Poichè il perduto non si poteva più riacquistare il Garibaldi vigilò, affinchè quello, che ci era rimasto si conservasse; crebbe le artiglierie sul bastione, provvide l'annona, imperciocchè in tutto quel giorno i soldati non che con altro, neppure con un sorso di acqua si fossero confortati: insomma perchè io in troppe parole non mi dilunghi non omise diligenza che a capitano solerte, ed avvistato convenga. Giorno miserabile fu quello dacchè la legione italiana deplorò 500 tra morti, e feriti, i Bersaglieri piansero 150 di loro; in tutti furono 1000, ovvero un quarto della divisione del Garibaldi, fra cui 100 ufficiali; fiore di giovanezza e di virtù; dei nemici ne caddero molti, noi non li potemmo noverare, nè potendo avremmo voluto farlo; i Francesi sogliono alterare in meno le loro perdite, tra gli altri privilegi quasi pretenderebbero essere ciurmati, ed i romanzi loro rubata questa qualità ad Achille la regalarono ad Orlando; la quale cosa non tolse che tanto Achille quanto Orlando di ferita perissero.
Il Generale Garibaldi, nelle memorie manoscritte, di cui mi fu cortese compie il racconto della infelice giornata con queste parole: «nel 3 Giugno furono decise le sorti di Roma. I migliori ufficiali morirono o giacquero feriti: il nemico rimase padrone dei Quattro Venti chiave delle posizioni dominanti: ci si stabilì gagliardamente, e cominciò i suoi lavori di assedio come se Roma fosse piazza forte di primo ordine.»
Adesso mi occorre narrare il fatto di cui si trova memoria nelle storie dei tempi in diverse guise; il caso andò in questa maniera. Il Garibaldi dopo la giornata del 3 Giugno venne a pigliare stanza nella villa Savorelli dentro le mura e si pose in certa cameretta terrena che guardava la villa Spada sul bastione a sinistra; per giungere costà occorreva passare per una galleria la quale illuminavano quattro finestre aperte al medesimo livello di quella dove abitava il Generale. Colà si trattenevano parecchi i quali venivano a visitarlo per cagione di ufficio, tra gli altri un dragone di ordinanza. I Francesi come quelli, che erano informati delle minime particolarità di quanto avveniva a Roma un giorno trassero un colpo sì bene aggiustato, che se non fallivano di finestra ammazzavano di un tratto il Generale che per lo appunto si giaceva su di un lettuccio alto un po' meno della finestra; la palla, trapassato il muro, che per vero troppo spesso non era, colpì il povero dragone nel ginocchio destro intanto, ch'ei se ne stava seduto su di una seggiola coi gomiti appoggiati alle cosce e le mani sotto il mento: tanta fu la violenza del colpo, che tutta la gamba, sfracellato il ginocchio, era volta alla rovescia, per guisa che dove stava prima la punta del piede ora ci si vedeva il calcagno con lo sprone.—Atroci gli spasimi, atroci i gridi ond'ei feriva le orecchie, e l'anima, trasportato all'ospedale volante lo amputarono di corto. Fatto sosta il dolore, il dragone voltosi al cerusico gli disse: «ora pregovi di una carità, che voi non mi potete negare.»—«Ed io, riprese il cerusico, non te la negherò di certo solo che stia in me di potertela fare.»—«In voi sta, chiamatemi il mio brigadiere a cui io vorrei raccomandare certa mia faccenda prima di andarmene allo spedale grande.» Avvertito il brigadiere, venne il dragone chiamatoselo e vicino al letto così gli parlò: «brigadiere date retta, voi capite, che a cavallo ormai non ci è verso ch'io monti più, però desidero come la grazia più grande, che voi possiate concedermi, ed io chiedervi che la mia cavalla… la mia buona… la mia cara cavalla non sia montata da altri che da voi; me lo promettete brigadiere?»—Sì, sì, con voce arrangolata rispondeva il brigadiere, te lo prometto, povero giovane, te lo prometto.»—Oh! soggiunse il ferito, voi non potete comprendere quanto bene mi faccia la vostra promessa; e voi non mi mancherete… no… abbiatene cura, sapete, non le manca, che il parlare.» E così favellando piangeva. Così è; gli uomini, se non tutti, la più parte sente altissimo il bisogno di amare, e dove manchino loro oggetti più naturali di tenerezza come i congiunti, i figli, e le mogli si attaccano agli animali, e talvolta anco ad enti inanimati; di vero Plinio ce ne porge di parecchi esempi, ed è noto che Serse spasimava per un'albero intorno alle radici del quale spargeva spesso libamenti, e l'ornava con corone, e monili di oro.
Il Garibaldi poichè vide, che i parapetti non bastavano a ripararlo sapete voi dove andò a pigliare stanza? Nella torretta della medesima villa; quivi giacevasi nelle brevi ore di riposo, e quivi vegliava continuo le mosse del nemico; sopra la torretta havvi un terrazzino a cavalcioni del quale egli si tratteneva sovente dondolando le gambe, e fumando il sigaro.—Con esso viveva il Manara, che dopo il pasto, chiamato a sè certo giullare bergamasco gli ordinava rappresentargli qualche farsa volgare co' burattini di legno; di ciò prendeva il prode uomo maraviglioso diletto: ora è da sapersi, che la stanza dove cotesti giuochi si facevano (che era la sala dipinta da Salvatore Rosa) stava per lo appunto esposta alle batterie francesi, ma a ciò niente pensavano nè il Manara nè i compagni suoi, e nè manco il burattinaio: ventura fu, che di ora in poi veruna palla di cannone investisse cotesta casa, e delle palle di schioppo lanciate dagl'infallibili cacciatori francesi nessuna colpì il Generale, nè il Manara, nè veruno dei tanti, che affacciatisi al terrazzo della torretta se ne stavano a speculare il campo francese: onde vi ha chi pensa, che tirando di sotto in su la palla proceda diversamente che in linea orizzontale, e il colpo vada fallito: su di che giudichino gl'intendenti. Per me referendo simili spavalderie ho notato, e noterò sempre, che il soldato della Patria non deve mai atteggiarsi scenicamente, nè da gladiatore, bensì nel modo solenne del sacerdote che si offre vittima alla religione della libertà.
Innanzi di mettere parole intorno ad altri fatti, chi m'incolperà se io mi trattengo ancora a raccogliere qualche nome, e consegnarlo con intera fiducia alla storia? La religione della cosa non già la potenza dello scrittore varrà a mantenerla perenne nel cuore degl'italiani: in cotesta giornata caddero spenti altresì, che troppo ci vorrebbe a dire dei feriti, il Polini di Ancona colonnello, Cavalieri, Bonnet, e Grassi tenenti; allo Scarani, mentre agita il moncherino lacerato e se ne serve a guisa di aspersorio di sangue gridando: «vendicatemi» una palla nei reni tronca ad un punto la parola e la vita. Ed anco a voi Loreta di Ravenna, Gazzaniga di Roma, Meloni di Forlì, Bucci di Ancona, Marzari di Macerata, Santini e Covizzi la terra dei forti diede l'ultimo albergo. Visanetti di Cesena come fu riservato a più lungo martirio così porse maggiore testimonio di virtù, percosso nei fianchi dopo sei giorni in mezzo ad atroci dolori sempre invocando con devoto cuore la sacra Patria spirava. Scarcele sul fiore della vita, di forme leggiadre squarciato orribilmente il ventre, di una sola cosa pareva si pigliasse cura, ed era disporre il proprio censo, che possedeva larghissimo, a prò di persona diletta; la principessa Belgioioso che lo assisteva, sollecitamente ebbe chiamato il notaro per calmare l'ansietà del moribondo, ma forse più per udire il nome della donna, che così imperava sopra i pensieri di lui; la donna era la Patria, la quale redò le sostanze dello Scarcele.
L'assalto del Ponte Milvio per altro non merita andare rammentato, che per un gesto degno dell'antica storia, e veramente dei così fatti se ne incontra nella greca, come nella romana, ed eziandio nella nostra italica del decimoquinto secolo; se nonchè temo forte, che ogni popolo abbia voluto vantare il suo di simile natura copiandolo da un altro, il quale forse non sarà successo mai tranne nella immaginazione dello scrittore; ma quello, che io narro come accaduto ai giorni nostri, e che molti vivi lo possono testimoniare non può fornire argomento di dubbio. Il ponte Milvio si allarga una dozzina di braccia, ed è lungo circa a trecento: lo reggono cinque archi di quindici braccia di luce, e cinque piloni alquanto meno larghi; rotto il primo su la sinistra sponda per dodici braccia gli altri avevano minato con polveri artificiali per rumarlo, secondo la occorrenza, in un'attimo.
I Francesi qui come altrove ci colsero inaspettati, e con infallibile colpo uccisa la sentinella sostarono per paura di scoppio; pure bersagliando alla lontana chiunque si attentasse di porre il piede sul ponte dalla sponda sinistra. Per accertare l'esito della impresa un Leblanc colonnello del Genio francese aveva ammannito più sotto al ponte una zatta con armi da servire a parecchi bersaglieri che avrebbono traversato il fiume a noto; a troncare il disegno ecco un Fulgenzio Fabbrizi di città di Castello si tuffa ignudo nel fiume, e stretta co' denti la fune a cui stava ormeggiata la zatta, adoperandoci gli sforzi supremi la tira seco; se lo fulminassero i Francesi, che se l'erano vista fare proprio sotto gli occhi, non è da dire, e crebbero la furia quando cotesto animoso si trovò in mezzo alla corrente a contrastare coi vortici, che lo tiravano in fondo, e con la zattera, la quale sbalzata a urtoni gli ammaccava la persona, tuttavolta così egli provò amica la fortuna, che pesto sì, ma incolume di ferite potè attingere l'altra sponda.
Ma il ponte cadde in potestà dei Francesi, i quali padroni delle alture menavano strage dei nostri, senzachè potessimo offenderli noi.
Narra il Torre, che millanterie ne corsero da una parte e dall'altra; infermità comune massime ai popoli meridionali, ma alle millanterie i Francesi aggiunsero le menzogne più sbardellate; a mo' di esempio l'Oudinot dava ad intendere ventimila dei nostri impegnati alla difesa di villa Pamfili, ed in tutti noi non arrivammo mai a tanti: il vero era che appena toccavano i quattrocento: si gloriava avere conquistato tre bandiere, e n'ebbe invece una, non mica conquistata, bensì rinvenuta da lui dentro certa rimessa; vantava come sforzo solenne di guerra la occupazione di Monte Mario, e veramente utile gli fu, ma egli se lo recò in mano indifeso durante il tempo dello armistizio.
I Francesi non istettero a perdere tempo e nella notte del quattro al cinque giugno condussero la prima parallela di assedio a trecento circa metri dal punto designato da loro per lo assalto; in ciò essi seguivano i precetti dei loro maestri di guerra Vauban, e Cormontaigne; altri ingegneri operarono altramente, chi allontanandosi, e chi più accostandosi alle mura nemiche; mentre si rammenta Marescot che allo assedio di Landrecy aperse le trincee a 300 metri dalle opere estreme della piazza, Chasselup a Mantova le fece a 100 metri più presso, e Rognat a Tortosa anco meno discosto: ai giorni nostri la distanza di trecento metri non basta in virtù delle armi perfezionate che ti ammazzano anco da 1000 metri lontano, sicchè tornare ai 600 metri come si costumava prima del Vauban non parrebbe troppo, ma i Francesi senza un pericolo al mondo poterono praticare a Roma il modo, che tennero conciossiachè i Romani possedessero solo armi ordinarie e nè manco delle buone. Costruita la trincea alzarono due batterie, una per combattere il nostro baluardo, l'altra per rimbeccare la nostra artiglieria del monte Aventino. Nè i nostri rimasero a vedere, solleciti palancarono e terrapienarono la muraglia per quanto lungo è il tratto che passa fra Porta Portese e Porta San Pancrazio, voltarono i cannoni del monte Testaceo contro il campo francese, e condussero un camino per recarsi incolumi al Vascello; però in paragone delle apprestate offese le nostre difese languide; sarebbe stato mestieri irrompere con gagliarde sortite, ma le ci venivano dissuase dal difetto di fosso intorno alle mura, e dalla perdita dei tanti valorosi ufficiali da noi patita fin qui, tuttavia scambiaronsi di parecchie moschettate da una parte e dall'altra, si tentò anco pigliare certe case fuori del Vascello, e non si potè a cagione della grandine di palle, che i nostri dal bastione ci rovinarono addosso scambiandoci per nemici, e fu jattura gravissima. Verso sera il capitano David su la via del Vascello, percosso il ventre periva, feriti rimasero Giuseppe Brachi, Guglielmo Belluzzi, Emanuele Griffi aiutante del Generale Garibaldi, e più illustre di tutti il colonnello Pietro Mellara da Bologna, che una palla di moschetto colse nello interno della coscia sinistra, e lì rimase; parve da prima lieve piaga, o per lo meno sanabile; il fato rese monco lo augurio; egli periva dopo lunghi dolori; di lui più tardi a infamia del popolo, che vanta il primato di civile.
I colonnelli Buenaga per la parte di Spagna e D'Agostino per quella di Napoli recaronsi al campo di Francia offerendo aiuto, e concorso; l'aiuto accettava l'Oudinot dal Re di Napoli, il parco dell'artiglieria d'assedio, come se dei suoi cannoni egli non ne avesse di avanzo, tanto gli premeva vincere a mano salva; altro concorso no; bastargli i suoi; a questa ora se quei cialtroni dei diplomatici non erano sarebbe entrato in Roma non mica una volta ma dieci. Ciò era conforme al fine riposto della impresa di Francia, il quale consisteva nel surrogare il suo al patronato dell'Austria in Italia e durò sotto lo Impero quando ella parve venisse ad affrancarci da un'oppressore, e ce ne impose due; nè punto menoma, almeno per ora; di ciò ne porge testimonio la respinta proposta testè messa innanzi dalla Spagna di formare una lega cattolica per proteggere la ragione del Papa in Italia; di vero avendo la Francia (a suo parere) ottenuto con forza, e con astuzia simile patronato in Italia intende esercitarlo sola, non già in società con altrui, che chi ha socio ha padrone, e questo è detto antico. Al deputato Minghetti pare altrimenti, ed ebbe cuore e fronte per affermarlo in Parlamento; basta, il meno che possiamo dire di costui gli è che e' venne al mondo dalla parte dei piedi.
Valentissimi gl'ingegneri francesi, e indefessi non menochè intrepidi gli esecutori; riparato il guasto fatto alle opere loro dalle nostre artiglierie costruiscono la terza batteria e l'armano di obici per battere con fuochi verticali i bastioni sesto e settimo; i Romani dal canto loro compiscono le trincee del Vascello, altre ne imprendono a sinistra di porta San Pancrazio a fine d'impedire, caso mai che qualche sortita venisse respinta, che vinti e vincitori entrassero in Roma alla rinfusa; ripigliasi il fuoco nel giorno sesto, e con maggior furia di prima, anco il cielo si commuove e piglia parte alla lotta; tempesta in terra, tempesta in cielo; fuoco, e strepito da empire di spavento da una parte e dall'altra; natura ed uomini parevano risoluti a sconquassare il mondo, nè il peggio sarebbe stato se fossero riusciti. Il Vaillant vigilissimo sospettando sorpresa alle ville Corsini, e Valentini asserraglia le prossime strade, e si avanza senza intromissione; non così i Romani i quali cominciano opere grandi, e per certo utilissime, ma poi lo smettono o che mancasse loro la costanza o piuttosto, come credo, la potenza; per siffatta guisa idearono erigere un trincerone il quale servisse a mo' di piazza di arme dove milizie nostre ad ogni evento si assembrassero per contrastare al nemico, il quale, superate le trincee giungesse e scacciarne i difensori; ed altre più difese si disegnarono, ed anco fu statuito condurre a termine per asserragliare le strade, forare le case onde porgersi aita scambievole giusta la imminenza del pericolo per quinci rifuggire senza danno o con poco nella città leonina, dove potesse rinfocolarsi la guerra più acerba, più feroce, e forse meno disperata di esito propizio. Tutto questo o non si fece del tutto, o principiato appena fu smesso, per lo che ai Francesi venne agevolato, e di molto il conquisto di Roma.
La nostra artiglieria durante la notte o rallentava i tiri o li cessava dando occasione al nemico di spingere innanzi le sue opere, alacre, e sicuro, nè andavano con miglior fortuna le cose pel contado dintorno a Roma, che il generale Morris scorrazzando per la campagna dalla sinistra del Tevere sovente s'impadroniva del fodero avviato alla città penuriante. E pazienza si fossero rimasti i Francesi a pigliare le robe, ma per atterrire straziavano le persone, nè solo le nocenti, bensì ancora le pacifiche: veruna arte di barbaro nonmenochè vile predone tralasciarono per accertarsi la vittoria: e perchè non paia che io mi comporti narrando più passionatamente che a storico non convenga scerrò tra i moltissimi due casi, dei quali il commissario Andreini riferì all'Assemblea. Gervasio Pasquali, e Vincenzio Sandroni mitissimi agricoltori alieni da ogni rumore pensarono potersi rimanere alla cura delle proprie vigne fuori delle mura, che chiudono il Vaticano: spaventati poi dagli orrori della battaglia s'intanarono dentro certe grotte scavate lì presso la vigna, il primo solo, l'altro, il Sandroni, con la moglie e tre figli uno dei quali pargolo alla mammella. I Francesi spintisi sotto le mura, e disseminati a combattere non tardarono a scoprirli, e ad incrudelire su cotesti inermi supplicanti la vita; furono esauditi a colpi di fucile; nè contenti di tanto il Pasquali stramazzato e stretto a gridare: «viva Pio IX» poi rovistategli le tasche dei pochi baiocchi che possedeva io rubarono.—Più lacrimevole fato incolse al Sandroni però che di prima colta rimanessero feriti lui e due figliuoli, e poichè ricaricati i moschetti con cera micidiale inoltravansi i Francesi, la misera madre genuflessa al fianco del giacente marito, e circondata dai due figli insanguinati, sporgeva il lattante gridando: pietà! Come alla prima invocazione fu dato alla seconda una risposta di piombo: tutti ne andarono da capo percossi, eccetto il pargolo per ventura che parve e fu creduto miracolo. Il Sandroni poi per coteste ferite periva nell'ospizio di Santa Maria lasciando desolati la moglie e i tre figli: dopo ciò, neghi chi ha cuore, che là dove occorre una causa di civiltà a sostenere quivi non isventoli benefico il vessillo di Francia.
Che cosa di peggio potessero fare gli Ostrogoti, o gli Unni noi per verità non sappiamo; e tuttavia non mancò chi scrivesse a cotesti tempi; «la missione di Francia avere per fine speciale la tutela delle libertà europee contro le dottrine del comunismo…. per lei il diritto combattere il socialismo di cui il santuario diVestacon orribile profanazione era diventato centro esinagoga.» Nè simile mostro di concetti e di favella si partiva di Francia, bensì d'Italia, e neppure da papisti interessati o fanatici ma sì dal preteso autore del risorgimento italico abate Gioberti; però meritamente la sua fama periva prima di lui, e la sua memoria si conserva nel gelido simulacro di marmo a Torino, non già pio affetto nel cuore degl'Italiani.
Tolsero i Francesi pertanto l'acqua alla città, ma di un tratto gliela resero con gli arretrati, ed ecco come: sospettando essi che i nostri insinuandosi per gli acquedotti ci caricassero mine, col consiglio di distruggerlo vi spinsero dentro le ritenute acque, la quale cosa fu origine di una assai piacevole avventura alla fontana di San Piero in Montorio. Questa fontana di apparenza mirabile, fra le vaste romane vastissima, nudrisce di acqua il lago di Bracciano che ce la versa quasi a fiume ed è chiamata Paola; sotto la fontana altissima una vasca stragrande la riceve, e nelle ore calde tra per l'ombra, che manda la fabbrica, e tra per le acque rotte dal rimbalzare, ch'esse fanno vi si gode refrigerio di frescura: ora l'acqua cessata, restava l'ombra, sicchè da cinquanta e più soldati sdraiatisi nel cavo della vasca in santa pace dormivano; quando ecco di repente una fiumana di acqua prorompere, precipitarsi dalla altezza di ben venti e più piedi e con fracasso orribile riempirla in un'attimo. Pensate voi la meraviglia e la paura dei tapini a forza desti: chi schizza di là, chi di quà, per fuggire fanno gruppo urtansi e si rovesciano da capo; la fretta disordinata raddoppia le dimore; gli atteggiamenti vari e tutti burlevoli; non incolse male a nessuno, tranne trovarsi bagnati fino all'osso.
Il Generale Garibaldi dalla sua torretta di Villa Savorelli contemplava quel continuo avanzarsi delle opere francesi, e comecchè forte temesse di poterle impedire tuttavia sentiva, che ormai a lui e agli altri correva l'obbligo di far prova di disperata virtù; nè ciò solo per rintuzzare la insopportabile iattanza del nemico, quanto per non parere da meno nello indomito coraggio delle stesse donne romane, le quali senza porre mente, alle palle che fioccavano recavansi verso sera a udire i suoni militari davanti alla sua villa, e non pure donne popolane erano, ma altresì nobili donne: i soldati poi inuzzoliti dal suono su quel luogo ballavano, e se taluno tocco da qualche palla cessava gli altri datagli la buona notte continuavano. Ma la buona notte, che augurarono al centurione Molina fu eterna, imperciocchè nel trasportarlo ferito morisse per via; spreco di vita non mai abbastanza deplorabile, e deplorato!
Ma parliamo delle donne romane; e' non si può rivocare in dubbio, che in esse viva latente, e talora si palesi nella sua magnificenza il sangue della madre dei Gracchi e di Lucrezia; tra i miei ricordi noto come un mio amico passando per una contrada presso ponte Sisto di Roma vide due fanciulle bellissime intente a cucire panni in certa stanza terrena senza curarsi della pioggia di bombe, che mandavano i Francesi; di un tratto una bomba lì presso sfonda una casa, e cascata sul letto dove riposavano due vecchi gli ammazza; placide e chete esse lasciarono i lavori per recarsi a vedere che mai fosse successo, e ad apprestare soccorso; udito il caso funesto, levarono gli occhi al cielo e sospirarono: «pace all'anima loro!» e senza più parole tornavano a riprendere il compito interrotto. E noi pure avemmo le nostre Cammille, e le nostre Pantasilee, anzi, quotidianamente, ed alla stregua, che il pericolo cresceva, si presentavano fanciulle per arrolarsi come soldati e combattere, nè tutte si poterono rifiutare; le rimaste si distinsero non solo nella ferocia (cose che notiamo ordinaria nelle femmine una volta, che piglino le armi) ma nella costanza, ed è più difficile, di sopportare di ogni maniera disagi.
Non il dolore della ingiusta aggressione, nè i danni sofferti così ci fanno forza, da negare ai Francesi il pregio del valore, nondimanco è vero, che in questa guerra procederono oltremodo cauti e anzichè no rispettivi; forse la prima batosta rilevata li persuase a questo: certo quel risoluto consacrarsi che fa la gente alla morte commuove l'animo dei mortali e li sgomenta. Taluni dei loro scrittori immaginando cose vane, ovvero usurpando per loro tratti di magnanimità che da loro furono uditi soltanto, seguendo l'usato costume attribuirono ad un soldato francese l'avventura di essere andato a cogliere albicocche sur un'albero in mezzo al tempestare delle palle nemiche; ciò è vero, ma invece di albicocche elle erano fragole e fin qui non monta, ma il soldato invece di francese era italiano anzi il Cadolini nostro, che se nella gloria della eloquenza valesse quanto vale nelle armi, la Italia moderna non avrebbe ad invidiare Cicerone all'antica; egli, nè solo, si attentò andare a raccoglierle negli stessi giardini occupati dai Francesi, e farne dono al Medici l'Aiace dello Assedio di Roma.
E siccome noi sopra tutto detestiamo la taccia d'ingrati, pessimi tra i rei, i quali dovrebbero nelle nostre contrade come presso i Chinesi punirsi, dacchè giudichiamo la ingratitudine non solo delitto in se, ma sì generatrice di ogni altro delitto, ci guarderemo di passare inonorati nelle nostre scritture due generosi stranieri uno francese, l'altro pollacco di cui mi occorre memoria nei libri, e nelle note del Generale Sacchi. Chiamavasi il primo Laviron capitano di stato maggiore presso il Garibaldi, il quale un dì avvampante di sdegno per le spesse morti cagionate dai Cacciatori di Vincennes salta sul parapetto, e additando la croce della legione di onore, che gli fregiava il petto si mise a gridare: «assassini! tirate su questa croce, che ebbi dal grande imperatore.» E venne pur troppo esaudito, imperciocchè nonostante che allora fosse tregua, i Cacciatori non potendo stare alle mosse lo colsero per lo appunto nel petto: ond'ei periva esclamando: «viva la Italia!» La notte, che successe a cotesto dì il cielo mandò giù acqua a bigonce; dissero averla mandata per lavare la macchia fratricida di cui i Francesi avevano polluto la sacra terra romana, e non è così, Iddio raccatta il sangue versato proditoriamente, e lo conserva là dove non si cancella; paiono fisime queste, ma se ne accorge chi reietto Dio persuasore di vivere incolpevole lo prova più tardi come chiodo confitto nelle tempie di Sisara.
L'altro caso è affatto simile a questo, sicchè dubitai fosse il medesimo applicato a diversi; ma adoperataci debita diligenza trovai essere due: non importa ripeterlo, basterà dire che il nuovo accadde al capitano pollacco chiamato Vert o Wern; e che lo esito per lui non volse sinistro come al francese essendo rimasto unicamente ferito nell'omero destro.
La sortita disegnata ebbe luogo a vespero del giorno nove, il suo scopo era guastare i lavori nemici, precipuamente quelli di faccia al bastione secondo; ci presero parte 200 finanzieri, e 500 uomini del primo reggimento leggero: questi per assalire; un'altro battaglione ed una compagnia di bersaglieri si attelarono fuori della porta San Pancrazio per riserva, e per proteggere la ritirata: proposero al Generale operare simultaneamente altra sortita fuori della Porta Portese, e non l'approvò: perocchè conosciuta la mala prova degli assalti alla spicciolata, ora volesse attenersi ai corpi grossi. L'assalto di faccia in colonna serrata fu respinto dal fuoco che proruppe turbinoso dalle trincee francesi; con incredibile valore i finanzieri lo tentarono una seconda volta, e con pari fortuna; virtù non valse contro la forza soverchiante, e si ebbero a ripiegare laceri verso la porta. Questa fazione riuscì senza utilità non però senza compianto; tante e tante furono le morti che resero non so bene se io mi abbia a dire sacri od esecrabili cotesti luoghi, che a raccontarle tutte non ci basterebbe la lena: questo giovi sapere, che da ora in poi il popolo a diritto prese a chiamare la porta San Pancrazio, porta San Crepazio, il Vascello Macello, e San Pietro in Montorio San Pietro in Mortorio. In questo giorno deplorammo il tenente Bolognesi, e Bartolommeo Rozat capitano: sopramodo pietosa la morte di questo ultimo; nacque a Ginevra, e militò volontario; apparve un giorno su i confini del Tirolo al cospetto del Manara, e gli si profferse fratello di armi; il Manara lo accettò a braccia quadre, e amaronsi nè l'uno quindi in poi si vide disgiunto dall'altro nei pericoli; li scompagnò la morte: ferito, il 3 il Rozat non potè tenersi il 9, e armato di eletta carabina non come ufficiale ma come volontario volle pigliar parte al combattimento dal secondo bastione: senonchè dopo i primi colpi fastidì il parapetto, e si scoperse a un tratto dalla cintola in su agitando il berretto in ispregio del nemico: avendoglielo una palla portato via di netto dalle mani, i soldati, che assai lo amavano lo costrinsero a scendere: egli però scivolando si recava subito dopo davanti la più larga apertura del muro; quivi una palla, lo colse nell'occhio sinistro; il resto lo dica l'Hoffstetter, che per me a raccontare di tanto sangue scelleratamente tradito mi sento inverdire: «fu portato all'ospedale fuori di sensi; e quivi spirò fra le braccia di una signora, unica cura, ch'egli accettasse, dopo due giorni di orribili patimenti. Io fui due volte a trovarlo, ma il meschino non mi riconobbe più; egli era tutto sfigurato: aveva la cavità dell'occhio piena di sangue, e la parte sinistra del capo soprammodo gonfia. La donna romana con un braccio lo sorreggeva, e con l'altro lo impediva ch'egli nell'angoscia disperata si strappasse la benda.» Trentasei ore, che tanto si prolungò la sua agonia, la donna stette a canto al moribondo senza lasciarlo mai: affermano lei ignota al Rozat, e questo alla donna; se così sta lo affetto superando la natura terrena diventava divino, ed io per me lo giudicherei divino dove anco ci si fosse mescolato qualche po' di amore men puro: ottimamente immaginarono gli antichi di origine celeste ogni amore, che avesse l'ale per sollevarsi da terra.
Continuano i lavori, e le jattanze francesi; essi però conducono a termine la batteria quinta prima per far tacere il nostro fuoco del bastione settimo, e poi per aprire la breccia; mandano scorrerie sul Teverone per rompere i ponti Salaro, Nomentano, e Mammolo, e così chiudere da questo lato ogni comunicazione con Roma; sorprendono il colonnello Pianciani, che in compagnia di un suo ufficiale veniva nella carrozza del corriere, e lo tengono prigioniero di guerra: l'Oudinot vanta questa presa come una conquista, ed è ciurmatore; aggiunge nel rapporto averla conseguita dopo combattuta aspra pugna, ed è bugiardo: fa una funata di poveri contadini, e gl'invia in Francia trofei di guerra, e così conferma la sentenza che sopra tutte le passioni la vanità è crudele.
Testimoniano alcuni storici come ora dai supremi capitani si concepisse il disegno d'ingaggiare una battaglia campale assaltando la sinistra dei Francesi, e prese le opere loro a rovescio, spingerli nel Tevere; ma a ciò io non credo; forse taluno lo desiderò e lo disse, ma dal detto al fatto ci ha gran tratto, nè con tanta disparità di forze poteva avventurarsi anco dagli audacissimi; all'opposto fu tentata una sortita notturna: notte tempo a lume di torce assembraronsi 7500 uomini; 1500 rimasero col generale Avezzana fuori della porta San Pancrazio; agli altri 6000 si pose a capo Garibaldi, e li menò alla campagna uscendo dalla porta dei Cavalleggieri; suo scopo dar dentro la sinistra dei Francesi: consigliato a moltiplicare gli assalti nega, e non fa bene; la colonna lunga disadatta a pigliare parte con molta forza al combattimento; se respinta di fronte si rovescia sopra i sorvegnenti con non riparabile scompiglio. L'ordine della marcia questo, la legione polacca all'antiguardo; 200 uomini o poco più; subito dopo tre coorti della legione italiana; alla dietroguardia due battaglioni di bersaglieri lombardi; quattro battaglioni del Rosselli, e i lancieri del Garibaldi alla riscossa. Il Garibaldi non volle moversi prima che sorgesse la luna, che fu verso le dieci, e ciò per impedire confusione, lasciando perduto per questa via il vantaggio di cascare addosso ai Francesi; ed al medesimo intento ordinò eziandio i soldati alle vesti soprammettessero la camicia, gli uffiziali intorno al braccio legassersi un panno bianco; pratica di guerra antica, che chiamasiincamiciata, ed è fama la inventasse Alfonso Davalos il vecchio marchese di Pescara; i pratici di guerra la giudicano in varie maniere: anco quì il fine loda l'opera.
Opinione, ed anco comando era si avesse a camminare per via retta, ma il Garibaldi, che precedeva la colonna vestito del mantello bianco di un tratto piega, conforme in questo a se stesso, che dei suoi riposti consigli di guerra non conferisce con alcuno, e caso mai lo venisse a sapere la sua camicia, io penso, ch'ei la brucerebbe. Così procedendo arrivano al convento di San Pancrazio dove l'ufficiale di guardia annunzia verun moto essersi osservato da tempo in qua nelle Trincere francesi, e gli pareva buon segno; altri tenne avviso contrario; volle inoltre porgere istruzioni alla guida sul cammino da farsi, ma questa prosuntuosa vantò saperne di avanzo: allora il Garibaldi scese e seduto sopra un tronco di albero tolse a dirigere le mosse; e innanzi tratto ordinava all'Hoffstetter precedesse co' 200 Pollacchi a schiarire il cammino, lo seguitasse la legione italiana; il Manara non comandato, consentendo all'impeto della sua generosa natura lo seguita; ammonito dall'Hoffstetter che una scarica potrebbe ammazzarli tutti e due in un punto con danno della impresa, si allontana, ma poi non regge e ritorna. Persuasi dalla guida si cacciano dentro ad un canneto, oltre il quale, pensano sboccare davanti le Trincee francesi, onde si raccomanda ai Pollacchi ripongansi sotto la camicia la quale ormai non poteva apportare altro che impaccio e danno; la legione italiana rimane su l'orlo estremo del canneto; i Pollacchi dopo molto avvolgersi si trovano avere girato il convento di San Pancrazio, chè la guida prosuntuosa aveva sbagliato strada: toccò loro rifare i passi, e questa volta senza errore, sicchè riusciti ormai davanti una siepe, oltre quella, affacciandosi, vedevano le opere francesi. Mentre pertanto si accingono a saltar su, ecco nel canneto udirsi strepito come di cavalli ch'entrando a furia atterrino, e pestino le canne troncate.—Non erano cavalli ma fanti, non nemici ma amici; la colonna del Sacchi, la quale sbarattando senza riguardo il canneto mosse cotesto rumore, che riuscì esiziale, imperciocchè non pure i soldati, ma gli ufficiali altresì temerono ruinasse addosso loro la cavalleria nemica; per la qual cosa taluni, i più forti, fatto di se gomitolo con la baionetta calata si disposero a mo' di istrice; gli altri, e furono troppo più, vinti da subito terrore fecero impeto l'uno sopra l'altro, urtaronsi, rovesciaronsi, e pestaronsi; chi perse l'arme, e chi i berretti; molti i feriti; pareva un fiume che straripi; il Manara, il quale pretese opporsi stramazzato ebbe a sentirsi ammaccare tutta la persona; Garibaldi agguantandosi a un albero non buttarono a terra; la legione italiana non resse meglio degli altri, e andò sossopra nella fuga; chi resse furono i bersaglieri, i quali incrociate le baionette, le opposero al petto dei fuggenti e li trattennero; il Garibaldi montato in furia, riavutosi appena, salta a cavallo e con lo scudiscio frustando intorno urlava: «ah! codardi, ah! svergognati!» Anco il Mezzacapo in cotesta occasione fece mostra di coraggio a tutta prova. Riordinata alla peggio la milizia scomposta domandarono gli ufficiali al Generale se si avesse a proseguire la impresa, dacchè per somma ventura pareva che i Francesi non se ne fossero addati; rispose nulla potersi imprendere con gente codarda; rientrassero: ultimo come sempre alla dietroguardia; passate le porte o sia che la stanchezza lo vincesse, o sia che ormai sentisse lo interno turbamento dell'animo non potere più reprimere si gettò a terra fingendo dormire.
Le sortite e gli agguati in guerra per ordinario, o non finiscono a bene, o tornano in capo a cui le ammannì, e Omeroab antiquomette innanzi così nel coraggio come nella gloria il guerriero che aspetta celato, e di piè fermo il nemico, all'altro, il quale salta su con la lancia in pugno a zuffa manifesta; per condurre le sorprese a buon termine si richiedono mente serena, cuore inconcusso, e vigilanza mirabile; e cosa strana a considerarsi è questa, che forse gli uomini preposti alla sortita, ovvero allo agguato presi da solo a solo le qualità descritte posseggono anco in copia, uniti insieme ne mancano, dimostrando che le passioni superano nel contagio la stessa morìa. L'annotatore all'Hoffstetter volendo per via di esempio chiarire come un nonnulla mandi a monte siffatte imprese riporta il caso degli Oddi entrati notte tempo in Perugia per cacciare i Baglioni, i quali omai occupavano la città e solo rimaneva loro spezzare la catena della via che sbocca alla piazza, quando colui che doveva romperne i serrami, stretto dalla turba sorvegnente, mal potendo levare le braccia per menare la mazza ferrata esclamò: «fatevi indietro!» La quale parola propagandosi di grado in grado valse a impaurire gli ultimi; gli altri del costoro spavento atterrironsi, sicchè con grandissima furia si ruppero. Questo narra il Macchiavelli; questo altro più notabile assai riferisce Teofilatte Simocatta. Gli Avari invasa la Tracia avevano messo le tende vicino al monte Emo; di ciò avvertiti i Romani, su i quali imperava allora Maurizio, nello intento di sorprenderli ed opprimerli notte tempo si ficcano per certa forra angustissima camminando in due colonne con i bagagli nel mezzo; all'improvviso incespica e casca un somiero di cui il conduttore essendo andato innanzi, i sorvegnenti impediti nel cammino lo richiamano per rimettere in piedi la bestia gridando: «retorna, retorna fratre.» Queste parole passando di bocca in bocca fecero supporre, che trovato il nemico all'erta fosse mestieri ritirarsi: i più paurosi subito sbandaronsi, e gli altri, scomposti gli ordini, si trovarono costretti a seguitarli nella fuga. Agevole moltiplicare gli esempi, bastino questi per dimostrare come gli orditi con lungo studio dalla sapienza, la fortuna sovente in un attimo disperda al vento.
Troppo mi ha proceduto infesto nel suo libro deiBersaglieriEmilio Dandolo perchè io trascuri di ricordare com'egli dolente per la riportata ferita, e più pel lacrimabile caso del suo fratello, non potesse rimanersi all'ospedale in cotesta occasione; volle andare co' compagni, onde fra la fatica durata, e il turbamento dell'animo gli si inacerbì la piaga non poco. A me piace la vendetta, e così mi vendico, dolente di non possedere maggiore ala d'ingegno per onorare conforme ai meriti il giovane egregio.
La legione italiana rinvenuta alquanto dalla turpe battisoffiola, non poteva darsi pace; le sembrava, e veramente si era coperta d'ignominia: per ultimo deputava messi al Generale supplicandolo le concedesse lavarla avventandola a qualunque più arrisicato assalto; gli udì il Garibaldi con gli occhi fitti a terra senza nè un motto nè un gesto, poi li licenziò con la mano, e parve non volesse rimoversi per istanza nonchè degli indifferenti degli amicissimi suoi: verso sera piegò l'ardua mente; stessero apparecchiati, li proverebbe domani.
Però mentre il prode uomo mulinava il modo di picchiar forte il nemico accadde un'avvisaglia inopinata, la quale ci fu e per morti, e per altre sequele oltre modo funesta. Stavano il colonnello del Genio Amedei e i marraioli suoi lavorando il contrapproccio alla villa Corsini, e i Francesi lo andavano molestando con piccoli manipoli, sicchè egli per levarsi cotesto pruno dagli occhi ordinava al maggiore Panizzi, che lo rimbeccasse nelle regole: questi o trasportato dal proprio ardore, o tratto dallo impeto dei soldati muove col battaglione intero contro lo approccio nemico serrato in colonna: ne nacque una orribile mischia, nè il moschetto, nè la baionetta valevano, così erano venuti a corpo a corpo, ma i Francesi dettero indietro per adoperare le armi: ai nostri facevano difetto le munizioni; non per questo essi stornarono, somministrò nuove armi il furore, e i Francesi maravigliati si sentirono percossi da una sassaiola, che ridusse parecchi al lumicino. Dei nostri morì, e fu pietà, il buon Panizzi romagnolo, soldato vecchio, che aveva militato in Ispagna, e di fresco in Affrica co' Francesi; il giorno innanzi era stato promosso maggiore: tre palle nel petto lo freddarono, cadde nelle trincee nemiche, ma i suoi non consentendo lasciare il suo corpo prigioniero, tornarono allo assalto per riscattarlo: erano quindici, tutti sangue romagnolo; soli sei ne rimasero illesi: non importa, questi sei portarono seco il cadavere del diletto maggiore; il Fanti di Ferrara antico soldato del regno italico offeso nel braccio destro, ne sofferse il taglio con mirabile pazienza, e guariva, ma tanto lo strinse il dolore per la entrata dei Francesi a Roma, che di passione morì. Il Poggi da Imola soldato, a cui recisero il braccio sinistro, tagliato che l'ebbero se lo recò nella destra e guardandolo alquanto uscì fuori con queste parole: «mandatelo in Francia, e dacchè costà hanno fame di carne umana i Francesi se lo mangino.» Quaranta furono dei nostri morti o feriti. Il Garibaldi corrucciatosi per cotesta sconsigliata fazione, se la prese coll'Amedei, e a torto; lo mandò in castello e pretendeva sottoporlo a giudizio militare; se ne astenne meglio consigliato, ma da quel dì in poi fra il corpo del Genio, e lo stato maggiore del Garibaldi non corse più buon sangue, massime ch'egli surrogava al colonnello Amedei il maggiore Romiti; da ciò ne avvenne che si disfacessero i trinceramenti alle gole dei Bastioni, preparando in questa guisa facile l'accesso al nemico, e a noi togliendo l'abilità di difendere le breccie; la casa Savorelli non si volle atterrare, nè fabbricarci il ridotto come avevano divisato gli ufficiali del Genio, capace se non a preservare dalla caduta Roma, almeno a ritardarla.
In questa giunsero parlamentari[1] dal campo nemico, e si dovevano respingere, perchè le sono spie, e gli armistizi si chiedono dal nemico perchè ha bisogno di tempo per nocerti meglio; portavano lettere pel Generale dello esercito, per quello della Guardia nazionale, pel presidente della Assemblea, pei Triumviri, proclami pel popolo, e come se tutto questo fosse poco, inviti al Cernuschi, e al Lombard di recarsi al campo: sonavano tutte le carte lo stesso sermone; essere venuti a sostenere la libertà del Papa, e poi a sostenere quella del popolo, li lasciassero entrare e si troverebbero contenti: caso mai resistessero, guai! con sette Batterie allora allora messe in punto gli fulminerebbe.» Risposero per le rime: non si accettano le prepotenze, si sopportano dopo gli estremi sforzi per repulsarle: degne le parole di tutti, degnissime queste del Generale Rosselli: «considerando che vi è uno stato di vita per gli uomini peggiore, che morte, se la guerra, che ci fate arrivasse a porci in questo stato, meglio sarà chiudere per sempre gli occhi alla luce, che vedere le interminabili oppressioni, e miseria della nostra Patria.» Il Cernuschi e il Lombard andarono in campo dove udirono proporsi una maniera di rappresentanza scenica mercè la quale aveva a stabilirsi, che dopo aperta la breccia, e salvo a questo modo l'onore soldatesco Roma si arrendesse: risposero, che i popoli si ammazzano col ridicolo, ma caduti nel sangue risorgono. Accettabili simili temperamenti pei Francesi, per gl'Italiani contennendi, e abominati. Dopo l'Oudinot tentava nuovo assalto di viltà il Corcelles, gli rispose il Mazzini, e fece male; con nessuno valsero mai ragioni, e meno che con altri co' Francesi quando si sentono in dieci contro uno.
[1] V.GrassiDizionario militare a questa voce.
Cessate le frodi ritornano le violenze: già i Francesi stavano presso un sessanta passi ai Bastioni primo e secondo, le Batterie per abbattere il Vascello, e le case circostanti erano compite; trentacinque cannoni, e più gli altri, che come avvertimmo, fornì il Re di Napoli si trovavano in punto di fulminare le mura; nè basta, anco i mortai in procinto d'incominciare il fiero lavoro, che di vero incominciò e terribile; nè si creda, che i Francesi rispettassero gli Ospedali, o i Musei; venivano giù le palle senza misericordia; forse un giorno i Francesi diventeranno civili, per ora si contentano dirlo. Le mura di Roma non potevano resistere, sarebbe stato buona provvidenza terrapienarle, ma non lo fecero, sicchè ruinavano, scheggiavansi, e i frantumi schizzanti provavano i nostri più dannosi delle palle; essi però non si sgomentavano, e quando vedevano le bombe precipitare urlavano: «ecco Pio IX!» Appena cadute con temerità piuttostochè con audacia saltavano loro addosso, e ne staccavano la spoletta, o la troncavano portandole con grande allegrezza al Garibaldi, il quale le pagava uno scudo l'una, sicchè, per questo modo, veniva al difetto delle munizioni a sopperirsi con quelle tolte al nemico. Anco allo stesso Garibaldi accadde, che mentre visitava le difese una bomba gli cadesse forse dieci passi distante, fuggirono tutti, egli rimase imperturbato e solo; per ventura scoppiando lo coperse di terra senza fargli altro male; allora gli si strinsero tutti alla vita gridando con immenso entusiasmo: «viva Garibaldi!»
In quei giorni il capitano Castelnau recatisi a bordo del Magellano buona quantità di soldati si recava a sobbissare la fonderia di Porto Anzo, la quale cosa gli venne molto agevolmente conseguita; sovvertì le fabbriche, ed inchiodò i cannoni; fatto questo, ripartiva per Civitavecchia portando seco ottocento palle di vario calibro, e novemila libbre di mitraglia; ed anco questo stroppio accadde per imprevidenza, dacchè ogni qualunque soldato comecchè mediocremente esperto avrebbe avvertito di tenere le polveriere, gli arsenali, i magazzini insomma delle cose necessarie alla guerra in parte dove il nemico non potesse agguantarle con subita scorreria.
La procella del fuoco, e del ferro imperversa più furiosa che mai, ad onestare la barbarie i Francesi penseranno più tardi, e poi facile impresa è per loro perpetuamente mentire; muoiono combattenti, muoiono non combattenti, cittadini inermi, vecchi, donne, e fanciulli; il tempio della Fortuna virile è manomesso, guasto il dipinto dell'Aurora di Guido Reni, e gli altri del Pinturicchio, e del Domenichino. I nostri quanto potevano facevano; anzi sopra le altre preclara l'opera degli artiglieri, i quali non mai domandavano sollievo non che sollazzo; tranquilli, taciturni surrogavansi a vicenda, i vivi venivano a riempire i vuoti, che lasciavano i morti senza osservazione, o lamento. I nostri ingegneri nel presagio che la prima cinta sarebbe superata intendevano compirne un'altra, e ci posero mano, ma anch'essa non fu condotta a termine, per mancanza di braccia, però che i soldati del Garibaldi non potessero sopperire a tutto, e il governo non provvide che 700, ovvero 800 uomini al dì, non bastevoli all'uopo; forse non era sua la colpa; facile sempre la censura, ed i Governi, comecchè solertissimi, nel tumulto degli eventi, e nella perturbazione dell'animo provvedere a tutto non possono; chi sta su la fossa piagne il morto: di ciò parleremo anco altrove.—Certo buona volontà non mancava, e i cittadini solo, che fossero stati chiamati, non sarebbero rimasti sordi allo appello, però che fosse mestieri piuttosto cacciarli, che spronarli, ed in fatti un giovanotto essendo stato respinto dalla trincea perchè troppo piccolo, se ne tapinava esclamando: «o che forse il Generale è grande!»
Questo è il combattimento, che accadde al ponte Molle. I Romani temendo sorpresa, e danno dal lato dei monti Parioli attesero ad allungarsi sopra queste colline; scontratisi col nemico ne successero molte e varie avvisaglie di cui fu il fine, che i nostri snidassero i Francesi da certe case ch'essi occupavano, e le incendessero; però il giorno di poi non patendo essi cotesta cacciata, di buon mattino valicarono grossi il ponte Molle, senonchè bersagliati dai nostri cannoni che dalle alture li fulminavano ebbero a ripiegarsi su l'altra sponda; ma nel pomeriggio il generale Guesviller li riconduceva all'assalto contro la diritta difesa dal colonnello Masi; da una parte e dall'altra incerta la fortuna, pari il valore; i capitani di stato maggiore Podullack, e Taczanowski entrambi pollacchi accorsero al quartiere generale per rinforzi, egli ebbero ma tardi e pochi comandati da quel fiore di uomo Berti-Pichat nel quale ammiri in bellissima concordia congiunte la dottrina, la probità, e la virtù militare; bolognesi tutti. Quando arrivarono, le cose volgevano al peggio però che i Francesi di cheto presero per di dietro il luogo dove i nostri combattevano, i quali non potendo reggere si ritirarono, e i Bolognesi essendosi di troppo avanzati tardi si accorsero del passo disperato nel quale erano caduti; venticinque ad un tratto colpiti giacquero per non rilevarsi più; intimato il Podullack a cedere le armi rispondeva: «a voi altri cani vituperati io non mi arrendo:» e uccise due Francesi uno di spada, l'altro di pistola; giacque trafitto da cento punte, e lì rimase; reso il giorno veniente agli amici supplichevoli ebbe onorata sepoltura. Egli forse poteva salvarsi e non volle, non bastandogli il cuore di lasciare in terra l'amico suo Taczanowski col ventre lacerato; questi però scampava la vita; l'altro adesso riposa nella nostra terra. Ah! non sarebbe stato così, che noi avremmo voluto ospitarti cortese amico; pure abbiti quello che solo possiamo darti pio ricordo nelle nostre famiglie, ed augurio di libertà alla tua Patria; e forse un dì, affrancati anco noi dal grave aere, che ci opprime, compenso di sangue al sangue tuo. Il Tenente Brugnoli bolognese, comecchè squarciato, e grondante sangue ebbe balìa di uscire dalle mani ai Francesi, il soldato Schelini vedendo un Francese che aggavignato il Berti-Pichat intendeva strascinarlo seco, lo ammazzò di botto, dando facoltà al suo comandante di svignarsela incolume. Deplorammo il capitano Fiume spento sul campo, e Oliva da San Severo. Questi con più lunga angoscia lasciava la vita; sul punto di pigliare di assalto una casa tenuta dal nemico colto a sommo il petto casca su la soglia di casa; quattordici giorni si travagliò il misero lontano dai suoi, che non lo consolarono di conforti, nè di lapide funerea, inconsapevoli del luogo dove fu adagiato in grembo alla terra.—Io trovo scritto come in questa fazione morisse un'altro giovanetto di anni diciassette di gentile sembianza, e fiorentino; ferito nella gamba destra, all'ufficiale francese, che gl'intimò la resa ruppe la testa gridando: «va via soldato del Papa,» trafitto da cinque palle cadde sul nemico spento; si chiamava Gherardi: perchè queste anime nella mia terra non sono seme, che frutti? Quando ci si novereranno copiose come ora ci appaiono rare Firenze meritamente vanterà per impresa il suo leone; fino a quel dì le conviene molto meglio l'agnello di Calimara.—
Si stringe intorno a Roma la fiera cintura di ferro e di fuoco, e il nemico moltiplica le artiglierie a porta San Pancrazio, donde si aspetta resistenza maggiore; apronsi finalmente dai Francesi le batterie di Breccia, le rintuzzano i nostri cannoni dai monti Testaceo ed Aventino; rabberciate le Trincee i nemici ripigliano il trarre, il Bastione VI non senza danni pure fa buona prova; tracolla tutto il muro di cortina al bastione VII, ma la terra non gli smotta dietro, anzi rimasta diritta a picco difende, nè per lanciarvi contro granate punto si smuove. I Francesi accatastando Breccia su Breccia ne costruiscono tre per tempestare il Vascello, la Villa Savorelli, e le case di fianco alla porta San Pancrazio: qui cadde il tenente Cesare Covelli cui il colpo stritolò il braccio; tribolava due giorni, e poi chiuse gli occhi alla vita, non infelice affatto perchè morì nella speranza, che Roma la potesse sgarare contro i Francesi; altri sei artiglieri morirono a un tratto per colpa di una palla, che imboccò dentro la cannoniera; anco il buon Ludovico Calandrelli percosso nel petto da un frammento di ruota ebbe a cessare le difese; chi lo vide mi dice, che portò lungamente la parte lesa nera più che carbone. Il Garibaldi considerando come cotesto Bastione armato di pezzi da campagna mentre al nemico non arrecava danno era causa di lutti deplorabili ordinò lo disarmassero; ed anco dalla Villa Savorelli gli toccava a sloggiare; ormai l'avevano tolta di mira, che non meno di 80 a 90 bombe al dì ci cascavano dintorno; una entrò in camera al Manara mentre stava facendo colazione, e tu pensa se sobbissassero soffitte, pavimento, porte, e finestre, un'altra fra i cavalli nella stalla di casa e non ne uccise veruno; invece un'altra caduta nella casa attigua ne ammazzò due; con questa pioggia di bombe pure bastava il cuore al Garibaldi di tenere lì dentro la villa un barile di polvere; nè per questo ei faceva le viste di andarsene; il giorno seguente le bombe caddero nella stanza dei segretari e ci appiccarono il fuoco, la prossima casa sfasciarono, e il Garibaldi non si decideva; alla fine gli misero in frantumi la torretta, e allora gli fu mestieri ricoverare altrove. Nè vo' tacere come un'altra bomba ruinata fra i galeotti i quali lavoravano alle trincee in un colpo ne ammazzasse sei; di sessanta ormai si trovavano ridotti a quaranta quando supplicarono il Generale gli avventurasse agli estremi pericoli, e premio di tanto fosse la morte onorata, o la colpa espiata, ed ei rispose loro sperassero, intanto continuassero a chiarire il mondo come nocenti cittadini fossero stati contro il prossimo, ma della Patria figli pur sempre: tutti si comportarono da valorosi, taluno da eroe, ed ecco come. Al Garibaldi, che certo giorno visitava le opere condotte da questi sciagurati, uno di essi parlò e disse: «posso io discorrervi?—Parlate.—Generale, perchè mo' ce lasciate là e' Francesi?» E gl'indicava il Casino dei Quattro venti; a cui il Generale sorridendo: «perchè non ci riesce a cacciarli via.—Ma scusate Generale se ce andiamo noi, loro non ci possono stare.—Qui appunto sta l'osso.—Scusate Generale questa difficoltà non ce la vedo, se me date quaranta omini di fegato, io ve caccio li Francesi da quel posto.» Ebbe il servo della pena i quaranta compagni, e andò diritto al palazzo Corsini pigliando per la porta e per lo mezzo del viale fiancheggiato da cipressi; appena i Francesi li scorgono con le infallibili carabine li fulminano, taluni cascano, altri riparano dietro ai cipressi, ma il condottiero di cotesta impresa non curante di loro procede imperturbato col suo moschetto sopra la spalla; il nemico riseconda la scarica, e per questa eziandio taluni ristanno per ferite, altri per paura, nè costui piega collo, solo passa la linea delle scolte nemiche, e solo arriva a piè del palazzo, dove per mostrare ai Romani, che dalle mura lo seguitavano trepidanti coll'occhio, come in lui non allignasse jattanza o se pure jattanza non superiore alla virtù si pose a sedere su la gradinata davanti all'uscio col fucile fra le gambe. Il Garibaldi acceso in volto eccitava i circostanti ad avventarsi con lui al soccorso dell'animoso; il forzato intanto poichè si fu rimasto tempo più, che bastevole per essere veduto così dagli amici come dai nemici, si leva in piedi, e con l'archibugio su la spalla ripassa la linea delle sentinelle francesi, e di bel nuovo per lo mezzo del viale s'incammina a Roma; ormai ne aveva trascorso più che un terzo quando una palla lo ferì nei reni, ed egli tracollando inforcò con la testa un cipresso dove finì la mal vissuta, ma ben conchiusa vita. Il Garibaldi a quella vista si picchiò del pugno su la fronte, e volto al cielo mormorava non so che parole; forse avrà invocato Dio; io però non lo guarentirei. Pochi giorni dopo successe un'altro caso, il quale dimostra come facile si apprenda in cuor di popolo l'agonia di gesti generosi, ed io lo racconto non solo per questo, ma altresì perchè si vergognino (se mai fosse possibile) coloro, che per essersi messi un dì al cimento per la Patria non rifinano mai di rinfacciarlo pretendendo di essere adesso mantenuti del danaro pubblico oziando nel Pritaneo, o di risucchiare eterne mignatte le tasche dei privati.
Certo Barabba, che tale hanno nome i facchini a Milano, avendo osservato come i Francesi lavorassero indefessi ad alzare un terrapieno dalla sinistra parte del Vascello, se ne andò in fretta ad avvisarne Giacomo Medici, il quale rispose breve: saperlo. Il Barabba incollerito ripiglia: «o perchè non s'impedisce?» E il Medici più aggrondato, che mai: «non si può.» Il Barabba sta cheto, e quinci partitosi si accorda con alquanti dei suoi compagni, gente pronta a mettersi in qualunque sbaraglio, e con essi esce dal Vascello; di celato si accosta ora nascondendosi dietro a un vaso di limoni, ed ora dietro una siepe al terrapieno; alla stregua, che sparisce lo spazio ai compagni viene manco il coraggio, sicchè all'ultimo resta solo, nè di ciò si accorge: solo pertanto arriva al terrapieno, e solo di un salto piomba giù fra i soldati gridando: «siete tutti morti!» I Francesi naturalmente temendo gli tenesse dietro grossa mano dei nostri, gittati via i badili, e le vanghe scappano via a pigliare i moschetti, per difendersi; ma il Barabba volgendo allora gli occhi per contare un po' con quanti moveva all'assalto, si scorge solo: pianse di rabbia, e per questa volta la fortuna risparmiando l'animoso gli concesse tornare salvo al Vascello, dove il Medici dopo avergli concesso le meritate lodi lo volle con una moneta ricompensare: il Barabba gli ficcò gli occhi addosso a squarcia sacco, ma il Medici pronto riparava la svista dicendo: «tienla per cambiarla in una medaglia.»
Molti i feriti da questo continuo grandinare di palle; fra i morti ricordansi il Lenzi tenente, Tavolacci, Marucci, Fedeli, pure tenenti, e il capitano Minuto.
Ora al Vascello; forte edifizio, con alcune case dintorno: di giorno lo difendeva il Medici con 150 soldati, cui nella notte rinforzavano ora con una mano di uomini di questo, ed ora di quell'altro corpo Unione, Finanzieri, Studenti, o legione Arcioni.—Avendo il Medici condotto una Trincea dal Vascello fin presso la casa Giacometti proprio di rincontro alle Trincee dei francesi, questi per levarsi cotesto pruno dagli occhi, che del continuo li molestava, si giovarono di una nebbia che sorse densissima nella notte del 21 Giugno, pensando cascare improvviso sopra i trentacinque uomini custodi della nostra Trincea e della casa: però tanto non seppero studiare il passo che intralciati dalle vigne non dessero la sveglia; onde il comandante dei nostri trentacinque ordinava, non fiatassero, sfolgorassero il nemico appena pestasse le canne stese oltre la porta un dieci passi, poi fuori a ributtarlo con la bajonetta; e così fecero; erano i Francesi due compagnie di granatieri del reggimento trentesimo sesto; scorate scapparono lasciando in terra morti il capitano, con altri dieci soldati; moribondo un sergente, con parecchi granatieri feriti. Per ora taccio del Vascello, ci tornerò in breve; intanto si sappia che il Medici lo difende sempre, e che i Francesi sfogando sopra quello la soldatesca rabbia lo hanno lacero in modo, che se si regge ancora pare miracolo.—
Fra le dolenti mi occorre narrare adesso dolentissima storia; correva la notte del 21 al 22 fosca per fitti nuvoli, e piovigginosa: anco dai più imperiti si comprendeva essere mestieri raddoppiare vigilanza, e di vero si raddoppiò, perchè temendo l'assalto appunto dalla parte donde venne furono mandate per tempissimo nel pomeriggio del 21 sei compagnie del Battaglione della Unione a presidiare il luogo; quivi erano state fatte tre Breccie facili a salirsi, se non che i nostri vi avevano a poca distanza scavato una fossa, e riempitala di materie infiammabili, che avrebbero dovuto scoppiare appena fossero comparsi i Francesi, la quale opera avevano confidata a certo ingegnere prussiano, e a lavoranti stranieri. Delle sei compagnie tre ne posero a custodia del Bastione secondo, una dietro la Breccia della Cortina, due di presidio al Bastione terzo: anco due sentinelle furono collocate su i palchi rimasti ritti ai fianchi del Bastione secondo, e sei altre su l'alto della Breccia dietro a macerie di sassi; venne loro ordinato: «stessero vigili, appena udissero rumore gridassero: all'armi! meglio spaventarsi indarno, che rimanere sorpresi.» E poichè lì presso sorgeva un folto canneto ebbero avvertenza di metterci un'uffiziale con quattro soldati con ripetuto comando, che al menomo stormire di gente incendiassero il canneto; furono eziandio disposti due punti di ritirata; diligenze pari adoperaronsi al Bastione terzo; anzi ammoniti gli ufficiali a volere persuadere i soldati a vegliare tutti, questi senza attendere domanda con gran voce esclamarono: «noi veglieremo, e faremo tenere desti i compagni.—Al Bastione quarto si raccomandò conservassero a qualunque costo la casa vicina per avere adito di ripigliare ad ogni sinistro la breccia, e siccome pareva, ed era il presidio debole fu sollecitato il maggiore Cenni a rinforzarlo.—Per non mancare poi alla più minuta diligenza, che l'arte della guerra suggerisce al Bastione secondo venne deputato a soprastare l'ufficiale di stato maggiore Capitano Stagnetti; al Bastione quarto il capitano Caroni.
E malgrado tuttociò verso le ore undici di notte un aiutante del maggiore Delaj comandante le sei compagnie della Unione, arrivava tutto smarrito a riportare al Generale Garibaldi come i Francesi senza colpo ferire avessero preso le tre breccie.—Quello che il Garibaldi in cotesta occasione facesse e dicesse mi occorre scritto nelle memorie di tale che ci si trovò, presente: «verso la mezzanotte il Generale scese taciturno, e torvo, Manara scriveva; incontrato il centurione Zannucchi il Garibaldi gli domandò:—che ci è di nuovo?—Generale i Francesi hanno superato la breccia.—Gli hai tu veduti?—Non vi state a confondere pur troppo ci sono.—Allora mosse frettoloso quattro passi o sei per uscire, poi di un tratto si volse a me dicendo:—chi sa, che cosa hanno mai veduto! Avete pronta la vostra gente? Mandate un'uomo capace a scoprire.—Io vi mandai il sergente Marcheselli mantovano, e al tempo stesso schierai la coorte; di un tratto il Generale senza aspettare l'arrivo del Marcheselli mi ordina seguirlo coi miei soldati; così camminammo un pezzo, quando fummo prossimi alla breccia a tramontana levante della Villa Spada, mi disse: «voi andate per di lì, e mi additava un sentiero verso la breccia, egli poi avendo incontrato il maggior Leggiero si avviò con quello verso porta San Pancrazio, ma non fornirono insieme il cammino perchè indi a breve il maggiore ferito malamente in un piede non potè più andare.—Io proseguii, e mutati appena duegento passi una voce si fece sentire che domandò:êtes-vous français?Ed io senza gingillare ai miei: «fuoco!» Cotesta risolutezza ci salvò, perchè ne surse un diavolìo di moschettate da altre parti, e noi potemmo non curati salvarci senza morti, come senza ferite.»
Nè al Garibaldi solo parve incredibile il fatto, ma alla più parte dei suoi, segnatamente a quella anima virtuosa di virtù antica Ugo Bassi.—Adesso del Bassi veruno parla come pur si dovrebbe: troppi morti ci domandano ricordo e compianto, e poichè tutti in affetto sono pari così non si distinguono, e non si possono distinguere: ma il Tempo agita continuo il ventilabro, e lo sceveramento si opera necessario; più tardi verrà chi di lui amoroso ricerchi, ed arguto ragioni: singolare miscela fu di due nature non pure diverse ma contrarie, ora avvampante, ora riserbato e freddo, tra pochi timido, male e scarso favellatore; tra molti turbine di parole, e temerario; quando sentiva strepito di cannone, o di moschetti non si poteva tenere, e gli era forza avventarsi là in mezzo al fumo, e al fuoco senza nè manco sapere, che cosa ci andasse a fare: che cosa lo reggesse davvero non si sapeva, poco si nudriva, meno beveva, di rado lo visitava il sonno: sottile e pallido e tuttavia infaticabile, e di nervi gagliardo. Quando sovveniva qualche caduto poteva scoppiargli una bomba accanto non che ci si fosse mosso, non l'avrebbe nè anco sentita. Certo dì cavalcando in compagnia del Garibaldi casca vicino a loro una bomba; potevano sottrarsi al pericolo con la fuga, ma il prode uomo non ci pensa nemmeno; in un'attimo è sceso, strappa laspoletta, la spenge, ed impedisce, che scoppiando danneggi altrui e sè. Il Garibaldi frugatosi nelle tasche ne cavò un baiocco e sorridendo gli disse: «piglia, questa è ladecorazione, che sola può darti il capitano del popolo.» In questa notte pertanto il Bassi facendosi a trovare il medico del Generale tutto affannoso gli diceva: «O Ripari mio; i Francesi hanno preso la breccia; possibile mai! Io non ci credo. Bisogna saperlo di certo.—E come possiamo fare? Rispondeva il Dottore.—Andare noi stessi a vedere.—Questo non si può, troppo lunga è la strada, pioviscola, e sul cammino si sdrucciola.— Vieni, ma vieni, fammi la carità, non mi mancare amico.» E il Ripari, che mai non seppe negare siffatte voglie allo amico andava con lui.—Le mura si vedovano per l'aere fosco a cagione della linea anco più nera, che disegnavano in quello; di un tratto la mirano spezzata, con molta cura accostansi, ma non rinvengono persona, che occupasse lo spazio vuoto; proseguirono fino alla seconda cinta, e qui notarono incoronate le macerie di punte. «Eccoli lì, parlava sommesso il Ripari, coteste le sono baionette. E il Bassi,—non si può negare, ma come ci chiariremo se le sono nostre o piuttosto nemiche? Aspetta mo', che ti chiarisco io, riprese il Ripari; poi a voce alta gridò: «chi va là?» Dalla trincera con accento strano risposero: «amizi, amizi.» Nè di tanto pago il Ripari da capo esclama: «avanti!» E la medesima voce di rimando: «non puole, non puole.» «Ti basta?» Il Bassi strinse la mano al Ripari come convulso, e questi lo persuase a gettarsi seco nelle vie coperte praticate dai nostri lungo le mura per iscampare ad imminentissima morte.—
La breccia era presa: ora come mai avvenne questo? Corse subito il grido di tradimento, e tuttavia dura, però importa considerare come quante volte simili sorprese succedono, la voce di tradimento venga a galla sempre, e la cosa ci sia di rado: qui dissero, che un'ufficiale corso calatosi dalle mura andasse ad informare i Francesi, che lì presso alla breccia occorreva un antico acquedotto, e per questo i Francesi inoltrandosi sicuri, e d'improvviso apparissero sopra la breccia come usciti di sotto terra, e non fu vero: di acquedotto non si rinvenne traccia, nè ai Francesi faceva mestieri di fuggitivi, che gli ragguagliassero; come altrove accennai, molte lettere arrivavano loro pel Tevere chiuse in boccie vuote, e quasi queste non bastassero col favore dei preti entravano ufficiali francesi ad ogni momento per ispiare lo stato delle difese: fantasticarono altresì, che l'ingegnere prussiano co' suoi lavoranti invece d'incendiare le mine praticate nelle vie coperte se la intendesse co' Francesi e loro consegnasse per pecunia le vie dond'essi sbucarono: ed anco questo sembra falso; vero questo altro: che i Francesi cadutigli addosso repentini, lui, e i suoi menassero prigioni: non mancarono attribuirne la colpa al maggiore Delaj, ed anco si ventilò se avesse a sottoporsi a Consiglio di guerra, ma poi si lasciò correre. Per chi costuma leggere storie conosce come non ci abbia diligenza per accurata che sia, che il nemico solerte non arrivi a vincere. Nella vita di Arato il Plutarco egregiamente racconta il modo col quale cotesto eroe penetrava in Sicione malgrado l'abbaiare dei cani, e il continuo aggirarsi delle guardie, sicchè la scalata accadde per lo appunto dopo il passo di due di loro, strepitose per campanelli agitati, e schiarite da molte fiaccole. Narrando io di Andrea Doria ricordai come questi, il quale sapendosi in odio a Francesco I, e il nemico quasi in casa, stando pure su l'avvisato la sgarò di un pelo di cascare in mano ai Francesi, che con notturna scorreria assaltarono Fassuolo, e non la scampava se per ventura taluni soldati non avessero preferito al sonno il giocare a carte: e se la fama porge il vero quando il generale Lamarmora s'impadronì nel 1849 di Genova trovò le guardie messe a difendere la Lanterna le quali senza un pensiero del nemico su le porte si sollazzavano parimente con le carte.—Posto da parte l'ultimo esempio, se le altre due sorprese compironsi a danno di uomini vecchi, sospettosi, e guardinghi che stavano a buona guardia, tanto più agevolmente poterono condursi a termine in questa occasione in cui forza è pur dirlo, le provvisioni furono o fatte male, od omesse, parte per difetto di facoltà, e parte per imperizia: abbondavano nei nostri impeto, e ardire, ma di pazienza non volevano saperne; soprattutto la disciplina avevano in uggia, è mancando questa all'ultimo le imprese riescono sempre a male: poi come succede ognuno saltava su a dire la sua, nè solo la diceva ma pretendeva si eseguisse, e se inesaudito empiva la città di querimonie e di sospetti; il corpo degl'ingegneri nostri eccellentissimo di peregrini ingegni, ma imperito nelle opere militari, quello dei Francesi all'incontro superiore a molti, secondo a veruno, ed il suo capo Vaillant celeberrimo per meritata fama. Anco il nostro ministro della guerra, ch'era quel prode uomo che il mondo conosce, Avezzana, sapeva di barricate, non d'ingegneria militare per difendere piazze, e mentre a quelle dava opera premurosa ed inefficace, di queste poco si prendeva pensiero. Del Garibaldi parmi senza esitanza potersi affermare, che a lui non si confanno i modi dello star chiuso a difendere mura; egli ama i campi aperti, le selve, i monti; secondo il suo genio i colpi arditi, lo avvolgersi impenetrabile, lo avventarsi prodigioso come di aquila, che piombi giù dalla rupe.—Rosselli per indole, per istudi, tutto diverso a lui, egli ricercatore di teorie, e a quelle ossequente minuzioso. A comandare troppi, troppi pochi a obbedire: forse anco un po' di screzio si era intromesso fra i capi; i continui sforzi non allietati mai dalla vittoria, e la certezza di avere pure a cedere il primitivo ardore in parecchi più speculativi avrà sboglientito di certo, e chi altramente si avvisa non conosce o non vuole conoscere il cuore dell'uomo; nè il Garibaldi lo dissimula nelle memorie che mi manda, dove trovo queste parole notabili; «i corpi ormai andavano privi dei migliori ufficiali e soldati: anco fra quelli che prima si erano comportati mirabilmente, adesso che vedevano le cose incamminarsi a male, si manifestava una tal quale reluttanza, ed anco, se vuoi, resistenza, massime tra gli ufficiali che ormai tendevano ad acconciarsi con la restaurazione del Papa: resistenza, che era ad un punto causa di continui imbarazzi, e preludio di quasi certa rovina.»
Tali, con breve sermone io lo esporrò, l'apparecchio, e l'assalto dei Francesi: allestirono dodici compagnie della seconda divisione, e sei divise in tre colonne preposero all'assalto delle brecce: ad ognuna di queste assegnarono centottanta tra zappatori, e lavoranti perchè rimovessero gl'impacci, e con gabbionate costruissero subitanei ripari; le altre sei alla riserva: ancora due battaglioni della guardia della trincea al bisogno dovevano soccorrere la riserva; soprattutto badassero a impedire che i nostri sortendo da Porta San Pancrazio circuissero gli assalitori alle spalle. Tutta la prima divisione in arme nelle ville Pamfili, e Corsini in procinto di accorrere alla riscossa là dove se ne fosse manifestato il bisogno.—Con accorgimento vieto di guerra, e tuttavia sempre efficace i Francesi dissimularono il vero assalto con due finti alle mura di Porta San Paolo, e ai monti Parioli in vicinanza della villa Borghese adoperandoci cinque battaglioni, e artiglierie a macca, le quali diluviarono bombe, granate, e di ogni maniera arnesi di distruzione sopra la più bella parte di Roma. Alle undici di notte dava il segnale dello assalto il colonnello Niel, i Francesi procedendo cauti, ed ordinati, colgono i Prussiani nella via coperta, e presili a man salva, impediscono la strage che avrebbero menato le allestite mine se fossero state accese; una sentinella sola porse avviso, ma tardi, o per sua negligenza, o per mirabile celerità del nemico, che davvero parve ai nostri trasognati balzasse fuori di sotto terra; la paura (che paura fu) s'impadronì dei soldati dellaUnione, i quali ripiegaronsi, scaricate le armi a tumulto, sopra le due case, nè li ristettero, anzi dando indietro alla dirotta, travolsero nella turpe fuga i difensori di quelle, e gli altri, che dovevano tener fermo alla cortina.—Il tenente colonnello Rossi preposto alla difesa della seconda linea non si potendo dar pace per cotesto inopinato rovescio, e reputandolo uno dei soliti spaventi senza causa andò a speculare per lo quale inoltratosi fino in mezzo ai nemici che lo lasciarono avanzare cadde prigioniero.
Se la fuga vergognosa arrugginisse il cuore del Garibaldi pensi chi legge, molto più, che egli aveva dichiarato, come il Palafox a Sarragozza, volere difendere le breccie col coltello mostrando la faccia alla fortuna; chiamato pertanto il Sacchi gli comanda tolga seco due compagnie, e corra a ripigliare ad ogni costo il Bastione: «scelti, scrive il Sacchi (il quale si compiacque anch'egli sovvenirmi in questo lavoro) la terza, e la quinta centuria entrambi comandate da due ufficiali di Montevideo: ricordo il nome di uno ch'era Cuccelli; ho dimenticato l'altro, ma si diceva Corso; si spinsero innanzi con maraviglioso ardimento, ma giunte forse venti passi discosto dal nemico un fuoco micidialissimo le decimò: ciononostante gli ufficiali animosi s'ingegnano spingere i soldati contro i Francesi, i quali se ne stavano al coperto dentro ad un fosso scavato dai nostri a danno loro dirimpetto alla breccia, e che adesso li protegge a danno nostro: alla prima scarica successe un grandinare di palle dal ciglione esterno del bastione occupato del pari dai Francesi: per colmo di sventura un colpo di mitraglia diretto contro i nemici investe i miei poveri soldati, i quali laceri da due fuochi si scompigliano e cedono dopo avere dato prove di valore disperato.»
Quivi morì Sampieri giovane vicentino, bello di corpo e di animo bellissimo, il quale non si sapendo trattenere saltò nel fosso e rimase sopra le baionette francesi trafitto; altri giacquero spenti sul ciglione, sicchè alla dimane i nostri ci raccolsero ben ventidue cadaveri; tra questi Quirino Bernardini sergente nella prima centuria della legione italiana: a questo prode giovane sembrando possedere virtù pari a coloro, che innanzi a lui erano stati promossi (e certamente l'avea), tenne che ciò accadesse non per colpa degli uomini, bensì per malignità della fortuna, la quale gl'impediva illustrarsi con qualche generoso fatto, onde deliberato di mettersi allo sbaraglio nella prima occasione, depose il suo testamento in mano amica, e poi cercò il destro di condurre a fine il suo proposito, per la quale cosa comecchè non chiamato volle spontaneo far parte della gente del Sacchi commessa a cacciare via i Francesi dalla breccia; andò, combattè come uomo che ormai si era votato alla Patria: per ferite non si rimase, finchè alito gli durò percosse, e fu percosso; coll'ultimo colpo abbandonò la vita, spettacolo di orrore, e di stupore ai suoi medesimi nemici.
Già accennai come in quella notte nefasta andasse perduta la villa Barberini; alla difesa di lei fu un tempo preposto Carlo Gorini; quinci egli doveva custodire la breccia, e tenne lo impegno disperdendo a suono di archibugiate il nemico ovvero lanciando granate a mano in mezzo di lui.
Il Cadolini ch'era dei soldati del Gorini ci narra perigliosissimo il compito loro, imperciocchè avendo a vigilare scoperti al lato della breccia di frequente andassero feriti dai frantumi, che schizzavano dai sassi percossi dalle palle nemiche. Mi parrebbe mancare al mio debito se tacessi quali nella massima parte fossero i soldati di Roma, e qual genio gli animasse: giovani illustri, delle più inclite famiglie italiane, pieni di grandezza l'anima, come di valore nel braccio; e tuttavia la gente turpe, che altrove e in Francia, ma più in Francia, che altrove, fa mercato di sè ardì infamarla; però che il costume di tempi perdutissimi insegni accusare altrui per nascondere il delitto proprio; ma di ciò basti, ed è troppo. Tali e siffatti i pensieri di quei giovani soldati: «quelle ore (scrive nelle sue note il buon Cadolini che stese a posta per me) di servizio notturno erano le più solenni per noi. Dalla cima dei bastioni del Gianicolo donde si vedeva da un lato torreggiare il Vaticano, da un altro distendersi la campagna romana, e finalmente la valle del Tevere, le immagini più sublimi venivano ad affollarsi alla nostra giovane mente. Roma cuna della civiltà antica, e sede della più estesa, e più durevole potenza a cui sieno giunti i popoli del mondo. Dove più che in Roma esempi immortali di glorie militari, e di virtù cittadine? E se di Roma antica porgono testimonianza il Gianicolo campo un tempo delle contese dei vetusti abitatori dell'agro romano, e delle guerre dei Vejenti, il Tevere, i Sette colli, il Panteon di Agrippa, la mole Adriana, e gli altri innumeri non meno che stupendi monumenti, Roma moderna attesta, sopra ogni altro edificio, la basilica Vaticana, prova di quanto potè il Papato, e tuttavia possa il cattolicesimo ora fatto ostacolo in mezzo alla via al cammino della Libertà. Questo spettacolo, che la luna illuminando co' pallidi raggi rendeva più solenne sublimava il nostro intelletto facendolo capace dell'altezza sopra umana del mandato impostoci dalla Provvidenza di rigenerare un popolo caduto, e che tanta parte ritenne della divinità; sicchè sovente meditavamo fra noi: quì per noi hassi a calpestare il nido delle vipere che attossicano la umanità; quì per noi deve rifiorire l'antica libertà; quì al cospetto degli spiriti magni ci corre il debito di mostrarci non al tutto degeneri da loro: anima e corpo dobbiamo intendere perchè la storia di questi colli aggiunga ai molti passati qualche odierno gesto degno dei grandi propositi di cui ci lasciarono gli antichi padri esempi immortali.»
Certo di questa maniera concetti non mulinano nel capo delle macchine tirate su a suono di raspa dalla obbedienza cieca, e passiva: e ci somministra argomento di riso la gagliofferia di coloro, che mentre imbestiano l'uomo più delle bestie pretendono poi che per la Patria dieno il sangue, e la vita; arrogi di rincalzo, che la Patria per questi non si deve capire come la comprendiamo noi, bensì Patria ha da essere un'uomo, che spesso la vera Patria strazia, e sempre la risucchia, togliendo per sè solo quello che diviso basterebbe a quattromila famiglie: nè quì finisce, chè la ricchezza smodata come corrompe chi la gode così è causa che altri si corrompa: ed invano il consorzio umano si affatica sanarsi, finchè gli duri perenne il fradicio in corpo. Perdonsi a tagliuzzare le fronde, e aborrono capire, che con l'accetta si vogliono dare colpi a due mani nel ceppo.
Certo i luoghi esercitano virtù grande su le menti, nè l'uomo può mostrarsi vile a Maratona, o a Roma; e credo anch'io che dalla terra, e dall'aria romane venisse un senso, che valse a mutare pochi giovani imperiti di milizia in eroi prestanti a resistere alla forza materiale di eserciti meglio agguerriti del mondo; i quali tanto più fieno argomento di eterna maraviglia quando tu pensi, che speranza di vincere ormai più non avevano; di aiuti dagli amici di Francia erano sfidati; come se non bastasse la Francia stavano lì pronte a sovvenirla le monarchie di Austria, di Napoli, e di Spagna; e tuttavia essi si mantennero uniti allo scopo di chiarire i posteri come i presenti che dove la Libertà è il retaggio, che il popolo difende, la impresa può annegare nel sangue, nella viltà non mai.