CANTO DUODECIMO.

Così dicendo il Pellegrin, la terraBellicosa lasciava; e, la commossaAlma schiudendo a la serena luce,Che da l'italo ciel l'Arte diffonde,S'avvïava colà dove tra' fioriGareggian di beltà le Grazie etrusche.

Ben avverso alle Grazie e al Bello in iraVive, Italia, colui che, su l'ingordeArche seduto, in tuon lugubre intuonaL'epicedio de l'Arte! Ignaro, al certo,Fra la plebe ei si aggira, e mai non poseL'orma su queste etrusche inclite rive,Dove tanto su l'Arno arde e sfavillaGlorïoso splendor, qual mai non ebbeNe le trascorse età. Quante su l'orloD'un angusto, ritondo orcio, che abbondaAl sol d'agosto il liquefatto miele,Con smemorato ardir giran le mosche;E altre ronzan d'intorno impazïentiDel ghiotto cibo, altre sparute e graviStrascinan le inveschiate ali pe'l vase;Tanti, e con simil ressa, a l'Arno in giroStanno gl'itali genî; e qual più vivoDel toscano Ippocrene il fonte attinge,Quel sentirà qual siero entro ogni venaScorrere il sangue, e tramutata in latteDolce fluïr del fegato la bile.O arëopago de la patria, o illustriApostoli de l'Arte, io vi saluto;E tu accogli il mio culto e il canto mio,Città sacra del fior! Chè se ancor viveEntro a l'itale carte un qualche suonoDe la celeste melodia, che correSpontanea al labbro de le tue fanciulle;E s'han grido finor le verecondeMuse d'Italia, a te dobbiamo il vanto,A te il pregio, a te il nome. Aspre e robusteProli, de l'opre e de le pugne avvezze,S'abbian Adige e Po; s'abbiano industriColòni e pingui campi ed auree mèssiLe contumaci al culto arduo del belloSicule piagge, ed a l'ignobil remoSudi il Ligure audace: a voi, d'EtruriaMorbidissimi figli, unico vantoSia la storia dei padri, e pregio intattoLa lingua! A noi diseredati ed orbi,A cui nascendo non ombrò le fasceLa gran torre di Giotto, a noi, se prudeAlcun genio villano entro al cervello,Altra via non rimane, altra salute,Che mendicar dietro al vostr'uscio il tozzoDe le vostre merende e qualche cencioDe la vostra di frange auree guernitaDucal librèa. Qual poverame abietto,Che per entro a l'altrui vigna, tremanteDopo il ricolto a raspollar sen viene,Noi veniamo tra voi, nudi e digiuni,Cui l'avara fortuna ibrida e grezzaAssentì a mala pena la parola,Duro e barbaro gergo, atto a faticaA dir del male ed a non esser muti.

Ma qual prima dirò, qual dirò poiDei luminari, ond'ha corona e luceIl sacro italo ciel? Seduti in giroNel tempio accolti d'una Grazia etrusca,Come in magico specchio, ecco, me l'offreLa mia povera Musa, a cui vien datoVarcar la soglia del gentil recinto.E qual solerte domator, che spieghiDe le belve guardate entro a' serragliLa specie varia e 'l soggiogato istintoE i costumi e le patrie: a bocca apertaStan gli attoniti astanti; in simil guisaDirò dei genî, ivi in gran folla accolti,Le fogge, il favellar, gli atti, la fama.

Splende fra le notturne ombre l'augustaMagion sacra a le muse; e avviluppataNegli ampî giri de le sue pellicceSiede l'inclita Egeria, ella, a cui dànnoEquivoca canizie e senno argutoLe gazzette e la cipria. Ebbe un dì careLe colombe di Pafo, e la furtivaOmbra dei mirti e il sacro Erice tenne,Finchè piacque a Dïona; or de le austereOpre di Palla si compiace, e amicaSpira gli auspicî ai non vulgari ingegni.Tien cospicuo al suo fianco il loco primoL'Eroe ch'io canto. A mortal petto ignotiErano i casi suoi; bizzarre e straneFavole il rivestían: dicean, che avesseCon sotterranei spirti intelligenza,E che al suon de la sua voce non fosseOmbra antica di sofo o di poeta,Che dal ciel non escisse o dagli elisiA picchiar le vocali assi e l'arcaneMagiche tavolette, e dar responsiChiari e veraci agli ammirati astanti.Pavide e curïose a lui d'intornoS'affollano le dame; e tu superbaDe l'altera parola anche ne andasti,Pallida Elëonora, a cui non unoDei gelosi misteri Iside asconde;E voi pur del gentil sesso custodi,Antigone e Sofia, che, a le tiranneVelleità d'un ispido maritoRubellando la fronte, al dispregiatoTalamo nuzïal non inchinasteL'altero grembo al solo Ver dischiuso.—E che? l'ultima grida; a noi sul voltoSi chiuderanno ancor l'aule di Temi?Sul nostro crin splender non dee giammaiL'inclita bacca dottoral? Giù alfine,Giù alfin la benda obbrobrïosa e nera,Cui di pudor mal diede pregio e nomeL'astuta crudeltà del sesso ostile.Nostra è l'età, nostra la terra, è nostroL'avvenire dei fati! Al cesto, al corso,A la lotta alleniam le membra ignude:Solo è libero il forte. Altra il sen porgaA l'esoso lattante, e il tergo inchiniAl feroce baston del suo tiranno:Madre sarà di servi. A noi, del mondoParte migliore, opra miglior si addice:Femmina è la virtù, femmine sonoA par de la beltà l'arti e le muse!—Tacque, e fêr plauso ai generosi accentiLe dame tutte e i cavalier. Tu solo,Pensieroso Macrin, dal cor profondoUn sospiro traesti, e, la sparutaFaccia e i mïopi volgendo occhi, guernitiDi doppie lènti, a la soffitta avversaIl ciel cercasti, e ti piombò su'l pettoTutta la gran pietà d'esser marito.Degli aurei modi del toscan sermoneGran maestro è Macrin: spruzzato il fronteDe le linfe de l'Arno in San Giovanni,Tutti ei conserva ne la ferrea menteGl'invidiati lepori, e non soltantoL'arguto frizzo e la condita burla,Che scoppietta su'l labbro a la rubestaCiana camaldolese e l'aureo favo,Che amor porge furtivo a l'improvvisoStornellar degli amanti; anche le vieteVenustà di Cavalca e di GuittoneCon lungo studio egli pilucca e serba.Tal l'industre formica al sole estivo,Tratti per lungo tramite, riponeNel ben cavato asil bricioli e micheCon previdente ingegno, paürosaDe l'inope vecchiezza; o tal nei sordiScrigni rammassa il trepidante avaroNon pure ampio tesor d'oro e di gemme,Ma di rotti serrami irrugginitiE di chiovi e di cenci e di ciabatteNel cupo cassetton gran copia asconde.Di simile ricchezza adorno e pagoVa per le vie Macrin, lungo, dirittoQual sciorinata al sole entro la madiaBen tagliata lasagna; ed ai trofei,Che a lui su'l crin l'astuta moglie appende,La gloria aggiunge d'emendati testi,Di compilate moli e di comenti:Filologico mostro, al qual s'inchinaNon sol l'ingenuo scolaretto, a cuiImprime nel seder tropi e figureCon la sferza eloquente il pedagogo,Ma quanti son da Susa a LilibeoDe l'italo sermon cultori e amici.

Ma chi è colui che truculento e instabileOr da l'un fianco ed or da l'altro volgesi,E scuote il capo ed agita la zazzera,E in cambio di parlar gestisce ed ulula?Demagogo e poeta ei tempra il filoDe la republicana ira a la coteDe l'appetito, e il giambo archilochèoSpilla al vinifluo doglio, unico olimpo,Da cui la sua spennata aquila avventaI fulmini de l'estro. A lui da latoNel seggiolon che di sè stesso inzeppaPosa Moron: rubizza e pettorutaMole, a cui da l'aprico orbe del visoRaggia il fulgor di un cartellon francese.Al picciol fronte, ai cheti atti, al serenoRiso, al voluttuoso occhio natanteTra il vino e il sonno, tra il demonio e Dio,Frate il diresti, e forse il fu. Qual suoleAl tronco d'un'altera arbore, o ai fianchiD'un illustre castello arrampicarsiCo' torti rami la paffuta zucca;Fatta superba de l'aggiunta altezzaGl'indiscreti rigogli intorno spande,E, guardando le magre erbe da l'alto,Scorda l'umil radice e al Sol rosseggia;Tal di Dante a la vasta ombra sedutoSua fama impingua il chiosator Morene,E la frase imbroccando e il verbo e il nomeDel poema divin, lancia d'intornoTal furia di cementi e di saliva,Che scrocca il plauso al sonnecchioso astante.

Nè te lascia la Musa, o multiformeDelio, a cui da le labbra, ampia e diversaCopia di celie e di saver discorre.Vedilo: come a l'agitar del vaglioVa saltando qua e là l'arido cece,Così da la balzana indole spintoTra la folla ei s'aggira, e quindi e quinciMotti e sogghigni ed aforismi avventa.Smettete, o voi che sovra illustri carteVi state a logorar l'ingegno e il tempo,Perchè a l'arte natía decoro alcunoE al viver vostro un qualche onor mai vegna:Così agli astri non vassi! A voi maestro,A voi speglio costui, che la mordaceAlma e il saper ne le gazzette attintoRivende a le gazzette un tanto il braccio.Inchinatevi a lui! Non che a sè stesso,Gloria perenne a chi gli par procaccia:Oracolo solenne, al cui responsoLa dotta greggia de le vie s'inchina;Ampia ruota che gira, e stride, e schiacciaLe perle a terra, e lancia a l'aria il fango.Ungete, ingegni sconsigliati, ungeteLe carrucole a lui: propizio numeEi sorride a chi l'unge. Opra è da stoltiVenir seco a tenzon; più stolta impresaAi dardi di costui non dar più ascolto,Che dar si soglia a le zanzare estive:Son mortali i suoi dardi! E tu il sapesti,Tu, più ch'altri, il sapesti, o amato capoDi Dall'Ongaro mio! Nè ti fu scusaL'anima intemerata e il pronto ingegno,A cui tutte arridean le grazie amiche,Nè la virtù di peregrini affanniSaldamente sofferti e la tranquillaCustoditrice d'onorati pettiCandida poverezza e il crin canuto!Ben di fallace illusïon maestraTi fu la sconsigliata Arte, se ardíaNei lunghi giorni de l'oscuro esiglioPersüaderti una speranza, e al focoDegl'itali trïonfi accender tantaGiovinezza di carmi entro al tuo petto;Nè ti dicea, che di venali incensi,Non d'ingenue virtù, non d'animosiSpregi usar dee chi vuol propizio il mondo!Però a l'assiduo flagellar di amariScherni cadevi; e se a l'ingegno invittoL'attico riso concedean le MuseFino a l'ultimo istante, ingorde arpíeIr vedesti e redir sul tuo morenteCapo, e la gloria insidïarti e il paneDei cari orfani tuoi! Su la tua fossaLa derelitta famigliòla or piangeMiseramente, nè le vien confortoDal tardo onor che al nome tuo si rende.

Or tu da quel romito angolo oscuro,Gangetico Assalonne, esci, e la tuaPatetica parola ai salutariSbadigli i labbri e gli occhi al sonno inviti.Dal curïoso sguardo dei profaniUn umile pudor forse t'esclude?Virtù di debolette alme è il pudore,E non solito a te. Nè, se arruffataSu le groppe rachitiche ti ondeggiaLa popolosa zazzera, nemicaDi baveri non unti e di severiPettini; o a mala pena entro al rapatoAbito puëril movesi il pettoStento e gli attratti gomiti, indulgenteMen ti sarà chi l'alte doti apprezzaE de l'oppio e di te. Proprio da sciocchiÈ il dar fede al parer: tal, che a l'aspettoSembra leone, asino è all'opre, e tanti,Che l'improvvido volgo aquile estima,Son, se provano il vol, men che tacchini.Qui non regna la plebe; e qual tu sei,Quel che vali e che puoi san tutti a prova.Quanti mai sparge rami a l'aria immensaDe l'umano saper l'arbore augustaTutti hai tu ne la mente: arca infinita,In cui, ridotta in pillole e in pasticche,La densa folla de l'idee si pigia.Terra e gente non è specie o favella,Che arcani abbia per te, cosmopolitaCamaleönte, che, di tutti a un tempoRitenendo, esser puoi tutti e nessuno.Ed ecco, or con meschina ala ti aggiriCarezzevole intorno, or con obliquoSerpeggiamento insinüar ti piaciEntro a' facili cori il tuo veleno;Or con voce melliflua a le tue reti,Erudita civetta, i merli attiri,Or, mutato ad un punto in cinguettieraGazza, i nomi più vili a l'aura canti.Tu, Catone d'un dì, spregiar sai l'oroCon tragico cipiglio, e tu con furbaDocilità di vertebra e d'ingegnoL'altrui scale affatichi e l'altrui tasche;Oggi con infantil garbo a l'orecchioD'un'aërea beltà beli il sonettoSentimental, doman, fatto più saggio,Entro uno scrigno d'òr fabbrichi il nido.Ma chi tutte può dir le peregrineDoti, per cui, Proteo novel, tu cangiCo'l mutar d'ogni dì forme e colori?Chi l'operosa, infaticabil fonte,Per cui, senza invocar madre Lucina,Puërpera ogni dì s'alza la tuaDïabetica Musa? Alcun per fermoDir non saprà, ben che sia noto a tutti.Sorgi adunque, e t'appressa; e s'alcun mai,Dal serpeggiante tuo venire illuso,Oserà alzar, per calpestarti, il piede,Lascial, dirò volgendo il guardo altrove,Benchè sia serpe al cor, donnola è al dente.

Ma son costor le stelle tutte e i Soli,Che ad onor de lo strano Ospite accolseDentro al suo tempio la gentil Carìte?Così non piaccia al dio, che l'arte e il nomeD'Ausonia ha in cura! Fra cotanta luceNon splende Olimpio ancor, colui non splende,Che, la fiera spregiando arte dei padriChe tutta chiusa nel vergineo peploRigida custodía l'are di Vesta,Una discinta Maddalena adduceA susurrar detti svogliati e straniPer le tiepide alcove, o a tesser balliVertiginosi fra le nubi, e un'ondaVersar quinci di nenie e di sbadigliSopra a le folleggianti anime umane.Ecco, ei viene, ei risplende. Altero e belloNe la modestia sua con misuratoPasso s'inoltra; e, benchè svelto e lieveScivoli sovra i piè, pur non sostenneL'arguto calzolar, ch'ei non procedaSenza un qualche rumor; però ch'ei volleSotto al tornito stivaletto, a cuiRòdope stessa invidierebbe, un nidoPorre di crepitanti e scricchiolantiGenî, che possan dire anco ai lontani:Ecco il nume, adorate! In simil guisaDa l'Olimpo al boscoso Ida veníaIl saturnio signor, quando a l'incontroDolce ridente gli schiudea le bracciaLa placata consorte, e sotto al passoGli stridean le selvagge aquile e il fascioDei serpeggianti folgori. A la sogliaFermasi un tratto; la sottil mazzettaPalleggia, ed il sereno occhio d'intornoMuove in cerca di lei, vergine o sposa,Donna o dea, ch'ai suoi lauri un qualche intrecciGentil fior di pensiero, e stilli unguentiSopra le nevi del ben culto crine.Bice è là, che l'attende: ecco, si spiccaDal picciol crocchio de le sue compagne,E gli muove d'incontro e gli confidaNel morbido candor del niveo guantoLa voluttà d'una manina ignuda.O felice costei tre volte e quattro,Che con l'aëreo balenar d'un castoLanguidissimo sguardo, o co'l profumoD'un sospir ventilato in su la cimaDel piumato ventaglio apresi il varco,Non agevole invero, ai luminosiEstri di tanto vate! Oh! lei feliceE invidiata a buon dritto! Inutil pompaD'ottuse forme e di bustin ricolmoElla, è ver, non ostenta: ignobil doteDi vulgare beltà sien le ritondePolpe e l'adipe osceno, irriguo ai salsiSudori, e immane, o Dio, carcer de l'alma.Ricchezza unica a lei sia la divinaTrasparenza del corpo e i delicatiQual fil di gelsomino arti e il languenteCollo e le braccia cascanti. Qual faceChiusa dentro a dïafani alabastri,L'alma in lei splende; e simile a canoraChe si pasce di brine aurea cicada,Le vaporose fantasie deliba,Che dal plettro gemmato ad ora ad oraMollemente deriva il suo poeta,Poeta a un tempo e cavalier. Sui molliTappeti, ai piedi de la sua regina,Spesso ei numera in pianto i suoi pietosiNunzî di poesia primi vagitiE i suoi gesti e i suoi cenni, unica scolaAi protervi nepoti. Ella, commossaDa l'ardor dei civili estri, i socchiusiOcchi gli volge; e se ne le divineEstasi le sottili in su la fronteLabbra gli posa, e di cinabro tintoCader si lascia un indelebil bacio,Dilungate di là, Momi impudentiDai mordaci sarcasmi, e non osateDar condito di burle al vulgo iniquoIl mister di quei petti: a completarsiTendon l'alme per fato; e chi no'l credeNe dimandi a Platon!Ma oscuro e mutoSui soffici divani a poltrir forseVenne il divo cantor? Tolgalo il castoSenno di lei, che è sol suo studio e vanto!Ai secreti colloquî, ai vaporosiVeleggiamenti dei verginei ingegniSerban le Grazie altr'ore: aman gli opachiVetri le Grazie e le socchiuse imposte,Da cui, non dispregiato ospite, il soloProfumo entri dei fiori, e a cui dan veloCon fantastici giri i rampicantiConvolvoli azzurrini e l'ampie tendeNon indocili a l'aure. Ora è codestaDi saëttar co' glorïosi raggiGli sparsi in quella sala astri minori;Ora è d'aprir con l'armonia dei versiLa rigid'alma del più rio marito.Come soglion d'intorno a un'iridataBolla, che con sottil fiato da l'altoDel suo balcone il fanciullino espresse,Correre ed affollarsi e spiccar saltiGl'irrequieti monelli; e mentre incertaPende quella su l'aëre, e al Sol si pingeDi tremuli colori, impazïentiLanciano i berrettini, e fanno a garaA chi primo l'aggiunga; in simil guisaCorsero tutte, e s'attruppâr d'intornoAl tonante cantor damine e spose.Ecco, egli accenna, ei legge; attenti, udite:—Egli ed ella eran due! Qual fulminatoArcangelo superbo, orribilmenteMugghiava per la torva aere sanguignaUn moribondo temporal. Dai mestiPertugi de la terra ad uno ad uno,Siccome frati ch'escon salmeggiandoDa le pallide celle, uscíano i funghiAnnusando l'autunno; e, co'l volubileMappamondo a le spalle, in simiglianzaDi pellegrini piccioletti Atlanti,Le bavose lumache ardían mostrarsiSaettando la corna. Essi eran soli!Eran soli a mirar le rubicondeAgonie d'un tramonto. A passi lenti,Per la morte del Sol vestita a brunoLa sonnambula Notte discendeaPe' gradini de l'etra, e mille e milleAngeletti lumaj davan la luceAi fanali del ciel. Sotto i gigantiRami d'un eucalipto, immenso figlioDe l'australiche selve, in su le barbeDei vellutati muschi e dei licheniLa giovinetta si assidea, struggendoLe delicate fibre e gli otricelliDel monocotilèdone embrïoneD'una dïoica pandanèa. Le bracciaDistese Arrigo, sospirò, fu sua!O poverella ardita, o mendicanteRegina, o musa mia, sorgi dai tuoiPapaverici sonni, e dimmi quantaFebbre di voluttà bruciava i pettiDi quei lieti accoppiati, e i lampi e i tuoniDei sorrisi e dei baci e la battagliaDegli eccitati muscoli!—Un solenneScoppio di plausi e di femminee vociL'aurea sala echeggiò; dal sonno scossoMoron sorge, ed applaude; altri in disparteCon la bile sul labbro e il guardo a sghemboDà il galoppo a l'invidia; il naso arriccia,E fa il greppo Macrin; pago e beatoL'apollineo sudor terge, e carezzaGli attorti baffi il morbido poeta;E, sprofondato ne la sua poltrona,Scrollando il capo il Pellegrin sorride.Mosso poi da un mordace estro di sdegno,In piè levossi, ed esclamò:—La voceDegli spiriti or s'oda; a me gli usatiAlfabetici segni e le canoreAssi da cui, se tanto pur siam degni,Del gran padre Alighier gli accenti udremo.—Disse, e al cenno d'Egeria una ritondaTavola fu recata, a cui dei quattroBen atti piedi, che le fan sostegno,Uno ha tanta virtù, che al flusso occultoDei magnetici spirti agile e destro,Più del pensier degli ammirati astanti,Scerne le note, ed il responso appresta.La mirò, la tastò con le gagliardeNocche l'Eroe da tutte parti, e quandoL'ebbe assettata su le cifre, entrambeVi sovrappose con mirabil ritoLe aperte palme, e simulando un sensoDi riverenza e di paura in volto,Vi fisse il guardo, ed invocò. Già scricchiolaIl fatidico legno; un dopo a l'altroS'odon tre picchi; come Tiade invasaDa la furia del nume, or quinci or quindiIl sonnambulo piè lanciasi in volta,Nota i segni soggetti, e sbalza e sguisciaRatto così, ch'occhio o pensier no'l segue.Tace alfine, e s'arresta; attenti, immotiPendon tutti d'intorno; ecco il responso:—Chi da le sfere luminose, ov'ioLibero spirto in grembo al Ver mi eterno,Mi richiama al fatal lido natío?Ben giunse a me nel mio loco supernoD'Ausonia il grido e il rimbombar de l'armi,Per cui perfetto il pensier mio discerno.Levai sdegnoso dai funerei marmiL'onorato mio capo, e a le pugnantiSchiere in mezzo piombai co'l brando e i carmi.Oltre l'alpi esulâr monche e tremantiLe teutoniche belve, e il profetatoVeltro regnò su' ceppi e i troni infranti.Entro a l'are venali imprigionatoUrla fra tanto il traditor Giudeo,Che a' danni nostri ed a l'insidie è nato;Ma a l'onte occulte e al macchinar suo reoSplender più bello e star più saldo io miroSolo un vessil da Susa a Lilibeo.Pur, se a l'itale muse il guardo io giro,Tanta di lor m'assale ira e vergogna,Che in volto avvampo, e dentro al cor sospiro.Qual mendica erra; qual vaneggia e sogna;E qual de l'Istro o de la Senna impuraL'onda attinge, e le sue membra svergogna;E mentre una s'insozza e si snatura,L'altra oziando sbadiglia; onde ai lor danniStride lo scherno, e il freddo oblio congiura.Or leva, o genio mio, leva i tuoi vanni,E tal su'l capo lor fulmina un telo,Che la memoria sua viva negli anni.Mostro vien fuor da l'iperboreo gelo,Che la diva stuprando Arte dei suoniD'orrido strepitío streper fa il cielo;E strepitando in strepitosi tuoniStrepita sì, che a nostre orecchie offeseSembran dolci armonie bombe e cannoni.Già si affaccia, già invade il bel paese:Fuggon le Grazie; e n'han dal ciel spaventoL'angelo di Catania e il Pesarese;Ma chi il senso de l'Arte in petto ha spentoE ferrea l'alma e assai più ferrei orecchiCatechizza le turbe al gran portento.O tu, se il genio tuo mai non invecchi,Vivo onor di Busseto, a l'empie gridaPiegherai l'alma, e fia che in lui ti specchi?Sorgi; a l'antica melodia confidaGli estri, ond'uomini e tempi animi e crèi,E lascia i dotti ragli al nuovo Mida!Nè fia che in voi non vibri i dardi miei,O de l'onnipossente Arte dei carmiSacerdoti non già, ma Farisei.Sento tra una venal turba chiamarmiChi d'alma vuoto e d'onestà digiunoLibertà grida, e il vulgo aízza all'armi;E chi in aspetto di plebeo tribunoGiambi saetta avvelenati e cupi,E fuor di sè non trova onesto alcuno:Idrofobo cantor, vate da lupi,Che di fiele brïaco e di lièo,Tien che al mio lato il miglior posto occùpi,E veggio lo svenevol cicisbèo,Che, d'ingegno ventoso e di cor frollo,Gratta la cetra in suon di piagnistèo;E, incipriato le chiome e torto il collo,Co'l ciglio imbambolato e il guardo losco,Va a confettar gli stronzoli d'Apollo.E tu chi sei, che chiudi il viso foscoNe la larva di Plauto, e stenti e sudiA condir vuote ciance in sermon tosco?Ben altri stenti omai, ben altri studiChiede Talía, che infarcir motti e scedeScevri di senso e di pudore ignudi.Più d'una gazza razzola al tuo piede,E manda il nome tuo da Battro a Tule,Te proclamando di Goldon l'erede:Gracchiano al vento come immonde sule,Che di grida scomposte il ciel fan sordo,Se han pinzo il ventre e molle il gorgozzule;E tu di lauri e di nastrini ingordo,Qual verme che si pasce in suo pattume,Tanto sei fatto omai cieco e balordo,Che ancor bianca la voce e il mento implume,Piantando il pedagogo a mezza via,T'alzi a maestro di civil costume.Torna, o stolto fanciullo, alquaree alquia,E, se granel di sale anco ti resta,Pulisci il socco, e rendilo a Talía.V'è chi avendo di liti un guazzo in testa,E faría meglio a strombazzar pe' trivi,Calza il coturno, e le ribalte infesta.Strillan le maghe; corre il sangue a rivi;Surgon spettri e vampiri; urlano i morti;Vivi i fantasmi son, fantasmi i vivi.Pugne, stragi, rapine, incendî, aborti,Suon di catene, parricidî, incesti,Orgie d'alme e di carni e fusi torti,I reconditi intingoli son questi,Per cui Melpomenèa briaca e pazzaFa che gli spettator rimangan desti.O di zebe e di buoi stupida razza,Se pur fra tante teste avvi un cervello,Quel beccaio urlator cacciate in piazza!Chè s'ei dona al suo genio altro rovello,Per far la scena a voi stessi più viva,Al collo vostro appunterà il coltello!E tu d'irti istrïoni orda cattiva,Che vendi e insozzi il sofoclèo coturno,E vai d'oro superba e d'onor priva,Smetti il traffico vil, per cui l'eburnoTrono de l'Arte e i sacrosanti altariCovo son fatti a fornicar dïurno.Varcan per opra tua montagne e mariLe più turpi di Gallia ibride Muse,Che lor facil beltà dan per danari;E involgendo la colpa in auree scuse,Coronando di fior chimere e mostri,Scroccan l'applauso de le turbe illuse.Stolte! nè san, che da quei sozzi inchiostriSpandesi intòrno sì mortal mefíte,Ch'alma e braccio prostrando ai figli nostri,Li farà indegni de le glorie avite!—

Tal suonava il responso. ImpallidîroDonne e poeti, e si guardar negli occhiIrrequieti, silenti. Arse di sdegnoL'altera alma d'Egeria; arse pur ellaLa florivola Bice, a cui la puntaDe la mal tollerata ira risvegliaLe isteriche trambasce e invola i sensi;Arser su tutte inviperite e fiereAntigone e Sofia, coppia gemellaD'emancipate amazzoni. RibolleNe le lor vene il maschio sangue; in fronteDe l'audace Stranier figgon gli sguardiSinistramente; e certo avrían quel giornoD'un gran fatto illustrato il nome oscuro,Ove Olimpio non era: ei le contenneSubitamente, e con gentile e arditoPiglio di paladino: A me si addiceLa vendetta, esclamò. Volse lo sguardo,Così dicendo al Pellegrin, che mutoFra cotanto armeggiar d'ire e di accentiDel suo fiero sermon godeasi il frutto.Poi replicò:—Lo spirto e la parolaDe l'Alighier qui non si udì: mentiteVoci dal labbro di costui dettavaLa rea calunnia ed il livor codardo!—Balzò a quel dir l'Eroe. Pari a ringhiosoStuol di mastini, che, a un rumor lontanoDesti tutti in un punto a la tard'ora,Uggiolando prorompono a la siepeDel custodito pecoril: l'un l'altroS'aízzano co'l grido, e, a lo sbarratoLimitare avventandosi co' morsi,Raspano il suol rabbiosamente; alloraCh'odono del pastor la voce e il passoSi ramansano a un tratto; penzoloniGittan la coda, spianano le orecchie,E muti, muti acquattansi; in tal guisaAl sorger de l'Eroe tacque l'improntoBisbigliar degli astanti; e con furtivoPavido sguardo e con moto conformeI suoi sguardi, i suoi moti ognun seguía.Ei favellò:—Qual che tu sii, nè al certoD'infamia o loda il nome tuo fia degno,Stolte parole or proferisti. Hai vôtaAlma e cervel gonfio di fiabe, ed altroChe inutil fiato il labbro tuo non mette.Di mutue lodi, e di vulgari incensiPago tu vivi, e teco il gregge: ingratoPerò il vero a te suona, a te che l'arteE la natura e te stesso mentisci!—Non si contenne a tal parlar superboL'offesa alma d'Olimpio, e:—Il nome mio,Gridò, il saprai, ma con la spada in pugno,S'hai fermo il core, e cavalier tu sei!—Disse, e come a la cheta ora del vespro,Se a' bruni aranci del giardin, da cuiPendon purpurei ed odorati i pomi,Cantarellando una canzon t'appressi,Odi tosto un frusciar d'ali e un pispiglioDi furbi passerelli a fuggir lesti;Così d'Olimpio al favellar si svegliaSordo intorno un susurro: e chi gli audaciSensi condanna; chi l'ardir ne loda;Chi la gagliarda valentía n'esalta;E ognun gode in cor suo, che il novo eventoNova materia a favellar gli appresti.Tu sola dal profondo animo gemi,O dïafana Bice, e a lui d'intornoTrepidante ti serri, e invan ti adopriDal destinato petto a svolger l'ira.In sua tranquilla maestà spartanaEi si parte da te, ma non sì lestoDa non udir queste parole acerbeChe gli gitta l'Eroe:—Gonfia a tua postaDi sonanti minacce il dir tuo folle,O menestrello paladin: non uno,Ch'abbia intera la mente e sano il core,Dirà men vero il mio parlar; t'indossa,Se pur lo vuoi, maglia e lorica, e al filoD'un sordo acciar la tua ragion commetti,Ragion degna di ferro; io, finchè splendaAgli occhi il Sole e a questa mente il Vero,Ragiono e vinco, e i pari tuoi disprezzo!—

Lucifero giunge in Roma.—La breccia di Porta Pia.—La festa del Colossèo; durante la quale ascolta l'Eroe alcune voci misteriose.—Voce di Ebrei.—Voce di Numi.—Voce di Sacerdoti.—Voce di Santi.—Voce di Diavoli.—Voce del Tevere.—Voce della Savoia.—Voce della Corsica.—Voce dell'Istria.—Voce di popoli slavi.—Voce della Germania.—Spavento dei beati alla nuova che Lucifero è in Roma.—Santa Caterina da Siena, rimproverandoli acerbamente, si offre di scendere in terra e di piegare con la sua eloquenza il nemico.—Iddio, benchè dubbioso del buon successo, glielo accorda; e, mentre ella si dispone a partire, Santa Teresa dà scandaloso spettacolo della sua pazzia.

Poichè avvolse così d'alti dispregiLe parole d'Olimpio e il reo costume,Che risibil comporta il secol nostro,L'auree sale d'Egeria e le tranquilleSedi d'Etruria abbandonò l'Eroe;E a te si volse, o del suo cor supremoDesiro e dei suoi passi ultimo segno,Tiberina città, che tutta chiudiDel popolo latin l'anima e 'l fato.

Date querce ed allori a le recentiBrecce di Porta Pia, date coroneAl Sabaudo Monarca, itale genti;E custode di lor l'inno risuone,Che diêr braccia e pensieriE la vita al grand'uopo! Are son fattiLi trafficati e neriTempli dei dieci colli,Cui geme al piè, d'onta e di rabbia tinto,Chi al ciel serva la terra, e a la codardaFede contenne il Pensier divo avvinto.

Saldo negli anni, occultoNe l'ombra e tutto cintoD'armi e d'insidie, il piè dentro al profondoPetto d'Adamo, il capo agli astri, il gridoAi poli, eterno si tenea l'infidoPescator Galilèo reggere il mondo.Ma come avvien, che, rósaDai secoli e dal mare, entro il mar crollaA nuovo urto di turbo ispida rupe,Che negra e minacciosa,Riprodotta da l'onda, al navigantePendea su'l capo, e gli oscurava il core;Tal, pugnato dagli anni e più da questoEterno flutto del Pensier, che invadeOgni creata cosa,Trema, balena e cadeIl doppio soglio a Libertà funesto.

Dei primi onori il vantoMiete al certo colui, che primo accoglieArduo pensier ne l'alma, e chi l'ignudoPensier ne la feconda opra traduce.Dai domestici affetti e da le bracciaD'ogni più cara illusïon si scioglie;E oltre ad uso mortal guardando in facciaAd inaccessi Veri,Sordo dei figli e de la sposa al pianto,Là sè stesso periglia ove più crudoFerve il conflitto; e a recar vita e luceCorre colà, colà vince e procombe,Dove più ferrei e neriPugnan fantasmi, e più la notte incombe.

Però, sola e più degnaEternità che al gener nostro assenteLa fatale Natura, a noi nel pettoVivrete eternamente,Quantunque siete, o eroiDe l'umano pensier; sia che mutandoLa molle cetra in brando,O in viva fiamma di Sofia l'acume,O in fulmine la voce,Nel più chiuso del cor portaste oltraggioA questa vaticana Idra feroce,Cui non giovò dar vostre carni a morte,Quando la fiamma inesorata e il ferro,Che brevemente il corpo vostro offese,Ruppe il suo petto, e le sue membra incese.

Ma non senza gran laude a le ventureGenti andrà il nome e il gridoDi chi l'ultimo crollo a la superbaMole impavido impresse, onde stupiteMirâr le più gagliarde anime, e intornoTremar parve la terra. O benedettiVoi, che la vita acerbaFidaste, o giovinetti,A l'onor del gran fatto, e benedettaLa destinata menteDi Lui, che, custodita entro ai gelosiCarceri Adrïanèi la vita inferma,InesorabilmenteFulminò a morte indegnaL'italico vessillo e i vostri petti!

Veglian su l'infrequenteUscio le madri abbandonate, o, accolteL'anima tutta nel pensier di voi,Lascian piangenti a mercenarie maniLe vigilate masserizie, e vannoDove a lenir l'affannoUna voce di ciel par che le chiami.Ardono i ceri; un'ondaD'incensi e timïamiVaporan l'are; una pietosa, incertaMelodia le devote anime inonda;E, dentro a un nimbo avvoltoDi profumi, di suoni e di splendori,La sacra ostia consacra, e preci ignoteMormora il sacerdote.

Qual improvviso e fieroTuono per li diffusi archi rimbomba?Come dischiusa tombaPutre e nereggia il sacro tempio; strideIl percosso saltèro;Illividito e neroGuizzi sanguigni avventaOgni lume, ogni cero;Rosseggia l'elevata ostia, ed infettaD'orrida tabe, al voltoDe le pie turbe e al cor dardi saëttaDi sdegno e di vendetta;Urla sui tormentati organi erettaLa cieca Morte, e invitaA fiera tresca il pallido Levita.Ecco, spumeggia di sangue recenteIl benedetto calice; volteggiaDa feroce disio fatto più lieveL'inebbrïato Prete…Madri, madri, fuggite: il sangue è quelloDei figli vostri; il santo vecchio ha sete;Madri fuggite: il sangueDei vostri figli ei beve!

Ma di sangue che parlo? Ecco, fiammeggiaSui debellati altariIl vessillo d'Italia! Oh! salve, oh! vivaNel tuo triplice raggio, iride santaDi libertà! Da la percossa rivaDe la tumida Senna ululi avventiLa piagata nel cor druda di Brenno,Cui la vittoria altrui par sua sconfitta:Fuor d'ogni modo e senno,Ebbra d'invidia, esultiProstituta liberta, e d'impudentiMinaccie a te, sacro vessillo, insulti,E al nostro Eroe! Giorno verrà, nè incertiO lontani presagi al carme io fido,Che, ravveduta o stancaDal sozzo amplesso di plebei Caini,Te chiamerà, come chi piange. Al gridoRisonerà l'irta Pirene; e qualeIena sorpresa a l'avvenir del giorno,L'iberico soggiorno e il reo pugnaleLascerà urlando il biecoMasnadier di Castiglia. Allor saprai,Putta de l'Ebro infurïata, a quantaLuce di libertà volgesti il tergoQuel dì, che ai tuoi rissosiSchiavi t'abbandonò l'italo Alunno,E da le regie chiomeStrappò sdegnoso il serto,Pur che la fronte alteraErger potesse intemerata al sole,E, monda del tuo sangue, al patrio albergoRecar la spada ed onorato il nome.

Venga, oh! tosto, quel dì! Cessi il furenteBaccar di questa erineLicenziosa, a cuiVanto di Libertà danno i suoi drudi,E quanti han voglia ardenteDel reo suo grembo e dei suoi fianchi ignudi!Ecco, a piccola pugna un'immortaleGloria succede: col pensier trïonfaRoma, e regina del pensier si assideFra' redenti latini! In alto il guardo,Popoli tutti: il Campidoglio è questo!Roma è Ragione e Libertà; novellaÈra incominciai Sugli altari infranti,Da un solo amor costrette,Gridiam, genti latine: Avanti, avanti!

Così a l'entrar ne la Città famosaFremeano i sensi de l'Eroe. SolenneEra quel dì: rinascea Roma. OrnatiDi ghirlande d'allori e d'orifiammeSplendean ponti, obelischi, archi e teatri;E dietro a le giganti Ombre dei mortiIvano al Colossèo festosi i vivi.Iva anch'esso l'Eroe. Su le rovineTitaniche di Roma un fiammeggianteSguardo mandava alto a l'occaso il sole:Un incendio parea, da lo cui gremboSi liberasse una feroce e bellaVergine che diceva: Io son la grandeLibertà dei Latini!Immenso e soloSovra ai neroniani orti grandeggiaIl vastissimo Circo, a cui da straniColori e bizzarre ombre un magisteroDi bengalici fochi; ondeggia il foltoPopolo, e a' plausi armonizzate e agl'inniLe gagliarde fanfare empiono il cielo.Non udiva l'Eroe; ben altre vociGli suonavan ne l'alma: echi lontaniDe le passate età, vaghe armonieDe l'avvenir, preci e bestemmie escluseAd orecchio mortal, ghigni e sorrisiD'idoli nani e d'uomini giganti.

Dai traffici fecondi,Unico asilo al pertinace ingegno,Da le folte città, dai fremebondiFlutti di gonfî mari,Sempre io sospiro a voi, sempre a voi guardoCon la speranza mia, rive diletteDel Giordano natío, raggianti altariDei padri miei, terre da Dio promesse.Come al Libano eterno, a cui ghirlandaSono i cari al Signor cedri vocali,Drizza il fulmineo vol, come a sua meta,L'aquila pellegrina,Tal del disio su l'aliA voi corre il mio core, e in voi s'acqueta.

Voi sul monte di Dio spargete al vento,Cedri vocali, i rami annosi, e fermiSfidate i nembi e i secoli, mentr'ioPer terre e per età, ramingo eterno,Il suol dei miei nemiciBagno del mio sudor, del sangue mio;E al flagel de le avverse ire, a lo scherno,Che sibila su me freddo e funesto,Piego le spalle inermi,Spero, e pugno sperando, e mai mi arresto.

O cedri incliti, invano,V'intendo, invan voi non mettete eterneEntro al monte di Dio l'alte radici;Però ch'eterna, a par di voi, si assideLa speme del trïonfo entro al mio petto.Voi rivedrò! Da queste infauste arene,Che del mio sangue tinseTito, delizia de l'umane genti,Da ove sorge la notte e il giorno viene,Da tutti e quattro i venti,Quel divino voler, ch'indi mi spinse,Richiamerà, nè fia lontano il giorno,Il vincente Isdraello al suo soggiorno!

Esuli affaticati,Senza speme di vita e senza regno,Fuggiam, cadiam sotto al flagel dei fati,Del pensiero de l'uom ludibrio indegno.

Il serto luminosoDel poter nostro ov'è? Dove il raggianteTrono del sole e i sempre verdi alberghiDe l'Ida? Ove il temutoFolgore e le sedotteFiglie de l'uom? Tutto d'intorno è mutoA noi; squarciasi il velo,Da l'inganno tessuto,Che lieve sosteneaci a mezzo il cielo;Manca il cielo a nostr'orme: i fior, la luce,L'amor, la giovinezza, il paradiso,Tutto a un punto dissolvesiAl fiero lampo de l'uman sorriso.

Esuli affaticati,Senza speme di vita e senza regno,Fuggiam, cadiam, sotto al flagel dei fati,Del pensiero de l'uom ludibrio indegno.

O miserando e gramoL'esser nostro di Numi, ove al talentoDi mortal plebe abietta,Qual nebbia vana ad agitar di vento,Sorgere a caso e dileguar dobbiamo!Ove andrem noi? Di amici astri desertoÈ il ciel; d'altari è brullaLa terra; inesorabile si avanzaLa Verità; l'Oblio ne inghiotte e il nulla…Oh! fosse dato almenoA noi mutar sembianza,Gioir l'aere terreno,Scendere in terra e aver con l'uom possanza

Tramonti pur, tramonti,O fuggevole Iddio, la tua possanza;Noi terrem contro al fato erte le fronti.

D'imbelli anime è stanzaLa terra; e noi teniam su l'alme il piede:A te il ciel manca; a noi la terra avanza.

Più che astuti noi siam, cieco è chi crede;Cada Saturno, o Gèova,Mai non cadrà dal petto uman la fede!

O misera e fugaceVita de l'uom, che speri?Non ha trïonfo e paceQuesto agitato vorticeDi affanni e di piaceri.

Come in silice abiettaPrigioniera scintilla,Così l'anima, elettaA miglior sorte, ascondesiNe la mortale argilla.

Dio ve la chiuse; al soloCenno del suo pensieroElla discioglie il volo,Mesce il suo raggio a l'irideDel sempiterno Vero.

Soffriam: de la romitaAlma, che piange e crede,Cibo, lavacro e vitaSon la Speranza eterea,La Carità e la Fede.

Che val pascer di vuoteFuggitive speranze il cor digiuno?Navigar co'l desio regioni ignoteDerelitti nocchieri a l'aër bruno?

A noi prescrisse un segnoLa diversa Natura, e mal n'è datoSpinger oltre il poter l'audace ingegno,Cercar ne l'ombre e battagliar co'l fato.

Han pur queste fugaciOre terrene alcun sorriso e fiore,Ha battaglie il pensier, le labbra han baci,Vita la terra, e inferno e ciel l'amore!

Molte sul dorso anticoStorie nefaste io porto,Molte nei gorghi miei storie nascondo;Ma, poi che per età son fatto accorto,Freno il flutto iracondo,E al mar mio grande amicoAl vecchio mar le vecchie storie dico.

Dal mobile soggiornoDe l'onde cristalline,Coronate di perle e di coralliCorrono a me le azzurre Ocëanine;E melodia di balli,Per quanto è roseo il giorno,Voluttuöse a me tessono intorno.

Ond'io, fatto loquaceDa la vista amorosa,Assiso in mezzo a lor canto le straneVicende de la mia storia famosa;Mentre su l'onde pianeCon la sua mesta paceSiede la stanca luna, e l'aura tace.

Tutta allor torna vivaNel mio canto fataleDe le vetuste età l'aurea leggenda:Quando la Fede a la Giustizia uguale,E deïtà tremendaEra la Legge, e divaCosa la Patria e chi per lei moriva.

Taccio però l'offesa,Che a l'aquile di GioveRecò una turba di feroci imbelli;Taccio il baglior di queste genti nuove;Però che sui ribelliFlutti lasciata illesaLa croce di Gesù troppo mi pesa.

Ma un dì, se l'onte atrociNon moveranno alcunoChe in me l'affoghi e d'ogni onor la privi,Io parlerò: sentirà allor ciascunoDi questi rei malviviTuonar con ferree vociL'eloquenza dei miei flutti feroci.

Fuor dai percossi finiProromperò, indomatoDèmone; stenderò l'onda funestaSui colli; segnerò l'ultimo fatoAll'ara, al trono, a questaDegna dei suoi destiniPlebea ciurma di Borgia e di Tarquini!

Dal trono de la gloria ove tu seiRicca d'armi, di mente e di fortuna,Madre Italia, ricorda i figli miei,Ora che amor tutti i tuoi figli aduna.Pensa che nel dolor giace colei,Ch'a' guerrieri tuoi re diede la cuna,Da te divisa e serva a lo stranieroLei che fu patria al redentor Guerriero!

Ben prudente consiglio esser poteaGittar mie carni al fero augel francese,Quand'anco incerto il tuo destin pendea,E tronche a mezzo eran le patrie imprese.Ei che il sangue per te versato avea,Tarpò il tuo volo, e il sangue mio richiese;Io, ch'ebbi il tuo più che il mio ben diletto,Tacqui, ed offersi al sagrificio il petto.

Ma or che forte e secura e di te stessaDonna, per propria via, splendida incedi,Tanta virtù non m'è dal ciel concessa,Ch'io taccia ancor de lo straniero a' piedi;Di lui, che, d'ogni error l'anima ossessa,Contro il suo petto infurïar tu vedi,E dal reo brago, ove ognor più s'ingora,Giudicar osa e minacciar tuttora!

Già non dirò, che primaFra l'isole tirreneD'ogni bellezza opimaSono albergo di ninfe e di sirene:Ad altri il debil vantoDi molli aure e di fioriEd il femmineo cantoE i florívoli amori.

Cirno son io: de l'ondaChe mi flagella i liti,Qual d'armonia gioconda,Serbo nel seno i liberi ruggiti;D'odio, d'amor, di sdegnoFacil s'accende il petto;Pronto il braccio e l'ingegnoAl par del mio moschetto!

O madre Italia, e vuoiChe da te svelta io giaccia?Ch' io non aduni ai tuoiI miei sensi, i miei fati e le mie braccia?Chiedi gemme e tesori?Gemme e tesori ho anch'io:Gemme? I miei patrî allori;Tesori? Il popol mio!

O tu, Sir del vetustoTrono d'Asburgo, invanoOffri al Sabaudo augustoPegno d'alta amistà l'ambigua mano.Credi, levar l'artiglioDal fianco mio, dov'hai la piaga aperta,Saría miglior consiglioE più regale offerta.

Tra noi di pace è questoUnico patto e degno;Chè il simular molestoD'astuzia rea, non di fortezza è segno.Placate allor, lo spero,Sorrideranno al tuo regale albergoLe nostre Ombre dal neroCiglion de lo Spilbergo.

Qual grido funesto risuona sul monte?Qual gemito cupo si leva d'intorno?È forse la Vila dal lucido fronte,Che cinta di nembi si slancia nel ciel?In cima a la rupe, nel niveo soggiornaRiposa la diva le membra sue snelle;Le danzano in giro le rosee donzelle,La cullano i canti d'un astro fedel.

Fra l'ombre solenni, fra l'irte boscaglieForse urlan le belve pugnanti a la preda?O, attorte agli abeti le rabide scaglie,Di Bàlkan le serpi lingueggiano al Sol?O figli di Serbia, se il cielo vi veda,Balzate dai sonni, lasciate le selve:Più fieri serpenti, più rabide belveA l'aquila nostra tarparono il vol.

Ferita a Cossòvo dal turpe Islamita,Perduto il remeggio de' giovani vanni,Dai campi raggianti di gloria e di vitaNe l'ombre di morte, stridendo, piombò.Sbucâro i ladroni giurati ai suoi danniDai scitici ghiacci, da l'Istro interdetto;La fissero in croce, sbranaronle il petto;Chi men le diè strazio men prode sembrò.

Ah! dove in quel giorno, dov'era il tuo brando,O Marco, o di Serbia speranza immortale?Conosci e sostieni lo strazio nefando?O il sonno e la morte ti avvinser cosìChe nulla più curi? La morte? Il fataleMomento di morte per lui non arriva:Mutate la nenia ne l'oda festiva;Ei dorme, si scuote, risvegliasi al dì!

Ei sorge, si appressa: de l'antro fatatoRisuona ai suoi passi la volta profonda;Il negro cavallo gli scalpita allato;Gli mette baleni lo sguardo e l'acciar.

Già monta in arcioni; la turba il circonda;Il corpo squarciato si unisce e cammina;La schiava spregiata si leva a regina;La tomba dei prodi diventa un altar!

O prima reggia del Pensiero, augustaD'idee madre e di genti,Patria del gener nostro Asia vetusta,

A te col grido dei perfetti eventi,Vetusta Asia, il salutoLa libera Germania alza su' venti.

Odi: stridono ancor su'l combattutoReno i miei plaustri; echeggiaIl mio vittorïoso inno temuto;

E con securo il vol come in sua reggiaQuant'è di cielo intornoDi Brandeburgo l'aquila passeggia.

Sorgete, o voi dal feüdal soggiorno,Tremende Ombre, sorgete,Fiere stirpi d'Arminio, al novo giorno;

E voi che sul divin Tebro scorrete,Secure Ombre, e la novaStirpe latina a magne opre accendete,

Venite: a la funesta ira non giovaDar l'alma, or ch'ogni genteGuida un solo pensiero a varia prova.

Voi condurrò nel mio volo possenteDove com'aureo solePoggia di Brama la magion lucente;

Dov'erge l'Imalai l'intatta mole,Ed a la Ganga in giroDel loto degli Dei splendon le aiuòle.

Come giorno che irradia il vasto empiro,Tal da le rive biondeSorger tranquilla una gran luce io miro;

E a la gran luce un'armonia risponde,Da cui senso e pensieroPrendon l'aure, le stelle, i fior, le sponde:

—Smetti, o figlio del Lazio, il vanto altero,E tu, d'Arminio figlio,Riponi il brando insanguinato e fiero!

Se l'un ne l'altro insanguinò l'artiglio,Roma lo sa; lo sannoDe l'Elba i flutti e il Reno ancor vermiglio.

Troppo fra voi di servo e di tirannoVoce sonò: gli avelliSon anco aperti, ed ancor vivo è il danno.

Ma se i miei sensi al ver non son ribelli,Io qui da questa spondaSecura griderò: Siete fratelli!

Là sul vasto altipian radice e frondaPose l'Arìana anticaPianta, che fu di molto fior feconda;

E se il turbo la svelse, e la nemicaSorte ne infranse i moltiRami, i germi educò la terra amica;

Onde sott'altro ciel giovani e foltiSorser mutati, e fûroDa inconscia man moltiplicati e còlti.

O gente cieca, a cui pur l'oggi è oscuroVoi de l'Arìana piantaSiete due rami, in faccia al Ver lo giuro.

L'un s'infrondò su'l Campidoglio, e tantaArbore al ciel spiegossi,Che cadde alfin dal proprio peso affranta.

Tal su l'altro di nembi ira sfrenossi,Che le pigre ombre e 'l geloFuggendo e da pugnace indole mossi

I suoi fieri cultor sott'altro cieloRuppero, e fûro al corsoTigri, e demòni al fulminar del telo.

Serrate, o stolti, a l'ire orrende il morso;E più dei truci acciariAbbia su'l vostro cor punta il rimorso!

Entro al fin dei suoi monti e dei suoi mariVigili ognuno, e il voloSfreni al pensier, che fa temuti e chiari.

Vedrete allor da l'uno a l'altro poloSorger le genti, e avrannoPer sentiero diverso un pensier solo;

E, spento prima ogni desío tirannoEd ogni error conquiso,Fide a Giustizia e a Libertà staranno!—

Salve, o diva Scïenza; al detto, al visoChe sopra ogni altro estimo,Ai voli rutilanti io ti ravviso!

Per te del mio pensier l'ali sublimo;Per te nei sanguinosiStudî de l'armi il popol mio va primo.

Tu che, amica de l'opre, i neghittosiOzî diradi, e viviVigil sempre ed eterna e mai non posi,

Tu che redimi a libertà i captivi,I restii sproni, e godiSovra l'ombre versar la luce a rivi,

Tu, assidua e paziente il tempo rodi;Tu i diradati stamiDei popoli dispersi ordisci e annodi.

Da l'abisso dei morti anni richiamiL'ossa eloquenti: ritteComposte in scheltri in sugli altari infami,

Gridan così, che a mezzo il cor trafitteDa la parlante lucePrecipitan le sacre Ombre sconfitte.

Salve, o diva Scïenza; auspicio e duceD'ogni grand'opra; ai santiRegni del Vero e a Libertà ne adduceLa voce tua, che grida sempre: Avanti!

Poi che al veggente immaginar l'alteroRibellator degli uomini si tolse,E mirò intorno il vasto Circo, un altoSilenzio s'assidea sui tenebrosiMenïali titanici, e fra' rottiPilastri ed i corintî archi passavanoLunghe file di mute Ombre e la luna,Ei mirava e tacea. Ma tu nei santiPenetrali del ciel già non tacevi,Gran signor dei beati: acre e voraceTi rodea l'alma una gran cura; e come,Se fra poche pareti arda un occultoFoco, di quante masserizie ha intornoIn pria fa preda e cheto si alimenta,Finchè di sua virtù gonfio e superboTutto divora il chiuso aere, dirompeL'avverso tetto, e al ciel, mugghiando, esplode;Così del padre dei Celesti a un puntoProruppe la repressa ira, nudritaD'antiche onte e di cure; a mezzo i morbidiGuanciali alti si eresse, e si folcendoDel tentennante cubito, in tal guisaParlò ai beati ivi a consiglio accolti:—O beati, se pur lecito è ancoraCon tal nome chiamarvi, or che le pinguiMense e i tiepidi letti, unica gioiaDi voi sereni abitator del cielo,Sparecchiar ne minaccia un rio destino,Beati, a voi di gran stupore obietto,E il vi leggo su'l fronte, è ch'io vi aduniA insoliti consigli, io che finoraD'ogni assoluto mio voler fei leggeA le vostre cervici, a cui fu sommaVirtù il tacere e l'ubbidir. Se or mutoAl gagliardo agitar di venti avversiI propositi miei, già non direte,Che sopraffatto o paventoso io pieghi:Fermo son io, siccome il sole; e questaPicciola libertà, ch'oggi vi assento,Vuo' che qual liberal dono s'accolga.Di che perigli il regno mio sia cintoÈ noto a voi, che spennacchiato e straccoRedir vedeste un giorno ai nostri alberghiL'Arcangelo Michel, lui, già tremendoFulmin di guerra e condottiero invittoDe le nostre legioni. A lizza estremaCol superbo Lucifero si spinseArdimentoso, e gli ridea negli occhiLa securanza del trïonfo: inerme,Rotto dal lungo battagliar co' fluttiGli si opponeva il gran Ribelle, e un ghignoSolo, un sol ghigno a debellar gli valseL'adamantina ira celeste. Io taccioL'altre sconfitte, e la più grande e indegnaPer avventura e più recente: io stesso,Io l'eterno Signore, io… ma gagliardo,Onnipossente ed infallibil sonoSiccome un dì! Solo provar voll'io…Fu soltanto una prova; e alcun non osiRicercar con profano occhio gli abissiDel mio pensier! Questo saper vi giovi,Che il mio nemico, il gran ribelle è in Roma!—

Disse, e un sospir traendo, giù di pesoS'abbandonò su le soffici piume,A cui di sotto scricchiolar compresseL'agili spire dei cedenti ordigni,Che di acciaro eran tutti, A quella guisaChe fra un popolo avvien, che, scosso un ferreoGiogo di servitù, sfrenasi ai noviDeliramenti e a l'oblïosa ebbrezzaDe l'acquistata libertà: risuonaD'inni ogni via; tuonan le piazze al gridoDei Catoni d'un giorno; ardon le nottiD'assidui fochi, a cui tripudia in giroClamorosa la plebe; ove fra tantoSpensierato tumulto odasi il cupoReböar del cannone, un improvvisoPallor si sparge in tutti i volti; taccionoGl'inni, spengonsi i fuochi, in varia fugaMugghia qual mar l'immensa folla, sperdesiPer le vie, per le piazze; odi a l'intornoUn chiamar sospettoso; un concitatoSerrar d'usci, e suonar per la desertaVia dei pochi animosi il passo e il grido;In simil guisa al favellar del NumeD'improvviso terror si ricoperseL'anima e il volto dei Celesti, a cuiSolo è dolce allegrar gli ozî immortaliDi concenti, di danze e di conviti.Si sgomentâro a la terribil nuovaAnco i pochi gagliardi; ed altri in voltaDiêrsi precipitosi, altri in querele,Altri in preci. Piangean le verecondeDive, e al petto ed al crin faceano offesa;Battean le picciolette ali indorateI paffutelli Cherubini, e indarnoI bellicosi Arcangeli in piè rittiFan sdegnosa rampogna ai fuggitivi.Scrollava il capo il divin Padre, e:—Imbelli,Gridava, imbelli; ecco, qual pregio io traggoDa l'aver per sì lunghi anni impinguatiI non mai sazî fianchi vostri! AvessiNudrito oche! Potrei nei delicatiÈpati almen delizïare il dente!—

Si chetarono alquanto, e vergognosiStettero. Allor dal radïoso scannoRizzossi in piè la diva Cate, illustreItalo germe, e dei tuoi monti onore,O belligera Siena, a cui più volteDiè femmineo valor soccorso e grido.Girò il guardo a l'intorno, e, nel capacePetto premendo una gagliarda impresa:—Arrossite, sclamò, voi non già eterniSpiriti, non pur uomini nè donne,Ma ventri e piedi senza sesso! Oh! fosteTutti esclusi dal ciel! Ma già di voiCura io non ho: d'incliti spirti ancoraForte presidio ha il paradiso, e quandoFosse infranta ogni spada, infranta al certoNon saría la mia lingua! Or tu mi ascolta,Eterno Padre, e voi mi udite, alteriSpiriti: in terra io scenderò soletta,Inerme, come il dì, che a pace astrinsiDi Pier le chiavi e di Fiorenza il giglio;O come allor che a l'interdetta chiomaDi Clemente strappai l'aureo triregno,E a schiacciar la fischiante Idra sospinsiSul carro de la Fede il saggio Urbano.In Roma andrò; starò di fronte al fieroLucifero; e se ancor serba qualcunaDi sue virtù questo mio labbro, ho fede,O d'indurlo a tornar nel derelittoRegno de l'ombre, o persüaso e vintoRendergli l'ali e ricondurlo in cielo.—

Tacque; e del suo parlar paga si assiseIn sua beltà. Fremean d'assenso intornoL'auree sedi del ciel; quando con voceDi tutta tenerezza, e la mirandoCon dolcissimo sguardo:—Oh! che tu speri,Che tenti mai? l'esperto Iddio rispose;Lucifero domar? lui che de l'iraDi tutto il cielo e di me pur si ride?Tutta non fosse congiurata ai nostriDanni la terra, agevol cosa inveroIl domarlo saría; ma come rupiStanno le fronti dei mortali eretteContro ai fulmini miei; sfrenato e baldo,Qual cavallo che irrompe a la battaglia,Corre il Pensier, che, divorato il breveTramite de la terra, al ciel si lancia.Annientarlo io potrei, ma me'l divietaUn'occulta prudenza! Oh! sì ti fosseDato il frenarlo e ricacciarlo ai neriBáratri, là dove il mio sdegno un tempoFitto l'avea con ferrei chiodi! Il cieloNon avría stella mai che fosse degnaD'incoronarti! Ma timor mi accora,Ch'opra vana tu tenti, e de l'arditoGeneroso tuo cor vittima resti!——E vittima sia pur, balzando disseLa divina Sanese: un dì poteviRicondurre vincente al patrio albergoUna mortale di Betulia; io divaImploro a te pari soccorso, e parto!——Ma egli è un vecchio barbogio, egli è un fantoccio!—Gridò in quel punto una stridula voce,Bizzarramente modulando il verso.Si conversero tutti a l'empio gridoInorriditi, e ignuda in su la sogliaVidero sghignazzar ballonzolandoL'insanita Teresa. Era già il fioreDel paradiso; ora istecchita e nera,Rapata il crin, gli occhi sbarrati e pazzi,Salti facea sugli spolpati stinchi,Come scimmia strillando. Avvinto a un refe,Che a' vizzi fianchi le facea cintura,Giù pendevale un foglio, o fosse un branoDel vangelo di Marco, o un'ispirataLettera, ch'ella avea nei suoi bei giorniFra l'isteriche ambasce a Dio già scritta.Tremâr di sdegno a tanto osceno aspettoGli angioli santi, e gracidâr commosseLe stagionate vergini, che assiseQua e là pe' remoti angoli, a DioBiasciano tutto dì salmi e preghiere.Drizzâro a stento l'aggobbite schiene,E, sguardando di sopra a' tentennantiSu la punta del naso argentei occhiali,L'infelice avvisâr; brandîr con fieroPiglio i lunghi rosarii e i crocifissi,E già già si avventavano; ma stesaIl buon Dio con pacato atto la destra:—Perdonatele, disse, e a la sua cellaDolcemente traetela. Infelice!Troppo osò co'l pensier farsi vicinaA la fiamma del Vero, e in questa guisaDel suo folle ardimento or paga il fio.—Così dicendo, con paterno affettoSchiuse le braccia, strinse al cor la biondaTesta di Cate, e le concesse in fronteIl caro bacio del commiato. AlteraDi cotanto favore ella si avvìaFra' plaudenti Celesti; inni e salutiLe mandan l'arpe. Ai suoi custodi intantoSguizza di man la santa pazzarella,E, sovra il naso il pollice appuntando,Ghigna, sgambetta, e saltellando involasi.


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