Chapter 9

Poichè Giovanna regina di Napoli si mostra fautrice di Clemente VII, e lo ricovera nei suoi stati, Urbano le sommuove sotto il regno, e costringe l'antipapa a ricoverare in Francia; nè qui si ferma, chè scomunicatala, e depostala dal regno lo conferisce a Carlo di Durazzo suo nipote, e da lei beneficato: all'opposto Clemente VII conferisce il medesimo regno a Luigi di Angiò figlio di Giovanni I re di Francia, e d'accordo con Giovanna chiama le armi francesi in Italia. Prevalse Carlo, che la zia benemerente soffoca fra i guanciali, e diventa re di Napoli: più di una testa non cape dentro corona regia. Luigi intanto veniva di Provenza alla vendetta, e al regno; Urbano approfittandosi della congiuntura insta presso Carlo, affinchè adempia la promessa stipulata quando lo investì del regno, la quale era conferire terre, castella, e pensioni ai suoi nepoti con più il principato di Capua; e Carlo lo tiene bene edificato finchè il pericolo dura, morto l'emulo in Bari di naturale infermità, al Papa, che alle solite istanze aggiungeva quella che avesse a levare via certe nuove gabelle, rispose: «il regno suo per diritto di successione e per armi; da lui Papa niente avere avuto eccetto quattro parole scritte sopra la investitura: quanto a gabelle non se ne impacciasse; attendesse ai preti.» Di qua e di là avvicendansi parole acerbe, e Carlo infellonito senza un rispetto al mondo va difilato ad assediare il Papa a Nocera. Se Urbano chiuso tempestasse, maledicesse, e scomunicasse non importa dire; tre volte in capo al dì si affacciava dalle mura, e a suono di campanello, in mezzo alle fumose vampe delle torce di pece avventava l'anatema contro Carlo. Cinque Cardinali che si trovavano seco attentaronsi dirgli, che campanelli, e torce, e scomuniche valgono contro cui le teme, ma ben'altri argomenti ci vogliono quando questi non approdano: si accordasse. Il Papa sospettando fossero contaminati gli fece in un'attimo appiccare per le braccia alla corda; intanto egli passeggiava recitando il breviario, e di ora in ora interrompeva la lettura confortandoli a palesare il tradimento; così un pezzo finchè cotesti meschini risoluti significarono, che non sentendosi in colpa, nè manco potevano confessarla; allora fatta dalle braccia attorcere la fune al collo di loro il santo padre ordinò gli strangolassero: aggiungono altresì che messi in pezzi e seccati i cadaveri nei forni n'empì parecchie valigie le quali dipinte a teschi, e a stinchi, e coronate col cappello cardinalizio poste su le groppe ai muli lo precedessero insieme con la triplice croce; questa per procacciarsi venerazione, quelle terrore: tuttavia parte con inganni, e parte per virtù di Ramondello Orsino e di Tommaso Sanseverino si sottraeva al presente pericolo rifugiandosi a Genova. Carlo lascia Napoli e va re in Ungheria; cola è morto; nella Chiesa di santo Andrea gli danno sepoltura cristiana, dove lo fa levare il Papa però che come colpito di anatema non potesse giacere in sacrato. Ora due re fanciulli emuli Luigi II figlio di Luigi di Angiò, e Ladislao figlio di Carlo; due madri tutrici contendenti con tutte le perfidie femminili senza pure una virtù da uomo; due preti che si maledicevano pretendendo entrambi rappresentare Gesù Cristo; Urbano per Ladislao suo pupillo, e Clemente per Luigi del pari suo pupillo, ed ambedue fermi di opprimere il re nemico e spogliare il proprio pupillo; poi Urbano scomunica tutti e due, bandisce crociate; e sè proclama re di Napoli; mentre da Perugia accorre a Roma per sedarvi una ribellione casca da cavallo e muore. Succede Bonifazio IX; anco Clemente cessa in Avignone; i Cardinali di Francia supplicati da molta parte della cristianità ad astenersi di eleggere altro Papa ovvero antipapa, e così porre termine allo scisma, non danno retta per paura di guai venendo in potestà di Bonifazio; però a Clemente surrogano Pietro di Luna di Arragona, che piglia nome di Benedetto XIII. Costui prima della sua elezione lamentava lo scisma; innanzi e dopo il pontificato ottenuto prometteva risegnare lo ufficio pel bene della cristianità, ma poi era niente; quando si veniva all'ergo, non trovava basto, che gli andasse; allora Carlo VI re di Francia, per venirne al chiaro, manda il maresciallo Boccicalto in Avignone perchè lo pigli e metta in carcere; tosto detto, e tosto fatto, chè i Francesi quando torna loro il conto non la stanno a guardare tanto pel sottile, ed allora la corte di Avignone gli uggiva. Forse lo scisma sarebbe stato tolto di mezzo, se Vinceslao imperatore avesse potuto, siccome prometteva, torre Italia e Lamagna alla obbedienza di Bonifazio IX, ma i baroni pel suo mal governo lo deposero surrogandogli nello impero Roberto il Bavaro; allora i Francesi rilassarono la custodia di Benedetto, tanto, ch'ei potè fuggirsi di prigione; tuttavia per buttare polvere negli occhi manda a Roma quattro legati onde venire ad un accordo; rompono da una parte, e dall'altra in rampogne sanguinose; di qua e di là ragione, ma Bonifacio come presente e rabbioso se ne arrapina più dell'altro, e muore[1]. I Cardinali si affrettano a dargli per successore Cosimo Migliorati di Sulmona, che assume nome d'Innocenzio VII.

[1] Taluni scrittori chiesastici scrivono come Bonifacio infermo di renella innanzi di usar con femmine, giusta il consiglio del medico, che gliel'ordinava per rimedio, elesse morire. Anche di queste ci tocca a sentirne!

E si affrettarono perchè il popolo tumultuante gridava: libertà. Certo se il popolo per genio proprio avesse appetito la libertà ei l'acquistava, ma ciò faceva per istigazione del re Ladislao[1], e ormai per mille prove si era visto, che la libertà in mano al principe è quasi una chiave per aprire la porta della tirannide, e dopo quel tempo per altrettante prove è rimasto confermato; ma il popolo non lo aveva per anco conosciuto, nè sembra lo conosca neppure adesso. Ladislao poi non si stava a minaccie, ma con molta copia di armati si accosta a Roma: gli resiste Innocenzo, e ributta il re con la peggio dagli assalti notturni: mentre però apparecchiansi nuove battaglie taluni cittadini non avversi, anzi parecchi al Papa divotissimi, si recano al campo nemico per vedere se ci fosse via per comporsi; di ciò piglia sospetto Luigi Migliorati nipote del Papa, e poichè il sospetto nell'anima del folle armato è morte pel sospettato, al ritorno ei gli agguanta, e ammazza; da ciò un tumulto d'inferno, onde il Papa riesce con istento a salvarsi in Viterbo. Ladislao entra in Roma sovvenuto dai Colonna e dai Savelli, i quali aristocratici essendo furono allora come sempre compari dei tiranni; ma il popolo non intende barattare una servitù con un'altra e delle due men trista la papale; e allora forse era così; prese pertanto le armi si azzuffano popolo e soldati regi e per tutto un dì combattono; verso sera i regi piegano, Ladislao è cacciato fuori delle mura, non prima però, che come testimonio col quale intendeva reggere i nuovi sudditi amatissimi, non avesse appiccato il fuoco a quattro quartieri di Roma. I Romani richiamarono il Papa, nel modo stesso, che i della Torre sperarono essere richiamati dai Milanesi, vale a dire quando i peccati dei Visconti avessero superato i loro, e morì senza avere o voluto, o saputo, o potuto fare niente per rendere la pace alla Chiesa.

[1] Questo re trovandosi al verde sposa di 14 anni Costanza di Chiaramonte figlia del conte Manfredi di Sicilia potentissimo per terra e per pecunia. Cresciuto in fortuna la piglia in uggia, e Bonifazio, il Papa, che prima di maculare la sua castità elegge morire, per gratificarsi costui gli concede il divorzio. Bella era Costanza, e amante, e da tutti amata, eccetto dal marito. Quando dopo avere ascoltato la messa il vescovo di Gaeta le lesse in faccia all'improvviso la bolla, e le si accostò per levarle di dito l'anello nuziale, per poco non le si schiantò il cuore: senza pietà la chiusero in un castello antico sotto la custodia di due vecchie; dopo tempo non breve n'era cavata per ordine regio perchè si sposasse con Andrea di Capoa figliuolo del conte di Altavilla; non si potendo in altro modo vendicare del malvagio marito, mentre costui se la menava a casa ella, udendo il popolo, esclamò: «Conte Andrea, tu puoi andare superbo su tutti i baroni del regno, perchè ti avrai per femmina la moglie legittima del re Ladislao tuo Signore.»

I Cardinali di Roma piuttostochè Papa deliberarono eleggere quasi un procuratore disposto a risegnare il papato; e così ognuno di loro giura avrebbe fatto dove lo avessero promosso al seggio pontificio; dopo ciò eleggono Angiolo Corrario da Venezia, che prese nome di Gregorio XII.

Questi fingendo osservare il patto propone a Benedetto la mutua risegna, e Benedetto a lui. Carlo imperatore per istringere la cosa invita i due emuli a deporre l'ufficio al cospetto del proprio collegio di Cardinali: ambedue girano nel manico e chiedono una conferenza in seno alla quale ognuno di loro renunzierebbe: per luogo di posta da entrambe le parti si accetta Savona; ferma e stabilita ogni cosa, le case, le guardie, le scambievoli malleverie, le galere, il tempo; di tutto questo corre l'annunzio ai principi: pareva che quei due vecchi preti altro non avessero a fare, che stendere la mano per toccarsela, e i due vecchi preti non mai furono come allora alieni di trovarsi insieme. I Veneziani indettati rifiutano le galere a Gregorio; di ciò movendosi querimonia grande a Roma, a Gregorio tocca uscirne, ma si ferma a Siena, e di qui ripiglia ad annaspare. Benedetto tastato il terreno, e sicuro ormai non si verrebbe a niente, più audace avanza, va a Porto Venere, va alla Spezia, e qui sosta. Gregorio preso pel collo da Siena si reca a Lucca, ma qui mette le barbe; nè ci fu verso di staccare il primo dalle marine, nè il secondo dalla terra ferma; «se uno muove un passo innanzi, scrive Lionardo Bruni nei Commentari, l'altro lo dà addietro; uno di loro come animale acquatico schifa la terra, l'altro animale terrestre aborre l'acqua; e per questa guisa questi due vecchi preti per pochi istanti di vita, che possono tuttavia loro avanzare, mettono a cimento la pace, e la salute della Cristianità!»

Gli asti cavillosi di questi due preti decrepiti avendo vinto la pazienza altrui, i Cardinali loro seguaci gli abbandonarono, e convenuti insieme con altri prelati bandirono il Concilio di Pisa; e fu cosa fuori di misura molesta tanto a Benedetto, che a Gregorio però, che alla monarchia pontificia con sì lunga industria stabilita venisse di un tratto a surrogarsi l'oligarchia cardinalizia; e non tornava meno ostico quello imporsi del Concilio sopra il Papa. Ancora, i Romani assai di quieto, anzi con maravigliosa contentezza, si adattavano alla signoria del Papa dacchè col trovato del Giubbileo, e con gl'infiniti altri ogni dì rinascenti, per cui il prete si mostra pescatore solenne di pecunia, colà in Roma si gavazzava; e il romano popolo non pure si era mantenuto quello delpane e dei circensi, ma nella pretensione di scioperare ed essere mantenuto a ufo erasi due cotanti più incarognato; ed ora per cotesti scismi, contenzioni, e guerre d'inchiostro non menochè di sangue invece di avvantaggiarsi col richiamo del Papa conosceva a prova averci scapitato e non poco: per le quali cose preso in uggia santa sede, e Papa macchinava cose nuove: onde il buon prete Gregorio innanzi che il popolo facesse atto di ribellione, ovvero l'odiato emulo penetrasse in Roma, assettò le faccende in guisa che Ladislao potè di leggieri occuparla mercè il tradimento di Paolo Orsino.

Nè lo emulo Benedetto sperimentava la fortuna meno acerba, però che Carlo VI al parere del Parlamento e della Sorbona avendo pubblicato uno editto che ordinava ai sudditi Papa, ed antipapa mandassero alla malora se prima dell'Ascensione non si fossero accordati, Benedetto indracandosi lo intimava ad abbuiare l'editto; se no, guai! E il re di rimando lo dichiarava nientemeno che scismatico, eretico ostinato, perturbatore della Chiesa di Dio, con altre siffatte galanterie che i re fino da cotesto tempo avevano rubato alla bottega del Papa. Allora chi piglia per un verso, chi per un'altro: Gregorio si commette a Carlo Malatesta di Rimini ed intima il Concilio a Ravenna; Benedetto va in Arragona, e convoca a sua posta il Concilio a Perpignano; il terzo Concilio intanto faceva le sue faccende a Pisa dove deposti Benedetto e Gregorio elessero Papa un Pietro Filardo, che volle appellarsi Alessandro e fu V di numero: poco visse, e corse fama credibile, raccolta eziandio dagli scrittori chiesastici, che morisse di veleno ministratogli da Baldassare Cossa legato di Bologna, non avendolo alla prova rinvenuto quale ei lo desiderava arrendevole. Se a sostituire il Cossa al morto Alessandro contribuisse lo spirito santo arduo è a sapersi; certamente vi ebbe parte il terrore delle armi stipendiate dal Cossa. Dal Concilio di Pisa ne uscì questo di bene che invece di due Papi d'ora innanzi furono tre, che si misero a straziare la Chiesa per modo, che peggio non avrieno potuto fare i Saraceni; e qui considerando come i Papi con poca e punta autorità temporale su Roma, e sopra gli altri stati, potessero condurre guerre così lunghe e dispendiose importa porre mente a questo, che appunto ricavando da altra parte, che dai pretesi loro dominii, danari a macco la perdita di quelli non ne alterava le condizioni: la sarebbe andata diversa se i cattolici ristucchi di tutti i Papi, e antipapi avessero tutti abbandonato; ma la procedeva diversa, però che essi si dividessero, ed uno seguitassero il quale per buono e santo obbedivano. I Papi poi e gli antipapi diversi in moltissime cose, nel pigliare pari: sembrava che Giovanni XXII dei trovati per carpire danari avesse tocco la cima, ed in breve fu vinto da Bonifazio IX il quale estese le annate anco alle prelature; e queste annate, che ai tempi suoi sommavano a mezza la rendita dell'anno, egli non si peritò crescere di punto in bianco fino a tre volte la rendita di un anno; ei prese a vendere tutto, indulgenze, cariche, e onori; in prezzo (mancando moneta) pigliava merci: per danaro perdonava delitti: prometteva a vari la cosa medesima, e poichè da tutti se l'era fatta pagare, tutti con fronte di bronzo truffava.

Per quanto i Papi si sieno industriati fare, hanno ricavato se non poco, però sempre meno di quello, che speravano dai popoli soggetti: e quante volte vi hanno avuto ricorso adoperarono in modo da tenerseli bene edificati. L'Albergato nei commentari dei suoi tempi nota: «come la Chiesa da Terracina a Piacenza possieda bella, e magna parte d'Italia; e tuttavia tanti popoli opulentissimi, tante città floridissime, le quali amministrate da altri, potrieno con le gabelle sopperire alla spesa di qualunque grande esercito, alle mani del Papa appena buttano tanto che basti alle cariche dei magistrati che ci mandano a reggerle.» Secondo la relazione dell'Oratore Zorzi, Perugia, Spoleto, la Marca, e la Romagna insieme fruttavano un 120,000 ducati, di cui se la metà entrava nelle casse del Papa era bazza.—I Papi si sono aggravati sopra i sudditi alla stregua, che alla devozione spariva il latte; e non mancano ricordi per informarci come le rendite dello stato sotto Giulio II di 35,000 scudi salirono a 420,000 ai tempi di Leone X; a Clemente VII riuscì portarle fino a 500,000; a Paolo III fino a 706,473; dopo alquanto di sosta ripigliano ad aumentare; Pio IV le spinge a 900,000 scudi, e nello spazio di nove anni le troviamo ascese al 1,100,000 ducati.—Pure negli stati della Chiesa questo toccare dei cofani più che altrove si mostrò pericoloso; e non contribuì poco a dare il tracollo ad Adriano la necessità nella quale ei si vide condotto di mettere il balzello di mezzo scudo a fuoco; e fu provato che anco nel 1846 il popolo degli stati romani pagava meno di ogni altro italiano e forse di Europa.

I Papi immaginarono altre vie per fare danaro; il primo fu imporre per modo transitorio, come promettono sempre, e poi durò un pezzo, il tributo, che a Napoli ed in Sicilia appellavasidonativo, in Ispagnaservicio, a Milanomensuale; doveva gettare un 300,000 scudi all'anno, ma non li rese mai; nel 1560 appena ne raccattavano 165,000. L'altro fu creare debiti pubblici come oggi si costuma: sicchè possiamo sostenere i Papi maestri a noi Italiani nell'arte del debito pubblico; come col tirare a Roma tanto danaro di fuori dal mondo cattolico se non inventori certo utilissimi promotori del commercio di banca: i debiti poi operarono in due maniere, la prima redimibile, la seconda no: la prima si faceva sotto forma di nuove cariche istituite, le quali vendevansi, e sul prezzo sborsato si retribuiva una provvisione, la quale secondo la vita del compratore si calcolava a 14 per cento, e non era troppo; poi si costumò diverso: si tolse in presto una somma assicurandola sopra l'entrata di qualche gabella; anzi accettando i creditori a parte dell'amministrazione, ed assegnando sopra l'entrata della stessa gabella il pagamento dell'usura, la quale naturalmente per la durata, e la sicurtà del presto, ridussero a dieci, ed anco ai nove per cento. A tutti siffatti debiti imposero nomemonti; e i primi furono dettivacabili, però che con la morte del possessore della carica vacavano; gli altri no, chè si alienavano, o tramettevano agli eredi.

Che cosa poi la Curia romana inventasse per vendere appena si crede: notariati, protonotariati, segretari, scrittori di brevi, scrittori di archivi, bollatori, porzionari di ripa, presidenti, e aggiunti al collegio dei presidenti, scudieri, cavalieri di San Pietro, cardinali, camerari; che più? Instituirono collegi di Stradiotti, di Albanesi, e perfino di 100 Giannizzeri, dai quali posti cavarono 100,000 ducati, ed a pagarli assegnarono in parte le rendite delle bolle e delle annate. Annate di benefizi, e bolle per pagare Giannizzeri!

Innocenzo VIII creò ventisei segretari nuovi e parvero troppi; Alessandro VI aggiunse sessanta scrittori di brevi; Gregorio XI cento scrittori di archivi; Leone, che avria venduto la sua parte di paradiso, portò le cariche nuove al numero di 1200; in tutto ai suoi tempi sommavano a 2150. Però intorno alle entrate della Curia romana giudico che si abbia a tenere per certo, che il prete non si attentò aggravarsi troppo sopra i popoli, come quello, che sentiva difettare di diritto, e temeva col soperchio suscitare querele ed indagini, che gl'importava evitare: avere il prete inventato con frutto sotto diverse forme varie maniere d'imprestito; essere stato costretto di ricorrere ai balzelli sul popolo mano a mano che gli scemavano le entrate per così dire spirituali: e queste essergli diminuite un po' per la calante devozione dei fedeli, e un po' per elezione di alcuni Papi, massime Paolo IV, e Pio V, rigidi vecchi, i quali, se la Curia poteva riformarsi, essi l'avrebbero riformata: nonostante tutto questo ed altro che se ne potrebbe dire, le entrate maggiori, non però infinite (come altri o credulo, o bugiardo va affermando) al Papa vengono per causa della fede, epperò egli avrà sempre potenza di nocerti, solo, che gli avanzi un castello dove possa affermarsi principe di corona e facultato a sostenere guerre contro i suoi nemici sieno o no cristiani di fede ortodossa, ovvero eterodossa.

Sigismondo imperatore, che si diè vanto mettere in sesto la Chiesa di Cristo, poichè vedeva i suoi pretesi vicari arrabattarsi per buttarla all'aria, si era fatto promettere a Giovanni radunerebbe il Concilio; creato Papa nicchiava; strettigli i parmi addosso intendeva bandirlo in Italia; lo ebbe a convocare a Costanza, o a meglio dire i suoi legati lo convocarono in onta di lui. Avendolo bandito Giovanni, gli fu mestieri andarci, ma per sospetto si munì del salvocondotto di Federigo duca di Austria. Qui non è luogo per la storia di cotesto Concilio, dire come e perchè il clero alemanno procedesse avverso al papato, l'italiano oltre ogni credere parziale; i padri riuniti considerato, che se si avesse a votare per capi avrebbero prevalso gl'Italiani, misero fuori una legge, che i voti si darieno per nazione, e le nazioni furono quattro, alemanna, inglese, italiana, e francese; confermarono la dottrina, che l'autorità del Concilio prevaleva a quella del Papa, e poi per dare il buono esempio agli altri presero a persuadere Giovanni a deporre il papato: amaro passo per costui, il quale si era raffidato, che deposti gli altri, lo avrebbe il Concilio raffermo; costretto a renunziare lo fece, ma con tanti arzigogoli che parve meno che niente: alla fine, vedendo che non la poteva spuntare, se la svignò riparando a Sciaffusa. Ne accadde un subito scompiglio, che tutti i Cardinali seguitarono il Papa: l'elettore di Magonza, il Margravio di Baden, e il duca di Austria si accontarono a sostenerne le ragioni: se nonchè il Concilio tenne fermo dichiarandosi non pure superiore, ma indipendente dal Papa; lo imperatore Sigismondo mette i fuggiti al bando dello impero, Lamagna, e Berna combattono il duca di Austria, e lo vincono, ond'egli in breve smarrito torna a Costanza menandosi dietro il Papa, il quale di foga accusato, e condannato chiudono prigione in Gottleben.—Facilmente potremo credere che costui non fosse santo, e nè manco buono; forse, se non tutte, almeno in parte si meritò le accuse appostegli; ma la furiosa condanna assai chiaro dimostra l'ira, non la giustizia del Concilio. Dopo lui rinunciava spontaneo Gregorio XII, che riassunti titolo, e qualità di Cardinale moriva decrepito a Recanati. Più duro Benedetto XIII, il quale propose rinunziare, ma a tali patti, che parvero ebbri: il Concilio di Pisa si annullasse; per lui il Concilio di Costanza si chiudesse, per lui un'altro se ne convocasse, dove dopo avere egli eletto un'altro papa spoglierebbe l'ufficio: questo accadeva a Perpignano, presenti Sigismondo imperatore ed il re di Arragona donde Benedetto, temendo o fingendo temere insidie, di un tratto fuggiva, e chiusosi nel forte castello di Paniscola di là scomunicava tutto il mondo, che lo aveva abbandonato.

Col Papa o senza Papa il Concilio di Costanza fu concilio di iene; quivi comparve Giovanni Huss raccomandato dal re di Boemia, e sotto guarantigia di salvacondotto imperiale; costui professava dottrine, che poi con auspici migliori prevalsero con Lutero, e prima aveva annunziato Wicleffo, al quale, mercè singolare prudenza, toccò in sorte di morire in pace: nonostante le regie commendatizie, e il salvocondotto imperiale l'Huss era sostenuto in carcere dove un tempo ebbe a compagno Giovanni XXIII. I padri furono giudici, e parte; infamie antiche, che ogni dì si rinnovano senza presagio di prossimo fine: lo arsero vivo, ed era egli solo in mezzo al suo supplizio sereno. Uguale fato, e per la medesima causa incolse a Girolamo da Praga: mite natura, ma costantissimo, e per sapienza mirabile: i riti che precedono a siffatti giudizi chi li fa li chiama processi, e sono assassinii; senonchè per consolazione dell'animo di cui si avvolge in questi laberinti di sangue la vendetta tenne dietro alla colpa, e quale vendetta! Trenta mila settari scesi dal monte Tabor comandati da Ziska bruciarono cinquecento chiese, spiantarono conventi, dispersero sepolcri, e la Boemia dà prima al mondo lo esempio di rompere la catena della curia romana. Il Poggio Bracciolini, presente al Concilio, scrivendo a Lionardo Aretino gli narrava commiserando il fato di cotesti due innocenti, e questi co' consigli della viltà nella risposta gl'insinuava a tenersi bene abbottonata quella disutile misericordia. Merita leggersi cotesta epistola di Lionardo Bruni, che è la nona del Libro IV; per me la considero modello dello stile che ora si disse dottrinario, ora riformista, ora moderato, e fu sempre codardo. Per avere un giusto concetto di ciò che si agitava nel seno di cotesto Concilio basti tanto, che lo stesso prudentissimo Aretino scrivendo al Poggio non dubita applicargli i famosi versi di Virgilio:

_«Quicquid delirant reges plectuntur Achivi«Seditione, dolis, sedere, atque libidine et ira«Iliacos intra muros peccatur et extra.»

Dentro e fuori si pecca, e delle frodiDei regi e dei corrucci il popol portaLe pene, e dei delitti, e della reaLussuria di costoro._

Singolare fama davvero di tanti chiesastici raccolti in Concilio solenne per riformare il costume della Chiesa! Chi voleva eleggere il Papa, chi no: prevalsero quelli, che volevano; e per questa volta così fu eletto il Papa; si chiusero in Conclave trenta deputati delle cinque nazioni, ventitré Cardinali delle tre obbedienze; chi riportava due terzi dei suffragi uscisse Papa; dopo quattro giorni proclamarono Ottone Colonna che si nomò Martino V. Appena eletto costui considerando la gente stracca, e troppo più zelatrice dei propri comodi, che non di quelli della Chiesa, entra di mezzo e con accordi parziali componendosi co' singoli rompe la unità del concetto; per questo modo diventati con la divisione debolissimi rimanda tutti chierici a casa, e chiude il Concilio col decreto, che in capo a cinque anni se ne avesse a convocare un'altro; un'altro dopo sette; e da cotesta epoca in poi al fine di ogni dieci anni uno.

Pei costumi, che questo Concilio pretese riformare, e' fu come la nebbia, lasciava il tempo, che trovava; gli scrittori dei tempi ci attestano come, sia dopo, sia avanti il Concilio frati, e monache facevano famiglia insieme; preti e vescovi tenevano alla scoperta femmine di piacere in casa; in parecchie città i figli dei preti superavano quelli dei laici; ogni libito permesso: alla religione sostituite pratiche superstiziose, e materiali; i chiostri mercati; i monasteri delle donne lupanari; le basiliche, e le altre chiese asili di banditi.

Martino, separato il Concilio, una cosa tolse principalmente a cuore, e fu dichiarare non pure perniciosissima ma empia la dottrina, che stabiliva l'autorità del Concilio superiore a quella del Papa: pure mandava attorno i cedoloni per l'adunata di altro Concilio a Pavia.

Intanto Benedetto Papa ricalcitrante muore, e dicono di veleno; Giovanni si sottrae con la fuga al carcere bavarese; se connivente o no il Palatino non importa cercare; solo corse fama non lo lasciasse ire senza averne avuto lo sbruffo di 300,000 pezzi di oro; di Liguria scrisse a Martino profferendogli obbedienza, e fu accolto a braccia quadre; Martino per la consolazione lo ribenedisse Cardinale, anzi lo fece decano del sacro collegio, e gli compartì l'onore del tappeto, e della predella in pubblico; quanto gli poteva dare gli dette, tranne vita lunga; morì Giovanni povero, almeno così dichiara il testamento di Giovanni dei Medici, i quali dopo la morte di cotesto spiantato salirono al grado dei primi banchieri d'Italia, forse del mondo!

Braccio da Montone capitano di ventura messo da Giovanni XXIII a tenere Bologna in devozione della santa sede, viste le cose di cotesto Papa andare a rifascio, vende ai Bolognesi la propria libertà per settanta e qualche mila fiorini di oro: poi conducendo la guerra per conto proprio espugna Perugia, ed occupa Roma; ma nel punto in cui sembra, che meno possa cadere acconcio tra Braccio, e Martino, attese le scambievoli ingiurie, allo improvviso si accordano. Papa Martino finchè di lui il mondo potè dire quello che per istrazio gli cantavano i fanciulli a Firenze sotto i balconi:papa Martino non vale un quattrino, si mostrò migliore del pane, ma appena visto il destro di fare da lupo propose a Braccio ripigliarlo in grazia, dove in pegno della novella amicizia gli ricuperasse Bologna: gli è vero, che il Papa avevale concesso di reggersi a libertà, purchè osservasse obbedienza alla Chiesa, e tanto Bologna aveva promesso di fare, e faceva; ma ai Papi non sembra governare se non sono tiranni; però non ostante l'accordo Braccio rendeva serva al Papa Bologna a cui prima aveva venduto la libertà; e le stette a pennello però che le libertà comprate non durino, e in questo caso vale meglio tenersi i danari.

Dopo le male prove passate pareva che non dovesse a veruno cascare in mente di farsi antipapa; un altro antipapa scappò fuori, da prete chiamato Egidio Munoz, e da papa Clemente VIII; ma scomunicato ebbe paura, e renunziò.

Poco importa sapere quale fosse la indole di Eugenio IV: molto si riduceva a conversare con Cosimo, che la storia bugiarda chiamapadre della Patria; tuttavia sopra molti altri Papi vissuti prima e dopo di lui andò famoso per ispergiuro, e fedifrago: ignudo di aiuto, non sapendo come schermirsi da Francesco Sforza, e da Fortebraccio, si amica Francesco, e a patto che lo difenda gli dà col titolo di marchese la Marca di Ancona, e promette lasciargli per certo tempo il dominio dei paesi da lui conquistati creandolo gonfaloniere della Chiesa; appena uscito, per la virtù di cotesto condottiero, di angustia, Eugenio commette a Baldassarre di Offida ammazzarlo; e di ciò lo Sforza venne in chiaro per lettere intercette; lo Sforza mise le mani addosso all'Offida, e lo fece morire nel castello di Fermo, non potendo usare il medesimo tratto col Papa amico suo sviscerato un tempo, Giovanni Vitelleschi, uomo di crudeltà pari all'arroganza, e tu la Chiesa, e i cherici che sieno argomenta da questo, che essendo egli partito legato di Eugenio nella guerra di Napoli, considerando il guasto alle campagne come spediente a condurre presto a fine la impresa, sbraciò centogiorni (e ormai che ci era poteva fare anni) d'indulgenza nel purgatorio ai suoi soldati per ogni pianta di olivi che avessero reciso; di un tratto gli congiura contro, volendo in contrasto al suo genio opprimere i Fiorentini odiatissimi, i quali per lettere sorprese a Montepulciano mettono Eugenio in chiaro della trama; a tradimento imprigionato da Antonio Rido castellano di Santo Angiolo che bel bello avvolgendolo co' ragionari, gli prese il cavallo per la briglia, e tiratolo di là dal ponte alla sprovvista gli fece calare la saracinesca dopo le spalle; affermano morisse avvelenato; ma io ricordo aver letto, che mentre stavano medicandogli una ferita, la quale aveva, difendendosi, rilevata, Luca Pitti cagnotto di Cosimo diede di un pugno nella tenta ficcandogliela nel cervello, onde su l'atto morì. Su di che non occorre avvertire altro; ma pel caso dello Sforza è provato come il Papa non si reputi per niente costretto a conservare pei successori suoi lo stato come lo ha ricevuto dai precedenti: ilnon possumusdi Papa Pio IX hassi a tenere protervia di femmina incaponita, non già dottrina sostanziale della Chiesa.

Adesso del Concilio di Basilea; Eugenio dopo averlo guidato come il cane per l'aia, ora a Siena ora a Pavia, gli fu all'ultimo forza di convocarlo a Basilea. Qui subito si manifestava il contrasto di opinioni affatto nemiche; aborriva la Curia romana dai predicati del Concilio di Costanza intorno la prevalenza del Concilio sul Papa, nel quale appunto siffatta sbocconcellatura della sua autorità aveva acceso più, che mai l'agonia del dominio assoluto; i Padri per lo contrario alieni da qualunque subiezione intendevano ristabilire gli antichi instituti democratici della Chiesa. Primi atti del Concilio questi: la facoltà nel Papa di sciogliere di sua autorità il Concilio negarono; la indipendenza del Concilio da lui bandirono; la facoltà di creare Cardinali gli tolsero; citaronlo a comparire personalmente dentro tre mesi al Concilio: vacata la santa sede dichiaravano il Concilio solo abilitato a eleggergli il successore. Sigismondo imperatore va a Roma per incoronarsi, ed assettare gli animi arruffati di questi preti; quanto a corona si lascia fare, ed ei se la pone agevolmente sul capo: quanto ai preti l'osso è più duro; Eugenio riconoscerà legittimo il Concilio di Basilea a patto, che a tutto quello si fece fin lì si dia di frego; e di ora in poi lo presiedano i legati della santa sede. I padri del Concilio letta cotesta bolla la buttano via; essi maestri e donni, non compagni, molto meno soggetti; dentro sessanta giorni si presenti, altrimenti lo giudicheranno decaduto. Lo imperatore Sigismondo, a cui nel Concilio di Costanza era accaduto assettare altri screzi che questi, trasecolava; e veramente non ci era di che: questa la chiave di tutto: a Costanza comandava uno esercito, qui solo o male accompagnato: con femmine, fanciulli, e preti persuasore supremo la frusta. Continuano le liti fra il Concilio ed il Papa più che mai acerbe: a cui bene considera il Concilio rappresenta la medesima indole, che nella Inghilterra, e nella Francia mostrarono più tardi il lungo Parlamento, e la Convenzione; e se domandi perchè il Concilio non approdasse al fine stesso al quale giunsero coteste due Assemblee dirò, che il Concilio era disarmato, e coteste due Assemblee avevano armi: inoltre il Concilio comecchè insufficiente forse col Papa, volle attaccare briga anco con i principi: uniti e molti, o separati e pochi sempre nel prepotere uguali i preti, meno prudenti in questo di Lutero, che co' principi barcamenò procurando, come ottenne, che ne caldeggiassero le parti: bisogna tenere conto altresì, che le iniquità del Concilio contro gli Ussiti, le mortali insidie, e le stragi pareggiarono o vinsero quelle del Papa. Dicono Sigismondo imperatore ne morisse di dolore. Mentre così si tirano pei capelli sovviene al Papa inopinato ausilio, e fu Giovanni Paleologo imperatore di Oriente, il quale si profferiva studioso a mettersi in quattro onde lo scisma greco cessasse: certo non lo moveva amore di far procedere lo Spirito Santo dal padre solo, e non dal padre e dal figliuolo; nè dall'odio contro il purgatorio, e nemmeno dalla voglia di comunicarsi col pane senza lievito; lo avvicinarsi ogni momento più terribile dei monsulmani lo costringeva alla pace: quantunque poi queste discrepanze religiose fossero troppo più cosa allora, che non sono adesso, pure è da credersi che la causa più potente di separazione fosse la dependenza della chiesa greca dalla latina. Il Papa con affetto sviscerato gittò le braccia al collo al Paleologo, e ciò, come agevolmente si comprende, per due cause principali; che la gloria della cessazione dello scisma venendo a lui, il credito del Concilio ne scapitava, e forse sperò, come invero gli venne fatto, che il re greco gli porgesse un'appoggiatura a mutare la sede del Concilio. Il Paleologo poi si attenne al Papa e non al Concilio, però che il Papa essendo principe di stato grande, e poderoso di aderenze, ei solo offeriva maggiore sicurezza di soccorso, che non il Concilio, e s'ingannò. Il Concilio subodorando il tratto del Papa andò su i mazzi, e ab irato lo dichiara contumace: pessimo consigliere lo sdegno: gli ambasciatori dei principi pensosi dei trambusti, i quali il nuovo scisma avrebbe partorito per certo adoperarono parole gravi contro l'avventatezza dei Padri, sicchè Eugenio, colto il destro, potè traslocare il Concilio da Costanza a Ferrara, e quindi a Firenze. Ma fu a Ferrara, che mutata temperie, Eugenio con l'universale consenso dei Padri quivi raccolti potè scomunicare i Padri di Basilea, i parenti, i seguaci, gli albergatori loro, anzi perfino i mercanti che recandosi colà portavano le cose al vivere necessarie; nè si rimase alla scomunica soltanto, ma altresì accomodando, secondo il costume dei preti, le parole della scrittura ai fatti suoi, siccome il vangelo dice:che i giusti si portarono via le spoglie degli empi, così quando i fedeli della Chiesa porranno le mani addosso ai mercanti, ai vetturali, e ad altra gente siffatta gli spoglino con coscienza sicura, perchè si hanno a persuadere che compiono opere meritorie.—Conchiusa la riunione ognuna delle parti stupì del poco costrutto che ne aveva cavato: la biscia aveva morso il ciarlatano, ed in questo negozio ognuno era stato a vicenda ciarlatano e biscia. Eugenio contento per avere alle spalle dello imperatore greco rifatto il credito cagliò nel continuargli i sussidi, i quali furono sempre piuttosto avari, che scarsi; e quanto alla riunione delle Chiese, dei vescovi greci al ritorno a casa quelli che perseverarono nello scisma ebbero salutazioni, gli altri contumelie: per la quale cosa questa unione provocata dall'interesse cupido di avvantaggiarsi fu sciolta dallo interesse, che fatti i conti trova, che ci è perdita, o non guadagno.

Però Eugenio a fine di confermarsi la reputazione acquistata, e potendo crescerla, mise mano a certa menzogna, la quale come non prima così non fu nè anco ultima nella Chiesa; a certo altro simulacro di Concilio tenuto a Roma procurò si presentassero deputazioni di finti Etiopi, Caldei, Siri, e Maroniti che tutti protestarono volersi ridurre in grembo di Roma; i padri del Concilio ridevano di coteste lustre; forse ne rideva anco Eugenio, ma per amore del mestiere entrambi facevano le viste di crederci: il popolo ci prestava fede con tutte le viscere come quello, che a cotesti tempi credeva, e perchè ci aveva interesse: fra un secolo e mezzo quando i Gesuiti presenteranno a Sisto V l'ambasceria dei Giapponesi Pasquino e Martorio la conceranno pel dì delle feste. Finalmente il Concilio di Basilea elesse un'altro Papa, ovvero antipapa, che fu Amedeo duca di Savoia; che tolse nome di Felice V; e se per questo caso la rabbia dei sacerdoti già ardente divampasse lascio considerarlo al lettore. Eugenio, come se tante cure gli fossero poche, scompiglia il reame di Napoli spingendo Renato di Angiò contro Alfonso di Arragona, e forse il suo protetto ci faceva impressione, quando per la cupidigia di ricuperare la Marca di Ancona, posseduta da Francesco Sforza, gli muove contro ad assalirlo improvviso Niccolò Piccinino; per la quale cosa Francesco indugiando a sovvenire Renato di Angiò è cagione che le fortune di questo tracollino; più tardi va, e mentre altrui non giova sè ruina: a Renato tocca a scappare, che pieno di rovello si riduce a Roma per isfogarsi col Papa, il quale, con buone parole lo raumilia, e lo incorona re giusta in quel punto in cui lo perdeva; Renato invece di stare in Napoli con un reame torna in Francia con una corona, addentellato a nuove miserie d'Italia.

Tra i buoni Papi sogliono annoverare Tommaso di Sarzana, Niccolo V, migliore: costui nato di piccola gente fece assai professione di conversare con letterati, e procurò si recassero in idioma latino in cinque anni scrittori greci, più che innanzi a lui non si era fatto in tre secoli, ma vi hanno di due maniere letterati, quelli che più badando alla sostanza, che alla forma con la dottrina dei sommi intelletti nudriscono divinamente l'anima; altri corrono dietro agli artifici della orazione, le parole studiano non le sentenze, e vagheggiando la materia, materia rimangono: tra questi secondi Tommaso da Sarzana, fra i primi Stefano Porcari, il quale, appena morto papa Eugenio, raunata la cittadinanza romana nella chiesa di Araceli la confortava a cose santamente libere, però che lo dicesse: non esservi così piccolo borgo dove morto il signore non si ragionasse di ricuperare la libertà, o almeno di porre modo alla intemperanza dei futuri reggitori dietro la esperienza del passato. Non lo secondando i Romani, e forte avversandolo l'arcivescovo di Benevento, cotesta pratica non andò avanti. Tuttavolta Tommaso essendosela legata al dito relegò Stefano a Bologna con obbligo di presentarsi ogni dì una volta al governatore della città. Stefano fingendosi infermo corre velocissimo a Roma; tradito dalle spie, ripara in casa di sua sorella dove si nasconde dentro un cofano indarno; chè fin là rovistando lo trovano, lui arrestano con nove complici, e senza forma alcuna di processo tutti appiccano ai merli di Castel Santo Angiolo: comecchè ne facessero ressa negarono loro prima di morire i sacramenti a fine che il corpo ne andasse perduto con l'anima. Dopo queste prime altre stragi contristarono Roma; il 12 gennaio 1453 Eugenio manda alla forca un dottore bolognese compagno a Stefano nel suo ritorno a Roma; promette 1000 ducati a cui gli consegni nelle mani vivi due parenti del Porcari, Francesco Gabadeo e Pietro Monterotondo, sottrattisi con la fuga, se morti 500; serpentò con focosissime istanze tutti gli stati d'Italia, affinchè gli rendessero i congiurati fuggiti, e molti glieli diede Venezia, ospite sovente infida; tra gli altri Battista Sciarra nipote del Porcari, tratto a Roma per ricevervi la morte ignominiosa del capestro. Promise, mosso dalle preci del cardinale di Metz, grazia a Battista di Persona reputato innocente, e gliela fece, poi si pentì, e senz'altre cerimonie commise lo impiccassero. Sopra ogni altro infame il caso di Angiolo Ronconi, di null'altro reo, che di avere dato mano alla fuga del conte Averso dell'Anguillara amicissimo suo: gli manda il Papa di recarsi a Roma, e siccome ciondolava, ad assicurarlo gli spedisce salvacondotto da cima in fondo scritto di suo pugno: costui va, e non aombrato nè manco con pretesto di sorte il tradimento, il buon vicario di Cristo lo fa pigliare di botto, e decapitare.—Affermano, che quando questo reo fatto fu commesso Niccolò era ubbriaco: altri per istudio di difenderlo accerta, che Niccolò veramente era solenne raccoglitore di vini preziosi, ma non mica per sè, bensì perchè gli amici suoi, ai quali li donava tutti, se ne rallegrassero il cuore. Questo scrittore, che si favella, è il Vespasiano, incauto difensore se altri fu mai: lasciando correre, che il Papa fosse ubbriaco gli avrebbe reso il servizio più grande, che amico può rendere ad amico: nè è cosa nuova occorrere in Papi briaconi, che tali furono Giulio II, e Gregorio XVI, e dati al vino troppo più che alla dignità, non diremo di pontefice, ma di uomo comune non convenga, Paolo IV, e Sisto V. La gente mite, e pusillanime per paura diventa feroce, così i gatti spaventati graffiano. Durante questo pontificato, mentre i greci e i latini fra loro disputano, ed anco fra greci, e greci adoperano lo stesso, Maometto II piglia Costantinopoli e mette fine ai contrasti. Varia la fama intorno alla causa della sua morte; chi afferma per podagra, chi per subita febbre, e chi per ambascia del Turco irrompente; non manca chi voglia attribuirla al rimorso; ed e certo che su l'estremo della vita la vista di fantasimi lo assaliva; gli pareva nelle stragi commesse del Porcari, e dei consorti suoi lo avessero abbindolato i cortigiani; allora scioglievasi in lacrime, e sè miserrimo sopra quanti uomini vissero al mondo altamente chiamava. Posto, che ciò sia vero, noi pure lo saluteremo per uno dei migliori fra i Papi, dacchè l'anima sua non rimase chiusa al rimorso.

Di Calisto III successore a Niccolò sono notabili queste cose: dimenandosi invano a rintuzzare la ferocia del Turco ebbe in sorte vedere sorgere quel miracolo di valore di Giovanni Uniade a dargli la fiera battitura di Belgrado: ma se inetto ei si mostrava a combattere solenne perturbatore della cristianità si fece conoscere; pei suoi fini interessati Cristiano di Danimarca spinge contro la Svezia per vendicare il clero manomesso e spogliato, e Cristiano impadronitosi della Svezia lascia il clero come lo trova; onde Calisto reputandosi, com'era, uccellato rompe in querimonie infinite. Colto il pretesto, che Alfonso negò i soccorsi contro al Turco, ricusa investire del regno di Napoli Ferdinando figlio naturale di Alfonso quantunque di questo re fosse creatura, e gli avesse servito da segretario; alla persecuzione nuova non fece ostacolo nè l'essere stato Ferdinando suo alunno, nè la legittimazione di lui che egli, cardinale, aveva provocato da Niccolò Papa; il fine vero di simili trambusti era levare il regno a Ferdinando per darlo al proprio nipote Luigi Borgia, e gli riusciva non già in virtù delle bolle con le quali vietava ai sudditi napoletani di giurare fedeltà a' nuovi signori, e chi avesse giurato scioglieva, bensì per le armi di Francesco Sforza duca di Milano; se non che questi, raro esempio in ogni tempo, in codesto unico, ributtate le insidiose profferte si tenne fedele all'Arragonese, e Calisto ne morì di rabbia. Costui vuolsi annoverare fra i Papi, i quali per disordinato amore pei nipoti più depredassero la Chiesa; due ne promosse al cardinalato, un'altro creò duca di Spoleto, il quarto prefetto di Roma, e castellano di Santo Angiolo: lo scusano, e che non iscusano i preti? perchè avendo da presso due nemici terribili, come Alfonso e Ferdinando erano, non poteva fidarsi di altri, che del proprio sangue; difesa inane, però che dipendesse da lui amicarsi gli Arragonesi osservando quello, che Niccolò Papa, ad istanza di lui, aveva ordinato circa la successione del regno di Napoli; oltre inane la difesa dà ad intendere come in corte romana fossero tutti traditori; onde volendo coprire i piedi discopre il capo; per uno che salverebbe danna i mille. Quando altro non fosse a fare aborrire la memoria di questo Papa basterebbe questo; egli morendo legava alla Chiesa l'immane Roderico Lenzuoli, che poi fu Alessandro VI.

Di Pio II, Enea Silvio Piccolomini, non può dirsi, che bene; fu dotto e buono, ed alle cose di amore decentemente inclinato, e con bel garbo ne dettò libri, i quali tuttavia si leggono; chi volesse rinfacciargli, che eletto Papa con la BollaExecrabilisritrattasse le antiche sue dottrine avrebbe torto; se si fosse condotto diversamente avrebbe tirato i sassi in colombaia: nè manco gli procederemo severi se negoziando la pace con Ferdinando di Napoli da uomo svelto con la utilità della Chiesa procurasse quella della propria famiglia; alla Chiesa fece rendere Benevento, Pontecorvo, e Terracina; il suo nipote Antonio Piccolomini ammogliò con Maria figliuola naturale di Ferdinando ricevendone in dote il ducato di Amalfi, il contado di Celano, e la carica di grande giustiziere del regno. Luigi XI volpe coronata gli tramò un tiro furbesco, e ne rimase con le mosche in mano, chè a giocare di fine con Roma si perde il mosto e l'acquarello; a fine di tirarlo a sè, stornandolo dagli Arragonesi, manda fuori uno editto regio col quale revoca la Prammatica sanzione di Carlo VII contraria alle romane improntitudini; ma visto che il Papa non abboccava, ordinò di celato ai Parlamenti ne ricusassero la registrazione, ed in questa guisa rimase parola morta.

Cura perpetua di questo Papa combattere il Turco minacciante Cristo, e la civiltà; famosa la Dieta, ch'egli tenne a questo intento a Mantova, dove con sì stupenda sembianza di riuscire non si venne a capo di niente. Certo in caso tanto solenne il Papa poteva risparmiarsi, ed ordinare che risparmiassero i balli, i tornei, le fiere con rito pagano gittate nell'arena, dove, con infelice augurio della impresa, aborrirono combattere. Le cerimonie di austera religione forse avrieno più profondamente percossi gli animi, e persuasili di più a starsi congiunti in tanto pericolo: ad ogni modo non mai fu visto come alla Dieta di Mantova acceso fervore di principi, nè mai voglie sì ferme di fare altrimenti di quello, che davano ad intendere: parole magnifiche, tra le altre ammirate quelle del Filelfo: e nè anco mancarono le femmine, chè Ippolita Sforza trasecolò le genti con un discorso bellissimo latino: affermano lo improvvisasse, ed io non comprendo il pregio, che vedo largirsi ai discorsi improvvisati: quanto più meditiamo e più penetriamo nelle ragioni delle cose, e con accomodati concetti le significhiamo; allo improvviso commettonsi grullerie; commettonsi altresì a caso pensato, ma a questo modo più rado, quasi sempre all'improvviso.—Gli uomini speculatori, sentendo come Borso di Este duca di Modena, e di Ferrara avesse promesso contribuire alla impresa con 300,000 fiorini di oro ne trassero argomento, che si giocasse di noccioli, imperciocchè dov'egli ma' mai avesse sospettato si facesse davvero saria morto piuttosto, che cavare fuora così grossa moneta. Allo stringere del nodo le galere ammannite sul Rodano dal re di Francia, invece di corseggiare contra ai Turchi si voltano contro il regno di Napoli; in Roma i Savelli, nelle terre papali Sigismondo Malatesta riappiccano la guerra; vanno a soqquadro per inopinati rivolgimenti Boemia, Ungheria, Castiglia, ed Inghilterra. Mentre delirano i principi cristiani Maometto II procede sterminatore nelle terre della cristianità come lava vulcanica; soggioga la Rascia, e la Servia; conquista la Bosnia, e mali maggiori minaccia: la storia registra con amore come due soli uomini opponessero il petto a questa ruina, uno giovane, l'altro vecchio, uno quasi selvaggio l'altro civilissimo, uno educato fra i Turchi, l'altro supremo gerarca della Cristianità, e il primo fu Giorgio Castriotta chiamato Scandeberg, ovvero capitano Alessandro, l'altro il nostro Silvio Piccolomini, povero gentiluomo nato a Corsignano: magnanimo, e degno di eterna fama il primo, non però maraviglioso come quello, che nacque in Epiro terra altrice di eroi, e fu guerriero per istituto di vita; non così Pio II indole mite, e debile per anni, e per infermità: «poichè col direandate,» egli bandiva, «poco costrutto vedo che se ne cava, io da qui innanzi diròvenite, però che abbia disposto recarmi io stesso alla guerra contro ai Turchi; forse vedendo andar me i principi cristiani si vergogneranno, e mi seguiranno; certo a morte sicura io m'incammino, ma poichè morire si deve, che importa cessare la vita in questo luogo od in quello? Dal combattere mi dissuadono il sacerdozio, e il corpo stremo di forze, ma a guisa di Moisè quando Isdraello pugnava contro gli Amaleciti, genuflesso su l'alto della poppa di una galera, ovvero di un monte, con la santa eucarestia davanti, circondato dai Cardinali chiederò a Dio la vittoria col cuore contrito ed umiliato.»

Se così avessero sempre favellato i Papi, la unità cristiana non sarebbe stata mai rotta, e la croce sostenuta da mani congiunte a questa ora avrebbe fatto il giro del mondo, come simbolo di amore, e di civiltà.

Il doge di Venezia invitato da Pio a unirsi di persona in cotesta guerra con lui si andava schermendo, ed ora metteva innanzi la età decrepita, ed ora non so quali altre scuse; ma il Consiglio dei Pregadi alla bella libera gli squadernò sul viso: «serenissimo, se tu non vuoi ire per amore, noi ti manderemo per forza, che della tua persona ci cale, ma dell'onore e della salute del paese due cotanti più.» Così allora gl'Italiani sapevano favellare ai principi, che avendo maggiore cura di sè, che della Patria si tiravano indietro da combattere le sue battaglie; al contrario di questo vecchio patrizio, Giovanni Carvajale cardinale di santo Angiolo, chiamato da Pio per eleggerlo luogotenente della impresa, si profferiva parato a tutto: «e se per te non sono scuse, egli diceva, gli acciacchi, e gli anni sicuramente non lo saranno per me. Tu mi scrivesti venissi, ed io vengo: tu mi ordini partire, ed io parto: contenderò a Cristo questa estrema reliquia degli anni miei?»

Peccato, che in questi egregi come abbondava il cuore così non sopperisse il giudizio. Pio per mantenere la Crociata raccolta ad Ancona di altro non aveva fatto procaccio, che d'indulgenze: gli uomini di armi, e il popolo misto che si erano ridotti alla posta di Ancona s'immaginarono che le indulgenze avessero ad essere un soprappiù al soldo, ma accortisi che da quelle in fuori non ci era da rodere altro da prima trasecolarono, poi attaccandola con Dio, e co' Santi si sbandarono; il volgo corso senz'armi, e lacero, senza sapere il perchè guaiva; i principi non arrivavano, l'armata veneziana nemmeno. Il Papa inferma, chè ai consueti malanni adesso si aggiungono la dissenteria, e il fastidio; mentre si tribola in simili ambasce, ecco approdare l'armata veneziana; allora contento si fa portare a braccia per contemplarla; erano dodici galere; soprasagliente a quelle Cristoforo Moro: nel vederle il moribondo Papa esclama: «prima mancava a me un'armata, ora all'armata io manco.» E fu profeta, chè indi a breve periva.—La bontà di questo uomo c'induce a desiderare, che i cieli gli fossero stati cortesi o di minor cuore, o di maggior mente, ovvero al tutto non lo traessero al Papato.

Allo scopo della storia nostra si attaglia meglio la vita di Paolo II, già Pietro Barbo veneziano, il quale di una tal quale sua avvenenza fu sì vano, che voleva pigliare nome diFormoso; morto Pio, i Cardinali convocati a Roma innanzi di procedere alla elezione di nuovo Papa statuirono, che qualunque di loro fosse rimasto eletto avrebbe adempito certa convenzione, che fecero; e ci si obbligarono con giuramento. La convenzione questa: Il nuovo Papa prosegua con tutti i nervi la guerra contro il Turco adoperandovici quante ha entrate la Chiesa, comprese quelle delle Allumiere di recente scoperte; senza il consenso dei Cardinali la Corte non muova da Roma; ogni tre anni convochi un Concilio ecumenico per riformare la Chiesa; non nomini Cardinali più di ventiquattro, e fra i parenti suoi uno solo; di più, Cardinale non avesse ad essere di ora in poi eccetto chi avesse trent'anni compiti, e fosse dotto in divinità ed in diritto. Il Papa nonalienasse nè diminuisseil patrimonio della Chiesa, non rompesse guerra senza il consenso dei Cardinali espresso ad alta voce uomo per uomo; nelle Bolle si avesse ad usare la formuladietro deliberazionedei nostri fratelli. Ogni mese il Papa si facesse leggere questa convenzione in Concistoro. Due Cardinali, assente il Papa, in capo all'anno sindacassero se l'avesse, e come osservata il Papa. Paolo cominciò il pontificato con lo abolire questa convenzione, la guerra contro i Turchi non proseguì, da onori molti, e lettere ortatorie a tutti i principi in fuori, di altri soccorsi non fu largo allo Scandeberg ito a Roma per questo; ma erro, gli diè cappello e stocco benedetti da lui, e non so quali danari; non si ricorda la parte singolarmente strana assunta da lui di paciere per forza tra Veneziani e Fiorentini in mezzo ai quali ci mise male biette fino all'ultimo: allora scappò fuori per accordarli una sentenza accompagnata delle consuete scomuniche (ormai i Papi non sapevano parlare nè anco di pace senza incastrarci lo inferno) e di scancio ci aggiunse il patto, che gli stati d'Italia avessero a pagare a Bartolommeo Coglione 100,000 fiorini di oro per sostenere la guerra contro i Turchi; se non che gli stati indovinando com'egli disegnasse adoperare Bartolommeo piuttosto contro di loro, che contro il Turco, non gli danno retta onde a lui toccò riporre la scomunica nel fodero. Più felice, come più iniquo contro i baroni romani; però si lega con Ferdinando di Napoli perfidissimo fra i re: l'uno impicca, l'altro tira pei piedi. Paolo II compare di Deifobo di Anguillara si accorda segretamente con Ferdinando per ruinarlo insieme al fratello Francesco, in apparenza poi mostrano volersi combattere il Papa, e il re: gli Anguillara disponendosi a ingrossare l'esercito d'Jacopo Piccinino sono trattenuti da Paolo e persuasi a pigliare le sue parti contro cotesto conduttore. Il re Ferdinando, dopo avere accolto, elevato a cielo il Piccinino, di un tratto l'ammazza; poi spinge gente contro il confine romano; il Papa a posta sua c'incammina gli Anguillara con lo esercito, e quando meno se lo aspettano, alcuni loro capitani congiuntisi con i soldati del re gl'imprigionano. Ciò fatto non manca la scomunica per onestare la rapina di castelli tanto per arte, e dalla natura muniti, che a cotesti tempi si reputavano inespugnabili. E tu lettore piglia nota del modo di acquistare terre della Corte romana, donde poi cava il diritto divino, che la costringe alnon possumus. I ladri su lo spartire del furto per ordinario hanno lite fra loro; Paolo pretende da Ferdinando il tributo pel regno, il quale un dì, quando le due Sicilie stavano unite al medesimo scettro, sommava 60,000 fiorini, ed ora divise, a Napoli ne toccavano 40,500: a Ferdinando pel soccorso dato al Papa per opprimere gli Anguillara pareva ch'ei gli avesse a rendere il resto; di qui ire, e contese, per cessare le quali Ferdinando, armata mano, occupa Terracina, Sora, e le allumiere della Tolfa, onde il Papa empie di querele il cielo e la terra.

Nè meglio incolse a costui guerreggiando co' Malatesta: a malincuore la Curia concesse un dì feudi in Romagna a questa famiglia; morto Sigismondo, e trovandosi il figliuol suo Roberto presso il Papa, questi stende la mano sul bramato retaggio. Isotta matrigna confidando più nel figliastro, che nel Papa lo avvisa per segreto messaggio; a Roberto custodito rigidamente per deludere Paolo soccorre un bellissimo trovato; va al Papa, cui mostra le lettere d'Isotta, gli si professa devoto, e gli si lega a tradire la matrigna; Paolo lo prosegue di laudi infinite, gli promette in mercede le signorie di Senigaglia, e Mondovì, e di presente gli paga mille fiorini per le spese. Roberto giunto a Rimini s'impossessa del retaggio paterno, e manda al Papa che se vuole le sue terre venga a prenderle; Paolo, dissimulati la beffe e il danno, piglia in presto ai Veneziani quattromila cavalli, e tremila fanti, molti capitani della Chiesa spinge contro Roberto allettandoli con la promessa di fare a mezzo delle spoglie del Malatesta. Dunque possono i successori di San Pietro spartirne il manto quando il conto torna? E bugiardo il pretesto onde coloriva la impresa, ch'era la estinzione della linea legittima dei Malatesta chiamati per succedere al feudo, imperciocchè Roberto, quantunque figlio naturale, fosse stato legittimato da Pio II.—L'esercito papale rilevò la più sonora sconfitta che da molto tempo si udisse; per virtù di Federigo di Montefeltro socero di Roberto, e mercè i soccorsi di Napoli e dei Fiorentini ai quali premeva, che la Romagna rimanesse in piccoli stati divisa, e la troppa potenza del Papa dava ombra.

Paolo poichè ebbe tentato invano accendere nuova guerra in tutta la Cristianità, e chiamare belve straniere in Italia per vendicarsi del Malatesta: tastato Federigo III di Austria, e parsogli, come veramente era, uomo da non potersene fidare; atterrito dai Turchi più e più sempre approssimantisi si appacia col Malatesta consentendogli il possesso dello intero retaggio paterno. La vittoria di Rimini aveva sforzato ilnon possumus. Delle cose per questo Papa agitate fuori d'Italia qui non occorre discorrere; odiatore egli fu dei letterati solenne; pauroso, e per paura feroce: certa accademia di dotti scambiando in congiura, prende e tormenta uomini venerandi per dottrina non meno che per pietà: alle torture assiste, nè potendo venire a capo di nulla, tanto eccita il carnefice ad inasprirle, che il povero Agostino Campano rimase morto su l'atto. Il Platina nella vita di questo Papa racconta le persecuzioni, che a lui pure toccò patire: appena promosso Papa tutti gli officiali dei Brevi creati da Pio come ignoranti, e disutili licenziò; niente curando se cotesta carica avessero eglino comperato a contanti, e meno ancora se fossero letterati grandi i quali sogliono dare alle Corti maggiore ornamento di quello che ne ricevano; e poichè il Platina come colui al quale pareva essere troppo gravato pregava che la causa si commettesse agli auditori di Rota il Papa guatandolo torvo gli disse: «dunque delle cose che noi facciamo tu ti appelli? E non sai, che tutta giustizia, e tutto diritto stanno nel sacrario del nostro petto? Così voglio io, che Papa sono e posso come mi piace fare e disfare.» Gli officiali scacciati persa la pazienza mandarono al Papa una maniera di protesta la quale esprimeva questi sensi: «se a voi è lecito spogliarci della nostra legittima compra ed a noi deve permettersi dolerci di questa ingiuria, che ci fate, e poichè ci troviamo con sì incomportabili danno e contumelia banditi ce ne andremo presso re e principi perchè vi abbiano ad intimare Concilio dove rendiate conto dello spoglio di nostre proprietà.» Tra i mali consigli pessimo quello del debole che minaccia il forte; preso, e incatenato il Platina ebbe a giustificarsi di libello famoso, e gli fu ventura se dopo due anni di acerba prigione ne uscì rovinato così nella sostanza come nella salute. Più tardi questo Papa leggero e tristo spaventato da falsi rapporti ripiglia il Platina, bandisce parecchi cortigiani, e cittadini, tormenta i fratelli Quadrari, fa il diavolo e peggio; poi conosciuto a prova essere stato giuntato perdona raro, ed alle preci altrui per mostrare di avere avuto ragione; e questa la non è colpa speciale sua bensì di tutti quelli, che dominando assoluto devono fare grande fondamento sopra la superbia. Per converso questo Paolo si dilettò stupendamente di giuochi, e di uomini vulgari; in occasione della pace fra il duca di Milano, e i Veneziani ei fece correre pali da vecchi, da uomini di età mezzana, e da fanciulli; dopo questi corsero giudei (che uomini allora non si reputavano) prima costretti a bere vino in copia perchè traballassero, poi cavalli, cavalle, asini, e buffali; il Papa contento, e per soverchio riso lacrimante, donava a cui fieno e a cui grossoni. In cima dei suoi affetti tenne un Priabisio, e un Malacarne, di loro professione giullari, e dopo essi in minor luogo altri buffoni. Non gli mancarono buone doti, come la larghezza, e la storia ricorda com'ei fosse prodigo donatore di teriaca: ai Cardinali donò la facoltà di vestire panni purpurei, e portare berretto vermiglio, e cappello foderato di mantino pure rosso; ai Cardinali poveri assegnò quello che chiamano piatto, il popolo imbestiò coi congiari; morì di apoplessia, e sarebbe stato meglio non fosse mai nato.

Di male in peggio, finchè si giunga al pessimo: ebbe Sisto IV della Rovere il papato per simonia; è certo, che i tesori accumulati da Paolo arrapinasse; ma le sono inezie da non ci badare; se da lui non comincia il nipotismo, da lui certo piglia a gettare cupido gli occhi sopra gli stati della Chiesa, e dei vicini, e voler diventare principe di corona: ebbe nipoti molti, che amò di amore disordinato, dicono, taluno d'infame; ma siffatte nequizie se non provate bene voglionsi rigettare; veramente non isperimentiamo buoni gli uomini, massime preti, ma ritraendoli peggiori di quello, che sono non se ne avvantaggia la Storia. Giudicando di lui pretende taluno ch'egli si proponesse la unione d'Italia; ma ciò non accorda con le opere della sua vita, le quali anzichè disporla a simile unità altro non fecero, che scombussolarla senza requie: anco ammesso, che i tempi non repugnassero ai venefici, ed alle insidie mortali, tuttavia le morti per veleno o per ferro a tradimento meditate da cuore, che anco a quei tempi ci volevano dare ad intendere pieno dello Spirito Santo, non paiono per ordinario lodevoli nè efficaci partiti: comunque sia non per amore d'Italia bensì per odio contro i Medici, i quali si opponevano al molesto ingrandimento dei suoi nipoti, egli congiurò co' Pazzi per trucidarli: di fatti i Medici sovvennero Niccolò Vitelli contro le violenze del Papa, e gli salvarono la città di Castello; non si rimasero da mettere in pratica ogni tentativo per impedire a Girolamo Riario nipote del Papa l'acquisto d'Imola: e Girolamo finchè durassero i Medici dubitava tenerla piuttosto a titolo precario, che con istabile dominio; il Papa poi sbuffava contro Lorenzo per la lega formata da lui nell'alta Italia, e per quel suo concetto di bilanciare uno stato con l'altro per modo, che veruno preponderasse fra noi. Comecchè discorriamo volando sopra questi casi non possiamo astenerci da mostrare la matta e ad un punto feroce improntitudine di Sisto, il quale dopo avere promosso il Salviati arcivescovo di Pisa, mandato Raffaele Riario figlio di Girolamo a Pisa con pretesto di studi, e Giovanbattista di Montesecco come oratore in Toscana per condurre a buon fine la congiura, benedetto i pugnali, consentito si consumasse la strage fra gli altari da preti, nel momento che il sacerdote leva l'ostia al cielo, di un tratto si arrapina perchè Lorenzo non abbia voluto farsi ammazzare, e rompe in iscandescenze perchè con giuste pene multarono gli assassini. Queste le parole della Bolla di Sisto IV riportata dal Rainaldo negli annali ecclesiastici 1478, e ti rammentano Fimbria imbestiato contro Scevola perchè assalitolo ai funerali di Caio Mario col ferro in mano lo assalito non gli aveva conceduto tanto gli ficcasse in corpo lo stile, che lo ammazzasse: «Contendendo i cittadini per lite privata fra loro questo Lorenzo co' priori di libertà…… calpestato ogni timore di Dio, vinti dal furore, pieni di diabolico spirito, di sè fuori come cani arrabbiati infierirono con immane ignominia contro persone ecclesiastiche. O dolore! O inaudito delitto! Le mani violente portando sopra un'arcivescovo appiccaronlo alle finestre del palazzo della Signoria.» E non gli saldarono il conto, imperciocchè gli salvassero il giovane cardinale Raffaele, il quale sebbene gli rendessero incolume non per questo attutì il sacerdotale odio; dissuadendolo invano il re di Francia, i Veneziani, l'imperatore Federigo, i duchi di Milano e di Ferrara volle rompere guerra ai Fiorentini; poco dopo ai Veneziani perchè derelitti da tutti, e con più infamia da lui, che sperperava a danno dei cristiani le forze le quali doveva volgere contro i Turchi, si erano composti in pace con Maometto. Fin negli Svizzeri va a suscitare nemici contro il duca di Milano solo per trattenerlo da porgere soccorso ai Fiorentini; allettamento a cotesti rudi montanari le largite indulgenze, delle quali essendosi mostrati piuttosto ghiotti, che cupidi, si avvisa cavarne partito, però non le dona più oltre, le vende, e ci fa grosso guadagno. Intanto Lorenzo trovandosi in procinto di dare la balta si getta in balìa di Ferdinando di Napoli; e' fu come mettere il capo in bocca al lione, ma lo beneficò la Fortuna sicchè giunse ad amicarsi Ferdinando. Il Papa stette per diventarne pazzo, nè si sa fin dove sarebbe precipitato se i Turchi avendo preso Otranto non lo avessero fatto cagliare. Impaurito si accorda con tutti; ma con la morte di Maometto indi a breve, cessata la paura, torna a scombuiare ogni cosa: co' Veneziani si accorda spogliare il duca di Ferrara, e dividersene gli stati, Ferrara a lui, a loro il restante. Di qui nuove divisioni; la Italia rotta in cento parti le une contro le altre armate; forse non una spanna di terra senza risse di sangue.—Di tutti questi scompigli il Papa altro frutto non cava, eccetto quello di vedersi minacciata Roma dal duca di Calabria; allora invoca aita dai Veneziani i quali gli mandano duemilacinquecento cavalli e Roberto Malatesta capitano strenuissimo; nè Malatesta comparve minore della fama; andò e vinse il duca a Campomorto dopo acerba battaglia. Il Papa per doppio motivo (e bastava uno) gli fu ingrato, il primo perchè gli uomini di raro ricompensano il benefizio cui possono ricompensare, il benefizio poi, ch'eccede le facoltà loro detestano, e più chi lo ha fatto: quindi un re ti darà guiderdone se gli acquisti un contado, se un regno cercherà perderti, e questo ci testimoniano le storie antiche, più le moderne; l'altra causa movente il Papa era che Girolamo suo figliuolo appetiva Rimini retaggio di Roberto; quindi questi ottenne quello che doveva ottenere, morte per veleno immatura, ed una statua col mottoveni, vidi, vici. Appena morto il Papa si affrettò alla rapina di Rimini, e tanto più gli parve sicura, che in cotesti giorni periva il duca di Urbino disegnato da Roberto tutore del suo figliuolo, mentre il duca di Urbino nel suo testamento raccomandava a Roberto il figlio Guido Ubaldo.

Anco qui tra la mano e il frutto s'interposero i Fiorentini e misero un calcio nella gola al Papa, il quale ne resta con la voglia. Dall'altra parte le cose in apparenza procedevano prospere al Papa, in sostanza no; il duca di Ferrara già stava in procinto di trovarsi spogliato, ma il Papa temè che i Veneziani o pigliassero tutto per loro o alla meno trista si facessero la parte del leone: allora arruffa; e prima accetta la pugna, poi si appacia con Ferdinando di Napoli; i Veneziani, ai quali cotesta pace ruinò addosso come fulmine a ciel sereno, ebbero invito aderirvi e posare le armi; restituissero gli acquisti fatti, il duca di Ferrara come vassallo della Santa sede rispettassero: poi senza pure aspettare risposta bandisce i Veneziani nemici della cristianità perchè ostinati a continuare la guerra contro il duca di Ferrara; gli scomunica; ai loro debitori comanda non li paghino; a chi uccida un Veneziano indulgenza plenaria; quanto a scudi adagio; per dare la pace alla cristianità spinge le armi di tutta Italia contro i Veneziani pure ieri suoi collegati, amici, ed eccitati da lui a combattere il duca di Ferrara. I Veneziani, secondo il consueto loro, tengono di occhio ai chiesastici, chiunque porti la scomunica a Venezia senza rimissione s'impicchi; e qualunque riceva lettere da Roma le porti chiuse agl'inquisitori di stato; con questa gente non ci era da metterla in canzone; il Patriarca portò loro la scomunica presto presto come se avesse ricevuto cosa, che gli scottasse le mani; poi mandarono al Patriarca di Costantinopoli l'appello della scomunica al futuro Concilio; il Patriarca ammette l'appello, sospende la scomunica, e cita il Papa a comparire al futuro Concilio. Quello, che non riuscì al Papa riesce ai Veneziani, i quali trovarono modo di affiggere la citazione alle porte del Vaticano e della Rotonda; il Papa cieco per furore fece in un'attimo impiccare le guardie notturne, che pure da per tutto non si potevano trovare; ma gli è caso antico, il potente non potendo battere l'asino batte la sella. I Veneziani procedendo oltre intimano i preti paesani a lasciare Roma sotto pena di perdere i benefizi; il Papa come colui, che ha perso la bussola bandisce farebbe vendere per ischiavo chiunque si attentasse uscire da Roma; guerra fiera e promiscua si agita in Lombardia, in Napoli, negli Stati pontifici: alle cause antiche per cui la famiglia del Papa, e il Papa andavano aborriti adesso si aggiungono le prodizioni, le stragi, e gl'incendi, onde vollero sterminata casa Colonna: pietosissimo fra tutti il caso del protonotaro Luigi Colonna, che prima stracciarono con ispietati tormenti, non mica per cavarne confessioni, bensì per rendergli senza fine amara la morte, poi uccisero.

I Veneziani sempre pronti a cogliere la occasione a volo, sentendo come tra i Reali di Napoli e Ludovico il Moro fosse entrato screzio per causa della dipendenza da che questi teneva Giovanni Galeazzo Sforza genero al duca di Calabria, mediante Roberto da Sanseverino negoziando con esso lui la pace, e invano contrastando il legato e Girolamo Riario, i quali mescendo le cose sacre con le profane, affermavano i Veneziani indegni di posa perchè nemici di Dio come quelli che avevano confiscato i benefizi ecclesiastici, e tenuto in non cale le scomuniche del Papa, la conclusero a Bagnolo.

Il Papa udita la pace per rovello ne infermò a morte; quando gli ambasciatori gliela portarono egli raccogliendo le forze estreme con irosim accenti proruppe: «che pace! che pace! questa è ignominia, è vergogna; io non posso approvarla, non benedirla.» E poichè gli andavano persuadendo essere ormai cosa conchiusa, e sempre degna la pace tra cristiani della benedizione di un Papa egli levata dalle fasce la mano gottosa fece atto che taluno prese per benedizione, ed altri per maladizione, nè ci fu modo a chiarirlo, imperciocchè senza profferire parola il giorno dopo morì più che per altro per rabbia di vedere in pace questa mìsera Italia cui egli aveva così scelleratamente lacerata.

Alessandro VI, che sta per venire, le immanità papali, e imperiali supererà tutte; pure Sisto, e Innocenzo gli ammannirono stupendamente il terreno: delle truci e nefande libidini taccio; sia questa prova della sanguinaria indole del Papa defunto; suo diletto assistere ai mortali duelli: due ne ordinò a piè della scala del suo palazzo di piazza San Pietro, egli mastro del campo: i duellanti non incominciassero se prima egli non ne avesse dato il segno, e il segno fu quello della redenzione….. la Croce. Il Papa ci prese un gusto matto, e desiderò vederne altro; nel primo duello uno dei combattenti morì su l'atto; nel secondo ambedue mortalmente feriti furono tratti a spirare l'anima altrove.—

Per ciò che importa peculiarmente al nostro assunto vuolsi considerare come in questo pontificato per promovere gl'interessi della famiglia Riaria non si ebbe scrupolo sbonconcellare il preteso retaggio di San Pietro: non era ancora stato trovato ilnon possumus: e non ancora un Concilio di preti bugiardi aveva bandito divina la istituzione della potestà temporale del Papa; di vero per causa del matrimonio di Lionardo della Rovere con la figlia naturale di Ferdinando, Sisto abbandona al re il ducato di Sora, Arpino, e gli altri feudi della Chiesa nel regno di Napoli; nè basta, gli rimette il tributo arretrato solito a pagarsi da Napoli alla Chiesa, e ne lo dispensa finchè egli viva. Imola, la quale secondo la novella dottrina fa parte delnon possumus, fu comperata a contanti co' danari della cristianità da Pietro Riario pel suo fratello Girolamo. Concesse in feudo a Giovanni della Rovere fratello di Giuliano, Sinigaglia, e Mondovì, e i Cardinali approvarono senza pensare alnon possumus. Prima con ogni argomento il Papa si ingegnò spogliare i Vitelli di Città di Castello; trovato l'osso duro, gliela concede in signoria. Smania di Sisto, prima di Alessandro VI, fu costituire della Romagna un principato pel suo nipote Girolamo; alla via storta non badò più che alla diritta. Pino Ordelaffi principe di Forlì morendo lascia la sua eredità al figlio nato di non legittime nozze; glielo contrastano i cugini figli di Galeotto; entrò in mezzo giudice Sisto, che spoglia tutti a profitto del nipote Girolamo. Forlì è città che ai dì nostri compone parte del dominio temporale, che il Pontefice non può alienare per istituzione divina. Se la morte non troncava i suoi disegni, egli mulinava nella sua mente torbidi concetti per potere assegnare al nipote Girolamo Rimini signoria del tradito Malatesta, e Pesaro retaggio di Giovanni figliuolo di Costanzo Sforza. Dei benefizi cumulati sul capo di Pietro Riario non importa discorrere; oltre al titolo di patriarca di Costantinopoli egli possedeva tre arcivescovati, ed altri benefizi infiniti; il lusso di costui ignoto ai moderni si appressò alle sgangheratezze di Nerone e di Eliogabalo: i suoi conviti pari a quello di Trimalcione cantato da Tito Petronio Arbitro: banchettando gli oratori di Francia mise a contribuzione i paesi nostrani, e gli stranieri; le vivande, l'ordine, l'apparecchio, le cose o rare o strane e mostruose diligentemente notate fornirono materia ad un poema, il quale fu diffuso per le stampe in Italia e fuori. Subito dopo passando per Roma Eleonora figlia di Ferdinando di Napoli, che andava sposa al duca di Ferrara, volle onorarla col fabbricarle un palazzo smagliante oro e seta; qui dentro tutto di oro di argento, anco i vilissimi arnesi; ci spese 100 mila fiorini di oro che aveva in serbo, e s'indebitò per 60 mila; ed era frate di san Francesco costui, ed aveva pronunziato voto di povertà. Immaturo per la via di vulgari piaceri egli giunse al sepolcro. Non bastando le rendite dei benefizi cumulati nella propria famiglia per sopperire a tanta enormità di spese Sisto dichiarò venali tutte le cariche della corte apostolica indicandone il prezzo; per pubblico bando vendè i più cospicui benefizi, ed anche qualche cappello cardinalizio; spesso, chi pagava innanzi giuntava: delle indulgenze peggiorò il traffico già abbominevole; eresse lupanari, tassò baldracche; i facinorosi poterono comprare perfino la impunità del delitto commesso, o che stavano per commettere: dei grani fece lo incettatore comperandoli al prezzo di un ducato il rubbio; poi li rivendeva quattro o cinque; se veniva a mancare egli ne acquistava fuori di qualità tristissima; e poichè sotto pene acerbe costringeva i fornai a servirsene è comune opinione che cotesto alimento corrotto partorisse le pesti che indi desolarono per parecchi anni Roma. Accennammo a offici di Maomettani, Giannizzeri, e Stradiotti instituiti a Roma, e vendibili a contanti, e fu Sisto che gli fondò: tuttavia non si creda, che alcun bene egli non facesse; all'opposto ne fece parecchi, ed affinchè la cristianità miri s'ell'abbia a rallegrarsene io li dirò: innanzi tratto conferma la bolla di Paolo II, che accorcia di venticinque anni la celebrazione del Giubbileo, e parendogli la frequenza non bastasse a tirare scudi a Roma, aggiunge, che durante il tempo del Giubbileo le indulgenze in tutte le altre chiese s'intendano sospese: conferma altresì la regola dei minimi di san Francesco di Paola, di cui un convento ebbi vicino a Genova onde della bontà, della dottrina, della carità, e soprattutto della castità di cotesti degni padri io potrei raccontare vita, morte, e miracoli: ordinò la festa della concezione di Maria madre di Cristo, cui egli primo chiamòimmacolata; poco dopo, siccome tutti i frati non la volevano intendere; ed avevano fra loro di fiere batoste fino a bandire dai pulpiti in peccato mortale chi ci credeva, Sisto per torre via le dispute dichiarò solennemente immacolata la Concezione della madre di Cristo, e saperlo di certo, però ci credessero i fedeli, se no guai a loro! Su di che ci occorre notare come questa concezione immacolata scendesse nel cervello, e si predicasse prima da un tristo frate tenuto per incestuoso, e rotto a libidini nefande, e poi, che a Pio IX uomo anch'egli alla vaga venere troppo più, che non conviene un dì inchinevole, dopo quasi quattro secoli pigliasse quel ghiribizzo medesimo. Proprio le menti umane più che da tutto vengono percosse dalla ragione dei contrari. Ancora, non contento di gratificarsi la moglie s'industria tenersi bene edificato il marito, quindi comanda si festeggi l'annovale di San Giuseppe; ma più di ogni altra cosa, a parere mio, deve procacciare fama a questo Papa la doppia decisione intorno alle stimate di santa Caterina da Siena, ed ecco come sta la faccenda. Santa Caterina domenicana scriveva al suo confessore: «voi sapete, padre mio, che io porto sopra il mio corpo le stimate di Gesù Cristo Signor nostro per sua misericordia.» E il povero padre non ne poteva in coscienza sapere niente, conciossiachè santa Caterina non ce le avesse mai avute, e questo si sa per testimonianza della medesima santa; di fatti, ella racconta: «io vidi il Signore appeso alla croce discendere sopra di me con molta luce….. subitamente dalle cinque cicatrici delle sue sagrate piaghe vidi cadere sopra di me cinque raggi di sangue, tendenti alle mie mani, ai miei piedi, ed al mio cuore. Conoscendo questo essere un mistero esclamai: Signor mio, e Dio mio,vi prego che queste cicatrici non appariscano sopra il mio corpo esternamente(o dunque come aveva a fare a saperlo il padre confessore?) Gesù Cristo mi rispose e mi parlava ancora quando questi raggi di sangue divennero risplendentissimi e colpirono le cinque parti del mio corpo da me indicate.» Non so se in cotesti tempi, ma ai nostri femmina che simili fandonie sciorinasse si terrebbe dagli uomini di giudizio addirittura per matta: dal comune allora si esaltava santa; la quale credenza oggi continua appo i Turchi, voglio dire, che venerano i pazzi per santi. Ora si faceva un gran battagliare per questo fra Domenicani e Francescani; i primi avevano dalla loro santo Antonino, e Pio II; ma tanto è, i Francescani così seppero rigirare la faccenda, che Sisto proibì sotto pena di censura ecclesiastica dipingere cotesta santa con le stimate; i Domenicani presi di punta, s'incocciarono a sgararla; quali ingegni ci adoperassero ignoro; so che il Papa, (certo per dare saggio della sua infallibilità) dopo poco levò le censure, e sua mercè noi abbiamo potuto contemplare santa Caterina percossa in un colpo in cinque parti del suo santissimo corpo.


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