Un giovane perduto.

— Buffonate! — rispose il suocero, perdendola pazienza. — Chiamate almeno il latrocinio col suo nome!

— Latrocinio? — domandò Alberto, con quanta calma gli fu possibile. — C’è latrocinio, c’è spogliazione quando si toglie a un cittadino ciò che possiede, in onta alla legge che glielo guarentisce. Ma quando la legge si muta, quando lo si espropria in virtù della legge stessa, in nome d’un interesse pubblico superiore al privato, dov’è il latrocinio?

— Dov’è il latrocinio? Ma con che faccia...? Ma sarebbe un latrocinio tanto più sfacciato, tanto più odiosa perchè fatto colle leggi e coi carabinieri, senza possibile difesa! Ma il tuosenso moralenon te lo dice? Ma con chi parlo, alla fine?

— E io mi rivolgo al «suo» senso morale, alla sua coscienza di cittadino e di patriotta. Ma la storia degli ultimi secoli, lei lo deve sapere, non è che una storia di continue spogliazioni, fatte in nome del bene pubblico. La monarchia ha spogliato i grandi feudatari, la borghesia ha spogliato l’aristocrazia e il clero, l’Italia ha confiscato il patrimonio ecclesiastico, l’America ha espropriato i possessori di schiavi. Ma noi saremmo ancora al Medio Evo, se non si fosse fatto tutto questo!

— Non barattar le carte. Qui non si tratta d’una espropriazione, tu lo sai; si tratta di una spogliazione, d’una ruberia universale, perpetrata per fondare uno stato di cose che nulla assicura debba esser migliore del presente, che tutto fa presagire peggio mille volte. Qui si tratta di rubar tutto ed a tutti!

— No, nonrubare, ma riprendere; non atutti, ma ad un’infima minoranza, a una piccola casta, che senza il popolo non può sussistere, e di cui il popolo non ha più bisogno.

— Non dire castronerie: non è una casta, poichè tutti vi possono entrare.

— V’entra uno su mille; e intanto essa sfrutta ed opprime tutti quelli che ne restan fuori.

Il suocero fece uno sforzo manifesto per frenarsi, passandosi una mano sulla fronte, e cercando a un tempo un’idea, una frase che troncasse la discussione in un modo onorevole per lui, senza essere una troppo grave provocazione. E in quel mentre, tra il mormorio vivace di tutti, il cavalier Bianchini, tutto sossopra, diceva piano ai vicini:

— Alberto passa il segno.... passa il segno.... Ma anche il commendatore è un po’ duro.... Parla con un tuono.... Che cosa crede alla fine?... Ma Alberto passa il segno.... — E sballottato fra gli argomenti contrari, desiderava insieme che il figliuolo avesse il disopra, per onor del suo nome, e che il commendatore la finisse con una ragione vittoriosa, per esser rassicurato sull’avvenire della società. Tremò, vedendo che quegli si moveva per uscire, senza dir nulla.

Ma arrivato a un passo dall’uscio il commendatore si arrestò, e voltandosi verso Alberto, gli disse con una ostentazione di pacatezza che il tremito della bocca smentiva:

— Senta, signor professore. Il modo di rifare la società non l’hanno ancor trovato nemmeno i socialisti. Se l’avessero trovato, sarebbero già padroni del mondo, perchè gli interessati a crederci e a seguirli sono la maggioranza. Se non riescono a tirar questa con sè, è perchè non possonopersuaderla delle loro idee. E non solo la maggioranza non n’è persuasa, ma non ci arriva neppure col pensiero. Il popolo non si moverà mai, ne sia certo, per una dottrina che non capisce.

— Non la capisce per ora — rispose Alberto — non perchè non sia chiara e logica, ma perchè egli è ignorante. Ma l’ignoranza va scemando. La capirà tra poco, e capire ed essere persuaso, esser persuaso ed agire, agire e vincere, saranno per lui una cosa sola.

Il suocero s’imbrunì.

— È quello che si vedrà — disse avviandosi di nuovo per uscire. — Provatevi! La società è più solida delle vostre teste, e voi ve le spezzerete come contro un muro di granito.

— Così si diceva anche prima della rivoluzione francese.

Il commendatore tornò indietro vivamente:

— Il confronto è insensato. L’ordinamento attuale è ben altrimenti forte che il governo francese dell’89, e l’impresa del socialismo è tutt’altra, perchè vuol rovesciare l’edifizio dalle fondamenta. La proprietà assalita sarà ancora la più grande forza del mondo. Avrete una Vandea che vi sterminerà come uno sciame d’insetti.

— Ci ho i miei dubbi! La borghesia è divisa, scettica e sfibrata. E poi, badate, l’esercito dei vostri futuri eroi s’assottiglia di giorno in giorno, poichè in tutti i campi della proprietà i grossi vanno mangiando i piccoli, e questi passano dalla parte opposta. Già tutto lo strato inferiore della borghesia non ha più nulla da perdere ad abbandonarla.

— Oh! basteranno a difendersi quelli che rimarranno,con un fucile da una mano e uno scudo dall’altra!

— Sarà troppo tardi per offrir lo scudo.

— E allora v’ammazzeranno senza offrirlo.

— Ah! Non oserete nemmeno di barricarvi in casa!

A quelle parole, seguì un improvviso mutamento sulla faccia del vecchio: egli guardò il giovane con un’espressione di viva curiosità, poi gli s’avvicinò, e gli domandò con un accento di comica commiserazione:

— Ma chi t’ha messo su? Con chi pratichi? Chi ti ha attaccato questa peste?

— Il socialismo non è una peste — rispose Alberto, sdegnoso, — è la guarigione d’una peste, della peste dell’egoismo, che ci accieca e c’infradicia tutti. Nessuno m’ha messo su. Non ho avuto bisogno d’istigatori per diventare un galantuomo.

L’ultima frase fu come un pugno nel petto al commendatore, che diede un passo indietro, livido, e poi scoppiò, balbettando dalla rabbia:

— .... Ah! sei diventato un galantuomo.... Questo vorrebbe dire.... Il socialismo è la guarigione.... Te lo dirò io che cos’è il socialismo! È la malattia dei cervelli dissestati e incompresi, è la maschera delle ambizioni malsane.... in voi altri; e negli altri sai che cos’è? È l’orrore del lavoro, è la frenesia dell’invidia, l’odio di ogni superiorità, il furore di godere a ufo, lo scatenamento di tutte le più basse passioni e di tutti i più tristi istinti, che tendono a sopprimere la responsabilità personale, a cancellare ogni dovere, a onorare il vizio e a giustificare il delitto. Ecco che cos’è il socialismo. E ora ho finito.

Mentre egli parlava, tutti gli s’affollarono intorno per quetarlo cercando di prenderlo per le mani o pei panni, di modo che, all’atto di rispondergli, Alberto si trovò solo in mezzo alla sala, come se combattesse contro tutti; e così ritto e risoluto in quella solitudine, col capo biondo che pareva d’oro, con la fronte alta e accesa, era bello di tutta la generosità della sua passione e di tutta la grandezza del suo ideale. Ma mentre tutti s’aspettavano una risposta fulminea, rimasero stupefatti al vedergli gli occhi inumiditi, all’udir la sua voce raddolcita a un tratto, e quasi supplichevole.

— Ma come è possibile? — disse con profonda commozione, battendosi una mano sulla fronte. — Io non capisco! Ma perchè v’infuriate tutti a codesto modo quando s’esprime la fede in un miglioramento del mondo? Come non sentite che, se anche l’idea è erronea, la passione è nobile e santa? Come mai il cuore non vi dice nulla? Che cos’è quest’astio, quest’ira implacabile contro chi cerca il bene e difende i deboli e vuol scemare la miseria, il dolore, l’odio, il delitto? Mai, mai che v’esca un grido generoso dall’anima! O perchè fate battezzare i vostri figliuoli nel nome di Cristo?

A quel punto sua sorella si spiccò dal gruppo degli uditori e gli si slanciò al collo d’un salto.

— Ah! brava! — esclamò la Luzzi.

Ma la madre la tirò indietro con uno strappo, e le disse piano in viso:

— Ridicola!

Irritato anche più da quell’atto, il commendatore, asciugandosi la fronte col fazzoletto come dopo un assalto di scherma, rispose ad Alberto:

— Se tu credi di mutare il mondo con delle tirate di sentimento!... — E finì di versare tutta la sua compassione in una parola: — .... Poeta!

— Piglio atto della parola ingiuriosa, — ribattè Alberto con un sorriso amaro. — Ma se non salveremo il mondo noi col sentimento, lo condurrete alla rovina voi con la vostra ostinazione, con la vostra negazione eterna, col vostro inesorabile egoismo di classe....

— Siete voi, che lo trascinate alla rovina — gridò il suocero, rifacendo il viso torvo — voi col lavorìo infernale che fate tra le classi povere per renderle tanto più malcontente quanto più la società si sforza di migliorarne lo stato, voi che pervertite il popolo adulandolo, ubriacandolo di illusioni e stillandogli il veleno nel sangue! Voi, le serpi che noi ci scaldiamo nel seno!

— Ebbene, credetelo pure, è forse meglio così. Così voi date ragione ai violenti, secondo i quali non si può ottener nulla che con la forza, e convertite in violenti anche i miti. Provocate la forza, la subirete.

— Anche delle minacce! — Non occorreva più altro! Ma per fortuna, signor genero, c’è ancora della polvere e del piombo!

— Non li avrete sempre.

— Questo è un pensiero scellerato!

— E il suo è sanguinario e inumano.

Tutti s’interposero; ma il commendatore era fuori di sè, si sciolse da tutti, si slanciò verso Alberto e mettendogli il viso contro il viso, pallido e convulso, gli gridò in faccia con un riso stridente di disprezzo:

— Ah! Povero mentecatto!

— No, no, papà! — gridò la signora Giuliaquasi piangendo e mettendogli una mano sulla bocca.

Alberto rimase muto, immobile, bianco. Il suocero se n’andò a passi impetuosi in mezzo a un gran disordine, a un mormorio di esclamazioni, di preghiere e di commenti; e un momento dopo, approfittando della confusione che durava ancora, se ne andò anche Alberto, seguito dal ragazzo spaventato e dalla moglie tremante, senza badare a suo padre che lo chiamava, trinciando l’aria con dei gesti di naufrago, fra le condoglianze degl’invitati.

(Dialogo fra due signori ultra cinquantenni, un cavaliere, e un.... pedone, che si rivedono dopo molti anni, in casa del primo: seduti di qua e di là da un tavolino, sul quale fra due bicchieri a calice, c’è una bottiglia di vin di Madera.)

Pedone(bevendo un sorso). — Mi rallegro, mi rallegro davvero di ritrovarti sano come una lasca. E il tuo figliuolo, che vidi ragazzo? Sarà un uomo. Che cosa fa? L’avrai ancora in casa, m’immagino.

Cavaliere(rannuvolandosi). — Non me ne parlare.

P. (ansioso). — Che cosa vuoi dire?

C. — Cosa voglio dire?... Una cosa che non vorrei dire, caro mio. Tu sai l’adorazione che avevo per quel figliuolo unico; sai quanto ho fatto per dargli una buona educazione, per istillargli dei buoni principî, per metterlo sulla buona via.... Ebbene (emettendo un profondo sospiro), è diventato un socialista!

P. (dà un balzo sulla seggiola; poi, dissimulando un sorriso sotto l’aspetto grave). — O che mi dici?... Era un così buon figliuolo! Vorrai dire: un filantropo, come si diceva una volta; un socialista cristiano, come si dice ora; in somma, un socialista platonico.... andiamo. Ebbene, e con questo? Chi non l’è a vent’anni, ai tempi che corrono?

C. — Ah no, pur troppo, amico mio! È un socialista socialista, un militante, come dicono, un iscritto al partito, un propagandista, un’ira diDio. Ah, non me ne parlare, te ne prego. Tu tocchi una piaga che sanguina. Un giovane perduto!

P. (pensieroso ma con un sorriso sulle labbra). — Diavolo!... diavolo!... Ed era così buono e affettuoso! Chi gli ha pervertito il cuore?

C. (guardandolo). — Non dico che abbia il cuore pervertito. No. È sempre quello.... in fondo. Non ho da lagnarmi di lui.... da questo lato.

P. — Non ti manca di rispetto? Non s’è mutato con te?

C. — Ma no, nonostante.... perchè puoi immaginare le battaglie che abbiamo avuto e che abbiamo di continuo, a ogni proposito.... No, proprio, a dir la verità, egli ha sempre mantenuto nella contraddizione una buona maniera, una temperanza, dirò anche.... uno spirito di conciliazione.... Perchè di natura è buono. Sto per dire che quanto a bontà.... Tira a convertirmi con la dolcezza, capisci? Ci vuole una bella ingenuità.... e una bella faccia, ti pare?

P. — Ma, in somma, s’è rovinata la carriera: questo è quel che vuoi dirmi.

C. — La carriera per esser giusti, no. Ti debbo dire una cosa, che forse immagini. Tu sai che, se non altro, egli ha il pane assicurato per l’avvenire. Ho voluto che studiasse da avvocato, per avere un titolo. Mi contentò. Ma, ti dico il vero, m’ha sempre spaventato l’idea di vederlo buttarsi alla caccia della clientela in mezzo a una banda di concorrenti affamati. Gli dissi: — non esercitare l’avvocatura; lascerai il posto a un bisognoso; purchè tu studi, purchè ti appassioni per qualche scienza e ti proponga uno scopo alla vita; a me basta. — Ebbene, è questo appuntoche mi danna! Che si dia al socialismo uno di quei figliuoli di famiglia spiantati che ci hanno qualcosa da guadagnare e nulla da perdere, lo capisco; ma lui, che non aveva nulla da desiderare, che non può sperare di migliorare la propria sorte.... o come s’è potuto buttare per quella maledetta via? Come s’è potuto dare alla macchia?

P. — Ho capito. Tu volevi almeno che studiasse. E mena una vita scioperata. Il socialismo, per lui, è un pretesto della fannullaggine.

C. — Non dico questo. Eh, se non fosse che lo studiare. Non ha mai studiato tanto. È sempre lì al chiodo, col capo tra i libri e gli opuscoli, che gli fanno un monte sul tavolino, e ne raccatta di nuovi ogni giorno. Si scervella sopra una quantità di quistioni impossibili a risolvere. Questioni utili, non nego, importanti, se si vuole; ma superiori alla sua età, e pericolose, che gli montan la testa. Oh, per questo.... ha delle cognizioni; tanto che mi trovo spesso impacciato a discutere, non perchè mi manchino le buone ragioni, s’intende; ma perchè non so citare le autorità, mi capisci?... E lui cita come un quaresimalista.

P. — E allora?... Ah, ho inteso. Ti spilla molti quattrini!

C. — Molti, no; ma.... troppi.

P. — Ah! ah! I quattrini per la santa causa! Già si capisce. E li spillerà sotto altri pretesti.

C. — Ma che! Tu vedessi che disinvoltura. Non cerca pretesti. Credi tu che ha il coraggio di dirmi: — Ho bisogno di tanto per le elezioni — per gli scioperanti — per il giornale — per il diavolo che li porti. Ma con una mutria, tidico, e una voce, che non c’è modo di rifiutarglieli, come se chiedesse la sua parte di pane.

F. — Intendo, è irritante.

C. — Irritante? Che io debba dar dei quattrini per rifornir la cassa a un partito che vuol mandar per aria me, l’aver mio e tutta la baracca? Tu sei indulgente. È mostruoso e intollerabile!

P. — Già; tu preferiresti quasi quasi ch’egli spendesse i tuoi denari al gioco, o in vino di Champagne, con le ragazze allegre: di’ la verità?

C. — Quasi....

P. — Ebbene, non dubitare! Chi sa quanti di quei denari vanno in quella maniera!

C. — Eh, no.... Per questo, ci metterei una mano sul fuoco. Lo capisco da tante cose. Ho l’occhio esperto. Questo no, vedi; ne sono certo come della luce del giorno.

P. — O dunque?... Ah, ho capito, finalmente. Tu temi per l’avvenire, quando avrà il patrimonio fra le mani, che lo spoglino, che profonda tutto, e che si trovi poi ridotto nelle strettezze, in una condizione che gli riuscirà doppiamente dura dopo esser vissuto tanto tempo nella bambagia. Ti sgomenta, per lui, lo spettro d’una povertà, che lo potrebbe mettere sulla mala via....

C. (dopo aver pensato un po’). — Ecco.... senti. Da questo lato, per esser sincero.... È una cosa curiosa. Per un tempo ebbi timore. Fra i quindici e i diciott’anni aveva preso l’andare d’un figliuol di ricco; una tendenza alla vanità, la gola lunga, non mai contento di nulla in casa, di cattivi modi con le persone di servizio che se ne lagnavano. (Ridendo) Non sai che poi, per qualche mese, ha spinto la pazzia fino anon voler che la serva gli lustrasse le scarpe! Pazzie, vere ridicolaggini, come quella che suo padre, ancor adesso, debba leticar con lui per fargli fare un cappotto nuovo. E lo stesso è a tavola, dove si contenta di tutto, come un frate questuante. Strano davvero! Oh, quanto a questo, te l’assicuro, io che temevo una volta che, ridotto al bisogno, non sarebbe stato capace di rassegnarsi e di fare dei sacrifici, io, vedi, adesso, sono fermamente persuaso che, se mutasse la sua fortuna, egli s’adatterebbe a qualunque condizione di vita, allegramente senza un rimprovero al mondo, come se ci fosse sempre vissuto.

P. — Ma dunque?

C. — Ma dunque! Ma lavora a scalzare la società, ma si compromette, ma fa professione d’una dottrina falsa e fatale. Non sai che parla perfino nei comizi?

P. — Poh!Verba volant.

C. — Ma disgraziato! scusa la parola. Ma scrive anche per le stampe! Pazienza se parlasse soltanto. Scrive articoli.... su quei giornali!...

P. — Sciocchezze, m’immagino.

C. (dopo un po’ di esitazione). — Senza dubbio; ma..... Eppure, vedi, a parte le ragionacce.... Anzi, è quello che più m’addolora. C’è qualche cosa in quei deplorevoli articoli ch’io non leggo.... quasi mai. C’è dell’ingegno.... male speso. Ti dirò che, ai primi che lessi, rimasi stupito. Non mi parevano roba sua. Alle scuole non s’era mai distinto. Tu capisci: sono scritti.... notevoli, che rimangono, che gli potranno essere rinfacciati....

P. — Eh, via, non te ne dar pensiero. Sai quelloche io penso del tuo figliuolo? Che non è persuaso, come non lo sono tanti altri. Il socialismo ora, per i giovani, è quello che era la lirica in altri tempi. Bisogna che tutti ci passino. È una malattia passeggiera. C’entra in gran parte la vanità, la smania di far l’originale, di ribellarsi a chi li tiene in briglia, e di levar rumore. Io mi son fatto l’idea che il tuo figliuolo è un carattere leggiero e volubile, che rivolterà la giubba tutt’a un tratto, quando meno tu te l’aspetti.

C. (quasi risentito). — Leggiero, volubile! Tu non lo conosci. Ma è la tenacia, è l’ostinazione in carne e ossa, un tutt’altro capo da quello che era. Ma tu non sai che hanno tentato tutti i modi di ricondurlo alla ragione, e parenti, e amici, e persone autorevoli, e.... belle signore, ed è stato come dar del capo in un macigno. Ah, lasciamo questo discorso. Tu non sai i dolori che m’ha dato, e io solo presento quelli che mi darà: È un giovane perduto!

P. — Già, comincio a capire.... anche perchè, m’immagino, vivrà in una classe sociale inferiore, avrà delle cattive pratiche.... Bazzica dei soggettacci, di’ un po’?

C. — Non dico.... Non posso dire, almeno, perchè ne vedrei gli effetti, non è vero? nei suoi sentimenti, nei suoi modi...... anche nel suo linguaggio. Ma, tu capisci: naturalmente, logicamente, per sentimento del proprio decoro, ognuno dovrebbe restringere le proprie amicizie nella classe sociale in cui la sorte l’ha posto. Ma lui! Ma figurati che quando usciamo insieme mi capita qualche volta d’incontrare un gassista con l’accendilume in mano, un muratore con la giacchettasulle spalle, o anche un ciabattino col grembiule di cuoio, che passandoci accanto, gli dicono: — Buon giorno, buona sera — sorridendo, senza toccarsi il cappello, come a un amicone. Tu intendi: gente che ha conosciuto nelle congreghe.

P. — Intendo benissimo: questo t’offende.

C. — Dio mio! Non dico che m’offenda. Son liberale, rispetto i lavoratori, non faccio differenza fra le classi. Ma ci sono dei sentimenti, delle consuetudini sociali.... E mi tocca di vederne d’ogni sorta. Figurati; viene tempo fa un operaio ad accomodare una stufa. Gli dico: — Fate così — vuol fare a modo suo. Ribatto, s’inasprisce; insisto, alza la voce. Capita il mio figliuolo: quello fa un atto di sorpresa: lo conosceva, ma non sapeva d’esser venuto in casa sua. — Buon giorno, compagno! — Compagno!! E si stringon la mano! Sotto i miei occhi! Cose d’un altro mondo. Ma che! Non ci può esser altro mondo che questo in cui segua a un padre di far di queste figure!

P. — E, naturalmente, quello ne profittò subito per rialzare la voce con te....

C. — No, anzi.... mutò tono e fece a mio modo, chiedendomi scusa. Ma, tu capisci, io non potei disfare lì per lì la faccia d’imbecille che m’avevan fatto fare. A questo ci ritroviamo!Compagno! Ah, questa è enorme!

P. — Ah! ora ci sono. Ecco. A te rincresce che egli viva tra quella gente perchè ti pare che dalla piccola popolarità che ha fra di loro ricaschi su di te, sul tuo nome, davanti ai tuoi amici e conoscenti.... un cattivo riflesso; poichè, già, m’immagino che avrai avuto dei dispiaceri....che ti tireranno delle satire, delle impertinenze, fors’anche. Dev’essere doloroso, in fatti, sentirsi dire sulla faccia: — O come mai un galantuomo sensato come lei può esser padre di un tipo di quella fatta?

C. (scattando). — Oh questo, perdio, nessuno me l’ha detto mai, nè me lo lascierei dire. Che gli diano dell’illuso, del.... fuorviato, lo posso tollerare; ma che ne parlino con disprezzo, mai al mondo! Il mio figliuolo è un giovane onesto, buono, generoso. Alto là, amico mio! L’avvertimento è anche per te.

P. — Ma allora, scusami tanto. Stringiamo i conti. A questo ragazzo non s’è guastato il cuore, non è scemato l’affetto e il rispetto per te. Si occupa con passione di studi, come tu li riconosci, importanti. Non ha vizi. Si è ridotto a una semplicità di gusti e di vita che ti rassicura riguardo al suo avvenire, comunque gli si possa voltar la fortuna. Manifesta una forza di volontà, una fermezza di carattere che prima non aveva. Si fa benvolere dalla gente che lavora e che tu rispetti. O perchè dunque lo chiami un giovane perduto. Mi par piuttosto un figliuoloritrovato!

C. (balzando in piedi, mette una mano sulla spalla all’amico e lo guarda negli occhi). — O dimmi un po’: m’avresti forse preso giuoco fino adesso?... E mi nasce un sospetto: — avrebbe dato di volta il cervello a te pure in questi anni che non ci siamo più visti? Eh? Saresti diventato socialista? Rispondi!

P. (dando una risata e alzandosi). — Io socialista! Ma tu sei matto nel mezzo del cervello. Poichè t’è entrato il rosso in famiglia, vedi rossoda tutte le parti. Andiamo! beviamone un altro bicchiere e cacciamo le malinconie. (Mesce.)

C. (racquetato). — Alla buon’ora!

P. (toccando il bicchiere). — Bevo alla tua salute, vecchio amico, e ti auguro quello che tu desideri: che il tuo figliuolo, fra poco o molto, cadendogli la benda rossa dagli occhi, si ravveda e ritorni sulla buona via, dopo aver fatto una apostasia pubblica e solenne, che a te renda la pace per sempre e metta lui per l’avvenire nell’impossibilità assoluta di riconvertirsi. Non è vero che è quello che desideri? Che s’egli facesse questo domani, ne saresti felice?

C. (tace, facendo ballar nella mano la catenella dell’orologio).

P. (dopo averlo guardato di sott’occhio con uno sguardo acuto e sorridente). — Aspetto la risposta.

C. (impacciato). — Sì, naturalmente.... Però.... non ci sarebbe bisogno d’un’apostasia «pubblica e solenne». Non occorre di far tanto chiasso per rimetter la testa a partito. Ma già, (rinfrancato) quello che tu dici è impossibile!

P. — Oh diavolo! Hai detto la seconda parte della risposta con accento più soddisfatto che la prima.

C. (impazientito). — Oh come sei diventato sottile, pedante, sofistico! Già è sempre stato il tuo difetto. Sarebbe stato meglio che non t’avessi detto nulla.... E sarà anche meglio che cambiamo discorso. (Una scampanellata. Si rasserena ad un tratto.) Zitto! È lui. Non accennare ai nostri discorsi. Non lo vedo da stamattina presto. Che cosa vuoi? da un pezzo in qua, siccome son sempre un po’ inquieto quando è fuori,provo una certa commozione ogni volta che rientra. Povero ragazzo! Aspetta un po’; non mi posso tenere dall’andargli incontro. (Si slancia fuori.)

P. (seguitandolo con gli occhi a sorridendo). — Lo chiamaandare! Mi par che sia uncorrere. (Dandosi una fregatina alle mani) Ed è perfettamente illuso il buon uomo. Non ha proprio coscienza di stimarlo di più e volergli più bene di prima perchè.... è ungiovine perduto!

Se ne può parlare pubblicamente perchè è morto. Era un bell’originale. Per esempio, accettava in massima la parte critica della dottrina socialista, e la sosteneva, con grave scandalo dei suoi amici borghesi e conservatori, quasi tutti avanzati negli anni come lui. Qualcuno gli domandava: — Perchè, con codeste idee, non vi dichiarate addirittura socialista? — Perchè — rispondeva — non sono persuaso della possibilità del collettivismo. — E allora — ribattevano — perchè non lo combattete? — Perchè — rispondeva — non sono persuaso che sia impossibile.

Allora saltavan su, accusandolo di contraddizione.

— No, — rispondeva tranquillamente — non son persuaso della possibilità del collettivismo, ma vedo che tutto vi tende, e perciò dubito. — E faceva suo proprio il ragionamento d’un illustre accademico francese, Anatole France, una testa quadra. — Noi possiamo argomentare presso a poco l’avvenire della società da quello checonosciamo del suo passato; argomentare dalle condizioni in cui certi fenomeni sociali si produssero le condizioni in cui si produrranno ancora. Considerando certi ordini di fatti che vediamo incominciare al presente e paragonandoli a certi ordini di fatti analoghi già compiuti, ne possiamo indurre che i primi avranno un compimento simile a quelli che ebbero i secondi. Non si tratta che di «prolungar col pensiero nell’avvenire le curve che si disegnano al presente sotto i nostri occhi». Dove pensate che conduca la curva già percorsa dalle forme del lavoro, dalla schiavitù al servaggio e da questo al salariato? E quella dalla piccola proprietà artigiana ed agraria al capitale industriale? E quella dal riscatto delle servitù feudali al riscatto dei mezzi di produzione? E quella dagli antichi servizi privati agli attuali grandi servizi dello Stato? Tutte queste curve tendono innegabilmente al collettivismo.

— Ma non v’arriveranno mai — gli obbiettavano.

— Non lo so —, rispondeva —; ma d’una cosa son certo: che se non v’arriveranno mai, vi tenderanno sempre. Ora basta riconoscere, e non si può far di meno, che il cammino della società è e sarà sempre diretto verso il socialismo, sia pure per non mai raggiungerlo nella piena attuazione dei suoi principii; basta il riconoscer questo per non potere logicamente esser conservatori quali voi siete. Del socialismo siete avversari assoluti perchè «non prolungate col pensiero le curve dei fatti sociali di cui siete spettatori». Prolungatele, e sarete se non altro giudici più sereni ed equi del movimento presente.

Questo era il fondamento del suo sistema d’idee. E a chi gli diceva che se nella sua classe avessero avuto predominio quelle idee si sarebbe mutato in precipizio il cammino della società immatura, dava la risposta d’un celebre uomo di Stato contemporaneo: — Non lo credete. L’umanità non si lascia far violenza. Essa resiste del pari alla stupidità cieca che le vorrebbe chiudere la strada e all’ardimento incauto che tenta di trascinarla d’un passo troppo rapido sulle vie rischiose dell’avvenire. Essa va lentamente, obbedendo a leggi mal conosciute, ma inflessibili. Essa dispone dei secoli, e noi non abbiamo che un giorno: di qui gli urti fra l’uomo e l’umanità. Tutto quello che per noi è sobbalzo, scossa terribile, perturbazione distruttiva si perde, nell’insieme, in un andamento facile e piano.

Quando sentiva inveire contro gli agitatori, e citare le loro intemperanze e i loro spropositi come argomenti contro le idee ch’essi propugnano, scrollava le spalle. Era insensato, secondo lui, il pigliarsela con gli agitatori delle moltitudini. E pensava anche in questo come un uomo di Stato insigne. Essi operano per impulso di forze che son fuori della loro volontà, nè più nè meno che i governanti, la cui azione è piuttosto l’arte di seguire che quella di dirigere. Per indole possono essere più o meno temperati, più o meno ragionevoli; ma sono perchè bisogna che siano, perchè sono un portato del loro tempo. L’inesorabile legge del mondo vuole che noi non possiamo riuscire a nulla di bene senza far per la via molto di male.

Egli credeva che se di queste verità tutti fossero stati persuasi, tutti i conflitti sociali presentisarebbero stati grandemente attenuati, poichè quella persuasione avrebbe indotto le classi superiori a innumerevoli piccoli atti di condiscendenza, di benignità e di cortesia: di poca importanza ciascuno per sè, ma, nella somma loro, d’un effetto benefico immenso. Dalla mancanza di quella persuasione nasceva, secondo lui, una mala disposizione d’animo, che inaspriva tutte le difficoltà; e di questa mala disposizione egli diceva d’avere una prova nel sentimento che destava in tutti i suoi amici la vista d’ogni moltitudine popolare che passasse per la via, anche col solo intento d’una dimostrazione pacifica. Il loro primo sentimento era sempre di repulsione e d’inquietudine come se in quella folla non vedessero che i suoi peggiori elementi (elementi che in ogni agglomerazione di gente d’ogni classe, in forme diverse, si trovano) e le immagini di quanto di peggio può fare una folla sfrenata. Perchè non ci vedevano di preferenza la somma enorme di lavoro quotidiano, faticoso, tedioso, pericoloso pure, e utile e necessario, che ogni moltitudine di popolo rappresenta, e l’incertezza continua dell’avvenire, e le privazioni abituali, e le mille virtù, che pur ci sono, di rassegnazione, di coraggio, di costanza, di carità famigliare e di sacrificio fraterno? Perchè non pensavano che, sotto l’apparenza del prepotere del numero, quella moltitudine è ancora, nei conflitti sociali, la parte più debole, e quella che più soffre, delle due parti contendenti?

Manifestava pure idee singolari riguardo agli scioperi. A ognun di questi si maravigliava che la prima parola dei suoi amici fosse sempre di disapprovazione. Si maravigliava dell’accusa di«incontentabilità» che essi facevano alle classi lavoratrici in una società dove la più parte degli arricchiti s’affanna e si stronca e si danna l’anima per arricchire ancora. E qual classe sociale, in qualunque tempo, fu mai contenta del proprio stato? E non è il malcontento, congenito all’anima umana, che ha fatto progredire il mondo? Non saremmo ancora allo stato selvaggio se il malcontento universale non fosse? E chi può ragionevolmente, onestamente pretendere o desiderare che la società rimanga immobile nello stato presente? E quanto alla consuetudine, che notava intorno a sè, in occasione d’ogni sciopero, di dar torto ai lavoratori, domandava: — Che ne sapete, nella più parte dei casi? Conoscete la quistione nei suoi dati numerici? In ogni modo, non potete negare che siano in buona fede, perchè non potete supporre che si deciderebbero mai a quel passo se non credessero fermamente di chiedere un vantaggio che si può loro concedere. E a chi gli diceva: — Ma ci son dei giornali del partito che approvano tutti gli scioperi — rispondeva che ce ne son altri, d’altri partiti, che non ne approvano nessuno. E ne citava parecchi in cui, nei vent’anni da che li leggeva, non si ricordava d’aver mai trovato una parola di consenso o di simpatia neppure per gli scioperi ai quali era stata più apertamente favorevole l’opinione pubblica. E a questo proposito diceva uno sproposito inaudito: che, secondo ragione, anche i giornali dell’ordine, quando credevano uno sciopero giustificato, avrebbero dovuto aprire una sottoscrizione per sostenere il buon diritto dei lavoratori. Immaginate, domandava, quanto maggior autorità avrebbe la stampaquando condanna gli scioperi se li aiutasse quando li approva?

Non vedeva però torti ed errori da una parte sola. Biasimava la fungaia dei piccoli giornali, che per insufficienza di cultura dei redattori facevano dell’Idea socialista una propaganda non degna, e quindi perniciosa all’Idea medesima, non foss’altro che per la soverchia presa che offrivano al dileggio degli avversarii. Poi: che i socialisti combattessero il fanatismo e la superstizione riconosceva logico e necessario; ma che mirassero a sradicare ogni sentimento religioso, egli, benchè non credente, giudicava un errore esiziale alla loro causa. Oltrechè il sentimento religioso era radicato nell’animo umano a una profondità a cui la loro forza non poteva arrivare, essi, predicando la miscredenza, alienavano da sè gli animi inclini alla fede, sgomentavano la donna, davano un’arma potente di reazione in mano agli avversarii, mettevano un impedimento di più, e formidabile, sul proprio cammino. Le loro vittorie, in questo campo, non potevano essere che effimere. Ben più avvisati erano stati quelli che, da principio, della dottrina cristiana facevano leva all’idea socialista: la loro propaganda era stata ben altrimenti efficace, in special modo fra il popolo men culto. E così disapprovava nella stampa socialista l’abitudine del linguaggio violento, la quale toglieva forza alla sua parola in tutti quei casi in cui l’indignazione dell’animo e la violenza del linguaggio sono giustificate, e non lasciava distinguere alla moltitudine le menti culte e forti, che pensano e ragionano, dagli spiriti leggeri, in cui la passione nasconde il vuoto delle idee e l’assenza della logica; nonsolo, ma dava modo a questi di prevalere. Quella violenza abituale, a suo giudizio, eccitando gli animi oscurava le intelligenze, radunava intorno all’Idea ire fugaci, ma non coscienze ferme. Chi si fa più ascoltare non è chi grida; lasciando che a gridare non si regge un pezzo. La vera forza è nel ragionamento tranquillo e lucido. Egli avrebbe voluto che la stampa socialista desse l’esempio della dignità e della correttezza: parlando più dall’alto si sarebbe fatta sentir più di lontano. E lo diceva ai pochi amici che aveva da quella parte. Disse una volta a uno: — Dici delle cose giuste; ma urli come uno che sappia d’aver torto. — E a un altro, che in occasione d’uno sciopero raccomandava la calma: — Come vuoi che sia calma oggi della gente che tu ecciti tutto l’anno?

Parlava spesso dell’educazione del popolo. Una volta, in un crocchio, fece una tirata curiosa contro un tale, che aveva lanciato nella discussione, come argomento decisivo: — Il popolo non è educato. — Conosco — disse — una sola arguzia del generale Boulanger, che mi pare felicissima. Egli scrisse: — Sento sovente padri e madri trattare i loro figliuoli di maleducati, e in questo hanno pienamente ragione. — Male educati, sì; ma da chi? Così si può dir del popolo. Che avete fatto, che fate per educarlo? Gli danno esempio di moralità le classi superiori corrotte, affamate del superfluo quanto i poveri del necessario? Gl’insegna la dignità e la moderazione il Parlamento? E la fede nella giustizia la Magistratura? E il culto degli Ideali la Borsa? E come gli potete rimproverare la mancanza di quell’istruzione, di cui tanti di voi hanno paura? E vi par proprioche egli non sia all’altezza dell’insegnamento primario che gli date? Che cosa fate per distruggere in lui la superstizione che sterilizza ogni buona sementa? Che cosa fanno per lui gli scrittori? E i grandi giornali, diventati oramai la letteratura della Corte d’Assise, non più divulgatori soltanto, ma illustratori amorosi dello scandalo e del delitto? Che fate voi individualmente, nei vostri contatti fortuiti o abituali col popolo, con cui non v’intrattenete che per necessità, e il minor tempo possibile, come se parlaste due lingue diverse? E questo per qual ragione se non perchè vi trovate a disagio con lui, sentendo di non aver autorità d’insegnargli nè di promettergli nulla di buono e di credibile?

Più spesso esprimeva il suo pensiero in forma epigrammatica. A un amico ricco, che gli voleva dimostrare inattuabile l’Idea socialista perchè fondata sull’ipotesi di virtù collettive impossibili, disse: — Sta bene; ma è proprio questa la ragione per cui combatti quell’Idea con tanto calore? Io ti faccio la famosa ipotesi del Rousseau. Se tu potessi, alzando un dito, creare istantaneamente nel tuo paese lo Stato socialista, con tutte le virtù civili che esso richiede, con tutti i beni che ne deriverebbero al maggior numero e col danno che ne seguirebbe ai tuoi interessi privati, alzeresti il dito? Sii sincero. — L’amico rimase un momento sconcertato; poi rispose: — Sì! — E lui: — Ah, che brutto viso hai fatto, se ti vedessi nello specchio! Ebbene, io son più sincero di te: io non so se avrei la virtù di far quell’atto. — E quella sincerità tolse all’amico il coraggio di ripetere la sua affermazione.

Anche scherzando soleva affermare la sua fedenell’avvenire. — Socialisti, conservatori, retrogradi — diceva — siamo tutti come gente affollata sur una di quelle strade mobili di Nuova York, che scorrono fra le case come fiumi. I socialisti possono dividersi e azzuffarsi fra loro, gli altri star a sedere, o dormire supini, o camminare a ritroso della direzione della strada; ma tutti insieme vanno avanti per forza. Per questo io non me la piglio neanche col più arrabbiato nemico d’ogni idea nuova. Dico tra me: — Poveretto! Non se n’accorge, perchè cammina col viso voltato indietro, come quei dannati di Dante che si piangono sulle natiche; ma va innanzi anche lui, come tutti vanno.

A un socialista che diceva: — Il socialismo trionferà perchè è la Giustizia! — rispose: — Che idea stramba! Trionferà l’interesse del maggior numero, e sarà bene; ma trionferà non perchè sia giusto, ma perchè avrà con sè la forza, che ora gli manca: l’istruzione, l’educazione, la disciplina. Non c’è ragione al mondo per credere al trionfo della Giustizia, perchè gli uomini non saranno mai più giusti di quello che son ora. Stareste freschi, compagni!

Scherzò in questo modo fino ai suoi ultimi giorni. Quando era malato grave, e lo tenevano in vita con l’ossigeno, una sera chiamò improvvisamente i parenti e gli amici, che stavano rosolando il socialismo nella stanza vicina, a bassa voce, ma non tanto ch’egli non sentisse; e disse loro, respirando a fatica: — Prolungate.... prolungate....

Quelli diedero subito mano all’imbuto dell’ossigeno, credendo ch’egli volesse dire: — Prolungatemi la vita; — ma il malato, respingendo l’imbuto,soggiunse con un leggero sorriso —: No.... prolungate le curve....

Fu l’ultimo consiglio politico che diede alla sua classe.

Curiosi furono i giudizi che diedero di lui i parenti e gli amici dopo la sua morte. — Un galantuomo, in fondo; ma aveva delle idee così strane! — Un po’ squilibrato, ma buono. — Un uomo d’ingegno e di cuore; ma di quelli che, se fossero in molti, sovvertirebbero il mondo. — Giudizi che provano quanto sia difficile il far con la mente nell’ordine dei fatti sociali quello che è così facile il far con la mano sopra un foglio di carta: prolungare delle linee curve.


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