Chapter 13

E perchè non si creda, che Pio V a questo modo operasse per bizza, ma sì all'opposto per giustizia, avendo veduto, che il cardinale Montino per pene gravi ma non estreme impostegli da Pio IV non si correggeva, senza un rispetto umano lo mandò addirittura in galera[1]. A me non è concesso entrare in altri particolari, ma chi avesse vaghezza di sapere più oltre di questa tragedia può vederla nella storia delNores.

[1] Il Suriano oratore veneziano afferma che il Papa lo relegò a Monte Cassino sotto la custodia di due gesuiti.

Questo Papa riaperse, e chiuse il Concilio di Trento; e come non fu prudente riaprirlo, così non giovò, anzi nocque alla Chiesa chiuderlo nella maniera di che favelleremo. Agl'istituti fradici i rimedi pregiudicano tanto più quanto si sperimentano gagliardi, massime le concioni, e le dispute; il silenzio del dispotismo li mantiene meglio. In seno del Concilio più, che a conferenza teologiche attendevasi ad alternare vituperi, e percosse: sangue corsero le strade, di sangue andarono perfino pollute le chiese; ormai si temeva inevitabile la ruina della Chiesa; il cardinale di Carpi supplicava Dio lo chiamasse a sè per non vedere questo giorno di lutto; i cardinali meglio avvisati stavano chiusi nello sgomento.

Francesi, Spagnuoli, Tedeschi, ognuno per parte sua infieriva nella opera di demolizione; Ferdinando imperatore proponeva il Papa si umiliasse come Cristo, ed attendesse a riformarsi sul serio rispetto a sè, alla sua corte, ed allo stato. Il Concilio provveda a migliorare i Cardinali e il conclave, imperciocchè come possa pretendersi che da Cardinali pessimi esca Papa buono, davvero non si comprende; i decreti si ammanniscano dai deputati della varie nazioni; di più, lo imperatore domandava il matrimonio dei preti e la comunione sotto le due specie; si fondassero scuole pei poveri, si depurassero i breviari, le leggende, e le vite dei santi; le orazioni nello idioma nativo ogni popolo recitasse; si mettessero a partito i Conventi, a fine che le male possedute ricchezze a scopi empi non si spendessero; con altre più cose per le quali da cima in fondo la Chiesa sarebbe stata trasformata. Gli Spagnuoli aborrivano dal calice pei laici, dai connubi legittimi pei preti; instavano poi perchè la residenza dei vescovi nelle diocesi si dichiarasse di diritto divino, non già di umano instituto, e questo per sottrarre così di straforo l'autorità vescovile dal potere del Papa. I Francesi in parte aderivano ai Tedeschi, in parte no, ma Tedeschi, Spagnuoli, e Francesi si accordavano in certi punti contrari a Roma; primo fra tutti odioso, la pretensione arrogatasi dal Papa di volere egli solo, esclusi gli altri, proporre le cause da definirsi al Concilio, per la quale cosa l'Imperatore soleva dire due essere i Concili, uno a Trento, l'altro a Roma, e il meno, che contasse quello di Trento; non mancarono motteggiatori a sbottonare che lo Spirito Santo arrivava a Trento dentro la valigia del Corriere.

Roma caduta in queste angustie ecco piglia partito: Pio IV astuto subodora uno astuto, il cardinale Morone, e lo invia a negoziare con Ferdinando; lui vinto, agevole ogni cosa, però che con lui i Francesi si accontassero, e Filippo II per sangue, e per reverenza assai gli deferisse. Duro intoppo non chè persuadere, blandire lo imperatore, il quale si mostrava indracato perchè delle sue proposte di riforme non avessero fatto caso, e perchè il Papa, mercè le istruzioni ai legati governasse a modo suo il Concilio, e tuttavia il destro prelato sul primo punto diede ad intendere, che se le proposte dello imperatore non erano state messe innanzi al Concilio, non si poteva sostenere poi che non si fossero avute nella considerazione, che meritavano, imperciocchè talune di loro avessero fornito argomento a speciali decreti: non potersi negare e non negava la ingerenza soverchia di Roma nel Concilio, ma i Principi via, co' propri ambasciatori non s'industriavano sempre scavalcare Roma? E quì il cardinale usò l'estremo dell'arte pretesca, e della sottigliezza italiana per dare ad intendere a Ferdinando ch'egli voleva gittarsi nelle sue braccia, in tutto e per tutto contentarlo, e al punto medesimo non cedergli un capello quanto ad autorità del Papa.—Torre ai legati la facoltà di proporre riforme per concederla ai vescovi tornava lo stesso, che mandare a soqquadro non pure la Chiesa, bensì lo Stato; ponesse mente lo imperatore alle improntitudini vescovili, alle incessanti pretensioni loro; non avere mestieri incentivi i sudditi laici o no a contradire l'autorità: di punto in bianco i governi di monarchie si sarieno convertiti in oligarchici per diventare in breve democratici: lasciava giudicare al suo senno, se imperatore o Papa per voglia di bisticciarsi, avessero a dare le mani per fabbricare di questa maniera trabiccoli: ecco, si sarebbe potuto assettare la faccenda così; non i vescovi sibbene gli ambasciatori dei principi commettessero ai legati del Papa di proporre al Concilio quanto reputassero spediente, con facoltà di proporlo eglino stessi caso mai i legati si rifiutassero; altri punti concesse il Morone o finse concedere, e per compenso lo imperatore ammollò intorno a parecchie pretensioni, e principali fra queste lariforma del capo, e la dichiarazione se il Papa sia o no superiore al Concilio?

Il re di Spagna fu condotto a piegare in grazia di certo contrasto d'interessi che preme conoscere: i capitoli delle chiese spagnuole possedevano privilegi esorbitanti sicchè sovente contrastavano ai vescovi; di più i prelati spagnuoli avevano mosso querela al Concilio dei carichi co' quali gli opprimeva il governo; e poichè questi formavano parte non piccola delle entrate del re ne veniva che mentre i prelati s'industriavano a ripigliare il perduto, egli mulinava la guisa di tosarli più rasente alla pelle, che mai; invece poneva ogni diligenza in ampliare la potestà dei vescovi come quelli che pochi essendo più facilmente potevano corrompersi, od atterrirsi: quindi il compito del Papa non pure diverso ma contrario a quello del re, però egli promoveva a spada tratta gl'interessi dei capitoli; democratico con la Spagna, despota in Germania: ma poichè Filippo senza la Chiesa non poteva fare, si convenne il Papa tenesse in freno i capitoli, il re ordinasse ai vescovi di procedere meno arroganti, e questi di un tratto sommessi troppo, come troppo per lo innanzi impronti così passarono il segno della obbedienza verso Roma, che il re, quando ei furono tornati a casa, ebbe a dire loro «mi rallegro con le signorie vostre, che andati vescovi al Concilio hanno saputo tornarne vicari.»

In Francia governa sempre un'uomo, che qualche volta fu re, e spesso no; la forma politica non fa caso, repubblica o monarchia bisogna, che ella serva un padrone, e padroni per ora erano i Guisa, di cui gl'interessi li spingevano a mostrarsi zelaori rigidissimi della Chiesa; però protessero il Papa e ne furono protetti, rimossero le gozzaie, blandirono gli umori, dove il danaro valse non istettero su lo spilluzzico s'interposero mediatori felici tra i principi e Roma, onde il Papa più volte e in occasioni solenni ebbe a professarne al cardinale di Lorena ampissime grazie.

Pertanto il Papa accordatosi co' principi venne di leggeri a capo di ogni difficoltà; anzi per meglio tenerseli bene edificati renunzia alla riforma, che anco di loro doveva decretare il Concilio; quanto alla sua la promette sconfinata; solo lascino fare a lui, nè essi, nè il Concilio se ne mescolino.

Intorno al diritto esclusivo dei legati pontifici a proporre partiti, il Papa collo imperatore si erano accordati, e dicemmo come; restava ad assettare lo screzio con gli Spagnuoli, i quali essendosi spencolati a contrastarlo ora non vedevano passatoia per uscirne con decoro, ma ecco pronto il Morone a trovare un sutterfugio il quale consistè nella dichiarazione, che ad ogni prelato spettava il diritto di chiedere e dire quello che a lui Papa era concesso chiedere, e dire secondo gli antichi Concili: la parolaproporreposero sotto lo staio.

Rispetto alla residenza dei vescovi pretesa di istituzione divina, ed alla incompatibilià dei Cardinali di tenere vescovati, abbazie, e benefizi curati e' fu fatto un empiastro; all'arcivescovo di Granata non garbava, e si ammanniva a contrastare in isgravio della sua coscienza; ma il conte di Luna lo persuase, che se la coscienza non gli consentiva a parlare contro il suo convincimento, nulla ostava a farla tacere: pertanto fu dichiarato, nel decreto, che i vescovi, e i cardinali, non potessero lungamente stare lontani dai vescovadi, e dagli altri benefizi con la cura delle anime; tale essendo il precetto di Gesù Cristo; così di scancio fu decretato, che i cardinali potessero possedere vescovadi, e abbazie, e che la residenza dei vescovi non era di diritto, bensì raccomandata da Cristo. Il Cardinale Morone poi promise, che una volta affermata l'autorità del Papa a forma del Concilio fiorentino, avrebbe consentito si dichiarasse la residenza dei vescovi di diritto divino, ma anco queste l'erano lustre sapendo che del Concilio di Firenze veruno voleva udirne parlare, e i vescovi o si accorgessero del tranello o no, abboccarono.

Composti a questo mo' gl'interessi del corpo, gli altri dell'anima aggiustaronsi di rincorsa; nelle tre ultime sessioni fu provvisto alla ordinazione, al matrimonio, alle indulgenze, alle immagini, al culto dei santi, e ad altre parecchie non lievi riforme. Non mai Concilio fu iniziato con intenzioni, ed anco con atti così ostili a Roma, e non mai alcuno rimase concluso con maggiore servaggio verso l'autorità pontifica; e non reca stupore, imperciocchè i prelati sovvenuti in prima nella opposizione dai principi trovandosi allo improvviso derelitti s'industriarono con la nuova sommissione ricattare la protervia antica. Il Papa, che si volle riformare ne uscì assoluto peggio che mai, molto più, che con una Bolla, vietò che altri chiosasse, e interpretasse le dottrine del Concilio, ed instituì una Congregazione di Cardinali deputata a interpetrare i decreti del Concilio; e di che sappia la facoltà d'interpretare in mano a Roma ogni uomo conosce; significa leggere nel Vangelo bianco, dove sta scritto nero.—Despota peggio che mai uscì il Papa dal Concilio di Trento, ed è vero, ma despota di seconda mano, arnese di servitù straniera alla Patria; il Concilio chiuse la porta a qualunque composizione co' cristiani di Oriente, e co' protestanti; sguinzagliò il fanatismo, che poi non volle, e più tardi non seppe reprimere. I popoli sperarono dal Concilio riforme gravissime; e rimasero delusi: le due tirannidi unite ai danni d'Italia la ridussero peggio che cimitero, però che questo raccolga quanto di materiale avanza alla creatura umana, mentre le nostre terre di ora in poi si fecero sepolcri di anime. Napoli e Milano spagnuoli; Venezia trepidante per trame occulte, o per manifeste violenze. Genova, Firenze, Mantova, Parma, Ferrara tratte schiave dietro al carro della Monarchia Spagnuola. Siena stramazzata per fame sul terreno imbevuto del sangue dei suoi migliori figliuoli; Lucca beffa di repubblica. Emanuele Filiberto, Alessandro Farnese, Ambrogio Spinola, Giovannandrea Doria, ed altri imperiti a combattere per la Patria, eroi per vincere battaglie ed espugnare terre in pro dello straniero; per la tirannide fulmini, per la libertà paralitici; lingua, andazzo, e tutto dentro, e fuori spagnuoli; intantochè i grandi stati intorno alla Italia si formano, la Italia per colpa propria, ed altrui si rompe in brandelli; poi viene la pace di Castello Cambrese, che marca la Italia in fronte, come nei tempi feudali i baroni marchiavano gli schiavi propri per non confonderli con gli schiavi dei baroni vicinali.

Pio V rimase come sfinito dagli sforzi durati pel Concilio di Trento; prima, che le riforme dei costumi si ponessero in esecuzione egli si dispose a godere del benefizio del tempo per sollazzarsi: di offici divini non volle intendere; di negozi meno che mai; prese a costruire fabbriche magnifiche, ogni dì feste, e conviti: le stemperatezze della corte di Lione X intendevano riformare, e rinnovavano. Ma il fanatismo, di che toccai, appena sveglio minaccia lo stesso Pio; un Benedetto Accolti, il quale nientemeno presumeva essere consultato dal Padre eterno intorno alle cose da farsi in questo mondo, ed anco palesava lo stabilito fra loro, non senza offerirsi a provarlo vero con lo sperimento del fuoco, macchina insidie alla vita del Papa. Causa della strage i fatti del Papa diversi dalle parole: costui incapace, anzi indegno, a reggere il gregge cristiano, Pastore di Cristo, si aggiunge un complice a cui promette un diluvio di beni nell'altro mondo; in questo non tanti, pure una buona derrata per la parte del successore di Pio: si appostano per trucidare il Papa, alla vista del quale manca loro il coraggio: da per loro si accusano; dovevano essere mandati allo spedale dei matti, e li mandarono al supplizio!

Ecco un santo, e sia per la chiesa; per noi uomo santo significa buono, che cammina diritto nelle vie del Signore di tutta misericordia; io lo dimostrerò a filo di storia; chi legge giudichi. Costui nacque di piccola gente a Bosco presso Alessandria, e si nomò Michele Ghislieri; si rese frate domenicano, in breve fece prova di fanatismo feroce, onde lo deputarono inquisitore, e lo preposero agli uffici di Bergamo e di Como come quelle che per la prossimità degli Svizzeri, e dei Tedeschi, o della Valtellina od erano o correvano rischio di riuscire più contaminate di eresia: dei modi suoi selvatici basti udirne tanto, che spesso ebbe a fuggire, o nascondersi in remoti tuguri: a Como lo presero a sassi: da Bergamo fu bandito dal governatore Niccolò da Ponte per colpa della improntitudine sua, non essendosi peritato da citare dinanzi al suo tribunale Vittorio Soranzo vescovo di cotesta città per provarlo intorno alla fede; il conte della Trinità a Fossano minacciò gettarlo nel pozzo: nella relazione dell'oratore veneziano Paolo Tiepolo se ne ricava la causa, che fu non volere costui pagare certa tassa per sopperire aì bisogni della guerra; però la minaccia non era annegamento, bensì bastone; e quando cotesto conte fu spedito dal duca di Savoia a complire il Papa per la sua esaltazione, questi glielo ricordò, ma al punto stesso aggiunse, che molto lo teneva caro e lo aveva in pregio perchè nemico acerbissimo degli eretici. Questi ed altri siffatti meriti supremi ora ed allora presso la Chiesa, per la quale cosa prima lo promossero commissario della inquisizione, poi vicario dello inquisitore generale; poco dopo Paolo IV volle consacrarlo vescovo di Nepi, e Sutri, ed indi a sei mesi Cardinale, e Inquisitore generale: eccessivo l'ufficio; e troppo più eccessivi i modi di esercitarlo, sicchè Pio IV lo cacciò via dal Vaticano, e lo ammonì a procedere con maggiore discrezione, se pure non voleva andarsene diritto come un cero in Castello. Diventato Papa invece di mutare costumi, levò la muserola alla immane indole sua: non conobbe giocondità alcuna di vita; il cibo più che parco, la bevanda acqua mista a poco vino, e al Tiepolo che gli osservò a quel modo non potria durare rispose sarebbe già morto se non costumasse così; mangiare la carne per medicina; non lasciò mai la camicia di rascia che come frate soleva portare; lunghe le preghiere, spessi i digiuni, i cilizi, le lacrime, le processioni a piedi, e capo ignudi, l'estasi, e i deliqui, insomma nulla difettava in lui di ciò, che forma un santo vero a mo' della Chiesa.

Subito la prese con le cortigiane, che in Roma furono sempre in numero stragrande, e nulla valse a chiarirlo che per la lontananza loro Roma andrebbe deserta; i disordini che ne uscirebbero infiniti; quello che premeva era attutire la lussuria, non già scacciare le meretrici; rimase sul duro, o fuori esse, od egli: e quelle partirono; tra esse, e i bertoni di un tratto Roma si vide scema di venticinquemila, e più persone (chè anime non mi pare che si abbia a dire); fra i creditori di quelle per danari o per robe date in prestanza un diavolio; peggio quest'altro, che degli amanti non pochi si mutarono in assassini, e colto il destro, fiduciosi d'impunità, parte delle sciagurate femmine misero alle coltella, parte annegarono dentro il Tevere: dopo cotesto groppo di danni il Papa consentì a correggere il suo comando: vietò ai medici visitare gl'infermi oltre la terza visita se non si fossero confessati; frugò per le case, pei letti maritali levando scandali quasi polvere turbinata dal vento sopra le pubbliche strade: ai bestemmiatori multa, frusta; e all'ultimo lingua fessa; fino sul vestire più o meno ampio pose norme, e divieti; egli stesso accusò il suo nipote Paolo ai Conservatori di Roma colpevole di vestire brachegrandissime; e poichè i Conservatori pensando ch'ei risposero, che i nipoti del Papa non andavano soggetti a simili prammatiche, egli tutto acceso soggiunse: «anzi hanno ad essere i primi, sostenete il mio nipote, e dopo avergli cavato di bocca chi gliele ha fatte condannate lui e il sarto.» Che fosse pietà ei non conobbe mai; non mitigò sentenza veruna, non perdonò: per lui Cristo poteva proprio risparmiarsi le parole: «non voglio la morte del peccatore; viva e si penta,» conciossiachè fosse convinto, che l'uomo non abbia facoltà di emendarsi; le conversioni ipocrisie, passata la paura i rei tornano a fare peggio. Veramente egli non conobbe nipotismo; il nipote Paolo, quello dalle brache larghe, riscattò di mano ai Turchi, e ci spese fino a 300 scudi; gli consentì ancora vivere a Roma assegnandogli sottilmente di che campare la vita; agli altri congiunti diede il puleggio accomiatandoli con qualce po' di danaro; creò cardinale il nipote Michele Bonelli figlio di sua sorella, perchè prete a modo suo era, e gliene facevano ressa i cardinali medesimi.—

Veruno, se non fuggendo, potè salvarsi in Italia dalla truce persecuzione di lui. Al duca di Albuquerque governatore di Milano ordina gli consegni Aonio Paleario, e quei glielo dà perchè il Papa quando si tratta di eretici può farli agguantare intutte le parti del mondo: a quali strazi fosse sottoposto il misero io taccio; basti, che fra i tormenti lo costrinsero a scrivere certa ritrattazione dove fra le altre cose confessa come il Papa in certe occasioni abbiail diritto di ammazzare di propria mano i colpevoli come leggiamo che facessero il sacerdote Samuele, e lo apostolo San Pietro[1], confessione la quale, a parere nostro, dimostra meno la debolezza del misero lacerato che la fece, quanto la stupida immanità di cui la fece fare. Ottavio Farnese non meno premuroso di tenersi bene edificato il Papa gli mandava in ceppi a sua richiesta Francesco Celaria, il quale anch'esso si chiamò in colpa, e chiese misericordia: nome e cosa ignoti a Pio V; entrambi perirono tra le fiamme: così del pari Pietro Carnesecchi fiorentino: convitollo Cosimo I duca di Firenze, e dopo pasto lo fece legare e trasferire a Roma: a questo tradimento si condusse Cosimo per paura, e per isperanza; paura, che Pio V (come di vero lo minacciò) abolisse la Bolla della istituzione dei cavalieri di Santo Stefano ottenuta da Pio IV; speranza di venire insignito da lui della dignità di Granduca, o di Re per ispuntarla sopra il duca di Ferrara, siccome accadde più tardi. Il Carnesecchi secondo corre il grido andò a fronte ferma, lindo di biancheria, e di panni, chè le altre vesti, e quali! somministrava il Santo Officio; gli fu compagno al supplizio un frate francescano del Cividale di Belluno: altri quindici furono in quel dì i condannati di cui taluno chiuso fra due muri, altri in prigione o in galera perpetue; altri ad altre pene. Anco Venezia per blandire cotesto santo Papa assetato di sangue mise le mani addosso a Guido Ginetti da Fano a Padova e glielo mandò a Roma. Il Fleury afferma che anch'egli fu arso, ma non è vero; dalla relazione dell'oratore veneziano si cava che il Papa lo condannò a prigione perpetua, non mica pei buoni uffici interposti da Venezia, sibbene perchè il Papa non lo giudicòrelapso, e più perchè per suo mezzo sperava venire in cognizione di molte cose importanti intorno alla fede; però il medesimo atto della Inquisizione che dannava il Ginetti alla carcere, commetteva alle fiamme quattro eretici, e dieci più multava con pene diverse: non isgomentavano il Pontefice nè altezza di lignaggio, nè potenza di signorie, nè dignità ecclesiastiche; vescovi, prelati, cardinali in prigione senza un riguardo al mondo; anzi nella relazione del Tiepolo leggonsi proprio queste parole: «ha avuto a dire Sua Santità tra i suoi familiari, che desidereria potersi giustificar, se qualche grande, ancorchè cardinale fosse di questo vitio colpevole, perchè faria procedere contro di lui con ogni severità, colla morte, e col foco acciocchè si cognoscesse che la giustitia si estende non solo contro i bassi, et poveri, ma anchora contro i grandi et potenti.»

[1]Quod ipsement summus pontifex, in casu aliquo potest etiam per se hæreticos occidere, ut legimus de Samuele et Petro.

Insomma al pari di Paolo IV in tutto impetuoso, eccessivo, e senza un briciolo di prudenza; onde il sagace Tiepolo riferendo di lui al senato di Venezia dice: «spesse volte nel dare rimedio a qualche disordine incorre in altro maggiore, procedendo massimamente per via degli estremi:» Chi ha vaghezza di conoscere più addentro di lui può leggere il suo catechismo catolico romano; a me non è concesso metterne quì nè anco uno estratto; chi si piglierà lo studio di confrontarlo colSillabodi Pio IX toccherà con mano se sia vero quanto più volte affermai, che i Papi sono tutti un Papa; gli screzi non contano; per portare acqua al suo mulino essi si rassomigliano come uovo con uovo.

Fuori di casa due cotanti peggio: quasi avesse bisogno di sprone stava li col pungolo addosso a Filippo IIdemonio meridionale, perchè s'imbrodolasse di sangue; nè rifiniva assillare quell'altro immane uomo il duca di Alva: non tregua, nè pace, nè misericordia, nel sangue si affoghi l'eresia; egli somministrerà armi e danari: se ce ne fosse mestieri apprendetelo da questo; certo frate agostiniano Lorenzo di Villacancio tra le altre cose consigliava Filippo: a tuffare la spada nel sangue degli eretici, se pure non teme, che il sangue di Gesù Cristo non gli si rovescii sopra la testa…. Il santo re David bandì dal suo cuore ogni misericordia verso i nemici di Dio; li percosse tutti, ad uomini non badò nè a donne, ai fanciulli infranse il capo alla parete. Moisè ed Aronne in un giorno solo sterminarono tre mila Israeliti dei cattivi, e fu un bel ratto; un angiolo, e questo è anco più bello, in una notte trucidò 60 mila nemici del Dio vivente. Ora quello che Moisè, e David fecero non avrete a fare voi? O non siete come loro capo di popolo? Non un angiolo del Signore? Ma sì che lo siete, però che la scrittura appelli per lo appunto così le teste coronate, e gli eretici non gli avremo a considerare nemici del Dio vivente?» Fra Lorenzo incontrò grazia presso Filippo il quale se ne valse come consigliere, e mestatore nei rivolgimenti di Fiandra. Avendo più tardi il re dovuto piegare alquanto ai voleri armati dei popoli Pio ne mosse smanioso lamento, ma Filippo gli fece dire in un'orecchio: non si scarmanasse perchè fermo di non attenere pure uno iota di quanto aveva promesso; allora il Papa si tranquillò: qualche volta si pesticciavano, il re non voleva intendere, ch'egli avesse ad obbedire alla BollaIn coena Dominiche vieta ai principi mettere le mani su quello dei preti, e il Papa a posta sua non voleva capire di regioExequatur; da un lato, e dall'altro querimonie grandi, ed anco talora minaccie, ma poi si riconciliavano; uno delizia dell'altro: anzi Filippo essendo caduto infermo, il Papa fu udito pregare Dio di tosargli qualche anno della sua vita per aggiungerlo a quella del suo figliuolo diletto Filippo II. Francesco Goubau di Anversa segretario del marchese di Castel Rodrigo oratore a Roma per Filippo IV raccolse e pubblicò duegentoventiquattro anni fa le lettere di questo Santo Papa; il de Potter nel 1827 ne imprese una seconda edizione a Bruxelles; io le ho lette, e mi hanno messo addosso il ribrezzo; la dottrina, che per loro s'insegna questa: «riconciliarsi mai; non mai pietà; sterminate chi si sottomette, e chi resiste sterminate; perseguitate a oltranza, ammazzate, ardete; tutto vada a fuoco e a sangue purchè sia vendicato il Signore, molto più, che i nemici suoi sono ad un punto i vostri.»

Esorta il Papa con coteste lettere il re di Spagna e il Duca di Alva a sovvenire il re di Francia per disperdere gli eretici; nell'ottobre del 1567 avventa lettere difuocoa Luigi Gonzaga duca di Nevers, a Girolamo Priuli doge di Venezia, al duca Emanuele Filiberto perchè le mani loro uniscano a quelle di Carlo IX e di Caterina dei Medici per torre via dal mondo gliugonotti. Al Cardinale di Armagnac governatore di Avignone manda confischi senza remissione tutti i beni degli eretici, e non ne renda particola ai congiunti loro comecchè buoni cattolici[1]: a quello di Lorena suo legato in Francia palesa il rovello, che ciò non sia stato a punto eseguito, dacchè la paura di ridurre i suoi cari nella miseria avrà virtù di trattenere i vacillanti, Dopo la battaglia di Giarnae esorta Carlo IX a rammentarsi Saulle; costui in onta al comando di Dio, manifestatogli mediante il sacerdote Samuele, non trucidava l'universo popolo Amalecita; sentì di qualcheduno misericordia, e lo salvò, onde in pena di questo orribile misfatto più tardi perse il regno e la vita: esempio che ogni re deve tenersi davanti agli occhi, perchè impari che trascurando la vendetta degli oltraggi di Dio, questi non volga contro lui l'ira, e il gastigo. Nel giorno medesimo scrive alla dilettissima figliuola in Gesù Cristo Caterina dei Medici: badi bene a non tentennare, non si rimanga, finchè gli eretici non sieno spenti tutti (deletis omnibus). Da capo a Caterina, al re, a tutti perchè s'impietrino e la vendettainesorabileempia di terrore la Francia: lo esempio di Saulle parendogli proprio al caso ecco lo rinnuova scrivendo al duca di Angiò, facendogli sapere, che Dio lo rese vittorioso appunto perchè sgozzasse quanti gli capitavano sotto: e stringendo tutto in una parola dirò, che gli occhi dopo lette l'epistole di cotesto santo vedono cosa dintorno colore di sangue.

[1] «Ne bona hæc propinquis ipsorum, aut affinibusquantumvis bonis et catholicisaut alia quavis ratione perveniant.»

Pio non aspirò il fumo del sangue della scellerata strage che va distinta col nome dinotte di San Bartolommeo; ma l'ammannì, la eccitò, la ordinò, sul punto di morire la toccava con le mani; di fatti quando il Cardinale nipote fu spedito in Francia per frastornare le nozze di Margherita col re di Navarra, Carlo IX tale si aperse con lui: «dirvi tutto non possiamo, ma in breve conoscerete a prova come non vi abbia cosa che valga a confermare la religione nostra in Francia, e a disperdere i nostri nemici quanto queste nozze… voi ve ne chiarirete fra poco: io voglio punire questi malvagi felloni facendoli tagliare tutti a pezzi, o non essere re, perdendo affatto la corona; e facendo questo obbedirò a Pio stesso, il quale mi eccita ad ogni momento di promovere in simile guisa l'onore di Dio, e quello della mia corona…. credete in me, anco un po' di pazienza, e il Santo Padre sarà costretto a confessare che non si poteva provvedere più, nè meglio per la religione.»

Tuttavia il Santo Papa non rimase privo di credenza del macello francese; gli letificarono il cuore le stragi di Caors, di Tolosa, di Tours, di Amiens; nè quivi cessarono la beccheria se non quando videro non avanzare più persona da uccidere; nè poteva fare a meno, imperciocchè gli editti regi ordinavano così: «si corra addosso agli empi sonando le campane a stormo; da per tutto si perseguitino, con ogni arnese si assaltino, come bestie feroci si sterminino, come lupi, come cani arrabbiati desolazioni del regno; se ne rompano le case; non rispettinsi anni, qualità, nè sesso: ferro e fuoco da ogni luogo a mo' d'interdetto.»

Non sono invenzioni dei Convenzionali gli annegamenti di Nantes, bensì imitazioni regie e chiesastiche, dacchè leggiamo che il governatore di Macon facesse quotidianamente buttare nella Saona all'ora della passeggiata a mucchi gli eretici; di che pigliavano maraviglioso diletto le buone dame cattoliche.—A Nantes, e a Lione il popolo inferocito saldò il conto dei sacerdoti, e dei re. Il santo Pontefice aveva mandato milizie ausiliarie a partecipare in guerre siffatte; le comandava un Gabrio Serbelloni. Io sono stato lunga pezza esitante se dovessi tacere o raccontare gli orrori di questa gente benedetta da Pio V, ma mi sono risoluto a dirle perchè uomo apprenda prete, che sia. Io non le chiamo belve perchè farei torto ai lupi, nè appongo aggettivi, perchè non ne conosco veruno abbastanza orribile che loro si attagli: alla presa di Orange il Serbelloni fece precipitare sopra spuntoni, alabarde, e picche gli ugonotti, appenderli e tuttavia vivi arderli a lento fuoco; le donne, svergognate prima, poi messe a bersaglio dagli archibusieri, o impiccate fuori delle finestre; dei fanciulli non si parla… le gentildonne le quali innanzi di patire oltraggio si erano uccise, furono esposte ignude alle scede della ciurmaglia con corna ficcate nelle parti sessuali: parecchi perirono negli spasimi di scottature cagionate dall'arsione di Bibbie di Ginevra abbruciate sopra il corpo loro.—Le abominazioni dello antico Egitto i soldati papalini rinnovarono in Francia; i contadini francesi li chiamavano: «ammazzatori di donne, e di fanciulli; amatori di capre;» però quante capre trovavansi nei luoghi da loro traversati incendevano.

Contro Elisabetta regina d'Inghilterra il santo Padre tramò congiure, tese insidie segrete, allestì guerra aperta, promosse le pretensioni di Maria Stuarda, la sovvenne con ogni industria, nè si rimase contento finchè non l'ebbe condotta al patibolo: rea femmina cotesta fu, e adultera e omicida, ma perchè papesca, la scattò di un pelo che oggi i cattolici non l'adorino sopra gli altari allato a Pio V: questi scrivendo al duca di Alba per indurlo a spedire milizie di Fiandra contro Elisabetta aggiunge,colei che la trincia da regina l'Inghilterra[1]; peggio poi quando scrive pel medesimo intento a Caterina di Francia; allora non si perita appellare Elisabettarea femmina e perfida; chiarisce com'egli cospirasse ai danni suoi, e sottecchi aguzzasse ogni ferro per ribellarle i sudditi cattolici, i quali per gli aiuti procurati alla Francia, non chiedevano altro, che essere a posta loro soccorsi a rimettere in trono la Stuardaloro legittima sovrana. Dunque per la stessa confessione del Papa è vera la trama contro Elisabetta? Perchè dunque la negano gli storici chiesastici? E perchè vanno fantasticando di amori offesi, e di senili gelosie?

[1] Quæ se pro Angliæ regina gerit.

Questo Papa promosse con tutti i nervi la guerra contro il Turco, la quale fu conclusa con la famose battaglia di Lepanto; ma non sarebbe giusto supporre che a ciò lo spingesse senso di civiltà; papa egli, papa Selimo, però gelosia di mestiere, chè è detto anticoil vasaio portare invidia al vasaio. Alle cose lungamente da me discorse intorno a questa battaglia nel libroIsabella Orsiniho da aggiungere, che cotesta vittoria rimase senza costrutto perchè l'anno seguente il Turco uscì in mare quanto prima gagliardo, e i Veneziani gli cessero Cipro prima cagione della guerra: i Cristiani poi ci guadagnarono la festa del Rosario, ch'è quella cosa composta di 150Ave Mariadivise per diecine sotto la presidenza di 65Paternostriinventata dal frate Alano bretone abitante in Olanda; e per vantaggino la giunta diauxilium christianorumnelle litanie. La cronaca di Torres y Aguilera narra come veruna palla o freccia offendesse il Cristo dipinto nel gonfalone; solo due freccie rimasero ciondoloni nel campo, le quali, osservate da una scimmia si arrampicò pei cordami, e quinci strappatele le buttò in mare: su di che osserva il Prescott, che considerando l'enorme quantità dei cappuccini e dei gesuiti presenti a cotesta impresa fa maraviglia come i miracoli fossero tanto pochi.

Nel pontificato di Pio V rimasero soppressi gliUmiliatipel tentativo di ammazzare San Carlo Borromeo; i frati si erano ridotti a 174 religiosi abitanti in novantaquattro monasteri; immensi i beni, e del pari immensi i vizi; la Chiesa ne pigliò le sostanze, di cui parte concesse a San Carlo per instituire seminari, e collegi di nobili, e di Svizzeri; la quale cosa dimostra come la Chiesa adopri la facoltà, che oggi contrasta altrui, di torre via religioni o inutili o dannose applicandone le sostanze ad opere di pubblica beneficenza.

Innanzi di morire volle Pio V. dare la benedizione al popolo, il quale non sapeva che farsene; ma tanto è, il Papa benedice sempre repugnanti, e volenti; di vero, appena morto Roma proruppe in tumulti come al Caraffa.—Il Cantù ei fa sapere, come Francesco Bacone certa volta fu udito esclamare: «o che gingillano a Roma a canonizzare santo questo uomo sovrumano!» Se la cosa sta come il Cantù la racconta gli è mestiere dire: che al gran Cancelliere talvolta si ecclissava la mente come pur troppo gli si ecclissò la morale. Parlando di Paolo IV. ho detto che costui rizzò la forca allato alla croce; Pio V. remosse la croce, e ci lasciò sola la forca: predicatore il carnefice. Nella Spagna e nella Italia l'eresia rimase annegata dentro il sangue, altrove crebbe, e combattè alla stregua della necessità; il cattolicesimo invece di acquistare perse i Paesi Bassi. Il Concilio di Trento, e le asperità di Pio impedirono ogni riforma onde gl'istituti mano a mano rinnovandosi durano, e il male rinchiuso dentro la Chiesa la divorò come il cancro: in Italia fra il popolo non si sentì più favellare di eresie, ma in regioni più alte fu coltivata la filosofia, meno presta sì, ma più radicale emendatrice di errori; la riforma aperse appena mezzo l'uscio alla ragione, la filosofia gliela spalancò tutta; la ragione luterana, o calvinista, o zuingliana, o valdese procedono impacciate, non sono avvinte di corde, ma di stringhe sì, la ragione della filosofia si libra per gli spazi sconfinati del pensiero; fra lei e Dio non occorre impedimento o ritegno.

Dopo Pio V. gli stati pigliano l'andatura, che conservarono fino verso il declinare del secolo decimottavo; Pio IV. sente e dimostra, che la Chiesa ormai senza il ferro dei principi non si regge; sotto Pio V. i principi si persuasero, che anco gli stati loro andrebbero a rifascio se sostenuti dalla autorità della Chiesa non impedissero qualunque spirito che sapesse di libero, ed anco di nuovo; rimase compita la teoria della reciprocazione di tutte le tirannidi fra loro, quella poi di tutte le libertà non hanno in qui appreso i popoli.

Qui sarebbe compito il mio assunto, il quale secondo il disegno, piacemi ricordarlo da capo, consisteva nel dimostrare quale e quanta la legittimità del dominio del Papa, e se vero, che non mai ne fosse stata alienata parte da lui: tuttavolta giova accennare come meglio io possa succinto, le guise per cui la Chiesa s'impadronì di parecchi nobilissimi municipi, e il perfido governo, che ne fece. I priori di Viterbo durante il secolo decimoquarto accoglievano seduti fuori delle mura il potestà inviato da Roma, nè lo immettevano dentro se prima non giurava la osservanza delle capitolazioni loro: a patti men larghi erasi dato Fano; la vendita del sale tutta a suo pro; balzelli per venti anni non ne avesse a pagare; libertà illesa, e diritto di eleggersi chi meglio volesse per potestà senza bisogno di conferma. Sinigaglia da sè s'imponeva le tasse, da sè le riscoteva; alla Camera apostolica pagava il convenuto; e di questo si chiamò contento non che altri Cesare Borgia; e Giulio II. cacciato via da Perugia il Baglione, si astenne da toccare le sue vetuste franchigie, aborrì il retaggio usurpato dal tiranno; per lungo tempo ella pagò al Pontefice un censo annuo di pochi mille scudi; anco sotto Clemente VII. partecipava alla difesa dello stato con milizie sue proprie; così pure Bologna, la quale conservò le sue libertà municipali, amministrò le sue entrate da sè, manteneva milizie proprie, e pagava il legato del Papa; non diversa Ravenna, e le città di Romagna tutte, che liberate dalla dominazione del Borgia, furono da Giulio II. ricevute a patto. Non sempre i governatori erano prelati; all'opposto bisogna confessare che le città stesse imploravano magistrati chiesastici, dai laici rifuggivano: dentro le città prima per necessità, poi anco per uso di discordia antico, il popolo minuto avverso al popolo grasso, il popolo grasso sospettoso dei nobili, i nobili nemici a tutti; i municipi stessi se non sempre contrari fra loro, di rado concordi; onde le assemblee provinciali attecchirono; così i principi e gli stati comporsi in lega o non seppero, o non vollero; i popoli eziandio rimasero disgiunti, bellissime gemme di collana sfilata, onde la causa perpetua della nostra nullezza politica. La poca virtù dei governati, anzi le ree passioni di loro provocarono i governanti ad asservirli, come ordinariamente succede; e poi maledicono al tiranno come cosa fuori di loro, e cadutagli addosso a mo' diaereolito, mentre egli nasce dalla servitù ch'essi chiudono dentro nel sangue. Allora nel rinnovamento dei patti di dedizione il prete astuto allunga la mano, e quando si tratta di franchigie da tasse aggiunge: «finchè per cause gravissime a me non piaccia altrimenti,» se di giudizi criminali da definirsi dai potestà eletti dal municipio, il prete mancino arroge: «eccetto nei casi di maestà e simili, ai quali piglierà parte anco il Governatore.»

I borghesi proviamo operosi, e pacifici, cupidi di guadagno, odiatori degli uomini, e delle cose capaci a sturbarlo di presente; del futuro non sanno; quando la vista di qualcheduno di loro si distende molto non passa la lunghezza del braccio con che misurano la pannina, però inchinevoli ad abbietarsi davanti chiunque loro accerti vita tranquilla, e commerci sicuri; talvolta se li difendono da sè, e allora tu li sperimenti feroci così, che Leonida alle Termopili si stinge a petto del borghese, che pugna per la sua bottega; non pertanto indi a breve caglia, chè la fatica lo uggisce, e il pericolo lo impaura; se taluno sorge a schermirlo davvero, ei volentieri lo paga con pecunia, con subiezione, e con la libertà. I nobili per converso schifano la fatica; ai guadagni tirano anch'essi, e come! ma bisogna sieno grossi; onesti non importa; storia questa non pure antica, ma odierna, anzi modernissima; però in ogni tempo armeggioni, arruffatori per allungare le mani in quel del pubblico: mestieri loro tiranni, e ladri; di altro non s'intendono. A simile maledizione aggiungi l'altra delle parti guelfa, e ghibellina, attutite sì, non però spente, le quali dividevano non solo cittadino da cittadino, ma eziandio città da città. A Fano i borghesi si costituirono in lega chiamata inSanta unionedi cui questo, lo scopo: «i pacifici si uniscone per opporsi alle ruine, e agli omicidi i quali non si limitano a desolare le famiglie dei tristi che li commettono, ma offendono altresì quelli che intendono mangiarsi in pace il pane guadagnato col sudore della propria fronte.» Di siffatti istituti vedemmo esempi nella Spagna, e ai dì nostri in Italia; ma poichè operavano separati dal Governo, furono da questo aboliti, ed a ragione, chè lasciandoli crescere avrebbero costituito uno stato dentro lo stato, o piuttosto lo avrebbono sovvertito, molto più che lo stato vecchio patendoli veniva a confessarsi inetto a mantenere la sicurezza pubblica, vale a dire, al fine pel quali i governi si fanno. Piacquero all'opposto ai preti, però che per causa di religione sottoponendosi a loro senza fatica e senza spesa si trovarono in mano uno arnese stupendo per riuscire; essi pertanto benedicevano cotesti istituti, li spruzzavano di acqua santa, con le indulgenze li santificavano, li presentavano con gonfaloni, e bandiere; tuttavolta non importa nè manco avvertire com'essi venuti in mano al prete non servissero già allo scopo proposto; al contrario senza pure addarsene servissero a perpetuare la discordia fomentata da costui; nè calunnio io, dacchè il governatore di Romagna G.P. Ghisilieri tale ragguagliava Gregorio XIII: «siccome il popolo disunito facilmente si domina, così difficilmente si regge quando è troppo unito.»

Oltre gli umori tra nobili, e borghesi una mala peste ingombrava le campagne, ed erano le famiglie di contadini collegate fra loro a modo di tribù; anch'esse assumevano nome di guelfe e ghibelline, ma agevolmente lo mutavano; in questo solo ferme, saccheggiare più, che potessero: non importa dirne il nome, basta la infamia; e di queste ai preti resse il cuore valersi per rendere subietti cui in loro fidò; nè ai tempi nostri i Prelati romani diversi; solo tu vogli ricordare le centurie di Gregorio XVI, e i masnadieri benedetti di Pio IX.

Talora o perchè si sentissero stringere troppo o per quale altra causa i municipi si rivoltavano, e collegati insieme si opponevano alla crescente tirannide; qualche volta anco soli, e la storia ricorda Ravenna, la quale dichiarò volersi dare ai Turchi piuttostochè patire la pretesca oppressura. Faenza, pontificando Lione X, cacciò via gli Svizzeri, i quali comecchè valorosissimi fossero, ebbero di catti fuggirsene, tanto può la pazienza offesa del popolo; in pari modo il popolo d'Jesi, assalito e vinto il governatore papalino esigente cose improntissime, lo bandiva dalle mura; però da queste sommosse non ne usciva libertà, sibbene raddoppiata tirannide, onde sovente sorse ragionevole sospetto i preti le provocassero per cavarne argomento ad opprimere. Di fatti, Ancona pagava al Papa tenuissimo censo; crescendo ella pei commerci a florido stato, di un tratto glielo crebbe; il quale aggravio da lei non si comportando ruppe a rivolta, ed assaltato il castello lo prese; si venne agli accordi, ma Clemente VII trucidatore della libertà della sua Patria, non era uomo di certo da rispettare quella di Ancona; sotto presto di difenderla dai Turchi fabbrica la cittadella; non anco condotta a termine alla sprovvista manda fanti, e cavalli ad occupare una porta della città; poi il condottiero delle armi va difilato al palazzo degli anziani, e significa loro che il Papa vale e vuole regnare assoluto: gli anziani piegano il collo e spulezzano; alla città è messo un duro freno a rodere Benedetto Accolti legato piglia in appalto l'entrate di Ancona per 20,000 Scudi all'anno: ordine questo, che praticato un dì nelle terre della Chiesa, dei Turchi oggi vediamo accolto eziandio dai governatori del regno italico. Dopo ciò il regno del terrore; gli antichi statuti manomessi; tolte le armi; i maggiorenti banditi, dai pubblici uffici la più parte dei cittadini esclusi, taluni presi, e decollati, e i capi loro esposti in mezzo a ceri accesi sopra un tappeto nero nella piazza del mercato. Questi i titoli di dominio della romana corte sopra Ancona.

E poichè Roma tiene della natura della lupa, la quale dopo il pasto ha più fame di pria, oppressa Ancona, si volta a Perugia a cui di subito cresce il prezzo del sale niente meno che il doppio; la città si oppone, e il Papa scomunicatala prima le intima la guerra; i Perugini non se sbigottendo punto depongono le chiavi della città a piè di un Cristo drizzato in piazza, e deputano venticinque difensori alla tutela della Patria. Basta l'animo per meritare la propria salvezza non basta per provvedere alla comune: i venticinque non seppero raccogliere forze e pecunia, e lo avessero anco saputo non avrebbero potuto rendersi gagliardi su le armi da fronteggiare Pierluigi Farnese, che mosse ai danni loro con bene 10,000 italiani, e 3,000 spagnuoli; e' fu mestieri mandare oratori i quali con la corda al collo, vestiti a scorruccio chiedessero inginocchiati perdono al Papa di avere avuto ragione. Questo il perdono del Papa; le armi cedute, ogni franchigia tolta, dei venticinque difensori fuggiti le case a terra, il consueto morso di una cittadella imposto; tutto il governo ridotto in un'ufficiale eletto dal Papa di cui il nome basta a chiarirne il compito: «Conservatore della obbedienza alla Chiesa.» Qualunque gravezza d'ora in poi i Perugini avessero a sopportare senza dire un fiato.

Ora considerino i discreti, comecchè religiosi e cattolici, se veramente il Papa per disfare simili nequizie sia facultato dalla parte di Dio ad opporre ilnon possumus.

Quasi correndo adesso io compirò l'arringo toccando dei Papi fino a Pio IX non perchè faccia mestiero al mio assunto al quale parmi di avere soddisfatto, ma sì perchè a causa della lunga laguna si verrebbe a perdere la tradizione dei Papato, quantunque a cui poteva averla smarrita troppo bene gliela fece risovvenire l'enciclica, e ilsillabodi Pio IX. Fu Ugo Buoncompagno uomo di vita gioconda, non imperito di giurisprudenza, nei negozi versato, di costumi facile, conobbe amori verecondi, ed ebbe un figlio, ch'egli amò ma non promosse a scapito della Chiesa, tenendolo sempre nei limiti di decente agiatezza non mai lo chiamò parte delle faccende di stato; molto meno consentiva usurpasse l'autorità principesca, onde certa volta ch'ei si attentò liberare di prigione due giovani amici suoi di studio lo bandì da Roma senza remissione, e lo avrebbe privato di ogni suo ufficio se le preghiere della sua sposa contessa di Santa Fiora non erano; non fu avaro, non violento, anzi propenso a donare, e benigno, e nondimanco acconsentendo alla spinta perversa di Roma quando gli giunse la nuova della strage, che piglia nome di san Bartolommeo, ordinò gazzarra al Castello Santo Angiolo con lo sparo di tutte le artiglierie, e fece falò; inoltre rendeva solennissime grazie a Dio, e bandiva un giubbileo perchè gli universi cattolici n'esultassero.

E tutto questo pareva poco per manifestare la letizia infinita del fatto, sicchè allogava a valenti pittori parecchi quadri che rappresentano, il primo Coligny investito da un sicario cattolico mentr'esce dal Louvre; l'altro la strage orribile degli Ugonotti; il terzo Carlo IX che in Parlamento si vanta di avere sollevato il boia in cotesta fatica; questi quadri durano tuttavia nel Vaticano nella sala appellata deiRe(e ci stanno bene) la quale precede la cappella sistina. La memoria di cotesta scalleraggine compariva raccomandata anco troppo alla esecrazione pubblica, ma non contenti i preti degli affreschi vollero commetterla anco alle medaglie; di vero Gregorio XIII ne fece coniare una, e stupenda la quale certo gesuita dabbene ci descrive così:da un lato rappresenta il macello orribile esegito da 60,000 uomini degli eretici nella capitale, nel corso di tre giorni e di tre notti, secondo il consiglio di Dio sovvenuti dal suo aiuto celeste[1]; dall'altro è la immagine del buon Gregorio. Per colmare lo staio il santo Padre spediva in Francia legatoa latereil Cardinale Orsino con la istruzione, cheinsista fortemente perchè la cura tanto bene incominciata co' rimedi bruschi non guasti con importuna umanità[2]; in così degna gara è naturale non volesse rimanersi addietro Carlo IX, ond'egli pure commise una medaglia dove da una parte si mira con un mucchio di cadaveri sotto i piedi, e dall'altra un fascio di allori fra gigli, corone, e collari di San Michele. La Convenzione provvide, sotto la finestra del braccio del Louvre, che sporge di più sopra la Senna, si murasse una lapide con la iscrizione:diqui l'infame Carlo IX di esecranda memoria bersagliava il suo popolo con lo schioppetto. Napoleone Bonaparte la fece levare; deliberato di crearsi tiranno s'imparentava con ogni regia nequizia: ora i re, secondo loro natura, uno la ripiglia per l'altro.

[1] non sine Dei ope, divinoque consilio eam stragemperpetratam esse in numismate percusso docuit Gregorius.

[2] insistat fortiter neque curam asperis remediisinchoatam prosphere perdat leniora miscendo.

Gregorio quando avesse voluto operare diversamente non sarebbe riuscito, imperocchè oggimai i gesuiti, e i teatini si arrogassero verso i Pontefici l'ufficio che i profeti giorno esercitavano co' re, e co' sacerdoti d'Isdrael; cresciuti nel deserto, custodi rigidi delle vetuste discipline, di repente comparivano per rampognare, punire, e correggere; assillato da cotesti mali cristiani, fino con 400,000 scudi per volta sovvenne Carlo IX nella impresa di lacerare da cima in fondo la Francia; da lui prese vigore la lega contro Enrico III, Enrico IV, quegli ucciso, questi ribenedetto dai preti perchè picchiava forte, e spesso: egli istigatore delle ribellioni d'Irlanda contro Elisabetta; egli irrequieto sollecitatore della guerra di Spagna contro la Inghilterra; e in quella il Vicario di Dio parve capire alla rovescia lo intendimento del suo padrone, però che una ventata delle solenni mandasse a rotoli la grandearmada; onde Elisabetta, anch'essa, coniò la sua brava medaglia con le navi spagnuole sottosopra, e il motto:affiavit Deus et dissipatti sunt. Così degli uomini chi piglia Dio per un lembo, e chi per un'altro secondo le sue bizze, ed egli infinitamente buono compassiona la follia di tutti e si lascia fare.[1]

[1] Prova dell'arrogante potenza abbilo in questo, che mentre la gente tremava al solo pensiero di provocare l'ira di Sisto V, al gesuita Francesco Roledo, quando costui promesse a cardinale il Gallo suo servitore, bastò il cuore di predicargli in faccia: «allorchè si conferisce un'officio pubblico in mercede di servizi privati si pecca: non perchè uno sia buon coppiere, o scalco gli si commette senza nota d'imprudenza un vescovato ed un cardinalato.»

A questo Papa dobbiamo il lunario cioè commise lo acconciasse a un Lilio calabrese, perchè i Papi da per loro non saprebbero nè manco fabbricare lunari; in compenso rovesciò sul paese questi altri danni: non volendo imporre nuovi balzelli sul popolo, e d'altra parte abbisognando di danaro cominciò da sopprimere franchigie, privilegi, e fin qui fece bene; poi sottopose a dazi la tratta dei grani e qui fece male: inoltre ricercato sottilmente quali fossero i beni feudali commise s'investigasse se fossero ricaduti alla Camera o per linea estinta degl'investiti, o per censo insoluto e così trovando si comperassero senza misericordia; prescrizione di tempo remotissimo non bastava, conveniva produrre la prova del dominio; cosa non pure difficile, ma impossibile; di qui universale sgomento; veruno o pochi si tenevano sicuri; taluni erano spogliati; troppi più tremavano di restare in camicia; agl'Isei levaron Castelnuovo, Corcona ai Sassatelli, Lonzano e Savignano ai Rangoni de Modena, Alberto Pio per evitare liti rendeva a patto Bertinoro; ma non si contentò la Camera; ella volle anco Verrucchio: dopo lo sbigottimento, come succede ecco sorgere il desiderio di resistenza, e col desiderio un legarsi, un raccogliere armi; per ultimo un prorompere in manifesta rivolta; rovinati per rovinati, dicevano i feudatari, giova morire con le spade in mano per la salvezza dei nostri beni. Impedita la libertà di commercio da questo Papa ignorante Ancona decadde per risorgere mai più; dalle economie manomesse nacque perturbamento nell'amministrazione, si rinfocolarono le parti, e procedendo di male in peggio da prima le furono soperchierie, e subito dopo omicidi, assassinamenti, e di ogni maniera immanità. A torme furono visti masnadieri scorrazzare la Campagna, e le Marche, gli assoluti dai Tribunali sovente essi condannavano e finivano; i dannati all'opposto assolvevano, e allora assalito il carcere ne li traevano fuori. Li conducevano uomini nobili, e prestanti nella milizia, un Piccolomini principe di Amalfi, un Malatesta, uno Sciarra od altri di minor fama. Il Papa spediva uno esercito sotto la condotta del suo figliuolo Giacomo, con facoltà da disgradarne le moderne russe in Polonia, ma non fece frutto, e ciò perchè essendosi egli alienati con le sue improntitudini gli animi del re di Spagna, del Senato Veneziano, del Granduca di Toscana, del Duca di Ferrara, insomma di tutti, questi si pigliavano diletto a dispettarlo, offerendo asilo nei propri Stati ai rifuggiti; nè per cosa al mondo consentendo a restituirli. E' fu mestieri ch'ei concedesse perdono al Piccolomini; dicono, che leggendo l'indice dei misfatti ch'egli ebbe a perdonare, lasciasse cascarsi dalle mani il foglio come vinto da ribrezzo, ma gli toccò a provare peggio, e fu (io lo dirò con le parole della relazione dell'oratore veneto Priuli) che monsignore Odescalco avendo ottenuto si rendesse certo prigione alprete Guercinofamoso masnadiere conosciuto col nome diRe della campagnatanto con questo mezzo gli divenne amico, «che si è fatto suo procuratore per impetrare la liberatione sua dal Pontefice, la quale era ordinata assolvendolo sua Santità da44 omicidi commessi. Et mentre si faceva la espeditione, è venuta nova che il ribaldo ha ammazzatoquattrosuoi nemici in un castello. Questi tristi se ne vanno di questa maniera burlando della giustitia, et se bene potriano essere rimessi dalla gran benignità di Sua Santità, pare non di manco non se ne curino. Niuna cosa più di questa dà travaglio al Papa, perchè vede il disordine, e la indegnità grande, pur non sa rimediarla.» Di vero anco questo estremo oltraggio non gli fu risparmiato, però che offerta la grazia a certo masnadiero Martinazzo, questi la ricusò dicendo: «io non so che farmene, mi torna più continuare bandito, che ridurmi a vivere in casa mia.»

Di Sisto V assai si favella, ma lo conoscono pochi; anco ieri leggendo non so che Diario, vidi appuntarmi di averlo nel Paolo Pelliccioni di troppo alterato: e' non sanno quello, che si dicano; non mai sommo pontefice meritò più di lui il nome di sommo carnefice: nè io lo infosco, bensì i suoi gesti; di vero quale concetto dobbiamo formarci noi di un Papa il quale inaugura il suo pontificato con la impiccatura di quattro giovanetti di Sora per l'orrore di portare archibugi comecchè mostrassero la licenza del porto di arme loro concessa da Mario Sforza luogotenente del Duca di Sora? E più tardi senza nè anco forma di processo intendeva mandare alcuni sciagurati alla forca, e udito come al suo fiero talento si opponessero le prime norme della giustizia tempestando esclamava: «orsù processateli, a patto che me gl'impicchiate prima di desinare, e abbiate in mente, che stamane ho fame.» Forse parrà troppa la esecrazione al Vicario di Cristo, al quale mentre altri dimostra non potersi con l'ultimo supplizio finire un giovanetto per pochezza di anni dalla legge reputato incapace di dolo, egli ferocemente beffando risponde: «ciò non tenga, se gli mancano anni per mandarlo alla forca ecco io gliene dono una dozzina dei miei[1].»

[1] Di Sisto V. nove vite, 4 stampate e 5 manoscritte; delle stampate sono scrittoriRobardi, Leti, Tempesti, Lorenta; delle manoscritteGualterio, Galetino, Anonimo, una altra vita emendata proprio da Sisto V; poi si hannoMemorie autografedello stesso Pontefice, ed altre memorie; per ultimo le relazioni degli oratori Veneti Priuli, Gritti, e Badoero, ed i dispacci Veneti dal 1573 al 1590.

Danno a Sisto facile la lode di sterminatore di banditi, e ciò ch'è peggio ai giorni nostri ripetono siffatto resultato doversi alle immani asprezze di lui, e questo non risponde al vero; al contrario si deve ai buoni uffici co' quali seppe nei primordi del suo pontificato conciliarsi i principi circostanti, ond'egli gli ebbe a provare benevoli quanto malevoglienti Gregorio, per la quale cosa disperati di asilo, sicuri di non potersi oggimai sottrarre alle meritate pene scomparvero: essendo anco a quei tempi per esperienza conosciuto dai rettori di stato non la gravezza bensì la sicurezza del castigo quella che tira indietro gli uomini da mal fare; la quale sentenza occorre significata nei ricordi di messere Francesco Guicciardini con queste parole di oro: «le pene eccessive… non sono necessarie, perchè da certi casi esemplari in fuora, basta, a mantenere il terrore, il punire e' delitti a 15 soldi per lira, pure, che si pigli la regola di punirli tutti.» Di vero, quando Sisto reputandosi bene assodato prese a fare il viso dell'arme ai principi non più Filippo II ordinò ai vicerè di Napoli, e di Milano obbedissero i comandi del Papa quanto e meglio dei suoi; Venezia, e Toscana gli procederono avverse, e allora, che cosa gli valse segnare ogni giorno della sua vita col taglio di una testa? Che i campi, le strade, e le foreste gremite di pali co' capi mozzi fittici su? E che salutare co' dolcissimi nomi quelli fra i suoi governatori i quali con maggior copia di teste mozze lo presentavano? Sul declinare della sua vita i banditi sguinzagliati dai principi tornarono a nabissargli lo stato; Piccolomini in Romagna, Sacripante in Maremma, Battistelli nella campagna di Roma; nel luglio del 1590 scorrazzarono fino alle porte della eterna città: sopra gli altri principi infesto Filippo di Spagna, il quale non andò immune dal sospetto di avere fatto propinare il veleno a Sisto.

Ed anco i Baroni romani inaspriti da Gregorio egli si conciliò, fino a dissimulare l'omicidio del suo nipote Felice commesso per ordine di Paologiordano Orsino, il quale non si fidando di coteste lustre si cansò con la sua Accorambona a Venezia; e a torto, imperciocchè il Papa s'industriasse imparentarsi con le case baronali Orsini e Colonna maritando due sue nipoti con Marcantonio Colonna, e Virginio Orsini, assegnando doti, doni, ed elargizioni le quali a cotesti tempi giudicate mirabili, oggi parrebbero immani; per certo tra danari, gemme, entrate, e di ogni ragione comodi non portarono le spose ai loro mariti meno di un milione di scudi per una. A cui ben guarda in questa agonia d'imparentarsi con le precipue famiglie baronali d'Italia ravvisa il villano che ha in uggia la memoria del suo umile stato.—Il nipotismo da Pio V abolito rispetto ad alienazioni in pro della famiglia del Papa di parte dei domini della Chiesa, Sisto rinnovò in altra guisa e fu sbraciare a ribocco entrate, e benefizi ai suoi congiunti. Provvide il cardinale Montalto di una rendita di centomila scudi fra patrimonio proprio, e benefizi, 250 mila e più glieli donò in case, suppellettili, e vasellami; poi cariche, offici a fusone tanto che fu estimato ed era il più ricco cardinale di Roma; così alla stregua gli altri parenti.

Certo non sarebbe giusto censurare Sisto se difettò della notizia dei precetti economici, che altri in queste faccende più versato di lui, a quei tempi ignorava; tuttavia anco allora parve strano creare debiti, e scorticare i popoli: per provvedere a immaginate necessità. Stupenda mania di Sisto radunare pecunia, tantochè Gregorio avendo lasciato l'erario al verde Sisto tenne sul serio che costui avesse commesso peccato grave da doverlo scontare per lo meno col Purgatorio; per lo che un bel giorno ordinò celebrassero non so quante messe per l'anima di cotesto Papa morto spiantato. Sisto pertanto durante il suo breve regno giunse a depositare al Castello S. Angiolo 5 milioni di scudi di oro; che ragguagliati al pregio della moneta dei giorni nostri farebbero un 300 milioni di lire; in vari tempi vincolò l'uso di cotesto tesoro a varie costituzioni, che volle giurate dai Cardinali, e furono non si spendesse in tutto o parte eccettochè per riscattare la Terra santa dalle mani del Turco, ovvero nella crociata universale contro lui, bene inteso però non prima, che l'esercito cristiano non si sia trasferito a proprie spese nelle terre degl'infedeli; ovvero se così tremenda soprastasse la fame al popolo romano, che non sovvenuto perisse; del pari in caso di moria: ancora, se qualche terra della cristianità corresse pericolo di cascare nelle mani dei nemici della fede: a più forte ragione, se fosse minacciato il dominio della Chiesa da qualunque principe infedele o no, il quale non istesse già su le mosse, ma fosse già mosso ai danni suoi: per ultimo se senza spenderci danari non si potesse ricuperare taluna terra alla Chiesa, e ricuperata conservarla. Questa costituzione corresse l'anno terzo del suo pontificato dichiarando potesse adoperarsi il tesoro per guadagnare provincie, o liberarle, a patto però che le dovessero rimanere in potestà della Chiesa ossivvero, permutarle in altre più proprie a benefizio di lei: insomma prestare a usura.—

I cinque milioni non furono nè anco quelli ch'egli ricavò dalla pratica detestabile della Curia Romana, cui egli estese ai limiti estremi, vo' dire creare nuovi uffici e venderli; di vero trovo come da 36,550 uffici e cariche venduti egli tirasse scudi 5,547,630; però depositava 547,630 scudi di meno di quanto aveva raccolto da questo brutto mercimonio: fra gli offici esposti allo incanto ne occorrono parecchi singolari, il Soldano ovvero carceriere di Torre di Nona, i custodi dellecatene, i Prefetti delle carceri, i Sensali di Macerata, e perfino 100 Giannizzeri! Sicuro, il Papa teneva presso sè i suoi Giannizzeri nè più nè meno come il Turco, e ne raccattava la somma di scudi 68,000. Instituì ancora undicimonti, tre vacabili, e otto no; ovvero imprestiti redimibili, e non redimibili. Ora bisognava pure in qualche parte pescare il danaro per sopperire al soldo degli uffici venduti, e all'interesse dei monti, che nel sottosopra puoi calcolare un venti per cento, epperò un milione, e più di scudi; quando egli fu assunto al pontificato scrivono la rendita della Chiesa sommasse a 1,746,814 scudi; alla morte di lui toccava i 2,576,814 scudi, che fanno 830,000 scudi di vantaggio; i modi, ch'ei pose in opera diversi affatto dagli usati da Gregorio, o sia che non ci fosse più nulla da levare di sotto ai feudatari, o sia, che Sisto volesse gratificarseli quanto gli aveva tribolati il suo antecessore: tutto sottomise a dazio, grano, vino, olio, le sostanze alimentarie di prima necessità, che più? Fino le povere alzaie, che tirano sul Tevere contro corrente i navicelli in compagnia dei bufali ebbero a pagare il balzello: alterò la moneta, e barattatala con la buona, anco questa dopo averla falsata rivendeva: buttò a terra il commercio aggravandolo di due per cento sul valore delle merci introdotte nella città; le quali cose considerando il Leti, quantunque si palesi ammiratore dei modi di amministrare di Sisto, non può astenersi da confessare: «lasciò il popolo così angariato, che da quel tempo in poi…. non si è sentito parlare che di povertà e di miseria avendo continuato i popoli ad essere esangui, e meschini.» Narrano come coteste diavolerie gli mettesse in capo certo ebreo portoghese chiamato Lopez, ma io noto, che i Preti nel magistero di piluccare danaro non hanno mestiero d'insegnamento, e possono tenere cattedra; di consigli non voleva saperne; in altri negozi talora si accomodava, ma in quanto a fare quattrini Sisto non pativa avvertenze; però avendo consultato il cardinale Albani di Bergamo, che cosa gli paresse del dazio sul vino rispose: «io approvo tutto quello, che piace a vostra Santità, tuttavolta, veda, approverei con più cuore, se questa tassa a vostra Santità dispiacesse.» Quando la tirannide imperversa questa opposizione apparirà anco troppa.

Celebrano autori così chiesastici come laici la magnificenza di Sisto nell'ornare Roma di fabbriche eccelse, e veramente meritano lode; però non fu, come pure si doveva avvertito, che spesso le sue costruzioni attestano altrettante distruzioni, ovvero trasformazioni; il famoso Settezzonio di Severo, reliquia davanti alla quale sembrava si fermasse il Tempo per ammirarlo non per distruggerlo fu abbattuta da Sisto e ne fece trasportare le colonne a San Pietro; gli era entrato l'uzzolo addosso di buttare giù ogni cosa, tra le altre il sepolcro di Cecilia Metella monumento illustre dei tempi della Repubblica; i romani atterriti da questa salvatichezza fratesca, gli stessi cardinali, eziandio quelli che più zelavano la fede cattolica si misero intorno al Papa scongiurandolo a deporne il pensiero, ai quali egli rispose: «che avevano torto perchè egli aveva avuto in mente di torre via le turpezze, sostituendo edifizi degni di ammirazione.» A malincuore pativa albergare nel Vaticano le statue di Apollo e di Laoconte; dal Campidoglio poi risoluto le mandò via; anzichè sopportarcele gli avrebbe dato fuoco: ebbero ad esulare dalle sedi terrene Giove e gli altri Dei consenti come già furono banditi dalle celesti: la terra e il cielo governano fati inesorabili! solo trovò grazia al cospetto del Sacerdote del nuovo Dio Minerva a patto, che deposta la lancia pigliasse la croce; così Pallade cecropia fu vista con l'elmo in testa, la gorgone sul petto, e la croce in braccio in sembianza di convertita alla religione cattolica romana. In pari guisa, remossa dalla cima della colonna traiana, l'urna la quale, secondo che ricordava la fama, conteneva le ceneri di Trajano, ci fece porre la statua di bronzo dorato di San Pietro, e gliela dedicò, per guisa che sembra lo Apostolo abbia operato le imprese contro i Parti e i Daci non già Traiano; non diversamente si comportò con la colonna antonina eretta dalla pietà di Marco Aurelio al suocero benemerito Antonino Pio, Sisto la incoronò con la statua di bronzo dorato di S. Paolo e gliela offerse in dono, onde S. Paolo a questo modo sembra il domatore dei Marcomanni, impresa che si contempla scolpita a vitalba intorno alla colonna: in entrambe Sisto procurò s'incidesse il suo nome, e se così giovasse, a poca spesa acquisteremmo nome di supremo fabbricatore fra quanti vissero e vivranno figliuoli dell'uomo. Degli obelischi non parlo anch'essi dallo Egitto trasportati a Roma dapprima onorarono gli astri, poi gli uomini. Sisto parve quasi un Nume per averli drizzati sopra la base, in Egitto coloro che li svelsero dalle viscere della terra non furono tenuti per superiori agli uomini. Storici che scambiano la storia co' panegirici gli attribuiscono molti, e sperticati disegni; tra gli altri quello del taglio dello stretto di Suez, che avrebbe tronche le ale al moderno Lesseps; forse egli potrà averli concepiti, ma per uomo di stato piccolo vanto è questo; imperciocchè d'immaginazioni Ludovico Ariosto sapesse partorirne più stupende; il nodo sta a chi governa di attendere a cose proporzionate alle forze, e con indefessa cura ridurle in atto e compirle. Rispetto a politica terminò peggio di Gregorio XIII essendosi inimicati il re di Spagna, e i Guisa senza guadagnarsi Enrico IV, che non fatto capitale di lui, anzi contro lui si propose re alla Francia; se cotesto re, abiurate le dottrine tornava in grembo alla Chiesa, ciò accadde più tardi non per opera di Sisto bensì per quella di Clemente VIII.

Notai come la fede cattolica prevalesse a furia di fuoco, e di forca in Italia e nella Spagna; adesso mi occorre aggiungere che parve anco volesse allagare sempre a modo di lava nei Paesi-bassi, in Francia, in Germania, e perfino nella Svezia, ma l'arco teso si ruppe; la ragione calpestata levò la testa tornando più gagliarda alle lotte, che all'ultimo non perde mai, anzi qui in Italia dove il trionfo del cattolicismo sembrò intero cosicchè i Preti pensarono potere tornare in ballo co' miracoli di Madonne, che piangevano, ridevano, o favellavano, e talora apparivano traverso un pagliaio, tale altra su di una siepe; qui nella potente Italia cessati gli studi teologici, e la opposizione scolastica lo ingegno si raccolse pigliando a consultare ilmanoscritto originale di Dio, vale a dire l'universo e la natura, buttati via i libri dei dottori: anco qui la Chiesa romana, quasi per istinto avvertita del pericolo, accorse a spegnere; a che prò? Ella non poteva immaginare, che meglio di venti cattedre avrebbe distrutto l'ammasso dei suoi errori un fornello di chimica; gl'Italiani devono, per così dire, ringraziare i Papi se scacciati dal sentiero dove sarebbero riusciti calvinisti, o luterani, o socciniani trovarono la strada della filosofia: le sette più o meno si proposero a fine la riforma, emenda, non estirpazione di errore; la filosofia di altro non si appaga, tranne dell'assoluta verità. Senza jattanza, per me credo, che verun popolo al mondo racchiuda in sè come lo italiano nostro istinto ed attitudine non di riformare, bensì di trasformare la vita della umanità.

Seguono tre Papi, che poco fanno e male: dirò succinto di loro. Intanto è degno di considerazione grandissima come secondo tira il vento gli uomini mutino voglie e concetti. Nella politica occorrono di tre maniere teorie, talune precedono più o meno lontano i fatti e queste talora imbroccano, e talora no; altre sorgono contemporanee ai fatti, e queste quasi sempre troviamo fallaci perchè più che da ragione dettate dalla passione; altre poi si cavano fuori dalla materia dei casi accaduti; e queste per ordinario danno ottimo argomento di governo. In questi tempi furono sposte teorie strane e per la sostanza, e per gli uomini, che le professavano; i chiesastici, i gesuiti, soprattutto il più assoluto diritto dei popoli per isgararla contro principi eretici bandivano: il solo Papa preposto da Dio al potere spirituale; non così al temporale; nondimanco anco questo gli sottostà a mo' che il corpo serve all'anima: certo il Papa per ordinario non esercita autorità alcuna sopra le leggi degli altri stati, ma se il principe negasse ostinato una legge necessaria alla salute delle anime, ovvero volesse imporne un'altra dannosa il Papa non solo può ma deve ordinare la prima ed abolire la seconda.—Errore solenne credere, che Dio abbia conferito all'individuo facoltà regia, ei la concesse al popolo universo; però in lui il potere, e in lui la facoltà di torlo ovvero darlo altrui; così il Bellarmino, il Sa negli Aforismi pei Confessori cavati dalle sentenze dei Dottori, Suarez ed altri parecchi: il Mariana nel trattato del Re, e della sua instituzione detta il panegirico di Giacomo Clemente il quale innanzi di uccidere Enrico III volle consultarsi con teologhi profondi in divinità: un'altro gesuita, il padre Boucher predicava: veruno potersi presumere legittimo re se non eletto dal popolo; solo un confino posto alla libera volontà di lui, e questo consistere nella scelta dello eretico; dove ciò faccia, la maladizione di Dio gli cascherà sul capo. Quando innanzi al Parlamento di Francia si deliberava sul partito della cacciata dei Gesuiti comparve un libretto di massime tratte dagli scrittori chiesastici, massime Gesuiti ostili ai principi, e come i Francesi costumano quando la vogliono spuntare ne diffusero a centinaia di migliaia anco per la Italia, e per la Spagna; oggi a ristamparlo in Parigi ci sarebbe il caso di rifinire in prigione. Simili dottrine poi non mica invise al popolo, all'opposto, da lui professate smanioso come quelle, che servivano al suo talento di contradizione, ch'è l'anima dell'anima del popolo francese, e Filippo II (mirabile a dirsi!) travolto dall'agonia di soverchiare la Francia le accetta, e le promuove anch'egli potendo più in lui la rabbia di nuocere agli emuli, che la necessità di provvedere a sè.

Per converso i protestanti sovvertitori nella fede, procedevano conservatori nella purità della monarchia sostenendo: Dio solo impone i principi al genere umano; a lui il diritto di suscitare, e atterrare, concedere, ovvero torre la potestà. Certo ai dì nostri il Signore non cala sopra la terra per regalarci un re, ma per virtù sua ogni stato osserva certe leggi nella elezione del principe; per modo, che se un principe venga promosso a norma di quelle, si può dire, che la voce di Dio ammonisca i popoli ad obbedirlo per re; da lui poi pendono i re avvenire per diritto legittimo di successione. Alla legge bisogna stare; se la si potesse offendere sotto pretesto delle colpe del principe, addio stati; la eresia non libera dall'obbligo della obbedienza, perchè in ciò che offende Dio non hai ad obbedire; nelle altre cose sì.—

Appena però il Papa, e i re ebbero messo in comune manette, sbirri, e carnefici, la Chiesa buttò via le dottrine sovvertitrici; da quel giorno in poi, ella non rifina mai bandire che i popoli hanno ad obbedire sempre ai re, e in tutto e per tutto; e non le mancano autorità; prima Cristo, dopo Paolo: il primo lo volle significare col detto: «date a Cesare quello, ch'è di Cesare.» più chiaro l'altro: obbedite ai principietiamtsi discolis. Passione vince prudenza anco nei savissimi, sicchè a seconda l'interesse più urgente l'uomo stesso sostiene a volta a volta il diritto, e il rovescio; e talora eziandio nel medesimo punto, donde la perdita di reputazione nelle autorità e la voglia nei popoli di sovvertirle quando cascano in dispregio.—

Chi volle ridurre il processo del Papato a teorie afferma, che il Conclave tenne nello eleggere i Papi questa ragione, al rigido surroga il mansueto, al parziale per Francia lo zelatore per Austria; ma non pare vero, almeno sempre; e così essendo siffatte alternative accadono non mica per consiglio, bensì per irrequietezza dei cervelli umani. Di vero, che Giovambattista Castagna ovvero Urbano VII. sostituito a Sisto V. si sarebbe mostrato diverso da Sisto non comparisce; anzi sembra lo indicasse egli stesso, allorchè sedendo a mensa con altri cardinali e con lui non rinvenne pera, che non fosse fradicia esclamò:—è tempo che le pere cessino; Urbano VII. durò nel papato non bene intere due settimane: ombra che segna la sua apparizione su le pareti del Vaticano e passa.

Ora la Spagna nel presagio che Francia pigli il sopravvento propone, o piuttosto impone al Conclave uno strano partito; ella farebbe una nota di sette candidati; eleggessero tra questi cardinali il Papa; non piacque; nè Spagna nè Francia la spuntano; il nipote di Sisto V. cardinale di Montalto incapace a creare il Papa, attissimo ad escluderlo se non gli garbasse; pure si accorda a promovere colui che gl'incresce meno: di qui la elezione di Gregorio XIV. Costui sparnazzò la pecunia improvvidamente raccolta da Sisto V. in usi improvvidissimi; sovvenne la lega di Francia contro il Re di 15,000 scudi il mese, e di fanti e di cavalli condotti dal suo nepote Ercole, e se non bastavano prometteva maggiori soccorsi: rinnovò la scomunica a danno di Enrico IV, spedì fino negli Svizzeri ad arrolare fanti con danari, e indulgenze; se queste operassero meglio di quelli non è chiaro, perchè gli uni e le altre buttavano con la pala, e gli Svizzeri avuti i quattrini pigliavano anco le indulgenze, che a qualche cosa a quei tempi la gente le credevano, e troppo anco ai nostri le credono buone: morì dopo 190 giorni di pontificato: ben pel mondo che morì presto; unico elogio degno di lui. Da capo gli Spagnuoli propongono sette cardinali, ed il Conclave fra questi elegge Giovannantonio Facchinetti da Bologna; anch'ei fu lampo, ma di luce maligna però che spedisse pecunia alla lega, consigli ad Alessandro Farnese per mantenere in subbuglio la cristianità. Adesso quelli, che l'odio divise, accorda, come per ordinario succede, l'interesse; i cardinali spagnuoli acconsentono a non procedere più ostili alle creature del Montalto, e questi per compenso promette non avversare i parziali di Spagna, che subito si pone coll'arco del dosso a fare riuscire il suo, il quale si chiamava Santorio, ed era cardinale di Sanseverino; in lui accadde una stranissima cosa; già lo credevano eletto; i camerari secondo l'uso davano il sacco alla sua cella; già gli emuli prostrati lo supplicavano di perdono, ed ei facile concedeva, dichiarava in pegno volersi appellare Clemente, tuttavia tremavano, avendolo a prova sperimentato feroce, quando ad un tratto il cardinale Altemps verificando trova mancare un voto ai due terzi onde la elezione diventa legale: allora preso coraggio dal pericolo il cardinale Ascanio Colonna esclama ad alta voce: «egli è chiaro; qui si vede che Dio non vuole Sanseverino, e nè anco io lo voglio.» Ripresero gli scrutini, e ad ogni volta egli perdeva voti i quali si logorarono sopra cinque; finalmente rimase eletto Ippolito Aldobrandino, che buono o reo consiglio lo persuadesse volle accettare il nome di Clemente scelto prima dal Santorio. Quale e quanta l'ambascia di questo non si crederebbe oggi, se avendo scritto egli le proprie memorie non ce ne avesse lasciato testimonianza irrecusabile; «la notte successiva, egli narra, fu la più dolorosa di tutta la mia vita; l'afflizione profonda, l'ansietà dell'anima (mi attenterò a dirlo?) fecero trasudare da tutto il mio corpo sangue!»

Chi Clemente VIII fosse non importa ricordare; nacque da Silvestro Aldobrandino fuoruscito di Firenze per colpa piuttosto di avere odiato il tiranno, che amato la libertà: fu grasso, fu avaro, fu gottoso, cupo, giurisperito, e ladro insanguinato; all'Austria caro per avere, negoziando, tratto fuori dalla prigione di Polonia lo arciduca Massimiliano. I principali fatti di lui questi: Enrico IV. assoluto, Ferrara ripresa, la famiglia Cenci assassinata per libidine di ricchezze: l'ultimo delitto negò temerario quanto inverecondo un Gesuita in certo suo libro impresso a Milano, e inutilmente, imperciocchè F. D. Guerrazzi nella ultima edizione della Beatrice abbia chiarito la malignità di costui con documenti usciti dalla mano propria del medesimo Papa. Quanto a Ferrara, la rabbia, bisogna dirlo, era fra i cani: i vulgari su la fede dei poeti credono che il magnanimo Alfonso fosse magnanimo davvero; le città sotto il suo dominio diventarono deserte; nabissati i canali, le riviere ostruite, per sabbie ammonticchiate la navigazione sul Po impedita: il duca venditore esclusivo del sale, esattore di un balzello sopra tutti i contratti, qualunque derrata entrasse in città aveva a pagare il dazio; ma questo anco ai dì nostri costumasi con la giunta del bollo; quello che non si costuma fra noi è il principe, come Alfonso di Ferrara, unico fornaio dello stato, e impiccatore di sei miseri co' fagiani legati ai piedi uccisi nel parco ducale: di omicidii commessi per via di sicarii non si parla nè manco. L'Ariosto nell'Orlando lo leva a cielo; nelle satire è altra cosa. Il Tasso sel sa se meritava le laudi che prodigo troppo gli sbraciava: il mondo sa la lunga prigionia a cui lo dannava, ma forse una causa più o meno giusta per questo possiamo supporre ch'egli avesse, ma il mondo ignora come lo lasciasse penuriare così anco nei giorni di favore da obbligarlo di mettere in pegno allo ebreo certi arazzi di casa e perfino le camicie; ed io non so immaginare sfregio più grave di quello, che gli fece quando con questi due versi ordinò gli desse il suo fattore una botte di vino:


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