In veruno atto come in questo si palesa la pretesca fraudolenza. Pio IX mostrava repugnanza alla guerra però che si senta padre di tutti i fedeli, nondimanco lasciò, che diciassette mila uomini capitanati dal generale Durando andassero in Lombardia. Gli apologisti di lui lo scusano come quello che fu costretto, ed è scusa inane: perchè non abbandonava egli un potere che ormai non governava più? Se più tardi lo fece o perchè rimase adesso? L'uso delle armi, e la pecunia dello stato adoperata nel mantenerle, inviarle, o patire che movano contro cui chiami amico e figlio certo vuolsi giudicare suprema usurpazione di autorità; fuggì per meno il mal prete nel novembre di poi. Ma egli, aggiungono i difensori suoi, non benedisse la bandiera tricolore; certo gliela posero davanti gli occhi ma in compagnia della bandiera pontificia, ond'egli in ispirito, levate le mani, auspicò a questa, non già all'altra; siffatte sono grullerie gesuitiche, nè meritano confutazione. E poi i suoi difensori affermano, Pio IX inviava la gente con ordino espresso non valicasse il Po; sopra la ripa attendesse lo assalto, e veramente questo egli confessò eziandio nella enciclica del 29 aprile; e tutto questo era stolto, e fraudolento, perchè se lo Austriaco si reputava amico, e allora non bisognava spedirgli contro armati, ovvero era nemico e doveva reputarsi privo di senno il comando di aspettarlo a casa dandogli comodità di assaltarti a suo agio; combattere insomma con sicurezza di perdere: tu hai da fare la guerra con quello, che secondo la tua prudenza presagisci nemico quando torna a te, e non già quando piaccia a lui: inoltre diciassette mila uomini non possono giudicarsi sufficienti a guardare le frontiere degli stati papali; nè Pio IX credeva, che costretto (come disse) a mandare l'esercito fuori di Roma dove gli stava sotto gli occhi, e dove poteva esercitarvi immediata autorità fosse per obbedire ad ordine tanto insensato quando si troverebbe lontano da lui. Causa vera del consenso alla partenza dello esercito questa, che egli sperò votare in quel modo la città dei rompicolli; allontanati i cani egli fidava rimanessero a casa i montoni; garba cotanto ai preti chiamare, e provare i popoli greggi! Così vero questo, che anco dopo la partenza dello esercito continuando l'agitazione Pio IX ebbe ad esclamare ingenuo: «o non mi avevano detto, ch'erano partiti tutti!» Pertanto il prete così argomentava toccandosi le dita: o muoiono tutti per febbre, o per ferro nemico, ed è tanto di guadagnato, ovvero vincono, ed io mi avvantaggerò per avere trovato un ripiego, comecchè padre di tutti, per avere contribuito alle guerre patrie con i miei sudditi, e con la mia pecunia: breve: muoiono; e il prete pagato ne suffragherà l'anima: tornano disfatti; e il prete si rifarà delle passate amarezze tribolandoli come ribelli: se vittoriosi il prete li condurrà in Chiesa a cantare ilTe deum, e li ciurmerà campioni elettissimi della Santa madre Chiesa Cattolica.
Per meglio comprendere la doppiezza di Pio IX vuolsi sapere, che il Generale Durando arrivato sul Po con gli ordini di non traghettarlo sentendosi vinto così dall'ardore dei suoi soldati la più parte volontari, come dalla forza dei successi domandò ordini precisi di quello si avesse a fare, e gli venne risposto: «faccia quanto reputerà necessario alla tranquillità, ed alla quiete dello stato.» Ora se cotesto comento importa deroga agli ordini, che si volevano mantenuti non doveva trasmettersi; se non importa deroga bisognava spiegarsi più aperto. La enciclica del 29 aprile gli intendenti giudicarono peggio che slealtà, goffaggine pretta; per essa si conobbe la verità del proverbio, che chi troppo l'assottiglia lo scavezza, però che l'Austria non sia pesce da pigliarsi da cotesti bertovelli, e ricordò la protesta della Corte Romana al Congresso di Vienna quando le tolse il Polesine di Rovigo, nè lo dimentica adesso, che non alzerebbe un dito per sovvenire al papato: il popolo dall'altra parte ne venne in furore; il Papa da prima pretese mostrarsi impermalito, ma conosciuto poi, che questa volta la corda stava per istrapparsi si affrettò a dichiarare, che se egli non ispingeva a combattere l'Austria non parava persona ad andarci; per meglio blandire gli animi infelloniti mutava subito il ministero eleggendo uomini in buona vista del popolo. Pellegrino Rossi, che per sua sciagura, indi a poco entrò nei Consigli del Papa scrivendo in Francia così ragionava della sua condotta: «gli avanzavano due partiti da prendere, o l'intervento pacifico o la guerra; si addiceva il primo al Pontefice, la seconda al Principe italiano; egli non seppe fare l'una nè l'altra cosa, nè dichiarare la guerra, nè impedirla.»
Tanto bastava per generare gozzaie non rimediabili mai, e nondimanco da questa ora in poi crescono le bizze di Pio IX, sicchè proprio parve agli uomini gravi un fanciullo stizzoso; mentre gli durava la paura scrisse una epistola allo imperatore di Austria perchè a bocca baciata si ritirasse in Austria lasciando la Italia, e da quel buon figliuolo ch'egli era senza tanto stintignare obbedisse; io per me credo non si sia mai fatto al mondo tanto sciupìo di carte come a quei tempi; il Mazzini scrisse al Papa per convertirlo e persuaderlo a tornarsi a pescare; Pio IX scrive allo imperatore di Austria per convertirlo e persuaderlo a tornarsi semplice arciduca; e se fosse solamente carta quella, che fu sciupata mi accheterei, ma sciupati altresì andarono buon senso, lealtà, e tempo, che Dio certo ci dava perchè lo impiegassimo meglio.
Terenzio Mamiani davvero non mi parve mai uomo da dominare burrasche, tuttavia dei più risoluti di lui non avriano potuto durare tra le opposte spinte dei preti, e dei repubblicani, e Pio IX quasi si pigliasse diletto ad arcare cotesta povera anima ravviata ora non gli consentiva camminare con un solo ministro degli affari esteri, ma ne voleva due, uno per lo cose secolari, e l'altro per le spirituali: la nuova legge sopra la stampa (dacchè la vecchia per cui si era mossa gazzarra era venuta in tanto dispregio, che per poco non la pigliavano a sassate) voleva manipolare egli, cioè farla manipolare per lui da un padre Buttaoni domenicano maestro del sacro palazzo dal quale Dio scampi ogni fedel cristiano; negava ai ministri facoltà di punire i soldati fuggitivi; dal ruolo dei Consiglieri cancella il padre Vico gesuita, scienziato dei primi, e ciò perchè (il Papa affermava) l'avevano fatto a posta per non parere persecutori dei Gesuiti, onde ei veniva con questo a palesare l'animo suo di torre la reputazione al suo ministero infamandolo per tirannico: non consultati i ministri nomina Consiglieri di Stato, e Auditori; al Cardinale Ciacchi preside del consiglio dei ministri per la fermezza mostrata a Ferrara contro l'Austriaco salito in nome di liberale surroga il cardinale Soglia noto per abiezione non menochè per inettezza. La faccenda del discorso per l'apertura della Camera comparve piena di scandalo: lo compose il Mamiani per benino, lo corresse Pio IX e le sue correzioni accettaronsi poi si pentì e lo rivolle; allora ne compose uno nuovo da sè, e lo rimandò il 4 luglio vigilia del Parlamento: a quel modo intendeva Pio il governo costituzionale; non potendo i ministri accettare il papesco discorso, stante l'angustia del tempo proposero al Papa si facesse rappresentare dal cardinale Altieri il quale avrebbe detto panzane, ed essi avrebbero recitato un discorso messo insieme a modo e a verso d'accordo col papa: da prima Pio saltò su i mazzi urlando ch'erano traditori; gli fu dimostrato con pazienza da santi, che non i ministri traditori, ma egli era proprio un'ignorante, salvo lo Spirito santo, allora si abbonì, e accolse la profferta di rivedere il discorso, come in vero ei rivide ed approvò: tuttavolta l'Universodiario chiesastico di Parigi diè fiato alla tromba, e gli altri diari d'Italia tennero bordone lamentando la Chiesa governata da nemici della religione, e peggio; così si screditavano i ministri, e manomessa l'autorità si rendeva impossibile qualunque governo.
Ricercando le cagioni di cotesti sbalestramenti papali ho sentito dire come Pio IX per lettere intercette venisse a sapere come il Mamiani s'indettasse a suo danno col Piemonte, e di ciò movesse querimonia infinita con monsignore Muzzarelli: qualche cosa ci ha da essere stato; ma di tradimenti non è capace il Mamiani, e Pio IX si mostrò così governato dalla vanità ch'io lo reputo più che capace da giudicare tradimento ogni partito che tendesse a ledere le sue prerogative di cui procedeva, e procede tenerissimo: ad ogni modo, poste per vere lo busbaccherie del Mamiani, il Papa avrebbe dovuto licenziarlo, molto più che per essere visto dal popolo con occhio obliquo poteva molto destramente farlo, e non già stare a bisticciarsi con lui in danno della cosa pubblica. Invece ogni tantino minacciava volere dare il puleggio al Mamiani, e tuttavia lo teneva: invece di due ministri separati per gli affari esteri adesso Pio pretende che in uno solo si cumulino i negozi così secolari come spirituali, e il ministero gliela imbianca, quindi gli cresce il rovello contro di lui, sicchè quando la Commissione dei deputati si condusse a portargli la risposta al discorso di apertura, egli con mal garbo disse accettarla come fatta alle parole dello Altieri, e protestò la ferma risoluzione di mantenere nella pienezza intere la libertà, e le potestà sue.
Le fortune d'Italia per la disfatta delle milizie regie, e pontificie volgendo al basso, il Papa estima potere allungare le mani contro la libertà e s'inganna; la sventura inasprisce non doma gl'Italiani, e i reduci sparsi per le città, e per le ville gli animi già accesi infiammavano; intanto gli Austriaci mettendo avanti nuove improntitudini a Ferrara forniscono pretesto di tumulto al popolo in Roma che chiede armi, invade il Parlamento, e a forza unito con la guardia civica presidia le porte, ed il castello santo Angelo; il Mamiani odiato dal Papa, sospetto al popolo lascia l'ufficio, e veramente non correvano tempi per lui, ingegno temperato, amico della compostezza elegante, e forbito nel dire, nel vestire, nell'operare, in tutto; in una cosa solo io lo reputo stemperato, ed è nella passione di vedere sgombra la Italia da ogni straniero. Pio picchia a tutte le porte per formare un nuovo ministero, nè potendo rinvenire meglio ricorre ad Eduardo Fabbri infermo, e settuagenario, cultore di buoni studi, ma alieno alla politica, di negozi imperito. Gli Austriaci tumidi delle riportate vittorie, pigliano diletto a provocare il popolo, obliando che avevano vinto le milizie regolari, ma dai popoli erano stati vinti. Welden entra in Bologna; i soldati insultano e vengono manomessi; il capitano austriaco impone gli si consegnino i rei, i cittadini, che gli hanno per innocenti anzi per eroi li negano; dalle parole ai fatti; per quattro intere ore si attende da una parte, e dall'altra a rompersi le teste; il popolo bolognese mostra a prova averla più dura dello austriaco, e lo caccia: a Roma il popolo imperversa, anco al vecchio Fabbri s'infiamma il sangue e manda fuori bandi ardentissimi; e non ce n'era di bisogno: a Pio in proporzione che il sangue si scalda altrui si raffredda il proprio; il Fabbri risegna il governo, e Pio gli surroga Pellegrino Rossi. Questi richiesto prima del Fabbri aveva rifiutato perchè avendo troppa parte di vita logorato fuori d'Italia, gli umori degl'Italiani ignoti erano a lui egli ignoto agl'Italiani; aveva moglie protestante, forse protestante egli stesso; professore in Francia di varie dottrine; riputato, edotto non però ingegno supremo; i suoi scritti come invisi a Roma erano messi allo indice: apparteneva alla setta, che allora in Francia si chiamava dottrinaria; lo aveva portato su il Guizot: possedeva in copia la superbia, e la presunzione doti comuni a cotesta setta; l'acerbità dei modi era sua. Per quanto ci è dato conoscere i suoi concetti questi: nelle faccende interne un po' di amministrazione liberale e abusi quanti più potesse levati di mezzo; guerra di sterminio alla democrazia; crescere le apparenze, non la sostanza delloStatuto; fuori lo accusano aversi voluto legare con l'Austria per bilanciarsi col Piemonte, da lui, e più dal Papa preso in uggia, ma non lo credo; credo piuttosto che intendesse equilibrarsi col sussidio di Napoli, e di Toscana: disegno scarso ad un punto e troppo; scarso per provvedere ai tempi grossi, soverchio per inimicarsi i democratici, i preti, e i parziali al Piemonte; di più aveva contro l'onda del secolo, e l'ira delle moltitudini.
Quest'uomo o improvvido, o acre pareva compiacersi di pungere il genio della città unendosi nel ministero gente a dritto detestata per illiberale, come l'avvocato Cicognini, che di capo della estrema destra diventò ministro di grazia, e di giustizia, e il generale Zucchi, che usciva di prigione dell'Austria con buona fama per macularla a Rimini nel 1831, e nella resa di Palmanuova nel 1849 offuscarla affatto, fu promosso ministro della guerra. Ora essendo cosa ordinaria che chi dirige dia la intonatura lo Zucchi venuto a Roma disse alle guardie civiche parole dure e aborrite; andato a Bologna, tolse pretesto da qualche brutto fatto commesso dal popolo armato per disarmare popolo, e volontari, contro i corpi di Garibaldi e di Masina spedì milizie; costume vecchio, e nuovo di governo tirannico eccitare disordini, o non prevenirli per pigliarne poi la congiuntura d'insidiare la libertà: nelle provincie, e a Roma il popolo bolliva, anco la guardia civica portava il broncio; la nuova Camera uscita da pochi elettori, rappresentava colà come altrove una classe sola repugnante per timidità, o per altra più rea passione, da usare risolutamente della libertà: ciò era molto, massime a quei tempi, per rendere detestabile un'uomo, ma il Rossi fece peggio; dopo inimicati i democratici venne alle rotte con quanti parteggiavano pel Piemonte, e per la guerra, che non erano pochi, stampando sulMonitore romanocerti suoi scritti co' quali trafitti prima gli Albertisti dichiarava volersi accostare a Ferdinando di Napoli belva di re; per colmare lo staio il 13 novembre fatto mettere la mano addosso a Vincenzo Carbonelli, e a Gennaro Bomba napolitani agitatori irrequieti li mandava a Civitavecchia per espellerli dallo stato: arrogi, che presagendo egli resistenza si ammannisce a sfidarla, al quale scopo ordina nelCorsouna lunga sfilata digendarmi, come per avvertire i Romani che si giocava di vite; distribuiva poi i Carabinieri nei dintorni del palazzo della Cancelleria non senza prima arringarli dicendo, che in caso di sommossa dimenticassero l'essere cittadini per rammentarsi che erano soldati. Il giorno 15 novembre, fissato per l'apertura del Parlamento, al colonnello Calderari, il quale si profferse accompagnarlo con una mano di carabinieri a cavallo, e lo avvertì di pericolo soprastante, rispose, non temere niente, sarebbe ito senza scorta, e tuttavia lo agitava una fiera inquietudine, aveva la faccia pallida, e la voce velata. A Pietro Righetti disse: «se non avete paura venite meco alla Camera» e quegli andò. Una mano di gente da 50 a 60 vestita tutta della assisa dei reduci da Vicenza lo aspettava smaniosa nel cortile del palazzo della Cancelleria, sicchè taluno di loro impazientito dello indugio esclamò: «sta a vedere che il vigliacco ha paura, e non viene.» Ma il Rossi aveva sospetto non paura e veniva; un uomo appostato in via dei Baulari precorse la carrozza avvisando i congiurati: «ei viene, ei viene» Allora andò intorno il grido: «eccolo! eccolo!» e dal portone del palazzo fino alla scala si dispose in due ale, più spessa la destra, la sinistra scarsa. Appena sceso dalla carrozza il Rossi, e dietro a lui il Righetti si levò un cupo brontolìo misto a fischi; egli procedeva in sembianza provocatrice, con le mani nelle tasche della cappa; crescendo i fischi trasse fuori le mani, e prese a sbattere i guanti ghignando protervo; lui certo tirava un fato maligno: ecco di repente i congiurati chiuderglisi dietro e separarlo daì Righetti; uno di loro lo tocca di un bastoncello nella coscia destra, il Rossi si volge indispettito da cotesto lato; allora due o tre si spiccano dal gruppo destro per girare al sinistro passando davanti allo sciagurato e gli vibrarono non uno, bensì due colpi, il primo fu invano, non così il secondo; il pugnale penetrò nella parte sinistra del collo dall'alto in basso per bene quattro dita tagliando affatto l'arteria carotide, e la vena guigulare esterna, parzialmente la carotide primitiva; egli barcolla senza dire parola, tenta appoggiarsi al muro ma non si reggendo casca giù di sfascio. L'omicida ai più parve giovane di 20 o poco più anni, di poca barba, e smilzo; appena fatto il colpo gli gettarono addosso un mantello da guardia civica, e sparve con seco i complici, dei quali taluno andava ripetendo: «zitti! zitti! e' non è niente.» Il Righetti a cui pure fu menato un fendente di daga invano facendosi largo domandò aiuto per sollevare il trafitto; non gli badarono, intanto sopraggiunse il servo del Rossi Giovanni Pinadier, e in due lo rimisero in piedi, così sorretto salì otto scalini o nove, e quindi si abbandonò; trasportato di peso nelle stanze dei cardinale Gazzoli adagiaronlo su di un lettuccio; mandarono pel prete il reverendo parroco dei SS. Lorenzo e Damaso, e lo trovarono a pranzo[1] sicchè arrivò per assolvere il Rossi e vederlo spirare, e forse era spirato, perocchè uno che si trovò presente al caso ci racconta, avere suggerito al moribondo di profferire le parole: «Gesù mio misericordia,» ma non potè dirle, e spirò. Su quel subito dopo incominciato un po' di processo tanto per non parere si lasciò cascare, fu ripreso più tardi. Gli accagionati sedici, otto contumaci tra i quali Ciceruacchio e Sterbini; dei presenti Felice Neri morì prima della condanna, degli altri Luigi Grandoni e Sante Costantini giudicati nel capo, ma il primo periva in carcere, l'altro ebbe mozza la testa; i rimanenti cinque mandati chi a vita, e chi per 20 anni in galera.
[1] «Pranzavo, fu sonato alla porta, e fu detto:—«presto il curato che hanno dato una stoccata al Rossi…..» Deposto del R. P. de' SS. Lorenzo e Damaso.
Nè anco si creda che il cardinale Gazzoli con pietoso animo aprisse le sue stanze al trafitto; com'entrassero in casa allo eminentissimo, ce lo fa sapere un testimone: «Io accompagnai allo appartamento Gazzoli sendoci resa aperta la porta dopo un calcio forte dato alla medesima dal servo del Rossi.»
La paura, che invano presumerono mantellare di costanza romana, persuase la Camera ad aprire la seduta, comecchè non fosse in numero e a leggere il processo verbale, ma della strage del Rossi non discussione, non deliberazione; un grido solo si levò per impedire l'apertura della seduta codardamente animosa; se non chè questo altro grido (dicono si partisse dal principe di Canino) di rimando lo attutì: «è forse morto il Re di Roma?» I vari partiti si gettarono in faccia l'omicidio del Rossi; uno scrittore non so se più tristo, o ridicolo, ne incolpò anco lo scrittore di questo libro; e l'opera del D'Arlincourt ebbe traduttori e stampatori a Livorno, lettori, e forse credenti in Italia; miserie di tutti i tempi, e di tutti i luoghi, forse correggibili un giorno, ma certamente non emendate fin qui!
A fine di conto veruno amò Pellegrino Rossi imperciocchè pei preti fosse troppo, pei liberali troppo poco. La Corte Romana lo pianse morto perchè le tornava singhiozzare senza lacrime, se gli fosse durata la vita lo avrebbe ucciso ella: più tardi Pio gli mise un po' di sepolcro tanto per non parcere, e su la lapide commise incidessero lui avere avuto ragione da vendere, il Papa lodava ed approvava il Papa, e questo va pei suoi piedi nè importava davvero scolpirlo sul marmo.[1]
[1] Il sepolcro del Rossi è in S. Lorenzo a dritta dello altare maggiore murato alla parete: consiste nel busto del Rossi tra l'Alfae l'Omega; sopra il busto un Cristo, e sotto al busto
causa ottima io presi a sostenere, però mi avrà misericordia Dio; al riposo e alle ceneri di Pellegrino Rossi commendatore da Carrara che preposto da Pio IX p. m. agli affari interni per consiglio di empi con meditata strage fu spento il 15 dicembre 1848 di anni 61. m. 4. g. 12.
Spontaneo o consigliato Pio IX mandava nel mattino del 16 Marco Minghetti, e il Conte Pasolini in cerca di Giuseppe Galletti, il quale arrivato la sera del dì precedente aveva ricevuto dalla turba inebriata di vino e di sangue strepitose accoglienze; egli nelle sue memorie fa le stimate per questa chiamata, e s'infinge; forse altra volta non aveva egli retto il governo? E per le acclamazioni popolari non offeriva un'arnese lì per lì da logorarsi in opposizione al popolo; certo per breve tempo, ma a quei giorni chi poteva augurarsi durare un pezzo; e poi Pio IX non ne aveva bisogno di lungo; bensì di tanto che bastasse a mettersi in salvo; recatosi il Galletti al Quirinale, il Papa gli parlò pacato, e gli commise comporre nuovo ministero; chieste alcune ore per indettarsi gli concesse spazio fino a sera; uscito, gli offre la carrozza il principe Corsini, ed ei va con esso; mentre passano per piazza Apostoli ecco accorrere loro una turba di gente, nè popolo tutta, bensì mista di deputati, di cittadini maggiorenti, e di ufficiali, con bandiere e carelloni sopra i quali stavano scritte le domande, che intendevano il Papa esaudisse:ministero nuovo, governo quale lo aveva già dichiarato il Mamiani, adesione alla Costituzione bandata del Montanelli; appena ravvisato il Galletti, la moltitudine lo cava dalla carrozza, e seco lo travolge al Quirinale in mezzo alla deputazione eletta per partecipare al Papa i desiderii della Città; sappiamo da lui, come parendogli strano inquietare Pio per cosa della quale già gli aveva dato incombenza, e non dicevole angustiarlo per le altre s'indettò con la Deputazione di entrare in palazzo, e uscirne poi simulando avere tenuto colloquio col Papa, e da lui impetrata la facoltà di comporre il ministero senza toccare di altro; era inganno cotesto ma il popolo che di rado si lascia abbindolare quando tiene aperti gli occhi prese a prorompere: «o le altre?» A che il Galletti, colto alla sprovvista rispose: «quanto alle altre provvederebbe il governo non essendo tali da poterlo fare il Papa senza ministero.» Il popolo subodorata la frode, diede nei lumi: «risposta chiara e subito;» e s'incammina a cercarla da sè; trattenuto a stento concede ritorni al Papa il Galletti, il quale va, e lo trova arruffato; preghiere e persuasioni non valgono a smoverlo, bensì ei gl'insinua ad ingannare il popolo, e il Galletti mostra offendersene, ma a torto perchè se lo aveva deluso una prima non si sa perchè non lo avrebe deluso una seconda volta. Popolo, e Svizzeri già cominciavano a barattarsi qualche nespola; preti, e servitorume in palazzo tremano a verga supplicando il Galletti li salvi dallo sterminio, sicchè egli annunzia al popolo non un rifiuto duro duro del Papa, bensì non volere patire violenza. Alle armi! urla il popolo, e sgombra la piazza. Il Papa nella fiducia che la repulsa gli procacciasse reverenza si stava nella sua vanità tranquillo, quando ecco allagare la piazza il popolo armato trainando un cannone per fracassare la porta maggiore del palazzo, con esso lui la guardia nazionale, bersaglieri, reduci, e fanterie regolari; si dà mano a moschettarsi con gli Svizzeri; il sangue gronda; monsignor Palma mentre si affaccia ad una finestra del Quirinale per ispeculare quello che si facesse in piazza, colto da palla nel capo, muore; dicono fosse uno degli scrittori della famosa enciclica del 29 Aprile. Appiccarono il fuoco ad una porta laterale; grave il danno presente, troppo maggiore il futuro, imperciocchè il figlio del Ciceruacchio stesse per dar fuoco al cannone appuntato contro la porta del Quirinale, e lo faceva se non lo avessero tenuto; di ciò si vantano parecchi, il Calandrelli, e il Galletti; forse ci avranno avuto parte ancora essi, ma quegli, che gli strappò la miccia accesa di mano fu proprio il padre del giovane tuttavia parziale a Pio IX. Si mandarono in fretta da più parti persone in traccia del Galletti, che rinvenuto in Piazza Navona andò; il Papa apparve atterrito, ma più che atterrito crucciato, che nel cuore del prete due grandi passioni si davano battaglia, orgoglio e paura; per la composizione del nuovo ministero di leggeri andò persuaso, alle altre domande invincibilmente opposto, onde si ebbe rifugio al ripiego, deciderebbe l'Assemblea su quelle; il popolo non si contentava, ma lo abbonirono con le parole artate; il popolo pretendeva altresì gli si consegnassero nelle mani gli Svizzeri, ma anco su questo lo abbonirono. Dicono i panegiristi di Pio, com'egli al cospetto degli Oratori stranieri protestasse della nullità degli atti come estorti a forza, e non pare, dacchè parte accettò, e parte respinse delle domande del popolo, e se questo fu inganno per celare meglio le riposte deliberazioni tanto maggiore gli riviene il biasimo per la usata fraudolenza; e di ciò si duole amaramente il Galletti lamentando i danni patiti per essersi spencolato in suo pro, la sua sconoscenza come quello che lo aveva sottratto a pericolo sicuro, poichè s'egli non era il popolo in cotesto di aveva mostrato volontà e potenza di troncare ad un punto Papa e papato. Gli uomini del 1818 sperimentarono nemici così i principi come i popoli, e a parere mio meritamente, imperciocchè molti di loro per disposizione propria, e per qualità di tempi, taluni per qualità di tempi soltanto nè salvarono le monarchie, nè impedirono le repubbliche; una maniera di rivoluzionari annacquati: onde oggi Dio non li vuole e il diavolo li rifiuta; e più che tutti ha ragione di spregiarli il popolo, il quale a questa ora non si troverebbe a rifare i passi sopra una via insanguinata dai suoi piè laceri.
È fama che Pio IX tra il sì, e il no tenzonasse di partire o rimanere, ma che a traboccare per la risoluzione di andarsene contribuissero assai la lettera, e il dono della pisside, o meglio della teca dove un Chatorusse vescovo di Valenza gli dette ad intendere Pio VI portasse il viatico nelle sue pellegrinazioni; invero a che pro cotesto impaccio se il Papa con due parole e un po' di farina poteva farsi quanto Dio voleva? e la farina da per tutto si trova. Avendogli pertanto mandato Dio la ispirazione per mezzo del vescovo di Valenza, mentre gliela poteva spedire per via diretta deliberò la fuga: in questo passo forte lo stimolava il duca di Harcourt il quale intendeva condurlo a Civitavecchia e quindi in Francia, arnese ottimo, secondo lui, per iscompigliare la Europa pigliando a volo i diritti, o piuttosto le pretensioni dei Papi sul bene altrui. Gli oratori degli altri principi cattolici ben si accordavano coll'Harcourt intorno alla fuga ma dissentivano circa l'asilo, il Martinez della Rosa lo voleva trasportare alle Baleari, il conte Spaur a Gaeta donde con maturità di consiglio avrebbe potuto scegliere fra le Baleari e Francia, così diceva, ma insomma lo voleva commettere nelle mani del Re di Napoli e dell'Austria: ognuno di loro tira l'acqua al suo mulino. Essendo comparsa in quel torno un'aurora boreale, gli scrittori chiesastici, ne traggono argomento ad affermare che la fuga di Pio fu annunziata dai cieli; e questo potrebbe addursi in prova della pertinace impostura, o ignoranza dei preti se il temerario sillabo di Pio IX non assolvesse da ogni prova. Il 24 di novembre l'oratore di Francia arriva al Quirinale in un carrozzone di gala preceduto dai corrieri con le torce a vento, e domandata udienza introducesi al Papa il quale tosto muta vesti pigliando quelle di un pretoccolo, e per mascherarsi meglio postosi sul naso un paio di occhiali verdi scappa per certe stanzuccie conducenti al corridore degli Svizzeri, il duca d'Harcourt rimane nella stanza di udienza dove nel disegno d'ingannare la gente continua a discorrere con voce alta e concitata; se non chè quando egli pensa ormai assicurato il fine dei mal sortiti tiri furbeschi, ecco che ti vede ricomparirsi davanti il Papa disfatto con un moccolo in mano. La porta del corridore degli Svizzeri disusataab antiquonon aveva potuto aprirsi, chiuso allo scampo ogni via: agevole cosa immaginare la confusione di costoro, e forse imprecavano a coro un Dio avverso quando il foriere Filippani sopraggiunge ad avvertire che il Dio placato sotto forma di olio di oliva aveva fatto scorrere il chiavistello e spalancata la porta: amplessi, e baci, e passi accelerati per rimettere il tempo perduto. La contessa Spaur dopo aver messo in confronto la partenza di Pio VII da Roma con quella di Pio IX, la prima in mezzo al pianto dei fedeli Romani, massime delle donne, che picchiandosi il petto simili alle figliuole di Gerusalemme ululavano: «chi ci rapisce il Santo Padre? Chi?» La seconda alla chetichella a guisa di ladro notturno che porta in salvo la cosa furtiva, esclama:qual differenza!—Questa confessione scappata impensatamente dalle labbra di una donna foggiata a zelantissima cattolica chiarisce le condizioni attuali del Papato, e il fine, che senza rimedio ormai gli si apparecchia.
Vulgare fuga fu cotesta, che invano s'industria la contessa Spaur di rendere poetica: bimbi, cameriere, preti, carabinieri, che reggevano il sacco, e nondimanco paura; tutto questo burlevole: pieno però di amarezza vedere cotesto mal Prete recitare il breviario col padre Liebl, e supplicare Dio per la salute degli uomini, che tornato in fiore egli dannò alle galere, agli esilii, qualcheduno alla morte. Giunse il Papa a Gaeta a salvamento, perchè, come disse egli alla Spaur, seco era Dio chiuso dentro la scatola, il quale pure non era bastato a salvarlo dalla paura quando trovò chiusa la porta del corridore degli Svizzeri! Di colta il Papa fu preso per ispia dal comandante di Gaeta, ma poi il Re Ferdinando avvertito gli portò in fretta e in furia camicie, soldati, e marzapani e condottolo seco a Napoli l'ospitò regalmente; per la qual cosa questa belva incoronata, che uomini di stato temperatissimi chiamano addirittura negazione di Dio, diventa ad un tratto: «Re cristiano ammirando nel quale non sai se le virtù del principe cristiano superino quelle del privato, o queste quelle avendo discorso parole, e operato fatti di sovrano il più magnifico e il più pio di quanti si conserva memoria nel mondo.»
Dicono il duca d'Harcourt corresse a Civitavecchia nella speranza di trovarci il Papa, e non ce lo rinvenendo rimase come schermitore vinto di scherma; ciò altra creda non io, che se tale fosse stato l'accordo egli avrebbe da lunga mano allestito il naviglio, a mo' che fece Leopoldo di Toscana mercè la Inghilterra, la quale in quelle rivolture tenne il piè in tutte le staffe, e parve pescatore che intorbida le acque per pescardi dentro.
Conosce l'universale come Pio IX fuggito da Gaeta dopo tre giorni deputasse certa comissione di sette persone a reggere il paese: questo gli era vietato per legge: e supposto gli fosse concesso veniva tardi, perchè il Decreto, che la instituiva arrivò a Roma solo il tre dicembre, o si conosceva aperto, che la era preordinata per iscarrucolare la gente, di vero tre dei sette non si trovavano a Roma, gli altri quattro in mal punto, e senza un'oncia di consiglio richiesti arruffavano: ci erano apposta; all'ultimo ricusano. Il Papa depone il ministero, che non gli dà retta e rimane, solo repugnante il Mamiani; mandasi deputazione a Gaeta, ed anco questo parve partito insano, chè ormai era chiaro il Papa, se straniere armi non ce lo riconducevano, non volere restituirsi a Roma. La deputazione come poteva di leggieri prevedersi fu respinta ai confini; avendo ella scritto lettera al cardinale Antonelli fin lì mostratosi zelante di libertà non n'ebbe riscontro di sorte; cessata la commedia aveva deposta la maschera.—La risoluzione forse non poteva salvare, ma la incertezza fu di sicuro ruina; gli operatori dei passati rivolgimenti non si tennero paghi ad avere ragione, ma sì ancora attesero a provare per filo e per segno che l'avevano; nè io dirò che in queste faccende non importa ragione; questo altro dico, che non rileva tu abbi ragione se l'esito ti dà torto. Il ministero revocato continuò a guidarsi come nave senza timone, i deputati peggio che mai; eletta nuova giunta di reggitori, Gaeta, interessata a crescere la confusione, protesta; si scioglie il Parlamento, e si convoca l'Assemblea constituente; il senatore di Bologna membro della Giunta risegna lo ufficio, gli sottentra il Galletti; Mamiani abbandona il ministero e se ne ignora la causa, dove non fosse il cruccio concepito nel vedersi postergato a cui egli estimava, e senza dubbio era, men degno di lui.
Precipito la narrazione come quella che si versa su cose a tutti notissime; il Papa col monitorio del primo gennaio 1849 protesta, e vieta ai fedeli di partecipare all'assemblea constituente sotto pena di scomunica; nonostante ciò apresi, e ci concorrono i fedeli; si mette il partito della decadenza del Papa ed è vinto con voto quasi universale, imperciocchè i dissidenti sommassero a quindici sopra 142; posta altresì a partito la dichiarazione della repubblica ebbe contro soli ventidue voti, che per la scarsezza loro e' furono come se non fossero; l'assemblea elesse ancora un Triunvirato composto di Armellini, Saliceti, e Montecchi: varia di loro la fama come suole nei mareggiamenti politici; però cribrata ogni cosa ad Armellini consentono molta scienza legale, e di ciò porgono preclaro testimonio le sue allegazioni forensi, e nelle altre faccende più ingegno, che dottrina: nello eloquio spedito: Catone in piazza, Epicuro in casa: cupido di primato, nei propositi incerto, di modi, e di parole coperto, prete fu e non sapeva dimenticarsene; altre taccherelle gli appongono, e le avrà avute; fatto sta che stette alla sua fede fermo, non vacillò per danno presente, e per presagio di maggiore pericolo avvenire, visse e morì onorato nello esilio lasciando desiderio di sè in quanti lo conobbero, e nome presso l'universale di cittadino onesto. Il Montecchi eziandio appartenne al foro, buono era, ma di poca levatura; uno dei tanti, che la ruota delle vicende umane pare che abbia bisogno di tirare su per fargli fare, girando, il tomo; il Saliceti entrò nel maestrato con maravigliosa reputazione, lo predicavano giureconsulto solenne, filosofo, ed uomo di stato: ministro a Napoli lo ebbero in pregio: grandi cose si aspettavano da lui, e non le fece, sicchè presto venne meno alla pubblica stima, solito scoglio in cui rompono anco i sommi, i quali non rispondono mai all'eccessivo concetto, che altra si forma di loro.
La repubblica non fu accolta bene nè male; la patirono i popoli, nè forse vi era altra uscita, dacchè al Papa non si voleva tornare, nel governo provvisorio non si poteva durare; il Monghini, che questo disse, allora come ora apparve savio, e il Farini male si adopera trafiggerlo con oblique parole: maligno raccontatore costui, contro il quale, percosso da Dio, non lice aggravarsi con dure parole. Quando poi con tanto valore i Romani con gl'Italiani convenuti a Roma difesero la repubblica, furono sospinti ai magnanimi atti meno da svisceratezza per la forma del governo che per mostrare a prova di sangue allo aborrito straniero come gl'Italiani sappiano adoperare l'arme anco in disperata difesa; nè questo è giudizio dello scrittore, bensì dello stesso Giuseppe Mazzini, il quale, interrogato da lui rispondeva proprio così: «il concetto della difesa di Roma fu in tutti concetto di onore, e di ribellione naturale contro la insolenza francese; nei pochi concetto repubblicano, e desiderio di promovere il principio facendo conoscere al mondo ciò, che a petto dei monarchici d'Italia valessero i repubblicani…. Roma era scaduta agli occhi d'Italia, e di Europa: era una popolazione di preti, di servi, di ciacchi viventi su la candela, su le cerimonie, e le corruttele dei sacerdoti, e di trasteverini ignoranti, affascinati dalle pompe cattoliche, comecchè d'istinti veracemente Romani. Ora per noi senza Roma non si fonda unità, però bisognava riconsacrarla all'ammirazione di tutti; farvi scintillare una favilla di virtù prisca e vera…. insegnare insomma di nuovo Roma alla Italia, la Italia a Roma.»[1] Intento a vero dire non pure generoso ma giusto, e checchè adesso in contrario ne appaia portatore in futuro di frutti maravigliosi quanto inopinati.
[1] Mazzini note ms.
Lo stato di Roma grave perchè quello d'Italia pericolante. Hainau atterrisce a Ferrara, Venezia è stretta di assedio, Sicilia non riconosce la repubblica romana, Piemonte torbido, volente battaglia contro l'Austriaco, aborrente dai moti dei popoli, e più dalle aspirazioni loro, Toscana mal ferma. Qui venne il Mazzini per lo appunto il giorno in cui il Granduca Leopoldo disertava dal paese come il soldato dalla bandiera: coloro, che rimasero al governo della Toscana promossi da tutti, in breve sperimentarono nemici tutti, e non pure nei fatti, ma sì nei detti, e negli scritti: i monarchici pretendevano ch'essi facessero sangue per costringere il popolo a tenersi un principe che fuggiva, i repubblicani li lasciarono perchè non bandirono la repubblica, e adesso col giudizio stesso del Mazzini si chiarisce come nè anco a Roma, dov'ella fu promulgata, i più di cuore la sostenessero. Non comprendevano i reggitori Toscani con quanto, non dirò giustizia, ma senno potesse imporsi per forza la repubblica, di cui è fine consentire al popolo lo esercizio pienissimo della propria libertà; ond'ei se ci repugni, appena datagli la repubblica, te la butta via, e dove poi tu voglia, ch'ei la tenga ti fa mestieri adoperare modi tirannici dai quali aborrivano i governanti Toscani: inoltre bisognava considerare, ch'eglino preposti al governo provvisorio dovevano queste due cose compire; mantenere ordinato il paese, e provvedere, che l'assemblea costituente eletta con sincerità di suffragio deliberasse intorno alle sorti del paese; e tanto ebbero in sorte di compire. Quanto a loro dalla repubblica non rifuggivano davvero, se repubblica aveva ad essere l'universale deliberasse; solo le violenze detestavano, chè modi incivili non furono mai visti partorire costumi civili. Di tanto possiamo porgere testimonianza, che dove lo universale avesse deciso reggersi a repubblica, e avessero eletto a sostenere gli uomini del governo provvisorio la infamia di accorrere allo Austriaco coll'olivo in mano sarebbe stata risparmiata alla Toscana; il come non importa dire, chè gli eroi, scomparso il pericolo, si misurano con lo staio.
Giuseppe Mazzini non avendo potuto ottenere per via di conati, a vero dire, non civili nè giusti che il governo provvisorio imponesse tirannicamente la repubblica in Toscana se ne andò a Roma senza essersi fatto tra noi nuovi amici, e disgustato parecchi dei vecchi.
Chi sia Mazzini non impora esporre con lungo discorso: se le sue teorie valgano tutte anco meno preme discorrere; questo è certo, che le teorie voglionsi sempre accogliere quando svegliano la passione, e il pensiero; spetta alla esperienza poi sceverare il troppo, e il vano: ora le teorie del Mazzini sopra le altre poterono operare questi due effetti stupendi in tempi nei quai l'uomo sembrava nato per servire di camposanto al cuore, e al cervello proprii: tenace secondo che gli porge la natura genovese, e però disposto ad operare, gli fanno difetto due cose: pratica di uomini, e pazienza di pigliare gli eventi come vengono: di animo mite, cultore di molti studi come di molte favelle, scrittore efficace, comecchè imperito delle grazie della lingua, nondimaneo facile a intendersi e però popolare il suo dettato: di costumi incorrotti, di vita esemplare, donatore del proprio frattanto avendogli appiccato accusa di peculato cadde da sè senza mestiero difese, e adesso vive con le reliquie del paterno censo, accomodate a vitalizio con certo suo parente di Genova: di fede intero così, che anco ai suoi poco amorevoli piuttostochè trista parve strana la taccia di servile sbalestratagli contro da tale, che da un pezzo dimena nel manico, e non è nero ancora, e il bianco muore; più agevole riprenderlo di spietata inconsideratezza di spingere altrui a morte quasi sicura, che negare per questi sacrifizii cresciuto a mille doppi l'odio degl'Italiani contro lo straniero. Se congiurasse contro la vita altrui parecchi affermano, egli nega; ma considero, che uomini i quali fanno professione delle sue dottrine non ci repugnano dove il dannato a perire meriti davvero essere offerto vittima alla pubblica Nemesi, e dal castigo di lui ne venga benefizio all'universale; nè a cosiffati uomini si domanda donde cavino il mandato, imperciocchè ti risponderanno dalla propria coscienza; e neppure li tratterranno la esecrazione o i supplizi mirando per le storie come per gesti di questa maniera tale fine aspetta se infelici; fortunati poi ogni uomo loda, e quasi india. Su di che parmi dovere ripetere un mio antico giudizio, che reputerò sinceri gli abominatori degli omicidi plebei, quando io gli udirò detestare del pari i principeschi, nè vedrò serbata la ignominia a quelli, che per istrage vanno al patibolo gli encomi agli altri i quali la medesima colpa esalta al trono: e rammenterò eziandio, come san Tommaso distingua la uccisione del tiranno, che per fraude o per forza ti si è imposto addosso da quella del tiranno eletto per suffragio del popolo; e nel primo caso l'ammette, nel secondo no; la quale sentenza a cui bene intende parrà, come di vero ella è, piena di senno, imperciocchè il violento tiranno sia accidente, che di un tratto ti colse, e di un tratto può andare via, mentre il volontario cagionato dalla corruttela del popolo per cessare ch'ei faccia non rifiorisce la libertà omai spenta: e questa è la ragione per cui ammazzato in Tebe Alessandro da Pelopida, ed in Atene i trenta tiranni da Trasibulo coteste repubbliche riebbero la libertà, mentre a Roma la strage di Giulio Cesare partorì tre tiranni, e l'ultimo tracollo della repubblica. Ma questo secolo su gli altri piglierà titolo di bugiardo come quello, che i nomi onesti, e le sembianze tutte di virtù inquinava ponendoli a velo di tristi parole, e di peggiori opere. Insomma, bandita ogni ipocrisia, questa è la ragione delle congiure per la strage dei tiranni; se non riescono si rinnegano da tutti, se riescono da pochi, ma nessuno respinge i doni comecchè sanguinosi della fortuna. Taluni scrittori francesi, che scambiano l'arguzia per discorso scrivono, che il Mazzini a Roma, sgombra dai preti, si rinvenne come in casa sua volendo così significare, ch'egli è profeta, di fine diverso, ma di sostanza pari ai profeti cattolici: quanto ai Papi per durare così deboli sovrani tanta parte nelle faccende politiche egli importa sapere, che non si conobbe mai negoziatrice più destra della Corte Romana, e quanto a Mazzini non s'inviluppò triumviro nelle sue teorie per modo, che non rivelasse d'ora in ora intelletto italiano di cui è natura la speculazione sperimentale delle cose. In Roma il Mazzini entrò eletto cittadino comecchè assente, nell'assemblea entrò col suffragio di novemila voti; lo accolsero plaudendo; il presidente Galletti se lo chiamò allato in segno di onore; disse parole brevi, modeste, e degne, le quali insomma si riducevano a questo: alla Roma dei Cesari, ed alla Roma dei Papi aversi a surrogare la Roma del Popolo, la quale raccolta in un fascio la Italia adoperasse la nuova e temuta potenza in benefizio della libertà del mondo.—Storici incapaci a concepire altro stato in Italia tranne quello di un Piemonte ingrandito tolsero a segno di sceda il concetto del Mazzini, e pure in tanta mutazione di casi egli è rimasto coscienza, e passione di popolo, patto di regno. La repubblica Romana avversata dall'odio di tutti i suoi antichi servi cadde impotente a compirlo; adesso se n'è tolto il carico la monarchia: staremo a vedere dove ci mena; per ora ella conduce il can per l'aia. Nè anco si comprende come nel Mazzini diventi follia ciò che nei bandi di Napoleone III si esalta come apice di generosa sapienza; imperciocchè la promessa di fare apparire la bandiera di Francia colà dove vi sia causa di civiltà a sostenere non risponde all'altra del Mazzini di ricomporre prima e adoperare poi il fascio consolare della libertà Romana per la libertà degli altri popoli? E per me credo, e la esperienza lo ha mostrato un'aiuto comunque lieve purchè opportuno ebbe virtù di salvare popoli, e cause maggiori della umanità; se non che la promessa del Mazzini si sarebbe attuata in pro della libertà: quella del Napoleonide per ineresse della sua famiglia, o alla meno trisa per quello della nazione francese.
Intanto Pio IX smanioso tornarsene a Roma più assoluto (se fosse stato possibile) di prima chiama in suo soccorso contro Roma non uno bensì tre stranieri, gli Austriaci, i Francesi, e gli Spagnuoli, a cui aggiunge il Re di Napoli; lo avrebbe desiderato solo, ma non lo reputava bastante; avrebbe altresì eletto l'Austria sola estimata da lui più, che capace, ma glielo contrastavano le altre potenze: il Piemonte poi amava come il fumo agli occhi, nè questo, prima di Novara distratto, dopo disfatto poteva risentirsi.
Importa con discorso quanto meglio si potrà conciso esporre le ragioni della impresa francese contro Roma, affinchè gl'Italiani facciano senno una volta. La intelligenza umana le più volte in Francia ti fa l'effetto di una pagina di stampa disfatta: alterate nei racconti le cose, i commenti a quelle temerari del pari che sfrontati; pure se savio intendi tu troverai il filo della immane improntitudine francese. Quelli che s'industriano colorire con tinta men rea la faccenda affermano, avere voluto la Francia preporre il Piemonte e Napoli alla restaurazione del regno papale; e non è vero: posto che fosse vero, la impresa non comparirebbe meno iniqua perchè commessa altrui: aggiungono, che il duca di Harcourt si dimenava a Gaeta come il diavolo nel catino dell'acqua benedetta perchè non si chiamasse l'Austria onde terminò col dare nel naso all'Antonelli; e questo può darsi, studioso che il Papa preferisse esclusivamente la Francia, la quale o regia, o repubblicana, o imperiale serva fu sempre e per giunta cristianissima: ma non avendo potuto tirare l'acqua al suo mulino egli propose non ci si adoperassero le armi straniere, nè casalinghe, piuttosto si promovesse il moto interno affinchè la restaurazione pontificia si operasse in virtù del partito costituzionale, ed anco questo rincrebbe o mostrò ad un punto quanto dolce di sale fosse il Duca, dacchè i preti sapessero due cose; la prima che non ci era anima, che li potesse patire, la seconda, caso mai ci fosse, il partito costituzionale non aborrivano meno del repubblicano, come detestano tutto ciò che tocca la superbia, la prepotenza, e l'avarizia loro.
Di fatti persone ottimamente informate ci attestano tale lo stato degli animi dopo la partenza del Papa; chi amava non lui ma il papato per suo interesse cruccioso della turpe fuga desiderava nuovo e solido ordine di governo, per avere abilità di continuare anco con questo i suoi negozi; chiamò lui non il papato a un tratto deluso, i benefizi largiti a spilluzzico, e a male in cuore oblia, solo ricorda le colpe, e ragionandovi su le magnifica; se già non sente l'odio gli va dappresso: quelli poi che di Pio diffidarono sempre, ma che pure si misero di mezzo, massime nel novembre, per impedire, che la rivoluzione con danno del paese prorompesse, adesso sbottonavano accesi contro di lui: ciò crebbe l'ardimento ai repubblicani, che trovata la temperie disposta poterono di punto in bianco acclamare la repubblica. Pio IX vanissimo, forse si dette ad intendere, che uscito egli di Roma ella restasse sepolta nelle tenebre pigliando fatte alla sua persona le manifestazioni che s'indirizzavano alla libertà, la quale si tenne promossa da lui, errore che il Papa prese insieme a parecchi, e del quale egli ed altri ricreduti con non mediocre dispetto, oggi procedono smaniosamente contrari alla causa dei popoli.
Quanto poi agli ordini costituzionali (e questo dovrebbe porre il frenello in bocca agli scrittori moderati, i quali non rifiniscono lamentare la intemperanza dei democratici come quella che alienò il Papa da cotesta forma di governo) Pio IX così si esprimeva, dopo restaurato a Roma, al ministro di Austria: «egli non dissimula punto, che giudica ogni forma parlamentare proprio nemica allo esercizio libero del potere spirituale, vedrebbe con paura intorno a sè mettere le barbe non solo alle scapestratezze imposte dalla rivoluzione, ma sì eziandio alle forme rappresentative più miti contagiose non meno, e nocive agli stati.» Per ultimo il sillabo per sigillo: onde ormai pongasi questo in sodo, repubblica, o monarchia od istituto altro qualunque, che si proponga a scopo il meglio della umanità non può assettarsi a vivere con la corte di Roma.
La Francia al postutto si sarebbe rimasta, ma avendo spillato che l'Austria voleva ad ogni modo prendere parte nei rivolgimenti delle provincie pontificie deliberò moversi per preoccupare i passi, e non mica per imporre il suo volere ai Romani, o al Papa, bensì per volerli mettere d'accordo fra loro: sallo Dio, se le dolse, ma alla Francia per salvare qualche lembo di libertà parve necessario di propria mano stringere il collo alla rivoluzione: quando anco non fosse così, la colpa non ricadrebbe su la Francia, bensì sopra i repubblicani, i quali non dovevano mai concedere al governo facoltà per fare di sua testa, nè credere che il popolo poi volesse mettersi in quattro per raddrizzare il male operato, imperciocchè a fine dei conti ai Francesi piacquero sempre le parti di Carlomagno. Ora se non abbiamo smarrito il senno tutto questo ci pare un mucchio di errori per non dire d'infamie; gli accordi per forza non approdano ad altro, che a inferocire gli animi peggio di prima; nè sta a martello attribuire la colpa all'assemblea, la quale bisogna pure, che commetta la forza al potere esecutivo, salvo a farsi rendere conto del come l'adoperi, e punire i prevaricatori; contro i barattieri il Lamoriciere aperto del pari, che preciso dichiarò: «restaurazione altro non significare che controrivoluzione;» e col Lamoriciere altri, a cui dobbiamo grazie della sincerità loro; forse a taluno parranno le parole invereconde, e sono, ma hassi a confessare altresì, che sono sincere: queste ammoniscono come il fine della impresa romana fosse quello di acquistare balìa sopra la Italia, il mezzo, la restaurazione papale; ovvero, per definire le cose a modo e a verso, il Papa usano i Francesi per arnese di servitù; costoro, da Parigi tengono in mano il capo della catena rinterzata di anelli papalini e cardinaleschi che hanno cinto intorno alla vita d'Italia e lo dicono, e questo altro anco dicono: i Francesi, se confusero il mezzo col fine e se misero innanzi il primo tacendo del secondo ciò fecero artatamente, dacchè sarebbe ingenuità soverchia palesare quello che si molina nell'animo; forse il meglio saria stato dichiararlo addirittura; pure se noi dissero non ingannarono mica: con questo vuolsi intendere che se ci furono ingannati non ci furono però ingannatori: la delusione è colpa degl'Italiani, i quali dovevano capire, che i Francesi non dovevano manifestare tutta la verità, nè potevano. Di vero, la Francia, che marca co' bellicosi Germani sul Reno deve guardare bene a cui l'accosti dal lato le Alpi; là dove la Italia diventasse feudo austriaco la Francia correrebbe pericolo di essere messa in mezzo alle tanaglie incontrando il medesimo nemico così a Magonza come a Torino; e posto eziandio, che la Italia giungesse a costituirsi potenza grande la Francia vedrebbe piuttosto crescere che diminuire il risico, imperciocchè un regno d'Italia probabile confederato un dì della Germania per terra, e della Brettagna sul mare sarebbe minaccia gravissima sopra la frontiera, che oggi la Francia non vigila o custodisce appena. Non è vero niente, che vicinanza sia mezza parentela, o vero nel senso, che parentela non importa amicizia; al contrario gli odii riardono più intensi quanto più gli odiatori sono stretti per vincoli di sangue; e porgono argomento di odio gl'interessi comuni i quali si moltiplicano e si rinforzano appunto a cagione della prossimità: poche per la Francia le cause di litigio con la China, o col Giappone e rare, frequenti e moltissime con la Spagna, la Germania, e la Italia. Pertanto contro questi pericoli la Francia non seppe immaginare mai migliore tutela della inviolabilità dello stato pontificio, il quale entra a mo' di zeppa in corpo alla Italia, e ne impedisce la unità repubblicana o regia tanto esiziale alla Francia. Insomma se il Vaticano difende la Francia, e la Francia difende il Vaticano legati da comune interesse; se questo vincolo venga a mancare la Francia si trova condotta dalla necessità a pigliarsi Roma per sè: non ci sono due vie; Napoleone I. s'ingolò Roma, Napoleone III. la tiene come un calcio in gola agli Italiani.
Ancora; i Francesi procederono sempre nemici al sangue latino: sempre ci buttano in faccia Carlomagno per vendicarsi di Giulio Cesare, fingendo ignorare come quegli fosse alemanno, questi veracemente latino, e Macchiavello questo notò, ed altre cose di giunta intorno alla natura dei Francesi; le quali sarebbe pure bene, non dirò ricordare troppo, ma nè anco dimenticarle. La improntitudine loro arriva fino a rampognarci di avversione pei gesti da essi operati quando in Italia vennero per nabissarla da cima a fondo, poi spartirsela con la Spagna, spellarla così, che l'usuraio giudeo se ne sarebbe vergognato, e se tu lettore vuoi pigliarne contezza leggi la vita di Francesco Ferruccio da me dettata, tradirla, e pestarla: essi ardiscono riprenderci d'ingratitudine perchè acclamammo il Souvaroff nel 1799, gli Austriaci nel 1814, e perchè l'esercito piemontese primo aggredì la Francia nel 1815; e qui tu nota, o lettore, che ragion vorrebbe si distinguessero governi da popoli, e di questi la parte contra e la parte, pro; ma la è cosa, che paventa la mala fede dei Francesi quando s'incornano a volere ragione! Essi non vogliono mica ricordare che il Papa, oggi prediletto da loro, fu quegli che andò a trovare in cotesti tempi nemici contro la Francia non pure in Moscovia, ma in Turchia; però non dimentichiamo già noi, che Roma così tenera adesso verso l'Austria non rifuggì per disperdere i Francesi unire il vessillo delle chiavi, con la mezza luna turchesca. I regi sabaudi, che mossero ai danni di Francia nel 1815 non erano stati spodestati da lei? Essi avevano durato nello esilio lunghi anni; l'eredità loro avevano visto convertire in giunta allo impero francese, e dove avesse da capo prevalso la fortuna di Francia nuovamente spodestati avrebber dovuto per la seconda volta ridursi nella isola di Sardegna: i popoli memori rammentavano come i Francesi calati nel 1796 dopo avere con sembianze di libertà false sovvertita da cima a fondo la Italia si partissero portando seco anco ichiodi, e lasciando in balìa del vendicativo vincitore i meschini, che ne avevano seguito le parti: dolorosa storia è quella di Milano, imperciocchè dove il principe Eugenio non avesse o per soverchio d'ira, o per manco di coraggio abbandonato l'esercito i patrizi non si sarebbero scoperti parziali agli Austriaci; insomma i Francesi mettono, come suol dirsi le mani innanzi, e per non essere rampognati rampognano industriandosi di rovesciare addosso a noi le colpe loro facendosene accusatori; ed anco ci accusano di sconoscenza a cagione delle ultime guerre, le quali pure dichiarano altamente avere combattuto pel proprio, non già pel nostro interesse.
Nella restaurazione del Papa concorse certo il senso cattolico di cui costuma adesso l'andazzo in Francia, ma non solo però, che insieme con esso accordaronsi il senno politico, e il genio del popolo. Odillone Barrot aprendo la bocca e lasciando parlare lo spirito dalla tribuna bandì: «i poteri temporale e spirituale dovere a Roma rimanersi confusiperchè altrove andassero distinti» e parve sapiente da disgradarne il Macchiavello; ora coteste sono sparate, che pensandoci si sfumano, e quando le fossero vere, con quanta o giustizia, o sagacia si pretende che la Italia sia perpetuo becco emissario delle altrui o colpe o comodità? Ad un popolo, che fu un giorno padrone in casa di tutti i popoli si può egli dire in faccia tu sarai il mio somiere perpetuo? E per arroto lo chiamerete ingrato se non si adatta a simile infamia? Cervelli Francesi! Verun partito, affermano i Francesi, e a ragione, può vantarsi avere restaurato il Papa; tutti ci contribuirono, questo concetto balzò fuori armato di lancia, e di scudo dal vasto cranio della Francia come Minerva da quello di Giove; nè vogliate credere c'io ci metta troppa mazza di mio, che simili sentenze vi balestra nette un tale Gaillard nel suo libro dellaSpedizione contro Roma.[1]
[1] Paris 1861 Lecoffre.
Di vero (e importa che si chiarisca, e faccia senno una volta la Italia), se incominciate dalla rivoluzione del 1831 mentre la Francia bandiva al mondo solennemente la norma politica di non pigliar parte nelle faccende altrui Laffitte, quell'astro di libertà francese, accomiatava il Saint-Aulaire oratore a Roma con queste istruzioni: «voi avrete a difendere contro i sovvertitori l'autorità spirituale, e l'autorità temporale del Papa.» E poichè il Saint-Aulaire gli manifestava il dubbio, ch'egli avrebbe dovuto finalmente condursi a fare la voglia altrui, il Laffitte ripose: «non vi state a confondere per cosa, che intendiate dire; e abbiate per certo, che sino a tanto che io Laffitte rimarrommi ministro del Re, la Francia non sovverrà la rivoluzione in Italia.» Se più tardi la Francia entrò di soppiatto in Ancona, e vi rimase ciò non avvenne per tutela della libertà dei popoli, bensì perchè il papato non diventasse al tutto mancipio dell'Austria, nè contrastante, all'opposto consenziente il Bernetti cardinale; il quale trattato scoperto dall'Austria, il Bernetti ebbe a risegnare la carica di segretario di stato. Nel 1848 il Guizot protestante confidava al Rossi il suo proponimento di sostenere allo aperto l'autorità del Papa, al quale scopo teneva ammannito a Porto Vendres, e a Tolone uno esercito commesso al comando del generale Aupick: non diverso il Cavaignac, uditi i casi Romani del 16 novembre, senza nè anco consultare l'Assemblea ordinava s'imbarcasse a Marsiglia una brigata per correre ratta alla difesa di Pio: e sempre continuando nel medesimo disegno nel 30 marzo 1849 Odillone Barrot domandava all'Assemblea ed otteneva la facoltà di occupare un punto dello stato italiano.
Un'altra causa meno avvertita partorì la impresa di Roma, e forse fu la principale per quelli che usi a speculare sanno come la Francia si muova per utilità presente, o per voglia, o per ispinta altrui cercando poi illustri pretesti al povero concetto, ed alla iniquità della opera: si accostava la elezione del 10 decembre, e il Cavaignac pendeva fra due se avesse o no a buttarsi nelle braccia dei clericali, imperciocchè mirasse la repubblica intristire ad occhio veggente, ma tempo di chiarirsi papesco non gli pareva ancora; però quando gli strinse i panni addosso il Bixio Italiano, che i Francesi si hanno tolto dalla Italia, (e se lo tengano che buon pro lor faccia) dichiarava avere, senza consultarne l'Assemblea, inteso appena il pericolo del Papa, spedito armi da Tolone e da Marsiglia, e di più commesso al signor Corcelles di proteggere il Papa, e condurlo in Francia: gli si opponeva allora competitore Luigi Bonaparte, che reputando fare suo profitto col contradirgli chiariva il pubblico per via di due Giornali non potere approvare il soccorso armato come capace di produrre la guerra; tranne in questo, in tutto altro sentirsi disposto ad ogni partito diretto a proteggere lasicurezzae l'autoritàdel Papa. Parve a costui simile dichiarazione tiro maestro perchè da un lato si accaparrava ipacifici arrabbiati, e dall'altro si metteva nelle grazie dei cattolici, ma non aveva avvertito, che queste due cose insieme non potevano camminare, però persuaso dal Thiers, che nel Bonaparte subodorava un futuro padrone, e sè ammanniva per futuro ministro, si squilibrò co' pacifici per istringere vie più ai clericali pubblicando da capo nascesse quello che avesse a nascere per lui (che l'aveva combattuta con le armi in pugno) la sovranità temporale del Papa stava legata indissolubilmente con lo splendore della religione del pari che con la libertà, e la indipendenza d'Italia! I clericali allora parteggiarono per lui, così Napoleone prese e fu preso, e questa è la ragione per la quale il Bonaparte dopo avere impugnato le armi per atterrare la potenza spirituale del Papa adesso le impugnerebbe per sostenerla.
Queste le cause della spedizione di Roma: se non si palesarono subito, e all'opposto si avvolsero in ambagi ciò fu perchè i Francesi costumano aggiungere la coda di lione dove la pelle di volpe non arriva: veramente, io non lo nego, i nostri Italiani negoziando con esso loro mostrarono avere mandato il cervello al presto: per questi ormai sta allestito l'alloggio al Limbo; in qual parte sarà apprestato quello dei Francesi? Ma ciò riguarda l'altro mondo; in questo i Francesi devono confessarsi in colpa, perchè non possono, com'essi fanno, pretendere a due reputazioni affatto contrarie di fraudolenti e d'ingenui, di mascagni e di generosi; o tutti a Dio, o tutti a Mammone; non puossi servire due padroni a un punto.
Alla obbliqua impresa andava preposto obbliquo Capitano, ch'è chiaro come persona retta leggendo le istruzioni commesse dal Barrot all'Oudinot avrebbe notato: «io non ci vedo lume» perchè a cotesti arzigogoli il Barrot deve avere fatto tale chiosa a voce da chiarirne la ribalderia meglio, che luce polare. Naturalmente cosiffatti comandi si danno a cui sappiamo idoneo ad eseguirli, nè osservammo i soldati in simili faccende stare troppo sul taglio, meno degli altri poi Oudinot servo nato da servo; giovanetto fu tolto per paggio da Napoleone III. e con lui stette lungamente in abito servile: suo precipuo fregio l'essersi Napoleone I. appoggiato sul braccio di lui la notte precedente alla battaglia di Vagria mentre assisteva al passo del Danubio; caduto il Bonaparte servì i Borboni della stirpe primogenita, poi Luigi Filippo, per ultimo la repubblica; paiono queste mutazioni, e non sono nella vita del servo, imperciocchè per cambiare di signoria egli stia fermo nella servitù; che se l'Oudinot tirò salario dalla repubblica servendo anco lei ciò fece per distruggere un'altra repubblica, e così adoperarsi in tale atto esiziale tanto all'ucciso quanto a cui gli dava mandato a uccidere: due repubbliche ad un tratto ammazzava; un giorno gli saltò in testa di provare le parti di padrone, ma non essendo cotesto il suo mestiere egli non gli riuscì; lo stritolò Napoleone III. nato a dominare forse iniquo, non a servire. L'Oudinot a nome suo non crebbe lustro in niente, bensì menomò.
Difficile così indicare per lo appunto il numero dei morti e dei feriti in battaglia come dire preciso quello dei combattenti: ordinariamente si esagera nel più o nel meno secondo le passioni e gl'interessi dogli uomini; affermano da Marsiglia e da Tolone non essere venuti da prima oltre gli ottomila soldati, forse erano più contando i soldati di marina, gli artiglieri, gli operai, insomma tutta l'altra gente di corredo ad esercito formato; stando alGiornale delle operazioni di artiglieriapubblicato per ordine del governo in Francia portavano secodue batterie completeda 8; ed un'altra da assedio di sei cannoni da 16; imbarcaronsi sopra sette fregate, due corvette a vapore, due piroscafi minori, e due gabarre.—Taluni scrittori francesi raccontano esultante il cuore dei soldati e tranquillo quanto il mare, e il cielo splendidissimi in cotesto giorno, e può darsi, dacchè messaggieri spediti a speculare lo stato delle cose, e le relazioni officiali accertassero i Francesi aspettati a gloria a Roma. Bene è vero, che il governo romano e il Consiglio dei Deputati fino da quando il Cavaignac disegnava mandare gente in Italia per tutela della persona del Papa misero fuori la protesta di volere con lor forza impedire la violazione del territorio nazionale pigliando la difesa dell'onore degli universi popoli italiani, ma non le davano retta: chi avrebbe osato sostenere pure il lampo delle armi francesi, vittoriose sempre anco quando disfatte?
Il ministero romano deliberato respingere la forza con la forza preponeva al comando nuovi ufficiali per munire e difendere il porto da qualunque assalto; preside della provincia elesse un Michele Manucci, comandante della fortezza un Bersanti consigliere accesissimo delle estreme difese; però non bastava ordinare, bensì adoperare ogni possibile conato per respingerli, e se era concesso, tuffarli nel mare; imperciocchè co' Francesi bene si duri amici, e legati, ma ad un patto, che di ora in ora tu apparecchi loro qualche nespola delle grosse; e' se ne servono a guisa di occhiali per vedere quello, che prima era loro oscuro; nè parevano le difese disperate, dacchè Civitavecchia annoverasse 121 cannoni, di cui almeno cento in buono stato, non difettassero munizioni, ed il presidio contando i lombardi di Mellara giungesse a 1700 soldati; ma il Giornale allegato ci ragguaglia come i parapetti laterizi fossero bassi, i baluardi di terra sfiancati, i ponti levatoi in ruina, insomma tutto apparisse ridotto a tale da torre ogni speranza di possibile resistenza; questo però conobbero dopo, intanto per pigliare lingua, e vedere un po' se lalancia di Giudaprovasse i Francesi radunato il consiglio di guerra sulLabradorstatuirono si mandasse innanzi ilPanamaco' soldati Espivent, e Durand de Villers, e il segretario di ambasciata la Tour d'Auvergne; i quali ammessi al cospetto del Preside, e dei Comandanti della fortezza e della marina partecipavano certo dispaccio che in breve chiariva volere i Francesi entrare in città, ed essere venuti a mettere fine alle miserie romane, e agevolare uno assetto di governo lontano così dagli abusi antichi, come dall'anarchia presente.
Parendo com'era sfrontata improntitudine cotesta l'Espivent con molte parole dette, e talune scritte s'industriava temperarle: non essere venuti i Francesi a contradiare il voto della maggioranza dei Romani, molto meno a imporre forma di governo detestata da loro, solo volere conservare il proprio credito in Italia; il Governatore non sarebbe remosso, liberissimo eserciterebbe il suo ufficio, e così di seguito; e perchè delle sue promesse restasse inalterato testimonio volle si stampassero e su pei cantoni appiccassero.—Il preside Manucci intanto spediva sollecito messo a Roma per avere istruzioni, e le aveva già senza chiederne nuove; le lusinghe francesi attecchivano e sì che ci voleva poco a ravvisare nel bando Espivent ch'egli mirava al futuro non al passato: il popolo aveva a consultarsi da capo co' preti suggeritori di voti, e raccoglitori i Francesi maestri a fabbricare maggioranze: certo i Francesi non praticarono più tardi tanti arzigogoli per rimettere il Papa, e andarono per la via più corta, tuttavolta anco a quel modo la frode si vedeva formicolare dentro le parole; le quali interessando alla gente poltrona che contenessero assicurazioni, che non ci erano le vollero credere bastevoli, anzi da poterne dare indietro mezze; epperò municipio, guardia nazionale, e commercio raccoltisi insieme con la consueta sapienza deliberarono contentarsi di tanto; che i Francesi la data fede tradissero non si aveva a supporre nè manco per sogno; non doversi perdere tempo ad aspettare istruzioni da Roma per paura ai Francesi scappasse la benevolenza; e poi chi sarebbe il temerario che volesse rompere la guerra contro la Francia? Protestare pertanto contro chiunque mettesse a mal partito la città negando lo sbarco ai Francesi. Che restava a fare? Mettere tutti i protestanti in prigione, e tirarsi su le maniche per menare le mani le sono cose agevoli a dirsi, diverso è compirle; tuttavia il Preside poteva, anzi doveva, protestare e partirsi; invece egli adunava il Consiglio di guerra chiamandoci tra gli altri anco il Mellara, ed il Consiglio tra perchè conobbe le difese impossibili, e tra per la opposizione della gente poltrona, che stabiliti gli accordi, le pareva potersi tirare il berretto su gli occhi continuando a dormire ebbe a cedere, ponendo per condizione l'Oudinot ratificasse le promesse dello Espivent. Parte del Consiglio si recò dal generale sulla nave ammiraglia, il quale ripose di botto: magari! E ci agiunse non se quale vantaggino di parolette toccanti il rispetto dovuto ai governi usciti fuori dal suffragio della maggioranza del popolo; e se togli che le porte della città e dei quartieri avessero a custodire soldati francesi misti ai romani, ogni altra cosa come prima. Appena posto il piè fermo in Civitavecchia l'Oudinot si affretta a chiosare le parole a modo suo: intendiamoci bene, la Francia non manda i suoi soldati a difendere un governo che non ha mai riconosciuto; ella si mette di mezzo perchè s'instituisca un governo lontano così dai vecchi abusidistrutti dalla generosità di Pio IX, come dalla nuova anarchia; insomma in tutto e per tutto come prima, tranne i soliti paroloni che ricorrono in fondo a siffatte dicerie come i picchi sul tamburo al finire delle sinfonie. Il municipio, accorto tardi essersi rinnovato in Civitavecchia l'apologo della cagna pregna entrata in casa all'altra cagna, detta una magnifica protesta nella quale egli sbracia con la pala ai Francesi un flagello di virtù che non hanno mai avuto, si affida alle buone loro intenzioni, dimostra la infamia della opera che stanno per commettere con altre più cose da fare aggricciare le carni a cui legge, le quali avendo appunto questo effetto partorito nell'Oudinot, egli ordinava si distruggessero le copie stampate, la stamperia si chiudesse, soldati francesi la custodissero.
Nè qui si arrestava costui, che considerando la guardia nazionale, e il popolo intero aderire al municipio e acclamare la repubblica mette la città in istato d'assedio, disarma il battaglione dei bersaglieri del Mellara, e lo dichiara prigioniero di guerra, ghermisce le munizioni, occupa le torri; quinci rimuove artiglierie e artiglieri, della marina dispone come di cosa sua, rimbrottato si scusa, ma continua a tenere. Nella storia dei Filibustieri occorre qualche cosa di simile, e tuttavia i Francesi si protestavano amici, anzi dell'accoglienza ricevuta in Civitavecchia si valevano per argomento capace a dimostrare le accese voglie del popolo di averli restauratori del Papa. Chi inventò la sfrontatezza a paragone di costoro si daria per vinto.
L'Assemblea romana, preside Saliceti, protesta del violato diritto delle genti mercè la invasione ostile non preceduta da dichiarazione di guerra, delibera resistere, e rovescia sul capo alla Francia il sangue, che sta per versarsi.
L'Oudinot andategli a bene le fraudolenze a Civitavecchia le riprova a Roma inviandoci col solito Espivent un Leblanc, e un Ferand i quali trovarono nei Triumviri osso duro a rodere; alla esposizione che fecero delle cause che avevano condotto i Francesi a Roma udirono rispondersi: strano consiglio il loro se per preservare i Romani da invasione austriaca li sottoponevano a invasione francese; governo libero, e di propria scelta possedere il popolo romano nè essere punto mestieri ch'essi venissero a manipolargliene un'altro: guerra col Papa non averne, a lui scappato avere sostituto i Romani la repubblica col suffragio universale, appunto come in Francia; dopo ciò insolenze dal lato dei Francesi ebbero a mettere dentro la lingua, misero fuori la spada, e lo potevano fare prima, e conclusero col domandare se intendevano o no ricevere i soldati in Roma di amore e di accordo, e i Triumviri tosto: per loro no, ma doverne consultare l'Assemblea. L'Assemblea consultata dichiarava alla unanimità doversi respingere la forza con la forza.
Intanto l'Assemblea commetteva ai signori Rusconi e Pescatini si conducessero al Capitano Oudinot, e meglio a voce gli spiegassero la protesta precedente l'ultima deliberazione, e lo fecero; di che l'Oudinot sgomento giuravatacto pectoredel tutto fuori delle sueintenzioni, e delleistruzionidel Governo ristorare il Papa, desiderava il voto del popolo liberissimo si palesasse, qualunque poi il governo uscito da quello egli prometteva osservarlo; un popolo fraterno aprisse le braccia ad un fraterno popolo accorrente a salvarlo onde le bandiere unite sventolassero sul Campidoglio, come a Civitavecchia. Richiesto di dettare un bando in questo senso si obbligò farlo; gli oratori romani parvero contentarsene; e per pegno di animo riconciliato consentì di rimandare con gli oratori a Roma il capitano Fabar, che da vicino renderebbe meglio capaci municipio, ed Assemblea dell'animo del generale; e l'erano le medesime lustre; volevano entrare. L'Assemblea uditi gli oratori, ed i Triumviri Saffi e Armellini, dacchè il Mazzini avverso agli accordi si astenne dallo intervenire e questo fu atto lodato di temperanza civile, confermò il partito già preso.
Taluno censura il Triumvirato, e l'Assemblea per siffatte deliberazioni, e a torto perchè i Francesi volessero restaurare il Papa per tenerselo bene edificato in pro del propri interessi, come fu esposto nelle pagine precedenti; e parola più parola meno detta o scritta non rileva, avvenendo nei fatti politici come nei gravi i quali tendono per necessità al centro e al fine loro: se hai forza dell'altro curati punto o poco; se non l'hai i patti; le condizioni, e le promesse bene rendono più iniqua la malafede altrui, non maggiore la tua sicurezza. Una volta i Francesi entrati in Roma avrieno rinvenuto pretesti a carra per fare a loro modo, ed oltre al danno i Romani si sarebbero tirati addosso la beffe: cedere a forza soperchiante non frutta discredito, massime dopo la prova dell'arme, il popolo che si lascia abbindolare si adagia da sè nel cataletto per cantarsi l'esequie.
Il Fabar e gli altri compagni uscirono di Roma con promessa di tornarci, ma non si videro più; il manifesto dell'Oudinot comparve; conteneva le solite girandole, che poi sperimentammo di che cosa sapessero. Quello che altrove avvertito da noi qui si rinnuova; credesi agevolmente ciò che piace, e per ordinario le spie, e gli ambasciatori referiscono quanto sanno andare a genio del governo, sicchè gli ufficiali spediti a Roma per gli accordi, e gli spioni che ci stavano di fermo accertarono l'Oudinot come la comparsa di un polso di soldati francesi sotto le mura averebbe di sicuro partorito un rivolgimento in pro del Pontefice; le ammannite difese tali da non doverci pensare nè manco; però se poco trattabili prima, adesso, che si tenevano la vittoria in pugno i Francesi gonfi da insopportabile superbia di accordi non volevano sapere: sicchè vani i consigli, e le preghiere di cittadini cospicui presso all'Oudinot; delle minacce rideva, chè lui affidavano da un lato la trapotenza della Francia, e dall'altro la debolezza di Roma, e questo pur troppo era vero, nè recava infamia; ma più si adagiava nel concetto ingiurioso dello aborrimento negl'Italiani d'incontrare combattendo la morte; si fecero ad occorrergli da capi il Pescantini, e il Rusconi, e furono trattenuti per via; allora gli scrissero una lettera nella quale, tra gli altri avvertimenti, lo ammonivano, badasse bene, il suo esercito non bastare allo assalto di Roma; il capitano di Francia reputando tutte queste manifestazioni paura s'intorava a tentare la impresa. Havvi chi crede, altresì, che il duca di Harcourt giudicando Pio IX ormai deliberato a dare di frego ad ogni istituto, che sapesse di libertà, sollecitasse l'Oudinot ad impadronirsi di Roma, la quale occupata, sarebbe riuscito meno arduo venire ad accordi con lui, o per dirla più aperta, imporgli condizioni; e le sono fandonie, perchè come i Francesi onestamente si sarebbero messi innanzi a tre potenze per compire a danno della santa sede la restaurazione, ch'eglino pure si offerivano fare con patti di gran lunga più vantaggiosi? Per natura di cose i Francesi erano come mandatari delle altre, nè potevano condursi diverso dalla mente, e dalla commissione dei mandanti; e poi l'esito chiari la fallacia di simile supposto.
Il generale Oudinot si accosta a Roma sicuro di esserci accolto a braccia quadre, per la qual cosa egli od altri per lui, incontrata resistenza, si dolse come di tradimento patito: le sono improntitudini consuete, però che se nello assedio di Roma occorsero traditori questi furono francesi; e se rimase ingannato, lui indussero in errore le sue spie spedite dentro col sacro carattere di oratori, e i codardi ch'egli mandava a sobillare in danno della Patria: nè venne punto spensierato, bensì guardingo, forte di fanterie, e di artiglieri.
Fino d'allora anco a Roma si dimenavano in pro loro i così dettiModeratioConsorti; dei quali taluno pigliava il proprio interesse per pubblica utilità, ovvero non badando se i suoi concetti partecipasse o no lo universale si travagliava a tutt'uomo a metterglieli addosso come un giogo; chè così essi compresero, e comprendono la libertà, ed anco peggio. Tuttavia non ebbero campo a tradire, dacchè a fine di conto un po' di simulacro di libertà anco da loro si desiderasse, ed oggimai il Papa nell'odio concepito per gl'istituti liberali non faceva differenza da governo temperato a repubblica.
Quanto ai preti non era da reputarli schietti come quelli, che procedono sempre pieni di ambagi, e di simulazione anco fra loro; luce non ne vogliono vedere, gli occhi chiudendosi ostinati ed orecchie; e per me credo, che il Papa quando pure rimanesse solo nel Vaticano continuerebbe nondimanco a benedire come se l'urbee l'orbeaspettassero a gloria la sua benedizione. D'altronde i fuoriusciti anco non preti sempre così, onde bene a proposio Federigo Torre con le parole del Macchiavello avverte: «debbesi considerare quanto sieno vane la fede e le promesse di quelli che si trovano privi della loro patria. Perchè quanto alla fede si ha da estimare che qualunque volta possano per altri mezzi che per li tuoi rientrare nella patria loro, lasceranno te ed accosterannosi ad altri nonostante qualunque promessa ti avessero fatta. E quanto alla vana promessa egli è tanta la voglia estrema, ch'è in loro di ritornare a casa, ch'e' credono naturalmente molte cose, che sono false, e molte ad arte ne aggiungono; talchè fra quello che credono, e quello che dicono di credere ti riempiono di speranze talmentechè fondandoti su quella, tu fai una spesa invano, o tu fai una impresa in cui tu rovini.»