Questo Papa dabbene scrisse altresì opere teologiche come quello che in divinità fu maestro solenne; il Panvinio cita le seguenti—de sanguine Christi,—defuturis contingentibus,—de potentia Dei,—de conceptione Virginis, e certo scritto contro un bolognese frate carmelitano, il quale perfidiava a sostenere, che salvare un dannato non istà nè manco nel potere di Dio. Il Fleury ne aggiunge un'altra, ed è la spiegazione del trattato di Niccolò Riccardo intorno alle indulgenze concesse per le anime del Purgatorio: questa fu giudicata d'importanza superlativa per modo che nel 1481 la mandarono alle stampe.
E perchè nulla mancasse alla esaltazione di tanto pontefice ci fu uno inglese, certo Roberto Fleming, al quale bastò l'animo di comporre un poema eroico in sua lode intitolato:Lucubrationes tiburtinæ; e ciò volli riferire perchè serva di alcun conforto a coloro, che a cagione della vita presente si sgomentano: corsero tempi più duri di questi, ed in difetto di meglio tanto ne consoli per ora.
La vita d'Innocenzo VIII, Giambattista Cibo, non importa molto il fine del presente lavoro, però che del dominio della Chiesa, che a detta dei moderni dottori per istituzione divina non deve menomarsi mai, poco scisse, pure scisse, chè a Giuliano e a Giovanni della Rovere in mercede simoniaca dell'opera loro per esaltarlo al papato largì terre, e castella, al Savello Monticelli, ad Arragona Pontecorvo, a Parma la Magliana, a Colonna, che di terra possedeva anco troppo, venticinquemila scudi, il figliuolo Franceschetto Cibo investì della contea dell'Anguillara; quanto a moneta poi gliene sbraciava un subisso. Però come Papa onde i tempi nostri derivano, vuolsi tenere breve sì ma peculiare discorso. Nelle signorie elettive vediamo come gli elettori ad ogni promozione s'indettino, scottati dalla esperienza, a limitare le facoltà dello eligendo; colui poi che esce eletto prima si accorda con gli altri, anzi sovente procede più rigido degli altri: fatta la festa si leva l'alloro, e si torna da capo. Ordinariamente alla promessa aggiungono il giuramento, nè se ne vede ragione; perchè questo non lega mai, e a chi non osserva il patto poco preme davvero comparire spergiuro. Il Sismondi nota come i re pollacchi, gl'imperatori di Germania, e i dogi di Venezia comecchè laici giurando i patti prima di pigliare possesso del dominio troppo meglio dei Papi rispettassero la santità del giuramento, quasi intendesse inferirne essere lo spergiuro privilegio del Papato; e non è così; nei primi casi gli elettori rimangono sempre potenti di armi; nel secondo i Cardinali tremano sotto la doppia oppressione della potestà temporale e delta spirituale; cui un momento prima fu loro pari adesso prosternati nella polvere adorano; l'eletto con uno stringere del sopracciglio può il corpo alla forca, l'anima allo inferno dannare. Tuttavia anco negli stati laici quando colui che giunse a limitare la potestà principesca perde la potenza di rado avviene, che non finisca sul patibolo: non occorre allegare esempi che sarebbero infiniti; tanto basti, che nelle costituzioni antiche e moderne non avendo saputo i cittadini trovare un modo per reprimere l'elemento monarchico nei suoi conati al dispotismo le proviamo campo aperto alle procelle popolari, o alle insidie regie. Nella Inghilterra assai comunemente si accetta il diritto della resistenza alle usurpazioni della monarchia; ma, a senso mio, dalla libertà di palesarlo in fuori non vedo a che giovi: imperciocchè tutto si riduca nella potenza di poterlo esercitare, e se potrà, il popolo fie, che l'adoperi o l'abbia detto o taciuto, se poi non potrà, o lo eserciterà infelicemente, e allora ancorchè lo abbia espresso, ed anco gli sia assicurato per legge, non per questo la monarchia trionfante glielo farà scontare più mite; in simili casi il traditore è il vinto, e i giudici per condannare si trovano sempre. Ai tempi nostri abbiamo veduto in Francia quei medesimi giudici, i quali avevano dettato il decreto di accusa contro Napoleone III come traditore della Patria, amministrare la giustizia in nome di lui.
Le costituzioni giurate, o no abbile per menzogna sempre finchè non contemplino un mezzo facile per infrenare la potestà regia, o meglio se la potestà regia non metti in istato di non nocere scemandola delle prerogative delle quali, volendo, può abusare. Ai nostri padri, massime ai Veneziani, non sembrava mai sentirsi a bastanza sicuri, sicchè ponevano cura indefessa a limitare le attribuzioni del potere; noi all'opposto gliele sbraciamo con la pala, e poi ci lagniamo se la libertà abbia faccia di menzogna. Il Segni, nel libro ottavo delle storie, racconta come quando, dopo la strage di Alessandro dei Medici, si riunì la pratica per surrogargli nel ducato Cosimo, Francesco Guicciardino intendesse camminare rispettivo imponendo limiti, e condizioni all'autorità di lui; senonchè saltato su Francesco Vettori ruppe in queste parole, le quali non potrebbero mai essere abbastanza lette e considerate da quanti si professano amici della libertà: «mi maraviglio bene ora di voi, messere Francesco, che siete stato sempre tenuto prudente, che consideriate tante minuzie nel far creare questo principe: perchè se gli datela guardia, le arme, e le fortezze in mano, a che fine mettere poi ch'ei non possa trapassare oltre ad un determinato segno?» Ora considerino i savi se le prerogative dalle nostre costituzioni attribuite ai re superino o no quelle di cui favella il Vettori, e formino il giudizio che reputeranno più giusto.
Certo è poi che il Papa possiede quasi la fabbrica privilegiata dello spergiuro, e ciò non tanto per la malignità dell'uomo, quanto per quella dello istituto; di vero una delle principali prerogative del Papa consiste nello sciogliere altrui dai voti e dai giuramenti; adesso viene poi suoi piedi, che s'ei può esercitare simile facoltà in benefizio altrui, tanto maggiormente lo possa in utile proprio.—Nel caso d'Innocenzo VIII i Cardinali attesero a sorreggere il giuramento con una molto terribile clausula, la quale fu, che ogni Cardinale promise, se eletto Papa, osservare nella sua pienezza, la costituzione, dichiarandosi dove mai trasgredisse anatema, da cui nè da sè potesse, nè da altri si facesse assolvere; ma l'erano baje che cotesti uomini dovevano pure sapere. Innocenzo VI fino dal 1353 aveva stabilito non potersi con alcuna promessaetiamgiurata limitare dai Cardinali l'autorità pontificia, conciossiachè ai cardinali nella sede vacante altro diritto non competa tranne quello di creare il nuovo Papa; e questa dottrina sempre resse la Chiesa, e tuttavia la regge.—
Innocenzo pertanto nè volendo, nè per avventura potendo procedere diverso dagli altri i patti promessi da Cardinale, pontefice spergiurò; e se lo spergiuro meritasse mai scusa, l'avrebbe meritata adesso, dacchè i Cardinali con la nuova costituzione non mirassero ad altro che ad avvantaggiarsi. Di questa costituzione a noi importa riportare unicamente il disposto che vieta eleggere Cardinali minori di trenta anni, aumentarne il collegio oltre ventiquattro, governare senza il concerto dei Cardinali, ed alienare beni ecclesiastici dove almanco i due terzi di loro non acconsentissero. Da diverse femmine questo Papa dabbene ebbe sette figliuoli, e tutti riconobbe per suoi, e colmò di ricchezze: però stati della Chiesa a veruno assegnò, terre sì, e contadi. A Franceschetto, che tale ebbe nome dalla esigua statura, procacciò le nozze con la Maddalena figliuola di Lorenzo il Magnifico, e si reputarono regie; in compenso egli promise eleggere Cardinale Giovanni dei Medici, più tardi Lione X, e lo elesse di tredici anni, da tanto che gli premeva osservare la costituzione giurata da Cardinale, e insieme con lui un suo servitore di anni venti. Visse vita agitata, disforme, perniciosa ad altrui ed a sè; prima s'inimica Ferdinando di Napoli, poi gli rompe guerra, e pauroso, che lo Sforza da Milano accorra in aiuto di Ferdinando, gli suscita contro gli Svizzeri; ma spaventato per la vittoria del duca di Calabria al ponte di Lamentana dove (se narra il vero la fama non vi furono morti nè feriti) cala agli accordi, i quali acerbamente sopportando, da capo ingaggia guerra contro Ferdinando. Per ingagliardire le armi temporali ci aggiunse la scomunica; senonchè riputandola di piccolo ausilio si risolve voltarsi alla Francia; tutti i popoli del mondo nemici alla Italia, tutti le furono servi, ma sovra ogni altro molesto il Francese; colpa massima del Papato; però veruno degli stati italiani ne andò immune; chi primo aperse le porte ai Francesi il Papa; ma poi in capo a dieci anni a volta a volta ce li chiamarono i baroni Napolitani, i Toscani, i Lombardi, i Veneziani, ed i Genovesi, e vennero, ce ne fosse stato! ora con Carlo il vecchio di Angiò, ora con Filippo e Carlo Valesi, ora con Ludovico I, II e III della nuova casa di Angiò, il vecchio Renato, il figliuol suo Giovanni duca di Calabria, Renato di Lorena, e Renato II due volte; del seguito taccio; solo dico, che infino a quando gl'Italiani non si sentano capaci a fare da sè non si movano; chiama come vuoi il forestiero, che ti aiuta, lo proverai sempre padrone, Carlo VIII invitato dal Papa non venne (doveva venire agli altrui inviti più tardi) onde a questo, fu mestieri appaciarsi con Ferdinando. Prima di raccontare la sua morte diciamo alquanto dei suoi costumi. Gem nacque figlio a Maometto II quando questi sedeva sovrano, Bajazzette mentre durava privato; distinzione sufficiente, anzi ce n'era di troppo, a fare che il fratello minore nato nella porpora vincesse il maggiore; ma bisognava prevalere nelle armi; invece fu Gem sconfitto, ond'ebbe di catti scappare, e ripararsi a Rodi sotto la protezione dei Cavalieri di san Giovanni: protezione nemica vuol dire, quando è bazza, prigione, quasi sempre morte di laccio, di ferro, o di veleno. I Cavalieri lo mandarono in Francia nella commenda dell'Alvernia; a loro lo chiese il Papa, e il gran maestro Francesco d'Aubusson facendovi calca dintorno, glielo consegnarono; il d'Aubusson in mercede ebbe il cappello cardinalizio. Bajazzette promise al Papa gli avrebbe pagato quarantamila ducati annui se glielo custodiva stretto, e il Papa, che aveva voluto Gem appunto per questo, conchiuse il negozio; però non sentendosi il Bajazzette abbastanza sicuro s'industriò avvelenarlo; propinatore a prezzo del veleno un Macrino del Castagno gentiluomo della Marca di Ancona; scoperto patì orribile supplizio; non dissentivano i Papi ad avvelenare Gem, solo intendevano avvelenarlo essi, come di fatti fece più tardi Alessandro VI e per molto tesoro, come noteremo a suo luogo. Sicarii, ed avvelenatori in cotesti tempi frequentissimi a Roma, e non poteva essere a meno, però che nei casi ordinari come si costumava fino dai tempi di Bonifazio VIII, vendevansi bolle d'impunità, e indulti per delitti commessi, e da commettersi, allegando a scusa della iniquità le parole del Vangelo: «non voglio la morte del peccatore, ma viva e si penta.» I preti erano macellari, albergatori, biscazzieri, ruffiani, e peggio. Pareva che più in fondo non si potesse andare e si andò, perchè non conosce fondo l'inferno; un Domenico da Viterbo in società di Francesco Maldente fabbrica false bolle con le quali si permettevano per danaro infamie, che non hanno nome; scoperta la frode, erano dannati nel capo; il padre di Domenico con molte lacrime supplica la vita del figlio; glielo concede il Papa a patto paghi seimila ducati; il misero si mette dintorno, e scombussolando parenti ed amici ne raccoglie cinquemila; recali al Papa, il quale li piglia, ma poi dichiara il misfatto tale da non potersi saldare con meno di seimila ducati, epperò non rende i cinquemila, e taglia la testa al viterbese. La inquisizione Innocenzo non instituì; già innanzi a lui era; ma ai tempi suoi si perseguitarono Ebrei, e Mori per cupidità, per diletto, e per devozione; dacchè ad ottenere la rimessione di un'omicidio bastava ammazzare un'Ebreo; se due meglio che mai; ed egli fu che sotto pena di scomunica ordinò ai giudici secolari senz'appello, senza revisione nel termine dei sei giorni eseguissero la Sentenza. Il prete decretava la strage, ma voleva, che chi s'imbrodolava nel sangue fosse il secolare.
A tempo di questo Papa Giovanni Pico della Mirandola di ventitrè anni sostenne a Roma le sue famose tesi in tutte le scienze, non escluse la Magia, e la Cabala, comprensive novecento proposizioni estratte da scrittori greci, latini, ebrei, e caldei; più tardi tredici ne furono trovate eretiche, e il Pico non mancò difenderle a spada tratta. Fra le tesi condannate, vale il pregio ricordare queste. Veruno può credere una cosa dove manchi di motivi sufficienti per crederla. Si parla più impropriamente affermando Dio intelligenza, o intendimento, che dire di un Angiolo che sia anima ragionevole; e rinterzando si difendeva co' libri di san Dionigi areopagita, il quale nega bravamente Dio essere una intelligenza. Finalmente il Pico non dubitava sostenere come l'anima non possa concepire distintamente altro che sè.—E ci era la inquisizione! È da credersi che non l'avrebbe passata liscia se non era principe, e non gli facevano spalla i più potenti d'Italia; il Papa si tenne a citarlo a Roma dove il Pico non comparve, e a condannarne le tesi.
Nel settembre del 1490 tanta paura lo vinse per lo scoppio di un fulmine caduto nel campanile di san Pietro che cadde come morto colpito dall'apoplessia; durò venti ore come passato, e durante questo tempo i Cardinali entratigli in camera ne portarono un milione di oro per sottrarlo alle rapine dei figliuoli; pure essendosi riavuto tirò innanzi come una cosa balorda: ogni via tentarono per guarirlo ancora che strana ed immane; tra le immani la trasfusione del sangue; la tentò un medico ebreo il quale per aggiungere un filo di vita ad un tristo vecchio non dubitò troncarla a tre giovanetti; ma e prima e dopo di lui medici non so se più ignoranti o feroci avvisarono guarire parecchie infermità col sangue, a mo' di esempio l'elefantiasi. In Toscana un medico Polli di Casentine molto si travagliò intorno la trasfusione del sangue, ed anco ai tempi nostri qualcheduno lo ha tentato. Il Fleury afferma per attenuare l'orrore della cosa che i giovanetti erano morti; questo è falso però che sangue di morto stimavano privo di virtù l'ebreo non essendo riuscito scappava; il vecchio Papa precipitava nel sepolcro strascinandovi secolui tre vittime.
Se Alessandro VI, che seguitò, fosse il solo Papa incestuoso, avvelenatore, fedifrago, ladro, e assassino io vorrei, che sopra la sua immagine fosse tirato un velo come su quella di Marino Faliero, ma pur troppo costui va sciaguratamente accompagnato con troppi più soci, che non si crede. Sazievole, e non utile dire tutto di lui; anco quello che giova compendierò in istile, che l'amore della chiarezza mi consentirà più conciso. Anco in questo conclave i Cardinali giurarono patti, e furono: l'eletto Papa non promoverebbe altri Cardinali senza il consenso delsacrocollegio: allora sommavano ventitrè in tutti: la esperienza aveva dimostrato, che sottomettere un prete al giuramento, egli era come legare di ritorte Sansone prima che avesse la chioma mozza, proprio pel piacere di vedergliele rompere, e se questo commisero gli altri Papi immaginate che mai fosse da aspettarsi da Alessandro VI. Per consenso degli stessi scrittori ecclesiastici lo spirito santo non entrò per nulla nella elezione di lui, bensì la simonia, e non più vista della così sfacciata; al Cardinale Ascanio Sforza risegnò la carica ch'egli teneva di vicecancelliere, e per caparra prima della elezione gli mandò a casa 5000 ducati di oro; il Cardinale Orsini ebbe il suo palazzo di Roma, ed i castelli di Monticelli e di Soriano; il Colonna si buscò l'abbazia di Subiaco con le castella; il Michiel il vescovado di Porto col palazzo, masserizie, e financo il vino che molto e prezioso si conservava nelle cantine di quello; la villa di Nepi al Cardinale di Parma, al Savelli la chiesa di santa Maria maggiore, e Civita Castella; toccò al Cardinale di Genova la chiesa di santa Maria invia lata; altri comprò a contanti. In quel torno Cesare Borgia suo figliuolo si trovava a studio in Pisa sicchè udita appena la esaltazione del padre di un salto fu in Roma; presentatosi al Papa, questi, che non rifiniva parlare di riforme, del vituperio delle simonie, e di altre infamie da doversi torre via dalla Chiesa col ferro, e col fuoco, mentre tuttavia gli stava genuflesso dinanzi gli sciorinò una lunga diceria di cui la sostanza era, che non isperasse grazia o favore; i premi se gli aveva a guadagnare con illibati costumi, e studi poderosi; egli non avrebbe imitato lo esempio dello zio Calisto, il quale smembrò la Chiesa del ducato di Spoleto per donarlo a lui, a lui la prefettura di Roma, e la vice cancelleria della Camera, a lui il generalato della Chiesa, ed altri benefizi parecchi, che arieno potuto bastare a guiderdone di molti, e tutti più capaci di lui.—Ai presenti, udendo coteste parole, sembrava di avere le traveggole; egli era negare il pasto all'oste co' vermicelli in bocca; Cesare ne trasecolò, e corse difilato a sfogarsi con la madre Vannozza, la quale ne rise di cuore confortandolo ad aspettare.
Assunto al pontificato Alessandro prese a inimicarsi con Ferdinando di Napoli perchè egli dette sottomano i danari agli Orsini onde acquistate le castella di Anguillara, e di Cervetri gliele tenessero come un calcio in gola; la quale avversione crebbe fuori di misura per la repulsa di Alfonso duca di Calabria di maritare certa sua figliuola naturale con uno dei figli del Papa; per la quale cosa egli si strinse in lega co' Veneziani e col Duca di Milano osteggiando il re di Napoli; ma Ferdinando, che per sagacia, malignità, e ferocia si rassomigliava come uovo ad uovo al moderno Ferdinando II, con ogni studio volendosi tenere bene edificato il Papa, impedì recassergli ingiuria i baroni romani di concerto con Piero dei Medici, e il duca di Calabria, e mise pratiche per istaccarlo dalla Lega, ed accorciarsi con lui; il Papa volentieri le accolse, ma evitava venire alle strette confidando, che il tempo greve di casi, gli porgesse occasione di avvantaggiarsi con suo maggiore profitto; nè la occasione si lasciò aspettare; dacchè la calata di Carlo VIII si conobbe statuita, Ferdinando compunto da affannosi presagi morì, e Alfonso bisognoso della investitura papale, smessa la superbia, ebbe a calare concedendo la figliuola Sancia da prima negata a Giuffrè figlio del Papa, col titolo di principe di Squillace, e Cariati, 10000 ducati di pensione, 300 uomini di arme pagati per sua difesa, e per giunta il protonotariato di Napoli ch'è delle sette principali cariche del regno; nè qui finiva: a Francesco duca di Gandia un'altra delle sette cariche, e 10000 ducati di pensione, a Cesare, che allora era Cardinale, e per giunta arcivescovo di Valenza, un benefizio, e dei grossi; del quarto figlio maschio del Papa tace la storia, e non ne ricorda il nome, forse nacque sconcio, e visse così.
Alessandro, sarebbe ingiustizia negarlo, con tutte le forze si oppose alla venuta dei Francesi in Italia, e all'oratore di Carlo VIII senza ambage dichiarò, non potere spogliare gli Arragonesi di Napoli dove il re non provasse superare in diritto gli Angioini; feudo della Chiesa cotesto reame, spettare al Papa decidere il piato, se Carlo ci adoperasse la forza sarebbe come assalire la Chiesa. Nè manco, come corre la fama, la colpa della chiamata di Carlo VIII vuolsi rovesciare tutta sul Moro; all'opposto egli aveva tentato comporre una lega di principi italiani per la difesa della nostra terra contro le invasioni dei barbari; lo attraversò Piero dei Medici; sicchè quando conobbe formata una lega contro di lui, non riputandosi capace a combatterla solo, e certo togliendogli baldanza la rea opera, che intendeva condurre a compimento, ed era torre come tolse il governo di Milano al nipote Giovanni Galeazzo, e forse anco la vita, si apprese al partito miserabile di chiamare lo straniero fra noi: poco dopo si pentì, ma ormai si era chiuso la via al riparo, conciossiachè mentre si sarebbe fatto nemico implacabile Carlo non poteva confidare amicarsi Alfonso, però che egli intendesse regnare, e Alfonso a ragione domandava rendesse il ducato al genero, ed alla figlia Isabella. Colui, che spinse in Italia i barbari fu per lo appunto Giuliano della Rovere, più tardi Giulio II, il quale dagl'imperiti delle storie viene celebrato come perpetuo nemico degli stranieri, ed irrequieto ripetitore del grido: «fuori i barbari!» Ahimè! peccarono a volta a volta tutti i nostri padri, e i Veneziani stessi col trattato di Blois convennero co' Francesi di pigliarsi, e spartirsi il Milanese: che Ferdinando il cattolico e Luigi XII cristianissimo si accordassero a dividersi il reame di Napoli, bene sta; per loro era preda, ma che preda i Veneziani considerassero la Italia, questa è cosa ch'io perdono loro meno, che il truce istituto degl'inquisitori di stato.—
Però il Papa se non chiamava i Francesi, per contrapporli a loro chiamava i Turchi mandando a questo fine un Bucciardo oratore fino a Costantinopoli, mentre coll'avventato stile delle bolle papali eccitava Carlo a voltare le armi contro quel desso Turco dimostrandogli quale e quanta enormezza fosse per un re cristianissimo mettere a fuoco, e a fiamma la cristianità mentre gl'infedeli minacciavano straripare fino a Roma; a tale lo conduceva (fosse stato migliore di quello ch'egli era) la mostruosa miscela del temporale con lo spirituale.
Però il Turco non gli dette retta, e Carlo dopo avere ciondolato alquanto, sovvenuto dalle donne ducali, e marchionali di Savoia, e di Monferrato, che Dio confonda, venne ai nostri danni in Italia. Il Turco Bajazzette non accogliendo tutte le istanze del Papa ne secondò parecchie come si cava dalle sue lettere, che intercette da Giovanni della Rovere, furono mandate a Carlo mentr'egli stanziava a Firenze; in una di queste del 12 settembre 1494, si diceva: ringraziarlo degli avvisi portigli intorno ai disegni di Carlo VIII, il quale intendeva impadronirsi del fratel suo Gem per servirsene a tentare cose nuove in Oriente; facesse una cosa, la quale avrebbe giovato a loro, ed anco a Gem, ed era avvelenarlo o in altro modo procurargli la morte; giovato a Gem perchè a fin di conto mortale essendo gli toccava un giorno o l'altro finire, ed ora levandolo dalle miserie del mondo lo avrebbe avviato in luogo pieno di ogni felicità; se ciò avesse fatto egli giurava pagargli subito 800 mila ducati, e di più gli prometteva non avrebbe danneggiato le terre dei cristiani; quanto a lui si sarebbe tolto quel fastidio di fratello dintorno; in segno dello amore sviscerato che gli portava, tosto avutone il corpo lo avrebbe in magnifico sepolcro sepolto; ancora, lo supplicava di compiacerlo in altro suo desiderio, il quale consisteva nel promovere al cardinalato Niccola Cibo arcivescovo di Arles. Così i Turchi raccomandavano al Papa i prelati, e il Papa le raccomandazioni con pronto animo accoglieva!
E poichè nonostante gli ostacoli, Carlo VIII sceso in Italia cominciava la corsa, la quale dissero vittoria, dove i Francesi altra arme non adoperarono eccetto sproni di legno, e gesso per segnare i quartieri alle milizie, il Papa tentennando propone accordarsi con Carlo, poi se ne pente, e sostiene i Cardinali Sforza, Sanseverino, Colonna, Lunate, ed altri parecchi; ma progredendo vie più Carlo torna a ciondolare; finalmente vinto dalla paura libera i prigionieri e gli mette framezzo pacieri; il re oltre parecchie cose pretende Santo Angiolo, lo nega il Papa, il re Carlo due volte appunta le artiglierie per espugnarlo; ma visto il papa deliberato di porre ogni sua fortuna in isbaraglio innanzi di cedere renunzia al castello, e tiene il fermo sopra le altre condizioni, le quali vengono concesse; tra queste la consegna di Gem, e l'ebbe vivo ma con la morte in seno; il Papa per gratificarsi il Turco, e buscarsi gli 800 mila ducati lo avvelenò.—
Gli Italiani tardi commossi dalla subita conquista dei Francesi si uniscono in segretissima lega e la sottoscrissero il Papa, i Veneziani, il re di Spagna, e quello dei Romani, e il duca di Milano, in apparenza volevano difendersi, ma in fondo dare addosso ai Francesi. Naturale talento dei popoli di mutare signoria, provata, che l'abbiano basto in tutto uguale alla signoria antica, la stupenda, e insanabile levità dei Francesi, lo istinto loro di guastare sempre e non ordinare giammai, le voglie ladre, la ingiuriosa jattanza, ed altre pecche, le quali non si ricordano unite alla fama della novella lega cominciano a sgomentare i Francesi, nè Carlo si trovò mai così presso a perdere la corona come in quel punto nel quale ei se la mise in capo. Come e perchè questi successi avvenissero, ed ai Francesi toccasse sgombrare il regno più presto di quello, che l'occupassero altri disse e bene; mi stringo a raccontare che dopo infelici fortune, tornato il re in Francia, Gilberto di Monpensieri ebbe a capitolare in Atella; stipulava salute per sè e per gli aderenti suoi, ma siccome fra questi erano gli Orsini, cui il Papa disegnava spegnere per eredarne le spoglie, ordinò a Ferdinando di Napoli non l'osservasse, anzi se disobbediente ai comandamenti suoi lo avrebbe scomunicato; però Paolo e Virginio Orsini furono sostenuti prigioni nel castello dell'Uovo, e le milizie loro assalite a man salva e svaligiate.
Fin qui contro Francia; morto Carlo e succeduto Luigi XII Alessandro piantati là gli Aragonesi si stringe alla Francia mercè novella lega cui rinterza co' vincoli sempre provati fallaci, e pure sempre appetiti, del matrimonio; e poichè Carlotta figliuola al re di Napoli ricercata di nozze dal Valentino, mostrando il coraggio, che allora ai più animosi faceva, difetto, gli buttò sul viso queste parole; «io non vo' per marito un prete, figliuolo di prete, fratricida, infame per nascita, e più per opere scellerate.» il Valentino si tolse per moglie un'Albret figliuola del re di Navarra dotandola, invece di riceverne dote, conciossiachè fossero patti degli sponsali, sodasse il Papa duegentomila scudi alla sposa, un cappello cardinalizio conferisse al fratello di lei. Quello, che il Papa e il Valentino ardissero con l'aiuto di Francia vedremo; ora importa sapere, che di nuovo la fortuna dei Francesi scadde in Italia non per mancanza di valore, bensì per le indomabile levità, e spensieratezza loro; il Papa, e il Valentino tosto mutata vela secondo il vento pigliano ad intorarsi con Francia, mettono la parola di possibile accordo col Gonzalvo; co' Pisani temporeggiano; insomma stanno a cavallo al fosso per buttarsi dove il conto torni. Le sorti di Francia veramente toccarono il fondo, ma quivi si rifecero, secondochè la favola immagina del titano Anteo, e con la Tremoglia si avventura a nuovo esperimento; da una parte, e dall'altra avendo sete del Papa, gli profferiscono mirabilia per tirarselo a sè, ed egli col Valentino in mezzo a mettersi allo incanto e a succhiellare la carta; le proposte più turpi si volsero alla Francia, e questa tutta ingolfata nell'interesse presente, non curando vergogna le accettava; ma Valentino provato il terreno sollo a ingolare la vanga, armeggia a ficcarci ancora il manico; la sorte sul più bello gli fece la cilecca, il Papa morì, ed egli stette a un pelo di tenergli dietro.
Di queste trappole non appunteremo costoro; a quei tempi o farle o patirle, ed anco ai nostri così; il Papato diventato cosa terrena si schermisce con le industrie persuase dai tempi, e dagli uomini: però cosa iniqua non per chi presume rappresentare Cristo, bensì per ogni creatura umana la smania di arraffare la roba altrui, e il modo per venirne a capo.
A mano a mano che divoravano in cotesti maligni crebbe la fame come sempre nei cupidi accadde; per ora basta Romagna, più tardi la Toscana, e se la morte non troncava i disegni non si sarieno contentati dell'Italia. Concetto pari ebbe Sisto IV. ma non potè dargli fondamento, quindi essendo il fabbricato da lui ostacolo allo edifizio dei Borgia, ebbe a crollare. Parte dei principi di Romagna, i Bentivoglio, e gli Orsini confidavano nella protezione della Francia, ma re Luigi bisognoso di tenersi bene edificati il Papa, e il Valentino di un tratto significa loro, chi può salvarsi si salvi, non potere egli nè dovere pregiudicare i diritti della Chiesa. Diritti la Chiesa non aveva, se togli le antiche e famose donazioni, pure non si vuole negare, che parecchi per possedere simulacro di potestà legittima a opprimere i popoli avevano sollecitato ed ottenuto titolo di vicari della Chiesa, e promesso eziandio il censo annuo, che non pagavano mai: non importa, porgi al prete la cima della corda in mano, ed ei saprà tenerla inoperosa per secoli, finchè non giunga la opportunità di stringertela al collo; difatti occorrevano città come Ancona, Spoleto, Terni, Narni, Assisi, e qualche altra, che si reggevano a ordini repubblicani; peccato che gare interne ed esterne le impedissero a costituirsi in valida lega fra loro, sicchè ogni giorno crescevano le cause della provocazione, quelle della difesa diminuivano. Primi a cadere i Riario nepoti di Sisto investiti d'Imola e di Forlì. Imola non oppose resistenza, a Forlì la vedova Caterina Sforza, scansato prima il figlio Ottavio a Firenze, volle mostrare il viso alla fortuna, e fece strenua difesa, non felice, chè il Valentino sovvenuto da 300 lance di Francia espugnò prima la terra, poi la rocca. Caterina venuta in potestà del Borgia, andava a Roma prigioniera e fu chiusa in castello Santo Angiolo, donde la trasse fuora Ivo d'Allegre o vergogna lo rimordesse, od altra passione lo stimolasse.—I signori di Faenza, e di Rimini apprensioniti supplicano per soccorso. Astorre, il quale pure nacque dalla figlia di Giovanni Bentivoglio, fu respinto dallo zio, ch'ebbe di catti ottenere perdono dal re Luigi pei sussidi somministrati al duca di Milano; nè gli riuscirono migliori amici i Fiorentini pensosi anch'essi dei fatti loro: peggio di tutti i Veneziani, che in coteste strette disdissero l'amicizia vecchia, e scrissero nel libro di oro il nome del Valentino che a questo modo diventò nobile veneziano. Pandolfo Malatesta signore di Rimini vista approssimarsi la burrasca si tirò al largo; e ne seguì lo esempio Giovanni Sforza signore di Pesaro; per converso elesse contrastare Astorre Manfredi di Faenza giovane fuor di misura bellissimo, e di magnanimi spiriti; il Valentino si mosse ad assaltarlo con potente esercito, e copiosa artiglieria; adoperando le armi costui non poteva omettere i tradimenti, e corruppe Dionigi di Naldo a tradire Astorre del castello; scoperto il trattato le spengono a ghiado: durarono tutta una stagione intorno all'assedio di Faenza invano: entrato il verno in cotesto anno rigido oltre il consueto e' fu forza ritirarsi; il Valentino tornò in primavera con animo più perverso, ed esercito più gagliardo; due volte assaltò, e due rimase respinto: tuttavia i Faentini considerando non poterla durare, così com'erano privi di ogni umano aiuto con le lacrime agli occhi supplicarono Astorre a capitolare; i patti brevi: salvi le persone, e i beni, libero Astorre recarsi dove gli talentasse.
Astorre con un suo fratello bastardo ed una giovane donna erano menati prigioni in castello Sant'Angiolo, quivi stettero un anno in capo al quale i cadaveri di questi miseri furono trovati nel Tevere; quello di Astorre aveva una corda intorno al collo, gli altri due stretti insieme e con le mani legate dietro il dorso. Il Guicciardino scrive essere corsa fama, comequalcunosfogasse la immane libidine nel corpo di Astorre, il qualequalcunonella vita del Valentino, che un dì pubblicata col nome di Tommaso Tommasi sappiamo essere opera di Gregorio Leti, diventa colui, chesconvolgeva tutte le leggi di natura e di Dio, con le quali parole dà ad intendere, lo scellerato stupratore fosse il Papa: ahimè! troppi vediamo essere i delitti veri commessi da questo empio uomo, onde gli si abbiano ad aggiungere anco gl'immaginati. Astorre cadde nelle mani del Valentino nel 1500, e l'anno dopo periva, e siccome in quel torno il Papa annoverava bene settanta anni, così se il volere gli avesse consentito la infamia, la età gliene levava il potere. Il Gordon nella vita di Alessandro VI afferma la donna rinvenuta nel Tevere in compagnia di Manfredi essere stata la donzella, che inviata da Elisabetta Gonzaga duchessa di Urbino a marito in Venezia con Giovambattista Caracciolo generale di fanti della repubblica, il Valentino fece rapire presso Cesena, nè se ne seppe più altro: non avendo trovato in veruno scrittore italiano tenuto ricordo di cotesto particolare, io lo giudico giunta dello scrittore.
Arte profondamente arguta per isbigottire, e per gratificarsi i popoli già soggetti fu questa, che il Valentino mandasse a governarli o piuttosto a tribolarli un'Orco Ramiro; quando conobbe immensa gravare sul capo di costui la maladizione dei traditi, quasichè il Borgia sentisse pietà dei popoli, un bel giorno spartito in due cotesto ribaldo in mezzo a parecchi torchi accesi lo fece esporre sopra la piazza di Cesena; il quale trovato, pieno di malizia, gli conciliò l'animo non pure dei soggetti, ma eziandio degli altri che intendeva sottoporre, imperciocchè dai vecchi signori fossero con ogni maniera di strazi angariati.
Adesso il Borgia accenna alle Marche, alla Toscana tutta, a Bologna, a Urbino, e a Piombino. Da prima si volta contro Giovanni Bentivoglio, e lo vinceva, se non lo impediva Luigi XII a cui era cotesto signore raccomandato; non potendo cavarne tutto il vestimento, il Borgia per allora si contentò del mantello; volle Castel bolognese, e 1000 ducati all'anno, con 100 uomini d'arme e 2000 fanti pagati; poi minaccia Toscana, e ne corre le terre; pretesto allo assalto la licenza data al Rinuccio da Marciano che passò con la sua compagnia al servizio del Bentivoglio; Firenze con Pistola ribellata, il contado in ruina, strema di forze a cagione della guerra pisana poco schermo poteva fare se il Borgia chiamato a Napoli non avesse dovuto lasciarla stare pel momento; in passando assediò Piombino, il quale resistendo oltre il presagio, fu espugnato più tardi dai suoi luogotenenti. Reduce da Napoli, macchina la usurpazione del ducato di Urbino retto da Guidobaldo che per cotesti tempi fu una coppa di oro di principe, e lo sarebbe anco ai nostri per bontà, e per sapienza; il modo che il Papa e il Valentino tennero, questo: gli finsero maravigliosa benevolenza, composero le liti che cotesto signore teneva con la Camera apostolica, il nipote Francesco Maria promossero a prefetto di Roma, e per fino gli proffersero ammogliarlo con Angiola Borgia; tranquillatolo così ingrossarono l'esercito nelle terre vicine sotto colore di assediare Camerino, e poi gli mandarono messi con lettere ortatorie perchè gli servisse per cotesto assedio delle sue artiglierie, assettasse le strade, provvedesse vittovaglie ai soldati, consentisse per le sue terre il passo a un 1500 uomini. Il duca rimandò indietro al Valentino per accertarlo sarebbe servito; se altro avesse desiderato comandasse, e il Valentino come intenerito si profondava in grazie maravigliose giurando non volere in Italia altro fratello, che il duca; per colmo di favore gli saria grato se incamminasse un migliaio di fanti in aiuto del Vitellozzo suo capitano su quel di Toscana. Tesa a quel mo' la rete, di un tratto la strinse; non contento dei beni voleva la vita del buon Guidobaldo, che avvertito non credeva, ma reso accorto in estremo appena col nipote Francesco Maria della Rovere poterono scappare a sant'Agata, dove presa veste contadinesca separaronsi commettendosi all'aiuto di Dio, che li condusse a salvamento fuori di ogni pericolo. Pazienza! Il Borgia si morse il dito; e non sospese pure di un'attimo la opera propostasi; col Vitelli minaccia la Toscana, ribella Arezzo, e n'espugna la Rocca, e forse Firenze non la contava se accordatasi col re di Francia, questi non avesse spedito in diligenza ordine al Valentino di lasciare illesa la Toscana; e nondimeno egli più tardi quando i Fiorentini gli mandarono legato il Machiavello costui con giuramento affermava di coteste rivolture sè non solo innocente, ma inconsapevole; di ogni cosa colpa il Vitelli. Intanto egli assedia più certa preda Camerino; fatta un po' di resistenza Giulio Cesare da Varano propone gli accordi, e il Valentino gli accetta, ma sul punto di segnarli egli sforza la terra, i patti straccia, mette le mani addosso a Giulio Cesare, e a due suoi figliuoli Venanzio e Annibale, i quali tutti in un'attimo strangola, il primogenito Giovanni Maria poco innanzi ito a Venezia per miracolo scampa.
Vinti e spogliati i nemici, rimaneva a spengere, ed a spogliare gli amici; già per venirne più agevolmente a capo il Papa si era industriato commettere scandali tra gli Orsini e i Colonna, e ci era riuscito come quelli cheab antiquoprocedevano scambievolmente nemici; però il Papa si mosse meno pel proposito di separarli, che per l'altro di non farli mai ora nè poi riunire. Fino dalla capitolazione dell'Atella il Papa dopo avere fatto sostenere, in onta alla fede giurata, Virginio Orsini, ne pubblicò i beni ordinando al duca di Gandia, e ad altri parecchi mandassero la sentenza ad esecuzione: donde una guerra lunga e varia, ove nella difesa di Bracciano mostrò la donzella Bartolommea, sorella di Virginio Orsini, tale prova di valore da disgradarne i più intrepidi. Carlo Orsini in buon tempo venuto di Francia con Vitellozzo Vitelli, che congiunti erano, si legano ai danni dei Borgia; gli sovvennero Perugia, Narni, e Todi, e messe assieme le genti s'incamminano a Bracciano; occorsero loro i papalini, ed incontratisi su la via di Soriano danno subito di piglio alle armi: dopo lunga battaglia andarono sconfitti i papalini, prigione il duca di Urbino, sfregiato in faccia Francesco Borgia. Impaurito il Papa, chiede accordare, e l'ottiene; in questa pace fu notabile il caso seguente: il Papa di leggeri ammollì su tutto, tranne che volle gli Orsini gli pagassero 70 mila ducati per le spese della guerra; ma perchè sapeva costoro corti a pecunia li persuase a non liberare il duca di Urbino, eccettochè con la taglia, e gli Orsini non intendendo a sordo gliela imposero, e appannata, 40,000 fiorini, i quali da una mano presero e dall'altra pagarono al Papa; così Alessandro buscava la taglia di tale, che combattendo per lui era caduto prigioniero! Dopo questo successo gli Orsini servirono i Borgia di coppa e di coltello, soldati e sicari come meglio loro ordinavano, sicchè poste in oblio le date e le ricevute ingiurie estimavano esserseli amicati per la vita: funesta fiducia con tutti, co' Borgia poi anco matta, ma anzi non è così, almeno non sempre, imperciocchè tanto gli Orsini quanto i Vitelli congiunti, ed aderenti loro incominciassero quasi per istinto a fiutare la mala parata, per la quale cosa convennero segretamente alla Magione terra prossima, a Perugia, per concertare la comune difesa: a questo congresso si trovarono il Cardinale Orsini, il fratel suo Paolo, Vitelozzo, Giovampaolo Baglioni, Ermes Bentivoglio, Oliverotto, Antonio da Venafro pel Petrucci di Siena, e dicono ci si facesse rappresentare anco la vedova di Giovanni della Rovere signora di Sinigaglia. Al Talentino incominciava a voltare faccia la fortuna: i suoi capitani ormai ribelli restituiscono nell'usurpato retaggio il duca di Urbino maravigliosamente sovvenuti dai popoli devoti al principe benemerito: pel costoro abbandono scemato l'esercito al Valentino questi trovandosi a mal partito ordina con celeri messi ad Ugo di Cardona e a don Michele capitani fidatissimi suoi, schivata ogni battaglia, ridursi a Rimini con quanto rimanga loro di forze, ma non gli obbediscono allettati dal destro di pigliare Fossombrone, e Pergola, dove sorpresi da Paolo Orsini e dal duca di Gravina restano percossi di sconcia battitura, il Cardona casca prigioniero, don Michele a gran ventura scappa a Fano, poi a Pesaro. I collegati potevano vincere spingendosi risoluti innanzi, e non seppero, per riguardo al re di Francia protettore dei Borgia, come se i principi stranieri non si amichino sempre chi vince; dacchè tutte le leghe non abbiano ragione oltre queste due, il danno o il comodo che puoi recare; ora questa venendoti a mancare quando sei vinto gli è chiaro come l'acqua, che tu non offerisci più argomento di lega. Mentre costoro ciondolano improvvidi, i Borgia usano l'estremo dell'arte per cavarsi dal mal passo: prima di tutto il Valentino s'industria rabbonire i Fiorentini; stava allora presso a' lui oratore di Firenze Niccolò Macchiavello, e proprio l'andava tra corsaro e pirata; il primo non rifiniva far toccare con mano che aveva sempre nudrito filiale amore per Firenze, non averglielo troppo palesato fino di ora perchè sendo debole gli pareva che avessero potuto ascriverlo a paura, e sospettarlo poco sincero, egli di cui un dì avrieno detto le genti, che quando la lealtà fosse stata bandita dal mondo avrebbe preso rifugio nel suo seno: ora poi, che vinto ogni ostacolo si sentiva gagliardo si profferiva affatto uomo di Firenze, lo mettessero alla prova, e vedrebbero. Da ora in poi Firenze e i Borgia avere ad essere tutta una cosa.—
Questo per paura che i Fiorentini legandosi co' ribelli in questa stretta non l'opprimessero. I Fiorentini, che per non venire in uggia al Borgia ricerchi più volte dai ribelli si erano ricusati a fare causa comune con essi, dichiaravano al Valentino per bocca del Macchiavello: alle proteste di amore del Borgia credere quanto nel vangelo e più; e di questo avesse per pegno, che sollecitati a legarsi co' suoi nemici per abbatterlo avevano rifuggito sempre, e rifuggirebbero. Posto in quiete da questa parte il Valentino prese a negoziare con Paolo Orsini, e riuscì ad agguindolarlo con parole, e con doni: gli uomini per ordinario sono prosuntuosi in proprio danno, e nello altrui, ma più nel proprio, però che accomunandosi ai tristi in questo fidano, o che questi si guarderanno bene di farla a loro, o che sapranno guardarsene, e quasi sempre restano ingannati; tu poi imita la prudenza dello antico Ulisse, quando rasenti lo scoglio delle Sirene turati le orecchie, se con la cera, o con le mani non rileva, purchè tu le tappi; Paolo prese a serpentare gli altri sicché volenti o no li condusse agli accordi, di cui primo effetto fu lo abbandono del duca di Urbino al quale toccò rifare i passi dello esilio. Rispetto al Bentivoglio, i collegati lasciarono lui, ed egli i collegati e con duri patti si compose col Borgia, che mallevati dal re di Francia, dal duca di Ferrara, e dai Fiorentini lo guarentirono meglio.—
In virtù dello accordo il Valentino deliberò co' suoi capitani tornati a divozione di lui se fosse ad assaltarsi Toscana o Sinigaglia; elessero Sinigaglia, e di vero mossero colà di concerto commettendo il terzo tradimento, come quelli, che alla posta della Magione avevano promesso sostenere la Castellana. La città noti oppose resistenza; solo la Castellana, e il Doria ridottisi nella Rocca dichiararono ad altri non volersi rendere, tranne al duca; per la quale cosa gli Orsini mandarono per esso; ed egli colto il destro, parendogli, che della sua andata non potessero pigliare ombra poichè eglino medesimi lo chiamavano, rispose, andrebbe, ma la città sgombrassero dalle milizie loro stanziandole nei borghi, dacchè nella città intendeva alloggiare le proprie, e come disse fecero: allora si mosse da Fano, e non potendo farne a meno spinti dai fati gli occorsero in su' muletti Vitelozzo, Pagolo, e il duca di Gravina, entrambi Orsini, questi armati, l'altro disarmato con una cappa foderata di verde, afflitto in vista quasi presago della morte imminente, e corse fama, che innanzi di separarsi dalle sue milizie fece con loro le ultime dipartenze raccomandando ai capi la casa sua, e i nipoti ammonì che non alla fortuna degli avi pensassero, bensì alla virtù, e gl'imitassero. Se con lieta fronte gli accogliesse il Borgia non si racconta nè manco, se nonchè stringendo gli occhi si accorse non essere fra loro Oliverotto, e saputo come fosse rimasto dentro Sinigaglia con le sue genti attelato sopra la piazza, mandò don Michele a dirgli, che menasse le milizie altrove e andasse con gli altri a complire il duca. Oliverotto non se lo fece ripetere due volte studioso con la nuova obbedienza cancellare l'antica ribellione. Entrati tutti insieme in Sinigaglia scavalcarono all'alloggiamento del duca, che li condusse in sala, donde poichè ebbero alternato alcuni ragionari, il duca sotto pretesto di mutare vesti si allontanò; sopraggiunsero a un tratto scherani che pigliarono i traditi a mano salva. Il duca tosto monta a cavallo e si arrabatta a svaligiare le milizie di Oliverotto e degli Orsini; riuscì con le prime perchè prossime e prese alla sprovvista, con le seconde no, che avuto tempo di mettersi insieme con ardimento pari al valore si ridussero in salvo. Durante la notte Vitelozzo, e Oliverotto erano strangolati, il primo (pare impossibile!) pregando si supplicasse il Papa a dargli la indulgenza plenaria, l'altro piagnendo, e tutte le sue colpe riversando su Vitelozzo. Ma chi potrebbe affermare queste cose vere? Le riporta il Machiavello, il quale da altri non può averle apprese eccetto dal Valentino e dai carnefici suoi interessati troppo a fare comparire colpevoli i traditi, e non contenti, secondo il costume dei tiranni, a saperli morti se anco non li sappiano e contennendi, e vili: Paolo, e Francesco Orsini il duca di Gravina furono strangolati più tardi avendo prima voluto accertarsi il Valentino, che il suo dabbene genitore Alessandro Papa aveva a Roma messo le mani addosso al Cardinale Orsino, all'Arcivescovo di Firenze Rinaldo Orsino, a Messere Iacopo da Santa Croce, al protonotaio Orsini, ed all'abate Alviano fratello di Bartolommeo.
Gli argini al delitto parvero rotti; dopo questa strage piglia Città di Castello dei Vitelli, piglia Perugia dei Baglioni, saccheggia lo stato di Siena, piglia Chiusi, e Pienza, invade gli stati degli Orsini. Il demonio, a detto della gente sbigottita, fatto vicario di Cristo, il vessillo dello inferno in mano al Papa, il padre dei fedeli dispensatore a un punto di crisma e di veleni, i sette sacramenti in questo mondo oppressione, nell'altro dannazione, a cui raccomandarsi non sapeva, il cielo sembrava fatto più truce dell'erebo e senza fine disperata la gente diceva: «Dio non è!»
Di un tratto questi immani colpevoli, che stavano sopra le leggi divine ed umane con le proprie mani si avvelenano; il Papa muore; il Valentino della vita in forse perde il credito; tradito chi tutti tradì, spogliato chi tutti spogliò, abbindolato, deriso, fuggiasco cessa di vivere per ferita rilevata in oscura avvisaglia, e fu fortuna oltre i meriti suoi.—
La pietà pei tristi è furto della pietà dovuta ai buoni, però io non mi appassiono per la strage di tali, da cui se pochi ne eccettui, furono anco più rei del Valentino, il quale pure qualche sollievo ai popoli concesse, e di tanti basti dire di Oliverotto da Fermo: rimasto orfano costui raccolse e nudrì lo zio Fogliano avo materno, il quale volendo fargli apprendere la milizia lo accomodò con Paolo Vitelli; ebbe fortune varie, e ottenne fama di valoroso; militando in ultimo sotto la bandiera del Valentino gli si parava occasione di approssimarsi a casa. Da Camerino scrisse allo zio chiedendogli licenza di andare a riverirlo per mostrargli i segni di prodezza acquistati in guerra facendosi accompagnare da cento cavalieri; risposegli lo zio: magari! sarebbe le mille volte il ben venuto. Va, gli occorre lo zio, che gli getta le braccia al collo, e piange: se lo mette in casa co' cento cavalieri: fa baldoria, pare che dall'allegrezza non possa più capire dentro la pelle; indi a pochi dì per festeggiarlo meglio imbandisce un convito ai maggiorenti di Fermo; Oliverotto sopra le mense ospitali trucida tutti, poi balza fuori sanguinolento e con la spada alla gola costringe i cittadini a tremarlo principe. Certo chi tale acquista non merita misericordia se il Valentino lo spoglia.
Tuttavia anco ad acquistare a quel modo ci voleva pecunia, e di molta, ed anco per la spesa di certa pompa regia, che ai Borgia piacque sempre sfoggiare un po' per talento, e un pò per politica, imperciocchè i panni rifacciano le stanghe, e il parere avvezza ad essere, ed educa altrui a riverirti. Del Papa a cotesti tempi corse un distico, il quale volgarizzato suona così:
Vende Alessandro altari, e chiavi, e Cristo; E ben lo può, che pria ne fece acquisto.
Aperse mercato d'indulgenze, ma questa vuolsi considerare galanteria; chi non poteva andare a Roma pel Giubbileo pagasse la indulgenza un terzo della spesa del viaggio; immenso ei ne raccolse tesoro; il Bembo afferma 800 circa libbre di oro dalla sola Venezia, e parmi troppo se consideriamo, che le miniere del Perù, e del Messico erano tuttora sconosciute; immagina un collegio di ottanta scrittori di Brevi e li mise allo incanto, e neppure qui vuolsi biasimare troppo; costrinse il cardinale Colonna a rendere l'Abazia di Subiaco, e quanti simoniacamente lo promossero ebbero a rimettere fuori lo ingoffo; e in questa parte quasi lo lodo; spogliò i Savelli; peggio toccò ai Caetani; di un tratto imprigiona Giacomo protonotaro apostolico, e l'unico figlio Niccolò; questo strozza, quello avvelena, poi dichiara devoluti alla Camera Sermoneta e gli altri stati di loro: indi a breve li comperava Lucrezia ottantamila fiorini, e si dissero, e altri finse credere, sborsati; e' bisognava fare roba per Lucrezia, e fu colpa dei Caetani, che la possedessero, e che accomodasse a questa femmina dabbene; a forza s'impadroniva della eredità del Cardinale Domenico della Rovere, nonostante la facoltà concessagli per disporre liberamente delle sue sostanze da Sisto IV; per quella del Cardinale Zeno morto a Venezia strepitava, sicchè il Senato per lo meno reo consiglio gli ebbe ad ammollare non poca moneta. Il Cardinale di Lisbona assalito da subito male si riebbe alquanto; parendogli sentirsi prossimo il fine supplica il Papa gli conceda testare del suo; quegli nega; il Cardinale arrovellato dona tutto il suo ai servi, agli amici, e ai luoghi pii; poi risana, i beneficati non che gli mostrassero gratitudine gli negarono soccorso, e lo uccellavano. Appunto come più tardi successe all'Ammannato, il quale poichè si fu disfatto del suo in prò dei Gesuiti lasciandosi tanto, che bastasse alla presunta sua vita si trovò a vivere oltre il presagio; nè soccorrendolo cotesti cuori duri ed avari il tapinello vagava per Firenze supplicando:
«Un po' di carità per lo Ammannato «A cui mancò la roba, e crebbe il fiato.
Eredi universali di tutti, il Papa, ed i figliuoli; ma spesso venivano a screzio fra loro come accadde alla morte di Pietro Caranza cameriere segreto del Papa; fra i beni lasciati da lui si trovavano ventimila fiorini; Alessandro gli donava alla Lucrezia, ma il Valentino che ne aveva bisogno pei fatti suoi li prese, e agli urli del padre e della sorella fece orecchia da mercante. Creò quarantatrè Cardinali, da ognuno dei quali raccattò almanco diecimila ducati, da taluno più. Tutto questo come turpemente iniquo ti mette addosso fastidio; quanto ti narrerò adesso ti farà paura; prima creò Cardinali, e porse loro la maniera di arricchire per via di inusitate angherie; quando a mo' di mignatte li sapeva pinzi di sangue succhiato li spengeva, e così costumò coi Cardinali di Capua, Santo Angiolo, e Modena, odiati tutti e a dritto: all'ultimo, che fu Giambatista Ferrara composero il seguente epitaffio, che reco dallo idioma latino al sermon nostro.
Giambattista Ferrara nello interno Giace a quest'urna: ebbe la terra il corpo, I beni il Papa, e l'anima l'inferno.
Il Valentino per menare grossa la guerra richiede danari al Papa, il quale patendone inopia s'indetta col figlio a cavarne da questo suo trovato; eleggerebbe per la festa di san Pietro nove Cardinali tra i più ricchi prelati della Corte, poi li conviterebbe a cena, dove gli avvelenerebbe tutti, così le nove eredità giungerebbero manna ai loro bisogni; tal detto, tal fatto; i Cardinali pubblicati furono Giovanni Castellare, Francesco Remolino, Francesco Soderino, Melchiorre Copis, Niccolò Fiesco, Francesco di Sprate, Francesco Iloris, Jacomo Casanuova, e Adriano Castellante da Corneto tesoriere, che si giudicava il più ricco di tutti. Il Papa, e questo fu tiro del Valentino, non li convitò nelle proprie case, bensì pregava il Corneto gli prestasse per simile festa la sua vigna prossima al Vaticano, la quale gli venne più che volentieri consentita: a questo modo non davano adito a sospetto, e si assicuravano la presenza del Corneto: mandarono intanto vini preziosissimi, tra cui parecchie boccie attossicate; il maggiordomo complice le aveva in custodia con la istruzione del come le avesse adoperare; ora sia che il maggiordomo sbagliasse, o piuttosto tradisse i traditori, sopraggiunto il Papa alterato per lo eccessivo calore del giorno e chiesto da bere trangugiò il veleno; indi a pochi istanti entra il Valentino e anch'egli tracanna tossico. Narrano alcuni, che il Papa costumasse portare addosso un'ostia consacrata avendogli certo astrologo predetto che insino a tanto che ei la portasse veleno alcuno avrebbe avuto virtù su di lui, e giusto in quel punto accorgendosi averla dimenticata al Vaticano mandò monsignor Caraffa a pigliarla! comunque paia stravagante, per cui conosce le contradizioni dello intelletto umano, e la ragione di cotesti tempi non gli tornerà incredibile.—
Quando il Caraffa tornò, il Papa era sfidato, e il Valentino preso da atroci dolori rotolandosi per la terra mugliava. Morto il Papa veruno prendeva cura dei suoi funerali: i congiunti e gli aderenti suoi atterriti del presente, e paurosi del peggio con la fuga, o col nascondersi si procacciavano salute; il vice cancelliere intimò l'associazione: andarono tutti mossi dalla novità del caso, ma entrati appena nella Chiesa di san Pietro il popolo fatto impeto per arraffare le torce al clero lo sbarattò, ed egli corse a ripararsi in sagrestia; rimasto il cadavere in mano alla moltitudine gli si assiepa dintorno per imprecargli l'eterna dannazione; se non che vistolo orribilmente deforme, gonfiato, e nero, con la bocca aperta, la lingua fuori ciondoloni, colante tabe dal naso, e contristata dallo insopportabile fetore scappò via senza potere profferire parola. Sulle prime ore della sera taluni tristacci a ciò comandati lo cacciano dentro alla cassa e poichè per la gonfiezza a stento ci capiva, con istrazi, e con iscede lo rincalcavano.
Oltre ai raccontati, per adunare i danari, ricorse ad altri partiti, e furono imporre gravissima tassa agli ebrei sotto colore della guerra contro il Turco, e col medesimo pretesto volle la decima delle rendite ecclesiastiche non eccettuato Cardinali, nè monasteri, e poi invece che guerreggiare il Turco non una ma due volte lo salutò amico, e ne supplicava i soccorsi; una cosa ordinò contro i Turchi, e fu l'obbligo di recitare in confusione di loro l'Ave Mariaal suono di mezzogiorno. Con questa difesa la cristianità poteva dormire tranquilla fra due guanciali: intanto i devoti sappiano che recitando l'avemaria meridiana si gratificano l'anima di quel santo pontefice, che fu Alessandro Borgia.
Sfrontatezza di prete è cosa enorme, due cotanti cresce nel frate: nel gesuita poi perde peso, numero, e misura, però ci ha caso sentirci opporre: «lasciamo da un lato le arti, il pontefice ripigliava il suo.» Anco così non sarebbe vero; il Papa avrebbe sempre lacerato il manto pontificio per istituirne retaggio ai propri figli, e al Valentino uno stato da potere usurpare Roma e la Italia. Per ottenere sposa al suo bastardo Giuffrè Sancia bastarda di Alfonso il Papa consentì si alienassero dalla Chiesa le contee di Anguillara e Cervetri, poco prima causa di guerra tra Ferdinando di Napoli e lui: un dì propose in concistoro erigere un ducato di Benevento, Pontecorvo, e Terracina, ed investirne il duca di Gandia; nè i Cardinali dissentirono, uno, il Piccolomini, si oppose invano: dov'è dunque il dominio temporale d'instituzione divina? Dove la ragione delnon possumusdi questi preti potenti della nostra sola stoltezza. Quando Lucrezia andò a marito ad Alfonso d'Este arraffò al capitolo di Bologna Cento, e Pieve, e gli aggiungeva per dote alla figliuola dilettissima.
Che fosse diventata Roma in cotesti tempi io non dirò, lascio che lo racconti il Cardinale Eligio di Viterbo di cui le parole queste, voltate nella favella italiana: «non mai nelle città della sacra giurisdizione furono visti più scellerati tumulti, più spessi saccheggi, nè stragi più miserande, non mai per le vie meno vigilate la rapina dei ladroni, o in Roma non mai maggiore la copia delle spie, e dei delitti, o la licenza dei sicarii, o l'audacia e il numero degli arraffatori per modo che fuori delle porte non puoi andare, nè dentro senza pericolo rimanere; i cittadini si avversano nemici; legge umana o divina non si osserva; se in casa serbi alcun che di bello o di prezioso, guai! Invano in torre chiuso, in casa, o in camera ti confidi sicuro; nulla vi ha di sacro, nulla di salvo; quì l'oro, la violenza, e il veleno comandano.»—
Ed era un Cardinale della Chiesa, che sbottonava così, immagina che avrebbe detto Lutero se si fosse trovato a Roma in quei tempi. Nè sole le sostanze della Chiesa, o dei cittadini gettaronsi nelle fondamenta della potenza dei Borgia, ma il sangue altresì; di fatti il Valentino ammazzato il fratello lo gittò nel Tevere; il padre Alessandro pianse e si disperò, poi ridottosi a colloquio col Valentino si tacque, nè più ricordò il trucidato figliuolo. Io per me penso, che queste saranno state le truci consolazioni di Cesare; dentro una corona non capire due teste, però o Cesare o Francesco Borgia; e il fatto mostrava chiaro per la fortuna della casa meglio assai adattato lui, che il morto; il quale con pari odio lo ricambiava, ma meno si sentiva audace, ed era povero di partiti. Così avere ordinato il genio di Roma fino dai tempi di Romolo, la prima pietra fondamentale per costruire grandezza nella eterna città dovere essere intrisa di sangue fraterno. Quasi tutti gli storici aggiungono come oltre la cupidità dello impero spingesse il Valentino al fratricidio l'astio di vedersi il fratello rivale negli amori incestuosi con la sorella Lucrezia, la quale con entrambi, e con altri, cristiana Messalina e peggio, si mescolava; e può darsi, chè della famiglia degli antichi Atridi, dei meno vecchi Borgia, e dei moderni Romanoff di Russia tutto è lecito credere; tuttavia non penso, che anco il padre Papa appetisse abbominevoli congiungimenti con la figliuola[1]: troppo il misfatto, troppo poche le prove, e per compenso non presto fede alla vita incontaminata, che ci raccontano avere ella condotto dopo le nozze col d'Este; le lettere scritte da lei duchessa di Ferrara a Pietro Bembo, che poi fu Cardinale, e le treccie dei suoi capelli biondi che vi sono attaccate le quali si serbano nella Biblioteca Ambrosiana di Milano dimostrano espresso, che forse ella perse il pelo, il vizio mai. Anco sopra di lei il Papa faceva fondamento di grandezza; già accennai delle terre, e delle ricchezze donatele; ora ricordo, che in pubblico concistoro Alessandro la promosse governatrice perpetua della città e ducato di Spoleto, ce l'accompagnò il fratello Giuffrè con regia pompa, e si racconta, come in quel torno ella essendo caduta inferma tre vescovi le ministrassero le cure servili alle quali prepongonsi le privatissime ancelle; le dettero quattro mariti; al Papa padre aveva un bell'ordinare Gesù,quod Deus junxit homo non separet, egli univa, e scioglieva secondochè gliene tornasse il conto; il primo fu certo gentiluomo napolitano o spagnuolo, che la tolse innanzi che Alessandro agguantasse le somme chiavi, e dopo la lasciò avutane la mancia; di costui non mi venne fatto rinvenire il nome e non importa; poi se l'ebbe Giovanni Sforza e la tenne quattro anni in capo ai quali si lasciarono; il Guicciardino narra, che ciò fu per colpa del Papail quale non potendo soffrire neppure uno sposo per rivale annullò il matrimonio per causa d'impotenza; arduo a credersi, e inoltre mal si accorda con le nuove nozze subito procurate a Lucrezia di Alfonso duca di Biselli figlio naturale di Alfonso II re di Napoli; da questo ebbe un figlio, e sembra i coniugi si amassero, però o gelosia, o cupidità di più utili parentele, ovvero odio che il giovane gl'inspirasse, o quale altro demonio invasasse il Valentino lo fece assassinare da una mano di sicari davanti la stessa porta di San Pietro, e poichè sembrava che delle feritenon volesse morireun bel dì lo trovarono nel letto strozzato.
[1] Il Pontano per Lucrezia viva, e che sopravvisse a lui meglio di 20 anni, compose questo epitaffio:
«Lucrezia fu di nome, e Taida in fatti,«Adesso in questo tumulo riposa.«Di Alessandro figliuola, e nuora, e sposa!«Hic jacet in tumulo, Lucretia nomine sed re Thais,«Alexandri filia, sponsa, nurus.»
E il Sannazzaro, quel sì pio, che cantò con un poema pienodi devozionede partu Virginis, fece questi altri versi ininfamia del padre, e della figliuola:
«O fato! sempre ti appetisce un Sesto«Lucrezia, adesso per te il padre è questo!«Ergo te semper cupiet, Lucretia, Sextus!«O fatum diri numinis hic pater est!
Concetto degno di scolare di rettorica come quello, che poggia sul riscontro del nome di Sesto Tarquinio, e del numero di ordine, che toccò ad Alessandro.
Il Guicciardini il quale sempre pensa alla più trista nondimanco con prudenza dichiara: «era medesimamente fama, se però è degna di credersi tanta enormità, che nello amore di madonna Lucrezia concorressino non solamente i due fratelli, ma eziandio il padre medesimo.»
Questo vuolsi considerare, che il Pontano e il Sannazzaro napolitani erano, e devotissimi agli Arragonesi indegnamente traditi dai Borgia, e la passione non vede lume; gli uomini corrono a credere piuttosto il male che il bene per tutti massime pei potenti; i quali se beneficando sempre appena acquistano grazia, diventano segno di odio imperituro quando adoperino la potenza in danno ed in istrazio altrui.—E certo io reputo indizio grande di verità il silenzio, che di questo incesto col padre ed anco co' fratelli osservò il Burcardo maestro di cerimonie del Papa, il quale delle infamie di casa Borgia ti comparisce piuttosto rivelatore sfacciato, che dissimulatore devoto, o almanco prudente.
Quando mi sono adoperato di purgare il Papa e la figliuola Lucrezia dalla scellerata accusa io lo confesso ci sono stato condotto piuttosto dallo orrore, che sento per simili immanità, che da persuasione, la quale fosse in me; difatti vuolsi sforzo non piccolo a sostenere così, dove pensi quali, e quante le turpitudini, e le brutture in che si avvoltolarono costoro. Tu odi questo racconto ricavato non mica da gente ostile, bensì da amicissima, anzi dallo stesso maestro di cerimonie delsacropalazzo, Burcardo, e poi confrontando con quanto Svetonio e Tacito raccontano di Nerone, e Sifilino di Eliogabalo giudica dove sia maggiore la infamia: «nella domenica ultima del mese di ottobre cinquantameretrici oneste, o vogliamo dire cortigiane cenarono col duca Valentino nelle sue camere nel palazzo apostolico, le quali dopo cena prima con le vesti addosso e poi ignude danzarono co' servitori, e con altri convenuti là dentro: poi disposero candelieri da altare con i ceri accesi sul pavimento dove essendo sparse noci le meritrici giù nude carponi si dettero a raccattarle aggirandosi traverso i candelieri; il Papa, il duca, e la sorella Lucrezia tutte queste cose contemplando ne pigliavano maraviglioso diletto: all'ultimo per giudizio dei presenti furono distribuiti i premi ai vincitori con vesti di seta, paia di pianelle, berrette, ed altro, vale a dire, a quelli che pubblicamente si fossero più volte mescolati in venereo congresso con le femmine[1].» Certo senza tema di aggravarci la coscienza noi ci possiamo avventurare a credere molte cose di simil padre, e di siffatta figlia.
[1]Burcard. Diarium De convivio quinquaginta meretricum cum duce Valentino. Eliogabalo, per testimonianza di Sifilino fece di più, compose alle meritrici radunate una bellissima orazione, la quale, chi ne ha vaghezza, può leggere nel medesimo autore.
Gli uomini inconsueti allo sguardo lungo nelle storie sbigottiscono del presente; chi poi ha per costume speculare nei tempi tocca con mano come la Provvidenza, o vuoi ordine segreto delle cose mantenga il mondo in perpetua vicenda cavando dal male il bene, ed anco pur troppo dal bene il male dove questo o giunga inopportuno ovvero offenda co' modi; però dallo eccesso della depravazione romana ecco uscirne la necessità della riforma; troppo presto arrivarono i martiri di Basilea, e troppo presto altresì Girolamo Savonarola, nè buono in tutto, nè sacro; chè presumendo ritemprare la gente con la esagerazione della beghineria si tolse a compagno della opera l'errore, non già la sapienza, inoltre ricorrendo ai miracoli dimostrò tre cose, una anco a mente dei creduli, e fu la prosunzione di tentare Dio ad operare miracoli per lui; le altre al cospetto della filosofia la quale giudica così, o egli ci aveva fede, ed era grullo, o non ce l'aveva, ed era ciurmatore: anco cotesto avviticchiare la religione con la politica non va, nè può andare a sangue ai prudenti: per ultimo spietato fu col Gonfaloniere Bernardo del Nero, e i quattro cittadini messi a morte dirittamente forse, ma in ispregio della legge dal medesimo frate proposta, ed a insinuazione di lui decretata: nè si opponga, ch'ei se ne stette a parte, imperciocchè questo al contrario lo aggrava, avendo lasciato fare i suoi fazionari cui egli avria di leggeri potuto impedire; ma non importa, il ragno dopo sette volte cessa ordire la sua tela la umanità non ismette mai; tra poco verrà Lutero.—La sventura della invasione straniera anch'ella a qualche cosa fu buona: tardi a cotesti tempi i commerci fra gli uomini, difficili, per non dire disperate le notizie lontane; strade nessuna o poche, e queste dirotte, o pericolose; la stampa novellina; da questo veniva, che pochissimi sapessero le infamie di Roma, ed in confuso; ora i Francesi, i Tedeschi, gli Spagnuoli, gli Svizzeri, e di ogni generazione stranieri qui convenuti videro a prova chente fossero Roma, e i sacerdoti suoi; e le incredibili immanità ebbero pure a conoscere vere; donde lo scapito della reputazione già grande toccava il colmo. La Chiesa appartatasi dalla dottrina di Cristo, e dalla virtù dei primi padri della Chiesa con la temeraria improntitudine sua si era alienata i fedeli, sicchè curando meno lo spirituale, assai aveva fatto assegnamento sul dominio temporale, e vi era riuscita; la Chiesa considerata stato non fu mai tanto potente come ai tempi di Alessandro VI; dopo lui declina; più tardi lo vedremo, si arrabatta a riagguantare il credito spirituale con le manette, i roghi, e il carnefice, ma atterrisce non guadagna cuori; e il temporale, dopo essersi dibattuto invano per reggere da sè, non può sostenere, se non a patto di profferirsi sbirro ai principi secolari: messi in comunella gli arnesi delle varie tirannidi instituiscono preti, e principi società di tiranni.—Ora la Chiesa cattolica agonizza, e l'hanno condotta a tale molto la virtù dei riformatori, e dei filosofi, ma cento cotanti più i suoi misfatti, e la sua superba follia; ella pensò avere riposto nel sepolcro la libertà dell'anima, ed in vero, ce la chiuse, non però morta: quel sepolcro diventava un'altare, e dalle fessure della lapide proruppe la luce, che illumina e non consuma, eccetto le ree cose. Di fronte alla inquisizione sta la stampa; a Costantinopoli, tolto alla cristianità per colpa dei principi, l'America data alla cristianità da un popolano, il quale secondo il solito ne ottiene un guiderdone di catene. Da tutto questo deriva, che noi dobbiamo ammirare, per mio giudizio, come provvidenziale il pontificato di Alessandro VI; più volte questa forza segreta, che agita i casi umani lo preservò; la prima quando reduce dalla sua legazione di Arragona, e di Portogallo ruppe sopra la spiaggia pisana, e di centottanta ch'erano con esso seco su la galera, veruno, egli eccettuato, si salvò; la seconda allorchè tracollando la cima del campanile di San Pietro massi enormi e ferri gli cascarono ai piè senza offenderlo mentre in compagnia del Cardinale capuano passeggiava per la loggia delle benedizioni; la terza, e fu la più paurosa di tutte: stando egli nelle segrete stanze il giorno della festa di San Pietro un turbine fra folgori, e pioggia schiantato il più alto dei cammini del Vaticano lo rovescia con immenso fracasso sul tetto, il tetto, sfondasi fiaccando due travi del pavimento più prossimo, le quali ruinando il soffitto della medesima stanza nella quale in cotesto punto si trovava il Papa ne fracassano la trave maestra, che precipita giù in mezzo a un nugolo di calcinacci giusto in quel punto, che due prelati d'ordine suo si erano fatti alle finestre per chiuderle; onde essi sbigottiti dallo sprofondamento inforcati i parapetti quindi strillavano: il Papa è morto!—Il Papa, se togli lievi contusioni, e moltissima paura ne uscì liscio, gli altri no; chi ne rimase morto, chi ferito; egli volle andarsene in pompa a ringraziare la Vergine nella Chiesa del Popolo, cui aveva fatto dipingere a immagine della Vannozza!
Molte costituzioni di questo degno sacerdote tuttavia come dommi si riveriscono ed osservano; che monta ei fosse quello che fu, e che piglia fastidio ridire? Quanto a fede poteva disgradarne i più solenni fra i santi padri. Perciò che spetta noi altri scrittori, noi dobbiamo professargli obbligo grande, ed è la censura della stampa confidata ai Vescovi, ed ai Vicari. La tirannide per istinto sente la ingiuria della libertà, e per converso questa le ingiurie di quella: il duello da secoli dura fra loro, nè sta sul punto di cessare per ora.
Pio III, dei Piccolomini, passa come ombra sopra la opposta parete, subentra Giuliano della Rovere col nome di Giulio II; dicono eleggesse questo nome con la intenzione d'imitare i gesti di Giulio Cesare, nè questo io credo, chè uomo inane ei non si mostrò mai, comecchè ambizioso fosse ei molto, di sè sentiva altamente, e come osserva con parole argute il veneto Trivisan: «il Papa vuole essere il dominus et il maistro del foco del mondo.» Assunto al pontificato a posta sua bandì una bolla contro la simonia dei brogliatori al papato, quantunque egli per arrivarci promettesse al Cardinale Ascanio Sforza restaurare i suoi nel ducato di Milano, a quello di Carvajale conserverebbe il regno di Napoli al re cattolico; che più? Il Valentino si obbligò per iscritto promovere a gonfaloniere, e Capitano generale della Chiesa. Ora se questa non è simonia in che cosa dovrebb'ella consistere noi per verità non sappiamo; ma i potenti ebbero sempre in costume una volta saliti in alto, maledire la scala, che gli ha condotti. Egli fu d'indole piuttosto, che risoluta avventata; urlòfuori barbari, e più volte gli spinse in Italia cominciando da Carlo VIII; sempre vario, ora infocato, tempesta contro i Veneziani, e da prima gli scomunica; vedendo non fare effetto le scomuniche forma la lega di Cambrai ai danni loro; ma poichè essi disertati rendono la città causa prima dei suoi furori, di un tratto di amico si fa nemico ai Francesi, arma gli Svizzeri, scomunica il duca di Ferrara perchè amico alla Francia, assedia la Mirandola, ed espugnatala ci entra per la breccia; lui non domano gli anni, nè le infermità, nè le asprezze di rigidi inverni; acquista alla Chiesa Bologna e Perugia, quella levando ai Bentivoglio, questa ai Baglioni, e la prima ordina a reggimento oligarchico, la seconda a democratico; nato, e cresciuto in mezzo ai repubblicani, Giulio repubblicano era a modo suo; durante la vita sostenne sempre, che non valgono nascita, nè trattati per legittimare il dominio di principi così nostrani come forastieri sopra i popoli; ogni cosa dover cedere dinanzi alla comodità di questi, unici e veri sovrani della terra. Siffatte dottrine professò Papa Giulio, e qualche altro Papa altresì; forse, cercando, si troverebbe ancora parecchi principi repubblicani in casa altrui; in casa propria poi la bisogna cammina diversa.
Di amici un dì Luigi XII e Giulio II diventano nemici mortalissimi; quegli convocati i Concili di Bourges, di Pisa, e di Milano fa che vi depongano il Papa; Giulio raccoglie il suo Concilio in Laterano, scomunica l'altro, e dichiara Luigi decaduto dal trono: si guerreggiano con le penne, con le armi, e con la lingua; il men triste saluto di Luigi al Papa era;briacone; quello del Papa a Luigi non importa dire. Il Cattolico usurpa iniquamente la Navarra approfittandosi di cotesti rimescolamenti, e il Papa in odio a Francia approva; il quale trasportato da quella sua veemente e procellosa natura, per isgararla sul re Luigi, ordina la lega santa affatto contraria all'altra di Cambrai; di qui nacque la terribile battaglia di Ravenna vinta dai Francesi con la morte di Gastone di Foix: vittoria miserabile fu quella, conciossiachè le fortune francesi indi a poi declinassero sempre. Lo imperatore Massimiliano con improntitudine austriaca presume tenere per sè Verona e Vicenza: Bergamo, Padova, Treviso, Bergamo, e Crema concederà a titolo di feudo imperiale a patto gli si contino duegentomila fiorini di presente, e quarantamila annui; i Veneziani, rotta la pazienza, accordano co' Francesi; il Papa si rode dentro dalla rabbia, inferma, e muore. I laudatori di questo Papa affermano i suoi concetti generosi sempre, ma poi per soverchio di passione sovente guasti, e parci lode strana, però che, se ne eccettui Dio, veruno conosce le origini del pensiero, nè all'uomo è dato giudicarne fuorchè dagli effetti; riesce poi arduo credere, che generoso fosse il disegno di spengere la repubblica di Firenze, bandire Piero Soderino innocentissimo, rimettere in casa i Medici solo per vendicarsi di avere consentito Pisa essere stanza al Concilio, senza punto avvertire che Firenze pusilla, e strema di forze non poteva ributtare la istanza di Luigi poderosissimo allora in Italia: nè lo salva addurre come Giulio non prevedesse nè consentisse mai i Medici si comportassero da tiranni a Firenze, perchè appunto ne fossero stati banditi a causa di tirannide, ed anco non lo fossero stati prima, tiranno diventa qualsivoglia cittadino, il quale venga rimesso in casa dalle armi straniere; e i Medici prima di entrare in Firenze se ne fecero innaffiare la strada di sangue cittadino; informi Prato allo eccidio del quale si trovò presente il cardinale Giovanni dei Medici, che or'ora si trasforma in Lione X. Insomma dopo avere disegnato di opporre barbaro a barbaro servendosi dell'uno per cacciare l'altro, tolto a Luigi il titolo di cristianissimo, e conferitolo al re Enrico d'Inghilterra (e fu facile), e toltogli anco il trono, e donatolo a cui se lo andava a pigliare (questo poi parve più difficile), dopo avere a furia di bastonate sul pavimento fatto certo il Cardinal Grimani, che anco gli Spagnuoli se ne dovevano andare, e dopo empito di sangue, di miseria, e di disperazione quasi tutte le terre d'Italia morì lasciandovi barbari quanto, e più di prima.
Tuttavia Giulio fu Papa animoso, e di spiriti eccelsi così che, nota il Machiavello, se prima di lui non vi era barone romano, per piccolo ch'ei fosse, il quale si peritasse a sfidare la potestà della Chiesa, ai tempi suoi anco il re di Francia bisognava che procedesse con riguardo verso di quella. Egli concepì il disegno di San Pietro, promosse Bramante, anco Michelangiolo, e di uno sguardo benigno fecondò Raffaello. Lione, che gli successe mieteva la messe seminata da lui; questi grande di nome, Giulio grande di sostanza; che se cupido ei si mostrò dello altrui (quale il prete che non sia cupido?) arraffò per la Chiesa; fu ladro ma sacro; solo persuase Guidubaldo di Montefeltro duca di Urbino ad adottare, in difetto di successori, per figliuolo Francescomaria comune nipote a cui rese le signorie di Mondovì e di Sinigaglia; più tardi lo elesse vicario di Pesaro, e morendo supplicava i Cardinali, che non lo removessero; questa unica grazia facessero alla sua memoria, ed alla famiglia di lui.
Il Cardinale Raffaello Riario sperò che riscattata Imola dalle mani del Borgia la si renderebbe ad Ottaviano, e s'ingannò; il Papa rispose reciso non volere arricchire la famiglia a danno della Chiesa; e proprio pochi momenti prima ch'ei desse i tratti madonna Felicia sua figliuola maritata a Giangiordano Orsino con accese parole instando presso il morente per un cappello a benefizio di Guido da Montefalco suo fratello uterino, glielo negò dicendo esserne indegno. Ora di Lione X.
Piuttosto che lamentare inopia, patiamo abbondanza di scrittori intorno a lui, e non pure vari ma contrari; però di questo Papa possiamo dire quello che cantava l'Ariosto di Augusto:
«Non fu sì savio, nè benigno Augusto«Come la tromba di Virgilio suona.«L'avere avuto in poesia buon gusto«La proscrizione ingiusta gli perdona.
l'Ariosto, il quale da lui larghissimo, anzi sprecone verso giullari, ed uomini contennendi, altro non ebbe che una stretta di mano, un bacio sopra le due gote, la rimissione della metà di spese per certa bolla, e finalmente la scomunica contro cui gli stampasse in suo danno l'Orlando furioso[1].—Questo Papa consente allo impulso dato alla Chiesa di convertirla in potenza temporale, e poichè chi troppo attende alla materia, e all'interesse non può fare a meno che l'interesse suo, e dei suoi non anteponga a quello altrui, così ogni Papa mira a fare stato ai congiunti principalmente con le sostanze della Chiesa, onde accadeva, che questo dominio temporale rispettabile e rispettato non si potesse formare mai, imperciocchè o i nipoti del Papa eletto avevano a spogliare i nipoti del Papa defunto, e a questo modo era guerra perpetua, ovvero sopprimendo i feudatari vecchi se ne creavano nuovi, ed allora era un disfare lo stato filo per filo; ma se qualche Papa doveva attendere ad ingrandire i suoi, Lione aveva ad essere quello, che la sua famiglia da lunghi anni, e con tenace studio mirava al principato, ed oggimai si trovava in parte dove se non anco principesca, vinceva ogni uguaglianza cittadina, e a diventare tiranno non le mancava che il nome. Lione poi nasceva da quel Lorenzo, il quale quasi metteva su la coscienza a Innocenzo VIII se non procurasse costituire i suoi in condizione regia. Partendo da Firenze per andare a Roma non si voltò addietro perchè avrebbe visto due capi mozzi, quello del Boscoli, e l'altro del Capponi colpevoli di volere restituire a Firenze la libertà, che i Medici con secolare scelleraggine s'ingegnavano torle. Promosso Papa perdonò i superstiti, arte vulgare di regno, e poi di altro non furono trovati rei, che di avere saputo la congiura, ed abborrito palesarla. Gli contrastava il papato, dicono, Massimiliano voglioso di rendere lo impero teocratico quale adesso vediamo nella Russia e nella Inghilterra; ma a cotesti tempi parve concetto mostruoso. Giulio II comecchè inviluppato in guerre continue, tuttavia, morendo, lasciò da parte 300 e più mila fiorini, a cui tosto dava la stura Lione: nelle pompe della incoronazione ne spendeva 100 mila. Della sua esaltazione menarono gazzarra i Fiorentini tutti repubblicani o no, però che tutti sperassero avvantaggiarsene; il genio mercantesco ribolliva, il quale adesso senza mistura schifoso, allora qualche pagliuzza di buono la conteneva sempre. La famiglia del Papa in cotesti tempi si trovava composta del fratello Giuliano, di Lorenzo nipote figlio di Pietro, e di Giulio figlio naturale di Giuliano morto nella congiura dei Pazzi, e di due giovanotti Ippolito, ed Alessandro figli naturali quegli di Giuliano fratello del Papa, questi di Giulio; poco curati gli ultimi, ogni fondamento di futura grandezza si poneva in Giuliano, e in Lorenzo; il Papa a costituire loro lo stato speculava dentro e fuori; ora sperò mettere le mani sul ducato di Milano, ora sul regno di Napoli, e come colui che sempre stava fisso a questo chiodo si barcamena tra Francia e Spagna, quantunque se si fosse lasciato ire propendesse per la Spagna. Strana la ventura di Parma e di Piacenza prese e riprese più che non fu il corpo di Patroclo tra Greci e Trojani; le arraffò Papa Giulio non già a nemico bensì ad amico, e confederato, a Massimiliano Sforza durante lasantalega, allegando avere esseab antiquofatto parte dello esarcato di Ravenna largito da Carlo magno alla Chiesa, la quale cosa nè era, nè egli poteva supporre vera. Morto Giulio queste due città pei conforti di Raimondo da Cardona rientravano in obbedienza del duca; ma appena esaltato Lione, esperto, che quanto è buono a pigliarsi è buono del pari a tenersi, le rivuole ad ogni patto; anch'egli metteva fuori ilnon possumuspatire diminuito il retaggio di S. Pietro trasmessogli dai suoi antecessori, ma dopo pochi anni le rendeva ed ecco come: ciondolando sempre il Papa stava tra gli avversi alla Francia quando Francesco I sceso in Italia vinse a Marignano; il Papa si teneva per ispacciato, mal potendo comecchè prete capacitarsi che il re di Francia, potendo ristorare Firenze degl'immensi mali patiti per Francia, non lo volesse fare cacciandone via i Medici, e restituendola a libertà; ma se i re accettano aiuti anche dalle repubbliche non per questo renunziano ad ammazzarle quando ne capiti loro il destro; quindi ora messo pacieri tramezzo rinvenne il terreno morvido circa a lasciare incolume sè, e i suoi nella tirannide della Patria, anzi il re gliela garentiva; allora Lione sicuro da questa parte s'industria tentare gli Svizzeri, l'imperatore Massimiliano, e i Veneziani affinchè continuino la guerra; riuscita invano ogni arte rende al duca di Milano Parma e Piacenza a patto, che oltre l'accerto di Firenze egli concedesse a Lorenzo pensioni, condotta di milizia, ed obbligasse Milano a provvedere sale alle saline di Cervia: vedremo sul declinare della sua vita il Papa riagguantarle da capo, anzi somministrare, come affermano alcuni, argomento alla sua morte.