Più tardi, soprattutto quando Alfonso fu venuto al governo, le relazioni del Papa con Lucrezia dovettero farsi più amichevoli. Ella continuò pure a mantenere un commercio epistolare con Giulia Farnese. Senza dubbio ebbe da questa la nuova dell'unione della figlia con la Casa del Papa.
Il matrimonio fu solennizzato in Vaticano, presenti Giulio II, il cardinale Alessandro Farnese e la madre della sposa. Quel giorno segnò per Giulia uno de' più grandi trionfi nella sua vita così piena di avventure. Aveva soggiogato la resistenza morale di un altro Papa; e questi era il nemico di Alessandro e l'autore della rovina di Cesare. Essa, l'adultera, la ganza di Alessandro VI, stigmatizzata con le satire di Roma e di tutta Italia, compariva ora in Vaticano, come una delle più cospicue signore dell'aristocrazia romana, come l'illustrissima gentildonna Julia de Farnesio, vedova dell'Orsini, per sposarvi la figlia sua e diAlessandro col nepote di Giulio II, e così assolvere e purificare il suo peccaminoso passato. In quel tempo essa era ancora donna bella e seducente, che toccava, tutt'al più, il trentesimo anno dell'età sua.
Questa fortuna e questa reintegrazione dell'onor suo — se pure, rispetto alla morale del tempo, accade di ciò parlare — essa le doveva alla reputazione del fratello, il cardinale. Vi furono anche riguardi politici che indussero il Papa a quella unione. Per effettuare il suo disegno di ricostituzione dello Stato della Chiesa, egli voleva innanzi tutto guadagnarsi l'animo delle grandi famiglie romane. Tirò dalla sua i Farnesi e gli Orsini. Nel maggio 1506 maritò la propria figlia naturale, Felice, con Giangiordano Orsini di Bracciano; e nel luglio dello stesso anno diede la nipote Lucrezia Gara Della Rovere, sorella di Niccolò, in moglie a Marcantonio Colonna.
La giovane Laura Orsini ereditò Bassanello e i diritti sul palazzo di Monte Giordano in Roma. Dopo quel tempo la madre Giulia scompare di nuovo dalla scena. E non è più visibile nè sotto Giulio II, nè sotto Leone X. Il 14 marzo 1524 fece testamento in favore delle nipoti Isabella e Costanza, pel caso che la figliuola non avesse discendenti. Il 23 marzo dello stesso anno l'ambasciatore veneto in Roma, Marco Foscari, scriveva alla Signoria: «La sorella del cardinale Farnese, madonna Giulia, un tempo amante di papa Alessandro, è morta.» Queste parole danno a credere che la sia morta in Roma. Di Giuliabellanon abbiamo nessun ritratto autentico. Soltanto la tradizione romana pretende che delle due figure marmoree, che ornano il sarcofago di Paolo III Farnese in San Pietro, l'una, laGiustizia, rappresenti l'immagine fedele della sorella, la Giulia Farnese, e l'altra, laSaviezza, quella della madre di lui, Giovannella Gaetani.
La figliuola di Giulia restò signora di Bassanello eCarbognano. Ebbe un figlio, Giulio Della Rovere, che più tardi ebbe grido di uomo molto dotto.[253]
Frattanto l'attentato commesso contro Giulio d'Este adduceva tali conseguenze, che la casa di Ferrara si trovò minacciata da una terribile catastrofe. Giulio accusava Alfonso d'iniquità; e invece i molti amici del cardinale trovavano l'esilio di lui sin troppo duro. Ippolito aveva gran seguito in Ferrara. Egli era uomo mondano e prodigo; mentre il duca, tutto immerso nelle sue inclinazioni positive e nelle sue occupazioni pratiche, trascurava la corte e la nobiltà. Un partito si formò, che aspirava ad un violento cambiamento di governo. Rivoluzioni siffatte furon tutt'altro che nuove nella casa degli Este, sin nel tempo in che Ercole era venuto al potere.
Giulio fece entrare ne' suoi disegni di vendetta alcuni nobili malcontenti, e uomini senza coscienza ch'erano al servizio del duca: il conte Albertino Boschetti da San Cesario, il genero di lui, capitano della Guardia palatina, un cameriere, un cantante di camera del duca, e alcuni altri. Alla congiura prese parte anche Don Ferrante, germano di Alfonso, al quale, come procuratore di costui, era stata affidata Lucrezia in Roma. Intendimento di Giulio era di spedire all'altro mondo il cardinale, avvelenandolo; e, poichè il fatto non sarebbe passato impunito ove Ercole rimanesse in vita, di ammazzare anche quest'ultimo e mettere sul trono Don Ferrante. L'uccisione di Alfonso doveva aver luogo in un ballo in maschera.
Il cardinale, ch'era servito egregiamente dalle sue spie in Ferrara, ebbe notizia del disegno, e potè presto avvertirne il fratello Alfonso. Ciò fu nel luglio 1506. I congiurati cercarono salvezza nella fuga. Pure non riuscì fuggire che a Giulio e al cantante Guasconi, il primo a Mantova,il secondo a Roma. Il conte Boschetti fu preso a poca distanza da Ferrara. Quanto a Don Ferrante, sembra non abbia fatto tentativo alcuno di fuga. Condotto alla presenza del duca, gli si gettò a' piedi, implorando grazia. Ma, inetto oramai a contener lo sdegno, Alfonso non solo lo scacciò adirato da sè; ma con uno stocco, che aveva in mano, gli cavò fuori un occhio. Quindi lo fece rinchiudere nella torre del castello. Colà fu ben presto menato anche Don Giulio, consegnato, dopo alquanta resistenza, dal marchese di Mantova. Il processo di crimenlese fu subito condotto a termine, e i colpevoli condannati a morte. Primo ad esser decapitato innanzi al Palazzo della Ragione fu il Boschetti con due de' complici suoi. Lo spettacolo dell'esecuzione è con precisione figurato in una statistica criminale di Ferrara di quel tempo; e il notevole manoscritto si conserva nella Biblioteca dell'Università.
I due principi dovevano essere impiccati il 12 agosto nella corte del castello. Il patibolo era già stato rizzato; le tribune andavan popolandosi; il duca venne a prendere il suo posto; furon condotti i due infelici coperti di catene. Alfonso fece allora un segno: egli rendeva grazia a' suoi fratelli. Privi di sensi, furon questi riportati nel carcere. La loro pena era la prigione in vita. E vi languirono per lunghi anni, anche dopo la morte di Alfonso. Nulla potette mai ammollire il cuore di quest'uomo crudele. Tutto il tempo che visse seppe acconciarsi al pensiero, che i miseri fratelli giacevano là, nella torre, in quel castello stesso, ove egli libero entrava e usciva, ove abitava, ove non di rado trovava gioia e contento. Tali gli Este, quelli che l'Ariosto nel suo poema ha levati a cielo. Don Ferrante cedette alla morte il 22 febbraio 1540 nell'età di 63 anni. Don Giulio ricuperò la libertà nell'anno 1559, e poscia morì il 24 marzo 1561, di 83 anni.
Proprio nel tempo che quella tragedia si svolgeva alla corte di Ferrara, e che alla memoria di Lucrezia dovevano ripresentarsi vivi i ricordi della sua passata vita, Giulio II usciva da Roma per dar seguito alle sue ardite imprese. Queste eran rivolte alla ricostituzione dello Stato della Chiesa, mercè la scacciata di quei tiranni, che un tempo avevano potuto schivare il ferro di Cesare. Come vassallo della Chiesa, Alfonso mandò truppe ausiliarie. Non prese però parte di persona alla spedizione; mentre invece Guidobaldo d'Urbino, che aveva adottato Francesco Maria Della Rovere a figlio e successore suo, e il marchese Gonzaga servivano personalmente nell'esercito di Giulio II. Il 12 settembre 1506 il Papa entrò in Perugia, i cui tiranni, i Baglioni, pieni di timore e spavento, gli si sottomisero. L'11 novembre fece il suo ingresso in Bologna, dopochè Giovanni Bentivoglio, la moglie Ginevra e tutti i figliuoli loro eran già sulla via dell'esilio. Colà Giulio fece alto, gettando avidi sguardi sulla Romagna, una volta Stato di Cesare, ed ora in potere de' Veneziani.
Uno strano caso faceva proprio allora apparir di nuovo in lontananza la già dileguata figura di quel duca di Romagna. Il 26 novembre giunse a Lucrezia la nuova, che il fratello era evaso dalla sua prigione nella Spagna. Il giorno dopo ella ne informò il marchese Gonzaga, ch'era a Bologna come Capitan Generale della Chiesa.
Per la liberazione di Cesare ella erasi dato un gran da fare; ma le intercessioni sue non fecero presa sull'animo del re di Spagna. Finalmente per circostanze accidentali quegli ottenne libertà. Lo Zurita racconta che Ferdinando il Cattolico nella primavera del 1506 voleva prender Cesaredalla prigione di Aragona e menarlo seco in Napoli, ove andava per ordinarvi le faccende del Reame e per assicurarsi di Consalvo, della cui fedeltà aveva cominciato a insospettire. Ma il genero, l'arciduca Filippo, col quale era in una certa tensione, in causa delle pretensioni che colui affacciava sul governo della Castiglia, negò di render Cesare prigioniero in Medina, ch'era luogo castigliano. Ora, assente Ferdinando per quel viaggio, Filippo venne a morte in Burgos il 5 settembre 1506. E Cesare approfittò per fuggire di questa circostanza e anche della lontananza del re. La fuga fu aiutata dal partito castigliano, che aveva in mente servirsi del celebre condottiero.
Il 25 ottobre egli fuggì dal Castello di Medina sulla terra del conte di Benavente, ove si fermò dapprima. Alcuni baroni, che desideravano rimettere il governo della Castiglia nelle mani di Massimiliano, padre di Filippo, volevano mandarlo ambasciatore nelle Fiandre alla Corte dell'imperatore. Ma, svanito il progetto, Cesare se ne andò a Pamplona, dal cognato, il re di Navarra, anch'egli implicato ne' negozii castigliani e in quel momento in guerra col suo ribelle Conestabile, il conte di Lerin.
Di lì scrisse al marchese di Mantova. Questa è l'ultima lettera che abbiamo di lui, o che almeno ci è nota:
«Illustrissimo Principe e signor Cognato, onorando qual fratello. — Avviso Vostra Eccellenza, come, dopo tanti travagli, è piaciuto al Signor Nostro Iddio liberarmi e cavarmi di prigione. In qual modo sia ciò accaduto, intenderà dal mio segretario Federigo, esibitore della presente. Piaccia a Dio, d'infinita clemenza, che ciò sia per maggior suo servizio. Al presente mi trovo in Pamplona con gl'illustrissimi re e regina di Navarra. Vi giunsi il 3 dicembre, della qual cosa, come di ogni altra, Vostra Signoria sarà a pieno informata dal nominato Federigo. Piaccia a lei prestargli, per quanto sarà per dire in mio nome,tutta quella fede, come farebbe alla mia persona propria. Mi raccomando per sempre all'Eccellenza Vostra. — Da Pamplona, il 7 dicembre 1506. Di Vostra Eccellenza compare fratello minore Cesare.»
La lettera è suggellata con ostia. Il suggello porta le doppie armi di Cesare, finamente incise, con l'iscrizione:Cæsar Borgia De Francia Dux Romandiolæ. Uno degli scudi contiene l'arme de' Borgia co' gigli francesi, dalla cui corona si levano sette draghi dalle lingue aguzze; l'altro, l'arme della moglie di Cesare con i gigli di Francia e un pegaso che sormonta il cimiero.[254]
Il segretario di Cesare giunse a Ferrara sugli ultimi di dicembre.[255]Difficilmente era stato mandato in Italia solo per confermare la liberazione del suo signore. Egli vi veniva pure per investigare lo stato delle cose, e vedere se una restaurazione del duca di Romagna fosse ancora possibile. Ma per simili sogni niun momento poteva essere più inopportuno della fine dell'anno 1506, quando Giulio II aveva preso appunto possesso di Bologna. Il marchese Gonzaga, sulla cui benevolenza Cesare faceva ancora assegnamento, era colà Generalissimo dell'esercito papale. E questo, come si teneva, era già pronto ad un'impresa in Romagna. Pure la Romagna era l'unico paese, nel quale Cesare potesse avere in vista una restaurazione. Il suo buon governo vi aveva lasciato orma profonda; e i Romagnoli avrebbero preferito la dominazione di lui, anzichè sottomettersi al reggimento della Chiesa. È giusto ciò che lo Zurita, lo storico d'Aragona, dice: «La liberazione di Cesare costernò il Papa, perchè il duca era tale uomo che da se solo bastava a mettere sossopra l'Italia intera. Egli era amato assai non solo dalla gente di guerra, ma anche damolti in Ferrara e nelle terre della Chiesa: fatto che raramente scontrasi in tiranno altro qualsiasi.»
L'inviato di Cesare osò spingersi sino a Bologna, nonostante che vi fosse il Papa; e questi lo fece prendere. Informatane Lucrezia, scrisse al marchese Gonzaga questa lettera:
«Illustrissimo signor Cognato e Fratello riveritissimo. — Ho appunto inteso che per commissione di Sua Santità, Nostro Signore, è stato preso in Bologna Federigo, cancelliere del signor Duca, mio fratello. Io son certissima ch'egli non si troverà in mancamento alcuno, non essendo venuto per fare o per dire alcunchè di disaggradevole o di molesto per Sua Santità, mentre nulla di simile penserebbe nè ardirebbe Sua Eccellenza. Che se colui avesse avuto alcuna commissione, me l'avrebbe anticipatamente comunicata, ed io non avrei giammai tollerato nè tollererei ch'egli fosse motivo anche a sospetto, essendo io, al pari dell'Illustre mio Signor Consorte, devotissima e fedelissima serva di Sua Beatitudine. Quanto a me, non trovo nè so ch'egli sia venuto per altro se non per portare la nuova della liberazione. Onde tengo per cosa indubitata che egli sia del tutto innocente. Ma la detenzione è un fatto che ha per me un peso grave, massime per lo smacco che può derivarne al detto Duca mio fratello, quasi non fosse in grazia di Sua Santità; e lo stesso vale pure riguardo a me. Io prego adunque quanto più so e posso l'Eccellenza Vostra, e per quanto amore la mi porta, di adoperarsi in ogni guisa presso Sua Santità, perchè colui presto sia rilasciato. E questa cosa io spero dalla benignità di quella, e dalla efficacia ed intercessione di Vostra Eccellenza. Perocchè niun piacere nè beneficio potrei dall'Eccellenza Vostra al presente ricevere maggiore di questo, e pel quale sapessi esserle più obbligata e per l'onor mio e per ogni rispetto. Sicchè di nuovo le raccomando di tutto cuore questo affare. E me le offroe raccomando. — Ferrara, 15 gennaio 1507. Di Vostra Eccellenza sorella e serva la Duchessa di Ferrara.»[256]
Da Pamplona Cesare mandò il Requesenz, il suo antico maggiordomo, al re di Francia, per impetrare la permissione di tornare alla Corte e al servizio di lui. Ma Luigi XII non volle saperne. All'inviato, che a nome di Cesare pretendeva il Ducato di Valenza e la pensione per lo innanzi percepita come principe della Casa di Francia, fu risposto con un rifiuto.[257]
Ben presto la morte veniva a porre termine a tutte le speranze del famoso avventuriero. Al soldo del cognato di Navarra, Cesare cingeva d'assedio il vassallo di lui Don Loys de Beamonte, conte di Lerin, nel Castello Viana. Quivi cadde morto in una imboscata, valorosamente pugnando, il 12 marzo 1507. Il luogo è nella diocesi di Pamplona; e per strana coincidenza, come lo Zurita nota, il giorno della morte di Cesare fu quello stesso, in cui aveva un tempo ricevuto il Vescovado di Pamplona. E in questa città con grande onoranza fu anche seppellito. Non aveva che 51 anno, proprio come Nerone.
La caduta dell'uomo formidabile, che una volta aveva fatto tremare l'Italia intera, e il cui nome era divenuto celebre per ogni dove, liberava Giulio II da un pretendente, che col tempo avrebbe potuto diventargli molesto assai. Chi può dire difatti tutti gl'imbarazzi che Cesare avrebbe potuto procacciargli o nella guerra con Venezia pel possesso della Romagna, come alleato e condottiero della Repubblica, o ancor più in quella del Papa stesso con la Francia, dopo la defezione di lui dalla Lega di Cambray? Niun dubbio che Luigi XII, tutto spirante vendetta, avrebbe ricondottoCesare in Romagna, messo a profitto gli antichi legami in quel paese, come pure le grandi attitudini di lui.
La nuova della morte di Cesare giunse a Ferrara da Rema e da Napoli, nell'aprile 1507, mentre il duca Alfonso era assente. Il suo consigliere Magnanini e il cardinale Ippolito celarono i dispacci alla travagliata duchessa, prossima a sgravarsi, la quale per altro aveva già dell'accaduto più che un presentimento. Le si disse soltanto, che in un combattimento il fratello era stato ferito. In preda a profonda commozione, si ritrasse in un convento della città, e vi passò due giorni pregando; quindi fece ritorno al palazzo. Non appena il rumore della morte di Cesare era arrivato all'orecchio di lei, aveva spedito il servitore Tullio a Navarra. Ma, confermatosi della realtà del fatto, questi a mezza strada tornò indietro a Ferrara. Era quivi venuto pure il Grasica, scudiero di Cesare, che aveva assistito ai funerali del duca in Pamplona; e diede notizie precise sulle circostanze della morte. Il cardinale si decise oramai a dire a Lucrezia la verità, consegnandole la lettera del marito Alfonso, che recava la triste nuova.[258]
La duchessa mostrò più rassegnazione di quello si potesse aspettare. Il dolor suo si mescolava con l'amarezza di tutte quelle rimembranze e di quei sentimenti, che la vita in Ferrara aveva potuto sopire, non estinguere del tutto. E ben due volte risursero nell'anima sua più prepotenti e spaventevoli che mai: alla morte del padre, e ora alla morte del terribile fratello, l'uccisore del suo giovane sposo Alfonso. Se è lecito pensare che il cordoglio suo, oltre tutte le altre ragioni che concorrevano a generarlo, fu essenzialmente il prodotto del più santo de' sentimenti, lo spettacolo di Lucrezia, che piange la morte di Cesare Borgia, rappresentadavvero uno de' più bei trionfi dell'amore fraterno. E a noi piace tener così, perchè, di certo, quest'amore è il più puro e generoso di tutti i sentimenti umani.
In verità, bisogna riconoscerlo, Cesare Borgia non appariva nè alla sorella nè in generale a' contemporanei quale lo vediamo noi oggi. Oggi per noi i suoi misfatti sembrano sempre più neri; mentre invece le sue buone qualità e quella sua importanza, tanto per politiche ragioni esaltata dal Machiavelli, si sono via via rimpicciolite. E per ogni pensatore la possanza, cui quel giovane avventuriero, per rincontro di condizioni affatto peculiari, seppe levarsi, non può che esser prova di ciò, che la moltitudine volgare, paurosa e ignorante, è capace di sopportare. Essa sopportò anche la puerile grandezza di un Cesare Borgia, innanzi al quale principi e città allibirono per anni. Ned egli, del resto, fu l'ultimo idolo della storia, sfacciato tanto quanto intimamente vuoto, innanzi al quale il mondo si sia prosternato tremando.
Ma quando anche Lucrezia non si fosse formato un giudizio chiaro sul conto di suo fratello, pure nè la memoria nè la mente sua potevano esser diventate mute e inerti. Per parte sua lo perdonò; ma dovette domandarsi, se lo perdonerebbe del pari l'incorruttibile giudice delle azioni umane. E noi sappiamo ch'ella era cattolica credente e fervorosa nel senso della religione di quel tempo. Possiamo quindi immaginare quante messe espiatorie facesse dire per l'anima di Cesare, e quante preghiere volgesse al Cielo in suffragio della stessa.
Ercole Strozzi cercò confortarla con pompose poesie, nel 1508 le dedicò un epicedio per Cesare. Questa poesia barocca è notevole pel concetto dell'autore, e quasi è lecito chiamarla l'accompagnamento poetico delPrincipedel Machiavelli. In prima il poeta mostra la profonda angoscia delle due donne, Lucrezia e Carlotta, che spargono sul cadutocaldissime lagrime, come già altra volta ne versarono per Achille Cassandra e Polissena. Dipinge l'eroica carriera di Cesare, pari al grande Romano nelle geste come nel nome. Novera tutte le città di Romagna da lui conquistate, e accusa l'invido destino che non gli permise conquistarne altre, perchè in tal caso non avrebbe lasciato a Giulio II la gloria di Bologna. Racconta che, tempo innanzi, il genio di Roma era apparso al popolo romano e aveva profetizzato la fine di Alessandro e di Cesare, deplorando che con loro svaniva la speranza sua di vedere una volta venire la sua salute dalla stirpe di Callisto, siccome gli Iddii le avevan promesso. Ora Crato istruisce il poeta intorno a tal promessa. Pallade e Venere, quella amica di Cesare e Spagnuoli, questa italiana di patria e indignata che stranieri avessero a padroneggiare su' discendenti di Troia, avevano, disputando tra loro, levato i loro richiami innanzi a Giove, e accusatolo di non aver mantenuto la promessa di dare all'Italia un re eroico. Giove avevale calmate: il fato era irresistibile. È vero che Cesare aveva dovuto morire come Achille; ma dalle due stirpi degli Este e de' Borgia, derivate da Troia e dall'Ellade, nascerà l'eroe promesso. Pallade quindi entra in Nepi, ove, dopo la morte di Alessandro, Cesare giaceva malato di peste; e al suo letto, sotto le sembianze del padre di lui, gli presagisce la morte, cui egli, nella coscienza della sua gloria, doveva affrontare da eroe. Poscia s'invola come uccello, e corre a Ferrara da Lucrezia. Descritta la caduta di Cesare in Spagna, il poeta consola la sorella prima con filosofici luoghi comuni, e poi annunziandole ch'ella sarebbe la madre del predestinato figlio d'eroi.[259]
Stando all'asserzione dello Zurita, Cesare Borgia nonlasciò che un'unica figliuola, la quale visse con la madre sotto la protezione del re di Navarra. Ebbe nome Luisa. Si maritò più tardi con Luigi De La Tremouille; e, morto costui, con Filippo di Bourbon, barone di Busset. La madre, Carlotta d'Albret, dopo una vita tanto commossa, si diede alla pietà e devozione contemplativa. Ritirata dal mondo, morì gl'11 marzo 1514. Due figliuoli naturali di Cesare, Girolamo e Lucrezia, vivevano in Ferrara, ove l'ultima si fece monaca, e nel 1573 morì badessa di San Bernardino.[260]
Nel febbraio 1550 in Parigi saltò fuori un altro bastardo di Cesare. Era un prete che si spacciava per figliuolo naturale del duca, di nome Don Luigi. Era venuto di Roma per chiedere soccorsi al re di Francia, avendo, com'ei diceva, suo padre incontrato la morte nel regno di Navarra in servizio della Corona di Francia. Gli furon dati 100 ducati, co' quali se ne tornò a Roma.[261]
Ben due volte Lucrezia aveva per sciagurato accidente tradite le speranze di Alfonso di aver discendenti. Finalmente il 4 d'aprile gli partorì un figliuolo. Gli si diede il nome dell'avo paterno.
Ercole Strozzi, alla nascita di questo erede al trono, festeggiò il compimento delle sue predizioni. In un genetliaco adulava la duchessa, esprimendo l'augurio, che le geste dello zio Cesare e dell'avo Alessandro potessero un giorno servir di modello al figliuolo. Perchè coloro lo avrebbero fatto ricordare di Camillo e degli Scipioni e degli eroi della Grecia.
Passarono poche settimane appena, ed il geniale poetafece una fine orribile. Il suo trasporto per Lucrezia non era certamente che di cavalier cortigiano o di poeta, che s'inchina alla bellezza. Oggetto invece delle sue passioni era Barbara Torelli, la giovane vedova di Ercole Bentivoglio. Ella lo preferì ad altro gentiluomo ferrarese. E il fortunato Strozzi la sposò nel maggio 1508.
Il mattino del 6 giugno, tredici giorni dopo, il poeta era steso morto all'angolo del Palazzo Este, detto oggi Pareschi, avviluppato nel suo mantello, i capelli arruffati, il corpo coperto di ventidue ferite. Tutta Ferrara ne fu costernata. Lo Strozzi era il decoro della città, uno de' poeti più ricchi d'ingegno del tempo suo, il prediletto di tutti i cultori degli studii, amico del Bembo e dell'Ariosto, favorito della duchessa, in grande reputazione presso la corte. Dalla morte del padre, Tito aveva occupato il posto da colui tenuto, di capo de' dodici giudici di Ferrara. Era ancora nel fiore degli anni: aveva toccato appena il ventisettesimo.
Quest'orribile avvenimento dovette riporre in mente a Lucrezia il giorno dell'uccisione del fratello Gandia. E come questa era rimasta avvolta nel mistero, il cui velo non fu mai sollevato, così pure la morte dello Strozzi. «Niuno nominò l'autore dell'assassinio, poichè il pretore tacque:» così disse più tardi Paolo Giovio nel suo elogio del poeta. Ma chi mai poteva far tacere il giudice, se non coloro che ne avevano la potestà?
Il fatto è stato attribuito ad Alfonso. Gli uni affermano che facesse ammazzare lo Strozzi per passione, ond'era preso per la moglie di lui; altri invece che vendicasse in lui il favore dispensatogli da Lucrezia. Anche i più moderni scrittori, che si sono sforzati di schiarire quel mistero, e che se ne riportano alle corrispondenze intime del tempo, dànno la colpa ad Alfonso.[262]E che il duca, il quale pure non soloaveva punito con tanta crudeltà i congiurati contro la vita sua, ma era in generale mantenitore spietato delle leggi in tutta la loro severità, non facesse trattar l'affare dal magistrato, è, certamente, tale un fatto, che solleva contro di lui gravissime ragioni di sospetto.
Lucrezia è stata pur essa indicata come colpevole dell'uccisione, forse per gelosia verso Barbara Torelli, forse anche per tèma che lo Strozzi potesse propalare la relazione di lei col Bembo, della quale egli doveva essere a parte, soprattutto avendo il poeta sperato, mercè l'influenza della duchessa, ottenere la dignità cardinalizia, speranza che era poi rimasta frustrata. I moderni non hanno a ciò prestato fede alcuna. Anche l'Ariosto non credette all'accusa; altrimenti, come mai avrebbe osato in quel tempio d'onore delle donne di casa d'Este porre a fianco dell'immagine di Lucrezia appunto Ercole Strozzi, come araldo della gloria di lei? Avesse pur scritta la sua ottava, ciò che non è verosimile, innanzi la morte del poeta, l'avrebbe, ove fosse stato da quell'accusa preoccupato, in altro modo concepita al momento di pubblicare nel 1516 il suo poema per le stampe.
Non credette alla colpa di Lucrezia nemmeno Aldo Manuzio, perchè proprio nel 1513 le dedicò l'edizione delle poesie de' due Strozzi, padre e figlio, con una introduzione, nella quale la levava alle stelle.
Giulio II aveva intanto composta la Lega di Cambray, il cui scopo era la distruzione della potenza veneziana. Anche Ferrara v'era entrata a parte. La guerra quindi teneva molto occupato Alfonso fuori della residenza e dello Stato suo; e nella sua lontananza affidava a Lucrezia la reggenza. In verità, essa reggeva ora in ben altro senso che nel passato in Vaticano e a Spoleto. Nel 1509 ella videanche dappresso la tempesta guerriera, quando sul Po il marito e il cardinale riportarono vittoria sulla flotta veneziana. Il 25 agosto di quell'anno Lucrezia diè alla luce un secondo figliuolo, Ippolito.
Le guerre, che sconvolgevano l'Italia, attrassero oramai nel gran movimento anche Ferrara. Nè l'agitazione si calmò presto, ma solo quando Carlo V ebbe dato nuovo assetto alle condizioni italiane. Onde, da questo tempo in poi, la vita di Lucrezia subì l'influenza della politica. I primi anni tranquilli in Ferrara eran passati insieme colla sua gioventù. Ora si dedicò alla educazione de' suoi figliuoli, i principi d'Este, e agli affari dello Stato, ogni volta che il marito glieli confidò. Essa era donna accorta: sulla sua intelligenza il padre non s'era ingannato mai. Anche come reggente di Ferrara seppe guadagnarsi stima e reputazione. Nella dedica delle poesie degli Strozzi, che Aldo le fece, oltre le altre qualità, come il timor di Dio, la beneficenza pe' poveri e la bontà verso coloro che le eran prossimi, celebrava in modo particolare anche la eccellenza sua come reggente, della quale «i cittadini ammiravano l'acuto giudizio e lo spirito penetrante.» Anche volendo far la parte all'adulazione in queste lodi, ne rimane pur sempre un'altra, che è l'espressione della verità.
Non v'è quindi a maravigliarsi, se d'allora in poi la personalità di Lucrezia quasi scompaia, ovvero sia ecclissata dalla storia politica di Ferrara. I cronisti della città non più la rammentano che alla nascita de' figliuoli. E in tutta la biografia di Alfonso di Paolo Giovio non è menzionata che due o tre volte, ma con grande riverenza. L'attrattiva personale, suscitata un tempo dalle avventure di questa donna, era scomparsa col cessare delle stesse. Anche le sue lettere ad Alfonso e le molte altre all'amica sua Isabella Gonzaga sono pel biografo di lei pressochè di nessun conto.
L'animo di Lucrezia era tutto immerso in quel mondo saldo e compatto, del quale oramai faceva parte. In mezzo a' serii ed alti doveri, che le incombevano, aveva trovato il suo posto tranquillo; e solo di rado ebbe ancora a sentirsi come turbata per eventi, che la riportavano con la mente al periodo romano della sua vita. Il che avvenne nel 1510 per la morte di Giovanni Sforza di Pesaro.
Dopo il ritorno nello Stato lo Sforza per Bolla di Giulio II v'era stato confermato qual feudatario. Da quel tempo aveva cercato di governare con saviezza, introdotti alcuni miglioramenti, e munito anche di nuovo il castello di Pesaro. Egli era uomo dotto e dedito allo studio della filosofia. Fu egli, come nota il Ratti, un biografo di casa Sforza, l'autore dell'indice di tutto l'Archivio di Pesaro. Nel 1504 s'era ammogliato ancora una volta con una nobile veneziana, Ginevra, di casa Tiepolo, che lo aveva conosciuto nell'esilio. Il 4 novembre 1505 n'ebbe un figliuolo, Costanzo.[263]Non sappiamo in quali termini si tenesse col d'Este a lui congiunto; ma non potettero essere che freddi e tesi. Nella vita sua non poteva più esservi motivo di contento davvero. Tutta la celebre casa Sforza inclinante al tramonto o caduta di già, a lui non rimaneva speranza alcuna in una lunga durata della sua propria schiatta. Nel Castello di Gradara, ove il più del tempo soleva vivere in solitudine, lo colse tranquillamente la morte il 27 luglio 1510.
Essendo il figliuolo bambino ancora, assunse la reggenza di Pesaro il fratello suo naturale Galeazzo, che s'era ammogliato con Ginevra, figlia di Ercole Bentivoglio. Ma, quel fanciullo essendo morto il 5 agosto 1512, papa Giulio negò a Galeazzo l'investitura. Egli costrinse quest'ultimo degli Sforza di Pesaro ad un trattato, in forza del quale il30 ottobre 1512 dovette consegnare il castello e la terra a Francesco Maria Della Rovere, già, per la morte di Guidobaldo, diventato duca d'Urbino sin dall'aprile 1508. Così Pesaro fu riunito a quest'altro Stato. Galeazzo morì a Milano il 1515, dopochè il duca Massimiliano Sforza avevalo istituito suo erede. Per tal morte la linea de' signori di Pesaro s'estinse, non avendo Giovanni Sforza lasciato che una figliuola naturale, Isabella. Questa sposò il 1520 Cipriano Sernigi, nobile fiorentino, e morì in Roma l'anno 1561, in fama di donna illustre assai per coltura e dottrina.[264]Fu sepolta in Laterano, ove può vedersene il profilo in marmo e leggersi ancora quest'epitaffio:Isabellae Sfortiae Ioannis Pesaurensium F. Feminae Sui Temporis Prudentia ac Pietate Insigni Exec. Test. P. Vix. Ann. LVII. M. VII. D. III. Obiit Ann. MDLXI. XI. Kal. Febr. Consensu Nobilium De Mutis Papazurris.
La morte del suo primo marito dovette rinnovare in Lucrezia la coscienza della colpa sua verso lo stesso. Oramai era in un'età e le disposizioni de' suoi sentimenti religiosi erano tali, che non era più possibile che la leggerezza la vincesse in lei sulla coscienza. Se non che i tempi volgevano tanto burrascosi, che tosto ella diè altra direzione a tutti i pensieri suoi. Il 9 agosto 1510, pochi giorni dopo la morte dello Sforza, Giulio II scomunicò Alfonso e lo dichiarò decaduto da tutti i feudi ecclesiastici. Il Papa allora aveva ripreso i disegni dello zio Sisto, che, alleato con Venezia, aveva un tempo voluto strappar Ferrara agli Este. Rabbonito da' Veneziani con la cessione delle città romagnuole, erasi Giulio riconciliato con la Repubblica, e domandato ad Alfonso che anch'egli abbandonasse la legafrancese e desistesse dalla guerra contro Venezia. Al che il duca erasi ricusato; e conseguenza di ciò fu la scomunica. Dopo d'allora Ferrara, nella più stretta alleanza con la Francia, si vide spinta in quella guerra furibonda, che condusse alla celebre battaglia di Ravenna, degli 11 aprile 1512, nella quale l'artiglieria di Alfonso decise le sorti della giornata.
Appunto in tal guerra e in occasione del tentativo di Giulio II d'impadronirsi di Ferrara con una sorpresa strategica, il famoso Bayard fece conoscenza di Lucrezia. Tornando i cavalieri francesi, in compagnia de' loro commilitoni ferraresi, trionfanti in Ferrara, dopo la conquista della Bastìa, vennero accolti con altissime dimostrazioni d'onore. A memoria di ciò il biografo del Bayard scrisse più tardi in lode di Lucrezia: «Soprattutto la buona duchessa, ch'era una perla in questo mondo, accolse i Francesi con grande distinzione, e tutti i giorni dava loro feste maravigliose e banchetti sul gusto italiano. Io oso ben dirlo: nè del tempo suo nè molto innanzi s'è mai trovata principessa di lei più gloriosa; mentr'ella era bella e buona e dolce e cortese con tutti; e nulla è pure più sicuro di questo che, comunque il marito di lei fosse principe savio e coraggioso, nondimeno essa, mercè la sua cortesia, gli ha reso buoni e grandi servizii.»[265]
È noto come, per la morte di Gastone di Foix alla battaglia di Ravenna, la vittoria di Francia si convertisse in perdita, e la sconfitta del Papa in trionfo. Alfonso si vide privo di difesa. Nel luglio 1512 s'affrettò ad andare a Roma per ricevervi da Giulio l'assoluzione. Benchè ottenesse questa, pure solo una fuga precipitosa potette salvarlodall'estrema rovina o dalla sorte medesima di Cesare Borgia. Aiutato da' Colonna, che lo condussero a Marino, gli riuscì travestito tornare a Ferrara.
Furono giorni tormentosi per Lucrezia. Mentre tremava per la vita del marito, ebbe anche la nuova della morte del figlio suo, lontano ed espulso. Il 28 agosto 1512 l'agente mantovano Stazio Gadio scriveva da Roma al suo signore Gonzaga: «Qui si dà per certo che il duca di Bisceglie, figlio della signora duchessa di Ferrara e di Don Alfonso d'Aragona, sia morto a Bari, ove la duchessa di quella città lo teneva seco.»[266]Lucrezia stessa ne informò una persona sconosciuta con lettera del primo ottobre, nella quale diceva: «Io mi trovo tuttavia involta in lacrime e amaritudine per la morte del duca di Biselli, mio figliuolo carissimo; su di che il latore della presente potrà darle i particolari.»
Ignoriamo i destini del povero Rodrigo ne' primi anni dopo la morte di Alessandro e dopo che Cesare fu tradotto in Spagna. Pure dobbiamo tenere per certo, che visse in Napoli sotto la tutela de' cardinali Ludovico Borgia e Romolini di Sorrento. Il re di Spagna, giusta i trattati anteriori, lo riconobbe qual duca di Bisceglie, e vi sono ancora del settembre 1505 documenti, ne' quali il luogotenente del piccolo duca prestava giuramento di fedeltà nelle mani de' due cardinali tutori.[267]Probabilmente Rodrigo fu educato da donna Sancia, sua zia carnale. Anche questa trovavasi col marito nel Reame di Napoli, ove Don Jofrè fu riconosciuto nel possesso de' suoi beni. Sancia morì senza figliuoli nel 1506, appunto durante il soggiorno di Ferdinando il Cattolico a Napoli. Pertanto fecero ritorno al re gran parte de' feudi di Don Jofrè, il quale nulladimenorestò principe di Squillace. Egli si ammogliò una seconda volta, e da questo matrimonio ebbe discendenti. Nulla si sa della fine sua. Una delle sue nipoti, Anna de Borgia, principessa di Squillace, come ultima discendente di questo ramo portò in dote, sugl'inizii del XVII secolo, quel possedimento nella casa Gandia di Spagna, sposando Don Francesco Borgia.
Morta la Sancia, Rodrigo dovette forse essere affidato all'altra zia, sorella maggiore di suo padre. Era questa Isabella, la più infelice delle donne di quel tempo, vedova di Giangaleazzo di Milano, fatto morir di veleno da Lodovico il Moro. In tutta la storia d'Italia di quel periodo, in cui con l'invasione di Carlo VIII una tempesta di fortunose vicende si scatenò sulle varie dinastie che la dominavano, difficilmente potrebbe trovarsi una figura altrettanto tragica quanto quella d'Isabella d'Aragona. Ella fu colpita insieme dalla rovina delle due case Sforza e Aragona. E d'ambo queste famiglie può ben dirsi ciò che il Caracciolo nel suoDe varietate fortunaeha detto degli Sforza: «Non v'ha ancora tragedia, per orribile che sia, cui la casa Sforza non possa offrire sufficiente materia.» Isabella aveva assistito alla caduta di tutta la casa sua, un tempo così potente, e visto menare il proprio figlio Francesco, da Luigi XII, prigioniero in Francia, ove doveva morire giovane ancora e sacerdote. Essa erasi ritirata a Bari, città che Lodovico il Moro nel 1499 le aveva abbandonata, e ne fu duchessa sino alla morte, sino cioè agl'11 febbraio 1524.
Ora s'era preso seco il figliuolo di Lucrezia, il quale moriva in casa sua all'età di tredici anni. Quest'ultima pretese alla eredità di lui; e, come risulta da documenti, la ebbe in effetto da Isabella d'Aragona, qual tutrice del defunto, nella somma di alcune migliaia di ducati.[268]Qualiche fossero le circostanze, che costrinsero Lucrezia a tener lontano da sè il figliuolo, è certo, ad ogni modo, che questo infelice bambino lasciò sulla figura di lei un'ombra sinistra.
Grazie all'energia d'Alfonso e ai supremi sforzi dello Stato, la guerra contro Ferrara era cessata. Pure Giulio II aveva tolto allo Stato Modena e Reggio; perdita gravissima per la casa d'Este, tanto che la storia di Ferrara per parecchi anni si concentrò tutta nell'intento di riconquistare le due città. Per fortuna d'Alfonso Giulio II morì nel febbraio 1513. Sulla Santa Sede gli successe Leon X. Aveva costui insino allora mantenuto amichevoli relazioni con i principi d'Urbino e di Ferrara, i quali non sapevano da lui aspettarsi che atti d'amicizia. Ma proprio per mano di questo Medici, uomo falso, che riuscì a trarre tutti in errore, dovevano quelle due case subire i più amari disinganni. Alfonso andò in tutta fretta a Roma per l'incoronazione di Leone, e se ne tornò a Ferrara con le migliori speranze in una intera e perfetta riconciliazione con la Santa Sede.
Lucrezia in Ferrara s'era acquistata stima e affetto presso l'universale. Era divenuta la madre del popolo. I miseri e gli afflitti trovavano presso di lei ascolto e soccorsi. Carestia e indigenza e finanze esauste: tali erano state le conseguenze della guerra. Lucrezia si spogliò de' suoi ornamenti e delle sue gioie, e gli pose in pegno. Rinunziò, come il Giovio la lodava, alla pompa e alla vanità del mondo, cui dalla prima giovanezza era usa. Si diede ad una vita religiosamente devota; fondò istituzioni monastiche e ospedali. Che tutto questo facesse, non v'è a maravigliarsi. Ciò s'accordava con la natura delladonna non solo, ma col suo passato e con le sofferte vicissitudini. La più gran parte delle donne, che han molto vissuto ed amato, finiscono bigotte. E la bigotteria è sovente l'ultima forma, che alla vanità della donna rimane a prendere. La rimembranza di un mondo pieno di vizii e di delitti commessi dalle persone a lei più prossime, e fors'anco la memoria delle colpe proprie, non potevano cessare di tormentar l'animo di Lucrezia. E così anche quelle altre donne, che insieme o prima di lei avevano preso parte, quali personaggi principali, alla storia dei Borgia, si trovarono in condizione interiore identica, e provarono lo stesso bisogno di religioso conforto. La vedova di Cesare finì la vita in un chiostro; altrettanto fece la vedova di Gandia. Anche la vedova di Alessandro VI divenne una vecchia bacchettona. E, se ne fossero giunte nuove sino a noi, senza dubbio troveremmo pure l'adultera Giulia Farnese, in sul tramonto della vita, se non fatta santa in un monastero, immersa in quotidiane pratiche di devozione.
L'anno 1513, in cui fu messo termine alla guerra contro Ferrara, segnò un nuovo periodo nella vita di Lucrezia. D'allora in poi prese decisamente quel devoto indirizzo; il quale però non degenerò in bacchettoneria fanatica: le valsero in questo d'impedimento la pratica energia d'Alfonso, le cure per la famiglia e pei figliuoli, i doveri della corte. La corte di Ferrara aveva per la guerra perduto molto del suo splendore; pure fra le Corti d'Italia rimaneva sempre una delle più ragguardevoli. Alfonso stesso dedicò alcuno degli anni di pace, che seguirono, al culto delle arti. Lavoravan per lui nel castello, come anche a Belriguardo e a Belfiore, i migliori maestri di Ferrara, quali il Dossi, il Garofalo e Michele Costa. Il Tiziano, che alcuna volta fu ospite in Ferrara, dipinse per lui; ed anche a Raffaello ei diè commissioni. Fondò similmente unmuseo di antichità. Nel suo gabinetto Lucrezia aveva un Cupido di Michelangelo. Nondimeno il trasporto della duchessa per le cose d'arte non era molto vivo, e non paragonabile nemmeno alla lontana con la passione della cognata Isabella di Mantova, la quale era in relazione con gli artisti più famosi del tempo suo e teneva agenti in tutte le grandi città d'Italia, con l'incarico d'informarla d'ogni nuovo prodotto delle arti belle.
Dopo il 1513, quando la Corte di Leon X venne in fiore, Ferrara ebbe a patire perdita non piccola, anzi fu proprio messa nell'ombra. Il lusso artistico del Medici attrasse in Roma i più eletti ingegni d'Italia. V'andò il poeta Tebaldeo, e vi vivevano il Sadoleto e il Bembo, ora segretarii di Leone. I due Strozzi eran morti. L'Aldo, sulla carriera del quale, come erudito ed editore, Lucrezia ne' primi anni aveva esercitato un certo benefico influsso, viveva a Venezia. Nondimeno si teneva di colà in commercio letterario con la sua protettrice. Celio Calcagnini rimase fedele a Ferrara. Anche l'Università continuò a mantenersi in certo rigoglio. Lucrezia era di più molto amica del Trissino, il nobile vicentino, l'infelice rivale dell'Ariosto nella poesia epica. Vi sono cinque lettere del Trissino dirette a Lucrezia negli ultimi anni della vita di lei.[269]Ma l'orgoglio di Ferrara era l'Ariosto; e Lucrezia viveva ancora, quando la glorificazione di lui era cominciata. Egli non dedicò a lei nè ad Alfonso il suo Poema, ma all'indegno cardinale Ippolito, al cui servigio lo avevan fatto entrare circostanze accidentali. Niuna casa principesca fu mai magnificata tanto, quanto quella degli Este per mano dell'Ariosto. Con l'Orlando Furioso per tutti i tempi, sinchè l'idioma italiano vive e dura, essa è divenuta nella letteratura immortale e monumentale. Ed anche Lucrezia ha trovato in quel poemail suo posto d'onore. Ma per bello che questo sia, pure è certo, che l'Ariosto le avrebbe offerto omaggi più caldi e più frequenti, ov'ella lo avesse incoraggiato, mostrandogli una premura realmente entusiastica.
Le relazioni di Lucrezia col marito, non fondate sull'amore e non mai spinte sino alla passione, sembrano nondimeno essersi via via fatte sempre più intime e cordiali. Nell'aprile 1514 gli aveva partorito un terzo figliuolo, Alessandro, che morì all'età di due anni. Il 4 luglio 1515 diede alla luce una bambina, Leonora; e il primo novembre 1516 un altro bambino, Francesco. Alfonso era contento di vedersi padre di figliuoli, che erano suoi eredi legittimi. Egli s'abbandonò alle gioie domestiche; ma gli era di soddisfazione l'osservare la stima, anzi l'ammirazione, onde la moglie era circondata. Se gli omaggi erano per lo innanzi tributati alla sua giovanile bellezza, ora invece venivano offerti alle virtù sue. La donna, che una volta fu la più ingiuriata del tempo suo, prendeva ora il suo posto nel tempio d'onore delle donne. Il Caviceo poteva insino osar di adulare la festeggiata Isabella Gonzaga con questo giudizio, che egli l'esaltava abbastanza, dicendole che si approssimava alla perfezione di Lucrezia. Il passato parve così morto nella memoria degli uomini, che lo stesso nome Borgia non era pronunziato che a titolo d'onore.
Nel 1517 Lucrezia ebbe di nuovo a rammentarsi della vita sua in Roma. Alla corte apparve una figura di quel tempo, che s'era già dileguata. Era Giovanni Borgia, il misteriosoInfante romano, una volta duca di Nepi e Camerino, e compagno di sventura di Rodrigo, il figliuolo di Lucrezia. Giovane di 19 a 20 anni, egli, a quanto pare, andava da Napoli in Romagna, ove fece naufragio. Il suo bagaglio, di cui s'era nell'occasione impossessata la Comunità di Pesaro, fu richiesto il 2 dicembre da un ambasciatore di Lucrezia; e nell'atto Giovanni Borgia vienchiamatofratellodi lei. Da altri documenti apparisce, che nel gennaio 1518 egli viveva alla corte di sua sorella.[270]Si vede che Alfonso non aveva impedito alla moglie di accogliere questo prossimo parente. Sembra anzi che l'anno stesso Giovanni l'accompagnasse in Francia, ov'egli, il duca, lo presentò al re Francesco I, successo sul trono il 1515 al suocero Luigi XII.
Dappoi l'Infante romanoscompare di nuovo, sino all'anno 1530, in cui riapparisce in Roma qual pretendente al Ducato di Camerino. L'ultimo de' Varano, Giammaria, caduto Cesare, era colà tornato; e Giulio II lo aveva riconosciuto vassallo della Chiesa. Leon X nell'aprile 1515 lo fece duca di Camerino, e lo unì in matrimonio con la propria nipote, la bella Caterina Cibo. Giammaria morì nell'agosto 1527, lasciando unica erede la figlia Giulia ancora minore. Un bastardo della casa Varano, con le armi alla mano, mise innanzi pretensioni su Camerino; ma, mentre la lite pendeva tuttora, ne pose in campo pure Giovanni Borgia, antico e primo duca di quel paese. In un voluminoso documento del 29 giugno 1530, che contiene tutto il processo, Giovanni non è designato solo comeDomicellus Romanus principalis, ma si chiama egli stessoOratore del Papa. Di qui risulta che il bastardo di Alessandro VI viveva allora in Roma come persona di alta condizione, ed era anche al servizio del Papa. La Rota Romana decise contro Giovanni e lo condannò alle spese del giudizio. Con un Breve del 7 giugno 1532, Clemente VII gli proibì di molestare con altre pretensioni Giulia Varano e la madre di lei. Da quel tempo in poi le sorti di questo Borgia sono ignote.[271]
Lo stesso anno, in cui l'ultimo figlio del padre apparve alla corte sua, Lucrezia perdette anche la madre. Al tempo della morte di Alessandro VI, Vannozza era già divenuta vedova. In quella congiuntura, anzi durante ancora la malattia del Papa, ella si pose sotto la protezione della gente d'arme di suo figlio Cesare. Per tal guisa potette forse giungere sino al letto di costui, che giaceva similmente malato. Da documenti si ricava che Vannozza, immediatamente dopo la morte di Alessandro e nella sede vacante, abitò il palazzo del cardinale di San Clemente in Borgo. E quando Cesare dovette andarsene a Nepi, ella lo accompagnò e con lui fece ritorno a Roma dopo la elezione del Piccolomini.
Non seguì i suoi figliuoli in Napoli: restò in Roma. Dappoichè il Della Rovere era Papa, le condizioni della città eran tornate allo stato normale. I partigiani de' Borgia temevano, certamente, di vedersi intentar contro processi. Il 6 marzo 1504 fu di fatto condannato a morte un cameriere dell'avvelenato cardinale di Sant'Angelo; il quale ad alta voce affermò aver commesso il misfatto per comando espresso di Alessandro e Cesare.[272]I cardinali Romolini e LodovicoBorgia fuggirono allora a Napoli. Don Micheletto, l'esecutore de' delitti di sangue per conto di Cesare, giaceva nelle prigioni di Castel Sant'Angelo. L'ambasciatore veneto informava la Repubblica nel 1504, che Micheletto era sottoposto ad un interrogatorio per scoprire come fosse occorsa la morte di parecchie persone, soprattutto del duca di Gandia, di Varano di Camerino, di Astorre e Ottaviano Manfredi, del duca di Bisceglie, del giovane Bernardino di Sermoneta, del vescovo di Cagli, e di molti altri infelici.
Quando Cesare fu lontano, Vannozza potè sempre contare sulla protezione di amici potenti, segnatamente i Farnesi e i Cesarini, e di parecchi cardinali. Temeva però veder confiscati i beni suoi, non tutti, per verità, acquisiti a giusto titolo. Su' primi del 1504 Lodovico Mattei le intentò un processo. L'accusava di avere, mentre Cesare faceva guerra agli Orsini e mediante i mercenarii di lui, rubato violentemente 1160 pecore; il qual gregge Maria d'Aragona, moglie di Giovan Giordano Orsini, aveva mandato su' campi del Mattei per metterlo al sicuro. Vannozza fu condannata al rifacimento de' danni.[274]
Ella cercava in tutti i modi di salvare il suo avere ela sua fortuna. Il 4 dicembre 1503 fece una donazione alla chiesa di Santa Maria del Popolo, legando alla sua Cappella gentilizia le case che possedeva sulla piazza Pizzo di Merlo, riservandosene l'usufrutto vita durante. E gli Agostiniani dalla parte loro si obbligarono di dire una messa funebre il 24 marzo per Carlo Canale, un'altra il 13 ottobre per Giorgio de Croce, e una terza nel giorno della morte di lei. In quest'istrumento Vannozza si dice vedova di Carlo Canale da Mantova, scrittore e soldano apostolico del defunto Alessandro VI, e nomina Giorgio de Croce suo primo marito. L'atto fu stipulato nel Borgo di San Pietro nell'abitazione di Agapito d'Amelia.[275]Di qui si ricava che alla fine del dicembre Vannozza viveva ancora in Borgo e sotto la protezione di colui, che era stato per anni cancelliere di suo figlio; mentre Cesare stesso era prigioniero nella Torre Borgia in Vaticano. Solo, dopo che questi il 16 febbraio 1504 ebbe abbandonato Roma per sempre, ella forse uscì dal Borgo Vaticano.
Già il primo aprile 1504 è indicata, come sua abitazione, una casa sulla piazza de' Santi Apostoli nella regione Trevi, vale a dire, nella cerchia ove i Colonna erano potenti; i Colonna, che avevano il meno sofferto per opera di Cesare, e che in forza di contratto stipulato con lui n'ebbero alla morte di Alessandro restituiti i beni loro. Altre case, di proprietà sua, Vannozza aveva vendute al romano Giuliano de Lenis; ma il primo aprile 1504 questi annullò la vendita simulata, con l'espressa dichiarazione di aver quella avuto luogo solo per tema di atti di prepotenza alla morte di Alessandro.[276]
Cessata ogni ragion di timore, Vannozza andò ad abitar di nuovo la sua antica casa in Piazza Branca. Difatti in un istrumento del novembre 1512 vien chiamata «DonnaVannozza de Cataneis della Regione Regola;» e appunto in questa era posta la casa. Trattavasi di una lite mossale dall'orafo di quella regione stessa, Nardo Antonazzi.
L'artefice richiedeva il pagamento di una croce d'argento da lui fatta per Vannozza nel 1500. L'accusava di essersi, senz'altro, appropriata quel lavoro; la qual cosa, com'ei diceva, erasi permessa «in quel tempo, in cui il duca Valentino dominava su tutta la città e quasi sull'Italia intera.» Non tutti gli atti di tal processo esistono; ma da deposizioni di testimoni della parte accusata risulta che questa fu in grado di provare di essere stata calunniata.[277]
Vannozza era stata investita da Alessandro VI, se non del Castello Bleda presso Viterbo, di molti diritti sullo stesso. Il 6 luglio 1513 inoltrò istanza presso il Cardinal Vicario, Raffaele Riario, contro la comunità di quel castello pel pagamento di carte somme. Questo documento su pergamena è concepito in termini ampollosi, e rivolto a tutte le autorità immaginabili del mondo.[278]
Vannozza potette ancora sotto tre successori di Alessandro VI assistere alla vicenda delle cose in Vaticano, ove il posto de' figliuoli suoi, una volta onnipotenti, fu occupato successivamente da' Della Rovere e da' Medici. Vide il Papato sollevarsi a grande potenza mondana, ed ella stessa ebbe coscienza che, senza le geste di Alessandro e di Cesare, la cosa non sarebbe stata possibile. Se scorse di lontano il potente Giulio II, forse nel punto in cui, conquistata Bologna, fece con sfarzo degno di un imperatore il suo ingresso trionfale in Roma, è molto verosimile che quella donna sperduta nella gran folla andasse con amara ironia a se stessa ripetendo, che suo figlio Cesare aveva una parte in quel trionfo, anzi era egli che aveva aiutato Giulio II a giungere al Papato. Con soddisfazione avevapotuto apprendere le lodi, con le quali quel Papa riconosceva l'importanza del figliuolo, allorchè scriveva a' Fiorentini nel novembre 1503, ch'egli circondava di paterno amore il duca di Romagna «per le preclare virtù e pe' meriti gloriosi di lui.» Forse potè anche prender cognizione delPrincipedel Machiavelli, nel quale il geniale statista faceva del figliuolo di lei l'ideale di un reggitore.
Tuttochè la potenza dei Borgia fosse scaduta, e i figli suoi fossero morti o lontani; pure, sinchè Vannozza visse, la città portò sempre l'impronta della grandezza di quelli. Appunto per questo passato ella divenne uno degli esseri più notevoli, del quale ogni uomo era bramoso di far conoscenza. E se è lecito qui un paragone di relazioni diverse per proporzioni, ma identiche per destino e significato, può dirsi che la condizione di Vannozza fu allora in Roma pari a quella che vi tenne madama Letizia Ramolini dopo la caduta del suo potentissimo figliuolo.
Con orgoglio fissava lo sguardo suo sulla figlia Lucrezia, la duchessa di Ferrara,la plus triomphante princesse, come la chiamò il biografo del Bayard. Di vederla però non le fu più concesso, non avendo ella ardito di andare alla corte di Ferrara; ma intrattenne con lei carteggio epistolare. Nell'Archivio di casa d'Este sono nove lettere di Vannozza degli anni 1515, 1516 e 1517, delle quali sette sono dirette al cardinale Ippolito, e due a Lucrezia. Esse riguardano tutte interessi o domande di carattere pratico e privato.
Le disposizioni d'animo ed anche lo stato della Vannozza appariscono dal modo di firmarsi in tali lettere: «La felice ed infelice Vannozza Borgia de Cathaneis;» ovvero: «Vostra felice e infelice madre Vannozza Borgia.» Il nome di famiglia se l'era appropriato anch'essa non nelle relazioni ufficiali, ma nelle private.
L'ultima lettera a Lucrezia del 19 dicembre 1515 siriferisce all'antico segretario di suo figlio Cesare, Agapito d'Amelia, e dice così:
«Illustrissima Signora, salute e raccomandazione. — Vostra Eccellenza deve ben ricordarsi la servitù della buona memoria di messer Agapito d'Amelia verso il già duca nostro, e l'amore ed affezione sempre porti a noi in ispecie. Per il che non in minima cosa soltanto, ma in ogni altra di qualunque sorta fosse meritano i suoi di essere aiutati e favoriti. Ora prima di morire egli rinunziò in favore de' nipoti suoi tutti i beneficii a Giambattista Dell'Aquila; tra i quali alcuni di poca valuta nell'Arcivescovado di Capua. Il defunto fece questo a maggior vantaggio dei nipoti, non potendo pensar mai che costoro sarebbero molestati dal reverendissimo cardinale arcivescovo. Se ora Vostra Eccellenza vuol farmi cosa grata, la prego si degni per tutti gli anzidetti rispetti di favorire gl'indicati nipoti presso Sua Eminenza. A pieno, come di bisogno, sarà Vostra Eccellenza informata dal latore della presente, Nicola, anch'egli nipote del detto Agapito. E si tenga forte l'Eccellenza Vostra, alla quale anch'io mi raccomando — Roma, il 19 dicembre 1515.»
«Postscripta. Vostra Eccellenza farà in questo affare come meglio crederà, essendomi stato forza lo scrivere. Epperò si faccia solo quello che torni ad onore di Monsignore; e quanto alla presente darà risposta qual meglio le pare. — Di vostra Eccellenza Illustrissima perpetua oratrice Vannozza.»[279]
Si vede che Vannozza faceva onore alla scuola diplomatica de' Borgia.
Agapito, autore di tante scritture di Cesare, era, come dalla lettera apparisce, rimasto irremovibilmente fedele ai Borgia, e morto a Roma. Sicuramente Vannozza aveva visto altri antichi amici, adulatori e parassiti della casa venirmeno e voltarsi altrove. Pure alcuni, e anche persone ragguardevoli, dovettero rimanerle devoti. Già, come madre della duchessa di Ferrara, godeva sempre di una certa influenza. E poi viveva in condizioni facoltose, qual signora rispettabile, chiamata lamagnifica e nobile Madonna Vannozza. Mantenne pure relazioni con alcuni cardinali, spagnuoli e parenti di Alessandro VI o creature di quest'ultimo; ma sopravvisse alla più parte di loro. De' cardinali Borgia, i due Giovanni erano già morti negli anni 1500 e 1503; Francesco e Lodovico morirono nel 1511 e 1512. Nel 1510 era anche morto il cardinale Giuliano Cesarini. In realtà Vannozza vide morir tutti i favoriti e le creature di Alessandro nel Collegio cardinalizio, ad eccezione del Farnese, di Adriano Castellesi e dell'Albret, cognato di Cesare.
Ella si procacciò novelli amici, mercè quella specie di pietà devota, solita trasformazione di tutti i tempi nella vita delle peccatrici invecchiate. Divenne una bacchettona tutta premurosa e sollecita di sante pratiche. Bazzicava frequentissima in chiesa e col confessionale, e la si vedeva famigliare ed intima con istituzioni pie e con ospedali. Così trasformata ebbe a conoscerla Paolo Giovio, e la chiamòdonna dabbene. Ove avesse vissuto ancora un decennio, è molto probabile che sarebbe anche venuta in odore di santità. Fece molte fondazioni di beneficenza per gli ospedali di San Salvatore al Laterano, di Santa Maria in Portico e della Consolazione, per la Confraternita dell'Annunziata alla Minerva e per San Lorenzo in Damaso, come risulta dal suo testamento del 15 gennaio 1517.[280]
Per lungo tempo furon lette negli ospedali di Laterano e della Consolazione iscrizioni commemorative delle fondazioni di lei e dell'obbligo insieme di dir messe ineterno, ne' giorni della morte de' suoi due mariti e di lei stessa.
Vannozza morì in Roma il 26 novembre 1518. La morte sua non passò inosservata, come lo mostra questa lettera di un Veneto:
«Avantieri morì madonna Vannozza, una volta amica di papa Alessandro e madre del duca Valentino e della duchessa di Ferrara. In quella notte mi trovai in luogo, donde mi fu dato intendere il grido per la morte, secondo il costume romano, con queste formali parole: — Messer Paolo fa la parte, perchè è morta madonna Vannozza, la madre del duca di Gandia; la trapassata appartiene alla Confraternita del Gonfalone. — Ieri fu sotterrata in Santa Maria del Popolo, ove fu portata con ogni pompa, quasi come un cardinale. Aveva 66 anni. Ha legato tutta la sua fortuna, che non era piccola, a San Giovanni in Laterano. A' funerali assistevano i camerieri del Papa, cosa non solita in altri casi.»[281]
Marcantonio Altieri, uno degli uomini più ragguardevoli di Roma, lasciò di lei una specie di elogio funebre. Egli era guardiano della Confraternita del Gonfalone adSancta Sanctorum; e, in tal qualità, fece nel 1525 l'inventario de' beni del sodalizio. Nel manoscritto, conservato nell'Archivio della Confraternita, l'Altieri disse:
«Noi non possiamo nemmeno dimenticare le amorevoli fondazioni, fatte dalla molto stimabile ed onorevole donna, madonna Vannozza di casa Catanei, avventurosa madre d'illustrissimi signori, del signor duca di Gandia, del signor duca Valentino, del principe di Squillace e di madonna Lucrezia duchessa di Ferrara. Volendo essa dotare la Confraternita di beni terreni, le lasciò molti gioielli di non piccolo valore e v'aggiunse altri soccorsi, pei quali la Confraternita, pochi anni dopo, potè liberarsi da alcuneobbligazioni e soprattutto per mediazione de' gentiluomini messer Mariano Castellano e del mio carissimo messer Raffaele Casali, che furono non molto addietro guardiani. Ella fece specialmente un accordo col distinto e celebre orafo Caradosso, pel quale, dandogli 2000 ducati, costui doveva con le sue peregrine opere d'arte rispondere al desiderio di quella nobilissima e onorandissima donna. Quindi per fare ornamenti e poterli completare, ella ci lasciò tanta proprietà da ricavarne per sempre l'annuo reddito di 400 ducati, co' quali alimentiamo il numero pur troppo grande dei poveri e dei bambini. Per gratitudine verso cosiffatti sentimenti suoi tanto devoti e pii e pe' soccorsi così abbondanti ed amorevoli in pro dei bisognosi, la nostra onorevole Confraternita decise all'unanimità e molto volontieri non solo di solennizzare le esequie di lei con ogni splendidezza di onori e di pompa, ma anche di ricordarne la memoria con magnifico e grandioso monumento. Quindi per pubblica acclamazione fu anche presa la risoluzione di festeggiarne, d'allora in poi, il giorno dell'esequie, in Santa Maria del Popolo, ove quella fu sotterrata, con messe e cerimonie, con concorso di gente, con molti ceri e torce e con ogni devozione; e ciò non solo per raccomandare a Dio la salute dell'anima sua, ma anche per mostrare al mondo che noi abbiamo in odio e in abominazione l'ingratitudine.»
Esser portata al sepolcro con sfarzosa solennità era stato l'orgoglio di quella donna. Il giorno dell'esequie tutta Roma dovette parlar di lei, dell'amante di Alessandro VI e della madre di figliuoli cotanto famosi. Leon X, facendovi intervenire la Corte, diede ai funerali carattere pubblico, anzi con tale distinzione riconobbe officialmente Vannozza qual vedova di Alessandro, o almeno qual madre della duchessa di Ferrara. Del resto, tutta la città vi fu rappresentata, mentre alla Confraternita del Gonfalone appartenevanoi membri più ragguardevoli della nobiltà e della borghesia di Roma. Vannozza fu deposta in Santa Maria del Popolo nella sua Cappella gentilizia, accanto al suo infelice figlio Don Juan di Gandia. Non si sa se le sia stato eretto un sarcofago di marmo, ma l'esecutore testamentario pose sulla tomba queste superbe parole:
«A Vannozza Catanea, nobilitata dai figliuoli suoi, i duchi Cesare di Valenza, Juan di Gandia, Jofred di Squillace e Lucrezia di Ferrara; alla donna altamente illustre al tempo stesso per l'onestà, la pietà, l'età e la saggezza sua, e tanto benemerita dell'Ospedale lateranense, pose Jeronimo Pico, fidecommissario ed esecutore testamentario. Visse anni 77, mesi 4, giorni 13. Morì nell'anno 1518 il 26 novembre.»
Sicuramente Vannozza se n'andò via da questo mondo nella fermissima credenza di aver con oro ed argento e con pie istituzioni lavate le colpe e i peccati suoi, e d'essersi compro il regno de' cieli. Non aveva forse potuto comprarsi la pompa funeraria e una menzogna sulla pietra del sepolcro? Per più di 200 anni i frati di Santa Maria del Popolo cantaron messe in requie dell'anima sua, sino a che l'Autorità ecclesiastica non gli fece smettere, meno forse pensando che l'anima di quella donna n'avesse già abbastanza, e più per una coscienza critica e storica, che cominciava a levare il capo. Più tardi un sentimento di odio e a un tempo di vergogna ha fatto sparire ogni traccia di quella pietra sepolcrale.
Le condizioni dello Stato di Ferrara s'erano fatte di nuovo difficili assai. Leon X aveva preso a seguitare le orme di Alessandro VI. Anch'egli cercava raccozzare un regno pel nipote Lorenzo de' Medici. Già nel 1516 lo avevacreato duca d'Urbino, dopo aver con la forza delle armi scacciato di colà il legittimo erede di Guidobaldo. Francesco Maria Della Rovere, la moglie, la madre sua adottiva Elisabetta trovavansi in Mantova, in quell'asilo di tutti i principi fuggiaschi. Leone ardeva dal desiderio di scacciare anche gli Este da Ferrara. Solo la protezione di Francia guarentiva Alfonso da una guerra col Papa. Visto che quest'ultimo, in disprezzo del trattato, non consegnava le città di Modena e Reggio, il duca andò nel novembre 1518 alla Corte di Francesco I per raccomandargli le faccende sue. Tornò a Ferrara nel febbraio 1519. Apprese quivi la morte del cognato, il marchese Francesco Gonzaga di Mantova, seguita il 20 del mese stesso. Lucrezia scrisse l'ultimo di marzo alla vedova Isabella nel modo che segue:
«Illustrissima Signora, cognata onoratissima. — L'acerbità del caso della morte dell'illustrissimo consorte dell'Eccellenza Vostra, di buona memoria, m'è stata per infiniti rispetti di tanta mestizia e dolore, che avrei io bisogno di esser consolata più di quel che possa consolare altrui, soprattutto l'Eccellenza Vostra, ch'è pur quella che per la troppo grande perdita ha dovuto sentire gravissimo affanno. Io dunque mi rattristo e dolgo con Vostra Eccellenza per questo disgraziato caso, che non potrei mai esprimere quanto mi gravi e prema. Ma poichè non v'è oramai riparo ed è così piaciuto al Signor Nostro, uopo è conformarsi alla volontà sua. E per tanto prego e conforto Vostra Eccellenza a voler tollerare questo caso con fermezza e come alla saviezza sua si conviene. E son certa che ella saprà farlo. Null'altro le dirò per ora, se non che me le raccomando e offro per sempre. — Ferrara, l'ultimo di marzo 1519. Cognata Lucrezia duchessa di Ferrara.»[282]
Successore del marchese fu il primogenito Federigo. Nel 1530 l'imperatore Carlo V lo fece primo duca di Mantova. Un anno dopo s'unì in matrimonio con Margherita di Monferrato. Era questi quel Federigo stesso destinato tempo innanzi a diventare marito di Luisa, la figliuola di Cesare. La celebre Isabella madre sua visse vedova sino al 13 febbraio 1539.
Alfonso aveva trovato al ritorno sua moglie in condizioni di salute molto travagliose. Ella s'approssimava allo sgravo. Il 14 giugno 1519 partorì una bambina morta. Prevedendo la sua fine, scrisse in capo a otto giorni una lettera a papa Leone. È l'ultima; e, concepita sotto l'impressione di una prossima morte, è profondamente sentita. Leggendo questo suo addio alla vita, si guarda nel fondo dell'anima sua, attraverso la quale passavano per l'ultima volta ancora le rimembranze del passato, quando già il terrore e gli erramenti di quel tempo non giungevano più a turbarla.
«Santissimo Padre e Beatissimo signor mio. — Con ogni possibile reverenza d'animo bacio i santi piedi di Vostra Beatitudine, e umilmente mi raccomando alla sua santa grazia. Dopo che per una difficile gravidanza ebbi molto sofferto per più di due mesi, partorii, come a Dio piacque, il 14 di questo mese, sul far del giorno, una bambina; e speravo, liberatami col parto, che anche il mio male si dovesse alleviare. Ma è successo il contrario; sicchè m'è forza cedere alla natura. E tanto è il dono che il nostro Creatore clementissimo m'ha fatto, che ho coscienza della fine della mia vita, e sento che fra poche ore, avendo però prima ricevuti tutti i Santi Sacramenti della Chiesa, ne sarò fuori. In questo punto come cristiana, benchè peccatrice, mi son ricordata di supplicare Vostra Beatitudine che per sua benignità si degni darmi del tesoro spirituale qualche suffragio, dispensando all'anima mia la sua santa benedizione.Di che la prego devotamente. E alla sua santa grazia raccomando il mio consorte e i miei figliuoli, tutti servitori di Vostra Beatitudine. — In Ferrara, il 22 febbraio 1519, nella 14maora. Di Vostra Santità umilissima serva Lucrezia d'Este.»[283]
La lettera è scritta con animo così sereno e dignitoso, e libero tanto da qualsiasi sovreccitazione di sentimento, ch'è lecito dimandarsi, se avrebbe potuto scriverla, sul letto di morte, una donna, la cui coscienza fosse effettivamente sotto il peso di quell'enormezze, ond'è stata accusata la figliuola di Alessandro.
Lucrezia morì il 24 giugno, nella notte, in presenza di Alfonso. La morte fu immediatamente annunziata dal duca con lettera autografa al nipote Federigo Gonzaga.
«Illustrissimo Signore, onorandissimo fratello e nipote. — A Dio, Signor Nostro, è piaciuto di chiamare a sè in quest'ora l'anima dell'Illustrissima Signora Duchessa, mia consorte carissima. Non posso fare di non comunicarla a Vostra Eccellenza per l'amore nostro mutuo, il quale mi fa credere che i piaceri e le avversità dell'uno siano anche dell'altro. Non posso scriver questo senza lacrime, tanto m'è grave vedermi privo di sì dolce e cara compagna, poichè tale ella era per me, per i buoni costumi suoi e il tenero amore che era fra noi. Per sì acerbo caso vorrei ben domandare aiuto di consolazione da Vostra Eccellenza. Ma so che anch'ella n'avrà la parte sua di dolore. E a me sarà più caro avere chi a me s'accompagni col pianto che chi mi consoli. E alla Signoria Vostra mi raccomando. — Ferrara, 24 giugno 1519, ora quinta della notte. Alfonso duca di Ferrara.»[284]
Il marchese Federigo mandò suo zio Giovanni Gonzagaa Ferrara; e di lì questi scrisse: «Non si maravigli Vostra Eccellenza, se dico partir domani di qua, perciocchè le esequie non si fanno, ma solamente nelle parrocchie son detti gli ufficii. È vero però che il signor duca accompagnò personalmente alla sepoltura l'illustrissima sua consorte. Questa è stata sotterrata al Monastero delle Suore del Corpo di Cristo, nella sepoltura medesima ove fu deposta la madre del duca. A tutta la città è rincresciuto molto della morte di lei, soprattutto al duca stesso. Egli dimostra veramente averne avuto singolare cordoglio. Qui si dicono cose grandi della vita sua, e che da forse dieci anni la portava il cilizio; è circa due anni che ogni giorno la si confessava, e comunicavasi da tre a quattro volte il mese. E di nuovo mi raccomando continuamente alla buona grazia di Vostra Eccellenza. — Ferrara, 28 giugno 1519. Giovanni de Gonzaga marchese.[285]
Le tombe di Lucrezia, d'Alfonso e di molti altri membri della casa d'Este in Ferrara sono scomparse. Indarno cerchi colà o a Modena il ritratto della famosa donna. Neppur uno n'è rimasto; e nondimeno è certo che pittori di grido la ritrassero. Ed in Ferrara non era difetto di pittori: v'era il Dossi, il Garofalo, il Cosma ed altri. Anche il Tiziano avrà dipinto la bella duchessa. Il ritratto da lui fatto d'Isabella d'Este Gonzaga, l'emula, quanto a bellezza, della Lucrezia, si conserva nella Galleria Belvedere a Vienna. È un'avvenente figura di donna d'un bello ovale e dalle linee molto corrette, dagl'occhi bruni e dall'espressione di femminile dolcezza. Manca un ritratto di Lucrezia per mano dello stesso maestro; mentre quello della Galleria Doria attribuito a lui o da altri a Paolo Veronese, tuttochè questo artista non sianato che il 1528, è una delle tante invenzioni solite a incontrarsi nelle gallerie. Così pure nella Galleria stessa v'è una figura di grandezza naturale di donna dalle forme di amazzone con elmo in mano, che si attribuisce a Dosso Dossi; e s'è affermato senza tanti discorsi essere il ritratto della Vannozza.
Ad alquanta verosimiglianza potrebbe piuttosto pretendere un ritratto ad olio, proprietà di monsignor Antonelli, direttore del Gabinetto numismatico di Ferrara, non perchè porti in caratteri alquanto antichi il nome di Lucrezia Borgia, ma perchè alcuni lineamenti sembrano rassomigliare a quelli del medaglione. Ad ogni modo, questo non è ritratto autentico, come non sono tampoco i due su maiolica posseduti dall'inglese Rawdon Brown in Venezia; lavori, secondo l'ipotesi di costui, di Alfonso stesso, dilettante di pittura delle maioliche. Quando anche tale opinione potesse esser fondata, il che non è, simili ritratti puramente decorativi appena offrirebbero qualche somiglianza.