CONCLUSIONE
I. La politica scolastica della repubblica e dell’impero. Il governo centrale e le scuole di Stato. — II. Il governo e le scuole municipali e private. — III. Lo Stato, i maestri, gli studenti; la libertà dell’insegnamento. — IV. Lo Stato e gli insegnamenti professionali. — V. Le biblioteche pubbliche e loro amministrazione. — VI. Lo Stato, le Accademie, i Musei; la cura delle opere d’arte. — VII. L’imperatore, il Senato e la suprema direzione della istruzione pubblica. — VIII. L’amministrazione centrale e provinciale. — IX. Gli impulsi indiretti del governo alla istruzione pubblica; il tentativo d’una educazione ufficiale; lo Stato e l’educazione fisica. — X. La decadenza intellettuale, e la vanità effettiva dell’opera dello Stato.
I. La politica scolastica della repubblica e dell’impero. Il governo centrale e le scuole di Stato. — II. Il governo e le scuole municipali e private. — III. Lo Stato, i maestri, gli studenti; la libertà dell’insegnamento. — IV. Lo Stato e gli insegnamenti professionali. — V. Le biblioteche pubbliche e loro amministrazione. — VI. Lo Stato, le Accademie, i Musei; la cura delle opere d’arte. — VII. L’imperatore, il Senato e la suprema direzione della istruzione pubblica. — VIII. L’amministrazione centrale e provinciale. — IX. Gli impulsi indiretti del governo alla istruzione pubblica; il tentativo d’una educazione ufficiale; lo Stato e l’educazione fisica. — X. La decadenza intellettuale, e la vanità effettiva dell’opera dello Stato.
Io mi propongo di tracciare, in questo capitolo, le linee generali della politica dello Stato romano verso l’istruzione pubblica durante i primi secoli dell’êra cristiana, e, fondandomi sugli elementi successivamente sottoposti all’intelligenza del lettore, esporre in una sintesi conclusiva, e in modo sistematico, il meccanismo — (e i principii direttivi del suo funzionamento) — in quegli anni messo in opera, a vantaggio della pubblica istruzione.La politica dell’impero verso l’istruzione pubblica è un naturale svolgimento di quella dell’età repubblicana, e, come questa, non mira all’attuazione di un piano determinatoa priori, ma procede a tentoni, per mille imprevisti casi ed atti, fino a terminare, nei secoli V. e VI., con l’inaugurazione di una vera e propria scuola di Stato.
Ma se la pratica è conseguente, le teoriche espresse dalle due età sono l’una diametralmente opposta all’altra. Si voglia codesta teorica, per il primo periodo della storia romana ritrovare tutta intera, e in modo assoluto, nelle parole deLa repubblicadi Cicerone, là dove si afferma che nelle buone tradizioni nazionali romane non trovava posto alcun sistema di educazione pubblica ed uniforme per tutti i fanciulli di nascita libera;[820]o si vogliano le parole di Cicerone, come è forse più probabile,[821]interpretare con discrezione e cautela maggiori del consueto, l’impero può in ogni modo contrapporre ad esse una molto diversa teorica. Che, se Costanzo II, in un documento ufficiale dirà, che il primo merito di un governo e di un principe è quello ch’egli si conquista verso la pubblica istruzione,[822]Simmaco, uno dei più grandi personaggi del secolo IV. ribadirà, rivolgendosi al primo magistrato romano, che «la prova della floridezza di uno Statosi desume dallo stanziamento di cospicue retribuzioni ai pubblici docenti»[823].
Ci troviamo dunque, come si vede, in aere e dinnanzi a concepimenti assai diversi. Per l’impero romano, lo Stato ideale è quello che largisce a sue spese la pubblica istruzione; per la repubblica, ogni paese civile poteva serenamente prescindere da siffatte preoccupazioni.
Per quali vie s’era compiuta tanta rivoluzione? La risposta non riesce difficile a chi con noi ha seguito, passo passo, lo svolgersi dell’amministrazione scolastica dello Stato romano.
Questa parte della sua attività si esplica sotto tre forme: creazione di scuole pubbliche ed ufficiali; regolamenti sull’istruzione municipale; vigilanza sull’istruzione privata.
Quanto alle scuole di Stato, duplice fu la via, che noi abbiamo vista seguire dal governo romano. Da un canto, esso istituisce delle cattedre di discipline, preferibilmente attinenti all’insegnamento superiore. Ciò avvenne dapprima nella capitale del mondo, nella città regia per eccellenza, in Roma; poscia, nelle città più notevoli per il loro passato, letterario e scientifico, e perciò più degne delle cure imperiali, quale, ad esempio, Atene.
Tale istituzione non importava di necessità che lo Stato si arrogasse il diritto della nomina del docente. In genere — almeno nel rito esteriore — essa era lasciata al Consiglio municipale, cioè al senato del luogo; importava bensì che lo Stato si addossasse l’onere dello stipendio del docente. Ma insieme con questo procedimento l’impero amò seguirne un altro. Esso preferì talvolta avocare a se stesso determinati insegnamenti, designando una città come loro sede officiale, imponendovi, più o menorigorosamente, i suoi programmi, facendone la depositaria responsabile, spesso liberandola da ogni concorrenza. Fu il caso della facoltà giuridica di Berito con Giustiniano e coi suoi predecessori, sin forse da Diocleziano.[824]Questa volta siamo dinnanzi ad un’investitura morale, non già ad una creazione ex novo di cattedre, e lo Stato rimane estraneo sia alla nomina dei docenti, sia alla retribuzione dell’opera loro.
Fra l’una e l’altra forma di scuola di Stato, fra le due età, in cui ciascuna viene incarnata, noi assistiamo al primo sorgere, su modello appositamente scelto di una completa Università, che raccoglie nel suo seno l’insegnamento delle varie discipline, ritenute fondamentali e necessarie. È questa l’ora della fondazione dell’Ateneo Costantinopolitano, e sarà anche questo il momento, in cui l’autorità del potere centrale, così solennemente affermatasi, libererà l’Università ufficiale da tutte le altre forme di insegnamento, che fino allora le erano fiorite accanto, e ne darà a quella l’assoluto monopolio. Ancora un altro secolo, infatti, e ciò che Teodosio II., integrando l’opera di Costantino I., aveva disposto per la sola Costantinopoli, sarà da Giustiniano ripetuto per altre scuole o cattedre dell’impero — private, municipali, imperiali — e dell’organismo dell’istruzione dello Stato, saranno, pur disciplinandole scrupolosamente, mantenute solo quelle parti, che il governo riterrà opportuno mantenere.
Ma tanta operosità non riguarda tutte le forme dell’antico insegnamento; l’istruzione elementare rimane ancora estranea a ogni iniziativa dello Stato, e le cattedre,che questo curò e raccolse, quali sedi di insegnamenti ufficiali, corrisposero invece alle sole contemplate dal nostro insegnamento superiore e dal nostro insegnamento medio di secondo grado.
Le discipline fondamentali — qua e là ce ne poterono essere anche delle altre — oggetto del primo, furono la eloquenza greca e latina, la filosofia, più tardi, la giurisprudenza; le discipline, oggetto dell’insegnamento secondario superiore: la lingua e la letteratura latina. E se, come taluno ha asserito, la denominazione diUniversitànon si attaglia perfettamente agli istituti d’istruzione pubblica, sorti in Roma, in Atene, in Costantinopoli e nelle altre città, che quegli insegnamenti raccolsero in un corpo unico, l’eccezione ha valore sopra tutto, in quanto dei programmi di codeste scuole facevano parte anche quelle discipline, che oggi costituiscono il nostro insegnamento secondario superiore.
Ma la cura e la sorveglianza del governo centrale sulle scuole di Stato non si limita a largire uno stipendio ai docenti, a raccogliere questi ultimi in un istituto unico, a pareggiare, a quelle di fondazione imperiale, alcune scuole, che tali non erano state, a coordinarne l’opera, sia pure entro gli incerti confini, che abbiamo segnati. Vedemmo, dall’esempio di Roma e di Costantinopoli, come lo Stato fornisse i locali; ma esso curava ancora la disciplina degli studiosi, sì che l’autorità, che oggi viene divisa fra il rettore dell’istituto, il corpo accademico e l’autorità politica, veniva dal governo centrale assegnata solo a quest’ultima. Era questa la conseguenza necessaria dell’acefalia della scuola, ove, se c’erano degli insegnanti, non c’era un ufficio direttivo. E noi vediamo che, sotto Valentiniano I., nellamancanza dell’organo necessario per la disciplina, le scuole venivano governate dal prefetto della città, in Roma e — si può presumere — anche in Costantinopoli, e dalle altre autorità provinciali più immediate, nelle quattro prefetture dell’impero, come, più tardi, insieme con queste, dalle supreme autorità ecclesiastiche del luogo.[825]Un dirigente d’istituto di nomina imperiale non esiste,[826]e il collegio dei professori o non è investito di alcun potere, o ne ha uno assolutamente subordinato, e solo sussidiario, a quello dell’autorità civile e religiosa.
Ma tale delegazione all’autorità politica dei poteri disciplinari, che non è un male, come potrebbe temersi, giacchè quella si limitava esclusivamente a sorvegliare la parte più esteriore, e meno intima, della condotta degli studenti, dipende anche dalla concezione dell’insegnamento, che lo Stato romano ereditò — e mantenne fedelmente — dalla repubblica. Per esso, fu l’insegnamento un’attività liberissima tra le libere; per esso, l’insegnante dovea farsi valere con la sua capacità; lo scolaro apprendere per il bisogno intellettuale o professionale, che lo sospingeva[827]. Il fallo scolastico non è quindi contemplato; esistono solo dei reati comuni, e di reprimerli è, naturalmente, incaricata l’autorità civile o giudiziaria.
Questo è il fondo teorico della pratica seguita dall’impero romano in fatto di disciplina scolastica. Vada sè che esso era troppo bello, per tradursi senza alterazioni nella realtà; e, infatti, provvedimenti speciali di questo o di quell’imperatore ne ombrarono la classica purezza. Ma essi non riuscirono mai a intaccare vitalmente il sistema, che rivivrà più tardi, attraverso i più celebri istituti d’istruzione pubblica del Medioevo.
Tali le norme, che regolarono le scuole di Stato. Ma queste non furono, nel concetto, che i Romani ebbero della loro importanza, paragonabili alle nostre scuole regie, secondarie e superiori. Per i Romani, fino almeno a Giustiniano, la scuola di Stato fu un istituto di lusso, una speciale degnazione del superiore governo verso determinate città; fu una scuola modello, non la scuola ministra quotidiana e ordinaria del sapere e della cultura. Quella invece, che, per valor sociale, nel concetto degli uomini politici di quel tempo, avrebbe potuto paragonarsi alle nostre, fu la scuola municipale, ed a questa si deve la romanizzazione del mondo conquistato.
Delle sue sorti, vedemmo, il governo imperiale comincia ad occuparsi fin da Antonino Pio. Quest’imperatore inscrive, per il primo, fra le spese obbligatorie di parecchi Comuni dell’impero, anche quella per il mantenimento di determinate cattedre, ed autorizza altri, che lo chiedevano, ad aprire pubbliche scuole. E la sua iniziativa è proseguita ininterrottamente fino all’ultima età. Il governo imperiale investe ufficialmente i Consigli comunali della nomina dei maestri, stabilisce appositi concorsi, li fa sorvegliare e, in taluni casi, infligge, o fa infliggere loro, punizioni determinate eperfino la destituzione[828]. Viceversa, impone ai Comuni dei privilegi a favore dei maestri, non che l’esenzione dai carichi locali, e richiede da essi la scrupolosa osservanza del pagamento degli stipendi[829].
Vi è un certo momento anzi — fu questo il biennio del governo di Giuliano — in cui lo Stato giunge ad arrogarsi il diritto di conferma delle nomine dei maestri municipali, di cui vuol controllare il merito scientifico ed il valore morale. Ma, se questa particolare ingerenza cessa con la morte di quel principe, lo Stato non consente mai che si rallenti la sorveglianza dei Comuni sulle loro scuole, e sempre si conduce come se pensasse che quelli non fanno che operare in nome ed in rappresentanza del governo centrale[830].
Appunto per questo, esso crede talora di potere senz’altro nominare direttamente gl’insegnanti comunali — è il caso di Proeresio a Treviri, di Flavio e di Lattanzio a Nicomedia, di Eumenio ad Augustodunum —; esso crede di poter fissare, ed imporre, la misura degli stipendii — è il caso dell’ordinamento dato da Graziano all’istruzione pubblica nelle Gallie —; esso crede di poter direttamente destituire dei maestri, o sopprimere, sia pure temporaneamente, delle scuole; così fanno Giuliano e Giustiniano. Solo, da tanta cura, rimane, anche sotto l’impero, di bel nuovo, esclusa ogni forma di istruzione primaria.
Verso l’istruzione privata le pretese, gli atteggiamenti, del governo centrale sono assai più rimessi e modesti,nè le condizioni, in cui tale forma d’istruzione suole in ogni tempo vivere, consentono che sia fatto in modo diverso. Tutto l’insegnamento privato domestico fu dunque libero da ogni sorveglianza e da ogni controllo. Anche quando Giustiniano opererà i suoi tagli cesarei nell’organismo delle scuole dell’impero, egli non colpirà che l’istruzione impartita pubblicamente, e con lui, e dopo, perfino in Atene, l’insegnamento domestico, se non prospererà, non cesserà di sopravvivere.
Non basta. Nella stessa istruzione privata, impartita pubblicamente, lo Stato non cura, nè sorveglia, che una sola forma: l’istruzione media e superiore a tipo classico, quella, che metteva capo alla così detta scuola di grammatica, greca e latina, a quella di retorica, di filosofia e delle restanti discipline, contemplate nel quadro dei programmi scolastici consuetudinari.
Quasi tutte le altre specie di insegnamento, che non riguardavano le discipline canonizzate dalla tradizione — come le scuole professionali, le scuole cristiane, catechetiche, teologiche etc. — rimangono estranee all’invadenza del governo centrale.
Ben diversamente procedevano le cose nei rispetti dell’istruzione privato-pubblica di tipo classico. Giuliano vuole che gli insegnanti abbiano la ratifica dei Consigli municipali e la propria. I successori si contenteranno della prima soltanto, ma talora, per evitare una spesso temibile concorrenza, seguiranno l’esempio di Teodosio II., e preferiranno vietare in modo assoluto, sotto la minaccia di gravi pene, ogni insegnamento pubblico-privato.
Ma, com’è nella sua natura, questa forma d’insegnamento, sfidò anche allora, ogni controllo e contravvennead ogni divieto. Morto Giuliano, si constata che l’impero è pieno di docenti di filosofia, sprovvisti di autorizzazione, e, sotto Giustiniano, i volontari docenti di giurisprudenza riescono ugualmente pericolosi sia per la loro ignoranza come per il loro numero.[831]
Ma chi voglia frugare in fondo ai criteri, che ispirarono lo Stato romano nei riguardi dell’istruzione; chi voglia intenderne compiutamente il principio animatore non può sottrarsi ad un’assai significativa constatazione, che s’impone al confronto delle cure e della sorveglianza, che lo Stato antico ebbe, ed esercitò, con quelle, avute ed esercitate, dagli Stati moderni.
Noi ci occupiamo della scuola e crediamo di operare al suo effettivo incremento, sovvenendola, o correggendola, nei suoi elementi oggettivi e impersonali; l’impero romano si occupò sovra tutto dell’elemento soggettivo, del maestro e dello scolaro, e fu elevandone la condizione, materiale e morale, ch’esso credette giovare alla scuola e agli studii. Perciò noi ritroviamo, fino dai primi tempi dell’impero, quella copia di immunità dai pubblici carichi e di altri privilegi, di cui ad ogni passo sono onorati gl’insegnanti — persino, qualche volta, gli eterni dimenticati, i maestri elementari. Perciò noi li vediamo, nelle costituzioni imperiali del IV. secolo, parificati, in onorificenze, ai più grandi dignitari dello Stato. Perciò il loro ufficio, riguardato dapprima condisdegno e con diffidenza, tocca rimunerazioni elevatissime, come, ad esempio quella assegnata ad Eumenio in Gallia. Perciò, poco a poco, i maestri divengono gli ispiratori della politica imperiale, e si dànno dei lunghi periodi, come sotto Marco Aurelio, sotto Alessandro Severo, sotto Giuliano, in cui essi possono ben dirsi i principi dello stato, dopo l’unico principe effettivo. Perciò, dal II. secolo ai primi anni del IV., si suscita, e fiorisce, quell’ampia distesa di istituzioni alimentari, che costituiranno il terreno fecondatore della istruzione pubblica in questa età, nella quale, allorchè non infieriranno eventi contrari, la coltura pubblica raggiungerà il massimo della sua diffusione. Perciò, sin dal III. secolo, noi vedremo assegnati dei privilegi e delle borse di studio ai giovani studenti di questa o di quella disciplina, o di tutte le discipline insieme. Conforme a tali criterii, conforme cioè al criterio che il bene della scuola non si raggiunge con riforme di programmi e di ordinamenti scolastici, ma con il merito e l’eccellenza dei maestri, con il benessere degli scolari, l’insegnamento rimane libero da ogni imposizione ufficiale. Il controllo dello Stato, o che lo Stato richiede dai Comuni, si limita alla verifica della capacità, della diligenza e della dignità della vita degl’insegnanti. Tutto il resto, programmi, orarii, metodi, tutto, nello Stato antico, è di esclusiva spettanza del maestro. E come l’insegnante, esente da ogni imposizione, è responsabile solo degli effetti dell’opera sua, così manca ogni responsabilità collettiva ed ogni forma di accordo didattico fra i vari docenti di un unico istituto. Le scuole dell’antichità, che non conferivano diplomi o attestati, che non conoscevano l’umiliante soggezione degli esami, non avevano neanchebisogno di imporre e di promuovere con artifici la diligenza dei maestri e l’efficacia del loro insegnamento. La scuola allora poteva bene avere un’anima, e fu vero peccato che, per la mancanza di questa intima virtù, che non infondono nè la scienza, nè l’ufficio, ma l’indole personale dei maestri e la vita storica circostante; per questa deficienza spirituale, che tanto faceva fremere Giuliano, i docenti abbiano, da così grande libertà, ritratto una copia sempre minore di vantaggi effettivi.
Venne l’ora, in cui tutto questo ebbe termine, o si volle almeno che avesse termine. Quando, in una grigia giornata invernale, Giustiniano fissò schematicamente i programmi delle poche scuole riconosciute di giurisprudenza, inaugurò quell’obbligo, di cui grandissimi, sono, insieme con i pregi, i difetti, e che impera tuttavia nelle scuole pubbliche dei paesi latini e degli altri che hanno avuto la malinconia di imitarli, l’obbligo — dico — di una scuola, la cui essenza più intima e più gelosa si sia voluta ufficialmente plasmare.
Come abbiamo dianzi affermato, quasi tutti gli insegnamenti di discipline, che non fossero quelle giudicate fondamentali, rimasero nell’impero romano estranei ad ogni cura ed a ogni ingerenza imperiale. Qualche tentativo in senso contrario ebbe tuttavia luogo, e fu più o meno audace, a seconda dei tempi e dei principi.
Il momento più propizio fu il regno di Alessandro Severo. Egli istituì — lo vedemmo — in Roma, cattedre ufficiali di medicina, di astrologia, di aruspicina, di ingegneria, di architettura, cattedre cioè di discipline,scientifiche o pseudoscientifiche, attinenti all’insegnamento superiore e improntate all’esempio di altre esistenti, per iniziativa privata o municipale, nelle provincie, nonchè cattedre d’insegnamenti schiettamente professionali. È nota la miseranda fine delle scuole d’astrologia, e, da quanto noi conosciamo, è facile dedurre eziandio l’abbandono, in cui i successori lasciarono precipitare le cattedre di materie scientifiche, istituite da Alessandro Severo, che rimasero interamente escluse dal quadro tipico della Università costantinopolitana.
Ma l’insegnamento professionale venne allora favorito con altri mezzi, che non fossero quelli diretti della istituzione di scuole apposite in qualche città dell’impero. Le scuole vennero lasciate all’iniziativa privata; soltanto, esse furono, più o meno interrottamente, protette e sussidiate, i giovani vennero eccitati con vantaggi tangibili, e per essi vennero posti in condizione privilegiata coloro, che tali scuole avrebbero tenute. Furono questi i criterii seguiti per le scuole di musica da Adriano; poi, per queste e per altre professionali da Costantino I., da Giuliano, dai Valentiniani; e, se è soltanto probabile che essi siano riusciti più proficui di quelli, che avevano ispirato Alessandro Severo, è certo che la loro applicazione ne fu più continua e più duratura.
Le esigenze della pubblica istruzione furono, dal governo dell’impero, non soltanto soddisfatte con la creazione di un più perfetto organismo scolastico, ma altresì con la istituzione di biblioteche, e con l’istituzione, e il mantenimento, di accademie, di musei, di gallerie.
La fondazione di pubbliche biblioteche fu una lodevole iniziativa, che rimonta al I. secolo di Cristo. Essa, come le scuole di Stato, venne dapprima limitata a Roma, ma più tardi, si eressero e si fondarono biblioteche pubbliche e semipubbliche anche altrove, ad esempio, in Alessandria, in Atene e in Costantinopoli. E, se dapprima il loro unico tipo fu quello di istituti di coltura generale, in cui si accoglieva tutta la produzione letteraria, greca e latina, allora esistente, è probabile che, in seguito si siano andate man mano specializzando. Così, se noi non siamo sicuri di imbatterci in raccolte speciali di libri scientifici, le antiche collezioni giuridiche delle biblioteche greco-latine dovettero col tempo trasformarsi in biblioteche autonome o in sezioni di biblioteche quasi indipendenti.
Le nostre notizie sul personale e sul reggimento delle biblioteche pubbliche, se non tali e così copiose come le desidereremmo, non sono però eccezionalmente scarse. Dall’età di Claudio — potrebbe anche dirsi da Augusto — e certamente per tutto il primo secolo, l’amministrazione delle biblioteche imperiali romane fu affidata ad unprocurator bybliothecarumo ad unprocurator Augusti a bibliothecis.[832]
Iprocuratoreserano in genere degli affrancati, addetti al servizio personale dell’imperatore, e questo li soleva contraddistinguere daiprocuratores Augusti, membri dell’ordine equestre e depositarii di una più larga e diretta autorità dello Stato nel disimpegno dei pubblici servizi.[833]Noi troviamo infatti, nell’amministrazionedelle biblioteche, taluniprocuratores, che sono esplicitamente detti liberti imperiali,[834]ma, poichè di altri questo deve escludersi[835]e poichè ci furono veri e propriiprocuratores Augusti, deve inferirsi che la procura delle biblioteche, e, perciò, il servizio ad esse relativo, siano da considerarsi quali uffici e servizi di Stato, e non già impieghi o servizi privati della Corte imperiale. Nel II. secolo, iprocuratoressono due, di diverso ruolo, uno, l’anticoprocurator bybliothecarum, l’altro, unprocurator sexagenarius, stipendiato cioè con soli 60.000 sesterzii annui, e, forse, addetto soltanto alla parte amministrativa dei singoli istituti. Ebbe tutto ciò a mutare nel III. secolo, nel quale un’epigrafe ci addita unprocurator rationum summarum privatarum bybliothecarum Augusti nostri,[836]secondo cui il servizio delle biblioteche imperiali parrebbe tornato a carico della cassa privata dell’imperatore? Questa ipotesi, che pure ha avuto dei sostenitori, non è certo la più probabile. Anzi tutto, l’epigrafe può comportare interpretazioni e riferimenti diversi dai consueti: essa può intendersi riferita alla biblioteche private dell’imperatore, che neanche in Roma o in Costantinopoli alcuna sufficiente ragione riesce ad escludere[837], e può il nostroprocuratordel III. secolo essere stato soltanto l’amministratore di quella parte di patrimonio privato, con cui l’imperatore avrebbe accresciuto il non lauto fondo destinato alle biblioteche, specie a costituirne di nuove. Ma la considerazione più grave, che vale ad escludere l’ipotesi di un regresso delle biblioteche, da istituti pubblici a proprietà private del principe, muove dall’indirizzo generale dell’amministrazione dell’impero, che coi secoli andò, in tutti i suoi rami, perdendo ogni carattere di servizio personale per convertirsi man mano, più saldamente, in servizio di Stato.
Questo per il personale superiore delle biblioteche. Quello subalterno appare, fin dal I. secolo di C., composto di liberi, di liberti imperiali e di schiavi, che, nel IV. secolo e in Costantinopoli, si preferirono pubblici, e furono, come tanti altri funzionari, stipendiati su leannonae populares[838].
Di Accademie, fondate dagli imperatori, non ve n’è che una sola, ilMuseo Claudio, sede di studio, laboratorio di scienze e di letteratura,auditoriumdestinato a pubbliche conferenze. Ma gl’imperatori romani continuarono nel mantenimento e nella direzione dell’anticoMuseo alessandrino, di cui, a suo tempo, notammo i tratti caratteristici. Noi vedemmo, anzi, come gli imperatori abbiano col tempo reso più universali i benefici di quella Accademia, facendone partecipi i dotti dialtre provincie dell’impero, e fornendo loro, ovunque risiedessero, delle congrue pensioni, che ne garantissero l’agio dell’esistenza.
Ma certo assai più interessante ed efficace, nei riguardi della cultura pubblica, fu la sollecitudine del governo imperiale pei monumenti antichi ed artistici di Roma, di Costantinopoli e di altre città d’Italia e delle provincie, che contribuì non poco a formare quel gusto della scultura, della pittura e dell’architettura, così esiguo durante il periodo repubblicano, e a salvare più tardi, al culto dei posteri, gli ormai pericolanti resti dell’arte greco-romana.
Ed infatti, nell’età imperiale, noi assistiamo alla ordinata conversione in pubblici di parecchi musei e gallerie, esistenti nella capitale del mondo, e alla formazione di un primo nucleo di amministrazione centrale e provinciale delle belle arti. La serie dei magistrati, che l’avrebbero costituita, porta nomi diversi attraverso i tempi. Da unprocurator a pinacothecise da unprocurator moninentum terra(?)imaginumdell’età degli Antonini noi passiamo, nel IV. secolo, a imbatterci in uncurator statuarume in uncenturiootribunusocomes rerum nitentium.Noi non siamo sempre in grado di distinguere le attribuzioni di ciascuno; non siamo neanche in grado di distinguere cronologicamente il tempo, in cui il loro ufficio si volgeva soltanto alla città capitale, da quello, in cui cominciò a esercitarsi nella città di provincia. Ma sappiamo tuttavia di essere certamente dinanzi a una consuetudine e a un ordinamento così notevoli, che, attraverso le disavventure dei tempi, rimarranno ancor saldi durante il governo del secondo Re barbaro in Italia. E sappiamo ancora che cotali magistrati,quando non dipendevano direttamente dall’imperatore, stavano alle dipendenze delle varie autorità provinciali (praefecti praetorio, vicarii, duces) o della suprema autorità cittadina delle due metropoli regie, ilpraefectus urbi, e che essi furono altre volte, da apposite costituzioni imperiali, direttamente incaricati della custodia, della manutenzione, dell’esposizione e dell’apertura al pubblico di opere e di edifici, considerati monumenti nazionali[839].
Le due autorità, che, durante l’impero, quasi sino all’ultimo, si ripartirono la direzione degli affari concernenti la pubblica istruzione, furono l’imperatore e il senato, ciascuno, naturalmente, con il diverso, effettivo potere, di cui disponeva, nelle nuove invalse consuetudini della politica generale dello Stato. E può dirsi recisamente che i poteri del senato, infinitamente minori di quelli dell’imperatore, andassero man mano assottigliandosi, per restare da ultimo limitati all’ordinamento della istruzione pubblica in Roma e in Costantinopoli. Fu questo un processo di involuzione, analogo a quello, che le attribuzioni del senato ebbero a subire in tutti i campi dell’amministrazione; onde quel consesso, che, sotto Augusto, aveva cominciato col largire l’immunità a tutti i medici e i docenti dell’impero, terminò, nei secoli V. e VI. di Cristo, conl’assumere il modesto carattere di minuscola, subordinata autorità municipale.
In Roma e in Costantinopoli, dunque, il senato sceglie i pubblici docenti,[840]ne fissa gli stipendii,[841]conferisce loro nuove immunità[842]e propone per essi le onorificenze contemplate dalla legge,[843]provvede alla custodia dei monumenti e delle opere d’arte,[844]mantiene, in una parola, la generale sorveglianza sulle cose attinenti alla cultura e alla pubblica istruzione, ed è tramite necessario tra il pensiero o il volere imperiale e i maestri delle due città[845].
Ben altra, conforme alla natura del nuovo regime, fu l’autorità legale ed effettiva dell’imperatore!
Come monarca assoluto, come responsabile di ogni atto e di ciascuna delle norme regolatrici del suo governo, egli, nell’àmbito della pubblica istruzione, non soggiace ad alcuna norma superiore, che diriga o limiti la sua potestà. Le regole generali e particolari della sua amministrazione egli le crea saltuariamente, volta per volta, e l’unico termine di appello a qualche cosa di costante è la tradizione dei predecessori.
Così l’imperatore fonda cattedre, stipendia pubblici insegnanti, creaex novo, o sopprime, interi istituti di istruzione, riordina le scuole provinciali, legifera sull’insegnamento privato, conferisce immunità e privilegi ai docenti e ai discenti, fonda biblioteche, musei, accademie,stabilisce le norme fondamentali dell’educazione dei giovani, promuove speciali rami d’istruzione, investe di tutte coteste competenze la burocrazia dell’impero, ha, in una parola, potere sovrano su tutte le cose, dalle massime alle minime, che alla pubblica istruzione si riferiscono. Ma non solo egli può tutto quello, che gli altri insieme non riescono a potere; egli è altresì ognora in diritto di strappare oggi quello che ieri poteva aver voluto e fissato. Così, ad esempio, benchè la scelta dei docenti, anche nelle scuole di Stato, tocchi ai Comuni, dove esse risiedono, il principe, talora, tralasciando di consultarli, non si fa scrupolo di arrogarsene direttamente la facoltà, e non già solo in circostanze eccezionali, per soddisfare a urgenti necessità di servizio, come può dirsi avvenisse per le prime cattedre di filosofia in Atene, ma anche in tempi normali, anche per rendere dei favori[846]o soddisfare il capriccio personale, il che non viene punto giudicato un arbitrio, ma un atto di legittimo imperio, spesso un segno solenne di sovrana degnazione. Così, benchè le leggi, via via emanate, stabiliscano e specifichino le immunità e i privilegi consentiti, i principi son sempre in facoltà di conferirnemotu proprio, a singoli maestri, di nuovi e di speciali,[847]perfino di ereditarii,[848]come di togliere loro quelli conferiti dalle leggi comuni[849]. Così, sebbene nessuna legge generale ne dia loro il diritto, gli imperatori possono mettere a riposo maestri in servizio, come possono, qualora lo vogliano, destituirli improvvisamente, ciò che, ad esempio, vedemmo avvenire sotto Adriano[850]e sotto Giuliano.
Dietro il Senato e l’imperatore, che rappresentano i due poteri dirigenti, noi ne aspetteremmo ancora altri, quali esecutori della loro rispettiva volontà, nel campo della pubblica istruzione. Se non che, a reggere il nuovo organismo amministrativo, che si era venuto formando, lo Stato non sentì vivo il bisogno di destinarvi un apposito congegno burocratico.
I nuovi uffici, creatisi a corte in quell’età dell’impero romano, in cui l’autorità assoluta del principe cominciò a farsi valere anche nelle forme esteriori, differiscono dai nostri, in quanto riguardano, non un genere di lavoro determinato, ma la forma comune di lavori diversi, non assolutamente separati nè distintamente assegnati. È questo il motivo, per cui noi non troviamo, in questo tempo, un nucleo di amministrazione centrale, che degnamente risponda al nuovo servizio e, meno ancora, delle apposite amministrazioni provinciali per la pubblica istruzione.
L’unico ufficio infatti, che, nella vecchia capitale dell’impero, ci apparisca fornito di tali caratteri, è quello dell’a studiis, ma, se l’oscurità, che avvolge le sue funzioni direttive scolastiche, è prova della sua scarsa importanza, almeno al confronto delle nostre aspettative, è altresì degno di rilievo il fatto che l’a studiisnon incombeva soltanto sulle cose della pubblica istruzione, nè la durata della sua carica oltrepassò il regno di Costantino[851]. Nel momento cioè, del maggiore sviluppo della politica scolastica dell’impero, l’unico ufficio, che direttamente la riguardava, dispare[852]o si confonde con altri di specie diversa,[853]e la direzione suprema delle cose della pubblica coltura rimane alla mercè dei mutevoli suggerimenti e dell’opera di questo o di quel ministro, qualunque carica essi rivestano, sì che, allorquando Giustiniano sopprimerà buona parte delle scuole dell’impero, noi apprenderemo con meraviglia che consigliere di quel gravissimo provvedimento era stato soltanto il prefetto di Costantinopoli[854].
In modo analogo, fuori della Corte ci troviamo dinanzi a una serie di attribuzioni scolastiche, assegnate a questo o a quel magistrato civile, non dinanzi a una vera e propria amministrazione scolastica. Le persone, incaricate della cura e della trattazione degli affari, relativi all’istruzione pubblica, furono ipraefecti urbi, coi loro dipendenti nelle due città regie, esecutori tantodella volontà dell’imperatore come di quella del senato[855], i governatori, col personale loro dipendente, nelle provincie, o, più tardi, nelle prefetture; talora, anche, in qualche sede speciale, per l’ultima età dell’impero, le autorità ecclesiastiche[856].
Questi sono i naturali destinatari, delle numerosecostituzioniimperiali, relative ai professori, agli studenti e alle cose dell’istruzione pubblica in genere. Ma una distinzione di attribuzioni tra ilpraefectus urbie le autorità provinciali o il prefetto del pretorio non esiste. Ciò che determina la differenza delle loro funzioni è solo il diverso àmbito territoriale, su cui si esplicano le rispettive competenze amministrative. Ilpraefectus urbisi incarica della sorveglianza disciplinare sui maestri, di Roma e di Costantinopoli, cui ha facoltà di infliggere pene determinate;[857]si incarica della manutenzione degli edifici scolastici di proprietà dello Stato; dell’assegnazione a ciascun docente di un determinato locale nell’università cittadina;[858], e, forse, dopo Giustiniano, del regolare svolgimento dei loro programmi. Consiglia l’imperatore nei suoi provvedimenti scolastici;[859]sorveglia il pagamento degli stipendi;[860]cura che i maestri siano informati delle onorificenze[861]e delleimmunità concesse, o ridotte, o negate; esegue e garantisce l’applicazione delle leggi relative, sia per parte dello Stato che dei municipi; invigila sulla condotta degli studenti, dentro e fuori la scuola, per il che mette in opera l’attività del dipendente ufficio censuale. Infine, come governatore di ciascuna delle due metropoli, che sono anche i centri maggiori della pubblica istruzione, provvede talora di pubblici docenti le città di provincia, che ne abbisognano[862], e, almeno fin dal IV. secolo, raccoglie nelle proprie mani l’amministrazione generale delle biblioteche di ciascuna delle due città[863].
Analogamente, i governatori provinciali o i prefetti del pretorio, ciascuno nel proprio àmbito territoriale, sorvegliano l’apertura e la chiusura delle scuole pubbliche e private ed i maestri che le dirigono;[864]ne impongono di nuove, o ne regolano il mantenimento insieme con la nomina, lo stipendio dei docenti[865]e, dopo Giustiniano, forse anche l’insegnamento. Al pari delpraefectus urbi, informano i docenti delle immunità concesse, o ridotte, o negate, e ne eseguono e garantiscono, l’applicazione, non solo per parte dello Stato, ma anche per parte dei municipi; rimpatriano i docenti, che aspirano a torto a determinate immunità, cercando così di sottrarsi ai loro obblighi sociali[866]; curano che i municipi osservino gli altri privilegi, dall’imperatorestabiliti pei maestri, sia di arti liberali che di altre discipline, e infliggono ai violatori le penalità comminate;[867]bandiscono e corrispondono borse di studio agli studiosi; sorvegliano la disciplina, e la condotta extrascolastica, degli scolari, rilasciano loro il permesso di recarsi altrove a studiare[868]. Nè questo è tutto. Le notizie pervenuteci sulle scuole ateniesi, che sono le più abbondanti, ci dànno qualche altro particolare prezioso. I governatori provinciali nominano, o fanno nominare dai Consigli municipali, le Commissioni di concorso, le presiedono, decidono sulle loro proposte, sui reclami dei candidati, convocano i professori e gli studenti a gare solenni, premiano i vincitori, propongono quesiti, sentenziano nelle contese, sospendono, destituiscono, reintegrano, richiamano al dovere i maestri, che disertano la cattedra, inducono le città a determinate scelte, inviano all’imperatore rapporti sullo stato delle scuole; sono in una parola, fin dal IV. secolo, i veri e propri curatori dell’andamento delle scuole, almeno delle principali, collocate entro la loro giurisdizione[869].
Oltre al nuovo organismo scolastico creato dallo Stato e all’assoggettamento dell’istruzione municipale e privataal governo centrale; oltre, e all’infuori di ciò che questo poteva operare per tal via, noi abbiamo dovuto notare come ugualmente grandi — sebbene meno direttamente apprezzabili — fossero gli impulsi, che, da varie forme dell’attività, o del capriccio imperiale, derivarono a parecchie e corrispondenti forme della cultura sociale. L’incremento degli studi filosofici, musicali e giuridici non si deve ad altro. Ma di questi impulsi indiretti, venuti dallo Stato all’istruzione e alla educazione pubblica, è sovra ogni altra cosa degna di rilievo la concezione di quel piano generale di educazione delle classi dominanti, che Augusto elaborò e che, per circa due secoli, s’impose in Italia e nelle provincie.
Noi vedemmo a suo luogo quali ne fossero stati i criterii ispiratori — criterii morali, politici, civili e religiosi — e indicammo anche, con sufficiente ampiezza, quali istituti e quali consuetudini si fossero creati o fatti rivivere. Ma occorre che ora c’indugiamo alquanto a chiarire i rapporti dei collegi giovanili italici e provinciali (che dell’esecuzione di tale disegno furono lo strumento migliore) coi poteri centrali e locali dello Stato.
Che quelli fossero associazioni meramente private fu opinione un tempo divisa dagli studiosi, ma che è oramai da abbandonare definitivamente[870]. Esse invece costituirono uno degli ingranaggi della vita dello Stato romano nei secoli II. e III. di C. L’effigie dell’imperatore che ritroviamo in talune tessere plumbee, non prova in modo incontrastabile, il carattere ufficialedell’istituto,[871]ma è, ciò non ostante, fuori dubbio che, come quei collegi furono più volte fondati dagli imperatori, la loro vita rimase sempre sotto gli auspici dell’unico o del maggiore magistrato dell’impero[872]. Altra volta, gli stessi municipii domandano il riconoscimento legale di un collegio giovanile. Verso il 130, Cizico ne chiede l’autorizzazione al Senato romano,[873]segno questo evidentissimo del loro carattere pubblico, e, nella stessa Africa, la corporazione giovanile è una suddivisione della curia municipale[874]. Egualmente significativa è la considerazione, di cui essi godono nella vita dei municipii: i collegi giovanili vantano il primo posto tra gli altri della città, e lo cedono soltanto, e di rado, agliAugustalese aiSeviri.I loro magistrati poi hanno strette relazioni con le autorità municipali, talora con le autorità militari, e queste — come se si trattasse dicollegiapropriamente militari — vanno ad istruirvi i giovani e a sorvegliarne la disciplina[875]. Icollegia iuvenumnon furono dunque istituzioni private, ma istituti pubblici, voluti e favoriti dallo Stato romano, che ne ebbe tutto il merito; e, sia per la loro importanza come per l’efficacia sociale, esercitata durante tre secoli, possono ben definirsi la più originale e fortunata creazione della politica scolastica imperiale romana.
E con impulsi indiretti, più che con le sollecitudini,usate verso quelli, che si consideravano gli elementi integranti dell’istruzione scolastica, noi ritroviamo favorito dal governo di Roma ciò che, nel mondo ellenico, era stato il primo punto dei programmi scolastici: l’educazione fisica degli adolescenti e dei giovani.
Noi non sappiamo se in Roma (o anche altrove) lo Stato stipendiasse all’uopo dei maestri; noi ignoriamo affatto la condizione deimagistrideiludi Troiaee deimagistri iuventutis, esistenti fra i giovani dei vari collegi giovanili dell’impero; ma noi sappiamo che dallo Stato erano, per l’educazione fisica della gioventù, assegnati locali appositi, e che ivi i maestri potevano insegnare e i giovani esercitarsi ed allenarsi.
Ebbero la progrediente cura dello Stato, verso l’istruzione pubblica, e il perfezionarsi degli istituti ufficiali d’insegnamento una efficacia decisiva sulle opere dell’intelletto? La risposta, per chi scorra la produzione letteraria della repubblica e dell’impero, non può essere che negativa, e la constatazione, a cui si è costretti, rompe contro un vecchio pregiudizio della chiesa cattolica e, insieme, della democrazia moderna, che cioè la scuola abbia la virtù di creare la società e la vita, più di quanto non ne sia essa medesima influenzata e soggiogata; che sia insomma la scuola, e non la società tutta, a determinare il valore dell’insegnamento e a renderlo operoso e fecondo. Pur troppo, la scuola ufficiale non è sempre, o soltanto, un mezzo d’apprendimento e di diffusione della cultura; non soltanto lo strumento di preparazione a determinati uffici o professioni, reclamatoda una società, che si trova al colmo della sua floridezza intellettuale e materiale; essa è, assai più spesso, l’espediente escogitato per sanare un male, arrestare un regresso, promuovere artificialmente una serie di effetti, che, per altra via, non sembrava possibile conseguire. La scuola ufficiale è dunque, assai di consueto, l’indice di una società, che organicamente decade. E, se essa può, per un certo tempo, reagire contro questo fatale andare, ne è a sua volta, alla fine, sopraffatta e soffocata. La società male assestata, la società, distratta da altre cure, inquina e corrompe la scuola, la disordina, la piega, la deforma a scopi, che quella non può avere, la isola, la diserta, ne isterilisce ogni buon effetto. È ciò che noi vediamo seguire negli ultimi secoli dell’impero, ciò che noi vedremo ripetersi nell’ultima fase delle Università medievali.[876]
Durante questo periodo, la scuola, che ammanisce tutte le specie del sapere, che prepara a tutte le attività intellettuali, non produce più nè prosatori, nè scienziati, nè filosofi, nè giuristi, nè letterati; nè riesce a fermare l’ignoranza, che sale, o a chiudere le porte all’invadente Medioevo dell’intelletto.
Ma la specifica vanità dell’opera della scuola ufficiale, dell’opera dello Stato, rispetto alla produzione intellettuale, è forse ancora più sensibile nei periodi felici dell’impero romano, ad esempio, nell’età degli Antonini. La società ci offre allora il curioso spettacolo di un appassionarsi a tutte le manifestazioni dell’intelligenza, per cui la letteratura, la filosofia, la scienza si diffondono per le varie classi sociali e si fanno popolari. Maquella società ha acquistato in cultura tutto ciò che ha perduto in qualità e in potenza di pensiero, e la scienza e l’arte vi hanno guadagnato in estensione e in diffusione tanto quanto hanno perduto in virtù ed in profondità. Non è più questa, pur troppo, l’êra della grande arte e della grande speculazione. Mancano all’uopo la capacità individuale e la collettiva, che non si possono creare per sapienza di reggimento scolastico. Ciò che il retore Materno aveva, con profondo pessimismo, sostenuto nell’immortale dialogoDegli oratori, è, in tesi generale, intimamente vero, per la sorte di tutte le discipline dell’intelletto: «L’arte, della quale parliamo non è amica del riposo e della pace, non ama la probità e la moderazione..... Essa è figlia della licenza, che gli stolti chiamano libertà, è compagna e ispiratrice dei rivolgimenti pubblici: senza rispetti, incapace di servire, ribelle, temeraria, arrogante, tale da non poter fiorire in una città bene ordinata..... La vegetazione più vigorosa è figlia della terra, che non ha mai subìto l’aratro...»[877].