PARTE TERZA

«Una botte di vin sia data al Tasso, «Mangi, beva, poeti, e vada a spasso!»

E più tardi scrivendo il Tasso al duca di Urbino ecco a che riduceva in prosa il magnanimo Alfonso cantato in versi: «il duca per naturale inclinazione è dispostissimo alla malignità, ed è pieno di una certa ambiziosa alterezza, la quale egli trae…. dalla coscienza del proprio valore, del quale in molte cose non si dà punto ad intendere il falso.»—

Disperato di prole, e pure repugnante a menomare la sua autorità, tardi elesse Cesare cugino suo erede, il quale ammonito come Clemente intendeva ricuperare ad ogni patto Ferrara feudo chiesastico deliberò mostrare il viso alla fortuna raccogliendo armi ed armati, munendo le fortezze, e facendo ogni altra provvisione di esperto capitano di guerra; e il Papa dal canto suo non si arrestava; anch'egli data la stura ai tesori di Sisto arrola eserciti, ammannisce grande apparecchio, conduce generali illustri, e non omette scomunicare Cesare con parole esecrabili, a suono di trombe e di tamburi, mentre le campane rintoccavano a morto, e gittando, giusta il costume, dalla loggia di San Pietro una torcia accesa sopra la piazza del Vaticano: però le sarieno state novelle, se Spagna non pativa, che il Papa facesse, e Francia non lo aiutava a fare; Cesare di Este assai si confidava a Filippo, tanto, che lo propose arbitro della lite, e si profferse mettere presidio spagnuolo nelle sue fortezze; non meno si riprometteva da Enrico avendolo gli Este sovvenuto nelle sue angustie di un milione di scudi, il quale se gli fosse stato restituito gli dava abilità di mettere insieme tale uno esercito da contrastare qualunque più potente principe della cristianità non che il Papa, tuttavia al maggiore uopo gli venne meno ogni cosa; Filippo vecchio, e sfiduciato, vinto ormai dalla sua impotenza piuttostochè persuaso della umana pochezza come dal suo testamento si manifesta rifuggiva a commettersi da capo alle ansiose vicende della guerra, però scrisse ai suoi Vicerè d'Italia lasciassero correre: Enrico era nemico mortale della gratitudine: troppo gran servizio il milione di scudi, ond'ei potesse rimunerarlo con altro, che col perseguitare il creditore; e poi lo stringeva necessità di tenersi bene edificato il Papa, il quale o favellasse sincero oppure fingesse sempre dubitava della lealtà della sua conversione, per la quale cosa non gli parve vero potere gratificarselo alle spalle altrui; e da ciò venne che non solo consentì al Papa di operare a modo suo, ma sì gli scrisse avrebbe mandato in soccorso di lui uno esercito intero oltralpe, e se non bastava sarebbe accorso in persona: se poi lo avesse fatto, è un'altro paio di maniche. La Corte romana per lo inopinato ardore di Re Enrico andò in visibilio; di eretico dannato al fuoco eterno per poco non lo salutarono Giuda Maccabeo, e Gedeone. Il cardinale di Ossat gli scriveva: «non ho parole, che bastino per significarle quante lodi, benevolenze, e benedizioni la Maestà vostra siasi tirate addosso in grazia delle sue profferte.» Don Cesare abbandonato dagli amici di fuori, dentro insidiato ebbe a cedere; Clemente acquista Ferrara, la quale da prima resse benigno, poi mano a mano acerbo, più acerbo, e finalmente acerbissimo; tanto, che per sospetto volesse il popolo ferrarese dare la balta il Papa ci fece costruire la fortezza, e i Ferraresi si condussero a lamentare il dominio estense; cosa d'altronde ordinaria nelle tirannidi, che la nuova desti il desiderio dell'antica non perchè paia quella più dura, ma veramente sia.

L'assoluzione di Enrico IV fu negozio, che dopo averlo succhiellato da una parte e dall'altra visto che tornava ad ambedue si sarebbe tosto conchiuso, ma il Papa andava giravoltando un po' per tema di Spagna, un po' per cavarne più, che potesse: così tentato prima Filippo, che ormai, come avvertii, aborriva da nuove guerre, ed impartita al negozio indole religiosa per modo che il piissimo Re spagnuolo l'avesse a trangugiare lodandolo aperto, ed in segreto maledicendolo poteva avventurare il passo, ma allora appunto cominciarono le ambagi di Roma; tuttavia quando tirate troppo le corde fu temuto, che le si rompessero il Papa calò, molto più che nel mezzo tempo Enrico faceva a vittoria succedere vittoria; in Francia per la solita voglia di saltare dallo scacco bianco al nero, o piuttosto per paura accadde un solenne voltolone. La Sorbona revocando i suoi decreti dichiarò la monarchia d'istituzione divina, necessaria la obbedienza al Re quantunque respinto da Roma, e poichè il becco emissario ci ha da essere sempre questa volta toccò ai gesuiti; anzi in quel torno un Giovanni Chatel avendo assalito Enrico per ammazzarlo e trovato che a costui avevano guasto il cervello le prediche dei gesuiti, questi ebbero ad uscire dal regno come seduttori della gioventù, perturbatori della quiete pubblica, nemici dello Stato e del Re.—I patti apposti alla assoluzione del Re non gravi per ora quanto alla sostanza, ma quanto all'apparenza eccessivi, imperciocchè Enrico dovesse farsi rappresentare da un'oratore a posta il quale nel portico di San Pietro genuflesso ebbe a leggere la supplica regia, e a sopportare di essere percosso con le verghe su le spalle secondo il rito di Roma quando assolve gli scomunicati.—

Dicono che Enrico esclamasse:—Parigi vale bene una messa!—Se questo dicesse ignoro; certo parmi che da eroe non adoperasse, bensì da uomo di stato valoroso, imperciocchè secondo che avviene nei perturbamenti politici, le parti estreme si fossero combattute, e stremate; gli eccessi vicendevoli le avevano scemate di credito, e la parte mezzana standosi da canto cresciuta di forze, ampliata di aderenti per avere quiete accettava il Bearnese a condizione si rendesse cattolico; e il Bearnese considerato, che contro questa parte non sarebbe mai venuto a capo nè anco se i suoi ugonotti fossero stati interi, epperò molto meno poteva riprometterselo adesso che erano laceri; pensando altresì come a cotesta parte per vincere basti stare fermo, di un tratto staccatosi dagli amici, a piè pari le salta in mezzo, e regna.—

Anco il Papa ci fece il suo civanzo, oltre quello che apparve stipulato, e questo fu, che si amicò la Francia senza romperla con la Spagna, onde alla occasione si procurava la scelta della servitù; alla Italia poi invece di uno pose sul collo due gioghi, consueti doni del Papato. Di Alessandro dei Medici, che prese nome di Lione XI altro non è a dirsi, eccettochè visse soli 27 giorni; i Francesi, i quali lo reputavano a loro propizio ci spesero per ispuntarla contro gli Spagnuoli 300,000 scudi; li giuntò la morte, e per questo li posero in canzone gli Spagnuoli, che messi su l'avvisato attesero con diligenza maggiore alla nuova elezione donde uscì fuori Cammillo Borghese in fama di loro parziale, che tolse nome di Paolo V.—Anco di lui breve, comecchè agitasse gravi cose, ma all'argomento nostro non pertinenti; poco seppe dei governi del mondo sprofondato negli studi forensi nei quali acquistò nome di sofista, e d'ingegno cupido, mascagno, e presuntuosamente cocciuto; siccome per essere eletto Papa egli si astenne dai soliti intrighi, ebbe fede sul serio trovarsi assunto alle somme chiavi per virtù dello Spirito Santo; oltre questa fede egli n'ebbe un'altra, e fu, che lo avessero ad uccidere di ferro, o di veleno; per la quale cosa sospettando di tutto, e di tutti viveva misera vita; impaurito atterriva, e a danno suo lo seppe il misero Piccinardi cremonese, il quale compose non so quale poema satirico nè manco in ispregio di lui, sibbene in odio di Clemente VIII; il misero poeta non lo aveva per altro pubblicato con le stampe, anzi lo teneva sotto chiave; lo denunziò una donna; Paolo ne prese occasione per ispaventare, e siccome la voglia sua parve piuttosto immane, che feroce, magnati Romani, oratori di principi amici lo supplicarono per cotesto fallo non volesse fare sangue, ed ei lo promise: ma quando se lo aspettavano meno gli mozzò il capo a Santo Angiolo, e ne prese i beni. Proseguendo nella tumida presunzione scomunica il reggente di Napoli per avere dannato alle galere per cause attenenti ad interessi chiesastici un protonotario, e un libraio; si arruffa con Savoia a cagione di benefizi, con Genova per avere vietato le assemblee dei Gesuiti scuola perpetua di subbugli, con Lucca la quale ordinò i decreti degli officiali del Papa non si eseguissero se non dopo ottenuta l'approvazione del Governo; con Venezia poi molti e vari i capi di contesa nè spirituali tutti; litigavano pei confini su quel di Ferrara, per le pesche, e per la navigazione del Po; il legato di Ferrara fece pigliare alcune barche peschereccie dei Veneziani; questi per rappresaglia si portarono prigioni una frotta di papalini, e con navigli armati sostennero a forza le loro ragioni. Ma il Papa più pertinace che mai pretende i diritti regali su Ceneda, e i Veneziani non gli danno retta; egli ordina i giudizi dei tribunali vescovili della Venezia si deferiscano a Roma, i Veneziani minacciano a cui obbedisce guai; il Papa scomunica i renitenti, i Veneziani provvedono non sorta effetto civile la scomunica: poi venne il negozio delle decime; il Papa le volle per sè, non le potendo ottenere, dispensava da pagarle; se non le poteva esigere egli nè anco i Veneziani le dovevano avere; anco su i libri si levarono querimonie infinite: larghi i guadagni di questa industria a Venezia; il Papa si affaccendava quotidianamente a proibirli mettendoli alloIndice; a questo mo' impedito che a Venezia si stampassero e altrove emendati alla sua maniera procurava si pubblicassero a Roma: questo volgere l'autorità spirituale in prò della bottega uggioso sempre, insopportabile adesso perchè lesivo gl'interessi del commercio, di cui ogni mercante è tenero, e i Veneziani ne furono tenerissimi. I Veneziani dal canto loro non tenevano le mani a cintola, e con lo escludere dalle assemblee chiunque tra loro per professione, e per elezione dipendesse da Roma, taglieggiare il clero fino alla carne, pretendere, che i benefizi ad altri, che paesani non fossero, non si avessero a conferire, e questi soli presiedessero alla inquisizione, vigilare ogni ritrovo chiesastico, impedire, che pure un quattrino ricapitasse a Roma rendevano pane per focaccia. Insomma alle romane improntitudini significate a questo modo, che gli stati volendo anco in minima parte mescolarsi nei negozi della Chiesa, dirigerli, molto più contrastarli commettevano tirannide pagana; lo imperatore non può giudicare i Papi, ma sì i Papi gl'Imperatori; l'anima ha da vincere la carne, lo spirito supera la materia: da quando in quà la pecore si rivolterà al suo pastore, o lo vorrà sermonare? Il sacerdote va esente da qualsivoglia balzello; ha da essere pagato non già pagare; egli appartiene alla famiglia di Cristo: mirate i Leviti, tutto Isdrael contribuiva loro la decima. E i sacerdoti non rendono con inestimabile usura questo po' di benefizio terreno pregando pei peccatori, ed offerendo il sagrifizio? Da Cristo scende il sacerdozio cristiano così, che spento l'ultimo prete (inorridisco a pensarlo!) preti non se ne potrebbero trovare più nè anco a pagarli cinquanta centesimi l'uno; degl'Imperatori, dei Re, Duchi, Granduchi, Arciduchiecceterapoi il popolo ne possiede la stampa. Tanto affermano il vecchio, e il Nuovo Testamento, i dottori della Chiesa, i Concili, e perfino le Bolle dei Papi.

Tra i Veneziani allora viveva un frate servita Paolo Sarpi uomo di costumi illibati, dotto in molte maniere di sapienza umana, d'ingegno acre, e battagliero, indefesso agli studi, nelle dottrine canoniche singolare; e per di più padroneggiato da passione dominante, che era l'odio contro l'autorità temporale dei Papi: il Senato l'oppose a Roma; e il Sarpi solo dimostrò col vangelo, co' dottori, ed anco con i Concili (perchè ce ne ha di tutti i colori) che tutto potere ci viene da Dio e lo ha detto l'Apostolo (il quale se la poteva risparmiare) che ogni persona è tenuta ad obbedirlo, e lo ha detto Dio; al principe sta dettare le leggi, giudicare la gente, imporre le gravezze, ed in questo così chierici come laici dovergli sommissione: per nulla le prerogative del principato eccezione del sacerdozio; al contrario quelle del sacerdozio concessioni del principato; questo dette alla Chiesa possesso e giurisdizione, e l'è protettore, anzi patrono; da lui pertanto a buon diritto dipendono la nomina ai benefizi; e la pubblicazione delle bolle, e via discorrendo. Gli è chiaro che riusciva più agevole mettere insieme l'acqua e il fuoco, che queste due pretensioni contrarie, si venne alle rotte, e il Papa scomunicò il Doge, il Senato, tutti i magistrati della repubblica, e segnatamente iconsultori; impose altresì ai preti pubblicassero la scomunica dagli altari, o affiggendola alle porte della chiesa, a chi mancasse guai in questo mondo, e nell'altro. Il Doge Leonardo Donato, eccetto un po' di decreto stampato in un quarto di foglio col quale ammoniva il clero a non curarsi di quelle grullerie, ed a continuare nel debito verso la Patria, non se ne dette per inteso. Avvertiti i Dieci come certo parroco si fosse vantato bandire la mattina di poi la scomunica, notte tempo gli fecero rizzare le forche dinanzi alla Canonica, e bastò; al Vicario di Padova, il quale interrogato dal Provveditore, che cosa intendesse praticare circa la pubblicazione della scomunica, rispose: «io farò quello, che lo Spirito Santo m'ispirerà.» Il medesimo soggiunse: «reverendissimo ci pensi due volte, perchè io so di certo che i Dieci hanno risoluto impiccare qualunque prete a cui lo Spirito Santo inspirasse la pubblicazione.» Lo Spirito Santo, certo per non mettere a repentaglio il Vicario, si astenne da ogni ispirazione. Ricorrendo la festa delCorpus Dominiil Senato provvide si celebrasse con solennità straordinaria, e così come sapevano i nostri maggiori mostrarono ai preti che mal presumono trafficare su Cristo come cosa di loro privativa: Cristo è dei cristiani, e meno di ogni altro di loro. Roma arrovellando voleva dire, e fare; quanto a dire ella mantenne la promessa anco troppo, quanto a fare e' fu diverso; la guerra rimase alle minacce; non così circa allo assassinio del povero fra Paolo; la prima volta fu spedito da Roma Rutilio Orlandini per ammazzarlo; di presente gli pagarono un mille ducati; compita la strage avrebbe avuto, chi dice 5000, e chi 50,000 ducati; egli prima di partire mostrò a Flavio di Sassoferrato l'assoluzione del delitto il quale stava per commettere: non importa nè anco notare che i preti negano a spada tratta; ma che non negano, quando torna loro i preti?

E tuttavia si avrebbero a ricordare, che il Cardinale Barberini poi Urbano VIII, andava in Parigi promettendo nonchè assoluzione indulgenza a cui ammazzasse fra Paolo, Clemente VIII, aveva concesso mediante uno elegantissimo breve in virtù del quale era dato facoltà a taluni cittadini di Rieti di spengere senza sospetto di pena in questa e nell'altra vita gli assassini del padre loro. L'Orlandino, messo appena il piede su quello della repubblica, fu preso, e strozzato in un bacchio baleno: più avventuroso, o piuttosto più misero di lui Ridolfo Poma il quale forse pei conforti del Papa stesso, e certo poi di Cardinali, Prelati, e Chiesastici di ogni risma legatosi con parecchi preti, e parecchi ribaldi assalito a tradimento il Sarpi presso al suo convento nella contrada di Santa Fosca lo lasciò come morto per terra trafitto da venti coltellate. Tuttavolta ei sopravvisse, e all'Acquapendente, che nel medicargli quella delle ferite la quale dalla manca orecchia destra gli passava tra il naso e la guancia notò non averne mai veduto altra più strana, egli avvertiva: «la è fattastylo romanae Curiae.» Nè qui rimase l'odio, che non perdona mai, imperciocchè Roma non aborrisse a gran pezza Calvino, e Lutero quanto fra Paolo; s'industriarono farlo avvelenare nel cibo, ovvero nei panni co' quali curava certe sue infermità emorroidali; essendosi salvato il Poma lo ridussero prima al disperato, poi lo aizzarono a tentare da capo assassinarlo; e così durarono un pezzo le insidie finchè la coscienza pubblica in Italia, in Francia, e in Germania si rovesciò contro la infamia di Roma: allora il Papa, e i preti si avventarono a un tratto su quanti poterono mettere le mani addosso, e come dettava loro la paura di rivelazioni temute, la rabbia di minacciosi rimprocci e la speranza inane di coprire con la ferocia nuova la complicità antica gl'imprigionarono strepitosi, in mezzo ad apparecchio eccessivo, e li posero in parte dove non videro più luce: intanto i Veneziani in silenzio avevano agguantato gli altri, e segretamente consegnati all'acqua o alla terra. Interpostosi Enrico IV, tutti questi dissidii si composero; i Veneziani in apparenza piegarono, in sostanza no, chè mantennero inalterata la propria giurisdizione sul clero, e la legge intorno i beni stabili chiesastici. Assettate le controversie venete Paolo ad altro non attese, che a fabbricare congregazioni, instituire ordini religiosi, ed a promovere lo incremento di casa Borghese; ai tempi suoi si rinfocolò più che mai tra Gesuiti e Domenicani la lite intorno la immacolata Concezione; quelli l'affermavano, questi la negavano, ei fe' silenzio, e messosi in mezzo impose silenzio ad ambedue come per riservarne la gloria di deciderla al nostro Pio IX; e vietò anco un'altra cosa, e fu che il Galileo si astenesse come da eresia dallo insegnare la dottrina del moto della terra: altro non occorre dire di lui, ed è già troppo il detto.

Ormai la storia del Papato diventa di papa in papa più inutile pel nostro scopo; ora coglierò in qua e in là qualche fatto, il quale confermi il concetto, che egli da sè come potenza temporale non può reggere: commesso alla protezione di potenze straniere si sente sbatacchiato ora da questa parte, ed ora da quella, servo spregievole e mal fido, sicchè lo Spirito Santo uccello smarrito batte incerto l'ala senza più sapere dove ei si abbia a calare. Gregorio XV. tenta riprendere lo spirituale per servirsene di leva a rifare lo stato; ma lo spirituale solo non fa prova, ed ei reputa venirne a capo stringendosi in società con l'Austria; però mettono in comunella fra loro sacramenti, e carnefici, missionari, e sbirri; l'Austria tiene i popoli pei piedi, il Papa li converte con la corda al collo; e tuttavia ella parve prevalere; la Germania rimase inondata di frati predicatori, le prediche dei quali se convertivano tanto meglio, se non convertivano subentravano i soldati a disertare gente e paesi; felici i banditi! Le missioni, seme di rabbia, e di furore in Europa, attecchirono in America, e ciò perchè in Europa opprimevano, in America parevano affrancare; fra popoli eruditi Roma faceva ufficio di spegnere, tra ignorantissimi appariva luce di intelletto; qui niente aveva da insegnare; costà se non tutto, molto. Anco in Francia la Chiesa sembrò rifiorire, però che la baronia, d'indole ad un punto prepotente e servile, considerando adesso la Monarchia di concerto con la Chiesa, non trovasse il suo conto a dare del capo dentro un'arnese tanto gagliardo; e poi capiva che governo aristocratico la Francia non patisce; costà gli aristocratici comparvero e compariranno sempre a mo' di penero cucito all'orlo del mantello reale o imperiale: arrogi a questo, che la dottrina della riforma impaziente di autorità senza quasi addarsene aveva incamminato i popoli alla repubblica, e già se n'erano visti i segni; e se ai Monarchi la repubblica garba quanto il fumo agli occhi, nè manco piace agli aristocratici che quelli sono monoliti, e questi frantumi di tirannide schietta. Dove tu cerchi se la Chiesa se ne avvantaggiasse, tu trovi il contrario, e ciò perchè gl'interessi andarono tutti da un lato, e veramente furono i più; la fede rimase dall'altro scarsa, ma depurata da ogni terrena miscela, epperò miglior seme per fruttificare, e per vincere. Anco nei Paesi Bassi, per testimonianza del Bentivoglio fu visto agitarsi un moto tendente al cattolicismo, e i piedi guazzavano sempre nel sangue per le guerre contro Roma; certo il Bentivoglio come nunzio romano merita piccola fede nei suoi scritti, e tuttavia quanto egli afferma può darsi, imperciocchè non so se accada, come affermano nell'aria, ma sicuramente nello spirito umano, la corrente, che succede, tira nel verso contrario a quella, che passa. Nella Inghilterra comparivano indizi di non lontana mutazione; costà reggeva il figliuolo della Maria Stuarda vago di procurare a Carlo suo primogenito nozze spagnuole, e Gregorio in istile di gente innamorata gli scriveva: «la vecchia radice della pietà cristiana feconda un giorno di sì bei fiori fra i monarchi inglesi germoglierebbe da capo nel suo cuore.» A questo modo al Papa pareva camminare in bussola; sopra tutti appoggiavasi, lo sostenevano tutti; ad un tratto Austria e Spagna si legano contro Francia a cagione delle alpi elvetiche; il Papa esse tirano chi di quà e chi di là; era mestiero risolvere, e commettere la tiara all'alea delle battaglie; prevalse la buona fortuna di Gregorio XV. eletto a comporre le liti, e lo faceva forse, se la morte non gli avesse tronco le pratiche. Subentrato a Gregorio Urbano VIII. dei Barberini cambia aspetto ogni cosa; Gregorio in cuore austro-spagnuolo, in sembianza no, Urbano poi francese affatto in apparenza ed in sostanza; ed a rilevare inoltre i fiacchi spiriti di Francia ecco sorgere ministri Vieuville e Richelieu; allora il nuovo Papa butta all'aria le nozze di Carlo Stuardo con la infanta di Spagna ponendo per patto nella dispensa, che il Re si obbligasse a costruire chiese cattoliche in ogni provincia del regno; Giacomo, il quale, a quanto pare, aveva per la sua testa un po' più di tenerezza del figliuolo Carlo ne dismise il pensiero: nè basta; in odio all'Austria, e alla Spagna Urbano si accosta ai protestanti, e fidato alla Francia mulina non so quali disegni: di un tratto, la Francia, seguendo la vecchia usanza, conchiude la pace di Monzon, e pianta i collegati su le secche. Questo saggio della lega francese gli avrebbe pure dovuto aprire gli occhi, ma non valse; intricatosi nella successione di Mantova chiama i Francesi a pigliare parte nelle faccende in Italia; egli li sovverrebbe con i danari, e con le armi: allora al Papa non cadeva in mente essere il padre dei fedeli; crisma contro crisma egli spingeva e portava: sempre invasato dall'odio contro l'Austria nella guerra dei 30 anni parteggia per Gustavo Adolfo di Svezia, e favorisce i protestanti: dopo fabbricato il porto di Civitavecchia, lo dichiara franco, e vede frequentarlo più che tutti pirati barbereschi, i quali ci vanno per vendere ai sudditi del Papa le rapine fatte a danno dei Cristiani, nè lo vede solo, ma se ne avvantaggia, e ci ha piacere: forse e' fu per simili meriti, che abolì il decreto del Senato e del Popolo romano proibitivo della erezione di statue al Papa, dicendo, che stava bene per gli altri non per lui frivolissimo uomo, poetastro astioso e presuntuoso.

Il Papato ormai non ardisce più concupire i reami altrui, nè anco si attenta sbarrare un gherone del manto di San Pietro, solo ne cincischia brandelli per coprirne le spalle ai suoi figliuoli, e questi si tirano da parte a rosicchiarli come gatti il ventriglio. Sisto V al cardinale nipote assegnava centomila scudi di rendita, all'altro co' danari della Chiesa comprò il principato di Venafro, e la contea di Celano. Quello che ardisse Clemente VIII. non si ricorda; donò ai suoi un milione fra tutti; poi ad ognuno sessantamila scudi di entrata; mancatigli i beni della Chiesa, arraffò gli altrui, aiutatori giudici, auspice il boia. Paolo V. co' suoi Borghese procedeva anco più largo; il Cardinale Scipione ebbe 150 mila scudi di rendite ecclesiastiche, Marcantonio il principato di Sulmona, palazzi, ville, vasellami di argento, gemme, suppellettili che valsero un tesoro; di danaro un milione; e più strano ancora il privilegio di ribandire gli sbanditi, instituire fiere, imporre gabelle sopra altrui, non pagarne essi; andare immuni da confische, impunità per qualunque maniera di devastazione: più discreto Gregorio XV. il cardinale Ludovisio provvide con 200 mila scudi di rendita, il fratello Orazio con 800 mila scudi dimonti, con la contea di Fiano e il principato di Zagarolo.

Urbano VIII. si spinse a tale enormezza, che parve a molti, ed a me pure esagerata; ciascheduno dei tre nipoti gratificò con 100 mila scudi di rendita, compreso il padre Don Carlo; oltre questo occorre scritto in più parti, come le somme donate dal Papa alla sua famiglia toccassero il valsente di 105 milioni di ducati. E' sembra che anco al Papa così immane spreco stesse su la coscienza, sicchè elesse certa commissione per esaminare se si avesse a correggere: la Commissione scrisse con una mano avesse facoltà il Pontefice come principe temporale a fondare un maiorascato nella sua famiglia con gli avanzi delle rendite pubbliche del valsente di 80 mila scudi di rendita netta; alle nepoti potere assegnare la dote di 180 mila scudi: il Vitelleschi generale dei Gesuiti consultato intorno questo parere lo sottoscrisse con due mani; al Papa presso a morire gli tornò lo scrupolo a galleggiare sopra lo stomaco; per la qual cosa egli ebbe a sè il cardinale Lugo, e il Gesuita Lupis, che risposero a coro non dovere permettere il fratello, e i nipoti suoi avessero a rendere pure un baiocco, e ne misero innanzi questa stupenda ragione: «tale e tanto è l'odio, che si sono tirati addosso i nipoti del Papa, che giudicano non solo giusto, ma necessario per l'onore della sede apostolica lasciarli in istato di conservare il fasto principesco anco dopo la morte del Pontefice! Alessandro VII. considerando come più prudente consiglio sia fuggire, che resistere alle tentazioni, eletto Papa vietò ai Chigi recarsi a Roma; e nientemeno gli fu apposto a peccato dal padre Oliva rettore dei Gesuiti, onde il Papa dabbene per non precipitare giù dentro lo inferno chiamò i Chigi a Roma, e Mario fratello fece provveditore dell'annona, e rettore di giustizia nel Borgo, il nipote Flavio cardinale nepote provvide con 100,000 scudi di entrata, l'altro nepote figlio di Agostino diventò principe, ebbe Aricia, principati, nozze illustri, tanto altro bene di Dio, onde potè fondare una delle trapotenti famiglie di Roma. Non so se i Pamfili arraffassero più dei Barberini, certo è che ne vinsero i modi tuttochè turpissimi. Olimpia Maldacchina cognata d'Innocenzio X, apre traffico di offici; vende, e baratta, nè solo dentro, ma fuori dello stato, frapponendosi per sensali gli oratori stranieri; empie il Vaticano di clamori a cagione di bizzosi puntigli con la nuora Olimpia Aldobrandina; il Papa caccia prima la nepote, poi la cognata, quindi ambedue, finalmente le richiama, nè cessano le domestiche liti; ludibrio di sacerdozio infemminito.

Ma per tornare a Urbano VIII., spinto dai dispetti dei nipoti muove guerra ad Odoardo Farnese per togliergli Castro, come già aveva tolto alla ultima donna di casa della Rovere, Urbino, Gubbio, Pesaro, Sinigaglia, e Montefeltro: di qui vicende le quali per essere da un lato degne di riso, dall'altro non disertavano meno i popoli: invano il Papa cavò da Santo Angiolo 500 mila scudi del deposito di Sisto V. per sostenere la guerra, e invano ce ne spese dintorno altri quattro milioni e mezzo, e s'indebitò per sette chè legatisi ai suoi danni i vari stati italiani egli ebbe a ribenedire a forza il Farnese, e rendergli Castro: dicono, ch'ei ne morisse di dolore; ed aveva torto, imperciocchè dovevano essergli di conforto la città di Roma ingombra di ruine, il titolo di eminenza largito ai Cardinali, e soprattutto la tortura a Galileo, e la condanna della eresia del moto della terra.—Innocenzo, empiti i suoi di facultà, moriva con settecento e più mila scudi di peculio privato; saccheggiaronlo i parenti, che negarono fargli le spese del funerale, e gli diede sepoltura, tre dì dopo ch'ei fu morto, un canonico spendendoci attorno uno scudo: qual seme, tal frutto: sangue di prete non può fallire:—prima di cessare, Innocenzio riprese Castro, e ne abbattè le mura, proprio perchè questa terra avesse ad essere la pietra del paragone della perduta autorità pontificia; di fatto, sforzato dalle prepotenze di Francia la ebbe a rendere più tardi Alessandro VII. insieme a Ronciglione. In breve toccherò dello strazio francese in onta al papato, ora aggiungo il trattato di Wesfalia concluso senza pure farne motto a Papa Innocenzio, che non mancò di protestare e di buono, e gli altri tennero coteste proteste in conto di rondini dell'anno passato. Chiunque osserva mira accadere adesso alla Curia romana quello, che succede a' nobili spiantati, cupidi di crescere le apparenze alla stregua, che la sostanza scema: in questo secolo andò famosa la Corte di Roma per isquisiti trovati di ossequi, che si appellanoetichetta, da disgradarne Spagna, e formare la disperazione dello stesso Luigi XIV; infiniti i puntigli su le precedenze tra cardinali, prelati, e famiglie Romane; a cui si apriva la porta spalancandone ambedue le imposte, ad altri una sola; quando passava la carrozza di qualche pezzo grosso, il pezzo minuto fermava la sua: frivole cose queste, non frivolo ma grave oltremodo questo altro: il Papa Alessandro VII. proprio pigliando il Vangelo a contro pelo non patì tenersi dintorno persone, che non fossero nobili di ventiquattro carati, e ne allegava per ragione, che i principi della terra circondandosi volentieri di servitori gentileschi, doveva credersi che tanto più Dio si avesse a compiacere nel vedere il suo servizio compito da personaggi, che andavano per la maggiore: ma! tanto è, il Chigi veniva da Siena, e sembra che nè anco lo Spirito Santo entrando nei cervelli arruffati dei sanesi li possa ravviare.

Fino da questo tempo gli uomini di stato considerando come imonticaduti in mano di stranieri, i quali tiravano la rendita standosi fuori, e non contribuivano a spesa (I Genovesi ne cavavano 600,000 scudi ogni anno) prevedevano la miseria crescente nei popoli; ma chi reggeva, non dava retta, appunto come adesso costuma il governo d'Italia: ma ti dia la peste!, almanco allora erano preti schietti, e correva il secolo decimosesto, mentre oggi siamo al decimonono, e ci regge gente soda, ma soda davvero. In cotesti tempi uno arguto ingegno paragonò il governo papalino al barbero spossato, cui, per eccitarlo a correre, si raddoppiano le perette finchè non crepi; mirate un po' se questa similitudine potesse accomodarsi ai casi nostri.—

Ora i nostri liberaloni larghi di cintura dopo essere stati un pezzo col sasso in mano per lapidare i monaci, presi da terrore, lo buttano in terra; la corte romana due secoli addietro non faceva a spilluzzico; segno a strazi continui erano i frati a Roma; non concedevasi loro la mitra, molto meno il cappello per non inquinarli; nè manco un fallito, nota Antonio Grimani, nella sua relazione della corte di Roma, si gioverebbe a pigliare il cappuccio. I conventi parvero troppi, e vani; ne restrinsero il numero; Innocenzo X. ne soppresse buon dato perchè, egli disse, senza tante invenie, sono fatti spelonca di lussuria, e di delitti; anzi Alessandro VII. propose spontaneo ai Veneziani levassero di mezzo quanti più potessero monasteri, e del ricavato dalla vendita dei loro beni si servissero nelle guerre contro i Turchi: alla quale proposta i Veneziani contrapponendo certi loro dubbi, il Papa riscrisse: «non gingillassero, facessero come il buon contadino che pota i sarmenti per crescere vigore alla vite.»

I Gesuiti all'opposto ingrassano mangiando i frutti del male di tutti: in grazia loro Innocenzo X. con la bollaUnigenitus, che ribadì Alessandro VII, s'inimica i Giansenisti condannando come eretiche cinque sentenze del libroAgostino, nel quale Giansenio presumeva avere spillata la dottrina del santo vescovo d'Ippona: poi li facoltò a eleggersi oltre il generale un vicario, che fu l'Oliva: non si badò al come vivessero, nè come trafficassero, nè in breve costumassero peggio degli altri frati, e non pertanto riputandosi essi necessari, i precetti pontifici sprezzavano da per tutto, massime nelle missioni; alfine ne commisero delle così grosse, che Clemente XIV. gli ebbe ad abolire; ma ormai nè lo stare, nè lo andare giovava a Roma: meglio di Clemente XIV., e di Benedetto XIV. compresero il papato quei pontefici, che s'intorarono a nulla mutare: certo il papato così non può vivere, ma se si muove casca; di vero Pio IX. avendo un micolino fatto le viste di uscire dalla carreggiata risicò andare in fascio in meno che non si dice uncredo. I Gesuiti argine alla fiumana del secolo non possono e non poterono opporre; tuttavia remossi loro, la filosofia dilagò; i Gesuiti sono pel popolo quello che l'ellera è pei muri, che prima li rompe, e poi li tiene ritti.—I Gesuiti soppressi da Clemente XIV. ispirato dallo Spirito santo, e per sempre, restituì Pio VII in virtù della ispirazione del medesimo Spirito santo e per sempre: altri di cotesta voltabilità dello Spirito sorride; per me l'ho per buona, e le fo di cappello, prima però che dia una solenne smentita alla cocciutaggine di Pio IX, e poi perchè nutro speranza, che un giorno o l'altro egli abbia a chiarire lui o un altro come la miglior cosa che possa fare un Papa sta nel disfare il papato.

Progredendo per sintesi noi vediamo Roma, come il gladiatore ferito a morte, stramazzare, rilevarsi sul gomito, di nuovo cadere, boccheggiare, insomma se mi si consente il detto, vivere di agonia. Le diete Germaniche dal 1654 al 1658 attendono rigidamente a limitare la giurisdizione dei nunzi; Genova, Napoli e Savoia aspreggiano Roma; il peggiore male glielo fa la Francia destinata a minarla sia che le proceda nemica, ovvero amica, ma come amica due cotanti più infesta. Finchè gli stati di Europa durarono in pace Roma servì tutti, e da tutti si fece pagare i salari, ma venuti in rotta fra loro chi aveva ella a servire? E' bisognava indovinarla: nella guerra della successione di Spagna, il Papa accostandosi all'Austria si aliena Francia, la quale intesa corpo ed anima alla utilità presente non pone fine, nè modo alle sue persecuzioni; da prima Luigi XIV confisca i beni chiesastici; altri grava di pensioni; durante la vacanza dei vescovati risquote le rendite della mensa; gli si oppone il Papa Innocenzo XI, che minaccia scomuniche, Luigi gli aizza contro il clero francese servitissimo, che non si perita così abiettarsi a quel superbo: «noi ci attentiamo appena a movere domande per tema di limitare lo zelo della V. M. La deplorabile libertà dei lamenti oggi si muta nella soave necessità di lodare il nostro benefattore.» Essendo poi convocato in assemblea cotesto clero, compiacendo al Governo, decretò i quattro articoli famosi, fondamento delle libertà gallicane; al tempo stesso Luigi per darsi sembiante di ortodosso incrudelisce a danno degli ugonotti; ma chi troppo l'assottiglia la scavezza, e Roma non si lascia pigliare da siffatte lustre, onde il Papa trovando il conto a rammentarsi che ei presume rappresentare il Dio delle misericordie ammonisce Luigi, che Gesù Cristo praticò altri modi e volle che fosse condotta, non già strascinata la umanità nel tempio. Luigi quantunque cristianissimo fumava d'ira, e durante i suoi deliri avrebbe cozzato non che contro il Papa contro Dio, e già per sostenere il diritto di asilo nel palazzo e nelle contrade circostanti al palazzo del Cardinale d'Este protettore dei Francesi a Roma aveva preso pugna con Alessandro VII cacciando via di Francia il nunzio, occupandogli Avignone, minacciandolo di Concilio e di guerra; onde cotesto Papa tapino per ottenere pace ebbe a mandare il cardinale nipote a Versaglia a chiedere perdono; Mario suo fratello giurò non aver preso parte nella contesa, e tolse esilio da Roma, la guardia corsa fu licenziata, una piramide eretta dove si leggeva incisa la superba vanità di Francia, e la paura del prete imbelle, lasciando incerto chiunque la vedesse se la prepotenza galla superasse la viltà del prete romano, o questa quella: il Papa riebbe Avignone, ma gli toccò restituire Castro e Ronciglione ai Farnese, e cedere le valli di Comacchio al duca di Modena. Più duro cozzo accadde con Innocenzo XI. risoluto propugnatore dellaregalia, che dichiarava usurpata da Luigi XIV, il quale riuniti 34 vescovi, e arcivescovi, e 35 deputati ecclesiastici della diocesi fa bandire solennemente le libertà della chiesa gallicana dettate dal Bossuet; ripiglia Avignone, sostiene il nunzio a santo Olone, si appella al Concilio e manda con fanti e cavalli il marchese Lavardin a Roma per atterrire ed oltraggiare lo atterrito Papa che soppresso l'asilo non solo al palazzo di Francia, ma eziandio a quelli degli altri oratori pubblica la scomunica contro chiunque si attentasse ripristinarlo; e aveva ragione: tuttavolta il Papa sta fermo, bene può starci plaudendo l'Europa la resistenza di un vecchio imbelle al tracotato re, il quale più tardi oppresso dalla fortuna e dagli anni diceva: «non mi fate rammentare, che in «casa mia ho comandato sempre, nell'altrui sovente.» Morto questo Papa e subentratogli Alessandro VIII, Luigi renunzia al diritto di asilo, trista causa di tanta lite, e rende Avignone; trionfo più splendido ebbe Innocenzo XII. che respinse ogni modo di ritrattazione del Clero francese se non contenesse renunzia chiara e lampante alle proposte della Chiesa gallicana; il Clero francese con la corda al collo confessava il suo torto prostrato ai sacri piedi di Sua Santità con dolore inestimabile. Se cerchi il motivo di tanta vicenda, lo troverai nella mutata fortuna di Luigi XIV vinto dalla Europa legata contro lui, e nella viltà dei preti di Francia pei quali vittoria o sconfitta non muta abbiezione: e noi italiani uomini per gratificarci gente siffatta ci dovremo rendere come loro lumbrichi? E perchè? Per conficcarci i chiodi con le nostre mani dentro le carni; mentre essi che oggi ci vogliono compagni nella umiliazione, domani ci pretenderanno compagni nello insulto. Verun popolo cattolico ha recato crudeli offese alla Curia Romana, al cattolicismo, anzi alla religione di Cristo più dei Francesi, anco ai più avventati rincrebbero le turpi scede, onde un giorno fu segno il rito cattolico, e gli ornamenti sacerdotali, e i sacri vasi laidamente profanati, come la vera filosofia si sgomentò nel vedere in Francia il culto della dea Ragione sostituito a quello di Dio; Dio poi restaurato a mediazione del Robespierre. La Francia da due terzi di secolo s'impadronì dei beni ecclesiastici, comecchè si presumesse sostenerli, dagli interessati, beni della Chiesa universale, e incorso nella scomunica chiunque si attentasse sbocconcellarli; Avignone, e il contado venassino ripresi e per questa volta non più restituiti: gli ordini religiosi saranno i voti disciolti la elezione ai benefizi popolare come nei primordi della Chiesa. Roma certo odiava la Francia, nè davvero aveva causa di amarla; però con preci, e conforti, insomma con tutti gli arnesi dell'armeria spirituale ella promosse la lega dei Principi contro la Repubblica; inoltre la invendicata strage del Basseville le tirò contra le ire di Francia, la quale anco senza pretesto si sarebbe mossa ad angariarla; di fatto ecco allo improvviso voltarle contro le armi, e solo consentire posarle a prezzo di quadri, di sculture, e di ventun milione di lire. Il Papa piangeva, per così dire, a goccie tanti bei milioni frutto della vendita di tanti miliardi d'indulgenze, ed in mal punto porse orecchio all'Austria, di che avuta notizia il Bonaparte sperde le milizie inferme del Pontefice e lo costringe alla pace di Tolentino, dove il Papa, bene e megliopotendo, cedeva alla Francia oltre Avignone, e il contado venassino, già presi, Ferrara, Bologna, e Ravenna. Passato appena l'anno colto il destro da una sommossa, della quale impossibile adesso conoscere, e difficile anco allora, chi innocente, e chi reo, la Francia decreta il potere del Papa abolito; a lui, che implorava lo lasciassero morire in Roma risposero:avrebbe potuto morire da per tutto; gli strapparono dal dito l'anello, gli posero a sacco le camere, gli tolsero le cose necessarie così alla mondizia della persona, come al vestire, e strascinatolo in Francia, quivi poco dopo ottantaduenne periva. Allora il Direttorio trovandocome il governo dei preti non potesse accordarsi con quello di Franciarinvenne, fra i suoi tanti, l'uomo (Merlin) che dettando il rapporto per la decadenza del Papa non si peritava scrivere: «rammentate la strage dei Francesi in Sicilia, e voi sentirete Niccolò II. darne il segno; aprite la storia sanguinosa dei Borgognoni e degli Armagnacchi e ci vedrete il dito di Bonifazio IX; se ponete mente alla tirannide di Luigi XI ecco Sisto IV l'approva. Mirate Gregorio XIII che seduto in trono accetta dalla Lega la spaventosa offerta del capo di Coligny. Quando Enrico IV pretendeva come suo retaggio il trono di Francia, Gregorio XIV ci spedisce contro un esercito, e Clemente VIII ci comanda di pigliarcelo per Re. Prorompe la Fronda, ed Innocenzo X protegge il cardinale di Retz. Innocenzo XII benedice i carnefici delle Cevenne, ed allorchè le bambinesche liti del giansenismo guastavano le menti, la voce di un prete straniero, Clemente IX, entra di mezzo a scompigliare, e inasprire.»

Napoleone trovando creato un nuovo Papa se ne valse, come Carlomagno, per consacrare il delitto; l'uno l'altro ingannò; l'uno l'altro tradì: se vuoi penetrare dentro le viscere del Concordato leggilo nell'Apologia del Foscolo, e confronta con la saccente vulgarità in proposito del Thiers compilatore senza più dei sofismi bindolissimi del Bonaparte.

Il Thiers, che la Francia pregia per uomo grande, in Italia, misurandolo per di dentro, e per di fuori, lo trovarono pari così nella materia, come nello spirito; anzi in questo più breve. Il Papa credeva avvantaggiarsi leccando, e invece non fa civanzo co' Francesi, e con cui li comanda se non mostri loro i denti. Napoleone un bel dì (egli aveva allora allora vinto ad Osterlizza) scrisse al Papa lui essere lo Imperatore di Roma e suo padrone, però si dichiari nemico dei suoi nemici, conceda il matrimonio ai preti, abolisca gli ordini monastici, affranchi l'episcopato dalla sede pontificia, e accetti il codice civile. Il Papa si schermisce dietro la donazione di Carlomagno e strilla che non lo condurranno ad ammazzarsi da sè, Napoleone gli risponde, che appunto per virtù di cotesta donazione egli è principe, il Papa feudatario, e che con tutte quelle cose di meno potrà vivere ottimamente: provi, e vedrà, e per persuaderlo meglio gli leva ad un tratto Ancona, Macerata, Urbino, e Camerino, manda in Roma presidio francese, i cardinali disperde, i soldati pontifici mescola coi suoi: molto il danno, peggiore lo strazio, però che al cospetto dei Deputati delle Marche con queste acerbe parole Roma vituperasse: «ho considerato i vizi dell'amministrazione dei vostri preti: gli ecclesiastici regolino il culto e l'anima, insegnino teologia, e basta, Italia scadde, dacchè i preti pretesero governarla.» Ancora scrivendo al principe Eugenio afferma: «i preti inetti a governare.» Miollis in certo suo bando assicura ì Romani, cheda ora in poi non torneranno più sotto gli ordini dei preti, e delle donne. L'appetito viene mangiando, dice il proverbio napoletano, e oramai che Napoleone ci era fece del resto; il 1. Gennaio 1810 (aveva vinto a Venezia) considera che il suo antenato Carlomagno donò al vescovo di Roma certi paesi pel bene dei suoi sudditi, senza che Roma cessasse per questo di formare parte dello impero;e come dalla unione dei due poteri derivassero e derivino disordini continui, e via via; onde per accordare la sicurezza delle sue armi, la quiete dei popoli, il decoro, e la integrità dello impero, sentite mo', che cosa fa: dichiara Roma città LIBERA, ed ordina ne piglino possesso in nome suo.—La Francia di Luigi Filippo, quantunque occupasse Ancona consenziente o non repugnante il cardinale Bernetti, procedè avversissima a Roma, bandi i Gesuiti, auspice quel Thiers sviscerato adesso dei Gesuiti e di Roma; inquietò il Papa, ai conforti del Guizot protestante allora, adesso anch'egli papista. Di Napoleone III non si discorre nè manco; i diari riportarono di recente i vituperi ch'ei vomitò a bocca di barile contro il Papato in presenza del conte Grillenzoni, e del signore Raffaelli; di cosiffatti testimoni se ne troverieno a carra: anch'egli, attesta il signore Aulaire nella scrittura del 27 marzo 1831 come Luigi Napoleoneavesse l'audacia di scrivere direttamente al santo Padre parole minatorie, e insolenti, intimandogli a deporre il governo temporale, e a dargli riposta: non potendo avere altro, in quei lumi di luna, Luigi Napoleone si sarebbe contentato di Roma, di Perugia, ed anco di Peretola; adesso Napoleone presume sommetterci a Roma come alle forche caudine, e ciò pretendendo compiace al vulgo patrizio, ed al plebeo; degli errori, e della petulanza del vulgo patrizio abbine prova nei discorsi del Thiers; del plebeo nei furori barbari contro la religione e nelle più salvatiche idolatrie della moltitudine dei Francesi: checchè si abbachi, Luigi Napoleone triviale fondamento dava al suo trono di ogni maniera errori, e di materia soddisfatta: partiti vecchi, e sperimentati più o meno fallaci, e con maggiore o minore durata caduchi: ei si appoggiò sopra una canna, che lui ha ferito, e schianterà la sua stirpe.

Concedere o negare torna adesso ad una medesima cosa: contrastando al secolo Roma manda su gli scogli la barca di San Pietro, col suo carico di bolle, canoni, riti, sacramenti, e credenze; non la impedite di grazia, così ordina la Provvidenza; col suosillaboo vogliam direindice(i Preti. e i Moderati sono solenni trovatori di parole magnifiche a cose brutte, o plebee) Roma si è messa traverso la via della umanità come una lebbrosa; guai a cui le si accosterà! El piglierà la lebbra.

Concessero Benedetto, e Clemente XIV; contrastarono gli altri prima, e dopo la Rivoluzione di Francia, entrambi dimostrarono che il Papato tracolla, e puntellarlo è inane; taluno afferma come Lione XII fosse uomo convinto di quanto operava e diceva: che rileva questo? Pochi uomini hanno fede quanto gl'ignoranti nella propria ignoranza; e il carnefice per riputarsi esecutore di giustizia si estima forse meno carnefice? Pio VIII parve un rimasuglio di lievito inquisitoriale dimenticato nella madia del Santo Uffizio; di Gregorio XVI poco monta conoscere se il vino temperasse con altro vino, e se la moglie del suo barbiere di colpevole amore proseguisse o no; importa, ed è certo questo altro, che cotesti passi si rassomigliarono come anelli della catena: recenti sono i gesti loro, e scritti col sangue; altri li narrò: a noi non giova farlo; ci aspetta Pio IX l'Augustolo dei Papi. Piccola cosa è un Papa; molto più, ma neppure egli metuendo troppo, il sacerdozio; per converso immane, e potentissima la gerarchia ecclesiastica: questa la rete onde si pescano, e si ripescano i popoli; alcune maglie per vetustà erano rotte, prudenza consigliava lasciarle stare, perchè le prossime indebolite dalla lacuna a posta loro sfilacciavano; all'opposto la Italia manda gente a Roma per sovvenire il Papa a racconciarle. Un dì Diogene esposto in vendita al mercato gridava: «Ateniesi, chi vuol compare un padrone?» Oggi la Italia sporge i polsi senza catena, ed urla smaniando: «Preti, Tiranni del mondo, chi vuole comprare una schiava?» Ora gente di ogni ragione già cominciano a spaventarsi, e la paura le persuade a stringersi insieme come appunto accade nelle sventure comuni: non badiamo se la paura o l'amore ce le riconduca, che a fine di conto gli è un tristo vanto il nostro di avere saputo presagire i danni della Patria, e non averli saputi riparare. Dio faccia, che ora bastino a tanto le forze riunite, e i voleri.

Le cose narrate in altri libri o lascio, o narro succinto, e per quanto sia necessario alla esposizione della mia opera; però poco, o nulla mi preme ricercare, e referire quali (se n'ebbe) le virtù, e i vizi di Giovanni Mastai-Ferretti uomo privato; solo giova di questi ultimi dire quelli, che in mutate fortune, lo fecero miserabile cittadino, pessimo principe, Papa inetto, e anzi a dirittura dannoso al governo stesso delle anime, che, a sentire lui, sta in cima di ogni suo pensiero.

Sortì egli i natali in Sinigaglia nel maggio del 1792, ed ebbe educazione in Volterra nel collegio di San Giorgio; i suoi Plutarchi della Compagnia di Gesù affermano avere lasciato costà quasi un profumo perenne delle sue virtù; fatto sta, che solo ei si ricordava avere avuto di parecchie nerbate, ed essersele meritate, come in lode del vero, egli medesimo confessò a Firenze quando del suo cospetto la deliziava: dacchè in cotesta occasione essendosegli tirato davanti un vecchio Scolopio già suo arruffatore di cervello negli studi grammaticali, dopo il bacio deisanti piedi, sentì ricordarsi come nei tempi andati avesse ardito verberare certa parte del corpo allora non papale, e che difficilmente otterrebbe, anco per via dommatica, esporre adesso come santa alla venerazione dei fedeli; e poichè il frate andava tutto confuso e scusandosi ora alterando la quantità, ed ora la qualità delle percosse, e per ultimo la parte percossa, il Beatissimo lo rimbeccava dicendo: «no, Padre, le furono proprio nerbate, e veramente fu cotesta parte ch'io le ho detto, e confermo; non se ne infinga, anzi se ne tenga, però che se coteste nerbate non erano adesso io non mi troverei assunto Papa.» Tali i detti, ed i concetti del sommo Sacerdote, onde ogni uomo anco cattolicissimo si persuada, non avere poi ad essere un gran che il Papa, se ad ammannirlo tale bastano talune nerbate applicate da un frate scolopio sul postione ad un marchigiano. La faccia sua fu sempre di prete pasciuto di marzapane, e di avemarie, con qualche fiore di cicuta mescolatoci dentro, sorridente un riso tra il bambolo, e lo scorpione; percosso nei primi anni da morbo regio, o vogliamo dire epilessia, irruppe sfrenato colà dove alla cieca Venere più piace; e a tale, che gliene fece rimprovero rispondeva: sfidato della vita volere annegarsi nella voluttà: sembra però, che poi mutasse consiglio per virtù di certa donna (di cui tacerei volentieri il nome se non fosse noto all'universale) la principessa Clara Colonna: questa, non già Maria vergine, fu la patrona del giovane Mastai nel mondo, il quale entrò nelle guardie nobili di Pio VII. Il Plutarco di lui scrive averlo chiamato Dio con particolare vocazione a difendere la santa Sede come soldato, come vescovo, come cardinale, e come Papa: su di che noto, che s'egli tutela la Chiesa da Papa come la custodì da soldato l'avrebbe a stare fresca.

A giudicarne dal poco tempo che il Mastai cinse la spada si ha da credere, che in onta al suo panegirista nè anch'egli si reputasse legno da cavarne po' poi un Giulio Cesare o un'Alessandro Magno; però di corto barattò la spada in aspersorio, e l'elmo per la tonsura: andò compagno a Monsignore Muzi nell'America meridionale donde tornato nel 1825 resse prima l'ospizio di S. Michele, poi fu arcivescovo di Spoleto, e vie via vescovo d'Imola, e Cardinale senza infamia, e senza lode.

Raccontano le anime pie, com'egli, morto Gregorio, recandosi al Conclave mentre traversava Fossombrone una colomba bianca dopo essere rimasta alquanto librata su l'ale al fine si posasse sopra la sue vettura, onde la gente accorsa a contemplare la sua sembianzasmagliante di potenza, di tenerezza, e d'intelletto(le sono parole del Plutarco gesuita) come presa dal delirio incominciò a urlare: «viva! viva! ecco il Papa!» Così a Fossombrone; a Roma veruno se lo aspettava Papa; all'opposto facevano capitale sul Gizzi, sicchè eletto il Mastai i Romani rimasero come cosa balorda, per lo che, a fine di rendere al Gizzio il boccone meno ostico venne senza indugio messo nella Commissione consultiva provvisoria, e poco dopo eletto segretario di Stato. Anzi se vuolsi credere al panegirista di Pio IX egli pure giudicavasi incapace, onde si vedendo eletto smaniava sclamando: «o fratelli, abbiate misericordia della mia debolezza; io mi confesso indegno.Domine non sum dignus.» Tuttavia il Mastai nella guisa, che ogni prete dabbene dopo avere per tre volte detto:Domine non sum dignus, si mastica bravamente il Redentore, profferita appena la propria debolezza montò ardito, e franco nella barca di San Pietro, ed agguantato il timone si commise in mezzo al mare tempestoso. Veramente questo racconto fa ai calci col primo, ma non vuol dire, il pane di che si cibano i Gesuiti sia impastato di farina di contradizione. D'altronde ogni prete promosso Papa si china per l'ultima volta in terra a raccattarvi la superbia, che morendo ci lasciò cascare il suo antecessore.—

Chi se ne intendeva, toccato appena il polso alla Europa andava persuaso, che il male era tornato a far saccaia, e questo succederà sempre quantunque volte in Francia scappi fuori un Luigi Filippo, ovvero un Napoleone per mettersi in tasca le rivoluzioni sementa di sangue, d'intelletto, e di sudore dei popoli; in Roma un Gregorio papa si serva deimemorandumdei Principi per incartarne i riccioli alla moglie del barbiere teologo, e per non fare troppo lunghe le gugliate, non si proceda al modo che a un di presso fanno da per tutto.

Gli uomini speculatori avvisato il pericolo ne avevano paura e non a torto: trepidavano per le presagite ruine; lo straripamento vedevano, come la fiera fiumana; e dove avrieno potuto ricondurla nell'alveo non sapevano: quindi chi almanaccava le riforme, specie di rimedio omeopatico al morbo sociale; chi sovvertimenti, peggio, che rimedio allopatico; chi una cosa, chi l'altra. Primo il Gioberti saltava in mezzo facendo drappellare alla Sapienza un bandierone involato di casa alla Follia: principi, papi, e popolo giù a bollire insieme dentro una pentola. Gli scrittori chiesastici affermano a ragione la democrazia essere contradizione del papato, imperciocchè quella dica agli uomini: «usate dei doni dello intelletto vostro meditando; valetevi dei diritti della libertà governando;» mentre per converso la Chiesa comanda: «qua ponetemi in mano il cuore ed il cervello vostro, io sono l'autorità, la regola, e la sapienza; io penso per voi, e se vi riesce, procurate, che io senta per voi!» Il Gioberti, (sempre gli scrittori chiesastici affermano) si industriava abbindolare il Papa, e mettere di mezzo Dio!—Il Gioberti fu uomo di bontà singolare, e Dio non si mette di mezzo: egli sortì da natura ingegno stragrande, e immaginazione non meno vasta; gli mancò il freno; troppo e vano nei concetti, e nei modi di significarli; non parsimonia, non eleganza: contorni radi, e incerti, pensamenti grossi e mutabili pari ai nugoloni sbattuti dal vento: insomma alla meditazione sostitui la fantasia: per me sempre ammirando ogni qualità di ingegno confesso, che mi reca uggia la metafisica nella politica. I metafisici politici mi paiono poeti, storici, ragionatori sciupati; un po' di tutto, e nulla di tutto: cotesto ingegno confidato a loro assai si rassomiglia a bella tazza di porcellana che commessa nelle mani al fanciullo, ei l'abbia lasciato cascare in terra: ridotta in frammenti dorati attrista a vederla, intanto chi gliela diede si pente ma tardi, ed il fanciullo piagne. Mirabile il moto partorito dalle dottrine del Gioberti, perchè lo universale crede che di ora innanza si sarebbe iti in paradiso in bussola: Bruto e Cesare, se ritornavano al mondo, avrebbero sgranato i baccelli insieme: in combutta corone, e camauri, pianete, e giubbe, scettri e camati da battere la lana; chi prima arrivava senza distinzione di stato si sarebbe servito come meglio gli garbava. Tutti allora ingannati, e tutti ingannatori: immenso il bisogno di credere quello che tornava, e sterminata la credenza. Anco nell'antichità si racconta che gli Abderitani durarono tre di briachi, gli Italiani per quasi un anno, e più stettero matti.

Che se taluno domandi: «dunque la pace è disperata in terra?» Io risponderei: «a Dio non piaccia, ma passioni, e interessi non si spogliano ad un tratto come vesti vecchie per indossarne delle nuove; il miglioramento umano non è opera di plastica in creta, bensì di rota in porfido: la verità non vola, perchè l'errore le ha incatenato ai piedi palle di ferro come ai servi della pena: Dio solo con una parola crea la luce; l'uomo deve guadagnarsela col sudore della fronte, col molto travagliarsi dello spirito, e a micolino; e ciò prima, a cagione delle sue facoltà, ch'egli possiede scarse ed inferme; poi, per carità di cui deve avvantaggiarsene, però che la soverchia luce e la tenebra operino il medesimo effetto; non fanno vedere.»

Più tardi Giuseppe Mazzini manda una epistola al Papa, dove quello che il Gioberti s'industriava ghermire in pro del Piemonte, questi intendeva agguantarlo in benefizio della Repubblica: il secondo concetto più semplice, guazzabuglio il primo di teocrazia, di dispotismo, e di democrazia; e del pari impossibile: la lettera del Mazzini, che parmi scritta tenendo a falsariga qualche omelia di San Cipriano, supplica il Papa di confidarsi a lui; gli promette aiuti fra tutti i popoli di Europa, anco in mezzo agli Austriaci; eglino soli, il Papa cioè e Mazzini, troveranno questi aiuti però che entrambi abbiano unità di scopo, e fede nella verità della propria dottrina; se gli fosse vicino il Mazzini vorrebbe pregare Dio co' gesti, con gli accenti, e con le lacrime di convertire il Papa.—Ora questi siffatti partiti, io per me giudico peggio, che tranelli; e' sono grullerie.

Di vero, che coteste parole non fossero sincere chiarirà lo stesso Mazzini mandandocon le stampeistruzioni segrete agli amici d'Italia di radunare le moltitudini, inebriarle co' canti, suoni, e timpani, renderle incontentabili, e irrequiete: per dare il sapone alle corde pei signori esserci mestieri i signori; dove il solo popolo levi la testa gliela romperanno di botto; hanno i signori ad essere i guidaioli del popolo, appunto come in Francia, la quale da prima patì un Mirabeau ed un Lafayette; sicuro, questi non vanno mai fino in fondo alla via, anzi non ci metterebbero pure un piede se ne vedessero la fine, così bisogna procurare nascondergliela. Ancora, sarebbe bel tratto far nascere in ogni capitale d'Italia un Savonarola; se ci riuscisse beati noi!Tamen, se non toccate il clero nella borsa non lo vedrete scalciare. Al popolo discorrete sempre delle sue miserie e dei suoi diritti: paroloni dotti non levano un ragno dal buco; adoperate motti non definiti bene, epperò più capaci a contenere in sè tutto quello, che la fantasia, il bisogno, e la cupidità ci vogliono mettere dentro, a mo' di esempio: libertà, uguaglianza, fratellanza, diritti dell'uomo, progresso e simili: non è arduo spingere il popolo, e nè manco importa conoscerlo, il difficile sta nel radunarlo; assembrato ch'ei sia voi lo potete balestrare come un sasso dalla vostra fionda. Se un re promulga una legge comportabile, e voi picchiategli le mani dicendo:bravo, per istrappargliene un'altra migliore; incamminatelo giù per la china a piccoli passi. Se uno dei maggiorenti la trinciasse da repubblicano e voi lodate il matto e fatelo correre; il dì ch'egli accennasse sostare, voi dategli il gambetto, e mandatelo a dare del muso sul lastrico: veruno allora si chinerà a rilevarlo caduto: pigliate tutto, odii, bizze, rancori, ambizioni deluse, interessi lacerati, ogni cosa buona per buttarsi sul fuoco della distruzione a crescerne la fiamma. Duro intoppo lo esercito, arnese di tutte le tirannidi; contravveleno a quello la opinione diffusa, che sendo egli composto di cittadini e da' cittadini mantenuto egli deve difendere la Patria dai nemici, non già mescolarsi nelle faccende interne; quando ciò avvenga voi potrete operare senza lui, ed anco contro lui. A Roma poi gittò il Mazzini le carte in tavola quando disse: «abbiamo traversato un tempo di menzogna dove gridavamovivaa gente esosa a patto che servisse ai nostri disegni; tempo di simulazione, dove celammo gl'intimi concetti giudicando non correre peranco stagione di manifestarli.»

Queste cose erano buone, ma non bisognava dirle; la moltitudine senza insegnamenti da sè le avrebbe, anzi le aveva di già belle e fatte, quando il Mazzini si avvisò insegnargliele per mantenersi in fama di archimandrita. Per me non lodo lo scrivere che ha fatto, e fa il Mazzini ai Papi, ed ai principi, causa per lui di accuse antiche e di rimproveri moderni: per coteste epistole egli non acquista opinione di subdolo e perde l'altra d'ingenuo: so che Cristo ammonì i discepoli dicendo: «andate, abbiate la semplicità della colomba, e la callidità del serpente;» e basta. Di vero, o che sperava con le sue epistole il Mazzini? Convertire i Papi, e i principi, i quali deposti triregno e corona fossero iti a scuola da lui ad apprendere come si aveva a disfare? O piuttosto agguindolarli e condurli incappellati al macero? A me sembra, che il Mazzini quante volte scende dalle regioni serene delle teorie a rasentare la terra trovi sempre chi gl'impallina le ale; egli allora torna a drizzare in su il volo non senza però che qualche penna gli caschi a mulinare per l'aria. Appunto come io reputo spediente, costumavano i Profeti, banditori del dogma, e custodi della regola allora quando uscivano dalla solitudine e venivano per rimettere i popoli in carreggiata, ovvero a minacciare ai regi il castigo di Dio; poi sparivano. Repugna, a mio avviso, la parte di Maestro di Libertà ai popoli con quella di cospiratore, come il potere temporale stride nel Papa col potere spirituale.

Senza però che il Gioberti con le sue fisime alterasse le ragioni del moto italiano, e senzachè il Mazzini si affaticasse a mettere in capo al Papa il berretto rosso invece del triregno, se pigliavamo le cose come le venivano forse avremmo fatto la via più sicura. Taluno opina che fu danno il moto rivoluzionario cominciasse a Roma, paese meno di tutti capace alle riforme, e da un lato par vero; dall'altro però compariva il più idoneo ad educare il popolo all'odio della autorità, la quale da per tutto a quei giorni grave in Roma, poi, accorava incomportabilmente insensata; e come più insensata piu pertinace a perseverare nel male, cedeno solo alla forza, inesauribile di frodi, legativa sempre non legabile mai, come quella che avendo facoltà di sciogliere altrui dal giuramento è naturale che la eserciti soprattutto per sè.—In questo altro consento, che i Moderati delle rimanenti provincie italiane procedessero senza discorso pigliando a modello il popolo romano, dacchè altrove si poteva più franchi domandare, e di botto tanto che bastasse, mentre con quel cotidiano svellere all'autorità ora una penna, ora l'altra, la resero contennenda, ed ammannirono l'anarchia, come pure adesso per diversa strada si sbracciano a fare, e faranno.

Pio IX, e questo parmi sicuro, inebriato dagl'incensi non seppe quello che per lui si operava: a mo' del fanciullo improvvido aperse la cannella alla fontana; poi spaventato della foga dell'acqua gli mancò la forza di girare la chiave. Chi è che non ricorda le magnifiche parole da disgradarne Tirteo, e che il Byron stesso gli avrebbe invidiato: «gli avvenimenti, che questi due mesi hanno veduto con sì rapida vicenda succedersi ed incalzarsi non sono opera umana. Guai a chi in questo vento, che agita, schianta, e spezza i cedri e le roveri non ode la voce del Signore! Guai all'umano orgoglio se a colpa od a merito di uomini qualunque riferisse queste mirabili mutazioni, invece di adorare gli arcani decreti della Provvidenza, sia che si manifestino nelle vie della giustizia, o nelle vie della misericordia, di quella Provvidenza nelle mani della quale sono tutti i confini della terra! E Noi a cui la parola è data per interpretare la muta eloquenza delle opere di Dio, Noi non possiamo tacere in mezzo ai desideri, ai timori, ed alle speranze che agitano gli animi dei nostri figliuoli. E primo….» ma io dal gran piacere, che ne sento copierei tutta questa allocuzione papesca del 30 marzo 1848, e farei opera inane, imperciocchè tutta Italia ricordi come in essa il Papa tirata prima l'acqua al suo mulino esultando per le garbatezze usate in taluni luoghi ai preti, e contristandosi pei bistrattamenti che ne menarono in taluni altri benediceva a due mani le vittorie cittadine dei Milanesi, e dei Veneziani contro gli Austriaci; anzi ne accertava di ottima riuscita a patto che stessimo fermi a catena del prete.—Ciò posto in sodo i Panegiristi di lui, che s'industriano con estremi conati a chiarire com'egli Papa, prima, e dopo cotesta allocuzione camminasse a sghimbescio pel cammino della libertà concedendo riforme e lasciando ad un punto la porta aperta per poterle ritirare, sembra a me, che lo disservano grandemente, però che, o non seppe che cosa si facesse (e credo appormi al vero con giudizio meno grave per lui) ovvero ingannò. L'amnistia, sostengono essi, non tirava ad altre sequele tranne al pretto perdono dei colpevoli, che tali si dichiarano i dannati alle galere per delitti politici, ed imponendo in aggiunta che ognuno sottoscrivesse l'obbligo di non peccare mai più: di fatto queste cose nell'amnistia ci sono, ma poichè nel medesimo si bandiscono i condannatiuomini di onore, e degni di fede, e poichè la sottoscrizione dell'obbligo non a tutti si chiese su le prime, e poi si trascurò, per cotesto atto si dette ad intendere più che con le parole (massime se consideri da un lato i tempi, e dall'altro il costume della Corte romana usa a compartire il bene a spilluzzico, mutata la condizione delle cose non potersi considerare rei coloro che vollero le migliorie civili, le quali stavano per diventare la norma del cittadino.—Nel nove novembre del 1847 Pio IX mentre sguazza da un lato nelle acclamazioni delle moltitudini, limosina dall'altro la protezione dei principi; difendano essi la Chiesa, procurino, che Gesù Cristo vada loro debitore della conservazione del proprioimpero, rammentino, che l'autorità venne data loro proprio per questo: più tardi, egli bandisce al mondo: suprema offesa così alla persona come alla dignità sua negare in nome di lui obbedienza ai principi, sollevare contro loro i popoli, eccitarli a moti ruinosi.—Il trenta marzo quando i troni della terra erano spazzati via dalla bufera popolesca, come polvere sopra le vie, il Papa ci vedeva il dito, e ci udiva la voce di Dio; ma poco innanzi, e quando non erano accadute le rivoluzioni di Vienna, di Milano, e di Venezia di guardia nazionale non voleva saperne, la contrastò col becco e con gli artigli al principe Aldobrandini; forse si sarebbe lasciato ire fino ai centurioni di Gregorio XVI; in seguito travolto dallo esempio degli altri principi quando non la può negare mette dentro il regolamento tante stringhe da farla morire di spasimo; e tuttavia ne prorogò l'ordinamento al cinque luglio.—Che fosse la legge sopra la stampa ce lo dicono i parziali del Papa, i quali sostengono che ei non intese punto affrancarla, all'opposto metterle il frenello trasportando la censura dalla Segreteria di Stato al Consiglio di censura. Lo stesso moderatissimo Azeglio non se ne contentava, e sì che Azeglio e gli amici suoi sono umori da imbandire con una fava di riforma cena in Apolline alla Libertà. La riforma amministrativa, che cosa è insomma eccettochè la estensione del sistema municipale dei rimanenti stati romani a Roma e all'Agro romano? La Consulta di Stato il Consiglio, che mantenevano i Papi prima della occupazione dei Francesi? Essi lo avevano udito, e lo consultò anch'egli a fine di essere illuminato con facoltà però di restare al buio quanto gli piacesse: imperciocchè Pio IX rispondendo all'allocuzione del Cardinale Antonelli bandisse sè essere parato ad ogni cosa, chiedessero verrebbe aperto; prima si straccherebbe il popolo a domandare, ch'egli a concedere, a patto però,che nè manco di un'apice fosse menomata la sua autorità pontificia!Aggiungendo queste altre sentenze, che valgono tant'oro: veruno ardisca vedere nella Consulta il germe dicostituzioneincompatibile col papato, e questo bene ripongano in mente non avendo egli mai conceduto alla rivoluzione il diritto di aspettarsi neppure un sorso di acqua da lui.

Taluno ha detto la virtù pubblica figlia non madre di Libertà, e questo io non credo, ma se pure è vero allora può darsi quando il Governo sorto dalla commozione popolare abbia interesse che il popolo perseveri nella Libertà; ma nei tempi dei quali io scrivo i Governi di assoluti con pessima voglia ed a marcio dispetto si mutavano in liberali, sicchè parve mal consiglio quello di concitare il popolo a superlative acclamazioni pel poco, che gli riusciva tozzolare, nascendo da questo due mali, primo pel popolo, il quale logorava gli spiriti nel proseguimento degli accessori, lasciandosi scappare di mano il principale e poi perchè dopo acquistatili trovandoli inani li dispettava perdendo la voglia dei partiti efficaci; il secondo pel principe a cui pareva vie via avere toccato la cima delle concessioni, onde sentendosene subito domandare delle nuove s'inviperiva: però dopo il fatto di senno ne sono piene le fosse, e allora parve dovere fare così per porgere conforto al Papa reputato avverso alla oligarchia cardinalizia tenuta gagliardissima, concetti entrambi falsi come la esperienza dimostrò. Pellegrino Rossi scrivendo in cotesti tempi al Guizot così si esprimeva: «niente di conchiuso fin qui, eccetto promesse, commissioni, e proposte che menano il cane per l'aia, onde è naturale che il paese brontoli.»

Il Gizzi oltre le riforme amministrative non voleva andare, la Consulta e basta; e quando fu chiesto stessero i preti allo altare, in curia i laici Pio IX ebbe a dire: «per andare a genio a loro Signori non mi vo' mica perdere l'anima.» Della guardia civica già dissi, che conceduta alla trista, ne fu prorogato l'ordinamento al 5 luglio, ma il Papa la confermò solo dopo il 14 di cotesto mese, non mica spontaneo bensì vinto dal popolo, che udita la invasione austriaca in Ferrara, la impiccatura di un soldato pontificio, e la cospirazione dei Sanfedisti contro il Papa proruppe gridando:Armi!

I Gesuiti furono dal Papa, finchè n'ebbe balìa, con tutti i nervi difesi, quando gli fu forza licenziarli lo fece con parole le quali ben davano a divedere, che ei riputava separarsi dalla migliore, o maggiore parte di sè. Gli scrittori gesuiti lacerano il popolo per avere domandato al Papa la soppressione dell'ordine loro, e sta bene; ma lo stesso fanno i Moderati, e lo perchè non si comprende: questa soppressione avendo altrevolte chiesto ed ottenuto i Principi al Pontefice, o perchè aveva ad essere interdetto al popolo? Forse i Gesuiti avevano mutato natura, e per volgere di tempo di malvagi divenuti benefici? I ministri niente seppero intorno alla composizione dello Statuto; uomini del tutto estranei a loro lo costruirono; egli è ben vero, che il Papa gli aveva chiariti mallevadori del proprio operato, ma innanzi della pubblicazione dello Statuto, ed allora dovendone rendere conto a lui cotesto obbligo non tirava a conclusione; però dopo la pubblicazione dello Statuto la malleveria essendo assunta dai ministri di faccia al popolo, pareva dicevole ne avessero a sapere qualche cosa. Delle pubbliche adunate, e dei chiassi popoleschi si compiacque maravigliosamente Pio, finchè terminavano col chiedergli la benedizione; allora compariva fantastico, illuminato da fuochi del Bengala, e mentre una colomba bianca, caso fosso o ammannimento, gli rotava intorno al capo trinciava crocioni che pigliavano un miglio di paese; quando poi, a mo' che i salmi finiscono col gloria, coteste baldorie si conchiusero col chiedergli qualche nuova riforma di abusi le prese in odio e le vietò in mal punto; il popolo accusava il ministero, i gesuiti, ed altri parecchi tranne il Papa, ed invece da lui solo si partiva il divieto; spaventato poi della mala impressione si mise a scarrozzare il giorno appresso per Roma, e qui fu che gli trasse da ogni parte dintorno il popolo, e Ciceruacchio gli montò dietro la carrozza dove sciorinandogli la bandiera tricolore su gli occhi, e gridandogli: «Santo Padre, fidatevi al popolo!» tanto mise paura nel petto imbelle di lui, che svenne. Anco il Thiers di Francia gli mandava dicendo: «Santo Padre coraggio!» e senza ombra di consiglio, perchè il coraggio delle magnanime, e buone cose per predicare, che uomo faccia non acquisterà mai il prete; quanto a coraggio delle triste, preti e femmine non hanno mestieri, che altri ce gli ammaestri.

Finalmente venne presto il giorno in cui la utopia si muta in fatto reale, e la Consulta nella quale veruno temerario aveva a scorgere il germe d'instituto incompatibile col pontificato si ebbe a convertire in Costituzione; ma ciò accadendo innanzi i moti viennesi, milanesi, e veneziani la voce del popolo non aveva per anco preso la intonatura della Provvidenza, ella durava sempre urlo di ribellione, epperò gli esce stitica dal cervello conciossiachè tale si palesasse il concetto dello Statuto pontificio: sia il Collegio dei Cardinali il Senato supremo, dopo lui un'altro Consiglio alto di Senatori a vita eletti dal Pontefice, per ultimo la Camera dei deputati uno per 30,000 abitanti. Il Consiglio di Stato ammannisca le leggi le quali avranno forza dopo approvate dai corpi deliberanti e dal Papa in concistoro segreto: le materie spirituali riservate; le miste non si tocchino.

Ora tu che leggi pensa come si potesse distrigare questa matassa massime in istato pretesco col Papa re, e Cardinali, senatori, i quali Cardinali deliberavano in segreto; ed in aggiunta con la censura mantenuta, e i minimi offici esercitati da cattolici, apostolici, romani.

Gli amici di Pio ci fanno sapere come egli l'll febbraio convocasse al Quirinale i quattordici capi di battaglione delle Guardie Civiche interrogandoli se potesse fare capitale di loro, e dei militi in caso, che gli frullasse pel capo di contrastare al popolo la Costituzione; ed avutane risposta negativa colpianto negli occhidichiarò avrebbe ordinato la compilassero sopra certe norme oltre le quali veruno potrebbe strascinarlo mai, e si tenessero per avvisati, e poi conchiuse: «già la Costituzione non è nome nuovo nel nostro paese; la copiarono da noi gli stati che la possiedono; noi avevamo la Camera dei Deputati nel Collegio degli Avvocati Concistoriali, e la Camera dei Pari nel sacro Collegio dei Cardinali ai tempi di Sisto V; e andate in pace.»

Havvi chi considera da ciò la suprema ignoranza di Pio intorno agli ordini costituzionali di Europa; a me sembra scorgere in cotesto discorso la callidità fraudolenta, che mai si scompagna dal prete; di vero o come adesso insuperbisce quasi della Costituzione già conosciuta in Roma, mentre quando instaurò la Consulta di Stato ammoniva non fosse alcuno così temerario di ravvisarci il germe d'instituto incompatibile al Pontificato? E' vuolsi credere piuttosto, ch'egli a quel modo favellasse per foggiare la Costituzione nella guisa, che gli garbasse meglio: infatti i suoi panegiristi discorrendo per lo appunto dello Statuto lo scusano ragionando così: non egli diresse i moti della Europa, ma ci resistè più che per lui fu potuto, e quando la prepotenza dei casi lo scaraventò fuori di carreggiata egli li dominò con mirabile coraggio; in tutte le concessioni che gli furono estorte egli protestò in favore delle verità sociali che la rivoluzione aborrì, e quantunque minacciato più degli altri, meglio degli altri stette fermo a cagione delle qualità di Principe, e di Pontefice raccolte nella sua persona; e poi spiegando a parte a parte il papesco Statuto esclamano: «quale sovrano avrebbe ardito tanto a quei tempi?»

Nel 1848 i Principi, eccetto Carlo Alberto, e del popolo i moderati, o come allora si chiamavano i dottrinari, trasecolavano degli spiriti guerreschi desti a un tratto in Italia, e dello smanioso chiedere armi, e battaglie; e pure doveva essere agevole prevedere che il popolo irrompe colà dove la passione lo tira: ora suprema passione del popolo l'affrancazione della sua terra da qualsivoglia servitù straniera, e gittar via da sè la turpe fama di codardo, la quale gravissima per tutti per gl'Italiani poi suona incomportabile, come quelli che abitando la terra degli antichi Romani se ne estimano eredi: quindi tu pensa se gli abitatori di Roma, e dello agro romano bollissero.

Il Gavazzi allora frate barnabita uomo potente di voce, di aspetto, e di parole aggiungeva legna al fuoco (e non ce n'era bisogno) con questa orazione da lui pronunziata nel mezzo al Colosseo del tutto degna che la storia ricordi: «tempo già fu quando i popoli di occidente vollero riscattare il sepolcro di Lui che della Croce fece fondamento alla libertà, moltitudini di uomini furono visti segnarsi della Croce il petto, e drappellato il gonfalone di Cristo avventarsi contro l'oriente! Cotesta era causa giusta! Cotesta era causa santa! Più giusta, più santa è la nostra! All'armi!

«Romani! l'Austriaco cento volte più barbaro del monsulmano picchia alle nostre porte…. che indugiate voi più? Come i Crociati poniamo sopra i nostri petti la croce, e su, addosso ai nemici, perchè Dio lo vuole! Non degno di chiamarsi romano chi per affetto o per comodo rimanesse codardamente ora alle sue case: non degna stirpe dei signori del mondo, non degno erede dei trionfatori sul Campidoglio colui che rifiutasse di presente vincere o morire per la libertà d'Italia. Indegna del nome di Romana, e di diventare madre colei, che adesso trattiene nelle sue braccia il fidanzato! Indegna dell'onore della maternità, e di seno fecondo colei, che piange per la partenza dei figliuoli! Indegna figlia delle matrone romane la donna che dissuade il suo sposo dai gaudi delle battaglie! Romani! i vostri padri vinsero tutto il mondo, patirete voi durare schiavi di tutto il mondo? Su via parlate!» Ed ottenuta risposta conforme all'accesa favella suggiungeva: «davanti questa croce simbolo di libertà, sopra questa terra santificata dal sangue dei martiri giuriamo di non fare ritorno a Roma se prima non abbiamo disperso fino all'ultimo i barbari, che straziarono la nostra terra!»

Taluno riprende coteste parole, e insinua pietoso come quei barbari cristiani fossero e nostri nella fede fratelli. Chi è costui? Un prete, che non rammenta come siffatti fratelli nostri le italiane donno sventrassero, e il frutto dei santi connubi portassero in trofeo infilato nelle baionette; e nè manco rammenta le creature cosperse di acqua di ragia ed arse fra il baccano e le scede a mo' di sorcio di fogna.


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