Chapter 11

[1]«Piegossi a me della beata sede«La mano, e poi le gote ambe mi prese,«E il santo bacio in ambedue mi diede.«Di mezzo quella bolla anche cortese«Mi fu, della quale ora il mio Bibbiena«Espedito mi ha il resto alle mie spese.»

Sicchè più tardi esclamava:

«La sciocca speme alle contrade ignote «Salì del ciel quel dì, che il pastor santo «La man mi prese, e mi baciò le gote.»

Qui sarebbe luogo a parlare della brutta ingratitudine di lui contro Venezia lasciata in asso mentre più pericolava, ma ne porgeremo esempio supremamente scellerato nel caso del duca di Urbino; piuttosto ora accennerò la fede pessima con la quale egli ingannava amici, ed avversari con eleganti ribalderie, e vanto infelice, però che sovente fosse sentito dire: «che quando si era fatto lega con uno non per questo si doveva rimanere di trattare col principe opposto[1]». Chiesta ed ottenuta fiducia di paciere egli si mise in mezzo alla Francia, all'Austria, a Venezia, alla Svizzera per accordarle; diverso poi il fatto dalle apparenze, perchè le sobillasse tutte facendo fuoco nell'orcio per avvantaggiare i suoi: sollecitava Luigi XII a calare da capo in Italia mentre sapeva attraversarlo ostacoli non superabili; e mentre che con le nozze di suo fratello Giuliano con Filiberta sorella di Luisa di Savoia madre di Francesco I mostrava attaccarsi alla fortuna di Francia spediva segreto negoziatore Pietro Bembo a Venezia per alienarla dalla Francia, ed accordarsi col re di Spagna, e con lo imperatore: narrata questa una, ci dispensiamo dalle altre perchè uguali tutte non solo nella vita di Lione, bensì di quasi gli universi pontefici. Un'Edoardo re d'Inghilterra prese per insegna una coda di volpe, ed ebbe fama di sincero: sarebbe stato salutato sincerissimo il Papa se il suo triregno avesse composto invece di tre corone di tre code di volpe.

[1]SurianoRelazione di 1553.

Alla casa d'Este non ci era maniera di cortesia ch'ei non usasse; nel suo incoronamento commise al duca Alfonso portasse il gonfalone della Chiesa; ora però noi sappiamo se coteste mostre avessero virtù di trattenerlo dalle insidie nel fine di creare uno stato ai suoi dove gli tornasse più destro: a questo duca invece di restituire Reggio usurpatogli dalla Chiesa, gli piglia Modena cui prima ribella a Massimiliano imperatore, e poi gliela compra per quarantamila ducati; e non basta, perchè non contento di levargli lo stato si adopra torre al duca Alfonso col veleno la vita; più tardi negoziando con Francesco I a Viterbo l'ebbe a restituire, ma in compenso volle, che gli fosse concesso manomettere il duca di Urbino, e questo gli consentì Francesco, secondo il costume dei Francesi, soliti a procurarsi lucro ovvero ad evitare danno alle spalle degli amici; però Lione comecchè avesse ottenuto licenza di stiantare il duca di Urbino se ne trattenne, e ciò perchè (la storia volenterosa lo attesta) Giuliano, il quale nella sventura ebbe fidato esilo nella corte di Guidobaldo di Urbino, non consentì si recasse ingiuria al suo successore: ma egli immaturo periva, insegnamento solenne pel vicario di Cristo a non porre il suo cuore qui dove la tignola rode; invano però che la libidine di averi riardeva nel petto al pontefice vie più. Ora si pubblica il monitorio contro Francescomaria duca di Urbino dove s'incolpa micidiale del cardinale di Pavia, ed era vero, che lo ammazzò alla sprovvista di uno stocco nel petto, dello assalto dato alle milizie pontificie e spagnuole dopo la battaglia di Ravenna, e del rifiuto di unirsi con la gente di Lorenzo dei Medici contro Francesco I. Francescomaria inetto alla difesa scansavasi a Mantova; indi a poco conchiuse tra Francia, Austria, Chiesa, Spagna, e Venezia la pace. Francescomaria si propone a mo' di condottiero di ventura ai soldati dimessi e con essi osteggia il Papa, e ripiglia il suo; ne segue una guerra varia dove Lorenzo tale riceve un picchio nel capo allo assedio di castello Mondolfo, che lo reputano morto. Firenze ne mena baldoria, dopo quaranta dì ricomparisce Lorenzo che fa scontare con lacrime di sangue ai Fiorentini la intempestiva allegrezza. Il duca di Urbino condusse cotesta guerra da ardito non meno che da prudente capitano, minacciò Siena e Perugia, invase la Marca di Ancona, e la Toscana, e se non avesse avuto a combattere altro che armi e' pare, che aria potuto vincere, ma il tradimento non potè; il Papa tentò farlo avvelenare, nè qui riuscendo gli contamina i soldati rapaci, e traditori. Maldonato, Suares, con due altri capitani spagnuoli si obbligano consegnare vivo o morto il duca al cardinale di Bibbiena; senonchè il duca, preso fumo della trama, audace e franco gli accusa davanti ai soldati invocando l'antico onore spagnuolo; gli va bene il tiro che gli Spagnuoli accesi e adulati lì per lì gl'impiccano; tuttavia il duca, considerando che con cotesti arnesi non vi era a fare a fidanza, nè parendogli prudente esporli al cimento della seconda prova, molto più che erano creditori di ben 100 mila fiorini di paghe, nè egli sapeva, per soddisfarli, a qual santo votarsi, piegò agli accordi col Papa abbandonando per la seconda volta il ducato, che venne tosto conferito a Lorenzo. Quantunque l'animo di Lione fosse fallace peggio del mare in bonaccia pure non mancò chi ebbe cuore per domandargli onde tanta ira contro Francescomaria della Rovere, al quale egli celando la vera, o almeno la più prossima, palesò la causa più remota, ed era: «corrergli l'obbligo di punirlo della sua contumacia, imperciocchè dalla pazienza del principe ogni barone avrebbe baldanza a contradiarlo; potente avere trovato la Chiesa, e potente volerla lasciare.» Nella storia davvero percuote la mente la strana persistenza dei casi umani, che sembrano ostinarsi a torre, e a dare questo ducato ora ai Medici, ora ai Della Rovere finchè dopo avere una di coteste famiglie inghiottita l'altra vengono ambedue sommerse dalla morte. Lorenzo anch'egli dopo avere affaticato la mente dello zio Papa per farlo principe grande; e dopo essere riuscito a farlo entrare nella casa di Francia, in virtù del matrimonio con Maddalena della Tour, manca alla cupa ambizione di casa sua morendo della turpe infermità che avvelena la sorgente della vita: e non obliando pegno di sua tenerezza lascia alla moglie l'onta e il dolore della medesima malattia. Il Papa allora invece di rendere il ducato ai Della Rovere parte ne assegna alla Chiesa, e parte ai Fiorentini in saldo dei denari somministratigli per sostenere cotesta guerra; ma Adriano IV reintegrò Francescomaria nel suo retaggio, e i Fiorentini altresì gli resero Montefeltro e le castella; così durò fino al 1626; in questo anno periva per ischianto di cuore Federigo Ubaldo infamia della sua nobile casata lasciando il padre decrepito, e la moglie Claudia incinta; il vecchio Duca, il quale quasi per assuefarsi alla quiete del sepolcro si era ritirato agli ozi melanconici di Castel Durante, eccolo di un tratto fatto campo sul quale si esercitano le minaccie e le suggestioni della Curia Romana, di Venezia, e del Granduca Cosimo II; la prima per ampliarsi, gli altri per impedirglielo. Cosimo chiamata a Firenze Claudia con la figlioletta Vittoria pure ora venuta al mondo, questa alleva e cresciuta marita col figliuolo Ferdinando II, e per simile guisa acquista i diritti della casa Della Rovere; dopo gl'intrighi le armi; il Duca vecchio aborrendo lasciare ai suoi sudditi eredità di contese renunzia il ducato al Papa; se ne pentì poi, anzi subito, chè spedì dietro al corriere per ritirar l'atto, ma non fu a tempo; così alla Chiesa toccò il ducato, alla Casa dei Medici l'archivio dei duchi di Urbino, il quale anco ai dì nostri si conserva a Firenze.

Tornando a Lione mentre negoziava la renunzia di Modena e di Reggio e la consentiva, levando al cielo il danno, chiese compenso, che a Francesco parve cosa d'importanza non grave, e la concesse, e questo fu la soppressione dellaPrammatica; già dissi come quella volpe di Luigi XI per gratificarsi Pio II l'abolisse, ma visti capitare male i suoi tiri furbeschi ordinò al Parlamento si astenesse da registrare il suo decreto, e così rimase in vigore meglio di prima; il prete per conseguire lo intento non si ristette da largheggiare di promesse, e di beni non suoi; promise il cappello cardinalizio al Boisy fratello del gran maestro di Francia, il soccorso di 500 uomini di arme, e il soldo di 3000 Svizzeri caso mai fosse assalito lo stato di Milano. Di questo concordato sostituito alla prammatica sanzione di Carlo VII si commossero maravigliosamente il Clero, la Università, e il Parlamento di Parigi; tale fu la sua ragione; il re nominava ai benefizi maggiori, e il Papa ne percepiva le annate, onde il timore, che la Chiesa di Francia diventasse vassalla della Chiesa di Roma; il Cardinale di Lorena spesso durante il Concilio di Trento fu udito dire, che Francesco e Papa Lione si erano spartiti i benefizi, come i cacciatori gli uccelli. E Mezeray più arguto notava: «il Papa, ch'è potenza spirituale prese per sè il temporale; lo spirituale, o vogliam dire la collazione dei vescovati, toccò al principe temporale,» Tuttavia però i Francesi non mettono su la bilancia un pezzo del vero legno della Santa Croce che Lione donò a Francesco dentro una teca preziosa, la quale era stimata quindicimila fiorini, e più, e lo dovevano mettere. Tuttavia è giusto considerare, che se la Chiesa gallicana rimase scema dei suoi diritti, questo accadde non già a benefizio della Chiesa Romana, bensì del re, e se ben guardi vedrai, ammirando, come Lione senza troppa repugnanza cedesse cosa a cagione della quale Gregorio VII aveva scombussolato il mondo.

Più tardi, nella occasione degli sponsali di Lorenzo con la Maddalena dei Reali di Francia, accadde permuta anco più turpe. Francesco restituì a Lione la carta con la quale si obbligava cedergli Modena e Reggio, e il Papa cortese gli concesse le decime levate sopra il clero francese per la guerra contro i Turchi adoperasse a suo talento, anco ai danni dei cristiani: demolitore supremo della fede il Papa.

Anco a lui, anzi più che ad altri, a lui faceva mestieri empirsi le tasche di pecunia, e poi aveva bisogno che i cardinali lo temessero, al quale intento promosse in un picchio trentun cardinale; molta arte ei mise per onestare così stemperato partito; molto più, che tra i promossi noveraronsi due figli di sue sorelle, e non pochi uomini di mal affare; gli altri ebbero a comperarsi a contanti la dignità cardinalizia, togline alquanti per dottrina, e per rettitudine illustri, cacciati costà come i frodatori sogliono inalberare bandiera di potenza amica per mettere dentro il contrabbando.

La necessità di promovere Cardinali nacque da questo, che ridotti a dodici non davano luogo a intrigo; pochi da gran tempo erano rimasti, ma a tali estreme angustie il sacro Collegio si trovò condotto dalla congiura Petrucci; se, e fin dove costui fosse colpevole insieme ai suoi complici qui non occorre cercare; certo è che Lione co' Petrucci svisceratissimi suoi prima della congiura si mostrò crudele, dopo fraudolento e spietato; il cardinale Alfonso presentandosi in compagnia del cardinale Bandinello Sauli, fidato alla religione del salvocondotto papale, è preso, e sostenuto in castello; il Sauli gli tenne dietro, e dopo il Sauli Riario, Adriano da Corneto, e Francesco Soderini; ancora cacciarono le mani addosso ad un Pocointesta da Vercelli cerusico, ed al Nino segretario. In cotesti tempi, per virtù degli argomenti che mettevano in opera, si accusavano gì'incolpevoli; i rei poi sbaldanziti dalla paura, o dal rimorso sborravano addirittura; nondimanco taluni confessarono il Petrucci, e il Sauli avere stabilito ammazzare il Papa investendolo con le coltella, o contaminando il suo cerusico Battista da Vercelli perchè lo avvelenasse medicandogli certa ulcera di che andava afflitto. Petrucci e Sauli furono entrambi degradati e commessi al braccio secolare; il Petrucci solo strozzarono; Sauli dannato a perpetuo carcere offre riscattarsi a contanti: gli si concede a patto, che torni a confessare le sue colpe in pieno concistoro: confessato, e soprattutto pagato il riscatto licenziasi; indi a breve muore, colpa della paura, o piuttosto del tossico ministratogli dal Papa. Gli altri cardinali degradati anch'essi ebbero a pagare grossa somma, Adriano da Corneto e il Soderino venticinquemila scudi; essi credevano fra tutti e due, ma pagati i venticinquemila furono ammoniti, che bastavano per uno: allora si tirarono al largo; di Adriano non più si seppe nulla; forse il ferro proditorio lo spense; il Soderino si riparò a Fondi sotto la protezione di Prospero Colonna, e quivi stette finchè durò in vita Lione; i minori congiurati, laceri, che gli ebbero i tormenti, gittarono al carnaio.

Se intorno alle guise di acquistare stato tra lui e Alessandro VI corresse divario può giudicarlo il lettore: costituitosi giudice tra Giampaolo e Gentile Baglioni, Lione cita il primo a comparire in Roma; quegli subodorando il capestro si finge infermo, e manda in sua vece il figliuolo Malatesta, il quale con oneste accoglienze accarezzato pure come procuratore del padre non si accetta; Giampaolo tentenna, ma confortato dal genero Cammillo Orsini, e da altri baroni romani, ottenuto salvacondotto papale, di mala voglia va; incauto! quanto valesse il salvacondotto del papa lo aveva pure a sapere! Lione sentendolo prossimo a Roma si reca a stanza in Castello; quivi lo accoglie, lo sostiene, e lo ammazza. Colpe al tradito apposero molte, anzi infinite, e forse ne aveva oltre al dovere; ma talune (delle quali si menò maggiore strepito) in Roma si avevano per vezzi; causa vera fu, che Giampagolo si era mostrato sempre parziale al Duca di Urbino, torbido, e cupido di dominio, insomma tale che parve al Papa non potere starsi sicuro finchè vivesse. La strage proditoria del Papa pensarono i Fiorentini più tardi imponesse al figlio il debito della vendetta, sicchè non ultima fu questa considerazione per eleggere Malatesta capitano generale; allora Macchiavelli era morto, pure aveva lasciato scritto come gli uomini, almeno allora, il sangue paterno più agevolmente perdonassero della perdita del patrimonio; peccato fu, che i Fiorentini se lo dimenticassero.—Dopo il Baglioni mandò Giovanni dei Medici contro il Freducci diventato signore di Fermo; lui avventuroso, che morì da soldato sopraffatto da fanti e cavalli in numero venti volte maggiore del suo! i minori tiranni atterriti, sbandandosi riparano in questa parte, e in quella: taluni fiduciosi della misericordia del Papa si ridussero a Roma, e la ottennero; dopo che la tortura ebbe loro stracciate le membra, patirono morte di corda l'Amedei tiranno di Recanati, Zibicchio di Fabbriano, e Severiani di Benevento. Il Roscoe solenne encomiatore di Lione siffatti gesti del suo eroe non potendo giustificare, li tace; però non dissimula quello, o piuttosto quelli che il Papa dabbene commise a danno di Alfonso d'Este, il quale comunque sortito all'onore di portare il gonfalone della Chiesa alla incoronazione di lui non andò immune dall'assalto proditorio delle milizie papaline, mentre giaceva infermo, della vita in forse, e il fratello Ippolito si trovava in Ungheria; e ne sarebbe rimasto oppresso di certo, se di opportuno aiuto non lo sovveniva Federigo duca di Mantova. Andate a vuoto queste prime insidie Lione tornò alle benevolenze consuete fra le persone più care, e queste non tolsero, che da capo non gli tramasse contro il tradimento corrompendogli Ridolfelle capitano delle sue guardie, che per danari promise ammazzare il Duca, e consegnare una porta al nemico; ma costui o buono in tutto, o subdolo tenne il trattato doppio e svelò ogni cosa al Duca. Il Sismondi afferma due cose, che al paragone io non rinvenni esatte, la prima delle quali è, che secondo lui il Muratori afferma avere letto il processo compilato intorno a questo misfatto; ora di ciò è niente; il Muratori dice, che il Duca dopo composto il processo dell'attentato con le deposizioni di alcuni complici e le lettere del protonotaro Gambara ordinatore insieme al Guicciardino di tanta enormità, lo mise da parte per valersene all'occorenza. L'altra inesattezza consiste nel supporre che il Roscoe dubiti della strage del Duca ordinata da Lione, mentre questo scrittore dichiara vere le insidie del Papa per rubare la città, ed altresì vera la tramata uccisione, solo non trova prova di fatto, che costui la comandasse; o solo lo sapesse; e così sarà, ma ciò non monta, imperciocchè riesce piuttosto assurdo negare, che facile credere come Lione, il quale per ben due volte tentò sforzare alla traditora Ferrara in odio al Duca temuto, dimenticasse metterci la giunta di mandarlo all'altro mondo: quando il prete recita l'oremusdel ladro, l'amendell'omicidio ce lo mette sempre. Il Guicciardino, che di coteste rivolture fu molta parte, raccontando il caso, tace dello assassinio; forse lo ignorava, ma sapendolo è naturale lo dissimulasse o perchè ogni uomo rifugga confessare la propria infamia, o perchè manifestandolo si sarebbe tirato addosso l'odio dei Medici suoi padroni, e quello degli Este provocati a bastanza: però voglionsi bene conficcare nella mente questi ricordi di lui, che ho allegato altrove, e mai non rimango citare quante volte me ne capiti il destro; da questi si ricava in qual concetto tenesse la gente chiesastica, e se di ogni più rea azione li reputasse capaci: «io non so a cui dispiaccia più, che a me l'ambizione, l'avarizia, e la mollizie dei preti… nondimeno il grado, che ho avuto con più pontefici, mi ha necessitato amare per ilparticolare mio interessela grandezza loro; e se non fussi questo rispetto, arei amato Martino Lutero quanto me medesimo, non per liberarmi dalle leggi indotte dalla religione cristiana… ma per vedere ridurre questa caterva discelleratia' termini debiti, cioè a restare o senza vizii, o senza autorità.[1]» Ribadisce più veemente il chiodo col Ricordo CCCXLV: «io ho sempre desiderato naturalmente la ruina dello stato ecclesiastico, e la fortuna ha voluto che sieno stati due pontefici tali che sono stato sforzato desiderare e affaticarmi per la grandezza loro; se non fussi questo rispetto, amerei più Martino Lutero, che me medesimo, perchè spererei, che la sua setta potessi ruinare, o almanco tarpare le ale aquesta scellerata tirannide dei preti.»

[1] Ricordo XXVIII.

Nel Ricordo CCCXVII insegna…. che insegna egli mai? Cose che essendo state pensate e dette ora sono trecento anni e più fra noi, sembra impossibile che non l'abbiano apprese, apprese non l'abbiano tolte a norma di vivere: «tutti gli stati, chi bene considera la loro origine, sono violenti, nè vi ha potestà che vi sia legittima, dalle repubbliche in fuora nella loro patria e non più oltre: nè anco quella dello imperatore, ch'è fondata in sulla autorità dei Romani, che fu maggiore usurpazione che nessun'altra; nè eccettuo da questa regola e' preti, laviolenza dei quali è doppia, perchè a tenerci sottousano le armi spirituali, e le temporali.»

—Tre cose, messere Francesco desiderava vedere innanzi, la sua morte, ma dubita, ancora ch'ei vivesse molto, non ne vedere alcuna: uno vivere di repubblica bene ordinata nella città nostra, Italia liberata da tutti e Barbari, e liberato il mondo dalla tirannide di questi scellerati preti.[1] E sembra, che sia difficile però ch'io mi trovi giusto a desiderare queste cose come lui; però se non conseguiva la prima, sua la colpa in gran parte, essendosi adoperato a tutto uomo a rituffare la Patria nel servaggio, quantunque lo spettacolo della virtù cittadina strappasse dai suoi labbri beffardi la singulare sentenza:—«accade qualche volta e' pazzi fanno maggiori cose, che e' savi: procede perchè il savio dove non è necessitato si rimette assai alla ragione, e poco alla fortuna: il pazzo assai alla fortuna e poco alla ragione; e le cose portate dalla fortuna hanno talora fini incredibili. I savi di Firenze arebbono ceduto alla tempesta presente, e' pazzi avendo contro ad ogni ragione voluto opporsi, hanno fatto insino a ora quello che non si sarebbe creduto, che la città nostra potesse in modo alcuno fare.—«E su ciò nota, che i cittadini di Firenze non si posero in balìa della fortuna bensì della virtù, la quale se non li rese felici nè anco potè farli sventurati, avendo conseguito fama immortale, e morte onoratissima combattendo per la Patria; mentre Messer Francesco, che certo si poneva fra i savi, nocque alla Patria, guastò il nome, e dopo vita umiliata lo colse la morte senza compianto. Piaccia al cielo che i nostri figliuoli, tenuta a vile la sapienza dei Guicciardini, s'innamorino della follìa del Ferruccio.

[1] Ricordo CCXXXVI.

A così enormi prodigalità, a tanti tramestii ogni gran fonte di guadagno veniva meno, sicchè per ultimo mise mano alla vendita delle indulgenze facultando i suoi commessi ad aprirne mercato là dove trovassero il terreno disposto. Qui non ha luogo la storia di simile successo, epperò mi passo da investigare se e quanto vera la fama delle turpitudini, che lo accompagnarono; fatto sta, che cose brutte ci furono, e Lione fece prova di solenne imperizia a toccare quel tasto. Non secondando gli umori dei tempi la Curia di Roma potè, mescendo disciplina e domma, perfidiare offesa alla religione ogni conato di riforma morale, e commettere al fuoco il molesto predicatore; quando poi, per le cause discorse allorchè tenni proposito di Alessandro VI, gli stranieri conobbero di che panni vestissero i preti di Roma bisognava, per evitare che i nodi arrivassero al pettine, avvertire due cose, mutare costume, e credere, o fingere credere quello che sotto pena di fuoco si pretendeva che credesse altrui: di vero dei roghi dei primi eretici non avanzò altro, che ceneri, le quali andarono disperse dal vento; ma di quelli di Girolamo da Praga, di Giovanni Huss, e del Savonarola rimasero tizzi accesi a illuminare le menti degli uomini. Gli scrittori clericali, ed anco altri per avventura non clericali negano addirittura la incredulità del Papa e dei chierici romani, ovvero co' soliti arzigogoli l'attenuano: certo noi non possiamo accertare se Papa Lione dicesse a Pietro Bembo:—buon pro ci fece, Pietro, cotesta novella di Cristo.—Neppure ci è dato conoscere la verità di quanto afferma Lutero, il quale scrive avere udito a Roma certo sacerdote nella consumazione del sagrifizio della messa dire a voce alta, quasi parlando all'ostia:—pane sei, e pane rimani,—comecchè la ci paia proprio fandonia, a meno che il prete non fosse matto; tuttalvolta ci era da fare poco fondamento su la fede di un Papa educato dal Poliziano, il quale sul serio scriveva a Lorenzo il magnifico fargli specie come la moglie Clarice non si vergognasse di mettere fra le mani al suo figliuolo Giovanni un libro barbaro come ilsaltero, e questo Giovanni fu per lo appunto Lione. A Roma Pomponazzo predicava l'anima mortale ovvero materia; e dalle sue opere si apprende manifesto lo spregio in che ei teneva la religione cristiana[1]. Erasmo ebbe a maravigliare non poco quando un dotto prelato pretese provargli la uguaglianza dell'anima umana con quella delle bestie per via di argomenti cavati dalla storia naturale di Plinio. Sappiamo da Paolo Canensio nella Vita di Paolo II come giusto in Roma, anzi nella Curia medesima, moltissimi prelati, massime giovani, andassero strombazzando la fede cattolica fondarsi sopra pie frodi di uomini riputati santi, piuttosto che sopra testimonianze di verità; e discorrendo pei generali il Caracciolo nella vita di Paolo IV ci assicura che in quel tempo non pareva fosse galantuomo e buon cortigiano colui che dei dogmi della Chiesa non avesse qualche opinione erronea, ed eretica.—Nè in Roma solo ma per tutta Italia; e il Daru, il Ginguenè, e il Ranke ricordano certo poema di Francesco de' Lodovici intitolato ilTrionfo di Carlomagno, dove immagina Rinaldo, essendo penetrato nell'antro dove la Natura fabbrica gli animali, sente dire da lei, ch'essa assegna loro più intendimento o meno secondo la eccellenza della forma; e domandando egli se anima ce ne metteva la Natura risponde:

«Quell'altro poi, che in voi dici immortale«Io non lo fo; se Dio lo fa, sel faccia;«Che cosa egli si sia nè so, nè quale.«Puote esser molto ben, che a lui ne piaccia«Far, quando i corpi fo, qualcosa in voi,«Che torni al vostro fin nelle sue braccia.«E questo se a te par creder lo puoi.—

[1] Messo a mal partito poi si ritrattò affermando così avere sostenuto non per suo convincimento, bensì secondo la opinione di Aristotele, ma ei mentiva;materialistaincurabile lo chiariscono le sue opere tutte, e per fine l'epitaffio, che, da lui stesso dettato, gli posero sopra la tomba.

Quanto a costumi non importa dire; anco prima di Leone le meretrici pubbliche avevano sepoltura in Chiesa, come la famosa Imperia, cui inalzarono onorato monumento in San Gregorio con tale epitaffio dove levavasi al cielo la venustà delle sue forme.—A dritto uno storico gravissimo dichiara il pontificato di Lione essere stato tutto un Baccanale; Marco Minio oratore con parole come convengono al suo ufficio compassate scriveva:—è docto, e amador di docti, ben religioso, mavuol viver.—Di lui corse fama bieca per troppo addomesticarsi che faceva co' paggi di corte, formosissimi tra i garzoni d'Italia, e il Giovio nel difenderlo lo aggrava, dacchè dopo averlo encomiato casto al pari di Giuseppe ebreo o giù di lì, mi scappa fuori con la domanda: e chi può avere scrutato i segreti della notte? E aggiunge poi che tali bazzecole non si hanno a rinfacciare ai buoni reggitori, essendo noto come quel Traiano, delizia vera della umanità, di culto eccessivo proseguisse gli Dei consenti Venere e Bacco: per me dico, che le specialità non possono con giustizia apporsi a persona dove non siano chiarite; rispetto alle generalità basta la induzione onesta e giudiziosa; così questa facenda dei donzelli non credo perchè non trovo provata, ma nè pure mi persuado della esemplare castità di Lione considerando la vita, gli ozi, ed i sollazzi di lui; stivalato e incavallato buona parte del tempo egli spendeva alla caccia, e tanto dietro questo divertimento andava perduto, che per poco non cadde prigioniero dei Turchi a Civita Lavinia; le commedie alle quali egli assisteva, ai dì nostri la censura più rilassata ributterebbe come troppo invereconde; mostruosi i vizi di Alessandro VI, e per questo appunto meno nocivi come quelli, che si svelavano nella immane loro bruttezza; pieni di pericolo quelli di Lione perchè eleganti; tutto rettile il primo, sirena il secondo; non arduo schermirsi dalle infamie borgesche, impossibile non isdrucciolare nelle corruttele medicee; ora le turpissime cose spolverizzate dei profumi di Tibullo, di Anacreonte, e di Orazio. Giuochi, canti, e femmine leggiadre; il Papa caritava anch'egli, e bene; giocava alla disperata, vincesse o perdesse le monete di oro buttava via: pareva larghezza e non era, bensì voglia o bisogno di vedersi attorno faccie contente che lo rallegrassero; di vero, passato quel momento, si mostrava piuttosto scarso, che no; e qualche volta anco avaro. I suoi sollazzi crudeli, e rammentiamoci, che il Petrarca, il quale più volte volle divinare amore, ci scappa fuori con questi versi:

Ei nacque di ozio, e di lascivia umana, Nudrito di pensier dolci e soavi, Fatto Signore e Dio da gente vana.

E quel Platone filosofo solenne, donde venne l'amore platonico, spasimò di amore per Archeanassa di già attempata dicendole con galanteria da disgradarne un Parigino, che nelle rughe del suo volto scorgeva il nido degli amorini; e quello ch'è peggio ebbe in delizia Astero venustissimo per cui compose bellissimi versi, che pure ci sono avanzati. Accoglieva parasiti a patto mangiassero corvi, scimmie, ed altre simili ree vivande; se squisite le avevano a scontare con mille strazi, e spesso con percosse da spezzare loro le braccia, e le costole; non mancarono nè anco le ferite con le quali rimase deturpato il Querno: uomini per vecchiezza venerabili uccellava così, che ne diventarono matti; dopo averli ridotti a questo miserrimo stato li cacciava su la pubblica via. L'inglese Roscoe panegirista di Lione narra del trionfo del Barballo, povero uomo che pativa dello scemo, infatuato della poesia così da reputarsi maestro non che ad altri all'Alighieri e dei velluti verdi e dei rasi cremesini, dei ricchi e belli vestimenti, dei preziosi ermellini, e di ogni altro apparecchio per la sua incoronazione in Campidoglio; ce lo mostra assettato sopra le groppe dell'Elefante che il re di Portogallo donava a Papa Lione procedere glorioso, poi tremare a verga però che il Liofante, atterrito dal rombazzo di urli, di nacchere, di trombe, e di tamburi, giunto al ponte Santo Angiolo non volle più ire innanzi, sicchè fu ventura al tapino scendere salvo da cotesta altezza, e tra i fischi, e le sassate della bordaglia ridursi al suo povero tetto.

L'Inglese dabbene tratto dalla manìa di lodare il suo eroe non bada che quel povero Barballo abate fosse, e come pure ci ricorda il Giovio, di sessanta anni vecchio, per aspetto venerabile, e di capelli canuti, nè che per cotesto strazio crudele in lui restasse spento quel po' di lume d'intelletto, onde l'uomo fa fede della sua origine celeste[1]. In somma chiunque si assettasse sopra la cattedra di S. Pietro se tristo diventava immane, se comportabile tristo, lo inculto selvatico, il culto vulgare: pareva, che un'aere pestilenziale si respirasse in coteste sedi sublimi; leggesi come Lione assai si commovesse quando Lutero accennò ai costumi pieni di obbrobrio della Chiesa romana, allorchè poi prese ad assalire il dogma assai se ne rallegrasse: «costui ha tolto» corre fama ch'ei dicesse, «costui ha tolto a dare di scure al ceppo; «più forti braccia che non sono le sue ci si ruppero, e ci si romperanno.» Lione s'ingannò; sagace era, ma la troppa fiducia illude i meglio avvisati; sicchè i preti andranno in fondo per sempre esclamando, che la bandiera del diavolo non prevarrà; che se questa superbia non faceva velo a Lione avrebbe veduto la necessità appunto di stringere le redini dello spirituale; imperciocchè mentre il papato insaniva dietro i beni terreni, ed i vani diletti, i principi laici per incalzarlo meglio delle cose dell'anima neglette si prevalevano a loro pro; di vero Carlo VIII assai si avvantaggiava del Savonarola contro Alessandro VI, Luigi XII per mettere Giulio II a partito convocò il Concilio di Pisa. Lo imperatore Massimiliano prese a proteggere Lutero, non patì gli usassero violenza, e quando lo raccomandò al principe elettorale di Sassonia gli disse: «custoditelo diligentemente, che un dì potremmo avere bisogno di lui.» Troviamo scritto pei libri come Carlo V fra le cose di cui molto si pentiva annoverava quella di avere osservato la fede del salvacondotto a Lutero, parendo a lui che gli eretici non meritino altro che capestro, e fuoco; e questo può darsi, così favellava a San Giusto distrutto parte dalla gotta, e parte dalla paura del diavolo; però quando lo fece sparire a Varburga, uno scrittore del tempo ci attesta: «ch'ei soleva escusarsene pel rispetto al salvocondotto; ma la verità fuche conoscendo, che il Papa temeva molto di questa dottrina di Lutero, lo volle tenere con questo freno.»

[1] Ma il Giovio cortigiano e vescovo dopo averci narrato, nella Vita di Lione X, che il Cardinale Bibbiena si distingueva a far perdere il senno ad uomini provetti, e il Papa soleva pigliarsi spasso di loro, li lodava, li regalava, dava loro ad intendere panzane per modo che di sciocchi ch'essi erano gli faceva diventare al tutto pazzi ed insensati, aggiunse:siffatti scherzi erano degni di un principe nobile e gentile.

Scrittori gravissimi meditando intorno alle cause per le quali la dottrina di Lutero attecchita in Germania non provò in Italia affermano, che in Italia pigliò indole piuttosto letteraria, che teologica; e dicono altresì, che i nostri filosofi invece di riformare la religione saltarono su ad abbattere Dio addirittura; certo lo studio dei classici così greci come latini educò, più che non bisognava, i savi del tempo al dubbio beffardo; e non contrasto la negazione di Dio essere antica dottrina in Italia; per non rammentarne altri da Guido Cavalcanti fino al Pomponazzo ne occorre continua la traccia; ma la sentenza degli scrittori alemanni troverai non vera solo che tu pensi ai tanti confessori della dottrina luterana surti in Italia tutta, a Siena come a Ferrara, a Lucca come a Firenze, a Napoli, e altrove, nè fra gli uomini solo bensì tra le donne, e non mica vulgari, o ignoranti, ma all'opposto preclare per ingegno, e di alto legnaggio. A suo luogo accennerò della causa, onde la riforma venne meno in Italia; intanto se ciò fosse bene o male, io non saprei; dacchè la riforma ti paia cosa finchè combatte, ed abbatte: adesso cattolicismo, e riforma mi fanno sembianza di gladiatori spiranti per le mutue ferite; chi lamenta la unità cattolica offesa per mio avviso ha torto; imperciocchè prima di raccogliere gli uomini tutti, o almanco la massima parte, in una fede sola essa decadde per non riaversi mai più; nè era desiderabile, che da lei si assembrassero i viventi dentro concetto di errore; e parmi non abbia ragione chi si lagna, che non incontrino favore fra noi le dottrine dei riformisti, dacchè se meno assurde tuttavia ci sonano a posta loro erronee, o almeno vuote della verità finale in cui spero, che si appunteranno un giorno tutti gl'intelletti umani:—Dio—

Dio, mente dell'universo, al sentimento del quale per sicuro non ci avviano nè Bibbia, nè Corano, nè altro libro di religione antico o moderno; e dico sentimento non conoscenza, però che per questa a noi facciano difetto sensi, e spiriti, mentre per sentirlo ci basta amore.

Poichè in fondo all'agonia di fondare stato alla sua casa Lione si trovò con tre bastardi, Giulio cardinale poi Clemente, Ippolito e Alessandro, di un tratto preso da non so quale uzzolo di emulazione per Giulio II si mise a gridare: «fuori barbari!» A questo fine aizza l'un contro l'altro Francesco I e Carlo V, i quali non avevano bisogno di stimoli; al Papa piacevano Parma e Piacenza guadagnate da Giulio, e perdute da lui; onde ricuperarle bisognava romperla con la Francia; gli garbavano altresì molte provincie del regno di Napoli, e tutto, magari, se si potesse; ma per questo bisognava osteggiare lo Impero; scelse per amica la Francia; poi allo improvviso lasciata in asso la pratica si accorda con lo Impero: di qui la guerra che il Guicciardino descrive, e della quale fu parte: anco una volta ebbero a sentire i Francesi (comecchè non l'abbiano imparato mai) la terra d'Italia avere destinato i cieli per loro sepoltura; persero Milano, Lodi, Pavia, Como, e Parma e Piacenza; queste due città insieme a Ferrara, per patto accettato da Carlo V, dovevano aggiungersi alla Chiesa. Il corriere gli portò la nuova a Malliana mentre recitava ilbenediciteseduto a mensa: «buona nuova è questa che ci havete portato» disse al corriere, e non capiva in sè dalla gioia: se si straviziasse non importa dire; gli Svizzeri di guardia presero a menare gazzarra, e quantunque il Papa mandasse ad ordinare, che smettessero non gli diedero retta: era il 24 di novembre, e tra il calore del fuoco, i fumi del vino, e l'eccitamento dell'allegria il Papa sentendo il caldo grande non posava mai di andare su e giù dal balcone al cammino; la notte gli prese la febbre; fattosi condurre a Roma si mise a letto; intanto sopraggiunse la nuova della resa di Piacenza, e la sua gioia cresceva intantochè il maestro di cerimonie, consultato da lui, lo chiariva non essere costume della Chiesa celebrare con feste, e grazie a Dio le vittorie riportate sopra principi cristiani, a meno che grandissimo benefizio ella non ne avesse risentito; egli rispose che il benefizio veramente era maraviglioso; apparecchiasse pure le feste, e pel 1 di decembre riunisse il concistoro. In cotesto giorno non fu tenuto il concistoro perchè Lione si sentiva indisposto vie più, però non tanto da inspirare apprensione; nella giornata giunse un'altro corriere con la notizia della presa di Parma; e il Papa parve andarne in visibilio: si saria detto che si contendessero la sua vita la Fortuna, e la Morte; superò questa, e nella notte del 1 decembre 1521 rese l'anima senza sacramenti. Certo tristo poeta con un certo distico latino, a torto attribuito al Sannazzaro, ammonì che non glie li poterono amministrare però ch'ei gli avesse venduti.—Di tanti servi, e cortigiani il solo frate Martino buffone e parasito gli si trovò allato nell'ora del transito, il quale non sapeva confortarlo altrimenti, che dicendogli: «ricordatevi di Dio, santo Padre.» E Lione smanioso esclamava: «Dio buono! Dio buono!» Comune opinione fu, ch'ei morisse di veleno; ne incolparono parecchi Francesco I, il duca di Ferrara, e l'altro di Urbino, però altri negarono; forse l'accusa si partì dalla considerazione dell'odio che ciascheduno di loro gli aveva naturalmente a portare, massime i due ultimi, i quali se fosse vissuto si avevano a tenere per giudicati; nè del diverso grido uomo può farsi maraviglia; imperciocchè anco col cadavere aperto davanti, chi lo sostenne e chi lo negò attossicato. Il Sanuto riporta certa lettera d'Jeronimo Bon, veneziano dimorante in Roma, al suo barba dove leggiamo: «non si sa certo se 'l pontefice sia morto di veneno. Fo aperto; Mastro Fernando judica sia stato venenato; alcuno de li altri no; è di questa opinione mastro Severino che lo vide aprire, e dice, che non è venenato.» A noi questo importa poco; ci preme invece mettere in sodo, che Lione come gli altri Papi arraffò violento, insidioso, e ladro; restituì costretto; nè manco per ombra reputò lo stato pontificio d'istituzione divina, nè sè impedito a cederlo per comandamento di Dio; fisime queste di quel prete scemo, che ha nome Pio IX.

Lo scopo di questo epitome pertanto sarebbe compito massime quanto alla prima proposta, che il temporale non fu istituzione divina, bensì rapina, e la storia dei Papi seguenti altro non fa, che confermare come eglino stessi per promovere figli o nipoti il patrimonio della Chiesa alienassero. A Lione subentrò Adriano di Utrecht maestro dello Imperatore: questi non ebbe difetto di virtù, anzi si celebra grandemente come colui, che procedè temperatissimo, e modesto. In certe lettere scritte al Cardinale Fiesco così occorre descritto: «del proprio è avaro: di rado concede, e più di rado piglia; al rompere del dì celebrava messa: chi ami, e se qualcheduno ami s'ignora: a non trascorre mai alla ira: dai sollazzi rifugge: allo annunzio della sua elezione al ponteficato non esultò; all'opposto fu sentito sospirare per angoscia.»

Volle riformare e non potè sia a cagione della vita breve, e più perchè non volendo omettere gli studi sua delizia mancò di applicazione, che non basta la indole tenace per reggere gli stati, ma si richiede altresì tenace opera, e scienza, e pratica di negozi: però non reca meraviglia se la gente interessata a mantenere i vecchi abusi lo avversasse in tutto. Se intendeva sopprimere delle vendite chiesastiche quelle, che gli parevano contaminate di simonia, gli opponevano i diritti ormai quesiti dei terzi; se riformare le dispense matrimoniali lo spaventavano col dirgli che ruinava la disciplina della Chiesa; se reprimere i disordini delle indulgenze, gli obiettavano, badasse bene, che per edificarsi Lamagna non gli fuggisse Italia.—Essendo stata vinta ai suoi tempi Rodi, e il Turco invasore dando a temere non che per Ungheria, per Italia e per Roma, con istanze supplichevoli s'ingegnò condurre fra Francesco, e lo Imperatore se non pace almeno tregua, e non l'ottenne, però che i Francesi sprofondati come sempre nel proprio interesse quotidiano, senza curare l'avvenire, delle sconfitte dell'Austria esultavano, importando loro piuttosto lo Impero perisse, che la cristianità si salvasse. Dettando questo Papa dabbene le istruzioni al nunzio Chieregato spedito alla Dieta di Norimberga lo ammoniva: «la corruttela dal capo si diffuse per le membra; abbominevoli eccessi si rinnuovano ogni giorno presso la sede apostolica; delle cose spirituali è nefando lo abuso; tutto qui vedo contaminato; peccarono tutti; non uno ha fatto il bene, non uno. Egli periva esclamando: «oh! quanto è duro venire al mondo in tempi nei quali virtù di uomo non basta, e bisogna, ch'ei ceda.» Questa esclamazione, per cura degli amorevoli suoi, fu incisa sopra la tomba di lui nella Chiesa tedesca di Roma; ed anco sopra l'altra sepoltura che provvisoriamente lo accolse in San Pietro si leggeva questa non meno disperata sentenza: «Qui sta Adriano IV a cui nulla potò incogliere di peggio nella vita, che imperare[1].» Mi occorse altresì un altro epitaffio di lui così composto, che chi lo lesse ebbe ad esclamare: «tutti hanno avuto che fare con questo Papa eccetto Dio.» Lo bandirono ignorante, e non era; gli garbavano gli studi gravi, gli altri aborriva, massime la poesia come quella che manteneva vivi i costumi e le credenze dei pagani. Della libera stampa non fu amico di certo, se dobbiamo credere il Berni, il quale nel capitolo contro questo Papa scappa fuori con questi versi:

«E quando un segue il libero costume «Di sfogarsi scrivendo e di cantare «Lo minaccia di far buttare in fiume.»

[1] Hadrianus IV hic situs est, qui nihil sibi infelicius in vita, quod impererei, duxit.»

I detrattori di lui notano come il Giovio racconti il Papa essergli stato cortese di un benefizio perchè lo seppe alieno dalla poesia: «così, avverte il medesimo messer Paolo, mi giovò la ignoranza;» tacciono però quello che aggiunge, ed è questo, che se il Papa lo amava, perchè non faceva professione di poesia, molto poi lo teneva in pregio scrittore di annali elegantissimo. I Romani odiarono Adriano non perchè non possedesse virtù, al contrario perchè non possedeva vizi; tentarono per fino ammazzarlo, e Mario di Piacenza, impedito ad usare il pugnale contro il Papa, lo volse contro sè e si uccise; i Cardinali lo detestavano, e quando mentre egli orava nella cappella pontificia ruinò la volta fracassando parecchi Svizzeri e lui lasciando illeso, taluno di loro si fece sentir dire alla libera: «oh! quanto era meglio ci restasse schiacciato lui, che quei meschini.» Proprio cotesto Papa nacque a mala luna; a fine di conciliarsi il favore della Germania volle canonizzare un santo tedesco, Pennone di Sassonia; non lo avesse mai fatto! Gli si scatenò contro Lutero con un libro (Lutero componeva libri come focacce) intitolato: «Contro il nuovo idolo, che deve erigersi a Misna,» sicchè ebbe a pentirsi per non averlo lasciato stare.

Ecco Clemente VII: di lui nei nostri libri favellammo assai; molti storici lasciarono minuta descrizione della sua indole: come Medici si versò nelle lettere; assai si dilettò di arti; della musica prese maraviglioso sollazzo; sonava e cantava non senza lode di maestro; lo affermano non avaro, non superbo, non libidinoso, parco nelle vesti e nel cibo; ma di cuore fu diaccio, senza pietà, implacabilmente imperioso, timido, pieno di ambagi; a' danni suoi simulatore e dissimulatore solenne; finchè durò Cardinale ebbe fama di eccellente governatore dello Stato, e la perse da Papa: in mal punto strinse leghe, e fece guerre, e conchiuse paci.

Avanti lui i Papi chiamavano in Italia principi cristiani, gli uni contro gli altri aizzavano, e questo fu per loro affrancare la Italia dagli stranieri, onde sovente le raddoppiarono le catene, e sempre si aggravò di peso la catena di quello, che qualchevolta ci rimase solo: in siffatta opera nefaria non diverso dagli altri, anzi più, che tutti colpevole Clemente, e lo confessa egli stesso; imperciocchè nella istruzione conferita al Cardinale Farnese, che poi fu Paolo III, quando andò legato in Ispagna, si raccomanda a chiarire lo Imperatore come per lui Francesco I. ebbe tronchi i disegni di spingersi fino a Napoli nella sua prima invasione d'Italia; per lui Lione X. non impedì la elezione di Carlo; per lui non fu fatto caso della vecchia costituzione proibitiva del cumulo sopra la medesima testa delle corone imperiale e del regno di Napoli; per lui Lione si collegò con Carlo pel ricupero del ducato di Milano; per lui finalmente il maestro dello Imperatore era assunto al papato. Insomma costui tanto si avvilì, che un bel giorno gli venne ad uggia la propria abbiezione; allora ei s'industriò a comporre la lega tra Veneziani, duca di Milano, Francia, Inghilterra e lui per deprimere in Italia la soperchieria spagnuola; ed innanzi aveva tentato contaminare il marchese di Pescara, il quale dopo lunga ponderazione se meglio gli tornasse tradire, o rimanersi fedele allo Imperatore, rimase fedele: intanto il Papa agguindolato da altrui, e da sè stesso si trovò solo.

Il sacco di Roma è noto per infelice celebrità; Clemente cadde prigione, lo colmarono di obbrobrio, e di scherno, però che mentre l'Imperatore lo teneva in ceppi ordinasse in tutti i suoi regni si esponesse il Sacramento per la liberazione di lui; ma le battiture, le quali per gli uomini di cuore sono cause di giusto sdegno, persuadono il prete a mansueti consigli: si accordò pertanto coll'Imperatore, lo incoronò, gittategli le braccia al collo lo baciò in volto a piè degli altari, e dello aiuto porto a costui per inschiavire la universa Italia ebbe per salario la facoltà di sottoporre la Patria alla tirannide del suo bastardo Alessandro, venuto al mondo dal sacrilego commercio del sacerdote con certa serva affricana: lo Imperatore per calpestare Firenze gl'imprestò quel medesimo esercito, che gli aveva nabissato Roma, onde il Papa potè stabilire nella nobile Patria la signoria medicea, la quale incominciava con amori incestuosi per cessare con amori nefandi, se pure coteste infamie possono chiamarsi amori.—Viluppo maraviglioso di vicende umane! Lo Imperatore trema della riforma presagendone diminuzione al suo assoluto dominio, e se ne serve per domare il Papa; il Papa all'opposto aborre dalla riforma, e l'aizza contro lo Imperatore: quietata alquanto la paura il Papa si accosta di nuovo a Francesco I. di Francia, il quale a sua posta in odio a Carlo promuove i riformati in Germania, e li sovviene con ogni maniera sussidi; in Francia gli arde.—Il Langravio Filippo di Assia con sagacia pari alla virtù, ed alla fortuna si approfitta di simili insidie, ripone in casa il duca di Vittemberg, e conduce Ferdinando di Austria alla pace di Kadan: la riforma, in grazia di questa pace fatta sicura, allaga la Danimarca, la Pomerania, la Marca brandeburghese, il Palatinato, la Sassonia in parte, tutta la bassa Germania; in breve seguiterà la Svevia. Affermano come anco qui il Papa rimanesse aggirato dalla vacua presunzione di Francesco I, il quale lo accertò, che i principi luterani in riconoscenza degli aiuti somministrati sarieno agevolmente tornati in grembo della Chiesa, ed all'opposto se ne valsero per convalidare lo scisma ed estenderlo. Dopo così grande jattura Papa e Imperatore si sentirono dalla necessità costretti a convenire in un modo di difesa comune; ma l'uno non si fidava dell'altro, anzi con odio infinito si aborrivano; allora parve a Carlo (e fu un bel tratto davvero) uscire fuori con la proposta del Concilio; per questo si sarebbe posto freno alle papali intemperanze, e termine alla rosa dei protestanti, provveduto a sè solido fondamento, perchè appoggiato alle deliberazioni di collegio gravissimo, non già in balìa dei capricci di un'uomo.

Il Papa, secondo il solito, alla parola Concilio si arruffa, e scrive di mano propria allo Imperatore, essere cotesto partito pieno di pericolo dove fosse adoperato senza discrezione e non concorressero le circostanze capaci a renderlo vantaggioso; la Curia romana ne rimase sgomenta così, che gli uffizi rinvilirono tanto, da non potersene più cavare danari; dopo le solite ambagi conchiuse notificando al fratello dello Imperatore i principi da lui consultati non avere corrisposto; averne tenuto proposito anco al re Francesco, il quale era di parere non correre tempo propizio per cotesta facenda: così giusta al costume delle deboli menti, cresceva il male col differirne il rimedio.—Anco lo scisma inglese fu consumato a cagione del suo continuo annaspare: invece di opporre rifiuto assoluto promise avrebbe compiaciuto il re, ma per allora bisognava non pensarci avendo la prospera fortuna levato lo Imperatore a stupenda superbia, e col precipitare nuova rottura con lui ne sarebbe accaduto l'eccidio totale del suo stato: starebbe alle vedette e quando qualche congiuntura favorevole gliene porgesse il destro lo servirebbe da buono amico come gli si era professato sempre; ma la congiuntura favorevole non venne; al contrario sempre più gli andarono le cose a rovescio; e poi l'agonia d'imporre tiranno alla Patria il suo bastardo gli fece scredere o non curare lo scisma inglese; tremenda cosa è questa, e non pertanto verissima, al preteso vicario di Cristo piacque più il servaggio dei suoi concittadini che la unità della Chiesa; quindi di un tratto avoca a Roma la causa del divorzio di Caterina con Enrico VIII, ed ordinato con segreto messaggio al Cardinale Campeggio, che arda la bolla decretale del divorzio già partecipata al re, rompe fraudolento la fede, ed è cagione, che il re Enrico infellonito separi la Inghilterra dal grembo della Chiesa cattolica.—Con questo Papa cessa se non il volere, certo la potenza nella Corte romana di costituire libera la sovranità temporale della Chiesa, mentre l'autorità spirituale logorata a conseguire simile intento casca a pezzi; ormai siamo giunti a tali termini per cui tocca al papato sostenersi con altri concetti o perire.

Di vero, in questi tempi a cui bene osserva comparisce la genesi di tre partiti; quello della riforma ormai potente, e per gli acquisti fatti fiducioso ad ottenerli maggiori mandando ogni cosa sottosopra; il secondo partito si compone di mezzani, che sarebbero i nostri moderati, i quali per via di mutue concessioni non pure intendono impedire nuovi danni, ma sì anco assettare i passati; per ultimo il terzo, che si ammannisce a guerra aperta, e disperata non solo per mantenere il presente, ma sì, potendo, riacquistare il perduto. Dapprima prevalsero mezzani però che gli uomini, massime nelle questioni morali, repugnino precipitarsi agli estremi repentini, e zarosi, e perchè il papato sentendosi infermo innanzi di cimentarsi voleva tastare il terreno. Al partito mezzano appuntavasi la congregazione dell'Oratorio dello Amore divinoalla quale appartenevano Gaetano da Tiene, Lippomano, Contarini, Sadoleto, Giberti, Caraffa, ed altri parecchi; nelle altre parti d'Italia consentivano con essi Brucioli, Reginaldo Polo, Pietro Bembo, Gregorio Cortese, Luigi Priuli, Marcantonio Flaminio, Giovanni Valdez, Vittoria e Vespasiano Colonna con la sua moglie la bellissima Giulia Gonzaga, l'Occhini, il Carnesecchi, il Morone, fra Antonio da Volterra; insomma per non produrre allo infinito questo catalogo di nomi, veruna città d'Italia andava scevra di persone, che commosse dal pericolo imminente di ruine religiose, e per conseguenza anco morali e civili non predicassero con le parole, e con lo esempio la necessità di riformare la Chiesa.—Questi partiti mezzani in ogni contesa vengono a galla: accarezzati da tutti inorgogliscono scambiando per autorità propria la peritanza dei partiti estremi di venire impreparati a mezza spada; e per loro speciale sapienza la tregua, che precede le procelle così fisiche come morali.—Nè anco gli uomini i quali formano siffatti partiti durano lungamente insieme essendo legati fra loro da comune paura, non già da passioni, o concetti comuni; così vero questo, che le consorterie mezzane, cessato il terrore che le tenne unite, si screpolano in frammenti, e si osteggiano a morte. Si provano poi sempre funeste a sè stesse, ed a cui vogliono tutelare, perchè, concedendo, crescono baldanza al nemico, e scemano credito all'amico; quello non contentano, all'opposto inviperiscono, questo debilitano e rendono male soddisfatto.—I moderati religiosi, per ciò che spetta a dottrina dommatica, si trovavano rasentare i luterani, e potremmo anco dire luterani erano senza accorgersene, mentre col sostenere la unità della Chiesa, la venerazione del Papa, e la più parte dei riti cattolici non potevano accordarsi co' seguaci di Lutero: e spesso quello che maggiormente importa non è ciò che più divide, comecchè la supremazia papale presenti scoglio dove rompe ogni composizione.

Considerate la inanità della dottrina di questa Consorteria esposta da Gaspare Contarini uomo del tutto degno di reverenza: «è legge di Libertà, egli predica, la legge di Cristo; a ragione i luterani vituperano come servitù di Babilonia starsi soggetti alla pretensione esorbitante del Papa di pigliare la propria volontà a norma unica di costituire od annullare il diritto positivo. Potremmo chiamare governo quello dove sia regola la volontà dell'uomo per natura inchinevole al male e governato da infinite passioni? Incomportabile ogni dominio oltre il dominio della ragione; tutto questo sta bene, ma l'autorità del Papa appunto è dominio di ragione come quella che Dio confidò a San Pietro, ed ai suoi successori, affinchè incamminassero ilgreggesopra la via della umana felicità. Quindi deve astenersi il Papa di ordinare, proibire, o dispensare a suo talento, ma sì giusta la regola che tutto riferisce a Dio, ed alla comune salute, la quale non può fare a meno di essere regola di ragione, di comandamenti divini, e di amore.»—«Guardati, aggiunge poi il nostro Gasparo, volgendosi a Paolo III, di non lasciarti vincere la mano dalla tua volontà, che sceglie male, e pende alla servitù del peccato: se da ciò andrai immune tu sarai libero, tu potente, e la vita della repubblica cristiana veracemente sarà chiusa in te.» Non si desidera troppa levatura per comprendere la fallacia di siffatto argomento; immagina quanto vuoi, e credi la regola fuori della tua volontà, ma quante volte fie rimesso al tuo arbitrio consultarla o no, e intenderla secondo i tuoi errori, secondo la tua ignoranza, ed i tuoi affetti, egli è come non ci sia.—La tinta gialla non istà negli oggetti circostanti, sopra loro la diffonde la itterizia, che hai.

Tuttavolta siccome il vento spirava riforme, e la gente procedeva appassionata agli accordi, la si volle tentare con tutti i modi. Paolo III, succeduto a Clemente, spediva il dabbene Contarino suo nunzio alla conferenza di Ratisbona; mandato senza limite non gli volle affidare, perchè ci hanno cose, che il Papa solo può concedere, ed altre che stanno fuori perfino della sua potestà: nè parve disonesta la scusa. Paolo commetteva argutamente al suo legato: non mettiamo troppa carne al fuoco; prima d'inoltrarci vediamo un po' se possiamo andare d'accordo intorno la supremazia della Chiesa, poi sopra i sacramenti, e suqualche altra cosa; in che consista questaqualche altra cosanon è chiaro; si adombra però con le formule, che Roma procede secondo lo spirito delle sante scritture, e con la dichiarazione di osservare l'uso costante della Chiesa. Parole equivalenti alle porte segrete donde il debitore scivola alle persecuzioni del creditore importuno. E qui per lo appunto giaceva l'osso non avvertito (pare impossibile!) nè manco dagli uomini più sagaci di cotesto tempo: tanto vero ciò che Marino Giustiniano oratore veneto in Germania presso il re Ferdinando informava il Senato: «agevoli parergli gli accordi là dove il Papa, renunziata la pretensione di essere vicario di Cristo nel temporale, si contentasse rappresentarlo unicamente nello spirituale: ai vescovi ignoranti si dessero coadiutori periti; non si vendessero da ora in poi le messe, non si cumulassero i benefizi, la comunione sotto le specie del pane e del vino si concedesse; e con qualche altra zacchera lo screzio della giustificazione, e delle opere buone per salvarsi si accomoderebbe.» E questo di leggieri credo ancora io; e il Contarino da quell'uomo sagace, ch'egli era propose alla Dieta rovesciare l'ordine delle cose da trattarsi, prima il dogma, poi la supremazia del Papa: procedendo con siffatto metodo in breve i teologhi delle sue parti accordaronsi su quattro punti principalissimi; il Contarini si lasciò andare fino a convenire, che la giustificazione si operasse per via della sola fede senza mestieri di opere. La buona gente non capiva in sè dalla contentezza; ormai predicava ogni discordia assettata, mantenuta la unità della Chiesa e con essa quella dello Stato: che rimaneva dunque per ridurre a perfezione il negozio? Poca cosa in verità, la ratifica di Lutero, e del Papa. Lutero esaminato bene gli articoli dell'accordo buttò carte in tavola, e disse ai Deputati, che glieli presentarono: «rigettarli reciso perchè pieni di equivoco: a lui piacere le cose chiare.» Dall'altro canto il Papa sottoposti gli articoli ai Cardinali Caraffa e San Marcello, perchè gliene riferissero, questi se ne mostrarono scandalezzati, li dissero nebulosi, e insidiosi: da ambe le parti ragione ad un punto e torto, ognuno li voleva patenti a modo suo: insomma accordarsi non potevano, chè virtù al mondo non basta per mettere in pace il fuoco e l'acqua. Il Papa astuto rispondeva: «non approvo, nè respingo la convenzione, solo avverto, che anco i parziali di quella giudicano come i concetti ne abbiano ad essere meglio esplicati.»

Ecco le correnti sotterranee, che cospiravano occultamente a mandare a male il negozio: per simile convenzione la Germania avrebbe acquistata stupenda unità religiosa e civile, a capo della quale dove fosse giunto a mettersi l'Imperatore, fermo nella idea, che a lui spettasse il diritto di convocare il Concilio, poco più gli avanzava per giungere alla monarchia universale, che stette lunga pezza in cima dei suoi pensieri: però se ne spaventavano i cattolici al pari dei luterani, il Papa non meno di Lutero. Il re di Francia ostentandosi, secondo il solito, sviscerato della Chiesa sobillava sotto dicendo: «la causa di Roma in pericolo: degno di acerbo biasimo il contegno del legato in Germania, il quale così si era lasciato abbindolare, che ormai più poco rimedio ci si vedeva: non patire i principi cristiani si agitassero faccende di tanto momento senza essere consultati: ad ogni modo egli sempre pronto a mettere per la tutela della Chiesa le forze e la vita.» Mentre il re Francesco ficcava queste male biette presso i cattolici, non rimaneva da fare fuoco nell'orcio presso i luterani, e mandava loro lettere, che il Granvelle ministro di Carlo V. affermò con suo giuramento di avere letto egli stesso, con le quali lì confortava a non accordarsi;avere voluto conoscere le opinioni loro, le quali non gli spiacevano.

Anco i principi cattolici non andavano di buone gambe in cotesta faccenda; lo esempio fortunato del Langravio Filippo stimolava non pochi a imitarlo: tra questi il Duca di Baviera, e l'elettore di Magonza: l'ultimo avvisava il Papa: ci pensasse due volte ad accordare, gli avrebbero portato via le penne maestre, e lo vedrebbe.» Roma, Francia, Lamagna di un tratto levaronsi contro Carlo V.: «i nemici dello Imperatore, scrive il segretario del legato Contarmi, dentro e fuori paurosi della sua grandezza, dove mai egli avesse raccolto sotto la sua autorità la universa Germania, presero a seminare la zizzania tra i teologhi: e l'interesse come sempre vinse la ragione.» La opera dei mezzani perpetuamente così; le carezze tornarono in vilipendi, la riverenza in iscede; ogni cosa al vento: bastavano due, ed erano tre gl'interessi contrari per non venire ad accordi. Il Papa voleva ricuperare il suo dai luterani; Lutero torre di sotto al Papa quanto gli avanzava; lo Imperatore salire sopra le ruine di ambedue.

Nella Chiesa, scomparsi i mezzani, prevalsero gli estremi: ora in breve esporrò, che cosa operassero per impedire il naufragio della barca del pescatore San Pietro.

Come chi presagisce la necessità della guerra ci si apparecchia con lunghi ammannimenti, il partito ormai diventato dominatore della Chiesa vide la deplorabile decadenza degli ordini monastici, e s'industriò ridurli a termine da potersene servire con profitto: le raccolte erano sperperate, quindi la necessità di tornare al lavoro; non che le altre regole quella dei Camaldolesi si trovò corrotta; un Giustiniano, o piuttosto un Bosciano, sottomise a discipline più severe, impose solitudine assoluta, e vita separata in cellette sparse qua e là per luoghi pieni di orrore; rinnovaronsi i voti, e con maggiore severità ne curarono la osservanza: ma i tempi ben di altro abbisognavano, che di eremiti contemplativi.

Anco i Cappuccini ricondussero al canapo; tuttavia anche qui le notti vigilate, le discipline, il silenzio, i digiuni poco soccorso potevano portare alle angustie del cattolicismo: fin d'allora le vesti, la foggia del calzare, i capelli rasi, il salvatico che emanava da loro li facevano contennendi e vili: e poi quelli che più premeva riformare non erano i monaci bensì i componenti il clero secolare; nè parve mai consiglio buono spendere tempo e denaro in rassettare arnesi logori mentre puoi farli più acconci e nuovi.—Degli uomini dell'Oratorio dello amore divinodue, dispersi gli altri, rimasero uniti, Gaetano da Tiene, e Giampiero Caraffa; accordaronsi, perchè diversi d'indole; ciò sembra contradittorio, e non è, e pensandoci sopra ne troviamo la ragione in questo, che due uomini pari d'ingegno, e di talento vanno per una medesima strada dove quegli cammina con più risoluto passo, questi con orme più tarde, sicchè all'ultimo chi resta addietro si chiarisce inutile; mentre coloro, che procedono per diverso sentiero si prestano mutuo soccorso, uno si avvantaggia della opera dell'altro, si completano insieme: se entrambi nelle diverse, non però opposte vie, fanno lavoro di pregio uguale meglio che mai, se dispari non monta; imperciocchè uno aderendo all'altro riesce tutto a guadagno: gli uomini, i quali per diversi tramiti tendono al medesimo segno si accomodano fra loro come la guaina, e il coltello. Gaetano fu mite, Giampiero turbolento; quegli parlava rado e soave, questi copioso e veemente: entrambi tenevano ufficio autorevole, chè Gaetano fuProtonotaro partecipante, Giampiero vescovo di Chieti ed Arcivescovo di Brindisi, e li risegnarono per fondare l'ordine deiTeatini; oltre i tre voti consueti stabiliscono di non cercare elemosine, vivrebbero con quelle che sarieno state loro spontaneamente largite; non si astrinsero, almeno da prima, a foggia speciale di vesti, non a riti particolari; si conformerebbero a quelli dei paesi che avrebbero visitati; scopo loro instituire un seminario di preti secolari governato con ordini monastici; intendevano guadagnarsi i popoli con le missioni, coll'amministrare i sacramenti, con la cura degl'infermi. Da prima partorirono non lieve impressione comparendo su pei trivi, e per le piazze col berretto quadro in capo, roccetto e stola, a piè di un crocione, sopra un palco parato di panno nero predicando smaniosi terrori piuttosto che speranze, ed anzi di additare la via del paradiso spalancando davanti gli atterriti a due battenti le porte dello inferno: giovavano al popolo, ma di bene altro soccorso questo aveva mestiero; non erano a bastanza pugnaci; nello instituto non si trovarono ordinati a guerra, e nell'applicazione non penetravano profondo nel cuore del popolo nè con mani gagliarde a modo loro lo plasticavano. Nocque loro il partito di astenersi dall'accatto, onde in breve non poterono ammettere altre persone, che le provviste con maggiori o minori sostanze; di qui ricchezza, e superbia: e procedendo con simile tenore si venne al punto, che per entrare nell'ordine dei Teatini bisognò produrre le prove della nobiltà; il cerchio degli educandi si restrinse, e diventato aristocratico, epperò esclusivo, di ora in poi non valse ad altro, che a fabbricare vescovi.

Dopo i Teatini vennero iSomaschi, fondati da un Girolamo Maini; anco di questi fu intento educare, predicare, assistere gl'infermi, e più specialmente pigliarsi cura degli orfani, pur troppo infiniti a cotesti tempi in Italia per le guerre continue e per le pesti che la desolarono: dopo o insieme co'SomaschiiBarnabitiper istudio dei preti Zaccharia, Ferrari, e Morigia milanesi: buoni tutti a qualche cosa, impari a reggere contro la procella, trattandosi adesso meno provvedere al futuro, che porre argine efficace alla ruina del presente. A tanta mole quasi bastò un matto; e questi fu Inigo, o vogliamo dire Ignazio Lopez di Recalde nato a Loiola nella Guipuscoa. La Chiesa lo ha scritto sopra l'albo dei santi, ed il Gioberti me lo ciurmò uomo grande da paragonarsi con Giulio Cesare in tutto e per tutto, perfino negliocchi grifagni; stravizi d'ingegno, che perse, o non ebbe mai bussola: tu lettore mira se matto o savio potesse essere Ignazio: ei nacque di signorile lignaggio; cresciuto in castello remoto il suo cervello si saturava con ogni maniera di frottole, e di errori da lui parimente creduti, e serbati cari; da prima usò in corte di Ferdinando il Cattolico, poi in quella del duca Najara dove vie più gli prese a turbinare dentro la mente una vertigine di armi, di amori, di cavalli, di dame, di santi, di apostoli, di angioli e di demoni: alla difesa di Pamplona contro i Francesi percosso di terribile ferita in ambedue le gambe, rimase, finchè visse, zoppo.—

Giacente nell'ospedale sul letto del dolore, non consolato da congiunti, o da amici, in sollievo delle sue sofferenze finchè il giorno durava leggeva assiduo i romanzi di cavalleria, massime l'Amadigi delle Gallie, e insieme ai romanzi le vite, o piuttosto le leggende dei santi, di Cristo, e di Maria; durante la notte sognava, ed anco ad occhi aperti vedeva, battaglie stragrandi di angioli e di demoni, giganti immani terribili dragoni strascinati in omaggio ai piedi della Beata Vergine; lo pungeva cocente emulazione per Domenico Guzman anch'esso dalla Chiesa convertito in santo; mirava superarlo debellando gli eretici con isterminati colpi di spada, e con colpi non meno sterminati di devozione; sarebbe ito a Gerusalemme, nelle parti più lontane del mondo a vincere anime a Cristo, anzi sceso dentro lo inferno a sfidare a duello Lucifero, abbatterlo, e mandarlo in dono alla donna dei suoi pensieri Maria: sue armi, daga e vangelo, o piuttosto le miserabili scritture con le quali monaci ignoranti contaminavano questo libro santissimo: così travagliandosi dopo molto stento potè levarsi ranchettando da letto e corse in furia a Monserrato, dove fece la veglia delle armi, ch'era una cerimonia di notti passate nella veglia, nel digiuno, e nella orazione ond'essere creato cavaliere della Santa Maria Vergine: per colmo dello staio si dilettava di comporre versi; io non l'ho letta, ma dicono, che ci avanza di lui una romanza sopra San Pietro, che basterebbe sola come certificato di pazzia per ischiudere le porte del manicomio ad ogni fedele cristiano.

Da Monserrato si condusse a Manresa per quinci recarsi a Gerusalemme, e davvero gli era come andare a Roma per Ravenna: intanto che si allestisce a battagliare i Maomettani, si trattiene nel convento dei padri Predicatori a pregare genuflesso davanti la immagine di Maria sette ore del giorno e a flagellarsi quotidianamente tre volte dentro ventiquattro ore. Ma qui dopo tanta presunzione lo colse lo scoramento, chè gli pareva trovarsi immerso nel peccato fino ai capelli; sè indegno di essere eletto a tanta opera; mancipio senza rimedio dello inferno: confessavasi, e riconfessavasi, nè potendo aver pace statuì finirla col buttarsi dalla finestra. Gliatti di Santo Ignazioc'istruiscono, ch'ei se ne astenne per tema di offendere Dio: io i segreti di Dio non so, ma quasi metterei pegno, che se Ignazio si precipitava giù del balcone non se ne saria preso a male.—Qui fu che una vecchia gli predisse: stesse di buono animo chè Gesù gli sarebbe comparso davanti; ed avendosi egli ficcato in mente cotesta fantasia quasi oracolo della Sibilla cumea un bel di si ferma di un tratto sopra gli scalini del convento dei Domenicani di Manresa e scoppia in pianto, però che proprio lì gli si rivela il mistero della santissima Trinità sotto la figura di tre tasti da organo, senza dire se di ebano o di avorio[1]. Veramente non so che cosa ci fosse da piangere nel vedere tre tasti, ma l'andò così: un poco più tardi circoscritto da un'ostia vide colui il quale adorano i Cristiani Dio ad un punto ed uomo; nè le visioni finiscono, che meditando lungo la sponda della riviera Llobregat nelle acque fuggitive egli degge tutti i misteri reconditi della fede cattolica. Ora se non giudichiamo matto costui io penso che non possiamo pretendere di essere tenuti savi noi. Insomma, se altri lo abbia detto non so, ma io penso che santo Ignazio si abbia a definire un Don Chisciotte di fanatismo religioso; e non di manco questo uomo, che al suo primo comparire nel mondo ci sembra matto, instituiva un'ordine stupendo di forza operosa per modo che se la Curia romana avesse potuto salvarsi non ha dubbio, che solo poteva farlo la Compagnia di Gesù. Considerando questo nostro intelletto umano troviamo com'egli talora deviando a poco a poco dal segno del discorso smarrisca prima, e poi perda del tutto il lume di ragione spento dentro una idea fissa, che lo soverchia; tale altra all'opposto avviluppato dalla idea fissa a mano a mano la dirada, imprime il suo concetto nelle cose e negli uomini circostanti, li trasforma, e li contorce; aggiuntata poi la ragione non le mette già in mano il timone, bensì il remo, e a questa figlia del pensiero di Dio incatenata al puntale tocca pur troppo vogare nella galera dello errore.—I concetti che penetrano profondamente la umanità emanano da due origini le quali sono esaltazione, e meditazione; i primi fuoco, i secondi gelo; procedono quelli a modo di turbine e presto o si snaturano, o rallentano, o cessano; i secondi scavano come la goccia che casca giù dalla volta sopra il sasso del pavimento; e dove si versino intorno al bene durano meno, ma durano.—Gli uomini posti nelle consuete condizioni della vita, quantunque speculino bene, non possono speculare a lungo quanto basta; quindi s'illudono più spesso, che non vorrebbero, e questo nasce perchè delle cento faccie che prestano i casi umani, ne lasciano inosservate la metà, quando ne lasciano poche: l'uomo ristretto in carcere, se di tempra gagliarda, può solo disporre la mente a dipanare un filo lungo e non interrotto di pensieri: fuori di prigione lo caverà a gugliate: anco in monastero al cenobita è tolto meditare pari al prigioniero, come quello che ora la preghiera, ora il refettorio, ora altra cosa interrompono; il carcerato sta solo con la solitudine, veruno lo importuna, veruno lo chiama a mensa: la subiezione del corpo gli viene compensata col regno del pensiero. Napoleone III vince tutti i suoi fratelli in dispotismo, perchè ebbe in sorte educare la mente alla meditazione in carcere; forse non ce lo tennero quanto faceva mestiere; se ci tornasse diventerebbe perfetto.

[1] En figura di tres teclas.

Ripigliamo il filo del nosto Ignazio da Loiola: ai frati di Manresa non parve vero di sbarazzarsi di ospite tanto molesto, e gli fecero ponte di oro quando ei volle condursi a Gerusalemme per convertire gl'infedeli, dove giunto i superiori conosciutolo tosto per nuovo pesce forte temendo, ch'ei non li esponesse a qualche duro cimento gli comandarono se ne tornasse a casa, ed egli cheto come olio ripigliò la via di Spagna: qui predicando le sue bizzarrie stette a un pelo, che come eretico lo condannassero: ma i superiori di Alcalà e di Salamanca conosciutolo a prova obbedientissimo lo persuasero a cessare le prediche; studiasse prima la teologia; la Sorbona unica al mondo per ottenere con profitto nella conoscenza della divinità; così palleggiato si condusse a Parigi, dove quantunque grande e grosso ebbe per cagione della sua ignoranza a piegarsi allo studio della grammatica. Gliela insegnò per ben due anni Girolamo Ardebale, ma egli era come pestare acqua nel mortaio; di 35 anni Ignazio fu licenziato dalla scuola più ignorante di prima. Qui incontrava due compagni sopra i quali acquistò in breve singolare dominio, Pietro Fabro di Savoia, e Francesco Saverio di Pamplona, plebeo il primo, gentiluomo il secondo e, come di lignaggio, di talento diverso; quegli tenace e di mediocre ma compassato ingegno, questi più frondoso, però sopra il compagno fantastico, e proclive alle avventure; entrambi volontà meno austera d'Ignazio, e quindi ottimamente disposti a lasciarsi governare da lui. Raccolti insieme nella medesima cella, in comune digiunavano, pregavano, si esaltavano, e l'uno e l'altro correggendo si contemplavano: un po' più tardi aggiunsero alla loro compagnia Salmeron, Lainez e Bobadilla, co' quali conferendo, un giorno vennero nella determinazione d'instituire una maniera di lega: a questo fine vanno alla chiesa di Montmartre; il Fabro prete celebra la messa; al fine della quale si votano alla povertà, alla castità, ed alla conversione degl'infedeli; caso mai l'andata; o la fermata a Gerusalemme fosse loro interdetta si recherebbero a Roma per profferirsi anima e corpo al Papa, dove meglio giudicasse opportuno gli spedisse, senza compenso, senza patto avrebbero adempito i pontifici comandi: già incomincia a comparire il soldatesco ordinamento.

Essendosi rotta la guerra contro il Turco Ignazio si portava a Venezia dove conobbe il Caraffa; e desideroso investigare che avesse di buono l'ordine dei Teatini per farne suo pro prese stanza nel convento loro; anch'egli a visitare gl'infermi, e ogni altro esercizio di carità, giusta la regola dei Teatini; esercitando vide quanto credito dalle medesime pratiche avrebbe acquistato l'instituto, ch'egli mulinava stabilire: quindi anco di quelle fece tesoro; è fama che col Caraffa entrassero in iscrezio, e lo credo, per la ragione già esposta, che due nature uguali non attecchiscono insieme; la santità non muta le passioni umane, solo ne varia l'applicazione, o il modo di manifestarle. Però Ignazio ed i compagni suoi si accinsero alla prova di supplantare il Caraffa, nè lo tennero difficile opponendo le forme democratiche all'aristocrazia teatina; di vero dopo quindici giorni di preghiere e di digiuno scappano fuori a Vicenza in un medesimo punto, si arrampicano su i poggioli, e dopo agitati i cappelli, pigliano con istrana favella spagnuola mescolata d'Italiano a urlare a squarciagola la parola di Dio: accadde loro quello che negli Atti degli apostoli leggiamo avvenisse a questi primi compagni di Gesù quando dopo la pentecoste scesero per le vie a predicare in tutte le lingue: il popolo pieno di meraviglia esclamava:—sono pieni di vino dolce[1]. Ma il dominio della repubblica non era terra da piantarci vigna democratica; dopo un anno, ebbero a ripiegare le tende, e ridarsi a Roma.—Siccome per fuggire ogni intoppo molesto nel cammino si avvisarono pigliare diverse vie, innanzi di separarsi deliberarono imporre nome allo instituto loro e si trovarono di accordo ad accettare quello suggerito da Ignazio diCompagnia di Gesù; imperciocchè egli dominato sempre dal militare costume, intendesse ordinare la sua regola ad esercito, e quei pochi primi Gesuiti gli paressero appena bastevoli a comporre una compagnia; se fossero stati in numero maggiore, per me credo che ei gli avrebbe distinti col nome di Brigata o di Colonnello di Gesù. Sul principio a Roma furono guardati in cagnesco; in seguito, perchè dettero saggio di sè, la gente prese ad accettarli, poi lodarli, all'ultimo, come avviene, levarli al cielo. Nel 1540 Paolo III gli accettava, li confermò nel 43; convocati ad eleggersi ilGeneralevotarono per Ignazio a cui commisero comporre lo schema degli Statuti della Compagnia; ilGenerale, che in ogni altra faccenda procedeva assoluto, per questo era obbligato consultarsi co' soci. Per siffatta maniera rimase la società dei Gesuiti simile nel carattere generale alle altre fondate sopra i doveri clericali, e monastici, ma diversa nelle specialità, o negl'intenti: di vero accolte tutte le disposizioni teatine intorno ai riti, alle vesti, ed a quanto altro poteva renderli più spediti, i fondatori aggiunsero la dispensa delle preghiere comuni, e del coro, procurandosi per siffatto modo la maggior somma di tempo per accudire con inquieta alacrità a tutti insieme gl'intenti, che somministravano divisi scopo speciale alle altre instituzioni; però precipui fini di loro la predicazione al popolo, la confessione, la educazione dei fanciulli; per la prima, di eloquio elegante curandosi poco, posero studio nel parlare veemente, nel ripetere le locuzioni popolesche, troppi e figure capaci da scotere forte la immaginativa; con la confessione ora spaventando, ora allargandosi a vituperose compiacenze s'impadronirono della famiglia, dello stato, di tutto; con la educazione le novelle anime foggiarono ad arnesi, o meglio ad armi per conquistare, e difendersi. Accetti al popolo i Gesuiti entrarono in breve nella grazia dei principi. I Farnese gli accolsero a Parma; a Venezia Lainez, messo in disparte il popolo, spiegò il vangelo ai nobili e piacque; Montepulciano, e Faenza si sottomisero a loro con la docilità del somiero: dove comparivano pullulavano scuole, e sbucavano congregazioni come per pioggia estiva tu vedi brulicare le rane di mezzo alla polvere.

[1] Act. Ap. C. 2, n. 13.

Dove poi la nuova società trionfò gloriosa fu la Spagna: di colta conquistava Francesco Borgia Duca di Gandia; a Valenza il popolo traendo a stormi per udire l'Aroz, venuta meno per capacità ogni chiesa, questi lo sermonò allo aperto; e poichè quando la spinta è data senza ragione nè cagione governa l'andazzo, nobili e plebei si misero dietro le calcagna di Francesco di Villafranca malescio di persona, contadino, ignorante; in breve la Spagna ne rimase coperta come dalle barbe della gramigna. In Portogallo non si specolarono meno, che nella Spagna ad aprire loro le braccia, forse più: quinci con regio beneplacito partiva Francesco Saverio per le Indie orientali a procacciarsi fama di apostolo, e di santo: ella fu una smania, un furore, vuoi nei grandi come negl'infimi di pigliare i Gesuiti per direttori spirituali; il presidente del Consiglio di Castiglia, il Cardinale di Toledo, i primi fra i gentiluomini, la famiglia reale, mettevano tutti da sè stessi il collo dentro il capestro.—Dopo la Spagna, il Portogallo e la Italia, primeggiarono a insanire pei Gesuiti Parigi, i Paesi-Bassi e la Germania.


Back to IndexNext