CANTO SETTIMO.

Storia d'Isolina.—Amore.—Sogno di felicità.—La lettera della madre.—Ultimo commiato.—Lontananza.—La giovinetta abbandona la famiglia e la patria; muove in traccia dell'amor suo, e perisce miseramente tra' flutti.—Sorge dal sepolcro, ed apparisce a Lucifero; il quale, non potendo ridarle la vita, languisce nell'oblío di sè stesso.—Una voce interiore lo richiama all'attività, e lo avverte della gran lotta preparata fra la Prussia e la Francia.—Egli ascende sulle Ardenne, e mira i formidabili eserciti che si avanzano.—Alla vista delle aquile imperiali alza inutilmente la voce contro l'ingiustizia di quella guerra.

Nè tu, dolce amor mio, saprai gli affanniDe la bella Isolina? Io, quando i cariGiorni ripenso, che l'amor ne diedeTutti sparsi di luce, e la promessa,Che a l'incerto avvenir m'obbliga il petto;E il ciel rigido miro, e con le centoAli del mio desir navigo il mare,Calar veggio dal ciel, sorger dai fluttiTanti negri fantasmi; un'infinitaPena, un'angoscia indefinita e novaS'apre ne l'ondeggiante anima, e a' mestiCasi pensando de la pia fanciulla,Tremo nel cor, chiamo il tuo nome, e piango.Giovinetta infelice! Un cheto e lieveRaggio di fuggitivo astro pareaNei passi suoi; fior di dolcezza ell'eraNegli sguardi e nell'alma; ala odorataDi vespertino venticello estivoSomigliavan sue voci, e chiaro e santoEra l'amor, che le accendea la vita.Un giovinetto da la lunga chioma,Esile e mesto e tutto alma negli occhi,Era il dolce amor suo: povero ed egroVaneggiator, che le natíe contradeE la terra dei suoi padri e le santeBraccia materne abbandonava; e il neroVuoto d'amor, che gli s'apría nel petto,Empía d'inclite forme illuminateDa la fiamma de l'Arte. Un giorno, ei videLa beltà d'Isolina. Era stranieraAgli occhi suoi quella beltà; stranieraQuella terra a' suoi passi; a ogni viventeCosa straniero il suo pensier; ma in coreDa gran tempo sedeagli, ospite ignota,Quella forma leggiadra; e sentì allora,Ch'ivi, da canto a lei, sotto quel caroSguardo di ciel, che le vivea negli occhi,Era la patria sua, l'aurea contradaDei sogni suoi; non là, dove la morteSedea su le dilette ossa paterne,Non là, dove, nei suoi lutti racchiusa,Piangea la madre sua vedova e stanca.Da quel giorno si amâr. Livide e torteLingueggiâr fra le care alme le sozzeIronie de la plebe; ai giovaniliPassi, intèsta di fior, tese la reteL'insidïosa ipocrisia; ma grandeCrebbe amor dai perigli, e fûr più saldiBattezzati nel pianto i primi amplessi.Scorrazzavano un dì, come fanciulli,Per le aiuole fiorite. Entro a un serenoMar di tiepidi raggi e di fragranzeNuotavano le cose, e tutto fioriSalìa sui monti il giovinetto aprile.Dolcemente anelando ella si assiseSotto il bruno laureto; e lieta in coreDi tanto Sol, di tanti fior, di tantaGiovinezza d'amor, con puerileMalizïoso rampognar severoProvocava l'amico.—A nulla buono,Dicea, sei tu; girato ho in un istanteTutto quanto il viale, e tutti ho coltiI suoi fiori più bei: guarda;—e su l'erbeSciorinava il suo bianco grembiulettoTutto colmo di fiori. Egli porgea,Sorridendo, la bocca, e, a nulla buono,Dicea, son io fuor che a rubarti i baci.Furtivamente fra le foglie e i ramiS'insinua il sole, e di minute e lieviAgitate da l'aure ombre ricamaQuelle giovani fronti e le diffuseVesti di lei, che in mezzo ai fior si asside.—Quanto io devo a l'amore, egli diceva,Quanto a la tua pietosa anima io deggio,O mia buona Isolina! Agli occhi mieiCangiato è il mondo; di mai visti fioriMi sorride la terra; una lucenteIndefinita regïon di sogniMi si schiude ne l'alma, e la più bellaDe le speranze mie m'albeggia in core.Altr'uom son fatto. Ombre funeste e graviTedî, e incessante fluttuär d'ignotiDubbi e fallace illusïon di sensiMi sembrava la vita: inutil giocoDi crudeli potenze, agli occhi occulte,Ma paventate qual visibil cosaDa la paura onniveggente. In manoD'un fiero iddio balzar vidi la terraCome inutil crepunda; ai sanguinosiLudi, a le prede con ferin costumeCorrer le schiatte dei mortali; eternoGravar su le ribelli anime il piedeLa matrigna Natura; e tra le spireDi velenosi abbracciamenti, oppressaDa ignoti e strazianti incubi, indarnoTender la moribonda Arte a le stelle.Rider dovea, ma forse piansi. Al biecoOcchio de l'uomo m'involai; coi mortiVissi, e vaghezza d'ogni morta cosaEbbi così, che i miei giorni infeliciSol ne la speme de la morte amai.Qual or mi sia, nè il so; stupito io guardoD'intorno a me, dentro al mio cor, nè trovoMe stesso in me: caro portento è questoCh'io sol devo a l'amor!—Ne le tremantiMani, in tal dir, chiudea quella leggiadraPicciola testa d'angeletta, e lungheLunghe carezze le facea coi baci.Dei còlti fiori ella scegliea fra tantoI più freschi, e i più belli; e mormorandoUn'allegra canzon de le sue valli,Li girava in ghirlanda, e col securoVolo de la ridente anima il giornoDe le sue nozze precorrea.—Di freschiFiori odorosi, io vo' la mia coronaIn quel giorno beato: a par di questaTesserla io vo' di zàgare fragranti,Che a me son tanto care, e simbol sonoDel nostro amor: te ne rammenti? il primoFoglio che mi scrivesti un contenevaDi quei teneri fiorì. Oh! come alloraSarem felici! Andran confusi e tristiI cattivi del mondo, e i nostri amplessiSaran da Dio santificati. È amaraCosa, me 'l credi, il mormorar del mondoFra due cori che s'amano: somigliaSibilo di serpente in mezzo al cantoMelodïoso di felici augelli;Grido somiglia di sinistro augello,Che rompa a sera l'armonia d'un primoGiuramento d'amor. No, no; non voglio,Che bieca, oscura intorno a noi si aggiriLa maledica turba, e ne sia d'uopoVelar di mal sofferte ombre il sorrisoDe l'amor nostro immensurato: io voglio,Che testimòni a la letizia nostraSieno gli uomini e Dio; ch'arda di amoreTutto il creato insieme a noi. Deh! affretta,Giorgio, affretta quel dì! Non mi rincresceLasciar per te queste mie valli; il caroMio letticciòl, dove ho sognato e piantoTante volte fanciulla; i gelsomini,Ch'ombran la mia finestra, e la gaggía,Sai? la gaggía de l'orticel materno,Ch'or principia a fiorir; non mi dà pena,Che dir? non penso pur, che lasciar deggioLa mia povera mamma: io son cattiva,Non è ver? ma per te!—Gonfî di piantoGli occhi altrove volgea; sfogliava i fioriCon inqueta mestizia, e riprendeaPoi con tremula voce:—Io, sai? non voglioViver lontan da la tua mamma: un soloTetto ne accoglierà; seder mi è caroA la mensa dei tuoi; guardar le stelleDa le finestre de la tua stanzetta;L'aure spirar che tu spirasti; assisaPresso l'immagin del tuo caro estintoDi te parlar con la tua mamma; secoPortar la croce, e consolar d'alcunaSpeme di gioia il suo lungo dolore.Questo è il mio sogno, questo sol; m'illudeForse l'amor? Tanto sperar mi è dato?—Giunse un foglio in quel punto:—Unico mio,Dal mio letto di spine, ov'egra e stancaDi più lungo soffrir trascino i giorniDe la mia vedovanza, io ti sospiro,Io ti cerco dovunque, e le deserteBraccia protendo, e non ti trovo, e piango.Dove sei, dove sei, che più non torniA questo petto abbandonato, a questeCase del padre tuo, che, di te prive,Orbe son d'ogni luce, e fredde e muteSembran solo aspettar la morte mia?Dove sei, figlio mio, che più non odoLa voce tua; che più non torni a seraA sedermi da canto, a dirmi i cariSogni del tuo pensiero e i tenebrosiDubbi e l'ambasce d'un sorgente affetto?Tutto, figlio, così, tutto oblïastiL'affetto mio? Del genitor non serbiMemoria alcuna? Ah! così poca e breveAla di tempo, e così nova terraCovre quei suoi diletti occhi, che caldeSon le ceneri ancora, e, se tu il chiami,Risponderà. Deh! così mesta e solaSoffrir puoi tu, che da te lungi io cada?Così dunque morire, anzi ch'io muoia,Deve la mia speranza ultima, e al piedeMirar deggio spezzato in un sol puntoL'estremo idolo mio? Già non fûr questeLe tue promesse; e non cotal confortoDa tanto amor m'impromettea! LontanoDai piangenti occhi miei, fatto stranieroAl materno cordoglio, il fior tu libiDe le gioie del mondo; io bacio i cariAbiti tuoi; sfoglio i tuoi libri; il tuoLetto, come solea, sprimaccio a seraCon materno costume; al picciol descoLa tua seggiola appongo; al consuetoUscio origliando, a tarda ora, il tuo passoScricchiar da lungi inutilmente aspetto;E forse allor che tu beato in braccioDei tuoi rosei fantasmi erri i sognatiCampi de l'Arte, ed a l'amor sorridiD'ogni umano conforto abbandonataLa madre tua ti benedice, e muore!—Pallide e mute si guardâr negli occhiQuelle due fulminate anime. Ei sorseFreddo, anelante, scompigliato; al pettoStrinse l'amica: la baciò su 'l fronteMal frenando i singhiozzi, e una parolaMormorò fra le labbra; ella il comprese;E, gittandogli al collo ambe le braccia,In lagrime proruppe, e cor non ebbeDi contendere il figlio a una morente.Ei partì con la notte. A la finestraElla balzò; tenne il respir; fra l'ombrePerdersi udì i suoi passi; a l'aure teseL'anima tutta; aspettò ancor; le parve,Che pentito ei tornasse; a una lontanaVoce tremò, chiamollo a nome; e quandoStendersi agli occhi suoi squallido e freddoVide il bianco viale, a la notturnaBrezza ondeggiar con murmure indistintoLe due file d'acacie, e a la sinistraLuna uggiolar sentì a la lunga i cani,Sul freddo letticciòl, come perdutaCosa, piombò; ne le deserte coltriSi serrò paürosa, e pianse e pianse.Toccò Giorgio il natío lido; anelandoLe vie percorse; a le paterne caseVolò; ma fredda era la soglia; al ventoSbattean le imposte abbandonate, e neraRegina per li vuoti anditi, avvoltaNe le vesti materne, iva la Morte.Ei l'abbracciò; dei cari abiti ignudeMostrò le scricchiolanti ossa del pettoQuella fatal. Dov'è mia madre? ei disse,Balzando indietro inorridito. ImmotaElla il mirò; da le profonde occhiaieBalenò un fatuo lume; armò le vôteMandibole d'un fiero urlo, e rispose:—La madre tua, tu l'uccidesti! AssisaNe la bianca sua fossa ella ti aspetta!—Grido non diè, non diè gemito o piantoLo sventurato, e ne le grandi e freddeBraccia gittossi di colei, che solaDi sue vedove case avea l'impero.Gravi fra tanto, angoscïosi, eterniD'Isolina sul cor passano i giorni;Passan sovra al suo cor gl'inganni alatiDel suo tempo felice, e più s'infoscaCo'l cader d'ogni dì la sua speranza.Dov'ei n'andò? Perchè non torna ai dolciNidi de l'amor suo? Ne le materneBraccia obliò le sue promesse? In predaD'improvviso dolor s'agita, o il freddoCalcolo sul gentile animo scende,E a men umile preda il cor gli adesca?Ella dubbia così: facil maestraLa lontananza è di sospetti, e fabroDi torture il silenzio. Ai consüetiLochi si adduce; il solito vialePercorre; ne la memore stanzetta,Presso il camin, di fronte al caro specchioSpïator di lor baci, a l'ora usata,Tutti i giorni si asside; e poi che ingannaLungamente così l'ore infelici,E tutta sola, abbandonata, incertaNe l'oscuro avvenir l'anima affisa,Co'l cor serrato indi si toglie, e al primoDetto, che a consolarla alcun le porga,Rompe in lagrime amare, e altrui s'invola.Sinistramente al suo pallido voltoIrridevan le amiche; e la ben mestaAnima cruccïando ivan co'l vezzoDi maligni sussurri.—Un venturieroEra al certo colui!——Povera stolta!Già toccar le parea gli astri co'l dito!——Altro! Prostrate e pallide al suo piedeBice e Laura vedea!——Cinta d'alloro,Come le anguille, in groppa al suo poetaCredea varcar l'eternità!——Ma il remoDice a l'onda che passa: io ti saluto!E l'ape dice al fior: verrò tra poco!——E l'ingenua sposina aspetta ancoraL'asin che voli, e l'amor suo che torni!—Tanto dolor la povera IsolinaOnta cotal più non sostenne: ai cariTetti involossi; abbandonò nel piantoLa materna dolcezza; e, le notturneOmbre spregiando e le natíe paure,La dolente sua vita al mar commise.O il mar pietoso, il crudo mar! Dei suoiFreddi baci l'avvinse; addormentollaNei letti suoi, pria che donarla al novoFerreo dolor, che l'attendea sul lido.Su la fossa di lei, presso a la spondaOr Lucifero siede. Alta d'intornoSpazia la notte; silenziosa e pocaTremula su le grigie acque la luna;Ei grandeggia fra l'ombre; occulte vociMormora il labbro suo: rupe il diresti,Che, di fosco chiaror lambita ai fianchi,Spinga ai venti la cresta, e di confusoScroscio risuoni al dirocciar d'un rio.Scuro e immoto così pende l'EroeSu la zolla pietosa. Amor, che predaFa di giovani vite, e ne la caraLucida vita de le cose alberga,D'ansie superbe e di grandi ale instrutto,Dominar l'ombre ama talor; vïaggiaOltre la vita; e, di regnar mal pagoQuanto al raggio del Sol vegeta o pensa,Scende ne l'urne a interrogar la morte.Tremò allor su le care ossa la luceD'un'azzurra fiammella: incerta e lieveLambisce il suol, palpita a l'aura, ondeggia,Color muta e sembianza, e ambisce al cielo.Come al sole d'april, da le materneLucide foglie in vago giro inteste,La candida magnolia alza il bocciòlo,Così dal grembo de la fatua luceUna bianca si svolge aërea forma,A cui brune e diffuse erran le chiome,E diffusi per l'aure i rosei veliDïafani a la luce. Il PellegrinoRavvisò la sua morta.—Oh! così lieviSon dunque i sonni tuoi, bella Isolina,Docil così, buona così è la morte,Ch'anco una volta agli occhi miei ti assente?Bianco e freddo amor mio, parla: ti muoveLa prece mia? pietà ti tragge a questa,Che lasciasti anzi tempo, aere vitale?—Tremava ella, e tacea; languide intornoVolgea le luci pe'l deserto lido,Come chi chieda ai circostanti oggettiUna persona lungamente attesa,E tutta in quel disío l'anima intenda.—Oh! che chiedi a le mute ombre, che chiediAi sordi astri, o fanciulla? Aprica e mortaÈ questa piaggia, e non ha fronda o fiore;Crudo e vorace è il mar: vecchio omicidaEi s'accovaccia ne la calma; infioraD'albe spume gli abissi; ignudi e belliManda intorno a danzar silfi e sirene,Che funesta han la voce; alita un chetoSopor sovra le sue vittime; e quandoPiù sicure esse van sognando il lido,Sbuca fuor dagli agguati orrido, e cacciaSu le rotte acque a gavazzar la morte.Oh! che chiedi a la terra, al mar che chiedi,Sconsolata fanciulla? Ha stelle e fiori,Stelle e fiori ha il cor mio! Se amor tu chiedi,Vieni, il cor mio ti dò; vieni, e sarannoPe'l tuo morbido crin tutti i miei fiori,Pe'l tuo picciolo cor tutte le stelle!—Tremava ella, e tacea. Pallida e mestaCadea la luna; impallidía la bellaSospirosa al partir; tendea le bracciaEgli, e gemea:—Deh! non fuggir, t'arresta!Son de l'amor, son tue l'albe dei cieli;Tue son le perle del mattin; tue sonoL'armonie di quest'aure; è tua la vita!Vieni, vieni con me, vivi, e trïonfaDentro un raggio di Sol, dentro i diffusiRegni del mio pensier! Da le voraciOnde non io le tue candide membra,Non io la tua beltà tolsi agli abissi,Perchè deserta, in peregrina stanza,Ospite de le fredde ombre ti aggiri;Nè alfin la morte al voto mio t'arrese,Perchè al tornar de la dïurna luceLa negra terra ad abitar tu scenda.No, non fuggir! Nè il suol, nè il mar, nè il cielo,Nè la morte ti avrà: l'amor ti spiraVita più bella, ed a l'amor vivrai!—Dicea, come piangesse, e facea forzaDi caldi amplessi e di sospiri al fato.S'alza fra tanto il sole; ed ei su'l pettoL'aure fugaci e il suo dolore abbraccia.—Sorgi dal tuo dolor; cingi la vesteDegli ardimenti tuoi; di cose e d'opreNon di futili sogni amor si pasce.Opra incessante è Amor: vita a l'inertePolve non spira ei già, ma su l'inertePolve l'onor d'illustri fatti accende.Non vedi tu qual turbine di guerraDel provocato Reno agita i lidi,E, al suon de le fatali armi di Brenno,Tutte d'Europa impallidir le genti?Mai viste imprese il Sol vedrà. Dai campiFulminati di Mario, ombre feroci,Sorgon Teutoni e Cimbri, e infiamman l'ireDei nepoti d'Arminio. A gran tenzoneDue glorïosi popoli proromponoCome oceàni. Mugola dai fondiTenebrosi la Senna; e da l'inultoElba i carri fulminei a le vegliateMura di Faramondo Arminio avventa.Sorgi; uom folle è colui che l'alma e il braccioSpreca in vôta fatica: a lui sembiantiFûr di Dànao le figlie; uom saggio e forteL'opra non gitta ad impossibil cosa!—Sentì la voce del suo spirto, e il coreDe l'Eroe fiammeggiò come un'ardenteVoluttà di battaglie. Il sommo attinseDe l'ondìsone Ardenne, e quinci e quindiLe due genti mirò.Pari a procella,Che su'l mar piombi, le Borussie querceLascian le congiurate aquile al cennoDel germanico Giove: immenso, orrendoMandan lo strido al ciel; scoton gli alloriTrïonfati in Sadòva; e un'omicidaSmania di pugne in tutti i cor si desta.Quanti dal borëale urto sospintiSovra il campo del mar rotano i flutti,Tanti e alteri così levansi i figliDe la rigida Odèra; e quei vi sono,Che fermezza di membra e d'alma han pariA l'Ercinia materna alpe, e l'audaceSassone, che nel freddo Albi s'infianca,E il fedele ai suoi re Bavaro, onoreDei Vindelici piani; e quanta forzaDi strenua gioventù fra la superbaVistola e il serpeggiante Emo si accampa.Da l'onor di sì forte oste precinta,Splendida come Sol, move la possaDi Brandeburgo. Rigida e severaL'augusta diva del pensier vien seco:Prestantissima dea, che da le freddeMute vigilie, onde le cose indaga,Vien de l'opre al fragor, però che vanoSenza l'opre è il pensiero; i radïosiRegni abbandona e il puro ètere, doveSon l'ignude sostanze, e a le nebbioseNoriche selve, ov'ha più fidi altari,Accorre, auspice dea; popoli e prenciDuci ispira e guerrieri; inconsuëteArmi rivela, ordigni nuovi appresta,Terre esplora e nemici, e grande e primaSfida la morte, e del trïonfo è certa.Udì il suon di tant'armi, e tremò in coreL'avoltoio d'Asburgo: il sanguinosoOcchio, ove l'onta ardea di due sconfitte,Rotò; scosse le cionche ali; ma rottoMirando al piè l'antico scettro e il brando,A satollar l'ira e la fame, il rostroNel cor de l'adescato Ungaro infisse.L'udì la borëal Dania, fecondaGenitrice di popoli, e ne l'armiTutta si strinse, e balenò. Nel fermoPetto una tempestosa ira le ruggeContro al superbo assalitor di genti,Che, di numero prode e di cor vile,La sconfisse nel sangue; i palpitantiVisceri le cercò; chiamò la belvaDormitante su l'Istro; e su le offeseSedi di Sondemburgo, orridi in vista,Piombare entrambi, e s'imbandîr la dape.Ma nel cor non tremò, non trasse il brandoA far più salda la ragion dei forti,La glorïosa Itala donna. AssisaSu la sponda regal d'Arno, securaNe la fortezza sua, le genti e l'opreE la fugace ora propizia e il fatoSagacemente interroga; componeLe impronte ire dei figli; obliga al giogoDel suo voler le avverse anime; affrenaL'empia licenza popolar; flagellaL'ambigua turba, che nel dubbio annida;Spregia il frollo garrir dei suoi tribuni,Cui legge è l'ira e sola patria il ventre;E, men d'acciar che di giustizia armata,Sul petto al vil Giudeo pianta il suo trono.Dentro la cerchia de le mura anticheNon si contenne il valor Franco. Al gridoDel vandalico orgoglio, ai provocatiCampi volò, primo volò, nè volleMisurar l'armi e interrogar la sorte.Aquila, che dal curvo etere miraDisertar su la negra alpe i suoi nidi,Gli accorti agguati e le fulminee canneDel cacciator non sa: piomba da l'altoCon terribile strido, e pugna, e muore.—Dove corri, o fatale aquila, al lampoDel glorïoso tricolor vessilloLucifero gridò; figli de l'armi,Dove correte voi? Grido di oppressiNon vi chiamò, non amor patrio acceseTanto vampo di guerra: inclita e grandeSovra il trono del mondo alto si assideLa patria vostra, e sol co'l nome impera.Chi snudò prima il brando? Il fier consiglioDa che labbro partì? Chi le secureAure turbò di tanta pace, e immerseIn un mar di perigli il luminosoTrono di Lui, ch'à di saggezza il vanto?Fu la malnata Idra del vulgo, il destroLivor dei vili. Abito assunse e voltoDi libertà; con tumida parolaProvocò le dormenti ire; commosseCon sonante lusinga il cor dei forti;Piaggiò con prostituta arte l'oscenaTurba armata di lingua e di cor nuda;Ma dentro a la bugiarda alma un'obliquaAmbizïon fea nido, e sotto al mantoInvolava a mortal guardo il vendutoStilo di Ravagliacco e il cor di Giuda.Così strisciando tortuösamenteA l'aureo cocchio arrampicossi, doveSedea, temuto Automedonte, il sennoDel fatal Bonaparte. Ei nei doratiMòrsi reggea l'intempestiva fogaDei volanti cavalli, e parea FeboPortatore del giorno. A lui, da cantoQuella furia si assise; un sopor lieveGli suäse ne l'alma; oscurò il lumeDei veggenti consigli; ond'ei le fortiRedini rallentò su le spumantiBriglie dei corridori. Un urlo miseL'empia gorgòne; in piè balzò; disperseCo'l freddo soffio le veglianti cure,Che custodían con cento occhi al governo,E da l'altezza dei lucenti alberghiPer la lubrica china i fieri alipediAbbandonò. T'arresta, empia e mentitaFuria! E tu, se alcun raggio anco ti avanzaDe l'antica virtù, se t'arde ancoraL'onor di Francia e la tua gloria i polsi,Sorgi, e tuona il tuo nume, o sir dei prontiAccorgimenti e de le pronte spade!Sorgi; a la furibonda idra le centoCreste conculca; e a quella rea, che il frenoCon falsi nomi a l'oprar tuo contende,La man caccia su'l volto, e la sbugiarda!Ahi! che al vento io favello! Armi, armi, gridaDal mar britanno a la regal PireneOgni gente, ogni petto; orrido io sentoIl fragor de la pugna; e quando a milleDivora i prodi la fulminea morteSu le ripe contese, una linguardaTurba su le fraterne ossa s'impanca,E al vinto insulta, e al vincitor si arrende!—

La catastrofe di Sédan.—L'ombra di Turenna e la resa.—Lucifero entra in Parigi.—La babilonia delle gazzette.—L'assedio.—Gloria ed obbrobrio a chi spetta.—Un generale francese, trasformato in asino, è condotto al macello.—I Prussiani entrano nella città.—L'allocuzione del proletario.—La colonna Vendôme.—L'ombra di Federigo.—La petroliera.—Allo spettacolo di tanti eccidî Lucifero si parte, non senza dubitare un istante del suo trionfo.

Io l'ho visto cader, morir l'ho vistoL'aquila dei trïonfi, il fior dei forti;Tutto sbucar di Teuta il popol mistoDa l'empie selve e dominar le sorti;Correr, non pago, oltre il fatal conquisto,Straziar le genti e gavazzar sui morti;Piegar la fronte a l'ultime sconfitteL'inclito Sir de le falangi invitte!

O sventura, e fia ver? Caduto in fondoDi rea fortuna, che non tien mai fede,Il gran popol vedrem, che, a niun secondo,Di Quirino parea l'unico erede?Colui vedrem, che impallidir fe' il mondo,L'armi chinar d'un vincitore al piede?Al piè d'un vincitor, deposte in guerra,L'armi, che già dettâr leggi a la terra?

Ahi! così non solean rieder dal campoSotto duce miglior di Francia i figli!L'afro Leon lo sa, cui nullo scampoFûr l'arse arene, e poca arma li artigli;L'Istro lo sa, che, di lor pugne al vampo,Abbondò al mare i flutti suoi vermigli;Lo san le valicate alpi, lo sannoL'ispido Scita e il mercator Britanno;

E il sai tu pur, che là su' fumigantiCampi di Iena fulminato e fiâccoL'orgoglio tuo vedesti, e lordi e infrantiDi Torgravia gli allori e di Rosbacco.Ov'è, Francia, quel brando? Ove quei tantiProdi? È fatto ogni cor molle e vigliacco?Sol di lingua son prodi i figli tuoi?Vincer non san, morir non san gli eroi?

Morir volean, tutti morir! Dai colliCari a la Mosa, ove Turenna nacque,Ruïnavano a morte, e facean molliDi strage i campi, e rosse e gonfie l'acque.Pallido, in suo dolor chiuso, mirolliIl Sir de l'armi, ed aspettando tacque;Vide la morte, e con terribil gioiaSpronò il destriero, ed esclamò: Si muoia!

E s'avventò. Da le sonanti ArdenneLucifero lo vide. Allora a un puntoDi Turenna balzò l'Ombra, e il rattenne,Gridando: Il dì fatal non è ancor giunto!Si volse il duce, il fier caval contenne,D'ira non men che di stupor compunto,—E, tu chi sei? sclamò: sotto ai miei sguardiCadono i prodi, e non vuo' giunger tardi.

Lasciami, sgombra: a la battaglia il loco,La speme al petto, al dir l'ora già manca;Mi assegna il fato un breve istante, e pocoForse è a morir, ch'anco la morte è stanca.Mira; in un cerchio di strage e di focoNe serra il vincitor da destra a manca;Pria che cedere a lui questa mia spada,Lascia ch'io pugni, ed imperando io cada!—

—Non è ancor tempo di morir, ripreseL'Ombra, e negli occhi balenò; gagliardaAlma non ha chi de l'avverse impreseNon sostien l'ira, e ad avvenir non guarda.Uom, che a ferma virtù tutt'opre intese,Spregia il fulgor d'una virtù bugiarda;Cede, non fugge; e innanzi ad empia sorteViltà è la fuga, ed è fuga la morte.

Non io, che la superba alma fiaccaiNe le mobili Dune al fermo Ibero,Non io, quel dì che il mio destin miraiDi Marindàl sui piani avverso e nero,Piansi perduto il mio nome, o spronaiNegli abissi di morte il mio destriero;Ma tenni fronte al fato reo; mi accinsiAd imprese più belle, e venni e vinsi.

Cedi così. Nè libero, nè solo,Come al comando, oggi al morir tu sei:Di generosi petti inclito stuoloPugna ai tuoi fianchi, e tu salvar lo dèi.Freme la patria tua, che mira al suoloI figli suoi; questi almen serba a lei;S'ella ha piagato il cor, la fronte ha rossa,Abbia almen chi per lei combatter possa!

Tu piega e va: la via del trono è chiusa;Sorge ne l'ira il popol tuo rubello;Gente vedrai, che lo tuo scettro accusa,Far tue vendette con l'oprar suo fello:Gente, che, al regno e a servitù mal usa,Predica in piazza, e traffica in bordello;Sovrani, che saran servi al più destro,Frolli eroi da polenta, o da capestro!—

Disse, e ridendo un cotal riso altero,Sporse le labbra, e ottenebrossi in volto,E ratto s'involò come il pensieroDove il nembo di morte era più folto.Stette il Duce, ondeggiò, tacito e fieroGirò lo sguardo, in mar di dubbî avvolto,Quando tra l'armi e il fumo e i morti e l'iraNuova vision, nuovo portento ei mira.

Cheta pe'l mar d'Atlante irto di scogliL'isola illustre al suo sguardo apparío,Splendida del fulgor di mille sogli,Riverita sì come ara d'un dio:Ivi, fiaccati a' Re l'ire e gli orgogli,La fortuna posò del suo gran Zio,Simile al Sol, che da l'eteree tendeIn grembo a l'oceàn placido scende.

—Salve, allora esclamò l'alma dubbiosa,E consolata al ciel la fronte eresse;Han pur luce i tramonti, e glorïosaVoce di fama han le catene istesse!—Tal disse, e a la guaína disdegnosaIl fiero acciar con man lenta concesse.Un'orribile voce allor fu udita:Reso è l'Imperator, Francia è tradita!

—Chi di resa parlò? L'empia parolaChi proferì? Parola infame è questa!Finchè una spada è in pugno, un grido in gola,E guarda una pupilla, e un'alma è desta,Finchè un palpito al cor, finchè una solaStilla di sangue ed un respir ne resta,Vil, chi deporre il brando ai prodi indìce,Traditor chi il suäde, empio chi il dice!—

Così fremeano i prodi. Immenso, orrendoNe la vittoria sua Teuta procede,E i vinti eroi, che maledían morendo,Strazia co'l ferro, e calpesta co'l piede.Piega intanto il vessil franco, e tremendoPiega, e fiammeggia, e n'ha stupor chi il vede;Piega, si avvolge, al suol lento declinaQual cometa, che volga a la marina.

Al fero, indegno, inusitato aspettoUrlano i vinti; e qual leva le braccia,Qual rompe il brando, e dal ferito pettoStrappa le bende, e fra' morti si caccia;Chi tra gli estinti, su' gomiti eretto,Leva in fiero e sdegnoso atto la faccia;Chi schernisce al suo duce, e con amaraVoce gli grida: A morir, vile, impara!

Mandò allor la francese aquila un gridoAlto così che ne rimbomba il cielo;L'ale staccò da lo stendardo infido,Le scosse a l'aria, e ne fe' agli occhi un velo.L'udì il Borusso, e il trïonfato lidoGuardò geloso, e sentì al petto un gelo;Da l'ardua rupe, ove sdegnoso stassi,Lucifero discende, e volge i passi

Pensieroso colà, dove l'irataAquila artigliatrice il vol protende;Ov'ebbra di vendette e di peccataLa fortuna di Francia alza le tende.Mille de la fatal Senna a l'entrataTrova l'Eroe strane chimere orrende,Sfingi fallaci e sozze furie immani,Mostri di cento bocche e cento mani.

Vede la Ciarla in pria, gonfia e linguardaFuria fra quante mai vivono al sole,Che l'Assurdo brïaco e la bugiardaFola al mondo lanciâr, turgida prole.Molta a lei diè l'Error stirpe bastardaD'anfibî mostri e tumide figliuole,Che, nutrite di fango e di vendette,Nome portan di gazze e di gazzette.

Ruzzan torbide intorno, e son cotante,Sì varie son di fogge e di favelle,Di color, di costume e di sembiante,Che tante voci non udì Babelle:Quante locuste ebbe l'Egitto, o quanteZanzare ha il luglio assai son men di quelle;E ciascuna di lor tanto un dì gracchia,Quanto un anno non fa corvo o cornacchia.

Gracchiano tutto dì folte, importune,Voci e aspetti mutando e usanze e vie,E al latrar de le vaste epe digiuneAguzzan gli estri, e ruttan profezie:Apostoli da piazze e da tribune,Ch'àn di coniglio il cor, l'unghie d'arpie;Bolle, che, di livor gonfie e di ciance,Pensan coi labbri, e senton con le pance.

Or lisce e chete, or bieche, ispide, incolteNon pur turban le vie, ma i sensi e i cori:Inquiete, ansanti, curïose, folteCorron, s'urtan le turbe a' lor clamori.Sorgono a mille intorno a lor le stolteMenzogne alate e i pallidi TimoriE il cieco Ardir, che ne l'error gavazza,E il Dubbio inerte, e la Discordia pazza.

Libertà v'è; su l'abborrita reggiaAlza il suo trono, ed al caduto impreca:Trono di nubi, in cui siede e galleggia,E in tumide promesse il tempo spreca;Nebbiosa Dea, che, non che senta o veggia,Sorda alla legge, ed ai perigli è cieca;Tremenda Dea, che a l'armi a lei funesteScudo oppone di frasi e di proteste.

Turba sta intorno a lei, che in lei si sfoga,E d'idropiche ciarle impregna i venti,E onor, giustizia e fin sè stessa affogaIn un mar d'aforismi e d'argomenti:Aërostati eroi, rabule in toga,Frontespizî di libri e cavadenti,Tutti saltati a l'imperar supremoQual dal fòro mendace e qual dal remo.

Vince intanto il nemico; e l'armi e l'arteUsa egualmente, e desta ire e litigi;Fra' trïonfi procede, e d'ogni parteVersasi, e irrompe a circondar Parigi.Pugnano ancor, benchè deluse e sparte,Le franche genti, e son tanti i prodigi,Che dir non puoi, se sia de' due maggiore,Chi pugna e vince, o chi pugnando muore.

Ahi! miracoli vani! E che mai giovaDisperato valor, cui manchi il forteSenno, che le falangi ordina, e a provaLe guida e regge a dominar la sorte?Già il vincitor superbo di SadòvaDe la reggia di Francia urge a le porte,E l'accerchia, e la serra, e con orrendaFame di strage intorno a lei si attenda.

Etna così, quando dai fianchi immensiL'infocata trabocca onda vorace,E di sabbie infiammate e zolfi accensiI campi opprime, e l'aria accende e inface,Al povero pastore, in men che il pensi,Cinge di fiamme il campicel ferace,E, fatta isola intorno a lui che fugge,Lento e crudel tutto divora e strugge.

Muta e sdegnosa a quell'ardir nefandoStette Europa e guatò; stetter gl'infidiRegi, e nullo è di lor che snudi il brando,E pace imponga, e il dritto invochi, o gridi.Nè però il cor perdono i Franchi; e quandoMen lungi è il male, ognun par che più fidi:Generosa fidanza, eroico inganno,Che l'alme abbaglia, e fa più grave il danno.

Ferve il popol ne l'opre, e mai non restaPer mutar d'ore o per mancar di giorno,Ed armi e ordegni e vettovaglie appresta,E boschi incide, e spiana campi intorno;Di su, di giù, da quella parte a questa,Gente industre che va, che fa ritorno,E s'ingegna, e s'adopra a far sicuriLe contrade, le vie, le case, i muri.

Fra cotanto agitar d'opre e di cose,Cui segue il canto e mai non giunge al vero,Ad accender vieppiù l'alme voglioseIl popolar rimbomba inno guerriero:Vecchi, infermi, fanciulli e madri e spose,Forti ne l'ira, ardenti in un pensiero,Mescon l'opre e l'ardir, l'anime e i carmi,E incuorano alla pugna, e veston l'armi.

E rompendo talor, pari a torrenti,Fuor da le mura, a tanto ardor già strette,Gittansi in mezzo a l'avversarie genti,E scompiglian lor piani e lor vendette.Ben dei mille che uscîr non tornan venti,E rimangon le madri orbe e solette:Paghi son tutti, ove la patria possaUn riparo innalzar di scheltri e d'ossa.

Quinci fulmina l'oste, e impiaga e uccide,E fiamme ai tempî, a le magioni avventa;Quindi fra le macerie alto si assideL'orrida Fame, e gli ancor vivi addenta;Quel che l'uno non può, l'altra conquide;L'un vince i corpi, e l'altra i cor sgomenta;Vola intorno la Morte, e in doppia guerraLe mura oppugna, e i difensori atterra.

Pur, tra' morti e le fiamme, e dagli amatiRuderi, e dai men noti ermi recessi,Balzan novelli eroi, pugnan coi fati,E sembran dal valore i fati oppressi:O che pulluli il suolo armi ed armati,O fecondin la vita i morti istessi;O a difender la patria, integri e forti,Per miracol d'amor, tornino i morti.

—Salve, o popol di prodi! A sorger primi,Primi a pugnar, soli a morir voi siete;Se fia che lo straniero oggi vi adimi,Egli avrà l'onta, e voi la palma avrete;Vestiti di valor, di gloria opimiA le più tarde età splendidi andrete,Sprone ed esempio ai generosi petti,Rampogna ai vili, obbrobrio ai duci inetti.

Obbrobrio a voi, che con vostr'arte obliquaL'ire svegliaste del natal paese,E d'armi impari, in vana guerra iniqua,Lo abbandonaste a le nemiche offese;Obbrobrio a voi, che la temuta, antiquaGloria offuscaste de l'onor francese,Pur che rotta la spada, e infranto e neroGiaccia il vessil de l'abborrito impero!

Matricidi! A la patria, ai figli suoi,Qual frutto mai de le vostr'opre avanza?Duci, guerrier, francesi, uomini voi?Voi del suolo natio gloria e speranza?Capi senza cervel, scimmie d'eroi,Spugne gravi d'invidia e d'arroganza,Vernici di valor gonfie di vento,Molluschi in campo e tigri in parlamento!

Oh! viva il nome tuo, viva il gagliardoTuo braccio e l'alma a tutte prove invitta,Primo, solo, raggiante astro NizzardoFra tant'ombre d'obbrobrio e di sconfitta!Dove che fra le genti io giri il guardo,Ne la lor libertà tua gloria è scritta,Gloria miglior del buon sangue latino,Cui sollevo il pensiero e il fronte inchino!

Oh! viva, unico eroe! Di': quest'altera,Cui voti il braccio e il vasto animo e i figli,Colei non è, che a la sorgente e fieraLupa de la Tarpèa ruppe li artigli?Colei che fulminò la tua bandiera,E fe' i campi del tuo sangue vermigli?Colei non è, che la tua patria inultaCo'l piè calpesta, e a la tua spada insulta?

No'l chiede ei già: d'un gran popolo oppressoBalenan l'armi e il grido al ciel rimbomba;E dal guardato suo scoglio inaccessoTremendo irrompe, e il brando snuda, e piomba;E, vincendo del par gli altri e sè stesso,Al superbo oppressor schiude la tomba;Dal trono de l'error balza i potenti;Dà spada al dritto e libertà a le genti!—

Così dicea l'Eroe, quando una stranaVista mirò. Tratto al macel veníaUno zoppo asinel, che in voce umanaTapinavasi invan lungo la via.Folta era intorno a lui la disumanaTurba, che il morso del digiun sentía;E qual dicea ch'alto miracol fosse,Chi d'insulti il pungea, chi di percosse.

Sordo da tanto urlar, da' picchi infranto,E più dal senso del supplizio atroce,Il poverel movea simile a un santo,Che tra fieri Giudei porti la croce.Con l'orecchie dimesse, in suon di piantoA intenerir la turba alza la voce,E ragli emette ora profondi or fini,Ch'àn l'armonia dei versi alessandrini.

L'Eroe gli si fe' presso, e de la doppiaSua bizzarra natura interrogollo;Quei leva il muso, allunga gli occhi, addoppiaI sospiri, e fa il greppo, e scote il collo;E poi che ragli e pianti e voci accoppia,E di tanto preludio ha il cor satollo,Digrigna i denti al ciel, gli occhi al ciel fisa,Batte la coda, e parla in questa guisa:

—Uomo già fui, nè de la plebe: amiciPria m'ebbi i fati; ai marziali ardoriFei campo il petto, ed ai ben posti ufficiNon fûr tardo compenso i dolci allori.Francia è la patria mia; contro ai nemiciGuidai gli altri e me stesso ai primi onori,Fino a quel dì che prigionier si reseNei campi di Sedàn l'Augel francese.

Mi resi anch'io; ma con arguto ingegnoRuppi la fede, e il Prusso irto delusi:Fuggo, i campi divoro, e qui ne vegnoPer la patria a pugnar; chi vuol mi accusi.Già s'appressa il nemico, e d'aspro, indegnoFeroce assedio i nostri muri ha chiusi;Io vittoria prometto, e, oh! poco accorto,Ritornar giuro o vincitore o morto.

Fuor proruppi, e pugnai; ma, com'è veroCh'asino or sono, io fui sconfitto e vinto;Morir tosto pensai, ma in tal pensieroTremai, gelai, fui per cadere estinto;Quando rinvenni dal terror primiero,Qui mi trovai d'una vil turba cinto,Che gridava, insultando al mio dolore:Ritornar giuro o morto o vincitore!

Allor, gelo in pensarlo, io non so come,Tutte raccapricciar le membra sento;S'alzan lunghe l'orecchie in su le chiome,E allungasi la testa, e cresce il mento;Stendesi su pe'l dorso e per l'addome,Questo cuoio abborrito in un momento;Pendono a terra ambo le mani, e ognunaIn un zoccolo vil si chiude e aduna.

Credo sognar, cerco fuggir, me stessoFuggir che ognun, segno d'obbrobrio, addita;Ma batter sento in suon quadruplo e spessoSul percorso terren l'ugna abborrita.Sorge il sole, e dinanzi, a fianco, appresso,L'ombra fatal veggio al mio corpo unita;Rizzar mi vo', ma star dritto non vaglio;Vo' domandar soccorso, e metto un raglio.—

Tacque, e poi che più fiera al fiero casoL'affamata canaglia urla e s'avventa,Da superbo furor l'animo invaso:—Vil turba, esclama, or le mie carni addenta!—Nè briciolo di lui saría rimaso,Se l'opra del Demonio era più lenta;Ei la turba contiene, e la captivaBestia discioglie, e vuol che soffra e viva.

—Viva, egli dice; e dal suo tristo esempioQuindi a far senno ogni francese impari;Oh! se ognun dei suoi duci, o inetto od empio,Forma assumer dovesse a costui pari,De la patria non più traffico e scempioFarían, come finor, volpi e somari;Che tosto ognun conoscería le vecchieGolpi a la coda e gli asini a l'orecchie.—

Sorse un grido in quel punto. Il popol forte,Da l'armi oppresso e da la fame infranto,Schiude al superbo vincitor le porte,Che a quest'orrido aspira ultimo vanto.Egli entra, ei passa: è suo trofeo la morte,Suo cibo il sangue, sua letizia il pianto;Piega il ginocchio, e, crudelmente pio,Chiama a le stragi sue complice Iddio.

Fan monti i morti; a rivi, a fiumi ondeggiaPer le rigide vie torbido il sangue;Qui crolla un tempio, una magion fiammeggia,Là un incendio che sorge, uno che langue;Là un ebbro vil, che a lo straniero inneggia,Qui un eroe che ancor pugna, e cade esangue;Ed armi infrante e sparse membra ed adriGlobi di fumo ed ulular di madri.

Ahi sventura, ahi dolor! Stupido e folleLa polve degli eroi Teuta calpesta:E sul terreno ancor fumante e molleLa fiera Idra plebea scote la testa;Drizzasi e fischia, e le non mai satolleFauci spalanca, e l'aria intorno infesta;E su la fossa dei fratelli inultaLa civile Discordia orrida esulta.

Sorge il vil proletario, e l'empia ed adraAmbizïon la tôrta alma gli addenta;Libertà invoca, e la man ferrea e ladraNe le sostanze altrui superbo avventa.Fa tribune le piazze, ed orna e squadraFiere dottrine, e novo dritto inventa;E scapigliato, in truce atto di sfida,Snuda il pugnal, chiama le plebi, e grida:

—Lasciate le servili opre; le glebeAbbandonate; il profetato giornoGiunto è per noi, che come abiette zebeDigiuni erriamo a le ricchezze intorno!Vendette abbia e trïonfi anche la plebe,Nè di sua servitù vada altri adorno;Non più sparga sudor, sangue ed affanniA crescer l'onta e ad educar tiranni!

No, non sparga, per dio! L'antiche someGittiamo alfin, leviamo al cielo il volto!Le terre, il tetto, il pan, l'onore, il nome,Tutto i vili patrizi hanno a noi tolto!Ci hanno emunte le vene; infrante e domeLe virtù, stôrto il senno, il cor sepolto,Fatto de le nostre ossa argine e scudoAl petto vil d'ogni giustizia ignudo!

Ov'è la patria nostra? I nostri figliOve son mai? Ce l'han tutti rapiti;L'han trascinati fra' nemici artigli,Carchi l'han di vergogna, e l'han traditi!Geme un popol fra' ceppi e fra' perigli;Essi spandon sui morti onte e conviti;E le nostre deserte, orbe contradeL'orgoglioso stranier devasta e invade!

Oh! sia fine a l'obbrobrio! Alta vendetta,Anzi onor di giustizia il tempo chiede;Tale un'opra da noi la patria aspetta,Che le dia ferma in avvenir la sede.Cada il patrizio altèr; cada interdettaL'aurea fortuna, ond'ei si tien l'erede;E, partiti ugualmente i censi avari,Con noi soffra o s'allieti, e a noi sia pari!

—Pari sian tutti a noi! Con legge ugualeIl benefico Sol dispensa a tuttiIl vivifico suo raggio, ed ugualeSplende, sì come il Sol, l'anima in tutti.Tal sia la legge e la giustizia! UgualeA tutti ognuno, e uguale a ognun sian tutti;Tutti un nome, un pensier, tutti un'insegna:Il popol Dio, che a Dio somiglia, e regna!—

Tal parla; e come al boreäl flagelloMugghian negre le nubi, e il mar si sfrena,A l'audaci promesse, al parlar felloFreme la turba, ed urla, e si scatena;Dà piglio a l'armi; al vero, al giusto, al belloGuerra incomincia inesorata e piena:Quel che a l'ira fuggì de l'armi infeste,Cieca nel suo furor, travolge e investe.

Com'è colui, che, d'improvviso ossessoDa bieca furia de la mente insana,La man, vana in altrui, volge in sè stesso,E le proprie sue carni adugna e sbrana;Il superbo così popolo oppresso,Poi che su l'oppressor l'ira fu vana,Ebbro d'odio feroce e di dispetto,L'armi ritorce de la patria al petto;

E così ne la strage infuria, e immergeNel delitto così l'anima prava,Che le macchie del sangue il sangue asterge,E l'uno error l'altro disperde e lava:Tutto vorría quanto risplende e s'ergeSpegnere ed adeguar la turba ignava;.E d'ogni mal, d'ogni miseria in fondoLa patria seppellir, la Francia, il mondo.

O dal tempo e da l'armi invïolateMoli, d'invidie oggetto e di stupori,Ove accolser le industri Arti onorateTante illustri memorie e tanti allori,O tempî de l'uman genio, crollate,Date campo di stragi ai vincitori;Già su voi la fraterna ira si sferra:Titani, eroi, numi de l'arte, a terra,

A terra tutti! A la possente e novaAura di libertà, che altera incede,Tremi dal trono suo Fidia e Canova,E s'umilî del gran popolo al piede!Al gran popol la molle arte non giova;All'oro, al sangue, e non all'arte ei crede;Degna luce per lui, ch'ai numi è pari,Gl'incendî son, son le rovine altari!

Tu, colonna fatal, ch'ergi l'alteraTesta agli astri e co'l piè Francia calpesti,E di rampogna tacita e severaLe loquaci dei vivi alme funesti,Crolla tu pur, bronzea colonna, e fieraSu le rovine tue Francia si desti,Si desti alfin; scoperchi i freddi avelli,Schiaffeggi i padri, e il nome lor cancelli!

Ecco gli eroi. D'intorno a quel giganteTrofeo di gloria, per lo piano immenso,Vario di cor, di lingua e di sembiante,Corre, brulica, ondeggia il popol denso.Già s'alza a l'aura il vessil trïonfanteTinto nel sangue e negl'incendî accenso;E a tal segno di strage e di vendettaS'allieta il volgo, e il fatal crollo aspetta.

Sta superba frattanto e indifferenteLa colonna regal, pur come suole,E del purpureo suo raggio occidenteTranquillamente la saluta il sole.Tranquillo a par sorge il Guerrier possente,Che l'altera sovrasta inclita mole;E di ghirlande glorïose onusteSpandon l'ale tuttor l'aquile auguste.

S'ode un bisbiglio; al fiero assalto muovonoGli ardui congegni; al ciel stridono; imbiancaOgni volto; tentenna in su l'aëreaReggia il Guerrier, piega da destra a manca;Piega, balena; con fragor terribile,Che il cielo assorda, ed ogni cor disfranca,Cade, non già, ma su la rea canaglia,Stanco di più soffrir, scende e si scaglia.

Trema la turba, e come avesse al dorsoDe l'incalzante eroe l'ira e la spada,Urla fuggendo, e l'ali impenna al corso,E l'uno, avvien, che a l'altro inciampi e cada.Frenate, o prodi, a la paura il mòrso;Volgi la faccia, o terribil masnada;O Erostrati, o tribuni, o genti indôme,Non è un uom, che v'insegue, è solo un nome!

L'uom dei fati è colà: disteso, avvoltoDi negra polve, nel deserto pianoPoco ingombra di terra, e gli occhi e il voltoVinti ha nel bronzo, e inerte è la sua mano.T'accosta a lui; vittorïoso e foltoCorri a l'insulto, o gran popol sovrano;E dir possa ciascun, se tanto egli osi:Su'l fronte a Bonaparte il piede io posi!

Soli a l'oltraggio non sarete! EsultaDai vigilati balüardi il fieroNemico, e applaude a l'opra vostra, e insultaA la caduta del fatal Guerriero.Da la polve di Iena, or non più inulta,Balza un popol di scheltri orrido e nero;E su l'immago de l'eroe nemicoPoggia l'Ombra regal di Federico.

Sorge orgogliosa, e il ciel torbida e grandePrende co'l capo, e al negro aere torreggia,E le rotte al suo piè bronzee ghirlandeConculca, e dai profondi occhi fiammeggia.—Ch'io vi cancelli, esclama, orme esecrandeDe la vergogna mia; ch'io più non veggiaVôlti in trofei, cangiati in monumentiQuesti bronzi rapiti a le mie genti!—

Dicea, quando pe'l ciel rigido e scuroUn sinistro baglior sorge e risplende,E un piceo fumo, un odor crasso e impuroGli occhi travaglia, ed il respiro offende.Ahi! qual cagion, qual destino empio e duroDi nuova rabbia i franchi petti accende?Tra le fiamme sepolta e la rovinaDe la Senna cadrà l'alma regina?

Torna il dì. Sola sola, incerta, oscura,D'un rosso nastro il crin sozzo costretto,Le vie trascorre una strana figura,Guardinga agli atti, agli sguardi, a l'aspetto;Muta, veloce rasenta le mura;La destra invola furtiva nel petto;Sogghigna, ammicca la strada romita,Fermasi, brontola, fugge, è sparita.

Ma dietro ai suoi passi, trascorsa appena,Un suono scoppia di grida e di pianto;Fra dense nubi l'incendio balena,Stride, si spande da questo a quel canto;Essa a la danza gli stinchi dimena,Cionca co'l lurido suo drudo intanto,Con pazzo volto, con gioia feroce,Salta, e lingueggia con stridula voce.

Vide le fiamme e l'ultimo periglioLucifero e l'orrende ire e il gran lutto,E, lo sdegno nel petto e il pianto al ciglio,Fuor dei lidi infelici erasi addutto.Qual uom che muova a volontario esiglioDi fieri casi e di giust'ira istrutto,Tal ei si parte, e la diletta e gramaTerra saluta, e dolorando esclama:

—Dove ti cercherò, se qui non sei,O intemerata e splendidaReggia dei sogni miei?Luminosa Ragion ch'ardi e ravviviOgni terrena cosa,Se qui non regni, in qual region tu vivi?Pur io da l'abborrite ombre ho vedutaLa maestà dei tuoi passi e la luce,Che dai vigili, acuti occhi tu spandiSovra il mar dei destini; io l'amorosaVoce ascoltai, che l'anime riduceAgli amplessi del Vero, io la solenneVoce di libertà, che a voli arditiDel pensiero de l'uom sferra le penne.

Di tenebrosi troni e di ferratiGioghi e di fronti umilïate e viliLieta non vai, bella non vai di fiori,Che di pallidi servi il pianto edùca;Nè tuo serto è il terrore. Inclita e fermaTu ne l'alme ti assidi, e l'alme e i fatiPrevidente governi. Ardon nei tuoiLimpidissimi sguardiQuante spemi ha il futuro, e quanti ha raggiL'onnipossente libertà, ch'è donoTuo primo e non caducaGloria di umani e tua miglior parola.

Tu di sensi gagliardiLe umane alme alimenti,E sè stesse a sè stesse insegni e sveli,Perchè libere alfin corran le gentiA la vittoria di più fidi cieli.

È sogno il mio? M'illude,Vôto fantasma, il desiderio, e fingoLarve di spirto ignude?Dai ciechi abissi invanoA combatter con Dio l'ultima pugnaSorse il mio spirto? Ombra incompresa, ignotaCorrerò questi lidi, infin ch'io piombi,Fulminato Titano,A divorar ne l'ombre il mio dolore?Ne l'ombre io tornerò? Quest'infinitaLuce, che il mio pensier valica e pasce,Questo perpetuo fluttuär di cose,Quest' impeto di vitaNon son mio regno e vita mia? Non sonoConsorti mie le mobiliGenti, cui la vital morte rinnova,Come opportuna piova,Ch'apre la terra, e svolgeLa ritrosa virtù del germe inerte?E tu, tu che le incerteNubi diradi, ed ogni ben mi sveli,Santa Ragion, tu indarnoEntro al petto de l'uom levi il tuo trono?O forse ai regni tuoi,Diva maggior, presiedeLa tiranna Natura,O, sconsigliato e inutilePoter, che ne le ignare anime hai sede,Fuor che altere lusinghe, altro non puoi?

Che dissi? Il dubbio indegnoSperdano i venti, e il mar vorace inghiotta!Qui sei, qui regni: io sento,Unica dea, la tua presenza in questaSplendida reggia degli umani affanni.La terra è tua; su' simulacri infrantiDi sbugiardati iddii sorge la possaDei regni tuoi: da fiere alme son còlteLe tue leggi inconcusse, e fermi e santiDi perenni olocausti ardon gli altari,Che cementan co'l sangue i figli tuoi!O generosi, o cariApostoli, o gagliarde ostie ed eroi,Voi non cadeste indarno! Ecco, su questeIngombrate di stragi inclite riveLa nova alba diffondesiD'una sorgente età; spiran le mesteGenti educate dal dolor le vive

Aure di libertà; vigili e pronte,Di fieri casi esperte,Al sorriso del Vero ergon la fronte;E dal sangue fraterno, onde coverteSon queste piagge illustri,Coronata di lauri e di baleniTu balzi, o dea; chiami la Pace, e vieni!—


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