Chapter 19

Alla gente del Gorini richiamata dentro Roma la mattina del 21 surrogarono alcune compagnie di soldati di linea; perdute le breccie verso la mezzanotte di nuovo la spingevano verso la porta di San Pancrazio; le ordinavano presidiasse la villa Spada e la difendesse; potendo ripigliasse la villa Barberina, ma prima ne aspettasse il comando: non se lo fece dire due volte, e appena giunta incominciò a fioccare moschettate alla dirotta contro i Francesi annidiati nella villa Barberina: quando appena si fu messa un po' di luce la gente domandava con alti gridi la conducessero allo assalto; ella vedeva pur troppo, che dal riacquisto di coteste linee pendevano la vita o la morte di Roma, ma l'ordine di moversi non venne: intanto il nemico ultimò le sue opere di difesa, e i nostri in cotesta avvisaglia senza costrutto andavano stremandosi con danno irreparabile.—

Le storie delle battaglie vanno piene di singolari presentimenti palesati intorno alla propria morte da coloro, che in effetto perirono; forse ciò avviene perchè quando la morte presagita tiene dietro al presagio la gente ne serba conto, mentre in caso diverso passa inavvertito, o ne omette il ricordo; tuttavia confesso, che vi hanno successi nel mondo dei quali è difficile per non dire impossibile rendere ragione: adesso vuolsi sapere come certo Giuseppe Magni da Milano sergente parlando in quel giorno della battaglia del 3 giugno ebbe a notare: «cotesto fu il dì dei caporali (e di vero assai ne morirono allora) oggi viene quello dei sergenti, ed io sarò tra i morti,» e così accadde: dopo non bene un quarto di ora colpito di palla nella fronte periva; indi a breve pari sorte toccava a Carlo Ramesi: tale ugualmente auspicava di sè un Vigoni di Pavia, che incamminandosi verso Roma diceva ai compagni: «là una delle prime palle mi aspetta;» e come disse avvenne.

Tardi e in mal punto davano alla gente del Gorini l'ordine dello assalto alla villa Barberina; erano le dieci del giorno ventidue di giugno: notava il Gorini con centosessanta uomini, (che tanti sommavano i suoi la più parte studenti lombardi) si poteva combattere non vincere; lo assicurarono andasse senza sospetto, altra gente sarebbe mossa a rincalzarlo: di ciò non dubitando il Gorini co' suoi si pose per calli dirotti, e segreti, onde trafelando giunsero alla distanza di cinquanta forse passi dalla Villa. Il Gorini ordina di abbassare le punte delle baionette, e primo si avventa. Perchè primo si avventa l'animoso, pure accennando con la mano ai compagni si tengano lontano? Egli quando per lo addietro presidiò cotesta villa erasi industriato praticarvi fornelli e mine caso mai l'avesse dovuta abbandonare, adesso nello accostarcisi notando, com'ella apparisse deserta dubitò i Francesi non usassero a danno suo, e dei suoi gli ammanniti eccidi: quanto a sè non gli premeva, dei compagni sì: saliva pertanto solo la scala esterna, che mena su la terrazza; quinci scese nel cortile; di lì penetrava nel piano terreno, dove riscontrò che i Francesi avevano omesso di caricare le mine; di tanto sicuro tornava sopra la terrazza per confortare i suoi ad occupare senz'altro indugio la villa, dacchè i Francesi da certe trincee condotte lì accosto durante la notte li bersagliassero a man salva; si appressano, e cominciano a salire a rilento per non mostrare, che lo facessero per voglia di schermirsi dietro ai muri, quando appena sette ne sono saliti ad un tratto la villa si converte in Mongibello, fuoco dalle cantine, fuoco dalle feritoie durante la notte praticate nei muri, fuoco finalmente prorompe dai piani superiori: come per virtù d'incantesimo ingombra in un'attimo la terrazza di Francesi; ristettero gli altri presi da stupore piuttostochè da spavento; incominciò una pugna terribile fra i nostri sette sopra la terrazza e lo universo sforzo dei Francesi, che nascosti nei penetrali della villa mano a mano sbucavano fuori. Non iscrivo jattanze, ma verità mi costringe a dire, che se i Francesi avessero avuto più cuore avrebbero trucidato i sette, e circuito gli altri da pigliarli prigioni quanti erano; la ferocia dei nostri al tutto decisi di morire li sbigottì, onde i Francesi vibravano appena il colpo della baionetta, e fuggivano, sicchè male assestato poco feriva: ciò spiega come Girolamo Indunio, di cui tenni altrove proposito, malgrado, che in questo scontro riportasse ben venticinque colpi di baionetta nel corpo, nondimanco andò salvo, veruno di cotesti essendo mortale, e gli concedessero perfino balìa di lasciarsi andare giù dalla terrazza alta tre metri, dove i nostri lo raccolsero tutto sangue. Il Gorini già ferito di palla nel braccio, e di baionetta nella coscia considerato lo assalto fuori di speranza di riuscita, nè si vedendo da veruna parte sovvenuto pensava a ritirarsi meno lacero, che per lui si potesse, quando sdrucciolando sul sangue rotola giù per la scala a capo fitto con risico di spaccarsi il cranio; nel duro picchio, o piuttosto nei molti cozzi gli si ruppe la sciabola di cui, anco dopo la caduta agitava convulso il troncone quasi in testimonio, che i nemici venti volte superiori non fossero riusciti a disarmarlo. Il Cadolini si trovò fra i sette, ed ebbe la sua ferita di baionetta nel braccio; i calci di fucile non si contano; poi giù anch'egli a rotoli per le scale: tuttavia ne uscì a salvamento ed oggi lo vediamo nella Camera dei Deputati rappresentante, certo industre, e soprattutto onestissimo, ma che pure io vorrei esercitasse il suo ingegno in cosa molto più confacente alla indole, ed al talento di lui. Con esso, ma con più rea fortuna rimase ferito Bartolommeo Ramesi giovane lombardo appena diciottenne, il quale comecchè di animo mitissimo, ed aborrente dal sangue pure si trovò ravvolto in cotesta terribile mischia, nè già fortuito, ma sì pensatamente, e spontaneo tanto prevalevano in lui la coscienza del dovere, e lo studio dell'onore. Impallidì, ma fu dei primi a salire, tremò ma dal fianco del suo Capitano non si rimosse mai; ferito nel capo rimase; caduto di un'altro colpo in prossimità del cuore lo rilevarono i suoi. Cotesto giovane dabbene per candore di mente, costumi austeri, dottrina, ingegno, e per altre doti bellissime sarebbe stato una cara gioia della Italia, e di tanto più cara, quanto oggimai di rado ella se ne ingemma; sventura fu che egli quindici giorni dopo perisse. Gli conceda Dio nei cieli la mercede, che meritò in terra, e gli uomini forse non gli avrebbono dato.

Narra donna Marianna contessa Antonini di Udine come preposta da Malvina Gostabili di Ferrara alla cura dell'ospedale di San Giacomo in Corso essendovisi recata sul principiare del luglio insieme con la degnissima socera, appena entrata il Capitano Bagni di Ferrara, che là dentro giaceva percosso nel capo, accennandole un letto vicino così le disse: «il povero Venezian poco fa è morto!» Chi era il Venezian? A noi corre triplice l'obbligo di favellare di lui onde ne venga gloria ed infamia a chi la merita. Giacomo Venezian nacque a Trieste di stirpe ebrea, penultimo dei suoi fratelli mercanti, egli solo si compiacque di studi; dopo alternati i libri con la spada (chè quante volte la Patria chiese sangue, sangue le offerse) tolse a Pisa la laurea di dottore; tornò su i campi di battaglia cacciatore delle Alpi; non si avvilì per Novara, anzi riarsero in lui l'ardimento, e la speranza; recatosi a Roma combattè come uomo, che abbia fede stieno a contemplarlo gli eroi onde la Italia si mantiene maraviglia, e spavento. Dei soldati del Gorini, mentre egli si aggira per le stanze della villa Spada in traccia di uno amico smarrito ebbe da palla nemica traversato il polmone: morì il due luglio dopo lunga, e dolorosa agonia. La madre, udito il caso, accorse frettolosa, ma lo trovò cadavere, indi a breve tribolando seguiva nel sepolcro il figliuolo. Gli amici davano al cadavere del giovane egregio sepoltura onorata nel cimitero isdraelitico presso il Circo massimo, in prospetto al palazzo dei Cesari, e gli ponevano lapide funeraria in testimonio di pietà: non patì che la lapide durasse il Papa tornato a Roma: anco ai morti fu dichiarata la guerra, nè solo il Papa, ma bensì anco i Francesi, incliti banditori di civiltà nel mondo com'essi dicono imperturbati, nulla curando il sibilo che loro mena dietro la gente. Il Venezian non fu solo da Trieste che pugnando cadeva per Roma, e le cause che ci persuasero a fare di lui peculiare ricordo sono queste. Dalmati, ed Istriani in tanto solenne occasione vennero anch'essi a sigillare col sangue il patto di famiglia, che lega tutti gl'Italiani intorno a Roma come le verghe intorno alla scure; nè il Venezian solo fra gli ebrei diede la vita per la Italia, più che con parole insegnando ai suoi correligionari con lo esempio a rompere anch'essi il giogo di ferro delle credenze salvatiche, che li tiranneggia; tutti figli di Dio suona empietà la prosunzione di reputarsi popolo eletto. Gerusalemme agli uomini ha da essere la terra dove nacquero, goderono, soffersero, e li nudrisce, e gli ha da accogliere estinti, e le ossa dei padri nostri nel suo grembo conserva; e per ultimo odio di prete, è odio immortale, che non perdona; tra gli uomini solo va rovistando i sepolcri il sacerdote, tra le bestie la jena, la codardissima delle bestie feroci.

Un Casati di Milano anch'egli (vaghezza lo traesse od affetto) si attentò penetrare per le sale della Villa, nè fu più riveduto dai nostri: senz'altro i Francesi gli saranno cascati addosso in cento, e gli avranno bevuto il sangue. Avventuroso su tutti il Vismara popolano milanese, non pure perchè scampava la vita, ma troppo più perchè la fortuna gli concesse vendicare ampiamente i suoi fratelli caduti; egli invece di salire su la terrazza, girata intorno la casa, s'imbattè nella porta principale; comecchè fosse chiusa co' suoi ingegni l'aperse, e quinci procedendo cauto fece capo ad una stalla vastissima dove maravigliando si accorse starsi nelle mangiatoie appiattati tanti Francesi: uomo avventato egli era e feroce anzichè no; onde posto mano al ferro, menò in un baleno fiera strage intorno a sè; usciva poi esultante in cuore ed illeso; in seguito lo rividero rappezzare ciabatte a Genova; più tardi combattere a San Fermo dove cadde per grave ferita sul campo. Là dove giacque morì, ovvero si rilevava? Se sopravvisse in qual parte si trova? Come tira innanzi i suoi giorni? Il popolo non ha storia individuale; egli è ente solo, continuo, di tutti i secoli, e la sua storia racconta lo infaticato progredire verso il perfezionamento; l'orma di un suo passo si chiama Cristo, di un'altro Stampa, del terzo Elettrico, e via via finchè si riposi nel tempio della fratellanza umana.

L'eroe di cotesta giornata fu il Gorini, che sollevato da terra, tutto pesto, con due ferite pure esclamava: «nulla, nulla, appena sono ferito, coraggio!» e da tanto che ell'erano lievi due mesi penò a guarire nè si riebbe mai: visse esule un tempo rigido, e intemerato; rinnovatasi la guerra combattè a Varese, e a S. Fermo; nello esercito italiano ebbe grado di maggiore: io lo conobbi deputato al Parlamento italiano; pallido di faccia, di sembianze severe, e pure belle; non rideva mai; parlava raro, e risoluto, anzi tagliente: mi pareva consacrato a morte precoce, e non ha guari noi lo perdemmo, e con noi l'Italia si lamenta vedovata di uno dei suoi più nobili figliuoli.

Ora vuolsi da noi rammentare un caso, che bene potevamo a prezzo di sangue desiderare non fosse accaduto, ma che la religione della storia c'impedisce tacere. Il Generale Garibaldi ai Generali Rosselli, ed Avezzana, i quali alla nuova di tanto disastro accorsi sui luoghi gli offersero un reggimento intero di rinforzo, promise all'alba si sarebbe messo allo sbaraglio per rincacciare i Francesi dalle breccie; e non lo fece, invano la campana del Campidoglio sonava a stormo, e il popolo traeva a frotte inferocito, ei non si mosse; promise da capo assalirebbe nel pomeriggio alle cinque, e nè manco attenne il patto. Di questo si dolse amaramente il Mazzini scrivendo al Manara, e diceva: «avere l'anima ricolma di amarezza… tanto valore, tanto eroismo perduti!» Reputava, se gli assalti fossero stati impresi, sarebbero riusciti a buon fine, e faceva «giuramento, che il Manara intorno al Rossellicalunniato da molte parti, e i buonidello stato maggiore pensavano com'egli stesso pensava» per ultimo conchiudeva: «a me rimarrà la sterile soddisfazione di non apporre il mio nome a capitolazioni, che io prevedo infallibili. Ma che importa di me? Importa di Roma, e d'Italia.» Luigi Carlo Farini nella storia dello stato Romano ci narra come le insolite cuntazioni del Garibaldi, derivassero dal continuo aizzarlo, che faceva lo Sterbini, perchè costringesse il Governo a commettergli la dittatura, proponendosi poi lasciarne al Garibaldi il nome, e per sè pigliarne il potere ed aggiunge altresì, che lo Sterbini andava menandone rumore per Roma, e già la plebe si commoveva, quando un giovane gli occorse minaccioso increpandolo: «portasse le accuse in tribunale, non in piazza, smettesse gli scandali in coteste ore supreme,» e dacchè quegli non cessava, minacciandolo con l'arme lo pose in fuga. Nelle memorie del Garibaldi non trovo nè manco una parola sopra siffatto caso; e le note del Mazzini ne tacciono parimenti: tuttavia il fatto è vero, e l'uomo che minacciò lo Sterbini non era giovane, nè di buona fama: si chiamava Bezzi. Carlo Pisacane scrivendo delle Guerre d'Italia giudica, che le breccie arieno potuto ripigliarsi la notte, là dove le artiglierie romane invece di cominciare il fuoco alle 2 del mattino, avessero fulminato i Francesi subitochè vi furono saliti; tre ore bastarono al nemico per alzare ripari capaci a difenderlo; ed altresì censura il Garibaldi per l'assalto senza costrutto ordinato al Sacchi, e generalmente il modo da lui tenuto di avventurare sortite con sottili manipoli, confortando il suo giudizio col parere del Folard commentatore reputatissimo di Polibio, il quale ammaestra: «le sortite ove non mirino a grave intento, a nulla giovano, eccettochè a fare ammazzare gente senza pro…. le ritirate sollecite e tumultuarie del pari delle sortite; jattanze inani per poco di vantaggio ottenuto; la perdita della piazza affrettata atteso lo sperpero dei soldati più prestanti del presidio;» e sono parole di oro. Per somma ventura l'Hoffstetter solve ogni dubbio chiarendoci proprio come andò la faccenda. Il Generale Garibaldi fermo di assalire sul far del giorno le breccie comecchè ormai si vedessero in punto di essere difese dal nemico ordinava si ammannissero i necessari apparecchi; l'Hoffstetter condottosi a speculare le opere del nemico dalla casa del Bastione vide il nemico sceso con tre tronchi di parallela fino alla gola della tagliata e questa disporre alla difesa; coronata riconobbe pure la breccia di cortina, occupate tutte intorno le case, i lavori di zappa compiti; l'assalto laterale dalla parte del Vascello non sarebbe giunto nè manco a piè della breccia, pensate se avesse verosimiglianza di riuscire diretto; poteva tentarsi l'assalto sboccando dalla seconda linea, ma anco qui bisognava sostenere il fuoco terribile dal nemico schermito; noi scoperti a 200, o 250 passi: sette cannoni piantati nella villa Corsini ci avrebbero distrutto per fianco: finalmente la più parte dei nostri ormai rifinita, e disperata balenava: queste ed altre considerazioni espose l'Hoffstetter, al Garibaldi il quale sbadato appena lo ascoltava tenendo fisso lo sguardo sopra le breccie perdute; dopo lungo silenzio il Generale di un tratto esclamò: «lo vedo anch'io, non ci è più rimedio, ma se avessi meco la mia gente del 3 nessuno avrebbe potuto persuadermi.» Anco l'Avezzana tanto acceso da prima per assalire, all'ultimo, dato spesa al suo cervello convenne, che bisognava smetterne il pensiero. E se la mattina non fu creduto spediente assalire con milizia scorata, e con le breccie così alla lesta difese, peggio poi era da tentarsi la sera imperciocchè le milizie a quell'ora non avessero avuto causa da rinfrancare gli spiriti, e le difese del nemico fossero state con celerità pari alla molta perizia compite in formidabile maniera.

Anch'io bene ponderati i fatti giudico, che gli assalti con tanto ardore caldeggiati dal Mazzini ad altro non avrieno messo capo, eccetto che a sperpero lacrimabile di sangue umano; al Garibaldi nè allora nè mai venne meno il cuore, e penso, che quando egli diceva: «non ci è più rimedio,» potevano credergli senz'altro: non nego lo impeto, e se vuoi il furore del popolo romano di trarre in massa all'assalto, ma contro parapetti, e trincee irte di cannoni, e munite da bersaglieri schermiti, e nei tiri infallibili furore non rileva; ed io pur pensando, che sdrucio avrebbe fatto in cotesto popolo spesso una scarica di cannonate rabbrividisco. Il Mazzini confida troppo, anzi io conobbi a prova, che a lui piace esagerare le forze così morali come fisiche, ch'egli può allacciare pel compimento dei suoi disegni, nè ama cui lo chiarisce del vero; forse per la necessità del suo compito a lui importa credere, che quello che immagina sia: se ciò deva lodarsi o riprendersi mi passo da giudicare; solo mi stringo a dire, che piace a me metodo diverso, anzi contrario. Pertanto il popolo accorrente alle brecce non era forza; ma sì creature, che andavano al macello; dietro ai muri la faccenda sperimentiamo diversa, in campo aperto poi, massime in assalto di trincere di tutto punto munite, alle prime scariche di mitraglia il popolo spulezza: i Lombardi in Milano combattono e vincono gli Austriaci, a Granprè gli stessi Parigini davanti ai Prussiani scappano. Tuttavolta non mi è ignoto come screzi parecchi si fossero insinuati fra i capi, e tu ne rinvieni la traccia nei libri del Pisacane, del Rosselli, e del Dandolo: Fra il Garibaldi e il Mazzini si interpose un po' di ruggine, che tra quei due generosi non durò un pezzo: anco i generali si accordavano poco; e gli stessi colonnelli di stato maggiore si puntigliavano, onde il Garibaldi mandò il colonnello Morrocchetti al comando di Porta Portese non potendo rimanersi sottoposto al Manara meno anziano di lui.—

Ma se le breccie non furono assalite i Romani tentarono ogni estremo conato per renderle inani; inutilmente però, che dopo avere reso cotesti luoghi sacri di sangue per la Patria versato, ebbero a ritirarsi nella seconda linea di difesa. Troppi sono i generosi defunti che domandano da me un ricordo e lo meritano, ma io già sento, che di soverchio grave è il peso che mi recai su le spalle, nè lo spazio dell'opera, nè il libro, che precipita al fine mi consentono discorrere di tutti, ma io meriterei che veruno o uomo o donna, che ama la Patria, e per la Patria patì volgesse lo sguardo sopra queste pagine dove da me si trascurasse raccomandare alla memoria dei posteri questo pietosissimo caso: già lo narrava il Rusconi nel Libro dellaRepubblica Romana, ed io per vendicarmi di lui a mo' che mi vendicai del Dandolo per i giudizi nè giusti nè veri balestrati contro di me, quasi mi lascerei andare alla voglia di riportarlo con le sue stesse parole, che davvero io provo piene di profonda compassione e nobilissime tutte, ma oltre al dubitare ch'elleno male s'innestino con le mie, paionmi troppo lunghe. Aperte le brecce ferve l'opera per metterci riparo; un vero turbine di ferro e di fuoco mulinava su l'area avversa alle breccie francesi, ed una moltitudine di cannonate la solcava per seminarvi pur troppo la morte; tu vedevi i Romani brulicare come formiche portando sacca, sassi, e trainando carretti di terra, nè i romani soli, bensì ancora le Romane, e fra queste Colomba Antonietti, che non potendo lasciare solo il marito esposto al pericolo volle ad ogni costo parteciparlo ed in cotesta vita ella aveva durato due anni, che lo sposo suo accompagnò in tutte le guerre d'Italia, e a Velletri fu vista, precorrendo, incorare i soldati: in quel giorno la supplicarono di là si rimovesse, ed ella sorridendo, «ma se ci lascio il marito morirei di affanno.» Intanto la gente cadeva giù a rifascio, e parecchi scontorcendosi nell'agonia andarono a morire ai piedi della donna; ora ella mentre porgeva allo sposo certi arnesi rimase colpita da una cannonata nei reni; cadde in ginocchino, levò le mani al cielo, e disse: «Viva l'Italia!» e più non potè dire. Sorse dintorno un grido straziante, e il marito in sembianza morto anch'esso, trasportarono altrove. «Le onorate spoglie (e qui si adattino o no le parole del Rusconi con le mie, le vò ad ogni modo riferire) di quella cara infelice composte sul cataletto menarono a processione per le vie di Roma, spettacolo di compianto universale, e il popolo trasse in folla dietro al feretro coperto di bianche rose, simbolo della candidezza di lei spenta così crudelmente sul fiore della gioventù. Deposto il feretro nella Chiesa la moltitudine genuflessa con molte lacrime supplicò da Dio pace ad una delle anime più elette che mai abbia vestito quaggiù spoglia mortale.» E pure questa, e siffatte donne il vile sacerdote non aborrì denigrare calunniando, che non amore di Patria le movesse, bensì prurigine di lascivia: bene sta; le Arpie, quello, che toccano contaminano, e i Sacerdoti che altro sono mai se non Arpie? Solo resta a vedersi per quanto tempo ancora dureranno a contristare la umanità.

Allo scopo di fornire notizia, che sia più conforme al vero intorno all'orribile strazio fatto di nostra gente in cotesti giorni io ricercando per le effemeridi dei chirurghi, e più particolarmente in quelle dell'ottimo Ripari trovo, che sovente nel bastione sinistro fulminato con rabbia canina dai Francesi furono di un colpo morti o feriti più di dodici soldati, e di che razza ferite! L'ospedale provvisorio addetto alla divisione del Garibaldi avevano posto nella Chiesa e nel Convento della Madonna dei Sette Dolori sotto San Pietro in Montorio, e quivi affermano per tutto Giugno non si annoverassero meno di venti morti al dì per termine medio, feriti un sessanta. Tra i molti fieri casi mi occorse fierissimo questo, che sto per narrare; una rovina di uomo giovane, e di volto assai bello fu un giorno gittata là sopra una tavola dove il Ripari esercitava la sua arte; ho detto rovina perchè quanta parte della forma umana fosse rimasta intera non si poteva discernere; mancava di ventre, le coste anteriori denudate e bianche come di cadavere da lungo tempo sepolto mentre non apparivano anco morti il viso, il collo, ed i bracci; il buon Ripari per pietà austero, visto cotesto spettacolo gridava cruccioso: «perchè mettete qui quel cadavere ad impacciare la medicatura degli altri?» «Ma non è morto,» risposero. «Or come non è morto?» Disse il medico e lo guardò in volto… Dio di misericordia! Quel tronco di uomo teneva gli occhi aperti, e li girava per mirare chi movesse per la stanza: occhi neri, e smaglianti, sede ultima della vita che lì prima di spegnersi si raccoglieva. Se avesse udito, il Dottore non sa dire, nè afferma, solo narra che indi a poco gli occhi del mutilato si chiusero ad un tratto nelle tenebre della morte come face per forza spenta. Questo orribile caso nel mentre, che si spiega come la rapidità fulminea della offesa, ebbe virtù di cauterizzare i vasi sanguigni quantunque capitali e di ottundere i nervi superiori alle parti colpite, dimostra, come nelle parti illese per tempo più o meno breve duri senso, e vita conforme alla loro natura, onde tu lettore puoi mettere questo esempio con gli altri, i quali ti ammaestrano, che testa mozza non è vita spenta.

Anco successe in questo ospedale un'altro caso, e fu novello testimonio come la fatalità che tiene l'uomo pei capelli, nè meno dopo morte lo abbandoni. Certo di quattro bersaglieri lombardi del battaglione del Manara condottisi a cotesto ospedale dissero: «fateci vedere i morti, che tra loro ci ha da essere un nostro compagno, e gli vogliamo dare sepoltura a parte.» Menati giù nei sotterranei cercarono tanto, che fermandosi davanti ad uno sclamarono: «eccolo è questo, domani verremo col cappellano a levarlo, intanto manderemo la cassa per riporcelo dentro:» E come dissero fecero, senonchè i becchini vennero col carrettone quando tutti gli astanti rifiniti dalla stanchezza dormivano, onde il bersagliere con gli altri levarono via: la cassa consegnata più tardi a persona ignara del convegno rimase depositata sopra l'altare della Chiesa. Il Dottore Ripari memore della promessa avendo veduto sul fare del giorno la cassa domandava se il cadavere del bersagliere si trovasse tuttavia nel sotterraneo, e venne a sapere, che a quell'ora era stato insieme con gli altri sepolto; parve al Dottore essere proprio il caso di ricorrere ad una frode pietosa, e procurò nella cassa vuota s'inchiodasse il primo morto venuto (e di morti come vedemmo non si pativa penuria!); il cappellano venne, vennero con esso i bersaglieri, e con lacrime e con esequie proseguirono un morto, che sebbene incolpevole, le usurpava;—l'egregio uomo questo evento scrivendomi mi domandava: «ho fatto male? Mi parve allora, che confessare il fallo sarebbe stato peggio; non ebbi coraggio di contristare cotesti valorosi, e dabbene giovani: temei di spargere su l'anima loro amarezza inestimabile e dannosa se avessero pensato quale cura i vivi abbiano dei morti, quando anco morti per la Patria.» No gentile spirito, non operasti male, che non per questo l'esequie giovano al defunto perchè celebrate sopra il suo corpo; le preci, e gli amorosi ricordi fanno più bene a cui le recita, e li conserva, che a quelli che ne sono argomento; Dio rimuneratore nella vita da me sperata seconda, non ha mestieri eccitamenti per consolare le anime immortali, e per premiarle.

Abbandonata la prima linea di difesa i nostri si ritirarono alla seconda, la quale come accennai veniva formata da parte delle mura costruite dallo imperatore Aureliano prima che movesse alla impresa di Palmira: elleno per bene dodici miglia circuivano l'antica Roma lasciando fuori il Trastevere e il Vaticano; Urbano VIII le squarciò da un lato addentellandoci le nuove mura, che dalla porta Cortese scendono fino a porta Cavalleggeri, sicchè parte della cinta dello imperatore Aureliano rimase dentro di quelle, e precisamente tutta la porzione, che arrivava fino alla porta Settimiana; questo frammento, e nè meno tutto somministrò le ultime difese ai Romani. Ultime, e inferme. Gl'ingegneri non avendo saputo adempire lo ufficio loro a dovere o voluto, il Garibaldi li prese in sospetto per modo che ordinava in villa Spada li custodissero, li vigilassero, ed egli fu che dispose la seconda linea, e l'ala sinistra a dare aspro rimbecco al nemico, approfittandosi del colle del Pino per piantarci una batteria di un'obice, e tre cannoni di diverso calibro, siccome un'altra ne piantò al Fontanone parimente di un'obice, e di cinque cannoni da 24, da 18, e da 12 libre di gittata: ancora, armava una batteria di tre pezzi di artiglieria davanti alla villa Spada, ed una seconda tra l'angolo della Cortina e il muro Aureliano; munì eziandio San Pietro Montorio con due cannoni. Le artiglierie dal monte Testaceo, e da Santa Saba furono trasferite su l'Aventino; il Vascello quasi promontorio battuto dalla tempesta sporgeva dall'estrema destra sentinella avanzata della nuova difesa.

Qui si rinnuova più acerba che mai la rampogna al governo romano, e peculiarmente al Mazzini di avere prolungato le difese, imperciocchè le regole della milizia persuadano a cedere la piazza una volta, tosto che vengano coronate le brecce; ed è vero, ma vero è del pari, che tanto più merita lode il capitano, il quale dura imperterrito, finchè l'anima gli basti. E poi adesso si trattava di lasciare (dacchè altro non si poteva,) ricordo fruttuoso ai Francesi di quanto ardissero pochi Italiani appena usi alle armi, quasi inermi, e sprovvisti; nè questo ricordo andrà perduto, comecchè forse se ne avvantaggerà cui meno meriterebbe; e avverti ancora, che l'alea correva asso o sei; conciossiachè nonostante le furbesche gagliofferie dei Francesi si comprendesse ottimamente, che eglino intendevano rimetterci il Prete netto; ora il Prete non può governare, eccettochè tiranno essendo la libertà, e il pensiero affrancato titoli di ribellione contra di lui; una sola libertà ti consentono i Preti, quella d'imbestiarti dentro ogni infamia, chè quanto più ti abietti e più gli diventi schiavo; abbassa pure la tua anima al pavimento, che egli te la passeggerà più sicuro.—Enrico Cernuschi, il quale molto operò nello assedio di Roma, e corse estremi pericoli per lei con molto senno tale dava ragione della difesa, la quale comecchè occorra in altri scrittori pure mi sembra pregio della opera riferire a mia posta. «Noi ci siamo da prima difesi così consigliandoci l'onore ed il vantaggio nostri; ci siamo difesi poi perchè ci confortava il voto della Costituente francese; più tardi il trattato col Lesseps. Perdurammo nella difesa nove giorni dopo entrato il nemico a Roma, e dopo il lacrimevole annunzio della prevalenza della nuova tirannide a Parigi per dimostrare, che non eravamo dietroguardia di un partito, bensì vangardia di un popolo deliberato a risorgere in nome di Dio, e della Libertà: qui non siamocomunisti, nèsocialisti, nè montanari: siamo italiani!» Per ultimo; altro il dovere del Re, ed altro quello del magistrato del popolo, ed è chiaro, non avendo il magistrato popolesco in verun caso mai il diritto di sostituire il suo al volere del popolo, massime in ciò che attiene ai proponimenti d'importanza suprema; il re al contrario arbitro in tutto e per tutto, e sempre: il re passa, le regali stirpi tramontano, onde dei sacrifizi può darsi, che al re non tocchi altro, che il danno, ma il popolo, che dura sa come scrive il Gioberti: «che non si sparge mai umano sangue indarno, nè mai rimane invendicato, e nulla nel mondo sociale come nel giro della natura va mai totalmente perduto:» e sa eziandio, secondochè Federigo Torre ammaestra: «che il sangue, che si sparse oltre all'essere seme per lo avvenire diventò consecrazione di principi, fu testimonianza, che la rivoluzione non era delirio di pochi, ma bisogno e convincimento di tutti, i quali dove avessero posto mente alle debili forze in paragone di quella onde lo straniero veniva armato a combatterli, non avrebbero mai dovuto mettersi al cimento, in ispecie contro la Francia tanto copiosa di soldati, e potente in armi: Forse i Romani di per se stessi la impari lotta non vedevano? O non sentivano la necessità inevitabile di piegare il collo? Con tutto ciò deliberarono difendersi, lo fecero finchè poterono, ed oggi gli stessi avversari lodano la ostinata difesa, e il popolo italiano ne va altero come il suo migliore titolo di onore, e avverti di più, che il proponimento di cedere agli estremi sorse spontaneo, ed unanime; non di discussione dell'assemblea ci fu mestieri, nè di partito, nè di ordine di Governo, le cose procederono per corso naturale senza intervento di autorità.» Che se domandi o lettore perchè il Gioberti, che tale un dì pensò e scrisse, poi tanto infesto si mostrasse al Mazzini io ti chiarisco in un motto; il Gioberti fu prete, e non impunemente, pare, si tosano i capelli sul vertice del capo, e poi si lascia scoperto alla temperie dell'aria. Quanto al Torre seppi, che ora tiene ufficio nel ministero della guerra, ed ha titolo di Generale, e col titolo il salario: forza di pane stringe più di manetta di giandarme. Il libro dellememorie storiche sull'intervento francese in Romavivrà, e fie patrimonio del popolo, il suo autore, comunque mangi, beva, e vesta panni non vive più, e in breve diventerà patrimonio della terra: di lui non piace, nè giova mettere altre parole, e le dette sono troppe.

E' pare impossibile, e credo, che i posteri non ci presterebbero fede, dove non lo attestassero testimonianze solenni muniti di poche artiglierie noi resistemmo ai Francesi 26 giorni con la breccia aperta, mentre gli è raro che per così lungo tempo durino le fortezze principali. Il Generale Vaillant affermava dentro quindici giorni compito l'assedio, e andò il presagio indarno, onde se ne deve arguire o che incontrasse virtù inopinata, ovvero prendesse un granchio, e davvero fu così; cotesto generale reputando facile sopra tutti ad essere conquiso il punto più incavato delle mura lì rivolse lo sforzo supremo, e su questo non errò; ma non pose mente, che da quella parte del pari riusciva agevole moltiplicare le difese; di vero non lì stava la chiave dell'assalto, sibbene pochi metri dietro il Bastione nono a manca della porta San Pancrazio. Quinci circuivansi tutte le difese interne non escluse quelle del recinto Aureliano, quinci potevasi percotere la città intera, o il punto reputato meglio spediente, quinci infine tornava destro nascondere ogni moto di milizie, e conseguire i vantaggi che c'industriamo raccogliere dalla parte nostra prima d'ingaggiare battaglia: a questo i Francesi non avvertirono; per la quale cosa superati i Bastioni 6 e 7 si trovarono davanti i Bastioni 8, e 9 intorno a cui ebbero a travagliarsi nove altri giorni; e siccome essi nel dare specie di argutezza alle follie valgono oro, così dissero averlo fatto a posta per pigliare dalle breccie 6 e 7 di fianco i Bastioni 8 e 9, e questo veramente eseguirono ma al tempo stesso assaltarono il Bastione 8 con le colonne principali di fronte.—Per condurre a buon fine simile disegno importava ammannire l'assalto con una furiosa battaglia di artiglierie, e a questo partito si accinsero; la storia militare rammenta una maniera di duello combattuto fra la Batteria del Pino, e quelle francesi: armavano la prima sei cannoni, ed altri quattro la sostenevano all'ala destra; i francesi cominciarono ad aprire il fuoco da certa Batteria costruita durante la notte sopra la breccia della Cortina, lo accrebbero con copia di mortai, che piovevano bombe a scroscio, per ultimo ci sfolgorarono con otto cannoni di traverso da villa Corsini. Ai nostri cannonieri comandavano un tenente Sortari, un maresciallo Grimaldi, e un brigadiere Maccaferri: assisteva Garibaldi: in breve una nuvola di polvere coperse le opere nemiche, ma egli aguzzando gli occhi conobbe volare frammenti all'aria di carretti fracassati; non istettero due ore, che i cannoni de' francesi ridotti a tacere fecero abilità ai nostri d'infestare per la giornata intera le gole dei Bastioni francesi. Onde la gente abbia contezza del come i Francesi spesseggiassero con le bombe basti dire, che nel corso della notte 20 ne caddero nella Batteria del Pino: mentre Garibaldi, Avezzana, Manara ed altri stavano consultandosi una bomba cadde loro allato, e scoppiò: quantunque veruno di essi si gittasse giù in terra (e forse non ci pensavano) tutti rimasero illesi. «Le sentinelle per le bombe non si turbavano, solo avvertivano: «ragazzi ecco una bomba!» E con iscede infinite l'accoglievano; cacciato via il Garibaldi dalla villa Spada aveva stabilito il suo domicilio fra il terzo e il quinto cannone della Batteria a destra; bastò un'ora a costruirgli la casa composta di alcune stoie fitte su quattro lancie piantate in terra; fin costà andavano a visitarlo le gentildonne romane, e a questi giorni mentre ei ci s'intratteneva sotto in compagnia di due dame, una bomba ruinando dall'alto mise in fascio la casa, e ospite ed ospitate ricoperse con un mucchio di terra; il Generale le accomiatò, comecchè repugnassero, e da quel giorno in poi per amore di schivare sventura non consentì, che più oltre lo visitassero. Sul mattino, narra l'Hoffstetter, mentre giaceva sotto la tenda udì passare il Generale, e dire a taluno il quale forse voleva svegliarlo: «lasciate ch'ei dorma, tardi tornò questa notte dal servizio» ond'ei riprese sonno; di repente gli trema sotto la terra, un picchio terribile gl'introna il capo, sicchè a rotoloni si trova balestrato lontano; proprio a canto alla testa gli era caduta una bomba, che scoppiando portò via stoie, lancie, assiti in mezzo a nuvoli di terra e di fumo; fu tosto in piedi stravolto, e si presentò al Garibaldi anco questa volta rimasto illeso per miracolo, il quale bevendo a centellini il caffè come se non fosse fatto suo gli domandò sorridendo: «perchè vi siete levato così presto? e pure aveva ordinato che vi lasciassero dormire.»

Se il niego levasse infamia qual mai candore di colomba pareggerebbe quello dei francesi? Ma il niego di faccia alla verità, che ti opprime vale coscienza e confessione di colpa, e poi la storia ci ammaestra, e noi provammo come agli Austriaci piaccia la sostanza del terrore, ai Francesi non pure talenti la sostanza, ma sì eziandio la ostentazione di quello. Centocinquanta bombe nello spazio di una notte ruinarono in Trastevere, nei quartieri Santo Andrea della Valle, Argentina, e Gesù; in un'altra più del doppio; si rammentano malconci dalla barbarie francese l'Aurora di Guido Reni nel palazzo Rospigliosi a Montecavallo, il tempio della Fortuna virile; percosse rimasero la statua di Pompeo a piè della quale cascò trafitto Cesare, e l'Ercole di Canova. Andò distrutto nel palazzo Costaguti un'affresco bellissimo del Pussino con tanto maggiore querimonia quanto che non lo avessero mai ritratto nè con pennello nè con bulino. Contro questa salvatichezza, che i francesi vituperano in altrui, a mò di quello che inquina la pietanza ond'altri se ne schifi, ed egli possa mangiarsela tutta per se, protestarono gli artisti, e il municipio romano, con essi, e più autorevoli di tutti, i rappresentanti delle potenze straniere, i quali (per adoperare le medesime loro parole) contestavano a viso aperto al Generale di Francia, ilprofondo dolore pel bombardamento di Roma per più giorni e più notti continuato non solo con danno di donne e di fanciulli innocenti, ma altresìcon pericolo degli abitanti neutrali; di già parecchi innocenti perirono, parecchi capi di opera di arte, che veruno potrà rifar mai andarono perduti; quindi s'intima il Generale a desistere dal bombardamento, che distruggerebbe la grande città cuile nazioni civili del mondo moralmente proteggono. Tutto questo era niente, il Generale Oudinot confessava esserne uscito questo male, ne stava per nascerne altro maggiore, ma così ordinare il Governo, ed egli ne adempirebbe i comandi; tale e quale avrebbe parlato il carnefice: ancora; colpa di tutto i Romani: o perchè si ostinano a resistere tanto? La Francia volerla spuntare ad ogni patto perchè ci entravano di mezzo i suoi interessi, e il suo sangue: veramente nel dispaccio prima veniva il sangue, e poi gl'interessi, ma quell'ordine era messo per figura rettorica. La storia, ed anco la Nemesi eterna vendicatrice delle colpe umane tanto più devono raccogliere cotesti casi quanto, che le regole della scienza, e la perizia dei francesi potevano far sì che le palle colpissero a punto colà dove intendevano briccolarle. Oltre queste testimonianze ci occorrono le seguenti, loSpettatoremilitare, il Rapporto del generale Vaillant intorno l'assedio di Roma, il Ragguaglio storico, e militare, il libro intitolato Roma dell'abate Boulangè, ed altri parecchi; i Preti non lo nascosero mai, anzi si compiacquero a bandirlo nei libri loro, e lo puoi riscontrare nellaCiviltà cattolica, e ciò nonostante il Corcelles scriveva al Governo di Francia, che lo poteva negare di reciso, e il Governo negò: dopo lui negarono tutti, negarono perfino contro la perizia compilata dalla Commissione preposta a verificare i danni del bombardamento, e ad avvertire il modo e la spesa per risarcirli. Dei caduti in mezzo a cotesta procella di fuoco noi lamentammo il capitano Laviron francese, il quale si sporse fuori dei parapetti per mirare un pò come i Francesi accogliessero il colonnello Ghilardi appunto in quei giorni arrivato in Roma, e che ora in qualità di parlamentario spedirono al campo nemico; lo presero a fucilate, ma scampò la vita per lasciarla più tardi in altro emisfero sotto le medesime palle francesi: preso nel Messico a man salva febbricitante nel letto gli davano morte assassina: volle il fato, che su quel capo la Francia si tirasse addosso un fiero conto di delitto, forse egli ora lo ha già messo in pulito per farselo pagare.—Tornando al Laviron, egli aveva indossato in quel dì la camicia rossa, e non fu savio; quindi, preso facilmente di mira cascò ferito nel ventre, allora subito gli si versava addosso Ugo Bassi a confortarlo con parole di affetto divino, ma egli profferita appena la raccomandazione della sua anima a Dio spirò baciando il Bassi; non per questo il dabbene Ugo lo abbandonava, bensì a lui morto proseguiva prodigare cure fraterne, nè valsero a strapparlo di là supplicazioni, nè comandi, tanto che una scarica di palle nemiche lo rinchiuse come in mezzo a un nugolo dentro di sè; veruna lo colse che il suo fato lo aspettava a Bologna.—Il Garibaldi quando lo vide fuori di pericolo ebbe a dire ai suoi: «voi non potete credere quanto questo uomo mi contristi, dacchè io lo veda dominato dalla voluttà, per dire così, dalla morte.»

Insieme al francese Laviron morirono il capitano Giordani, ed i tenenti Fattori, e Giovannini, ed anco talune guardie nazionali Romane di cui non trovo registrato il nome. Vi perse la gamba, e il piede destro Giuseppe Brambilla da Milano; forse adesso egli vive, e il cielo gli consenta anni quanti bastano per vedere che non espose invano le membra del suo corpo per la redenzione della Patria; altri altri premi ambiscano e gli ottengano; ai magnanimi davvero tanto basta, e ne avanza: suo fratello Emilio Brambilla felice ingegno con altra opera secondò la fortuna di Roma, amministrando la finanza; ora è morto: pianta di buon seme fu la famiglia Brambilla, e i buoni patriotti hanno a desiderare che sia perpetuata; in altri ricordi trovo notati, morto il capitano Baj per dolorosa ferita, che gli portò via di netto ambedue le gambe, tra i feriti meritano speciale menzione il Brusco genovese appartenente alla Cancelleria del Garibaldi, e certa Orsolina da Foligno scemata da scheggia di bomba del tallone destro.

Si stringe la cintura di ferro, e di fuoco intorno a Roma, il nemico indefesso durante la notte scava pozzi per le mine, edifica, e munisce piazze di armi, drizzata una trincea compie la quarta parallela, poi imprende un cammino il quale passando rasente alla casa Giacometti avrebbe messo capo sopra la via, che mena a San Pancrazio; dalla parte nostra si agitavano come naufrago in mezzo all'Oceano, che non vuole e deve morire, tuttavia impediscono la costruzione delle Batterie dodicesima, e decimaterza; e alla mattina del 26 scassinano anco la undicesima, sicchè i Francesi non poterono avvantaggiarsi che con le Batterie seconda, e decima, la quale più di ogni altra prese a fulminare il Vascello, nè senza ragione, che quinci si menava incredibile strage dei Francesi; il nostro Medici il quale non pure si difendeva, ma andava escogitando senza requie un qualche trovato per fare uno sdrucio dei solenni nello esercito avversario esplorò le catacombe, e l'acquedotto Paolo donde avvisava spingersi fin sotto la villa Corsina, e colà con mine, e fuochi artificiati sobbissare il ridotto in uno alla Batteria decima; ora o di tanto si accorgessero, o come credo piuttosto, i Francesi avvertiti diedero la via alle acque, che irrompendo ruinarono ogni apparecchio soffocando tre lavoranti, e se più ce n'era più ce ne rimanevano. Da capo la rabbia francese si volta contro al Vascello; stupendo ad un punto e orribile a vedersi lo stato in cui si trovava ridotto; del piano superiore non avanza traccia, dello inferiore il muro di fronte ruinato lasciava vedere negli spazi più interni le colonne, le statue, le stanze elegantissime; insomma presentava la figura, che gli Architetti chiamanospaccato.—Molti possono per impeto superare il Medici, veruno, io penso, per costanza, e tranquilla severità: di che mi piace riportare uno esempio: in cotesto giorno non ci fu riposo: notte e dì i soldati ebbero a vegliare ed a combattere; ora parendo a parecchi cotesto comando duro, uno di loro più rotto ardiva presentarsi al Medici mentre ei beveva una tazza di caffè e dirgli ch'egli non intendeva recisamente montare la guardia. «Ed io, rispose il Medici senza guardarlo in faccia ed accostandosi la tazza alle labbra—ti farò fucilare.» Batti, e ribatti ecco con altissimo scroscio casca il Vascello, schizzano violentemente legni tronchi, marmi rotti, e una nuvola di polvere chiude intorno la ruina; il peso immane rompe le volte del terreno, ed ormai del superbo palazzo non avanza altro che un monte di macerie; fino dallo interno di Roma fu udito il fracasso; venti dei nostri sepolti sotto le ruine persero la vita; e non pertanto il Medici non si decise mica ad abbandonare cotesto mucchio di sassi: noi lo vedremo su quelli maravigliare con nuovi gesti di valore il nemico, che i muri poteva vincere, i petti no.

Avanti, avanti, il nemico dalla quarta parallela spicca un camino nuovo verso il piede della cortina, bersagliato furiosamente dai nostri lo smette per ripigliarlo più tardi, ma non può protrarlo di là da 65 metri, che lì lo arrestano la virtù romana, e l'ardore della disperazione; anco i lavori verso le ville Giacometti e Barberini si mettono da parte; si aspettano le tenebre, e i Francesi sostituendo alla gente stanca gente riposata e molta le batterie ultimamente costruite armano, nuove ne drizzano, e di mortai le muniscono.

Si levava il giorno 27 fosco in vista; il sole procedendo cinto intorno di nebbia pareva che presago della strage imminente repugnasse illuminarla: i francesi tuonano con cinquanta cannoni messi in batteria; il casino Savorelli all'incessante tempestare si sfascia; giù il tetto della Chiesa di San Pietro a Montorio, dopo il tetto vacilla il campanile, poi anch'esso giù a pezzi, di cui parte dentro la Chiesa, e parte fuori; la Villa Spada sottosopra; i nostri non isbigottiscono alla bufera, le Batterie undecima, e duodecima del nemico scassinano, ma i Francesi ne hanno drizzate su tante, che ometterne una o due non nuoce; e' ci fu pompa per la parte loro di distruzione, lusso, prodigalità vera: se nell'amministrazione dei propri interessi i Francesi adoperassero come in guerra quando scotta loro di vincere bisognerebbe sottoporli a curatore. Dalla Batteria decima essi presero a colpire in breccia il Bastione nono; dalla decimaquarta apersero il cammino di scarpa al Bastione ottavo. Il Garibaldi da per tutto era, ma sopramodo instava perchè la Batteria del Pino si mantenesse ritta, dalla quale a dir vero, o per la posizione sua, o per la molta attitudine degli artiglieri fioccava la morte nelle fila nemiche: non importa dire se i Francesi contro questa Batterla si sbizzarrissero; ogni sforzo adesso è volto a rompere la cinta traversa, che già difendeva la villa Savorelli, ed ora ne copre le rovine; di fatti la rompono; lo intero campo è minacciato, il fianco della Batteria del Pino battuto. Tosto alla riscossa; l'apertura della traversa forse si allarga 8 piedi, a 9 non arriva, ma si può dilatare vie più, e poi anco così basta onde il nemico irrompendo allaghi; accorre la legione italiana, e fa prova infelicissima; ad un sergente appena si affaccia una palla di cannone fracassa il petto schizzandone il corpo in brani a destra e a sinistra, le prime fila della legione vengono spazzate via dalla mitraglia; non si sgomentano i sorvegnenti per questo, e passano sul corpo dei compagni per accorrere là dove li chiama il dovere: intanto una palla tronca una gamba al Capitano della Batteria a destra, steso su la barella lo portano all'ospedale, ed egli fiero in sembiante agitando il membro mutilato come una bandiera grida ai soldati: «viva la Italia! Coraggio!» Bersaglieri, Linea, Legionari quasi tratti fuori di loro per tanta costanza plaudono con la voce, e co' gesti, nè si potendo contenere accompagnano la barella del dolore come se fosse stata un carro trionfale fuori del tiro.

La rottura della traversa rendeva impossibile sostenersi nella Batteria di destra, il Garibaldi dal Pincio vedendola deserta, scende con passi frettolosi, e all'Hoffstetter, che primo gli si para davanti dice: «adoperate chi volete, sieno pure uffiziali tutti, ma importa sia turata la rottura della traversa, andate.» Mentre l'ufficiale partiva per racimolare quanta più gente potesse, il Garibaldi si rimase ad attenderlo seduto sopra un carretto di cannone; l'Hoffstetter s'imbatte in trentacinque bersaglieri reliquia ultima della terza compagnia del secondo battaglione, li trae seco e li conforta con alquanto di vino, perchè davvero erano rifiniti di forze: dall'apertura sboccava una fiocinata di palle, allora i bersaglieri si divisero, parte porgeva i sacchi pieni di terra, e parte li riceveva; l'apertura scema, si chiude, è chiusa; nè cannoni, nè mortai, nè moschetti nemici valgono a trattenere l'opera; anzi i bersaglieri passando dal coraggio alia temerità vogliono salire su la breccia ristorata, e bravare il nemico alla scoperta; a rattemprarne la baldanza ecco giù una bomba, che in un'attimo ne ammazza sette; balenarono gli altri ma i morti furono rimossi, sul sangue si sparse un pò di terra, un bicchiere di vino, un grido: «viva la Italiae le cose tornarono come prima. Si richiamarono i cannonieri, e quattro cannoni ripresero il fuoco contro il nemico, tre maneggiavano i Romani, il quarto li svizzeri; il Garibaldi esulta, la batteria del Pino rimane sollevata perchè i francesi contro la traversa ristorata voltano le armi, e le ire; i cannonieri presi da entusiasmo raddoppiano lo zelo, e rendono ai francesi due pani per coppia; così i tiri infallibili spesseggiano; che ai Bersaglieri non patisce l'animo privarsi dello spettacolo, lì stanno spettatori, e ad ogni tiro battendo palma a palma gridano: «bravi!»

Ma lo spettacolo era pieno di pericolo per modo che una seconda bomba uccise e ferì altri sei Bersaglieri. Di trentacinque, in piedi n'erano rimasti ventidue, il Generale donò loro due scudi a testa, e, secondo il vecchio costume spartì tra i feriti la parte dei morti, e permise se ne andassero; chi ebbe il danaro lo serbò per distribuirlo per tempo meno tristo perchè lì per lì i lombardi lo avrebbono rifiutato; a veruno sarebbe bastato il cuore di toccare la eredità luttuosa dei fratelli caduti.—I cannonieri rimasero; più tardi taluni domandarono licenza di ritirarsi, ed ecco perchè: intorno ad un cannone di vivi restavano due soli, nè senza permesso volevano abbandonarlo! Però prima in compagnia di altri trassero il pezzo in sicuro. La processione lugubre, e continua dei morti e dei feriti in questo giorno non si può senza stringimento di cuore descrivere, troppi i morti per ricordarli nonchè tutti, pochi; solo non vada inonorato in queste povere carte il capitano Giuseppe Varenna generoso pavese, e tu bel fiore di giovanezza Gustavo Spada romano, che glorioso per morte magnanima andavi fra le ombre dei tuoi padri testimonio che ai figli stanno avversi i fati, ma la virtù non manca.

Ora quì successe uno strano caso, che assai fornì materia al dire degli uomini, e nei libri ne occorrono le traccie con varia maniera riportate, e il fatto fu questo: il Generale Garibaldi di repente si leva dalle mura, e gli subentra al comando il Generale Rosselli, se ne va con quello la legione italiana, viene altra gente con questo.—Siccome il Garibaldi tornò il giorno appresso sul far dell'alba e con la legione vestita di novella assisa, così fu detto e creduto ch'egli e i suoi recedessero dalle trincee per riposare una notte, e per mutare l'abito turchino nel rosso: ora di lieve comprendi come questo fosse pretesto non causa del fatto, e la causa vera occorre nelle memorie del Generale. Egli fu informato, che a Roma stavano in procinto per dichiarare la resistenza impossibile, i battaglioni primo, quinto, sesto, settimo, ed ottavo della guardia nazionale tambussavano il Senatore Sturbinetti, tranquillati partivano; allora veniva la volta dei popolani; furono da prima trecento, crebbero poi alla stregua, che le disgrazie si facevano maggiori, e le sollecitazioni dei nemici occulti peggiori; per la quale cosa egli propose uscire da Roma con quanta più gente, e quante più armi, e arnesi di guerra, e pecunia, o cose capaci a ridurre a pecunia fosse possibile; ottomila uomini non potevano mancare, con essi andassero i rappresentanti del popolo, giovani, e di corpo gagliardi, di seguito grande nei propri paesi: da cosa nascerebbe cosa; intanto terrebbero fermo su gli Appennini; Venezia reggeva; non vacillava Ungheria: arride la fortuna agli audaci; non piacque il partito, comecchè trovasse nel Mazzini fautore caldissimo, il quale lo ripropose più tardi; onde il Garibaldi mulinando fino d'allora quello, che in seguito compì, reputando la capitolazione sicura pel giorno veniente si partiva, persuaso in seguito che per converso si era deliberati resistere fino allo estremo tornò di gran cuore a sostenere le ultime prove.

Per cessare della luce non s'interrompono le opere di guerra; i Francesi ripararono durante la notte le ingiurie patite nelle batterie, ma co' lavori nuovi di poco si avvantaggiarono, imperciocchè la vigile fanteria romana molestando con fuochi incessanti i marraioli sconciarono i lavori che intendevano condurre intorno al casino Barberini; però cavarono una quinta parallela per riuscire a separare il Vascello dal corpo della difesa, il quale fin qui come guerriero ferito a morte, e giacente pur sempre pugnava, e di conserto col Bastione ottavo fracassò il cammino già spinto a buon termine dai Francesi a casa Giacometti. All'alba ripigliano il trarre da una parte, e dall'altra: pari il furore, impari troppo la forza; le nostre batterie mancavano di parapetti, le trincee apparivano ammasso informe di terra, vennero meno a ripararle le braccia; la Batteria del Pino quasi messa a pegno di gara agli artiglieri francesi sfasciata d'incamiciature, priva di gabbioni, senza difese di fianco sparava i cannoni all'aperto e come si dice a barbetta.—Ora fulminando i Francesi con le Batterie undecima, decima seconda, e decimaterza la seconda linea di difesa costringono il Bronzetti a cedere, ben tosto posero mano alla zappa passando oltre la cortina per chiudere il Vascello; da questo lato irreparabile ormai il proseguimento della Breccia; altro non potè farsi, che provvedere, affinchè lo irrompere del nemico fosse lento così da lasciare campo a nuove difese più interne; non si pretermisero gl'incendi delle case circostanti; meste tede funeree, esclama l'Hoffstetter, alla morente repubblica! il Bastione primo di sinistra si lasciò presidiato; e del presidio era parte la compagnia Rosagutti nella quale militava il dabbene Morosini; ma il Dandolo, che di quel diletto capo trepidava ottenne supplicando dal Manara, che a cotesta compagnia si desse lo scambio; altri si oppose ma non potè spuntarla; la compagnia Rosagutti fu rilevata; con essa andò il Morosini; lo tirava il fato.

Durante la notte del ventotto al ventinove i Francesi tentarono sorprendere il Vascello o piuttosto le rovine di cotesto edifizio; ma dal Vascello si partì tale violento rimbecco, che dimostrò agli assalitori essere consiglio buono starsi lontano dal morente lione; venti di costoro caddero tra morti e feriti.

Prosegue la dolentissima storia, i Francesi su l'alba del 29 tempestano il Bastione nono; nell'ottavo, mercè la Batteria decimaquarta, lacerando ogni riparo, aprono la Breccia; le nostre artiglierie rispondono languide; palpiti di cuore, che accenna cessare; solo la Batteria dell'Aventino avventa fuoco come chi disperato della vittoria non vuole morire senza vendetta. Ora i Francesi si ammanniscono a salire la breccia, e bene si palesano previdenti ed arguti. Sei compagnie della divisione Rostolan comandate da un Lefebvre si dispongono a colonna di assalto principale; altre tre compagnie capitanate da Le Rouxeau stanno pronte alla riscossa: per esse gli ordini portavano, si avventassero; quanto più potessero s'inoltrassero; trecento zappatori, che tenevano dietro subito dessero mano a costruire ripari co' gabbioni, e con altri argomenti avvertendo però di lasciare lateralmente adito al ripiegarsi della colonna caso mai ella avesse incontrato qualche duro intoppo. Eravi altresì una terza colonna di assalto la quale guidava il Laforet, di cui il compito consisteva dare dentro di fianco, ed alle spalle al Bastione ottavo. Preposto a tutti il tenente colonnello Espinasse che si teneva in procinto con altra riserva: accompagnarono tutte le altre colonne assalitrici proporzionato corredo di zappatori; finalmente perchè nulla mancasse di quanto nelle imprese guerresche suole accertarne l'esito felice furono commessi due assalti simultanei alle porte S. Paolo e del Popolo. Queste le apparecchiate offese, queste altre le difese: la batteria della Montagnola armata con tre cannoni volti allo sbocco della Breccia; quivi davanti ove arieno per necessità messo il piede i nemici, facendosi oltre, sparsero i nostri canne secche, e vasi di materie infiammabili per ispaventarli, e scottarli; in luogo riparato collocarono due sentinelle perchè vigilassero, cinquanta lancieri della legione italiana capitanati dal Muller stavano lì dintorno schierati per difenderla con le lancie, cui rinforzarono con una compagnia di fanti. Al Bastione ottavo mandarono alcune compagnie della seconda legione di fanteria, ed una di bersaglieri lombardi; alla manca della batteria attelati altri bersaglieri, ed altre compagnie della legione italiana; il colonnello Pasi col sesto reggimento alla riscossa. La Villa Spada difendevano i Bersaglieri lombardi, e giù per la strada schierato un battaglione di legione italiana. Lo spazio tra la batteria del Pino e Porta Portese occupava il colonnello Morrocchetti, che teneva la riserva nella piazza di San Pietro Montorio. A dritta della porta San Pancrazio il colonnello Ghilardi con alquanta gente sparsa stava per simulacro di difesa, piuttostochè per difesa; il Medici sempre fra le sue ruine del vascello.

Scese la notte minacciosa, e non pertanto il governo volle, che secondo il consueto la cupola della basilica Vaticana s'illuminasse, nè manca chi il biasima come atto d'ipocrisia, e non è vero, imperciocchè mettendo in disparte ciò che nell'intimo nostro ognuno di noi possa credere o no, non fa buona prova l'uomo di stato che vada contropelo alla fede degli uomini: solo, mostrando assentirci bisogna vie via rimondarla del troppo, del vano, e del maligno, che c'innestarono i preti e soprattutto poi importava ed importa chiarire i popoli, che la religione non istà nelle zimarre sacerdotali, nè negli arnesi del culto: molto meno poi la è privativa dei preti. Cristo vive impresso nei cuori dei Cristiani, e risponde a tutti senza mestiere di mediatori; con Cristo voi vincerete Roma, a patto che non cessiate mai di chiarire come i sacerdoti prima lo ammazzarono, poi se ne servirono per paretaio. Intanto l'uragano, che nelle prime ore del vespero si ammassava scoppiò empiendo il cielo, e la terra di fracasso, di terrore, di acqua e di fuoco: il nemico alla rabbia degli elementi mescola la sua, ed il bagliore dei lampi congiura in suo prò; imperciocchè la luce sfolgorante di quelli impedisse la vista dei guizzi delle bombe, e togliesse per questo modo la facoltà di schermirsene a tempo: i soldati fastiditi fino alla morte dalla pioggia incessante, con le gambe fitte fino al ginocchio nel fango, si struggevano nello scoraggiamento; ai percossi non isfuggiva nè manco un sospiro, chè durare in cotesto stato pareva loro peggio, che morte, e forse era.—Su pei ricordi dei tempi trovo segnato con nota d'infamia il Carroni preposto alla custodia del Bastione ottavo come quello che rinvennero alla seconda vigilia avvolto nel suo mantello e addormentato; certo non correva stagione di sonnecchiare, ma davvero la stanchezza, la temperie, l'umido uggioso, e le altre tribolazioni sofferte prostravano i corpi, e le anime altresì.

Un'ora prima dello assalto principale il generale Guesviller partendosi a capo della sua divisione dal ponte Molle si avvicina alla villa Borghese dove si precipita contro le mura per isquarciarle e quinci penetrare in città; se riesce meglio, se no richiama l'attenzione, e le armi dell'assediato da questa parte e le menoma altrove; di vero fu respinto, ma per tenere sempre i Romani in sussulto piglia dai monti Parioli a grandinare giù su Roma bombe, granate, che pareva un'inferno, dall'altura di San Paolo non si adoperava diverso: il trarre dei cannoni assordante rintronava il terreno, molte le morti di creature innocenti, e grave il danno negli edifizi più incliti. La belva ustolava la preda.

Alle due e mezzo dopo la mezzanotte fu dato il segno del vero assalto, nè lo cominciò la prima colonna, sibbene la terza condotta dal Laforet la quale baldanzosa nel presagio della vittoria, riposata, ed ebbra a mezzo si precipita contro il Bastione ottavo. Oh! perchè non mi è dato confermare anch'io, che i Romani fermi, e audaci con furiosissimi tiri li tempestarono? Valga il vero, comunque amaro, i nostri fuggirono, ed erano bersaglieri; allo improvviso in mezzo ai lampi si vede comparire il Garibaldi, che brandendo la spada nuda, e cantando un'inno di guerra si scaglia contro il nemico, dietro a lui si aggruppano alcuni animosi, i fuggenti presi da maraviglia stanno. I Francesi primi entrati stramazzano per non rilevarsi mai più, ma gli altri sorvegnenti prorompono impetuosi, e dispersi, o spenti quanti si paravano loro davanti arrivano alla barricata di gabbioni costruita fuori del cancello di Villa Spada; qui pure si ravviva la virtù dei nostri, che visto l'Hoffstetter circondato dai nemici, e prossimo a rimanere ucciso fanno impeto, ed abbattuti parecchi a colpi di baionetta lo liberano; poi piegano da capo ruinando a Villa Spada: affaticandocisi gli uffiziali li riconfortano della battisoffiola, anzi vergognando si attelano per la strada, dove la prima linea inginocchiandosi, e le altre rimanendo in piedi bersagliano i nemici con quattro filari di moschetti. Qui di nuovo si mostra il Garibaldi, il quale alla domanda dell'Hoffstetter se dovesse occupare la Villa Spada, risponde arcigno: «è già fatto: voi, e Manara qui la difenderete, io corro a radunare i fuggitivi sul colle Pino, e mi pianto dietro la strada fino alla Villa Savorelli.» La colonna Laforet ributtata si ripiega sopra la batteria fuori del cancello, quanti trova ammazza, e procede con lo intento, e con la speranza di schiantare l'altra Batteria della Montagnola; lo seguita fin là anco una sezione della sua colonna, ch'ei spinse per altra via ad offesa del Bastione ottavo, dove impedita per meno reo avviso tolse a ritirarsi con solleciti passi.

Prima assai che i casi narrati si compissero, la prima colonna di assalto si arrampica sul sommo della Breccia, quivi cade il Lefebvre ferito, gli subentra Le Rouxeau: succede una zuffa corpo, a corpo, ma i nostri rimangono smagliati: i fuochi artificiali non partorirono veruno effetto, che fosse buono; leggo che un certo Mano Aldo inventasse non so che bocce piene di materie incendiarie; ignoro se le mettessero in opera, in ogni caso tornarono inutili, come andò a vuoto nella medesima notte il tentativo di buttare giù nel Tevere una barca di fuoco, che scendendo per la corrente incendiasse il ponte di Santa Passera, e ciò per la stupenda vigilanza del nemico. Vinta la prima resistenza i Francesi si affoltano contro la Batteria della Montagnola già assalita dai soldati del Laforet; tengono dietro a loro gli zappatori, che posta appena mano alla zappa balenano vedendo stramazzare giù trafitto da banda a banda il comandante del genio Dufort; ma è breve sosta, che subito surroga il caduto l'Aidaut. Intanto alla Montagnola si viene a battaglia manesca, e fu uno accapigliarsi promiscuo, rabbioso, atroce; tutto servì di arme, ed anco i morsi ci adoperarono, ora questi ora quelli romponsi, fuggono, respingono, urtansi, pestansi, ma i nostri sopraffatti cadono; cadono, ma dopo disperata difesa come gl'Italiani costumano, pei quali morta la speranza del vincere sopravvive quella del vendicarsi; gli artiglieri prima spararono, poi difesero, all'ultimo inchiodarono i cannoni; molti si avviticchiarono intorno ai medesimi come se fossero obietti di tenerezza; innanzi di porre la mano sur un cannone e' fu mestieri che fino l'ultimo artigliere ammazzassero. Narrasi dal generale Torre di un'artigliere, che difese il suo cannone con la sciabola, questa spezzatigli in mano diede di piglio allo scopatore e lo adoperò a mo' di clava, glielo strapparono, ed egli allora combattè a pugni, e a morsi; trafitto da mirabile quantità di ferite lo trasportarono esanime allo spedale della Trinità dei Pellegrini. La storia rammenta eziandio con onore immortale della Patria nostra e di loro i tenenti Cesare Scarinzi di Lugo, e Tiburzi e Casini entrambi romani; questi messi in mezzo da una frotta di nemici preferirono la morte alla resa; l'ottenne il primo lacero da diciassette ferite, e fu raccolto sul campo stringente il troncone della sciabola infranta; l'altro non la potè conseguire, ma in quale stato lo portarono allo ospedale francese, lo dica per noi laGazzetta medicale di Parigi del 2 Gennaio 1850«aveva il cranio spaccato da dodici sciabolate, la coscia lacera con dieci baionettate; il braccio rotto in due parti; difese il suo cannone come lione la preda, e non ristette di combattere prima che il braccio non rispondesse alla volontà.»

Adesso occorre il lacrimabile caso di Emilio Morosini sembianza di angiolo, cuore di eroe, amore supremo della madre, che lo possedeva unico; annoverava diciotto anni appena, ma nei costumi, e nel dire così si mostrava modesto, che al suo cospetto anco i più scapestrati non si attentavano commettere cosa, o pronunziare parole, che fossero vili; rimosso dal Bastione 8 venne preposto con la compagnia Rosagutti, secondochè di già avvertimmo, alla difesa del Bastione primo; stando alle vedette ode rumore sospettoso, onde vie più si appressa ai cannoni della Batteria; qui giunto invece di ordinare sparassero, tolto seco un manipolo di gente camminò oltre a speculare, che fosse; pur troppo era il nemico salito sul bastione, e non da cotesto lato solo, bensì ancora dalla strada di comunicazione, donde ormai superata, prese a straziare i nostri; il giovane Morosini cadde colpito ad un punto di palla nei ventre, e da una baionettata nel petto; i nostri fecero mostra di non voler cedere, si venne alla prova delle armi e fu breve il conflitto dacchè i nemici con forze tre e quattro volte superiori gli oppressero; però se breve non senza sangue, quaranta ci caddero morti, e centoventi prigioni, gli altri scamparono con la fuga la vita. Quattro Bersaglieri lombardi non patirono lasciare abbandonato il prode giovanotto, ed acconciatolo come meglio potevano su due traverse correvano verso Villa Spada giovandosi della confusione e del buio; imbatteronsi nei Francesi, che da lungi gridarono chi fossero; risposero:—prigionieri.—Non vollero crederci, e bramosi di strage li circondarono; i Bersaglieri vinti da paura gittarono a terra il Morosini, tentando salvarsi: quanto a lui, ormai disperato della vita, si compiacque chiuderla con generoso fine, e assurto in piedi, stretta la spada continuò a combattere, finchè una seconda palla nel ventre lo stramazzò a terra da capo. I Francesi sboglientiti dall'ebbrezza del sangue appena contemplato quello angelico giovanotto ne sentirono pietà… infelice davvero la pietà, che si volge solo sopra ai caduti; ma in mancanza di meglio, alla sciagurata stirpe dell'uomo teniamo conto anco di questa. Morì il primo luglio dopo trenta ore di agonia; maraviglia e compianto degli stessi nemici, i quali con tanto affetto lo udivano rammaricarsi pei suoi cari, e con tanto amore raccomandarsi a Dio padre di misericordia. Emilio Dandolo amico fedele della sventura udito appena che il Morosini era caduto prigione, e forse sperandolo tuttora in vita, non potendo procacciarsi salvocondotto si pose alla ventura a cercarlo nel campo nemico, dove un pietoso gli concesse la entrata; occorso nel primo medico gli domandava, che ne fosse; gli rispose;—è morto!—Supplicava gli rendessero il cadavere, ma siccome lo avevano di già trasportato al cimitero, così spedirono avvisi per sospenderne la sepoltura. Ora mentre il Dandolo si trattiene a ragionare con gli ufficiali francesi, e da cotesti colloqui apprende com'essi la causa della guerra al tutto ignorassero, ecco sopraggiungere un capitano aiutante maggiore, che dando in escandescenze manda gli ufficiali in arresto, fuori del campo il Dandolo; pure avendo il giorno dopo ottenuto regolare permesso egli ritorna al campo dove gli bendano gli occhi, e per bene due ore lo fanno camminare sotto la sferza cocente del sole. Il povero Dandolo parla dell'angoscia patita da lui dovendo assistere ad ogni colpo di vanga che gli andava mano a mano scoprendo parte delle dilette sembianze lorde di terra, e di sangue;—e' fu codesto dolore, che noi pure sentiamo profondo, comecchè di reverbero, ed in grazia della tua buona natura noi rimettiamo alla tua memoria Emilio Dandolo le offese, che ci facesti, e ne perdoneremmo bene altre caso mai tu ce le avesse fatte. Più tardi l'Hoffstetter visitando la madre del Morosini gli narrò averle scritto l'Oudinot come il figliuol suo sopra il letto di morte avesse edificato ogni uomo con la costanza, e la generosità dell'animo suo; e ci dice com'esso ricercasse a parte a parte ogni minimo particolare del giovanotto eroe, e da ciò cavasse qualche conforto al cuore trafitto. Quando sul rompere la guerra con lo Austriaco le sorelle con infinita passione scongiuravano la madre a non lasciarlo partire, ella repulsò le importune dicendo: «lasciatemi offrire alla mia Patria quanto possiedo di più caro, l'unico figlio mio.» Ora la mesta donna soggiungeva: «piangere su i figli caduti da noi per la Patria è dolore… ma: non tutto dolore!» Anima sorella della rigida madre di Brasida, e di quella dei Gracchi intepidita però al calore della carità cristiana.

Fuori di Roma unico palmo, che ci rimanga di terra le ruine del Vascello; ma i Francesi inoltrandosi dalla breccia aperta a destra della porta San Pancrazio accennavano impossessarsene, chiudendo ogni via allo scampo del Medici: appena rompeva l'alba gli mandarono l'ordine della ritirata, allora egli si mosse, se non chè pareva troppo più agevole ordinarla, che farla; l'aere dintorno ingombrava foltissima nebbia, ma la via da tenersi dal destro lato, e dal manco occupavano i Francesi, che al rumore sportisi dai bastioni tiravano per quell'aere cieca moschettate in fiocca: proseguendo a quel modo, innanzi di arrivare alla porta sarebbero stati senza fallo uccisi tutti; venne in soccorso di loro la fortuna. Certo Giuseppe Rocca da Carpi, il quale da lungo tempo stanziato in Francia aveva appreso lo idioma francese per modo, che meglio non l'avrebbe parlato un naturale di cotesta contrada; pertanto disinvolto e franco costui si mise a urlare: «non fate fuoco, non fate fuoco, che siamo dei vostri.» I Francesi ristettero e fu ventura, che infelloniti contro i difensori del Vascello si erano vantati più volte, che se mai essi cadevano nelle loro mani, il pezzo più grosso aveva ad essere un'orecchio. Le ruine del Vascello vivranno nella memoria dei posteri di fama immortale, ma eziandio immortale durerà nel cuore degl'Italiani il compianto per tante morti che lo resero sacro; a quanto sommassero non potrei dire ma sicuramente i due terzi di quelli che difesero il Vasello ci rimasero. E nè manco ci bastano tempo, e notizie per rammentare tutti gli esempi di valore, di cui proprio ci fu profusione piuttostochè copia: continui quelli, che rilevate una ferita o due andavano a fasciarsi e tornavano a combattere, continui quelli, che dopo avere menato le mani per bene ventiquattro ore rifiutavano lo scambio. Quando all'urto delle palle nemiche sprofondò l'edificio seppellendo parecchi dei nostri, i superstiti non curanti il terribile sfolgorare dei Francesi, improvvidi delle nuove ruine, che avrebbono potuto cascare loro addosso si diedero a rovistare per le macerie, ed ebbero in sorte di restituire taluno, comecchè malconcio, alla vita, Certo dì fu visto un soldato traversando la spianata a sinistra dellaCasa bruciatacadere ferito; sovvenirlo, era perdersi con lui, chè le palle francesi spazzavano il luogo: ora uno dei fanti, che furono papalini colà presenti accennando il caduto ai Bersaglieri lombardi disse quasi beffando: «e voi non andrete a soccorrerlo?» In un bacchio baleno, una mano di giovani lombardi trovata una barella corrono al ferito, e ce lo adagiano sopra: egli pativa atroci dolori, onde essi ebbero a incedere piano, e soavi; talora eziandio fermaronsi. I Francesi si sbizzarrivano a balestrare moschettate le quali zufolavano intorno alla lor testa, e non di manco veruno di loro rimase ferito. Hassi a credere, che tale provvide Dio in mercede della opera pietosa? Piace e giova così.

Sarebbe iniquo negare, che tra i Francesi taluno avesse cuore gentile, e mente educata a civiltà, ma qui come altrove si confermò per prove, come in generale cotesto popolo sia barbaro, e feroce: e le guerre di Affrica lo hanno viepiù imbarbarito; costà le immani opere di Annibale il quale fece recidere i piedi ai prigionieri impotenti a seguitarlo rinnovarono; il soffocare col fumo i giudei nelle caverne onde la fama di Tito è aborrita, auspice il Pellissier, da capo fu praticato dai Francesi a danno dei Beduini: a Roma, e lo vedemmo, non solo bombardarono la città, e i luoghi sacri per religione di memorie, o per miracoli di arte, ma principale diletto essi posero a pigliare di mira la chiesa di San Pancrazio convertita in ospedale con manifesto spreto della bandiera nera inalberata in vetta al campanile per farli accorti quivi dentro giacere morti e feriti. Noi sempre provarono i Francesi feriti soccorrevoli; questi al contrario sempre acerbi contro i nostri, nonostante le lustre e i paroloni in contrario, e tu giudica o lettore se i Francesi possano vantarsi presidio di civiltà da quello, che seguita, e che da noi si ricava (recandolo nel sermone nostro) dallaGazzetta medicale di Parigi t. 44. 3 nov. 1849. «Certo dì un uomo di alto affare venne per porgere conforto ai patimenti dei nostri feriti; caso volle ch'egli vedesse fra i nostri mescolati due italiani:»—«Or come esclamò egli, i nemici fra noi?»—«Scusate, riprese il dottore, sono tutti feriti»—«Sta bene, aiutante, soggiunse il generale, pigliate ricordo, e domani fateli sgombrare»—«Un poco più oltre costui notò parecchi giacenti senza camicie; (altri poi ne avevano delle eccellenti, e donde loro venissero lo sa il nostro amico Monier)» e da capo disse: «aiutante scrivete, e provvedansi subito camicie; sì miei bravi soldati voi tosto ne avrete.»—«Malgrado questi bei discorsi, il fatto sta, che i feriti italiani tremanti per febbre traendo dolorosissimi guai furono trasportati altrove, le camicie poi non si videro.» Di uffiziali che ostentaronsi amici, e tradita ogni legge non dico di umanità ma di guerra assassinarono a man salva fu detto, e fu detto altresì dello strazio crudele menato dei soccorritori ai feriti; io non incolpo il porre, ch'essi facevano i caschi in cima ai fucili sporgendoli dai parapetti delle trincee, perchè i nostri ingannati li moschettassero, e scarico appena lo schioppo, saltare su a colpire l'incauto feritore; questi si considerano strattagemmi di guerra, e guai a cui ci si lascia prendere, ma sì gl'incolpo della salvatica soverchieria di schiantare l'antica polveriera di Tivoli nel giorno ventinove di giugno mentre poteva ormai reputarsi conchiuso l'assedio, ed ogni via per giungere a Roma occupata dai Francesi. Ecco come per loro fu condotta a compimento la magnanima impresa; il generale Sauvan con due battaglioni di fanti, venticinque cavalli, ed un drappello d'ingegneri condottosi a Tivoli intima al preside che atterri l'opificio; preside, magistratura, e guardia nazionale protestano contro l'animalesco comando, costui (e gli parve mostrarsi spartano) della protesta fece ricevuta in questi termini: «il sottoscritto generale dichiara essergli stata presentata dal Municipio di Tivoli una protesta contro la distruzione della polveriera: nonostante la protesta la fa atterrare.» Così un edifizio durato da secoli in breve ora cadde sovvertito dalle fondamenta, stupenda copia di polvere, salnitro, e zolfo gittarono nell'acqua, arsi gli arnesi, fracassate le macchine; e tutto questo non mica per amore di difesa, bensì per genio di barbarie; e' fu episodio degno della illustre epopea. Siccome io intendo fare con questo libro quello, che il Garibaldi operò, voglio dire, uscirmene di Roma prima che vi scendano i Francesi così io metto a questo luogo la offesa esecrabile commessa da costoro in onta alla memoria del Mellara, anzi in onta alla umanità, e questo ritraggo da certe lettere private di persona, che non so adesso, ma a quei tempi procedeva parzialissima al Papa. Il Mellara dopo patimenti ineffabili periva, molti, suoi compagni di arme si riunirono alla chiesa dei Santi Vincenzo, ed Anastasio per rendergli il tributo estremo delle esequie onorate; andarono vestiti dell'antica assisa, e con la nappa dei colori italiani: era anco intendimento loro pronunziare qualche lode su la bara del defunto, il quale tanto bene se l'era meritata in vita; di ciò informato il Rostolan accorse seguito da molta mano di milizie alla chiesa, a forza volle la sgombrassero i commilitoni del Mellara, tutto vietò eccetto la messa; e siccome il dì veniente i soliti amorevoli del Mellara disegnavano associarne il cadavere al pubblico cimiterio, anco questo impediva; comandava lo seppellissero in chiesa, ma prima che in grembo alla terra lo deponessero egli commise al becchino, che strappasse dal cappello al trapassato la insegna dei tre colori: tanto gl'Italiani chiudano nell'animo e lo ricordino il giorno di possibile vendetta; rammentino altresì che il Bano Jellachich, e il suo fratello colonnello entrambi croati, e capi di croati non mancarono mai di riverenza alla virtù tradita dalla fortuna……

Ora per tornare alla difesa del Vascello, io per me penso, che supporranno i difensori confortati in copia di cibi, e di bevande; ahimè! essi penuriavano di quello, che appena basta per sopperire alla vita; parecchi giorni sostentaronsi con grossi e neri pani che lì rimasti da lungo tempo si erano induriti così, che se ne servivano per origliere quando giacevano sul nudo pavimento a pigliare qualche riposo: essi mangiarono i loro guanciali, come i seguaci di Enea mangiarono le proprie mense.—Sembra altresì, che i Francesi intendessero conquidere i difensori non solo con la fame, col ferro, con le ruine, e col fuoco, ma ed anco con la pietà, e con l'aere pestilenziale, dacchè eglino non consentissero mai alcune ore di tregua per seppellire da una parte, e dall'altra i propri morti; durante tutto lo assedio pertanto essi giacquero a piè delle ruine spettacolo miserando e pericolo presentissimo di suscitare la morìa per l'Italia, e forse nella universa Europa; ed anco questo scrivi lettore italiano in conto della civiltà francese. Il corpo del capitano Ferrari morto nella giornata del tre Giugno per la inesorabile barbarie dei Francesi stette esposto alle intemperie, e agli oltraggi degli uccelli di rapina intero un mese.

Le ferite, e le morti non pure dagli eroi del Vascello sopportavansi con mirabile costanza, ma perfino con motteggio; e va pei ricordi dei tempi famoso il giovane Montegazza milanese già orbato di un'occhio nelle cinque giornate di Milano; egli pertanto mentre si travaglia alla difesa del Vascello colpito da palla nemica perde l'altro; non si sgomentando per sì grave sciagura scappa fuori con questi detti: «bona noce; àun smorza i ciar;»—«buona notte, hanno spento i lumi!» Veruno rise, all'opposto, piansero sommesso per non rattristrarlo; visse un tempo in Roma segno di compassione universale ma sterile; un pietoso lo tolse seco per cibarlo del suo pane, e dissetarlo al suo bicchiere; non italiano però, molto meno francese, egli era russo!


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