Santa Caterina alla vista di Lucifero si perde d'animo, e, invece di convertire lui alla fede, converte sè stessa all'amore, e si abbandona ai voluttuosi abbracciamenti dell'Eroe.—Alcuni Angeli, sedotti dall'esempio, disertano il cielo, e cantano il desiderio della terrena voluttà.—Ultime ore di Pio IX; a cui apparisce l'Ombra di un solitario, che, non valendo a persuaderlo di rinunziare al dominio temporale della terra, lo lascia in preda a spaventose visioni.—Una vittima delle stragi di Perugia.—Due decapitati.—Straziato da queste apparizioni, il vecchio Pontefice muore, domandando inutilmente perdono.
Vestitevi di rose, aride areneDel Colossèo! Se a fecondarvi, indarnoScorse a fiumi su voi degli ostinatiMartiri primi e de le belve il sangue,Valga a farvi fiorir la dïuturnaPrece di Pio: l'augusto veglio è padreD'ogni portento, e tutto può. L'han chiuso,Qual recidivo malfattor, nei templiTransteverini; e, com'è ver, che al cennoDel suo divo pensier struggesi in piantoLa sacra effigie di Maria, dai ceppiEgli uscirà vittorïoso e forte,E di vergini gigli incoronatoAscenderà securamente al cielo.Or, mentre aspetta il sacro giorno, e inquetiGiacciongli al piè l'anàtema e la scure,Volga ad altr'opre il non fallibil pettoEgli che, fabro di verginee madri,I dolci nati de le madri uccideCon serafico istinto. Un improvvisoApril fiorisca il Colossèo; discendeA battagliar Lucifero l'alteraAmazzone di Siena, a cui più spadeVolse il facile eloquio e la virileBeltà, che doma ogni poter. Chi videEntro al sereno immaginar del mitoLieve il piè, cinta il vel, rosea le formeVolger la fuggitiva Ebe fra' Numi,Quei dirà qual fioría grazia e splendoreDi giovinezza e di salute in voltoDe l'ardita Senese, allor che al guardoDe l'orgoglioso Apostolo ad un puntoSi appalesò. Muto ei sedeva in cimaA un dirùto pilastro, e la raggianteMisterïosa immensità del cieloGli pendeva su'l capo: eran più vastePiù chiare assai le sue speranze, e acutoPiù del guardo del Sole oltre a le cupeReggie d'azzurro il suo pensier vedea.Meditava così: Dentro a l'audaceSpirto de l'uom fervida alfin si stampaL'immagin mia; vantino uranghi e numiA lui simile aspetto: il suo pensieroA me rassembra, e il suo destino è il mio.Libero già d'alte paure, scevroD'ogni fallace illusïon di sensoVuole, conosce e può; spezza il segnatoLimite del mistero, e dove è luceIvi il suo campo e il regno suo prescrive.Così parlava dentro al cor; ma in quellaChe l'armato pensiero apríasi il varcoAd alate parole, eccogli incontroSorger la Dea, che de l'eloquio ha il vanto.Stupì l'Eroe di tanta vista, e, tuttoNe la diva fanciulla il viso assorto,L'ardimentosa giovinezza e gli attiSecuramente mansuëti e il lumeDi sì maschia bellezza iva ammirandoSilenzïoso. Anch'essa Dea non senzaStupor mirava il gran Ribelle, e comeUna mesta pietà prendeale il coreSecretamente. Alfine in questa formaPrese a parlar:—Superbo e sventuratoAngiolo, nè so dir se in te più siaLa superbia tenace o la sventura,E come puoi di tanto umile statoL'aspetto solo comportar, tu primo,Già primo, or fatto di pietade obietto,Fra le schiere del ciel? Misero! e doveSon l'ali tue? Dove la schietta luceDel tuo fronte immortal? Scemo di tutteDoti del cielo, a un passeggero e reoFiglio d'Adamo io ben ti assembro, e nullaD'eterno hai più, fuor che la tua sventura!——E la sventura è la ricchezza mia,Bella figlia del ciel, così a dir preseL'onor di Lui che da la luce ha nome;Tesoro è il pianto, a cui null'altro agguagliaNe la terra e nel mar. Povero e gramoCultor l'arido solco apre a fatica,Ed una al seme ed al sudor gli donaLe speranze sue belle. Ispido e biancoSibila tra l'ignude arbori il verno,Croscian piogge e gragnuole, e giù ridondanoIn tumulto i torrenti: il poverelloGuarda tremando i duri prati, e al magroDesco seduto a la sua donna a latoPur dolorando il bel tempo predice,Finchè tutt'oro il crine e in man la falceEsce il fervido giugno, i mareggiantiCampi sorvola, e generoso adempieDi bionda mèsse i rustici abituri.Così egregia mercede a l'uom preparaL'esperimento del dolor. Dai solchiSeminati d'umane ossa fuor balza,Santa prole de l'opra e de l'affanno,La Libertà, premio ai costanti: umanaDiva, ignota ai Celesti, ella inghirlandaDei raggi suoi l'ardue fatiche, e serbaAd ogni affanno una vittoria. E qualeDono è quaggiù, che non da lei derivi?Per essa han luce ed armonia le gentiE veritade ed uguaglianza e vita,Poi che vita non ha, nè veramenteUomo è chi giace in servitù, ma ignaroBruto, ch'à in sorte il brago e la catena.Vivon sol d'essa i generosi, ed ioSon la sua voce, e gli ozïati scanniDel ciel per essa e volentier sdegnai.O solenni cadute, o glorïoseSconfitte, a cui libera vita io deggio,Ricordando, mi esalto! E dovea forseCrogiolarmi fra' sogni aurei del cieloEternamente, io re degl'irrequetiSpiriti? Assiso ai tiepidi banchettiIn silenzio vorar le dispensateManne, io figlio de l'opra? Erger le palmeSupine a Lui, che, del suo nulla esperto,Pur ne l'impero de l'error si ostina?La terra elessi, ed ei cadrà! De l'ali,Ch'ebbi inutili al dorso, armai la mente;De la luce del fronte il petto istrussi;Con l'uom piansi ed amai: scrissi co'l sangueLe sue vittorie; e già n'è presso il giorno,Che Dio dal regno e da la vita escluda!—
Rabbrividía come per febbre al fieroParlar la diva, e da' superbi accentiCon la candida man schermía l'orecchieInorridita; nè risposta alcunaFormar può, nè fuggire osa. Ben gli altiGesti de la sua vita e il dir facondoE l'audace promessa a Dio giurataVergognando rimembra, e non sa qualeFascino occulto or l'incateni innanziA l'avversario suo feroce e bello.Dicea fra sè: Molti in virtù prestanti,Molti in bellezza e in favellar maestriConobbi al mondo animi egregi; ha il cieloAngeli molti, a le cui rosee membraVestimento è la luce e amplesso eternoLa giovinezza; or qual virtù ha costui,Che sì mi svolge ed incatena il senno?Così pensando, a l'anima dubbiosaFa forza; di rigore arma l'aspetto,Cerca austere parole, e questi inveceLe vengono dal core umili accenti:—Angelo, oh! soffri ch'io t'appelli ancoraCo'l tuo nome perduto; e che ti giovaPer questa ultima sfera ir pellegrinoQui dove segue a la fatica il piantoE ad entrambi la morte? Assai ferociDetti hai parlato or or; ma una parolaMelodïosa, o che mi falli il senso,Una dolce parola anche dicesti,Che a perdonarti ogni fallir m'induce:Pianto ed amato hai tu? Radice ha in terraNe l'empia terra anche ha radice amore?Oh! come il viver coi mortali il sennoPur dei forti travolge! Il paradisoOblïato hai così? Non sai che vitaE stanza e reggia ha solo in ciel l'amore?Vieni, oh! vieni con me! Là, nel tranquilloRegno degli astri al buon Iddio da pressoVivrem vita serena; e in quella paceTroverai la tua patria e l'amor mio!—Tacque tremando, ed arrossía. Fu lietoDi quei detti l'Eroe, però che videSu cotanta beltà certo il trïonfo,E l'incalzò con queste voci:—O chiaraSopra a tutte le dive e la più bellaD'ogni terrena creätura, egualeSolo a colei ch'è del mio cor regina,E che parli d'amor tu che nel cieloAl banchetto degli angeli ti assidi,Ove straniero e dispregiato è amore?Ben di tutta pietà degna t'estimo,Se amore altro non sai, che la fallaceLarva impotente, che il gran nome usurpa,E i parvi e non interi angeli illude!Tutta ossessa di Dio, fiera dei moltiTrïonfamenti de la tua parola,Da la terra passasti, e ti fu oscuraLa vittoria miglior che donna ambisca,La dolce voluttà de l'esser vinta.Oh! cedi a me, cedi e trïonfa! Amore,Terreno iddio, che fa pensier la creta,Ti apprenderà come si vince: ei soloMi süase a pugnar contro a le ciecheMenti del cielo; ei qui mi addusse; ei mutaOgni lagrima in fiore, e a le dubbioseAnime ignare il vero Èden insegna!—Parla, ed a lei che muta trema, e intornoPäurosa si volge, apre le bracciaSupplicando con gli occhi, e in un amplessoD'avidi baci l'anima le serra.Cadea fra tanto il Sol; cheto e desertoEra il loco; salían come invocateRapide al ciel le grandi ombre notturne,E Amor lesto venía. Cedea la bellaDiva; e quando con man trepida e tuttoFiamme e palpiti il cor, la virginaleZona ei le tenta, ed ambi ansano, ignotiMondi ella vede: arde d'immenso aprileLa terra; giù dal ciel scendono in follaCento e cento lucenti angeli, e, fattaDi sè fra terra e cielo ampia corona,Sciolgono l'arpe al suon, le voci al canto:—Stanchi di tesser danzeDi cento arpe al ronzíoNe le lucenti stanzeDe la magion di Dio,Scender soleano un giornoGli angeletti scapatiLà nel mortal soggiornoDe le figlie de l'uomo innamorati.Nei freschi antri, su' fioriTremolanti a la brinaPonean l'ali e gli alboriDe la fronte divina;E, colto il bacio primoSovra le bocche ardenti,Schernían gli astri, e da l'imoRadïavan più belli e più possenti.Lascia or l'eterea sedeL'inclito onor di Siena:D'intemerata fedeL'alma loquace ha piena;Al gran Ribelle incontroTumida sorge; e quandoSpera, che al primo scontroVinto egli fugga in volontario bando,
Ecco, dal labbro il detto,Come spuntato strale,Cadele; al dolce aspettoDel gran Fattor del malePallida trema; al laccioD'Amor l'anima assente,Scorda sè stessa, e in braccioDel rivale di Dio bello e possente,
Immemore del cielo,Donasi, Oh! vaga, oh! bella!Già del vergineo veloScevra, com'aurea stella,Splende; da l'ansio viso,Da le membra sincere,Ignoto al paradisoSpira in mille piacer solo un piacere!O amore, amor! Sì forteÈ il tuo terreno impero?Sfida per te la morteDel fango il figlio altero;E, mentre a la tua reteLa voce tua ne incalza,Ei l'ale irrequïeteSvolge dal fango, e contro al ciel s'innalza!
Scendiam, proviamo! A tuttiZimbello è il Padre eterno,E saggi e farabuttiSi ridon de l'inferno.Scendiam, facciam baldoriaTra' fiori e le donzelle;Abbia l'Amor vittoria:Vale un'ora d'amor tutte le stelle!—
Mentre i furbi angeletti in queste vociDisertavano il cielo, e l'umanataSenese, avvinta dal più dolce amplesso,Primamente sentía la vita intera,Su l'antica di Pio ferrea cervice,Come sinistro augel, striscia la Morte.Abbandonato su'l gelido lettoLuccicante di frange e di cortine,Rabbiosamente egli vaneggia:—Urlate,Accorrete, soccorso! Il ciel, la terra,L'inferno tutto ai cenni miei! Demòni,Angeli, a voi: la forte anima miaPer un anno di vita! I miei nemici,Gli usurpatori impenitenti al mioPiede un istante, e poi morir!—ComparvePallido, immoto, macilente un FrateSovra la soglia:—A questa Croce atterraL'orgogliosa tua fronte!——Chi sei tu?Che vuoi? Chi innanzi mi ti tragge? A l'iraNon mi sforzare!——A la pietà ti sforzo,A la pietà, se Dio, per maggior pena,Non ti chiude la via d'esser pietoso.——Ma tu chi sei? Di vane ombre io non temo:Son forte ancora!——Ombra, demonio, o Dio,Quel che tu temi io sono. Ecco si appressaL'ora; è scoccata: a le tue ferree porteBatte il giudizio del Signor!——Che intendi?Che oseresti tu mai?——Sgombra dal pettoLa fallace paura: Iddio correggePria di punire; e suo ministro io vengo,Io, che di Dio non già, ma sol dovreiVenir ministro de la mia vendetta!E ancor forte ti vanti? A brani io veggioL'inconsutile veste; ai fuggitiviTuoi passi il trono, il suol vacilla; e al cieloNon ti rivolgi?——Al cielo, al ciel! Tu parliL'eretica parola! Il ciel lo lascioAi miei nemici; a me la terra!——E quale?Schiavo tu sei d'altri e di te! Mal tieniDi Bonifazio e d'Ildebrando: hai l'iraDe l'un, de l'altro la superbia: il sennoD'ambi ti manca e i tempi. Il destin soloPari ad entrambi e in uno avrai: l'eternaCittà di Pier per te mutasi a un tempoIn Salerno ed Anagni: esule vivi,Benchè in Roma; e a la tua guancia canutaStampano i Re più durature offeseDel ferrato manipolo di Sciarra.Deh! rivolgiti al ciel!——Frate, pon fineAl tuo sermone, e sgombra. Il cielo è patriaDei deboli; la terra è mia! Già in armiSorgon Francia ed Iberia: il ceppo illustreDei Borboni immortali a l'aura novaMette nove radici, e fronde e ramiE fiori e frutta porterà: sarannoFrutti i trofei tolti ai nemici e il capoDi quel Sabaudo avventurier tiranno,Che, pur che copra le sue membra oscene,Ruba a Cesare il serto e il manto a Cristo.——Vana speme è la tua! Dio, che a la terraDopo il gel manda i fiori, a l'uom consiglia,Dopo lungo servir, la sacrosantaLibertà del pensiero. E chi potrebbeCo' suoi delitti attraversare il corsoDe le leggi di Dio? Con l'empia destraOttenebrar l'indefinita luce,Che da l'insetto a l'uomo equo dispensaDi tutte cose animatore il Sole?Credi tu, che ammucchiando ossa sovr'ossaTal diga innalzerai, che su la chinaSi soffermi il torrente, a cui dan forzaI destini del mondo? Ah! il credi: amore,Fede non si raccoglie ove non altroCh'odio e terror si seminò! Non sono,Non sono, e Dio che tutto sa ne attesto,Distruttor de la fede i rubellatiSpirti e l'ereticanti alme! Voi primi,Voi soli, occulta d'ogni mal radice,Voi co'l sangue versato alimentasteL'idra de l'Eresia; questo malnatoPoter, che cinge Iddio d'ire e di sangue,Ai quattro venti de la terra il grido,Fu la prima eresia!——Frate! s'hai caroIl viver tuo, non funestar l'estremeOre del poter mio. Smetti l'alteroTuo cipiglio d'apostolo: la fameRende spesso profeti; avrai se 'l bramiCopia di tutto; or lasciami.——La miaVita è cosa del ciel; se dono alcunoVuoi che da te, vecchio feroce, accolga,Dammi il rogo, o la scure. Odi l'estremaVoce di Dio: rassegnati e perdona;Già perdonando incominciasti.——ArdisciRammemorar la mia viltà? la fonteD'ogni sciagura mia? Male incominciaPerdonando chi regna! Al generosoUopo s'applaude in pria; povero e scarsoIndi appare ogni don, però che ingordoÈ il cor di lui che a nullo bene è avvezzo:Debito par la carità; dirittoLa pretesa più stolta. Egual si tieneA lascivo signor che la careggiMeretrice proterva, e a lei somigliaL'avida plebe: oggi le dài l'anello,Doman ti chiederà manto e corona;Alza dal fango la servil cervice,Spezza il fren, rompe il cheto ordine, invadeL'altrui poter, dritti e doveri ingombra,Tal che, sconvolto il socïal congegno,Divien chi serve re, servo chi regna.No, no: perde chi cede. Uom che securoTien l'alta riva, io non dirò che il sennoAbbia intero, se al torbido torrentePerigliando abbandonasi. Tal fuiUn solo istante, e n'ho rabbia e rimorso:Nel reo vulgo ebbi fede; osai l'esempioD'Alessandro imitar!——Del pari infido,Ma più debole fosti!——E qual mercedeN'ebbi dal mondo? Risvegliai l'orrendaIdra dormente al mio piede; poteaSchiacciarla, e la svegliai. Stolto! i suoi primiSibili e i morsi avvelenati io primoSperimentai: mira qual sono!——AccusaL'alma tua poca e infida. Esser potevi,Rege non più (fra le vergogne e il sangueGià da gran tempo era sepolto il tronoSu le vergogne e su le colpe eretto),Ben regnar da l'intatte are poteviPontefice, e lo puoi! —
—Se crolla il trono,Caggia anche l'ara: o tutto, o nulla! —
—E il ditoDi Dio non temi? —
—Il Dio che adoro è fattoAd immagine mia!
—Ben veggio: è indarnoOgni mio favellar. Ma se in te mortoÈ il pontefice e il re, l'uomo ancor vive;Odimi dunque, o sciagurato, e trema.L'ara di Dio non crollerà: cadrannoGli astri del ciel, la fede no. La terraStanca è d'ire e di stragi, e pace e amoreCerca, e l'avrà. Dio tornerà su questeSedi, da cui tu lo cacciasti in bando;Tornerà Pietro a regnar l'alme: assisoUmilemente a Cesare da lato,Avrà di lui non men possente imperoE più vasto d'assai. Tu muori intanto,Implacabile vecchio; impreca, e muoriImpenitente; al tuo letto custodiLa tua memoria e la Coscienza io lascio! —
Disse, e disparve. Il bieco occhio e la voceMosse il fiero morente, e una tremendaVista mirò. Più sol non era: accanto,A piè del letto, al capezzal, d'intornoUn popolo sorgea di brulicantiScheletri: avean ne le profonde occhiaieCome due fiamme che parean pupille,E un tal verso facean con le dentateMascelle, che parea voce e sogghigno.Trema, boccheggia il vecchio irto; l'infermoCorpo giù giù tra le diffuse coltri,Scivolando, rannicchia; e freddo, cheto,Senza respir, con muto occhio furtivoSegue dei suoi tremendi ospiti i moti.Uno spettro parlò:
—Possa la voce,Che un'altra volta acquisto,Strazïarti così, vecchio feroce,Trafficator del Cristo,
Che, incenerito il reo manto e la stola,Di cui nascondi invan l'anima fella,De le vive tue carni ogni parolaUn bran vivo divella!
D'ossa e di polpe ignudaLa negra anima tua sensibil resti;Ch'io l'afferri, e nei miei pugni la chiuda,E co 'l piè la calpesti!
Forse canuto a par di te non eraVecchio cadente anch'io?Non era tua quell'itala bandiera,A cui tutto fu sacro il viver mio?
Ma tu, Giuda due volte, il bacio vileA Cristo e al popol dato,Tolto di sotto al manto il doppio stile,Li trafiggesti entrambi al manco lato.
Sbucaron da li Elvezî antri le ladreTurbe, che a libertà mal dànno il petto,Se, liberate da la man d'un Padre,A prezzo maledetto
Concedon l'alme, e li venali artigliAffondano nei fianchiDe l'abusate vergini, ed i figliSotto agli occhi dei padri infermi e bianchi
Svenano. O voi, più dei miei pover'occhiCari lattanti e nuore giovinette,Voi sedevate attorno ai miei ginocchi,Come innocue agnellette,
Quel dì, che scatenateDal cenno di costui che il ciel promette,Per le vie di Perugia insanguinateCorrean le sue vendette.
Cinti di ferro, e d'oro e sangue ingordiRupper ne le mie case in un momentoGli sgherri di costui feroci e sordiCome tigri in armento.
E i miei due figli, i miei leoni intantoNon erano con noi!Pugnando a l'ombra del vessillo santo,Caduti eran da eroi!
Nè mi fu dato, oimè, baciar le careTeste morenti e udir le voci estreme,Comporre i corpi vostri entro le bare,A voi morire insieme!
Ben dei pargoli vostri e de le amateSpose lo strazio vidiE il vitupero!… Oh! in me, in me sol vibrate,Empî, i ferri omicidi!
Ultimo caddi. Or paradiso, o inferno,Vedi? o vecchio feroce, io non aspetto:Dio qui mi manda; e qui starommi, eternoFantasma, al tuo cospetto!—
Tacque, e due sovra gli altri orridi in vistaFuor de la calca si avanzaron: muti,Rigidi, ritti ritti, lenti lentiA le due sponde del funereo lettoStettero; e, del lenzuol freddo scoprendoA viva forza del morente il capo,Tentennâro i crocchianti omeri. ComeDa l'ultimo edificio, allor che tremaSussultando la terra, e bianchi in visoFuggono i passegger, cade un diveltoSasso, e paura ai fuggitivi accresce;Così a quel poco tentennar divisiLor cascano li teschî rilucenti,Che balzando e mettendo orrido un suonoRuzzolan sul marmoreo pavimento,Come vediam dietro ad arancia o mela,Che per trastullo il genitor gli lancia,Correre il fanciullin con passo incerto;Quando più crede che le sia da pressoE già già la raggiunga, ad afferrarlaGittasi, e quella, che ad avverso oggettoBattuta è intanto, retrocede o volgePer via diversa, e il seguitor delude,Che il piccioletto cor gonfio di bizzaCarpon, carpon la insegue, e non si chetaPria che in pugno la stringa e la riportiAl genitor, che sorridente incontroGli apre le braccia, e sopra al sen lo accoglie;Tal dopo ai proprî teschî si lanciaronoI mutilati scheletri; da terraLi raccattâr; fra' cricchiolanti carpiLi strinsero, e con fiero atto al morenteLi avvicinâr, mostrandoli. FremeaLa turba, come avvien, quando improvvisoSguiscia aquilon su l'arido scopetoDe la foresta; ma parola o voce,O moto alcuno non mettea l'oppressaAnima del morente: il dubitosoSpirito avea tutto negli occhi; un cupoRantolo gli stridea per entro ai duriVisceri, perocchè, simile a un ferreoNon unto filo di dentata sega,L'ultime fibre gli rodea la Morte.S'avvivarono a un tratto i mozzi capi,E battendo le labbra e le palpèbreIn terribile forma, e sangue e dettiFuori gemean de la divisa strozza.S'appressarono allor quanti d'intornoEran spettri e fantasmi, ed in quel sangueTutti tingendo fieramente il ditoSegnarono sul fronte il morituro,E gridarono insiem: Sii maledetto!
A quel tocco, a quel grido, immantinenteSi scosse, si agitò, tutto si storseL'irto veglio, qual suol malaugurosaNottola da le unghiate ali, qualoraDispietato monel con improvvisaCanna l'abbatte, ed al nemico lumeL'appressa sì, ch'ella bestemmî e strida.Ma qual putida ràzza, che, di manoSguizzando al pescatore, agita al suoloLe acute pinne e la scabrosa coda,Finch'egli irato la riprende, e sbatteContro un sasso, e l'acqueta ne la morte;Così fuor dal lenzuol frigido a terra,Dibattendo le flosce membra, piombaIl tormentato agonizzante; i gialliOcchi stravolge, e mugola: Perdono!
Sparîr gli spettri; su la fredda sogliaLucifero comparve, e disse: È tardi!
Saluto di Lucifero al Sole; tra' raggi del quale rivede l'immagine di Ebe.—Attirato da mirabile fascino d'amore l'Eroe si solleva per l'aria; traversa gli spazî, giunge in Venere, si confonde con l'amor suo, e procede infino al Sole, da dove alza la voce dell'ultimo giudizio.—I morti d'ogni età e di ogni loco risorgono, e s'innalzano dalla terra per assistere al giudizio di Dio.—Rassegna di filosofi; d'istitutori di popoli; di riformatori.—Le vittime domandano vendetta.
Così moría l'alma implacata. Al Sole,Che al meriggio splendea limpido e caldo,Lucifero parlò:
—Re de la luce,Odimi. O sia che il bruno orbe tu chiudaEntro a un mare di fiamme, onde le negreCime dei monti tuoi sorgono, e dànnoOmbre indistinte al tuo nitido aspetto,O sia che un vel d'opache nubi, amicoDi fulgidi riflessi, e una diffusaSfera di luce e di calor ti avvolga,Te genitor d'ogni terrena vitaIo chiamerò, quando da te deriva,O che vegeti immota, o inconscïenteMovasi, o pensi ogni creata forza.A te le numerate ore d'intornoDanzano; a te, padre di climi, il fronteVolge amante di luce ogni pianeta;E tu, di vita liberal, dispensiRaggi e sorrisi a qual ti porga il volto,E i più miti a la terra. Umile in vistaE ritrosa al tuo sguardo offre ella il gremboPalpitante a la lunge, e non si attenta,A par del fuggitivo Èrmete, appressoFartisi tanto, che mortal saettaL'amoroso tuo raggio a lei diventi.Tu per propria virtù dal mare insonneTraggi i vapori, e in nubi atre li addensi,Che indi, in pioggia disciolte, al vigilatoSolco dan biade e pomi al bosco e nuovaFreschezza a la vitale aere, da cuiVigor nuovo di membra a l'uom deriva.Nè i sensibili corpi orni soltantoIn visibile guisa, e ti compiaciD'apparente beltà, però che in senoScendi a tutti i mortali, e, a quella formaChe scaldi e svolgi il fecondato seme,E del tuo sguardo il puro etere allumi,Desti così ne l'ordinata moleDe le membra il pensier, ch'è de l'eternaBen disposta materia agile alunno.Qual da le scarse gelosie d'un chiostroLibera il guardo al ciel la verginellaDisïosa d'amor, tal da l'oscuraCompagine mortal di nervi e d'ossaSi sprigiona l'amante animo, e, tuttoDi te, sovrano genitor, sentendoL'occulto foco e la natía virtude,Per li campi del vasto essere, in cercaD'ignote sfere e di negati oggetti,Lanciasi, e tanto si dilunga e sorge,Che par sostanza spirital, che possaDagl'involucri suoi viver divisa.Ma chi dirà, che viver possa il modoSenza l'obietto, o ver da lui distinto?Che fuor de la gagliarda arbore vivaL'occulta forza vegetal? Si schiudePer valor de la terra il seppellitoSeme, germoglia, si divide e s'alzaIn foglie, in rami; con robusti nodiStringe ed avvinghia la materna zolla,Respira, ama, s'infiora, infin che un diroTurbo lo schianti, o avversa scure il tocchi.Forse quella virtù, che gli diè vita,Morto lui, fugge altrove, e per sè vive?Suon di melodïosa arpa, che il pettoD'indefinita voluttà comprende,Quando i candidi rai piove la lunaSu le mute campagne, e i sonnolentiFiori deliba la fugace orezza,Io già non penserò, che per sè soloLe sonore de l'aria onde commova:Frangi le corde del gentil strumento,Tosto il suon cesserà. Simile in questoÈ l'uman corpo a l'arpa: Amor risveglia,Divo maestro d'armonie, le nostreFacoltà, che nel cor siedon sopite;E quanto in noi più gentilezza è posta,Maggiore e più gentil n'esce un accordoD'affetti e di pensier, d'opre e di accenti.O Amor, sole de l'alma, ove io ripensiDi che alata virtù doni il pensiere,Scarso e povero assai sembrami il lume,Che avviva ed orna ogni creato oggetto!A te, come a la mite alba la schieraDei canori volanti, al nuovo aprileLa famiglia dei fiori, al Sol che tornaTutte cose universe, alzasi in festaL'umana vita, e al magistero intendeD'ogni nobile ufficio. Immota e ciecaMole sarían le nostre membra, e inerteCosa il pensier senza di te: sembianteA tardo bue, che il travaglioso ordignoDel volubile bindolo raggiraTutto il dì, senza posa, e non sa quantoSgorghi tesoro da la sua fatica.Ma tu, di libertà padre, fai lieveOgni gravezza, ogni umiltà sublimi,Ogn'inerzia dilegui, e di noi stessiConoscenza ne dài piena e sicura.Tu de l'etereo Sol, da cui provieneQuanto è d'uopo a la vita, il più fecondoRaggio in noi custodisci, ed una al chiaroConoscimento, che da lui si nacque,Un ribelle ne infondi altero istinto,Per cui, divino matricida, a fronteD'essa Natura l'uman genio irrompeCon fiera sfida, e la tenzona a morte.O solenni ardimenti, o generosePugne e vittorie senza fine, a cuiDeve l'uomo mortal meno infeliceVita nel mondo, e sol per cui si eterna!Sovra la fossa, ov'ei tutto discende,La memoria di lui sorge, e qual faceDa mille spere riprodotta in giro,Entro ai petti degli uomini risplendeCentuplicata, e si perpetua, e in guisaVive con noi, che, per superbo inganno,Vita verace il ricordar si tieneEd anima immortal, ch'abiti altrove,La memoria che d'altri in noi risiede.Ma del credulo gregge e dei fallaciCiurmadori de l'Arte e di SofiaScevre serbate voi le nuove genti,O Sol, re de la vita, o Amor, sovranoDel pensiero mortal; voi de la vostraPura luce vital fate lavacroAgli egri petti, e date ala ed acumeA qual dentro a l'error cieco si ostinaSiccome talpa sotterranea: ei sentaStupefatto ad un'ora il vostro lume,Mentr'io, già presso al mio trïonfo, a voiTendo le palme, e voi propizî invoco!—
Tal parlava implorando, e il guardo acutoPiù che punta di stral figgea nel voltoRadïoso del Sol, quando a un sol punto,O che vero ei mirasse, o che a l'ardenteSpirto facesse illusione il senso,Visto gli venne un portentoso aspetto,Onde il cor gli balzò. Come ne l'oraD'un purpureo tramonto, ove più ferveA piè de la Scillèa balza il voraceTurbo estuöso del latrante mare,Sorger vede il nocchier vigile un roseoFantasima di donna, a cui ghirlandaSono i raggi di cento iridi, e molleGuanciale il fior de le fioccanti spume;L'affisa egli ammirando, e, se in quel tempoGli sorride ne l'alma un dolce amore,L'oggetto dei suoi voti in lei ravvisa;Così a fior del fiammante orbe del soleNuotar vede l'Eroe trepido un'ombra,Incerta ombra da pria, che umana formaMan mano assume e leggiadria cotanta,Che la viva in suo core Ebe gli sembra.Esultò giubilando, e in queste alateVoci si effuse:
—Oh! ben t'è stanza il sole,Ben t'è regno la luce, aurea bellezza,Che il petto mio, vago di luce, imperi!L'amor mio non sei tu? L'idolo amatoD'ogni speranza mia? L'ala e la possaDel mio pensier? Deh! come fausto io deggioStimar l'auspicio, che da te mi vieneIn quest'ora solenne! Ecco, già sentoCrescer lena al mio spirto; odo la voceDe la terra e dei secoli, che chiamaAl gran giudizio Iddio! Non altrimentiChe fosco immaginar d'egro intellettoDe la rosea salute al giovanileSoffio si sperde, io sperderò le larve,Che ne usurpan dei chiari astri la sede:Tutti i Numi cadranno; al ciel, da cuiUna fiera e tenace ira mi escluse,Or mi solleva, e trïonfante, Amore!—Ciò detto appena, un tal fascino il prese,Che per lo spazio il sollevò: non puntoDissimigliante a fuscellin, che avversaForza di calamita attira e regge;Se non che, quanto più di contro al soleLucifero salía, tanto fra' biondiRaggi del ben veggente astro la bellaCrëatura d'amor veníagli appresso.L'un lasciavasi a tergo il montuösoArido aspetto de la varia luna;L'altra il denso Cillenio; e già a la vistaRidea d'entrambi l'acidalia stella,Cara sempre ad Amor, sia che tra' fioriDel candido mattin splenda, e le piacciaDi Lucifero il nome, o che tra' roseiVespertini crepuscoli biancheggiDagli amanti invocata, e più le gioviChe il penoso mortale Espro l'appelli.Qui s'incontrâr l'alme felici, e un'ondaDi purissima luce e di coloriSi diffuse d'intorno, e parte n'ebbeCiascun pianeta e non minor la terra.Tal, se indagine umana al ver s'adegua,Versa tesor di colorati raggiSovra i cultori suoi Perseo superbo,Perseo, che a l'alba Galassèa nel grembo,Qual trïonfante eroe, splendido incede,E trono e serto ha di due Soli: un, tuttoFiammeggiante di porpora, vermigliDardi per l'aria, a par di Sirio, avventa;L'altro in un vel di cupo indaco avvoltoMestissimo risplende, e d'ambi al raggioIn cento iri d'amor l'aria si frange.A l'aspetto di lei, luce costanteDel suo pensier, verbo non ebbe o voceO sospiro l'Eroe; sol di quantunqueForza d'amplessi a le sue braccia, e al ciglioSplendor di sguardo a lui mai diede Amore,L'abbracciò tutta quanta, e la comprese.Ella parlò:—Me non la luce, o il cielo,Ma la terra natía covre e trasformaCon benigna virtù: polvere io sono,E su le membra, che l'Amor fioría,Or l'argentea rugiada educa fiori,Tra cui l'armonïosa aura susurra.Però non ammirar, se agli occhi tuoi,Siccome un dì, pur tuttavia risplendoDentro a la luce dei miei giovani anni:Miracolo è d'Amor; palpito e vivoImmortal vita nel tuo petto, e questeForme fiorite, che l'Amor mi dona,Altro non sono che veder, per cuiL'anima tua pietosamente illude.—Con questi detti eran venuti a l'aureeCase del Sol, che tutto vede. Agli occhiDe lo stupito Eroe di luce nuovaBalenò la fanciulla, e tanta preseParte di lui, che dentro a lui disparve.Dritto sul fiammeggiante astro egli stetteCon eccelso pensier: fra quel desertoVastissimo di luce, immensurataGranitica parea mole, che sfidiLa procella dei sordi anni e del cielo.Dove figge lo sguardo? Al globo estremo,Che i pensanti mortali alberga e nutre,Veglian perpetue le sue cure. OrrendeCose egli vede in quell'istante: oscureCarceri e ferri cigolanti e ruoteStridule sopra a vive ossa e cadentiSovra al collo de l'uom nitide scuriE torbe fiamme crepitanti ingordeD'umane carni e gorgoglianti abissi,Da cui, fra un vasto popolo di morti,Pochi, indomiti capi alzansi a guisaD'incrollabili rupi e di Titani;E, sopra tutto, galleggiante un'araLucida ai roghi, e in cima ad essa un mutoFantasima, che or dorme ed or sorrideVillanamente. Fiammeggiò negli occhiTerribile l'uman Dèmone, e, tuttoDal profondo del cor svegliando il grido,Queste fiere avventò voci supreme:
—O voi, che ne la fossaDa tanti anni dormite,Vestite i nervi e l'ossa,Fuor de la morte uscite;Da l'una a l'altra riva,O Morti, in piè levatevi:Il gran giudizio arriva!
Su la temuta scranna,Giudice inesorato,Non siederà tra' fulminiSiva feroce, o il natoDa vergin grembo: in questoNovo giudizio mio,Morti, voi siete i giudici,Il delinquente è Dio!
Porgi al vietato sorso,Tàntalo, il labbro; scuoti,O Encèlado, dal dorsoIl cupo Etna; dal fondoDei fiammeggianti inferni,Tiféo, balza, e t'allegra:L'adamantina MorteSpezza del ciel le porte,E, spazïando liberaPe' vani antri superni,Fischia, e s'apprende a l'egraCanizie degli Eterni.
Novello Brïarèo,Bronte novello al grido,La voce alza e la facciaIl Pensier numicido;E, con più fauste proveChe sul campo Flegrèo,Strozza il mutato GioveCon le sue cento braccia.—
Disse, e balzâr su dagli avelli i mortiD'ogni età, d'ogni loco. A quella formaChe noi vediam, quando più ferve agosto,Sorgere al ciel degli orizzonti in giroSparsi mucchi di nubi, a cui dà il ventoStrani aspetti di mostri e di giganti,Che arruffando più e più le bianche cresteSfidan mugghiando il sole: impauritoIl parco agricoltor guardali, e tremaNon saettin dal grembo in su' compiutiGrappoli il nembo d'una ria gragnuola;Similmente s'ergean su da l'immensaFolta alcune preclare Ombre, per cuiPrendea 'l cor dei Celesti alto sgomento.Or tu, qual che tu sii, dèmone amico,Ch'entro al cervello mio semini i fortiCarmi, a cui sol, più che ricchezza o nome,Fieri conforti a la mia vita io chieggio,Tu, poi che tanto il ricordar ne giova,Le più illustri rammenta, onde non sia,Chi, nel dì sacro a la ragion del Vero,Degli eroi del Pensier non sappia i nomi.Primi a tutti sorgean quanti fra un ciecoGregge di paventose anime e l'ombraD'insofferenti età la fronte audaceSpinser, chiamando a mortal guerra Iddio:Sdegnose alme ribelli, a cui stiêr controLa terra e il ciel, gli uomini e i Numi, e nullaFede giovò, nè culto altro che il Vero.Duce e signor di questa schiera elettaEmpedocle insorgea, nome e decoroDe l'antica Agraganto; e a lui d'intorno,Come ad avvalorar la sfida antica,Tu fiammavi tuonando, Etna superbo.Salute al foco genitor, salute,Vecchio vulcano, a te! Fiammeggia e tuona,Come in quest'ora ch'io ti guardo e canto,O sepolcro di sofi e di titani;Tuona, fiammeggia; ed a le sfatte genti,Ch'invide o ignare a noi drizzano il dardoDel meschino epigramma, e ne dàn nomeDi selvatiche proli, una favillaGitta, in pietà, de l'incorrotte fiamme,Che bollon ne le tue viscere, e a noi,Di lingua no, ma d'alma e di man prodi,Superbamente ardono il petto: avrannoForse vergogna di sè stesse alloraChe sentiran dentro a le fiacche veneScorrer men pigro e men putrido il sangue!Secondo al Saggio agrigentin veníaL'amabil sofo di Gargetto, a cuiFu scola e Dio la voluttà del bene;E tu gli eri da canto, inclito vateDe la Natura, a la cui dotta voceScese del Tebro bellicoso in rivaVenere santa, e una divina infuseNel tuo petto gagliardo aura di canti.Seppe allora di Marte il fiero alunnoDe le cose il principio, il mezzo e il fine,E maledisse a la feroce e stoltaReligïon, che d'ogni mal feconda,Potea nel sen de la verginea proleSpingere un padre a insanguinar la mano.E già dietro a tal duci impazïenteBalza da terra, e contro al ciel si lanciaL'audace di Vanini ombra sdegnosa:Scuro e bieco ei s'inalza, e nugol sembraNunziator di procella. Orridi in vistaGli s'ergean sotto i passi il palco e il rogo,Ed egli co' fiammanti occhi tremendeCose dicea, ma fieramente mutoEra il suo labbro: ahi! la faconda lingua,A cui diede Sofia nuovi argomenti,Mozza gli avea chi dai venali altariLa luce e il detto di Sofia paventa.Vien seco il Mantovan, che da l'augustoDe l'umana Ragion tempio immortaleL'anima e Dio securamente escluse;E chi pria rubellando il dotto ingegnoA l'idolo inconcusso di Stagira,Più vasto al pensier nuovo aere dischiuse,Cui ratto con gagliarda ala discorseLiberamente il prigionier di Stilo.O voi del Crati fragoroso opacheSelve, così vi serbi intatte il nembo,Proteggete almen voi d'ombre cortesiLe sacre, inonorate ossa del vostroVecchio Telesio! Accanto a lui, che tuttoSplendido in suo candor cheto s'inalza,Freme e lampeggia il precursor di Nola,Dal cui fiero intelletto e dal cui rogoTanta infamia ebbe Roma e luce il mondo.Ma forse il genio mio scorda il tuo nome,Di Malmèsburi onor? La tua bizzarraFronte, entro a cui d'Albion tutta s'accolseLa superba ed acuta indole strana,Certo non io fulminerò, se assisaSovra il collo ai mortali in ferreo tronoVedesti, autrice universal, la Forza.Forse il Dritto e il Sapere, adamantinoBrando e scudo, di cui s'arma e difendePer natura chi umano ebbe il sembiante,Forza eterna non è? Ben essa al voloT'armò in tal guisa il prepossente ingegno,Che, oltre a l'etra sorgendo, al vulgo illusoQuinci gridasti: Un vuoto nome è Iddio!Tal da l'Ande selvose al ciel sublimeLancia la poderosa ala il condòro,E le nubi calpesta, ed orgogliosoDei voli suoi sfida stridendo i nembi.Ecco, appresso a costoro a cui d'intornoFa ressa e ondeggia una men chiara folta,Rompe un fiero drappello, a cui son duciDiderotto ed Holbacco, incliti entrambiRisvegliator di popoli; vien terzoElvezio, e quarto Volney. Qual suoleA l'improvviso infurïar d'un nemboFendersi ai lampi il ciel, tremar la terra,Crollare alberi e tetti, e scatenarsiDalle ripe con fiero èmpito i fiumi;Così d'intorno a la tremenda schieraUn fremito, un fragore, una ruïnaTerribile s'udía, mentre il solingoGinevrin, precedendo, iva due faciSanguinose agitando, e come straleIl riso di Voltèro il ciel fendea.Da l'altra parte, in cupa nebbia assorti,Vengon color, che il falso al ver mescendoCon sagace pensier, norme e governiPersuäsero ai popoli, ritrosiAd ogni culto di civil commercio.Da l'aurifero Gange, in simiglianzaDi marmorea colonna, ergeasi al cieloL'antichissimo Brama; ed eran seco,Co'l ben veggente istitutor dei Parsi,Trismegisto e Confucio, e quei che mitiDettò leggi ai Fenicî, inclita genteDomatrice del mar; non che il divinoGerme di Clio, trïonfator di traciBelve e de l'Orco, non di voi, geloseDonne de l'Ebro, al cui baccar fu il biondoMozzo capo concesso e l'aurea cetraFavellatrice di gentili affetti,Non vivo il core a un solo amor devoto.V'era inoltre Pompilio, anima riccaDi scaltriti consigli, e finalmente,Simile in tutto a l'Arabo Misèmi,Il campato da l'acque astuto Ebreo.Videli appena da l'opposta parteDi Malmèsburi il Saggio, e li squadrandoCon traverso cipiglio:—O voi di NumiFabbricatori e mercatanti, disse,Qual maligno talento a noi vi menaIn quest'ora di gloria e di vendetta?Stolti! che al sommo socïal potereSovrapponeste un fiero idolo, al cuiTemuto auspicio smisurate e saldeSparse l'Error l'empie radici in terra.Ma stagione or mutò: gli egri intellettiDal morbo rio, che li torceva al cielo,La Ragione guarì: solo e severoNume e legge la Forza; e qual volesseNovelli Iddii favoleggiar, d'infameMorte morrà. Mal vi destate adunqueDi Lucifero al grido; al vostro Nume,Gloria non già, morte e vergogna ei reca!—— Inclito senno d'Albïon, risposeTosto l'Eroe, che pur nel nome ha luce,Quale acerba rampogna or t'è fuggitaDa la rigida bocca? ImpazïenteDel trïonfo de l'uom, ch'è mio trïonfo,E sdegnoso di tutti idoli a drittoEpperò degno mio campion tu sei;Ma trasvolar quanta ragion mai possaProteggere costor d'un'aurea scusa,Lodevol cosa io non dirò, nè giusta.Allor che inconscî d'ogni ver, fra biecheFraterne ire e sospetti, una brutaleVivean vita gli umani, e la Paura,Despota d'ignoranti anime, orrendeCose spirando, il ciel, la terra, i fluttiPopolava di Numi e di Chimere,Chi avría, senza periglio e senza temaDi gittar l'opra inutilmente, espostoScevro di veli ad uman guardo il Vero?Il Vero è Sol, che i grami occhi abbarbagliaDi chi vive ne l'ombre. Or chi di biasmoFarà segno costor, se al radïanteVolto del Ver, perchè men dèsse offesa,Posero un'ombra, a cui diêr nome Iddio?Come in aprica e ben disposta aiuola,Ove il buon giardinier, tutte a lei vòlteLe rigid'opre de la ria stagione,Depose i germi prezïosi, i solchiSerpeggianti vi aprì, per cui non manchi,Quando più punge il Sol l'arida terra,La fresca linfa ch'ogni fior ricrei,Al richiamo d'april vestesi a festaOgni pianta, ogni stelo, e tutto in giroRide il suol di colori e di fragranze;Così a la voce di costor, che fûroPrimi maestri di civil costume,Fiorîr genti e città, su cui da l'ara,Perch'uopo avean di fede i rozzi ingegni,Stendea la Legge il moderato impero.Se non che, sòrta quella ria masnada,Che, l'umana pietà mercanteggiando,Usurpò i templi de la terra, e il cieloCon chiave d'oro al fornicar dischiuse,Non più di civiltà mezzi e stromentiMa tiranni de l'uom fûr fatti i Numi.Nacque allor ne le oppresse anime, a cuiA tempo il Ver fatto avea chiaro il senno,Fiero un disio di rubellarsi al plumbeoGiogo del ciel; suonò per l'aria il gridoDe la riscossa, e si pugnò. Non vinsePer certo Iddio; vide fumar d'umanoSangue innocente i mercenarî altari;Ma le vittime han vinto. A poco, a pocoScemò, come al mensil corso la luna,La possanza del Dio, ben che di ferroTempra vantasse ed immortal. S'ostinaPur tuttavia, quantunque imbelle, e inciampoUltimo ei resta al trïonfar del Vero.Or, perchè l'uomo in sul fulmineo carroDi Civiltà varchi ogni meta e segno,Sovra il corpo di Dio convien che passi!—Seguían queste parole; ed ecco incontroA l'aureo Sol levarsi altra falangeDi pure e maestose Ombre, che a duciBudda e Socrate avean. Per l'opalinoEtra sorgeano, e più ch'uomini e formeParean candidi rai d'alba nascente,O visibili idee: tanto di luceAvean d'intorno e tal purezza in viso.Sorge anch'ei dietro a lor, ma bieco e solo,Sopra cavallo indomito l'ossessoBattaglier de la Mecca, a cui nel pugnoNudo lampeggia e sanguinoso il brando:Nembo ei par di tempesta, in quel ch'a' buffiD'euro si squarcia, e tortuöse e roggeSolfuree fiamme in su la terra avventa.Ma già un nuovo drappel chiama la voceDel canto mio. Come vorace fiamma,Poi che tutte afferrò l'aride secceDel vasto campo, il vicin bosco invade;Terribilmente crepitando esultaCon cento lingue sanguinose a l'etra;Così questi venían dopo a un vessilloFluttüante a l'avverse aure, su cuiCon vivo sangue uman scritto è: Riforma.Qual da l'Eolio mar, quando più cupaDorme sotto ai veglianti astri la notte,Fra dodici fantasmi ispidi o scogli,Cui morde la rabbiosa onda d'intorno,Sorger tu vedi e lampeggiar, perenneAra di foco, la Vulcania ròcca;Tal sorgea lampeggiante, in mezzo ai milleChe premeansi a' suoi lati, il procellosoProtestator di Vittemberga. AppressoMuovongli il cheto confessor d'AsburgoE il rigoroso Ginevrin, cui tardoPar l'altrui passo e andar vorrebbe il primo;Non che il prode di mano e d'intellettoNovator di Zurigo, e i due di Praga,Ch'ebber pari il supplizio e l'ardimento,E duce entrambi e ispirator VicleffoEversore di dogmi; e quanti osâroA le voraci arpíe di VaticanoSpennacchiar l'ale e rintuzzar li artigli.Destossi anch'ei sul torbido TamigiIl lascivo Tudorre, e già già mezzoSorgea da l'acque, e s'apprestava al volo,Quando piombâr su la sua testa, a guisaDi rapaci avvoltoi, le trucidateSue concubine, e il regal manto e il pettoGli addentaron, sbranandolo. StrideaL'obliqua alma del Re, mentre, ravvoltaNel casto vel, sdegnosamente il tergoGli volgea l'infeconda AragoneseCommiserando; e tu da la lontanaL'incatenavi co'l tranquillo sguardo,O grave ed incorrotta Ombra del Moro.Eran queste le schiere e questi i duci,Ch'oltre al Sole movean, mentre a lor pariDai quattro venti de la terra un gridoTerribile s'ergea, qual se sconvoltiDa una pazza procella a un punto soloMugolassero i mari, o scatenatiD'avversi poli s'azzuffasser tuttiCon forze uguali ed ugual rabbia i venti.Tuonavan da le selve ime e dagli antri,Già sacri al vorator d'uomini Odino,Quant'ostie mai su'l suo tremendo altareCaddero; urlavan fieramente anch'esseLe vittime di Teuta, a cui, più careDi rugiadosi vischî e di verbene,Bionde teste mietea pei boschi opachìLa druïdica falce; un gemer lungoDi greche madri in sugli oblati infantiProrompea da l'Idee valli, superbeDel vagito di Giove; alto dal TebroFremean l'espïatrici ostie feriteA l'ingordo Saturno; e una selvaggiaQuerela uscía dai seppelliti avanziDe le Puniche ròcche, in quel che in armiSorgea sdegnoso il redentor d'Imera.Ma chi tutte può dir le voci e i gemiti,Che al ciel salíano a dimandar vendettaDopo secoli tanti? Opra più lieveFaría colui ch'enumerar volesseDel ciel le stelle e de l'oceano i flutti.Dal braminico aurato Indo, dagli ortiRosiferi d'Irano a le fecondeTrinacrie rive del geloso Egitto,Da le terre promesse a una masnadaDi lebbrosi omicidi; dal sepolcroSanguinoso del Cristo a le funesteValli d'Alby; dai trïonfati fiumiDe l'industre Batavia, a cui sul pettoGavazza ancor del fiero Alba il fantasma;Da le Calabre valli a le solingheNevi di Valtellina ergeasi un gridoFormidabil, concorde, a cui fean ecoDa la Senna e da l'Ebro urla più fiere.Udía da l'alto il Nazzareno, e, il biondoCapo scrollando amaramente:—O amore,Dicea, per cui l'innocua vita io diedi,Qual mar di sangue a la mia Croce intorno!—
La voce di Lucifero spaventa i beati, che si danno scompostamente alla fuga.—San Luigi Gonzaga si sviene fra le braccia di Santa Teresa.—Gabriele, non potendo persuadere l'Arcangelo Michele alla pugna, ordinate alla meglio alcune schiere, disponesi alla battaglia.—Santa Cecilia ne lo dissuade; ond'egli, lasciato il fiero proposito, s'abbandona voluttuosamente nelle braccia di lei.—Loiola, Domenico di Guzman, Torquemada, Pietro d'Arbues, Sisto e Pio V ordiscono una frode a Lucifero.—San Pietro abbandona le porte del paradiso.—L'Eroe sventa la congiura, e prorompe luminosamente nel cielo.—I congiurati santi tentano la fuga, e periscono miseramente.—Lucifero arriva alla presenza di Dio, cui trova, già fuori di sè, abbandonato da tutti, fuorchè da alcune bestie fedeli.—Tornata vana ogni loro difesa, tramutatosi indarno in diversi aspetti, Iddio muore, mentre l'Eroe ridiscende sul Caucaso, ed annunzia a Prometeo la fine dell'impresa.
Appena il grido de l'Eroe percosseCon sinistro rimbombo il ciel vicino,E le prossime schiere e la funestaVoce avvisâr dei minacciosi estinti,Tremâr tutti i Celesti, e verdi il voltoDa la paura, si guardâr negli occhiSilenzïosi. Avvertì anch'esso IddioL'imminente periglio, e sì com'eraSfidato e triste e non del fato ignaro,Sul primo che gli occorse eburneo seggioS'abbandonò. Stupidamente in giroMovea gl'inebetiti occhi, e non tostoPipilargli a l'orecchio udì il divinoColombo, e sospirar, qual su la Croce,L'incarnato suo figlio, in un dirottoPianto scoppiò, tutti adempiendo insiemeDi stupore i Beati e di sgomento.Qual se dal fondo d'uno stagno, impuroSuscitator di sitibonde febbri,Leva un rospo un loquace inno alla luna,Tutte svegliansi a un tratto, e gli fan coroLe profetiche rane, onde a l'intornoDi chioccio chiacchierio suonano i campi;Tale, al pianger del Dio, per l'azzurrineVòlte del vacillante Eden destossiUn suon di disperate urla e di pianti.Piangean le poverette alme digiuneD'ogni gioia di nozze e d'ogni amore,E tu primo fra loro, o immacolatoFior dei Gonzaga. A un altarino innanziTutto adorno di ceri e di ghirlandeEi traducea l'eterne ore in ginocchioMormorando preghiere a un CrocifissoD'indico dente elefantino. Il novoGemito udito, in piè balzò, le cereeMani protese, e, l'argentina voceSpaventato cacciando, a correr diessiPer li stellati corridoi del cielo.Accoccolata a un angolo romitoLa povera Teresa ivi giaceaStranamente ghignando. In lei si avvenneIl fuggitivo, e, qual fagian, che sentaDietro di sè del cacciator la pésta,Fra l'ovvie macchie il capo aureo nasconde,Tutto ai colpi lasciando il corpo esposto,Tal fra le gonne sbrindellate e conceDe la squallida pazza il mal completoGarzon cacciò la paürosa testa,Nè badò per la prima al sesso avverso.N'ebbe gioia la diva, e a quella guisaChe una grave bertuccia a' rai del sole,Tolto fra braccia un piccioletto amico,Tutta a forbirlo e a coccolarlo intende,Così, strillando allegramente, al vizzoPetto ella strinse il trepido fanciullo,E tante gli tessè d'intorno al corpoCon la lubrica man giochi e carezze,Che a la fine ei sentì corrergli il sangueTale un'ignota voluttà, che a un puntoSussultando fra' brividi si svenne.
Sveníansi ancor, ma per cagion diversa,Molte vergini suore, a cui l'intattaOrsola impera. Altre scorrono urlandoLa reggia; altre stracciandosi le chiomeE battendosi il petto van d'intornoPerdutamente; qual con vitreo sguardoSiede come fantasma, e qual, deformePer isterici spasmi e di spumantiBave immonda la bocca, a simiglianzaSi contorce di frigido ramarro,Cui, smessa a un tratto la pesante zappa,Fiede il villan con infallibil sasso.
Fra il gridare, il fuggir, le preci, il piantoSorse l'invitto Gabrïel ne l'ira,E, volato a Michel, che vergognosoDe l'ultime sconfitte i men frequentiLochi chiedea:—Qual mai desidia è questaChe t'invade, esclamò? Muti ed inertiAspetterem l'esizio ultimo e il crolloDi questo regno luminoso? È forseSpeme alcuna d'impero e di salute,Che nell'armi non sia? Nel contumaceOzio che il cor già impavido ti prostra,Rea viltà, danno certo e infamia io veggio!——Di viltà non parlar, con disdegnosaVoce proruppe il pro' guerrier di Dio,Non parlar di viltà, se vuoi che amariNon saëttin dal mio labbro gli accenti.Vil non fui mai: fra le celesti schiereTrono o arcangel non è, ch'ebbe mai vantoDi vedermi ai perigli andar men lestoDi te, che forza del Signor ti appelli.Ma or che giova il valor? L'armi e la pugnaChi incerto ha il fato ed ha speranze elegga:A noi chiaro è il destino. Ombra di NumeS'è fatto Iddio; l'uom tutto vince. Un tempoAquila io fui, che per l'eteree stradeArtigliai le saette; or, che ne fallaCon la fede de l'uom del ciel l'impero,Notturna upupa io son, cui non già il sole,Ma il silenzio e la fredda ombra sol giova.——Quanto mutato sei! quanto mutatiTutti d'intorno a me qui nel feliceRegno de le beate anime, aggiunseFra disdegno e pietà l'angel superbo;Questo è davvero il ciel? Qui regna Iddio?Tutti d'umani scoramenti invasiTrovo i petti immortali! Oh! non sì tostoIo piegherò: spiri seconda o avversaA la battaglia mia l'aura del fato,Forza a forza opporrò; nè cadrò priaChe l'avversario mio provi il mio brando!—Spiegò in tal dir le penne, e, la fulmineaSpada traendo, alzò de l'armi il segno.Come, uscendo a l'aperta aia dal nido,La mal pennuta chioccia alza la voce:Odono il noto crocidar maternoI pelati pulcini, e pipilandoCorronle intorno, e per l'accolto strameCon piè inesperto a razzolar si dànno;Così del bellicoso angelo al gridoCorsero i pochi, a cui mal noto ancoraDel conflitto de l'armi era il periglio.Si sdegnò assai de la non folta schieraL'animoso campion, pur, come seppeLa ordinò, l'attelò, la messe in punto;E già, già si movean, pari a loquaceFrotta di gru, che la tempesta incalza,Quando l'amor di Gabrïel, la bellaCecilia, udito il suon de l'armi e il gridoDel guerriero diletto, a lui sen corseSpaventata, anelante, e:—Dove irrompi,Forsennato, gridò: qual cieco ingannoT'ombra il divo intelletto? Ah! non già un uomo,Non un popolo sol, non tutta quantaLa terra hai contro e i rubellanti abissi,Ma con seco i destini. È troppo orrendaCosa la pugna, e quando è vana, è stolta.Cedi al destin; cedi a l'amor; non giovaProdurre a prezzo di perigli il regno;Se tempo è di cader, cadasi: io tecoStretta morrò, non già con l'armi in pugno,Ma ne l'amplesso de l'amor sopita.—Disse, e caddegli a' piè. Fra due sospesoDubitava il gagliardo Angelo, quandoDal sen colmo di lei, fosse arte o caso,Lieve lieve si scinse il roseo velo;Ed ella in vista lagrimosa e tuttaD'amoroso pudor rorida, ai dolciStudî d'amòr gli seducea la mente.Strale fu questo, che andò dritto al coreDel divino guerrier: gli sfuggì il brandoDa la trepida destra; il vergognosoSguardo girò confusamente intorno,E, balbettando futili parole,Per man prese la dea, ne le lucentiStanze sacre ad amor trassela, e leiMal ripugnante degli ambrosei veliCon mano carezzevole discinta,Al talamo invitò, dove, il gagliardoProposito e il vicin fato e sè stessiDimenticando, a delibar si diêroDel giardino d'amor l'ultime rose.Come a l'odor di ramerino o timo,Onor vago dei campi e amor de l'api,Ruzzan gli agili gatti, e senton forseCome un acuto stimolo, che il sangueFieramente gli assilla, onde su l'erbaStropicciando il supin dorso flessibileCon dolce miagolìo chiaman l'amica;Così, ad esempio del lor duce e al visoDe la santa pulzella, arsero i pettiDei celesti guerrieri, e, nulla ancoraDe l'instante rovina conoscendo,Si sparpagliâr, smesser celate e usberghi,E quinci e quindi a saltar diérsi in tracciaD'auree fanciulle e morbidi angeletti.Mentre così, del lor destino ignari,Dansi questi bel tempo, entro a la cupaAnima del Loiola un serpeggiantePensier guizzò. La macera personaRaddrizzò a un tratto, e con volpina voceChiamò quanti nel cielo erano in pregioDi sagace accortezza, e a lui ben attiParvero a l'uopo: il Montaltese, obliquoMastro di frodolente opere; il santoConversor di Gusman, la cui parolaScrisse co'l sangue il masnadier Monforte;Non che il fier Torquemada, anima acutaQual furtivo pugnal, che negli umaniPetti s'infisse ad indagar la fede;Il ferino inventor d'ogni tormentoManigoldo Arbuense; il pio GhislieriTessitore di stragi, ed altri, a cuiNegò voce la fama. Eran costoro,Poichè del fato avverso eransi accorti,Tutti intesi a raccòr per le fulgentiAule del ciel quanto potean di riccheGemme e pregiate masserizie; e, fattoUno sconcio fardello, a quella formaChe travagliansi attorno ad un oscenoNon ancor morto scarabèo le inopiFormichette ingegnose, ad esso in giro,Con le mani e co' piè forte spingando,Trafelanti anelavano; e già giàS'involavan dal ciel, stolti! che fuoriDi quel regno di larve avean pensieroProdurre oltre la vita; e negro intantoLi batteva a le spalle il giorno estremo.Li sorprese in quest'opra il conosciutoGrido e l'aspetto del sagace amico,Ed ascoso il furtivo ònere, a modoD'astute gazze, e fatto al loco intornoDi sè stessi gelosa ombra e tutela,Aspettâr la proposta.—Accorti e saggiSiete inver più di me, disse il Loiola,Se al bisogno del furto e de la fugaGià date il tempestivo animo! Al certoPeriglioso è l'istante, e di tenaciNebbie ravvolto l'avvenir. Del Dio,Che propugnammo, ogni splendor tramonta:Immortale ei non era; e noi già primiLo sapevam, noi che sol Nume in terraL'utile nostro e il nostro regno avemmo.Scarsa è la schiera e del mio nome indegnaChe mi resta laggiù; qui non è alcuno,Che a pugnar pensi, poi chè ottuse e vaneLe nostre armi son fatte; arbitro sorgeIl mortale Pensier, che in aurei nodiNon a caso io distrinsi; ogni virileNerbo gli tolsi a poco a poco, e uccisoL'avrei del tutto, ove più fine ingegnoDato avesser le sorti ai miei fedeli.Cederem noi per questo? A l'uom, già vileSchiavo e strumento d'ogni mio disegno,Noi, vili or fatti, piegherem la nostraGià ferrata cervice? Oh! alcun non siaChe in cospetto me'l dica! Uom, che a la primaFaccia del mal muto s'accascia e trema,Pusilla anima è detta; a noi, che tantaFama abbiam di sagaci, e siam beati,Qual degno nome si addiría? Son troppeLe dolcezze del ciel perchè a la primaSi conceda al nemico! Abbiam rispettoPrima a noi, poscia a Dio, da la cui larvaGià difesi imperammo. Inutil sonoLe braccia e l'armi? E che però? Ne avanza,Possente arma, l'ingegno. È disperataCosa la pugna? Usiam l'arte e la frode:Mal, che torni a vantaggio, al ben somiglia.—Tacque, e le man si stropicciò.—Son d'oroLe tue parole, a lui rispose il sennoDel Pastor di Montalto, e assai per fermoIo ne lodo il valor; ma la patenteSconfitta che vicina e certa io sento,E meco ognun, tu non dirai che siaSorte miglior d'una latente fuga,Pria la vita, indi il regno. Io, sin che filoDi memoria e di spirto il cor mi regga,Non dispero acquistar quanto or si perde;Campar dunque fa d'uopo.——Altra io non veggioVia di salute, il pio Ghislieri aggiunse,Che la via del fuggir!——Così ne fosse,Gridò allor con schizzanti occhi il grifagnoConsiglier di Filippo, oh! sì ne fosseTosto dato in balía quest'incarnatoSovvertitor di sacrosanti altari!Tal rete intorno gli ordirei, che vanoAl districarsi torneríagli il tuttoSuo senno astuto e l'infernal possanza!——E chi sa?, ravvivando il serpentinoOcchio, soggiunse il Biscagliese obliquo,Chi sa, che in nostra man da ver non caggiaQuest'audace Lucifero? Fin quandoSpirto alcuno d'ingegno oprar n'è dato,Chiuder non dèssi a la speranza il core.Ragno astuto, che vede in un sol puntoDisfatto il fine e pazïente ordito,Torna a l'opra ben tosto, e in più sicuroLoco, e con più sottile arte ed ingegnoPiù certe insidie ai suoi nemici intesse.Spero io così trar ne la rete il nostroBurbanzoso avversario. Ardito e fortePer certo egli è; ma un punto io gli conosco,A cui se drizzi insidïoso un dardo,Larga e secura gli aprirai la piaga.Benchè spirito invitto e del pensieroApostolo sublime egli si vanti,A la turpe materia il più profanoCulto ei professa; ed io più volte il vidiProstrato al piè d'una beltà terrenaSvestir l'orgoglio e gingillar la vita.Udite or dunque un mio proposto. AppenaEi si farà su'l limitar del cielo,Niun lo scontri con l'armi: esperimentoVano saría; vadagli incontro inveceUna, di quante sono ornate e belle,Leggiadrissima santa (ed io fra tutteDo la palma in quest'uopo a la divinaProstituta di Màgdalo); gli abbracciSupplicante i ginocchi, e sì lo svolgaPer qualche istante da ogni fier concetto,Che a l'amplesso fallace ei si abbandoniIn una molle voluttà. Noi, quantiQui siamo ancor d'armi o d'ingegno instrutti,A lui d'intorno in vigilanti agguatiTutti pronti staremci; e quando il fieroDebellator di Dio da l'iteratePugne d'amor giacerà stanco e assôrtoNel più codardo e immemore abbandono,Noi piomberemgli in un baleno addossoCome stuol d'avvoltoi; di ferrei nodiL'avvinceremo; e poi che osceno e carcoSarà tutto di ceppi e di ferite,Tal gli darem di tutto polso un crollo,Che i neri abissi e il regno suo riveda!—Piacque a tutti il consiglio, e alàcri e prontiDiêrsi a l'opera intorno, in simiglianzaD'immondo strupo di codarde jene,Che, fatte ardite dal favor de l'ombre,Mute s'affrettan pe'l deserto campoDietro al sentore di lontan carcame.