LIBRO PRIMO.LUCREZIA BORGIA IN ROMA.
La stirpe spagnuola dei Borja — o Borgia, come usano pronunziare gl'Italiani — fu ricca d'individui singolari. La natura le fu larga di qualità sontuose: bellezza di forme, forza, intelligenza e quella energia di volontà, che costringe la fortuna, e grazie alla quale Cortez e Pizarro e altri avventurieri spagnuoli divennero grandi.
Pari agli Aragona, anche i Borgia furono in Italia conquistatori. Quivi ottennero onori e potenza; ebbero efficacia profonda sui destini di tutto il paese; contribuirono a spagnoleggiarlo; e vi si propagarono copiosamente. Pretendevano discendere dagli antichi re d'Aragona. Pure delle origini dei Borgia si sa tanto poco, che la storia loro comincia appena col vero fondatore della casa, Alfonso, il cui padre talvolta è chiamato Juan, tal'altra Domenico, e della cui madre Francesca è ignoto il nome di famiglia.
Era nato nel 1378 a Xativa presso Valenza. Qual secretario intimo fu al servizio di re Alfonso d'Aragona, e divenne vescovo di Valenza. Con colui andò a Napoli, ovequel principe geniale, si assise sul trono. Fu fatto cardinale nel 1444.
La Spagna, uscita appena dalle sue guerre di religione, cominciava a venir su in grandezza di nazione e ad acquistare significazione europea. Andava ora in cerca di quel che innanzi aveva negletto: porsi anch'essa come attrice in Italia, cuore del mondo latino e pur sempre centro di gravità della politica e della civiltà d'Europa. La Spagna s'impossessò del Papato e dell'Impero. Di là vennero prima i Borgia sulla Santa Sede; di là venne più tardi Carlo V ad assidersi sul trono imperiale. Dalla Spagna venne pure Ignazio Loyola, il fondatore della più potente di tutte le sètte di natura politico-ecclesiastica, che la storia abbia mai vista.
Alfonso Borgia, uno de' più fervidi avversarii del Concilio di Basilea e degli sforzi di riforma della Germania, divenne papa nel 1455 col nome di Callisto III. Numeroso il parentado suo; e già in parte venuto a Roma sin da quando egli stesso come cardinale vi s'era stabilito. Componevasi originariamente delle tre famiglie di Valenza, tra loro congiunte, i Borgia, i Mila — o Mella — e i Lanzol. Delle sorelle di Callisto, Caterina Borgia era moglie di Giovanni Mila, barone di Mazalanes, e madre del giovane Gianluigi; e Isabella aveva sposato Jofrè Lanzol, ricco gentiluomo di Xativa, ed era madre di Pierluigi e Rodrigo e di parecchie figliole. A questi due nipoti lo zio diede per adozione il proprio nome di famiglia. E di Lanzol divennero Borgia.
Callisto III sollevò due di casa Mila alla dignità cardinalizia; il vescovo Giovanni di Zamora, morto poscia il 1467 in Roma, ove, in Santa Maria del Monserrato, se ne vede tuttora il mausoleo; e quel più giovane Gianluigi. Nell'anno stesso 1456 anche Rodrigo Borgia ricevette la porpora. Altri membri di casa Mila si stabilirono in Roma, come Don Pedro, la cui figliola Adriana Mila incontreremonelle più intime relazioni con la famiglia dello zio suo, Rodrigo.
Delle sorelle dello stesso Rodrigo, Beatrice s'era sposata con Don Ximenes Perez de Arenos; Tecla con Don Vidal de Villanova; e Giovanna con Don Pedro Guillen Lanzol.[1]Tutte rimasero in Spagna. Di Beatrice abbiamo una lettera da Valenza al fratello, appena creato papa.[2]
Rodrigo Borgia aveva 25 anni, quando ricevette la dignità di cardinale. Alla quale un anno dopo accoppiò anche l'alto ufficio di Vicecancelliere della Chiesa Romana. Il fratello Don Pierluigi non lo superava in età che di un anno. Callisto elevò questo giovane valenzano ai massimi onori di nepote. Dopo d'allora comincia a mostrarsi il fenomeno di codesta creazione del Vaticano: un principe nepote, nel quale il Papa mira a concentrare ogni potere civile. Questo diviene il suo condottiero, il suo luogotenente, il custode del suo trono, e da ultimo l'erede de' beni suoi. A lui è permesso di farsi con la forza padrone di territorii nell'ambito dello Stato della Chiesa e di aggirarsi quale angelo sterminatore fra tiranni e repubbliche, per fondare una dinastia, nella quale il fugace momento del non ereditario Papato s'eterni.
Callisto fece Pierluigi capitan generale della Chiesa, prefetto della Città, duca di Spoleto e vicario di Terracina e Benevento. In questo primo nepote spagnuolo è anticipatamente abbozzata la carriera, che descriverà poi Cesare Borgia.
Gli Spagnoli, sinchè Callisto visse, furono in Roma onnipotenti. Soprattutto dal regno di Valenza ne venivan giù a torme a far fortuna alla Corte del Papa, come monsignori e scrittori, capitani e intendenti, o in altro modo pur che fosse. Ma Callisto III morì il 6 agosto 1458; e già la vigilia Don Pierluigi con pena e stento erasi fuggito daRoma, ove la nobiltà sin allora oppressa, i Colonna e gli Orsini s'eran levati contro gli odiati stranieri. Poco dopo, nel dicembre di quell'anno, il giovane avventuriero fu colto da improvvisa morte a Civitavecchia. Niuno può dire, se Pierluigi Borgia fosse ammogliato o lasciasse discendenti.[3]
Il cardinal Rodrigo pianse la perdita del fratello, forse unico ed a lui molto caro. Ma ne raccolse l'eredità; e d'altra parte l'alto stato suo nella Curia, pel mutare del Papa, non fu scosso punto. Come Vicecancelliere abitava nel quartiere Ponte una casa, che fu già la Zecca. E ne fece uno de' più ragguardevoli palazzi di Roma. L'edifìzio con due corti, i cui portici primitivi al pianterreno sono ancora riconoscibili, era costrutto a forma di castello, come il palazzo di Venezia, a un dipresso dello stesso tempo. Ma nè per bellezza di disegno nè per spaziosità il palazzo Borgia reggeva al paragone con quello di Paolo II. Nel corso del tempo subì alquante modificazioni. Oggi, e già da gran pezza, appartiene agli Sforza Cesarini.
La vita privata di Rodrigo durante il Pontificato di quattro papi, successori di Callisto, Pio II, Paolo II, Sisto IV e Innocenzo VIII, è piena d'oscurità. Memorie del tempo non ve ne sono, o ne abbiamo qualche frammento appena.
Codesto Borgia, uomo di bellezza e forza singolari, sin nella più tarda età sua fu dominato da inesauribile sensualità. Fu questo il demone della sua vita, dal quale non potè affrancarsi mai. Una volta coi suoi eccessi suscitò la collera di Pio II. Un monitorio di costui scritto da' bagni di Petriolo agl'11 giugno 1460 è il primo barlume sulla vitaprivata di Rodrigo. Il Borgia aveva allora 29 anni. Trovavasi nella vezzosa e seducente Siena, ove anche il Piccolomini aveva trascorso la giovanezza, certo, non da santo. Colà un giorno dispose un baccanale, di cui la lettera del Papa ci porge appunto una descrizione.
«Amato figliolo. Quando, or sono quattro giorni, convennero negli orti di Giovanni de Bichis parecchie donne di Siena, dedite alla vanità mondana, la dignità tua, come abbiamo appreso, poco memore dell'ufficio che copri, s'intrattenne con esse loro dalle 7 sino alle 22 ore. Dei tuoi colleghi avesti a compagno tale, cui se non l'onore della Santa Sede, certo l'età avrebbe dovuto ricordare il dover suo. A quanto abbiam sentito, costì si ballò dissolutamente; costì non una delle attrattive d'amore fu risparmiata, e il contegno tuo non fu diverso da quello che se fossi stato della schiera dei giovani mondani. Ciò che costì occorse il pudore impone tacere; imperocchè è indegno del tuo grado non solo il fatto, ma insino il nome suo. I mariti, i genitori, i fratelli, i parenti delle giovani donne e delle donzelle intervenute non furono ammessi, perchè il piacer vostro potess'essere tanto più sfrenato. Voi soltanto, con pochi domestici, v'incaricaste di dirigere e animare quei cori. Dicesi, che oggi in Siena d'altro non si parli che della frivolezza tua, diventata la favola di tutti. Certo è che qui, in questi bagni, ove il concorso di ecclesiastici e secolari è grande, tu sei il discorso del giorno. Il nostro dispiacere è indicibile; poichè questo torna a disdoro dello stato e dell'ufficio sacerdotale. Di noi si dirà che ci si arricchisce e aggrandisce, non perchè meniamo vita illibata, ma perchè ci procuriamo i mezzi a sodisfare il piacer nostro. Di qui il disprezzo per noi dei Principi e delle Potenze, e il sarcasmo quotidiano dei laici. Di qui pure il rimprovero per la nostra propria maniera di vivere, allorchè ci facciamo a riprovare quella degli altri.Anche il Vicario di Cristo è involto nel disprezzo medesimo, avvegnachè sembri ch'ei si contenti di tale stato di cose. Tu, amato figliolo, presiedi il Vescovado di Valenza, il primo della Spagna; tu sei anche Cancelliere della Chiesa; e, ciò che rende la condotta tua tanto più meritevole di biasimo, sei col Papa tra i cardinali, uno dei consiglieri della Santa Sede. Ce ne rimettiamo al tuo proprio giudicio, se sia conveniente per la dignità tua lusingar fanciulle, mandar frutta e vino a quella che tu ami, e l'intero giorno non ad altro pensare che ad ogni forma di voluttà. Per cagion tua noi riceviam censura; si vitupera la felice memoria di tuo zio Callisto, che, nel giudicio di molti, ebbe torto di coprirti di tanti onori. Se cerchi scusa nell'età, non sei più tanto giovane da non comprendere quali doveri la dignità tua t'imponga. Un cardinale deve essere irreprensibile, un modello di condotta morale agli occhi di tutti. E qual giusto motivo abbiamo poi d'irritarci, se i Principi della terra ci fregiano di titoli poco onorevoli, se ci contrastano il possesso dei nostri beni e ci costringono a sottometterci ai comandamenti loro? In verità codeste ferite ce le portiamo noi stessi, e da noi stessi ci apparecchiamo siffatti mali, scemando ogni giorno più con le azioni nostre l'autorità della Chiesa. Il nostro castigo in questo mondo è la vergogna; e nell'altro il patimento condegno. Possa adunque la prudenza tua porre argine a siffatte vanità, e tener in vista la dignità tua, e non volere che tra mogli e fanciulle ti si apponga il nome di galante. Imperocchè, ove fatti simili avessero a ripetersi, dovremmo costretti significare, che sono occorsi senza voler nostro e con nostro dolore; e la censura nostra non sarebbe senza tua ignominia. Noi ti abbiamo amato sempre; e ti tenemmo degno della protezione nostra, come uomo che rivelava natura seria e modesta. Opera dunque in guisa che ci sia dato mantenere cosiffatta opinione: enulla può meglio a ciò contribuire che l'usare un genere di vita ordinata. L'età tua, che promette ancora miglioramenti, ci consente di ammonirti paternamente. Petriolo, 11 giugno 1460.»[4]
Pochi anni più tardi, sotto il reggimento di Paolo II, lo storico Gasparre da Verona schizzava così il ritratto del cardinal Borgia: «È bello; ha sguardo grazioso e gaio, ed eloquio ornato e dolce. Ove appena vegga donne belle, le eccita in modo quasi meraviglioso all'amore, e a sè le attira piu che calamita il ferro.»
Temperamenti, come quello disegnato da Gasparre, non mancano: sono gli uomini della natura fisica e morale di un Casanova e di un Reggente di Orléans.
La bellezza di Rodrigo, anche essendo già papa, è decantata da molti dei contemporanei suoi. Nel 1493 Jeronimo Porzio diceva: «Alessandro è alto di statura; di colore medio; nero ha l'occhio e le labbra turgidette. La sua salute è rigogliosa; egli sopporta, più che si possa immaginare, fatiche d'ogni specie. È straordinariamente facondo; e ogni modo men che civile gli ripugna.»[5]
La potenza di questo felice temperamento consisteva, a quel che pare, nella proporzione di tutte le forze. Derivava da questa la gioconda serenità della natura sua. Nulla è di fatto più falso del modo in che d'ordinario siam soliti rappresentarci questo Borgia, come uomo tenebroso e mostruoso. Anche il celebre Giasone Maino di Milano lodava in lui «l'elegante aspetto, la fronte serena, lo sguardo regale, il viso esprimente insieme liberalità e maestà, la geniale ed eroica compostezza di tutta la persona.»
Una romana, Vannozza Catanei, verso l'anno 1466 o 67, fu vittima della potenza magnetica del cardinal Rodrigo. Sappiamo che era nata nel luglio 1442; ma nulla delle attenenze di famiglia. Autori del tempo le danno anche i nomi di Rosa e Caterina; ma essa stessa in documenti autentici si chiamò Vannozza Catanei. Abbenchè il Giovio tenga che il suo nome di famiglia fosse Vanotti, ed esistesse in effetto in Roma una famiglia popolana dei Vanotti; pure è asserzione erronea la sua. Vannozza era piuttosto l'abbreviazione in uso di Giovanna. E così ne' documenti di quel tempo s'incontra una Vannozza di Nardis, una Vannozza di Zanobeis, De Pontianis, e altre.
In Roma, come in Ferrara, Genova e altrove, v'era una famiglia Catanei. Questo nome così frequente venne dal titolo diCapitaneus. In un istrumento notarile dell'anno 1502 il nome dell'amante di Alessandro VI è scritto ancora nella sua forma antica:Vanotia de Captaneis.
Il Litta, al quale l'Italia deve la grande opera sulle sue famiglie storiche, — opera, malgrado degli errori e difetti, veramente ammirabile, — espresse l'opinione che Vannozza appartenesse alla casa dei Farnesi, e fosse una figlia di Ranuccio. Anche ciò è intieramente erroneo. Negli scritti del tempo questa donna vien chiamata:Madonna Vannozza de casa Catanei.
Niun contemporaneo ha notato le qualità, mercè le quali fu dato alla Vannozza di legare si fortemente il più lussurioso dei cardinali da divenir madre di parecchi dei figlioli da lui riconosciuti. Liberi noi di raffigurarcela come una di quelle possenti e voluttuose figure di donne, quali ancora se ne vedono a Roma. Nulla in loro delle grazie della donnaideale propria alla pittura umbra. Hanno però qualcosa della grandiosità di Roma. Giunone e Venere sembrano in esse accoppiate insieme. S'accosterebbero agl'ideali di Tiziano e di Paolo Veronese, se la negra chioma e il colorito più bruno da quelli non le allontanassero. Capelli biondi e rubei sono stati sempre rari fra' Romani.
Senza dubbio, Vannozza fu piena di bellezza e di focosa sensualità; senza che non avrebbe cotanto acceso un Rodrigo Borgia. Similmente il suo spirito, comunque privo di coltura, doveva possedere energia non comune; altrimenti, non si comprende nemmeno come sia riuscita a mantenere la relazione sua con colui.
Il tempo indicato segna certamente il cominciare di questo legame, massime se dobbiamo aggiustar fede allo storico spagnuolo Mariana, il quale dice, che Vannozza fu madre di Don Pierluigi, il maggiore dei figli di Rodrigo. Ora in un istrumento notarile del 1482 codesto figliolo del cardinale vien chiamato giovanetto —adolescens, — il che fa supporre un'età di 14, se non forse 15 anni.[6]
Non sappiamo in quali condizioni Vannozza vivesse, quando conobbe il Borgia. Difficilmente poteva aver appartenuto alla classe in Roma numerosa, e tutt'altro che spregiata, delle cortigiane di alto stato, le quali, grazie al favore degli adoratori loro, menavano vita splendida e lussuriosa. In tal caso sarebbe stata al tempo suo famosa; e novellieri ed epigrammisti n'avrebbero detto alcunchè.
Il cronista Infessura, che dovette conoscere personalmente Vannozza, racconta che Alessandro VI, volendo crear cardinale il suo bastardo Cesare, fece affermare da falsi testimoni esser quegli legittimo figliolo di un tal Domenico d'Arignano; ed osserva su tal proposito, che il Papa avevamaritata Vannozza appunto con quest'uomo. La testimonianza di un contemporaneo e romano ha qualche peso. Nulladimeno niun altro scrittore, eccetto il Mariana, che evidentemente si affida all'Infessura, fa menzione di Domenico; e presto vedremo, che per lo meno non si può parlare di un matrimonio legalmente riconosciuto di Vannozza con quest'uomo ignoto. Essa era già stata lungo tempo l'amante del cardinale, prima che questi le désse un marito officiale per coprire la sua propria relazione e agevolarla insieme. Questa difatti continuò, anche dopo che la Vannozza ebbe un marito legittimo.
E, come tale, primo ad apparire è nel 1480 un milanese, Giorgio de Croce, cui il cardinal Rodrigo aveva ottenuto da Sisto IV la carica di scrittore apostolico. Incerto rimane il tempo, in cui Vannozza s'unì col De Croce. Ammogliatasi, abitava una casa sulla piazza Pizzo di Merlo oggi chiamata Sforza Cesarini; lì vicino era appunto il palazzo del cardinal Borgia.
In quell'anno 1480 Vannozza era già madre di parecchi figlioli riconosciuti dal cardinale; Giovanni, Cesare e Lucrezia. Sulla origine di costoro non cade dubbio di sorta; mentre quella del maggiore, Pierluigi, dalla stessa madre è soltanto molto probabile. La data della nascita di questi bastardi Borgia è stata sin qui ignota, e ne furono assegnate diverse. Io scoprii in documenti incontrastabili quella di Cesare e di Lucrezia; e per tal mezzo molti errori rispetto alla genealogia e anche alla storia di questa casa sono tolti per sempre. Cesare nacque in un giorno del mese d'aprile nell'anno 1476, Lucrezia il 18 aprile 1480. Il padre, essendo papa, indicò l'età di entrambi, parlandone nell'ottobre 1501 con l'ambasciatore di Ferrara; e questi scrisse al duca Ercole: «Il Papa mi fece sapere che la nominata duchessa (Lucrezia) ha ventidue anni, i quali compirà nel prossimo aprile; e in quel tempo stessol'illustrissimo duca di Romagna (Cesare) fornirà ventisei anni.»[7]
Se l'esattezza delle indicazioni del padre sull'età dei propri figlioli lasciasse ancora a dubitare, ogni dubbio sarebbe tolto da altre notizie e documenti. Nei dispacci che l'ambasciatore di Ferrara molto innanzi, nel febbraio e marzo 1493, spediva da Roma allo stesso duca Ercole, dava a Cesare in quel tempo 16 a 17 anni; il che concorda coi dati del padre.[8]Il figliolo di Alessandro VI era più giovane di alcuni anni di quel che sin qui s'era creduto. Questo fatto è importante per la storia della sua breve quanto orribile vita. Onde s'ingannarono il Mariana e gli altri autori, che a lui tennero dietro, affermando Cesare essere il secondogenito di Rodrigo, e quindi maggiore del fratello Don Juan. Invece è questi, che realmente dev'essere stato di due anni maggiore. A Venezia, per informazioni avute da Roma nell'ottobre 1496, si chiama Don Juan un giovane di 22 anni; epperò era nato nel 1474.[9]
Quanto a Lucrezia, essa venne al mondo il 18 aprile1480. Questa data precisa si ricava da un documento valenzano.[11]Il padre aveva 49 anni, e la madre 38. Dalla costellazione celeste dominante gli astrologhi romani e spagnuoli poterono forse cavar l'oròscopo e rallegrarsi molto col cardinal Rodrigo e felicitarlo dello splendore, cui le stelle avevan destinata la figliola sua.
Erano appena trascorsi i giorni di Pasqua; feste sontuose erano state date in onore dell'elettore Ernesto di Sassonia, venuto a Roma ai 22 di marzo, accompagnato dal duca di Braunschweig e da Guglielmo di Henneberg. Questi signori erano entrati con un seguito di 200 cavalieri. Presero stanza in una casa nel quartiere Parione. Il papa, Sisto IV, gli onorò con profusione grande; ed una splendida caccia loro offerta da Girolamo Riario, l'onnipotente nepote, alla Malliana sul Tevere, levò molto rumore. Lasciarono Roma ai 14 di aprile.
In quel tempo il Papato andava divenendo tirannia politica; e il nepotismo assumeva quel carattere, che più tardi Cesare Borgia doveva svolgere in tutta la sua formidabile essenza. Sisto IV, uomo energico, e di tempra ancora più forte di Alessandro VI, era tuttora in guerra con Firenze, ove aveva ordito la congiura dei Pazzi per far trucidare i Medici ed elevare Girolamo Riario ad un gran principato in Romagna. Queste vie medesime doveva più tardi seguire Alessandro VI pel figlio Cesare.
Il tempo, in cui Lucrezia nacque, era orribile davvero. Il Papato spogliatosi di ogni santità sacerdotale; la religione materializzata del tutto; l'immoralità senza freni nè limiti. La più selvaggia lotta intestina infuriava nella città, massime ne' quartieri Ponte, Parione e Regola, ove quotidianamente stuoli di partigiani, eccitati dagli assassinii, scendevano in armi per le vie. E proprio nell'anno 1480 silevarono in Roma le antiche fazioni dei Guelfi e dei Ghibellini. Là i Savelli e i Colonna contro il Papa; qui gli Orsini per lui; mentre le famiglie dei Valle, dei Margana e dei Santa Croce, assetate di sangue e di vendetta, legavansi all'uno o all'altro partito.
Lucrezia passò, senza dubbio, i primi anni della fanciullezza presso la madre. La casa di costei, come dicevamo, era sulla piazza Pizzo di Merlo, a pochi passi dal palazzo del cardinale. Il quartiere Ponte, cui apparteneva, era dei più animati di Roma, come quello che menava a Ponte Sant'Angelo e al Vaticano. Vi stavano molti mercatanti e i banchieri di Firenze, Genova e Siena; v'abitavan pure parecchi impiegati papali; e le cortigiane di maggior grido. Invece il numero delle antiche famiglie nobili non v'era grande, forse perchè gli Orsini non ve le lasciavano venire. Da lungo tempo in effetto questi potenti baroni dimoravano nella regione Ponte nel loro gran palazzo a Monte Giordano. Non lungi di lì era il loro antico castello. Torre di Nona, che in origine faceva parte delle mura della città sul Tevere. Allora era invece carcere pei condannati politici ed altri infelici.
Noi possiamo chiaramente immaginarci qual fosse l'ordinamento della casa di Vannozza, perchè il carattere della casa romana sugl'inizii della Rinascenza non era gran fatto diverso da quel ch'è tuttora oggi. Nel complesso oggi ancora ha alcunchè di grave e di triste. Una massiccia scala di peperino conduceva alle stanze abitate; una sala con camere accessorie, da' nudi pavimenti di mattoni, dalle soffitte di travi e assi dipinte. Le pareti semplicemente imbiancate; solo nelle più ricche case ricoperte di tappetioprati, e questo, per altro, nelle sole ricorrenze solenni. L'uso dei grandi quadri paretali nel XV secolo era ancora raro; restringevasi a qualche ritratto di famiglia. E se Vannozza n'aveva nella sala sua, certo, tra essi, deve esservi stato quello del cardinal Rodrigo. Del resto mai non mancavano un reliquario, immagini di Santi e l'effigie della Madonna con lampade innanzi sempre accese.
Mobilia pesante; grandi, larghi letti, parati a sopraccielo; alte sedie di legno scuro, intagliato, con cuscini; massicci tavolini, con superficie di marmo o di legno variopinto, stavano intorno intorno alle pareti. Tra gli immensi forzieri uno veramente colossale sorgeva nella sala: era destinato a serbare la biancheria. In una di queste casse, il forziere della sorella, tenevasi nascosto l'infelice cavaliere Stefano Porcaro, quando il 5 gennaio 1453, fallito il suo tentativo d'insurrezione, cercò salvezza nella fuga. La sorella e un'altra donna, per maggior sicurezza del fuggiasco, s'erano assise su quella cassa; ma gli agenti della forza seppero cavarnelo fuori.
Se Vannozza aveva gusto per le cose antiche, il che non possiamo davvero supporre in lei se non in omaggio alla moda, nella sala sua doveva esservi pure di quelle. Le si raccoglievano allora con passione. Correva il tempo dei primi scavi. Il suolo di Roma ogni giorno metteva alla luce i suoi tesori. E da Ostia, da Tivoli e dalla Villa Adriana, da Porto d'Anzo e Palestrina le antichità affluivano innumerevoli nella città. Ma se Vannozza e il marito non partecipavano con gli altri Romani a codesta passione, non indarno si sarebbe cercato nella casa loro oggetti di valore, prodotti della moderna industria artistica, e coppe, e vasi di marmo e di porfido, e ornamenti d'oro dei gioiellieri. La parte essenziale di una casa romana tenuta con decenza e con cura era primieramente la credenza, grande armadio con vasellami e bicchieri d'oro e d'argento e di bellemaioliche. Nei conviti tutti questi utensili facevan mostra e spettacolo.
Si pena molto ad ammettere che l'amica di Rodrigo possedesse anche una biblioteca. Private biblioteche nelle case della borghesia erano allora in Roma una grande rarità. Ma a breve andare fu facile crearne pel buon mercato della stampa, che vi fu importata da tipografi tedeschi.
La casa di Vannozza dovette, senza dubbio, avere aria d'agiatezza, non di lusso. Alcuna volta v'ebbe forse ospite il cardinale, o potette ricevervi gli amici della famiglia, a preferenza, i più intimi confidenti del Borgia, Giovanni Lopez, Caranza e Marades, e, dei Romani, gli Orsini, Porcari, Cesarini e Barberini. Egli, il cardinale, era per sè uomo molto temperato, ma sfarzoso in tutto che si riferisse a rappresentanza della sua dignità. La precipua necessità per un cardinale di quel tempo era un'abitazione principesca, con una corte numerosa e splendida.
Rodrigo Borgia viveva nel suo palazzo come uno de' più ricchi principi della Chiesa, con splendore pari al suo grado. Il contemporaneo Jacopo da Volterra ci ha lasciato di lui nel 1486 questo ritratto: «Egli è uomo di uno spirito atto ad ogni cosa e di largo senno. Pronto al discorso, cui, malgrado della sua mediocre cultura letteraria, riesce benissimo a dare uno stile. Per natura accorto e fornito di arte meravigliosa nella trattazione degli affari. Egli è straordinariamente ricco; e la protezione di molti re e principi gli dà fama. Abita un bello e comodo palazzo, che s'è fabbricato tra Ponte Sant'Angelo e Campo di Fiore. Dalle sue cariche ecclesiastiche, da molte abbazie in Italia e Spagna e da tre vescovadi, Valenza, Porto e Cartagine, cava redditi smisurati; mentre il solo ufficio di Vicecancelliere gli rende, a quanto si dice, 8000 fiorini d'oro l'anno. La copia del suo vasellame d'argento, delle sue perle, delle sue coperte tessute d'oro e di seta e dei suoilibri in ogni scienza è grandissima, e tutto ciò accoppiato ad una magnificenza splendida, quale sarebbe degna di un re o di un papa. E mi rimango poi dal dire degli innumerevoli ornamenti de' suoi letti e di quelli de' suoi cavalli e di altre simili decorazioni d'oro, d'argento e di seta, e della sua superba guardaroba, e della grande quantità d'oro coniato ch'ei possiede. Credesi, di fatto, ch'egli in oro e ricchezze d'ogni sorta vinca tutti i cardinali, eccettuato l'Estouteville.»
Il cardinal Rodrigo era dunque ricco abbastanza da dare ai figliuoli la più splendida educazione, in quella che venivan su crescendo nella modesta qualità di suoi nipoti. E non potè mostrarli alla chiara luce del giorno che quando fu giunto il tempo della vera grandezza sua.
Nell'anno 1482 egli non abitava la sua casa nella regione Ponte, forse perchè vi faceva fabbricare. Risiedeva invece in quel palazzo nel quartiere Parione, che Stefano Nardini aveva terminato nel 1475. Chiamasi oggi Palazzo del Governo Vecchio. Quivi troviamo Rodrigo nel gennaio 1482. Ce ne informa un istrumento del notar Beneimbene, un contratto nuziale tra Giannandrea Cesarini e Girolama Borgia, una figlia naturale dello stesso cardinal Rodrigo. Colà le tavole nuziali furon rogate in presenza del padre della sposa, de' cardinali Stefano Nardini e Giambattista Savelli e de' nobili romani Virginio Orsini, Giuliano Cesarini e Antonio Porcaro.[12]
Quest'atto è il primo documento autentico intorno alle intime relazioni di famiglia del cardinal Borgia.
Egli vi si dichiarò padre dellanobile donzella Jeronyma, la quale vien indicata come sorella delnobile giovanetto Pietro Ludovico de Borgia e dell'infante Giovanni de Borgia. Poichè questi due, manifestamente nominatiqui come figliuoli maggiori, erano illegittimi, è naturale che non si facesse parola della madre. Anche di Cesare fu taciuto, perchè non aveva più di sei anni.
Girolama era ancora minore, ed aveva forse 13 anni; e anche lo sposo Giannandrea, figliuolo di Gabriele Cesarini e di Godina Colonna, aveva di poco oltrepassata la fanciullezza. La nobile casa de' Cesarini con questo matrimonio entrò in istretta parentela con i Borgia; e di qui trasse più tardi copiosi vantaggi. La vicendevole amicizia loro risaliva al tempo di Callisto; mentre era stato il protonotario Giorgio Cesarini, che alla morte di quel Papa aveva aiutato Don Pier Luigi, fratello di Rodrigo, a fuggir da Roma. Girolama Borgia moriva già nel 1483, contemporaneamente al suo giovane marito.
Era essa figlia della stessa madre, come Lucrezia e Cesare? Lo ignoriamo, nè a noi sembra verosimile. Non v'ha, per dirlo anticipatamente, che una sola testimonianza autentica, ove insieme coi figliuoli di Rodrigo sia nominata anche la madre. È l'iscrizione sepolcrale nella chiesa di Santa Maria del Popolo in Roma, ove Vannozza è chiamata madre di Cesare, Giovanni, Jofrè e Lucrezia. Del maggiore di questi figliuoli Don Pierluigi e di Girolama non si parla punto.
Del resto Rodrigo ebbe pure una terza figliuola, di nome Isabella; e di questa neanche può essere stata madre la Vannozza. Egli la maritò il primo aprile 1483 col nobile romano Piergiovanni Mattuzi della regione Parione.[13]
La relazione del cardinale con Vannozza continuò forse sino all'anno 1482, perchè questa, dopo Lucrezia, gli diede ancora un figliuolo, Jofrè, nato il 1481 o 1482.
Poscia la passione del Borgia per questa donna quasi quarantenne s'estinse. Nullameno riguardava in essa la madre dei figliuoli suoi, e la confidente di molti dei suoi misteri.
Vannozza, del resto, al marito suo Giorgio de Croce aveva partorito un figliuolo, a nome Ottaviano: per lo meno il bambino passò per figlio di colui. Essa, grazie agli aiuti del cardinale, crebbe di molto le sue entrate. In documenti legali ci si presenta qual locataria di alcune osterie in Roma; e presso Santa Lucia in Selce nel quartiere della Suburra acquistò una vigna e una casa di campagna, a quel che pare, da' Cesarini. Giorgio de Croce s'era fatto ricco; in Santa Maria del Popolo fondò una cappella per sè e per i suoi. Egli morì il 1486, e l'anno medesimo morì pure il figlio Ottaviano.[14]
La morte di lui addusse un mutamento nelle relazioni di Vannozza. Il cardinale incalzava, perchè la madre dei suoi figliuoli passasse a seconde nozze. Così avrebbe avuto chi potesse difenderla, ed assicurare alla casa una esistenza decente. Secondo marito fu un mantovano, Carlo Canale. Prima di venire a Roma, s'era già fatto conoscere per la sua cultura ne' circoli umanistici di Mantova. Abbiamo ancora la lettera di Angelo Poliziano, nella quale il giovane poeta raccomandava al Canale il suoOrfeo. Il manoscritto di questo primo tentativo drammatico, col quale s'iniziò la rinascenza del teatro italiano, era di fatto nelle mani del Canale. E questi,riconoscendo il merito del lavoro, incoraggiava il poeta ancora pauroso e di sè incerto.[15]Poliziano aveva composta la poesia a richiesta del cardinale Francesco Gonzaga, grande favoreggiatore della bella letteratura, e distesala in due giorni soltanto: e Carlo Canale era cameriere del cardinale. L'Orfeofu composto verso il 1472. Morto nel 1483 il Gonzaga, il Canale andò a Roma, e si pose al servizio del cardinale Sclafetano di Parma. Qual confidente e suddito dei Gonzaga si tenne sempre legato con questa casa principesca.[16]Nella sua nuova condizione appoggiò le pratiche di Ludovico Gonzaga, fratello di Francesco, quando nel 1484, fatto vescovo di Mantova, venne a Roma per ottener la porpora.[17]
Il Borgia aveva già conosciuto il Canale sin da quando era al servizio del Gonzaga; e lo incontrò dappoi in casa Sclafetano. Se lo destinò a marito della sua vedova amica, fu in grazia dell'ingegno e delle aderenze di lui che potevano essergli utili. Dall'altra parte il Canale non potè annuire alla proposta di farsi marito della Vannozza se non per avidità di guadagno; e l'aver accettato mostra che la condizione sin allora tenuta di cortigiano di cardinali non l'aveva arricchito.
Il nuovo contratto di nozze fu rogato l'8 giugno 1486 dal notaio di casa Borgia, Camillo Beneimbene. Furon testimoni Francesco Maffei, scrittore apostolico e canonico di San Pietro, Lorenzo Barberini de Catellinis, cittadino romano, Giuliano Gallo, un noto mercatante romano, i signori Burcardo Barberini, De Carnariis, e altri molti. Come dote la Vannozza portava allo sposo, oltre altri donativi, la somma di 1000 fiorini d'oro, e il diploma dato gratuitamenteal posto di sollecitatore delle Bolle papali. Nell'istrumento il matrimonio di Vannozza è espressamente indicato come ilsecondo. Ed è chiaro, si sarebbe invece parlato diterzeo in generale dinuovenozze, ove quelle pretese prime con Domenico di Arignano avessero realmente avuto luogo.[18]
Nel contratto come abitazione di Vannozza, dove le nozze furono stipulate, è indicata la casa sua nel quartiere Regola, a Piazza de Branchis, nome che la piazza porta ancora da una estinta famiglia De Branca. Ciò mostra che dopo la morte del primo marito essa aveva dovuto abbandonar la casa a Pizzo di Merlo e passare in quest'altra a Piazza Branca. La quale doveva essere di proprietà di lei; mentre il secondo marito pare uomo sprovvisto di sostanze, che solo col matrimonio e con la protezione del potente cardinale sperava far fortuna.
Da una lettera del nominato Ludovico Gonzaga, del 19 febbraio 1488, risulta che il nuovo matrimonio di Vannozza non fu sterile. Il vescovo di Mantova incaricava il suo agente in Roma di fare in vece sua da padrino a Carlo Canale, che di tale onore avevalo richiesto. La lettera non aggiunge altro: pure ciò non può essere inteso che nel senso indicato.[19]
Non si sa in qual tempo Lucrezia abbandonasse la casa della madre e andasse per determinazione del cardinale in tutela ad una donna, che su lui e su tutta la famiglia Borgia esercitava grande influenza.
Questa era Adriana della casa dei Mila, figlia di Don Pietro, uno dei nipoti di Callisto III e cugino di Rodrigo. Quale stato costui tenesse in Roma, ignoriamo.
Egli sposò la figliuola Adriana con un membro della nobile casa degli Orsini, Ludovico, signore di Bassanello presso Civitacastellana. Essendosi Ursino Orsino, nato da questo matrimonio, ammogliato nell'anno 1489, è da tenere che la madre Adriana sia divenuta moglie almeno 16 anni prima. In quell'anno stesso 1489 il marito Ludovico Orsino era già morto.
Nello stato matrimoniale e poscia nella vedovanza Adriana abitò in Roma uno de' palazzi degli Orsini, probabilmente quello a Monte Giordano, di qua da Ponte Sant'Angelo. Di fatto più tardi nella eredità di suo figlio Ursino si nomina la parte, cui egli aveva diritto appunto su tal palazzo.
Il cardinale Rodrigo viveva in istrettissima relazione con Adriana. Essa era per lui più che congiunta: la confidente de' peccati suoi, de' suoi intrighi e de' suoi disegni, e tale la ebbe sino alla morte.
A lei affidò anche sin dalla tenera età la figliuola Lucrezia, perchè la educasse. Di questo fatto non si può dubitare. Si rileva da una lettera dell'ambasciatore di Ferrara in Roma, Giannandrea Boccaccio, vescovo di Modena, indirizzata al duca Ercole nell'anno 1493. A proposito di Madonna Adriana Ursina dice, che questa ha sempre tenuta ed educata Lucrezia in sua propria casa.[20]
Secondo il costume italiano, mantenutosi insino ad oggi, l'educazione delle figliuole era affidata a monache. D'ordinario le fanciulle, passati alquanti anni in un monastero, andavano poscia a marito ed entravano nel mondo.Se non che, se è vera la descrizione che l'Infessura ci porge delle condizioni dei monasteri di donne, anche il cardinale dovette esitar molto prima di confidare la sua figliuola a quegli stinchi di sante. V'erano nulladimeno anche monasteri, ove tanta indisciplinatezza non era penetrata, come forse San Silvestro in Capite, nel quale i Colonna facevano educare alcune delle loro figlie, ovvero Santa Maria Nuova o San Sisto sulla via Appia. Essendo il Borgia papa, Lucrezia scelse appunto l'ultimo di questi chiostri per asilo, forse per la ragione che già bambina v'aveva per un pezzo ricevuta l'educazione religiosa.
Fondamento della educazione di una donna italiana fu in ogni tempo la devozione per la Chiesa. Quella non era già rivolta a formare il cuore e l'animo; ma una bella forma di contegno religioso, mercè la quale la fede potesse dare una certa ritenutezza alla morale. Il peccare in sè non rendeva brutta niuna donna; ma dalla peccatrice, fosse pure la più dissoluta, il costume esigeva che adempisse tutti gli obblighi della Chiesa, e si mostrasse all'apparenza una cristiana ben composta. Donne scettiche e di libero spirito, si può dir, non ve n'erano; in quelle condizioni di socievolezza sarebbero state impossibili. Quell'empio tiranno, che fu Gismondo Malatesta di Rimini, edificò una magnifica chiesa, e in essa una cappella in onore della sua amante Isotta. E Isotta sicuramente non fu a nessuna seconda quanto a praticar in chiesa. Vannozza fece costruire e ornare una cappella in Santa Maria del Popolo. Fu in voce di donna devota, e non mica dopo la morte di Alessandro VI. Suprema delle sue cure materne, come di Adriana, fu, senza dubbio, di dare alla figliuola quel decente contegno cristiano; e Lucrezia se l'era appropriato tanto per bene, che più tardi un ambasciatore di Ferrara potè lodarsi delle sue maniere rigorosamente cattoliche.
È erroneo credere che qui si tratti di una ipocrisia.Questa implicherebbe un pensiero indipendente intorno ai problemi religiosi o un processo interiore e morale, ch'è estraneo affatto alle donne di quel tempo, e che in massima parte tal è tuttora alle donne italiane. La religione era ed è in Italia forma di educazione; e, per minimo che fosse il suo valore etico, era pur sempre una specie di bella formalità, nella quale la vita quotidiana era rinchiusa e assicurata come in una cornice.
Le figliuole di famiglie fornite di mezzi di fortuna non potevano nei chiostri attendere agli studii letterarii; ricevevano invece questa istruzione da maestri, dati forse loro in comune coi fratelli. Non ê un'esagerazione il dire, che le donne bennate nel XV e nel XVI secolo avevano una coltura più soda e più erudita di quella del tempo nostro. La ragione di ciò è da riporre non nella vastità, ma ben piuttosto nel carattere esclusivo e nella limitazione della coltura d'allora. Le mancava quel patrimonio immenso e veramente incalcolabile di materiali di civiltà, che lo svolgimento e il progresso dello spirito europeo nel corso di tre secoli ha generati. La coltura della donna nella Rinascenza si concentrava essenzialmente nell'antichità classica. Si lasciava da banda come di niun valore tutto quanto potesse allora meritare il nome di moderno. Per tanto era una coltura dotta. In quella vece la coltura odierna della donna non è più classica; ma trae esclusivamente alimento dal tesoro delle cognizioni moderne. Se non che appunto la varia e multiforme natura di queste le toglie oggi quel carattere posato e sicuro, facilmente ottenibile dalla donna della Rinascenza in una cerchia limitata di educazione. L'istruzione odierna delle donne, anche nella Germania, tanto lodata per le sue scuole, è suppergiù senza fondo e superficiale, anzi scientificamente nulla. Tutt'al più si riduce ad imparare un paio di lingue viventi e a suonare il pianoforte; e per questo si spende un temposterminato. L'eccessiva lettura de' giornali, de' libri di amena letteratura e de' romanzi quasi non lascia più agio alle nostre donne di acquistare una cultura seria. Nella Rinascenza il pianoforte non si conosceva; ma ogni donna bene educata usava suonare il liuto. Il romanzo era appena su' primi albori. Ancora oggi l'Italia è il paese, ove si produca e legga il meno in quel genere letterario. Ebbe, dopo il Boccaccio, novelle; ma anche queste piuttosto con parsimonia. Le poesie furono numerosissime; ma per metà scritte in latino. Il commercio librario e la stampa erano bambini. Il teatro sorto appena; e solo una volta l'anno, nel carnevale, si davano rappresentazioni drammatiche, e non su pubbliche, ma su scene private. Ciò che noi oggi chiamiamo letteratura o coltura internazionale, consisteva allora nello studio de' classici, cui si attendeva con passione. Quel luogo che nella educazione delle nostre donne hanno preso le lingue straniere, era tenuto allora dalla conoscenza delle lingue latina e greca.
Agl'Italiani della Rinascenza non entrava in mente il pregiudizio, che la famigliarità con queste ultime lingue, che il sapere erudito rompa il fascino della natura femminile; e che le donne in genere debbano tenersi in una sfera inferiore di coltura. È un pregiudizio codesto, come alcuni altri penetrati nelle società nostre, d'origine germanica. Ideale della natura della donna ai Tedeschi parve sempre l'amoroso governo della madre nella cerchia della famiglia. Per lunga pezza le donne tedesche schivarono ogni esistenza pubblica per un sentimento di pudore e di moralità. Le attitudini loro restaron nascose, tranne il caso che peculiari condizioni, specialmente vivendo in Corte o per ragioni dinastiche, non le costringessero a mostrarle. Riandando, anche sino ai tempi moderni, la storia della coltura dei popoli germanici, non si trova un numero così grande di caratteri di donne pubblicamente famose, quali l'Italia,la terra prediletta della personalità, ha possedute nella Rinascenza. L'influenza, esercitata da donne di alto intelletto sulla vita socievole italiana ne' secoli XV e XVI, e nel tempo posteriore in Francia sullo svolgimento spirituale e sociale, fu ignota in Inghilterra e in Germania.
Nulladimeno più tardi le condizioni della coltura femminile nei paesi germanici e nei latini si sono invertite. Si elevò in quelli, mentre in questi diè giù, massime in Italia. La donna italiana, che durante la Rinascenza si poneva a fianco dell'uomo, e gareggiava con lui per la palma della coltura, e prendeva amore ad ogni progresso spirituale, restò poscia indietro e in basso. Da due secoli in qua si tenne indifferente ed estranea del tutto alla più elevata sfera della vita nazionale. Divenne piuttosto, nelle mani del prete, istrumento di servitù spirituale. In cambio, alle donne germaniche la Riforma rese maggior libertà personale. E a cominciare soprattutto dagl'inizii del secolo XVIII anche la Germania e l'Inghilterra han potuto esporre la loro serie di donne largamente colte e anche erudite. Non è colpa della Chiesa, ma della moda, delle abitudini sociali, e un po' anche del manco di ricchezza nelle famiglie, se in Germania la coltura delle donne è in generale mediocre.
Ai nostri tempi in una scuola tedesca superiore, nella Svizzera, è stato fatto un primo tentativo di rinnovamento di quell'antica coltura erudita per le donne; quale fu intesa in Italia. L'impresa fallì, perchè si volle aggiungervi altri scopi, oltre quello della coltura, e perchè non fu tutta opera di donne germaniche. Ma per dubbioso e incerto che dovess'essere l'esito di tale tentativo scolastico, rispetto alle abitudini e disposizioni della donna, fu pur forse il segno di una incipiente riforma nella istruzione femminile.
Una donna dotta, per la quale oggi gli uomini sentonod'ordinario più avversione che rispetto, noi Tedeschi la chiamiamo, massime se scrive libri,dottoressa.[21]Nella Rinascenza la si chiamavaVirago, predicato ch'era titolo d'onore. Jacopo da Bergamo nello scrittoSulle donne celebri, composto nel 1496,[22]l'adopera sempre come segno di distinzione. Raramente quella parola trovasi in scrittori italiani usata per significare quel concetto che comunemente sveglia in noi Tedeschi. Chiamavasi a quel tempoViragola donna, che per coraggio, intelligenza e coltura si levava al di sopra delle altre. Tanto era più festeggiata, se con simili doti accoppiava grazia e bellezza. Imperocchè l'erudizione e la classica coltura presso gl'Italiani non eran nemiche delle grazie femminili. Piuttosto quelle davano a queste nuova e maggior forza. Dell'una donna o dell'altra Jacopo mai non tralascia di notare, che, quantunque volte mostravansi in pubblico come poetesse od oratrici, ciò che affascinava l'uditorio era appuntol'incredibile pudore e la decenza loro. Loda così Cassandra Fedeli; e di Ginevra Sforza ammira l'eleganza della forma, la grazia straordinaria in ogni movimento della persona, la franca regal maniera e soprattutto la morale bellezza. Altrettanto dice di Ippolita Sforza, moglie d'Alfonso d'Aragona, che in sè riuniva coltura finissima, meravigliosa eloquenza,bellezza rara e nobilissimo pudore femmineo. Ciò che allora chiamavasi pudore (pudor), altro non era che la colta grazia naturale di una donna altamente dotata: in una parola, la grazia svolta e perfezionata. Lucrezia Borgia ne era fornita a dovizia. Nella donna rispondeva a quel che nell'uomo era il decoro del perfetto cavaliere. Forse non senza maraviglia si leggerà, che alcuni contemporanei lodavano in Cesare, nell'uomo di sì trista fama, lamodestia, come una delle qualità sue più spiccate. Ma anche ciò bisogna intendere sotto il rispetto della coltura della personalità, della quale era essenzial forma di educazione e di manifestazione la modestia nell'uomo, nella donna il pudore.
Certo nel secolo XV o nel XVI sui banchi delle scuole pubbliche in Bologna, Ferrara e Padova non sedettero donne emancipate, quali, non ha molto, se ne videro a Zurigo per attendere a studii pratici professionali. Ma le scienze stesse umanistiche, coltivate da giovani e da uomini, erano una necessità anche per l'alta coltura femminile. Come nel Medio Evo tènere fanciulle dedicavansi ai Santi del chiostro per divenir monache, così nella Rinascenza bambine straordinariamente dotate venivano offerte alle Muse. Jacopo da Bergamo, a proposito della Trivulzia di Milano, contemporanea di Lucrezia, che già a 14 anni suscitava per l'eloquenza sua incredibile ammirazione, dice: «Allorchè i genitori si accorsero delle straordinarie facoltà della bambina, la dedicarono quando aveva appena sette anni alle Muse, e la confidarono a loro, perchè la educassero.»
Gli studii scientifici delle donne comprendevano allora le lingue classiche e i tesori letterarii delle stesse, l'eloquenza, la poesia, l'arte cioè di versificare, e la musica. Il dilettantismo nelle arti del disegno nacque naturalmente di per sè. La grande copia di creazioni artistiche della Rinascenzaporgeva modo ad ogni donna colta italiana di acquistare senza fatica gusto e senso pel bello artistico.
Filosofia e teologia entravano esse pure nella coltura perfetta della donna. Dispute intorno a problemi relativi a tali discipline avevan luogo nelle corti e nelle sale delle Università tutti i giorni; e non mancavano donne aspiranti alla gloria di prendervi parte e illustrarvisi. La veneziana Cassandra Fedeli, un miracolo del tempo, sullo scorcio del secolo XV era tanto addentro nella filosofia e teologia quanto ogni dotto uomo. Essa disputava in pubblico con molta grazia, tra l'entusiasmo degli ascoltatori, in presenza del doge Agostino Barbarigo, e sovente nella pubblica scuola di Padova. La bella moglie di Alessandro Sforza di Pesaro, Costanza Varano, era versata nella poesia, eloquenza e filosofia. Scrisse molti dotti trattati. «Aveva quotidianamente tra mano gli scritti di Agostino, Ambrogio, Jeronimo e Gregorio, quelli di Seneca, Cicerone e Lattanzio.» Egualmente erudita la figliola, Battista Sforza, la nobile moglie di quel coltissimo uomo di Federico da Urbino. E della famosa Isotta Nugarola di Verona si racconta, che fu pienamente familiare coi libri dei Padri della Chiesa e dei filosofi. Nè erano poi sconosciuti ad Isabella Gonzaga ed Elisabetta di Urbino, per non dire di altre che subito dopo vennero del pari in celebrità, quali Vittoria Colonna e Veronica Gambara. I nomi di queste e di altre donne indicano il culmine della coltura femminile nella Rinascenza. E quando pure l'ingegno e l'istruzione loro fossero stati per ogni tempo eccezionali, è certo che quegli studii, che in sì alto grado si appropriarono, non entravan punto per eccezione nella sfera di coltura delle donne bennate. Eran coltivati invece per complemento della personalità e per render più adorna l'esistenza socievole. La frivolezza delle conversazioni nostre è veramente sconfinata: a siffatta vuotaggine si cerca rimedionel canto e nel suono del pianoforte. Certo nelle sale stesse della Rinascenza le cose non saranno sempre ite come nei simposii platonici; e quelle dispute nelle conversazioni sarebbero oggi per noi motivo di noia insopportabile. Non di meno i bisogni d'allora eran diversi. Un discorso bello e pieno di spirito tra gente di valore e finamente educata, dandogli una tinta e un carattere di classicismo, introducendovi pensieri tolti da antichi autori; ovvero svolgere e compiere dialogizzando un discorso sopra un dato tèma: era questo l'altissimo de' diletti per la socievolezza d'allora. Questa forma di conversazione propria alla Rinascenza, toccò più tardi in Francia la vera altezza dell'arte. Il Talleyrand la chiamava la più bella e più grande felicità dell'uomo. Il dialogo classico rifiorì, con questo progresso, che vi pigliavan parte anche donne altamente istruite. Come modelli di siffatta elegante e geniale socievolezza valgono ilCortegianodel Castiglione eGli Asolani, che il Bembo dedicò a Lucrezia Borgia.
La figlia di Alessandro non ebbe grido fra le donne italiane classicamente colte; mentre sembra l'educazione di lei non essersi di molto levata oltre il livello comune. Ma pel tempo suo ricevette istruzione compiuta. Aveva imparato le lingue, la musica e le arti del disegno; e più tardi in Ferrara la sua abilità artistica nel fare bei ricami in seta e oro fu oggetto di ammirazione. «Parlava spagnuolo, greco, italiano e francese, un tantino anche e correttamente latino; e in tutte queste lingue scriveva e faceva versi:» così di lei il biografo del Bayard nel 1512. Sotto l'influenza del Bembo e dello Strozzi, Lucrezia potè più tardi, nel periodo più tranquillo della vita sua, perfezionare la sua educazione. Pure è certo che dovette averne gettate le basi in Roma. Essa era ad una volta spagnuola e italiana; e delle lingue de' due paesi fu interamente padrona. Delle lettere sue al Bembo due sono scritte in spagnuolo:le molte altre — più di 100 — che ancora di lei rimangono, sono in italiano di quel tempo, semplici nell'espressione e spigliate nel concetto. Per contenuto non hanno importanza di sorta: v'appariscono l'animo e il sentimento, ma nessuna profondità spirituale. La calligrafia non è sempre uguale: talvolta ha tratti duri e forti, che ricordano la maniera di scrivere tutta piena di energia del padre; tal'altra è netta e fine come quella di Vittoria Colonna.
Nessuna delle lettere prova che Lucrezia comprendesse il latino; e il padre stesso ebbe una volta a dire com'ella non ne fosse padrona del tutto. Ad ogni modo doveva essere in grado d'intendere le scritture latine; altrimenti Alessandro non averebbe potuto più tardi farla sua rappresentante in Vaticano, con facoltà di aprire le lettere. Similmente gli studii di lei nel greco non devono essere stati molti serii; pure non è a dire che l'ignorasse affatto. Nella sua gioventù fiorivano ancora in Roma le scuole di letteratura greca, che vi andarono crescendo dopo il Crisolora e il Bessarione. Nella città dimoravano sempre molti Greci, parte esuli dalla Grecia, parte venuti con la regina Carlotta di Cipro. Questa principessa così vaga di avventure visse, sino alla morte, nel luglio 1487, in un palazzo del Borgo Vaticano, ove teneva corte e forse raccoglieva a sè d'intorno la gente dotta di Roma, come appunto usò molto più tardi la colta regina Cristina di Svezia. Nella casa di lei il cardinal Rodrigo doveva aver conosciuto, fra gli altri nobili Ciprioti, anche Ludovico Podocatharo, che fu poi suo secretario. Forse fu questi che insegnò il greco ai bambini Borgia.
Nel palazzo del cardinale viveva pure un umanista tedesco, Lorenzo Behaim di Nurenberga. A questo fu per 20 anni affidato il governo di casa Borgia; e poichè era latinista e membro dell'Accademia romana di PomponioLeto, è naturale che la presenza sua non fosse senza una certa influenza sulla educazione dei figliuoli del suo signore. Del resto, d'insegnanti nelle scienze umanistiche non era difetto in Roma. Eran quelle nel loro fiore. E l'Accademia come l'Università producevano grande copia di uomini d'ingegno. V'erano quindi molti maestri che tenevano scuola, e molti giovani eruditi, accademici attivi e operosi, che in parte cercavano far fortuna alla Corte de' cardinali, come uomini di compagnia e secretarii, o come insegnanti dei loro bastardi. Anche Lucrezia ebbe da tali maestri lezioni di letteratura classica. Quanto alla poesia italiana o alla virtuosità di far sonetti, allora universalmente comune anche alle donne, essa potette facilmente apprenderla da uno de' tanti poeti, che allora vivevano in Roma. Imparò senza dubbio a far versi; ma nulla dava diritto agli storici della letteratura Quadrio e Crescimbeni ad assegnarle un posto nella poesia italiana. Di fatto nè il Bembo nè Aldo nè lo Strozzi l'hanno giammai nominata come poetessa, nè di lei si conoscono poesie. Anche le canzoni spagnuole, che si trovano nelle sue lettere al Bembo, nemmeno è certo che siano composizioni sue.
È facile immaginare quanta commozione dovette cagionare in Lucrezia il primo sentore delle sue reali condizioni di famiglia. Il marito della madre non era suo padre. Insieme coi fratelli, ella si trovava figliuola di un cardinale. Lo spuntar di questa coscienza si accoppiava in lei con la comprensione di relazioni, che, condannate dalla Chiesa, volevano al cospetto del mondo rimaner coperte da un velo. Essa anzi fu sempre trattata come la nipote del cardinal Borgia. Nel padre suo onorava ad un tempo uno dei più eminentiprincipi della Chiesa di Roma, che sentiva anche designare come papa futuro.
Per certo la conoscenza degl'eminenti vantaggi di tal condizione ebbe sulla fantasia di Lucrezia efficacia più energica del concetto dell'immoralità. Il mondo, nel quale viveva, non si tormentava davvero con scrupoli morali; e raramente vi fu tempo, in cui l'abito di sfruttare in ogni modo e al massimo grado possibile le relazioni di fatto esistenti fosse altrettanto diffuso e radicato. Ben presto apprese come legami di quella natura fossero in Roma comuni e universali. Sentì che la più parte dei cardinali vivevano con amiche, e largamente provvedevano ai loro figliuoli. Le fu raccontato di quelli del cardinal Giuliano Della Rovere o Piccolomini. Vide coi proprii occhi i figli e le figlie di Estouteville; e sentì parlare dei feudi che il ricco padre aveva per loro acquistati sui monti Albani. Vide anche i figliuoli di papa Innocenzo salire in grande onore; le fu mostrato il figlio di lui Franceschetto Cibo con l'illustrissima moglie Maddalena Medici. Seppe che nel Vaticano vivevano altri figli e nipoti del Papa; e vedeva continuamente uscirne ed entrarvi la figlia, Madonna Teodorina, la moglie del genovese Uso di Mare. Aveva 8 anni, quando la figlia di costoro, Donna Peretta, fu sposata in Vaticano col marchese Alfonso del Carretto con tanta pompa e feste, che tutta Roma ne parlò.
Il primo concetto della sorte non comune, che a lei ed ai fratelli suoi per ragion della nascita poteva spettare, erasi già formato in Lucrezia al veder duca spagnuolo il maggiore di essi, Pierluigi. Non sappiamo con precisione in qual tempo il giovane Borgia lo divenisse: nel 1482 non era ancora. I legami potenti, che suo padre manteneva con la Corte spagnuola, avevano a costui reso possibile di far nominare il figlio Duca di Gandia nel regno di Valenza. E, come il Mariana osserva, il Ducato egli lo comprò.
Don Pierluigi moriva in Spagna ancora giovanissimo. Di fatto in un documento del 1491 si parla di lui come morto, e si fa menzione di un legato nel suo testamento a favore della sorella Lucrezia.[23]Il ducato di Gandia passò al secondogenito di Rodrigo, Don Juan, che si affrettò ad andare a Valenza per prenderne possesso.
E frattanto le inclinazioni del cardinale s'erano rivolte ad altre donne. Nel maggio 1489, quando Lucrezia aveva 9 anni, vediamo la prima volta apparire Giulia Farnese, giovane di maravigliosa bellezza, dal cui fascino fu preso con passione e ardore giovanile il già maturo cardinale e più tardi papa Borgia.
Si deve a questo adultero amore di lui per la Giulia, se la casa dei Farnese entrò prima nella storia di Roma e poscia in quella del mondo. Rodrigo Borgia fu di fatto il creatore della grandezza di questa famiglia, nominando cardinale Alessandro, fratello della Giulia. Così pose la base al papato di Paolo III, stipite dei Farnesi di Parma; schiatta famosa, che non s'estinse che nel 1758 sul trono di Spagna con la regina Elisabetta.
In Roma, dove due de' più belli edifizii della Rinascenza han reso immortale il nome dei Farnesi, non avevan costoro, sino al tempo del Borgia, importanza alcuna. Non abitavano nemmeno la città, ma l'Etruria romana. Possedevano ivi alcuni luoghi, come Farneto, donde devono aver tratto il nome, Ischia, Caprarola e Capodimonte. Più tardi, non si sa quando, vennero anche momentaneamente in possesso d'Isola Farnese, castello antichissimo sulle rovine di Veja, che già dal secolo XIV era stato degli Orsini. L'origine dei Farnesi è oscura, ma la tradizione, che gli fa derivare dai Longobardi o dai Franchi, ha per sè ogni verosimiglianza. Essa trova sostegno nel nomeRanucciocosì frequente in quella casa, forma italianizzata diRainer(Raniero).
I Farnesi s'agitavano in Etruria come piccola dinastia di feudatarii rapaci, senza però giungere alla potenza dei loro vicini, degli Orsini di Anguillara e Bracciano e di quei famosi Conti di Vico, tedeschi d'origine, che dominarono da prefetti nell'Etruria per secoli, sino a che non caddero sotto Eugenio IV. Mentre questi prefetti erano i più ardenti ghibellini e più feroci nemici dei papi, i Farnesi invece, al pari degli Este, furon sempre del partito guelfo. Dall'XI secolo in poi andarono Consoli e Podestà in Orvieto, quindi qua e là capitani della Chiesa in quelle molte guerricciole con città e baroni, specie nell'Umbria e nel Patrimonio di San Pietro. Ranuccio, avo di Giulia, fu tra' più valenti generali di Eugenio IV, e compagno del Vitelleschi, il terribile domatore di tiranni. Mercè sua la casa dei Farnesi era salita in maggior reputazione. Il figlio Pierluigi si sposò con Donna Giovannella della stirpe dei Gaetani di Sermoneta. Figliuoli di costui furono Alessandro, Bartolomeo e Angiolo, Girolama e Giulia.
Alessandro Farnese, nato il 28 febbraio 1468, era giovane di spirito e di mente colta, ma di cattiva fama per le sfrenate passioni. Nel 1487 aveva, dietro malvage imputazioni, messo in prigione la propria madre, per la qual cosa fu a volta sua da Innocenzo VIII fatto rinchiudere in Castel Sant'Angelo. Ma seppe evaderne, senza che ciò avesse per lui ulteriori conseguenze. Egli era Protonotario della Chiesa. La sorella maggiore Girolama si sposò con Puccio Pucci, uno dei più ragguardevoli uomini politici di Firenze, membro di numerosa famiglia molto intimamente legata coi Medici.
Il 20 maggio 1489 nellaCamera Stellatadel palazzo Borgia comparve la giovane Giulia Farnese con Ursino Orsini, giovane egualmente, per stipulare il loro contratto nuziale.Prima di tutto fa maraviglia che ciò avesse luogo nella casa del cardinal Rodrigo. Il nome suo sta nel contratto il primo di tutti i testimoni, come quello di persona che ha preso gli sposi sotto la sua protezione e concluso il matrimonio. Le nozze, del resto, erano già state innanzi fissate dai genitori — non più viventi nel 1489 — degli sposi, essendo questi ancora minori, cioè dire, da Ludovico Orsini, signore di Bassanello e da Pierluigi Farnese. Usava allora fidanzar legalmente bambini; e, come già nell'antica Roma, i promessi sposi contraevano poscia il matrimonio in età ancora minore, spesso a 13 anni appena. Il 20 maggio 1489 Giulia poteva aver solo 15 anni; era sotto la tutela dei fratelli e degli zii della casa dei Gaetani. Il giovane Orsini stava sotto la tutela della madre Adriana, che era l'Adriana de Mila, la parente del cardinal Rodrigo e l'educatrice di Lucrezia. Ciò rende a sufficienza ragione della parte officiale e personale che colui prendeva al matrimonio della Giulia.
Al contratto nuziale stipulato dal notaro Beneimbene furono, oltre il cardinale, testimoni il vescovo Martini di Segovia, i canonici spagnuoli Garcetto e Caranza e il nobile romano Giovanni Astalli. Assistenti della sposa dovevano essere i fratelli, ma venne solo il più giovane, Angiolo: Alessandro s'astenne. Il non essere apparso nel palazzo Borgia, in occasione così solenne per la famiglia, è notevole: nondimeno può essere stato per circostanze accidentali. Il protonotario Jacopo e suo fratello Don Nicola Gaetani, zii della sposa, eran presenti. La somma di 3000 fiorini d'oro fu la dote di Giulia, che per quel tempo era molto ragguardevole.[24]
Il giorno dopo, il 21 maggio, fu festeggiato lo sposalizio della giovane coppia nello stesso palazzo Borgia. Moltigrandi signori vi presero parte, de' quali sono specialmente nominati i parenti dello sposo, il cardinal Gianbattista Orsini e Rainaldo Orsini, arcivescovo di Firenze. La bella stagione potè permettere agli sposi di andarsene al castello di Bassanello; ovvero, se così non fecero, essi presero stanza nel palazzo Orsini a Monte Giordano.
In questo palazzo, presso Madonna Adriana, madre del giovane Orsini, il cardinal Rodrigo aveva dovuto già prima del matrimonio conoscere e spesse volte vedere la Giulia Farnese. Colà pure la Lucrezia, più giovane di parecchi anni, dovette fare la conoscenza della stessa. Giulia era bella tanto, che si ebbe per soprannomela bella. Al pari di Lucrezia, aveva bionda la chioma come oro. Nella casa di Adriana questa dolce e vaga fanciulla diè nella rete del libertino Rodrigo. Cedette alle arti seduttrici di lui o già prima di sposarsi col giovane Orsini o subito dopo. Probabilmente accese la sensualità del cardinale, uomo già di 58 anni, allorchè gli si presentò nel palazzo in abito da sposa, in tutto lo splendore della sua gioventù affascinante. Comunque, il certo è, che già dopo due anni dal matrimonio la Giulia era l'amante dichiarata del cardinale. Quando Madonna Adriana ebbe scoperta la relazione, chiuse gli occhi e si rese complice delle turpitudini della nuora. Per tal guisa divenne la persona più potente e influente nella casa Borgia.
Dei tre figlioli del cardinale, Juan e Cesare eran frattanto venuti crescendo. Entrambi nel 1490 non erano a Roma. L'uno trovavasi in Spagna; l'altro agli studii nell'Università di Perugia, donde passò poi in quella di Pisa. Già nel 1488 Cesare deve aver frequentato una di quelle scuole superiori, e probabilmente la prima. In quell'anno di fatto Paolo Pompilio gli dedicò la suaSyllabica, uno scritto sulle regole per ben comporre in versi. Egli vi lodava il genio ascendente di Cesare, speranza edecoro di casa Borgia, i progressi di lui nelle scienze, la maturità dello spirito in età così giovanile, e ne predicava la gloria a venire.[25]
Il padre l'aveva destinato alla carriera ecclesiastica, abbenchè Cesare non sentisse per essa che repugnanza. Da Innocenzo VIII aveva colui ottenuto, che il figlio suo fosse fatto Protonotario della Chiesa e di più preconizzato vescovo di Pampelona. Come Protonotario apparisce in un documento del febbraio 1491. E in quel tempo stesso il più giovane dei figlioli di Rodrigo, Don Jofrè, fanciullo di circa 9 anni, è nominato Canonico e Arcidiacono di Valenza.[26]
Cesare dovette andare a Pisa nel 1491. Quell'Università accoglieva molti giovani di cospicue famiglie italiane, soprattutto per la rinomanza grande del Rettore degli studii, il milanese Filippo Decio. Il giovane Cesare v'andò con due condiscepoli spagnuoli, favoriti del padre, Francesco Romolini da Ilerda e Giovanni Vera da Arcilla nel regno di Valenza. L'ultimo gli venne dato come aio, così qualificandolo Cesare stesso in una lettera dell'ottobre 1492, ove lo chiama il più fido dei famigliari suoi.[27]Nel 1491 Francesco Romolini aveva già più di 30 anni; studiò con fervore Diritto, del quale acquistò ampia cognizione. Egli è il Romolino stesso, che più tardi in Firenze condusse il processo contro Savonarola. Nel 1503 Alessandro lo fece cardinale; e cardinale era pur divenuto Vera sin dal 1500. I mezzi di fortuna del padre permettevano algiovane Cesare di vivere in Pisa con sontuosità principesca; e lo stato di colui lo pose anche in grado di entrare in amichevoli relazioni coi Medici.
Il cardinal Borgia continuava allora a cercare nella Spagna la fortuna dei figliuoli suoi. Anche per la figlia Lucrezia non sapeva immaginare avvenire più splendido di un matrimonio spagnuolo. E, senza dubbio, dovette avere a segnalata fortuna, che il figliolo di una di quelle antiche e nobili case di Spagna acconsentisse a diventare il marito della bastarda di un cardinale. Questi fu Don Cherubin Juan de Centelles, signore di Val d'Ayora nel regno di Valenza, fratello del Conte di Oliva.
Nel 26 febbraio e 16 giugno 1491 in Roma furono firmate le tavole nuziali e distese in lingua valenzana. Il giovane sposo trovavasi a Valenza e la sposa a Roma; e a questa il padre aveva dato per procuratore il nobile romano Antonio Porcaro. Nel contratto fu per Lucrezia sborsata la somma di 300,000timbreso soldi di moneta valenzana, ch'essa portava in dote al marito Don Cherubin, parte in moneta contante, parte in gioielli e altri oggetti di corredo. Fu espressamente notato, 11,000timbresprovenire dal testamento del fu Don Pierluigi de Borgia, duca di Gandia, che gli aveva assegnati in dote alla sorella sua, ed altri 8000 donarsi alla stessa pel medesimo titolo dagli altri suoi fratelli Don Cesare e Don Jofrè, similmente, com'è da presumersi, sulla eredità di costoro. Fu stabilito che Donna Lucrezia sarebbe condotta a Valenza a spese del cardinale entro l'anno dal contratto, e che il matrimonio sarebbe ecclesiasticamente solennizzato entro i sei mesi dall'arrivo di lei in Spagna.[28]
Così Lucrezia, bambina ancora di 11 anni, vide una volontà a lei estranea disporre della sua mano e dellafelicità sua, e da quel momento non fu più padrona del suo destino. Tale, del resto, era la sorte di tutte le figliole di alta e anche di bassa condizione. Poco innanzi che il padre divenisse papa, sembrò proprio deciso ch'ella dovesse trascorrere la vita sua in Spagna. E facilmente sarebbe sparita dalla storia del Papato e d'Italia, se quelle nozze si fossero in effetto avverate. Ma ciò non accadde. Impedimenti, che non conosciamo, ovvero mutamenti nei disegni del padre valsero a fare sciogliere quella promessa di matrimonio con Don Cherubin. Sin dal momento che tale promessa, mercè procura, veniva legalmente stipulata, il padre pensava già per la figlia ad altro matrimonio. Il marito predestinatole era Don Gasparo, anche lui giovane spagnuolo, figlio del cavaliere Don Juan Francesco di Procida, conte d'Aversa. Questa famiglia doveva essere andata a Napoli con la casa Aragonese. Madre di Don Juan Francesco vien chiamata Donna Leonora di Procida e Castelleta, contessa d'Aversa. Il padre di Gasparo viveva in Aversa; ma quest'ultimo trovavasi il 1491 in Valenza, dove forse attese alla sua educazione presso i parenti, essendo egli ancora fanciullo sotto i 15 anni. In un istrumento del notaro Beneimbene, del 9 novembre 1492, è espressamente detto, che nel 30 aprile dell'anno antecedente 1491, con tutte le formalità e mercè regolare procura, era stata conclusa promessa di matrimonio tra Lucrezia e Gasparo, e che il cardinal Rodrigo si era obbligato a mandare a spese sue la figlia a Valenza, ove il matrimonio sarebbesi solennizzato innanzi alla Chiesa. Ma un'identica promessa col giovane Centelles era stata legalmente stipulata solo il 26 febbraio dello stesso anno 1491, e ratificata ancora nel giugno 1491. Epperò vi sarebbe luogo a dubitare della esattezza della data. Se non che non solo l'istrumento nel protocollo del Beneimbene, ma anche una copia dello stesso nell'Archivio dell'Ospedaledi Roma allaSancta Sanctorumporta la data dell'ultimo d'aprile 1491, come giorno in cui ebbero luogo i capitoli matrimoniali tra Lucrezia e Don Gasparo. In questo atto fu procuratore di lei non più Antonio Porcaro, ma Don Jofrè Borgia, barone di Villa Longa insieme col canonico Jacopo Serra di Valenza e col valenzano Vicario generale Matteo Cucia.[29]Onde è innegabile questo fatto strano, che Lucrezia al tempo stesso fu promessa sposa di due giovani spagnuoli.
Malgrado della mancata promessa verso il primo degli sposi, sembra che la famiglia dei Centelles sia rimasta in buoni termini coi Borgia. Più tardi di fatto, quando Rodrigo era papa, tra i camerieri a lui più intimi troviamo un Guglielmo de Centelles, e un Raimondo della stessa casa qual Protonotario e Tesoriere di Perugia.