[1] Epis. I. c. 5. v. 13.
[2] Apocalisse storicamente interpretata da V. da Padula di Acri, Napoli 1861, p. 235.
[3]Sonettisopra varii argomenti. Son. XV
E qui pure, o lettore, pon mente, come per colorire sue novelle il prete non aborrisca prendere per prova ciò che una volta fu titolo per significare la infinita infamia di lui.—Pudore di prete, e sfrontatezza di meretricegli è quasi come dir marito e moglie. E mira, se ti quadra, che San Pietro rammentando la Chiesa di Roma non lo avrebbe fatto sostituendo al vero un nome di vergogna.—Arrogi, che San Paolo descrivendo minutamente il suo viaggio, e la sua dimora in Roma nè anco per cenno rammenta la presenza di San Pietro costà. Contegno siffatto arieggia gli amori pieni zeppi di astio, che ricambiansi gli amici politici dei giorni nostri, ma che decisamente avrebbero fatto scorgere due santi, massime apostoli e di quelli che vanno per la maggiore. E vi ha di peggio; San Paolo oltre a non ricordare San Pietro inviando saluti ai Cristiani di Roma in nome suo, e dei compagni suoi non dimentica alcuno; fa i suoi rispetti così agli uomini come alle donne, e si dimostra sommo maestro in divinità del pari che fiore di gentiluomo; ma di San Pietro nulla. Gli scrittori papisti soliti a non isgomentarsi per poco obiettano:—allora San Pietro era in giro.—O dove?—Dove s'ignora, ma che fosse in giro egli è sicuro.—Bene sta. Ma dalla medesima lettera di San Paolo ecco uscire la testimonianza, che Pietro non fu mai a Roma; Paolo dichiara: «io poi non ho predicato lo evangelo dove è conosciuto Cristo, affinchè non edificassi sopra il fondamento altrui.[1]» Ora parmi chiaro, che se San Pietro avesse fatto conoscere Cristo a Roma queste parole Paolo non aria potuto dire.
[1] Ai Rom. cap. 13. v. 20.
Rincalza l'argomento quello, che seguita; Paolo afferma i Romani convertiti giusta il suo evangelo: «a lui solo onore, il quale può confermarvi secondo il mio vangelo.»[1] E questo da lui sarebbe stato anco meno veramente asserito se i Romani fossero stati redenti alla fede mercè il vangelo di San Pietro il quale usava quello di San Marco, mentre Paolo preferiva quello di San Luca. Paolo dunque non Pietro fu a Roma mandando innanzi alcuni suoi discepoli, e parenti perchè ammannissero il terreno alla sementa di Cristo.
[1] Ai Rom. 16 e 25 «quando S. Paolo era in Acaja scrisse San Luca, che lo accompagnava, il suo Vangelo, e si crede essere quello che San Paolo nelle sue epistole chiama proprio Vangelo.» Com. dell'Arcivescovo Martini.
Tuttavolta o andasse, come pretendono gli scrittori papisti, San Pietro in Roma, o non vi andasse come pensiamo noi[1] certa cosa ella è che nè manco costoro, ora, che sono alla porta co' sassi, perfidiano San Pietro immaginasse, e molto meno istituisse il primato della Chiesa Romana: solo sostengono che stava dentro il concetto di lui come pulcino nell'uovo, ed oggi predicano così il Dottore Newmann, e il Cardinale Wisemann, e il Moelher, ed altri cotali che la sanno lunga e la sanno contare. E' sono arzigogoli pretti, però che la Chiesa cattolica non crebbe la dottrina di Cristo esplicandola bensì la schiantò di pianta sostituendone un'altra contraria, si capisce ottimamente come il pargolo crescendo diventerà uomo, non si capirebbe se diventasse un bufalo: e si comprende altresì che da non possedere altro che un paio di scarpe i sacerdoti tirando innanzi nei tempi dovessero essere forniti da comparire onorevoli secondo la dignità del sacerdozio; ma da non avere nulla a pretendere tutto ci corre: s'intende acqua ma non tempesta!… E badate che come concederei io per menare il buono per la pace non l'ammolla San Paolo, il quale fa una lavata di capo ai Galati con queste parole: «ci sono alcuni, che vi sconturbano e vogliono capivoltare il Vangelo di Cristo: ma quando anco noi od un'angiolodel cielo evangelizzi a voioltre a quello, che abbiamo a voi evangelizzato, sia anatema.[2]
[1] Quantunque San Pietro non sia stato a Roma pure costà sanno, «ch'egli fu lungo e grosso, pallido in viso più che re sul trono, crespi i capelli, e i peli della barba, e comecchè folti pure corti, occhi sanguigni e neri, senza quasi sopraccigli, naso lungo, carnuto, e dilatantesi nelle narici.»PlatinaVita di San Pietro in fine. Da questo si conosce che San Pietro andando a Roma non avrebbe fatto concorrenza allo Apollo di Belvedere.
[2] Lettera ai Galati cap. 1. 7. c 8.
I dottori papisti abbaiando parlano di tre unità, di cui una si è votata mano a mano dentro l'altra, prima del vescovo, poi del metropolitano, all'ultimo del papa.—Dunque sul principio, cristianesimo non fu cattolicismo, e questa ultima forma, che sostenete perfettissima, non cadde nè anco in mente al suo fondatore: ciò parmi grave, e come grave contrario alla natura delle cose; perchè gl'instituti umani nei primordi procedono dirittamente, ma coll'andare del tempo venendosi a corrompere, egli è mestieri riportarli via via ai loro principii per mantenerli, la quale considerazione se ha luogo negl'instituti fondati dall'uomo, quanto non deve apparire maggiore negli altri che emanano da mente divina?—Il prete pertanto presume saperne più di Cristo, e mentre da per tutto il tempo logora o corrompe, a Roma poi conserva anzi migliora. Ancora, vuolsi domandare, perchè accaddero le modificazioni di cui favellate? Perchè, dice il Papista, secondo il costume degli uomini, e le qualità dei tempi egli è mestieri mutare.—Tu parli di oro; ma se questa tua gerarchia si governa co' tempi, il tempo muta e non si ferma mai, onde nel modo che necessità ti strinse un giorno a cambiare potrebbe coartarti la quarta volta e la quinta; che se presumi sostenere come ormai lo edifizio essendo compito veruno abbia da toccarlo più, io ti avverto che le tue parole ti condannano, imperciocchè questa presente unità cattolica tu non l'affermi ordinata da Cristo, nè ottima in sè, sibbene partorita dalla necessità, e dal degenerare che fecero i cristiani dalla eccellenza antica; insomma buona come rimedio tenuto caro finchè il morbo dura: certamente quando giaci infermo tu bevi olio di ricini, ma ricuperato che abbi la salute già non credo che a mensa tu ti mesca olio di ricini, anzichè vino, e quello a questo tu preferisca. Peggio se il Papista pretendesse la ultima unità opera di Dio, le precedenti degli uomini; conciossiachè si abbia a credere più opera sua quella, che gli uscì dalle mani, e che fatta dagli Apostoli tuttavia spirava l'alito che ci soffiava con le sue labbra divine, che non l'altra fabbricata tardi dai sacerdoti presi pel collo, com'essi dicono, dalla necessità.—Finalmente Tertulliano, e gli altri padri della Chiesa danno di frego alla dottrina della Curia Romana con la solenne sentenza: «Quello soltanto è verità, ed è cattolico che prima fu stabilito; eresia quanto si diparte da lui.»
San Bernardo, domando io, nel concetto dei cattolici che roba egli è? Santo od eretico? Diavolo! Santo e dei buoni: or bene; egli rimbrottando il papa Eugenio III così gli favellava: «Quale Apostolo ha giudicato gli uomini, diviso i confini, distribuito terre….? Coteste fragili cose terrene hanno per giudici i principi della terra, ma voi perchè invadete i confini degli altri, e nella messe altrui ponete la falce?….È vietato agli apostoli dominare. Ora va ed ardisci usurparti l'apostolato o la dominazioneintitolandoti apostolico. O l'una cosa o l'altra ti è interdetta, e se ambedue presumerai tenere, entrambi perderai[1]» Se però San Bernardo tu reputi santo, e tu seguilo; se eretico, e perchè non lo consegni al fuoco eterno?
[1] De consid. leg. e 2 cap. 6.
E quanto San Bernardo dichiara in prosa Dante confermava da parecchi secoli in rima:
«Di oggimai, che la Chiesa di Roma, «Per confondere in se due reggimenti, «Cade nel fango e sè brutta e la soma[1].»
[1] Purgat. 16.
Dunque Cristo di cui si vanta Vicario il Papa gli vieta espresso ogni potestà temporale nel mondo.
Però quando leggi come nei primi tre secoli la Chiesa si mantenesse pura non la devi intendere così puntuale che mali esempi non fossero di già corsi in lei. Il desire ceco tira alla terra, e il corpo dà perpetua gravezza all'anima; fra i molti fatti comparisce notabile quello di Vittore I, il quale presumeva imporre ai Vescovi di Asia l'uso osservato a Roma di celebrare la Pasqua; i Vescovi asiatici non volendo obbedire egli trascorse al punto di bandirli separati dalla sua comunione; di che acerbamente lo rimproverava Santo Ireneo chiamandolo vuoto di carità, e pieno d'ignoranza. Stefano I in certa questione intorno al battesimo amministrato dagli eretici si chiarisce avverso alla dottrina di San Cipriano vescovo di Cartagine, il quale confutandolo lo taccia di leggerino, di gaglioffo, e di cocciuto presontuoso; e San Firmiliano vescovo di Cesarea ribadisce il chiodo scrivendo al medesimo Papa: «essere universalmente biasimate la stupidità, l'arroganza e in modo speciale il difetto di carità in lui, che sè estima erede di S. Pietro, mentre egli lo giudica il pericolosissimo fra gli eretici.» E' pare che questo Papa non avesse troppo fortuna co' santi.
La parolacleroviene dal greco, e significasorte, che è quanto dire i sacerdotisortitial servizio dello altare tutti si consacrino a quello lasciando addietro ogni cura mondana; pari ai leviti d'Isdraele si contentino delle decime, e delle oblazioni.—Latonsurapoi denota la renunzia ad ogni cosa temporale: tutto si poneva in comunella tra i cristiani, ed anco dopochè i sacerdoti per munificenza di Costantino imperatore possederono terre, e casamenti per lungo tempo ebbero le sostanze comuni: le divisero in seguito. I vescovi eleggeva il popolo; parecchi fra loro vissero del lavoro delle proprie mani, e fu cosa degna; oggi si aborrisce parendo, che Cristo si degradi ad essere trattato da mani che il lavoro santificò, come se egli stesso con l'opera sua non sovvenisse al padre fabbro: servi dei servi di Dio non si dicevano quei primi sacerdoti, ma erano: loro intento procurare il bene meno del singolo, e di una classe, quanto della intera comunità.—Veramente San Paolo insegna, che gli anziani, o vuoipreti(che appunto prete suona anziano) quando fanno bene, e faticano nella parola e nella dottrina devano reputarsi degni «di doppio onore[1]»; ma avverte altresì: «quando abbiamo vitto, e vestito contentiamoci[2].» E queste, nota San Girolamo, erano appunto tutte le ricchezze dei Cristiani.—Insomma per istringere quanto ci rimane a dire in una sola sentenza rammenteremo le parole di San Giovanni Crisostomo:—nei primi secoli della Chiesa preti di oro celebravano in calici di legno, adesso sacerdoti di legno celebrano in calici d'oro; e di quale legno! Di quello del quale Gesù Cristo comanda che inetto a fruttificare, ovvero atto a frutti tristi vuolsi mettere sul fuoco.
[1] A Timoteo. V. v. 17.
[2] Id. VI. v. 8.
I lutti della Chiesa e la ruina d'Italia derivano pur troppo dalla origine a cui alluse l'Alighieri nostro:
«Ahi! Costantin di quanto mal fu madre «Non la tua conversion, ma quella dote, «Che da te prese il primo ricco padre.»
Però che se la donazione di Costantino sia ormai confessata una delle infinite fraudi per cui la curia di Roma avrebbe ad essere condannata a perpetuo ergastolo come falsaria, tuttavia si ha per certo, ch'ei si fosse largo a Salvestro vescovo di Roma di protezione, e di averi, per la quale cosa costui uscito dallo scuro subborgo fuori di porta Capena, dove viveva confuso agli Ebrei, si condusse ad abitare il palazzo Laterano proprietà una volta della imperatrice Fausta.
La Chiesa, e i chiesastici un tempo fabbrica e fabbricanti di falsità, nè permesse solo o sofferte, bensì prescritte: così quando non si avevano gli atti di un qualche martire pel dì della sua festa s'immaginavano; e tanto più erano accetti quanto più strepitosi; di quì le leggende mostruose onta della ragione umana, le false Decretali, i libri sibillini, il Libro della Gerarchia, i Canoni, le Costituzioni apostoliche, e la Donazione di Costantino.
La prima volta questa donazione occorre rammentata nella lettera di Adriano I a Carlomagno per destare in costui la gara della larghezza: ne affermano fattore quell'Isodoro il quale dipeccatore, che si chiamava prima si trasformò insanto Isidoro e mercatore. Tra le altre cose si diceva in essa: «noi attribuiamo alla sede di Pietro tutta la gloria, e tutta la potenza imperiale. Noi diamo a Salvestro ed ai suoi successori il nostro palazzo di Laterano, la nostra corona, e tutte le nostre vesti imperiali, la città di Roma, e tutte le città occidentali della Italia, e delle altre contrade. Noi gli cediamo il luogo non essendo giusto che un imperatore terrestre conservi la minima possanza doveIddio ha stabilitoil capo della religione.»
Oltre queste, bene altre diavolerie contiene il documento, come, a mo' di esempio, che l'imperatore Costantino si conduce a cotesto atto per consiglio dei suoisatrapi; ch'egli ha riposto dentrodue cassoni di ambrai corpi dei Santi Pietro e Paolo, e dopo avere costruito in onoranza di loro basiliche eccelse assegna alle medesime poderi grossissimi in Giudea, in Grecia, e in Tracia per mantenervi dentrola luminaria, e tutto questo nè manco in dono, ma per salario di averlo Papa Silvestro guarito dalla lebbra, e battezzato.
Di siffatta donazione ce ne ha parecchi esemplari; a tutto oggi arrivano a 12, uno secondo il solito diverso dall'altro, ma ciò non toglie che come genuini li venerassero tutti e dal Graziano per genuino si ponesse nella sua collezione quello, che primo gli capitò davanti.
La critica storica ha dimostrato come Costantino nella epoca della mentita donazione non si trovasse già in Roma, ma sì in Tessalonica ed a quei giorni non reggesse prefetto a Roma, secondochè l'atto di donazione asserisce, Calpurnio, bensì Lucrio Verino.
Menzogna il battesimo di Costantino a Roma per mano di Papa Silvestro, mentre il battesimo l'ebbe in punto di morte in Nicomedia da Eusebio da Cesarea vescovo di cotesta città.
È menzogna altresì che le provincie italiche fossero donate e sottoposte al Pontefice; al contrario. Costantino le governò sempre come sue mandando a reggerle prefetti uomini consolari correttori e presidi.
Ciò nonostante, finchè poterono i preti difesero l'autenticità di cotesta donazione con le ugna, e col becco, o se non buttarono sul fuoco (come taluno afferma) Lorenzo Valla, che ardì impugnarla con parole acerbe verso la metà del secolo decimoquinto, ci corse poco; sessanta e pochi più anni dopo si pigliavano spasso di cotesto documento Prelati solenni e Cardinali, ne sorrideva il Papa stesso, e l'Ariosto senza una paura al mondo la metteva nel mondo della luna:
«Di varii fiori ad un gran monte passo,«Ch'ebbe già buono odore, or pute forte,«Questo era il dono (se però dir lece)«Che Costantino al buon Salvestro fece.»
Potremmo dirne delle altre; al nostro assunto basti tanto, e poniamo in sodo prima di ogni altra cosa comefondamento precipuo della potestà temporale del Papa sieno la fraude e la menzogna.
Il Papa prese da Costantino, ma rimase anco preso; per questa volta invece di pescare ei fu pescato; a mo' del pesce fu vinto nella gola: importa ora conoscere le cause, onde Costantino così di un tratto si mostrò sviscerato pel Papa: io ragionando pongo da parte ogni intervento soprannaturale, molto più che mi occorre narrato in diverse maniere. Di fatti, Cecilio riferisce come la notte precedente alla battaglia del ponte Milvio, dove la fortuna di Costantino prevalse su quella di Massenzio, una visione lo ammonisse a mettere sopra gli scudi dei soldati ilceleste segno di Diose voleva vincere. Eusebio nella vita di cotesto imperatore dice, come camminando egli a capo dello esercito tutto pensoso intorno alla religione da seguitarsi levate le ciglia vide una croce luminosa sopra il sole col motto traverso: «con questo segno vincerai;» di che rimase smosso; pure non essendo bastante a fargli dare la balta nella notte successiva gli comparve davanti (in sogno s'intende) nientemeno, che Cristo in persona, il quale lo accertò, che se gl'importava debellare Massenzio non doveva fare altro, che pigliare cotesto segno per bandiera, la quale cosa Costantino non si fece dire due volte, e ne compose subito il famosoLabaro, ch'ebbe virtù di dare a lui ed ai successori di lui sempre vittoria sopra i nemici meno quando ne toccarono. Questo i Cristiani, ma i Pagani non mondarono nespole, che Nazario nel Panegirico di Costantino attesta come di cosa veduta da tutta la nazione dei Galli, che un'esercito di angioli era sceso giù dal cielo volando a sovvenire a Costantino, e ne descrive la faccia luminosa, il portamento altero, la garbatezza mescolata con la gagliardia, con le altre virtù, le quali se non possedessero gli angioli non si sa chi mai le avrebbe a possedere.
E' pare che siffatta frequenza di miracoli piuttosto che persuadere le menti le debba irritare; e sembra altresì che questi miracoli quando non furono fraude per gli occhi, sieno oltraggio allo intelletto; ma vi hanno stagioni in cui agli occhi del pari che allo intelletto piace rimanere delusi; onde potrebbe anco darsi che o sogno, o visione, od altra cosa simile movesse l'anima di Costantino.
Costantino in tanto che lo ammannivano per santo ebbe dai preti titolo divescovo dei vescovi, e non era poco: però dall'altro lato quasi per tenere in bilico la sua perfezione gli stava sul petto un peccato, non tale certo a senso dei preti da fargli chiudere da San Pietro le porte del paradiso in faccia, ma che un po' di fastidio glielo doveva recare,—egli era un semplice parricidio: però che costui portasse le mani micidiali nel sangue del figliuolo Crispo. Ora la fede di saldare questo suo debito, con altri parecchi mercè un poco di acqua sul capo può averlo disposto al cristianesimo, differendo a riceverlo secondo il costume di allora in punto di morte.—Di costumanza siffatta porgono esempio Teodosio il grande e Valentiniano II; nè il medesimo Santo Ambrogio ebbe battesimo prima della sua promozione al vescovato di Milano, però che a quel modo si esentassero dalle pubbliche penitenze che a quei tempi la Chiesa usava co' cristiani penitenti, ed anco credessero così praticando assicurarsi meglio la salute eterna.—Certo il suo pericolo ci era, mettendosi i catecumeni a repentaglio di uscire dal mondo senza quel salutevole bucato, ma sarebbe stato come annegare nel forno, dacchè la morte non viene così subito, che un po' di tempo per salutarla non conceda, ed acqua, ch'è materia del sacramento da per tutto se ne trova (così come dell'acqua accadesse pel vino!) e le poche parole necessarie per la forma di quello ogni menno sa dirle[1].
[1] Eccetto un canonico il quale, per quanto mi narrarono a Montepulciano, corto in divinità ed in lettere anco più, chiamato da un tavolino di tre sette ad amministrare in fretta e in furia il battesimo ad un neonato, se ne schermiva allegando non sapere che cosa dire; trovato allora un rituale e presentatoglielo perchè leggesse, costui posto con le spalle al muro lesse la formula secondo apparisce abbreviata così; «ego te baptzo: in none: pris: fi.» e siccome il nome dello Spirito Santo significano con due SS. egli pigliandole per una cifra arabica concluse: «numero cinquantacinque.» Poi asciugatosi il sudore per la sofferta fatica voltosi agli astanti disse: «Fortuna, che ho imparato un po' di aritmetica in gioventù altrimenti questa povera anima andava perduta.»
Molto doveva talentare eziandio al tiranno la obbedienza ceca e passiva, che i primi cristiani ostentavano per le autorità temporali fino a predicare come parte della loro dottrina la pazienza di principi comunque perversietiam discolis; e riverirli come costituiti proprio con le sue mani da Dio: ho detto ostentavano, chè deboli essendo ed invisi non ardivano romperla ancora co' Governi; conciossiachè non pure codarda ma contro la natura appaia simile dottrina solo che tu consideri essere stata professata dall'Apostolo Paolo regnando Nerone, uso a far dare la caccia ai cristiani quasi belve in bosco, e ad ardere alle sue mense i cristiani vivi per doppieri; ed anco se dottrina siffatta fosse stata leale non si sarebbe convertita nelle mani di San Tommaso in facoltà di ammazzare il tiranno per violenza o per frode postosi a capo dello stato per tormentare il popolo.
Delle virtù cristiane intese avvantaggiarsi altresì Costantino per la ragione medesima per la quale i ladri si procurano servitori onestissimi: i buoni costumi, la industria, e la parsimonia insieme alle altre virtù partoriscono le ricchezze onde il tiranno può alimentare meglio i suoi vizi: forse nei principii può essere stata causa a rifiutarli la codardia praticata dai primi cristiani come precetto evangelico, ma durò poco, però che tornando alle guerre, ed al sangue sembri, che l'uomo rientri nella sua natura; e nei concili adunati sotto Costantino, i vescovi cortigiani bandirono l'obbligo del giuramento militare, e la scomunica contro i soldati, i quali, durante la pace, gettavano via l'arme.
La conversione di Costantino nell'ordine delle cose umane questo gli fruttò, che potè valersi del cristianesimo come arnese di guerra per soperchiare i suoi nemici, ed istrumento in pace per disporre il paese a perpetua servitù. Io non credo che quando Costantino donò a Papa Silvestro il manto, il caval bianco, e la signoria una voce dal cielo fu udita, che disse: «oggi è messo il veleno nella Chiesa di Dio[1]» come non ho voluto aggiustare fede all'apparizione delLabaro, però mi resta chiarito vero quanto afferma Santo Atanasio che Costantino sovvertì la costituzione del Signore trasmessa agli Apostoli[2]. Di fatti mentre fino a costui il vescovo usciva eletto nel modo che resulta manifesto da queste altre parole di Santo LeonePapa: «si preferisca per vescovo quello che ilpopolo, e ilcleroha concordemente richiesto. Guardisi a non ordinare alcuno che dal popolo non sia voluto, e domandato acciocchè il popolo preso a contro pelo non odii, o disprezzi il suo pastore e si separi dalla religione non avendo potuto ottenere quello che desiderava.Chi ha da presiedere a tutti sia eletto da tutti[3]. Nè i vescovi soli eleggevansi dalla universalità della Chiesa, ma tutti i ministri, tra cui vuolsi porre mente ai Diaconi, dei quali era ufficio amministrare le cose temporali della Chiesa al fine che i vescovi attendessero indefessi a predicare, e ad insegnare.—Ora, imperante Costantino, i vescovi non si eleggono più dal popolo; all'opposto, testimonio Santo Atanasio, egli li «spedisce ai popoli che non li vogliono, da luoghi stranieri e lontani ben cinquanta giornate, e li fa scortare da soldati, e tali vescovi invece di accettare lagiustiziache i popoli farebbero di loro portano ai giudici minacce contro il popolo [4].» La terra tirò il sacerdote alla terra, sicchè mentre nei primordii della Chiesa non che non si sentisse parlare di antipapi, appena si trovava uno che volesse fare da papa; a mezzo il secolo quarto Pretestato prefetto di Roma pagano, sobillato a rendersi cristiano rispondeva: «magari! fatemi vescovo di Roma, ed io mi farò cristiano.»
[1] La leggenda da alcuni si reputa bugiarda perchè narrata daG. Letinello Itiner. della Corte di Roma t. 1; ma io per me non la tengo meno falsa per leggerla nellaDisciplina degli Spiritualiscritta da quel santo uomo, che fu frate Domenico Cavalca da Vico pisano.
[2] Epis. ad solitarios.
[3] Epis. ad Anast. Thessalonic, c. 5.
[4] Epis. ad solitarios.
Dopo alterata l'elezione dei vescovi pel fine di convertire il cristianesimo in arnese di governo, ecco che Costantino introduce tra i vescovi le stesse differenze di grado stabilite nella gerarchia pagana dello impero: la importanza della giurisdizione episcopale andò alla stregua della importanza della diogesi dove il vescovo sedeva. Questo decreto il Concilio di Nicea promulgò e il Concilio di Calcedonia poi confermò con le parole: «Se qualche nuova città è stabilita per comando dello imperatorel'ordine della diocesi seguirà la forma del governo politico.» Costantino intimava i Concili, li presiedeva, forniva ai vescovi il viatico, e il mantenimento, arduo starsi appartato, più arduo contrastare, e in mezzo ai rei colpevole il giusto, nè forse tra cotesti vescovi vi era chi volentieri non servisse da un lato per dominare dall'altro.
Adesso così a tratti consideriamo l'andatura della biscia romana per acquistare dominio principesco, e prevalenza sopra la Chiesa di Cristo. Nel Concilio di Nicea per la prima volta si udì ricordare il nome di patriarca, e compartirlo non solo al vescovo di Roma, ma ed anco a quelli di Alessandria e di Antiochia dichiarati uguali fra loro. La fortuna ci è, e si agita fuori di noi; beato quello che afferratala se la lega innanzi al carro, e fu fortuna che i vescovi scacciati dalle sedi orientali, segnatamente Santo Atanasio vescovo di Alessandria, ricorressero a Roma, dove Giulio I allora vescovo gli accoglie a braccia quadre, e ne cava partito di convocare un Concilio a Roma per costringere con molte minaccie i nemici di Santo Atanasio a professargli venerazione ed ossequio: quì stava la ragione per lui, e la ragione gli somministrò l'addentellato a costruire un diritto: subito dopo, lo assistesse la fortuna, o ci adoperasse ingegno, il Concilio di Sardica confermò le sentenze di quello di Roma. Papa Liberio vescovo perde il terreno acquistato, però che Costanzo imperatore preso in uggia Atanasio ordina a Liberio si separi da lui; Liberio si prova resistere; era immaturo il tempo, quindi ne tocca; cacciasi in esilio in Berea, sostituiscongli nel vescovato di Roma Felice II, ma vinto dal tedio condanna Atanasio, e tornato a Roma governa la sua Chiesa in società con Felice.—Allora il papato esercitavasi eziandio in accomandita tra soci: Damaso eletto vescovo dopo Felice appare di meno facile contentatura, e con armi, e sangue contende del vescovato di Roma con Orsino: uscito vincitore Valentiniano lo chiama a parte del titolo dipontefice massimo, Graziano poi glielo renunzia intero, ed ei lo accetta, chè vano ei fu, e dei vescovi di Roma il primo, che ostentasse splendido trattamento, anzi regale.
Da Numa s'instituiva il pontificato; prima l'ebbero i patrizii soltanto; poi anco i plebei: soprastava il sommo pontefice al culto pubblico ed alle cerimonie, al calendario, alle feste, agli oracoli, agli augurii, alle quistioni religiose, ai giudizi delle colpe contro gli Dei, alle vestali, ai sacrifizi, alle sagre, ai giuochi: trasse nome il pontefice dalla cura ad esso, ed al collegio dei pontefici minori affidata di mantenere il ponte di legno, che conduceva oltre Tevere: finchè stette in piedi la repubblica l'autorità del sommo pontefice si estendeva, su Roma, e suo contado; quando gl'imperatori presero questo ufficio per loro fino ai limiti estremi dello impero. Il dono pareva di titolo inane, ma il prete subodorò il partito che avrebbe potuto trarne e lo ebbe caro; sul gomitolo gentile si avvisò dipanare la nuova primazia della Chiesa romana.
Facile è la discesa verso lo inferno, disse Virgilio, nè sembra che il pendìo dello inferno pagano fosse più arduo di quello verso lo inferno cattolico, imperciocchè dallo studio di acquistare ricchezza presto si fece trapasso al delitto: e Graziano imperatore, quantunque parzialissimo al vescovo di Roma, ebbe mestieri di promulgare la legge 10de Ep. et Ecclesias, che occorre nel Codice Teodosiano con la quale si vietava agli ecclesiastici bazzicare le case delle vedove, e dei pupilli onde col perpetuo serpentarli non cavassero loro di sotto per via di donazione, o di testamento le sostanze di famiglia. Di questa legge tesse San Girolamo singolarissimo encomio lodandola come medicina molto acconcia alla corruzione dei chierici[1].
[1] Epist.ad Eustac.
Non è nostro scopo esporre la storia della Chiesa romana, però lasciamo dormire in pace quattro Pontefici che non fecero dire nè bene nè male: non favelleremo di Origene peregrino intelletto ma balzano da tre, nè di Pelagio predicatore del libero arbitrio contro la necessità della grazia, e il peccato originale; nè di Nestorio negante Dio nato da donna, opinione antica rinnovata ai giorni nostri da Ernesto Renan; e nè manco dei due Concili di Costantinopoli, il secondo dei quali contro Macedonio nemico alla divinità dello Spirito Santo, o di Efeso contro Nestorio dove la Vergine Maria venne dichiarataTheotocos, cioè madre di Dio.
Leone Primo di una spinta maestra mandò innanzi gl'interessi della Chiesa di Roma però che inducesse Valentiniano III a decretare ver un vescovo si attentasse a innovare senza il consenso del vescovo di Roma; le costituzioni della Chiesa romana avessero forza di legge nelle altre chiese. Trovando poi con Marciano il terreno più morvido, lo condusse fino a decretare la pena di morto contro qualunque esercitasse cerimonie pagane: già siamo a 455 anni dopo Gesù, e voltandoci addietro non vediamo ormai il punto donde il Cristianesimo piglia le mosse; la Chiesa di Cristo si raffida meglio nelle manette, che nella parola; e intanto, che ella si arrabatta ad averle di suo lo piglia in presto dal Despota. Ilverboalle mani del Papa già è fatto mannaia. Ai tempi di questo Papa, Attila mosso alla ruina di Roma atterrito dalle parole di lui si arresta sul Mincio, e l'hanno per miracolo; poco dopo sopraggiunge Genserico, il quale non curate le invenie del vecchio imbelle nabissa la città dei Cesari, e lo hanno per meritato castigo alle colpe dei Romani. Così con la Chiesa di Roma non si vince, e non s'impatta. Del miracolo nel caso di Attila parlano bravamente tutti gli scrittori chiesastici; ebbe monumento dipinto da Raffaello nelle logge Vaticane, e scultorio in San Pietro per opera dello Algardi; del fatto di Genserico o tacciono, o si attentano a sostenere che anco lì un po' di miracolo ci fu, dacchè, intercedente Leone, tre chiese andarono immuni dal saccheggio; e a fin di conto quantunque il sacco durasse quattordici giorni, e quattordici notti, bruciassero fabbriche, votassero case, le chiese spogliassero, anzi con mirabile vicenda le reliquie di tre religioni la pagana, la giudaica, e la cristiana in un fascio rapissero, il tetto dorato del Campidoglio arraffassero, le gemme a Eudosia imperatrice ghermissero, a Leone fino i vasi di argento, dono di Costantino, strappassero, molte migliaia di Romani di entrambi i sessi, o per piacevole aspetto, ovvero per talento utile pregiati, menassero in cattività, gli scrittori chiesastici, ed anco qualcheduno non chiesastico sostengono, che molti mali Leone ilgrandeprevenne, egrandesenza fallo egli fu, ma nell'arte di estendere l'autorità sua sotto colore di fede ortodossa, e di ecclesiastica disciplina.
La uguaglianza dei vescovi fra loro prescritta dallo Evangelo ed osservata nei primi secoli della Chiesa non può rivocarsi in dubbio. San Paolo scrivendo ai Corinti afferma sèin nullainferiore agli altri Apostoli[1], anzi rinfaccia apertamente San Pietro di non camminare diritto nelle vie del Vangelo. «Cristo, insegna santo Agostino, affidò la Chiesa non al solo Pietro, e nè principalmente a lui, bensì indistintamente ed ugualmente a tutti gli Apostoli[2].»—La uguaglianza fra i vescovi attestano i SS: Ambrogio, Giovanni Crisostomo, Cirillo ed altri parecchi, sicchè il Concilio di Aix la Cappella con le parole medesime di San Cipriano sentenziava: «tutti gli Apostoli hanno ricevuto con Pietro uguale partecipazione di potestà, e di onore[3].» Da capo Cipriano parlando a nome di 87 vescovi dell'Affrica rimbrotta Stefano vescovo di Roma: «veruno tra noi presume chiamarsivescovo dei vescovi, nè adopera minacce tiranniche per obbligare i suoi colleghi ad obbedirgli, però che ogni vescovo in virtù della sua potestà è libero nel voto, e nell'amministrazione[4].» Ancora Cornelio successore di Stefano avendo accolto alcuni scomunicati della chiesa affricana San Cipriano lo ammonisce con gravi parole a non alterare la disciplina ecclesiastica onde a cotesti perduti non abbia a parere l'autorità dei vescovi di Affrica minore della sua[5]. Anco nel quarto secolo quel grande luminare della chiesa San Girolamo predicava: «La Chiesa di Roma non differisce dalle altre. Un vescovo sia in Roma o in Gubbio, in Costantinopoli o a Reggio, in Alessandria o a Tanis possiede merito, e sacerdozio uguali; inopia, o dovizia non fanno divario, tutti sono a pari titolo successori degli Apostoli[6].»
[2] Contra Gennad. l. 1. n. 22.
[3] Con. t. 24. p. 1318.
[4] Con. t. p. 786.
[5] Epis. 55.
[6] Epis 101ad Evag.
Chi dei due il vescovo di Roma, o quello di Costantinopoli fu primo a pretendere la monarchia della chiesa? Arduo a sapersi, ma poichè entrambi ormai col cuore gonfio di superbia procedevano appartati dalle vie del Signore è da credersi che ambedue concepissero pari consiglio: però sarà manifesto come il vescovo di Roma, esecrando in quello di Costantinopoli il titolo dimonarca, ne usurpasse indi a breve per sè il titolo e le prerogative. Il Concilio di Costantinopoli concedeva titolo di primate al vescovo di Roma, i secondi onori all'altro di Costantinopoli; di qui la origine dello screzio, il quale crebbe quando il Concilio di Calcedonia, invano contrastante Leone il grande, non alla giurisdizione romana di lui, bensì a quella della sede bizantina sottomise i vescovi di Eraclea, di Gerusalemme, e di Antiochia. E poichè signoria non pate compagnia, dallo screzio si venne alle contumelie e alle armi; la Chiesa di Cristo unita per la virtù degli Apostoli si divide come la sua veste giocata a dadi dai crocifissori; di lui dopo un mezzo secolo, sedendo papa Osmida, si riconciliano gli animi, ma non per durare; al contrario la contesa si rinfocola più acerba di prima, volendo i vescovi bizantini estendere la propria giurisdizione sopra l'Illirico, l'Epiro, l'Acaia, la Macedonia, e la Bulgaria.—
Però mentre da un lato il vescovo di Roma innanzi di patire, che l'emulo suo si avvantaggi pure di una oncia, manda la Chiesa a rifascio, egli s'industria accaparrarsi qualche o titolo o preminenza che lo ponga in vista delle genti; e davvero bisogna confessare che la infallibilità non sia dote di Papa, o almanco non fu di Papa Simmaco, quando nel Concilio detto dellePalmegli bastò il cuore di fare chiarireimpeccabilechiunque tenesse la sede romana; difatti, se non tutti, per certo la massima parte dei Papi potrieno definirsi gliApolli di Belvedere dei sette peccati mortali. Calisto Papa fu ladro, per quanto si legge neiFilosofumenaattribuiti a Santo Ippolito, e ripreso dal suo padrone Carpoforo fu messo alla macina. Urbano VI per ira, che sette cardinali si fossero palesati avversi alla sua elezione, menatili a Genova li strangolava: nè corrono anni molti che gli scheletri infelici furono rivenuti nei sotterranei della Badia di San Giovanni dove quel truce si condusse ad abitare. Avari tutti, ma fra di loro porta il vanto Giovanni XXII. Chi più brutto di nefande libidini di Alessandro VI? Chi più pigro o scandaloso di Giulio III? Superbo di Gregorio VII? Giulio II beveva come un lanzo e bestemmiava come un vetturale. Insomma bisogna confessare che se il petto del Papa è proprio stanza dello Spirito Santo egli si trova pessimamente alloggiato sopra la terra. Silverio, e Vigilio contendono del papato, prevale Silverio in virtù della pecunia fornitagli dal re dei Langobardi; proteggono Vigilio femmine infami, Teodora, e Antonina, quella moglie a Giustiniano, questa a Belisario. Cotesto o Papa od Antipapa promette accettare i capitoli favorevoli alla dottrina di Eutiche negante in Cristo la persona umana per contrapposto a Nestorio, che gli negava la divina, se Giustiniano lo sovviene a vincere l'avversario Silverio; aiutato ci arriva, e fa spegnerlo a tradimento; ma poi o si pente, o piglia a tedio la suggezione, sicchè non osserva il patto; relegato in Sicilia da Teodora, minacciato da Giustiniano di un Concilio a Costantinopoli accetta da capo i capitoli di Eutiche: la viltà, come succede, gli fruttava obbrobrio, non concordia, anzi la Chiesa nel suo pontificato si lacerò peggio di prima; allo scisma delle chiese orientali si aggiunsero quelli della Illiria, delle Spagne, delle Gallie, e dell'Affrica; si separarono altresì dalla comunione di lui Toscana, Istria, Umbria, Liguria, e Venezia; lo scomunicò San Paolino patriarca di Aquileia in un Concilio dei suoi suffraganei.
Pelagio I considerando come argomenti spirituali non bastassero a sottomettergli i vescovi avversari s'industriò adoperarci il terrore delle armi; e sembra persuadesse Narsete a sovvenirlo; ma scomunicato dai vescovi si rimase attendendo a raccogliere le sostanze della chiesa streme e disperse nel perpetuo disegno di primeggiare sopra i suoi uguali. Pelagio II rifatto di forze torna ad insistere nel concetto di primazìa, ma poichè i vescovi di occidente riparansi sotto la tutela dei Longobardi, egli disperato di venirne a capo con le proprie facultà si raccomanda a Childerico re dei Franchi di Austrasia, il quale lo trastulla e lo delude.
Intanto se il vescovo di Roma si arrabattava a prevalere sopra i suoi uguali nè manco il vescovo di Costantinopoli rimaneva con le mani alla cintola, e in certo Concilio radunato per giudicare di un vescovo di punto in bianco si piglia il titolo diUniversale. Questi fu Giovanni digiunatore. Se Pelagio saltasse su i mazzi non è da dire; vomitò ingiurie a bocca di barile, e per ultimo in nome di san Pietro buttò all'aria tutti gli atti del Concilio. Troppo più fiero di lui Gregorio magno, però, che stemperati in ogni mala cosa, nella violenza delle parole turpi, i Pontefici non conoscano confine: vale il pregio considerare quello, che Papa Gregorio magno non aborrisse proferire contro questo patriarca usurpatore del titolo diUniversale: «tu stai di casa vicino al diavolo, e quanto presumi è scelleraggine espressa; tu proprio ammannisci la ruina del sacerdozio il quale venne istituito da Dio per dare l'esempio della umiltà…. Veruno dei miei predecessori patì mai portare, o lasciare portare questo titolo profano, conciossiachè dove mai un patriarca si appelliuniversalevenga a mancare negli altri il nome di patriarca. Per me credo che accordarti siffattoscelleratotitolo, e mandare in perdizione la fede sia tutt'uno.—Se la tua santità chiamapapa me o non capisce, che viene a confessare lei non essere tale, poichè io divento per suo consentimento ecumenico?—Se un vescovo si chiamerà universale andrà di certo a precipizio la Chiesa[1]». Però mentre Gregorio astia al Digiunatore il nome, s'ingegna agguantare per sè la cosa; per costringere il Patriarca ad umiltà egli primo s'intitolaservo dei servi di Dio, e così si sottoscrive nella lettera, che gli spedisce, ma intanto si mette coll'arco del dosso a dilatare la primazìa della sua fede sul mondo cristiano, massime in occidente, e nelle sue epistole si dichiaraaggravato dalla cura, e dalla sollecitudine di tutte le chiese, la quale cosa, ch'è mai se non la presunzione d'imporsi ecumenico agli altri vescovi?
[1]Epist. 32. 80. C. 4. Il testo preciso della lettera 18. l. V. di papa Gregorio al patriarca Giovanni merita grave considerazione, ed è questo: «tu togli a tutti l'onore dovuto e lo concentri in te; così facendo tu ti proponi a modellocolui che disprezzando le legioni degli Angioli suoi uguali tentò elevarsi a singolare altezza onde non più soggetto ad alcuno potesse dominare a tutti. Egli disse: mi solleverò fino al cielo, mi collocherò sopra le nubi più alte, sarò simile all'Altissimo…. industriandoti tu a prevalere sopra i tuoi fratelli con quel titolo superbo non è lo stesso che tu dicessi:—salirò al cielo, porrò il mio trono sopra gli astri?… Che potrai rispondere a Gesù Cristo giudice quando con questo titolo di universale procuri assoggettarti tutti i fratelli? Tu che brami essere chiamato non solo padre mapadre universale del mondo. Respingi respingi da te tanto perfida suggestione.»—E ciò perchè questo titolo voleva pigliare egli; sputava insomma su la pietanza perchè altri schifandosene la lasciasse mangiare tutta a lui.
Difatti Bonifazio III, successore di lui, timoroso, che altri lo prevenisse a pigliare per sè il titolo di universale non istette a perdere tempo e indusse lo imperatore Foca a concederglielo; donde tu vedi come anco questo nome da cui tirano tanta superbia i Papi di Roma non si diparta da istituzione divina, ma al contrario sia dono d'imperatore, e di quale imperatore!
Ribelle al suo principe, trucidatore di lui, e della imperiale consorte, e di otto figliuoli innocentissimi, di persona deforme, di aspetto sinistro, nella crapula sprofondato e nella lussuria; codardo così, che a ragione Maurizio quando lo seppe tale esclamasse: «ahimè! se vile per certo diventerà assassino.» Le stragi che menò questo feroce non mai precedute da giudizio, e precedute sempre da atrocissimi tormenti; occhi e lingue strappati, mani e piedi recisi; arsi a lento fuoco, o disfatti dal flagello; l'anfiteatro contaminato da membra tronche: insomma tale non dirò da disgradarne Nerone, bensì da stargli a pari. Nondimanco il papa Gregorio gli manda epistole gratulatorie perchè «la benignità della sua religione fosse giunta al fastigio dello impero; si rallegrino i cieli, la terra esulti e delle opere sue pietosissime il popolo della repubblica universale fin qui afflitto spietatamente meni tripudio[1].» e terminava poi profetandogli, che dopo lungo e prosperoso regno se ne sarebbe volato ritto ritto come un cero nel celeste impero. E' sembra, che il dono della profezia non fosse per anco piovuto addosso al vescovo di Roma, dacchè Foca abbandonato da tutti dopo ogni maniera vilipendii, e strazii ebbe il capo mozzo, e le ceneri del suo corpo, dato alle fiamme, furono disperse al vento. Il clero già tanto non so se io mi abbia a dire o abbietto o truce, pago di leccare il sangue esaltava il nuovo imperatore Eraclio con ressa supplichevole chiamandolo al trono, che avrebbe purificato dalla ignominia. Tale fu Foca imperatore il quale inalzava il vescovo di Roma alla dignità di ecumenico.
[1]Epis.38 b. XI.
Innanzi di procedere raccattiamo per via un fatto strano come quello, che chiarisce la inanità dei nostri moderni uomini di stato, e la sfrontata ignoranza di loro. Gelasio I papa, imperando Zenone, bandiva la Chiesa avere a governarsi libera nello stato; e prima di lui Sinesio vescovo di Tolemaida così ammaestrava il clero cristiano: «per esperienza vi è chiarito come porre insieme Principato e Sacerdozio sia un mettere all'aratro un'asino con un bove. Gli Egizi e gli Ebrei furono un dì governati da sacerdoti, ma poi il Signore separando questi due generi di vita dichiarò l'uno sacro, l'altro politico; questo unì alla materia, quello a se; i Principi ai negozi; alle orazioni noi. Perchè congiungerete quello che Dio separò? Perchè imporci un carico impari alle nostre spalle? Se abbisognate di protezione volgetevi a cui fu preposto alla esecuzione della legge. Avete bisogno di Dio? Andate dal vescovo. Scopo del vero sacerdote la contemplazione la quale mal si accorda con l'azione[1].» Il testo famoso di Gelasio e la lettera di Gregorio III a Lione l'Isaurico occorrono significati, anzi copiati[2] nella epistola ottava scritta da Nicolò I papa a Michele III imperatore: «concedo prima di Gesù Cristo taluni essere stati re, e sacerdoti insieme, ed il demonio ha imitato questo nella persona degl'imperatori pagani, i quali erano altresìsommi pontefici, ma apparso colui che fu re e sacerdote vero, lo imperatore non si appropriava più i diritti del sacerdozio,nè più il pontefice usurpò nome regio.Imperciocchè quantunque tutti i sacerdoti sieno schiatta sacerdotale ad un punto e regale, Dio però consapevole della umana debolezza, e desideroso di salvare i suoi in virtù della umiltà volle separare gli uffici dei due poteri per modo che gl'imperatori cristiani, abbisognassero dei Pontefici per la vita eterna, ed i Pontefici andassero soggetti agl'imperatori nelle cose temporali. Colui pertanto che serve Dio non s'intrometta nelle cose del secolo, come colui che attende alle cose del secolo non s'intrighi nelle cose divine. A questo modo ognuno dei due ordini rimane circoscritto nei termini della modestia, ed ogni vocazione è applicata a ciò che le appartiene[3]».
[1]Epist. 121.
[2] V. lib.de Anathematedi papa Gelasio.
[3] Epis. 8.
Ora se vuoi conoscere come il Papa allora instasse su cosa dalla quale ripugna adesso, la ragione ti comparisce manifesta. Il sacerdozio in cotesti giorni sentiva non potersi ordinare a suo modo, e farsi stato dentro lo stato per riuscire più tardi stato solo e trapotente, se non si appartava dalla subiezione dello impero, però mostrava repugnanza dello antico istituto di principato comprenditore eziandio del sacerdozio per giungere a stabilire un sacerdozio comprenditore del principato: insomma rovesciare la medaglia. Il quale intento avendo con pertinacia grande, e con fortuna ottenuto vediamo il Papato armarsi di leggi atte a camminare compagno a canto lo stato, e se gli capita, padrone; e di vero prima fu compagno, e poi padrone; per ultimo anch'ei provò quanto sia vero il proverbio, che chi più stringe meno abbraccia, e decadde dal superbo concetto di signoria universa sopra le cose spirituali come sopra le temporali, non già per migliore senno, o per mutato consiglio, bensì per impotenza, e smanioso di ragguantare la perduta primazia quando, che fosse. Una volta egli attese a separare le due potenze, adesso il Pontefice si ostina a respingere la partizione, e ciò perchè mutava punto di appoggio alla leva: allora il principato l'aduggiava impedendogli di farsi potenza; ora che dominazione è fatto separandosi perderebbe il principato: di qui l'ira, e la minaccia di adoperare le folgori, che non bruciano più, nè manco i pagliai, per tenere insieme quello, che sotto pena dei medesimi fulmini si pretese un dì spartito.—Per me considero la repugnanza del Papato proprio provvidenziale, imperciocchè là dove la separazione fosse avvenuta a casaccio siccome propose il barone Ricasoli, uomo per certo inettissimo allo ufficio che si tirò su le spalle, la Chiesa di Roma nel modo col quale adesso si trova costituita avrebbe potuto sovvertire, o turbare a sua posta lo stato; e questo parmi avere con buoni argomenti chiarito altrove. Carte in tavola; tutte le religioni, che occorrono dentro lo stato voglionsi libere per ciò che spetta al foro interno; quando poi presumono intrecciarsi con atti esterni agli ordini pubblici, come ogni altra cosa civile, cascano sotto le discipline dellapolizianel modo, che la intendevano i Greci.—E poco, anzi punto, secondo la opinione mia, vale che il sacerdozio ha da essere libero, dacchè io pure consenta così, ma al tempo stesso sostengo, che ricondotto alla sua prima istituzione, voglio dire al suffragio del popolo, parmi manifesto, che il popolo non fie per eleggere uomini i quali contradicano alle sue leggi; mentre adesso il clero per suggestione di principe straniero interessato ad arruffarti le faccende di casa compiace a lui non al principe proprio e nè manco al suo popolo. La dottrina del suffragio universale ha da mutare la faccia del mondo; nè rechi amarezza il tristo esempio di Francia: per ora il tino bolle sicchè i raspi e i fiocini vengono a galla; lasciate posare e avrete il vino ch'è conforto dell'anima.
Quantunque ormai per istudio di acquistare potenza i Papi si fossero avvantaggiati delle cerimonie pagane però che quanto la religione perdeva di spirituale tanto desiderava ornarsi di forme sceniche, e affatto materiali, tuttavia verun Papa postergato ogni rispetto più di Gregorio magno strinse lega col paganesimo. A questo uomo misto singolare di pedanteria e di forte volere un dì venne in testa di convertire gl'Inglesi: la causa che lo spinse questa: veduti a Roma alcuni giovani sassoni-inglesi bellissimi di forma domandò chi fossero e donde venissero. Gli risposero essereangli, ed egli, «angioli sì cui bisogna liberare dalla schiavitù del demonio; ma da qual provincia vengono essi?—DalDeirè.—Ci supplicano, soggiunse il Papa, a salvarli dalla ira di Dio; e come si chiama il capo o principe loro?—Ella.—Alleluia, conchiuse Gregorio, certamente a noi commise il cielo, che per le costoro terre si abbia a cantare alleluia.» Bambinesche forme coteste, le quali velavano concetti terribili, che furono in processo di tempo spedire bolle ai Franchi per consacrare le loro rapine affinchè essi le suggellassero con la scure, e a lui Papa pagassero il prezzo del sangue. Mandava Agostino in Inghilterra co' giovani educati nelle arti della curia romana, e parecchi monaci mascagni, i quali tutti giunti ad Aix scorati per le molestie della via stanno in procinto di stornare, ma Gregorio li rimbrotta di poca fede, e li sovviene di lettere commendatizie pei baroni franchi sbraciando loro a destra, ed a sinistra d'illustrissimo, piissimo, cristianissimo e via con iscialacquo, che non mai fu visto maggiore, se ne eccettuiamo quello, che adesso si fa delle croci dei santi Maurizio, e Lazzaro; gli resse il cuore perfino di scrivere lettere alla immanissima donna Branechilda salutandola eccelsa per ispirito inchinevole alle opere buone, e tetragona nel timore dell'onnipotente Dio[1]. Così andarono innanzi Agostino e i frati sicchè giunti appena a Cantorbery domandano al re Etelberto: «una terra con tutte le sue rendite non per loro, ma per Cristo, facendone atto di cessione solenne affinchè egli Cristo colmi lui re di beni in questo mondo e più nell'altro.» Doveva parere un po' strano al re Etelberto che per divenire meglio vestito dovesse cominciare a spogliarsi, pure bebbe grosso, e donò la prima terra a santo Agostino ed ai suoi monaci, le altre se le pigliarono da loro: il peggio era che i Sassoni gente dura male consentiva lasciare le cerimonie vetuste della barbara religione, sicchè non sapendo che pesci pigliare mandava a Roma per consiglio, e Gregorio lo ammoniva a far la gatta di Masino, sopporti i sacrifici di vittime, lasci stare gl'idoli, non tocchi i tempii, si pigli ogni cosa in santissima pace a patto di appoggiare l'alabarda; e così fu; indi a breve Offa ammazza Etelberto; dai morti non ci ha modo di cavarne costrutto; i preti si voltano ad Offa al quale danno assoluzione plenaria a patto che paghi a Roma un tributo annuale intitolatodanaro di San Pietro; tale l'origine di questo danaro, che Cesare Cantù non aborriva ricordare nel Parlamento italiano come esempio imitabile; un dì lo somministrò alla Curia romana il tradimento, oggi lo paga il fratricidio. E poichè il prete tiene assai della natura della Fama di Virgilio, che in andando cresce, così a cotesti tempi rimoti con celerità spaventosa, egli impose decime sopra le mercedi degli operai, sopra il soldo dei soldati; che più? fino sopra il turpelucro delle meretrici. Siccome suole, la ingordigia troppa adesso aliena gli spiriti; chi paga, e chi non paga; di più, rotta una maglia aumenta la voglia nei Sassoni di affrancarsi dalla catena, per la quale cosa cacciano di sede Roberto di Jumieges eletto vescovo di Cantorbery dal Papa; allora Alessandro II lucchese si lega co' Normanni, incitato da Ildebrando monaco; questi capo dei frati accattoni, quegli pure paltoniere e tignoso, onde quando lo menarono intorno a processione il popolo gli urlava dietro: «va via lebbra; va via bisaccia.»
[1] Op. t. 4. p 18.
Soccorsi del Papa lucchese furono una bandiera benedetta ed un'anello di oro con dentro non so qual pelo della barba o capello di San Pietro. Guglielmo il Bastardo vinse e compensò il pelo rinnovato nella sua pienezza intero il danaro di San Pietro donde forse l'origine dellacarità pelosa: ma i successori di Guglielmo trovando come cotesto pelo costasse troppo caro, e credendo altresì di averlo a quell'ora pagato oltre il dovere presero a nicchiare, negando il danaro, e le romane improntitudini respingendo, Papa Innocenzo III stizzito, per ispuntarla mandò al re Giovanni senza Terra quattro anelli con molta solennità richiamandolo a meditare la forma, il numero, la materia, e il colore di quelli, però che avrebbero avuto virtù di ammonirlo intorno ai suoi doveri: infatti la forma circolare degli anelli gli avrebbe rappresentato la eternità per cui renunziando alle cose terrene si sarebbe sentito come attratto alle celesti: solo per lasciare più libero il re nei suoi esercizi ascetici si sarebbe egli Papa sobbarcato al carico di governare per lui il suo regno in questo mondo; il numero quattro come quadrato denota la costanza necessaria ad ogni re stabilita sopra le quattro virtù cardinali; la materia aurifera rappresenta la sapienza preferibile ad ogni bene; e come l'oro rappresentasse la sapienza il Papa non lasciava intendere; lo zaffiro indica la fede, lo smeraldo la speranza, il rubino la carità, il topazio le buone opere; per tutte queste ragioni era chiaro come l'inchiostro, che Giovanni senza Terra doveva lasciare, anzi ordinare, che i suoi sudditi pagassero il danaro di San Pietro, e permettere, che il Papa eleggesse vescovi in Inghilterra cui meglio gli garbasse; e poichè Giovanni senza terra uso a rubare per sè, ed anco un tantino ad ammazzare per questo fino i nepoti ebbe torto di non arrendersi alla forza del ragionamento papalino, Innocenzio scomunica Giovanni, lo condanna alla perdita del trono, e commette a Filippo Augusto re di Francia eseguisca la sentenza; il quale ci si ammannisce di buono; senonchè il Papa pensandoci su conobbe come Filippo fosse uomo da levare il regno a Giovanni, non però di darlo a lui, e allora si accomoda con Giovanni a patto, che questi si dichiari feudatario della Chiesa pagando mille marchi di argento di annuo tributo, di cui 700 per la Inghilterra, e 300 per la Irlanda; Filippo di Francia rimase a Dover come più tardi aveva a rimanere Vittoria d'Inghilterra in Crimea, e così per un tempo la Brittannia ebbe la onoranza insigne di essere feudo romano; onore di cui sembra, che si rammenti, e voglia mostrarne a Roma la sua gratitudine.
La sarebbe lunga chiarire qui come la Chiesa cattolica appaia rimpannucciata di spoglie pagane. Lasciamo di Maria; come i pagani avevano gli dei maggiori o consenti, e minori, superi, inferi, e mediossumi così i cattolici possiedono santi maiuscoli, e scadenti, troni, potenze, dominazioni, e cherubini, e serafini, ed angioli, ed arcangioli, tutto un esercito, dal capitano generale fino al tamburino; i pagani veneravano gli dei tutelari dei popoli e gli dei patroni delle città e delle provincie, a mo' di esempio Iside ed Osiride dello Egitto, Belo degli Assiri, Quirino di Roma, Apollo di Delo, Venere di Citera, Minerva di Atene e via discorrendo, e a posta loro i cattolici adorano San Luigi protettore di Francia, Santo Stefano di Ungheria, San Patrizio d'Irlanda, San Giacomo di Spagna, e poi San Petronio in Bologna, in Roma San Pietro, a Milano Santo Ambrogio, San Gennaro a Napoli, San Francesco a Livorno, che la sua protezione si spartisce con Santa Giulia, e non ricordo con quale altra Santa; lo stesso dicasi degli dei presidi dei tempii e degli altari: presso i gentili e presso noi pari i santi pei trivi, in capo alle strade, per le case, e per le stalle. Santo Antonio procuratore generale delle bestie tiene per suo segretario generale un porco; e ci hanno male lingue le quali affermano cotesta pratica avere trovato buona certi ministri di un certo regno di questo mondo, e per proprio uso imitata; la quale cosa io negoricisamente, però che il porco troviamo almeno buono morto: il cattolicismo come il paganesimo ha assegnato ad ogni santo un malanno per suo campamento; così egli dava a Santa Barbara in dote gl'incendii e le saette, le cascate a San Venanzio, i tuffi nell'acqua a San Giovanni Nepomuceno, i terremoti a Santo Emidio, i ladri a San Niccola, gli avvocati a Santo Ivone, a Santa Anna i parti, a San Cristoforo dalla testa grossa il mal di capo e i prigionieri, a Santa Lucia il mal di occhi, a Santa Apollonia quello dei denti, a Sant'Agata quello delle mammelle, a San Biagio la gola, reni a San Liborio, le gambe a San Mauro, la peste a San Rocco, i cani arrabbiati ai Santi Piero Crisologo, Quintino e Domenico Soriano. La festa della nascita di Gesù che casca in Marzo trasportarono ai 25 Decembre perchè in cotesto e nei giorni seguenti i pagani celebravano il Natale di Saturno costumando, giusto come pratichiamo noi, darsi alle commessazioni e ad ogni maniera stravizi. Il tempio in Roma dedicato a Quirino dove le madri per l'annovale della nascita dei loro figliuoli andavano a posarli tutti azzimati sopra l'ara, oggi col nome di San Teodoro serve per l'uso medesimo; pagana l'acqua benedetta, pagani i ceri, i timiami pagani: le ceremonie per la più parte cavate dalle antiche: tutto il cattolicismo gronda paganesimo; a Roma il tempio di Vesta la dea del fuoco fu tramutato in Chiesa della Madonna del Sole; quello di Remo e Romolo gemelli in Chiesa dei Santi Cosimo e Damiano gemelli; quello della Salute in Chiesa di San Vitale; su la sponda del lago Numicio, ove è fama si annegasse Anna Perenna sorella di Didone, adesso sorge un sacello consacrato a Santa Anna Petronilla. Nel foro boario presso l'ara massima dove giuravano:mehercle!adesso occorre la chiesa di Santa Maria Cosmedin vocata diBocca della Verità; Caio Mario trionfando per la vittoria cimbrica consacra un tempio alla vittoria; questo tempio convertito in Chiesa sta tuttavia in piedi, e sapete voi quale nome le hanno posto? Santa Vittoria. Il Panteon di Agrippa aveva la cupola fasciata di metallo corintio ed una iscrizione nel frontone la quale sonava così: «a Giove e a tutti gli Dei.» Urbano VIII dei Barberini leva il metallo e non ci surroga niente; alla seconda Bonifacio IV comecchè fosse più agevole e manco costosa sostituì la leggenda: «Alla Benedetta Vergine, e a tutti i Martiri.» Sisto V, che fu pei santi pagani quello che Francesco IV di Modena si mostrò pei liberali, tuttavia fece grazia alla Minerva del Campidoglio a patto che alla lancia surrogasse un crocione che si vedeva da lontano un miglio.—
Si trova scritto che a Narbona per tempo lunghissimo dai Cristiani si celebrasse la festa di Flora proprio a mo' dei pagani con giochi, e femmine ignude: nel 1551 un Concilio provinciale condannò riti siffatti, i quali comecchè indarno già da nove secoli erano stati difesi: e tanto in cotesta provincia si poterono poco le vecchie usanze pagane abolire, che nel 1645 un monaco amico di Gassendi stampò certo libretto col titolo: «Lamento sopra i costumi anticristiani del popolo di Provenza.» Il nome di luoghi hanno mutato in Santi; il monte Soracte diventò Santo Oreste; gli antichi ebbero lo Ancile scudo sacro piovuto dal cielo, e noi non so nè manco io le tante cose sacre diluviate dal cielo sopra la terra; credevano i pagani le isole avessero viaggiato come Delo, e i tempii, e gl'idoli, e noi crediamo San Dunstano traversasse la Manica sopra certo isolotto; vola per l'aere la casa del Loreto al pari di una rondine; la nostra Madonna di Montenero uggita di starsi in Eubea incastrata dentro una rupe un bel giorno lascia lì sacco e radicchio e viene a domiciliarsi a Livorno, e il Capitano Corpi che navigò per coteste plaghe riscontrava il buco lasciato dalla Vergine randagia nelle pareti del monte; così afferma il Padre Oberhausen nella sua monografia del tempio di Montenero. A Roma parlarono i bovi nella seconda guerra punica, appo noi favellare asini e bovi diventò cosa comune, sicchè non ci entra più miracolo. Il Parlamento Italiano informi. Apparizioni di là, ed apparizioni di qua. Venere, Minerva, Marte ogni tantino in terra, ed anco Nettuno di cui ufficio è governare il mare, che governava ad un bel circa come i ministri presenti governano la Italia; tra noi Gesù Cristo sempre in viaggio per comparire alla presenza dei suoi devoti, e per lo più in forma di bambino come a San Cristoforo, a Santo Antonio, ed a Santo Agostino; anzi taluno afferma, che Gesù Bambino si presentasse a questo Santo quando meditava il trattato della Santissima Trinità quì per lo appunto a Santo Jacopo dove il signor Palmieri ha fabbricato i suoi bagni; e questo avverto perchè ci pensino quei signori, e quelle signore che vanno costà per bene altro, che meditare sul mistero della Santissima Trinità: altri all'opposto sostiene che siffatto miracolo avvenisse lungo la spiaggia di Corneto; intorno alla quale disputa confesso dopo molte ricerche trovarmi incapace più di prima a decidere.—Miracoli inauditi da una parte e dall'altra,tamendi assurdità meno strepitosa presso i pagani; chè il baratto del cuore di un Dio con quello di una femmina scema non arrivarono i preti pagani a immaginare. Ai miracoli, che sono oltraggio non dirò alla ragione umana, la quale è avvezza a bevere balene, bensì alla nozione della Divinità, non vo' aggiungerne altri in aumento di quelli che già registrai nell'Asino; solo mi giova trascrivere certa notizia letta a questi dì sopra taluni giornali per istudio, che altri la conservi: dentro parecchie chiese e cappelle occorrono 63 dita di San Girolamo; e non ce ne voleva di meno per questo benedetto Santo che ha scritto tanto;—tredici braccia di Santo Stefano, che bisogna dire fosse un solenne poltrone se con tredici braccia sì lasciò lapidare; 1600 ossa di San Pancrazio, e non ce ne voleva meno per fare onore al proprio nome, che significa pugnatore co' piedi e con le mani; comunque santo Ignazio di Antiochia divorassero i leoni ciò non toglie, che ci avanzino di lui tre corpi di tutto punto interi, oltre sette gambe e diciassette braccia; e poichè mi sta su la punta della penna lascio cascare sopra la carta come in Ispagna abbiano fabbricato un San Viar, santo miracolosissimo, massime per le donne gravide, a questo modo: sopra un marmo miliario trovarono inciso: S. Viar e il santo fu bello e fatto; dopo qualche secolo certo archeologo miscredente dimostrò coteste lettere frammento di iscrizione corrosa; le quali intere sonavanoPrefectus Viarum; così un soprastante di strade romano si trovò di botto tombolato al fianco di S. Luigi Gonzaga; e per la quale cosa anco i Signori Susani, Bastogi, Ricasoli, Cini, Corsi, e compagni impresari, e amministratori di strade, dopo di essere stati in questo mondo Cavalieri dei Santi Maurizio e Lazzaro ponno sperare di trovarsi colleghi dei medesimi nella gloria eterna del paradiso. In certa cronaca cattolicissima si legge narratocome avantila venuta di Gesù Cristo la reina Bellisea ilgiorno della Pentecoste si recò a messa nel Duomo di Fiesole!!!
Io non saprei accertare se il cardinale Bembo, o Giulio II, o Leone X dicessero:—questa favola di Cristo ci fu un podere in Chianti[1]—quello, che so veramente si è che il Poliziano si lamentava forte col magnifico Lorenzo perchè quella benedetta donna di sua moglie Clarice non si vergognasse di dare a leggere il salterio al suo figliuolo Giovanni, che poi fu papa; e il cardinale Bembo ammoniva il Sadoleto si astenesse da leggere l'epistole di San Pietro se pure non voleva imbarbarirsi lo stile: «lascia, gli scriveva, da canto coteste baie indegne di uomo grande.» Dettando lettere latine, il dabbene cardinale a mo' dei pagani chiamava il Collegio dei cardinalicollegium augurum; per lui celebrare la messa dei morti significava:litare diis manibus; morendo San Francesco:in numero deorum receptus est; un moribondo, che si affretta acconciarsi dell'anima co' sacramenti: «deos superos manesque placavit.» Del simulacro d'Imperia meretrice collocato nel Panteon già favellammo.
[1] Quam profuit nobis ista fabella Christi.
La Chiesa da prima fu pagana per arte volendo che in certa guisa i gentili si trovassero ad avere mutato religione quasi senza accorgersene; poi nei gusti, nelle usanze, e perfino nel linguaggio del paganesimo si mantennero per vaghezza d'imitazione, e per conformità di costume.
Certo il Vescovo di Roma mutando modo di elezione aveva acquistato non poco, però che togliendola al popolo, il quale si trova sempre presente, l'aveva messa in mano ad uno imperatore lontano, spesso troppo impacciato in casa, per istare a canna badata fuori; ma venuti i barbari, massime i Goti, in Italia si erano tolti per loro questa suprema facoltà, onde senza averla perduta o renunziata gl'imperatori greci intendevano essi a posta loro esercitarla in proprio benefizio. I Papi non volendo dare del capo nel muro incocciandosi a progredire per la via retta attesero a pigliarla di scancio, e papa Bonifacio II dopo avere vomitato fiamma e fuoco contro le elezioni simoniache dei Papi si attentò eleggersi il successore, ma non approdò; anco Felice IV tanto per mettere il primo piolo alla scala chiese ad Amalasunta la facoltà di giudicare in prima istanza le cause miste fra chierici e laici, e la ottenne: di qui il mal seme dei tribunali chiesastici onta, e dolore della stirpe umana.
Ora incomincia a colorirsi la tremenda industria posta dai Papi di percotere l'uno contro l'altro i potentati del mondo e romperli, o incrinarli a vantaggio proprio; finchè durarono i Goti i Papi non andarono lieti di avere carpita la elezione dei sacerdoti al popolo, dacchè se ne vollero mescolare Odoacre, e Teodorico; allora i Papi, quasi per rifarsi nell'apparenza di quanto scapitavano nella sostanza, ovvero perchè con le apparenze intendessero disporre gli animi a favore dello ambito primato, aggiunsero alla mitra la tiara, assunsero vesti solenni per foggia, e per ricchezza; però che sia novella quanto narra Papa Innocenzo III nel sermone intorno San Salvestro, del rifiuto di costui alla corona profertagli in dono da Costantino per rispetto alla tonsura; di fatti o perchè la corona sconcerebbe la tonsura, e la mitra no? Onofrio Panvinio, che se ne intendeva afferma, che la tiara non adoperarono i Papi prima del sesto secolo: quanto al triregno è trovato più moderno assai; lo immaginò Paolo II veneziano nel 1474 per simbolo dell'autorità spirituale nel cielo, nello inferno, e sopra la terra; come vedete e' ci entra ogni cosa.
Dai, dai favorendo l'abiezione dei popoli conquistati e la barbara ignoranza dei conquistatori i Papi già toccavano il dominio temporale, arnese necessario per primeggiare, quando ecco in contrario un duro intoppo nei Langobardi, mentre quasi erano giunti a scivolare di sotto agl'imperatori greci non senza però, che chi primo stese le mani non le ritraesse scottato; così vero questo che Martino I essendosi attentato a farsi consacrare senza il consenso dello imperatore, e di più avendo di propria autorità convocato un Concilio in Laterano lo imperatore Costante lo mandò in esilio a Chersona dove gli venne meno la vita: costui fu ribelle, e lo ciurmarono santo: nè di ciò troppo ci preme; solo ci giova avvertire, che non sempre la Chiesa romana tenne fermo il precetto di obbedire alle potestà civili comecchè discole, e di ciò abbonderanno, fra non molto, conferme. Vitaliano Papa caldeggia le parti di Costantino Pogonato contro Mecezio; e poichè la morte gli toglieva il modo di esigere il prezzo del favore largito a Costantino, i successori suoi Agatone, e Benedetto II tanto lo importunarono, che quegli ne ottenne la dispensa di pagare i tre soldi di oro per la conferma della sua elezione, questi facoltà di pigliare possesso del suo officio senza l'assenso imperiale; più avventuroso di tutti Costantino papa il quale non rifuggì da mettersi al repentaglio di andare fino a Costantinopoli a salutare il ferocissimo Giustiniano II, dove con arte, ignorasi se buona o rea, si adoperò ad ottenere da costui la conferma dei privilegi della Chiesa romana, mentre costumando come il buon marinaro, che ormeggia il suo naviglio a più cavi, Giovanni VII la medesima conferma aveva già riportata da Ariberto II re dei Langobardi.
Parve finalmente a Leone II Papa avere la Chiesa romana acquistato tanto di potenza da palesarsi intera, e dire: voglio e posso regnare sola.—Regnava a Costantinopoli Leone Isaurico rude montanaro a cui saltò nel cervello la bizza di movere guerra alle immagini: a quanto sembra, eccetto questa fantasia, altra causa del suo odio non la possiamo rinvenire; ma così siamo avvezzi a conoscere complesse le cause delle azioni umane, chè nè ad una sola, nè alla più semplice crediamo, anzi quanto più apparente, screduta; tuttavia il senso di religione agita profondo le menti umane quanto più barbare, e l'Isaurico allevato per le montagne, usando co' monsulmani, e co' giudei potè ottimamente concepire odio immortale contro le immagini, le quali che altro sono mai tranne infelici segni d'idolatria così dallo antico come dal nuovo testamento detestati e reietti? Manuzio Felice cristiano del terzo secolo, il quale viveva in Roma ai tempi di Caracalla, dettò un dialogo in difesa della religione cristiana dove introduce a favellare due amici suoi, Ottavio Gennaio convertito alla fede di Cristo, e Cecilio Natale rimasto pagano; tra le altre accuse, che questi appone ai cristiani vi ha che essi si celano, aborrono mostrarsi, non possiedono altari, non tempi, non immagini. Ai quali appunti Cecilio risponde: che tempii? Che altari? Che sacrifici? Che immagini? L'uomo è immagine sincera di Dio; suo tempio il mondo; la vita pura ed i costumi santi il vero sacrifizio;—e tale era la sentenza di Origene poco dopo di lui, e innanzi a lui la professò Clemente di Alessandria[1]. Se vuoi autorità di Papa contro le immagini, te la somministra Innocenzio III: «i tempii e gli altari, egli dice, spettano al culto della latria;—a Dio solo voglionsi consacrati non ai santi per paura, che invece di servire a Dio i fedeli non caschino nella idolatria.» Se all'opposto ti garba meglio la opinione di un santo ecco che san Gregorio di Neocesana ti afferma: «la religione pagana sola inventrice e madre delle immagini.» E venendo giù fin presso al Concilio di Trento ti occorre Giorgio Cassandro dottissimo teologo, il quale nel consulto intorno le controversie dei cattolici, e dei protestanti dettato a petizione degl'imperatori Ferdinando e Massimiliano confessa pagano l'uso delle immagini… ed oggimai fatto esorbitante e scandaloso acconsentendo agli errori del volgo e piuttosto esagerando, che temperando gli eccessi della pagana follia.
[1]Origen. inCel. l. 8 p. 389.Clemen. 7 Strom. v. Moeurs. Chr. n. 28.
E strano poi egli è che i Concili stessi dannando il culto delle immagini dessero ragione a Leone; di fatti il Concilio di Costantinopoli convocato dal figliuolo suo Costantino Copronimo composto di bene trecentotrentotto vescovi dichiarò espresso il culto delle immagini rinnovatore del paganesimo; alla purezza della fede fuormisura molesto: che se taluno obiettasse scismatico Concilio quello, e al tutto dannato, allegherò il Concilio di Francforte convocato da Carlomagno per abolire il culto delle immagini, dove insomma si accolse la dottrina di Gregorio il grande, il quale scrivendo a Sereno vescovo di Marsiglia dichiarava le immagini si avessero come libri per gli idioti, non già oggetti di venerazione religiosa. Presenti erano i legati del Papa; gli atti di questo Concilio furono spediti ad Adriano, il quale per non venire in iscrezio col potente imperatore lasciò correre tre pani per coppia; morto Adriano I, e Carlomagno, Adriano II fomenta il culto delle immagini approfittandosi della superstizione vulgare a danno di Ludovico figlio di Carlomagno.
Ad ogni modo, postochè tu voglia accettare la dottrina del Concilio di Trento, la quale prescrisse doversi tenere nelle chiese le immagini di Cristo, della madre sua, e dei santi non perchè abbiano in sè divinità alcuna, ma sì per onore alla cosa rappresentata, le immagini non potevano nè dovevano accendere così vasto incendio[1]. Ma l'astuto Gregorio notando come in oriente per le immagini abolite andasse ogni cosa a soqquadro, massime per le furie delle donne, nelle faccende di amore come in quelle di religione piuttosto vesane che accese, di un tratto si manifesta nemico a Leone; in Italia i decreti imperiali non meno esosi che in oriente; anco qui Greci ed Italiani in armi per resistere; tumulti e stragi; l'esarca di Ravenna, il governatore di Napoli, ed il figliuolo suo a rabbia di popolo lacerati; gli editti, e le immagini di Leone arsi; divampa la ribellione e già vogliono eleggere nuovo imperatore, e condurlo fino a Costantinopoli. Gregorio a cui i popoli ricorrono come a persona, che se vuole può difenderli, li ricovra sotto il manto pontificale, ed in palese li conforta a posare gli animi, da nuove violenze astenersi, rimedierebbe per le buone egli; poi respinge gli editti imperiali dando dell'ignorante allo imperatore quanto poteva desiderarne: e poichè questi gli minaccia esilio, egli risponde: non istimarlo un lupino, e temerlo meno; chè se gli dava 24 ore di tempo gli bastava, e gli rifaceva il resto, per uscire dalle terre sottoposte al dominio di lui; invano ostinarsi a spuntarla, piuttosto che cedergli perderebbe la vita. Queste le aperte offese, troppo peggio le segrete con le quali spingeva i popoli a farsi forti su le armi, a negare il tributo onde i Greci mantenevano i soldati in Italia; mentre per altra parte le milizie stesse incitava a disertare dalle bandiere, e gli veniva fatto anco troppo, girandovi dentro danaro come l'esca per pigliare i pesci. Lo imperatore infellonito confisca i beni, che possiede il Papa nelle Calabrie ed in altre provincie dello impero. Gregorio a posta sua scomunica Leone, scioglie dal giuramento i Romani cui conforta con tiro pretesco a costituirsi in repubblica; egli contento di proteggerla col titolo di presidente.—Di qui tu lettore argomenta, che la potestà temporale del pontefice è fondata sopra la ribellione a cui per dare colore di diritto il prete astuto chiamò in soccorso il popolo, unico, vero e perpetuo signore della terra, la quale egli formava per la massima parte con la cenere dei suoi padri.
[1] Il Concilio Tridentino ammise l'usodelle immagini con tante restrizioni che valeva meglio abolirle del tutto: egli vuole (e come possa farsi non si capisce) che ritraendo la Divinità sotto forma corporea s'insegni al popolo ciò adoperarsi solo perchè Dio non cade sotto gli occhi umani; che si levi ogni superstizione nello invocare i santi, venerare reliquie, esporre immagini; non si dipingano nè si ornino strepitosamente o lascivamente; nella ricorrenza delle feste non si mettano tavole, non si celebrino con la ghiottoneria consueta dei preti, non si facciano falò! Nondimanco la gente idiota a cui simili cose non s'insegnano, e insegnate non capisce, per mezzo delle immagini si trova condotta a mostruosa idolatria.—
Ad arruffargli i disegni non chiesti, e manco desiderati compagni, ecco accostargli i Langobardi dai Pontefici vigilati con sospettosa inquietudine difficile nascondersi a cui brama il medesimo fine di te. Con industrie sottilissime il Papato impediva i Langobardi si allargassero in Italia; molestamente patì che si voltassero al cattolicesimo, e quantunque nella congiuntura del figlio partorito da Teodolinda ad Agilulfo catecumeno novello con magnifici doni li presentasse non attese meno alacre ad attraversarli occultamente; quando poi Agilulfo, incoronando il figlio incise intorno alla corona la leggenda: «Agilulfo per la grazia di Dio uomo e glorioso re, ditutta la Italiaoffre a San Giovambattista nella Chiesa di Monza» il Papato se la legò al dito, e certo pensò «prima che questo accada ci voglio essere anch'io.» Il Papa presagiva, e per quanto stava in lui provocava l'anarchia universale, sapendo come in siffatte occasioni il corpo più ordinato degli altri (e basta eziandio meno disordinato) s'impadronisca del moto; però la dominazione langobarda non che emula ma nemica detestava; nondimanco Liutprando pure queste cose sapendo col mostrarsi quanto il Papa, e più del Papa, svisceratissimo della purità della fede cattolica assaliva l'esarca a Ravenna e lo costringeva a consegnargli la terra donde poi gli sarebbe fatta facoltà di conquistare la rimanente Italia.