Capo IV.IL GIUSTO SDEGNO

Capo IV.IL GIUSTO SDEGNO

In una sala del Castel Giovio la quale formava parte dell’appartamento del giovinetto Duca, la duchessa Isabella riccamente vestita, e adorna di una beltà altera; col volto commosso e pieno ancora di quella tempesta che il recente contrasto coll’ambiziosa Beatrice d’Este avea in lei destata; rugiadosi gli occhi lucenti di stille di pianto cui lo sdegno frenava, e mostrando nel labbroe nella guancia fremente la profonda indegnazione e il dispetto di cui era compresa; trovavasi fra le braccia del duca Gian-Galeazzo: il quale, bello e nel fiore dell’età, vestito di un elegante abito corto di seta con ricchi fregi d’oro e pietre preziose, guardando la diletta moglie con aria piena di bontà e benevolenza, procurava calmare gli spasimi che l’eccesso dello sdegno avea destati nell’offesa giovinetta.

— Datti pace, Isabella, farò tutto quanto tu desideri; ma Lodovico nostro zio è uomo degno, che operò sempre pel ben mio e dello stato; e con lui vuolsi cautamente e amicamente procedere. Tutta Italia lo onora per la sua saggezza; i più bei genj della nostra età s’accordano a formarne l’elogio; Milano lo saluta suo nuovo fabbricatore: per lui questo stato florido non paventa il confronto di qualsiasi altro d’Italia; i principi Italiani cercano la nostra amicizia ed alleanza; l’Imperatore, come che avverso perchè considera gli Sforza quali usurpatori del ducato di cui loro non diede egli l’investitura, pure sta in rispetto, e tace; e finalmente questa città è fatta vero luminare d’Italia e d’Europa, per ricchezza, sapere, religione, e gentilezza. Tuvedi adunque, o cara Isabella, che con quest’uomo venerabile conviensi agire con rispetto, come la riconoscenza esige; tu sai poi quanto egli sempre con noi usasse di ogni riguardo che ci è dovuto: il carattere di sua moglie ti offese; ma egli non ne ha colpa: io so di certa scienza, che più volte ne la biasimò del suo sconveniente contegno: ma l’amore acceca; e d’altro canto, che può fare il buon zio con quella altera! Sì, io voglio bene compiacerti; ma le cose devono procedere pacatamente, e in modo che il Duca di Bari non rimanga offeso. Io amo che non si usurpi il mio potere; ora, il vedo, è omai tempo che le redini del governo mi sieno consegnate; ma qual mano più degna di aiutarmi nel reggerle, del mio rispettabile e buon zio Lodovico? nè sarebbe senza giusto rimprovero per me di ingratitudine, se io colla durezza e la diffidenza rimeritassi quel grande personaggio di tutto ciò ch’egli fece a pro dello stato durante la mia minorità!

Il Duca qui faceva una posa; quasi per dar tempo ad Isabella di replicare, o convenire. Ella, tutta commossa, diè in un dirotto pianto: il Duca la stringeva al petto, e baciava; indi riprendeva:

— Ma perchè nuovo pianto; perchè sì commossa? Non temere! non parlai io secondo esige l’onore e il dovere? che ti affligge? perchè non ti acqueti? di che dubiti, o sospetti? Su via, il tuo sguardo incredulo chiude un mistero! favella!

— Ah tu sei troppo buono, sclamò Isabella, tu tutta non misuri la tua situazione: tu ti credi signore, mentre languisci in una intera schiavitù! Il Moro ti affascina: inganna te; come ingannò me, e tutto il mondo: tu non arrivi a scandagliare la profondità del suo cuore! sotto un manto di bontà, di magnanimità, di disinteresse, egli chiude un’anima avida di potere, di fama, di ogni sorta di grandezza; fredda sui mali altrui: il suo sorriso è glaciale, e fa sparire la vita de’ sentimenti veramente generosi di chi lo avvicina: egli ti stende una mano, mentre stringe coll’altra lo scritto in cui nel capo ti condanna! sotto l’aspetto della saggezza, asconde perfidia, inganni, e tradimenti! oh di che non è capace l’ambizion sua? egli sacrificherà il sangue, i sudditi, ed anche il suo dio e le speranze di una vita futura in cui forse mal crede, al soglio: sì, io non m’inganno; egli mira al soglio che tu possedi; e se,per occuparlo, converrà abbatterci, lo farà!

— Quai terrori ti finge la tua immaginazione, Isabella, riprese sorridendo il di lei debole e buono consorte! quanto la tua fantasia è prodigiosamente attiva nel tormentarti! le chimere che tu crei non sono smentite dai fatti, dal rispetto che sempre per me e te dimostrò Lodovico?

— Ah, il cielo lo volesse, che chimere queste fossero! Ma tu ti inganni, Gian-Galeazzo; i fatti, i fatti più eloquenti, stanno contro il Moro: non dispose egli de’ castelli e della forza militare? Or che varrà il nostro dritto, se per lui saranno le armi? Nè qui s’arrestò: questo stesso castello non è egli in mano di un suo fidato; onde alzati i ponti levatoi noi possiamo essere da un istante all’altro suoi prigionieri, come lo fu già Bernabò Visconti di Gian-Galeazzo? E non governa egli omai non più a modo di tuo tutore, ma come vero principe? non si tolse anche (estremo di sfrontatezza e audacia!) in suo potere il tesoro? e vôlte le milizie in suo potere, di suo arbitrio non esige dai sudditi sussidj, dispone delle entrate, stringe trattati, comparte le grazie; e tutto a lui obbidisce! Chi a te o a me si rivolge mai per cosa alcuna? non è egli e lasfacciata sua moglie che sono corteggiati come sovrani: e non ardisce ornai Beatrice anche nelle solenni comparse usurparmi il posto d’onore che mi si compete? — Credimi, il male è estremo; conviensi usare mezzi estremi! Forse Lodovico non ardirà gittare del tutto la maschera, e noi potremo rialzare l’autorità nostra; ma se ciò non accade, io non spero più che nell’armi di mio padre: ed ancora la speranza è incerta; e più certa io vedo la rovina tua, la mia, e quella de’ nostri figli!

— Lo sdegno ti rende bene eloquente, Isabella; e quasi mi spaventi! ma Lodovico non è sì malvagio, credimi, come lo pingi. L’essermi io poco occupato degli affari, fece che egli tutte a sè le redini dello stato traesse: io non dubito però, e cento volte me lo disse, che condotte le cose al miglior ordine, a me saranno da lui trasmesse; ed allora, dopo le cure che egli spese per render lo stato florido, noi raccoglieremo parte dell’onore che una saggia amministrazione rifletterà sul principe che seppe secondare lo zelo di un ministro sì intelligente!

— In breve noi vedremo se ciò sia vero, sclamò Isabella: il cielo voglia che mi ingannino i miei sospetti! Ora, poco può stare agiungere Lodovico i sentiremo i suoi sentimenti! — E, dette tali parole, la duchessa si svincolò dal consorte; si assise ad un bellissimo tavolino ornato di scolture e fregi di avorio, sul quale erano alcuni fiori in vasi d’argento eccellentemente lavorati e smaltati, con altri ornamenti preziosi; ed appoggiando la faccia rorida di pianto ad una mano gentile, che poteva essere invidiata da un Ebe, serbò il silenzio. Gian-Galeazzo gittò un sospiro; si alzò; passeggiò per la camera; si affacciò ad una finestra i cui vetri colorati erano aperti, e diè un’occhiata mesta alle mura del castello che Isabella ora gli avea dipinto come una splendida prigione; ed all’udire aprirsi una porta si rivolse indietro.

— È qui il Duca di Bari, disse un paggio annunziandolo; debbo farlo entrare?

— Entri! replicò Gian-Galeazzo: e corse incontro allo zio, con un affetto in parte naturale in parte forzato, per abbracciarlo.


Back to IndexNext