Passano le tessitrici.

Il cavaliere fece uno di quei gesti indeterminati, — coi quali si scansa di dare una risposta.

— Andiamo, dunque —, rincalzò l’amico sorridendo, e mettendogli una mano sulla spalla —, tu che sei manzoniano! Ricordati di quello che dice il Cardinale a don Abbondio, rimproverandolo che la carne l’abbia fatto tremar per sè, mentre la carità doveva invece farlo tremare per gli altri: che di quel timore egli si sarebbe dovuto umiliare, che avrebbe dovuto invocar la forza per vincerlo e che l’amore l’avrebbe reso intrepido. — Ah! — gli dice — se v’avessero umiliato, offeso, tormentato, vi direi d’amarli, appunto per questo: amateli perchè hanno patito, perchè patiscono, perchè son deboli, perchè son vostri.

Il cavaliere continuò a star zitto per qualche momento; ma si sarebbe potuto dir di lui quello che dice il romanziere del curato: che il suo silenzio non era più quello di poc’anzi, che s’egli non sentiva tutta la commozione che la predica voleva produrre, sentiva un certo dispiaceredi sè, una compassione per gli altri, un misto di tenerezza e di confusione.

Non si diede per vinto però, e disse tutt’a un tratto, un po’ bruscamente: — Tu abbellisci ogni cosa.

— Non abbellisco — rispose l’amico — no. Abbellisce la verità chi ne nasconde i lati spiacevoli. Questo io non faccio nè con gli altri nè con me stesso. Io non mi dissimulo i guai, i dolori che porteranno a tutti gli avvenimenti di cui vediamo il principio; prevedo dei giorni tristi, dei conflitti lamentevoli. Ma guardo pure al di là di questi, vedo i resultati lontani, uno stato di cose migliore del presente. In questo pensiero mi conforto. Nel fatto, vedi, io sono ancora un borghese come te, immobile in un atteggiamento di difesa. Eppure v’è un recesso in fondo alla mia coscienza, nel quale, come filosofo antiveggente e previdente nell’avvenire, già svincolato d’ogni interesse personale del presente, festeggio di nascosto il mio primo maggio.

— Ah, questo poi — esclamò scattando il cavaliere — io non lo farò mai!

— Non lo puoi giurare, mio caro. Nell’animo d’ogni uomo di cuore e di buon senso c’è oramai un seme segreto di socialismo, che si può negare, che si può comprimere; ma che resta e germoglia a nostro marcio dispetto. Germoglierà anche nel tuo cuore.

— Ne dubito.

— Vedrai.

— Starò a vedere.

Il cavaliere stette un po’ sopra pensiero, e poi, rasserenandosi all’improvviso, disse all’amico,tendendogli la mano: — Sia come si sia, non ti nascondo che con le tue parole m’hai un po’ risollevato l’animo. Che cosa vuoi? Vivo in un cerchio di buona gente che vede ogni cosa a traverso agli occhiali d’una così maledetta paura!

— Ecco la mia prima vittoria! — esclamò l’amico, stringendogli la mano. — Ti ho strappato gli occhiali.

Nel momento che s’alzavano da tavola udirono il rumore confuso d’una folla, che s’avvicinava.

Tutti corsero alle finestre e ai terrazzi; la padrona di casa s’affacciò alla finestra più vicina, con una delle sue figliole.

Venivano innanzi, per una via diritta, le operaie tessitrici, scioperanti da due giorni; varie centinaia di ragazze e di donne, fra le quali si vedevano delle teste grigie; tutte in capelli, molte scarmigliate e coi panni in disordine; gruppi serrati, come grosse pattuglie, che gridavano parole incomprensibili; schiere di dieci o dodici, che si tenevano a braccetto e cantavano a voce altissima; molte scompagnate, che correvano avanti e indietro e rompevano qua e là la colonna, gesticolando, come se diffondessero una parola d’ordine, e i canti, le grida, i discorsi, le risa stridule facevano tutt’insieme un frastuono tra di battaglia e di baccanale, che si smorzava a quando a quando come nel mormorio sordo d’un fiume, e poi riscoppiava più forte.

Quando le prime furon tanto vicine da poternevedere i visi accesi e le bocche squarciate, la signora fece un passo indietro dalla finestra, esclamando: — Che orrore!

In quel punto si vide accanto uno dei molti invitati, del quale le era noto il nome da quella mattina soltanto: un amico di suo fratello, un giovine alto e pallido, che durante il pranzo era stato quasi sempre silenzioso, e che per questo, o per l’espressione severa e dolce del viso, le aveva destato curiosità e simpatia.

Il giovine aveva udito la sua esclamazione.

— Infatti — disse pacatamente, con un sorriso —, non è quello l’aspetto più gentile in cui si possa presentare il suo sesso, signora. Ne convengo.

La signora rispose con vivacità: — Il mio sesso! Mi perdoni, signore: lei coglie un brutto momento per farmi osservare che quelle son donne al pari di me.

— È vero. Ma ci sono delle verità che è bene ricordare appunto nei momenti in cui riescono più sgradevoli. Io le ho ricordato questa con un’intenzione cortese: per attenuare in lei una impressione penosa. Quelle donne sono infiammate da una passione. Una passione violenta è come una lesione passeggiera del cervello, la quale produce effetti consimili in tutti gli esseri umani, a qualunque classe sociale appartengano. Vada a vedere, signora, in una Casa di salute a che cosa una lesione del cervello riduce la dignità, il pudore, l’educazione, la gentilezza delle più nobili dame.

— Ma quelle son pazze, signore!

— E perciò fanno mille volte peggio di queste. Ma neanche queste sono nel loro stato normale,voglio dire in uno stato in cui si possa giustamente giudicare la loro indole, il loro grado d’educazione, il loro modo abituale di sentire e di vivere. Pensi un po’, in questa folla che ci passa davanti, quante donne ci saranno, capaci di fare i sacrifici più generosi per la loro famiglia, che si strappano il pane di bocca per i loro figliuoli, che li allattano fra mille cure, fatiche, privazioni, e quante altre, di quelle che non son madri, faranno lo stesso.

— Questo lo so; ma non giustifica....

— Non dico per giustificare, signora; dico per rendere lei più indulgente. Quelle che a lei più ripugna di vedere in codesto stato di eccitamento scomposto, che paion briache, sono le ragazze. E a me pure. Ebbene, quando le vedo così, io penso, guardandole, a quante di esse hanno visto fin da bambine, forzatamente, i più brutti aspetti della natura umana e del mondo, a quante prima dei vent’anni hanno già avuto dalla vita delle delusioni tristissime, non confortate neppure dalle distrazioni dello spirito e dagli agi materiali, che soccorrono le ragazze infelici della nostra classe sociale; in quante è un vero miracolo che si sia salvato dai contatti inevitabili della volgarità e della brutalità umana la bontà dell’animo, l’affetto per la famiglia, la sincerità dell’amore. E anche penso quanto saranno brevi in loro la gioventù e la bellezza, e quante di esse, dopo aver perduto l’una e l’altra, logorate innanzi tempo dal lavoro avranno una maturità più travagliata dell’età bella, dei figliuoli poveri come loro, e una vecchiaia abbandonata, che finirà all’ospedale. E allora, se è scappata anche a me l’esclamazione che è uscitadalla sua bocca, signora, me ne pento... e me ne vergogno, mi perdoni.

La signora non badò alle sue ultime parole: era tutta intenta alle operaie, che s’erano arrestate sulla piazza, formando un vasto assembramento, intorno al quale accorrevano curiosi da ogni parte. Pareva che tenessero consulta sul dove dirigersi, o che aspettassero un rinforzo d’altre scioperanti; alcune, nel mezzo, agitavano le braccia come se arringassero le compagne, scoppiavano applausi, la folla si rimescolava, il gridìo cresceva.

La signora fu presa da una viva inquietudine. — Chi sa che cosa stanno macchinando, ora! — esclamò. — Ah, fortuna che ci sono ancora dei soldati.

— È giusto — osservò il giovane con un sorriso leggermente ironico, che essa non vide. — Pensi a quanti soldati daranno all’esercito tutte quelle tessitrici.

La signora riattaccò il discorso interrotto. — Ma intanto —, disse — lei che parla di tante virtù, perchè non sono al lavoro le sue protette, invece di star qui a far baccano e a spaventar la gente?

— Andiamo, cara signora: supposto pure che siano qui per puro spasso, bisogna convenire che si danno di questi spassi assai di rado, perchè li pagan troppo cari. Vogliamo contare cinque giorni dell’anno? Ebbene, pensi che in tutti gli altri trecento e sessanta, escluse le domeniche, quando lei si sveglia, esse sono già al lavoro da due ore; che quando la sera lei ritorna a casa a desinare stanca del suo giro di visite, esse staranno ancora al lavoro altre due ore, e cheson lì, tutti i giorni, anche nei mesi che lei passa sul mare, o in collina, o in montagna, e che la maggior parte, con dieci ore almeno di fatica quotidiana, non guadagnano quanto occorre giornalmente a lei per l’acqua da profumarsi. A lei, che è buona e ragionevole, non pare scusabile che facciano del chiasso qualche volta per migliorare un po’ la loro condizione?

— Migliorare! — rispose la signora. — Ma quasi sempre.... Ma nel caso presente, per esempio, hanno delle pretensioni esorbitanti; tutti lo dicono; i padroni non possono; si dovrebbero ridurre sul lastrico, per contentarle....

— Un momento, signora. Supponiamo pure che siano in errore, che abbiano delle pretensioni inappagabili: il fatto è che esse non lo credono. Ecco il punto. Credono fermamente che i padroni possano: facendo dei sacrifici, si capisce. Come può pensare che, se non credessero questo, farebbero quello che fanno, che, se stimassero impossibili ai loro padroni le concessioni che loro domandano, vorrebbero, smettendo il lavoro, costringerli a chiuder le fabbriche, e ridursi a perdere per conseguenza anche quel pezzo di pane che ora si guadagnano? Dunque sono in buona fede, dunque sono scusabili. E lo sono anche per un’altra ragione. Esse vedono intorno a sè, in tutte le forme più appariscenti, il lusso, la prodigalità, lo sperpero: capiscono vagamente che tutto questo esce in grandissima parte dal lavoro delle classi a cui appartengono: domandano che una parte maggiore del frutto del loro lavoro rimanga a loro invece di convertirsi in superfluo per gli altri: a chi hanno da rivolgere questa domanda se non a chi le falavorare? Sbaglieranno; quei tali appunto a cui si rivolgono, nel caso attuale, non potranno contentarle; ma sono pure i soli nei quali esse possano fondare la loro speranza; se fanno male i conti, sono compatibili, e anche se non credono alnon possumusche loro si oppone, perchè sanno che è una risposta che si dà quasi sempre, e spesso anche dal ricco al povero che gli chiede un soldo. Si lasci intenerire un poco, signora. Basta un po’ d’immaginazione per questo. Pensi come debbono aver mangiato stamani quelle donne, e a che tavola sederanno questa sera, e domani; si raffiguri le loro povere case, la loro vita di tutti i giorni, il centesimo lesinato, l’ansietà continua del giorno che verrà, le sere eterne che passano ad aspettare con trepidazione il marito o il padre che non torna, e i mille «no» dolorosi con cui debbono rispondere ai mille desideri dei loro bambini, tentati nella grande città da tante cose desiderabili, che essi credono fatte per loro come per gli altri.

— Io saprei sopportare tutti questi sacrifici, se la necessità me li imponesse —, rispose con accento d’alterezza la signora. — Molte donne della nostra classe li hanno affrontati coraggiosamente nel periodo della rivoluzione nazionale.

— Lo credo di lei, e delle altre lo so. Ma convenga che chi non si trova in tale necessità deve usare qualche indulgenza verso quelli che vi si trovano, perchè tra il sentirsi capaci di patire e il patire c’è qualche divario. E poichè lei mi ricorda i sacrifici fatti dalle «signore» alla rivoluzione, mi permetta di dirle ancora una cosa. È vero: molte, in quel tempo, hanno sopportatonobilmente povertà, esilio, separazioni dolorose. Ma crede lei che esse e i loro mariti e i figliuoli avrebbero fatto quanto fecero se avessero potuto prevedere che, liberata e unificata la patria, il popolo sarebbe rimasto perpetuamente nelle stesse condizioni materiali e morali in cui si trovava allora? Non crede invece che li eccitasse sopra tutto all’opera la speranza, anzi la certezza che con la libertà e l’unità nazionale sarebbe cominciato un grande movimento d’ascensione delle classi popolari verso uno stato migliore di vita, economicamente migliore per prima cosa, poichè la miseria è il primo degli impedimenti a ogni progresso civile? E crede che questo movimento d’ascensione, sperato allora, considerato come l’ultimo e più santo scopo d’ogni lotta, e desiderato adesso da quanti hanno cuore e ragione, perchè è giusto, perchè è necessario, perchè è l’adempimento d’una legge del mondo, crede lei che si produrrebbe se il popolo lavoratore, se queste donne come tutti gli altri non chiedessero, non si accordassero per strappare delle concessioni, non si agitassero a quando a quando per sferzare l’inerzia delle classi superiori, per ricordarci le promesse dei nostri padri, e anche per impaurire l’egoismo dei soddisfatti?

La signora non rispose.

— E non pensa pure, signora, che l’inquietudine che essi ci danno con questi perturbamenti dell’ordine sia per la maggior parte di noi una piccola espiazione dovuta del non aver fatto per loro quanto potevamo, del non pensare a loro che quando vi ci costringono?

La folla delle scioperanti s’era riformata incolonna, e s’allontanava. Un’operaia, che era rimasta indietro, passò sotto le finestre correndo, per raggiungere le compagne. Era incinta.

— Anche quella! — esclamò la signora, accompagnando la sua corsa faticosa e scomposta con uno sguardo nel quale, però, appariva un sentimento più di pietà che d’avversione.

Il giovane le disse: — Sentiamo un po’, signora: sarebbe in collera anche con lo scioperante che quella porta con sè?

— Con quello no —, rispose la signora con un sorriso che non potè reprimere.

— Ebbene, non lo dev’essere nemmen con la madre perchè, sicuramente, va a gridare con le altre non tanto per sè quanto per lui. Sia certa che la spinge alla corsa l’illusione di sentir la sua voce che le dica: — Va, mamma, va; fatti sentire: avrai forse un pezzo di pane di più, o otterrai almeno di riportarmi a casa dalla fabbrica un’oretta prima.

La signora ebbe uno di quei movimenti involontari della bocca che tradiscono una scossa del cuore; ma cercò di dissimularlo, e disse vivamente, un po’ piccata:

— Ma sa lei che ha parlato come un socialista?

— No, signora —, rispose con dolcezza il giovane —, semplicemente come un cristiano.

La sera del sei maggio, la casa del cavalier Bianchini sfolgorava per la solita festa dell’anniversario del suo matrimonio. Ma, come accade spesso nelle famiglie, il ricevimento fu preceduto da una burrasca. La signora aveva fatto un colpo di testa. Informata dal marito delle nuove idee del figliuolo Alberto, dopo avergli promesso di serbare il segreto, aveva creduto atto di alta saggezza l’andar di nascosto ad avvertire il suocero «commendatore», affinchè venisse preparato al ricevimento e, giovandosi dell’uditorio che avrebbe fatto eco alla sua voce e rincalzato la sua autorità, ricondusse il giovane alla ragione; e quella sera stessa, a desinare, aveva annunziato al cavalier Bianchini il proprio tradimento con una così baldanzosa sicurezza d’aver fatto bene, ch’egli ne era andato fuor dei gangheri. Quando il buon Moretti, arrivato il primo, entrò nel salotto, col suo viso rosato e ilare di vecchio ottimista, vide ancora il suo amico con una faccia fremente, su cui si confondevano le vampe del Barolo e quelle della collera, e la signora con l’aria altera e ostinata di chi ha difeso tenacemente un’idea

Ma il Bianchini sperava ancora di scongiurare la battaglia a forza di diplomazia. E si mise subito all’opera. Tirato da una parte il Moretti, gli raccomandò, con viso grave, che non facesse, nella serata, cadere il discorso sulprimo maggioe sulla questione sociale, perchè, su quell’argomento, sarebbe potuto seguire un urto trail suocero e il suo figliuolo, che la pensavano diversamente.

— E perchè mai? — domandò il Moretti con meraviglia. — La discussione fa la luce: finirebbero con intendersi.

— Ah! è impossibile! — rispose il Bianchini, e insistè, fin che quegli promise.

Entrarono quasi ad un tempo Alberto e sua moglie, col piccolo Giulio, e il vecchio dottor Geri — padron di casa — insieme col figliuolo e col nipote: un ragazzo di sedici anni, che era scolaro d’Alberto. Questi formavano una triade curiosa: somigliantissimi l’uno all’altro nonostante le grandi differenze d’età: si vedeva che il ragazzo sarebbe stato fra vent’anni il ritratto miniato del padre, e dopo altri venti quello del nonno: erano una dinastia secca e fegatosa; tutti e tre lunghi e un po’ curvi, tutti e tre sorridenti ad un modo, con la contrazione facciale di chi si spazzola i denti. Il vecchio aveva un viso scialbo e sbarbato, che pareva livido per effetto della parrucca nera e degli occhiali affumicati; di sotto ai quali sporgeva un gran naso, incurvato a becco sopra una bocca torta e inquieta, che rivelava i sentimenti non manifestati dagli occhi sempre bassi e vaganti, come se cercassero qualche cosa per terra. Tutti e tre risposero con lo stesso sorriso acre alla cortesia festosa con cui furono accolti; cortesia che il vecchio Geri, come padron di casa, scroccava, essendo tirato a tal segno, che da anni il cavaliere Bianchini ordinava e pagava di proprio ogni minima riparazione, per non spender con lui parole inutili. La sua avarizia era proverbiale anche fuori di casa sua. Non affrancavamai una lettera, non dava mai una mancia, e d’estate, per le strade di Torino, quando arrabbiava dalla sete, prendeva una limonata da mezzo soldo dagli acquaiuoli delle cantonate. E non solo non faceva mai una elemosina, ma la vista d’un mendicante lo esasperava al punto che, se avesse osato, l’avrebbe battuto. Aveva esercitato in altri tempi la medicina, e poi smesso, perchè gli era sfuggita tutta la clientela, a causa della sua indiscrezione. Da anni tutte le gioie della sua vita si riducevano a quella di esser padrone di casa. Per lui un padrone di casa era un cittadino insigne e benemerito, una colonna dello Stato, che aveva diritto al più ossequioso rispetto delle autorità e ai più delicati riguardi della cittadinanza. Scriveva ogni settimana una letterina a qualche gazzetta, firmata con le iniziali, per lagnarsi dei canti notturni, dello strepito dei carri, delle trombe dei soldati, dello schiamazzo degli scolari, di ogni cosa che potesse turbare la quiete del suo «stabile». E ripeteva come un intercalare, interpretandola a modo suo, la sentenza del Goethe, che non è un uomo degno davvero di questo nome chi non ha fatto un figliuolo o piantato un albero o fabbricato una casa. L’umanità, per lui, si divideva in padroni di casa e pigionali, e questi erano d’una razza inferiore.

Appena i tre Geri furono seduti, il cavalier Bianchini fece loro a bassa voce la stessa raccomandazione che al Moretti.

— Capiranno.... c’è dissenso di idee.... se si potesse evitare....

Il vecchio fece le meraviglie, il figliuolo sorrise, cercando con gli occhi la signora Giulia,soddisfatto di scoprire un lato odioso e ridicolo nel giovine professore che, per opposizione di natura, gli era sempre stato antipatico. E stava per fare una domanda, quando entrarono il Cambiari e sua moglie.

Entrò con loro come un soffio di salute e di buonumore. Quella bella bruna rotonda, semplice e allegra, e quel pezzo d’uomo dal viso aperto, sul quale s’univan la bontà, l’intelligenza e l’astuzia, tutti e due pieni di vita e di parlantina, erano l’immagine della loro casa: una casa di onesti chiassoni, affollata di figliuoli e figliuole d’ogni statura, dove si recitava, si ballava, si correva in bicicletta per le camere, si andava a letto al tocco di notte e si mangiava a tutte le ore, senza che alcuna contrarietà o piccola disgrazia scolastica o domestica interrompesse mai il corso delle visite, dei pranzi, delle scampagnate, in cui si profondeva ogni anno quanto c’entrava. E in mezzo a quella babilonia il Cambiari lavorava di forza e con fortuna, smarrendo e ritrovando conti e disegni fra i balocchi e i giornali di mode, sonando il piano nei ritagli di tempo, schiassando con la prole, leggendo un po’ di tutto da letto e corteggiando per spasso le amiche di sua moglie, la cui ridente spensieratezza e ingenua ignoranza di bella e buona baliona gli rallegravano la vita.

Scambiati i saluti, il cavalier Bianchini condusse in un canto il Cambiari e gli fece la raccomandazione. Quegli sorrise da prima: poi si mise sul serio, per cortesia. Certo, il genero e il suocero erano due teste da non dover lasciar che cozzassero in una quistione di quella natura. Egli domandò se Alberto fosse sempre fermonelle sue idee. Il Bianchini gli rispose di sì, risolutamente, e soggiunse piano:

— E ha ragione! Io son con lui! Sono anch’io per la verità e per la giustizia!

Il Cambiari lo fissò, sospettando che fosse brillo. Ma il Bianchini gli voltò le spalle per andare incontro al signor Luzzi e alla sua signora, che entrò con uno slancio di ballerina.

Il Luzzi e sua moglie erano la coppia più bizzarra della compagnia. Lui era vicedirettore d’una Società d’assicurazioni, una figura mingherlina di scolaretto infrollito, mezzo calvo, con due occhietti di topo, e due minuscoli baffetti neri, che parevan segnati sulla pelle con sughero bruciato; un viso su cui mostrava un’astuzia che non aveva, dandosi l’aria di pensare, di sapere, di capire molto di più che in realtà non facesse. Non si poteva indovinare quanti anni avesse di là dai quaranta. Passava per un’autorità nella sua professione, perchè dedicava tutto il suo tempo a escogitare progetti di riforme amministrative della Società, studiando gli ordinamenti di tutte le società assicuratrici dell’universo; progetti che eran presi sempre in grande considerazione, e non attuati mai. Si diceva che avesse una fortuna; ma egli lo negava risolutamente, con un sorriso sfuggevole. E parlava pochissimo; ma, fingendosi raccolto nei suoi pensieri, non perdeva una parola di nessuno.

Nessuno capiva come si fossero appaiati lui e sua moglie, che era una brunetta ardita di trent’anni, con due occhi che bruciavano, con un neo graziosissimo sulla guancia sinistra, con un corpicino di ragazzetta precoce, somigliante a quelle elastiche donnine giapponesi, che s’appallottolanoe s’acchiocciolano così bene sulle stuoie delle sale e sulle ginocchia del marito, e vestita sempre con un’eleganza e un gusto perfettamente conformi alla sua bellezza minuta e irrequieta, tutta guizzi e scatti e capricci che mettevan voglia d’afferrarla. E con questo mostrava una serietà così intelligente, quando voleva, che un uomo di Stato le avrebbe parlato di politica come a un provetto giornalista. Da due soli mesi suo marito era stato trasferito da Venezia a Torino, dove la signora Giulia aveva riconosciuta in lei un’antica compagna di collegio, perduta di vista da più di vent’anni; ma ricordata sempre fra altre cento come lo spirito più turbolento e più ribelle della scolaresca.

Colto un momento opportuno, il cavaliere Bianchini fece la raccomandazione al signor Luzzi, nell’orecchio. Costui, senza guardarlo, strizzò un occhio. Poi gli domandò in tono di compatimento:

— E anche lei, cavaliere, è uno di quelli che credono che esista una questione sociale?

Il Bianchini rispose gravemente:

— Esiste.

E l’altro:

— È un’allucinazione della borghesia. — Nondimeno promise di tacere.

Dopo questo, andato a raccomandar un’ultima volta la prudenza al suo Alberto che lo rassicurò, il cavalier Bianchini si soffermò in mezzo al salotto e girò uno sguardo soddisfatto sulla bella compagnia; fra la quale durava ancora il baratto dei saluti e dei complimenti con quella strascicata e verbosa cortesia borghese, che è la contraffazione della gentilezza aristocratica.Si vedeva però, e si sentiva che mancava qualcuno, l’invitato più cospicuo, un personaggio tenuto da tutti, in coscienza o per compiacenza, in gran conto, e da tutti designato con lo stesso titolo: il Commendatore.

— Verrà il commendatore?

— Non c’è ancora il commendatore?

— Quando avremo il commendatore?

La cameriera annunziò ad alta voce:

— Il signor commendatore!

Entrò prima la signora Paola, una nanetta vestita di scuro, con la sua aria timida e dolce di buona divota, e la sua inseparabile croce d’oro appesa al collo, e poi la faccia larga del commendatore, coi baffi alla Bismarck e i capelli grigi ravviati ad arco sulle tempie: un gran vecchio solido e pulito, che poteva riuscir simpatico a chi non notasse l’espressione di durezza che aveva sulla bocca un po’ ricascante dai lati, e una luce indefinibile che gli brillava a fior d’occhi, non derivata di dentro, simile al riflesso delle palle di vetro. Si vedeva che era venuto di mala voglia, per puro dovere di parente.

Alberto, che non lo vedeva da più giorni, andò tra i primi a porgergli la mano, che egli strinse col suo fare solito, come un direttore generale a un giovine impiegato. Quando tutti l’ebbero riverito, rimase in un canto coi due Geri, gli altri sedettero un po’ da tutte le parti, e incominciò un vivo cicalìo, il solito scambio di domande che non chieggon risposta, di risposte non udito da chi le ha chieste, di racconti incominciati e non finiti, attraversati e rotti da altri discorsi smozzati, da risatine di signore, da esclamazioni di finto stupore e di finto piacere, daquel palleggio di riempitivi, di ripetizioni, di tritumi di frasi e di pensieri, che si fa in tutte le riunioni, prima che siano avviate le conversazioni particolari. E questo cicalìo continuò fin che i padroni di casa invitarono gli ospiti a passare nella sala da pranzo, dove ogni anno, quella sera, era preparata loro un’improvvisata che s’aspettavano. Era, sotto una illuminazione da altar maggiore, una mostra appetitosa, in cui fra i mazzi di fiori e le torricelle di confetti s’alzavan le punte variopinte dei gelati, i colli scintillanti delle bottiglie, le piramidi odorose dei mandarini, sparso ogni cosa con arte su varie tavole, in mezzo a uno sfoggio di maioliche, d’argenteria e di cristalli, che, al primo entrar nella sala, faceva passare un lampo d’alterezza negli occhi ai due coniugi, concordi in quell’unico sentimento.

Qui la società, si divise in gruppi, secondo le affinità elettive: sul sofà più grande, addossato a una parete, le signore giovani e la ragazza; sur un sofà d’angolo, la padrona di casa e la signora Paola, col Moretti, fido cavaliere delle vecchie signore; dalla parte opposta il commendatore coi suoi due Geri; gli altri uomini, ritti accanto alla gran tavola del mezzo; i due ragazzi sul terrazzino. Era una bella serata; dagli alberi della piazza veniva una buona fragranza di fogliame fresco, e le facciate delle case attorno, imbiancate dalla luce elettrica, facevano alle finestre aperte un lontano sfondo teatrale, che accresceva la gaiezza della sala.

I vassoi erano già a mezzo sparecchiati e le conversazioni parziali già avviate da un pezzo, e nessun discorso s’era inteso che accennassea quello pericoloso: il cavaliere Bianchini si cominciava a rassicurare. E ne aveva una viva soddisfazione d’amor proprio, perchè, infine, era lui, lui Antonio Bianchini, che con la sua saggia politica, con la eloquenza delle sue raccomandazioni, gravi di profondi significati, aveva ottenuto il grande scopo. Gli restava un vago timore: che il commendatore assalisse, anche non provocato; ma dal viso non gli pareva, e udendo che ragionava della gran quistione della fognatura di Torino, che era una delle sue intestature, scacciò anche quel timore, e se n’andò, tutto sereno, a dir barzellette alla signora Cambiari.

Alberto, dal canto suo, risoluto di mantenere la promessa fatta alla moglie, di non attaccare il lucignolo il primo, non era neanche scontento d’essere lasciato in pace. E discorrendo d’affari di scuola, in mezzo alla sala, col Cambiari e col Luzzi, osservava tratto tratto la moglie di questo, che gli destava ancora la curiosità d’una persona nuova, non avendo, nei due mesi da che la conosceva, scambiato con lei che qualche parola.

Ma, a un certo punto, continuando il suo discorso, egli colse a volo una frase del suocero che discorreva coi Geri:

— Chiunque fa sperare un miglioramento alle classi povere per altra via che quella della moralità e dell’educazione, le inganna.

Alberto s’interruppe, e disse piano al Cambiari e al Luzzi:

— È il solito giro vizioso. L’educazione non è possibile senza un certo grado di prosperità materiale, perchè non c’è moralità che resista alla prova prolungata del bisogno. È come volercurare un malato con una medicina che non può inghiottire.

— Certo — disse il vecchio Geri, rispondendo al commendatore — la moralità è nel lavoro.

Alberto scrollò una spalla e mormorò:

— Nel lavoro umano, non nel lavoro che abbrutisce.

Il suocero rispose al Geri:

— È provato, d’altra parte, che c’è dieci volte più poveri per vizio o per indolenza che per sfortuna. Le statistiche son là. E quel tanto di povertà che deriva dalla sfortuna non è in potere degli uomini di toglierlo appunto perchè non è causato da loro. È una verità antica come il mondo.

— E così il problema è risolto — disse Alberto un po’ più forte.

A quelle parole, il cavalier Bianchini s’avvicinò, col viso del contadino che vede una minaccia di gragnuola all’orizzonte.

Il commendatore, che aveva sentito, si rivolse direttamente al giovane, e gli disse con accento autorevole:

— Non è risolto perchè non è risolvibile, caro il mio professore. Nessuna riforma potrà mai fare che la maggioranza degli uomini non sia condannata a un lavoro duro e poco pagato. La povertà del maggior numero è un male costituzionale, cronico, della società; è l’effetto d’una legge sociale a cui è assurdo di ribellarsi.

A quelle parole, dette con la sicurezza di non aver ribattuta, tutti tacquero, fiutando una battaglia.

— Non è effetto d’una legge — rispose Alberto; — ma dileggi.

— E sia pure, di leggi! Ma di leggi naturali del mondo economico, altrettanto fisse e immutabili quanto quelle del mondo fisico.

— Fisse? — domandò Alberto, correggendo con l’accento rispettoso l’irriverenza della forma interrogativa — immutabili?... Perchè? Senza dubbio, sono fondate su fatti; ma questi fatti sono forse necessità da potersene dedurre dei principii assoluti? I fatti mutano: possono dunque mutar le leggi che vi si fondano.

Il commendatore sorrise.

— Sogni! — disse poi. — Non muta, non muterà mai il fatto principale, che la vita dell’uomo è una guerra permanente contro tutto e contro tutti, che la fortuna è dei vincitori, e che tutti non possono vincere. La sola cosa a farsi è di mantener libera, com’è ora, la concorrenza, che è l’anima d’ogni progresso. Non negherai questo, voglio sperare.

— Mi scusi — rispose Alberto — lo nego.

Il commendatore dilatò gli occhi.

— Non c’è libertà di concorrenza — proseguì il giovane — dove le forze sociali non sono a disposizione che d’un piccolo numero; e non ci può essere fin che non siano parificate fra tutti i membri della società le condizioni iniziali della lotta.

— Le fa forse pari la natura?

— No; ma non si tratta di sopprimere gli effetti delle disuguaglianze che fa la natura, si tratta di sopprimere le disuguaglianze esistenti fin dalla nascita fra quegli uomini che la natura ha fatto eguali.

— Queste son legate a quelle, e se anche si potessero sopprimere, rinascerebbero necessariamente.

— No, quando non fosse possibile altra proprietà che quella che è frutto del lavoro personale.

— Alla buon’ora! — esclamò il suocero, con una risata, alzandosi da sedere. — La soppressione dell’eredità! A questo sei già arrivato! Accetta le mie sincere congratulazioni.

Prima che il figliuolo avesse tempo di rispondere, il cavalier Bianchini si mise in mezzo, e con un sorriso che tradiva l’affanno, palpando il petto ad Alberto e rivolgendosi al commendatore:

— Nessuna discussione — disse — nessuna discussione. I giorni di festa non si discute. Questa sera comando io. Se sento ancora una parola, spengo i lumi e sciolgo l’assemblea.

I disputanti si chetarono, voltandosi ciascuno a dire le proprie ragioni al suo crocchio, mentre ripigliava il cicaleccio generale. Ma tutti e due avevano il viso mutato, e sorridevano con uno sforzo, un po’ ansanti. Si capiva che, tra poco, avrebbero incrociato i ferri da capo.

Il dottor Geri, intanto, la riprese subito per conto suo col commendatore e col proprio figliuolo. Per lui non c’era altro rimedio ai mali sociali che nel mettere un limite alla moltiplicazione della specie, con tutti i mezzi possibili, che egli conosceva e accettava tutti, anche i più duri e ributtanti. Tutte le altre proposte gli facevano pietà. Era un’idea fissa, che gli era stata trasmessa, come un «tic» ereditario, da suo padre medico, il quale aveva conosciuto nel 1830 il Malthus, quand’era professore d’economia politica a Haileybury, e s’era entusiasmato della sua persona e della sua teoria. Perlui il Malthus era uno dei più grandi benefattori dell’umanità. E lo nominò dieci volte in trenta parole.

La signora Cambiari, alla quale quasi tutti i nomi celebri riuscivan nuovi, stupita e contenta di conoscer quello, si voltò verso il vecchio Geri e gli disse ad alta voce:

— Ah! Malthus! Quello che non vuol più bambini?

Tutti risero, perfino il Geri. Ma subito si rifece serio e ripigliò il suo discorso:

— L’avvenire è per la sua dottrina. Quando il basso popolo ne sarà persuaso e la metterà in atto, il mondo sarà mutato.

— Ah, signor dottore! — disse la signora Luzzi — non parli di quel tristo prete, un misantropo, nemico dell’amore, un uomo brutale e ripugnante.

Ma il vecchio Geri non discuteva con le signore. E continuò:

— Frenare la produzione degli affamati, non c’è altro. Tutti i nostri mali derivano dall’essere in troppi a voler star bene.

Il Moretti saltò su dall’angolo opposto della sala, gridando con la sua voce di galletto:

— No, signor dottore! Non c’è un uomo solo di troppo sulla terra! Ogni uomo è produttore! Tre quarti della terra sono incolti per mancanza d’uomini!

Il Cambiari disse:

— In nessun paese s’è mai verificata la teoria delle due progressioni.

Il Moretti rincalzò:

— E poi, col moltiplicarsi degli uomini, si moltiplicano, e più presto, le piante e gli animali che li alimentano.

E Alberto soggiunse:

— Migliorate le condizioni economiche delle classi inferiori e saranno meno prolifiche per la stessa ragione che lo son meno le altre classi.

Il dottor Geri fece un segno di compatimento a tutti e tre, e domandò in aria di dubbio ad Alberto:

— Conosce lei la teoria del Malthus?

Alberto si piccò.

— La conosco — rispose — e mi pare una teoria molto comoda per dimostrare che la miseria è inevitabile e salvare il nostro egoismo da ogni rimprovero della coscienza.

— Queste sono ragioni di sentimento — ribattè il dottore. — Il fatto innegabile è che per far aumentare i salari dei lavoratori non c’è che diminuire l’offerta delle braccia. Questa è matematica. Che altro mezzo propone lei?

Il commendatore lo toccò col gomito, e gli disse con ironia:

— Ma non l’ha già detto, che il mezzo è l’abolizione della proprietà?

Alberto si voltò, punto sul vivo, e rispose:

— Loro dicono abolizione della proprietà come direbbero abolizione della luce, o qualche altra cosa soprannaturale e impossibile. Ma questa divina proprietà non è esistita sempre nè da per tutto. Come la società l’ha istituita, la può togliere, o piuttosto, trasformare; chè infatti non si tratta di altro. La forma della proprietà non è forse in stato di variazione continua? Tutte le forme di essa, che ora ci paiono più strane, esistettero, e ne esistono ancora degli esempi. La proprietà ha seguito le trasformazioni della produzione. Ora la produzione èdiventata collettiva e la proprietà dei mezzi di produzione è rimasta individuale. Di qui tutti i mali e tutti i disordini. E questi non cesseranno che quando cesserà l’antagonismo che li produce.

— Parole sonore e vuote come i tamburi, — replicò il suocero. — E tu credi che nello stato attuale della civiltà sia possibile lo svolgimento della personalità umana, l’ordine della società e il buon assetto della famiglia, senza la proprietà?

— È indispensabile la proprietà a questo fine, secondo lei?

— E chi può dubitarne?

— E allora, come non trova giusto che i sette decimi della popolazione, che lavorano e non hanno proprietà nessuna, ne vogliano la loro parte? Ciò che è im-pos-si-bi-le a ottenere senza far la proprietà collettiva?

Il suocero fece un atto di commiserazione, alzando gli occhi alla vôlta:

— La proprietà collettiva! Dei del cielo! C’è ancora qualcuno che ne parla sul serio? Io credevo il collettivismo sotterrato e decomposto da un pezzo!

Alberto fece per rispondere; ma il Geri figlio, col suo sorriso sprezzante, prendendo la parola la prima volta, lo prevenne con l’argomento solito:

— Un momento.... Tolta la proprietà individuale, che è quanto dire la speranza di arricchire, mi dica lei: dove sarà lo stimolo al lavoro?

— Scusi, — rispose Alberto, con freddezza — la grandissima maggioranza dei lavoratori d’adesso è la speranza d’arricchire che li stimolaal lavoro? E i centomila impiegati, che mandano avanti tutte le amministrazioni piccole e grandi, lavorano per arricchirsi?

Il Geri scrollò il capo.

— Ma al lavoro libero, a quello dei più intelligenti della nostra classe, che lavorano il doppio del dovere d’ogni onest’uomo, e unicamente per far fortuna, che stimolo rimarrebbe?

— Ma se hanno coscienza di fare un lavoro utile alla società.... No, questo è un tasto che non suona. Le dirò invece: Crede lei che l’eccesso d’attività che quelli spiegano ora per far fortuna vada tutto a vantaggio della società? Non conta per nulla tutte le birbonate che per far fortuna si commettono? e il danno che si fa agli altri? e la vita arrabbiata che si conduce? e la corruzione che si semina?

Il Geri scambiò uno sguardo e un sorriso col commendatore; ma prima che rispondesse entrò di mezzo il Moretti, dicendo:

— Un’obiezione capitale, caro amico, capitale. Lasciamo da parte il lavoro meccanico. Io domando che stimolo avrebbe il più difficile, il più prezioso, il più benefico dei lavori, quello degli inventori!

— Ma signor Moretti! — esclamò la signora Luzzi dal suo sofà. — Non si dice anche adesso che tutti gli inventori muoiono all’ospedale?

Molti risero. Alberto guardò con curiosità la signora; poi disse:

— A lei, signor Moretti, risponda. — Ma mentre questi cercava la risposta, il commendatore, irritato che al giovane rimanesse anche solo un’apparenza di vittoria, gli andò a piantar davanti la sua mole maestosa, con l’aria di volerlafar finita, e fra l’attenzione di tutti, che aspettavano il colpo di grazia, gli domandò:

— Dunque tu sei per lo Stato collettivista?

— Sì — rispose Alberto.

— Sei per lo Stato che sopprime l’industria e il commercio privato, che resta solo e unico proprietario di tutto ciò che regola i prodotti, che tiene in bilancia tutti gl’interessi, che governa la vita e il progresso d’un popolo come il cammino d’una mandra di pecore? Dimmi questo soltanto. Dimmi se hai mai pensato, almeno per un quarto d’ora, all’assurdità di questo Stato prepotente e strapotente, che avrebbe bisogno, per funzionare, d’un sistema burocratico appetto al quale il nostro è un congegno da bambini, e che riprodurrebbe centuplicati tutti i difetti e gli errori di lentezza, di imprevidenza, di confusione, di spreco che già si rimproverano allo Stato attuale? Dimmi se hai pensato a questo, perchè io sappia se debbo continuare o no a ragionare.

Dando uno sguardo intorno prima di rispondere, Alberto vide sua moglie col capo basso, come già vergognata della cattiva figura che egli stava per fare: n’ebbe dispiacere e ne prese animo.

— Stia tranquillo — rispose — potrà continuare a ragionare. Lo Stato che lei ha definito non è quello del socialismo. Loro giudicano questo da quello, come se l’uno non fosse che l’altro ingrossato, e qui è l’errore. Lasciamo pur stare che neanche ora lo Stato fa tutto male, come non fa tutto bene l’iniziativa privata; che se non fa sempre bene, non è almeno interessato a far male, come i privati son troppo spesso,e che se bene non può fare in molte cose è perchè, fuor della classe privilegiata di cui è in mano e che lo sfrutta, non trova, per questa ragione appunto, che diffidenza e ribellione. Lasciamo anche stare che, con tutta la vostra tenerezza per la libera concorrenza, voi invocate l’intervento dello Stato per sopprimerla ogni volta che avete un interesse di classe da salvare, e che è assurdo il parlare di libera concorrenza quando ogni industria non si sviluppa che accentrandosi, ossia creando un monopolio. Ma è una fiaba che il socialismo voglia uno Stato onnipotente, un autoritarismo senza limiti. Il socialismo vuole uno Stato che serva la nazione, non che governi nel senso d’ora, che sia subordinato alla società, non che la domini. E non ha da essere un organismo prefisso e immobile, ma una forza d’organizzazione che si perfezionerà semplificandosi, ripartendo la propria azione in organi secondari, in corpi di governi locali, in un gran numero di meccanismi inferiori, i quali si formeranno per necessità, a poco a poco, sotto l’impulso del nuovo principio a cui sarà informata tutta la vita sociale.

— «Fata viam invenient» — disse il Cambiari.

Il commendatore voltò verso l’ingegnere il sorriso compassionevole che aveva preparato per il genero, e gli disse:

— Signor Cambiari, avrebbe anche lei perduto il bene dell’intelletto?

— Ma no — rispose questi tra il faceto e il serio, con l’aria di chi gode a soffiar nelle dispute. — Trovo giusta l’idea d’Alberto, che per l’organizzazione della Società, come i socialisti la vogliono, si debba anche tener conto della cooperazionedei fatti. Mi permette d’esprimer tutto il mio pensiero? L’edifizio futuro si costruirà come si è costrutto il presente, che fu tirato su ed accomodato a poco a poco dalle generazioni, secondo i loro bisogni, che mutavano, e secondo le norme successive dell’esperienza. Non si può quindi giudicare fin d’ora quello che sarà per l’appunto lo Stato socialista, nè pretendere che qualcuno lo dica. Si vedrà. — E soggiunse, accarezzandosi il mento: — Sapeva la borghesia francese dell’89 che governo avrebbe costituito? Voleva il potere politico per fare i suoi affari a comodo suo; ma non prevedeva nemmeno la repubblica, non prevedeva nemmeno che cosa sarebbe stato la sua costituzione economica. — E non essendo guardato dal commendatore, mise fuori due dita di lingua.

Quegli lo fissò, quand’ebbe finito, e disse, dondolando il capo:

— Lasciatevi dire una cosa: mi fate pietà tutt’e due. — E voltò le spalle; mentre il Cambiari si stropicciava le mani, come chi ha fatto uno scherzo ben riuscito, e il cavalier Bianchini rivolgeva un atto supplichevole al figliuolo, perchè tacesse. Questi acconsentì mordendosi le labbra. Ma il vecchio Geri tornò all’assalto.

— O mi dica un po’, signor professore? — disse con voce dottorale. — Tutte le istituzioni sociali, proprietà, famiglia, stato, religione, son legate fra di loro intimamente; non si può toccare l’una senza toccare l’altra: che cosa farà della famiglia?

— Sì, sentiamo — dissero altre voci — che cosa farà lei della religione e della famiglia?

E il Geri giovane, dando un’occhiata alla signora Giulia, soggiunse:

— Avrebbe in proposito le idee di Maria Zara?

Quasi tutti risero.

— Che orrore! — esclamò la signora Giulia.

La vecchia Bianchini fece un atto di ribrezzo. Non avevan mai letto nulla di lei; ma sapevano chi era, una specie di petroliera, un’apostolessa e praticante dell’amor libero, la ganza di tutto il partito, una donna da non nominarsi fra gente per bene. La sua reputazione era così orribile che Alberto, benchè la sapesse una donna onestissima e immensamente buona, non s’attentò neppure a difenderla.

— Che cosa farà lei della famiglia? — domandò di nuovo il dottor Geri.

Alberto non aveva ancora idee ferme su quell’argomento, che era il più pericoloso di tutti; ma capì che non poteva ceder su quello, senza lasciar il sopravvento agli avversari anche negli altri.

— Non creda di sgomentarmi con questa domanda — rispose, ostentando sicurezza d’animo.

— Neanche la famiglia non è una istituzione immutabile: si modifica e progredisce col progredire della società; col mutarsi della condizione sociale della donna. Questa è molto mutata dal passato, anche lei lo deve riconoscere. Ora, come la famiglia d’oggi non è più quella del medio evo, così essa assumerà necessariamente un’altra forma quando la donna sarà affrancata dalla servitù economica e avrà tutti i diritti dell’uomo.

S’alzò un grido di protesta.

— Le idee di Maria Zara! — esclamò il Geri figlio.

— E di Luisa Michel! — gridò il suocero. — Ora farai l’apologia degli orrori della Comune!

— Eh, lasciamo stare gliorrori! — rispose Alberto, cominciando a irritarsi. — In servigio di tutte le cause si commisero degli orrori: la religione ebbe i roghi e la tortura, e la difesa della proprietà male acquistata fu sempre più feroce che gli assalti della fame.

— Ma se lo dicevo — gridò il commendatore — che avresti anche difeso i fucilatori dei prigionieri!

— Non è vero! Io non difendo nè chi ammazza i prigionieri in nome della rivoluzione, nè chi li macella in nome dell’ordine.

— E non fai differenza fra gli uni e gli altri! — ribattè il suocero, scoppiando.

Qui s’intromise da capo il Bianchini padre, supplichevole, e con lui la signora Giulia e la sorella d’Alberto, accarezzando l’uno e l’altro e sospingendoli dolcemente da due parti opposte, fin che il cerchio si spezzò in vari gruppi, e la battaglia si ruppe in una serie di scaramucce.

Vicino alla finestra, nacque una discussione intorno alle condizioni degli operai fra il dottor Geri, il Cambiari e il Moretti, ai quali s’aggiunse la signora Luzzi. Il dottor Geri affermava che i salari erano aumentati in proporzione dei prezzi delle derrate.

— Questo vorrebbe dire — osservò il Cambiari sorridendo — che siccome erano scarsi prima, sono insufficienti anche adesso.

— Il pane è ribassato.

— Ma è rincarata la carne.

— È scemato il prezzo del riso.

— Ma son rincarati il vino, l’olio, lo zucchero, il caffè.... lo spirito....

— E le pigioni, signor dottore? — domandò la Luzzi.

— Ma che pigioni! — rispose il dottore. — Badiamo ai fatti generali. Il fatto è che gli operai vestivano di grossa tela, ora veston di panni; che andavano a piedi nudi, e ora portan le scarpe, e sono alloggiati meglio d’una volta. Oltredichè godono dei vantaggi comuni della civiltà progredita: strade ferrate, gas, luce elettrica, acqua potabile, giardini pubblici, musei aperti a tutti. Conta per nulla lei tutto questo?

— Ma questi vantaggi li pagano con le tasse.

— O che tasse paga chi non ha quattrini?

— Ma come! Non sa che ogni operaio che guadagni tanto da vivere paga il venti per cento del suo salario in tasse indirette?

— Ma che venti per cento! Si sa come si fanno questi calcoli.... E poi consideri le case operaie, gli istituti ospitalieri, i bagni popolari, la maggior igiene, che diminuisce le malattie infettive. Una volta eran decimati dal vaiolo....

— Già — disse scherzosamente la Luzzi. — Come osano di lamentarsi? Son vaccinati!

Fu una risata. Alberto, sopraggiunto in quel momento, le disse:

— Brava, signora Luzzi! Val più una delle sue bottate che tutti i nostri ragionamenti.

La discussione continuò; ma da qualche minuto il Cambiari s’era staccato dal gruppo e discorreva con la signora Paola, seduta accanto alla madre d’Alberto; questa sdegnata, quellastupefatta e quasi tremante per la disputa che aveva ascoltato. L’ingegnere finiva di confonderle la testa dicendole che il socialismo non era che la risurrezione del cristianesimo, e citandole cardinali e vescovi tedeschi, inglesi e americani che avevano espresso idee socialiste.

— Ah! non è possibile — rispose la signora. — Non scherzi su questo soggetto, signor ingegnere!

— Come, non è possibile? Ma, cara signora, sono fatti sacrosanti. E i padri della chiesa? Lei rispetterà i padri della chiesa. Ebbene, San Clemente ha detto che «tutto dovrebbe appartenere a tutti», San Basilio ha detto che «il ricco è un ladro», San Giovanni Crisostomo che «tutti i beni dovrebbero essere in comune».

La signora lo guardò; poi scosse la testa.

— Ma non avran detto proprio così. Lei m’ha l’aria d’inventare. Se il mondo è com’è, è perchè il Signore vuole che sia così. Se Sua Santità benedice anche i ricchi, vuol dire che la ricchezza non è una colpa.

— Sua Santità? Ma Sua Santità è un socialista dichiarato. Non sa che in una sua pastorale, quand’era vescovo di Perugia, ha detto che gli operai sono «sfruttati da una cupidità senza viscere»?

— L’avrà voluto dire in un altro senso. Lei si vuol burlare di me. Che gusto ci ha a tormentarmi?

— Ma no, lei vedrà.... finirà con diventare anarchica. — E le parlò del suo famoso anarchico, il Baldieri, che aveva un libro terribile di propaganda tutto fatto con frasi delle Sacre Scritture, e che a sentirlo parlare, alle volte, pareva un sacerdote sul pergamo.

— Ah! che profanazione! E lei sta a sentire di questi orrori?

E si voltò a chiedere soccorso alla signora Bianchini. Ma questa s’era avvicinata a un crocchietto dove il Geri figlio, ridendo, ma schizzando bile dagli occhi, metteva in burletta lo Stato collettivista:

— .... E così avremo lo Stato muratore, fabro ferraio, calzolaio, contadino, filatore, stampatore, impresario d’omnibus e di tranvai. Il debito pubblico sarà trasformato in «titoli di consumazione» e invece della moneta si avranno i «buoni di lavoro». Non fo celia, signori miei. Sono profezie stampate. E siccome i valori delle cose non saranno più determinati che dal tempo necessario a farle, così, vedete, non si comprerà più, per esempio, un soprabito da cento lire, ma un soprabito da cento ore; si comprerà tre quarti d’ora di sapone, un quarto d’ora di spago, cinque minuti di zolfanelli. E le fatiche più penose essendo le meglio retribuite, un’ora di lavoro alle fogne frutterà quanto due ore di lezione d’un professore di letteratura. E non più proprietà privata. Ciascun italiano sarà proprietario d’un trenta milionesimo della proprietà nazionale. Non ci sarà più nè mercato, nè borsa, nè pigioni di casa, nè lusso, nè servitori, nè serve: la cucina sarà un’istituzione sociale....

Gli uditori ridevano. Ma egli tacque vedendo avvicinarsi Alberto, che l’aveva inteso, e si guardarono l’un l’altro nel bianco degli occhi, con un sorriso sarcastico. La signora Bianchini prevenne l’urto, facendo in là il suo figliuolo, e gli disse a voce bassa, risentita:

— Ma dove hai la testa? Per che via ti metti?Il commendatore è indignato. Non ricominciare. Che cosa diventa la nostra casa!

Alberto non rispose. Aveva ancora un peso sul cuore, un bisogno prepotente di lotta e di sfogo, stimolato anche dallo stato d’eccitazione in cui si trovava tutta la compagnia. Uno dei più eccitati era il Moretti, che incantucciava ora l’uno ora l’altro, per esporgli i suoi progetti, coi quali risolveva la gran quistione. Sgusciatogli di mano il cavalier Bianchini, che aveva altro pel capo, egli afferrò il signor Luzzi, per comunicargli una sua nuova idea, che era di fondere insieme tutte le società cooperative di consumo, per formarne una sola immensa, che abbracciasse tutti i generi, e in cui entrassero a poco a poco tutti i cittadini dello Stato.

— Stia bene a sentire. La cifra degli affari di questa società sarebbe uguale alla cifra totale della consumazione d’Italia, e pari a un dipresso a quella della produzione. Ebbene, quando questa gigantesca cooperativa sarà in grado di comperare tutta la somma della produzione annuale della nazione, è evidente che sarà assolutamente padrona, non solo del commercio (si sottintende), ma di tutte le industrie produttive; e allora le potrà comprare, e le comprerà. Ed ecco sciolta pacificamente la gran quistione che affanna il mondo! Che cosa ne dice?

Ma il Luzzi, che non credeva allagran quistione, sogghignò, come se non prendesse sul serio nè il progetto di lui, nè tutte le altre chiacchiere che sentiva da un’ora.

Allora il Moretti, con l’immaginazione sempre più accesa, agguantò il Cambiari, e mise fuori un’altra pensata. — Chi sa, la quistione socialeavrebbe avuto forse una soluzione affatto diversa da quella che il socialismo proponeva; una soluzione fatta balenare dall’ultimo congresso dei naturalisti a Berlino, nel quale s’era espresso il concetto che, per mezzo dell’elettricità, fosse possibile trasformare la materia prima in alimento. Non aveva detto il chimico Meyer che si potrebbero convertire in cibo le fibre legnose, e un altro, che si sarebbe fatto una specie di pane con la pietra?

— Ma certo! — rispose il Cambiari. — E sarebbe una cuccagna, per noi, che abbiamo gli Appennini e le Alpi. — Ma lasciò ad un tratto il Moretti, udendo Geri il giovane e Alberto, che discutevano acremente in mezzo alle signore.

— E crede lei — domandava il Geri — che una massa d’operai ignoranti potrebbe da sè sola mandare avanti le industrie?

— E chi le dice che le manderebbero avanti gli operai ignoranti? — ribattè Alberto. — E adesso, sono forse i capitalisti, in generale, gli azionisti, i padroni, insomma, che mandano avanti le industrie più grandi? Non sono dei salariati come gli operai, dal primo ingegnere all’ultimo computista? Che cosa sarebbe mutato, mi dica, con la soppressione del capitalista, rimanendo nella società il capitale! E crede che tutta l’intelligenza e la scienza che ora fanno andare il mondo non accetterebbero, per necessità, la nuova condizione di cose, continuando a fare la parte loro?

— No, mai! — rispose il Geri. — Piuttosto che annientarsi, si farebbero annientare. Non si piegherebbero al vostro dispotismo.

La signora Luzzi lo rimbeccò.

— No, signor Geri — disse. — Gl’intelligenti, i dotti si convertirebbero a mille per volta, come s’è sempre visto. E tutti proverebbero con dei documenti d’essere stati socialisti fin dall’infanzia.

Il Geri le lanciò uno sguardo come una frustata e Alberto la guardò con viva simpatia. Ma la discussione ripigliò, inasprendosi, e cadde d’un salto sulla quistione del diritto al lavoro.

— Non c’è senso comune! — disse il Geri. — Come ci sarà del lavoro per tutti, se ora già ne manca, e se, soppressi i ricchi, avverrà un’enorme diminuzione nei consumi?

— Non ci ha altro argomento?... Ma questa diminuzione sarà ampiamente compensata dal maggior consumo della grande maggioranza, messa in condizioni migliori; maggioranza che ora, per la scarsità dei salari e per la disoccupazione, consuma appena lo stretto necessario, e anche meno!

Il Geri levò gli occhi in alto, come per dire: — Che spropositi!

— Ma come si farà allora — disse forte — a mantenere la produzione a paro coi nuovi bisogni, che cresceranno enormemente, e in corrispondenza all’aumento della popolazione, che sarà effetto della vita migliorata?

— E c’è bisogno che io glielo spieghi? Ma è chiarissimo! Si raddoppierà il prodotto della terra in virtù della grande cultura razionale, impossibile ora per il frazionamento della proprietà.... Un momento, mi lasci finire.... Si svolgerà largamente il macchinismo circoscritto ora dalla sovrapproduzione, dal basso prezzo del lavoro umano, dalla insufficienza del capitale privato,e ci sarà un maggior numero di lavoratori per la soppressione dei parassiti, degli intermediari, dei produttori di cose inutili. — E vedendo il Geri ridere, soggiunse bruscamente:

— Ma come non lo capisce?

— Ma come non capisce lei che gira in un povero circolo vizioso?

— Ma lei lo chiama vizioso perchè non è capace d’uscirne!

In quel punto, per fortuna, il dottor Geri prese per un braccio il figliuolo, e gli osservò che non era conveniente il prolungar quella discussione col professore in presenza del suo scolaro, il quale stava lì a sentire, con gli occhi scintillanti di compiacenza maligna. E nello stesso tempo Alberto si sentì tirare il vestito da sua moglie, che lo scongiurava di quetarsi.

Seguì una breve tregua agitata, mentre la cameriera riportava attorno i vassoi, e il cavalier Bianchini notò con vivo rammarico che il Geri, il commendatore ed Alberto, nell’atto di recare il bicchiere alla bocca, avevan le mani tremanti: pessimo segno.

Intanto tutte le signore, meno la moglie dell’ingegnere, eran passate nel salotto, dove commentavano a bassa voce la discussione. La signora Paola, la madre e la moglie di Alberto erano turbate, avevano tutte un presentimento che sarebbe finita male, che qualche cosa di molto triste per la famiglia dovesse accadere quella sera. Soltanto la signorina Ernesta taceva, ma col viso pensieroso, con due fiammelle guizzanti nei piccoli occhi neri e dolci, che annunziavano un fermento insolito di idee.

Nella sala da pranzo si tornavano a sentiredelle voci concitate. Sopraggiunse la signora Cambiari, ridendo, e disse:

— Hanno ricominciato. Oh questi uomini! Tiran fuori delle parole così stravaganti! — E provò, ma non riuscì a dire:socializzazione della terra.— No, non ci riesco: mi fa starnutare. Provi un po’ lei, signora Luzzi.

Ma, vedendo che la signora Giulia era inquieta, la esilarò un momento, dicendole con la più grande ingenuità:

— Ma io credo che il signor Alberto faccia per celia, per stuzzicare un poco quei signori. Lo confesserà all’ultimo, vedrai, e tutto finirà in una risata.

Poi fecero tutte dei complimenti alla signora Luzzi per lo spirito che aveva mostrato nella conversazione, e il Cambiari, entrando, ci aggiunse il suo. Mentre le altre non sentivano, le disse piano, con gravità comica, guardandola negli occhi:

— Lei è socialista?

— Non so — rispose la signora — ma ho le mie idee. Non foss’altro che perchè il socialismo vuol fondare il matrimonio sull’amore, sulla dignità umana, mentre ora non è che un contratto mercantile.

— Lei vuole la libertà della donna?

— Certo.

— È forse schiava, ora? Non è forse la donna che impera?

— Sì, le donne belle. Ma le altre?

— Perchè s’interessa lei delle altre?

La Luzzi rispose seria:

— Un complimento non è una ragione.

Il Cambiari la fissò ancora, e gli balenò ilsospetto che quel socialismo non fosse schietta farina, che nascondesse un suo disegno sopra il bel socialista, a danno del brutto vicedirettore. Ma udendo la voce del commendatore che parlava con acrimonia straordinaria, rientrarono tutti in fretta nella sala da pranzo.

L’oratore, in piedi, parlava ai due Geri, fingendo di non badare ad Alberto, della lotta fra capitale e lavoro. No, per quanto armeggiassero con società di resistenza, coalizioni internazionali e l’inferno, il capitale non sarebbe stato mai soggiogato; anche a costo di far da per tutto come a Melbourne, in occasione dello sciopero famoso dei cavatori di carbone, degli accenditori del gas e dei facchini, quando s’erano uniti in lega ingegneri, avvocati, ecclesiastici, impiegati, studenti, e avevan lavorato alle officine, improvvisata l’illuminazione elettrica, caricato e scaricato le navi con le proprie braccia. No, piuttosto di subire la prepotenza del numero, sia d’operai, sia di contadini, si sarebbero inventate macchine su macchine, si sarebbe ridotta a pascolo mezza l’Europa, si sarebbero fatti venire lavoratori industriali e agricoli dalla China e i negri dall’Africa.

— E le scimmie! — aggiunse Alberto, non potendosi più contenere. — Perisca il mondo, purchè si salvi il capitale e duri lo sfruttamento.

Il suocero si voltò, come sferzato da quella ultima parola, che egli odiava, e urlò quasi:

— Eh! finiamola una volta con questa parola bugiarda, di cui ci empite gli orecchi! Di che sfruttamento andate cianciando? In che maniera il capitalista sfrutta l’operaio, se questi puòaccettare o respingere le condizioni che egli propone? Come può il capitalista esser tiranno se l’operaio è libero?

— Libero?... — ribattè Alberto. — E io dico dal canto mio: finiamola con questa parola bugiarda di libertà. Chi non ha nulla non è libero, perchè non può aspettare e non si può muovere. Il capitale può aspettare e può muoversi. Non c’è libertà reale di contratto fra chi ha bisogno del pane e chi può rifiutarlo.

— E allora non è libero neppure il capitalista, perchè è costretto dalla concorrenza a dare il meno possibile: la intendi?

— Poichè la intende lei! Ma il male è appunto nella concorrenza, che il socialismo vuol sopprimere.

— Ah! È dunque una forza maggiore che il capitalista subisce. Che ci venite a blaterar d’ingiustizia, allora?

— Ma l’ingiustizia c’è ugualmente, e patentissima È che il capitale pretende e si appropria una parte che non gli spetta.

— E quale parte? — domandò il suocero, sogghignandogli in viso.

— Quale parte? — domandarono insieme i due Geri.

— Ma è chiaro. Quando il capitalista ha cavato dal guadagno gl’interessi del capitale che impiegò nella produzione, e tutte le spese, e la quota annua d’ammortizzamento, e anche un largo compenso per il suo lavoro personale (se lo presta), con qual giustizia si appropria il resto, invece di ripartirlo fra tutti i lavoratori che hanno concorso alla produzione?

Il commendatore e i due Geri si guardaronoun momento in aria di stupore, come credendo d’aver franteso; poi diedero in una risata.

— Questa è enorme! — esclamò il suocero, fingendosi esilarato. — Ma se l’appropria come premio per il rischio che ha corso il suo capitale! Negherai, professore, che c’è un gran numero d’industriali che vanno in rovina?

Alberto fremè a quell’interrogazione burlevole; ma il suocero non gli lasciò il tempo di rispondere.

— Venga lei — disse — signor Cambiari, che pure poco fa gli dava ragione: venga lei a spiegare questa elementarissima verità al suo amico.

Il Cambiari, col suo sorriso astuto, s’avvicinò al gruppo, lisciandosi il mento, e disse con molta placidità:

— In questo, mi scusi.... sarei piuttosto d’accordo col mio amico. Il rischio esiste per questo o per quel capitalista, per Tizio o per Caio, ma non per la classe intera, nella quale rimangono ad ogni modo i profitti. Mi spiego? Poichè, non essendo i capitalisti collegati, ma in lotta fra di loro, quello che l’uno perde l’altro guadagna. Non è forse vero? Per la qual cosa, se taluni si rovinano, se il lavoro dei loro salariati non ha dato un prodotto rimuneratore, non se ne può dedurre.... dico il mio parere.... che debba il lavoro fortunato degli altri operai esser defraudato d’una parte del compenso che gli spetta, e questa parte accumularsi tutta a vantaggio del capitale.

— Ecco l’argomento — disse Alberto.

I tre avversari guardarono prima il Cambiari e poi si guardarono tra loro, come per dirsi:

— Costui vuol fare il buffone alle nostre spalle.

— Ma questi sono miserabili cavilli da avvocato — rispose il commendatore. — Ma appunto perchè non sono collegati tra di loro è logico e giusto che ciascun capitalista pensi a sè solo!... — Poi scrollò le spalle. — Ma io son ben ingenuo a risponderle. Lei non parla sul serio. Io non discuto più nè con chi manca di sincerità, nè con chi manca di senso morale.

Alberto si scosse.

— Mi spieghi — disse con accento quasi di comando — perchè manco di senso morale.

— E hai bisogno che te lo spieghi! Ma è perchè non comprendi, non senti che non si potrebbero attuare le tue idee senza commettere un’odiosa spogliazione, senza violare il più sacro diritto.

— Quale «più» sacro diritto? C’è qualche diritto superiore a quello che ha la società di modificare i propri ordinamenti? Lo stato moderno non è forse fondato sul diritto delle maggioranze? Chi si potrà opporre alla maggioranza quando essa vorrà valersi di questo suo diritto per la revisione del diritto di proprietà?

— Non alteri il senso delle parole, signor professore di letteratura; non si tratterebbe di revisione; ma d’una vera e propria spogliazione delle classi abbienti.

— Adagio un po’.... — entrò a dire il Cambiari, con viso d’innocente — non si tratterebbe che di riscattare, io credo. Ai capitalisti espropriati si farebbe un pagamento rateale in forma di mezzi di godimenti.... per un tempo da convenirsi....


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