cantiere per assistere al varo. Il legno addobbato a gala con la pavesata adorna d’arazzi e bandiere d’ogni taglio e colore, tirava a sè gli sguardi di tutti. Il vessillo nazionale sbatteva al picco di mezzana; all’estremità dell’albero di maestra, lo stendardodella Croce rossa in campo d’argento. Brulicavano d’immensa moltitudine i lidi: il mare istesso formicolava di trabaccoli, di burchielli, di guzzi, di tartanelle, di schelmi, di fuste, di bilancelle e di zattere: tutto insomma il barchereccio del golfo. Le campane scioglievansi a gioia: risonavano attorno allegre canzoni. Bandiere, orifiamme e pennoncelli dovunque.

Un degno sacerdote salito sopra la tolda compie i prescritti riti, e spargendo d’acque lustrali la nave, imponeale per ordine del capitano il nome diBiagio Assereto, il valoroso domatore dei re d’Aragona e Navarra. Ciò fatto, un fischio acutissimo s’ode echeggiare sul ponte: gli occhi di ognuno si convertono al legno: cadono a un tratto i ritegni che teneanlo fermo alla riva: vanno a terra i puntelli: una specie di tremito agita la gran mole che comincia a barcollare: fra tanto popolo accorso non udresti una voce, un sospiro; e soltanto dopo che il naviglio strisciando sulle guide spalmate di grasso, prese, fumigando, l’abbrivo al mare che tosto il cinse de’ suoi liquidi amplessi, un clamore infinito di urli di gioia andò a ferire le stelle.

Il dì appresso i marinai che s’erano offertiallo Schiaffino, raccoglievansi nella di lui casa per dare i lor nomi sul registro dell’equipaggio, e fermare le condizioni della loro ascrizione. Trenta egli ne elesse destri, intelligenti e animosi giovani, per mezzo de’ quali sperava poter rigenerare negli abiti della vita e nella lingua navale le marinaresche popolazioni della costiera orientale; indi, accomiattandoli—domani, ei disse loro, alla punta del giorno noi farem vela.—

E alla punta del giorno il capitano saliva la nave, ma ombrato il volto, qual chi teme una imminente sventura. Gli uomini dell’equipaggio erano tutti al posto dai diversi uffici loro assegnato; i macchinisti, il pilota attendeano i comandi: e i comandi mai non impartivansi. Eppure l’aspetto del mare e del cielo annunciava che superato agevolmente il capo di Portofino, in poche velate sarebbesi imboccato il porto di Genova, ove la nave dovea completare il proprio armamento e prendere il carico. Due altri bastimenti ch’erano in que’ paraggi sull’àncore, aveano già preso del largo; i marinai non poteano insomma comprendere l’esitazione dello Schiaffino nel dar gli ordini della partenza. Peggio poi quando invece dell’ordine di salpare, s’udìil capitano comandare di mettersi in panna, di gettar l’àncore, d’ammainare i bastardi e le antenne, come se minacciasse un fortunale. Una parte dell’equipaggio fu eziandio licenziata a scendere a terra.

E invero l’occhio espertissimo dello Schiaffino avvisava qualche cosa di sinistro sulla faccia delle acque e del cielo; lontan lontano s’udiva come un ronzio propagarsi sulle ancor quiete marine, foriero certissimo di non remota procella; vedeansi le nubi sbandare per rombi diversi; correan le onde non grandi, ma però spesse ed acute, e agitate da un cotal moto che all’occhio indagatore nulla prometteva di bene. L’aria impregnata d’elettrico: una lunga schiera di augelli rigava il cielo, e volgeasi rapidamente alla terra. Egli aveva inoltre osservato il barometro che improvviso scendeva: avea spiato la formazione dei cirri e gli aloni: tutto indicavagli insomma lo appressarsi della tempesta: ed ei volea cogliere il destro non solo di scampare la nave, ma di porre ad esecuzione una sua antica proposta.

E la tempesta non si fe’ attendere a lungo, e furiosa per modo, che i due legni che avevano prima sferrato, vedeansi da lungi lottare penosamentecontro l’urto dei venti che gli sbalestrava nelle scogliere del Capo, e contro le infuriate onde che parean seppellirli entro i lor vortici. E fu loro mestieri pel gran travaglio alleggerire gli scafi, ciondolarli alle bande, usare ogni argomento dell’arte per impedire che le àncore si rompessero sulle marre dei ronzoni. A mala pena poggiando alla banda, e filando gli ormeggi per occhio, poteano sostenersi sui flutti. Per contro ilBiagio Asseretonon uscito da quel securo seno, prendeva a scherno ogni ira di mare e di cielo. S’addiedero allora i marinai ch’aveano collo Schiaffino posto il piè a terra, da qual tremendo pericolo ei seppe francarli.

—Non avevi tu visto le procellarie e gli altri augelli marini aliare sinistramente sui flutti?

—La luna è al secondo suo quarto; ieri il sole tramontò listato di macchie ... cattivi pronostici per mettersi a vela.

—Ben l’indicava la salvastrella che incartocciavasi, e il trifoglio che levava ritti ritti i suoi steli.

—Che la burrasca fosse imminente diceanlo le mosche che succhiellavano più vivamente le carni; le passere che facevano uno strano cinguettare sugli alberi; le api che non si discostavanodai loro alveari; i lombrichi che usciano di terra; il suono delle campane che udiasi ben di lontano ...—

E fedeli al proverbio che canta:della sapienza di poi son piene le fosse, tutti allora erano certi, che sarebbe stata follia lo sciogliere i canapi. Nondimeno compresi di viva riconoscenza traeano presso il lor capitano.

Stava egli allora a colloquio col sindaco e i maggiorenti del luogo in una sala della sua casa per avvisare sulla possibilità di recare un qualche soccorso ai due legni in procinto di naufragare, e fremea per l’impotenza di liberarli da un imminente disastro. La venuta de’ marinai e la presenza degli uomini più notevoli del paese parvegli occasione propizia per incarnare un suo antico disegno; ond’è che levatosi e raccoltigli intorno a sè, così prese a dire:

—Voi vedete, amici e compagni, l’impossibilità in cui per manco di mezzi noi siamo di recare un qualche soccorrimento a quei miseri. Ma s’e’ versano in gravi distrette, gli è perchè l’hanno eglino stessi voluto; io per certissimi indizi gli avevo ammoniti a non fidarsi oggi al femminile sorriso del mare; le sue carezze nascondevanoil tradimento. E se or non c’è dato volare in loro aiuto, tutta su voi ne ricade la colpa, o signori; ed io terrei questo pel più bel giorno della mia vita, se vi piacesse avvisar meco al modo di prevenire le fortune di mare, e di rendere affatto innocui i naufragî.—

Queste parole pronunciate coll’accento di sicurezza propria dell’uomo di mare, scossero profondamente gli astanti, i quali per bocca del sindaco—parlate, gli dissero; che àssi a fare per scongiurare i danni gravissimi che ad ogni istante gettano nella desolazione le nostre famiglie? Noi siam tutti presti a mandare ad effetto quanto voi saprete proporci. Parlate.—

In quello istante parve che l’uragano rimettesse alquanto della sua furia; il capitano, appuntato il suo cannocchiale, vide un de’ legni correre al largo, mure a sinistra, sotto le sue vele basse, le vele di gabbia, i parrocchetti, la brigantina ed i fiocchi; stava anzi in quel punto issando i coltellacci e i papaffichi. Anche l’altro naviglio, vinta la traversia, spiegava al vento il trevo della maestra, e serrata la mezzana, facea, correndo, la prua a Portofino. Ond’egli con animo più rimesso, così parlò loro:

—Voi conoscete il noto adagio:chi s’aiuta, Dio l’aiuta: ma noi siamo ancor lontani dal metterlo in pratica. Chiamare Dio e i Santi in mezzo ai pericoli della sconvolta natura, gli è certo un ottimo avviso; ma meglio ancor tornerebbe il prevenire questi pericoli, dacchè la scienza ci ha porto il modo di prevederli e schermircene. Uditemi. Non v’ha capitano il quale non sappia che le brusche oscillazioni barometriche accusano quasi sempre lo scoppiare d’una tempesta. Quindi è che le navi van provvedute di barometri, che il capitano ad ogni tratto consulta, ma che troppo spesso non sa interpretare, nè porre in relazione con le condizioni geografiche del luogo, con la temperatura e co’ fenomeni elettrici dell’atmosfera. Ma se i lavori dell’Associazione Marittimafondata dallo illustre Maury andranno, come ne ho fede, ogni dì più allargandosi, gli uomini di mare cresciuti alla scienza sapranno antivedere non solo la procella e i perturbamenti dell’aria, ma diminuirne eziandio la frequenza e cansarne i pericoli.—

—Senonchè i piccioli legni di cabotaggio e i navicelli de’ pescatori, tanto esposti nei nostririvaggi ai furori dei libecci, van privi di questi notevoli ammonimenti, e quand’anche ne fossero in possessione, non saprebbero oggidì per la loro ignoranza cavarne costrutto veruno. Eppure in altre nazioni e specialmente in Inghilterra si venne in loro aiuto. Il duca di Northumberland propose, non è molto, a Tomaso Sopwith presidente dellaSocietà meteorological’istituzione diOsservatorînei numerosi villaggi de’ pescatori disseminati su quelle costiere. Era suo intento tutelare le vite e gli averi di tanti uomini laboriosi mediante la previsione del tempo, qual ci viene indicata dalle osservazioni barometriche e meteorologiche. Accolta con plauso una tale proposta, Sopwith e Gleisher si diedero con ogni studio ad erigere stazioni meteorologiche, e furono tenuti in conto di veri benefattori dei marinai di quelle spiaggie, i quali appresero a breve andare l’uso di quelli strumenti, di cui vollero farsi mallevadori e custodi. Ond’è che tali stazioni moltiplicarono in pochi anni per modo, che quasi tutta la costa n’è oggi fornita; i loro salutevoli effetti son senza numero. Io vi propongo adunque anzitutto la fondazione di uno di questi osservatorî, i cui risultamenti varranno arisparmiare alla nostra riviera non poche vittime per ciascun anno.—

—Nè questo è tutto. Io leggeva poc’anzi ne’ vostri occhi e in ogni vostro atto un desiderio ardentissimo di correre a salvezza di que’ due legni, che sordi ai responsi della scienza, osavano incauti avventurarsi ad una calma infedele. Salvarli! È presto detto; voi mi conoscete, e v’è noto se io mi sia tale da indietreggiare in faccia al pericolo. Ma con questo furiare d’acqua e di venti, io non potea trascinare i miei compagni a inevitabile perdizione. Rammentate ciò ch’io testè vi diceva: che se, cioè, non mi venìa fatto di recare soccorso ai pericolanti fratelli, dovete voi soli tenervene in colpa. Ed eccomi pronto a chiarirvene. Avete voi mai pensato a fondare su queste prode, così esposte ai turbini ed alle procelle, unaSocietà di Salvamento? Avete voi i così detticanotti di salvataggio, quali si hanno dalle più colte nazioni? Voi per certo da me non pretendete l’istoria di queste lancie di salvamento che devonsi a Enrico Greatheard, ingegnere inglese, nè il modo della loro costruzione. Io vi dirò solo esser tali, che il loro sommergimento riesce impossibile, perchè formate in guisa,da far loro d’un tratto cambiare direzione per evitare o superare i marosi irrompenti: e munite di aperture nel fondo per lasciar colar l’acqua che talor le ricopre. Mediante questi agili arnesi torna assai facile lanciarsi ne’ flutti agitati, e volare in soccorso dei naufraghi. Nulla dirò di tanti altri mezzi, e in ispecie dell’artiglieria di salvamento, che consta di un grosso archibuso, con cui si scaglia un canapetto raccomandato a una freccia di punta barbonata, che conficcandosi in qualche tavola del naviglio sbattuto dall’onde, serve ai pericolanti per istabilire l’andrivello o altra via di salvazione. Vi basti sapere che migliaia di naufragî devono a questi congegni la vita.—

Il capitano taceva, e spiava negli occhi degli astanti l’effetto delle sue proposte. E questo fu tale da doversene assai tenere. Primi i marinai con quella eloquenza che appalesa l’interna agitazione dell’animo, levando in alto i loro berretti, ruppero in un grido, dicendo—vogliamo una stazione anche noi: vogliamo la lancia di salvamento.—E poste le mani ai borselli, proffersero chi più chi meno la loro moneta per la compra degli strumenti opportuni. Senonchè ilcapo del comune e gli altri più cospicui signori, mal comportando che venissero gravati que’ marinai per un’opera che tornava a beneficio di tutta la terra, si tolsero essi stessi l’incarico di fondar la stazione e provveder gli altri arnesi; talchè giova sperare che tra non molto i paesi litorani della costiera orientale andran muniti di questi possenti mezzi di preveder le tempeste e scongiurare i naufragî.

Poche ore appresso sulBiagio Asseretotutto era in moto; il grido che comanda la rotta risuonò per la tolda—Orza alla banda!—E tosto vedevi il legno spiegar le sue vele, il trinchetto, la brigantina, la gabbia, i coltellacci, le vele di freccia e di straglio, e cazzate le scotte, pigliare i venti e l’abbrivo. Tirò subito al largo virando a ponente: e lasciandosi addietro i curvi rivaggi e le insenate del golfo, doppiò il capo di Portofino, le cui roccie cadenti quasi a fil di sinopia sul mare, il sole volgente all’occaso colorava di caldissime tinte. Allora apparvero a dritta in tutta la pompa della loro bellezza i lieti prospetti e le ingiardinate prode della riviera, spiranti un incognito indistinto di profumi e di odori. Rifletteva lo specchio delle acque il verdedelle soprastanti colline: ma tra quel tripudio della terra, delle acque e del cielo i marinai cessavano a un tratto le allegre canzoni, e quasi tirati da magica forza correan collo sguardo alle piagge fuggenti. Era infatti quell’ora, che come divinamente canta il poeta:

....volve ’l disioA’ naviganti, e intenerisce il coreLo dì ch’han detto a’ dolci amici addio:[2]

dileguavano da lungi i contorni de’ monti, e le ombre si distendeano sui flutti. In quel religioso silenzio un’ardente preghiera alla Stella del mare, a N. D. di Monte Allegro correa sulle labbra di tutti, dal capitano al mozzetto di poppa.

Intanto la nave filando dieci nodi all’ora, col trinchetto e la borda allargata di buon braccio, lasciandosi addietro una via schiumeggiante che allungavasi fin oltre la vista, imboccava quasi a levata di sole il porto di Genova. Meraviglioso prospetto! L’astro del giorno indora cupole e torri, e accompagna, sto per dire, la città che scende degradando dai monti, irti di baluardi e castella, per riposarsi nella curva sua rada. Eccotiinnanzi una selva di navi, su cui s’innalza il Faro superbo, con sotto le batterie fioreggianti; e dovunque sui sbarcatoi, moli e banchine una pressa, un agitarsi che accusa la vivezza de’ traffici, onde si privilegia la metropoli della Liguria.

S’udì allora squittire acuto il fischietto del capitano, e i marinai salirono di botto in coperta ad eseguirne i comandi. Ed egli fatte imbrogliare le vele, ammainare antenne e pennoni, ordinò si desse fondo ai ferri e si legassero a terra i provesi.

Nel tempo ch’ei spese a porre in pieno assetto la nave, in un porto frequentato da legni di tutte le marine italiane, lo Schiaffino ebbe campo vastissimo di studiarne la parlatura e raffrontarla con la lingua de’ libri, ma pur senza cavarne un chiaro e determinato costrutto; finchè sorse quel giorno in cui di proposito potè provocare la trattazione di un argomento che tanto stavagli a cuore. Come ciò avvenisse e qual ne fosse l’effetto, vedran que’ leggitori ai quali possa dirsi con Dante:

O voi che siete in piccioletta barcaDesiderosi d’ascoltar, seguiteDietro al mio legno che cantando varca[3].


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