Curiosità dei Celesti e pietosa supposizione dei santi inquisitori alla vista dell'incendio di Parigi.—Pettegolezzi divini.—Profonda risposta di Dio; e confidenze che egli fa a santa Teresa; che perde improvvisamente la ragione.—-Lucifero, che ha lasciata la Francia, veleggia per l'America.—Apostrofa alla Spagna.—Arriva nel nuovo mondo.—Saluto alla libertà, madre di civili istituzioni.—S'interna in una foresta, di cui si fa la descrizione, e conversa con una scimmia, che pretende esser sorella del genere umano.
Con quest'alte speranze e queste cureSi partiva l'Eroe, mentre più vastoPer la rigida notte infurïava,Turbinando, l'incendio. Arder pareaLa terra intorno, e correr sangue i fiumi,E, ad ingoiar tant'ira e tanti affanni,Come abisso di morte, aprirsi il cielo.Sentîr le fiamme inaspettate e il lezzoDei feroci olocausti, e balzâr tuttiFuor del sonno i Celesti, a quella guisaChe sbucan da le pingui arnie ronzandoLe pecchie industri, allor che il dispettosoVillan, che con obliquo animo guardaAl prospero vicin, l'aride ammucchiaSecce del campo, e presso agli alveariGitta la fiamma e, pago il cor, s'invola.Sorser così l'alme beate, e primoAl veroni del ciel, trepido, ansanteDi recidiva voluttà, la viaS'aprì quel di Gusmano, un tra' più fortiZelatori del Cristo, e:—Li han bruciati,Li han bruciati? dicea; son tutti rei,Tutti eretici son; di roghi ha d'uopo,Sol di roghi la terra!——Ah! ch'io li veggia,Gridava dietro a lui, feroce in vistaIl terror di Toledo; e con aperteNari spirava quella crassa, impuraMefite, che a le fiamme orride mistaGli astri avvolve di fumo e ammorba il cielo;Ch'io li veggia morir; ch'io l'odor bevaDe le ree carni abbrustolate, ascoltiIl rantolo supremo, e sperda a' ventiCon questa man la polvere esecrata!—Sporge in tal dir la gialla testa, in cuiPochi, duri quai chiodi alzansi i crini;Schizza sangue dai tondi occhi; le aduncheScarne man vibra come artigli, e, tuttoTremito i polsi, la sanguinea bocca,D'un lungo, giallo e mobil dente armata,Fra la bava spalanca, e rauchi e fieriUrli interrotti da le fauci avventa.A l'aspetto feroce inorriditiPortan gl'innocui serafini al voltoLe miti ali e le palme; e solo alloraChe sentîro il clamor de le sorgentiDive, si diêro a sogguardar furtiviFra le dita e le penne. In simiglianzaDi pingui anatre, allor che da l'erbosaRiva, ov'ebber più tempo ombre e pastura,Al subito apparir d'un orgogliosoCigno, di laghi imperator, si dannoClamorose a fuggir; sbatton le breviAli pe'l lido, e tra le canne e i giunchiDel padule vicin tuffansi in frotta;Folte così, così confuse e punteD'improvviso timor sorser le diveDa le tiepide piume; e, tutta a un'oraLa rigida modestia e il curïosoSguardo dei circostanti angeli e il locoDimenticando, fuor dai nivei pepliLibere consentían le rosee forme,Che, fresche, acerbe e roride sì comePesche soavi che l'aurora imperla,Inducean le celesti anime a un sensoD'indefinita voluttà. Le videDa l'antico suo seggio il profetanteRe di Sïonne, e abbandonata al piedeCaddegli la vocale arpa; nel pettoFiammeggiò tutto; e già fuor dagli avariOcchi e fuor da le labbra avide il sennoSenz'altro gli fuggía, se non che a tempoSopravvenne il divin Padre, e d'un cennoLe impronte ansie ammorzò. Pensoso e stanco,Di sotto il braccio egli venía soffoltoDa la diva Teresa: una vegliardaD'Àvila, ossessa da Gesù, che al vanoPiacer, che le vulgari anime adesca,L'involò tempestivo; ond'ella, espertaDel futil gioco de la rea fortuna,Al suo divo amator l'alma concesse.Or fra gli astri ha dimora, e sacro in terraÈ il nome suo. Ringiovanita e bella,In pregio de le sacre estasi, al NumeDilettissima vive, e a lui sorregge,Antigone pietosa, il passo infermo.A l'appressar del Dio, taciti arretransiI minori Celesti, e in duo partitaS'apre la folla riverente. Un aureo,Morbido seggio ivi s'ergea: stupendaOpera di ricamo, in cui la divaLucia, maestra d'ingegnosi uncini,Esercitata avea tutta ad un tempoL'ammirabil perizia. A lei ministreFuron le vigilanti ore, e compagnaLa rigida pazienza; e non di perle,O di rari smeraldi e di rubiniLa cara opra abbellì, ma, tutti presiI riposti, ozïosi astri dal fondoDei forzieri di Dio, gl'infilzò a un refeAdamantino, e al divin seggio intornoCon sottile d'acciaro ago l'infisse.Ivi il Nume si asside; il formidabileSopracciglio fatal tre volte inchina,Scote tre volte l'ambrosia canizie,Serra il valido pugno; e al cenno usatoSvegliasi da le sante arpe il concentoDei melodici salmi. Apresi il varcoTra' folti angeli allor la previdenteBrigida, e tutta rigorosa, in vistaDi profetessa, al vecchio Iddio d'innanziPiantasi; e il fren già già scioglie al facondoFavellar, che Gesù destale in core,Quando il buon Dio con subita rampogna;—Brigida, figlia mia, le dice, smettiPer carità l'antifona noiosa:La san perfino i paperi: i soldati,Che legaron Gesù, fûr centocinque;Gli sputi, ch'ebbe su la santa faccia,Novantadue; le prezïose stilleDel sangue, che sul Golgota egli sparse.Due milïoni; centomila gocceDi sudor; cinque piaghe, oltre la sestaRivelata al dottor di Chiaravalle…Ma, per pietà, finiscila una voltaQuest'insulsa scilòma!—IndispettissiA tal parlar la vergine Maria,E con umile sguardo e cor severo:—Padre, figlio, esclamò, suocero, sposo,In verità questo parlar non parmiDegno di voi! Che! non vi par ben fatto,Che si onori mio figlio?—E figlio nostro!Battendo l'ali e pipilando, aggiunseIl Colombo divin; Brigida a drittoLo ricorda ai beati!——Aüf! rispose,Sorgendo a un tratto il bilïoso Iddio;Io non ne posso più di questo eternoBisticciar fra di noi! Non son padroneD'aprir la bocca e darle fiato! QuestaDivinità, che non è tre nè uno,Mi comincia a dar noia: un giorno o l'altroMe ne sbarazzo! I dii stan bene in caffo,E tre son troppi!—Ammutoliron tuttiA l'acerba parola. Allor lo sguardoGittò il Dio su la terra; e poi che, a schermoDel raggio dei vicini astri, la manoTremula pose tra la fronte e il ciglio,E affisò lungamente, un sospir trasseDal cor profondo, e, in tuon grave e solenne:—Quello, disse, è un incendio!—Al suon temutoDe la voce di Dio restâro immotiGl'immoti astri, ondeggiâr l'aure ondeggianti,E, pago il cor del rivelato enimma,Tornò ciascuno a le celesti alcove.Non però torna il re dei Numi, o al sonnoCrede le membra, abbenchè lasse: in parteLa più remota ei si ritragge, e secoVien la scorta sua fida. In sui ginocchiQuesta gli s'adagiò; tutto gli preseFra le morbide mani il capo augusto,E il baciucchiò teneramente. AssòrtoIn un triste pensier nulla ei sentíaLa dolcezza dei baci; ond'ella in fronteLi astuti gli figgendo occhi d'amore:—Caro babbo, dicea, s'è ver ch'io leggoNel tuo pensier, mesto sei tu. PensosoE tacito così, mai non mi fostiDa parecchia stagion. Ti vien vaghezzaDi sparger di novelli astri la facciaDei firmamenti? Ebben, parla: al tuo dettoSorgeran soli e mondi. Arde i tuoi sdegniLa superbia de l'uom? Fulmina: è tuaL'eternità!—Sorrise amaramente,Scrollando il capo, il divin Padre, e,—AcerbiFatti, rispose, al mio pensier tu chiami,E quasi punta di crudel sarcasmoTu ferisci il mio cor. Di sogni in sogni,Credula come sei, porta la fedeLa semplicetta anima tua; veleggiI cari regni de l'amor, nè saiQuanto abisso di morte e di doloreSotto a questi vegghianti astri si celi!—Punse tal favellar l'orgogliosettaAlma di lei, che tutti aperti e chiariI misteri del ciel correr presume,E, di vivo rossor la guancia accesa:—E che dunque, esclamò, questa mi valePresenza tua, se al guardo mio si ascondeParte alcuna del ver? Veggente e divaSol di nome son io, quando sostieni,Che, di tenace error l'anima avvinta,Qui in ciel, quasi mortal femmina, io viva!—E a lei con dolce, carezzevol piglio,Palpando il collo flessuöso e il crineRispondeva il buon Dio:—Già da gran tempoIo'l so, ch'ésca tu sei! Docile e buonaFinchè si va a' tuoi versi, e ti si correDietro senza neppur farti uno zitto;S'apre bocca? si fiata? Ecco, senz'altroTu mi prendi una bizza! Ah! ma la colpaÈ tutta mia! T'ho ridonato il risoDi giovinezza; il cor t'ho schiuso a' faciliVaneggiamenti d'un celeste affetto,Tutti inutili doni! Altro or tu chiediDel mio paterno amor non dubbio segno?Legger vuoi nel destino? Ebben, mi ascolta!—Smesse il labbrino, e radïò d'un risoLa bellissima santa, e, poste al senoCon garbo puëril le braccia in croce,Si guardò, s'assettò, scosse la brunaTesta, a svïar dal fronte picciolettoLa crespa ed odorata onda del crine,E tutta ne l'udir l'anima accolse.—Non sorrider così, cominciò il NumeCon sospirosa voce; occulta, orrendaCosa io dirò, tal che nessun finoraAscoltò dei Celesti. Ah! s'altri fosseDi tal secreto e dei miei casi a parte,Rubellarsi vedresti al regno mioLe angeliche sostanze, e qual notturnoSpirto d'inutil sogno irne in dileguoLa mia superba autorità. Se dunqueDi tanta confidenza oggi t'eleggoSecretaria e custode, e tu ten mostraDegna co'l seppellirla entro al tuo petto.—Co'l tenue capo d'assentir fe' cennoLa santa giovinetta, e portò al coreLa man picciola e bianca. Il guardo in giroMosse il canuto Iddio; piegò la boccaSu l'orecchio di lei; la man distesaFra la bocca e l'infida aria interpose,E mormorò:—Nulla son io, non sonoChe un forte e secolare incubo, impostoDa la paura al sonnecchioso Adamo!Guai se si sveglia, guai!—Balzò a tal detto,Come da subitano estro compunta,La dea, che bruno e inanellato ha il crine,E pallida, stupita, senza voce,Senza moto restò, tal che scolpitaImmagine parea. Sciolse ad un trattoAl pianto insieme e a la parola il freno,E, battendosi il petto:—Ah! disse, è vero,Che Dio mi parla? E non è sogno il mio?Iddio tu sei? Desta e in me stessa io sono?O tremenda parola, ahi! s'è pur vero,Che udita io t'ho, che nel mio cor t'accolgo,Tosto in fiamma ti cangia, e questa miaVuota sostanza incenerisci e annienta!—Poi riprendea:—Tu non sei Dio? Non sonoOpera di tua man questi diffusiMari di luce e questo ciel?—Tal suonaLa fama, è ver; ma in verità, te'l dico:Assai prima ch'io fossi erano i cieli.——Ma la terra, ma l'uom?——Tu accenni al locoDel nascer mio: l'uom, già mio servo, è fattoDi Lucifero alunno!——E a che dormentiLasci i fulmini tuoi? Già nel terroreTerra e cielo avvolgeano.——Ha tal d'acciaroIl pensiero de l'uom scudo ed usbergo,Che le saette mie sfida e dispregia!Ahimè! vicino ai regni miei già miroTorbidi sovrastar gli ultimi soli!Già tapina esular di terra in terraVeggio tra le fugate ombre la Fede;Con flagello di foco insta, ed incalzaLucifero; lo scherno odo e il sogghignoDe l'incredule genti; e s'io qui restoD'ozî vulgari e di silenzio avvolto,Qui tra poco vedrem superbo e forteSorger sovra il mio trono il mio rivale!
Tal parla Iddio, mentre a la pia fanciulla,Fra il disinganno incerta e la pauraL'anima balza, e si scompiglia il senno.Tutta a un punto scomposta il volto e 'l crineRompe in subite risa; il lembo estremoDe le candide vesti in su la bellaTesta rivolge, e così a mezzo ignuda,Una strana canzon canterellando,Per la reggia del ciel sgambetta, e ride.Molte fiate tornò limpido e lietoSu la terra il mattin; molti su' fioriVersò brine dal grembo e rai dal crineLa bellissima Aurora; e chiuso intantoEntro al mondo de' suoi splendidi sogniL'alto oceán Lucifero trapassa.Poi ch'a la rea città volse le spalle,Non d'Albïon la tetra aere, o le cupeArti cercò, per cui rigida e avvintaNei suoi ferrei statuti il mar governa;Ma a voi, genti d'Iberia, a voi, gagliardeStirpi, a l'onor di libertà ridéste,Dal magnanimo cor volse un saluto.—Voi felici, esclamò, quando su'l dorsoD'un ignifero pin credeasi ai flutti,Voi più volte felici, ove, le impronteIre dimesse e le civili erinni,Tutte verrete a far corona e scudoAl sabaudo monarca! Ai suoi governiArti oblique e malfide armi, riparoDi trepidi tiranni e d'alme imbelli,Ei non invoca, anzi dispregia. IllustreGerme di prodi, e prode anch'ei, la spadaSovra il capo degli empî alza, e al consiglioDi sola Libertà l'anima assente;E, in bionda età senno canuto, alteriAi sovrani del mondo esempi insegna.Oh! a lui, prodi, accorrete! A lui, se tantoDagl'iberici petti anco si curaLibertà con giustizia, a lui d'intornoSerratevi, e del cor, più che del braccio,Custodite il suo trono! Ira di avverseParti, d'invidia alimentate e d'oro,Romperà allor contro al suo piè, qual fogaDi torbidi torrenti ad ardua rupe;Da le rive del Tebro, auspice amica,Sorriderà l'itala donna al raggioDel fraterno vessillo; e su la spondaDe l'orgoglioso Manzanàr la divaLibertà, le robuste ali raccolte,Gioirà l'ombra dei sabaudi allori!—
Così mescendo vaticinî e voti,Varca i mari d'Atlante, ospiti al greggeDegli ondivaghi mostri e a l'improvvisoDa l'uom domato imperversar dei nembi;E tu, assiso a la prora, in simiglianzaDi grandissima fiamma eri, o Colombo.Fuggon sconfitte al tuo cenno le ruoteDei fiammanti uragani; urlano al ventoI segati cicloni, e nei profondiBaratri incatenate, a l'uom che passaLe procelle del mar piegano il dorso.Salvete, inclite rive; e tu, gagliardaLibertà, salve! O sia, che de l'aereeAnde selvose ami la vetta, asiloDel superbo condoro; o che ti piacciaSpazïar le insegnate acque, o fra l'ombreDi vergini foreste errar su'l dorsoDel corrente giaguaro, il cui ruggitoQuando sorge o tramonta, il Sol saluta;Grande ognor, se dal doppio istmo le schiveGenti nei socïali ordini aduni;Grande, se per deserti orridi il gridoAl perpetuo ulular mesci dei venti,O più t'aggrada perigliarti al balzoDi sonanti cascate, e dar concentoDi selvagge parole ai boschi e al cielo.Tu nei golfi insüeti il pino iberoPrimamente accoglievi, e le ritroseStirpi, di vesti e d'ogni culto ignude,Con lungo studio riducevi al ritoDe' giapetici imperi. Onde fu vistoSpezzar lo strale e abbandonar le selveIl fierissimo Pampa; e giù dai montiDe l'indomo Uraguai scender l'imberbeNomade che il color d'ambra ha nel volto;E, al corpulento Patagòn commisto,Dal profondo Orenòco erger l'ignudeMembra pasciute di schifose argilleLo stupido Ottomàco, e sentir l'uopo,Tua mercè sola, del civil convegno.Per le vaste città, fra' popolosiCommerci, a respirar l'aure vitaliDi quei giovani climi, al mondo ignoto,Lucifero s'avvolse, ed aureo raggioD'alte speranze e virtù nuova attinse.Un dì per le sonore ombre moveaD'un'intatta foresta. InvïolateDa umana scure, indocili al veggenteRaggio del Sol, gelosamente intestiTendon le secolari arbori i rami,Ove di tutte sue virtù ad un tempoLe sconosciute pompe Iside spiega.Come in tempio infinito, ivi si aggiraLa divina matrigna, e tutta appellaSotto agli sguardi suoi dai varî climiLa numerosa vegetal famiglia,La qual, superba de la dea presente,Rigogliosa e gigante occupa il cielo.Giovinetta immortal, sotto a' suoi passiBalza la bella Primavera, e, strettaCon insolito amplesso al fresco Autunno,Tempra l'aure vitali; e quando i ramiDi mai veduti fior l'una inghirlanda,L'altro, furtivo sorridendo ai fiori,Con selvatica man gli arbori impoma.Con temperie diversa al loco istessoL'arborea felce ivi tu ammiri accantoAl rigido lichene; a' molli orezziDei vitali palmîzi, a l'odorateDel profetico cedro ombre ospitaliSvolgon le foglie flessuöse e snelleLe giganti gramigne, e sempre verdiSpiega l'artico musco i suoi tappeti.Qui l'indico banano apre le bracciaProvvide indarno di nettaree frutta;Qui, impervio ancora al trafficante avaroD'ingrati climi e da ogni ferro intatto,Serba il purpureo sandalo odoratoLe rosee tinte e la gentil fragranza;Qui, stupendo a saper, quella s'innalzaPianta ingrata e vulgar, se tu la miriDa le rocce infeconde erger la scarsaChioma e scovrir le povere radiciFuor del sasso natío, mentre co' ramiD'ogni ombra avari si trastulla il vento;Ma egregia pianta e prezïosa, alloraChe al nascente mattin, fuor dagli apertiLibri deriva, e versa intorno un'ondaDi balsamico latte. A lei, se tantoGli è propizio il suo dio, ch'indi la scopra,Corre il nomade adusto, e leva un gridoD'insolita letizia; trafelantiI figliuoletti accorrono, e, d'attornoTripudïando al caro arbore, il labbroDanno al buon cibo, e a tutta gioia il core.E ove te lascio, o provvido e pietosoAbitator di torride contradeStupendo arbor del cocco? Al ciel tu sorgiDirittamente come palma, e vinciPur la palma in virtù, ben che a lei pariSovra l'ispido tronco, a mo' di piumeD'orgoglioso pavon, spieghi le foglie.Tu al dipinto Indïan, che nulla ha curaDi curvi aratri e di lanosi armenti,Non pure offri spontaneo asilo e cibo,Ma, docil fatto ad ogni suo bisogno,Di schietta acqua e di pan candido e dolceE di liquido latte e di vin puroE di vesti e di case e d'ogni adattoUtensile il provvedi; ond'ei, null'altroStudio avendo e ricchezza, a l'ombra amenaDei rami tuoi beato i dì produce.
Ma chi tutta diría la pompa e i mostriDi quei vergini climi? Ivi l'irsutoCacto grandeggia, come cereo immane;Ivi a quella di Pesto emula ignotaL'odorato e gentil calice innostraDi Belvèria la rosa; ivi quanti hannoOnoranza e virtù di prezïosiMedici succhi, o nominanza orrendaDi fulminei veleni, indifferente,O sien radici o fiori, Iside spiega.Passa l'Eroe solo e pensoso. IngombriD'intrecciate vainiglie e di lïaneLunghissime a le chete aure pendentiSovr'esso al capo suo chiudonsi i rami,E or di cupole in guisa, or di cortine,Or di fioriti padiglioni e d'archi,Lussureggian di aspetti e di coloriAl queto occhio di lui. Di strane vociE di strilli e di fischi e di pispigliSuonan l'aure d'intorno; odi a la lungaRomoreggiar di vaste acque, e tra' ramiFrusciar d'ale infinito; e, a far più vivaQuella solenne immensità, vagantiStormi, non sai se d'animate gemme,O di fiori volanti, o ver di augelli,Tra le foglie s'inseguono, o procaciS'arrampican sui tronchi, e rauco e chioccioStupidamente al ciel mandano il grido.
Sente il superbo Vïator quell'ampiaSolitudin di cose; e al tanto aspettoDe l'eterna rival l'animo esalta,Come rubusto ed animoso atleta,Che pronto e fiero in sul diviso aringoL'avversario mirando a lui di fronteQual fondato edificio alzar le membraValide e salde e provocar l'assalto,Ne l'impavido cor crescer più senteL'anima avvezza; agli allenati fianchiBatte le palme; le nodose bracciaBrandisce, e, ardente di slanciarsi il primo,Vibra a l'aure sonanti il pugno e il grido.Precorreva l'Eroe gli anni; ed al voloDi splendide speranze il cor donandoNuovi trïonfi del Pensier vedeaSu l'immensa natura; e:—Verrà giorno,Madre altera, dicea, che queste occulteTue sedi, onde ti piaci, e la selvaggiaVerginità di questi boschi al ritoDei nostri aratri ubbidiran. Da questeSconosciute vallèe, mutati in lieviA lo spiro dei venti ampii navili,Quest'ardui tronchi correran su' flutti;E rigogliose e riverite, assaiPiù di queste a te sacre are romite,Genti e città qui fioriranno al raggioDi benefiche leggi. Altero e cintoDi tutto ardir qui nel tuo grembo, apertoDa l'industre fatiche, e monti e abissiSorvolerà l'uman genio; e tu, rasaDi ciechi orgogli, ov'or superba e ignotaSpieghi ne l'ombre il tuo possente impero,Sotto auspicio miglior sorger vedraiL'opre e i commerci de l'Arìane genti.—Così dicea, gli anni veggendo, alloraChe tra' folti cespugli, in capo al verdeTortuöso sentiero un gli si offersePensieroso pitèco. A un'indïanaCanna appoggiato, a lenti passi e graviEgli si avanza, a guisa d'uom che al pesoD'un ingrato pensier l'animo inchina.Al rigido cipiglio, a la rugosaFaccia, ov'ispida e grigia al muso intornoFa due siepi la barba, un lo direstiAnacoreta pio: tal forse apparveIl santo onor de l'arenosa Coma,Quando, schivo del mondo, a' più desertiLochi a far guerra co'l dimòn si addusse,Visto appena l'Eroe, forte uno strilloMise, e incontro balzògli, a quella formaChe al petto del fratel corre il fratello,Poi ch'oltre i monti e i mari errò lunghi anniFuor del tetto paterno. Si ritrasseLucifero, e al bizzarro ospite a mezzoCon la riversa man lo slancio arditoTroncò. Di subita ira egli s'accese,La lunga coda saettò, battèRapidamente le palpebre biancheE i labbri sottilissimi, e in acuteVoci proruppe:—O to', non siam fratelli?Non siam da un padre sol tutti discesi?O che crede davver, che sia piovutoDal paradiso, e che il signore iddio,Tolto il mestiere di burattinaio,Sia sceso in terra a prendersi la begaDi plasmarlo a su' immago? Ih! levi l'unto!Le manca proprio il sale! E che cipiglio!Che fumi! Si diría ch'ha il sole in tasca.Guardi un poco il su' cranio e questo mio,E poi mi sappia dir!——Molto sapienteE molto ameno in ver tu sei, risposeLucifero, e fior fior del labbro argutoUn sottil sorridea riso tagliente;Or sì che possiam dir, che in ogni dovePenetra il raggio di Sofia! Ma nullaMeraviglia ho di ciò: molti a te pariHan dottrina fra noi!——Nè meravigliaCerto esser dee. Che! Forse a voi soltantoÈ concesso il sapere? Oh! guarda un poco,Che la madre natura abbia a lor soli,In grazia de la lor vertebra ritta,Nascosto fra la zazzera e gli orecchiD'ogni cosa il bernoccolo! Ma smetta;Le son borie, non più. Qui fra quest'ampieSolitudini nostre anche sorrideDe la Scïenza avvivatrice il raggio;E fratelli siam noi! Da la maternaAsia, ad ambe le specie inclita culla,Venne a catechizzar le nostre gentiUn vecchio, dotto e reverendo urango,Dal cui labbro eloquente a noi fu tutto,Dopo lunga ignoranza, il ver palese.Bocca d'oro ei fu detto e adamantinoSenno. Ma poi che ad esplorar qui venneNon so qual'orda di dottor tedeschi,L'abbindolaron sì, ch'ei svelò tuttaE distillò nei lor cervelli adustiLa peregrina sua scïenza; ond'essi,Gazze vestite de le penne altrui,Or di tanto saper fan mostra al mondo.Sì; fratelli noi siamo! Ei ce l'ha dettoLe mille volte, ed io te lo ricantoPer tuo dispetto su la faccia: O figlioDi scimmia, addio!——Per un par tuo, ragioniA meraviglia. Una catena immensaIside ha in mano, e non avvien che maiNel crear s'interrompa: ogni viventeSpecie è un anello, ed un anel noi siamoDe l'immensa catena, il più perfettoFinor, l'ultimo no. Ciò non vuol dire,Con buona pace del dottor gorilla,Che l'uom da voi discende, o ver ch'entrambiHan comuni le doti e il nascimento.——Sissignor, vuol dir questo, appunto questo;La non m'esca dal rotto de la cuffia:Noi siam fratelli, siamo uguali, e ugualiDritti abbiam su la terra. O sta' a vedere,Che l'universo sia creato appostaPer far comodo a loro! Un giorno o l'altroLei vedrà, mio signor gonfio di vento,Se noi libere scimmie inciviliteVerrem fra loro a reclamar tal dritto!——Provatevi! Ci son gabbie e catene,Fra cui strette per ben, sarete esposteA dar di voi spettacolo ai fanciulli!——Lei non sa che si dica! Io le perdono,Perchè sono evangelico! O che crede,Che noi libere scimmie inciviliteNon siam buone a far nulla? Che mi ciancia!Noi siam da più di loro! E le par pocoSaltar pei rami, saccheggiar foreste,Gioir la voluttà per fin da soliSenz'aiuto d'amica? Oh! s'è pur veroChe il ver somiglia a l'olio e viene a galla,Nostro sarà il trïonfo. Io pure, io stessoPredicherò l'origine comune,L'eguaglianza dei dritti in fra le specieE la comune libertà! DovessiSuggellar co'l mio sangue il parlar mio,Vuo' diventare apostolo; e, infilatiGiubba e guanti ancor io, salir su l'altaCattedra di Darvino a dar responsi!—
Sorge la notte, e l'Eroe resta smarrito nella foresta, dove prova le sofferenze dell'umana natura.—Lotta con un giaguaro, di cui rimasto vincitore, abbandonasi al sonno.—Rivede Ebe nei sogni, e torna per poco ai dolci vaneggiamenti d'amore.—La giovinetta silenziosa si tramuta a un tratto in un orribile fantasma.—Iddio, vedendo così travagliato il suo avversario, crede agevole impresa il domarlo.—Lascia il letto, cavalca l'asino di Betlem, e scende in terra.—Trova Lucifero, e cerca da prima con superbe parole, poi con astute promesse venire a patti; ma questi tien fermo, e lo caccia da sè acerbamente.—Liberatosi indi a poco dalla foresta è ospitato dalla povera Sara.—La schiava nera e lo schiavo bianco.
Sorge fra tanto oltre ai terreni alberghiCo' crepuscoli al piè la notte amica;E di mille colori ornati e cintiLe si sveglian sul capo astri e pianeti.Malinconica e muta ella riguardaAi rei travagli de la terra, e spiraLe brezze ai fiori, ed ai mortali il sonno.Salve, o splendida notte, inclita madreDi dolcissima quiete, o che ti piacciaCovrir d'ombre pietose amor furtivo,O svelar tutta a uman guardo l'audaceVisïone degli astri e l'universaArmonia, che ne fura invido il sole.Da le cupe foreste, ove si aggiraIl signor de' miei canti, io chiamo indarnoLa bellezza dei tuoi Soli e le gemmeDei tuo' cento diademi: a Lui non unoSplende dei raggi tuoi; sol dentro al pettoGli arde la luce de le sue speranze.In compagnia de' suoi fantasmi, a penaEi de l'ombre s'accorse; e, vòlto il passoFuor del dritto sentiero, a una desertaArida balza d'ogni vita privaEra intanto venuto. Irte d'intorno,Come a guardia del loco orrido e scuro,Rupi e monti s'ergean squallidi a guisaDi biancicanti scheletri; fuggíaL'ingrato aspetto e s'ascondea la lunaFra le nubi correnti, e imprigionato,Come chiuso leon che tenti un varco,Tra l'aspre rocce ruggía rauco il vento.Ivi l'Eroe si assise. Un'insüetaPunta di fame gli mordea le parcheViscere, e dentro al seno arido e stancoUna brama di vive acque e d'apertoAere e di luce gli serpea. SgomentoNon però n'ebbe al cor; ma con superboAnimo accolse la terribil prova,Poichè gli è grato comportar travagliPari a ogni altro vivente, a cui l'amicaForza del pane il mortal corpo allena.Vago di nuovi casi, occhio ei non piegaAd alïar di lusinghevol sonnoDa la tacita e grave aere cadente;Ma nel caro pensier volge le proveDei suoi buoni mortali, e traforateAlpi vagheggia e aperti istmi e volgentiPer lo seno del mar parlanti elettri.Su per l'aride rocce ode in quel puntoCome un confuso affaccendarsi e rottoFruscío di penne e sibilar, che agguagliaSuon che mandi uman labbro e noto segnoDi cacciator, quando tra' folti grani,Di cui mareggia interminato il campo,Modula il fischio a ravvïar l'amico.Ma voci eran d'augelli, a cui concessaÈ una strana virtù: fischiano al ventoSiccome uomini veri, e illudon l'almaDi qualche afflitto pellegrin, che, pèrsoOgni spirto di lena e abbandonatoD'ogni raggio di speme e di salute,Su l'inospite landa il corpo gitta.Ben al grido fallace a mala penaSul digiun ventre ei talor sorge; a l'auraTutta la fuggitiva anima intende,E forse in quel momento al cor gli tornaIl dolce aere natío, l'abbandonataCasa paterna e de la madre il pianto.Sorge, aspetta, ricade, si strascinaDelirando fra' sassi; a un grido estremoSchiude l'aride labbra, un rauco suonoGli geme entro la gola; adugna e mordeL'avara terra; e il ciel rigido intantoSovra il capo di lui splende e sorride.Così a le disperate anime insultaLa beffarda natura!Al suon fallaceSorse l'Eroe, nè stette in forse.—Or tuttoConvien, diss'ei, che il mio vigor s'adopri;Arida e morta è questa valle, e segnoDi salute non ha; vadasi.—E presoL'aspro sentier, non pria l'orme contenne,Che un ampio fiume e la foresta attinse.Chiare e sonanti dirompeano l'acqueFra due tra loro opposti e coronatiDi negra selva smisurati monti,Al cui piè si stendea facile e molleD'erbe infinite ed odorose il piano.Piomba il fiume da l'alto, e se tu il miriBiancheggiar da la lunge al cheto sguardoDei radïanti plenilunî, un'ampiaVela il dirai, che il marinar su' negriAprici scogli a rasciugar distese;Ma se più ti fai presso, un fragor cupoD'immense acque tu senti; al ciel, conversaIn polve minutissima, tu vediBalzar la ripercossa onda, e in un veloConfonder gli astri ed annebbiar la valle.Quivi l'Eroe non si appressò; ma in parte,Ove men cupe si schiudean le sponde,E avean meno di bosco ombre e paure,La fresca linfa disïando, scesePer la lubrica china; insinuössiFra' canniferi greti, e ne le cavePalme attingendo i prezïosi umoriRicrëò l'arso petto; ambe ne l'ondaCon giocondo piacer le braccia infuse,E battendo le pure acque, più volteNe spruzzò, ristorando, il volto e il crine.Ma non pria lasciò l'onda, e si rïebbeDel cammin tanto e de l'ingrata arsura,Che un vicino il percosse ululo e un lungoScoppio di strida e di commosse vociVarie, acute, incessanti. Ad improvvisiUrti crollavan bruscamente i ramiDe la selva vicina, e quindi e quinciConfusamente saltavan strillandoLe aggredite bertucce. Il piè ritrasseDal margo sdrucciolevole, e a la spondaLucifero balzò; lo sguardo in giroMosse esplorando: tenebroso intornoL'aere gemea, mentre due roggi, acutiPunti fendean, come infocati dardi,Sinistramente de la notte il seno.Muti muti pe'l negro aere procedonoOr cheti e lenti, or saltellanti e rapidi;Or tra cespugli del sentier s'involano,Or più vicini e più funesti appaiono.Sta Lucifero intento; e, certo omaiChe insidiosamente a lui si appressaIl terribil giaguaro (un'omicidaBelva, che, a par del tigre agile e grande,Salta agli alberi in cima e a l'onde in seno,E boschi e fiumi d'ogni strage infesta)Tenea l'anima accorta in due sospesa:O che indietro si tragga e si nascondaNel contiguo canneto; o su l'apertoSentier l'orrida belva aspetti al passo.Senno miglior questo gli parve; e, tuttaCon alato pensier l'alma percorsaE con subito sguardo il loco intorno,A la lotta si accinse. Era in quel puntoTra' fitti rami penetrato un fiocoRaggio di luna. Un aspro, arduo macigno,Ivi a caso giacea: dai circostantiGioghi a valle caduto, una regalePossa parea, cui da' superbi troniUna vendetta popolar sconfisse.A lui corse l'Eroe; con ambe maniL'afferrò, lo levò: le ferree bracciaSovra il capo distese; un dietro a l'altroPontò i validi piedi, e tal si tenneL'irto mostro aspettando. Orrido un gridoManda la belva, e caccia fuor dagli occhiSanguinosi baleni: a terra il biancoVentre ingordo distende; i fulvi arruffaPeli del dorso, e di serpente a guisaStrisciando si divincola. Qual suolePaziente pescador, che, intento a l'amo,Entro a le trasparenti acque del lagoVede a un tratto guizzar cefalo o trota,Quanto più può su' nereggianti sassiFermo, senza respir tiensi; l'avvezzaDestra, che regge la pieghevol canna,Serra validamente, e, vista appenaPullular l'onda e tendersi la lenza,Fuor, con subita stratta, a l'aere avversaTrae, guizzante ne l'amo, argenteo il pesce;Così tutt'occhi e senza voce o motoL'astuto Eroe l'orrenda belva aspetta,Che con feroce voluttade allungasiSu l'erboso sentier, vibra l'accortoSguardo, e sbuffa così che par che rida.Ma quand'ei stanco d'aspettar l'assaltoTentò un passo impaziente, e scagliar finseL'elevato macigno, urlò, ritrassesi,Il corpo agglomerò, sul ventre oscenoStrisciò a ritroso il mostro irto, e qual dardoSi vibrò. Mugulare odi a l'intornoLa valle ampia e tremare arbori e rupi,Non però il petto de l'Eroe: di tuttoPolso ei sostien l'ampio macigno; al fieroAssalitor fermo l'oppone, e al pettoGliel dà così che lo travolge, A terraPiomba la belva, e non sì tosto il suoloSfiora co'l dorso, che di pria più fieraSalta, e si avventa a più mortale assalto.Sangue ha negli occhi, e sanguinosa bavaVomita e sbuffa, e rugghia, e d'ogni versoPazzamente si vibra, e senza posaL'Eroe tempesta, e gitta a l'aria i morsi.Scaglia alfin questi il sasso, e tanta è l'iraSmisurata del cor, che giù d'un crolloRovina anch'ei su la percossa belva.Or più fiera è la lotta: in un sol groppo,Corpo a corpo avvinghiati e braccia e branche,Si avviluppan fra l'ombre; echeggia il cieloDi rauche voci e di ruggiti; a riviSgorga il sangue su l'erbe; ed essi avvintiFerocemente in amplesso di morteBalzan, piomban, s'avvoltan, si precipitanoFra le spine, fra' sassi e le nemicheTenebre. A l'orlo d'un burron vicinoVengon così. Pende sul negro abissoUna fitta boscaglia, a cui la fogaDei sonori torrenti ignude lassaLe nodose radici. Ivi, protetteDai folti rami, e dal burron difese,Godean sede tranquilla e secol d'oroUna tribù d'amene scimmie. Il fieroCaso le tolse agevolmente ai sonni,E la lotta avvisando, a salti, a strilliFacean pazza baldoria; e, qual con manoQual con la coda attorcigliata a un ramo,Quale a un piè, quale ai fianchi a la vicina,L'une a l'altre atteneansi, e fean pendenteCatena sui pugnanti ospiti, a cuiOr tiravan sul capo una selvaggiaNoce, e svelte fuggíano, or fin sul dorsoDi lor scendeano a provocar le dueAlme feroci a morsi, a sgraffi, a strilli.Non però si ristanno, o svolgon l'iraColor che in fiero abbracciamento avvinghiansiPresso al burron. Preme l'Eroe co'l dorsoIl ciglion de la balza; a lui su'l pettoInsta la belva: con la bronzea destraEi l'abbranca a la gola; al periglianteCorpo con l'altra fa puntello, e attiensiA le dense radici. E già su'l voltoQual d'aperta fornace il vampo ei senteDe le putide fauci; a caldi sprazziPiovegli sui schizzanti occhi e l'accecaUna bava sanguigna; un rugghiar cupoL'assorda; e già de l'arrotate zanneContro a le tempie sue crocchian le punte,Quando tutta con fiero urlo chiamandoLa rabbia al cor, la forza ai polsi, un lancioDà su'l dorso così, che sorge a un puntoLibero in piè, mentre da lui travoltaPrecipita la belva, e giù nel fondoBurron piomba rugghiando, e l'aere introna.
Lacero e stanco il vincitor si assideSu le fresche erbe, appo la sponda. A riviGiù per lo collo gli discorre ai fianchiMisto al sangue il sudor; corto e sonanteDal suo petto affannoso esce il respiro;Un cozzar di confuse opre e di coseGli turbina sugli occhi e il cor gl'ingombra;Finchè a balzi, a sussulti, e tutto cintoDi bizzarre faville e ceffi straniSopra gli piomba, e al suol l'avvince il sonno.Come nei procellosi artici mari,Quando aquilon più li flagella, a stormoL'irte dïomedèe saltan su' flutti;Gavazzano fra' nembi, e al mugghio orrendoDel travolto oceàn mescono il grido:Vede il nocchier fra le stridenti antenneSvolazzar le sinistre ali, e maligniSpirti le crede, e si raggriccia e agghiada;In simil guisa de l'Eroe dormente,Nel turbato pensiero orride e scureVenían fantasme, e gli scoteano i sonni.Ma come avvien ne l'incostante ottobre,Mentre un subito nembo apresi e versaSopra a l'umile vigna acqua e gragnuola,Fuor da le plaghe occidental si destaUna provvida brezza; un chiaro e belloOcchio d'azzurro si dischiude in cimaDe la bruna montagna; a par di dardoDa l'arruffate nubi esce un dirittoRaggio di Sol, che i sommi arbori indora;Brillan le foglie susurrando, e tuttiOdoran timo e nepitella i campi;Tal fra' torbidi sogni una tranquillaVisïone d'amor tacitamenteSorgea ne la commossa anima, e al chetoVentilar de le penne vi spandeaIl mesto raggio d'una rosea calma.Come talor nei lucidi cristalli,Che ne stanno di contro, una dilettaForma veggendo, a lei con l'alma in festaDrittamente corriam, nulla avvisandoLa virtù del riflesso; in simil guisaEntro a un candido sogno avvolta e vivaNel pensier del dormente Ebe splendea.Balzagli il core a tanta vista, e aperteLe braccia:—Oh! vieni, le dicea, deh! vieniSu'l petto mio, dolce alimento e paceDei travagliosi giorni miei! Sorride,Sol ch'io ti guardi, nel mio cor la vitaD'ogni speranza mia; splendon più viviGli ardimenti de l'alma, e più vicinoNel mio baldo pensier veggio il trïonfo!—Co'l perdono negli occhi ella assentíaDi sedergli d'accanto. Ei torna ai sogniDel primo amor.—Da pochi giorni il soleSul mio capo splendea: festa di fioriEra tutta la terra; e tu, reginaD'ogni candor, mi sorridesti comeSorridon l'alme, allor che un'amorosaForza le chiama ad apparir negli occhi.Oh! che giorni d'ebbrezza!—Ella a quei dettiPensosa e scura divenía.—Ricordi,Ei riprendea con sospirosa voce,Oh! ricordi quei dì? Facil conquistaMi parve il ciel, poi che t'amai. Mi svelsiCrudelmente da te; deserta e chiusaNei dïafani sonni ti lasciai,Ma un trono eressi a l'amor tuo, che in pettoPortar vogl'io fin che no'l ponga in cielo!—Ella piangea. Qual trepida fiammella,Che s'assottigli a l'apparir del giorno,Tal poco a poco si facea più biancaLa pietosa fanciulla, e a poco a pocoIl dolce aspetto e i rosei pepli e gli attiTrasfigurando, un'orrida assumeaMostruösa sembianza: ispide e negreDi sozza barba ambe le gote; attortiDi tizzi ardenti e di serpenti i crini,E fra' serpenti, in mezzo al fronte, un vastoOcchio, senza palpèbre immoto e tuttoFiammeggiante a l'intorno. A questa guisaSorgea dal suol nera, diritta, immensa,E un gemer lungo al sorger suo si udíaE scricchiar d'ossa e maledir. Non odeL'irto fantasma, e ognor sorge e si spande,E l'aria ingombra e il cielo ultimo attinge.Tocca il cielo co'l capo, e con la negraPelosa man, che immensa apresi, afferraL'etereo sole, e lo palleggia. Un densoNembo di notte si rovescia alloraSu la terra infelice; ingordi e vastiMille sepolcri si spalancan; passaSibilando la Morte; e s'ode un fieroGracchiar di corvi e sghignazzar di Numi.
Così il lungo digiuno e la faticaD'una ad un'altra visïon trabalzaIl pensier de l'Eroe, quando, in lui fiso,Il Signor dei celesti:—Ora è stagione,Disse in cor suo, che il mio rival conquida!—Gli aurei letti lasciò, senz'altro aiutoChe il veloce desio; s'avvolse un mantoAmpio, turchino come ciel d'autunno;A la fredda canizie un vasto imposeTricuspide lucente, e, sotto al braccioUn aureo accomodando orbe stellato,Simbol de l'universo, al più vicinoDei presèpi del ciel cheto avvïossi.Ivi, poichè di Giosuè la vergaDel sole il cocchio a mezzo il ciel sostenne,E impietriti restâr di sotto al giogoI fulminei cavalli, una falangeD'umili sì ma intelligenti onàgriPasce in greppie d'argento orzi ed aveneDi tal virtù, che nel lor sangue infondeGaio tripudio e giovinezza eterna.Non appena sentîr sovra la sogliaLa presenza del Dio, tutti in un puntoDrizzâro i colli ed affilâr le orecchieLievemente anelando; e, a lui rivoltiCon dolci e riverenti occhi, la voceDel comando attendean. Videli il NumeLucidi e belli, e ne gioì; ma il cenno,Che tutto può, volse a te solo, o illustreAsin di Betelèmme, a cui su'l dorso(Premio dell'opra, onde immortal tu vivi)Crescon due luminose ali, per cui,Pregio da tutti invidïato, e soloDa Dio concesso a le beate essenze,Varchi il cielo senz'orme e l'aer fendi.Tu presentisti il divin cenno, ed ambeLe ginocchia piegando appo a la fermaCon chiovi adamantini aurea predella,Offeristi umilmente il dorso alato.Fe' forza il Nume, e vi montò; si attenneCon ambe mani a le pietose orecchieDel diletto onigrífo; ai ben pasciutiFianchi gli strinse le ginocchia inferme,Gli occhi serrò, diede la voce, e viaLascia il ciel, passa l'aere, e giunge in terra.L'Eroe trovò, che scosso il sonno, e, fermoPiù nel pensier che ne le membra affrante,Ritentava il cammin. Presso a un cespuglioLasciò il volante corridor; si eresse,Quanto potè, su'l curvo dorso; un graveCipiglio assunse, e a misurati passiMovendogli d'incontro, in tuon solenne:—Lucifero, gli dice, ov'io con l'iraDar fin volessi a l'ira tua, me stesso,Che Dio di tutto e re del ciel pur sono,Qui non vedresti al tuo cospetto: avvintoDal cenno mio sotto al mio piè, potríaScatenarsi al mio cenno il saettanteFulmin, che a par d'ogni superba altezza,Le sdegnose e proterve anime adima.Ma l'ira mia tu la conosci; or sappiLa mia pietà. Stanco non già, ma schivoDi pugne io son: di nostre pugne assaiTravaglio ebbe la terra; assai di umaneVite olocausto ebbe il mio sdegno. Io miroCon paterno dolor quest'infeliceSchiatta de l'uom, che, lusingata e vintaDai tuoi falsi giudicî, erra perdutaFuor de la via d'ogni salvezza, e il fruttoDi tue promesse e la vittoria aspetta.Ma, stolta! indarno aspetterà! SmarritoFra queste ombre tu stesso, ecco ti aggiriTu, che da le fallaci ombre presumiRedimer l'alme dei mortali, a cui,Ira e invidia non già, ma provvidenteConsiglio mio gli ultimi veri asconde.Sgombra adunque la terra; abbian riposoLe genti alfin; torna ai tuoi regni, e interoScenderà su'l tuo capo il mio perdono.——Di perdon parli e di pietà, proruppeDisdegnoso l'Eroe, tu che di tutteLe sciagure de l'uom colpevol vivi?Ma stolta è l'ira: ombra tu sei di nume,Sol vivente in parole; ond'è, che iratoNon ti temo, e pietoso io ti dispregio.Lasciami adunque a le mie cure: avrannoPace le genti, e non da te; nè paceNeghittosa e servil; di guerra stancoL'uom non sarà pria di saper che vuotaLarva sei tu senza subbietto, e qualeOr t'addimostri al guardo mio. PotessiQuesti sordi, confitti arbori intornoIn uomini cangiar! Vedrían qual vanaRisibil cosa e imbelle ombra tu sei!—Tacque, e torse le spalle. Un vampo d'iraSalì al volto del Nume; e la bollenteRabbia del cor tutta in un punto avríaFuor versata nei detti, ove non fosseSopravvenuta al suo pensier la luceD'un prudente consiglio. A mala penaEi si contenne, e gl'iracondi sguardiFiggendo al suol, morse le labbra, e disse:—Sei forte, il so; ma de la tua fortezzaLa superbia è maggior, minore il senno.Odimi; sai, che da nemico pettoSorge talora util consiglio, e saggioIo non dirò chi lo rifiuta. Ha un segnoAnche l'ira dei forti, e chi si ostinaA produrla oltre inutilmente, indegneSciagure ad altri, e a sè perigli ordisce.Or credi a me: son paventose e fiaccheL'anime umane, e han di servir mestieri.Ad uom cresciuto in servitù mal giovaSpirar liberi sensi: a sua rovinaVa tosto incontro; perocchè di tuttiMalnato istinto è il dominar; nè valeEsser libero d'altri, ove ad un tempoDi sè stesso è ciascun servo e tiranno.Però, se il ben cerchi de l'uom, nè stoltaAmbizïon move i tuoi sensi, al mioGiogo abbandona i servi miei: la forza,Qual ch'ella sia, legge è del mondo; il restoAltro non è che nome vuoto e nulla!—Sorrideva Lucifero, e un sol dettoNon gli fuggía. Con subito consiglioPone allora il buon Dio l'aureo emisfero,Dal manto ampio si svolge, e, simulandoFra labbro e labbro un giovïal sorriso,Per man prende il nemico, obliquo il guardaCon gioconda malizia, e:—Inver, gli dice,Vecchia golpe tu sei! Che tu mi cianciCon codesti tuoi fumi? A par di meTu gli uomini conosci, e di sonantiNomi li gonfî, sol che a Dio ribelliSpingan la fronte, e tu su lor ti assida!Giù dal volto la larva! Hai di me al pariDesio di regno; e, di regnar mal pagoSovra il trono de l'ombre, una più bellaSede nel mondo e maggior gloria ambisci.Or ben: regnar vuoi su la terra? AffidoLa terra a te. Vuoi che tremanti e pronePendan le genti dal tuo labbro? il frontePieghin popoli e re sopra la polveDel tuo santo calzàre? Abiti e modiCangia. V'è tal sovra la terra, a cuiNullo agguaglia in poter: brando che uccideÈ la parola sua, fulmine il guardo;A lui d'umani sagrificî intornoVaporano gli altari; incatenatoAi carri suoi geme il Pensier. L'aspettoDi lui tu prendi, e nome e gloria e regnoDi pontefice avrai!—CommiserandoScotea l'Eroe la testa, e in cotal guisaCon voci amare rispondea:—NemicoChe scenda a patti è mezzo vinto; e a pattiNon sol tu scendi, e vinto sei, ma involtoIn una cieca illusïon mi destiIra insieme e pietà. Quella gagliardaPossa d'uom, che tu vanti, io già la vidiRegnar nel mondo: le facean sgabelloLe cervici dei re, luce la fiammaD'umane ostie brucianti; or su la terraLa cerco invan. So che una turpe e vôtaLarva, inutile ingombro, occupa i templiDi Vatican: stupida larva, il cuiFrollo capo cadente invan proteggeCo'l sozzo manto il precettor Loiola;Ma in lei, me'l credi, è da gran tempo estintoIl pontefice e il re!—
—V'è tal, che avvivaAnche la morte, Iddio gridò: tu puoiResuscitarlo. Torneranno i tempiDi Gregorio e di Sisto!—
—Ai tuoi soggetti,Se alcun pur n'hai, serba tal gloria: io sonoLa libertà. Se udir non vuoi la voceDel mio dispregio, a me parla siccomeSi conviene ad un Dio: fulmina!—
Un gridoMise il Nume a tal dir; ne l'ampio mantoFremebondo si chiuse, e, le beateGroppe al divino corridor premendo,Per li campi de l'aria alzossi e sparve.
Torna intanto il mattino, e un'aurea luceCon lo sparir del Dio penetra in mezzoA la densa foresta. Il luminosoAuspicio accolse e giubilonne in coreLucifero; tra' folti alberi un varcoEsplorò disïando, e il passo stancoA un villaggio contenne: un mucchio informeDi povere capanne, una su l'altraAddossate su'l fianco a una montagna,Che di bosco e di nubi il capo ombreggia,E giù giù fino al mar scende e digrada.L'abita e còle una diversa gente,Varia d'usi e di lingua, a cui, nel nomeDe la croce di Cristo, una pietosaMissïone d'apostoli e di santiGiogo impone di ferro e il pan contende.Di doppia mèsse a lor biondeggia intornoL'usurpata campagna; s'inghirlandaDi gemina vendemmia il poggio e il clivoLussureggiante, e terre e mandre a garaRecan primizie a le lor mense. Al solcoDurissimo fra tanto, a l'aere impuraSuda il magro colòno; e, se la vergaDel discreto signor non gli distendeLe bronzee terga e lo flagella a morte,Ben felice esser dee, che possa un giorno,Dai travagli consunto e dal digiuno,Cader sovra l'aratro, e con le ignudeOssa impinguar del pio padron la gleba.
Stanza ospitale il vïator non chieseA signor ben pasciuto, e non sofferseD'aver mensa comune ad orgogliosoTrafficator. Fra poveri pastoriBreve asilo ei cercò; si assise al descoDe la miseria; e a te, povera Sara,Assentì l'alto aspetto e la sdegnosaAnima e il dir che umani petti infiamma.Schiava infelice! Era remota e angustaPresso al torbido rio la sua capanna;Era nero il suo volto e nero il crine,Ma aperto e grande era il suo core, e tersaCome raggio di Sol l'anima avea.Fra le miserie di sua vita un giornoLe sorrise l'amor. Furon men lesteL'opere di sua mano; impazïente,Immemore divenne; e, sì com'eraSchiava due volte, osò levar la fronteE agli augelli invidiar libero il volo!Fischiò sopra a le sue carni la sferzaDe l'acerbo signor; percosso e vintoDal feroce digiuno a lei da lato,Sotto agli occhi di lei, vittima caddeIl giovinetto del suo cor. Qual belvaElla ruggì; morse ruggendo i ceppi;Avventossi d'intorno; e allor che in mestaCalma si assise, e volse il guardo in giro,S'avvide ognun, che a quella derelittaEra insieme a l'amor mancato il senno.Le consentîr la libertà: più tempoErrò, libera pazza; un dì si accorse,Che scevra era di giogo; e se di nuovoCo'l pianger lungo a lei fece ritorno,Qual fido augello, la ragion smarrita,Tosto sentì che nel suo cor desertoVigile e santa una memoria ardea.Visse d'allor limosinando, e, apertaAgl'infelici più di lei, sorriseCome pòrto d'amor la sua capanna.Quando giunse Lucifero, sedeaSovra un poco di strame, appo la spondaD'un povero lettuccio. Un fanciullettoPallido, emunto e con la morte in core,Disteso, ansante ivi giacea. PoggiataA la scura parete eravi un'arpaLurida tutta e con più corde infrante;A piè del letto un lacero fardello,Un nero tozzo, e rovesciata a terraUna piccola brocca. Il moribondoMosse il languido e dolce occhio d'intorno,E, qual chi una pietosa alma indovina,Affisò lo stranier tacito, e il biondoCapo crollando, le sparute e biancheMani al petto portò; baciò più volteUn abitin che gli pendea dal collo,E:—Vedete, signor, disse, vedeteCom'han ridotto un misero fanciullo!—E a mala pena sollevando un lemboDe la grezza camicia, insanguinatoDa recente flagel mostrava il petto,E singhiozzando ripetea: vedete!Mandò un grido l'Eroe; ferocementeRotò il guardo la schiava: il poverinoMormorava piangendo:—Eran pur belliI monti e il cielo de la mia Cosenza!Ero tanto bambin, povero tanto,E mi parea d'esser felice! Un giornoMi diedero quell'arpa: io canticchiavaCon gli augelli del ciel. Quando lasciaiIl mio tugurio, luccicar su'l descoVidi alquante monete: era sì allegraLa mamma mia, ch'io le nascosi il pianto,Nè le volsi un saluto. Uno straniero,Ch'altri fanciulli al suo comando avea,Con sè mi prese: eravam tanti! In giroStrimpellando le nostre arpe si andavaPer le città, scalzi, soletti, stanchi,Senza letto, nè pane, al sole, al ventoAlle piogge, alle nevi ed alla sferzaDel rio padron, cui parea scarso il fruttoDi quel nostro accattar cotidïano.L'altrier, consunto dal continuo stento,Un fanciullo moriva: e tanti e tantiN'eran morti così! Ci amavam comeDue fratelli infelici: eravam sempreL'uno accanto de l'altro. Un dì un allegroRitornello io cantava; ei con le scarneDita seguía su l'arpa a gran faticaLa mia pazza canzon. Tacquero a un trattoLe monotone corde: il poverinoCadde, nè più si rïalzò. Non ebbiPiù memoria di me: fuggii la vistaDe l'odiato signor. Mi trovò il crudoPresso al cantuccio d'una via romita,Che l'amico piangea; mi picchiò tanto,Che mi parve morir. Questa pietosaDa la via mi raccolse.—Ed additandoQuell'infelice, che gli stava a lato,Fra' singhiozzi tacea. Tacea pur essaLa sventurata, e si stringea sul pettoL'affannato fanciullo.In su la sogliaSplende un raggio di Sol; saltella e cantaUn'amorosa cingallegra. Al senoLe tenui braccia il fanciullin compone,Guarda in alto, e sorride.—Oh! non lasciarmi,Così fra' baci gli dicea la schiava,Non partire sì presto! Abbandonata,Vedi? son io; son poveretta e mesta;Io t'amerò come una madre!—Un balzoDiè a tal nome il fanciullo; il moribondoSguardo avvivò d'un ultimo baleno,E fieramente mormorò;—Mia madre?M'ha venduto mia madre!—A questa voceFuggì il vispo augellino, e a l'aere immensoDe l'oppresso bambin l'alma il seguía.
Tacita, con selvaggio atto, a la spondaDel letticciòl si accovacciò la schiava;E tutto ira e pietà fuori a l'apertoPrecipitossi il Pellegrin. Gli ferveSotto ai passi la terra; al mar si affidaSubitamente, e ne l'acceso pettoLe remote sospira itale sponde.
Canto all'Italia: le tre civiltà; l'Alighieri; l'ultima guerra d'indipendenza; l'ossario di Solferino; il traforo del Cenisio.—Lucifero arriva; apostrofa al Po; scende in Toscana; è ricevuto nella casa d'Egeria, dove si adunano i più famosi genî dell'Arte moderna.—Le donne emancipate; il filologo Macrino; un poeta demagogo; un commentatore di Dante; Delio, gazzettiere; un camaleonte onniscibile.—Il poeta Olimpio e la sua dama.—Lucifero, creduto spiritista, finge evocar l'ombra del divino Poeta; il quale fulmina sdegnosamente poeti svenevoli e atrabilari, drammaturghi da scuola e da piazza, musici intronatori ed istrioni bastardi.—Olimpio, che si offende, sfida l'Eroe a un duello; ma questi si rifiuta con parole di superbo disprezzo.
Da le nevate cimeDi quest'alpe famosa io ti saluto,Di gloria e di dolor magion sublime!Ti veggio alfin! Qual suoleNocchier che lungamente erra perdutoPer l'irata del mare onda funesta,Se da lontan vede la terra e il sole,Crede a speranza il petto,Tale al tuo primo aspettoDice il mio cor: la nostra patria è questa!
Non io, perchè più tersoS'apra il ciel su' tuoi campi e il Sol sorrida,D'egregie lodi accenderò il mio verso.Fra gl'iperborei geliAvvien talor che rigorosa e fidaSplenda virtù, quando per liete rive,Ch'àn fragranza di piante e amor di cieli,Superbe e infeminiteVolgon le umane viteD'ogni ardito operar pavide e schive.
Chiede animosi pettiL'Eroe ch'io canto ed operosi ingegni,A cui pari in virtù fervan gli affetti.E tu che il doppio mare,Coronata sovrana, inclita regni,E fra il riso de l'arte e i fior t'assidi,L'opre gentili e le gagliarde hai careCosì, che altera e grandePer quadruple ghirlande,Sorgi su le rovine, e il tempo sfidi.
Te di sottili e fortiStudi educâr gli Etruschi padri, il cuiPronto ingegno temprâr gli Egizii accorti.Splendea fra le temuteArmi e gli altari minacciosi e buiL'aureo foco di Vesta, e fean leggiadreL'ardue cure del ciel le Muse argute;Fin che del Tebro al litoUn fiero ululo udito,Volâro in grembo a la Cecròpea madre.
Calò dal cielo estremoL'augel fulvo di Giove, e le saetteA l'audace apprestò lupa di Remo.Sorge Quirino; al lampoDel suo brando forier d'aspre vendetteCrollano i troni; da la terra a l'etraA le vittorie sue piccolo è il campo;Mentre fra'l suon de l'armiEcheggian d'Ennio i carmi,Di Plauto il riso e di Maron la cetra.
Chi siete voi, che a guisaDi affamati leoni or prorompeteDa le nordiche selve, e, a la conquisaMadre squarciando il petto,Sì fier costume d'ogni strage avete?Ma qual non apre ad avvenir lo sguardo,E de l'istante ha sol tema o diletto,Impallidisca e gridiAl suon dei matricidiBrandi, e vesta di lutto il cor codardo.
Cantor, che a la palestraDe la vita allenò l'alma e l'ingegno,I casi ad indagar la mente ha destra;Spregia il parer fallace,Che fa pago ed esalta il vulgo indegno;Sol nume ha il Vero; ombre non teme; sfidaDel presente favor l'aura fugace,E, profeta a le gentiDi ragionati eventi,Guarda il passato e a l'avvenir le guida.
Ecco, fuggir dal truceCozzo vegg'io dei sanguinosi acciariFaville che da poi diêr fiamma e luce:Arde una forte e novaAnima i petti; a non segnati mariGonfia immenso un desio le vele industri;Fervon le menti e le fatiche a prova;A chetar l'ire orrendeLa libertà discendeD'armi gagliarda e di commerci illustri.
Sorge a la Diva accantoDisdegnoso uno Spirto, a cui nell'iraDivien foco il pensier, fulmine il canto.Superba aquila al nemboFida il volo, e combatte; e allor che miraL'etereo Sol, che d'amoroso dardoPunge e ravviva al vasto essere il grembo,Per l'aere ardente e puraSpaziar gode secura,E nel fuoco del cielo appunta il guardo.
Egli così le inferneSfere lasciando e le pugnaci erini,Che mortali accendean l'ire fraterne,E d'ombre orride e d'ossaTarda e incerta facean l'orma ai destini,Errò, divo mendico; al ciel co' carmiSurse, e attinta del Ver l'aura e la possa,A inaspettati eventiChiamò l'itale genti,Lor diè vita e parola e patria ed armi.
Dai maledetti avelliBalzan gli eroi; splendono al Sol gli acciari;Quei che avversi morîr, sorgon fratelli:Arde la pugna; strideL'Arpía de l'Istro; dai venali altariL'irto Levita invan s'adopra e freme…Viva il Sabaudo allòr; vivan le fideSchiere dei nostri eroi,Viva tu pur, che a noiDesti i tuoi prodi, e a noi vincesti insieme!
Dove sei tu? Non odiL'aura del generoso inno, che, schivoDi tanti ingrati, osa innalzar tue lodi?Leva dal tuo recenteSepolcro il capo, e guarda ove ancor vivo.Più del ricordo, è dei tuoi prodi il sangue.Qui pugnâr, qui morîr, qui di fulgenteSerto ornò Italia il crine,Qui le genti latineSi unîr d'un patto in su'l nemico esangue.
Mira! Un sol tempio accoglieL'ossa delle due genti, e a lor confuseDel domato stranier dormon le spoglie.Dormite! Una parolaFremono i vostri sonni; e da le chiuseOmbre di morte una gran luce emerge:Vivono al raggio d'una fiamma solaLe umane anime; ed unaMorte le gente aduna,E ne l'onda del Ver tutte le terge.
Dormite! Al santo amplesso,Che in una morte e in un amor vi serra,Tragge Italia gli auspicî. Il brando ha cessoA la guaína, e cintaSol di virtù suoi baluardi atterra.Regna Amor l'alme, Amor varca gli abissi,Penetra il mar: cade al suo soffio estintaL'ira dai petti; e, al pariChe nei confusi mariVedi gl'istmi cader squarciati e scissi,
Cedono al nume il passoLe domate montagne; a lui da latoScende l'italo genio. Odo il fracassoDe le divelte rupi;Rugghia per li rotti antri il vento irato;Al martellar degl'inventati ordigniTuonan l'opre pe' negri anditi cupi:Ecco, ne l'ardua golaFischia il vapor che vola;Echeggian gli antri; gli ultimi macigni
Crollan; concordi e pronteGridan le ciurme; il Sol s'affaccia, e cingeDue raggi a un tempo a due Gagliardi in fronte.Oh! viva! In armi avvoltoAltri pugni e trïonfi: Amor costringeIn gara industre il genio italo e'l franco!Ma qual fragor d'orridi bronzi ascolto?Ne la sanguinea goraBrenno gavazza ancora?Di stragi ancor non è satollo o stanco?
Cessa! Di fatuo nomeTal che ti aggira a l'oprar suo fa scudo,Pur che la man ti cacci entro le chiome,E al giogo ti strasciniD'onor, di libertà, di posse ignudo.Speglio Italia ti sia, che la severaAlma composta a' liberi destini,Già spada, or cuore e menteDe la latina gente,L'alpe dischiude, e ne la pace impera!
Mentre io canto così, fuor dal recenteVarco de l'Alpi glorïando passaL'alto Amico de l'uomo, a cui ridondaDi lampeggianti entusïasmi il petto.Al meriggiar de le populee rive,Da secreta virtù vinto, si assideLà dove con selvaggio impeto corronoGli eridànei cavalli, e sveglian tantaPei settemplici campi eco di guerra.Passan su le solenni onde, equitantiGuerriere ombre di re; svolgesi al cieloL'allobrogo vessillo, e, tutte chiuseNe l'acciar de l'altera indole invitta,Brillan di pugna le sabaude schiere.—Volgi, o padre Eridàn, volgi i tuoi flutti!A piè de la famosa alpe, che pàrteLe due genti latine, argentea e puraLa tua gemina fonte al Sol risplende,E di origin comune e d'amistanzeNe fa sacra la terra. Ivi il fuggiascoTra il fraterno furor Genio latinoAuspicando si addusse, e custodíaBella e secura una speranza in core.L'ombre cercò, di cheto obblio si avvolse,Ma non così che al balenar del guardoNo'l ravvisasse una gagliarda e fidaProle di Berengario, a cui fu gratoDi saggio culto e di pietose offerteL'alma allegrar de l'esule divino.Santo allor fu il suo scettro; ara divenneL'alpe ospitale, e sovra il picciol tronoD'Ausonia il core e l'avvenir si assise.Volgi, o padre Eridàn, volgi i tuoi flutti!Ben che d'eccelsa e non ignobil fonteA te accorrono i fiumi; a te dan vastoTributo di sonanti acque; a te, padreDi feconde pianure, ove nei chetiArgini la natía possa governi;Padre d'alte rovine, allor che in iraTerribilmente imperversando abbondiFuor degli ardui ripari, e fosco, immensoPossiedi i campi, e sugli abissi imperi.Pari a te da la doppia alpe ne venneDi Libertà l'almo sorriso: al grido,Che le pedemontane aure percosse,Tutti echeggiâr gl'itali petti, e ad unaSorsero a sgominar le schiere ostili.Pari ai tuoi flutti è Libertà: fecondaD'anime educatrice, ove al governoSieda la Legge, e ne rattempri il corso;Torbida madre di rovine, quandoOltre ai segni prorompe, e gl'inconcussiCampi del Dritto pazzamente invade.—