V.

Il duca destinò Castel Vecchio a residenza degli sposi. Ivi Lucrezia stabilì la sua corte officiale. Il celebre castello esiste tuttora come uno de' più grandiosi monumenti medievali. Esso torreggia su tutta Ferrara ed è visibile damiglia lontano. Il color rosso scuro; il carattere grave e triste, congiunto ad una regolarità architettonica, che può dirsi perfetta; le quattro poderose torri; tutto ciò produce addentro impressione fortissima, specialmente al chiaro di luna, quando queste ultime riflettono la loro ombra nell'acqua del fossato, onde il castello ancora oggi, come in antico, è intorno ricinto. Alla fantasia dell'osservatore riappariscono allora le figure de' personaggi notevoli, che una volta v'abitarono o lo animarono: Ugo e Parisina Malatesta,[216]Borso, Lucrezia Borgia e Alfonso, Renata di Francia e Calvino, l'Ariosto, Alfonso II, l'infelice Tasso ed Eleonora.

Castel Vecchio fu fatto edificare dal marchese Niccolò nel 1385, dopo una sommossa cittadina. I successori lo compirono e ornarono nell'interno. Mercè cammini coperti era in comunicazione con la residenza dirimpetto al Duomo. Prima che Ercole allargasse Ferrara dal lato settentrionale, il castello rimaneva alla parte estrema, presso le mura. Una delle torri, quella chiamatadel Leone, copriva la porta della città. Un braccio del Po, che allora scorreva in vicinanza, forniva d'acqua il fossato, sul quale si passava su ponti levatoi.

Al tempo di Lucrezia l'aspetto del castello era qual è ora solo nella sua forma essenziale. I comignoli delle torri sono di tempo posteriore. Le torri stesse erano più basse. Avevano merli, e così pure tutte le mura, come il castello dei Gonzaga in Mantova: intorno intorno armate de' cannoni fatti fondere da Alfonso. L'interno era una corte con portici, quadrata e lastricata. Si mostrò quivi a Lucrezia il luogo, ove Niccolò III, nel 1425, fece tagliareil capo all'infelice suo figlio Ugo e alla matrigna, la bella Parisina. E la lugubre memoria dovette suggerire alla figliuola di Alessandro di esser fedele al marito.

Ampie scale di marmo menavano a' due appartamenti del castello, de' quali quello al primo piano serviva di residenza a' principi. Era una fila di sale e di camere. Col tempo tutto è così mutato, che anche quei, che più a fondo conoscono Ferrara, confessano non saper più ove fosse l'abitazione di Lucrezia. Anche delle pitture, che gli Este vi fecero fare, rimangono appena alcuni affreschi del Dossi e uno d'altro maestro.

La residenza in quel castello dovette forse essere sempre malinconica e alquanto oppressiva. Ciò era in armonia col carattere di Ferrara. Anche oggi la città reca l'impressione di una serietà cupa e monotona. Quando dall'alto de' merli del castello guardi quella estesissima pianura riccamente coltivata, pur sempre uniforme, priva di un bello orizzonte, mentre le Alpi di Verona appena si disegnano in lontananza, e il più prossimo Appennino non ha aspetto gran fatto maestoso; quando guardi quella massa nera della città, un senso di maraviglia ti assale, pensando come mai la gioconda poesia dell'Ariosto sia nata in quel luogo. Il cielo, la terra e il mare atti ad ispirarlo avrebbe dovuto piuttosto cercare in quel eliso di Sorrento, che fu culla del Tasso. Una prova di più della verità sovente osservata, che la fantasia poetica è indipendente dai luoghi.

Ferrara giace in una pianura malsana, attraversata dai rami del Po e da parecchi canali. Il fiume principale non dà punto vita alla città nè alla campagna, perchè scorre lontano molte miglia. Mura poderose con quattro porte cingevano la città d'ogni lato. Al tempo di Lucrezia, oltre Castel Vecchio sull'estremità nordica, v'era pure dal lato sud-occidentale Castel Tealto o Tedaldo. Questafortezza era posta sur uno de' rami del Po. Aveva una porta, per la quale s'entrava in città, mentre un ponte di barche menava dall'altro lato al sobborgo San Giorgio. Per questa porta Lucrezia aveva fatto il suo ingresso. Di Castel Tedaldo oggi non resta più nulla; fu distrutto sul principiare del secolo XVII, quando il Papa, espulsi i discendenti di Alfonso, fece edificare la nuova grande fortezza.

Ferrara aveva spaziose piazze e strade regolari con portici. Sulla piazza principale era il Duomo, ragguardevole edifizio di stile gotico-lombardo dell'anno 1135, nel quale fu consacrato. L'alta facciata, divisa in tre parti e con tre frontoni formati di tre serie di archi, che partecipano del gotico e del romano, poggiati su colonne, e con le antiche sculture, tutte annerite dal tempo, ha un'apparenza veramente singolare, che sente insieme dell'originalità medievale e di bizzarro romanticismo. Nulla colpisce oggi tanto in Ferrara quanto la prima vista di codesta facciata. Si crede aver dinanzi una figura del favoloso mondo ariostesco. Rimpetto a uno de' lati della Cattedrale sta ancora il gotico Palazzo della Ragione, e stavano altra volta due vecchie torri, una delle quali chiamavasiRigobello. Di fronte poi alla facciata era la residenza degli Este. Ivi abitava Ercole, e un tempo abitò Eugenio IV, quando tenne a Ferrara il famoso Concilio. Innanzi al palazzo erano una volta le statue de' due grandi principi di Ferrara, Niccolò III e Borso: la prima equestre, l'altra seduta. Erano poste su colonne; epperò avevano piccole dimensioni. Oggi le colonne sussistono a' lati del portone: le statue furono distrutte nel 1796.

Gli Este gareggiarono con altri principi e repubbliche nell'edificare chiese e monasteri, de' quali Ferrara è ricca tuttora. Intorno l'anno 1500 più notevoli erano: San Domenico, San Francesco, Santa Maria in Vado, Sant'Antonio, San Giorgio innanzi a Porta Romana, il chiostro delCorpus Dominie la Certosa. Tutte queste chiese sono state più o meno rammodernate. Benchè alcune si distinguano per belle proporzioni e spaziosità, pure niuna ha un'individualità artistica rilevante.

Col XV secolo anche Ferrara cominciò ad arricchirsi di palazzi, che oggi pure sono il decoro della deserta città, e costituiscono una parte di gran valore della storia dell'architettura, dagl'inizii del Rinascimento sino al passaggio nel barocco. Alcuni sono in uno stato di deplorabile decadenza. Sullo scorcio del secolo XVI il marchese Alberto costruì i palazzi del Paradiso, oggi l'Università, e Schifanoja. Ercole edificò il Palazzo Pareschi. Di lui può dirsi che fosse il rinnovatore di Ferrara. Allargò la città, aggiungendovi, verso settentrione, un nuovo quartiere, l'Addizione Erculea. Questa è pur oggi la parte più splendida della moderna Ferrara. È attraversata da due strade lunghe ed ampie, il Corso di Porta Po con la sua continuazione nel Corso di Porta Mare, e la strada de' Piopponi. Passeggiando per quelle vie tranquille e solitarie, fa stupore vedere quella lunga fila di bei palazzi della Rinascenza, monumenti di una vita rigogliosa, ma ora spenta del tutto. Ercole aprì colà una piazza, e all'intorno la nobiltà vi fece elevar palazzi. La si chiama oggiPiazza Ariostea, avendo nel mezzo il monumento del grande Poeta. È forse il più bello che sia mai stato eretto ad un poeta. La statua marmorea si slancia alta e libera sopra magnifica colonna, sicchè domina tutta Ferrara. Anche la storia sua accresce al monumento fascino e attrattiva. Originariamente doveva sulla piazza essere messa la statua equestre di Ercole su due colonne. Le si trasportavano sul Po, quando l'una andò a fondo. L'altra fu impiegata nel 1675 a sostenere la statua in bronzo di Papa Alessandro VII. La quale fu abbattuta nella rivoluzione dell'anno 1796, e sostituita dalla statua della Libertà, alla cui solenne elevazione assistetteil generale Napoleone Buonaparte. Tre anni dopo gli Austriaci gettarono giù la Libertà, e la colonna restò decapitata sino al 1810, anno in cui vi fu messa la statua imperatoria di Napoleone. E questa pure cadde col cadere dell'imperatore. Finalmente nel 1835 Ferrara pose su quella colonna la statua dell'Ariosto. Niun mutamento di dominazione politica e niuna forza umana potrà mai più gettare abbasso quell'immagine da quell'altezza, ove la sostiene e protegge un poema immortale.

Nel nuovo quartiere di Ercole sursero palazzi sontuosi. Il fratello di lui Sigismondo edificò il grandioso Palazzo Diamanti, ove oggi è la Pinacoteca. I Trotti, i Castelli, i Sacrati e i Bevilacqua v'eressero i loro palazzi privati, esistenti tuttora. Ferrara era abitata da numerosa e ricca nobiltà, discendente in parte da antiche famiglie di conti. Oltre i già nominati, eran del novero: i Contrarii, i Pii, i Costabili, gli Strozzi, i Saraceni e i Boschetti, i Roverella, i Muzzarelli e i Pendaglia.

L'aristocrazia ferrarese aveva da gran tempo superato il periodo delle intestine lotte partigiane e della indomita fierezza feudale, ed era diventata cortigiana. Gli Este, e massime il battagliero Niccolò III, avevano domati e sommessi questi baroni, che originariamente vivevano nei loro feudi. Ormai essi erano al servizio del principe, coprivano i più ragguardevoli ufficii nella corte e nello Stato, ed eran capitani nell'esercito. Prendevano bensì parte, e forse con più fervore che non facesse la nobiltà degli altri Stati italiani, alla cultura dello spirito, essendo questa essenzialmente opera de' principi d'Este. Epperò alcuni nomi di grandi signori spiccano a quell'epoca nel movimento letterario di Ferrara.

L'Università ferrarese sin dalla metà del XV secolo era venuta in tanto rigoglio da stare bene, accanto a quelle di Padova e Bologna, tra le più celebri d'Italia. Era stataaperta nel 1391 dal marchese Alberto; poscia riformata da Niccolò III. All'apogeo dello splendore la condussero Lionello e Borso. Lionello fu discepolo del famoso Guarino da Verona, ed egli stesso dotto assai in ogni scienza. Fu altresì l'amico e l'idolo degli umanisti del tempo suo. Pieno d'entusiasmo, faceva collezione di manoscritti rari o li faceva copiare. Fu il fondatore della Biblioteca. Borso continuò le stesse tracce con altrettanta attività e fervore.

Già nel 1474 l'Università di Ferrara contava 45 professori, largamente retribuiti. Ercole ne aumentò il numero. Nel primo anno del suo regno fu anche introdotta l'arte tipografica.[217]

Nell'indole del popolo, come nel carattere della città, una disposizione seria si direbbe che sia l'impronta fondamentale e più risaltante. Con essa si disposava il bisogno di speculazione e di critica, come pure delle scienze esatte. Girolamo Savonarola, il profeta fanatico in quel deserto morale dei tempi borgiani, nacque in Ferrara. Lucrezia ebbe forse spesso a ricordarsi di quest'uomo, nel quale il padre suo per mano del carnefice aveva fatto soffocare la protesta delle anime ancora credenti e pure contro il Papato di lui.

L'astronomia e la matematica, le scienze naturali in generale e la medicina, che allora insieme con quelle era parte integrante delle discipline filosofiche, fiorirono specialmente in Ferrara. Il Savonarola stesso aveva dovuto studiar medicina. Suo avo Michele, celebre medico di Padova, era stato chiamato a Ferrara da Niccolò III.[218]Come medico, matematico e filosofo ed anche qual filologo vi brillava dal 1464 il vicentino Niccolò Leoniceno. Ai piedi suoi sedettero tali, che poscia furono i più famosi eruditi e poetid'Italia. Egli formava ancora l'orgoglio di Ferrara, quando v'andò Lucrezia. Invece il grande matematico Domenico Maria Novara insegnava allora in Bologna, ove aveva avuto a discepolo il Copernico.

Da questa Università vennero fuori grandi umanisti, che al tempo dell'arrivo di Lucrezia erano ancora bambini o giovanetti, fra i quali i due Giraldi e quel geniale Celio Calcagnini, che le aveva dedicato una poesia per nozze. Tutti questi uomini erano ben veduti alla corte degli Este, essendo persone tutt'altro che esclusive, ma d'ingegno versatili e facili nella forma. In verità, solo più tardi, quando la divisione del lavoro e la necessaria limitazione professionale prevalse nella scienza, la viva erudizione dell'umanismo si trasformò in pedanteria di casta.

Ma soprattutto alla poesia, e ad una particolar forma di essa, la città di Ferrara, proprio nell'epoca di Lucrezia, diè impronta affatto speciale ed assolutamente romantica. Per questa via potette divenire una di quelle città, che pe' tardi nepoti sono ancora luoghi di pellegrinaggio della civiltà. Ferrara produsse molti poeti in ambedue le lingue, latina e italiana. Pressochè tutti quegli eruditi poetavano in latino. La più parte non erano certamente che gelidi facitori di versi; ma alcuni s'elevarono al più alto grado nella letteratura poetica, sicchè anche oggi non sono dimenticati. Eran tra questi specialmente i due Strozzi, padre e figlio, e Antonio Tebaldeo. Se non che, a petto di tali poeti neolatini, ebbero importanza di gran lunga maggiore quei che in lingua italiana seppero svolgere e perfezionare l'arte epico-romantica. La lussuriosa e tanto splendida corte di Ferrara, con quel carattere di forte romanticismo, onde la casa degli Este erasi circondata, mentre la storia sua rimontava al tempo eroico medievale, con quella eletta nobiltà e col moderno sentimento cavalleresco, favoreggiava già per propria essenza il culto del genereepico. Ma s'aggiungeva anche, come fondo adatto e propizio, la città con la sua propria storia e col suo carattere architettonico. In Ferrara, come in Firenze, non vi ha monumenti dell'antichità romana: tutto appartiene al Medio Evo. Lucrezia non trovò più nella corte di Ercole l'amico di lui, il Bojardo, il celebre poeta dell'Orlando Innamorato. Ma forse viveva ancora il cantore di Mambriano, Francesco Cieco. Ed abbiamo già visto come l'Ariosto, quegli che presto doveva oscurare la gloria de' due precursori, avesse offerto gli omaggi suoi a Lucrezia.

Meno prospera vita delle scienze e della poesia ebbero in Ferrara le arti belle. Pure, se non vi produssero maestri di prim'ordine, come Raffaello o Tiziano, vi tennero, ad ogni modo, non ispregevole luogo per la coltura italiana. Gli Este coltivarono la pittura. I palazzi loro fecero ornare con affreschi, de' quali rimangono ancora alcuni notevoli per originalità, come quelli che ultimamente, nel 1840, furono scoperti nel Palazzo di Schifanoja. Una scuola indigena venne in gran reputazione sino dalla metà del XV secolo. Ne fu capo Cosimo Tura. Uscirono da essa due ragguardevoli pittori, Dosso Dossi e Benvenuto Tisio, il quale sotto nome di Garofalo divenne celebre come uno de' migliori discepoli di Raffaello. Le opere di questi pittori, entrambi contemporanei di Lucrezia — Garofalo era più giovane di un anno — ornano ancora molte chiese di Ferrara, e sono altresì il principale decoro della Pinacoteca.

Tal'era, ne' tratti suoi più essenziali, la città di Ferrara; e tale pure la vita spirituale, ond'era animata, intorno il 1502. È evidente che, oltre lo splendore della corte e la politica importanza, come capitale dello Stato, anche la vita interiore v'era fervida e rigogliosa. Alcuni cronisti affermano, che il numero degli abitanti toccasse allora i 100,000. Fosse pure la cifra esagerata, ad ogni modo, al principio del XVI secolo, all'epoca sua fiorente, Ferraradovett'essere più popolosa di Roma. Era città prospera ed agiata: accanto alla nobiltà, una borghesia operosa, mercè l'industria, massime la fabbricazione di panni, e mercè il commercio, vi si procacciava un tranquillo godimento della vita.

Con ogni studio Alessandro teneva dietro a quanto accadeva in Ferrara. Egli non perdeva d'occhio la figlia. Questa e gli agenti di lui lo informavano d'ogni segno di favore o disfavore, cui incontrasse. Cessata l'ebbrezza delle feste nuziali, quando Lucrezia doveva affrontare con tatto l'invidia e il sospetto e formarsi nella corte un solido stato, potevano forse esserle serbati giorni difficili e penosi. Le informazioni di costei rassicurarono Alessandro, specialmente rispetto al contegno di Alfonso. Egli non supponeva che il principe erede di Ferrara amasse la figliuola. Ma ciò che solo gl'importava era che la trattasse da moglie e la facesse madre di un principe. Sentito che Don Alfonso passava la notte con Lucrezia, n'espresse grande soddisfazione all'ambasciatore ferrarese. «Certamente di giorno egli va altrove, giovane qual è, pel piacer suo; ma in ciò fa molto bene:» così pensava Sua Santità.[219]

Egli ottenne pure che il duca désse alla nuora, come rendita annuale, 12,000 ducati invece di 6000, come colui voleva. Lucrezia era difatti liberale e aveva bisogno di molto.

Frattanto Cesare apparecchiavasi a condurre a terminequelle imprese, di cui gli erano mallevadori insieme il parentado con Ferrara e l'assenso di Francia. Dopochè ebbe fatto sgozzare in Castel Sant'Angelo il giovane Astorre Manfredi, mosse il 13 giugno per Romagna. Trasse in inganno l'ingenuo Guidobaldo d'Urbino, e ad un tratto s'impadronì dello Stato di lui. Ciò fu il 21 giugno. Il duca fuggiasco riparò a Mantova: poi andò con la moglie a Venezia.

Ora Cesare si rivolse contro Camerino. Trasse in agguato i Varano, e li fece trucidare: solo uno scampò. Di tutte le sue geste egli informava la corte di Ferrara. Ed Ercole non si vergognava di felicitarlo di atrocità, mercè le quali principi amici o prossimi parenti di lui avevan subito la estrema rovina. Da Urbino scrisse alla sorella questa lettera:

«Illustrissima Signora e Germana nostra carissima. — Tengo per certo, che per la presente indisposizione della Eccellenza Vostra non possa esservi nulla più efficace e più salutare che il sentire buone e felici nuove. Le facciamo sapere che in questo punto abbiamo avuto nuova certezza della presa di Camerino. Noi la preghiamo di far onore a codesta nuova con evidente miglioramento dello stato suo, e di volerci informare di ciò. Imperocchè per l'indisposizione sua non possiamo provar piacere nè per questa, nè per altre nuove. Noi la preghiamo pure di partecipare la presente all'Illustrissimo Signor Don Alfonso, suo marito, come a fratello nostro amatissimo, e al quale per fretta non scriviamo. — Urbino, 20 luglio 1502. Di Vostra Eccellenza fratello, il quale l'ama come se stesso, Cesare.»[220]

Poco dopo Cesare fece alla sorella la sorpresa di una visita nel Palazzo Belfiore. Vi giunse con cinque cavalieri travestito, il 28 luglio. Si fermò due ore appena; quindi, accompagnato sino a Modena dal cognato Alfonso, ripartìfrettolosamente per recarsi in Lombardia presso il re di Francia.

In questo mentre Alessandro aveva presa una risoluzione intorno alla conquistata Camerino, interamente in opposizione con le mire di Cesare, la quale mostrava a costui, che alla fin fine la volontà del padre non era tutta e intera in poter suo. Il 2 settembre 1502 Alessandro investì di Camerino, come Ducato, quell'Infante Giovanni Borgia, nominato da lui talvolta suo, tal'altra figliuolo di Cesare, e che aveva già investito del Ducato di Nepi. Tutti questi possedimenti reggeva in nome dell'Infante il suo tutore, il cardinal di Cosenza, Francesco Borgia. V'hanno monete di questo effimero Duca di Camerino.[221]

Il 5 settembre Lucrezia, a grandissimo cordoglio di Alessandro, che aveva sperato nella nascita di un erede al trono, partorì una bambina morta. Essa ne fu gravemente malata. A questa nuova Ercole venne in fretta da Reggio, ove era ito incontro a Cesare di ritorno dalla Lombardia. Trovò Lucrezia affidata alle cure del più abile de' medici di Alessandro, il vescovo di Venosa. Il 19 settembre venne anche Cesare a visitar la sorella: restò con lei due giorni; quindi andò ad Imola.[222]

Lucrezia si sentiva opprimere in Castel Vecchio, e desiderava respirare aria migliore. L'8 ottobre andò a stare nel chiostro delCorpus Domini. Vi fu accompagnata da tutta la corte. Si riebbe in salute, e già il 22 del mesestesso, a grande gioia di tutti, come lo stesso duca Ercole scrisse a Roma, potè tornare alla sua residenza nel castello. Alfonso andò pure a Loreto a sciorre un voto fatto pel ristabilimento della moglie. La pubblica sollecitudine, di che Lucrezia nella congiuntura fu fatta segno, mostrarono che si cominciava ad amarla in Ferrara.[223]

Nel mese d'ottobre ebbe pur luogo la ribellione dei condottieri, che mancò poco non traesse Cesare a rovina. Per la defezione de' generali anche il paese d'Urbino insorse, tanto che Guidobaldo il 18 ottobre poteva già rientrare nella sua capitale. Ma la protezione di Francia e la cecità de' codardi salvarono il duca di Romagna dal più estremo pericolo. Il 31 dicembre egli si sbarazzò di quei baroni col noto strattagemma in Sinigaglia. Fu il suo capolavoro. Vitellozzo e Oliverotto fece immediatamente sgozzare. Gli Orsini, Paolo, il suocero di Jeronima Borgia, e Francesco, il duca di Gravina, che un tempo doveva essere marito di Lucrezia, incontrarono la stessa sorte il 18 gennaio 1503.

Il duca di Ferrara mandò a Cesare congratulazioni. I Gonzaga fecero altrettanto. Isabella stessa, che aveva visto scacciar da Urbino sua cognata, e il marito di questa costretto a fuggirsi di colà una seconda volta, gli scrisse lettere piene di complimenti. I Gonzaga volevano ora effettivamente impegnar la mano del loro piccolo Federigo, principe erede, con Luisa, figliuola di Cesare. E con la mediazione di Francesco Trochio già si trattava a Roma dell'affare. Ecco una lettera d'Isabella a Cesare:

«Al Signor Duca di Valenza. — Illustrissimo, etc. — De' felici progressi di Vostra Eccellenza, ch'ella con amorevole lettera ci ha significati, abbiam preso piacere e contento, quale si conviene alla mutua amicizia e alla benevolenza, che è tra lei e il nostro illustre signor consorte.Epperò in suo e in nostro nome ci congratuliamo seco per la sicurezza e prosperità conquistate; e la ringraziamo per la partecipazione e anche per l'offerta di tenerci avvisati degli ulteriori successi. Al qual proposito la preghiamo di persistere nella bontà sua. Poichè, amandola come noi facciamo, desideriamo sentire più spesso degli andamenti suoi per poterci rallegrare con lei pel bene e per l'esaltazione di Vostra Eccellenza. Ora, credendo noi che, dopo le pene e le fatiche patite in codeste sue gloriose imprese, voglia anche trovar loco di ricrearsi, mi è parso bene mandarle 100 maschere per mezzo del nostro staffiero Giovanni. Certamente noi lo riconosciamo come vile dono rispetto alla grandezza de' meriti dell'Eccellenza Vostra e anche all'animo nostro. Nullameno valga come testimonianza che, ove in questo nostro paese fosse cosa più degna e conveniente, più volentieri gliela manderemmo. Che se inoltre le maschere mancheranno della bellezza che pur si confarebbe, piaccia a Vostra Eccellenza imputarlo ai maestri di Ferrara. I quali, per la proibizione già da molti anni di mascherarsi colà in pubblico, hanno disimparato a farne. Possa quindi supplire la sincera volontà e affezione nostra verso Vostra Eccellenza. Quanto alla pratica nostra, non accade replicare altro, finchè non intendiamo da Vostra Eccellenza la risoluzione di Sua Santità, Nostro Signore, circa il caso della sicurtà, che le abbiamo fatto esplicare a voce mediante Brognolo. Onde stiamo in aspettazione per venire alla conclusione. A lei ci raccomandiamo ed offeriamo. 15 gennaio 1503.»[224]

Cesare da Acquapendente rispose così alla marchesa:

«Illustrissima Signora Commara e Sorella nostra onorandissima. — Abbiamo ricevuto il dono di Vostra Eccellenza delle 100 maschere, che mi sono state molto accette per la multiplice varietà e singolare bellezza, e ancora più peressere sopraggiunte in tempo e luogo che più al proposito non sarebbe potuto essere, come se Vostra Eccellenza ci avesse prefissa la legge e l'ordine delle imprese nostre e della nostra tornata a Roma. In vero in quel medesimo giorno ci eravamo impadroniti della città e contado di Sinigaglia con le fortezze, e punito di santa ragione i perfidi tradimenti degli avversarii nostri, e liberato altresì da tirannia Città di Castello, Fermo, Cisterna, Montone e Perugia, e ridottele all'ubbidienza di Sua Santità, Signor Nostro. Ed ora abbiamo anche deposto dal tirannico dominio, che s'era usurpato a Siena, Pandolfo Petrucci, addimostratosi contro di noi feroce nemico. E soprattutto ci sono state accettissime le maschere, perchè venivano dalla fraterna e singolare benevolenza, ch'ella, ne siamo certissimi, con l'Illustrissimo suo Signor Consorte ci porta. E di questo ella ci dà prova con l'amorevolissima lettera, con la quale ci ha mandato quel presente. Per tutte codeste cose noi dovremmo per lettera ringraziarla infinite volte, se la grandezza de' meriti suoi e del suo consorte presso di noi non rifiutasse ogni dimostrazione di parole, ricercando invece efficacità di fatti. Noi useremo le maschere, e la loro perfetta bellezza ci sparagnerà la cura di ogni altro ornamento. Quanto alla nostra comune parentela vi perseveriamo sempre con maggior fervore. Nella nostra andata a Roma ci adopereremo in guisa che Sua Santità, Signor Nostro, le dia pienissimo effetto. Al prigioniero accorderemo la libertà, siccome l'Eccellenza Vostra da noi desidera. Assumeremo subito piena informazione, e, avutala, non ci resteremo di rispondere alla Signoria Vostra Illustrissima con sua soddisfazione, e a questa ci raccomandiamo. — Dal campo papale presso Acquapendente, il primo febbraio. Di Vostra Eccellenza compare e fratello il Duca di Romagna, etc., Cesare.»[225]

Cesare s'accostava allora al sommo de' desiderii suoi, la corona reale dell'Italia centrale. Questo audace disegno però non restò che un sogno. Luigi XII gli proibì di spingersi e penetrare più in là. Gli Orsini e altri baroni dei territorii romani si levarono a lotta disperata; ond'ei dovette in fretta recarsi a Roma. Poichè Consalvo aveva abbattuto la potenza francese nel Regno di Napoli, e il 14 maggio era entrato vittorioso nella capitale, Alessandro e suo figlio cominciarono a volgersi verso Spagna. Se non che Luigi XII, per la riconquista di Napoli, mandò sotto il La Tremouille nuovo esercito, nel quale prese servizio al soldo del re anche il marchese di Mantova. Nell'agosto 1503 l'esercito s'era avanzato sin sul Patrimonio di San Pietro.

Ma ecco che in un solo e stesso giorno Alessandro e Cesare caddero malati. Il Papa morì il 18 agosto. Che entrambi siano stati in pari tempo avvelenati, è stato affermato e negato insieme. E, per quante ragioni si possa far valere in favore dell'una e dell'altra opinione, questo è sicuro che il fatto rimane incerto.

La morte del padre fu per Lucrezia, fatta astrazione da ogni sentimento personale, un avvenimento capace di mettere in forse la condizione sua in Ferrara. In realtà, la potenza di Alessandro era stata per lei saldo sostegno. Nè essa poteva dirsi ancora sicura dell'affetto duraturo del suocero nè del marito. Piuttosto Alfonso ora poteva ricordarsi di ciò che una volta gli ebbe detto Luigi XII: che, alla morte di Alessandro VI, egli non saprebbe più chi fosse la donna, la quale egli avea sposata. Il re stesso domandò un giorno all'ambasciatore di Ferrara presso la sua corte, se sapesse in che modo madonna Lucrezia aveva accolta la nuova della morte del Papa. E avendo il ministro risposto d'ignorarlo, Luigi XII gli disse: «So che non siete mai stati contenti di codesto matrimonio; questa madonnaLucrezia non è nemmeno la moglie effettiva di Don Alfonso.»[226]

Lucrezia sarebbe stata sgomenta assai, dove avesse potuto leggere la lettera che il suocero scrisse al suo ambasciatore Giangiorgio Seregni in Milano, allora in possesso de' Francesi, con la quale gli apriva l'animo suo in occasione della morte di Alessandro VI:

«Giangiorgio. — Per chiarirti di quello che da molti si è domandato, se per la morte del Papa stiamo di mala voglia, ti assicuriamo che la non ci è spiaciuta per niun capo. Piuttosto per l'onore del Nostro Signore Dio e per l'universale bene della Cristianità abbiamo già da più dì desiderato, che la divina bontà e provvidenza volesse provvedere un pastore buono ed esemplare e togliesse dalla Chiesa sua tanto scandalo. Per quel che riguarda noi peculiarmente, non potremmo altrimenti desiderare; perchè presso di noi prepondera il riguardo alla gloria di Dio e al bene dell'universale. Pure, oltre a questo, ti diciamo, che non fu mai Papa, dal quale non avessimo ricevuto grazia e piacere più che da questo, anche dopo l'affinità contratta. Avemmo da lui soltanto appena quello, cui era obbligato, mentre noi non ce ne stemmo alla fede sua. Del rimanente, in niun'altra cosa, nè grande nè mediocre nè piccola, siamo stati compiaciuti da lui. Il che crediamo in gran parte procedesse per colpa del duca di Romagna. Non avendo egli potuto fare di noi quello che avrebbe voluto, si è con noi condotto da estraneo. Giammai non si è aperto con noi; giammai non ci ha communicati gli andamenti suoi; nè noi abbiamo communicato a lui i nostri. Da ultimo, inclinando egli a Spagna, e vedendoci noi buoni francesi, non avevamo mai da sperare piacere alcuno nè dal Papa nè da Sua Signoria. Per questo tal mortenon ci è dispiaciuta; mentre non avevamo ad aspettarci che male dalla possanza del nominato duca. Noi vogliamo che tu communichi puntualmente questo nostro secreto al Gran Maestro (Chaumont), al quale non vogliamo che sia celato l'animo nostro. Con altri però parlane sobriamente. Respingerai poscia la presente indietro a messer Gian Luca (Pozzi) nostro Consigliere. — Belriguardo, 24 agosto 1503.»[227]

Questo linguaggio era molto schietto. Tenuto conto de' grandi beneficii venuti allo Stato suo dall'unione con Lucrezia, si sarebbe forse potuto dare ad Ercole dell'ingrato. Se non che egli aveva sempre risguardato quel matrimonio puramente come un affare. E quanto poi alle relazioni sue con Cesare, aveva ragione di concepirle come faceva.

Sentiamo ora come scrivesse della morte del Papa un altro principe famoso e molto intimo con i Borgia. Il marchese di Mantova, al tempo dell'avvenimento, era all'esercito francese, e nel suo quartier generale in Isola Farnese, a poche miglia innanzi Roma. Di colà scrisse alla moglie Isabella il 22 settembre 1503:

«Illustre Signora, moglie nostra amatissima. — Affinchè la Signoria Vostra sia, al pari di noi, informata del decesso di papa Alessandro VI, le significhiamo quanto segue. Essendo malato, egli cominciò a parlare in forma, che chi non intendeva il suo proposito, credeva che vaneggiasse, ancorachè ragionasse con gran sentimento. Le parole sue erano: — Verrò, verrò, l'è ragionevole; aspetta ancora un po'. — Quei che intendevano il suo secreto, le spiegavano così: nel Conclave, alla morte d'Innocenzo, egli pattuì col diavolo, comprando il Papato con l'anima sua; fra gli altri patti fu che dovesse vivere sulla Santa Sede 12 anni; il che gli è stato atteso con quattro dì di giunta. V'è ancor chi afferma aver visto in camera di lui,al punto di rendere lo spirito, sette diavoli. Morto che fu, il corpo suo cominciò a bollire e la bocca a spumare, come caldaio sul fuoco; e continuò così sino a che stette sopra terra. Di più divenne oltre modo grosso, tanto che in lui non appariva più forma di corpo umano, e dalla larghezza alla lunghezza non v'era più differenza alcuna. Fu portato alla sepoltura senza molti onori; il cataletto fu trascinato da un facchino, con una corda legata al piede, sino al luogo ove fu sotterrato; e ciò perchè non si trovò alcuno che volesse toccarlo. Gli furon fatte esequie tanto misere, che la Nana moglie del zoppo le ha in Mantova più onorevoli. L'ultima fama sua rivive ogni giorno ne' più vituperosi epitaffi.»[228]

Le relazioni del Burkard, dell'ambasciatore veneto Giustinian, del ferrarese Costabili e di molti altri contengono la descrizione stessa, e quasi con identiche parole. La favola del diavolo o Babuino, venuto a prendersi Alessandro, si può, del resto, legger pure in una relazione nelDiariodi Marin Sanudo. Il marchese Gonzaga, uomo di spirito tanto côlto e largo, la teneva per vera con la stessa ingenuità del popolino di Roma.

La leggenda diabolica di Faust e di Don Giovanni, che venne istantaneamente a collegarsi con la morte di Alessandro VI — e non mancò neppure il cane nero, che irrequieto e senza mai posare correva in San Pietro — quella leggenda, dico, esprimeva il giudizio de' contemporanei sull'abominevole natura del Borgia e sulla sconfinata fortuna toccatagli in vita. Nulladimeno la figura morale di Alessandro VI è così enigmatica da rimanere un mistero, anche per lo sguardo del più acuto psicologo.

In lui, come radice de' delitti suoi, non scopriamo ambizione nè sete di dominio, donde è mai sempre scaturita la massima parte delle colpe de' regi. In lui non odiodel simile, nè crudeltà, nè piacere nel male; ma sensualità e la più nobile delle forme, che valgano a spiritualizzarla: l'amore pe' figliuoli. Tutte le osservazioni della psicologia disporrebbero l'animo a credere che l'enorme carico di colpe abbia fatto di Alessandro un uomo oppresso, come Tiberio e Luigi XI, dalla paura e dalla demenza. In quella vece innanzi a noi sta un uomo sempre pronto ai godimenti mondani, che sin nella più tarda età non sente l'esaurimento della vita: «Il Papa ogni dì si ringiovanisce; i suoi pensieri non passano mai una notte; è di natura allegra e fa quello che gli torna utile; e tutto il suo pensiero è di far grandi i suoi figliuoli; nè d'altro si cura.» Così l'ambasciatore veneto Capello nel 1500, due anni prima che quegli morisse.

Il lato inesplicabile della natura sua non eran già le passioni, cui abbandonossi, nè le azioni commesse. Delitti pari, e anche più gravi, consumarono molti principi, prima e dopo di lui. L'inconcepibile è che le commettesse come Papa. Come è possibile che Alessandro VI congiungesse insieme quel delirio de' sensi e quelle spietate azioni con la coscienza continua di essere, qual ei si teneva, sacerdote supremo della religione, e rappresentante di Dio in terra? Abissi dell'anima umana! Non v'ha occhio capace di penetrarli e scrutarli. In che modo mai riduceva egli al silenzio i rimorsi e i palpiti della coscienza; come riusciva a nasconderli sotto quell'aspetto sempre franco e sereno? E poteva egli credere all'immortalità dell'anima e all'esistenza di un Dio?

Ove si guardi alla gioconda e festosa spensieratezza, che in ogni azione sua poneva, si potrebbe affermare che Alessandro VI sia stato ateo e materialista per convinzione. Per spiriti profondamente filosofici e infelici vi può essere un punto di vista, dal quale tutto questo dibattersi del mondo umano apparisca come privo di scopo, come miserabilegiuoco di fantocci. Più di un papa e di un imperatore poteva ripetere il noto motto:Vanitas, omnia vanitas, se nella coscienza della propria effimera esistenza osservava questa fragile gabbia di matti e l'insipidezza delle gioie e de' dolori loro, e le illusioni e i timori e l'egoismo e le idolatrie dell'uomo. Ma in Alessandro VI non v'ha traccia dello spirito di un Faust; nulla di un sottilizzante disprezzo del mondo; nulla di uno scetticismo titanico. Piuttosto una straordinaria ingenuità di fede sembra essersi in lui disposata con l'attitudine ad ogni enormezza. Lo stesso Papa, che all'effigie della Madre di Gesù faceva improntare i tratti dell'adultera Giulia Farnese, credeva di essere sotto il patrocinio speciale della Madonna.

La vita di Alessandro VI è il più acuto contrapposto dell'ideale di Cristo. Questa è verità tanto incontrastabile, che non ha bisogno di altra prova se non del semplice confronto del procedere di colui con le dottrine dell'Evangelio. Si confronti soltanto con i dieci Comandamenti: non fornicare — non ammazzare — non far falsa testimonianza....

Il fatto che Rodrigo Borgia sia stato Papa, apparirà a tutti i seguaci della Chiesa come il più miserando degli avvenimenti, come quello che dovrebbe essere deplorato più amaramente di ogni altra opposizione ostile, anche di ogni aperta ribellione alla Chiesa stessa. Certo è un fatto che non può distruggere la venerabilità dovuta alla Chiesa, a questo secolare ed elevatissimo prodotto dello spirito umano. Ma non distrugge forse tutta una serie di concetti mistici, che con l'idea del Papato si eran connessi?

Le maledizioni contro il padre suo, che a un tratto rimbombarono per tutta Italia, difficilmente arrivarono all'orecchio di Lucrezia. Pure n'ebbe in sè qualche sentore, e dovette esserne terribilmente commossa. Tutto il passato in Roma le tornò ancora una volta vivo nella coscienza,ed oppresse l'anima sua. Suo padre, che primo l'aveva fatta infelice, era poscia stato l'artefice della fortuna sua. Pietà infantile e religioso timore dovettero a un tempo assalirla. Il Bembo ha descritto il suo dolore e la sua angoscia. Quest'uomo, dipoi tanto celebre, era venuto il 1503 alla corte di Ferrara, ov'egli, giovane nobile veneto della più fine coltura e di bellissimo aspetto, fu accolto con gioia, e s'era preso d'ardente passione per Lucrezia. Il perfetto cortigiano le scrisse questa lettera di condoglianza:

«Io venni bene ieri a Vostra Signoria parte per farle intendere di quanto affanno e cordoglio m'erano le sue disavventure e parte per confortarnela, come io potessi il meglio, e pregarla a darsene pace, intendendo io che voi ve ne affliggevate oltra modo. Ma non m'è venuto fatto potermi in ciò soddisfare nè nell'una cosa, nè nell'altra. Chè, tosto che io vidi voi in quelle tenebre e in quel nero drappo mesta e lagrimosa giacere, ogni senso mi si ristrinse nel cuore, e stetti buona pezza senza poter niente dire, o almeno senza sapere ciò che io mi dicessi. E più tosto bisognoso io di conforto, che possente a darne altrui, confusa l'anima dalla pietà di quella vista, tra mutolo e scilinguato mi dipartii, siccome vedeste o poteste vedere. La qual cosa se forse m'è avvenuta perciò, che a voi non facesse nè di mia doglianza nè di mio conforto mestiero, siccome a colei, la quale e conoscendo la mia verso lei osservanza e fede, conosce parimente il mio dolore per lo suo, alla consolazione piglia per se stessa dalla sua infinita sapienza conforto senza altronde attendernelo, meno mi doglio di me stesso e della poca mia virtù, che intanto m'abbandonasse a quel tempo. Ma se pure e in questo e in quello ho a farne a voi parevole segno: dico che in quanto alla noia, senza fallo alcuno nessun'altra via avea la fortuna da potermi compiutamente far tristo e doloroso, che questa,dando a voi di dolervi e di attristarvi cagione: nè poteva suo strale alcuno passarmi tanto nell'anima quanto quello che mi veniva dalle vostre lagrime bagnato a ferire. In quanto poi alla consolazione e conforto, altro non so che dirvi, se non che vi ricordiate che ogni vostro dolore ammollisce e fa minore il tempo, il qual tempo indugiare e non prevenir col consiglio tanto più a voi si disdice, quanto da voi maggior prudenza è aspettata, la quale per le cotidiane pruove delle vostre virtù s'aspetta sommissima in ogni avvenimento e caso. Che se bene ora voi quel vostro così gran padre avete perduto, che maggiore la fortuna medesima dare nol vi potea, non è perciò questo il primo colpo che avete dalla vostra nemica e maligna disavventura ricevuto. Anzi dee oggimai l'animo vostro aver fatto il callo alle percosse degli avversi casi, tante e sì gravi n'avete voi sofferte per lo addietro. Oltra che, perciò che così portano per avventura le presenti condizioni che si faccia, non è da commettere, che alcuno creder possa che voi non tanto la caduta, quanto ancora la stante vostra fortuna piagniate. Ma per avventura io sono poco prudente, che a voi queste cose scrivo. Perchè farò fine umilmente raccomandandomivi. State sana. A' 2 d'agosto 1503. In Ostellato.»[229]

Calmata la prima commozione, Lucrezia potette benedire alla sua sorte. Se, anzi che esser moglie di Alfonso, i destini suoi fossero stati ancora legati a quelli de' Borgia, in quanta miseria non sarebbe anch'ella caduta! Presto si convinse che lo stato suo in Ferrara non era scosso. Doveva ciò parte alle proprie prerogative, e parte pure aquei solidi e duraturi vantaggi che aveva arrecati in dote alla casa d'Este. Se non che vedeva la vita de' suoi in pericolo a Roma. Il fratello Cesare vi giaceva malato. V'erano anche il figliuolo Rodrigo e Giovanni, il duca di Nepi. E intanto gli Orsini, spinti dal furore, cercavano vendicare nel sangue de' Borgia quello de' congiunti loro.

Ella assediò di preghiere il suocero, perchè aiutasse Cesare e gli mantenesse gli Stati. Ercole trovò più vantaggioso che la Romagna rimanesse a Cesare, anzichè cadesse in potere de' Veneziani. Mandò colà Pandolfo Collenuccio per eccitar le popolazioni a restar fedeli al loro duca. Al suo ambasciatore in Roma esprimeva la sua gioia per esser Cesare in via di guarigione.[230]

Ad eccezione della Romagna, lo Stato, messo insieme a furia di rapine dal figlio di Alessandro, cominciò in un momento ad andare in brani. I tiranni scacciati da lui ritornavano nelle loro città. Da Venezia Guidobaldo ed Elisabetta si condussero in fretta ad Urbino, che gli accolse festeggiando. Ed anche più presto di loro era Giovanni Sforza tornato da Mantova a Pesaro. Il marchese Gonzaga aveva mandato a lui la prima nuova della morte di Alessandro e della malattia di Cesare; e lo Sforza ne lo ringraziò con questa lettera:

«Illustre Signore e Cognato onorandissimo. — Ringrazio l'Eccellenza Vostra per la buona nuova che s'è degnata di darmi con le sue lettere dello stato del Valentino. N'ho in vero provato tanta allegrezza, che spero omai mettere un termine ai mali miei. Io l'assicuro, che quando rientri nel mio Stato mi considererò come creatura di Vostra Eccellenza, perchè ella è padrone del tutto e anche della mia propria persona. Io la prego, se altro la intende del nominato Valentino che sia morto, a volermenedare qualche avviso, che la mi farà singolare piacere. Di cuore me le raccomando per sempre. — Mantova, 25 agosto 1503. Di Vostra Eccellenza servitore Giovanni Sforza di Pesaro.»[231]

Già il 3 settembre lo Sforza potette informare il marchese di essere entrato in Pesaro fra le acclamazioni del popolo. Per il fausto avvenimento fece coniare una medaglia. Porta da un lato il suo busto; dall'altro un giogo spezzato con le parole:Patria recepta.[232]Sitibondo di vendetta, infuriò contro i ribelli di Pesaro con confische, col carcere e con esecuzioni capitali. Molti cittadini fece impiccare alle finestre del suo castello. Anche il Collenuccio, che aveva riparato a Ferrara sotto la protezione di Lucrezia e del duca, doveva ben presto cadergli in mano. Lo attirò a Pesaro con traditoresche promesse. Ma poscia per quell'accusa, dal Collenuccio un tempo indirizzata a Cesare Borgia, della quale asserì aver solo allora avuto cognizione, lo cacciò in prigione. Il Collenuccio, non privo certo di colpa verso l'antico signore ed amico, subì il suo destino e affrontò tranquillamente la morte nel luglio 1504.[233]

Infrattanto Lucrezia seguiva con grande ansietà il corso degli eventi in Roma. Niuna lettera sua a Cesare o di questo a lei, in quel periodo, è rimasta. Ne abbiamo solo alcune tra Cesare e il duca di Ferrara, che non cessò mai di scrivergli. Il 13 settembre Ercole lo felicitava per la ricuperata salute, e lo informava aver, mercè un inviato, esortato i popoli di Romagna alla fedeltà verso di lui.

Questa lettera giunse a Cesare in Nepi. Poichè per trattato con l'ambasciatore francese in Roma si fu messo sotto la protezione della Francia, egli, cedendo alla domanda de' cardinali, erasi ritirato in Nepi. Condusse seco la madre Vannozza e il fratello Jofrè, e, senza dubbio, anche la piccola figlia Luisa, come i due bambini Rodrigo e Giovanni, il quale ultimo era appunto duca di Nepi. La prossimità dell'esercito di Francia, accampato ancora in quel territorio, lo rendeva colà sicuro. Come se nulla fosse successo, egli scrisse lettere al marchese Gonzaga, che teneva allora il quartier generale a Campagnano. Gli mandò pure in regalo alcuni cani da caccia. Anche di Jofrè vi sono lettere da Nepi del 18 settembre allo stesso marchese.[234]

Quivi Cesare apprese che il suo protettore ed amico Amboise non era, com'egli aveva sperato, riuscito a farsi elegger Papa; ma che era stato invece eletto il Piccolomini. Il 22 settembre salì sulla Santa Sede, come Pio III, questo vecchio e già moribondo cardinale: del resto, padre felice di non meno di 12 figliuoli, tra maschi e femmine, che solo la morte gli tolse di poter introdurre nel Vaticano e farli principi. Egli permise a Cesare di rientrare in Roma e mostrò anche di favoreggiarlo. Ma non erano quasi ancora tornati i Borgia, che già il 3 ottobre gli Orsini si levarono pieni di furore gridando morte al loro nemico. Cesare con i bambini riparò in Castel Sant'Angelo; e già il 18 ottobre Pio III moriva.

I bambini non avevano omai altri difensori che Cesare e quei due cardinali, alla tutela de' quali Alessandro avevagli affidati. I loro Ducati svanirono come per colpo magico. Appena morto il Papa, i Gaetani tornarono da Mantova e s'impossessarono di nuovo di Sermoneta e di tutti gli altri beni, stati concessi al piccolo Rodrigo. Su Nepi affacciò pretensioni Ascanio Sforza o la Camera Apostolica.Di Camerino s'impadronì di nuovo l'ultimo dei Varano.

Il piccolo Rodrigo era duca di Bisceglia, e come tale sotto la protezione di Spagna. Difatti, con molta previdenza, Alessandro VI aveva sin dal 20 maggio 1502 ottenuto da Ferdinando il Cattolico e Isabella di Castiglia diploma, mercè il quale la Casa reale di Spagna assicurava alla famiglia Borgia tutti i suoi beni nel Napoletano. E in questo atto erano espressamente nominati Cesare e successori suoi, Don Jofrè di Squillace, Don Juan, il figliuolo dell'ucciso Gandia, Lucrezia qual duchessa di Bisceglia, e il figlio ed erede suo Rodrigo.[235]Nell'Archivio di casa d'Este si trovano ancora i documenti della Cancelleria di Lucrezia, relativi all'amministrazione de' beni di Rodrigo, insieme con altri che si riferiscono al piccolo Giovanni.[236]

Malgrado della protezione di Spagna, la vita del figliuolo di Lucrezia era allora in pericolo a Roma. Niun dovere incombeva a lei più stretto che di esigere che il figlio le fosse reso, e di prenderlo seco. Nol fece, perchè non potette o perchè non ebbe cuore abbastanza da farlo, o forse perchè le nacque il sospetto che appunto in Ferrara la vita di quel bambino sarebbe esposta a maggior pericolo. Il cardinal di Cosenza, tutore di Rodrigo, le propose di vendere tutti i mobili del figliuolo e di condurlo fuori d'Italia e metterlo al sicuro in Spagna. Essa comunicò la proposta al suocero, che le rispose così:

«Illustrissima Signora Nuora e figlia nostra dilettissima. — Abbiamo avuto la lettera di Vostra Signoria assieme a quella, che il reverendissimo cardinale di Cosenza le diresse, e ch'ella ci ha mandata. Qui, con questa nostra,gliela respingiamo, dopo essere stata letta da niun'altra persona se non da noi. Abbiam notato la prudenza, con la quale la Signoria Vostra stessa e il nominato Cardinale scrivono. E le parole loro sono accompagnate da tante buone ragioni, che non si può giudicare se non che siano amorevoli e savie. Onde, avendo tutto ben ponderato, ne pare che la Signoria Vostra possa e debba acconsentire a quanto il detto reverendissimo Monsignore propone di voler fare. A noi sembra che Vostra Signoria debba avergli qualche obbligazione per la prova di cordiale amore ch'egli addimostra verso di lei e dell'Illustrissimo Don Rodrigo, del quale accade dire essere stato preservato in vita per opra di colui. Quando anche esso Don Rodrigo avesse a stare un po' più lontano da Vostra Signoria, tanto meglio stare lontano e sicuro che vicino con pericolo, come il Cardinale fa vedere che sarebbe. Nè per questa lontananza l'amore tra voi diminuirà. Una volta poi fatto grande, potrà secondo le circostanze di tempo pigliar da sè partito, se tornare in Italia o rimanersi lontano. È buona idea quella dello stesso Cardinale d'invertire i mobili in danaro per supplire al vivere di colui aumentandone le entrate, siccome egli dice di voler fare. Per ogni rispetto adunque, come abbiamo detto, pare a noi sia bene acconsentire alla proposta. Non di manco se a Vostra Signoria, ch'è prudentissima, paresse altrimenti, ce ne rimettiamo a lei. Si tenga sana. — Codegorico, 4 ottobre 1503. Ercole Duca di Ferrara, etc.»[237]

Intanto il primo novembre 1503 salì sul trono papale il Della Rovere, come Giulio II. I Della Rovere, i Borgia, i Medici, tre famiglie di cui ciascuna contò due papi, hanno dato al Papato l'aspetto politico moderno. Negli annali della Chiesa non vi sono altre famiglie che abbiano avuto altrettanto influsso sulla storia. I nomi loro abbraccianoun grande processo di rivoluzioni politiche e morali. Ora i Della Rovere occupavano ancora una volta il posto dei Borgia, de' quali fierissimo nemico era già stato un tempo Giuliano. La decadenza di Cesare poteva omai riguardarsi come decisa.

In altre storie si legge come Giulio II si servisse dapprima di Cesare per assicurarsi, mercè l'influenza di lui su' cardinali spagnuoli, l'elezione; e poscia, ottenuta una volta la dedizione delle fortezze di Romagna, lo mettesse da parte. Cesare si gettò nelle braccia della Spagna. Nell'aprile 1504 andò da Ostia a Napoli, ove il Gran Capitano Consalvo era luogotenente di Ferdinando il Cattolico. Fu accompagnato da Don Jofrè; e v'era già stato preceduto da' cardinali Francesco Romolini di Sorrento e Lodovico Borgia, fuggiti a Napoli per tema di un processo. Ma Consalvo ritrattò il salvocondotto che aveva dato a Cesare. E a nome del re Ferdinando lo fece arrestare il 27 maggio, e lo mandò nel Castello d'Ischia.

Nulla sappiamo della sorte de' bambini Borgia. È molto probabile che sian rimasti sotto la protezione de' cardinali spagnuoli in Roma o piuttosto in Napoli. Avendo appena salva la vita, Cesare fu imbarcato per la Spagna. Le cose sue di maggior valore egli aveva dato a custodire in Roma agli amici suoi, perchè gliele serbassero in modo sicuro e spedissero a Ferrara. Perciò il 31 dicembre 1503 il duca Ercole scriveva al suo ambasciatore a Roma, di prendere in consegna le casse di Cesare, quando il cardinale di Sorrento gliele rimettesse, e di spedirle quindi a Ferrara come proprietà del cardinale d'Este.[238]Se non che Giulio II, quando fu morto il cardinale Romolini, ancora nel maggio 1507, confiscò nella casa di lui 12 casse e 84 balle, contenenti tappeti, drappi e altre suppellettili di proprietà di Cesare. Altra parte de' tesori di costui, oro eargento e altri oggetti preziosi, il Papa esigette gli fosse resa da Firenze, ove Cesare l'aveva depositata. Però la Signoria Fiorentina dichiarò volersi essa stessa compensare.[239]

La deportazione di Cesare in Spagna fece molto senso. Niuno voleva darsene per autore, non Consalvo, non il Papa e nemmeno il re Ferdinando. Fu detto pure essere stata la vedova di Gandia, la quale alla Corte di Spagna aveva ottenuto che fosse preso l'assassino del marito.[240]I cardinali spagnuoli s'impegnarono per Cesare. Anche Lucrezia cooperò con grandi sforzi alla liberazione del fratello. Giunsero di lui notizie dalla Spagna; le prime dell'ottobre 1504. Il Costabili scriveva a Ferrara: «Gli affari del duca Valentino non sembrano tanto disperati quanto s'era detto. Il cardinale di Salerno ebbe lettere del 3 dal Requesenz, il maggiordomo del duca, da costui mandato anticipatamente, prima che egli stesso arrivasse colà, con lettere di parecchi cardinali alle Maestà Cattoliche di Spagna. Ora il Requesenz scrisse, il duca essere stato rinchiuso con un sol servitore nel Castello di Siviglia, che, ancorachè molto forte, pure è spazioso assai. Ma poscia gli sono stati dati otto servitori. Scrisse benanche aver parlato al re intorno la liberazione, e questi avergli risposto, che non lui aveva comandato l'imprigionamento del duca; ma aveva disposto che fosse in quel castello rinchiuso per molte cose, delle quali Consalvo lo chiama colpevole. Quando queste si provassero non vere, egli senza dubbio farebbe, rispetto a Cesare, il voler de' cardinali. Pure doveasi prima di tutto aspettare che la regina risanasse. Rispostaidentica diede pure agli ambasciatori del re e della regina di Navarra, che si eran presso lui con ogni fervore impegnati per la liberazione di Cesare. Epperò il Requesenz sperava che questi ben presto ricupererebbe la sua libertà.»[241]

Dalle lettere adunque del Requesenz risulta, che Cesare in prima fu portato a Siviglia; di là fu poi mandato al Castello Medina del Campo nella Castiglia. Le preghiere sue presso il re di Francia rimasero inascoltate. In Italia poi niuno poteva desiderare di vederlo rimesso in libertà. Ivi, tranne sua sorella, non v'era chi si prendesse cura dell'avventuriero decaduto. Ma gli sforzi di colei con difficoltà trovavano un buon appoggio da parte medesima degli Este. Ove Cesare fosse tornato in Italia, è chiaro che sarebbe venuto a turbar la pace alla corte di Ferrara, e forse anche avrebbe fatto di questa il centro de' suoi intrighi. Solo i Gonzaga sembrano non avergli tolto del tutto la loro benevolenza; abbenchè, in luogo d'imparentarsi con lui, come un tempo desideravano, diventassero ora congiunti de' Della Rovere. Difatti il marchese di Mantova il 9 aprile 1505 sposò la sua giovane figlia Eleonora col nipote di Giulio II, con Francesco Maria Della Rovere, l'erede di Urbino.[242]Era specialmente Isabella Gonzaga quella che, per compiacere alla cognata Lucrezia, appoggiava presso il marito le intercessioni di costei. L'Archivio di casa Gonzaga contiene ancora parecchie lettere di Lucrezia al marchese in favore di Cesare.

Il 18 agosto 1505 ella gli scrisse da Reggio, che aveva iniziato pratiche in Roma e nudriva speranza, che il Papa darebbe facoltà al cardinale Pietro Jsualles a fare un viaggio alla Corte di Spagna per ottenere la liberazione di Cesare. Pregava perciò il marchese di voler intercedere pressoil Papa, perchè permettesse al cardinale siffatta commissione.[243]Gli scrisse di nuovo l'8 novembre da Belriguardo, e lo ringraziò della intenzione di lui di spedire nella Spagna un agente. E gli mandò al tempo stesso una lettera pel re Ferdinando e un'altra pel fratello Cesare.

Non si sa se il cardinale andasse in effetto alla Corte di Madrid. È poco credibile che Giulio II glielo abbia permesso.

Nell'anno stesso che Lucrezia con grande amore tanto s'affannava per la sorte dell'abominevole fratello, le condizioni sue proprie mutarono di molto. Il 25 gennaio 1505 ella era divenuta di fatto duchessa di Ferrara. Il marito Alfonso, per desiderio del padre, aveva intrapreso un viaggio per far conoscenza delle corti di Francia, delle Fiandre e d'Inghilterra. Doveva quindi tornare in Italia, passando per la Spagna. Se non che, alla Corte di Enrico VII d'Inghilterra, gli giunsero dispacci che lo informavano della infermità del duca. Tornò in fretta a Ferrara, ove poco dopo il suo arrivo Ercole moriva.

Alfonso salì sul trono ducale in un tempo che richiedeva da lui molta energia e molta prudenza per affrontare i pericoli, onde lo Stato suo era minacciato. Perchè la Repubblica di Venezia s'era già impadronita d'una parte della Romagna, e cercava chiudere a Ferrara le foci del Po. E dall'altro lato Giulio II apparecchiavasi in Roma a sottomettere Bologna e dopo a stendere forse anco la mano su Ferrara. In condizioni siffatte fu fortuna per quello Stato avere a capo un principe, come Alfonso, di indole posata e pratica. Egli non amava lo sfarzo nè la prodigalità; di avere una corte splendida non si curava punto. Tutto quello che fosseapparenza, anche il suo vestimento, negligeva. Le passioni sue si concentravano nell'esercito, nelle fortificazioni e nel fondere cannoni. Quando le occupazioni gliene lasciavano agio, trovava il suo svago in una bottega di tornitore che s'era ordinata, ovvero, da quell'abile dilettante ch'era, nel dipingere vasi di maiolica. Per la più elevata coltura non ebbe alcun senso. L'abbandonò alla moglie.

Con piena libertà regolava Lucrezia la sua corte. Ormai erasi fatta anima e centro di ogni vita spirituale in Ferrara. Il côlto intelletto, la bellezza, la grazia irresistibile della sua natura affascinavano chiunque le si accostasse. La ripugnanza, che in sul principio i congiunti di casa d'Este avevan sentito per lei, era svanita. Specialmente in Isabella Gonzaga s'era convertita in affezione. N'è prova la copiosa corrispondenza epistolare tra loro, durata sino alla morte di Lucrezia. Parecchie centinaia delle lettere sue alla marchesa di Mantova si conservano ancora nell'Archivio Gonzaga.

Le sue relazioni con la casa d'Urbino s'erano appena fatte meno amichevoli e cordiali. Continuarono ancora così, quando Guidobaldo fu venuto a morte nell'aprile 1508, mentre successore di costui fu Francesco Maria Rovere, genero d'Isabella Gonzaga. Essa riceveva le visite di questi principi, e stava in intimo contatto con molti de' più ragguardevoli uomini, quali Baldassarre Castiglione e Ottaviano Fregoso, Aldo Manuzio e il Bembo.

Il Bembo ardeva d'amore per la bella duchessa. La cantò in versi, e le dedicò il primo agosto 1504 il suo dialogo sull'amore,Gli Asolani, con una lettera, nella quale ne celebrava le virtù. L'amico suo Aldo, che aveva dapprima vissuto in Ferrara alla corte di Ercole, poi era andato presso i Pii nell'incantevole Carpi, e da ultimo stabilitosi in Venezia, stampò quivi nel 1505Gli Asolanie gli mandò a Lucrezia con una dedica. La passionedel Bembo per la duchessa è cosa, su cui non cade dubbio. Ma sarebbe sterile impresa voler desumere dalle prove di affetto, che la bella donna gli diede, che la passione abbia trascesi i confini del lecito; il che si è creduto poter arguire dalle lettere del Bembo a colei, stampate nelle opere di lui; e molto più da quelle dirette a lui stesso dalla Lucrezia. L'ingegnoso Veneziano, dal 1503 al 1506, tempo in cui andò a stare alla corte di Guidobaldo in Urbino, stette sempre in vivissime relazioni personali con Lucrezia. Le scrisse lettere, allorchè dimorava dagli amici suoi Strozzi, in villa Ostellato. In esse, soprattutto in alcune, ch'ei indirizzava ad un'amica innominata, e ch'era, senza dubbio, la duchessa, si sente qualcosa più dell'amicizia: son piene di tenera confidenza. Le lettere di Lucrezia al Bembo esistono, com'è noto, nell'Ambrosiana di Milano. Ogni visitatore della celebre Biblioteca le avrà viste insieme con la ciocca di biondi capelli, che v'è unita. Quelle sono autografe e incontrastabili; dell'autenticità invece dell'altra sembra lecito dubitare; ma potette anche ben essere un pegno d'affetto, che al fortunato Bembo riuscì ottenere. Le lettere della Lucrezia a lui sono state descritte e commentate prima da Baldassarre Oltrocchi; poi messe in voga da Lord Byron, e ultimamente, nell'anno 1859, pubblicate in Milano da Bernardo Gatti.[244]Sono nove in tutto: sette in italiano, e due in spagnuolo. V'è anche annessa una canzone spagnuola.

Che nel suo cuore Lucrezia accogliesse pel Bembo più che amicizia, deve parere certo. Lei giovane tuttora, e lui perfetto cavaliere, bello, amabile e pieno di spirito sì da ecclissare interamente il ruvido Alfonso. Di questo eglidovette anzi eccitare la gelosia. E forse per ciò e pel pericolo, onde si vide minacciato, si decise ad andarsene a stare in Urbino. Sino al 1513, benchè di lontano, si tenne in amichevole relazione con Lucrezia.

Molti altri poeti in Ferrara le offrivano omaggi e la divinizzavano. I versi de' due Strozzi sono anzi più appassionati di quelli del Bembo, forse perchè il loro ingegno poetico era superiore. Tito, il padre, s'incontrava col suo geniale figliuolo, Ercole, negli stessi sentimenti rispetto alla bella principessa, e sino ne' motivi e nelle immagini poetiche. E siffatta comunanza basta già a provare, che l'amor loro non era che una devozione estetica. Tito cantò una rosa, che Lucrezia avevagli offerta; ma il figliuolo lo vinse in un epigramma:La Rosa di Lucrezia,[245]che difficilmente fu la stessa che aveva ricevuta il padre.

Tito ne' suoi epigrammi confessava, che, mentre per l'età sua si teneva sicuro dell'amore, ora nondimeno era preso ne' ceppi di Lucrezia. In essa — così diceva — s'è raccolta ogni magnificenza del cielo e della terra; e niente che le stia a paro può trovarsi nel mondo. Al Bembo, di cui gli era nota la passione, diresse un epigramma, nel quale con spiritosa vena componeva il nome Lucrezia daLuxeRetia, e saporitamente rideva della rete, nella quale segnatamente il Bembo era avviluppato.[246]

Suo figlio Ercole la chiamava una Giunone nel soccorrere; una Pallade ne' costumi; una Venere nell'aspetto. Cantò in versi catulliani il marmoreo Cupido, che la principessaaveva posto nella sala. Il Dio d'amore era stato pietrificato dal lampo degli occhi di lei. L'occhio bellissimo di Lucrezia paragonava al sole, che accieca chi osa fissarlo. Come Medusa, con lo sguardo suo essa faceva diventar di pietra l'acciecato. Ma anche nella pietra l'amorosa pena perdura e si sfoga in lagrime.

È mai possibile leggere tutte quelle graziose poesie, e pensare ancora che gli autori potessero scriverle, tenendo Lucrezia realmente colpevole di que' delitti, onde il Sannazzaro non aveva lasciato di accusarla anche dopo la morte del padre?

Antonio Tebaldeo, il Calcagnini e il Giraldi cantarono anche la bellezza e la virtù di Lucrezia. Marcello Filosseno compose su lei amorosi sonetti, comparandola con Minerva e Venere. Jacopo Caviceo, che negli anni ultimi della sua vita — morì il 1511 — fu vicario del Vescovado di Ferrara, le dedicò il suo curioso romanzo, Peregrino, con una epistola dedicatoria, nella quale l'esaltava come «bella ed erudita, savia e costumata.» La serie de' poeti, che stettero a' piedi suoi, dev'essere stata lunga assai. Ed essa accoglieva gli omaggi loro con quella stessa aria di orgoglio soddisfatto, con cui ogni bella donna riceve oggi di simili offerte. Alcuni de' poeti erano forse ebbri d'amore per lei. Altri la incensavano per pura cortigianesca adulazione. Ma contenti tutti d'avere in essa un ideale, che poteva per lo meno valere come platonica sorgente delle rime e de' versi loro.

Quei poeti per noi oggi non sono che nomi letterarii, eccettuato l'Ariosto. Dal 1503 il grande Poeta fu in istrette relazioni con la corte di Ferrara, essendo entrato anzi tutto a' servizii del cardinale Ippolito. Poco dopo, nel 1505, diè principio al suo poema, sul cui svolgimento però non pare la bella duchessa abbia spiegato grande influenza. Alcuna volta la glorificò, segnatamente in una ottava, per laquale essa non avrebbe saputo render grazie che bastassero, se avesse inteso che il Poeta era destinato all'immortalità: è l'83madel canto XLII dell'Orlando Furioso. L'Ariosto colloca l'immagine di Lucrezia nel tempio d'onore delle donne, sostenuta da due cavalieri testimoni dell'onore di lei, i due celebri poeti, Antonio Tebaldeo ed Ercole Strozzi. L'iscrizione sotto l'immagine dice, che la patria di lei, Roma, debba per bellezza ed onestà porla al disopra della Lucrezia antica.[247]

Uno scrittore moderno italiano, a proposito di quest'omaggio dell'Ariosto, osserva: «Per quanto si voglia tener conto dello spirito cortigianesco dei poeti di quei tempi e della buona servitù di messer Ludovico agli Estensi, si consentirà tuttavia che l'arte adulatoria aveva pur essa i suoi canoni e i suoi limiti, e che male avvisato e inesperto delle materie del mondo e delle usanze delle Corti sarebbe stato colui che avesse lodato un principe di ciò appunto, di cui più palesemente avesse meritato biasimo; imperocchè la lode avrebbe allora vestito le forme dell'ironia, e mal ne avrebbe incolto all'incauto e sconsigliato piaggiatore.»[248]L'adulazione fu il prezzo, onde i poeti di corte in ogni tempo pagarono la loro aurea servitù; fu il loro peccato e la loro pena. L'Ariosto e il Tasso se ne tennero tanto poco lontani quanto Orazio e Virgilio. Allorchè il Cantore dell'Orlando Furiososi vide trattato con freddezza dal cardinale Ippolito, avrebbe voluto d'untratto dar di frego a tutto ciò che aveva detto in lode di lui. Uopo è anche ammettere che il semplice nomeLucreziaporgeva occasione all'Ariosto, come agli altri poeti, di stabilire paragone con quell'ideale classico dell'onestà muliebre. Questo s'offriva quasi spontaneo all'immaginazione, soprattutto pe' poeti della Rinascenza. Nulladimeno non si può in tutto rigettare l'osservazione del moderno difensore di Lucrezia. Dove pure quel paragone non fosse stato fatto, è certo che altri contemporanei dell'Ariosto hanno appunto esaltato l'onestà della bella duchessa. E questo è sicuro, che nel periodo della sua vita in Ferrara essa si mostrò qual modello di donna virtuosa.

Alla corte sua viveva una giovane dama, le cui attrattive affascinavano tutti i cuori, sino a che non divenne cagione di un tragico avvenimento. Era quell'Angela Borgia, che Lucrezia aveva seco menato da Roma a Ferrara, un tempo fidanzata di Francesco Maria Rovere. Non si sa quando la promessa di matrimonio sia stata sciolta. Dovett'essere forse appena dopo la morte di Alessandro. Allora, come s'è visto, l'erede di Urbino si ammogliò con Eleonora Gonzaga. Fra gli adoratori di Angela erano i due fratelli del duca Alfonso, il cardinale Ippolito e Giulio, figliuolo naturale di Ercole, uomini egualmente rotti al vizio. Un giorno che il cardinale le offriva gli omaggi suoi, Angela vantò i belli occhi di Giulio. Il geloso libertino ne sentì dispetto sì forte, che concepì tutto un disegno di vendetta veramente infernale. Il reverendo cardinale ordinò a compri sicarii di cogliere in agguato il fratello, di ritorno da una caccia, e di cavargli quegli occhi, che donna Angela aveva trovati sì belli. L'attentato fu compiuto in presenza del cardinale stesso; ma non riuscì così a pieno com'ei avrebbe desiderato. Il ferito fu trasportato al suo palazzo, ove i medici potettero per gran ventura salvargli un occhio. Il criminoso fatto accadde il 3 novembre1505.[249]Tutta la corte ne fu in grande commozione. Il duca, è vero, punì il cardinale, esiliandolo temporaneamente; ma l'infelice Giulio aveva ben motivo di rimproverargli, ch'innanzi a quel delitto s'era rimasto indifferente. Egli ardeva di vendicarsi, e il suo furore doveva ben presto trarsi dietro le più terribili conseguenze.

Per l'Ariosto, cortigiano dell'empio cardinale, l'imbarazzo non fu poco nè piccolo. Se la cavò in modo, a dir vero, punto onorevole; il che contribuisce a scemare valore alle lodi da lui tributate a Lucrezia. L'adulazione l'acciecò e l'indusse a scrivere un'egloga, nella quale assegnava le ragioni dell'attentato, e cercava in parte riabilitare gli assassini, dipingendo con foschi colori il carattere di Giulio. Nell'egloga stessa diè anche la stura ad un entusiastico panegirico di Lucrezia. Ne lodò non solo la bellezza e lo spirito e le opere di pietà, ma sopra ogni cosa la pudicizia, per la quale sarebbe già stata glorificata prima di venire a Ferrara.[250]

Un anno dopo, il 6 dicembre 1506, Lucrezia sposò donna Angela col conte Alessandro Pio di Sassuolo. E, per strano accidente, più tardi il figlio di costoro, Giberto, fu marito d'Isabella, figlia naturale del cardinale Ippolito.

Intanto, nel mese stesso di novembre, in cui ebbe luogo l'attentato, un avvenimento in Vaticano fece su Lucrezia gravissima impressione, e risvegliò in lei le più penose ricordanze. La Giulia Farnese, la compagna della sua sciagurata gioventù, vi apparve in condizioni tali, che ella dovette sentirsene commossa davvero. Non sappiamoquali casi incontrasse l'amante di Alessandro poco innanzi e dopo la morte di costui. Probabilmente andò a vivere col marito Orsini al Castello di Bassanello; ed ivi forse si ritirò pure la suocera Adriana. Per lo meno troviamo colà la Giulia nel 1504, anno in cui nella famiglia Orsini fu consumato uno di quei delitti di sangue, così frequenti nella storia delle famiglie italiane. La sorella di Giulia, Girolama Farnese, la vedova di Puccio Pucci, erasi in seconde nozze sposata col conte Giuliano Orsini di Anguillara. Il figliastro Giambattista di Stabbia ammazzò Girolama, perchè, come fu detto, essa stessa aveva voluto avvelenar lui. Giulia diede sepoltura all'uccisa sorella in Bassanello.

L'anno appresso dev'essere andata a Roma ed aver preso dimora nel palazzo degli Orsini. Suo marito era morto, e forse morta doveva esser pure Adriana Ursina; mentre non comparisce nell'atto solenne avuto luogo in Vaticano nel novembre 1505. Ivi, a grandissimo stupore di tutta Roma, Giulia maritò l'unica figlia sua, Laura, col nipote carnale di papa Giulio II, Niccolò Della Rovere, fratello del cardinal Galeotto.

Laura, per quanti erano addentro a' misteri della madre, passava per figliuola di Alessandro VI, e quindi per sorella naturale della duchessa di Ferrara. All'età di sette anni appena la madre, il 2 aprile 1499, l'aveva formalmente promessa in isposa al dodicenne figliuolo di Raimondo Farnese. Il legame era poscia stato sciolto, per dar luogo all'altro, il più splendido che l'ambizione di quella donna sapesse desiderare.[251]

L'assenso di Giulio II all'unione di suo nipote con la bastarda di Alessandro VI è uno de' fatti più singolari nella storia personale di questo Papa. Sembra indicare lasua riconciliazione con i Borgia. Egli gli aveva odiati, sino a che fu loro nemico; ma l'odio suo non aveva mai avuto motivi morali. Giulio II non ha mai disprezzato Alessandro e Cesare: piuttosto, al pari del Machiavelli, n'ha riconosciuto con ammirazione la forza. Niun documento ci attesta, che asceso al trono egli abbia intrattenuto relazioni personali con Lucrezia Borgia. Pure è da tenere per sicuro, che lo abbia fatto, per riguardo alla casa degli Este. Una volta soltanto aveva recato sfregio gravissimo a Lucrezia, quando il 24 gennaio 1504, mettendo Guglielmo Gaetani in possesso di Sermoneta, scrisse una Bolla in termini così poco riguardosi, che vi dava, senza complimenti, ad Alessandro VI del truffatore, avido di arricchire i suoi con le spoliazioni degli altri.[252]E signori di Sermoneta erano stati per lo appunto Lucrezia prima, poi il figlio Rodrigo.


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