Chi si tolse il peso enorme di scolpare il pontificato avverte come il Papa si oppose a che Liutprando usurpasse Ravenna, ed anzi non quietò se prima con esortazioni, e con profferte di soccorsi non ebbe mosso Orso doge di Venezia a ripigliarla ed a restituirla all'esarca; la quale cosa intendendola come si manifesta menerebbe alla conclusione, che il Papa dannava in altrui quanto per sè sosteneva buono; il panno mostra la corda; egli non pativa aumento di potenza nei Langobardi, e poichè per allora non la poteva pigliare per sè procurava la rendessero al greco imperatore, come quello a cui debole essendo e remoto si poteva con più agevolezza a tempo ed a luogo cavare di mano. Perché i Veneti non si tenessero Ravenna non fie difficile indovinare; fatti i conti più volte, essi avranno trovato che cavavano più utile dare, che tenere Ravenna a cagione dei traffici loro in oriente, i quali avrebbero sofferto forse irreparabile danno se si fossero accapigliati co' Greci: lo interesse, ch'è la più salda canapa per filare legami fra gli uomini, in cotesto tempo teneva stretti insieme Veneti e Greci; di vero Gregorio si pose in balìa ai Veneti per disperato, essendo prima ricorso a Carlo Martello, che al non volere (stando egli allora in procinto di rompere guerra ai Salici ed agli Aquitani) dava colore onesto di non potere, però che Liutprando gli avesse salva la vita sul campo di battaglia e per giunta adottato il suo figliuolo Pipino, onde Gregorio III successore di Gregorio II, il quale di coteste lustre s'intendeva, appena seppe Carlo Martello sviticchiato dalla guerra salica, ed aquitana, lo tentò da capo mandandogli solenne ambasceria con lettere, e doni. Ancardo preside degli oratori lo avrebbe chiarito meglio a voce; fra i doni, le catene, e le chiavi di San Pietro; fiero e pure unicamente verace simbolo di quanto il Papato operò per la Italia, fornì le catene allo straniero onde la incatenassero: chè le chiavi poi fossero consegnate a San Pietro per serrare e disserrare il cielo e lo inferno le sono novelle, ma che con esse in mano il Papa ricordi avere sempre aperto, funesto portinaio, e maligno le porte della nostra Patria allo straniero è verità: infamia immortale a cui il Papato ebbe compagni Eufemio di Messina, Ludovico il Moro, e il conte di Cavour. Le lettere sonavano in questa sentenza: «Noi siamo afflitti vedendo come la poca sostanza avanzata pel sostentamento dei poveri, e per le luminare delle Chiese[1], ormai sia dispersa per la violenza di Liutprando, e d'Ildebrando suo nipote, i quali tutti i poderi diSan Pietrodevastarono, ilbestiamesi portarono via.» Tanto profonda si radicò nei preti la tenerezza del bestiame che Papi, Vescovi, e Curati non altramenti si adattino a chiamare i fedeli, che col titolo digregge.—
[1] Ricordisi che uno degli scopi della falsa donazione di San Pietro sono questeluminare
Ciò la prima, la seconda lettera diceva questo altro: «I Longobardi ci pigliano a scherno irridendo: o non avete chiesto aiuto a Carlo? Venga egli via a trarvi di affanno; e questo ci accuora meno per noi, che per voi considerando come sì potente figliuolo non si avacci a sovvenire la sua madre spirituale, la Santa Chiesa. Caro figliuolo, sappi che il principe degli Apostoli potrebbe molto bene difendere la sua Chiesa e vendicarsi dei suoi nemici da sè, ma se ricorre a te lo fa proprio per mettere a prova il cuore di un suo figliuolo. Qui bisogna scegliere tra San Pietro, e Liutprando: ora all'amicizia del principe degli Apostoli vorrai tu preferire quella del re dei Langobardi[1]?»
[1]Epist. 5 Greg.t. 6 Conc. p. 1472.
Quanto alle segrete profferte di Ancardo si ha per certo, che si versavano sul cacciare via d'Italia ogni traccia di subiezione allo imperatore, conferendo a lui Carlo col titolo di Consolo la protezione di Roma. Che cosa Carlo avrebbe deliberato ignoriamo: secondo la natura dei Franchi vuolsi credere che potendo fare senza danno, all'opposto con profitto, sariasi mostrato sconoscente, ma la morte lo colse, e dopo lui, indi a breve, Gregorio III.
Zaccaria Papa su i primordi del sacerdozio sfidato degli aiutifranchisi umilia a Liutprando, che stanco anch'egli dalle fatiche, e rotto dagli anni per ottenere pace concede al Papa i patrimoni della Sabina, di Narni, di Osimo di Ancona, e la Valle grande nel territorio di Sutri con altre grazie non poche; e promette sospendere la guerra contro Ravenna. Morto Liutprando succede Rachis, e questo sobillarono i preti così che ormai lo adoperavano dolcissimo arnese ai loro disegni: però i preti non appresero mai l'arte di seminare con la mano, e non col sacco, onde per indiscretezza guastano il gioco, e ciò appunto accadde con Rachis, il quale si rese monaco a Monte Cassino scappando dai roncigli del prete per la porta della religione; gli successe il fratello Astolfo, che subito si palesò terreno da non piantarci vigna: allora Zaccaria, prevedendo da lungi la mala parata, si volta a Pipino col quale la fortuna gli ammannisce occasione capitale.
Pipino figlio di Carlo Martello per renunzia di Carlomanno, e per violenza esercitata da lui in danno di Grifone entrambi germani, si fa signore del reame dei Franchi; la cosa gli desta l'uzzolo del titolo, come in altri il titolo mette il prurito della cosa; vuole essere re; e poi vivendo la schiatta venerata dei veri re, come non sono ereditari il valore, e la sapienza, così nè manco codardia, e stoltezza, così ci era da temere, che un qualche generoso spuntasse fuori da cotesta schiatta a mettere il tallo sul vecchio; avanzava la morte, ma subita, perchè tenendo in mano l'aspide intirizzito non sai quando rinfocolato ti arriverà col morso: pigliano vizio gl'indugi. Ostava alla deposizione di Childerico III la fede dei Baroni che gli si reputavano, ed erano legati per giuramento; Pipino propone mandisi a consultare il Papa, inclito per fama di sapienza; nella ignoranza universalechiericovoleva diresapiente; e come la presenza diminuisce la reputazione, la lontananza l'aumenta, però i responsi di Roma tenuti per giunta ai precetti del decalogo; piacque il partito e si spedirono a Roma san Burcardo vescovo di Visburgo, e Fubrado cappellano del palazzo. Il quesito questo: «chi ha da essere re di un popolo, o quegli che avendo il titolo non ne possiede la capacità e la potenza o viceversa?» Naturalmente il Papa non fu col diritto, bensì con la forza; anzi per appiccare lo addentellato invece di parere il Papa dettò un decreto, ed invece di parole declarative egli le adoperò imperatorie; chiesero un consiglio ed egli diede un permesso; ci aggiunse per fare vie più solenne l'atto la necessità della consacrazione, e di vero una volta consacrò Pipino a Soissons con la moglie BertradasanBonifacio arcivescovo di Magonza; e notai a posta una volta, perchè come se il chiodo non reggesse lo ribadirono con una seconda consacrazione.
Reca conforto a cui scrive storie considerare come le offese fatte alla giustizia sebbene approdino da prima, e poi per certi fini a coloro, che le commettono, tuttavia contengano in sè il seme di futura vendetta: se ciò preordini la Provvidenza, o porti seco la natura delle cose mi è ignoto, però si vede espresso come nel mondo fisico del pari che nel morale non possano disprezzarsi certe norme senza pericolo di ruina di concetti e di opere: così Pipino chiedendo la consacrazione della sua colpa al Sacerdote venne a farglisi soggetto, e gli diè il bandolo a creare la enorme dottrina che al Papa spettasse concedere, e torre le corone; il Papa poi non pensò che un giorno in virtù della sua sentenza avrebbe perduto il dominio temporale, che si augurava confermare con quella. Di vero, se i difensori del Papato si avvisano chiedere con qual diritto presumete togliergli il governo dei popoli, e voi rispondete: con quello medesimo onde Zaccheria ne spogliò Childerico: e notate che nè manco gioverebbe la ragione, che non è eterno un Papa, e morto uno sciagurato gliene surrogano altro virtuoso, imperciocchè lo stesso poteva succedere nella stirpe di Childerico, la quale non si spegneva mica con lui, al contrario egli aveva un figlio per nome Teodorico, ed entrambi deposti furono chiusi in carceri separate; negò il sospetto la consolazione di starsi uniti ai miserrimi; il primo nel monastero di Siziù, il secondo in quello di Fontanelle; allora prigioni i monasteri, soprastanti i frati.
Il Papa (era morto Zaccheria, e successogli Stefano II, ma non fa caso) nonostante le carezze franche non ottiene schermo contro Astolfo, eccetto parole, e questo re dalle mani grifagne, rotta la tregua stabilita coll'imperatore assalta Eutichio esarca di Ravenna alla sprovvista; gliela piglia; poi lo esarcato, nè si ferma lì, chè cercando briga con Roma la intima a pagargli come a signore di Ravenna il tributo del soldo d'oro a testa: nicchiando i Romani a suggestione del Papa egli muove con lo esercito a Roma, occupa il contado, i poderi pontifici devasta dopo averli insieme con gli altri saccheggiati. Stefano con molte lamentazioni si volta a Costantino Copronimo, figlio di Leone scomunicato, e maledetto come eretico perchè continuatore dell'odio paterno contro le immagini: ma necessità non conosce legge, ed anco per meno la Chiesa smette l'ira non l'interesse; il Copronimo tribolato dai Bulgari invece di soldati manda oratori; al malcondotto Papa non avanzano che i soccorsi di Francia, ma nè i Romani memori della barbarie del vetusto Brenno li volevano, nè i Franchi consentivano venire; allora apparve il sommo delle sacerdotali arti; preci solenni a cafisso, e processioni, e tutti i santi avvocati, il Papa attorno scalzo con su le spalle certa immagine di Gesù dipinta proprio in paradiso dagli angioli a tempo avanzato, e il popolo dietro anch'egli scalzo, gemendo, e pregando, tutti coperti di cenere, quantunque non sia mai rimasto chiarito che abbia che fare la sordidezza con la misericordia di Dio; la pace rotta da Astolfo pendeva da un braccio della croce come il rospo che il villano impicca ad un ramo di fico. Dopo questo ammanimento Stefano ruppe in una predica, appo cui le scapigliate arringhe dei nostri agitatori del popolo parrebbero tisane di camomilla, alla quale la perorazione questa: «Dio volere ad ogni costo si ricorresse per soccorso a Pipino.» Mosse l'ambasceria romana per Francia con lettere ortatorie punto meno veementi alla Baronia di Francia, perchè venisse a difendere la giustizia di Cristo; di promesse, e soprattutto di benedizioni non faceva a risparmio, per la rimessione dei peccati non ci era nè anco da pensarci, solo che venissero in Italia alla difesa del Papa tornerebbero innocenti come se uscissero allora allora dall'alvo materno; per ogni scudo speso in questo mondo in pro della santa Chiesa nell'altro ne riceverebbero centomila, e più. A Brottegando abate di Gorza caporale degli oratori il Papa commise in segreto, caso mai Pipino non potesse venire mandasse egli inviati a pigliarlo affinchè non lo impedisse Astolfo: a voce si sarieno messi più facilmente d'accordo.
Intanto arrivano i nunzi dello imperatore a cui era preposto Giovanni Silenziario, i quali in compagnia di Stefano si fanno a trovare Astolfo in Pavia, ed insieme gli chiedono renda Ravenna, e le terre dell'esarcato e della pentapoli ghermite; gli si rimborseranno le spese della guerra. Astolfo con grande sdegno rinfaccia il Papa, che intimando altrui a rendere terra si tenga Roma principalissima delle italiche ville: che pietà nuova pei Greci la è questa? Forse Liutprando, ed egli Astolfo non avere combattuto contro i Greci per irrequieta ressa di lui Stefano, e degli antecessori suoi? Ponessero giù ogni speranza; non volere rendere un filo di paglia, e tregua alle parole.
Sopraggiunsero i messi franchi Crodegando vescovo di Metz, e il Duca Ottavio, nè approdarono meglio; allora costoro con molta destrezza domandarono ad Astolfo salvocondotto per condurre Stefano in Francia; anco a lui gioverebbe tenerlo alquanto di tempo lontano: Astolfo rispose non avere impedito mai il Papa dallo andare e dallo stare; ma poi chiamato Stefano con grande querimonia si dolse della presa risoluzione tentando distorlo; e c'intromise eziandio altri autorevoli personaggi, ma il Papa stette sodo, e Astolfo non si potendo disdire lo lasciò andare.
Colà il Papa cosparso di cenere, stretto i fianchi di cilizio si prostrò ai piedi di Pipino scongiurandolo in nome di Dio, e dei santi a salvarlo dalle mani dei Longobardi, nè volle levarsi da terra se il re steso prima la mano non lo assicurava di scampo, ma correndo la stagione iemale inviò a stanza il Papa nel monastero di San Dionigi. Prima di dividersi, Pipino incerto della permanenza della corona nella propria famiglia domandava i suoi figliuoli Carlo e Carlomanno da lui si consacrassero suoi successori, e il Papa: magari! a patto che l'esarcato ai Longobardi si togliesse, ed alla Chiesa si donasse: ciò stabilito Pipino convoca l'assemblea dei Baroni a Quierus per bandire la guerra al re Astolfo; nè questi si rimase con le mani a cintola, che persuase l'abate di Montecassino a concedere, che Carlomanno uscisse dal convento, e si recasse fino lassù a sconsigliare la guerra; il quale andato dimostrava poco contado avere perduto il Papa, glielo renderebbe Astolfo; l'altro spettare al greco imperatore; ora che scese di testa erano quelle smaniarsi per ciò, che era di altri e questi non chiedeva? Se chi si pone di mezzo paciere sapesse che non vi ha cosa, la quale tanto arrovelli cui intende commettere ingiustizia quanto udire favellare di giustizia vado sicuro, che manderebbe la lingua al beccaio: la guerra fu dichiarata, Carlomanno chiuso nel chiostro di Vienna: non passò l'anno che lo calarono nel sepolcro; i suoi figliuoli scompaiono: come perirono essi? Vorrei dirti: domandalo alla tomba, se la tomba parlasse.—
Delitti, e religione bugiarda. Cristo e il Diavolo legati in un mazzo. Stefano infermo, o finge per ammanire la guarigione miracolosa, la quale egli affermò essere accaduta in questo modo: gli erano comparsi davanti i santi Pietro, Paolo, e Dionisio col diacono e suddiacono; uno tiene la palma, l'altro lo incensorio. Dopo ricambiatesi non so quali cerimonie, Dionisio invitava Pietro a sanare il suo rappresentante in terra non senza adoperarci qualche parola risentita facendogli specie avesse mestieri dimando; e san Pietro punto dal rimprovero tingendosi un po' in rosso per vergogna annuì: la guarigione si fece in meno, che si mette a recitare unGloria Patri, e san Dionigi accomiatandosi da Stefano gli suggeriva:—sia con te pace; non temere, presto tornerai alla tua chiesa; ma prima fa di consacrare un'altare in voto ai due santi apostoli, e vi celebrerai una messa in riconoscenza della grazia ricevuta. Parve devozione, ed era alzata d'ingegno affinchè i popoli vi traessero in copia; mossi dalla novità della cosa, e come avvisarono accadde: colà fra la moltitudine delle turbe calcate, in mezzo alla universa baronia di Francia Stefano consacrò da capo Pipino, e la sua moglie Bertrada, e insieme con loro Carlo, e Carlomanno figliuoli; dalla parte di San Pietro scomunicando i Francesi tutti qualora si attentassero eleggersi altri re fuori della stirpe di Pipino. Avvertenza che i Francesi odierni avrebbero dovuto tenere dinanzi la memoria per non incorrere nella scomunica nel frequente loro barattare di re. Nè quì si rimase il Papa, che eccetto la donna dichiarò tutti patrizi romani, e dicesi ancora che battezzasse Carlo, e Carlomanno; nè meno generoso Stefano volle mostrarsi co' Francesi, però che in prima lasciasse il suo pallio alla badia di san Dionigi, e poi insegnasse loro a non stonare quando cantavano: per la quale cosa importa che i Francesi si ripongano bene in mente, che se oggi cantano ilMisererein regola lo devono proprio al Papa; ma per avventura e' ce lo tengono più che non penso, ed è senz'altro per questo che grati al Papato così tenacemente da ogni jattura il difendono.
Le storie ricordano, e non si nega da noi, che a persuasione del Papa, Pipino spedì fino a tre volte ambasciatori ad Astolfo perchè consegnasse le torre occupate, e ciò non mica per istudio, che sangue cristiano non si versasse, ma sì perchè le guerre così si possono vincere come perdere, ed è prudente tentare ogni via di venire a capo dei desiderii a man salva, e poi non andava il Papa esente dal sospetto di cacciare un diavolo con un altro; ma Astolfo tenne sodo, allora scese le alpi Pipino, ed assediò Astolfo in Pavia col quale presto venne a patti e furono: restituisse l'esarcato, e legiustiziedi San Pietro, giurasse eseguire l'accordo, in pegno dello adempimento desse ostaggi; ottenuto tanto, invano supplicato dal Papa egli tornavasene in Francia.
Oltre il naturale talento che ha l'uomo di rifarsi, cruciava Astolfo il pensiero del tiro del prete, e della ingratitudine di Pipino; i suoi antecessori, ed egli per virtù di armi avevano conquistato le città italiche contro l'imperatore greco, ed ora costretto di consegnarle al Papa conosceva avere messo sangue, e sostanza a repentaglio per avanzare altrui: per maggiore cordoglio questo gli veniva per opera di tale a cui Liutprando aveva salvato il padre in battaglia, e lui stesso adottato per figlio: però agevole prevedersi che egli non avria levato la mano finchè gliela reggevano; di fatti, volte appena le spalle Pipino, Astolfo tempestando muove a Roma fiducioso di trovare favorevoli i Romani; e s'ingannò; i Romani sostennero lo sforzo delle armi dei Langobardi confidando essere soccorsi in tempo da Pipino. Ora se il Papa battesse mani e piedi perchè costui tornasse non è da dire; scritta una prima lettera gliela manda per l'abate Fulbrado: invocansi Dio, la Vergine, e i Santi; lasci ogni cosa e venga via di rincorsa; se ricusa, o se tarda nel dì del giudizio si aspetti a rendere i conti, ed ahi! quanto tremendi, imperciocchè Dio nella sua prescienza creasse proprio apposta lui Pipino onde difendesse lui Stefano, ecui Dio predestinava chiamò, e i chiamati sono giustificati. Poteva essere giunto a mezza strada il messo, che gli spedisce dietro Vilcano vescovo di Nomenta con la seconda lettera, dove ripetute le esortazioni, e minacce medesime aggiunge: avere obbligo verso i Santi della difesa del Papa; verso Dio dacchè egli poteva ottimamente provvedere al fatto suo in cento altre mila guise; ma poichè egli aveva scelto proprio lui Pipino a questo intento egli non se ne poteva scansare: verso gli uomini a cagione dell'aperta promessa alla quale venendo meno stesse sicuro, che gliela squadernerebbe in faccia San Pietro, ed a difendersi non gli basterebbero arzigogoli. Il Papa tirava, Pipino tentennava, Astolfo picchiava a doppio; allora Stefano invia la terza lettera con gli oratori Vescovo Giorgio, Conte Tomarico, ed Abate Verniero; pianti, omei, supplicazioni, e minacce non mancano; ma per mettere in opera stimolo nuovo, Stefano s'industria spunzicchiare l'orgoglio franco scrivendo come i Longobardi jattanti vadano attorno beffando: «vengano via quei di Francia a liberarvi dalle nostre mani!» e poi tra un turbine di accuse scappa fuori con questi due appunti: «i Longobardi dopo essersi ripinzi di vino, e di cibomangiano le ostie consacrate, ed hanno ammazzato e portato via tutto ilbestiame della Santa Sede!
Ma Pipino non veniva: ormai di argomenti umani il Papa era giunto al verde; e' fu mestieri ricorrere ai soprannaturali, che non riescono mica difficili come ordinariamente si crede; su questa strada basta avere il coraggio di movere un passo che poi si va innanzi a miglia senza nè manco accorgersene: il Papa smette pertanto di scrivere, e comincia San Pietro. Questi piglia le mosse coll'affermare sapersi nell'universo mondo presente e in quell'altro essere i Franchi suoi figli adottivi, e primo fra tutti i popoli fino alla consumazione dei secoli; nè egli parlare in suo nome solo, bensì anco in quello della Vergine, degli Angioli, dei Troni, delle Dominazioni, dei Martiri, dei Confessori, di tutta insomma la milizia celeste; e non parla unicamente al re Pipino, ma bene anco ai baroni, vescovi, abati, preti, monaci, governatori, all'universo popolo senza pure ometterne uno solo, e impone a quanti sono, che badino bene di non lasciare manomettere il gregge di Cristo, il popolo d'Isdraele, altrimente non ci ha rimedio, le anime loro andranno perdute nel fuoco eterno, ed egli saperlo di certo; nel regno dei cieli bisogna renunzino a entrare perchè così aveva disposto la santissima Trinità, e ad ogni modo era forza fare i conti con lui, che teneva le chiavi del paradiso, e ci pensassero bene.
Infami e peggio anco a mente degli scrittori ecclesiastici, imperciocchè la Chiesa sia tolta in cotesta miserabile menzogna a significare non già l'assemblea dei Fedeli, ma i beni temporali uniti al Papato, il gregge di Cristo non accenni ad anime, sibbene a corpi, le promesse materiali della legge antica vadano confuse con le spirituali del Vangelo, la religione con l'interesse; e quello che per avventura estimo peggio di questo, affogano scientemente nello errore gl'intelletti, i quali Dio commetteva al Sacerdote per incamminarli sopra la via della verità. A cotesti tempi non si sospettavano frodi, o da pochi; però se dannoso crederle, più esiziale discrederle, che tra i pazzi è pazzo il savio; ma forse ci prestava fede Pipino, nè diverso da lui nel credere fandonie Astolfo, però che si narri ch'ei si raffidasse vincere la impresa, come quello che portando seco copia di corpi santi dei suoi stati, e raccolti eziandio dalle terre nemiche immaginava avere sprovvisto il Papa degli dei tutelari, ed assicuratili a sè. Tornò in Italia Pipino, vinse da capo Astolfo, e da capo l'assediò in Pavia: quivi si fece accordo; in mezzo ai negoziati ecco comparire i nunzi greci Gregorio primo segretario, e Giovanni Silenziario, ed esporre il greco imperatore legittimo sovrano dell'Esarcato, e della Pentapoli, a lui averli rapiti con violenza i Longobardi, e poichè riparatore d'ingiustizie ei si mostrava al mondo non le rincappellasse col dare al Papa, levandolo allo imperatore, quello che non gli apparteneva. Pipino rispose, che il principe il quale non basta a difendere il suo stato ne perde il dominio; ed in questo aveva ragione; egli poi non essersi mosso per lo imperatore ma per San Pietro a cui aveva fatto voto di donare tutte le sue conquiste in isconto dei peccati commessi e per la salute dell'anima sua. Dura fu la legge del vincitore che Astolfo ebbe a cedere l'Esarcato, la Pentapoli, ventidue città, Ravenna, Rimini, Pesaro, Fano, Cesena, Sinigaglia, Jesi, Forlì, Forlimpopoli, Castrocaro, Montefeltro, Areragio, che ai dì nostri non sappiamo dove giacesse, Mente-lucano, forse Nocera, Serravalle, San Mariano, Bobio, Urbino, Cagli, Luceolo, Narni, e Comacchio; le spese della guerra, la terza parte del suo tesoro, e torni a pagare al re dei Franchi l'annuo tributo di 12000 soldi di oro di cui la gente langobarda si era affrancata, regnando Clotario II. Folbrado abate ricevute le chiavi di queste ventidue città le portò sopra la pretesa tomba di San Pietro con la facoltà di usufruirle; e ciò pongasi bene in sodo:la Chiesa dal dominio utile in fuori su la donazione di Pipino niente altro ebbe, e così da Carlomagno fino ad Enrico III.Anco dopo il mille la potestà temporale, donde i Papi ricavano adesso fondamento alla libertà del potere spirituale della Chiesa, non occorre stabilita, epperò eziandio il piissimo tra i cattolici ha d'accordarsi in questo con noi, o che il potere temporale non è necessario alla libertà spirituale della Chiesa, ovvero che per i dieci primi secoli interi la Chiesa non fu libera; nè cavillare qui giova, delle due cose l'una; il cattolico scelga.
La rabbia crebbe nel re langobardo alla stregua, che la potenza scemò; Ferrara, Ancona, e Bologna contro la religione dei patti non restituiva, serbandole per addentellato a futura vendetta, od a suo totale esterminio; la morte amica gli troncò il travaglio di sopportare vita umiliata e cotidiana ignominia; lasciava ai successori una fiera eredità; nè gli eventi smentirono i presagi.—Sorse ad ambire la corona langobarda Desiderio duca di Toscana; gli emuli gli oppongono Rachis; ma la consegna delle tre città desiderate a patto che ricacci l'infesto monaco in convento: si compie l'accordo, e il monaco reale si rincantuccia, ma la morte irrigidisce la mano a Stefano mentre ei la sporge per agguantare la mercede; allora Desiderio al nuovo Papa la nega, o non si estimasse obbligato a mantenere a Paolo le promesse fatte a Stefano, o come credo piuttosto, perchè passata la festa si leva l'alloro. Ribollono le ire sacerdotali e non potendo ricattarsi con le armi, si dà mano alle frodi, arti nei principi, nei preti poi arti ed istinto, e riescono; sobillati i duchi di Spoleto, e di Benevento ribellansi; Desiderio discernendo il sasso dal balestratore si apparecchia a vendicarsi su Roma; il Papa spaventato ricorre da capo per sussidio a Pipino; ma questi reso inerte dagli anni non risponde, Paolo ne muore di rabbia; gli va dietro Pipino. Nuovi attori, e dramma medesimo. Totone, e Passivo duchi langobardi accorsi a Roma fanno eleggere Papa il fratello loro Costantino; ne piglia ombra Desiderio, il quale cospira con Cristoforo primicerio, e Sergio sacellario della sede pontificia; per tradimento di Grazioso custode delle carte Raciperto entra in Roma con la gente langobarda, e mettono le mani addosso a Costantino ed ai fratelli; i Romani riputandosi liberi aizzano a fare da Papa un pretocolo, Filippo, menandolo alla basilica lateranense in mezzo agli urli: «San Pietro lo elesse!» Può addirittura affermarsi che San Pietro non ci entrava per nulla, e così anco credè Sergio, il quale postosi davanti a Filippo gli disse: «che se non si riduceva al suo monastero e subito, guai a lui!» E l'altro mogio mogio rifece i passi verso il convento e più non parve fuori; allora dopo un gran tramestio fu eletto Papa Stefano siciliano figliuolo di Olivio, il quale cominciava a dimostrarsi vicario di Cristo strappando gli occhi e la lingua a Teodoro vescovo fautore di Costantino, e poi lasciandolo morire di fame e di sete nel monastero del monte Scauro; anco a Passivo svelse gli occhi; gli occhi e la lingua a Gracilis tribuno di Alatri amico al Papa deposto; Valdiperto sacerdote, che aveva messo su prete Filippo a farsi avanti pel papato, ebbe a scontare la colpa con la perdita della lingua, e degli occhi. Nè Costantino stesso la passò più liscia; a lui pure strapparono gli occhi, e moribondo per l'orrendo strazio lasciarono a rotolarsi nel sangue nella pubblica via. Il Fleury nella storia ecclesiastica ci assicura che questo Papa dabbene era stato in certa guisa alunno di Papa Gregorio III; se lo avesse avuto in delizia il carnefice che mai di peggio egli avria potuto commettere?
In Francia a Pipino succedono i figliuoli Carlo, che poi fu detto magno, e Carlomanno. Stefano chiede a Desiderio le città promesse, e questi gli fa capire che innanzi di avere si ammannisca a rendere; allora Stefano si volta da capo in Francia, ma quinci tira un vento, che arruffa ogni suo concetto, imperciocchè i nuovi re, come suole, procedessero tra loro piuttosto avversi che emuli: affermano, che Desiderio facendo fuoco nell'orcio attendesse a mettere male fra loro e sarà, chè certo Desiderio stinco di santo non era; Bertrada madre, pensosa del presente, e spaventata del peggio si adopra ad accordare gli animi per via di maritaggi; abbia Ermengarda, figlia a Desiderio, Carlomagno sposa, e Adelchi, figlio di Desiderio, conduca in moglie Gisla sorella di Carlomagno; Papa Stefano puntando a mandare a monte ogni cosa notava simili nozze opera del demonio; contennenda e vile la stirpe langobarda, indegna imparentarsi con la illustre casa di Francia, odiosi a Dio i connubi con gente straniera male invocando la legge mosaica regolatrice della Chiesa di Cristo; e poi, egli aggiungeva, è celibe Carlomagno, ovvero vedovo? non è detto: che quello che Dio congiunse non deva separare l'uomo? Tuttavia il matrimonio di Adelchi giunse a frastornare il prete, questo di Carlomagno no; ormai le consuete minaccie, e i tiri pure consueti di scomuniche, di salute eterna perduta, di San Pietro supplice o riottoso non provavano più: ogni cosa si logora nel mondo, la paura ugualmente che il coraggio. Nemici potenti contro Desiderio erano presso il Papa Cristoforo e Sergio, come vedemmo promotori della elezione di Stefano, nè posavano un momento da assillarlo perchè Bologna, Ancona, e Ferrara consegnasse il re langobardo a Roma, il quale avendo per pecunia vinto Paolo Afiarto Camerario questi rese coi suoi tranelli sospetti Cristoforo e Sergio, per altra parte venuti a tedio al Papa per la troppa protervia loro: forse anco vegliava su cotesti capi la Provvidenza invendicata. Afiarto per terminare di abbattere gli emuli già crollati persuade a Desiderio venisse a Roma sotto colore di visitare la chiesa e la tomba dei santi apostoli extra muros. Desiderio accompagnato da fanti e da cavalli, dopo venerata la sacra tomba, fa ressa di essere accolto.
Cristoforo, e Afiarto intorno al Papa; quegli per respingerlo, questi per ammetterlo; ciondolando il Papa l'uno e l'altro apparecchia le armi per isgararla di forza; il Papa di un tratto si consiglia recarsi egli medesimo a conferire con Desiderio fuori delle mura, e, invano dissuaso dal Primicerio, va: mentre favellano insieme querelandosi scambievolmente, il primo per la ingiuria della diffidenza mostrata, il secondo pel danno delle città non restituite, ecco giungere novelle che il Primicerio e il Camerario si accapigliano: nè la vittoria poteva pendere incerta parteggiando i Romani pel Camerario come quello, che inteso ad accordarsi con Desiderio sembrava assicurare a Roma anni di pace; il Papa agguindolato da Desiderio rientra sbuffando in Roma, ed intima a Cristoforo e a Sergio chiudansi in monastero o vadano a giustificarsi al cospetto suo e del re dei longobardi; poi gli abbandona in mano di Afiarto, che gli accieca; il padre ne muore, sopravvive il figliuolo per discendere nel sepolcro con morte più infelice in virtù del sacerdotale odio di Afiarto. Veramente Cristoforo e Sergio pagarono la pena del taglione, nè meritavano meglio;tameni Papi sogliono in ogni caso e sempre manifestare a quel modo la propria gratitudine. E' fu in mezzo al gaudio della lusinga di riavere le tre città ricordate, ed anco per ovviare ogni rinfacciamento a cagione dello strazio del Primicerio devoto alla Francia, che Stefano disdicendosi scriveva ai figliuoli di Pipino, Desiderio essere stato suo refugio, e porto di salvezza contro le macchinazioni del Primicerio, e degli aderenti suoi; Adelchi principe eccellentissimo; diritto nelle vie del Signore, che Dio conservi, avere puntualmente restituito alla Chiesa di Roma legiustiziedi san Pietro. Però ei si era affrettato troppo a cantarealleluia, che Desiderio immaginando avere con la morte del Primicerio, e del figlio messo tal bietta tra Francia e Roma da non potersi cavare più si rifiutava alla consegna delle sospirate città; onde il Papa, tenendosi per uccellato, disdette le lodi, tornava ai vecchi oltraggi aggiungendone parecchi di nuovi. Il mondo è tavoliere dove la fortuna gioca le partite mutando ogni tantino i pezzi; muore Stefano, muore Carlomanno. Al Papa ostile ai Franchi subentra Adriano parzialissimo loro, e segno manifesto di mutata temperie fu prima richiamare dallo esilio, e restituire in libertà gli avversari dell'Afiarto; poco dopo bandiva gli amici di questo, quindi sotto pretesto di ambasceria spediva Afiarto a Desiderio, ma giunto a Ravenna ordinò lo sostenessero; colà lo processarono, e condannarono; Adriano, scrivono gli storici ecclesiastici, aborrendo dal sangue mandò celeri messi affinchè gli salvassero la vita, i quali non attesi da Leone arcivescovo di Ravenna mise a morte l'Afiarto con inestimabile amarezza di Adriano: ipocrisie vecchie non credute mai, e rinnovate sempre; i trasgressori si riprendono, e premiansi; qualche volta punisconsi per fingere meglio; ma a iniquo comando non mancò mai esecutore pessimo, che cupidità vince esperienza, e il fato che minaccia tutti nessuno teme per sè. Intanto volto appena l'anno Carlomagno repudia Ermengarda o per talento di nuove nozze, o, come si disse, per insanabile infermità della donna; al tempo stesso stende la mano sul capo dei nepoti dichiarando proteggerli; alla madre loro parve vedere in cotesta mano gli artigli di uccello grifagno, e fuggissi ricoverando co' figliuoli nelle terre langobarde, e seco va Kunaud duca di Aquitania ribelle al re: inoltre o volontario o costretto Carlomagno in quel torno si travagliava nella guerra di Sassonia; questi tre successi forniscono a Desiderio causa, ed opportunità di vendetta, sicchè propone ad Adriano consacri re di Francia i figliuoli di Carlomanno, stringano lega insieme, e si abbia finalmente in premio Ferrara, Ancona, e Bologna. Adriano non dà nella pania, ed era cosa vulgare guardarsene: senza fede Desiderio, vicino, e cupido di primato sopra la universa Italia, Carlomagno lontano, cupido anch'egli, ma travolto in perpetue imprese, e distratto dalle cure di vastissimo impero: Adriano preferì questo, ed inviò messi a Carlomagno svelandogli le insidie; profferendosegli isvicerato, e forte eccitandolo a scendere in Italia per tutela della Chiesa, e di sè; Carlo commosso dal pericolo raccolto l'esercito si presenta allo sbocco delle Alpi, che trova sbarrato alle Chiuse di Susa. Qui tradimento vinse virtù. Che approdò ad Adelchi armato di mazza di ferro avventarsi sopra l'esercito dei Franchi menandone strage? E che avere ridotto Carlo a tale che ormai disperato di superare le Chiuse pel giorno prossimo deliberava la partenza? Martino diacono di Ravenna perigliandosi traverso le Alpi giungeva in tempo per additare ai Franchi un sentiero sconosciuto e indifeso; di lì passò parte dello esercito nemico, il quale colto i Longobardi alle spalle, mentre gli altri gli assalivano di fronte li mandò in rotta. Vel dissi già e lo ripeto adesso, se le chiavi del Papato valgano ad aprire il paradiso ignoro, o piuttosto so che non l'aprono, ma questo altro è certo, che la tradita Patria esse aprirono allo straniero; lascio le chiamate dei Papi che non contenti di aprire le porte ai Franchi, c'intromisero le bestie di Lamagna, e perfino i Saraceni; ma oltre Martino diacono guidatore dei Franchi per le Alpi la storia rammenta un Patriarca di Aquileia, e il vescovo di Bressanone entrambi scorta nequissima dei duchi di Austria nel Trevisanato, e nel Cadore. La corruzione, e l'astio d'accordo col tradimento minarono il dominio langobardo. Desiderio preso a Pavia mandasi prigione al monastero delle Corbie in Francia; Adelchi scampato alle armi franche, ed alle insidie più mortali dei suoi ripara in Costantinopoli; cascano in mano di Carlo la cognata, e i nipoti; nè altro fu udito di loro; agli storici tutti cotesto silenzio sa di sangue; solo al Manzoni tenerissimo di Carlo perchè pupillo del Papato piace diversamente; mostrando ignorare ch'è grande l'ombra del trono per coprire delitti; e il tremore tace, mentre la piaggeria per poco che ne abbia argomento india i potenti anco scellerati. Carlo richiesto di confermare la donazione di Quierey lo feceriservandosi l'alta sovranità sopra le terre donate alla Chiesa;non che il diritto di confermare la elezione del Papa[1]. Gli storici chiesastici sostengono questa seconda donazione più ampia della prima, e non pare, almeno a giudicarne dalle lettere di Adriano a Carlo nelle quali muove perpetua querimonia ora di città non consegnate, ed ora di signoria angusta, e contesa.
[1] Raccomando la lettura di questa nota composta da scrittore cattolico; voglia bene mandarla a mente chi legge però che su quella fondino massimamente i chiesastici i diritti di Roma sopra gli stati pontifici «la occultazione, o fabbricazione di documenti non si può negare, ma si fecero per promovere l'autorità temporale del Papa non già nelle cose intrinseche della religione; nè si ha per certo che i Papi ordinassero simili fraudolenze; si deve credere, che ciò si partisse da amici troppo zelanti come per ordinario succede. Non dubbia la falsità della donazione di Costantino; sconosciuto l'autore, ma gli eruditi tutti anco cattolici la confessano (v. Pietro De Marco Arcivesco. Parisde ficta donatione Costantini). Le Decretali dei primi Papi fino a Siricio apparvero verso la metà del secolo nono, e furono chiarite false da tutti i critici, e gli eruditi; poco dopo il Concilio di Trento, non lo negarono nè anco i Cardinali Baronio (ann. an. 865) e Bellarmino (de roman. Pontif. b. 2) Autore Isidoro peccatore o mercatore aiutato da un monaco, entrambi spagnuoli; le divulgò Riculfo vescovo di Magonza devotissimo ai Papi. Niccolò I e i successori vennero a capo di farle ricevere da' vescovi, e da tutti se ne pretese la osservanza dai Principi, ed ebbero luogo nelle Collezioni del diritto canonico; anco Graziano le pose dentro la sua collezione, e così diventarono testo nelle scuole, e nelle università; parecchi Concili le citarono, e le confermarono autentiche; per esse venne mirabile incremento all'autorità dei Papi nelle cose ecclesiastiche,civili e politiche. Il dotto padre benedettino Coustan intorno alle medesime così ragiona: che Isidoro in grazia di cotestafrodeabbia bene meritato della Chiesa io non dirò; quindi ne furono rilassati, e sciolti quasi i nervi della disciplina, scombussolati i diritti dei vescovi, la soverchia credulità dei cattolici messa in canzone, le leggi dei giudizi manomesse, ec.»
Il Papa, non più era Adriano, bensì Leone, ma non fa caso; mutansi Papi come cavalli di posta, il carro prosegue il suo viaggio. Contro lui si levano i nipoti di Adriano chiamandolo a morte; per ventura, malconcio e rotto della persona, ripara nel convento di santo Erasmo; quinci cauto si parte, e va in Germania i suoi devoti artatamente spargono il grido che privo dai nemici di occhi e di lingua per divina intercessione gli aveva ricuperati. Leone e Carlomagno conferirono insieme a Paderborn, e stabilito quanto era da farsi tornano di conserva in Italia: da prima il re convocati i Romani intima loro ad esporre le accuse contro Lione, e giudicarlo; di faccia ai ferri parati a tagliare la gola a cui si attenta dire, gli accusatori tacciono, i giudici dichiarano non potere giudicare chi Dio pose giudice a tutti; ma Leone con gran voce esclamò: aborrire ogni privilegio volersi purgare, l'avria fatto il dì veniente; alla dimane salito in bigoncia stese la mano su gli evangeli e si affermò innocente delle colpe appostegli dai Romani. Tanto bastò, e pel:
rotto della cuffia E' se ne uscì più chiaro della stella.
I preti intonarono le litanie, laudando Dio, la Vergine, e i Santi.
Venuto il giorno di natale il re dopo avere udito messa si conduce a piè dello altare per farci orazione (non si sa chi lo impediva di pregare Dio dal suo posto); mentre sta per rialzarsi il Papa gli pone sul capo la corona gemmata, e sopra le spalle il manto di porpora dando la intonatura al popolo che con triplice grido esclamò: «A Carlo Augusto coronato dalla mano di Dio, grande, e pacifico imperatore dei Romani vita, e vittoria.»
Dopo gli urli il Papa gli sibuttò in ginocchioni davantie lo adorò riconoscendolo per suo sovrano[1], poi lo unse, insieme al suo figliuolo: Carlomagno offerse subito a san Pietro due tavole di argento, e calici, e patene con altri arnesi di religione, che valsero un tesoro; e per istare in pace con tutti di preziosi doni presentava altresì san Paolo, san Giovanni Laterano, e santa Maria maggiore. Eginardo nella vita di Carlomagno racconta, ch'ei fu colto alla sprovvista; della sua incoronazione sapeva nulla; se avesse potuto addarsene saria rimasto piuttosto senza messa; nè sonano diverse le altre vite di Carlomagno, chè gli uomini quantunque storici, anzi soprattutto gli storici appaiono pecore per andare uno dietro l'altro senza nè sapere, nè curarsi sapere lo perchè. Carlomagno grandissimo tra i potentati del suo tempo non sembra che avesse a contentarsi di dignità inferiore ad altro principe; questo sempre molestamente avrebbe patito, ma poichè buona parte di terra aveva acquistato a danno dello emulo nè anco era prudenza non mutare sembianza all'autorità; il Papa eziandio trovava vantaggio nel baratto, chè di vassallo diventava quasi pari, e il tempo, e la occasione gli avrieno fornito il destro di levare il quasi: cose ventilate o ferme erano quelle fino da Paderborn; e di vero non si comprende come a Roma, stanziandoci Carlomagno, si fosse potuto mandare a partito il senatoconsulto per eleggere costui imperatore di occidente tra clero, senatori, e popolo romano senza che egli ne pigliasse fumo[2]; e se impreparato era come presentò subito san Pietro e gli altri con doni solenni premio di eccelso favore, molto più che altri afferma la mercede due cotanti più ricca e parla di 500 lib. di oro donate a san Pietro, una corona di 50 lib. di oro tempestata di gemme la quale mercè di catena parimente di oro appese davanti l'altare del medesimo santo, calici di oro di lib. 22; dello argento non si parla nè manco. Il Papa si genuflesse una volta onde altri gli s'inginocchiasse sempre; vendicò la umiliazione di essersi prostrato ai piedi altrui col costringere gli altri a baciare i suoi. Su questo fatto più tardi aggiungeremo parole; intanto mira sotto il piviale del Papa coprirsi la usurpazione di uno zio delle sostanze degli orfani nipoti, e la ribellione di un prete contro il suo legittimo principe. La Chiesa esaltò fino al cielo Carlomagno, anco lui ebbe nome divescovo dei vescovi; morto lo scrisse sopra l'albo dei santi; vagliamolo, e miriamo un po' che rimanga di lui dinanzi la storia; egli persecutore del suo sangue, ladro, forse assassino dei proprii nipoti[3]: sotto pretesto d'infermità rimanda a vituperio Ermengarda; e ch'ei fosse mendace lo manifesta Adelardo suo cugino germano, il quale sdegnato del ripudio della innocente Ermengarda, e mal patendo vedersi dinanzi agli occhi un'adultero imperiale si ridusse frate nel monastero delle Gorbie[4]: rotto alle libidini così, che non pago di quattro mogli traeva seco anco quattro concubine: che più? Lo dico, o lo taccio? Lo dirò perchè vie più la gente apprenda che pelo abbia vestito sempre il prete di Roma; correva fama nella sua propria corte ch'egli con incestuosi concubiti si mescolasse con le proprie figliuole; che da lui si dilungassero non pativa, qualunque partito di nozze respingeva, e perchè non le pigliasse il tedio con infame connivenza tollerava che di ogni sozzura si contaminassero. Tanto narra Eginardo nella vita di Carlomagno quantunque segretario di lui[5].
[1] Fleury. Storia Ecclesias. I. 45 P. 21.
[2] Vita di Carlomagno di Petruccio Ubuldino p. 66. Giovanni Diacononel libroDelle vite dei vescovi napoletaniafferma espressocome cotesto fatto era stato da un'anno prima stabilito tra Leonee Carlomagno.
[3] Altri ci leva ilforse, e afferma Carlomagno avere fattoammazzare in un giorno i figli di Carlomanno suo fratello, iprincipi Merovingi d'Aquitania, e 4500 Sassoni.GibbonStoriadella Decadenza c. 49.
[4] Fleury, St. cit. I. 45. P. 50.
[5] «nunquam iter sine illis faceret—quæ cum pulcherrimæ essent e ab eo plurimum diligerentur mirum dictu quod nullam earum cuiquam aut suorum, aut exterorum nuptum dare voluit, sed omnes secum usque ad obitum senem in domo sua retinuit dicens: se earum contubernio carere non posse. Ac, propter hoc, alias felix adversae fortunæ malignitatem espertus est» Eghinar. in vita Kar. m. Corre fama che questo Eginardo sposasse Emma figliuola di Carlomagno e ne vanno attorno drammi e romanzi; a ragione non ci crede il Gibbon perchè «un marito avrebbe avuto animo troppo coraggioso a compire così esattamente i doveri di storico!»
Papa Leone si prostra dinanzi a Carlomagno e parve vile; più tardi il Papa ordinò la gente gli baciasse genuflesso il piede, e fu superbia satanica: afferma il Baronio cotesta essere costumanza antica nella Chiesa fino dall'anno 204 dopo G. C., e non è vero niente; se Maria Maddalena unse i piedi a Cristo, e lo adorò, essendo stata costei di professione meretrice non poteva mai umiliarsi troppo; ed anco per lei l'atto fu giudicato soverchio, nè tale che da Gesù dovesse patirsi, e non lo tacquero; il Papa ne prese l'uso dalle cerimonie, che i Romani inschiaviti adoperavano verso gl'imperatori; di vero Plinio nel Panegirico ricorda come fosse lodato Traiano perchè baciasse amorevole i senatori, mentre i suoi predecessori davano loro a baciare i piedi: forse temendo, che qualcheduno reluttante negasse curvarsi al bacio, il Papa sovrappose la croce alla scarpa; e così sempre la croce manto a coprire ogni reo intento; la croce calce ad imbiancare senza posa il sepolcro.—
E più di questo merita nota il modo stabilito da Carlomagno per la elezione del Papa, il quale veramente altro non fece che confermare l'antico quando gl'imperatori greci dominavano Roma; il popolo e il clero lo eleggessero, lo imperatore approvasse, e poi si consacrasse; ma così ustolava il Papa per la voglia di stendere le mani, che Stefano IV succeduto a Leone senza attendere la conferma dello imperatore pigliò possesso della sua dignità; biasimato, incolpava la impazienza del popolo; ma Pasquale che gli subentra adopera nella medesima guisa, ed ammonito con la scusa medesima si difende; ma tanto è, di lì aveva a passare; e quantunque Eugenio II e Valentino Papi avessero ad ottenere prima della sagra l'approvazione imperiale tuttavia nella formula del giuramento di fedeltà, che in cotesta occasione pronunziava il popolo verso lo imperatore posero di straforo la clausula: «salva la fedeltà promessa al Signore Apostolico.» Di questa clausula messa lì come un serpe assiderato si valse Papa Gregorio IV aizzando i figliuoli di Ludovico il Pio contro il padre loro, in ispecie Lotario; gli contaminò l'esercito, lo costrinse a fare pubblica penitenza, confessando certa lista di peccati, dettata dal Papa, gli tolse il nome e l'autorità e d'imperatore; da ciò Sergio II trasse argomento di emanciparsi facendosi consacrare senza la conferma di Lotario, il quale sovrano essendo, bene intendeva lo sovvenissero i preti a ribellarsi al padre, non intendeva i preti si ribellassero a lui: ond'ei mandò l'esercito a Roma col suo figliuolo Luigi per mettere il Papa a partito; che su le prime voleva fare e dire, ma trovato il terreno duro ebbe a scolparsi davanti al concilio, il quale dopo lunga ambage ne confermava la ordinazione a patto, che egli, e il popolo rinnovassero il giuramento di fedeltà a Lotario.
I discendenti di Carlomagno, come se eredi del peccato dei padri dovessero portare il peso delle loro iniquità, si odiavano a morte, l'uno contro l'altro combattendo si dilaniavano, il Papa in mezzo, ora soffia di qua, ora di là emangia i frutti del mal di tutti; della debolezza altrui ingagliardendosi, mettendo il piè dove altri lo ritraeva, intero, fermo, procedente come il destino inflessibile in breve troviamo avere condotto tanto oltre l'edifizio della sua prepotenza, che ormai più poco gli manca a mettere il tetto. Niccolò I 15 anni dopo Sergio bandisce potere la Santa Sede disporre a suo libito delle corone però che i principi non fossero atti allo esercizio della loro potestà senza la sagra del Papa; vietava al clero giurare vassallaggio nelle mani al principe; la Chiesa romana si affermava giudice universale: 1. in materia di scritti—2—in tutte le cause ecclesiastiche dell'universo in prima istanza ed in appello—3—su le leggi civili da approvarsi in quanto si accordavano co' canoni, se no da respingersi—4—intorno alla condotta dei principi a fine di laudare gl'incolpevoli, e deporre i rei. E' fu in grazia di siffatta potestà venutagli proprio da sè, che intimava il re Lotario ripigliasse a sua legittima sposa Teutberga, e ripudiasse Valdrada non moglie ma adultera; rispondeva Lotario avere licenziato Teutberga avendone ottenuta licenza da due concili di Aquisgrana, e di Metz, i quali non solo ne avevano conosciuto, ed approvato le cause, ma la stessa Teutberga, più volte liberissima, e scongiurata di palesare il vero lo confessava; e le cause erano gravissime; prima di tutte avere ella commesso incesto con Uberto suo fratello chierico di perduti costumi: anzi ella medesima mandava lettere al Papa con le quali protestava sentirsi sazia del mondo, volere ridursi a vita di continenza; le nuove nozze del re con Valdrada di suo pieno consenso; perchè le sturberebbe ella per lunga prova infeconda?avere fatto disegno di recarsi a Roma per aprire al Papa i suoi segreti affanni. Questa ultima profferta e' sembra che avesse dovuto accettarsi come il miglior partito per iscoprire il vero; ma non fu così; Niccolò riscrisse: la sua testimonianza non valere niente; non permetterle il viaggio di Roma; il suo posto allato al marito; la sua sterilità non dipendere da lei, bensì dal marito (il Papa, non potendo egli trovarsi sotto il letto degli sposi, lo avrà ricavato dallo Spirito Santo). Ad ogni modo se desidera vivere in continenza non le si nega; basta, che Lotario prometta osservarla egli stesso cominciando dal rimandare Valdrada. I concili di Aquisgrana e di Metz come conciliaboli dannò, dei vescovi, che ci avevano preso parte, alcuni ritolse in grazia, altri punì. Morto Niccolò e subentratogli Adriano, Lotario gli si volse umilmente supplicandolo essere accolto nella comunione dei fedeli, gli concedesse l'andata a Roma: ottenuta licenza, andò: veruno gli si si fece incontro, e fu costretto (questo ricordano gli storici chiesastici con esultanza) a ripararsi dentro certo albergo assegnatogli fuori delle mura, vicino alla Chiesa di San Pietro, il quale nonera stato manco spazzato: negarongli la messa; solo dopo alquanti dì il Papa lo ammise dentro Roma, e dicono, gli amministrasse la eucarestia unicamente dopo che gli ebbe fatto giurare, che aveva osservato il comandamento del Papa Niccolò di astenersi da ogni commercio con la concubina Valdrada, ed essere risoluto di ora in avanti di rompere qualunque vincolo con lei; dicono altresì che Lotorio giurasse; e se questo accadde merita biasimo meno lui che lo pronunziò, che quello il quale lo costrinse a prestarlo.—Nè verosimile era per altra parte, che Lotario si fosse astenuto da conversare con Valdrada; le cose vietate tanto più appetite; e tranne il divieto del Papa lontano chi valente a impedire il re? Gli stessi vescovi del suo regno affermavano il divieto papale tirannide; la prima moglie non dissentiva le seconde nozze a Lotario. Ora quello intimargli alla sprovvista in pubblico così strano giuramento sotto la impressione della paura di trovarsi respinto di chiesa o non è vero, o fu estorto per potere infierire sopra la memoria del re, che morto indi a breve in Piacenza di febbre maligna Adriano bandì ciò essere avvenuto per castigo di Dio dello spergiuro commesso poco anzi da Lotario prima di ricevere l'ostia consagrata.
Lo scisma della Chiesa di Oriente prese inizio nel pontificato di Niccolò, in quello di Adriano crebbe, nè mai più le Chiese in modo durevole accordaronsi, nè possono: cause apparenti, e fino ad un certo punto vere, la cocciutaggine greca a non consentire la procedenza dello Spirito Santo dal padre, e dal figliuolo; le nozze legittime vietate dal Papa ai preti; la disputa se Dio il pane azzimo o piuttosto il lievitato aborrisse; il digiuno settimanale; il sangue degli animali per cibo agli uomini reietto o no; i latticini permessi o vietati la prima settimana di quaresima; l'anello, la barba; il battesimo amministrato mercè la effusione dell'acqua, o per via d'immersione, ed altre cosiffatte cianciafere, arzigogoli, e ciammengole; e così affermo; perchè eccetto il celibato, ch'è cosa seria, delle rimanenti parrebbe avesse dovuto reputarsi dal Papa faccenda suprema quella dello spirito santo, e non ne fu niente, imperciocchè la disputa non si accese mica subito tra i Greci e i Latini, bensì tra Greci e Franchi. Leone III lasciava, e persuadeva Carlomagno a lasciar correre; ma Carlo qui si palesava prete, Leone uomo di stato: troppo più della procedenza dello spirito santo premeva a lui che i Bulgari si dichiarassero soggetti alla romana, e non alla greca giurisdizione; proprio per non guastarsi per causa di lana caprina Leone concesse che al Credo aggiungessero ilfilioque; ma questo si ponga in sodo che non prima del 1274 il concilio di Lione ordinò che ilfilioqueci aveva a stare come articolo di fede; e chi negasse: allo inferno; e così sia, ma tu pensa, che per 1274 anni i Cristiani andarono in luogo di salute senza credere che lo spirito santo procedesse anco dal figliuolo, ovvero traboccarono a casa del diavolo per colpa dei Papi che avevano a parlare chiaro, e invece gingillarono quasimente 13 secoli senza sapere che pesci pigliare.
Causa vera dello scisma l'odio antico dei due popoli, impazienti entrambi di servire, entrambi cupidi di dominare; l'uno superbo dell'antica, e l'altro della nuova sede imperiale; ambedue guasti dalla vana scienza donde la presunzione, e il sofisma. Da prima a Costantinopoli prevalse Ignazio amico a Roma, poi Fozio infestissimo; da capo Ignazio galleggia con esultanza infinita di Adriano II, il quale bandisce Ignazio santo e lo imperatore Basilio scellerato omicida del suo benefattore, Michele III non ascrisse all'albo dei Santi, ma ci mancò un'ette; e così durò finchè egli visse; lui morto torna in fiore Fozio per tracollare senza riaversi più una seconda volta: ma o corte, o popolo, o Ignazio, o Fozio accordavansi tutti nel respingere il primato latino: i ministri del Papa furono vilipesi e sostenuti in carcere; la Bulgaria congiunta alla Chiesa di Bisanzio; di Spirito Santo non si parlò più; i Papi arrovellandosi ingrossano i bargigli; alla stregua inviperiscono i Greci; di contumelie un diluvio. Quando l'accetta dei Normanni si piantò diritto nel cuore della Puglia, e Roma si accordò con loro ad ungerla coll'olio santo a patto di fare a mezzo, il Patriarca Michele Cerulario greco ebbe a sgombrare da cotesta contrada; ma in partendo ammoniva il gregge ad aborrire le romane eresie; il Papa di rimbecco spedì fino a Costantinopoli i suoi legati per iscomunicare il Cerulario, i quali di fatti andarono e deposero l'anatema sopra l'altare di Santa Sofia; le formule si conoscono; oggi mettono la gente di buono umore, allora facevano drizzare i capelli; dopo coteste ingiurie atrocissime, talora, secondo la necessità stringeva, Roma si accostava a Costantinopoli, o questa a quella, ma ognuno stava fisso al chiodo, massime poi, che la temeraria improntitudine dei Papi contro i Reali di Lamagna sbigottì i Reali di Costantinopoli.
Nè sotto questo Papa audacissimo la scomunica si tenne nel cerchio delle cose spirituali; bensì proruppe fuori fino a scomunicare Carlo il Calvo là dove si fosse attentato impadronirsi del regno del suo nipote Lotario; ma gli si rivoltorno contra con maniere e più con parole acerbe parecchi vescovi francesi, tra i quali Incamaro arcivescovo di Reims lo riprese con questi sensi, che voglionsi raccomandati alla meditazione di chi legge: «la conquista dei regni della terra si opera in virtù di armi, e di vittorie non già con le scomuniche dei vescovi e dei Papi; nè tu puoi essere ad un puntovescovoeree i predecessori tuoi hanno retto la Chiesa non già lo stato.» Ed aggiungeva per ultimo: «il Papa non ci darà mai ad intendere, che ce ne andremo allo inferno se respingiamo il re ch'ei ci vorrebbe imporre sopra la terra.» Ma il Papa vie più s'intorava, e ribellava il vescovo di Laon contro Carlo suo zio, nè, secondo il costume, osservando regola o misura il proprio figliuolo gli aizzava contro; a questo modo infranti i vincoli che la natura e Dio posero tra gli uomini di un tratto il Papa si volge blando allo scomunicato e si profferisce pronto a riconoscerlo imperatore. Donde la causa della stupenda voltabilità? Luigi II cadeva infermo di male di morte; niente più Adriano aveva a sperare da lui; tutto a temere da Carlo: qui il panno mostrava la corda; di Cristo non già, di Mammone vicario il Papa.
Il fine a cui mira questo epitome delle usurpazioni ecclesiastiche non desidera la storia di Giovanni VIII, che per danaro incorona Carlo il Calvo imperatore; non delle guerre tra Carlo e Carlomanno figliuolo di Luigi il germanico; non delle violenze esercitate dal Papa a' danni della stirpe di Carlomagno benefattore dei preti; e non delle troppo più maligne insidie di lui; solo avverti come Giovanni, mentre atterrito dalle armi di Carlomanno lascia a precipizio Roma per ripararsi a Troyes, e colà raccolto un Concilio promuove la dottrina del primato del Papa, e dei vescovi sopra tutti i principi della terra, con supplicazioni raumilia Carlomanno, ed ottiene da lui l'ufficio di vicario imperiale nella Lombardia. Passano parecchi Papi senza infamia; unico vanto; viene Formoso scelleratissimo, il quale oltre i Saraceni chiamò in Italia Arnolfo alemanno per contrapporlo a Berengario; dopo morto, i suoi nemici ne cavano dallo avello il cadavere, e spogliatolo dello ammanto pontificio, e mutilato delle dita lo precipitano nel Tevere, donde lo estrae Gregorio IX, e lo restituisce alla cristiana sepoltura. Stefano VI, che menò strazio sì disonesto di Formoso è strangolato, poi a sua posta torna in onore, mercè Sergio III.
Corriamo in fretta, ed in punta di piedi su questo moticcio di fimo, e di sangue, che si chiama papato; invano l'ornarono, anzi l'oppressero di titoli santi, e di cerimonie splendidamente religiose; egli è uno spargere acqua nanfa nella stanza mortuaria. Due meretrici danno, e tolgono il pontificato ai loro bertoni, e talora col pontificato gli tolgono la vita.
Benedetto IV regna pochi mesi; pochi giorni Leone V, cacciato da Cristoforo, il quale a volta sua, dopo sette mesi, si trova sbandito; e non è il peggio. Marozia consacra papa Sergio III, e Teodora Giovanni X; ma la Marozia soffoca co' guanciali Giovanni bagascione della madre Teodora: e dopo Leone VI e Stefano VII ovvero VIII di così brutte ferite cincischiato dai Romani, che egli per colpa della sua deformità non si attentava di comparire in pubblico. Marozia con le sue benedette mani accomoda sopra la cattedra di san Pietro il proprio figliuolo Giovanni avuto da lei adulterando con papa Sergio III: e fu infelice consiglio per ambedue, imperciocchè Alberico figlio legittimo di Marozia, lei e il turpe fratello imprigionati, quantunque non papa regge da principe Roma. Nè questo Alberico si contenta disfare Papi, ma presume farli altresì; di vero suo figlio Ottaviano, che primo mutò nome, fu eletto papa e si chiamò Giovanni XII; di lui sappiamo questo, che fino di Sassonia aizzò contro Berengario re d'Italia lo imperatore Ottone; questi però, nonostante la grazia in cui teneva Giovanni commosso dalle molteplici e tutte infami accuse, raduna una sinodo a Roma e lo cita a comparirvi per dire sue discolpe; ma costui fugge in Anagni, e s'inselvaa guisa di fiera[1]. La Sinodo lo depose: moltissime le accuse fra le quali precipue, avere ordinato un diacono nella stalla, ed un vescovo di dieci anni, come pure celebrato la messa senza comunicarsi; vivere in concubinato con tre donne, una delle quali già concubina del padre suo; tolto gli occhi a Benedetto compare, i genitali a Giovanni Cardinale; darsi a cacce come selvaggio; comparire di tutt'arme armato al pari di masnadiero; sprofondarsi in commessazioni in compagnia di male femmine; bestemmiare peggio di un'eretico: il matutino omettere, le ore canoniche non recitare!… E così durò, finchè Ottone rimase, voltato, ch'ebbe le spalle; Giovanni rientra in Roma; una sinodo, aveva deposto lui, un'altra sinodo depone Leone, che fugge senza voltarsi indietro per riparare presso Ottone; quivi muore, e gli va dietro Giovanni Papa, morto come si disse di una solenne batosta sul capo datagli dal demonio; ma come fu vero da un marito, il quale coltolo nel letto con la propria moglie gli spaccò il cranio.
[1] Platina Vita di Giovanni XII; «senz'aspettare il giudizio fuggì su quel di Anagni, ed aguisa di ferasi stette un tempo per coteste selve nascoso.»
Benedetto V eletto senza licenza di Ottone si confessa in fallo, e risegnato l'ufficio fugge via; col favore di Ottone torna Giovanni XIII ferocissimo, il quale per vendicarsi del bando a cui lo avevano condannato i Romani decapita il prefetto, e dodici tribuni, con atroci strazi lacera parecchi maggiorenti fra i cittadini; lui cessato ritorna in ballo Benedetto per farsi strozzare da Bonifazio VII, il quale all'omicidio aggiungendo il furto spoglia le chiese di Roma, e va in Costantinopoli, donde partitosi in breve mette le mani addosso a Giovanni XIV assunto al pontificato nella lontananza di lui, e lo fa morire di fame.
Ora i Romani, vinta la pazienza, condotti da Crescenzio, si ordinano a repubblica; lui eleggono console; Gregorio V rimena in Italia Ottone tedesco, e disfatta la repubblica, tronca il capo a Crescenzio; contra la religione del patto di morte atroce fa morire Giovanni, assunto papa mentre egli stava lontano a macchinare col tedesco Ottone la servitù della Patria.
Siamo giunti al decimo secolo, e vedemmo fin quì come i diritti della Chiesa altro non sieno se non delitti; e tuttavia qui pongono i preti la sorgente del carico divino di reggere il mondo, ed imperare su Roma, per cui cedere un'iota, o comporsi in pace con la cessione della minima tra le prerogative loro non possono: bene reputano i preti i nostri uomini di stato ignoranti, nè veramente hanno torto (almeno ai dì nostri); in antico era diverso, però Napoli, in Toscana, e a Parma, in Torino no, dove per piacere al prete di Roma si dannava a morire in carcere Pietro Giannone proditoriamente arrestato, e iniquamente tenuto. Pronunziando Baronio cardinale alla santa sede devotissimo la sentenza di questi primi dieci secoli dichiara così: «avrebbero meritato il diluvio di fuoco di Sodoma;» e poc'oltre, come chi da necessità costretto confessa a malincuore, soggiunge: «mostri i Papi, o piuttosto falsi Papi, di cui i nomi rammentasi per non lasciare lacuna nella sequela dei Pontefici, però non si creda mica, che la Chiesa restasse senza capo; mai no; Gesù Cristo stesso la regolava[1]» Così il dabbene cardinale parlando a questo modo si dà della zappa su i piedi; imperciocchè verrebbe a persuaderci due cose; la prima, che quando Cristo prende da sè le briglie in mano non vanno meno peggio le faccende dei preti, ch'è quanto dire non potersi in guisa alcuna governare la Chiesa; e l'altra superflui, anzi dannosi alla Chiesa i sommi Pontefici, se pure è vero che Cristo governa quando escono Papi o scellerati, o ciuchi. Ma ora chiariremo se la sentenza del Baronio accordi con la verità.
[1] Anno 908 e 912.
I costumi, e le arti della meretrice Marozia sembra, che assai si confacessero alla Chiesa di Roma, però che la sua discendenza cestisse ottimamente in mezzo a lei. Dalla sua famiglia nacque Benedetto VIII, il quale non potendo in altro modo vincere il fratello, e il figliuolo di Crescenzio, restauratori della repubblica romana ricorse ad Arrigo di Baviera, barattando la incoronazione di e costui a imperatore con la servitù della Patria; pessimo costui in tutto così, che corse fama in quel tempo essere stato sempre vivo dannato alle pene eterne dello inferno. San Piero Damiano nella vita dello abate santo Odilone racconta, che dopo morto, fu vista la sua anima da un santo vescovo cavalcare sopra un cavallo nero per luoghi romiti, e domandandole questi perchè cagione così dopo morto andasse sopra il cavallo nero cavalcando, quello rispose: il danaro sparso per elemosina ai poveri non avergli approdato avendolo con rapina raccolto; ne troverebbe il santo vescovo altro in certo luogo nascoso, lo pigliasse, e lo donasse per amore di Dio, e questo gli avrebbe fatto gran bene però che da buona fonte venisse.—Anco i santi non isgabellavano papa Benedetto VIII; nè di lui migliore il fratello Giovanni XIX, che gli successe comprata a bei contanti la Vicaria di Cristo, e questo attestano non che altri gli stessi scrittori chiesastici: egli incoronò imperatore Corrado ilSalico, e gli fu servo per dominare spietato; sempre con l'oro, e per questa volta, anco con un po' di violenza: a Giovanni successe il nipote Benedetto IV fanciullo di anni, e d'infamia provetto; cacciato dai Romani, che eleggono in sua vece Silvestro III, egli rientra in Roma per forza di arme, dove dimorato alquanto, trovando increscioso il papato, anch'egli a sua posta per ridursi a vita quietamente vituperevole vende vicariato di Cristo, doni dello spirito santo, infallibilità, e ogni cosa per un sacco di ossa a Gregorio VI. Dunque da ciò arguisci, che vissero eziandio Papi i quali non che cedessero parte dei male acquistati beni venderono altresì il sacerdozio; ed anco questo si confessa dagli storici cattolici, solo si aggiunge, che in pena dello errore commesso, la giustizia eterna dannasse l'anima di Benedetto a vagare sopra la terra in sembianza mostruosa e piena di spavento; su di che mi stringo a dire come anco questa la racconti san Piero Damiano; e i santi godono il privilegio di misurare le melensaggini con lo stato. Dicono, che Gregorio non sapesse fare nè manco un'o con la canna, e questo è poco male; peggio questo altro, che anch'egli assai si dilettasse usare il breviario del cardinale di Retz[1]: fatto sta, ch'ei si tolse un coadiutore; perciò, oltre il coadiutore, Roma si godè ad un tratto tre Papi, Benedetto IX, Silvestro III, e Gregorio VI; i Romani potevano lamentarsi di manco di pecore, non già di pastori.
[1] Al cardinale di Retz trovandosi a Corte cascò di sotto il roccetto unpugnale; onde i Parigini lungamente chiamarono stiletto ilbreviario del Cardinale di Retz.
Dopo parecchi Papi giunge al pontificato Leone XI nel quale riarde il concetto della primazia sopra tutti i petenti della terra; costui fu tedesco, e mandato dallo imperatore Arrigo a reggere Roma; per arruffare ei piglia il partito dei vescovi francesi convocati a Reims contro il re Enrico; poco dopo si conduce a combattere contro i Normanni; le profferte di questi respinge, ed ingaggiata battaglia prova nemica la fortuna del giorno; di tumido fatto codardo piange, e trema: ai Normanni par bello, forse anco utile, possedere consacrata dal vicario di Cristo la terra rapita a taglio di spada.
Qui facciamo sosta ai racconti ed ai fatti esposti ingegniamoci cavare alcuna considerazione profittevole al nostro assunto; e innanzi tratto raccomando al lettore tenersi sempre a mente come per me si ricerchino gli annali ecclesiastici pel fine di chiarire quale abbia davvero il Papa diritto sopra le terre che accora con la mala signoria, e se cotesto suonon possumusconcedere che i popoli rimangano consolati da meno reo governo sia tanto bugiardo quanto stupido. Non si nega, che principi barbari ricorressero a Roma meno per decidere piati, che per santificare delitti; e questo i Papi fecero sempre purchè il colpevole fosse il più forte, e nel pagamento della consacrazione del misfatto non istesse su lo spiluzzico. La primazia usurparono i Papi con fraude, e con menzogna non già con luce d'intelletto, Roma antica vinse col ferro proprio, Roma papale col ferro altrui, e l'aspersorio di proprio: che scienza ebbe Roma? Certo superiore a molti barbari, ma non a tutti; e poi ella usò la scienza per rabbaruffare la gente in un pruneto di errore. Nulla in lei viene dal cielo, e nulla dalla potestà terrena, quando mai questa ultima valesse a vendere, o a donare popoli come greggi, la quale cosa risolutamente si nega. Circa a fede, il Papa, in questo successore genuino di San Pietro, ne dubitò, rinnegò Cristo, e non confidando più nella virtù della dottrina (noi lo mostrammo) si appoggiò alle daghe di Costantino, nè a lui solo ma bensì ad altri come Teodosio il grande, e Valentiniano III, entrambi i quali misero il catechismo nelle mani ai littori, e reputarono la carcere più efficace a convertire del pulpito[1]. Non contenti di tanto i Papi (anco questo abbiamo detto) fecero condannare a morte chiunque non credesse come loro. Dice bene il de Maistre, che il Papato nei secoli di mezzo tramandò luce; però tacque ch'ella fu luce di fascine. Da Costantino è menzogna che il papa avesse doni; nè si prova gli avesse da Pipino, e da Carlomagno; almeno documenti scritti, e conosciuti autentici s'ignorano: ad ogni modo non gli conferirono assoluto dominio; di fatti Carlomagno ed i suoi successori vediamo esercitare nelle provincie pretese donate al Papa sovrana autorità, come crearci giudici, ed annullare confische decretate dal Papa. La Chiesa di Roma prima lusinga i greci imperatori, poi li tradisce, e sè avvantaggia; sta un pezzo co' Longobardi, e quando li teme, dentro li scalza con la ribellione, di fuori spinge loro addosso i carlovingi; balenando questi, si volta ai tedeschi Corrado, ed Enrico. E se i Papi poterono mostrarsi riottosi contro i degeneri re dei Franchi fino a deporre i vescovi eletti da questi, ed altri eleggerne a modo loro, e se di fronte agl'inviliti carlovingi farsi dichiarare dal Concilio di Reims sovrani assoluti della Chiesa universale deve attribuirsi a questo, che l'imperatore Enrico tenendosi sotto come vassallo il Papa riputava tornasse in pro suo il credito che egli si andava, come suo vassallo, acquistando; e veramente per un tempo fu così. Nelle costituzioni imperiali[2] occorre un'atto in virtù del quale il diritto di Carlomagno a eleggersi un successore, e a nominare i Papi di Roma si trasferisce insieme agli altri, in Ottone, e negl'imperatori tedeschi; tale documento per giudizio universale si reputa apocrifo; e sembra, che gl'imperatori abbiano voluto contrastare ai Papi il privilegio di fabbricare carte false; ma se apocrifo hassi a tenere cotesto atto, certo è poi (e fu accennato poco anzi da me) che Enrico nella sinodo di Sutri depose tre Papi e promosse al pontificato il vescovo di Bamberga; certo del pari è, che lo imperatore pregato o no designava il Papa, e certo altresì che quattro Papi tedeschi uno dopo l'altro per suo comandamento furono esaltati alla sede apostolica, senza pregiudizio della parte, che come di ragione, deve averci preso lo spirito santo. Clemente II di Bamberga, Meone IX dei conti di Daipurg, Damaso II e Vittore II bavarese. Grande l'autorità degl'imperatori però che essi eleggessero a tutti gli uffici ecclesiastici: ed era costume dei capitoli, cessato il superiore, rimandare l'anello e il pastorale al principe, che li consegnava in simbolo della autorità ecclesiastica al nuovo scelto; sovente lo imperatore come colui che poteva, o credeva potersi fidare in uomini a lui devoti, gli armava di autorità temporale che unita alla spirituale forniva maraviglioso fondamento alla propria potenza. I Papi ci si accomodavano e, come suol dirsi, bevevano grosso, perchè co' Tedeschi andava un nugolo di monaci e di frati che nei paesi conquistati rizzavano su fondaco di religione dando in baratto di poco bene terreno fattorie e poderi a bizzeffe nei regni sterminati del paradiso: vescovi e abati acquistavano titolo, e dritti di conte ed anco di duca; non più si dichiarava i beni ecclesiastici formare parte delle contee, ma sì all'opposto le contee parte dei vescovati; nella Italia settentrionale le città quasi tutte governate dai visconti dei Vescovi.—Ora questo stato di cose non poteva durare, chè non si vide mai mantenersi vassallo chi, volendo, può diventare signore, e la spada messa in sua mano perchè ti difenda presto o tardi egli adopererà per soverchiarti; così mostra la esperienza a tutt'oggi; se fie per mutare domani staremo a vedere.
[1] Cod.Teod. XVI. 1. 2 «Vogliamoche tutti i popoli retti dalla nostra clemenza osservino la religione, che il divino apostolo San Pietro insegnò ai Romani.»
[2]Goldat. 1.p. 221.
Sotto Leone riarse (e non poteva fare a meno avendo al fianco consigliere il monaco Idelbrando da lui promosso al cardinalato) lo scisma di oriente; molte le cause, tra cui comparisce massima quella di comunicare col pane lievitato, ma in fondo tutte erano velo alla cupidità del Papa e del Patriarca di soperchiare l'uno l'altro; però secondo possiamo conoscere sembra, che il Patriarca Michele Cerulario si contentasse essere lasciato messere e donno in casa sua; ma Papa Leone non glielo consentiva; nè a torto però che i suoi predecessori avessero fatto tanto tramestio per conseguire il primato, che ormai gli pareva non gli potesse essere più contradetto; si reputava dentro una botte di ferro, e su l'orizzonte papalino incominciava a spuntare il nonpossumusfamoso. Certo la tristezza congiunta alla ignoranza avevano spinto il Papa a costituirsi arbitro supremo di tutto il mondo; ma noi pensiamo: se il Vicario di Cristo avesse atteso meglio ai precetti di Cristo non si sarebbe lasciato traviare nei passi della iniquità; non avrebbe sparso il crisma sul sangue; avrebbe accolto sotto il manto l'orfano e il pupillo, e non dato mano a spogliarli e forse a trucidarli; molto meno avrebbe dallo inchino interessato del ladro desunto argomento per costituirsi giudice del genere umano; e sì che i santi Agostino, e Bernardo, e Ivone camotense gravemente avevano ammonito la Curia per queste sue improntitudini; anzi tu nota che a favellare più forte li riteneva la fede, che le Decretali fossero genuine sostenute come apparivano dall'autorità, quantunque falsamente invocata, di nove Papi, Anacleto, i due Sisti I e II, Fabiano, Cornelio, Vittore, Zeffirino, Marcello e Giulio; che mai avrebbero detto se le avessero sapute false? La libertà di appellare sempre, e ogni punto della causa al Papa troncava i nervi alla disciplina; gente perduta, preti di malo affare si procuravano a quel modo la impunità; il Papa agguindolato, e indotto in errore; chiarito poi, o si ostinava nella sentenza ed era iniquo, o la emendava, e allora per lo spesso correggersi perdeva il credito; chi doveva pagare le debite pene costantissimo nelle difese; chi sostenere le accuse cagliava e dalle molestie infinite annoiato lasciava correre con danno inestimabile non pure della religione, ma della comunanza civile altresì. Intanto il Concistoro dei Cardinali mutato in tribunale tutto dì intento a giudicare cause; il Papa preside, la curia piena di avvocati, di procuratori, e di litiganti rissosi, interessati, e mascagni: non casa quella del Vicario di Cristo, bensì della Discordia. I Legati di Leone non si potendo accordare col Patriarca Cerulario penetrati nella chiesa di Santa Sofia nella ora terza del 16 luglio 1054, mentre celebravasi la messa, depositarono l'atto di scomunica sopra l'altare maggiore; il Cerulario a volta sua scomunicò il Papa ed i Legati, e così di male in peggio le faccende di oriente: da una parte e dall'altra odio di prete, che non perdona mai. Levati di mezzo Papi, e papassi forse avverrà che un giorno i popoli si riuniscano: in Dio.
In verità io credo, che Gregorio VII, santo dalla parte della Chiesa, ed eroe da parte di parecchi scrittori, altro non fosse che un frate impronto, ed ignorantemente temerario: ingegno scolastico, e pedantesco, avremmo a lodarlo di costanza dove la esperienza non c'insegnasse come sorella della costanza sia la cocciutaggine dote delle femmine, e dei fanciulli; costui pigliando i partiti, che per tempo sì lungo sconvolsero la cristianità se ne previde gli effetti perverso fu ad un punto, e stolto; se non li presagì fu solo stolto. Per altra parte poi male si apporrebbe chi reputasse inusitati o nuovi i concetti di Gregorio, imperciocchè noi li vediamo attecchire e germinare nella Chiesa prima di lui; egli più degli altri stese le mani perchè i tempi lo secondavano meglio, e di natura fu avventato. Questo il complesso della sua dottrina ricavato dal Concilio lateranense del 1074, dalle epistole, e dalla raccolta, che ha nome:i dettati del Papa: chi gli successe la tenne per regola, la ragione non giunse mai a deviarne i preti; qualche volta la forza, ma per breve tempo, che più insistenti delle formiche essi tornarono quasi subito nel consueto cammino.
La Chiesa, sentenzia Gregorio, ha dritto dominare su tutto perchè giudicando ella delle materie spirituali, che sono le più perfette, tanto più deve giudicare le temporali, le quali proviamo imperfette. Lo stato regio non si parte per niente da Dio, all'opposto lo creò con le sue proprie mani l'orgoglio: il cristiano devoto alla religione cattolica deve reputarsi più re del re irreligioso, però che il re scevro di religione che cosa è mai se non tiranno? Così essendo sta al Papa distribuire corone, giudicare principi, e questi, quanti sono, hanno a confessarsi vassalli di santa Chiesa cattolica, e dopo giuratole fedeltà pagarle il tributo.
Non diverso a Gregorio aveva dichiarato Niccolò I due e più secoli innanzi, e scrivendo al vescovo Advenzio il quale lo consultava intorno alla obbedienza da prestarsi ai principi, lo ammoniva così: «sicuro! lo Apostolo lo ha detto e non si nega: obbedisci al tuo re come superiore, ma tra re e re ci corre; tu l'obbedirai se eletto dirittamente, e se governa a modo, e a verso, perchè l'Apostolo ha detto altresì: obbedite al re per cagione del Signore non già contra Dio; e sappi al re tristo contrastare a merito[1].» Il quale concetto rincalza il Concilio di Toledo col Canone: «il vocaboloretira origine dalrettogovernare, però se opera con giustizia possiede diritto a reggere, se no, lo perde.» Allora l'altro testo di san Paolo, che anco ieri allegava Pio IX perchè i Polacchi allungassero il collo alle mannaie russe: «voglionsi obbedire i principi comecchèdiscoli;» o non si conosceva, o si dissimulava. La barca di san Pietro dal Testamento vecchio e nuovo piglia le vele per navigare con ogni vento.—