[1] Tom: VIII.Comil. p. 487.
I dettati del Papa sonano così: «Non vi ha al mondo che un solo nome, quello di Papa[1]: egli solo può valersi degli ornamenti imperiali; a lui devono tutti i principi baciare i piedi; egli unicamente possiede facoltà di nominare e deporre i vescovi, presiedere, e sciogliere i Concili: veruno può giudicarlo: la semplice elezione lo fa santo: egli non erra, non errò, e non errerà mai: a lui spetta deporre i principi, e sciogliere i sudditi dal giuramento di fedeltà ec.»
[1]Papacava la sua etimologia dalla sincope di Pater patris un dì comune a tutti i vescovi, da Gregorio preso per sè solo.
A rendere più terribile la scomunica, ed operativa di sconvolgimento universale Gregorio ordinò, che in virtù di lei lo scomunicato perdesse la proprietà dei beni, e dei servi, l'autorità su i figliuoli.—Nel Papa solo il diritto di conferire imperio, regni, ducati, marchesati, contee, insomma tutto quanto gli uomini possono ricevere o dare. Chiunque accetterà dal re vescovato, od abbazia, ovvero officio ecclesiastico sarà deposto, ed ogni principe, che darà le investiture escluso dalla comunione dei fedeli.—
Nè basta: Gregorio prescrisse, che il culto religioso non dovesse essere compreso dal popolo però chequesti quanto meno intende, e più adora. Comecchè il divieto delle nozze dei preti si partisse da Niccolò II, tuttavia cotesto Papa lo fece ad istanza d'Ildebrando, il quale diventato pontefice non rifiniva da perseguitare i preti ammogliati infamandoli eretici, aizzando loro addosso il volgo, facendone calpestare le ostie consacrate come esecrabili.—
La temerità sacerdotale ricevuta siffatta spinta ruzzola giù a mostruose pretensioni offendendo nel suo rovinio uomini od instituti dentro i quali viene a cozzare. Bonifazio VII in suono affettuoso avverte Filippo il Bello:«tu hai da sapere, figlio mio, che ci sei suddito nelle cose spirituali; nè a te appartenere la collazione dei benefici, e delle prebende, e chi altramente crede casca nell'eresia.» A scanso come sembra, di qualunque equivoco, questo Papa curiale pubblicò l'Editto perpetuodove si leggono le seguenti peregrine cose: gl'imperatori, i re e gli altri principi tutti sono tenuti a comparire alla udienza nel palazzo apostolico come gli altri uomini quando sieno regolarmente citati.—
Nella solennità del Giubbileo vestito di ammanto imperiale egli comparve davanti i popoli accorsi con due spade nelle mani e bandì all'universo: «un solo Cesare, un solo re dei Romani vivere al mondo, e questi essere il sommo Pontefice.» Con Innocenzio III la superbia diventa delirio, ed è ragione però che sentisse fuggirgli di mano le passate enormezze, ond'ei si arrovellava quanto meno era potente a ritenerle; per vaghezza leggi quello che il giocondo uomo decretava nelCapit. Solite: tanta corre distanza tra il Papa, e il re quanta tra il sole e la luna.—La glossa tirato il conto di questa differenza sommando trova come il Papa superi il re 47 volte; ma un canonista perfidia il calcolo sbagliato, e rifacendolo a modo suo dichiara l'autorità pontificia 7744 volte maggiore a quella dello imperatore, e del re,—e lascia andare i rotti.—Jacopo Leone, dal quale in parte ricavo questi fatti, consultati i 21 volume dellaBiblioteca massima pontificiane stralcia questi assiomi da disgradarne per la giustezza loro quelli di Euclide.
«1. il Papa una volta eletto, comecchè un minuto primafosse ribaldo da galera, è un vero Papa.
«2. il Papa stando a cavallo al dirittonon pecca mai, nè può offendere la legge; anzi ha potere di dispensare dal diritto positivo.»
«3. il Papa non può abusare della sua potestà, esia scandaloso, o simoniacogli si ha ad obbedire: i disobbedienti atei, o per lo menoeretici.»
«4. al Papa devono obbedire tutti i re.»
«5. il Papa quanto a potestà scavalca i santi, e perfino gli Angioli.»
«6. quello che fa il Papa, Dio fa.»
Le glosse ampliando affermano il Papa facultato a dispensare contro il Vangelo, gli Apostoli, e il diritto naturale; il Rubeo addirittura ogni più scapestrata enormezza compendia in questo aforismo: «il Papa può tutte le cose fuori del diritto, sopra il diritto, e contra il diritto.»—Ma non ci ha mestiero glosse quando un Papa, Innocenzio III ti spiattella: «credere facilmente, che Dio permetta al Papa di potere fare cosecontra la fede[1].» E dev'essere proprio così, poichè il Papa ne ha fatte tante senza che Dio se ne risenta! Per ultimo Urbano II a certo vescovo che lo consultava intorno alla penitenza da darsi all'uccisore di uno scomunicato rispondeva: «noi in coscienza non estimiamo omicidi quelli che ammazzano per zelo della madre chiesa cattolica[2].» Leggendo questa dottrina anco noi abbiamo tenuto per fermo, che il signore della Rovere Ministro della guerra deve avere appreso ai giorni nostriumanitàalla scuola di Papa Urbano.
[1]Serm. su la Consagr. p. 229.
[2]Can.47 cons. 23 8. 5.
Ogni uomo può immaginare agevolmente a che menassero di siffatta ragione premesse; tuttavia ne riporterò qualcheduna. Salomone re di Ungheria cacciato dal regno si raccomanda al suo cognato re Enrico di Alemagna profferendosegli vassallo se lo rintegra nel regno; di ciò inalberando Gregorio manda a Salomone:il tuo regno è mio, chè gli antichi re lo donavano a san Pietro. Di più lo imperatore Enrico ilnero, dopo avere acquistato cotesto regno, offerse alla tomba del principe degli Apostoli, una lancia, ed una corona, quindi è chiaro ch'ei glielo volle donare: i regni devono mantenersi liberi da ogni signoria straniera per assoggettarsi unicamente alla Santa Sede. Un barone vocato Vezelino recando molestie al re di Dalmazia, il Papa lo ammonisce, che cessi, però che cotesto re ci sia posto per autorità della Santa Sede, e offendere lui sarebbe come offendere lei: da parte di san Pietro deponga le armi, e se ha ragioni vada a Roma e le faccia valere. A Demetrio tzar, o kan, o chi altro si fosse dei Russi scrive questa lettera, la quale per essere vera non ci appare meno inverosimile e strana: «tuo figlio venendo a visitare il sepolcro degli Apostoli ha dichiarato volere ricevere il regno dalle nostre mani come dono di san Pietro, e noi glielo abbiamo conceduto.» Circa allo impero, tostochè per diventare imperatori avevano con parole e co' fatti confessato necessaria la consacrazione del Papa, egli era chiaro, che come ei li faceva così poteva disfare, donde per conseguenza in lui il diritto di volerli e l'obbligo negli imperatori di essergli vassalli. Quanto alla Sassonia, l'universo sapeva Carlomagno averla donata alla Santa Sede: non importa avvertire che eccetto il Papa veruno aveva udito far motto di simile donazione. Ai Legati in Francia commetteva Gregorio facessero pagare a capo di ogni anno almeno per ciascuno uomo un danaro a san Pietro secondo l'antico costume se tanto è che lo venerino padre e pastore: nè dovere ai Franchi sembrare grave il balzello però che nei libri conservati nello Archivio di san Pietro si legga qualmente lo imperatore Carlo raccolte ogni anno 1200 libbre di argento da soli tre luoghi, Aquisgrana, Pui, e Santo Egidio le offerisse alla Chiesa. Anco quì non occorre dire come nei Capitolari, nelle storie, e nei documenti del tempo di simile donazione non si trovi parola[1]. Quanto alla Inghilterra tirarono i Romani Pontefici tanto la corda, che alfine si ruppe; imposero, e lo ricordammo altrove, al vile Giovannisenza terrala tenesse in feudo dal Papa; e così fa, onde per modo ci si annidava il prete, che ildanaro di San Pietroai giorni di Enrico III si stimavametàdelle entrate del regno; di che non contentandosi il legato Martino, Enrico lo cacciò via; dopo la cacciata del quale fatta cercare più sottilmente dai ragionieri la cosa trovarono, che dibattuto il danaro di san Pietro al re avanzava non bene dell'entrate intero ilterzo; gli altri due terzi avvantaggiati a Roma. La Spagna sua; occuparla in parte i Saraceni, in parte i cristiani, ma per lui essere tutt'una, e bene crivellata ogni cosa, egli amava meglio andasse in mano ai Saraceni che stesse in mano ai cristiani contumaci della santa madre Chiesa. Quest'altra più immane; Gregorio scrive ad Orzoco giudice di Cagliari intimandolo a pagare il danaro di san Pietro con gli arretrati, e lo facesse presto perchè gli stavano alle costole Normanni, Toscani, e Lombardi, i quali gli profferivano larghissimi partiti fino a lasciargli la metà della rendita contentandosi dell'altra metà s'egli consentiva loro la conquista della isola: non tardasse dunque a rispondergli se non voleva esporre l'isola al saccheggio, e agli altri mali della invasione: per ultimo (mirabile a udirsi!) commetteva al medesimo Orzoco ordinasse a Iacopo arcivescovo e a tutto il clero a radersi la barba; dove negasse tutti i beni loro confiscasse.
[1] Platina nella vita di Urbano II racconta, come Enrico vescovo di Soissons risegnasse il suo vescovato nelle mani del Papa perchè proposto vescovo dal re, di Francia, e giurò nelle sue mani non sarebbe mai intervenuto alla consacrazione di vescovi di nomina regia.
Ora ecco il Papato, che strisciando, e servilmente obbedendo gl'imperatori romano-greci, i franco-carlovingi, ed i tedeschi aveva acquistato come vassallo potenza! intende all'improviso passeggiare su le teste di tutti. Industria somma, perseveranza inaudita, arti moltiplici furono adoprate per venire a capo di questo, ma insipiente ne fu il concetto: chiunque crea instituti per costringere lo spirito umano edifica sopra l'arena, peggio chi lo respinge; a riuscire pel momento giovarono al Papa la minorità di Enrico, e la ribellione dei feudatari alemanni: quanti ribelli, tanti collegati al Pontefice: di fatti i baroni molestati dalla soverchia potestà dello Impero si affaticavano a diminuirla, onde parve bello, ed opportuno avere nella impresa compagno il Papa; avendo a camminare lungo tratto di via insieme non videro, o almeno non vollero vedere il punto dove si sarieno divisi: per la strada, suol dirsi, si assestano i basti, e questo talora proviamo vero, tale altro no: quì si sconciarono. Importa notare come il Papa da prima tolse il diritto di conferire i benefizi al popolo per darlo allo imperatore; adesso intende spogliarne lo imperatore per dividerselo co' baroni; più tardi manderà allo inferno i baroni se si atterranno a conservarlo.
La origine democratica del Papato, e la sapienza concessero facoltà a Roma di farsi sovrana del mondo, come altra volta le valsero pel medesimo fine la tenace aristocrazia, e la spada; ma la virtù democratica adoperata per fondare la più molesta di ogni tirannide, e la sapienza per abbuiare le menti nello errore perpetuo dovevano per necessità ritorcersi contro di lui. Sorse la stampa e fu come il sole che assorbe il lume della lucerna accesa a vegliare il morto; la democrazia inasprita di avere tirato, senza addarsene, per tanto tempo l'alzaia alla tirannide ruppe il freno, e prese a darle de' calci; i medesimi partiti messi in opera per tenere su ritto lo immane edifizio contribuirono, e non poteva fare a meno, ad atterrarlo, come quelli, che violentissimi erano e stemperati; e' fu mestieri possedere milizie fedeli, epperò i matrimoni proibiti, i monaci moltiplicati; ancora, ci vollero danari, e di molti, così per regnare, come per sopperire agli strani appetiti compagni inseparabili della sua potenza. La gente si strascinava in paradiso ammanettata come reo al supplizio; condannati erano i fedeli alla vita eterna come a' lavori forzati. Non lo tento nè manco, e tentando non ne verrei a capo, di noverare le industrie romane per raccogliere danaro; la più spedita era quella di levare sangue addirittura dalla vena pigliando, come in Inghilterra, di schianto i due terzi delle entrate; ciò non potendo durare, alla lancetta surrogavano le mignatte; e allora espiscarono leriserve, leaspettative, leannate, leindulgenze, ledecime, lebolleperfondazioni,conferme, dispensedi genere infinito,per benefizi, e simili. Tutto a Roma si vende, tutto; onde Cristoforo Colombo, il quale fu piuttosto pinzocchero, che religioso, ingenuamente lasciava scritto, che coll'oro si compra anco il paradiso: dall'altro lato si ruzzolò giù fino alla mannaia ed al fuoco.
Nell'anarchia del mondo in parte proveniente da cause estranee al Papato, ed in parte promossa da lui, egli ordinato poderosamente doveva restare padrone del campo: ancora, il Papato opponendo la croce al corano, e al paganesimo contrastava la barbarie, i quali vinti, dai popoli affrancati naturalmente come instituto divino si riveriva quella potestà, che aveva loro dato di essere civili: quindi al Pontefice cascavano quasi in mano scettri, che egli poi non bastava a tenere, e fu visto concedere il regno in feudo al re d'Inghilterra, al re di Sicilia, e via discorrendo, nè più nè meno di quello costumasse Cesare coi re, che gli amici suoi gli raccomandavano.
E tuttavia i disegni di Gregorio continuati dai Papi, e non ismessi nè anc'oggi, nascevano viziati da tale peccato di origine, che per battesimo non si scancella: rompere catene per mettere in servitù, eccitare alla rivolta per pretendere obbedienza assoluta, religione antica unita a fraudolenza nuova, santità di costume e depravazione non mai più vista in Roma nè anco ai tempi di Eliogabalo, la tonaca del frate e lo ammanto del Papa: co' digiuni, con le astinenze, e con le meditazioni solitarie apparecchiarsi alle ribalderie del cortigiano, aprire le porte del cielo senza chiudere quelle dello inferno; san Francesco che predica ai lupi, e appella le rondinisirocchievenuto al mondo ad un punto con san Domenico sintesi beatificata di quanti carnefici vissero nel mondo; la pietà stessa feroce, però che sovente giungessero a ridurre in tocchi qualche povera creatura reputata santa solo pel sacro furore di possedere una reliquia di quella. Considera la fede portentosa dei Campioni di Cristo, i quali alla vista di Gerusalemme piegano la fronte nella polvere, piangono dirotti, si picchiano il petto con percosse capaci di sfondare una porta di città, e poi tale menare dispietata strage, che il Cronista di quel gesto afferma, il sangue nel tempio levarsi all'altezza del ginocchio degli spietati. Su questo argomento tornerò più tardi: adesso della necessità che quello che accadde doveva accadere con le altre conseguenze le quali speculando si presagiscono, dacchè regola il mondo morale la medesima dinamica del mondo fisico: colà a scoprirsi questa legge più difficile che qua, ma le leggi ci sono.
Spirito, che sia parmi impossibile significare, ma neppure negherai l'uomo risultato di materia e di spirito.—La materia diretta dallo istinto e legata a quello serva sempre degli appetiti fisici, e come serva costretta; lo interesse proprio le tiene corta la cavezza: però negativa, ripiegata in sè stessa, agevole preda a cui impera; molto su lei può l'agonia di possedere, molto altresì la facoltà di acquistare, più che tutto il terrore; ma a mano a mano che l'uomo leva in alto il capo perde la vista del campo circoscritto della terra e spazia per le regioni sconfinate del cielo: la parte divina agitandosegli dentro si sente frazione di Dio; aspira ad una Patria, che non è la terrena; impaziente egli non posa mano, agita le braccia per tentare se può servirsene a modo di ale; la scienza gli scotta co' suoi carboni ardenti le labbra; ma dentro lui fu accesa la vista intellettuale, che cresce, e comprende quanto la materiale si appanna, e si restringe; della crisalide avanza la spoglia spregiata quando la farfalla batte l'ale.—Ora la Chiesa cattolica doveva mettersi sul confine dello infinito se pure desiderava durare, e posto che qualche spirito temerario avesse voluto allora spingersi oltre, dopo dolente errore in mezzo a regioni per soverchia luce fatte tenebrose saria tornato a pigliare conforto, e a cercare pace nel suo seno; imperciocchè noi usi a non vedere fattura senza fattore troppo più ci affatichiamo a negare, che a confessare Dio; ma come, dove esista, e le ragioni della sua esistenza alla debolezza dello intelletto nostro non è dato comprendere. Ma poichè la Chiesa cattolica ha posto il suo termine nel materiale, e nel finito forza è, che da ogni lato l'onda dei tempi la soverchi; poco importa, ch'ella perfidii a proseguire anco lo spirituale, chè ormai lo interesse terreno le ha tolto il credito, ed ella non può bastare all'anima: la rete mistica dello apostolo si è convertita in una brava e vera rete da pescare pesci, e arrostirli; nel naufragio del cattolicesimo la fede di Cristo, io per me giudico, che si salverà: forse egli è appunto per questo, ch'egli le insegnava di restare a galla.—
Lasciando i presagi, e tornando alle considerazioni dei tempi succedentisi, ecco come lo stravincere nocque al Papa; per cui stava di mezzo, opprimendo troppo lo impero, e' fu piuttosto necessità che scelta appoggiarsi sul pontificato; ma quando conseguita potenza lo provarono due cotanti più grave dello impero gli si voltarono contra: di fatti al berroviere in terra egli aggiunse san Michele, tipo vero di giandarme in paradiso; di quà fuoco di stipa, di là fuoco d'inferno; da un lato agguantava il pane del corpo, dall'altro rapiva la salute dell'anima: ma soprattutto quanto a quattrini senza pari il prete per farti la barba, e il contrappelo. Di quì una maniera di altalena tra imperatore e Papa secondochè i feudatari puntavano per una parte o per l'altra; ci era il popolo ma in cotesti tempi veruno se ne giovava; di fatti troppo procedeva salvatico, e feroce; egli non proseguiva un fine politico o sociale, ma sì come belva, rotta la catena, sbranava; e tali apparvero in Inghilterra, ed in Francia i rimescolamenti delle plebi. In Italia all'opposto il popolo ordinatosi a municipio diventò accorto, sopra i feudatari sagace e potente, anzi sperperò intorno a sè i feudatari, e li costrinse a riparare in città; in questo modo i municipi si trovarono condotti ad avversare naturalmente l'impero come quello, che dava vita ai feudatari, ed il Papato trovando nei municipi una forza da valersene alla occasione ora secondochè gli tornava li benedisse, o gli scomunicò; gli oppose allo impero, o li tradì, e perse credito non acquistò forza: la quale fu ridotta al verde dalla empia virtù degli scismi cui non valse più a torre di mezzo la fede; la Chiesa imbelle e screditata ebbe a limosinare il soccorso dell'autorità laica affinchè cessasse gli scismi ond'era lacerata.—Durarono, e durano tuttavia alla Chiesa le reverenze esterne; sempre verso lei si appunta il volgo delle femmine, e delle moltitudini, che alla parte plastica delle religioni si affezionano; qualcuno persevera a baciare il piede al Papa; il Papa continua a benedire: la barca va, ma per impulso dell'ultima vogata, sicchè ogni istante il moto si fa più languido; nè la volontà dell'uomo per quanto potente egli sia basta ad impedire il fato; così se la voce di un monaco vale a rimescolare la Europa contro l'Asia, tre secoli dopo, Pio II muore di dolore non potendo stringere in lega i Principi Cristiani, contro i Turchi irrompenti ai danni della umanità. Leone X renunzia a favore di Francesco I la facoltà di eleggere vescovi e beneficiati superiori per conservare la quale Gregorio aveva mandato tutto il mondo a catafascio. La opposizione non si manifestò meno pertinace nella Germania; e colà anco più ardua a domarsi perchè mossa da un nugolo di Principi;—si andò di concordato in concordato; le nuove decime ributtaronsi: nel 1500 furono permesse le prediche per le indulgenze, le vendite di queste, e le questue a patto, che per due terzi andassero allo imperatore, e per un terzo al Papa; di vero, se come Roma affermava, le dovevano servire alla guerra contro il Turco, lo imperatore, che lo aveva in casa, sapeva meglio di ogni altro, e sopra ogni altro lo premeva l'interesse di bene adoperare il danaro; così il prete rimase preso alla tagliola rizzata con le proprie mani.—In Inghilterra anco peggio; senza concordato il re propose i vescovi: invece di continuare la contribuzione del danaro di San Pietro, Enrico VII portò via la metà delle annate a Roma. Nel mezzogiorno il contrasto non meno gagliardo che nel settentrione; colà oltre la nomina ai vescovati, il re d'accordo coi frati, instituì la inquisizione, arnese politico larvato di religione, il quale sovente si oppose a Roma, e ne perseguitò i devoti, e tanto arrivò di prepotenza che giunse a minacciare Sisto V quando volle pubblicata la versione italiana della Bibbia. Il Prescott nella vita di Ferdinando e d'Isabella assai lungamente favella di simili screzii; nè il Ranke ne tace nella sua storia del Papato. Così del pari in Portogallo la Corona s'impadroniva dei beni degli ordini militari, e religiosi: si ritenne il terzo dellecrociate, e pose le mani sopra le decime ecclesiastiche. Insomma da per tutto cede la Chiesa, pari all'onda iemale la quale, per essersi spinta impetuosa troppo e proterva, rotta in isprazzi adesso le tocca a stornare. Ormai la stagione del crescere si conchiuse per sempre, tanto più quella di allagare unica padrona; adesso entriamo nel periodo di conservazione: forse era tempo per lei di risorgere con la fede; ella non volle, o non ci credè; più tardi la vedremo tentare anco questa via, ma con tali argomenti da consumare la poca lena avanzata da tante prove: intanto ecco quali gli umori della Chiesa adesso palesati nel Concilio di Basilea da uno dei padri più autorevoli, che quivi sederono: «forse un dì sarebbe stato spediente separare affatto la potenza temporale dalla spirituale; ma pel tempo, che corre virtù senza potere è ridevole, onde il Papa romano scevro del patrimonio della Chiesa diventerà davvero: servo dei Servi di Dio.»
Indi in poi la Chiesa fruga nei suoi annali per trovare lo scampolo a rattoppare il manto; con frode, o con violenza ripiglia Imola, Faenza, Forlì, Urbino, Rimini, Pesaro, Ferrara ed altre più terre[1], e ciò con tanta maggiore acerbità quanto, che la paura di rimanere in camicia si manifesta due cotanti più apprensiva della cupidità di acquistare.—Le cerchia dell'interesse mano a mano si stringono per modo che nel dubbio di avere un giorno a cedere il dominio temporale ogni Papa pensa ai casi della propria famiglia e strappato un gherone del manto papale lo butta sopra le spalle ai nepoti; mosso da questo concetto Sisto IV concede ai Riario Imola, e Forlì, Giulio ai della Rovere Urbino, Paolo ai Farnese Castro Camerino e Nepi prima, poi Parma e Piacenza, e così di seguito; se non che considerando i Papi sorvegnenti come simili principati generassero troppa invidia onde sovente i nepoti con la sostanza perdessero la vita ritagliano più a minuto; invece di principati donano poderi, o benefizi, o pecunia.
[1] Comecchè di questi fatti vadano piene le storie merita essere ricordato il seguente o poco noto, od al tutto ignorato; «La madre del protonotaro Colonna corse come maniaca a San Gelso in Banchi dove giaceva il cadavere del suo figliuolo; quivi ella acciuffò pei capelli il suo teschio spiccato dal busto, e squassandolo su gli occhi al popolo gridò: «ecco» il capo del figliuolo mio, mirate fede di Papa! «Aveva promesso, che lo avrebbe riposto in libertà se noi gli consegnavamo Marino, ecco, il Papa ha Marino, e il Papa mi rende il figliuolo…. Mirate! non è fedele osservatore di sue promesse il Papa?»
Essendo questo epitome non già dei gesti universi della Chiesa, bensì dei fatti sopra i quali ella fonda il diritto di dominare su i popoli e noi il diritto del popolo a torle la signoria, dobbiamo rifare i passi, e considerare, come sul declinare del secolo decimosecondo il Papato combattuto in casa (reggendosi Roma a repubblica) ed oppresso fuori dagl'imperatori germanici, Adriano IV si gratifica il popolo: e fu consiglio astuto imperciocchè stando col popolo egli difendesse con l'altrui la propria libertà, mentre col Tedesco avrebbe saldato catene allo altrui polso ed al proprio; forse se Federigo Barbarossa consentiva ad accettare lo impero come un benefizio romano ogni screzio cessava fra loro; ma dura cervice a piegarsi era lo svevo, e al Papa toccò durare nel molesto amore del popolo, dacchè alla Dieta di Roncaglia i giureconsulti di Bologna dichiarassero niente meno lo imperatore padrone dell'universo: la quale dichiarazione parve immane al Papa, perchè non era stata fatta per lui. Di qui la lega lombarda, e le mirabili vittorie del popolo, e la troppo più mirabile fede. Molti mettono in dubbio la verità del fatto, che Alessandro del piè calcasse il collo al Barbarossa mentre recitava le parole del salmo: «sopra l'aspide, e il basilisco passeggerai, il leone, e il dragone calpesterai.» A cui il Barbarossa rispose: «non a te ma a san Pietro.» Nè io mi affaticherò a chiarirlo, che comunque la cosa stia, grande fa la prevalenza acquistata a cotesti giorni dal Papato sopra lo impero per virtù del popolo: però Alessandro non indugiò nè manco un momento a voltare il nuovo rigoglio contro il popolo, e presto accordato col tiranno ricusò tornarsi a Roma se prima il senato non gli giurasse fedeltà, restituirgli la pristina signoria, lui e i cardinali difendere dai nemici. Naturale cosa è, che quegli il quale ora su questo ora su quell'altro si appoggia per tradire tutti, eserciti travaglioso imperio, e sbattuto da perpetua fortuna ad ogni tratto accenni sommergere; di vero più, che mai si drizzano ora minacciosi contro il Papato le ire del popolo, il rancore dello impero, ed uno spirito nuovo sorge ad arruffargli i disegni: ai primi pericoli i Papi pensano provvedere con le crociate: molte le cause di questo rovesciarsi dell'occidente sopra l'oriente; e prima di tutto vuolsi attribuire ad una misteriosa corrente che vuole così: verso le contrade del sole due volte s'incamminarono i Greci condotti da Agamennone, e da Alessandro macedonio, poi i Romani, poi i Crociati: oltre questa spinta naturale colà li chiamava la copia dei beni della terra, che genera ricchezza; la facile vittoria, che in coteste terre il nemico più metuendo sia il cielo inclemente: molto altresì, e sarebbe vano negarlo, la devozione, e per me giudico, che con queste, e sopra queste cause stringessero il consiglio, e l'opera dei Papi di affrancarsi dagli ostacoli così popoleschi come baronali per ricuperare la scemata primazia; nè l'effetto i Papi provarono dispari dai concepiti disegni, imperciocchè di tanto crebbero in potenza quanto ne persero gli avventurosi crociati, e quindi a breve Lucio III perfidia per le immunità ecclesiastiche dagli obblighi feudali; Urbano III intendo restituiscansi i duchi di Sassonia, e di Baviera ribelli allo impero; nega il crisma ad Enrico IV, e torna su la pretensione del retaggio della contessa Matilde. Più temerario di lui Celestino III, che vieta ad Enrico la eredità siciliana della moglie Costanza; condanna Filippo Augusto a ripigliarsi Ingelberga dalla quale si era dipartito col pretesto d'incestuose nozze; ordina ad Alfonso re di Leone si separi dalla cugina figlia del re di Portogallo da lui condotta in moglie. Finalmente comparisce Innocenzo III ramo vero dello impronto Ildebrando; in mal punto eletto tutore di Federigo II si approfitta della minore età del pupillo; al mandato imperiale dei Prefetti surroga il proprio; patteggia co' Toscani perchè non riconoscano re od imperatore senza il consenso della Chiesa: intima Ottone a rendergli il retaggio della contessa Matilde, e poichè lo trova restio, gli sguinzaglia addosso Federigo II. Dopo scomunicata la Francia tutta, e Filippo Augusto, il quale invece di obbedirgli e ripigliarsi Ingelberga sposa Agnese di Merania, lo scomunicato blandisce, e lo avventa contro Giovanni senza terra, perchè gli tolga il regno; quando poi cotesto codardo gli s'inginocchia davanti profferendoglisi vassallo, lo arresta a mezzo: guai a lui se si attenta torcere pure un capello al re d'Inghilterra feudatario di Santa madre Chiesa!
Oltre la opposizione temporale aveva di già da lieve principio preso le mosse uno spirito di rivolta, il quale non solo accennava a riforme di costume, bensì si proponeva alterare le dottrine, e perfino i dogmi della Chiesa: fino dai principii pauroso; ora che mai diventerà crescendo? Più famoso degli altri novatori Arnaldo da Brescia; lo avevano precorso Pietro di Brais in Narbona che fu bruciato vivo a Santo Egidio in Linguadoca sul cominciare del secolo duodecimo; il monaco Enrico che perseguitato ferocemente dal vescovo di Mons, dallo abate di Cluny, e da quello di Chiaravalle san Bernardo menò vita insidiata sempre e randagia; e Tichelmo della estrema Zelanda cui per comando del Papa furono spenti a ghiado; ingegno, per autorità, per audacia di gran lunga superiore a questi Arnaldo; e seco andava il popolo: la sua cattedra piantata nel cuore del cattolicismo, Roma: egli predicava contro le lussurie della corte papalina, e le dovizie, e i beni terreni; veniva ricordando la povertà del Nazzareno, ed affermava la rilassatezza cagione dei danni presenti, e della ruina futura. In cotesto tempo non meno acerbo procedeva san Bernardo contro il costume romano, e ne fanno fede gli scritti; però troppo diversi i fati di Bernardo e di Abelardo, e la ragione è manifesta, che Bernardo rimorchia la Chiesa come persona venuta in iscrezio con l'amante, mentre, Abelardo la vuole tosata, e scalza; donde nacque, che Bernardo venerato in vita fu in morte scritto sopra l'albo dei santi, ed Abelardo commesso alle fiamme. Il Sacerdote pensò disperderne la memoria col gittarne via le ceneri, e s'ingannò; coteste ceneri sparsero nello avvenire tale seme di cui la messe intera germoglia sempre, e non finisce mai. A combattere questo spirito nuovo i Papi crearono gli ordini religiosi dei Francescani, e dei Domenicani, barbacani, secondo il sogno di Papa Onorio, della Chiesa ruinante; adoperaronci esortazioni, ma più ferro e fuoco, soprattutto fuoco, e non valsero, e non valgono; il fuoco accende il pensiero, che non si consuma; per la quale cosa continua lo spirito di Libertà ora in Germania, ora in Francia, ora in Italia, ed ora in Inghilterra. Affermano come in Italia fosse suscitato il desiderio di riforma dallo studio dell'antichità; e ciò troviamo falso sia quanto ai tempi, sia quanto alle cause, corre fama che pensatori piuttosto temerari che liberi fossero Federigo e Manfredi; lo stesso Guido Cavalcanti è rimproverato da Betto Brunellesco di aggirarsi fra gli avelli meditando, che Dio non è; rispetto poi alle cause, la imitazione dello antico certo contribuì alla rilassatezza; che abbassato un po' il cielo verso la terra, ed un po' vestito di spoglia decente il vizio si compose tale una mistura che maomettana non era e cessava di essere cristiana; ma la Chiesa Romana soprattutto fu combattuta dallo spirito. Il Savonorola, il Burlamacchi, il Paleario, i Soccini, il Carnesecchi, il Bruno, ed altri, che non nomino, senz'altro non mosse libito di senso. Piuttosto giudico, che come s'industriano sempre le tirannidi prostrare gli spiriti, così la Chiesa s'ingegnasse annegare lo intelletto nelle voluttà, che la imitazione degli antichi fece eleganti e desiderabili anco ai più schivi; e tuttavia andò fallito il disegno, imperciocchè dallo studio del piacere si generasse il tedio della disciplina, la inverecondia del costume, e con essi l'odio dell'autorità. Providenza di Dio immediata, o predisposizione di ordine stabilito da lungo tempo vuole che ogni tirannide nello scavarsi il fondamento ci getti il seme della cosa, che la sovvertirà; e in questo modo Leone papa mentre co' sollazzi s'industria assopire le menti indebolisce l'autorità, e Cosimo nipote di lui mentre tenta impoverire lo ingegno toscano nelle quisquilie della grammatica, crea custode della Libertà la lingua. Altresì giudico che le sette diverse nocessero sì all'autorità della Chiesa, ma nel medesimo punto di poco avvantaggiassero lo svolgimento dello spirito; e la ragione è chiara, però che lo liberassero da un viluppo per intrigarlo in un'altro, il quale posto ancora, che fosse men reo del primo, tuttavia è vincolo, o cerchio, mentre lo spirito batte sempre le ale, ed irrequieto si appunta nello infinito. Anco nel secolo passato al progredire dello spirito pregiudicarono la scuola degli Enciclopedisti, e il Voltaire, però che, a mio parere, lo affaticassero a fini di odio, e di contesa, mentr'ei non si pasce di negazioni, nè sono i suoi trionfi ruine; con ogni umano istituto, con la dottrina di tutte le religioni, con la sapienza dei secoli lo spirito ripiuma l'ale per durare all'eterno volo.
Intanto i Papi oltre le Crociate, la Inquisizione, e i Frati per apporre argine che valesse a trattenere le acque irrompenti stabilirono la meno dispendiosa, e la più sicura di quante polizie sieno al mondo, la confessione. Trovato questo non nuovo, e non inutile anco in antico, però che il colpevole nei misteri dei Numi, massime di Cerere eluisina, confessasse i falli, e a patto di certe penitenze rimanesse assoluto; ed a me parve cosa che anco la civiltà di oggi potrebbe avvantaggiarsene e non poco, là dove a udire, e a consigliare si preponesse il vecchio discreto, esperto delle umane passioni, ed uso a guarirle: bene intesi però, che simile ufficio si avrebbe ad esercitare sopra le menti giovanili quando una gomitata basta a farle rientrare nella pesta: all'opposto poi quando l'uomo ha messo il tetto lo ammonimento a che giova? Torna lo stesso che predicare ai porri.—La Chiesa Romana instituendo la confessione ebbe in mira di intromettersi nel penetrale delle domestiche pareti, d'insinuarsi tra padre e figlio, tra marito e moglie, e fatto padrone delle coscienze e dei segreti, vendicarsi, o arricchirsi secondo le occasioni.
Altro partito a crescere di potenza fu la mutata elezione del Papa, e degli altri principali offici, la quale di popolesca fu di mano in mano tirata al tirannico. Nei primi secoli del cristianesimo eleggeva i Papi la Chiesa, o vogliamo dire la universalità dei fedeli, vescovi, sacerdoti, chierici di ogni ragione, eplebe. Così ce la descrive San Cipriano nella epistola 52, discorrendo della elezione di Papa Cornelio: «fu eletto vescovo Cornelio da parecchi nostri colleghi, che allora albergavano in Roma col giudizio di Dio, e di Gesù Cristo, col testimonio dei chierici, coll'assenso dei vecchi sacerdoti, e col suffragiodella plebeintervenuta.» Ai tempi di Costantino magno questi modi di elezione occorrono inalterati; e la elezione si eseguiva nelle Basiliche di Roma; per lo più nella Lateranense; nel 1059 il Concilio statui che vescovi, arcivescovi, basso clero, e popolo concorressero alla elezione del Papa, per evitare contese. Le medesime regole si praticavano nelle elezioni dei vescovi fatte dal capitolo, dal clero, e dal popolo della Diocesi, ed altresì in quelle dei vicari e dei parrocchi nominati dal clero, e dal popolo della parrocchia. Progredendo nel tempo in virtù della bolla di Alessandro III[1] rimasero esclusi tutti, eccetto alcuni pochi assistenti al soglio pontificio, che ebbero nome Cardinali da cardine, quasi fossero cardini o barbacani della Chiesa. Dopo ciò i Papi arrogaronsi il diritto di eleggere vescovi, e parrochi, donde sorsero le guerre di che abbiamo detto, e i concordati, i quali chiariscono quanto menzognera sia la dottrina delnon possumus, dacchè i Papi in tutto e per tutto possono quando li pongono nello strettoio: pari alla Pitonessa, allorchè incontrano un'Alessandro magno, che gli attanagli a mezza vita esclamano: «figliuolo mio, tu sei invincibile!». Per me credo, che ogni principato tiri la sua origine dalla violenza, o dal voto universale; ma per parecchi il primo principio si perde nella notte del tempo, non così pel pontificato, dove avanzano testimoni solenni del diritto del popolo usurpato da Roma; e se principati vetustissimi di cui s'ignora lo inizio pure consentono a ritemprarsi nel suffragio universale, perchè e come ci si rifiuterebbe il pontificato di cui la usurpazione è palese? Il Papa che sè vanta rappresentante e vicario di quel Dio, che disse: «rendete a Cesare quello ch'è di Cesare,» come si augura potere con giustizia negare al popolo quello, ch'è del popolo?
[1] Parecchie sono le Bolle intorno alla elezione dei Papi. Gregorio X nel 1274 con la Bolla:Ubi periculum, ordinò il Conclave, e la facoltà di eleggere il Papa a quei soli Cardinali presenti nel luogo dove il regnante era morto. Giulio II con la Bolla:Cum tam divinanel 1504 bandì cose di fuoco contra le elezioni simoniache; la confermò Leone X, e non impedì, che Clemente VII indi a breve fosse eletto con laida, e palese simonia. Poi ci hanno le Bolle:In eligendisdi Pio IV;Eterni Patris filiusdi Gregorio XV, ed altre non poche.
Narro di Federigonipote del respinto Barbarossa, e di Gregorio IX: costui che compose il libro delle Decretali, congerie informe di rescritti emanati per casi speciali, e da lui promossi alla dignità di leggi, atti però a stabilire la monarchia romana, massime nelle materie beneficiarie, costui, dico, fu tenace a stringere, cupido di recuperare. Ora temendo non potere allungare le mani rapaci finchè gliele badasse Federigo, lo agguindola così, che gli è forza rendersi crociato; ma mentre sospettoso di qualche tranello Federigo tentenna di recarsi a Gerusalemme, il Papa infellonito per la paura di trovarsi deluso lo scomunica: finalmente parte: allora Gregorio palesa le insidie aizzandogli contro il socero Giovanni di Brienna, commettendo ai Domenicani ed ai Francescani ribellargli i popoli, e fino nell'oriente lo circonda di lacci mortali; ma Federigo vince, ed entrando in Gerusalemme, poichè i preti nicchiano a incoronarlo, ei s'incorona da sè; poi fatta pace col Sultano sollecita il ritorno. Di ciò spaurito Gregorio, e arrovellato, dichiara lo imperatore empio, gli rinnuova gli anatemi con la giunta di sciogliere i sudditi di lui dal giuramento, e concedere il regno a cui prima lo pigli; nè commosso, nè infievolito da armi cosiffatte Federigo viene, e vince; il senato e il popolo romani gli spediscono oratori per congratularsi della sua buona fortuna; allora il Papa torna amico allo imperatore, e poichè stanno in lega per non oziare nel male gli propone svellere cosa ad entrambi funesta, lo spirito di libertà; e quegli acconsente. In virtù di simile accordo nel 1233 per la prima volta fu arso un paterino a Milano; e il Prete romano con un piè sul collo alla natura comandava ai figliuoli di Ezzelino di consegnare il proprio padre alla Inquisizione. Dopo breve spazio secondo la infida lega degl'improbi, tornano alle offese costoro, e Federigo in pena di avere sovvenuto il Papa nella snaturata richiesta contro gli Ezzelini, mira con orrore insidiargli la vita il figliuolo Enrico sobillato dal mal prete: parve provvidenza e forse fu; peccato che questa provvidenza non tenga dietro ad ogni misfatto, o si riveli meglio agli occhi mortali! Gregorio mette mano da capo alle scomuniche, muove contro Federigo Genova e Venezia; e dubitoso, che le possano far breccia va fino in Francia secondo il consueto, a trovare puntelli alla immane improntitudine sua.
Viveva a cotesti tempi sul trono di Francia san Luigi, e dicono per senso di giustizia impedisse l'andata al suo fratello Roberto, e forte riprendesse il Pontefice; ma santi o no io per me credo e vedo, che re di Francia, e Francesi non abbiano mai reputato ingiustizia pigliare quello degli altri: di vero o perchè san Luigi concesse a Carlo altro fratello quello, che a Roberto negò? Forse perchè Carlo non ebbe bisogno di aiuti da lui, ed anco perchè altro era nimicarsi Manfredi re di Sicilia, ed altro Federigo imperatore. Il Papa sbuffando disegna con perverso consiglio bandire la Crociata contro Federigo; ed a questo scopo convoca i prelati del mondo cattolico a Roma: quei di Francia essendosi ridotti a Nizza il Papa manda le galere genovesi a levarli; lo imperatore contrappone a loro i Pisani, guelfi e ghibellini incontransi alla Meloria e per questa volta vincono i Pisani per rimanervi più tardi intieramente distrutti. Gregorio dopo abusato le cose divine, spinto i popoli italiani a guerra fratricida, da capo offerto dare la Patria in balìa dello straniero muore; ma non con lui muore il Papato.
Già dissi il Papato immondo boa che traversa i secoli; di fatti a Gregorio essendo, dopo il subito scomparire di Celestino IV, succeduto Innocenzio IV, questi di amico che era a Federigo gli si volta nemico, e, come più astuto, più implacabile di tutti; costui rinfocola la Crociata già bandita da Gregorio; Francescani e Domenicani sguinzaglia contro Federigo; gli tramano insidie, sottosopra gli cacciano lo impero infatigati, innumerevoli come le formiche: convocato il Concilio a Lione vi narra dei Tartari invasori della Moscovia, della Pollonia, e della Ungheria, dei Mongolli minaccianti la Europa, dei Carasmiani oppressori di terra santa, lo impero latino ridotto alle mura di Costantinopoli, e con fronte di bronzo tutti questi mali riversa sopra Federigo; Piero delle Vigne, e Taddeo da Sessa difendendolo invano, dal Concilio si depone e si scomunica lo imperatore, il quale sia per gli anni, e l'ira, e i pensieri torbidi di vendetta travagliato cessa. Non mai vita di figlio fu salutata così caramente come la morte di Federigo da Innocenzo, che già stende le mani rapaci sopra il reame di Sicilia: chi lo parava? Manfredi debole, e senza seguito; ma fra la mano e il frutto venne a mettersi Corrado figliuolo di Federigo: se il Prete riardesse di rabbia sel pensi chi sa quanta l'avidità sacerdotale, o l'ira che suscita l'ostacolo impreveduto, e la impotenza di rifarsi da capo: poichè pertanto il Papa venuto al verde per sè non poteva prendere si arrovella a cacciarne Corrado vicino trapotente, ed offeso, e tu lo vedi andare in volta, ed offerire la corona che gli scappava di mano al fratello, al figlio di Enrico III d'Inghilterra, e a Carlo fratello del re di Francia; allo improvviso Corrado muore; allora Manfredi raccomanda al Papa il nipote Corradino; padre gli sia, e protettore; Innocenzo muove come saetta volante a Napoli a fare da padre come costumano i preti: domina più che signore tiranno e insacca più che padrone predone; Manfredi custodito quasi prigioniero si salva ed allestisce armi ed armati per combattere il Papa, il quale adesso sentendosi in fine di vita i congiunti lacrimanti intorno al letto rampogna così: «perchè piangete voi altri? Forse quanto più poteva non vi ho empito di beni?» E furono parole di prete senza cuore ed avaro. Viene Alessandro IV a cui talentando meglio la spada del pastorale durando la contesa con Manfredi perde la Puglia, e la Terra di Lavoro; in Palermo, su gli occhi al suo Legato, inalberano la bandiera sveva.—Per questo Papa si conobbe quanta la potenza del pontificato su le faccende della religione, e sul popolo quando ordinava cose, che camminavano coll'umore del secolo, e quanta poca quando procedeva al ritroso; la Francia fu da costui felicitata della Inquisizione; cotesto ardere la gente di fede diversa parve nuovo in Francia, e come nuovo piacque ed attecchì. Avendo questo Papa bandito in Lombardia la crociata contro Ezzellino da Romano trucissimo tiranno di Padova, caduto in mano ai popoli per virtuosa battaglia periva di fame: per lo contrario tanto Alessandro quanto il successore Innocenzo mentre si attentano passare il segno in Roma, i Romani a tutela della pubblica salute eleggono Dittatore Brancaleone di Andalò bolognese, cui non rifinano insidiare, e poi giungono a bandire legatisi co' nobili; ma indi a breve il popolo ripreso il sopravvento lo richiama, e per questa volta osteggiando senza rispetti il Papa, lo assedia in Anagni, e lo costringe a sottomettersi al popolo. Urbano IV ebbe il vanto infelice di schiantare dalla Italia la stirpe sveva, anch'essa discesa dagli oppressori, e venutaci di Lamagna, ma ormai naturata fra noi: poichè costui spavaldo sfidò Manfredi, e rimasto vinto si volse alla Francia semenzaio sacerdotale di tiranni per la Italia: la tragedia di Manfredi, e quella più pietosa di Corradino vanno famose pel mondo; il quale tuttavia rammenta come il Papa mettesse tradimenti, e scomuniche in combutta con gli stocchi, e le mannaie di Carlo di Angiò.—Ora escono dal buio alcuni Papi, che passano a guisa di fantasime traverso il secolo per immergersi da capo nel buio; alfine viene Niccolo III degli Orsini, il quale dove avesse posseduto la potenza pari alla superbia tornavano in fiore i tempi dei Gregori; ributtate le nozze richieste del suo nipote da Carlo, con le parole atroci: «e perchè porti calzare rosso la tua signoria non è retaggio,» congiurando nuoce altrui, se non vantaggia.—Da lui si ordirono, o assai si promossero i Vespri Siciliani sia che si operassero per la virtù di Giovanni da Procida, o per maggiore virtù di popolo come credo anche io, chè dove il popolo non secondi il singolo o non può o mal può, e il popolo quando ha voglia di mettere al sole le barbe della trista signoria il suo capo trova sempre; non sempre, anzi rado, il singolo trova il popolo.
Affermano questo Papa essere stato il primo, che mosso da soverchio e non diritto affetto oltre il dovere arricchisse i nipoti a danno della Chiesa: e ciò mi riesce malagevole a credere, dacchè Innocenzo non procedesse punto diverso da lui, e il desiderio di avvantaggiare i suoi nasce con l'uomo, il quale cresce naturalmente quando la tua famiglia salita in altezza per fortuna, o per virtù tue, tu comprendi, che, al tuo sparire, diventerebbe per inopia contennenda; onde chi può non benefica i suoi piuttostochè superiore agli uomini parmi assai vicino alle bestie: tutto sta in questo come nelle altre cose procedere con discrezione; quindi per me penso, che Niccolò si mostrasse in questa faccenda non primo a tutti, ma più stemperato di tutti.
Quando dopo la morte di Clemente IV la sede pontificia rimase per bene tre anni vacante Gregorio X ordinò la elezione del Papa in conclave con l'obbligo di scemare il cibo ai Cardinali fino a ridurlo al pane ed all'acqua, e ciò perchè cotesto stroppio non si rinnovasse: e' sembra, che a quei tempi il Pontefice non fosse infallibile nei suoi partiti; difatti, morto Onorio IV per dieci mesi non fu eletto Papa, e prima di promovere al pontificato Celestino V la sede vacò due anni. Costui rinunziava dopo cinque mesi, e nove dì: scrittori guelfi raccontano come Benedetto Gaetani, che gli successe mediante cerbottana comandasse a cotesto semplice renunziasse al Papato dandogli ad intendere poi gli avesse proprio favellato Dio, e narrano altresì, che si gratificasse il re di Napoli dicendogli: «il tuo Papa Celestino ti ha voluto e potuto servire, ma non ha saputo; io vorrò, potrò, e saprò;» per la quale cosa il re commetteva a dodici Cardinali suoi divoti dessergli il voto. Il signore Luigi Tosti monaco di Montecassino nella vita di Bonifazio VIII nega tutto alla ricisa, e va bene, egli esercita il suo mestiere: noi ci stringeremo a credere, che il Villani contemporaneo di Bonifazio VIII potesse essere meglio informato del monaco Tosti, molto più che il Villani faceva professione di guelfo. Il monaco Tosti nega eziandio la strage di Celestino operata col conficcargli un chiodo nel cranio per comando di Bonifazio VIII; nè io potrei contraddirlo in questo; solo noto, che la testimonianza del Villani mette innanzi quando egli scrive, che faceva custodire il povero vecchio Celestino inonesta prigioniaa Fumone, e lo ributta quando racconta della parlata a Celestino per via della cerbottana, e degli accordi simoniaci con Carlo d'Angiò: questa maniera di dettare storie, se male non mi oppongo, corrisponde ad arare coll'asino e col bue: e ciò messo da parte parmi degno di considerazione come nella Bolla con la quale Clemente V canonizzò santo Celestino si affermi con ischiettezza laudabile: «imperito di reggere la Chiesa come colui che dalla puerizia erasi consacrato interamente al culto dellecosedivine.» dunque la si tenga per giudicata sopra l'autorità di un Papa, chitroppo osserva Dio non è capace a governare la Chiesa! Opinano gli scrittori Bonifazio VIII avere segnato l'apice del dominio temporale, donde, non potendo più sorgere, gli fu mestieri calare; questo a me non sembra, e non è; piuttosto parmi vera quest'altra sentenza, Bonifazio rappresenta l'ultimo sforzo papesco di riagguantare la immane primazia, come del pari l'epoca sua dimostra il duro, e insuperabile talento dei principi di resistere. L'almanaccare irrequieto di Bonifazio a taluni pare intelletto divino, e a me anfanamento di curiale appaltone. Giacomo di Arragona, chiamato in Ispagna per la morte del fratello Alfonso, abbandona la Sicilia; i Siciliani gli surrogano il fratello minore Federigo come quelli che circuiti essendo di nemici potentissimi abbisognavano di prode e solerte principe che vigilasse alla tutela loro, mentre Bonifazio li desiderava deboli, epperò sottoposti a signoria lontana. Dio è in alto, e il re è lontano, solevano dire i Vicerè di Sicilia quando i sudditi angariati minacciavano richiamarsene al re di Spagna; in questo intento il Papa sobilla Jacopo a ripigliarsi la Sicilia; difficile è credere, ch'egli aborrisse da guerra fratricida: piuttosto temendo di esito incerto cacciare per forza Federigo di Sicilia s'industria abbindolarlo spingendolo alla recuperazione dello impero di Costantinopoli testè perduto da Baldovino; gli promette il sussidio di cento mila once; per giunta gli dona Corsica, e Sardegna; veramente ci dominavano i Pisani; ma ciò non fece ostacolo allora nè poi ai Papi, solo il dono era condizionato allo andarselo a pigliare, e poichè Federigo ricusa, lo assalta secondo il consueto, e respinto secondo il consueto ei chiama di Francia Carlo Valesio: difettando di pecunia immagina il Giubbileo guazzabuglio del costume ebraico mediante il quale gl'Israeliti in capo a cinquanta anni, per sette settimane scioperando un anno intero lasciavano in maggese le terre, i servi affrancavano, i beni impegnati restituivano, i debiti rimettevano, e dell'anno secolare dei Romani; il Papa sbraciava indulgenze a carra, saldo di peccati vecchi e nuovi, ed anco ospizio ai pellegrini, di che fanno le meraviglie gli scrittori chiesastici; ma in cotesta come in ogni altra bisogna, il prete dava un'uovo per avere un bove[1]; le mani non bastando, i chierici dabbene ci adoperavano il rastrello col qualerastellabant pecuniam infinitam, dice la Cronaca e Giovanni Villani, che vi si trovò, conferma con queste parole: «e della offerta fatta per gli pellegrini molto tesoro ne crebbe alla Chiesa, e' Romani per le loro derrate furono tutti ricchi.» Carlo Valesio, esercitate prima le armi di Giuda[2] in Firenze, dove abbattè i Bianchi esaltando i Neri, passa in Sicilia: combattuto dall'aere, e dagli uomini cala agli accordi; con esso i reali di Napoli per colpa di fortuna, e più per manco di virtù volti al basso. Da questa parte non ci era da sperare più nulla, e poi in Francia vivea Filippo il Bello uso a volere del soldo i due quattrini per sè, e Bonifazio VIII nè anco si sarebbe chiamato contento di tanto. Di vero con la costituzioneClericis laicosrimette in ballo le gregoriane pretensioni; i Colonnesi scomunica, e condanna alla dannazione nell'altro mondo, allo esterminio in questo con la BollaLapis abscissus; sopra le terre di Romagna restringe il freno; pei mali consigli di Guido da Montefeltro sovverte Palestrina forte, e bello arnese dei Colonna; due cose nuove comparvero con Bonifazio nella Chiesa, la prima furono i Cardinali vestiti di cappe rosse, e la seconda l'assoluzione anticipata al peccato che sta per commettersi. Federigo prima scomunicato ora torna in grazia di Dio. La costituzioneClericisallunga le mani; l'arcivescovo di Narbona pretende avere per vassallo il visconte, che ricusa omaggio sè confessando uomo del re: Bonifazio naturalmente per l'arcivescovo, pel visconte il re: poi ci fu la disputa per la contea di Melgueville; il Papa tira l'acqua al suo mulino, il re faceva lo stesso. Il monaco Tosti scrive la pretensione del re essereimpertinenza; e non crediate mica, che tale opinione mettesse fuori il frate in cotesti tempi a Roma; egli ai dì nostri compone libri in Italia, e la nostra mente resta sbalordita pensando come il Ricasoli barone avesse tolto le costui dottrine a norma per regolare le faccende della Chiesa con lo Stato. Bonifazio invia in Francia legato il vescovo di Pamiers a sostenere le sue ragioni; Filippo lo agguanta, e lo condanna reo di maestà, e manda a notificarlo al Papa perchè gli rifaccia il resto. Chi dei due iniquo? Bonifazio capace di servirsi della opera di un fellone, Filippo attissimo ad apporre false accuse, entrambi per voglia d'imperio smaniosi. Se s'inalberasse a' cotesta notizia il Papa non importa dire. Mandò: «sopra il divino diritto, e l'umano dei chierici niente potere i laici; rendesse libertà, e beni, ed onori al legato: avvertisse essere incappato nelle scomuniche stabilite dai Canoni contro i percotitori dei chierici; si mostrasse più timoroso di Dio, il quale tanto lo aveva beneficato fin lì.» Subito dopo di rincalzo pubblica la bollaSalvator mundispedita al re con la lettera che comincia:Nuper ex rationalibus causis, mediante la quale sospende ogni privilegio (così ei diceva, ed erano diritti usurpati dalla improntitudine pretesca) concesso dalla Chiesa al re finchè la causa del vescovo di Pamiers non fosse stata giudicata dai chierici francesi raccolti in sua presenza.—E come se tanto non bastasse indi a breve pubblica l'altra bollaAusculta filii. In cotesto documento, modello dello idropico vaniloquio della Curia romana, messo a rifascio Dio, Cristo, la Madonna, la Chiesa unica perchè unica sposa di Gesù, il quale ebbe sempre in orrore la bigamia, ed unico il suo capo messo da Dio a giudice dei vivi e dei morti: insomma la Chiesa non patire moltitudine di capi; lui papa Bonifazio comecchè indegnissimo pure preposto da Dio per ragione dello ufficio apostolico ai re, e ai regni in generale, ed in particolare sopra lui Filippo, e sopra il suo regno per distruggere, e ricostruire, stiantare, e piantare, disperdere, e raccogliere, e via di questo gusto: dunque non presumesse di sgattaiolargli di sotto; si lasciasse tosare, e spellare di buona grazia; averlo già ammonito parecchie volte invano; piangergli l'anima (le paterne viscere non pare che usassero ancora) nel mirarlo precipitare ogni giorno più a rotta di collo nelle colpe, che ormai sembravano tramutate in costume; e poi venendo alle strette dichiarava in lui Papa stare la suprema potestà su i benefici dentro e fuori la Curia romana, ed egli re non avercene alcuna; invece attentarsi con empio consiglio usurpare ogni cosa, e poi giudicando sostenere le parti di giudice e parte, laici e chierici mettere ad un mazzo; niente voler sapere di tribunali chiesastici; i giudicati loro reputare anco meno che niente, anzi revocarli, impedire che altri gli osservasse; i beni laicali, o clericali tenere per feudi dependenti dalla Corona; nelle Chiese, e nei monasteri entrato in aspetto di guardiano per sottometterli ad incomportabile servitù; divorarsi le rendite delle sedi vacanti; vietare che alcuna particella se ne mandasse fuori di Francia; della falsata moneta tacere, della oppressione dei sudditi, e di altre nefandità. Ora poichè per ripigliarlo era divenuto roco, forse avrebbe dovuto addirittura porre mano ai gastighi, ma non volerlo fare se prima non avesse tentato uno sforzo supremo per ridurlo a partito: per le quali cose egli intimava una Sinodo a Roma dove egli re o di persona, o mediante suoi oratori, comparisse, ci mandasse quanti abati, vescovi, ed arcivescovi gli piacesse, a patto che a lui Papa fossero grati ed accetti; intanto cacciasse via dalla reggia i falsi profeti, i seminatori di scandali; breve, tutti i facinorosi che lo stornavano dal darsi co' piedi, e con le mani accaprettato in balìa della madre Chiesa, e di lui padre Papa, che lo arieno acconciato pel dì delle feste. Il monaco Tosti, scorta fidata del Ricasoli barone, trova questa bolla temperatissima, una maniera di bianco mangiare, tutta in regola; poichè trattando di collazione di benefizi, d'immunità di chiese e di monasteri, di rendite da mandarsi a Roma e via discorrendo sta semprenello spirituale; forse si possono dire faccendetemporaliil mal governo dei sudditi, e l'alterata moneta; all'opposto il monaco Tosti dichiara insolenza temeraria e peggio quello che rispose l'oratore francese La-flotte al Papa: «la tua è spada di parole, quella del mio Signore è di ferro»; per ultimo sostiene falsa certa lettera scritta da Bonifazio a Filippo, la quale in somma ripete con parole più modeste quello che si contiene nella bollaAusculta. La bollaAuscultarimescolò tutti in Francia così laici come chierici; il conte di Arras strappatala dalle mani del legato la buttò sul fuoco. Il monaco Tosti rammenta le arsioni delle bolle papali essere state due, questa di Filippo, e l'altra di Lutero, in Francia la prima, la seconda in Allemagna; giova rammentare che in Italia non fu bruciata perchè Barnabò Visconti costrinse il legato a mangiarsela. Filippo bandì il legato, e vietò, che preti, e quattrini di Francia andassero a Roma: il Papa quanto a' preti avria per avventura lasciato correre; quella poi dei quattrini gli passò il cuore. Banditi i legati convocavasi un'assemblea nella chiesa di nostra Donna di Parigi; laici, e chierici respinsero le immani improntitudini papali; se autentica o no la lettera che si dice scritta in cotesta congiuntura da Filippo a Bonifazio ignoro, e dubito, tamen assai bene riporta la qualità degli umori del tempo: abbila quì lettore volta dallo idioma latino nel volgare nostro.
[1] Però non sembra che il Papa donasse la vettuaglia bensì provvedesse a non farne mancare, che non fu piccola cura, dovendosi alimentare pel corso di un anno intero 200,000 e più persone oltre la popolazione di Roma.
[2] Senz'arme n'esce, e solo con la lancia, con la quale giostrò Giuda….
«Filippo per la grazia di Dio re dei Francesi a Bonifazio che la fa da sommo Pontefice invia salute poca, anzi punta. Sappia la tua massima demenza come noi nelle cose temporali non sottostiamo ad alcuno; a noi per diritto regio appartengono la collazione delle chiese e delle prebende vacanti, e la percezione dei frutti di quelle; la collazione che noi ne facemmo e faremo saranno valide nel presente, e nel futuro, e per noi andranno virilmente difesi i possessori di quelle contro ogni persona; e a chi altro non crede noi mandiamo patente di grullo, e dimatto. Dato a Parigi.
Così allora la pensavano in Francia re, baroni, e prelati rispetto al Papa; adesso dopo oltre cinque secoli e mezzo cotesti Francesi fanno di cappello al Papa, reputano piccolo omaggio baciargli i piedi, dicono non poterne fare a meno, e poichè non ponno astenersene essi lo tengono sul collo a noi come un giogo di ferro;—e poi la Francia, propriolei, presume nella processione della civiltà umana portare innanzi il gonfalone!—
Di contro all'assemblea di Parigi Bonifazio oppose la sinodo di Roma donde uscì la Costituzioneunam sanctamin virtù della quale, aboliti i vituperii, e troppo tardi e male velate certe pretensioni ci trovi quanto basta perchè il Prete se non per la via maestra, almeno per tragetti ti entri in casa a scombuiarti ogni cosa. Il monaco Tosti facendo l'indiano meraviglia come così discreta costituzione non si avesse ad accettare, ed ha torto, massime poi con lo esempio della Inghilterra cui allora presiedeva quel sozzo uomo, che chiamano Giovannisenza terra, mentre tace, che Odoardo I la respinse appena n'ebbe facoltà, ed è cotesto modoprocacciante e insidiosodi scrivere storia. Ragione ha poi quando scrive: se volete vivere da cattolici bisogna piegare il collo, e adattarsi, altrimenti buttate giù il cattolicismo: o mangiar questa minestra o saltare questa finestra: presumere di volere restare cattolici, e dare di cozzo al Papa ad un punto si offende lafede, e la ragione; nel secolo XVI Lutero, e gli altri buttarono giù buffa mostrando mente eretica ma discorso di ragione, sicchè chi legge se l'abbia per giudicato; dov'egli pure desideri vivere vita libera e cristiana gli è mestiere gettare il cattolicismo alle ortiche; e in questo mi trovo d'accordo col monaco Tosti. Costui però mal tasto ha toccato, e potria rendere tal suono pel quale la Curia forse non gli darà la mancia. Matta cosa quella di volere temperare l'assolutismo della monarchia della Chiesa con l'aristocrazia dei Concili, e peggio coll'autorità dei re, dice il monaco Tosti; e mille volte più matta volerla accordare co' liberi pensamenti della Democrazia, dico io. Noi altri, egli monaco, ed io laico, ci potremo vantare di avere fatto un gran bene ai tempi nostri, voglio dire, cacciato al diavolo qualunque equivoco, avere definito la quistione a modo, e a verso:o asso, o sei. Se cattolici che almanaccate di Chiesa libera in Istato libero?—Mi suona come la prima ottava del volgarizzamento delle Metamorfosi di Ovidio fatto dall'Anguillara. Osservate i sacramenti tutti con le interpretazioni del Papa, del vescovo, del curato, del cappellano, del sagrestano, e dell'ostiario; a Roma per le dispense pagate le annate, le decime, e l'obolo di San Pietro; abbiate i Gesuiti per babbi, i Paolotti per mamme, per fratelli i Domenicani, i Capuccini per sorelle; soprattutto riverite i tribunali ecclesiastici; lasciate i beni ai monaci, anzi cresceteli del vostro a cotesti serafici operai nella vigna del Signore; credete che Gesù si sia staccato di Croce per istringersi al seno Santa Caterinadomenicana, e credete altresì, che il prelodato (a Torino diconoantefatto) Gesù barattasse il suo cuore con quello di Santa Brigidafrancescana; se no cessate essere cattolici per diventare cristiani. Per me, credo, che questa sarebbe la più diritta via per andarcene a Roma. Il Papa ci scomunicherebbe e se ne andrebbe: chè se Enrico IV potè dire, e male: «Parigi vale una messa» al popolo dovrebbe essere lecito esclamare a sua posta: «Roma vale una scomunica.»
Fra Bonifazio e Filippo, come succede fra due superbi e cupidi s'invelenirono le ire; di qua e di là crescono le offese; il Papa scomunica il re; questi appella al Concilio futuro; poi manda gente in Italia a recare supreme offese al Pontefice, la quale espugna Anagni, imprigiona Bonifazio, e lo percuote. Dicono gli desse la guanciata Sciarra Colonna, e corre fama conduttore delle genti fosse Musciatto Francesi; ciò dimostra come in ogni tempo i meno disposti a riverire come venerabile cosa il Papa sieno stati gl'Italiani: le guanciate non lodo, anzi biasimo; e poichè Filippo aveva appellato al Concilio, alle decisioni di questo aveva a stare; ma io già l'ho detto, tra Filippo e Bonifazio la correva come fra il rotto, e lo stracciato, e degnissimo di obbrobrio era certamente questo Papa il quale, mentre scomunica Filippo di Francia reo solo di volere essere forse troppo padrone in casa sua, accoglie da capo nella comunione dei fedeli Alberto di casa Asburgo fellone e omicida del suo re Adolfo, solo perchè piega il capo scellerato dinanzi alla potestà pontificia.
Dopo questa lotta disperata il sacerdozio co' nervi recisi ebbe a cascare in balia di Filippo: per lui fu eletto Bertrando di Got, il quale tolse nome di Clemente V; francese questo, e nello stato in cui si trovava che resistenza poteva egli opporre al re superbo? Tuttavia da quello astuto prete, ch'egli era, quanto non ispettava al sacerdozio facile concedeva; l'altro no, schermendosi artatamente; così per compiacere a Filippo egli gli condannò i Templari, di cui Filippo arraffati i beni costrinse gli Spedalieri a comprarli; cassò la bolla della scomunica, lui e i complici suoi mandando assoluti; gli concesse le decime per la guerra di Fiandra; e più oltre gratificando il temuto sire (deh! perchè lo spirito di Filippo il Bello non torna a soffiare sul reame di Francia?) tolte le tende da Roma andò a piantarle in Avignone; ma la truce voglia di disotterrare il cadavere di Bonifazio, e darlo al fuoco respinse; bene lo fece giudicare intorno all'accusa di eresia; ma di leggeri uomo si persuade, ch'egli mettesse in opera ogni industria, affinchè il Concilio di Vienna lo rimandasse, come avvenne, assoluto. Il papato adesso si arrampica da questa parte o da quella con perdita continua della sua autorità; legato alla materia si contamina di nefandezza, nè ad altro attende che ad ammassare pecunia; nella contesa tra Ludovico il Bavaro, e Federigo di Austria, il Papa parteggiando per questo scomunica il primo, il quale ito a Roma, crea antipapa Niccolò V, e fattosi incoronare accusa Giovanni XXII di eresia; se il Papa fosse eretico o no ignoro, quantunque la fama lo accusasse appartenere alla setta dei millenari; quello che so, egli è, che fu il più spietato usuraio di quanti mai comparvero al mondo. Benedetto XII tiene ferme le scomuniche contro Ludovico (io l'ho pure chiarito; i Papi sono tutti un prete) il quale per torgli il vino dal capo, convocata la Dieta, fa dare di frego alle censure di quello, e statuire allo impero eleggersi dagli elettori a pluralità di voti, in cotesta elezione il Papa non entrare per nulla, non lui, bensì il Conte palatino del Reno essere vicario a impero vacante. Con più animosi spiriti sottentra a sostenere la lotta Clemente VI, che richiesto di accordo lo rifiuta se prima Ludovico non risegni il trono, gli dia in mano i suoi difensori, e la Dieta non riconosca lo impero feudo papale; parendo le sue parole ebbre egli mette su taluni elettori ad eleggere emulo a Ludovico il figliuolo del re di Boemia; donde una guerra che subissò Germania; esso intanto viveva ozi lascivi in compagnia della contessa di Turena venditrice di grazie, o di benefizi, ed anco donatrice di cappelli cardinalizi a giovani notabili di robusta bellezza.—Da lui il diritto dei Papi sopra Avignone, ed ecco come Giovanna di Napoli, in qualità di erede dei reali di Provenza, lo possedeva; avendo ella trucidato il marito Andrea per isposarsi con Luigi duca di Taranto ora atterrita dalle armi di Ludovico re di Ungheria sceso a vendicare la morte fraterna, onde non inimicarsi il Papa, ricercata a grande istanza da lui glielo vende per ottantamila fiorini di oro: incauta sempre, prima di riscoterne il prezzo implora il perdono del delitto commesso e licenza di vivere col cugino adultero, ed omicida: l'assoluzione ella ottenne, ma non il pagamento della moneta: così con l'assoluzione di un delitto la Chiesa cattolica compra Avignone. Certo non era questo titolo di dominio da rispettarsi, ma fosse stato migliore non lo avrieno rispettato i Francesi, che glielo tolsero, e non lo restituirono. Ora i Francesi a noi contrastano, quanto a sè permisero; perchè questo? Giovò loro pigliarsi Avignone, non giova, che noi ci pigliamo Roma: a noi poi non lice imitarli come quelli che deboli siamo, e di farci potenti abbiamo quasi paura; ci sta tuttora nelle ossa la ruggine della servitù.
Qui s'intromette la storia di Cola di Rienzo; costui forse restituiva la repubblica romana se avesse posseduto mezze le virtù, che cantava in esso Francesco Petrarca; certo a ruinarlo ebbero parte e non poca i preti legatisi ai patrizi, e la feroce voltabilità del popolo: ma soprattutto vuolsene dare la colpa alla vanità di lui: come per questa tracollarono Masaniello a Napoli, l'Alesi a Palermo, ed altri parecchi è noto: Michele Lando vano non fu, ma avverso ai patrizi, nè tutto alla plebe; ammanniva il dominio al popolo grasso, a sè l'esilio: indole mezzana, e senza concetti se togli quello d'impedire disordini il quale quantunque buono, di per sè non costruisce; e chi ha a fare col fuoco non si deve sbigottire di scottature.
La lontananza dei Papi rilassava naturalmente i vincoli di subiezione, ond'è, che le città di Romagna o per via di tiranni, o di popolo si reggevano senza darsi un pensiero al mondo di loro. Innocenzo VI, e Urbano V deliberati ricondursele a devozione si avvantaggiarono delle compagnie di ventura. Che cosa esse fossero tutti sanno, e sorsero in Francia dalle guerre sia contro gl'inglesi, sia civili: da prima i Papi n'ebbero onta e danno; Arnaldo di Cervole del Perigord arciprete di Verny costringeva Innocenzo VI di riceverlo a gloria in Avignone, farlo sedere a mensa in compagnia dei Cardinali, assolverlo da ogni peccato, e per penitenza dargli del proprio 40,000 fiorini di oro, di che i preti si dolgono sempre; un po' più tardi il Du-Guesclin conducendo lecompagnie bianchein Castiglia per sovvertire il trono di Pietro il Crudele, sprovvisto di pecunia, e ignaro a qual santo votarsi per metterne insieme, le menò ad Avignone, ed Urbano per levarsele dintorno ebbe a prosciorle delle peccata, ed in questo ci andò di buone gambe e più a fornirle di 200,000 franchi di oro, ed anco questo, comecchè gli paresse ostico, gli toccò a ingoiare. Tra loro si trovava Giovanni Acuto, e Malastretta, il Buda, il Sala; a tutti prepose Gregorio XI Roberto Cardinale di Ginevra, brutto di corpo non meno che tristo dell'animo: costui quando gli occorreva qualche masnadiero tutto sangue le mani, la faccia, e la spada urlando avere menato strage di donne, e di uomini, non esclusi i fanciulli eziandio lattanti, per grande gioia abbracciava, lo benediceva, il ferro gli consacrava.
Bologna mostrò allora come sempre, che agl'Italiani virtù non manca bensì la disciplina, dacchè due masnadieri Brettoni avendo sfidato tutto il popolo due giovani popolani, Guido d'Asciano sanese, e Betto Riffoli (il popolo ha sempre le mani lunghe per combattere, i patrizi quasi sempre per rubare), gittati a terra i cappucci loro accettarono la sfida, che a quel modo in cotesti tempi si dava e si riceveva il gaggio; poi venuti a battaglia, e superatili per virtù, e per fortuna, loro donarono per mercè la vita.
Lo sforzo del Papa era contro Firenze, dopo la guerra trucissima mossa da lui contro i Visconti; il legato pontificio Guglielmo Noellet di celato le spingeva contro l'Acuto, che per insidia tentava rubarle Prato, in vista poi mandava a testimoniarle maraviglia e dolore del caso, ma a cui l'ha da fare con tosco non vuole essere losco, e i Fiorentini svelti già avevano contaminato l'Acuto e il tiro pretesco andò invano.—Il Papa innanzi di movere aveva domandato al Malastretta, se gli bastasse l'animo «di pigliare Firenze? Ci entra egli il sole? invece di risposta interrogò il Malastretta.» E il Papa a lui: «certo, ei v'entra.» Dunque, conchiuse il masnadiero, «se ci entra il sole ci entrerò io.» Ma il sole continuò ad entrarci; ed egli mai.
E' non si vuole negare i Fiorentini avrieno dovuto combattere a viso aperto la Chiesa non già con le arti onde in breve fecero ribellare al Papa fino ad ottanta fra città e castelli: con le armi non co' fiorini vincere l'Acuto; ma per altra parte chi ravvisa il vicario di Cristo nell'uomo, che conduce per suo capitano l'Acuto il quale per mantenere in devozione della Chiesa Faenza la quale tentennava la manda a ruba, e a sangue senza perdonare a sesso, o ad età, contamina donne di ogni maniera, vergini o spose, monache o laiche; e per torre via la lite fra due conestabili, i quali, messa la mano addosso ad una fanciulla, se la contendevano, con un gran fendente la partisce in due gridando: «mezza per uno!»
Nè si dica, che questo commettesse l'Acuto per suo mal talento, imperciocchè chenti fossero i legati pontifici vedemmo, e peggio verrà chiarito per questo altro caso. I masnadieri della compagniasanta(santa suole chiamare il prete qualunque perfida, e scellerata cosa, purchè gli approdi) usciti dal contado di Firenze vanno a Cesena dove pigliano stanza col Legato del Papa nella Rocca: quinci rovesciandosi nella città funestavano del continuo i cittadini con soprusi, e offese, e rapine, che appena impedendosi negli eserciti regolari quasi si lodano nei masnadieri; i cittadini inacerbiti rivoltansi; afferrate le armi si mette mano a combattere; i soldati, come sempre nelle battaglie cittadine, ne toccano; e certamente in quel dì andavano sperperati del tutto, se il Legato interponendosi, molto supplicando, e molto promettendo, non gli avesse persuasi a posare. Venuta la notte, e quando il sonno tiene legata la gente, il Legato chiamato a sè l'Acuto gli disse (io vo' narrarlo con la Cronaca sanese di Neri di Donato) «messere Jovani…. io ti comando che tu et tua gente scenda nella terra et facciate justitia»—Messere Joanni disse: «Messere anderò, e farò sì con tutti li terrieri, che lasseranno le armi et si renderanno a voi in colpa.—No, disse il Cardinale, sangue, sangue e justitia.»—Disse messere Joanni: «pensate al fine.» Disse il Cardinale:«io vi comando così.» E mentre si mena va la strage il Cardinale correva intorno gridando: «affatto! affatto!» Cotesta fu immanissima strage; non si racconta l'uguale di Attila e di Tamerlano; oltre i consueti orrori furonci bambini inchiodati nelle porte delle case, e a tanti ruppero il cranio su le pareti, che la terra biancheggiava di cervella dintorno; non mancò nè anco chi sventrata la madre nelle viscere di lei troncò una non bene compiuta vita. Un padre dalle mura cala corde nel fosso, e ci si affida per accertare lo scampo alla moglie, ed ai figliuoli suoi; tentato il terreno si arrampica sull'argine: quivi il nemico ferro lo coglie, e l'uccide. La donna, aspettato indarno il marito, per cotesto aere cieco col bambinello al collo si commette alle funi; scese incolume, ma impigliatasi poi nella melma del fosso casca, e il figliuolo le si sommerge nell'acquitrino; lo cerca un pezzo brancolando, e dopo ora non breve lo ritrova; con esso in braccio traboccando ogni tratto, e nella fitta ad ogni passo affondando arriva a proda; quivi le occorre spento il marito, e si accorge tenere al seno pure esanime il figlio: allora dispettando la vita getta via il pargolo e corre a farsi ammazzare dai nemici. Chi fuggiva pari in fortuna a cui restava, però che i masnadieri corressero la campagna peggio dei segugi: a 5000 sommarono i morti in Cesena non contando gli arsi ed i mangiati dai cani; nè molti meno cascarono privi di vita pei boschi a cagione del freddo e della fame: le vesti dei traditi barattavansi a carra con altrettante carra di paglia: il Malatesta nel rifabbricare l'anno dopo Cesena trovò piene di ossa cave da grano e cantine, e le cisterne ampissime di San Gelone e di San Lorenzo.—Santo Antonino paragonò il Cardinale autore di tanto eccidio ad Erode ed a Nerone. La Cronaca di Bologna conclude la storia del caso miserando: «Nerone non commise mai una siffatta crudeltà, che quasi la gente non voleva più credere nè in Papa, nè in Cardinali perchè queste erano cose da uscire di fede.»
Gran bene aria fatto la gente di allora se tolto addirittura di mezzo ilquasiavesse saltato il fosso rinnegando la Curia Romana. La Cronaca sanese di Neri di Donato già citata esclama: «così oggi sono venute le operazioni dei Prelati, e dei chierici della casa di Dio,» E pare, che il buon cronista non leggesse storie, nè che spirito di profezia fosse in lui, diversamente avrebbe conosciuto come le opere della Chiesa per lo innanzi scelleratissime si mantenessero dopo sempre pari.
Il Monaco Tosti si rallegra nella vita di Bonifazio VIII come la costituzioneUnam sanctamdi costui fosse accolta in Inghilterra; ei si rallegra intempestivo e male, imperciocchè cotesta Costituzione, e le altre intemperanze clericali già cominciassero anco là a rimescolare gli spiriti avviandoli alla ribellione; così che presto Giovanni Vicleffo colà sorgeva alla scoperta contro la dottrina e gli abusi della sede romana rammemorando ai popoli le lunghe rapine, e la feroce avarizia di lei.
Corre comune opinione che Papa Gregorio tornasse a Roma pei conforti delle due sante rivali nello amore di Cristo Brigida, francescana di Svezia, e Caterina, domenicana da Siena; io veramente penso, che le compagnie di ventura, massime le visite dell'arciprete di Perigord, e di Bertrando di Guesclin ve lo spingessero più forte: ad ogni modo pare che anco costoro con i ghiribizzi del proprio cervello ve lo inducessero, dacchè Gregorio XI in fine di vita ebbe a dire: «gli uomini prudenti si badassero dagli uomini, e dalle donne, che pigliando le fantasticherie loro per estasi religiose abbindolavano la gente; dallo quali invecerìe egli pure confessava essere stato sedotto.» E senza dubbio le donne opererebbero santamente a badare a' fatti di casa, ed in particolare le monache, le quali, secondo che porta il nome dimonaco, dovendo starsene chiuse e sole non si sa, che diavolo vadano a sgonnellare nel mondo. Lui morto, i Cardinali riunironsi in Conclave ad eleggere il Papa; ventitrè erano in tutti, dei quali sei rimasti in Avignone, uno legato in Toscana, gli altri a Roma, undici francesi, uno spagnuolo, quattro italiani: elessero uno italiano: sicuro, una tal quale violenza ci fu a fare eleggere Papa italiano raccontando le storie, che da trentamila Romani assediassero il Conclave; le campane sonavano a stormo, il popolo urlava: «morte a tutti, Papa romano, o almanco italiano,» ed ammantava fascine per bruciare i contumaci; però sendo quattro i Cardinali italiani non gli obbligarono ad eleggere per lo appunto Bartolommeo Prignano da Napoli. Usciti di Conclave ebbero altri consigli, e si pentirono avere eletto un'uomo acerbo, che di colta volle ridurre, il vitto dei Cardinali ad una pietanza sola, pretese troncare di botto le simonie, ed impedire pigliassero doni: anco significò loro, che di tornare ad Avignone smettessero il pensiero, perchè a Roma intendeva restarsi: volere ad ogni costo deprimere la baldanza francese; essere tempo che la Chiesa cessasse di comparire feudo di Francia; volere (e in ciò forte lo inuzzolivano i Romani) promovere tanti Cardinali italiani in una volta, che ormai fosse disperata la elezione di Papa francese: sommo il disprezzo da lui mostrato ai Cardinali; a quello diceva: «taci, tu hai parlato anco troppo;» a questo: «smetti, che tu non sai quello, che ti dica;» il Cardinale Orsino un bel giorno salutò col nome distolto; ed avendo chiamato il Cardinale di san Marcello senza rispettiladro, questi di rimando lo rimbeccò con le parole: «tu menti come un calabrese.» Tutto questo forse era vero, ma che i Cardinali scismatici si sentissero obbligati in coscienza a spingergli contro Clemente VII, perchè lo provarono di natura crudele e feroce questo poi non regge, quante volte tu consideri Clemente VII essere stato niente meno che quel Roberto da Ginevra del caso di Cesena. Di qui scisma provvidenziale, onde vie più il Papato cascasse nel vilipendio delle genti: con Urbano rimasero Inghilterra, Lamagna, Ungheria, Polonia, Boemia, e Portogallo; andarono con Clemente Francia, Sicilia, Spagna, Svezia, e Savoia. Ora vedremo cosa nuova, due Papi donare a due un regno, e nei petti umani infiammare tanto odio, che peggio non avrieno saputo fare venti demoni.