Ignoro se l'esito superasse il presagio: fatto sta, che la Compagnia di Gesù salita a tanto incremento abbisognò di riforma; da prima ella conobbe due classi professi, e novizi; i professi insegnavano; ma essendosi obbligato per voto a impedire in ogni tempo, ed in qualunque luogo missioni, secondo la volontà del Papa, ei fu mestieri creare una classe stanziale di maestri, e questo Ignazio fece instituendo i Coadiutori spirituali: ancora, i professi avevano a campare di elemosina, ma con sussidi raccattati, per così dire, a balzello male si ponno tenere in piedi collegi, onde, riformando, fu detto potessero i collegi possedere beni, ed una quarta parte di Gesuiti col titolo di Coadiutori laici venne instituita per amministrarli come altresì per provvedere alle necessità della vita esterna.—Ciò quanto alla forma; circa la sostanza la Compagnia si propose non già torre l'anima ai suoi alunni, ma sì plasticarla in guisa che non sentisse, non pensasse, nè palpitasse per altro, che per lei; l'amore di famiglia considerò peccato carnale, e fu lodato Luigi Gonzaga perchè favellando a sua madre non le levò mai gli occhi in faccia, nè di minore encomio proseguirono il Fabro, il quale dopo molti anni recandosi in patria non ci si fermò neppure una notte; il retaggio paterno doveva distribuirsi ai poveri prima di entrare nella Compagnia, non già abbandonarsi ai parenti; più tardi le più ree, e sozze colpe commisero per grancire beni a qualsivoglia ragione: lettere non si ricevono nè si spediscono se prima non sieno lette dai superiori; nè basta, poichè tra i Gesuiti l'uomo vuolsi ridurre in mano al Superiore come uncadavere, o meglio come unbastone da viaggio; così egli ha da conoscere l'intimo dell'animo suo mediante la confessione: a questo sembra mettano ostacolo due cose, la prima che il Superiore non può confessare tutti, e se altri li confessa, deve per religione tenersi il confessato segreto: per così poco non si smarriscono i Gesuiti: odano, assolvano, e conservino segrete le confessioni nei casi ordinari i professi, ma i casi riservati deferiscansi al Superiore; ed ecco come questi viene a conoscere regolarmente quanto gli piace e gli giova.
Sopra ogni altro precipuo fondamento della Compagnia la obbedienza; quella del soldato, che pure è piuttosto immane, che eccessiva, non bastò ad Ignazio; egli la esagerava spingendola a segno ormai non più umano; nel solo Superiore stanno scienza, potestà, ed afflato di Provvidenza divina; il singolo ha da credere, che adempiendo quanto gli viene prescritto dal Superiore non commette peccato veniale nè mortale; assoluto il dominio di costui; da prima era obbligato a consultarsi co' professi del luogo dove si trova; poi l'obbligo fu tolto tranne i casi di riforme dello statuto, ovvero di soppressione di case e di collegi. Il pasto, l'ora delle preghiere, dello studio, e del vitto, la veglia, il sonno, il vestire, il camminare, tutto prescritto dal Superiore, il quale a sua posta aveva dintorno i delegati dell'ordine che lo vigilavano, e un censore, che lo ammoniva. In caso di colpa gravissima, i delegati avrebbero potuto convocare l'assemblea generale della Compagnia perchè avvisasse. E' sembra che a questo modo l'uomo isolato e subietto avesse a diventare ebete; e pure la non andava così: imperciocchè con tanta profondità di consiglio si vedono congegnate le prescrizioni, che non si toglie all'uomo sprofondarsi nello sviluppo delle sue facoltà a patto però che rimangano isolate, e solo al servizio del Superiore: per questo tanto bene le monarchie si accomodarono dei Gesuiti: non mai il servaggio conobbe più solenni maestri di loro; e i re l'avrieno sempre tenuti fra i più squisiti arnesi di regno là dove non si fossero accorti all'ultimo, che scopo dei Gesuiti insomma era comandare in ginocchioni.—
Gesuiti, e razza dei Gesuiti in convento o fuori, quanti sussurrano dentro gli orecchi delle generazioni: agire è cosa che fa sudare, patire forse può lodarsi, morire con le mani giunte baciando la mano del re, e più del sacerdote maestro e donno dei re, perfezione suprema; per bene comprendere questo importa meditare assiduo; nè vi ha cosa che si confaccia meglio alla meditazione quanto le tenebre; mira l'asino, e il cavallo; perchè macinino bene il grano, ovvero attingano l'acqua dai pozzi fa mestiere bendarli: lasciamo che altri comandi; noi reputiamo singolare benevolenza di Dio possedere un re, e meglio un sacerdote che c'insegnino quello che deva operarsi da noi: felicità grande è il maestro pratico, la guida sperta che ci governi, e ci conduca; la nostra assidua meditazione ha da cadere sul modo di eseguire puntualmente quanto ci venga comandato e non sopra altro. Udire e obbedire non solo si dice dagli schiavi del Sultano, ma sì dagli Angioli del Dio di Moisè, e si deve celebrare massima virtù da quanti ha sudditi il Principe creato proprio ad immagine di cotesto Dio.
Se bene consideri vedrai, che i vantati Statuti dei Gesuiti a fine del conto consistono in questo, che giunsero ad adattare allo spirito la istruzione medesima la quale nella milizia si applica alla materia; in questo si posero interi anima e corpo; oltre tenersi liberi da qualsivoglia cura, non accettarono cariche, nè benefizi, quantunque sotto mano gli avessero tutti; non digiuni, non veglie, non fatiche eccessive; i Gesuiti avevano bisogno di tutte le loro forze per durare nelle battaglie della disputa, della predicazione, e dello insegnamento. Se leggi le lettere del padre Segneri vedrai come il Papa medesimo lo presentasse di canditi, e di non so quali ortolani; il Granduca Cosimo III di cioccolata più volte, ed egli stesso gli chiede vino generoso per cavarne lena a mostrarsi valente operaio nella vigna del Signore.—A conseguire simile scopo di leggeri si comprende come lo insegnamento avesse ad essere cura suprema dei Gesuiti; di fatti, a Roma esercitando una volta i letterati nocque piuttostochè giovasse alla religione; i Gesuiti intesero soppiantarli e ci riuscirono; sempre conformi a sè stessi immaginarono metodi affatto soldateschi, e discipline, e pene; insegnavano gratis, come predicavano, e celebravano la messa; vietato non solo chiedere, ma accettare elemosine: nelle chiese non tenevano cassetta: gli scampoli disprezzavano: si contentavano rubare la pezza. Anco questo modo d'insegnamento ebbe sequele terribili nella società nostra, e durano; le scuole ordinate a mò di esercito con soldati, e ufficiali diventarono pugnaci.—Noi dobbiamo venerare la Provvidenza, la quale volle, che simili forze ordinate in pro della tirannide, e dello errore, o non durino, o durino poco; un verme segreto le corrode; la stessa violenza dei moti le fiacca; circoscritte dentro un termine ingeneroso o cattivo s'intristiscono ripiegandosi sopra sè stesse, dacchè paia certo, che la sola bontà sia progressiva durevolmente. Chi mai al mondo potè ridurre le anime umane a stiletti come il vecchio della Montagna?—I Giannizzeri un pezzo sostennero il Sultano, e poi ei gli ebbe a trucidare quanti erano, così gli Sterlitzi in Russia, e così i Mamalucchi in Egitto; in pari guisa il Papa, dopo avere provati i Gesuiti sua lancia, e suo scudo, gli sperdeva quasi piante venefiche. Merita non mediocre considerazione come i Gesuiti scolino, per così dire, dai luoghi che primi inondarono; nel 1606 ebbero a spulezzare da Venezia; da Napoli e dai Paesi-Bassi nel 1618; dalle Indie nel 1622; di Russia nel 1676; dalla Francia nel 1764 per opera della Pompadour, e del duca di Choiseul, affaticandocisi attorno con le mani e co' piedi un gobbo, lo Abate di Chauvelin, onde motteggiando dicevano: quello che uno zoppo fondò disperse un gobbo: nel 1767 li bandiva la Spagna; nel 1769 il Portogallo dove furono incolpati di tradimento contro la persona del re d'intesa con la casa Tavora; e forse non fu vero.—La vita, la morte e la resurrezione dei Gesuiti porgono manifesto segno della demenza dei Papi, i quali con miserabile non meno che ridevole presunzione si sostengono infallibili. Paolo III nel 1539, informato dal Cardinale Guidiccioni sul conto della regola proposta da Ignazio, dà cartaccie; nel 27 Settembre 1540 con la Bolla:Regimini militantes Ecclesiael'approva; Clemente XIV nel 21 Luglio 1773 con la Bolla:Dominus redemptorla sopprime; la resuscita Pio VII nel 7 Agosto 1814 con l'altra Bolla:Sollicitudo omnium. E non basta; tanto Clemente che li spenge, quanto Pio che li riaccende, si affermano inspirati dallo spirito santo; il primo si conduce alla soppressione dei Gesuiti mosso dalla voce universale; il secondo compiacendo alle istanze dei fedeli li rimette sul candeliere; Clemente in virtù della sua autorità in materie religiose distruggeper semprela Società di Gesù, i suoi instituti, e le sue opere; Pio in virtù della pienezza della potestà apostolica davalere in perpetuorestituisce ai Gesuiti tutte le concessioni, diritti, facoltà e privilegi, che prima possedevano, e mantennero nello impero di Russia; dacchè sbanditi da tutto il mondo costà si ricoverarono, e tra i Cosacchi parvero civili. Lo Spirito santo inspirò Clemente, ed inspirò Pio: entrambi questi Papi infallibili; il sì e il no, il bianco e il nero non si contrastano in loro: prediletta stanza quando lo Spirito santo scende in terra il cervello loro: bisogna pur dire, ch'ei sarebbe meglio albergato nella locanda della Luna.—
Quasi non bastassero queste zanne alla romana belva ne provvidero, o piuttosto ne rinnovarono un'altra più terribile di tutte, intendo parlare della inquisizione, e ciò pei conforti dei Cardinali Caraffa, che poi fu Paolo IV, e Bürgos Alvarez di Tolcdo. Antica, lo abbiamo veduto, era la inquisizione, esercitata unicamente dai monaci, i quali col volgere del tempo ammansivano, ovvero la sfruttavano a proprio profitto, od anco maneggiando eresie diventavano eglino stessi eretici.—
I nostri novellieri raccontano casi d'inquisitori, che assai di lieve componevansi a danari, le cose della fede adoperando giusto per ami da pescare; quanto a' frati avversi a Roma basti ricordare il Savonarola, il quale appunto uscì dall'ordine, ch'ebbe la inquisizione un tempo per retaggio privilegiato: pertanto instituivasi un'inquisizione romana. Come da Roma un dì leggi, ed eserciti si diramarono per l'universo; come a Roma tutto le vie del mondo misero capo alla fontana, dove i gladiatori, superstiti al circo, lavavano le ferite, e il ferro insanguinato, così ora da Roma non più aquile, ma avvolto avevano a dipartirsi per inviluppare le menti entro una rete di errore e di terrore. Ignazio loiolita, ed i suoi si precipitarono a sostenere l'opera di sangue col bramito di fiera.—Furono eletti sei Cardinali presieduti dal Caraffa e dallo Alvarez inquisitori universali in materia di fede, con facoltà di sostituire, e procedere, e giudicare in disparte dal tribunale ecclesiastico ordinario; senza distinzione tutti sottoposti alla loro potestà; le pene che potranno infliggere, carcere, morte, e confisca di beni. Se vuolsi avere esempio moderno della rabbia religiosa di costoro tu non potresti rinvenirne riscontro, tranne nella rabbia politica dei montanari della Convenzione di Francia: presto, predicava colla spuma alla bocca il Caraffa, ferro e fuoco al male prima, che incancherisca; basti a punire il sospetto; non arresti nascita, nè grado; del pari tremino principe o plebeo, prelato o paltoniere; se taluno cerca schermo dietro la protezione dei potenti, guai! di uguale colpo percotansi protettori e protetti; verso cui subito si confessi in peccato, e si prostri qualche po' d'indulgenza si potrà adoperare.—Tale Asino dà in parete tal riceve, dice il proverbio, nè ardere significa persuadere; però da persecuzione sorse persecuzione; qui porrò l'eresie che reputavano gl'inquisitori degne di fuoco, avvertendo che non sono tutte, ed anco per minor fallo bisognava morire: da ardersi chi credeva non le opere proprie bensì i meriti di Cristo salvassero il cristiano; da ardersi chi credeva bastevole la confessione avanti Dio, però che nè Papa, nè Sacerdoti abbiano facoltà di rimettere i peccati; fuoco a cui afferma Gesù Cristo non presente nell'ostia consacrata; fiamma a chi sostiene il Purgatorio fandonia e però inutili le preci pei morti; si brucino coloro, che negano la facoltà nel Papa di concedere indulgenza e perdoni, e dicono potersi i preti ammogliare legittimamente, dannosi i conventi, troppe le feste, ridevole il divieto delle carni e di altri cibi nei giorni prescritti dalla Chiesa: che più? morte e fuoco a chiunque affermi, sostenga od anco pensi la setta luterana capace a condurre le anime per la via della salute.—Furono le accademie scientifiche perseguitate; quella di Modena e l'altra di Napoli chiuse; chi professava lettere visto in cagnesco, la censura resa insopportabile, lo Indice ampliato. Monsignore Giovanni Della Casa compilò il catalogo dei libri proibiti: sommavano a settanta; in breve se ne compilò un secondo più ampio, finchè in quello del 1529 fra le opere degne di fiamma il Casa potè leggere annoverate anco le sue: così sottile fu il rovistare, così ardente il distruggere, che taluni libri scomparirono affatto, come ilBenefizio di Gesù Cristo; a Roma incenerirono cataste di libri; anco Omar praticò a quel modo in Alessandria, entrambi papi, o califfi, entrambi interessati a mantenere nello errore il fondamento della propria dominazione.—Chiamaronsi anco parecchi secolari a puntello dello instituto scelleratissimo: con immunità e con danaro presente e poco, con isperanze infinito e future si aizzavano; di spie un nugolo: l'antica semenza dei guelfi e ghibellini rinfocolata; alle vecchie si arresero nuove e mortalissime ingiurie; i Principi, paura fosse, o male creduta utilità, porgevano aiuto; esecutori essi medesimi delle sentenze di sangue, la quale cosa il prete significò con la formula ipocrita:—riporre il condannato al braccio secolare: appena Napoli ardì impedire la confisca dei beni; Venezia, stata fino allora l'asilo dei fuorusciti per cause politiche o religiose, colta da vertigine, della quale si pentirà amaramente e presto, quanti piglia condanna a fiero supplizio; postili sopra due barche li manda in alto mare fuori delle lagune, dove li costringe ad assettarsi su di una tavola; ad un segno queste si scostano, e i miseri traditi sprofondano nelle acque invocando per l'ultima volta il nome di Gesù; sazievole, nè utile al mio intento riferire i nomi dei tanti tribolati; basti questo, che non salvarono nè fama di vita religiosa, nè veste monastica, nè professione di sacerdozio, nè stato principesco. Renata di Ferrara provò nemico il Duca suo sposo: divisa dalla Francia, senza che alcuno la ripigliasse per lei, ella annacquava con sue lacrime il vino. La più parte dei fuggiti perì senza ricordo del dove e del come; certo cadde nelle insidie parate a mo' di trabocchetto; non fu udito nè manco il rantolo della agonia. Antonio dei Pagliaricci, queste, ed altre nefandigie raccontando, ci afferma comeveruno comecchè, di cuore cristiano poteva impromettersi di morire nel proprio letto. Però non tutti rimasero presi, nè tutti si spensero, anzi scamparono i più gagliardi e diventarono atleti contro Roma; celeberrimo tra questi Bernardo Occhino, che di generale dei Cappuccini diventò eretico, esiziale per anni, per dottrina, per santità di costume, e potenza mirabile di predicazione; fuggì, traverso mille pericoli, Pietro Martire Vermigli, e dopo lui uno stuolo dei suoi alunni da Lucca. Celio Secondo Curione col bargello e gli sbirri in camera, essendo atticciato, e gagliardo si fa largo a sergozzoni, e ripara tra gli Svizzeri; migrarono da Modena Filippo Valentino e quel Castelvetro che come scrittore troppo fu sotto allo Annibal Caro, ma come uomo (e questo è quello che conta) di troppo lo superò.—Questi tutti andarono ad ingrossare la schiera dei settari di Lutero, di Zuinglio, di Ecolampadio, di Melantone, e di Muncero. La provvidenza poi, che governa le vicende umane, come se questi non bastassero a sostenere la lotta ecco evoca, non so donde io mi abbia a dire, Calvino anima, e volto di scure affilata; egli di petto ad Ignazio fu lima contro lima: e per me ho fede, che se i loro spiriti sopravvissero al corpo, di presente non si abbiano a trovare divisi, bensì incoli di un medesimo luogo, che di certo non sarà il paradiso.
Queste le armi della tetra instituzione, che ha nome Papato allora, adesso, e sempre; affetto, ragione, il tempo stesso, il quale ha virtù di vincere non che i cuori il metallo e il granito, niente possono su i preti composti a curia Romana: udite come bandisse ieri al mondo Pio VIII: «egli è mestieri, venerabili fratelli, perseguitare questi perniciosi sofisti, denunziare le opere loro ai tribunali, bisogna dare i corpi loro in balìa della inquisizione, e mercè le torture richiamarli ai sensi della vera fede della sposa di Cristo.» Ed oggi Pio IX con solenne enciclica, quasi dispettando il secolo, indice guerra alla libertà della coscienza, e dei culti al suffragio universale, alla libera stampa, alla inviolabilità della famiglia, a tutto insomma che non sia regresso verso concetti ormai sommersi nei, gorghi del tempo.—Di qui imparino i settari, che ci governano, con quanto senno essi argomentino; tristo, è vero, ma conforme a sè sempre il Papato: non per virtù, non per generosità, e manco per intelletto l'umano consorzio sarà felicitato con nobili conquiste, bensì per viltà, per anarchia, per repulsa invincibile o per minaccia dei nostri nemici; a questo modo andremo debitori della pena di morte abolita ai fratelli La Gala, di cui fu imposto si rispettasse il capo scellerato; la libertà civile alle pubbliche e private fortune manomesse: la indipendenza agli assalti dell'Austria; la libertà religiosa alla ostinazione del Papa: anco da fetida erba nasce il giglio, ma i gigli usciti fuori così nè olezzano, nè durano.—
Nè le armi sole, ma assicurato il tempo opportuno il Papa bandisce il Concilio di Trento; il tempo era destro però, che allora Carlo, e i due capi della riforma germanica si travagliassero in aspre guerre fra loro, onde gli facevano mestieri i soccorsi della Chiesa e più dei soccorsi gli premeva non gli procedesse nemica. Il Papa si liberava, intimando egli il Concilio, dalla minaccia dello Imperatore di volerlo aprire egli stesso: chi ha in mano il timone governa.—Da noi non si attende la storia del Concilio di Trento; ne possediamo due, quella del Pallavicino, e l'altra del Sarpi, le quali dettate con opposto intendimento, può chi ha voglia di studiare, ponendole a confronto, assai bene conoscere gli umori dei tempi e la verità delle cose.—Chi non può o non vuole attendere a siffatte ricerche sappia, che il Papa instava si cominciasse a discutere su i dommi, l'Imperatore all'opposto dalla riforma; la ragione delle contrarie sentenze questa: la riforma dei costumi confessata necessaria non si poteva contrastare; i libri santi non offerivano riparo, anzi condanna; difficile poi presagire dove, riformando, si sarebbe messo capo; all'opposto spuntandola sul domma la riforma sarebbe andata soggetta a regole e a freni o non avversi, o secondi agl'interessi della Chiesa. Tuttavia i prelati romani per non entrare in iscrezio collo Imperatore composero, che si sarebbe discusso nel medesimo punto sopra il domma, e sopra la riforma; ma in fatto poi si cominciò sul domma, e si venne addirittura a mezza spada mettendo in campo la quistione, se nel solo Evangelo si trovasse compreso tutto quanto importa alla nostra salute. Non ci è mestieri troppa levatura per conoscere, che vinta questa sentenza, il cattolicismo aveva finito; però ogni estremo sforzo si adoperava a rigettarla, e prevalse l'altra che la tradizione della Chiesa propagata dagli Apostoli sotto la protezione dello Spirito Santo fino ai tempi presenti deve accettarsi ed osservarsi quanto e più la santa Scrittura; a questo modo l'interesse del sacerdote rimase, siccome già era, sostituito alla dottrina di Cristo. Roma vinse nel Concilio per perdere più tardi senza rimedio nel mondo. Nè di minore importanza parve spuntarla intorno alla giustificazione, dacchè se veniva deciso la medesima effettuarsi unicamente pei meriti di Cristo, e non in virtù delle opere la Chiesa si trovava a chiudere bottega di sacramenti; e tanta fu la rabbia dei disputatori, che mancate le ragioni contesero a pugni, e se ne ricambiarono dei solenni il vescovo della Cava, e certo monaco greco. Ributtata la definizione assoluta, con asprezza pari respinsero qualsivoglia ammenda, massime quella delle due giustizie, che insomma era un'empiastro moderato col quale si presumeva stabilire, che per salvarsi si chiedessero ad un punto i meriti di Gesù Cristo e la virtù delle opere: pro le stavano Scripando, e i Cardinali Polo, e Contarini, contro il Cardinale Caraffa, e i Gesuiti Salmeron, e Lainez: prevalsero gli ultimi, che ogni sapienza pongono in questi due termini:fermi o addietro.
Quando consideriamo la perpetua contradizione dell'uomo sovente, ci sorge nella mente il dubbio se davvero egli possieda discorso, e se per esso proprio si distingua dagli altri animali; di vero il sacerdozio romano piegò al Concilio mosso dal senso del bisogno della riforma, e chiuso nel Concilio pesta le mani e i piedi per rimanere inalterato o concedere solo ammende, che non hanno costrutto; appunto come le Monarchie ridotte al verde oggi accettano le Costituzioni per convertirle in arnesi di tirannide due cotanti peggio di prima.
Il Papa parve, e tuttavia sembra, capo di cotesto moto di offesa o di difesa del cattolicismo, e certo ogni cosa ebbe approvazione da lui; egli convoca il Concilio, egli lo dirige; da lui emanarono le Bolle dei nuovi instituti monastici, sua la Bolla che invia Saverio alle Indie, sua quella, che fonda l'arcivescovado nel Messico; chi altri se non esso, mediante il nipote Rinaldo Farnese arcivescovo di Napoli, tribolò il vicerè Pietro di Toledo a rizzare la Inquisizione in cotesta città, donde le fiere sommosse per le quali dopo tanta uccisione di uomini e' fu mestieri deporne la voglia? E pure nonostante queste apparenze non visse per avventura uomo nella cristianità, che sia co' principeschi consigli, o sia co' privati costumi, più di lui attraversasse l'esito della riforma.—Nei primordi del pontificato si stringeva in lega co' Veneziani, e lo Imperatorecontro i Turchi; dopo spazio non lungo di tempo fa alleanzacol Turcoe il re di Francia contro lo Imperatore: combatte con armi spirituali e temporali alla scoperta i Luterani e di celato se la intende con loro.—Così Papa e Imperatore accordatisi a Vormazia per annientare la lega di Smalkalda, il primo manda, giusta il concerto, armi in soccorso col cardinale nipote Alessandro; sbigottito poi dalla prospera fortuna del suo collegato, di punto in bianco richiama il cardinale Alessandro coll'esercito: mentre la Germania settentrionale trema del progresso del potere pontificio, il Papa esulta delle battiture che dà l'elettore Giovanfederigo al duca Maurizio, e aizza segretamente Francesco I sovvenire i Luterani, finchè tengono le armi in mano; osso duro a rodere per Carlo essere tuttavia cotesto; col mezzo dell'Oratore francese lo ammonisce così: «S.S. ha inteso che il duca di Sassonia si mantiene gagliardo, di che piglia inestimabile contentezza, giudicando, che il nemico commune in virtù di questi intoppi si troverà inetto al compimento delle sue imprese, onde pensa, che tornerebbe a grandissimo benefizio comune sovvenire di sotto mano coloro che gli resistono, e dice che voi non potreste fare spesa che fosse più utile.» Nè questi suoi disegni, o piuttosto intrighi, rimasero punto nascosti allo Imperatore, il quale prevalendolo sempre nelle armi mandava al suo Oratore, perchè lo partecipasse al Papa: «avere conosciuto, pur troppo, il pensiero di S.S. essere stato quello di porlo a cimento in impresa zarosa e poi abbandonarlo, per ciò avere alla sprovvista richiamato le sue milizie; nè di questo più che tanto importargli però che prive di soldo, e indisciplinate gli erano piuttosto di danno che di benefizio; amareggiarlo questo altro, nè volerlo sopportare, che senza suo avviso avesse trasferito il Concilio a Bologna.» Piegava allora Paolo sotto la mano di ferro delle Imperatore; ma quietata alquanto la paura, eccolo da capo alle insidie; però, che non si neghi Gian-Luigi Fiesco aizzato non meno dal re di Francia, che dal Papa tramasse la congiura contro Andrea Doria, che andata a vuoto, questi più tardi barattò a Paolo con la morte del figliuolo Pierluigi. Duro freno a mordere, ma dalle labbra fermenti del Papa in cotesto acerbissimo caso uscì spuma non parole, e cauto si mise ad annondare una nuova lega ai danni dell'odiato Imperatore con Francia, Venezia, Svizzera, eil Turco: quantunque avesse scomunicato gl'Inglesi, pure consigliava Enrico II a pacificarsi con Eduardo VI per non provarlo d'impedimento alla guerra, che imprenderebbero pel bene della Cristianità.—
La Chiesa si era ridotta al termine di che parlammo per colpa dello strazio che ne manarono i Papi in benefizio dei loro figli e nipoti: per questo diventò necessaria la riforma, che lo stesso Paolo III prescrisse, e verun Papa mai dava come costui esempio pernicioso dei medesimi errori.—Creò cardinali suoi figli o nipoti Alessandro, e Ranuccio Farnese, e Guido Antonio Sforza figliuolo di Costanza Farnese di dodici, di quattordici, e di quindici anni; e non che ad altri allo Imperatore, che gliene toccò qualche parola, rispose, contro il suo costume alterato; e promosse altresì alla porpora Niccolò Gaetani discendente di Bonifazio VIII e congiunto con la casa Farnese; fra i trentasei cardinali, ch'egli elesse, occorre anco un Roderigo Borgia dei duchi di Gandia, onde non istette per lui che un'altra volta il sangue di Alessandro VI non rese sacro il soglio di San Pietro.—Usurpò Camerino alla ultima erede dei Varano, allegando le femmine escluse dalla successione del padre, nè lo rese già alla Chiesa, bensì lo tenne per darlo a Ottavio suo nipote nel modo stesso che dal manto della Chiesa aveva sbarrato Castro per investire il figliuolo Pierluigi, e Nepi per coprire l'altro nipote Orazio. Le paci e le guerre nelle quali egli spinse la Chiesa miravano sempre ad avvantaggiare i suoi; la quale cosa sovente gli veniva fatto di conseguire con destrezza mirabile. Quando prima si pose in mezzo paciere tra Francesco e Carlo a Nizza pescò a Pierluigi il Marchesato di Novara da una parte, e dall'altra provvido ad allogare sposa in casa di Francia la nipote Vittoria col duca di Vandome; a questo, non avendolo ottenuto subito, e poco dopo essendosi rotta da capo la guerra tra Francesco e Carlo, egli ebbe con inestimabile cordoglio a renunziare; ma guasta una tela il ragno ne incomincia un'altra; quindi Paolo più tardi torna agli amori francesi, e gli riesce fidanzare il nipote Orazio con la bastarda di Enrico II.—Ardendo pel desiderio di lasciare alla sua casa un principato che le fosse scala ad acquisiti maggiori ora delibera investire Pierluigi del ducato di Parma e Piacenza e lo sgarò nonostante, che messa la pratica in Concistoro il cardinale Caraffa non intervenisse, anzi nel medesimo giorno visitasse le sette Chiese come straordinariamente si costuma tra i Cattolici nelle gravi sciagure, ed ordinariamente il Venerdì santo; e il cardinale da Trani con onesto sermone tra le altre cose lo ammonisse «e che diranno di siffatto partito i Luterani, ora che il Concilio è aperto, vedendo il patrimonio della Chiesa dai Papi stessi, i quali come fedeli tutori dovrebbero mantenerlo, e difenderlo, essere dato ad altri?» Al Papa non piacque cotesto suono, nè lo menò buono il Collegio dei Cardinali; per la quale cosa se non si rinnegò allora Dio, nè si manomisero i suoi precetti per lacerare in parte il dominio della Chiesa e gittarlo in pastura all'uomo forse più nefando, che mai vivesse al mondo, vorremo noi credere al Papa adesso, che afferma i comandamenti divini impedirgli di rendere la potestà dei suoi domini al popolo italiano per comporsi una Patria potente, e felice?
Non contento di Parma e Piacenza, poco dopo il Papa armeggia per procurare al medesimo suo indegno figliuolo la duchessa di Milano, e sottilmente arguto insinuava pei suoi negoziatori a Carlo: «a te disdice chiamarti conte, duca, e principe, Cesare sei; non le molte provincie, ma i grandi vassalli hanno da formare la tua forza: dacchè mettesti le mani sul Milanese non godesti un'ora di bene; che tu lo renda al Re Francesco non si consiglia, però che questi dopo il primo pasto avrebbe più fame che pria delle terre italiche; ma nè anco lo devi serbare per te, considerando come cotesto acquisto ti abbia fruttato nemici molti e poderosi, i quali ti stimano insaziabile dei domini altrui: se vuoi, che il mal sospetto cessi, fa una cosa, dà il Milanese a qualche duca; così Francesco I non troverà più partigiani, tu all'opposto ti amicherai per la vita Lamagna e Italia, e perciò franco da ogni impaccio potrai portare le tue bandiere nelle più remote regioni, e rendere il tuo nome immortale.» Ma lo Imperatore considerando come quello, che è buono a pigliarsi si prova ottimo a tenersi faceva orecchia di mercante; e poi quando avesse tentennato le persuasioni di Ferrante Gonzaga e di Andrea Doria, avversissimi ai Farnesi lo avrebbono dissuaso di piegare alle voglie del Papa.—Quando trucidato Pierluigi Farnese, Ferrante Gonzaga occupò Piacenza per lo Imperatore il Papa per via di negoziati pose in opera ogni sua arguzia per ricuperarla; al solito metteva innanzi la donazione di Costantino, e subito dopo quella di Carlomagno; ma visto, che coteste donazioni non facevano breccia allegò la cessione di Massimiliano I Imperatore a Giulio II e la conferma fattane da lui stesso Carlo nell'anno 1521: lo Imperatore nonstante siffatte dimostrazioni perfidiava con lunga scrittura a volere serbarsi Piacenza, ed anzi avrebbe preso anco Parma assegnando per compenso ad Ottavio 40,000 scudi di entrata nel regno di Napoli, somma a cui non erano mai giunte le riprese di Parma e di Piacenza; la quale profferta rincrescendo al Papa per torsi le molestie dattorno propose allo Imperatore lo scambio di cotesto ducato con Siena; ma Siena già era segno di cupidigia di Cosimo I; il quale stava su l'avvisato, avendo scritto fino dal 1537: «al Papa non è rimasta altra voglia in questo mondo, se non disporre di questo stato e levarlo dalla devozione dello Imperatore, ma gli sarà mestiero portarsela seco lui dentro il sepolcro.» All'ultimo considerando, che il ducato di Parma e Piacenza mentre lo aveva tolto alla Chiesa poco restava sicuro in mano ai suoi deliberò restituirglielo cassando il baratto antico di Camerino e Nepi: così da capo il ducato Parma e Piacenza difeso dal pontificale ammanto gli sembrava potersi più agevolmente conservare; e non temeva opposizione dal lato dei nipoti come quelli, che egli aveva sperimentato sempre ossequentissimi a propri voleri, non avesse fatto cosa che in massima utilità loro non ridondasse; ora poi bisogna vedere che avverrebbe pungendoli nello interesse; di vero Ottavio si rovesciò, e non si astenne da adoperarsi di avere a certo pranzo in casa Sanvitali Cammillo Orsino governatore di Parma pel Papa per quivi ammazzarlo, o imprigionarlo, e poi correre la terra; e poichè Cammillo non cadde sul vergone neppure aborrì ricorrere a Ferrante Gonzaga precipuo operatore della paterna strage per ottenere con la forza, quello, che con la fraude non aveva potuto conseguire; Ferrante poi (qualunque fosse l'animo suo, che per me giudico tristo) non si mostrava alieno da porgere aiuto ad Ottavio a patto, che ei tenesse Parma a nome dello Imperatore. Il Pallavicino nella Storia del Concilio di Trento afferma avere Ottavio rigettato la proposta; al contrario il Gossellini nella Vita del Gonzaga dichiara, che fu spedito un corriere allo Imperatore per la ratifica dello accordo; checchè di ciò sia Ottavio scrisse lettere a Paolo III significandogli, che dove si ostinasse a negargli Parma per amore, e' se la sarebbe presa per forza co' sussidi del Gonzaga; giunse questa nuova oltre ogni credere amara al Pontifice, il quale querelandosi diceva la viltà del nipote, che per cupidigia d'imperio acconsentiva stringere la mano intrisa del sangue paterno avergli trafitto il cuore assai più della strage di Pierluigi; ma non gli credevano, nè a torto, imperocchè anch'egli, nonostante cotesto omicidio, o non aveva negoziato con Cesare per barattare Parma e Piacenza con lo stato di Siena? Avanzava una speranza al Pontefice, ed era, che il Cardinale Alessandro non avesse intinto in coteste tresca; ma chiamatolo a sè, conobbe il contrario; allora ruppe in escandescenze, e in mezzo ad una procella di rampogne strappò di mano al Cardinale la berretta sbatacchiandola a terra; all'ultimo tramorti; rinvenuto dopo parecchie ore si giudicò morto, per la quale cosa convocati i Cardinali commise loro pigliassero tosto i provvedimenti che al bene della Chiesa reputassero più acconci; però al tempo stesso o che la cupidigia d'ingrandire la propria famiglia ripigliasse in lui il sopravvento, o per la contradizione inseparabile dalla nostra natura sul punto di chiudere gli occhi sottoscrisse un Breve per Cammillo Orsino e glielo mandò pel suo segretario Antonio Elio vescovo di Polo con ordine espresso di restituire Parma ad Ottavio; se nonchè Cammillo da prima sospettandolo falso, non lo volle obbedire, e poi chiarito dell'autenticità sua, ma al punto stesso della morte del Papa, s'intorò nel rifiuto allegando, che la volontà di uomo sano di corpo e di mente non si aveva a posporre a quella di uomo moribondo per avventura privo di discorso di ragione.
I costumi di questo Papa perversi; da parecchie femmine ebbe figli non pochi: sua madre per temperarne la licenza lo fe' chiudere in castello S. Angelo, donde il futuro vaso dello Spirito Santo si calò per mezzo di una corda; altri poi affermano patisse la prigione a cagione di Brevi falsati: cardinale lo creò Alessandro VI e affermano in salario di libidine dal vecchio Papa sfogata nella sua sorella Clara e sarà; altre cose aggiungono, ma le lascio addietro, perchè molto gravi elle sono ed a me paiono provate poco; assunto al ponteficato condusse onesta vita; egli è ben vero che allora contava sessanta anni sonati; ma ciò non fa caso; anco Alessandro VI giunse a cotesta età e tuttavia nelle senili membra riardeva più tetra la libidine: ma se quanto alla sua persona lasciò poco a riprendere, a veruno dei Papi prima o dopo di lui fu secondo nel patire le infamie della propria famiglia. Margherita tenne sempre in dispregio il marito Ottavio, e se ne aperse col padre Carlo, che le detto facilmente ragione; di nefanda celebrità vanno famose le turpitudini de Pierluigi Farnese: io le ho discorse nella vita di Andrea Doria, nè quì le ripeterò: tanto basti, che quando i Luterani seppero il mostruoso strazio di Cosimo Gheri vescovo di Fano esclamarono: «verun tiranno al mondo avere immaginato modo più truce di martirizzare i santi.» Paolo fu uomo di molta dottrina; lo educò nelle lettere Pompilio Leto, nelle matematiche Alberto Pigho; dimorando nelle case di Lorenzo il magnifico apprese eleganza e vizi; facondo nel dire, e abbondevole, ma avviluppatore così che mal sapeva sviticchiarsi dalle sue medesime reti: magnifico nei palagi, nelle vesti, e nelle suppellettili, e tuttavia laido, onde essendogli un giorno state donate sessanta catinelle, e sessanta boccali di argento ne cavarono fuori certo epigramma, che concludeva: «or come con tanti bacini, e mesciroba conservi, o S. Padre, così sudice le mani?» Vezzo comune a cotesti tempi la fede nell'astrologia, ma a lui Papa disdisse mostrarsi nella pratica di errore siffatto piuttosto eccessivo che zelatore: nè piccolo nè grande negozio s'iniziava da lui se prima non andava certo della influenza degli astri; protrasse a lungo la conclusione della lega con la Francia perchè non rinveniva conformità di nascita tra quella del re Francesco e la sua: non so, se sul declinare della vita si guarisse da cotesta infermità, certo egli ebbe a patire di fieri disinganni; imperciocchè il medesimo giorno, forse la medesima ora nella quale sè predicava beatissimo, ed in felicità si metteva allato di Tiberio (in che potesse estimarsi avventuroso Tiberio io non saprei dire) i patrizi Piacentini dopo avere messo il figliuol suo alle coltella lo spenzolavano, miserando cadavere, fuori delle finestre della cittadella di Piacenza.
Gli archivi di stato di Firenze contengono minuta la storia dei viluppi adoperati nei Conclavi, dacchè d'ora in poi si può dire, che i Medici fabbricassero i Papi. Da prima i voti si portano sul Cardinale Salviati a cui per nocere meglio finse porgere aiuto Cosimo I; poichè ebbe logorato il Salviati al Cardinale Ridolfi il Conclave si volse al Cardinale Polo, e riusciva se non gli apponeva il Cardinale Caraffa dubbio di fede non sana; allora si trastullarono col Burgos per trovare l'uomo sul quale accordarsi. «O perchè non fate me Papa? Disse celiando il Cardinale dal Monte. Io vi prometto, appena assunto Papa, creare Cardinale il garzone, che custodisce la mia scimmia e darvelo per collega.»
Piacque la giocondità del Cardinale, e ci pensarono su; Cosimo lo ebbe caro perchè suo suddito come quello che aveva sortito il nascimento a Monte Sansavino; non garbava agli Spagnuoli temendolo parziale ai Francesi, ma anco qui pose sesto Cosimo, il quale condusse i Farnesi guadagnati col patto di favori ampissimi, e della restituzione di Parma al duca Ottavio, e non se ne poteva fare a meno, imperciocchè i Cardinali Farnesi disponessero di ben ventitrè voti: accomodate a questo modo le cose scese lo Spirito santo ed uscì eletto il Cardinale dal Monte, che tolse nome di Giulio III, in memoria di Giulio II che lo aveva creato camarlingo.
Giammaria Giocchi, che tale si chiamava veramente Giulio III, mantenne Papa le promesse del Cardinale: innanzi tratto risegnò il suo cappello cardinalizio di santo Onofrio al ragazzo amato da lui e glielo mandò fino a Bagnaia di Viterbo. Invano i Cardinali si opposero alla strana elezione, e sopra gli altri il Caraffa che commosso da tanta indegnità (ed egli a suo tempo fece peggio) si astenne da intervenire in concistoro: a quanti esponeva ignota la nascita del garzone, troppo fresco di età, annoverando diciassette anni appena, veruna fama correre dei suoi meriti, piuttosto bocinarsi di sue capestrerie e non poche, il Papa piacevolmente rispondeva: «O voi quando mi avete eletto Papa quale merito avete trovato in me? Io davvero non lo so, pensate se voi!» Dissero, che il giovane nacque a Piacenza da gente povera, che lo abbandonava su la strada, ond'ei menò primi anni da zingano più che altro; il Cardinale dal Monte passando per certa via a Parma vide il garzone alle prese con una scimmia: pigliando piacere alla singolare giostra stette a mirarne l'esito, che fu la disfatta della scimmia senza troppo danno del ragazzo; allora se lo condusse in casa, e siccome il Cardinale assai si dilettava tenersi attorno strani o rari animali ei ne commise il governo ad Innocenzo. Aggiungono, che il ragazzo di giorno in giorno viepiù gli entrò in grazia, non senza taccia di turpe amore; per la quale cosa persuase il suo fratello Baldovino ad adottarselo per figliuolo, gli diè maestri di lettere, lo provvide del prevostato della Chiesa di Piacenza, se lo condusse a Trento, dove infermatosi per consiglio dei medici lo mandò a Verona a pigliare aria; e quando risanato annunziò al Cardinale il suo ritorno a Trento, questi sotto colore di recarsi a diporto fuori della città condusse seco ad incontrarlo una caterva di prelati quasi a testimonio delle stemperate carezze con le quali lo accolse. Il Papa poi a giustificare cotesta sua insania afferma amare il giovane perchè gli avessero presagito gli astrologhi, che alla buona ventura di lui andava legata la sua.—Migliori ricerche oggi ci certificano, che il Cardinale Giammaria impregnasse la moglie di un bombardiere della rocca di Forlì, che a suo tempo partoriva questo fanciullo, il quale dal padre vero derelitto, dal putativo dispettato fuggì di casa furfantando, e accattando per diverse ville finchè il caso non lo fece cascare nelle scuderie del padre Cardinale allora legato a Bologna, dove dopo diversi casi riconosciutolo gli pose soverchio affetto come troppo poco gliene aveva portato prima, a sè ed a lui nocendo con gli eccessi insensati. Certo questa notizia non lava la memoria di Giulio III, pure lo salva da maggiore infamia; e per un Papa ordinariamente la minore vergogna pare quasi lode. Di questo Cardinale chiamato, per ispreto, scimmia, avremo a ragionare più tardi.—
Tutti gli altri empì di prebende e di benefizi; nel dare quattrini poi questo Papa parve rovesciasse la cassetta, e ne scotesse il fondo; ma il guaio che mise da capo a soqquadro la cristianità fu la promessa di rendere Parma ai Farnesi; e questo attenne, anzi Cammillo Orsino nicchiando a consegnarla sotto colore, che ci aveva speso ventimila scudi di suo per difenderla, il Papa glieli mandò liberandosi dalla avara fedeltà di cotesto soldato, nè si fermò qui, chè si obbligò eziandio pagare ad Ottavio Farnese duemila ducati il mese perchè la difendesse. Ottavio poi non solo intendeva difendere Parma, ma sì anco ripigliare Piacenza, mentre Ferrante Gonzaga tornato ai suoi primi odi contro i Farnesi gl'insidiava il Parmigiano, e il Papa ormai di danari si trovava al verde. Ottavio andato a Roma per soccorso senti rispondersi che non solo doveva deporre la speranza di aiuti, ma renunziare alla pensione dei due mila scudi mensili; allora egli più volte chiese, e più volte il Papa gli concesse di legarsi con qual Principe più gli paresse spediente a sostenerlo incolume dagli assalti di Spagna. In quei tempi in fatti di leghe non vi era luogo a scelta, o con la Francia, o con l'Austria, dacché gli altri potentati o con questa o con quell'altra si azzoccassero: di fatti Ottavio si accosta a Enrico II, che lo accoglie a braccia quadre, e pone sopra lui il fondamento della prossima guerra; pigliò ai suoi stipendi il presidio di Parma, e i soldati francesi tornarono a rovesciarsi nel bel mezzo d'Italia. Il Papa accortosi di quel nuovo groppo di guerra o sia, che non desse intenzionalmente alle sue parole la estensione, che pure esse presero o non reputasse Ottavio capace di valersi della facoltà concedutagli, fatto sta, che saltò su i mazzi, e procedendo tutto pieno di stizza tacciava Ottavio diverme prosuntuoso: ed aggiuageva «nostra volontà è confidarci insieme con lo Imperatore ad una medesima nave: allo Imperatore spettano intelletto e potenza;—s'intimi Ottavio recarsi a Roma e subito; depona le armi costui; sè commetta intero alla balìa del socero augusto; se tentenna, guai! lo bandirà ribelle, lo assalirà con le armi spirituali e temporali.» Ottavio rispondeva gli torrebbero prima la pelle, che Parma, e il Papa aizzato dallo Imperatore, e dal nipote Giovambattista dal Monte giovane, che di sè sentendo altamente desiderava acquistarsi buon nome nella milizia rompe la guerra a Ottavio radunando impetuoso armi, e cavalli: cavatosi a un tratto dalla consueta indolenza egli agita adesso cielo e terra per opprimere il Farnese; spedisce tra gli Svizzeri perchè neghino soldati al re Enrico, poi scrive in Francia per dissuadere Enrico stesso da sovvenire il duca Ottavio profferendogli mari e monti se si fosse inchinato a compiacerlo; trovato il terreno duro il Papa monta in furore e grida che se il re non gli lascia stare Parma a lui basterà l'animo di levargli la Francia. I Consiglieri del Cristianissimo non si spaurivano del Papa a cotesti tempi, epperò in brevi accenti gli notificarono, quanto a Parma non voler sentirne parola, quanto al restante intimerebbero un Concilio nazionale in Francia, e lo intimarono, il Papa spaventato prega cessi il re ogni disegno di Concilio; rispetto a Parma, ogni litigio fra loro rimanga cireoscritto là dentro. Ma la contesa si dilatò oltre ogni giudizio umano e valse a mutare le condizioni della Germania, ed anco quelle d'Italia, ma in peggio. La guerra di Parma andò a precipizio, il Papa ci perse l'esercito, ci spese l'ultimo suo soldo, e per colmo di dolore gli ammazzarono il pro' nepote Giovambattista mentre con la consueta prodezza combatteva fuori della Mirandola; i Francesi legati co' protestanti di Germania compaiono sul Reno, l'elettore Maurizio di Sassonia nel Tirolo, Carlo postosi a cavaliere su i monti per contenere amedue è costretto a fuggire da Inspruch per non cascare in mano del nemico.
Quando le faccende riescono per la peggio i soci litigano fra loro, ed è fatto antico, però tra il Papa, e lo Imperatore ricambiavansi i rimproveri, il primo perchè non gli pareva essere stato secondo le speranze o le promesse soccorso, il secondo perchè avendo assunto cotesta impresa pei conforti del Papa, questi avrebbe dovuto buttarcisi dentro a corpo perduto; ma lo screzio era comparso maggiore in materia di religione però, che Giulio avesse promesso riaprire il Concilio, ed anco questo era stato da lui attenuto; tuttavia in breve si accorse come i vescovi spagnuoli mirassero a scemargli l'autorità più rigidamente, che i deputati tedeschi, imperciocchè da un lato essi presumessero rendersi schiavi i capitoli, e dall'altro torre al Papa la collazione dei benefizi, dal che questi com'è naturale aborriva; onde scrivendo al Cardinale Crescenzio esclamava: «non sarà vero, non comporteremo mai, prima lasseremo ruinare il mondo.» Mosso dalle quali considerazioni prese a favorire i protestanti anzi tirarseli a sè con doni, e con pecunia; l'autorità di Cesare per le battiture della fortuna scemando crebbe la baldanza nei germanici; di qui risse, ed oltraggi ai prelati massime spagnuoli, che male sopportando il presente, troppo più temevano pel futuro; onde non parve vero a tutti tornarsene a casa; molto più, che il Concilio non si scioglieva, bensì si prorogava: termini medi dentro i quali si adagiano beatamente le anime codarde.
A Giulio non parve vero uscire dal pelago per immergersi nella naturale indolenza; si chiuse nei diletti della vita, non però volgari, chè temperato ei fu, e cultore dei buoni studi, e delle belle arti; attese a fare stato ai suoi: la duchea di Camerino rapita alla Varana concesse a Baldovino, non in signoria assoluta, ma in feudo; modo che in fine di conto torna ad alienazione sovversiva (secondo le moderne dottrine della curia romana) la Chiesa di Cristo.
Marcello Cervini, che sotto nome di Marcello II subentra a Giulio nella cattedra di San Pietro passa come ombra; lo celebrano buono; forse ei non deve questa reputazione se non al tempo breve, che soggiornò sopra la terra.
Già toccammo di Giovampietro Caraffa, uomo torbido, sempre in contrasto seco stesso o con altrui; renunziò vescovato ed arcivescovato per fondare l'ordine dei Teatini, ma si lasciò eleggere cardinale; contava ben settantanove anni quando lo promossero Papa; parte dei costumi di lui, anzi anco dei detti gli scrittori attribuiscono a Sisto V, però che fosse egli il quale gittata di un tratto la lunga ipocrisia appena vestito il gran manto, interrogato quale desiderava avesse ad essere il suo trattamento e la mensa, rispose:da principe grande; indole impastata di odio senza pure un pugillo di amore; si vantava non avere mai compiaciuto persona di cosa che gli fosse richiesta; bastava, che taluno lo supplicasse di qualche favore perchè subito sorgesse in lui la repugnanza invincibile di concedergliela. Nello intento di sostenere le forze rifinite cibava vivande di molta sostanza e beveva vini gagliardi, massime una maniera di vino grosso napolitano chiamato,mangiaguerra, capace da rompere le pietre[1], pareva, argomentando sulla passata vita, si sarebbe consacrato tutto alla religione, e invece s'intricò in guerre pericolose; ancora, presagivano la fede avrebbe conseguito per lui notabile avanzamento, ed all'opposto le nocque quanto il più tristo o il più inetto dei Papi. Nei primordi del pontificato giurò alcuni patti, che spergiurò, e a cui gliene mosse lamento fece una bravata da mettere addosso il ribrezzo della febbre quartana; spedì monaci di Montecassino in Ispagna a curare la disciplina dei conventi; ad ogni patto esaltò alla porpora il nipote Carlo Caraffa soldato; in costui non una virtù, bensì un vizio il quale nella estimativa del Papa non solo teneva luogo di tutte le virtù ma le superava, ed era l'odio rabbioso contro Carlo V e la sua potenza per cause o lievi o poco onorevoli; le quali furono avergli tolto un prigione senza riscatto, ed impedito il possesso di una prioria di Malta. Egli aveva tuffato le braccia fino al gomito nel sangue umano, e non lo ignorava il Papa, ma avendone fatta la confessione e la penitenza secondo la estimativa pontificia ridivenuto candido come colomba: se questo poi credesse o no Paolo nella intima coscienza ignoro, ma certo agevolmente aggiustiamo fede a quanto a noi piace, che sia. Poco dopo con manifesta tragressione ai patti giurati. Paolo bandiva Cardinale Alfonso figlio del Conte di Montebello garzone di solo diciasette anni.
[1] Vuol essere servito molto delicatamente, e nel principio del suo pontificato non bastavanoventicinquepiatti; beve molto più, che non mangia: il vino è possente, gagliardo, nero e tanto spesso, che si potria tagliare col coltello, e dimandasimangiaguerra. Relazione di Bernardo Navagero.
La storia ricorda avere questo vecchio concepito profondissimo odio contro gli Spagnuoli, il quale era come ereditario nella famiglia di lui, che nei ricordi del regno di Napoli vediamo sempre disposta a seguire le parti di Francia, e a pigliare le armi contro gli Spagnuoli; essendo egli cardinale consigliò Paolo III a impadronirsi di Napoli: non rifiniva mai di levare a cielo la Italia, quando principi nati o naturati in lei la governavano, paragonandola ad una cetra di quattro corde mirabilmente armoniate fra loro Napoli, Milano, Venezia e Chiesa; nè di maledire le perdute anime di Alfonso di Arragona, e di Ludovico il Moro, che ci avevano chiamato gli stranieri per sostenere le scambievoli querele. Seduto a mensa quando gli lavorava dentro il vinomangiaguerrabuttava fuoco e fiamme vituperando gli Spagnuoli didannati, razza di mori e di giudei, feccia del mondo; e via di seguito; sè millantava destinato a sbrattare la Italia da cotesta pestifera genia.
Cause all'odio suo molte; talune private, ma potentissime tutte; private erano, averlo lo Imperatore escluso dal consiglio di amministrazione del regno di Napoli, molestarlo nel possesso dei suoi benefici, vituperarlo con parole, scapestrate in tutti, ma nello Imperatore indegnissime cause pubbliche, la persuasione che Carlo talora avesse favorito la causa degli eretici, e i tentativi di lui per farsi dichiarare da Paolo III suo successore nel papato; i quali intenti comecchè paiano adesso strani non furono nuovi, chè anco Massimiliano suo avo ci si provò, e quando Carlo li ripropose non se li vide mica scartare come enormità, leggendosi nei dispacci del Mendoza come essendosi aperto in proposito col Cardinale Gambara, questi lo accettò averne scritto al Papa, che rispondendo dissenon trovarci niente di male; e senz altro lo uccellò: per ultimo, la conoscenza forse, che Paolo ebbe come Carlo non riuscendo nello intento di farsi eleggere Papa disegnava torgli il potere temporale, e di ciò porge testimonianza il suo testamento pubblicato in Ispagna ai giorni nostri dove occorrono questi notabili precetti al suo figliuolo Filippo.
«Art. 5.» «Dopo avere ridotto tutti i principi in condizione di semplici governatori bisognerà torre al Papa ogni dominio temporale, oltre la città di Roma… si avranno poi a chiamare persone dotte, affinchè per via di concioni e di scritture insegnino ai popoli essere improntitudini pontificie le scomuniche ai principi per negozi puramente temporali, nè Cristo avere trasmesso mai siffatte facoltà alla Chiesa.»
«Art. 6.» «Spogliato il Papa di ogni suo possesso, fie mestieri professargli reverenza profondissima per quanto concerna la sua autorità spirituale e tenerlo a Roma, come già fu in Avignone, subietto ai principi regnanti.» Ed altra volta avvertimmo come Carlo, tenendo prigioniero Clemente VII, pure ordinava in tutte le cattedrali dei suoi vasti stati si esponesse il Sacramento per la liberazione di lui; leggesi altresì, che dopo morte, stessero a un pelo per processarlo come eretico, e s'egli ne uscì illeso si riversarono le ire sacerdotali sopra il suo teologo e predicatore arcivescovo di Toledo Carranza. Però non si creda mica che Carlo non fosse devoto, anzi bigotto, ma l'autorità papale egli voleva sottoposta a sè in sostegno della sua tirannide, mentre il Papa disegnava usarla per mettersi sopra di lui; le inimicizie loro gara di dispotismo. Il Papa si lega con la Francia contro la Spagna, dove Carlo continua a vivere non da Imperatore, ma da frate; indi a breve la Francia voltabile fa tregua con la Spagna; il Papa indracato di guerra manda a Parigi il Cardinale Caraffa per rompere la tregua; ma i Francesi stando sul niego, per isgararla, prima da Napoli poi sbracia Milano; di Napoli consente si componga un regno per un figlio del re Enrico II, di Milano per un'altro: la nostra Caterina dei Medici era stata tanto feconda, che bisognava pure pensare di ammannire una pastura di popoli ai regali appetiti; ancora, vediamo, che cosa intendono i Papi per restituire libertà alla Italia; trarre dall'asse chiodo con chiodo, agli Spagnuoli sosituire Francesi; lo sfogo delle vendette sacerdotali appellano cura, e utilità della Patria. In questa guerra, Paolo IV, modello quasi perfetto del romano pontefice, strinse alleanza con Soliman; così per vendicarsi di Carlo reo di avere favorito i Luterani, e non era vero, egli si acconta co' Turchi; e fa anco peggio, perchè conosciuto come l'oratore di Filippo Garcilasso della Vega di tutti questi tramestii ragguagliasse il suo signore, e non faceva altro che adempire il proprio dovere, lo caccia in prigione, in prigione altresì il Taxis, direttore delle poste spagnuole per avere spedito i dispacci, e per di più lo tortura; l'oratore imperiale Saria, il quale commosso da tante enormezze si affretta a moverne lamento col Papa, dopo averlo fatto aspettare per più di un'ora alla porta, appena è intromesso. Parmi utile che gl'Italiani conoscano (essendo cose ormai poco note o affatto dimenticate) come Filippo II, uomo piuttosto furibondo di religione cattolica, che cattolico, riunito un congresso di teologici di Salamanca, di Alcalà, e di Vagliadolid, non che dei più illustri giurisperiti spagnuoli, innanzi di rompere la guerra al Papa, volle lo chiarissero intorno ai seguenti quesiti i quali di unanime accordo furono risoluti in pro della prerogativa regia: «in caso di guerra difensiva contro il Papa possono sequestrarsi le rendite dei beni di coloro che spagnuoli o no li posseggono in Ispagna, quante volte rifiutino obbedienza al sovrano del pari, e nel medesimo caso possono sequestrarsi le entrate dei benefizi ecclesiastici, e vietare ogni spedizione di pecunia a Roma: o che sarebbe peccato convocare un Concilio per esaminare un po' se Papa Paolo sia stato canonicamente eletto? E non importerebbe alla incolumità della Chiesa instituire una inchiesta sopra gli enormi abusi della curia romana, ed avvertire alquanto, senza lasciarsi scarrucolare dai preti, di metterci sesto davvero?
Per altra parte il duca di Alba vicerè di Napoli (e imparino i ministri del nostro regno italiano come, ora fanno tre secoli, uomini salutati campioni del cattolicismo costumassero con Roma) inviava al Papa lettere ortatorie perchè smettesse ogni disegno di guerra, e il Papa rispondeva cacciando il messo in prigione, e taluni aggiungono mettendolo al tormento; al tempo stesso avendo ammannito armi ed esercito il vicerè faceva alle pontificie capestrerie tenere dietro il castigo: occupa le terre della Chiese, e da per tutto appicca i cedoloni con le armi del sacro collegio, annunziatori, renderebbe le terre al nuovo Papa eletto legittimamente, industriandosi di porre in iscrezio Papa e Cardinali. Cadde Anagni dopo piccola resistenza, e andò a sacco; la subita resa preservò Tivoli; a Roma desolazione e paura; solo il Papa imperturbato; allora gli gettarono a palate lodi di costanza; a noi adesso sembra, qual'era, vecchio stupidamente incaponito: all'oratore Veneziano, che gli metteva parole di pace rispose: uscissero gli Spagnuoli di su quello della Chiesa; poi avviserebbe; certi gentiluomini francesi presi in sospetto di negoziare tregua col duca di Alba minacciò del capo, e alla minaccia aggiunse il sacramento di Dio e dei suoi santi; ma siccome co' giuramenti, e con le minacce non si sostengono guerre, così Paolo si sbracciò ad abborracciare un'esercito non badando, per formarlo, più allo storto, che al diritto, e però come prima si era amicato col Turco, adesso pigliava al soldo della Chiesa Tedeschi luterani; perseguitava di odio immortale (egli almeno afferma così) Carlo V perchè non procedeva modo suo feroce con gli eretici, ed egli se li pigliava a difensori; se lo Imperatore, o il Re gli avessero pur tocco un po' di calugine s'inalberava sbuffando, gli eretici condotti dal Papa sberteggiavano lui, la fede, e i riti cattolici, ed egli, purchè la sua sterminata superbia rimanesse soddisfatta, sopportava in pace.[1] Ponete mente, che di qui scappa fuori una grande lezione; questo Papa, reputato atleta della fede cattolica, guerreggia popoli cattolici con armi luterane e turchesche. Ma ogni difesa cedendo alla fortuna spagnuola, espugnata Ostia, sconfitto lo esercito, invano facendosi dal Cardinale Caraffa prove di egregio valore, il Papa ebbe a piegare la cervice arrogante, e chiedere tregua. Egli vi si condusse nella speranza d prossima vendetta ragguagliato com'era dei Francesi accorrenti alla riscossa; non la dissentì il Duca di Alba perchè prudentissimo, e perchè anch'egli avesse rilevato di fiere battiture, massime allo assalto di Ostia, onde rimase conchiusa per 40 giorni: questa nuova giunse a Carlo mentre s'incamminava al romitorio di San Giusto, e gl'increbbe così, che con parole acerbe censurò la tregua come quella che concedeva tempo ai Francesi di soccorrere Roma; questo piissimo Imperatore mentre stava per entrare in convento moriva di voglia di mandare a sacco una seconda volta la sede della Chiesa cattolica; anzi ci si trovò presente a coteste sue querele arroge, com'egli borbottasse fra i denti altre parole irate, che non si poterono capire.
[1] «Quel pontefice per ciascuna di queste cose fosse cascata in un processo avrebbe condannato ognuno alla morte ed al fuoco le tollerava in questi come i suoi difensori.»Relazione di Bernardo Navagero.
I Francesi arrivarono di corsa condotti dal duca di Guisa, le terre della Chiesa occupate dagli Spagnuoli furono riprese in un batter di occhio; il Papa non capiva in sè dalla contentezza, di benedizioni e di promesse dispensò un diluvio, ma quando il Guisa fu sul punto di entrare su quel di Napoli il duca di Montebello nipote del Papa gli condusse pochi fanti di aiuto: presero Campli e col vessillo della Chiesa ci furono commessi fati, che i Turchi non avrieno potuto peggiori; famoso va per le storie l'assedio di Civitella dove si ruppero le forze francesi e del Papa davanti la resistenza disperata dei cittadini, massime delle donne. Certa cosa ella è che se i soli soldati avessero condotto le difese, i Francesi vincevano: ma a sbaldanzire la burbanzosa prosunzione dei soldati gesti antichi di popolo non bastano, nè anco i moderni; le forze del popolo sempre durante il pericolo s'implorano, passato il pericolo si dispettano sempre. Questa lega incominciata con le benedizioni finì con lo scaraventare, che fece il Guisa un piatto nel capo al duca di Montebello; sopraggiunsero acquazzoni a guastare le opere francesi, sicchè il Guisa stizzito ebbe a dire: «anco Dio è diventato Spagnuolo!» Il duca di Alba campeggiando ributtò il nemico fuori del regno; non mancarono in cotesti tempi censori, i quali lo ripresero per non avere assalito i Francesi nella ritirata, principalmente al passo del Tronto, ma egli rispondeva: le fortune della guerra mutabili; suo intento sbrattare il regno dai Francesi, e questo avere conseguito; non doversi mai cercare miglior pane, che di grano, nè egli volere giocarsi Napoli con la casacca di broccato del duca di Guisa. Però non istette guari che gli assalitori diventarono assaliti: Segni pagò per Campli; francesi o spagnuoli espugnando bene saccheggiavano, stupravano, uccidevano, gli uccisi, e i rubati italiani. Il duca di Alba all'improvviso di Fabio si tramuta in Marcello, e con audacissima mossa si avventura a sorprendere notte tempo Roma; nè gli andava fallito il disegno se considerando uno irrequieto agitarsi di torce, e certi cavalli proprompere fuori delle porte non avesse temuto, che Romani avvertiti del pericolo mandassero pei soccorsi al Guisa accampato a Tivoli; per la quale cosa il duca di Alba non volendo essere tolto in mezzo a due fuochi rifece i passi. Gli storici affermano che il duca di Alba non si apponesse al vero, imperciocchè il Caraffa perlustrasse la città non per avviso speciale, ma sì per abito di militare diligenza; e i cavalleggieri fossero usciti con tutt'altra intenzione, che quella di chiamare i Francesi. L'oratore di Venezia Bernardo Navagero afferma intendimento del duca di Alba essere stato sol quello d'impadronirsi della persona del Papa e così troncare di un colpo la guerra tuttavia bene nota il Prescott nella vita di Filippo II è difficile credere, ch'egli avesse potuto, entrato ch'ei fosse, contenere quella, che il nostro Niccolini definisce:
«Avara crudeltà di Catalogna.»
E volente, o no si sarieno rinnovati i recenti orrori del contestabile di Borbone, ed i più antichi dei Goti; e a questo modo la pensa anco il Campana, il quale dichiara quanto allo assalto notturno degli Spagnuoli il cardinale Caraffa averne avuto odore dal segretario Placidi, e quanto al sacco essere cosa ormai stabilita fra i Tedeschi che si trovavano col duca di Ala. I Romani commossi dal pericolo con vivissime istanza, che facevano sentire la violenza, chiesero al Papa smettesse la guerra; ma questo vecchio indracato li chiamò vili, ribaldi, degeneri da quegli antichi Romani, che innanzi di sottomettersi ai Goti elessero morire di fame, ma a fiaccargli l'orgoglio giunsero a un punto la nuova della sconfitta dei Francesi a San Quintino, e il richiamo del Guisa, il quale si mostrava tanto di cotesta impresa ristucco, che a cui non voleva saperlo andava dicendo: «nè manco con le catene lo avrieno tenuto in Italia.» Il Giusa pertanto in compagnia dello Strozzi fu dal Papa, ed espostagli la condizione delle cose lo confortò alla pace: narrasi, che udite le costui parole con mal piglio il Papa dicesse al Giusa: «Andate via, e con voi rimanga il convincimento di avere operato poco in pro' del vostro re, meno per la Chiesa, niente per l'onor vostro.» La pace sforzata in virtù di questi casi venne conclusa, non però senza contrasti attese le esorbitanze del Papa, che per primo patto volle andasse il duca di Alba a chiedergli perdono a nome del suo re, e a quante rimostranze gli movevano per procedere più temperato rispondeva: «caschi il mondo, io non ci renunzio, non mica per me, sibbene per l'onore di Gesù Cristo!» Come s'egli fosse Cristo, e a Cristo premessero onori siffatti; il duca che fumava di superbia non meno di Paolo stava duro a respingere il patto, ma venutogli dal re ordine espresso di accettare, piegava la testa: si recò a Roma, si genuflesse al Papa, gli baciò il piede; tuttavia levatosi ebbe a dire «hoggi il mio re ha fatto una grande sciocchezza, e se io fossi stato in suo luogo, et egli nel mio il Cardinale Caraffa sarebbe andato in Fiandra a fare quelle stesse sommissioni a Sua Maestà, che io vengo hora di fare a Sua Santità.»
Dopo la pace le faccende dei contendenti rimasero come prima della guerra, meno le ruine dei popoli, che non si contano.
Il duca di Alba quando repugnava a chiedere perdono al Papa aveva torto; più arguto di lui Filippo pensò, che il perdono implorato dal vincitore al vinto insomma è giunta di strazio al danno; comecchè in ginocchioni egli rinfacciava al Papa le sue scomuniche ormai incapaci ad ardere non che altro i pagliai, ed averlo avuto nelle mani per istritolarlo a suo agio: proteggerebbe l'autorità religiosa del Papa, a patto, che gliela noleggiasse per rinforzare l'autorità sua di sovrano crudamente dispotico. Paolo IV ebbe a salutare Filippo amico, e figliuol prodigo, ma sottovoce mormorava: «amico sì, che mi tenne assediato, e cercò l'anima mia» al vescovo di Angulemme confidava sommesso: «il vostro re non degenere dai suoi pii predecessori sarebbe campione vero della Chiesa, e se potesse farsi eleggere imperatore, beati noi! La razza austriaca fu nemica sempre del Papato e di Roma.» Tuttavia egli poteva mordere non rompere il freno; allora lo impeto disordinato di lui si avventò come fiamma ad altri obietti; già vedemmo, com'egli avversasse fieramente da cardinale ogni maniera dinepotismoe come creato Papa vi si lasciasse ire peggio di ogni altro che le storie ricordino; rapite le castella ai Colonna, Palliano concesse in feudo a Giovanni Caraffa, Montebello, che fu dei conti Guidi, all'altro nipote Antonio; Alfonso figliuolo di questo promosse diciannovenne al cardinalato, ed ebbe nome di cardinale di Napoli; non ci fu grazia, o favore, che sopra questi nipoti non profondesse; tuttavia mirabile, e pure vero a dirsi quello, che in altrui opera amore, in questo Papa fece l'odio; cessato simile vincolo i nipoti gli vennero in uggia, poi detestò; ed essi cui pareva piccolo parentado per loro quello del duca di Ferrara, e povero acquisto lo stato di Siena: essi di cui le donne ormai non contente di berrette gemmate dicevano di ora in poi ai loro figlifar di mestieri coronedi un tratto furono rovesciati nella polvere: vizi possedevano in copia (nè lo ignorava il Papa) i quali però non misero ostacolo all'avanzamento loro; solo si ricordò della costoro malvagità quando non li potè più adoperare strumenti d'ira contro gli Spagnuoli: e siccome nello ardore di promovere gl'interessi spirituali della Chiesa, non potendo più i temporali, li reputò ostacolo prese a perseguitarli eccessivo ed iracondo poco meno, che gli Spagnuoli. Causa o pretesto al prorompere del Papa una rissa notturna, per via di certa cortigiana chiamata Martuccia, nella quale il cardinale Montino, parzialissimo dei Caraffa, tratta fuori la spada fe' prove da Sacripante. Essendo stato ragguagliato il Papa di simile disordine attese, che il nipote cardinale Don Carlo gliene parlasse, e poichè conobbe a prova com'ei glielo volesse tacere, un bel di al cospetto dei cortigiani gliene fece una bravata solenne; di qui i cortigiani fiutarono il vento che soffiava, onde il Gianfigliazzi oratore fiorentino nemico mortale dei Caraffa trovòmodo di penetrare nelle stanze del Papa e concitarlo contro il suo sangue; una mala femmina, che Dio faccia trista, la marchesa della Valle (perchè se iniqui erano i Caraffa una donna del parentado loro non gli aveva a precipitare), costei tanto assottigliò il cervello, che giunse a far mettere dentro il breviario del Papa una nota dei principali delitti attribuiti ai suoi nepoti, la quale conchiudeva con le parole: «e se più vuol saperne la rimandi con la sua segnatura.» Il Papa segnò, e ne seppe un subbisso di cui un terzo forse vero, l'altro aggiunto dalla malignità; se sbuffasse fuoco e fiamma non è da dire: come Augusto, si narra, errasse un dì smemorato per la reggia esclamando: «le mie legioni rendimi Varo» così Paolo correndo pel Vaticano urlava:riforma! riforma!Ma il cardinale Pacheco di un tratto gli disse in faccia: «Santo Padre, prima di ogni altra cosa bisogna incominciare la riforma da noi.» Queste parole furono come zolfo sul fuoco, Paolo diede in ismania, non mangiò, nè dormì, lo prese la febbre; per dieci giorni durò infermo; seco la più parte del giorno stava ridotto don Geremia teatino, che aveva voce di santo, ed era fanatico; finalmente convoca il sacro collego, dove dopo querimonie infinite dichiara decaduti i suoi nepoti da ogni ufficio, e li confina con le famiglie loro a Civita Lavinia, a Gallese, e a Montebello; la madre loro, vecchia di settanta anni, che gli s'inginocchia davanti implorando mercede duramente ributta; la nipote moglie del marchese di Montebello la quale arriva in quel punto a Roma trova il suo palazzo chiuso; nessuno locandiere per paura del pontificio sdegno ardisce albergarla; si ricovera in rimota e povera osteria dove il rumore di cotesta catastrofe non era anco giunto; il cardinale Caraffa si offre costituirsi prigione per iscolparsi, ma il Papa ordina agli Svizzeri caccino via lui, e tutti i clienti e servitori suoi dalla condanna universale eccettuò solo il giovane cardinale di Napoli per tenerlo seco a recitare l'uffizio.
Ciò fatto, siccome al bisogno di esercitare furiosamente la sua irrequieta natura si aggiunse l'altro di divertire la nuova angustia nella moltiplicata agitazione muta tutti gli ufficiali nel governo temporale con modi, che dirò convulsionari: a mo' di esempio, manda a Perugia nuovo governatore, il quale arriva notte tempo, e convocato su l'alba il Consiglio municipale mostra la sua spedizione, e poi senza cerimonie imprigiona, lega, e manda a Roma il governatore, che si trovava lì a presiedere il Consiglio; il governo da cima a fondo sconvolto, tasse diminuite, l'erario restaurato; le chiese sottomette a più rigida disciplina, gli accatti alla messa proibiti; i quadri scandolosi negli oratori soppressi; frati sfratati fuori; il digiuno quaresimale, e il precetto della pasqua severissimamente imposti: di nuziali dispense non volle più saperne; insomma da per tutto l'aventatezza del boscajolo, che atterra piante a colpi di scure, non senno non pacata tranquillità del riformatore. Di questo ha da rendergli grazie la civiltà, che per lui si rinnovasse e quasi si ricreasse la Inquisizione; ogni suo affetto in lei: sovente mancò ai concistori, e alla segnatura, non mai al Santo Uffizio; egli presiedeva sempre; ne ampliò la giurisdizione sottomettendole nuovi delitti, e le concesse la facoltà di provare gli accusati con la tortura; a persone non ebbe riguardo; potenti baroni, e magnati in prigione; in prigione i cardinali Morone, e Focherari ai quali pure dianzi aveva commesso il carico di esaminare gliEsercizi Spiritualid'Ignazio da Loyola, dubitando putissero di eresia. Di qui apprendi che razza di Papa avesse ad essere costui a cui pareva eterodosso Santo Ignazio! Naturale pertanto che facesse sua delizia San Domenico Gusman, di esecrata memoria; di fatti, in onoranza di costui instituiva festa solenne. Finalmente piacque alla morte liberare la terra da cotesto flagello; parve volesse ribellarsi alla natura, e prossimo a tirare l'ultimo fiato assurse dal letto, ma ricadde, e nello sforzo spirò: appena morto il popolo, in parte raccoltosi in Campidoglio, decretava tutti i suoi monumenti si demolissero perchè immeritevole della città, e diRoma, e delMondo, in parte saccheggiò ed arse il palazzo del Santo Uffizio; ne manomise i ministri; a stento potè svolgersi da mandare in fiamma tutti i Conventi dei Domenicani; nè il popolo solo, bensì anco i baroni pigliavano parte a cotesti eccessi; le statue del Papa furono atterrate, e infrante, le teste loro col triregno strascinate a dileggio dalle bardasse per la mota.
Se questo Papa fosse o no santo ignoro davvero: di certo so, ch'egli era imbecille, testardo, e malvagio, e la Chiesa sotto il suo pontificato si trovò ridotta a tale, che peggio non si può dire.
Nella Germania, opponendosi egli, per odio contro la casa di Austria, alla trasmissione della corona imperiale a Ferdinando I, il protestantismo per connivenza, e per favore di lui si dilata nella massima parte delle città; la Polonia, e la Ungheria bollono; Ginevra diventata Roma dei calvinisti, con lei gareggia nel primato di eresia Wittemberga; la Scandinavia tutta repudia il cattolicesimo; in Francia e nei Paesi Bassi non solo, ma nella Spagna, e nella Italia altresì formicolano le nuove dottrine: la Brettagna andò perduta, e la poteva salvare, se meno impronto, e meno tracotato avesse proceduto con la regina Elisabetta, però, che innanzi di accettare qualunque proposta di accordo impose tutti i beni chiesastici fossero restituiti, il danaro di San Pietro da capo come ai tempi di Gregorio VII si collettasse; la regina per quello che spetta i suoi diritti al giudizio di Roma si sottoponesse; e poichè gli parve, che Reginaldo Polo non camminasse di buone gambe, gli tolse la legazione della Inghilterra, che da cotesta ora in poi ama il papato come il fumo agli occhi; tenne ferme Spagna ed Italia perchè accanto alla croce rizzò su la forca. Ora vediamo succedergli Pio IV a industriarsi di ottenere i medesimi intenti con partiti contrari; il papato in sua movenza fermo con tutti i venti gira le vele al suo mulino; ei fu dei Medici di Milano, di linguaggio piuttosto misero, che povero; andò debitore di ogni sua fortuna al fratello Giangiacomo il quale incominciava col fare il sicario: costui ammazzò per prezzo ai Visconti, che poi lo mandarono al castello di Musso sopra il lago di Como con lettere al Governatore perchè lo spegnesse; sennochè egli accortosi della ragia tolti seco alcuni compagni, entra in castello, e l'occupa: presolo con arte, lo difese con virtù, finchè compostosi con Cesare piglia croce bianca, e si converte imperiale; fu generale di artiglieria in Germania, e capitano supremo nella impresa di Siena: ebbe fama meritamente di spietato, e di avaro; quanti gli capitavano contadini portatori di vettovaglie a Siena tanti impiccò, ovvero di sua mano col bastone ferrato ne stritolò le ossa. Giovannangiolo comecchè sovvenuto a spilluzzico dal fratello diede opera agli studi della giurisprudenza nei quali riuscì prestantissimo; poi acquistò un protonotariato vivacchiando finchè i Farnesi giudicando proficuo tirare da la loro il marchese Giangiacomo gli proposero le nozze di una Orsina loro congiunta, ed ei le accettò, ponendo tra gli altri patti che il fratel suo promovessero cardinale, il che fu eseguito: con Paolo IV non ebbe buon sangue mai; stette, finchè costui visse, lontano da Roma, a Pisa, o a Milano, vivendo alla grande, facile donatore del suo, pietoso a sovvenire le pubbliche necessità.
Ecco in che cosa procedè diverso da Paolo, e in che conforme con lui, e con quanti prima e dopo vissero Papi: diverso in questo, che non gli parve più tempo di contendere co' principi; disperate le faccende di Roma se le due tirannidi sacerdotale e principesca non si accordavano; conforme in questo altro, che gl'interessi della curia romana, e della propria famiglia con ogni diligenza dovevano confermarsi ed ampliarsi. La Inquisizione lasciò intatta nulla ammaestrato dalla ira popolare la quale si avventa terribile, ma rompe poi pari a maroso dentro gli scogli: contro la famiglia del suo predecessore procedè senza pietà; certo, delitti avevano commessi i Caraffa; ultimo la strage ordinata dal conte di Montorio della moglie Garlonia ed eseguita dal conte di Alife suo cognato, e da Lionardo di Cardine; intorno ad essi Pio IV conferendo coll'Amulio oratore veneziano tale favellò; «siamo stati sforzati a metterli in castello per dovere nostro e per grandi cause; costoro hanno fatto un processo falso accusando Carlo V imperatore, ed il re Filippo che volessero attossicare il Papa, e avessero mandato veleno per metterlo dentro ad una cisterna; il che non è vero niente, e tutto è falso; fecero impiccare tre proveri uomini per la verità manifestata per detto loro, e per altro ch'è in processo: e con questo persuasero quel vecchio a fare la guerra, e tanto male quanto n'è seguito dopo; e non è da credere, che lo imperatore ed il re avessero pensato a questa cosa.—Paolo voleva maledire e privare delli regni re Filippo, e l'averia fatto, vinto da questo sdegno, se non fosse stato consigliato altrimenti, ed egli lo consigliò in queste ed in altre, che contro il Caraffa si vanno udendo ogni dì querele delle più brutte cose del mondo. Sapete quello, che fece in Venezia la settimana santa? Ha fatto fare tanti omicidi per danari, tanti stupri, tante violenze, e per quella povera giovane di Mazzarini, che si godeva, fece ammazzare quel povero giovane; e tante tirannie ha usate, che non si ppoteva più sopportare. Il cardinale di Napoli ha rubato nella morte di papa Paolo più di 100,000 seudi, e le gioie, e le scritture, e nell'amministrazione ha menato le mani; si è fatto fare una donazione falsa e bolle false per dare benefizi, e cose simili. Il duca di Palliano oltre tante violenze espresse ed iniquità… complice, e consapevole di tante scelleratezze ha poi ammazzato… un suo nipote, e la moglie con un figliuolo in corpo, ed altre cose da non potere sopportare.»
Ora ad escusazione del duca di Palliano io non dirò, che la moglie sua avesse adulterato con Marcello Capece, e nè manco, che di cotesta maniera vendette assai comunemente a quei tempi costumasse; noto solo che di bene altre più grosse ne aveva perdonato Roma, e non pure fatte, ma ed anco da farsi. Noto altresì, e meco l'Adriani, che il Papa ardeva arricchire i suoi nipoti Borromei con le spoglie dei Caraffa, e voltare a loro le pensioni, che questi godevano per la parte di Spagna; aggiungo, che Filippo Secondo covava odio antico contro i Caraffa, e l'odio suo spengeva lento come il veleno, o subito come il pugnale, ma inevitabile sempre. Le accuse dette dal Papa all'Amulio bugiarde per la massima parte e il Nores lo fa toccare con mano, il fiscale Pallantieri nemico, ed offeso per lunga prigionia sostenuta sotto il pontificato di Paolo IV, e cessata solo alla esaltazione di Pio IV; la sentenza scritta di mano del Papa da aprirsi solo il giorno seguente, che fu poi quello della morte del cardinale Caraffa, e del duca di Palliano. Il cardinale con oscena ressa tre volte fu sollecitato a compire la confessione, e le orazioni: rotta la corda onde lo strangolarono supplirono con uno asciugatoio; un quarto di ora e più impiegarano a torgli la vita; morto, rubategli le vesti, lo lasciarono ignudo; meno dura fine fece il duca di Palliano, a cui mozzarono il capo; degli altri supplizi taccio. Questo però importa sapere, che Pio V, dalla Chiesa venerato il Santo, rigidissimo uomo più tardi volle rivedere il processo da sè, e dopo lungamente considerata la cosa revoca la sentenza, restituisce in onoranza la memoria della famiglia Caraffa, il fiscale Pallantieri manda al patibolo: dunque o in Pio IV o in Pio V lo spirito santo non ci ha che fare; colpa ne fu la nuova viltà del Papa smanioso di tenersi bene edificata la Spagna; il Muratori sacerdote piissimo scrivendo di cotesta tragedia afferma: «in cotesti tempi la gente accorta ben si avvide che non dal genioclementedi papa Pio era proceduta sì rigorosa giustizia contro i Caraffeschi, ma si bene dai segreti, e gagliardi impulsi della Corte di Spagna a cui per vari riguardi era molto tenuto lo stesso Pontefice.»