Capo V.I RIMPROVERI

Capo V.I RIMPROVERI

Appena che il Duca di Bari fu comparso, il nipote lo abbracciò, e baciò in fronte. Egli poi ritirossi indietro; e Lodovico, fermo in piedi innanzi al tavolino ove sedeva Isabella, ma ad alcuna distanza, tutta spiegava la dignità della sua persona. Di statura maestosa, di età matura, cinto di una veste lunga turchina con fregi d’oro e che ben si addiceva al grave suo portamento; il suo volto pallido e un po’ oscuro non tradiva alcuno dei suoi pensieri, ed avrebbe annunziata una perfetta calma se il fino indagatore non avessenel fuoco di un occhio ombreggiato da un grave sopracciglio veduto i segni di una profonda simulazione. Col berretto in mano; col volto eretto; movendo uno sguardo scrutatore rapidissimo sul nipote, e poi fissandolo con finta benignità su Isabella; egli proferì queste parole, con un tuono in apparenza di rispetto:

— L’Illustrissima Duchessa che ha da comandarmi?

E poi se ne stette in silenzio.

— Sedete, Duca di Bari, allora tosto rispose Gian-Galeazzo, accennandogli una ricca sedia che era vicina a quella ancor più ricca a braccioli nella quale era adagiata la giovine sua consorte; sedete, e vi esporremo il tenue motivo per cui abbiamo dovuto incomodarvi. — Così dicendo, e mentre il Moro accettava l’invito, il giovinetto duca, bello per un’ingenua espressione di bontà, accostò alquanto un’altra sedia a quella dello zio, ed anch’egli s’assise.

— Il motivo per cui abbiamo incomodato l’Eccellenza Vostra, è questo; che voi probabilmente già indovinaste. Da qualche tempo la duchessa Beatrice vostra consorte per un amore femminile di grandezze, che io nelcuor mio vorrei volentieri perdonare quando non ostasse la convenienza e il rispetto che si deve alla Illustrissima mia consorte; la duchessa Beatrice, dico, affetta nelle occasioni solenni una superiorità su Isabella che non le si compete; e che voi pure, mio zio, avrete forse alcuna volta notato e biasimato. Il ciel mi guardi dal volervi recare dispiacere alcuno, dopo le tante prove di affezione e fedeltà che date mi avete; ma ora, trattandosi di cosa in apparenza grave, io vi debbo pregare che, con quei modi blandi che la vostra esperimentata prudenza vi saprà suggerire, ammoniate Sua Eccellenza la degnissima vostra consorte; perchè le cose procedano per l’avanti con più regolarità, ed a norma di quel cerimoniale che è stabilito dall’uso e che si conviene al decoro del grado dell’Illustrissima nostra consorte; a cui questa trascuranza reca dispiacere, nel che noi sentiamo (e voi ne converrete) che ella non ha il torto.

— Illustrissima Duchessa, rispose pacatamente il Moro: se me[1]sia permesso esternarviun mio parere; io vi direi che, convenendo che il motivo delle lagnanze vostre è giusto, mi pare però che de troppo ne esageriate l’importanza. L’Illustrissimo Duca non ha ancora toccata appieno l’età perfecta de venti anni; e deve quindi riconoscere la nostra tutela. E noi, pronti a rinunziare al governo quando lui sarà diventato maggiore, purchè il bene suo e dello stato lo consentano; ora però siamo ancora costituiti governatore dello stato, e come tale figuriamo sovente nel primo grado in quelle funzioni pubbliche a cui Sua Signoria Illustrissima non interviene. Sua Eccellenza la duchessa Beatrice, usa a stare al nostro fianco, ed a conseguire in tali casi i primi onori, si è forse un po’ troppo dimenticata in qualche occasione che l’Illustrissima Duchessa era presente: e di tale inavvertenza noi la abbiamo infatti amorevolmente ammonita. Me se permetta però el dirlo, Vostra Signoria Illustrissima, duchessa Isabella, con troppo rigore ha trattato la nostra zovene consorte per un sì piccolo mancamento; e ricordandole la superiorità del suo grado con asprezza, ha cagionato un profondo dolore in Beatrice, i cui sensi leali non dovrebbero essere posti in dubbio, nèdi cui tanto ferita io averia desiderata la sensibilità!

Una vampa di sdegno imporporò le guancie della fervida Isabella: essa alzò gli occhi che fin allora avea tenuti bassi; e fissando uno sguardo splendidissimo che indicava viva indignazione sul volto impassibile del Duca di Bari, e ritraendo la persona quasi per una spinta segreta e irresistibile di una indomabile antipatia, così prese a dirgli:

— Duca di Bari: si può abusare delle parole, ma non è comportabile quando l’eccesso è spinto a tanto segno! Io, duchessa di Milano, superata nello sfoggio, nelle pompe, nell’autorità, da Beatrice vostra moglie mia suddita, tacqui e sopportai: ma offendendosi anche le vane apparenze di una preminenza illusoria, sdegnandomi, sarò accusata poi qual troppo rigida ed altera se muovo una lagnanza che già da tanto tempo avrei dovuto farvi sentire! No, le cose sono spinte ad un punto che più non ponno correre. Mio marito fra giorni esce di minore età; conviene disporsi a cedergli il governo; deporre un’autorità che non vi fu conferita che a tempo; ed intanto non violare quei confini che sempre devono separare chi ha il comandodi diritto da chi per dovere è suddito e deve obbidire!

— Isabella, tu mi offendi così parlando al mio buon zio, la interruppe il duca Gian-Galeazzo; calmati: la tua asprezza è fuor di luogo: non dubitare, che il Duca di Bari è uom d’onore, e saprà sempre calcare la strada che il dovere gli prescrive; come con tanta gloria la ha percorsa fino al presente!

— Che potrei io replicare agli amari rimproveri de sua Signoria Illustrissima, la duchessa Isabella! le ricorderò solamente, che essendo noi costituiti nel grado di tutore dell’Illustrissimo di lei consorte, non doveremmo essere tractati se non con quel rispetto che se conviene alla nostra dignità: ma io voglio condonar tutto al foco giovanile; e lascerò che l’Illustrissima Signoria sua sulle cose che me disse ci pensi bene questa notte; e poi domani le daremo tutti quelli rischiarimenti che potranno essere del caso.

— Che io ci pensi questa notte! E quante notti non vi ho io pensato; quante notti non mi restarono per piangere l’umiliazione e l’avvilimento a cui avete ridotta me, e quest’angelo, questo innocente e sacrificato agnello che mi è consorte; nè solo le notti sono testimoniedelle mie lagrime; ma i lunghi giorni solitarj che io passo in questo castello, ove solamente di puro titolo io sono la sovrana! Quante volte, nello stringermi al petto il bambino che solo mi consola, io non sospirai pensando che forse altra donna ne nutricava un altro che l’avrebbe soperchiato, che occupato gli avrebbe quel trono che a lui il vero diritto riserba! — E voi mi parlate di una notte per riflettere! no, non è necessario! Duca di Bari, o voi siete uomo d’onore, e dovete omai dimettervi dal governo...; o, mostratevi più generoso, dichiarateci aperta guerra, innalzate il vessillo dell’usurpazione; ma non abbatteteci colle armi del tradimento!

— Frénati, mia consorte, frénati; tu eccedi: sclamò il buon Gian-Galeazzo, alzandosi dalla sua sedia e prendendo ad Isabella la mano che ella levava in atto di esecrazione.

— Illustrissima Duchessa, voi dai rimproveri passate agli insulti! Voi ve lagnate di mancare di un condegno corteggio in questa vostra corte: ma chi non sa che avendovi noi assegnati diciotto mila ducati per vostra provisione, somma bastante avuto riguardo allo stato di minorità in cui vi trovate, voi ne spendeste in capo all’anno, una volta settemila, poi undici mila, di più; facendo debiti che noi non abbiamo lasciato di pagare! E quanto al fasto della corte, se questo non giunge alla profusione di Galeazzo Maria, non lascia però de essere conforme che il grado richiede; essendovi ricca stalla, e cappella fornita di cantori; essendo onorata dalle persone più distinte dell’Italia; ed essendosi anche alzato un teatro per diletto vostro e di tutti, non meno sontuoso di quello che decora Ferrara! Che se le cure del governo ci circondano di gente a cui dobbiamo dar ordini e direzione, come è nostro dovere; vi lamenterete voi, Illustrissima Duchessa, che sulle nostre spalle sia il grave fardello dello stato?

— È di questo fardello che voi ora dovete alleggerirvi, replicò punta e sempre più indignata con vivacità Isabella; ora il mio consorte è maturo di senno per reggersi da sè; uomini distinti ne convengono: sul passato si stenda un velo; i vostri segreti pensieri forse svelandosi deturperebbero quella fama splendida che di voi s’aggira per l’Italia, e che vi fa passare come uomo di singolare saviezza: tacciasi del passato; ma a patto, che ora vi pieghiate a fare il dover vostro!

— L’Illustrissima Signoria Vostra la me offende colle sue parole.

— E voi mi offendete coi vostri fatti! Non dubiterò io di voi, vedendo che a voi attiraste tutte le forze dello stato; che da voi dipende il Consiglio di Stato, cui avete composto a vostro piacere; che da voi sono tenute le fortezze, da voi presidiate e date a vostre creature; che da voi è disposto del tesoro? — Che resta a noi, se non se il grido impotente della disperazione!

— E se le cose fossero in questo stato, sarebbe egli prudente per voi, Illustrissima Duchessa, far sentire questo grido! Tornate in senno, giovinetta; e siate più saggia nel valutare i fatti di un uomo che si è meritata la stima di tutti i principi d’Italia, ed anche d’oltremonti!

— Quest’uomo però ora aspira a calpestare i diritti del nipote; a farlo credere un imbecille, per trar a sè il potere e perpetuarlo nella propria casa! Si dice che al figlio che v’è nato pensiate persino a dare il titolo di Conte di Pavia!

— Vostra Signoria eccede ne’ termini: el suo carattere el va facendosi sempre più incomportabile: con questo suo tuono altero eimperioso, ella ha indisposto omai tutti li suoi servitori: io sono l’ultimo a stancarmi: ma chi potrebbe reggere; la pazienza di Job forse non basterebbe a tanto; e la mia è grande, ma non credo che tanto oltre arrivi quanto quella di Job!

— Moro, voi già assai potete nuocerci; voi ci avete omai rovinati: forse voi ci volete morti: almeno non fateci morir di spasimi; siate un ardito usurpatore come Gian-Galeazzo Visconti: vi mancheranno, per noi, una prigione e un veleno?

— Se può offendere de più un uomo onorato e probo, replicò il Moro: con tanto astio che voi me mostrate, come potrei io rinunziare alla tutela, e tenermi securo della vita! Confessate, o Duchessa, che voi altro non desiderate ora che la mia morte!

— Sarò più sincera e franca di voi: sì ben io veggo che in questo istante solo la vostra morte potrebbe ristabilire i miei interessi, e darmi trionfo! — Proferendo queste parole, Isabella mostra vasi agitata dalla più violenta passione.

— Ah Isabella, Isabella! sclamò il giovine duca.

— Allora converrà che io me guardi moltobene, replicò il Moro; e intanto ghe leverò el disturbo di mia presenza. — E ciò detto assai commosso, ma frenandosi, partì. — Il Duca gli tenne dietro, nell’intenzione di placare l’anima esacerbata dello zio.


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