LIBRO SECONDO.LUCREZIA BORGIA A FERRARA.
La cavalcata, che conduceva donna Lucrezia a Ferrara, avanzava a piccole tappe. E anche queste stancavano molto le donne, soprattutto in una stagione, in cui sullo stesso territorio romano s'incontra giorni rigidi e piovosi.
Non si giunse a Foligno che il settimo giorno. Vogliamo qui approfittare della relazione, che da quella città gli ambasciatori di Ferrara spedirono al loro signore, perchè rende conto in modo vivo e sensibile del viaggio insino a lì e degl'incidenti occorsi.
«Illustrissimo ed eccellentissimo Signor nostro. — Benchè avessimo da Narni scritto per la posta, via di Roma, all'Eccellenza Vostra, che saremmo andati a giornate continuate da Terni a Spoleto, e da Spoleto qui, nondimeno, essendo l'illustrissima duchessa e le donne sue molto affaticate, si deliberò riposare un giorno a Foligno. Noi quindi di qua non partiremo che domani, nè arriveremo ad Urbino prima di martedì prossimo, che sarà il 18 del volgente. Perchè domani andremo a Nocera; sabatoa Gualdo; domenica a Gubbio; lunedì a Cagli, e martedì a Urbino. Ivi ci fermeremo anche un giorno, cioè, tutto il mercoldì. E di lì poscia, il 20, si andrà a Pesaro, e così, di città in città, siccome in altre lettere è stato scritto all'Eccellenza Vostra.
»Ma siamo certi che la duchessa vorrà riposare molti giorni per intero; sicchè, senza dubbio, a noi non sarà dato toccar Ferrara prima degli ultimi di questo mese, ovvero vi giungeremo il primo giorno del vegnente, e forse il secondo o il terzo. Epperò a me è parso conveniente darne notizia di qui a Vostra Eccellenza, affinchè sappia ove siamo e ove stimiamo dover essere e possa ordinare quello che meglio giudicherà. Poichè laddove le piacesse che si differisca l'arrivo in Ferrara al 2 o al 3 febbraio, crediamo che ciò sia per succedere facilmente. Che se invece preferisse che il nostro arrivo avesse luogo l'ultimo di questo mese o il primo di febbraio, potrà avvisarcene; chè, in tal caso, solliciteremo, come abbiamo procurato sin qui, l'andar riposato.
»La ragione, che mi muove a credere quanto di sopra, è che l'illustrissima madonna Lucrezia è di complessione delicata e non avvezza a cavalcare; e le donne sue lo sono ancora meno. E conosciamo anche che la non vorrebbe essere all'arrivo in Ferrara tutta sbattuta e conquassata dal viaggio.
»In tutti i luoghi, pe' quali Sua Signoria è passata, è stata ben veduta e amorevolmente e con grande riverenza accolta. Dalle donne anche ha avuto presenti con tale dimostrazione, che tutto pareva esser fatto per riguardo a lei stessa. Tanto universalmente è benvoluta in questi paesi, ne' quali, per essere già stata nella legazione di Spoleto, è anche molto ben conosciuta. Qui in Foligno le è stato fatto migliore accoglimento e maggiori testimonianze di letizia che in altri luoghi fuori di Roma. Perchè, oltre iSignori, così chiamati per esser Presidenti della repubblica, che le vennero incontro sino alla porta in mantelli e cappucci di seta rossa, tutti a piedi, e l'accompagnarono sino all'alloggiamento; sulla piazza, presso la porta stessa, le venne anche innanzi un trofeo, sul quale era una persona, rappresentanteLucrezia romanacon un pugnale in mano. Recitò alcuni versi, che significavano: sopraggiungendo Sua Signoria, dalla quale essa stessa era superata in pudicizia, modestia, prudenza e costanza, le dava loco e cedeva.
»Sulla piazza poi era un carro trionfale e sul davanti un Cupido e sopra Paride col pomo d'oro in mano. Il quale disse alcune rime, il cui senso era: egli un tempo aveva per suo giudizio dato il pomo a Venere, la quale sola eccedeva di bellezza Giunone e Pallade; ma ora revocava la sentenza e donava il pomo a Sua Signoria, come a quella che vinceva tutte e tre le Dee, mentre in lei più che in tutte le altre era maggiore la bellezza, la sapienza, la ricchezza o la potenza.
»Finalmente sulla piazza trovammo una galea armata di Turchi, la quale si fece innanzi a donna Lucrezia, sino al mezzo della piazza stessa. Uno de' Turchi dalla prora recitò alcuni versi in rima, di questo tenore: il Granturco sapendo quanto Lucrezia fosse potente in Italia e quanto buona mediatrice di pace, la mandava a visitare e ad offrirle la restituzione di quello ch'ei teneva di terra cristiana. Di avere il testo di codesti versi non ci siamo curati, perchè non sono davvero di quelli del Petrarca. E poi la rappresentazione stessa a me non pare fosse di grande importanza, nè molto al proposito.
»Non vogliamo tralasciare di dire che donna Lucrezia a quattro miglia da Foligno fu incontrata da tutti i Baglioni, che sono nello Stato, venuti da Perugia e da' loro castelli a farle riverenza ed invitarla di andare colà.
»Sua Signoria persiste pure nel desiderio di andareper acqua da Bologna a Ferrara, per schivare i disagi del cavalcare e della via di terra; di che noi abbiamo già da Narni avvisato l'Eccellenza Vostra.
»Sua Santità, Signor Nostro, prende tanta cura per Sua Signoria, che ogni dì e ogni ora vuole intendere dei progressi; e questa deve da ogni luogo di propria mano farle sapere della sua salute. Ciò conferma quello che già più volte è stato scritto a Vostra Eccellenza, che Sua Santità l'ami più che alcun'altra persona del suo sangue.
»Noi non saremo negligenti, se avremo modo di tener avvisata Vostra Eccellenza di giorno in giorno del viaggio e delle cose che accadranno.
»Fra Terni e Spoleto, nella Valle della Strettura, uno staffiero dell'illustre Don Sigismondo venne a parole rissose con un altro del nobile romano Stefano de' Fabii, ch'è nella comitiva della duchessa, per causa assai lieve di certi tordi. L'uno e l'altro posero mano alle armi. Sopraggiunse a cavallo un certo Pizaguerra, anch'egli de' famigliari di Don Sigismondo, e ferì al capo il palafreniero del nominato Stefano. Di che questi, di natura impaziente, collerico e insolente, tanto si commosse e dolse da mostrare di non voler andare più avanti. E quando s'andò nella rôcca di Spoleto, passò a lato agli illustri Don Ferrante e Don Sigismondo senza salutarli e senza far loro attenzione. Tuttavia, perchè la natura del fatto era stata inopinata e casuale e noi tutti ne eravamo molto dolenti; e perchè Pizaguerra ed anche lo staffiero di Don Sigismondo eran fuggiti, sicchè non v'era da far più nulla; il cardinale di Cosenza, madonna Lucrezia e tutti diedero torto a Stefano. Ed egli acquetato e pacificato tirò via con gli altri. Ci raccomandiamo alla grazia di Vostra Eccellenza. Da Foligno il 13 gennaio 1502. — Giovanni Luca e Gerardo Saraceni.
»PS. Il cardinale di Cosenza, per quanto apprendiamosin qui, non andrà oltre i confini degli Stati del signor duca di Urbino.»[177]
In Foligno convennero i Baglioni di Perugia per salutare Lucrezia e darle una scorta d'onore. S'andò, per Nocera e Gualdo, a Gubbio, una delle più notevoli città del Ducato di Urbino. A due miglia dalla città Lucrezia fu incontrata dalla duchessa Elisabetta, che poi la condusse al Palazzo civico. Le due donne non si separarono più, avendo Elisabetta mantenuta la promessa di accompagnare Lucrezia a Ferrara.
Il cardinale Borgia da Gubbio ritornò a Roma; e quelle andarono innanzi verso Cagli nella comoda lettiga, regalata da Alessandro. Ne' pressi di Urbino, il 18 gennaio, la cavalcata fu salutata dal duca Guidobaldo, venuto all'incontro con tutta la corte sua. Egli condusse Lucrezia nella sua residenza, il superbo palazzo di Federigo, ove furono ospitati anche i principi d'Este; mentre egli stesso e la duchessa per cortesia n'uscirono. Sì in Urbino come in altri luoghi del suo territorio, il gentile Guidobaldo aveva fatto innalzar le armi de' Borgia e del re di Francia.
Il matrimonio di Lucrezia aveva sempre ripugnato ai Montefeltri. Ma oramai facevano onore all'ospite loro, per riguardo a Ferrara, come anche per tema del Papa. Conoscevano Lucrezia sino da Roma, ove Guidobaldo, qual condottiero del Papa, aveva tanto infelicemente guerreggiato contro gli Orsini; e la conoscevano pure da Pesaro. Ora potevano sperare che la sicurezza di Urbino troverebbe valido sostegno nell'influenza e nell'amicizia di lei. Ma pochi mesi appena, e Guidobaldo e la moglie sua, diabolicamente ingannati e traditi dal fratello dell'ospite, tra angosce mortali dovevano essere scacciati dal loro paese.
Dopo un giorno di riposo, Lucrezia e la duchessa lasciarono Urbino, il 20 gennaio, accompagnate per un tratto da Guidobaldo sulla via per Pesaro. Quivi la cavalcata non giunse che la sera in sul tardi. La via, che unisce le due città, è oggi una comoda strada carrozzabile attraverso amene colline; ma allora non era accessibile che a' cavalli; epperò i viaggiatori giunsero a Pesaro proprio affranti e sfiniti.
Lucrezia v'entrò col cuore pieno di sentimenti penosi. Lì difatto doveva starle dinanzi la figura del ripudiato marito, Giovanni Sforza, che viveva in esilio a Mantova, spirando vendetta, e che poteva fors'anche andare a Ferrara per disturbare le feste nuziali. Pesaro era ora proprietà del fratello Cesare. Questi aveva dato ordine di ricevere splendidamente la sorella in tutte le città del suo territorio ch'ella toccasse. Cento fanciulli, vestiti co' colori di lui, giallo e rosso, con rami d'olivo in mano, la salutarono innanzi alla porta di Pesaro, al grido: «Duca! Duca! Lucrezia! Lucrezia!» I magistrati della città l'accompagnarono al palazzo, una volta sua residenza.[178]
Le più nobili donne furono a ricevere la loro antica signora con grandi dimostrazioni di gioia. Era tra loro anche Lucrezia Lopez, un tempo sua dama di corte e ora moglie di Gianfrancesco Ardizi.[179]
Lucrezia passò a Pesaro un giorno, senza lasciarsi vedere. Permise che la sera le dame del suo seguito con quelle di Pesaro ballassero; ma al ballo essa non prese parte. Come il Pozzi informava il duca Ercole, «essa restò sempre nella sua stanza sì per attendere a lavarsi il capo, e sì per essere di natura sua assai solitaria e remota.»Se non che il contegno in Pesaro potrebbe forse spiegarsi meglio con i pensieri malinconici ond'era assediata.[180]
In tutte le città del duca di Romagna ebbe uguale accoglimento. Per ogni dove i magistrati venivano alle porte a presentarle le chiavi della città. In nome di Cesare essa era ora accompagnata da Don Ramiro d'Orco, luogotenente di colui in Cesena, quella stessa ferocissima tigre che Cesare medesimo, appena un anno dopo, fece squartare.
Per Rimini e Cesena si giunse a Forlì il 25 gennaio. La sala del palazzo di questa città era decorata di preziosi tappeti e anche le soffitte coperte di drappi variopinti. Una tribuna era stata elevata per le dame. I magistrati fecero regali in viveri, confetti e candele di cera. Non ostante il rigido governo, che i rettori di Cesare, e soprattutto Ramiro, tenevano in Romagna, pure bande di masnadieri rendevan malsicure le strade. Temendo che l'audace bandito Giambattista Carrara non avesse a piombare addosso al corteo, nel passaggio presso Cervia, si mandò una scorta di 1000 fantaccini e 150 cavalieri; dando, del resto, a credere si trattasse solo di un accompagnamento d'onore voluto dalla popolazione.[181]
A Faenza Lucrezia disse, che si fermerebbe ad Imola tutto il venerdì per lavarsi il capo; mentre non avrebbe potuto ciò far di nuovo che più tardi, finito il carnevale. Questa lavanda del capo, che abbiamo già più volte avuto occasione di menzionare come uno degli atti proprii all'acconciatura di quel tempo, dev'essere stata connessa con speciali procedimenti nel modo di curare i capelli.[182]L'ambasciatore ferrarese dava notizia al suo signore di questi disegni di Lucrezia, come d'impedimento deplorabile, pel quale l'ingresso di madonna in Ferrara dovevaesser differito sino al 2 febbraio. E Don Ferrante scriveva similmente da Imola, aver quivi Lucrezia desiderato un giorno di riposo per mettere in ordine i suoi ornamenti e lavarsi il capo; la qual cosa, com'essa diceva, non aveva più fatta da otto giorni e cominciava perciò ad avere dolor di testa.[183]
Riposatasi ad Imola, la cavalcata il 28 gennaio si pose in via per Bologna. Giunta sul confine del territorio della grande città e de' suoi signori, fu ricevuta da tutti i figliuoli del Bentivoglio e della moglie Ginevra con uno splendido seguito. E a due miglia dalla porta venne Giovanni stesso ad incontrarla.
Il tiranno di Bologna, che la salvezza sua da Cesare doveva solo alla protezione di Francia, non risparmiò nulla per fare onore alla sorella del nemico suo. Con parecchie centinaia di cavalieri la condusse quasi in trionfo per la città, che egli aveva, a così dir, seminata delle armi dei Borgia, di Cesare, del Papa, di Lucrezia, e di quelle di Francia e degli Este. Sulla porta del suo sontuoso palazzo la superba matrona Ginevra era con molte gentildonne a ricevere la sposa. Come questa celebre donna, zia di Giovanni Sforza di Pesaro, doveva in cuor suo odiare la Borgia! Pure nè Alessandro nè Cesare, ma Giulio II Della Rovere doveva, dopo solo quattro anni, scacciar lei e tutta la schiatta sua per sempre da Bologna.
Tra pompose feste si passò colà il 30 gennaio. La sera i Bentivoglio diedero un ballo e un convito.
Il giorno dopo accompagnarono Lucrezia fuori di città, volendo questa proseguire il viaggio per la già prossima Ferrara per acqua sul canale, che conduceva allora da Bologna al Po, prima che fosse tagliato dalla posteriore deviazione del Reno.
La sera dello stesso giorno 31, Lucrezia giunse alcastello Bentivoglio a 20 miglia da Ferrara. V'era arrivata appena, che a un tratto v'apparve il marito Alfonso. Profonda fu la commozione di lei; pure si compose prestamente e lo accolse «con gran segno di devozione e con grazia;» al che egli corrispose con molta galanteria.[184]Il principe erede di Ferrara aveva insino allora mantenuta verso la sposa un'attitudine riservata e mutola. Gli uomini di quel tempo non avevan sentore di quella entusiastica felicità della passione, ovvero di quel sentimentalismo tutto proprio all'età nostra. Ma anche così, è pur sempre strano che non appaia assolutamente segno alcuno di corrispondenza epistolare tra Lucrezia ed Alfonso durante il tempo, in che il matrimonio fu trattato e quindi concluso, e nel quale, d'altra parte, troviamo molte lettere tra Lucrezia e Ercole. Ora in fine, fosse per sommissione al padre, per cortesia o per curiosità, questo ruvido e taciturno Alfonso usciva dalla sua ritenutezza. Egli era venuto travestito. Restò due ore, quindi tornò a Ferrara.
Questo breve incontro valse a sgravare l'animo di Lucrezia d'un peso opprimente. E quelle due ore probabilmente bastarono anche, se non a disarmare Alfonso del tutto, a fargli almeno sentire il fascino della giovane sposa. Non avevano avuto interamente torto i galanti cittadini di Foligno nell'attribuire a Lucrezia il pomo di Paride. Di quell'incontro un cronista di Ferrara dice: tutto il popolo gioì, e ancora più furono contenti la sposa ed i suoi, che Sua Altezza sentisse il desiderio di vederla e l'accogliesse tanto volentieri; e questo fu segno ch'ella sarebbe ben ricevuta e meglio trattata.[185]
Forse niuno ne fu più lieto del Papa. La figlia glienediè contezza subito, perchè quotidianamente scrivevagli del progredire del viaggio; e quotidianamente pure altre persone gli mandavan dispacci. Egli era sempre dubitoso del buon accoglimento di Lucrezia per parte degli Este: quella nuova lo rassicurò. Partita colei da Roma, fece ripetute istanze presso il cardinal Ferrari, perchè esortasse il duca a trattare benevolmente la nuora. Osservava al proposito, che molto aveva fatto, ma più poteva fare ancora. L'esonerazione dal canone di Ferrara, così diceva, se compra con danaro, non avrebbe importato meno di 200,000 ducati; e solo per la spedizione delle Bolle gl'impiegati della Cancelleria avrebbero potuto pretenderne 5 a 6000. I re di Francia e di Spagna, per esentarsi dal tributo di Napoli, che pur non consisteva che in una chinea, avevano dovuto dare al duca di Romagna una rendita annua di 20,000 ducati. Ferrara invece aveva tutto ottenuto gratuitamente.[186]
Il duca rispose alle esortazioni di quel cardinale il 22 gennaio, assicurandolo che la nuora avrebbe trovato il più affettuoso accoglimento.[187]
Il primo febbraio Lucrezia continuò sul canale il viaggio per Ferrara. A Malalbergo trovò Isabella Gonzaga, venuta ad incontrarla. La marchesa era stata premurosamente invitata dal padre per fare in palazzo gli onori della festa. Ma era però a malincuore accondiscesa alla chiamata. Nondimeno con furia gioiosa — così scriveva ora al marito, rimasto a casa — salutò e abbracciò la cognata,appena giunta. L'accompagnò quindi sul navilio sino a Torre della Fossa, ove il canale sbocca in uno de' rami del Po. Il Po scorre maestoso a quattro miglia da Ferrara, e solo un braccio secondario, il Po di Ferrara, ovvero, come oggi si chiama, il Canale di Cento, tocca la città, ove si divide in Volano e Primano, i quali vanno poi a scaricarsi nell'Adriatico. Questi non sono che meschini canali; e il navigarvi non potè essere in alcun tempo un diletto, nè un grandioso spettacolo.
A Torre della Fossa stava ad aspettare il duca con Don Alfonso e con la corte. Quando Lucrezia ebbe posto piede a terra, egli la baciò; dopo che questa ebbe a lui stesso con grande riverenza baciato la mano. Salirono quindi tutti sopra un Bucintoro sontuosamente ornato. Gli ambasciatori stranieri e molti cavalieri furon presentati alla sposa, della quale toccarono la mano. Tra suoni e trombe e sparo di cannoni si giunse a Borgo San Luca, ove si scese. Lucrezia entrò nel palazzo di Alberto d'Este, fratello naturale di Ercole. Fu ricevuta da Lucrezia Bentivoglio, figlia naturale di Ercole e da molte gentildonne. Il siniscalco del duca le presentò madonna Teodora e dodici signorine, destinate per sue dame di compagnia in Ferrara. Cinque belle carrozze, ognuna con quattro cavalli, le furono offerte come regalo del suocero. Quella casa di campagna è andata in rovina. Il sobborgo di San Luca esiste; ma tutto v'è così mutato, che dei tempi, de' quali parliamo, non rimane vestigio.[188]
La residenza degli Este rigurgitava già di migliaia di nuovi venuti dietro invito del duca o per curiosità. I grandi vassalli dello Stato erano tutti presenti. Ma di principi regnanti nessuno. I signori di Urbino e di Mantova sifecero rappresentare dalle mogli. Annibale era rappresentante della casa de' Bentivoglio. Roma, Venezia, Firenze, Lucca, Siena e il re di Francia avevan mandati ambasciatori, che furono ospitati ne' palazzi della nobiltà. Cesare stesso se n'era rimasto a Roma, e si fece rappresentare da' cavalieri suoi. Doveva invece, per desiderio di Alessandro, la moglie, Carlotta d'Albret, venir di Francia a Ferrara per le feste, e soggiornarvi un mese. Ma nemmeno essa si lasciò vedere.
Ercole, aveva provvisto con profusione regale agli apparecchi per le feste. Da settimane i magazzini della corte e della città riboccavano di provvigioni. Ciò che la Rinascenza aveva prodotto di bello anche in Ferrara, presso una corte piena di gusto e di spirito, fra una cittadinanza agiata, nel cui seno studii, arti, industrie erano in fiore, fece di sè copiosa mostra in quella occasione.
L'ingresso quindi di Lucrezia il 2 febbraio fu uno de' più splendidi spettacoli di quel tempo. E per Lucrezia stessa fu l'ora più festosa della vita, come quella, nella quale giungeva a quanto di più alto e di migliore la natura sua potesse aspirare.
Due ore dopo mezzogiorno il duca con tutti gli ambasciatori e la corte andò al palazzo d'Alberto a prendere la sposa.[189]La cavalcata si dispose per entrare, traversando il ponte sul Po, per porta di Castel Tedaldo, fortezza ch'oggi più non esiste.
Aprivano il corteggio 75 arcieri a cavallo, in divisa di casa d'Este, bianco e rosso; e dietro, 80 trombetti e molti pifferi. Seguivano i nobili di Ferrara senza ordine; poi le corti della marchesa di Mantova, rimasta in palazzo, e della duchessa di Urbino. Veniva quindi Don Alfonso a cavallo con a lato il cognato Annibale Bentivoglio, circondatoda otto paggi. Era vestito in velluto rosso alla francese, berretto di velluto nero al capo, ornato di oro battuto. Portava scarpe alla francese di velluto nero, e sopra uose di damasco incarnato. Il cavallo baio era ornato di cremisino e oro.
È singolare che Don Alfonso non entrasse in Ferrara accanto alla sposa: ma l'etichetta del tempo aveva modi di vedere diversi da' nostri. Lo sposo alle prime file, la sposa al centro, e il suocero in coda: voleva significare che Lucrezia era il personaggio principale della festa. Dietro ad Alfonso seguiva appunto la cavalcata della sposa: prima paggi e ufficiali di corte, poi molti cavalieri spagnuoli; cinque vescovi; quindi gli ambasciatori in ordine ascendente, ultimi i quattro deputati di Roma, sopra bei cavalli, in lunghi mantelli di broccato e neri berretti di velluto in testa. Dopo, sei suonatori di tamburi e due buffoni favoriti di Lucrezia.
Ed eccola lei, la sposa, sfavillante di bellezza e di felicità, sopra bianco destriero coperto di scarlatto; e intorno intorno scudieri. Lucrezia portava gamurra a maniche aperte, di velluto nero, listata finamente d'oro e sbernia di broccato d'oro foderata di ermellino. In testa una rete quasi a forma di velo, scintillante di diamanti e d'oro, senza diadema: regalo del suocero. Al collo un filo di grosse perle e rubini, che una volta era stato della duchessa di Ferrara, come Isabella Gonzaga notava sospirando. La bella chioma fluttuava disciolta giù per le spalle. Cavalcava sotto un baldacchino di porpora, che portavano, alternandosi, i dottori di Ferrara, cioè dire, i membri del collegio di Diritto, Medicina e Matematica.
Per far onore al re di Francia, protettore di Ferrara e de' Borgia, Lucrezia aveva chiamato appresso di sè l'ambasciatore francese Filippo Della Rocca Berti, e fattolo rimanere alla sua sinistra. Sicchè questi le cavalcava a fianco,ma non sotto il baldacchino. Tale distinzione stava a dimostrare come quel potente monarca fosse veramente colui che conduceva questa sposa nel palazzo degli Este.
Dietro di Lucrezia veniva il duca in velluto nero, sopra cavallo morello, coperto del velluto stesso. E alla sua sinistra la duchessa di Urbino, anch'essa in abito di velluto nero.[190]
Seguivan poi nobili e paggi; quindi gli altri principi di casa d'Este: ciascuno a fianco di una delle dame di Lucrezia. Mancava solo il cardinale Ippolito, rimasto a Roma.[191]Delle donne, che avevano accompagnato Lucrezia, tre soltanto erano a cavallo, Jeronima Borgia, la moglie di Fabio Orsini, un'altra Orsini, che non è indicata con maggior distinzione di questo, e madonna Adriana, «vedova e nobile donna e parente del Papa.»[192]
Appresso, quattro carrozze di gala con dame d'onore di Ferrara bellamente ornate, delle quali dodici damigelle deputate alla corte della giovane duchessa. Venivan poscia condotti a mano due muli bianchi e due cavalli bianchi del pari, coperti di velluto e seta e con preziosi ornamenti d'oro. E dietro un treno di 86 muli carichi della guardaroba e de' tesori della sposa. Passando questo lungo seguito in mezzo alla folla accorsa, i buoni Ferraresi dovettero dirsi,che Don Alfonso s'era scelto una ricca sposa. Solo però pochi seppero pensare che tutte quelle balle e quei forzieri e bauli, trascinati a mostra con tanto fastosa iattanza, altro non erano che una prodigalità esercitata a spese de' paesi della Cristianità.
Alla porta di Castel Tedaldo il cavallo di Lucrezia per un colpo di cannone s'impennò, cacciando di sella quella ch'era pure la figura principale dello spettacolo. La sposa fu presto in piedi; il duca la fece montare sopra una mula bianca, e il corteggio tirò via. Vi furono le salutazioni d'uso da archi di trionfo e da tribune, declamazioni e scene mitologiche, delle quali la più notevole fu un seguito di ninfe, che circondavano la loro regina, assisa sur un bove rosso; mentre alcuni satiri saltavano intorno. Il Sannazzaro avrebbe potuto pensare che il motivo di siffatta apoteosi dell'arme de' Borgia stésse nel suo epigramma, col quale aveva deriso la Giulia Farnese, figurandola quale Europa sul toro.
Giunto il corteggio sulla Piazza del Duomo, scesero da due torri due acrobati a rivolger complimenti alla sposa. In quell'epoca al festevole si disposava sempre il grottesco.
Era già sera, quando la cavalcata arrivò sulla Piazza del Duomo, alla residenza del duca. A questo punto fu concessa libertà a tutti i carcerati. I trombetti e pifferi si raccolsero tutti insieme e fecero risuonare alto i loro istrumenti.
È difficile determinare con esattezza ove fosse allora la residenza, in cui si fermò Lucrezia. Gli Este avevano edificato nella città parecchi palazzi che abitavano con vece alterna: Schifanoja, Diamanti, Paradiso, Belvedere, Belfiore e Castel Vecchio. Un cronista della città, tra le abitazioni «che i signori di casa d'Este possedevano,» indicava nell'anno 1494 pel duca il Palazzo del Cortile e poiCastel Vecchio; per Alfonso, Castel Vecchio; pel cardinale Ippolito, il Palazzo della Certosa.[193]Nell'anno 1502 Ercole adunque dimorava in uno de' due palazzi nominati, i quali, del resto, erano congiunti; mentre da Castel Vecchio a Piazza del Duomo era tutta una serie di edifizii, che si terminava col Palazzo della Ragione. Questa specie di congiunzione sussiste ancora, abbenchè tutti gli edifizii siano mutati.
La residenza del duca in quel tempo era rimpetto al Duomo: aveva un'ampia corte con scala di marmo, e di qui il nome di Palazzo del Cortile. Questa è probabilmente la corte stessa chiamata oggi Cortil Ducale. Vi si entrava dalla Piazza del Duomo pel portone, ai lati del quale stanno le due colonne, che un tempo sostenevano le statue di Niccolò III e di Borso. I narratori dell'ingresso di Lucrezia dicono espressamente, ch'essa scese di cavalloalle scale del Cortile di marmo.
Fu quivi ricevuta dalla marchesa Gonzaga con molte dame di alto lignaggio. La giovane moglie di Alfonso, se la commozione del momento glien'avesse lasciato campo, avrebbe potuto osservare sorridendo, come la nobile casa d'Este le avesse schierata davanti per darle il benvenuto tutta un'accolta, brillante veramente, di bastarde. Su quella scala venne difatti salutata da Lucrezia, figliuola naturale di Ercole e moglie di Annibale Bentivoglio, e da tre figliuole naturali di Sigismondo d'Este, Lucrezia contessa di Carrara, Diana contessa Uguzoni, e Bianca Sanseverino.[194]
S'era fatto notte: fiaccole e doppieri illuminavano il palazzo. Fra lo strepito di pifferi e trombette la giovane coppia fu condotta nella Sala di ricevimento, ove sedettein trono. Ebbero luogo le presentazioni d'uso delle persone di corte, e probabilmente un oratore rivolse allora a madonna un discorso d'occasione, pel quale il duca aveva fatto raccogliere notizie sulla casa Borgia. C'è ignoto il nome del fortunato oratore; ma conosciamo invece alcuni poeti, che presentarono alla bella principessa i loro epitalamii. Niccolò Mario Paniciato tutto pieno d'entusiasmo compose una serie di poesie ed epigrammi latini in onore di Lucrezia, di Alfonso e di Ercole, che raccolse sotto il titolo Borgias. Vi sono, fra l'altre, ferventissime felicitazioni per lo sposalizio della giovane coppia; e la bellezza di Lucrezia vi è magnificata più di quella di Elena, perchè accoppiata con pudore incomparabile.[195]
Questo poeta, a quanto pare, non fece imprimere i suoi versi, sicchè n'è rimasto solo il manoscritto nella Biblioteca di Ferrara. Invece la vigilia dell'ingresso lo stampatore Lorenzo tirò un epitalamio composto da un giovane latinista. Era Celio Calcagnini, divenuto più tardi celebre anche come matematico, favorito del cardinale Ippolito e amico pure del grande Erasmo. Semplicissima è la favola della poesia. Venere abbandona Roma e accompagna Lucrezia; Mnemosine ingiunge alle figliuole, le Muse, di magnificare la nobile principessa, il che esse fanno, del resto, con grande esuberanza. Non son dimenticati iprincipi della casa. Euterpe canta la lode di Ercole, Tersicore encomia Alfonso, e Calliope porta a cielo il trionfo di Cesare in Romagna.[196]
Fra i poeti di Ferrara, che recarono omaggi, apparve anche in quest'occasione un altro, che sin d'allora dava già molto a sperare del genio suo, Lodovico Ariosto, allora di 27 anni, già conosciuto alla corte di Ferrara e ne' circoli de' dotti italiani come latinista e commediografo. Anch'egli scrisse e presentò a Lucrezia un epitalamio. È semplice e grazioso, senza pedanteria mitologica, ma non notevole per invenzione. Il Poeta celebra la fortuna della città di Ferrara, che omai tutti gli stranieri invidieranno pel possesso di un gioiello incomparabile; mentre Roma, per la perdita di Lucrezia, è fatta povera e caduta ancora una volta in rovina.[197]Egli esalta la giovane principessa comepulcherrima virgo, e sin d'ora allude a Lucrezia antica.
Finite le cerimonie del ricevimento, il duca condusse la nuora nell'appartamento per lei preparato. Ella poteva starsi più che contenta dell'accoglimento trovato in casa d'Este. Anche l'impressione dalla sua persona prodotta fu la più favorevole. Il cronista Bernardino Zambotto scriveva in proposito: «La sposa è di età di 24 anni (e in ciò s'ingannava), bellissima di faccia, occhi vaghi e allegri, dritta di persona e di statura, accorta, prudentissima, sapientissima e allegra, piacevole ed umanissima. Tanto piacque a questo popolo, che tutti ne hanno preso consolazionegrandissima, sperando aiuto e buon governo da Sua Signoria; e ne pigliano gran contento, sperando questa città doverne conseguire molti benefizii, massime per l'autorità del Papa, il quale ama sommamente sua figlia, come lo ha dimostrato con la dote data e con le castella concesse a Don Alfonso.»[198]
La grazia di Lucrezia dev'essere stata allora proprio affascinante. Lo mostra il medaglione che abbiam di lei; e, del resto, i testimoni oculari lo dicono tutti. Il Cagnolo di Parma scriveva: «È di mediocre statura; gracile d'aspetto; di faccia alquanto lunga; il naso ha profilato e bello; aurei i capelli, gli occhi bianchi, la bocca alquanto grande; candidissimi i denti; la gola schietta e bianca, ornata con decente valore. In tutto l'esser suo continuamente allegra e ridente.»[199]
Biancochiama il Cagnolo il colore degli occhi di Lucrezia. Vuol dire che lo smalto bianco nell'occhio deve aver fatto in lui maggiore impressione del colore dell'iride; e questo avrebbe, senza dubbio, chiamato nero o cilestre, se fosse stato decisamente l'uno o l'altro. Il fiorentino Firenzuola nel suo TrattatoDella perfetta bellezza di una donnavuole biondo il capello, gli occhi bianchi con pupilla non interamente nera, abbenchè sia amata da Greci e Italiani. Il miglior colore degli occhi è, com'egli dice,tanè.[200]A Lucrezia, tutta spirante grazia, col viso giocondo e con l'aurea chioma, doveva adattarsi un occhio di colore indeterminato, che a noi piace immaginar di un grigio chiaro anzichè bruno. Appunto questa indeterminatezza dell'iride spiega come anche i poeti di Ferrara, che cantarono allora il magico potere dell'occhio della bella duchessa, tacessero del colore.
Non già la forma eletta nè la bellezza classica, ma una grazia indescrivibile, cui s'aggiungeva alcunchè di misterioso e di strano, era la forza, mercè la quale quella donna singolare affascinava tutti gli uomini. Venustà e mansuetudine nell'aspetto, giovialità ed amorevolezza nel parlare sono qualità che in lei celebrarono tutti i contemporanei.[201]Raffigurando questo aspetto animato di tinte così graziose e tutto pieno di spirito, con quei grandi occhi penetranti, con quelle ciocche di aurei fluttuanti capelli, si ha dinanzi una bellezza romantica, quale forse lo Shakespeare deve aver pensato l'Imogene.
Le feste nuziali in Ferrara si protrassero per sei giorni, durante il carnevale. Quanto a contenuto spirituale, le feste officiali all'epoca della Rinascenza non erano gran fatto più significative di quelle analoghe proprie a' tempi nostri. Pure, il sontuoso costume, un certo senso ideale della bellezza e l'etichetta più raffinata davano ad ogni modo alle feste di quel tempo, in cui veniva alla luce ilCortegianodel Castiglione, un carattere più elevato.
Rispetto a certe rappresentazioni, il secolo XVI rimaneva indietro al nostro: teatro, fuochi d'artificio, concerti musicali. Le illuminazioni non erano ignote; e si facevano danze a cavallo a luce di fiaccole, e si tiravan pure razzi. Ma una festa notturna in un giardino illuminato, quale ai giorni nostri fu data dall'Imperatore d'Austria allo Schah di Persia nel Castello di Schönbrunn,sarebbe stata impossibile in quel tempo. Vale lo stesso per le produzioni musicali, soprattutto pe' concerti a grande orchestra, affatto sconosciuti allora. Certamente quella società avrebbe avuto in orrore la musica chiassosa de' tempi nostri; e lo strepito dei tamburi, che lacera gli orecchi, sarebbe sembrato all'italiano della Rinascenza così barbaro, come le parate militari, che tuttora oggi sono lo spettacolo prediletto nelle grandi Corti di Europa per fare onore o intimidire ospiti augusti. Similmente nelle Corti italiane d'allora i tornei erano rari: alcuna volta avevano luogo duelli, ne' quali l'abilità del combattente aveva campo di farsi ammirare.
Il duca, dopo lungo e maturo esame, aveva fissato il programma delle feste con i suoi mastri di cerimonie. In sostanza dovevano comprendere, come più o meno in congiunture simili a' giorni nostri, tre distrazioni principali: banchetti, balli e rappresentazioni teatrali. E proprio dall'ultima parte del programma Ercole s'imprometteva l'effetto più grandioso e fama veramente onorevole presso tutto il mondo colto ed elegante.
Era egli uno de' più passionati fondatori del teatro nella Rinascenza. Già parecchi anni innanzi aveva fatto da poeti presso la corte sua tradurre in terza rima e rappresentare commedie di Plauto e Terenzio. Avevano a tal uopo lavorato per lui il Guarino, il Berardo, il Collenuccio, il Bojardo stesso. Sin dal 1486 iMenemmi, la commedia prediletta di Plauto, erano stati rappresentati a Ferrara, vólti in italiano. Nel febbraio 1491, quando Ercole solennizzò le splendide feste per lo sposalizio di suo figlio Alfonso con Anna Sforza, furono rappresentati di nuovo; e il giorno dopo fu data una commedia di Terenzio e l'Anfitrione, accomodato per la scena dal Collenuccio.[202]
Vero è che mancava ancora in Ferrara un teatro stabile; ma ve n'era uno provvisorio, che bastava alla rappresentazione delle commedie, la quale, per altro, tranne congiunture eccezionali, non aveva luogo che nel carnevale soltanto. Ercole aveva a quest'oggetto disposta una sala nel Palazzo del Podestà, grande edifizio di architettura gotica, dirimpetto ad uno de' lati del Duomo, ed oggi tuttora esistente, chiamato Palazzo della Ragione. La sala era, mercè un andito, in comunicazione con la residenza stessa.
L'elevata scena, detta alloraTribunale, aveva un 40 braccia in lunghezza e 50 in larghezza. V'erano case di legno dipinto e tutto l'occorrente ad uno scenario, rocce, alberi, e simili. Di contro agli spettatori la scena era chiusa da una parete di legno ornata di merli a guisa di muro. Nel mezzo del proscenio era l'orchestra, e ivi sedevano pure tutti gl'illustrissimi principi e ambasciatori. La grandissima sala, che serviva per gli spettatori, conteneva tredici file di sedie, fornite di cuscini, divise in modo che le donne rimanevan nel mezzo e gli uomini dai due lati. Tutta la sala era capace di un 3000 persone.
Ercole stesso, standosene forse ai suggerimenti dello Strozzi, dell'Ariosto, del Calcagnini e di altri umanisti di Ferrara, avrà disposto il teatro. Quelli e altri accademici vi rappresentavano forse alcune parti; ma il duca avrà chiamato attori anche da altri paesi, da Mantova, Siena e Roma. Difatto, tra uomini e donne, non eran meno di 110 personaggi. Egli fece pure allestire una nuova guardaroba. L'espettazione per simile produzione in così solenne occasione doveva esser grandissima.
Le feste cominciarono il 3 febbraio, e presto fu notato che la bellezza delle tre donne eminenti, Lucrezia, Isabella e la duchessa d'Urbino, dava alle stesse luce e decoro. Eran esse nel numero delle più belle dame del tempo loro; e gl'intendenti potevan forse dubitare quale, d'Isabellao Lucrezia, fosse più degna del pomo di Paride. La nobile marchesa di Mantova era, certamente, di sei anni più anziana della cognata; pure era una perfetta figura di donna. Con femminile gelosia ella osservava la persona di Lucrezia. Nelle lettere, che giornalmente scriveva al marito in Mantova, descriveva con ogni minutezza i vestiti della rivale; ma non una parola delle attrattive di lei. «Della figura di madonna Lucrezia — scriveva così sin dal primo febbraio — mi taccio, poichè so che Vostra Eccellenza la conosce di vista.» In altra lettera del 3 febbraio dava, tutta piena di sè, ad intendere al marito, che, quanto alla persona e al seguito suo, sperava poter sostenere il paragone con le altre, e forse anche ottenere la palma. Con un giudizio identico una sua dama di compagnia, la marchesana di Cotrone, cercava confortare il marito di lei, il marchese di Mantova, scrivendogli: «La sposa non ha nulla di singolare, quanto a bellezza; ma hadolce ciera. E malgrado delle sue molte dame, e dell'illustrissima madonna di Urbino, ch'è bella assai, e mostra in verità di essere degna sorella di Vostra Eccellenza, nondimeno, alla mia illustrissima signora Isabella, nel parere de' nostri e di quanti son qui venuti con questa duchessa di Ferrara, spetta il vanto di essere la più bella. E ciò è fuori di dubbio; mentre accanto alla Signoria Sua tutte le altre erano un nulla. Epperò a tal riguardo noi porteremo il palio nella casa della mia padrona.»[203]
La prima sera delle feste fu dato un ballo nella sala grande della residenza. Il concorso fu tanto, che lo spazio non bastò. Lucrezia, sotto un baldacchino d'oro sontuosissimo, sedeva sur una tribuna, ove presero posto anche le principessedi Mantova e di Urbino e altre donne illustri, e da ultimo gli ambasciatori. Era quindi concesso, nonostante la folla, ammirare la raggiante bellezza di quelle donne, e gli abiti ricchi e le gioie preziose. Un ballo nella Rinascenza non aveva le forme rigide della moda odierna: era un diletto più naturale ed insieme più semplice: spesso ballavan donne con donne, e si ballava anche soli. Quanto a' modi di ballare, predominavano già i Francesi; mentre in quel tempo la Francia cominciava già a dettare le sue mode agli altri popoli. Nondimeno v'erano pure danze spagnuole e italiane. Lucrezia era una danzatrice seducente; e volentieri faceva mostra dell'arte e della grazia sua. Essa scese dalla tribuna e ballò più volte balli spagnuoli e romaneschi al suon di tamburini.[204]
Dopo il ballo ebbe luogo la rappresentazione drammatica con tanta impazienza attesa. Il duca fece prima venire innanzi tutti gli attori in maschera e vestiario da scena per passarli a rassegna. Il drammaturgo o direttore della compagnia si presentò sotto la figura di Plauto; ed espose brevemente il programma teatrale, cioè dire, l'argomento di tutte le opere da darsi nelle cinque sere. La scelta di commedie di autori drammatici viventi non offrì al duca nel 1502 difficoltà di sorta, essendovene poche davvero. LaCalandradel Dovizi, che pochi anni dopo ebbe tanto successo, non era scritta ancora. È vero che l'Ariosto aveva già composto laCassariae iSuppositi. Pure il nome suo non era allora grande tanto, che gli toccasse l'onore di vederli rappresentati in quella ricorrenza.[205]Di più il duca voleva unaproduzione assolutamente classica: il mondo doveva parlarne; ed in effetto l'esecuzione teatrale fu quale sin allora non era stata vista mai in Italia. Noi ne abbiamo particolareggiate descrizioni, le quali non sono state per anco messe a profitto per la storia del teatro. In modo più preciso delle posteriori relazioni intorno al Teatro Vaticano, sotto Leone X, esse mostrano la natura delle rappresentazioni drammatiche nella Rinascenza, e sono pertanto una classica dipintura del tempo.
Chi sappia immaginare, stando alle relazioni del Cagnolo, dello Zambotto e d'Isabella, tutto quello splendido pubblico di ospiti nuziali, seduto ne' più ricchi abiti su quelle file di panche, vede innanzi a sè uno de' più belli e più solenni convegni della Rinascenza. Tutto quello spettacolo così svariato di forme, tanto ricco di colori, accoppiati con quella scena anticheggiante e con quel che vi era rappresentato, le commedie plautine, e, incastrate negl'intermezzi, le pantomime e le moresche, di carattere queste mitologico, puramente fantastico e burlesco sino all'oscenità; è cosa tanto romantica, che ci fa credere trasportati nelSogno d'una notte d'estatedello Shakespeare. E il duca Ercole di Ferrara scambiamo con Teseo, il duca d'Atene, innanzi al quale e alle coppie di sposi felici vengono date commedie e balli.
Secondo il programma, dal 3 agli 8 febbraio, eccetto una sera, dovevansi l'una dopo l'altra recitare cinque commedie di Plauto. Negl'intermezzi dovevano aver luogo azioni musicali e moresche. La moresca era ciò che oggi chiamiamo il ballo, la pantomima intrecciata con la danza. L'origine sua risale all'antichità; e l'uso di essa si lascia già scoprire nel più oscuro Medio Evo. Primitivamente era una danza pirrica in vestiario scenico; e, come tale, si mantenne sino a' tempi nostri. Ricordo averla vista ancora nel 1852 ballare pubblicamente nel Porto di Genova. Tolse ilnome, a mio credere, da questo, che in tutti i paesi latini, che ebbero a subire l'invasione de' Saraceni, la danza pirrica voleva quasi rappresentare una pugna tra Cristiani e Mori, e, per ragione di contrapposto, usava far apparire questi ultimi sotto la figura di neri. Poi il concetto di moresca fu esteso ed applicato a significare il ballo in generale. Con accompagnamento di flauti e violini s'eseguivano, ballando, scene d'ogni specie tratte da' miti antichi, dalla vita cavalleresca come dalla comune. Vi erano pure danze di persone mostruosamente fantastiche, di rozzi idioti e villanzoni e contadini, di selvaggi e satiri, ne' quali fioccavan bastonate a tutt'andare, nel più barbaro modo che mai. Sembra che questo ballo romantico abbia proprio in Ferrara servito di spinta allo svolgimento di una particolare coltura. Quella città fu difatti la culla dell'epopea romantica, di Mambriano e di Orlando. Non accade dire che, lo stesso come a' dì nostri, il ballo aveva pel pubblico la massima attrattiva. Ad una commedia plautina invece, che su uomini, che sentono alla moderna, non può avere altro effetto che di un giuoco di burattini, quel pubblico, se era di buona fede, doveva provare noia veramente profonda. E le rappresentazioni duravano 4 a 5 ore, dalle 6 o 7 di sera alla mezzanotte.
La prima sera, poichè il duca ebbe condotto gli ospiti nella sala del teatro, e questi ebbero preso posto, venne prima fuori Plauto avanti alla principesca coppia, e recitò un complimento. Quindi cominciò la rappresentazione dell'Epidico. Terminato il primo atto, e così anche dopo gli altri, seguì il ballo. Con l'Epidicos'innestaronocinque bellissime moresche. Comparvero prima dieci gladiatori; al suon di tamburini fecero una danza pirrica, con celere movimento e con varie armi. Alla seconda presero parte dodici persone in altro vestiario. La terza rappresentava un carro, tirato da un unicorno e guidato da una giovinetta. V'eransopra alcuni uomini legati a un tronco e, seduti fra cespugli, quattro suonatori di liuto. La donzella sciolse i primi, che, scesi, fecero la moresca; mentre gli altri cantavan bellissime canzoni. Almeno così assicura il Gagnolo; ma la marchesa di Mantova, di gusto così raffinato, stimò invece la musica tanto tetra da non meritar quasi menzione alcuna. Nelle sue notevoli lettere Isabella si mostra critica acuta non solo degli spettacoli teatrali, ma di tutte le feste date in occasione delle nozze. La quarta moresca fu ballata da dieci Mori, con candelotti accesi in bocca. La quinta di nuovo da dieci uomini vestiti in modo fantastico, con piume al capo e aste in mano, in cima delle quali ardeva un gran fuoco. Finito l'Epidicoe le moresche, furono anche regalati esercizii ginnastici.
Il 4 febbraio, venerdì, Lucrezia non si lasciò vedere prima del mezzogiorno. Il duca frattanto condusse gli ospiti in giro per la città. S'andò a far visita ad una santa donna, suora Lucia di Viterbo, che Ercole, rigoroso credente, si era tirata a Ferrara come una rarità preziosa. La monaca ogni venerdì rinnovava la Passione; mentre nel corpo suo apparivano le Stimate ne' cinque luoghi, com'ebbe Cristo. E difatti ella donò all'ambasciatore francese alcune pezzuole, che aveva tenuto sopra le Stimate; e monsignor Rocca Berti le tolse con grande devozione. Di lì s'andò a vedere il vecchio castello, ove il duca fece mostra dell'artiglieria ferrarese, materia prediletta degli studii suoi. S'andò poscia ad aspettare madonna Lucrezia, la quale apparve più tardi nella grande sala, accompagnata da tutti gli ambasciatori. Si ballò sino alle 6 di sera; e quindi ebbe luogo la rappresentazione, leBaccadi, che durò cinque ore. Isabella la trovò smisuratamente lunga e noiosa. Vi furono anche balli come nell'Epidico. Persone vestite di panno color di carne tenevano in mano, danzando, torce che ardevano spandendo odorosi effluvii.Altre figure fantastiche eseguirono una lotta danzante con un drago.
Il giorno appresso Lucrezia fu invisibile. Era occupata a lavarsi il capo e a scrivere lettere. Gli ospiti nuziali si contentarono d'andare a zonzo per Ferrara. Non vi fu alcuna festa officiale. L'ambasciatore Francese mandò regali a' principi della casa in nome del re di Francia: al duca uno scudo d'oro smaltato con un San Francesco, lavoro parigino di molto pregio; al principe erede, Alfonso, uno scudo simile con l'immagine di Maria Maddalena, e a proposito di ciò l'ambasciatore faceva notare, che Sua Altezza aveva scelto una sposa pari in virtù e grazia alla Maddalena:quae multum meruit, quia multum credidit. Forse fu questo presente per Alfonso, allusivo alla Maddalena, una pensata ironia da parte del re di Francia. Alfonso ricevette pure una istruzione intorno al modo di fondere i cannoni. Anche Don Ferrante ebbe similmente in dono uno scudo d'oro. Lucrezia ebbe una corona di globi d'oro sottilmente lavorati, e pieni di muschio. Ad Angela, la sua seducente dama di compagnia, toccò una collana d'oro di gran costo.
Il rappresentante di Francia fu trattato con ogni possibile carezza. Il sabato stesso l'invitò a cena la marchesa di Mantova; e a tavola lo fece sedere in mezzo a lei e alla duchessa d'Urbino. «S'intrattennero — così racconta il Gagnolo —in molte parole amorose e atti soavissimi e accostumati. Dopo cena, per compiacere al signor ambasciatore, la marchesacol liuto in mano cantò diverse canzoni con melodia e soavità grandissima. Lo menò poscia secolei in camera, ove quasi per un'ora, in presenza di due donzelle di compagnia, stetteroin diversi colloquii secreti. Ella si cavò quindi i guanti e glieli porse in regaloamorosamente e con accomodate parole; e il signor ambasciatore gli accettò con riverenza ed amore, come quelli che derivavano da quella vaghissima fonte. In verità, egli ha riservati i guanti in santuariousque in consumationem saeculi.» Noi vogliamo credere al Gagnolo, e ammettere anche che pel fortunato ambasciatore di Francia codesta reliquia di una bella e florida dama fosse preziosa altrettanto quanto i cenci statigli regalati dalla povera suora Lucia.
La domenica, 6 febbraio, in Duomo vi fu ufficio solenne. Un cameriere papale consegnò a Don Alfonso la berretta e la spada consacrata, mandategli da Alessandro VI. L'arcivescovo, innanzi all'altare, l'una gli pose in testa e gli dètte l'altra in mano. Dopo mezzogiorno i principi d'Este e le principesse presero madonna Lucrezia dal suo appartamento, e la condussero nella sala del festino. Si danzò per due ore. Con una damigella di compagnia Lucrezia fece alcuni balli francesi. La sera fu dato ilMiles gloriosus. Una delle moresche in quella rappresentazione dovett'essere davvero una danza mostruosa: dieci pastori cozzavan fra loro, armata la testa di corna di becco.
Il 7 febbraio sulla Piazza del Duomo vi fu torneo a cavallo fra un Bolognese e un Imolese, e si terminò senza sangue. La sera fu data l'Asinaria, con una moresca veramente bizzarra. Apparvero quattordici satiri, fra' quali uno con in mano una testa d'asino inargentata, e dentro un oriuolo a suono. I satiri danzarono su quella melodia; fecero poi una caccia di uccelli d'ogni specie e di bestie feroci. A questa rappresentazione tenne dietro nel secondo intermezzo una produzione di otto cantori, fra i quali una donna di Mantova, che si fece sentire con accompagnamento di tre liuti. Alla fine fu data una moresca rappresentante tutta la serie de' lavori campestri, aratura, seminagione, mietitura e battitura delle biade; e quindi celebrazione delle feste della mèsse. Questo ballo allegro e spigliato, forse il meglio riuscito di tutti, si chiuse con un ballo campestre al suono di zampogne.
L'ultimo dì delle feste, l'8 febbraio, era anche l'ultimodi carnevale. Gl'inviati, che subito dopo volevan partirsi, presentarono donativi alla sposa, parte in belle stoffe, parte in argento lavorato. Il più curioso le venne da' rappresentanti di Venezia. L'eccelsa Repubblica aveva mandato per le feste a Ferrara due nobili uomini, Niccolò Dolfini e Andrea Foscolo, entrambi vestiti con gran lusso a spese dello Stato. Il vestimento allora non era men costoso che bello, e i sarti della Rinascenza non potrebbero che guardare con disdegno quei de' giorni nostri. In quel tempo, quando l'arte era nel massimo fiore, anche i sarti erano veri e proprii artisti. Lavoravano nelle stoffe più preziose, velluto, seta e broccato d'oro; e i colori, l'andatura delle pieghe, e il taglio degli abiti, tutto ciò era fornito da pittori. Il vestito era adunque qualcosa, cui s'annetteva il più alto valore, qual condizione essenziale all'apparenza della bella persona. Tutti i relatori delle feste di Ferrara non tralasciarono mai di notare con ogni particolarità gli abiti, che in ciascuna solennità vestivano Lucrezia e altre dame di alta origine, e descrissero anche quelli degli uomini. Quanto, in punto di vestito, si mettesse importanza sempre e in ogni luogo, lo mostran pure le relazioni che i Veneziani mandarono in patria, e che Marin Sanudo ha inserite nel suoDiario. E ancora meglio lo prova il fatto, che i due ambasciatori di Venezia, prima di muovere per Ferrara, dovettero mostrarsi pubblicamente innanzi al Senato riunito ne' loro abiti nuovi; grandi mantelli in forma di pallii di velluto cremisino foderati di ermellino e con cappucci simili. Più di 4000 persone erano ad ammirarli nella sala del Gran Consiglio, e la Piazza di San Marco era gremita di popolo curioso di vederli quasi bestie rare e maravigliose. I nuovi abiti richiesero l'uno 32 e l'altro 28 braccia di velluto.[206]Appunto questi pallii portarono gl'inviati,qual regalo di nozze, alla duchessa Lucrezia, siccome era stato deciso dalla Signoria di Venezia.[207]Il bizzarro presente fu offerto con forme di pretensione insieme e d'ingenuità. I due nobili signori tennero dapprima un lungo discorso, l'uno in latino, l'altro in italiano; poscia, ritiratisi nell'anticamera e toltesi quivi le superbe vesti, andarono a consegnarle alla sposa. La natura del regalo e la pedanteria degli esibitori furono, del resto, materia di scherno e di riso alla corte di Ferrara.[208]
La sera si ballò l'ultima volta, e s'assistette quindi all'ultima produzione teatrale, laCasina. Prima che questa cominciasse, fu suonata una musica del Rombonzino, e insieme furon cantate barzellette in lode degli sposi. Anche nellaCasinafurono incastrati parecchi pezzi di musica. Al terzo intermezzo sei violinisti suonarono benissimo, e tra questi si produsse come dilettante anche Don Alfonso. Sembra che specialmente in Ferrara l'arte di suonare il violino avesse toccato un grado di notevole perfezione, perchè, quando Cesare Borgia nel 1498 andò alla Corte di Francia, richiese il duca Ercole di alquanti suonatori per condurli seco in Francia, ove simili artisti eran molto ricercati.[209]
Il ballo consistette in una danza di rozzi uomini, che si contrastavano il possesso di una bella fanciulla, sinchè non apparve il Dio d'amore, accompagnato da musici, che la liberò da quelle strette. Poscia si vide una grandissima palla che si divise in due, e cominciò d risuonare di musicali accordi. Vennero infine dodici Svizzeri conalabarde e con bandiera nazionale ed eseguirono con gran destrezza una danza pirrica.
Se, come il Gagnolo riferisce, le rappresentazioni drammatiche terminarono con questa scena, si sarebbe potuto rimproverare all'ordinatore della festa il poco buon senso, anzi il manco di spirito. Le moresche riunivano in sè il doppio carattere dell'opera e del ballo; ed esse furono le uniche produzioni inventate per queste feste nuziali. Ma se si paragona le feste di Ferrara con quelle date in occasione degli sponsali di Lucrezia al Vaticano, è certo che le prime restano di molto inferiori. Perchè nelle feste di Roma noi vedemmo commedie pastorali con allegorie allusive a Lucrezia, a' principi di Ferrara, a Cesare ed Alessandro. Invece in quelle di Ferrara non l'ombra di scene di tal genere, tutte ingegnose o almeno tenute per tali.
Malgrado al lusso spiegato dal duca, le sue feste ci sembrano monotone e atte a indurre stanchezza; ma, sicuramente, andarono a genio alla maggioranza di quei che v'assistettero. Isabella veramente ne diede giudizio sfavorevole. «In realtà — così scriveva al marito — queste nozze sono molto fredde. A me sembrano mille anni di esser di nuovo a Mantova, per rivedere Vostra Eccellenza e il mio figliuolino, e di allontanarmi di qua, ove non è briciolo di piacere. Vostra Eccellenza dunque non ha da invidiarmi per la presenza a queste nozze, le quali sono riuscite così gelate; che quasi invidio piuttosto lei di essersi rimasto a Mantova.» Questo giudizio della nobile donna fu evidentemente ispirato anche dalla profonda repugnanza sua per l'unione del fratello con Lucrezia. Nondimeno dovette essere anche in parte determinato dal carattere di quelle feste; mentre la marchesa espressamente lamentava la stanchezza e la noia, ond'era oppressa.[210]
Appena finite le feste, anche la marchesa tornò a Mantova. L'ultima lettera sua al marito da Ferrara porta la data del 9 febbraio. Da Mantova poi scrisse il 18 la prima lettera alla cognata Lucrezia:
«Illustrissima Signora. — L'amore che io porto alla Signoria Vostra, e il desiderio di sapere che ella persevera in quella buona salute, come al momento della mia partenza, mi fanno credere che anch'ella sia nell'espettazione stessa rispetto a me. Epperò, nella speranza di farle cosa grata, le significo ch'io sono arrivata sana e salva lunedì in questa città. Vi ho trovato anche in ottima convalescenza il mio Illustrissimo Signor consorte. Resta ch'io intenda parimenti della signoria Vostra lo stesso, acciò possa pigliarne piacere, come di sorella cordialissima. E benchè reputi superfluo offrirle le cose sue, nondimeno una volta per tutte voglio ricordarle, che la può disporre della persona e della facoltà mia non altrimenti che delle sue proprie. Me le raccomando per sempre, e la prego di volermi raccomandare al di lei Illustrissimo Signor consorte, mio fratello onorandissimo.»[211]
Lucrezia rispose il 22:
«Mia Illustrissima Signora Cognata e Sorella onorandissima. — Abbenchè sarebbe stato debito mio il prevenire Vostra Eccellenza nelle prove di amorevolezza, ch'ella s'è degnata usare verso di me, nulladimeno volentieri mi rassegno alla mia negligenza per questo solo, che l'Eccellenza Vostra m'abbia per tal guisa tanto più obbligata al servizio suo. Non potrei giammai esprimerle con quanta consolazione e contentezza abbia inteso il suo prospero arrivo in Mantova e la buona salute dell'illustre suo signor consorte. Possa lo stesso, assieme all'Eccellenza Vostra, come io ne prego Dio, esser preservato in prosperità e aumento di buono e felicestato secondo il desiderio loro. E per ubbidire, come desidero e debbo, al comando dell'Eccellenza Vostra, le significo che anch'io per grazia di Dio mi trovo bene e sempre pronta a far cosa che le sia grata. — Ferrara, 22 febbraio 1502. Devota Sorella, che desidera servirla, Lucrezia Estensis de Borgia.»[212]
Con questa lettera officialmente cortese cominciò il carteggio fra le due celebri donne, continuato per lo spazio di 17 anni. Ciò prova che la marchesa, sul principio ostile, divenne più tardi sincera amica della cognata.
Il duca di Ferrara fu di tutto cuore contento, quando gli ospiti presero finalmente la via d'andarsene. Solo madonna Adriana, Jeronima e quella Orsini innominata non diedero segno di voler tornare a Roma. Alessandro le aveva incaricate di rimaner colà, sino a che non giungesse la moglie di Cesare. Dovevano andare incontro a costei sino in Lombardia, e poscia accompagnarla a Roma. Se non che la duchessa di Romagna, malgrado delle premurose sollecitazioni del nunzio, non aveva voluto abbandonar la Francia. Suo fratello soltanto, il cardinale d'Albret, era giunto in Ferrara il 6 febbraio; ma ben presto continuò la strada per Roma.
Adriana, come prossima parente del Papa e di Lucrezia, era stata alla corte di Ferrara trattata assai onorevolmente, ed era anche entrata in relazione molto intima con la marchesa Isabella. Fa prova di ciò una lettera di quest'ultima, diretta ad Adriana, lo stesso giorno 18 febbraio, nel quale scrisse a Lucrezia. Vi si parla di una persona statale raccomandata in Ferrara da Adriana in proprio nome e anche a nome di madonna Giulia; donde risulta che quella innominata Orsini non era la Giulia Farnese.[213]
Ercole desiderava ardentemente la partenza di quelle donne.
In una lettera del 14 febbraio al suo ambasciatore Costabili in Roma lagnavasi con certa vivacità della inutile dimora delle stesse alla corte sua. «Noi vi diciamo — così scrivevagli — che la presenza delle nominate madonne fa sì che gran numero di altre persone, uomini e donne, rimangano similmente qui, aspettando la partenza di quelle; il che è peso grande ed insopportabile dispendio. Perchè se si conta tutt'insieme il numero delle persone del seguito di queste donne e di altre, restano ancora qui quasi 450 uomini e 350 cavalli.» Ciò egli, l'ambasciatore, potere rappresentare al Papa, ed i viveri esser consumati, e la duchessa di Romagna non esser per venire per Pasqua; e quanto a lui non poter più fare le spese, avendo già per le feste delle nozze erogato più di 25,000 ducati. Il Papa poteva quindi richiamare quelle donne. In un poscritto aggiungeva: «Io ho licenziati i gentiluomini dell'Illustrissimo Signor Duca di Romagna, dappoi che sono stati qui dodici giorni, perchè era gente impertinente, e la presenza loro era senza alcun frutto per Sua Santità e pel Duca di Romagna.»[214]
Finalmente le importune donne partirono; ma, a quel che pare, più tardi che ad Ercole non piacesse. V'è difatti un dispaccio dell'inviato Gerardo Saraceni da Roma del 4 maggio, col quale informa il duca, che monsignor di Venosa e madonna Adriana, ritornati da Ferrara, avevano espresso al Papa la loro gratitudine per l'amorevole accoglienza colà trovata.
Lo stesso giorno 14 febbraio Ercole scrisse una letteraal Papa, il cui tenore, tolte alcune frasi, non aveva nulla di simulato:
«Santissimo Padre e Signore. — Prima che l'illustrissima duchessa, nostra figliuola comune, giungesse qua, era mia ferma intenzione, come si conveniva, di accoglierla con benevolenza e con onore, e in alcuna cosa non mancare che tenesse a mostrarle particolare affetto. Ora, da che Sua Signoria è arrivata, mi ha talmente soddisfatto per le virtù e degne qualità trovate in essa, che non solo mi son raffermato in quella mia buona disposizione, ma altresì il desiderio e l'animo di far così è in me grandemente cresciuto, tanto più che veggo la Santità Vostra per un Breve di sua mano farmene amorevolmente ricordo. Stia adunque Vostra Santità di buon animo; mentre io userò verso la duchessa in tali termini, che la Beatitudine Vostra abbia a riconoscere come io la tenga per la più cara cosa che abbia al mondo.»[215]
Sin dal primo entrare nel castello degli Este, Lucrezia appartenne interamente a nuove relazioni, a nuovi interessi, si può dire, a un mondo nuovo per lei. Si trovò come principessa in uno de' più ragguardevoli Stati italiani e in una città a lei straniera, che da mezzo secolo a quella parte era diventata sì importante, che lo spirito della coltura nazionale v'aveva trovata una nuova sede e una nuova forma. Si vide accolta in una delle più cospicue case principesche d'Italia, che tempo e storia insieme avevan circondata di splendore veramente romantico. Una fortuna straordinaria e immensa l'aveva fatta entrare in quellacasa famosa, della quale ella stessa ora doveva rendersi degna.
La stirpe degli Este era, accanto all'altra de' duchi di Savoia, la più antica e più eccelsa d'Italia. Anzi la seconda era dalla prima ecclissata per l'importanza dello Stato di Ferrara, grazie alla sua posizione geografica.
Ecco in breve la storia degli Este:
I signori, che ebbero il nome feudale da un piccolo castello tra Padova e Ferrara, ripetevan l'origine loro dalla invasione longobardica, e da una famiglia, il cui stipite chiamavasi Alberto. I nomi Adalberto e Alberto ebbero in italiano la forma di Oberto, che nel diminutivo si trasformò in Obizzo e Azzo. Nel X secolo apparisce un marchese Oberto, che fu partigiano di re Berengario prima, poi di Ottone il Grande. È ignoto da qual territorio togliessero il titolo di Marchesi egli e i prossimi discendenti suoi. Furono, ad ogni modo, grandi signori in Lombardia come in Toscana. Un pronipote di Oberto, Alberto Azzo II, vien ne' documenti nominatoMarchio de Longobardia. Egli dominava da Mantova all'Adriatico e alla valle del Po, ove possedeva Este e Rovigo. Sposò Cunigonda, sorella del conte Guelfo III di Suabia. Così la famosa stirpe tedesca de' Guelfi si unì con quella degli Oberti, ed entrò nella cerchia delle relazioni italiane. Venuto a morte Alberto Azzo nel 1096 in età di più di 100 anni, lasciò i figli Guelfo e Folco. Costoro furono i progenitori della casa d'Este in Italia e della casa guelfa di Braunschweig in Germania. Guelfo difatti ereditò i beni di suo avo materno Guelfo III, col quale nel 1055 erasi estinta la linea maschile della casa sua. E andò in Germania; vi divenne duca di Baviera, e fondò la linea de' Guelfi.
Folco ereditò i possedimenti italiani del padre, e consolidò la linea degli Este. Nella gran lotta degl'imperatori tedeschi col Papato i marchesi d'Este furono aspri e tenacissimicombattenti; prima seguaci fervorosi, poscia capi del partito guelfo; il che valse a fondare il loro potere anche in Ferrara.
Gl'inizii primi di questa città furono oscuri e ignoti. Si crede che fosse venuta su al tempo delle immigrazioni forestiere. Dopo la donazione di Pipino e di Carlomagno la Chiesa pretese di averne il possesso. Fu compresa anche nella donazione della contessa Matilde. Nelle guerre tra il Papa e l'imperatore, cui diè alimento la disputa intorno l'eredità di Matilde, Ferrara acquistò la sua autonomia come repubblica.
Il XII secolo era sul finire, quando gli Este cominciarono a mettervi piede. Il nipote di Folco, Azzo V, sposò in quel tempo Marchesella Adelardi, erede del capo dei Guelfi nella città; mentre Salinguerra v'era capo de' Ghibellini. Da quel momento i marchesi d'Este andaron man mano guadagnando influenza in Ferrara. Essi divennero capi del partito guelfo anche nell'Alta Italia.
L'anno 1208 riuscì ad Azzo VI di scacciare Salinguerra. La città era così profondamente stanca della lunga lotta partigiana, che diede al vincitore la qualità ereditaria di Podestà. Fu questo il primo esempio di spontanea dedizione di una libera repubblica alla mercè di un signore. Così gli Este furono i primi a fondare un potere dinastico sulle rovine di una repubblica. L'audace Salinguerra, figura eroica delle più notevoli del tempo degli Hohenstaufen in Italia, scacciò di Ferrara ripetute volte Azzo e il successore di lui Azzo VII, sino a che nel 1240 non soggiacque e finì di vivere nel carcere. Dopo d'allora gli Este furono padroni di Ferrara.
Per un certo tempo, durante l'esilio avignonese de' papi, ne furono scacciati per opera della Chiesa; ma ritornarono il 1317, chiamativi da' cittadini che s'eran sollevati contro il luogotenente di quella. Giovanni XXII gli confermòcon diploma d'investitura, mercè il quale ricevevano Ferrara in feudo dalla Chiesa contro l'annuo tributo di 10,000 fiorini d'oro. Oramai gli Este ordinarono il loro Stato come tiranni di Ferrara. Era uno Stato, cui il perdurare della dinastia fra tante guerre rese consistente. La dinastia degli Este non fu, come quelle di quasi tutte le altre dominazioni italiane, il prodotto di momentanee conquiste, d'intrusi illegittimi, ma antica, ereditaria, fortemente abbarbicata.
Con Aldobrandino, signore di Ferrara, di Modena, Rovigo e Comacchio, cominciò a venire al potere una serie di principi la maggior parte illustri, mercè i quali la città di Ferrara potè levarsi a quell'importanza, ond'era in possesso al cominciare del secolo XVI. Ad Aldobrandino successero i fratelli, Niccolò dal 1361 al 1388, e Alberto sino al 1393. Poi sino al 1441 dominò il figliuolo di costui Niccolò III, uomo di spiriti gagliardi e bellicosi. Essendo i suoi figli legittimi Ercole e Sigismondo minorenni, gli successe il suo bastardo Lionello. Questo principe non solo continuò quello che il padre aveva iniziato; ma fece di Ferrara uno Stato splendido e temuto. Il grande Alfonso di Napoli gli diè in moglie nel 1444 la figlia Maria; e per tal guisa gli Este si strinsero in intimo legame con la Casa reale degli Aragonesi. Lionello fu savio e liberale, cultore di ogni arte e scienza, principe dinome immortale. Nel 1450 gli successe il fratello Borso, al pari di lui bastardo, usurpando anch'egli il posto ai figliuoli legittimi di Niccolò III.
Borso fu uno de' principi più splendidi e grandiosi del tempo suo. Federico III, di ritorno dal suo viaggio d'incoronazione, lo nominò in Ferrara duca di Modena e Reggio, conte di Rovigo e Comacchio, paesi che appartenevano tutti all'Impero. D'allora in poi gli Este, la cui arma era stata un'aquila bianca, presero l'aquila nera imperiale,alla quale unirono i gigli di Francia, che un tempo Carlo VII aveva loro concessi. Il 14 aprile 1471 anche Paolo II nominò in Roma Borso duca di Ferrara. Poco dopo, il 27 maggio, questo principe famoso morì nubile e senza discendenti.
Gli successe Ercole, figliuolo legittimo di Niccolò III. Per tal guisa il governo ritornò alla linea pura degli Este, dopochè, per opera appunto di due bastardi, Ferrara era diventata uno Stato potente. Nel giugno 1473 Ercole si ammogliò con Eleonora di Aragona, figliuola di Ferdinando di Napoli. Le feste pel matrimonio furono sontuosissime. Da quel tempo sino al giorno, in cui questo secondo duca di Ferrara con altrettanta pompa univa Lucrezia in matrimonio con suo figlio, eran scorsi 29 anni di lotte molte e varie. Ercole aveva corso il massimo pericolo, onde lo Stato suo potesse essere minacciato: la guerra di Venezia e di papa Sisto IV contro di lui, la quale il 1482 fu terminata felicemente, non senza però la cessione di alcuni territorii in favore de' Veneziani. Ma il pericolo poteva rinnovarsi. Accanitissimi nemici del suo Stato erano sempre Venezia e la Chiesa. La sua politica quindi prescrivevagli di collegarsi con Francia, la quale comandava a Milano e forse poteva rendersi per sempre padrona di Napoli. Per questo motivo stesso erasi visto nella necessità di dare in moglie a suo figlio Lucrezia Borgia, a condizioni però vantaggiosissime. Lucrezia adunque poteva aver coscienza dell'alta significazione che la persona sua aveva per lo Stato di Ferrara. E ciò sin dal bel principio svegliò in lei il sentimento della sicurezza, rispetto alla nobile casa, cui ella omai apparteneva.