Mediante i Porcari, anche il giovane Fedro Inghirami dovette entrare in relazione con Lucrezia. Questi è quel ciceroniano ammirato da Erasmo, e che Raffaello, ritraendolo, ha reso immortale. Sin d'allora aveva richiamata su di sè l'attenzione di Roma. Ai funerali, che l'ambasciatore di Spagna fece solennizzare il 16 gennaio 1498 in San Giacomo a Piazza Navona per la morte dell'infante Don Giovanni, Inghirami pronunziò un'ammirabile orazione. Egli distinguevasi anche come attore sul teatro del cardinale Raffaele Riario.
Il dramma cominciava allora a spiccare il primo volo, non solo alla corte dei Gonzaga e degli Este, ma anche in Roma. Alessandro stesso n'era tenero, non fosse che per l'inclinazione sua alla sensualità. In ogni festa di famiglia al Vaticano faceva dare commedie e balli. Attori probabilmente dovevano essere giovani accademici della scuola di Pomponio Leto, e nulla c'impedisce di ammettere che l'Inghirami, i Mellini, i Porcari si mostrassero sulla scena in Vaticano ogni volta che di farlo se ne porgesse l'occasione. A tali rappresentazioni potè anche cooperare Carlo Canale, il marito di Vannozza, che sin da Mantova aveva pratica col teatro. E non meno di lui lo potè pure Pandolfo Collenuccio, che più volte fu a Roma come agente di Ferrara, e v'entrò in personali relazioni co' Borgia.
Il celebre Pomponio, al quale Roma andava debitrice della rinascenza del teatro, visse gl'ultimi anni suoi sotto il governo di Alessandro, circondato da grande reputazione. Forse questi era pure stato discepolo suo, come indubbiamente lo fu il cardinal Farnese. Pomponio morì il 6 giugno 1498; e il Papa medesimo, che allora appunto aveva fatto ardere vivo il Savonarola, mandò la sua Corte nella chiesa d'Aracoeli all'esequie di quel maestro dell'antico paganesimo. Questa estrema dimostrazione d'onore basterebbe a provare, che Pomponio era conosciuto personalmente da' Borgia. Oltreacciò uno dei discepoli più fervorosi di lui, Michele Ferno, era già da lunga pezza partigiano entusiasta di Alessandro. Ancorchè questo Papa avesse nel 1501 emanato il primo editto di censura, pure ei non fu nemico della coltura scientifica. Favoreggiava l'Università Romana, ove al tempo suo insegnavano uomini di gran valore, quali Pietro Sabino e Giovanni Argyropulos. Similmente uno dei più grandi genii, che diede all'umanità intera onore e lume, fu per un anno l'ornamento di quella Università e del regno di quel Papa. Nell'annodel Giubileo 1500, dalla terra lontana di Prussia Copernico venne a Roma e vi tenne pubbliche lezioni di matematica ed astronomia.
Fra i cortigiani di Alessandro erano uomini notabili, che Lucrezia dovette necessariamente avere in pratica. Il maestro di cerimonie, Burkard, in ogni solennità, nella quale la figlia del Papa doveva intervenire in Vaticano, regolava la forma prescritta. Frequenti quindi le visite che quegli dovette farle. Ed essa, di certo, non ebbe mai presentimento alcuno, che, dopo secoli, le note di codesto Alsaziano sarebbero state quale specchio, che innanzi alla posterità avrebbe riflettuto le figure de' Borgia. Nondimeno ilDiariodi lui non getta nemmeno uno spiraglio di luce sulla vita privata di Lucrezia. E, per verità, dar contezza di questa non entrava nell'ufficio suo.
Giammai scrittore di diario non fu, al pari di lui, rapido e conciso altrettanto, tranquillo ed impassibile nel descrivere gli avvenimenti a lui presenti, capaci di offrire materia ad un Tacito. Che il Burkard non fosse amico dei Borgia, lo mostra il modo in che ha compilato le sue notizie; le quali, del resto, sono tutt'altro che falsificazioni. Pure quest'uomo sapeva nascondere i sentimenti suoi, se pure non erano già da tempo come pietrificati sotto quella farragine tutta formalistica inerente al suo ufficio. Quotidianamente era sempre in moto nel Vaticano, quasi macchina del cerimoniale, il quale incarico vi tenne sotto il regno di cinque papi. Ai Borgia dev'esser sembrato un pedante al tutto inoffensivo; altrimenti non gli avrebbero permesso di osservare, di scrivere, e nemmeno di vivere. Anche quel poco che aveva registrato nel suoDiariosarebbe bastato a farlo morire, se Alessandro o Cesare ne avessero avuto sentore. Ma sembra che i diarii dei maestri di cerimonie non soggiacessero ad alcuna ispezione officiale. Senza ciò Cesare, di certo, non l'avrebbe risparmiato, egli,che pugnalò Pedro Calderon Perotto, benchè favorito di suo padre, e fece anche trucidare quel cavalier Cervillon, che alle feste in Vaticano incontrammo già più volte incaricato delle più cospicue funzioni.
Egli non rispettò nemmanco lo scrittore secreto Francesco Troche, del quale Alessandro VI s'era spesso servito in faccende diplomatiche. Il Troche, che una notizia veneziana dice spagnuolo, era un colto umanista come Canale, e, al pari di questo, in amichevoli relazioni co' Gonzaga. Leggiamo ancora lettere di lui alla marchesa Isabella, con le quali la richiedeva di certi sonetti.[97]E quella si rivolgeva a lui nelle sue faccende domestiche. Lo incaricò una volta di far per lei ricerca in Roma di unCupidoantico. Senza dubbio, egli fu nel novero de' più intimi conoscenti di Lucrezia. Nel giugno 1503 Cesare fece anche scannare quest'altro favorito del padre.
Pari al Burkard e a Lorenzo Behaim un terzo tedesco fu anche ben addentro nelle faccende familiari de' Borgia, Gorizio di Lussemburgo, festeggiato più tardi, sotto Giulio II e Leon X, come il prediletto di tutti gli Accademici. Ma sin dal tempo di Alessandro raccoglieva nella casa sua, al Foro Traiano, il mondo dotto ad accademici trattenimenti. Tutti i Tedeschi erano in cerca di lui. In casa sua ricevette indubbiamente il Reuchlin, venuto a Roma nel 1498; poi Copernico; quindi Erasmo e Ulrico di Hutten, che con grato animo se ne sovviene. E sotto quel tetto ospitale deve aver visto anche Lutero. Gorizio era referendario per le suppliche. Come tale conosceva Lucrezia personalmente, perchè molti rivolgevano le domande loro alla influentissima figlia del Papa. Anch'egli ebbe frequenti occasioni di studio e di osservazioni nel Vaticano. Ma de' fatti osservati non prese nota alcuna; ovvero i suoi diarii sparverocol sacco di Roma nel 1527, nel quale Gorizio perdette ogni cosa.
V'era pure un altro uomo conosciutissimo personalmente da Lucrezia, il quale, forse meglio di chiunque altro, avrebbe potuto scrivere le memorie de' Borgia. Era questi il Nestore de' notai romani, il vecchio Camillo Beneimbene, la persona di fiducia per i negozii legali di Alessandro e di quasi tutti i cardinali e nobili di Roma. Egli era a notizia degli affari privati e pubblici de' Borgia. Aveva conosciuto Lucrezia ancora bambina. Tutti i contratti nuziali di costei furono da lui ricevuti. Teneva studio sulla Piazza de' Lombardi, oggi San Luigi de' Francesi. Durò colà nell'ufficio suo sino al 1505, mentre solo con quest'anno finiscono i contratti da lui rogati.[98]Un uomo che da sì lungo tempo era testimone d'ufficio e assistente legale de' Borgia nelle più importanti faccende familiari, e che perciò stesso doveva essere intimamente informato dei secreti loro, prese sicuramente nella casa, e soprattutto rispetto a Lucrezia, il posto di un amico pieno di paterno affetto. Il Beneimbene non c'ha lasciato scritto nulla delle sue osservazioni. Ma nell'Archivio de' notai al Campidoglio si conserva ancora il suo protocollo, ch'è davvero della più alta importanza.
Molto intimo co' Borgia era un dottissimo umanista, Adriano Castelli di Corneto, scrittore secreto di Alessandro, il quale più tardi lo fece cardinale. Come secretario del Papa è naturale che fosse anche in relazione con Lucrezia. Nel novero de' più prossimi conoscenti di quelli sono, senza dubbio, da porre anche i celebri latinisti Cortesi, il giovane Sadoleto, familiare del cardinale Cibo, il giovaneAldo Manuzio, i fratelli Raffaele e Mario Maffei da Volterra, insigni pel loro spirito, ed Egidio da Viterbo. Questi, che fu più tardi predicatore famoso e cardinale, ebbe sempre intimità con Lucrezia, anche divenuta duchessa di Ferrara. Esercitò anzi efficacia grande sulle tendenze alla pietà, cui ella cedette in quel secondo periodo di sua vita.
E non c'inganneremo neppure pensando la giovane duchessa di Bisceglie in frequenti relazioni co' cardinali più notevoli, raffinati nella coltura o nella galanteria, quali il Medici, il Riario, Orsini, Cesarini e Farnese, per non dire de' Borgia e di tutti gli Spagnuoli. Noi potremmo anche cercarla alle feste ne' palazzi de' signori romani, come dei Massimi e degli Orsini, de' Santa Croce, Altieri e Valle; ovvero nelle case de' ricchi banchieri, come degli Altoviti e Spanocchi e di Mariano Chigi, i cui figli Lorenzo e Agostino, quest'ultimo di lì a poco famoso, erano intimi confidenti de' Borgia.
Amore vivo e speciale potette prendere Lucrezia alle creazioni delle belle arti in Roma. Anche Alessandro teneva occupati grandi maestri nel Vaticano, ove il Perugino dipingeva per lui. Suo pittore di Corte fu il Pinturicchio. Nel Palazzo del Vaticano — così il Vasari — questi ritrasse, sopra la porta di una camera, la signora Giulia Farnese nel volto d'unaNostra Donna; e nel medesimo quadro la testa di esso papa Alessandro che l'adora. E in Castel Sant'Angelo fece il ritratto di molti membri della famiglia Borgia.
«In Castel Sant'Angelo — aggiunge il Vasari stesso — egli dipinse infinite stanze a grottesche; ma nel torrione da basso nel giardino fece istorie di papa Alessandro; e vi ritrasse Isabella regina cattolica, Niccolò Orsino conte di Pitigliano, Giangiacomo Trivulzi con molti altri parenti ed amici di detto Papa, ed in particolare Cesare Borgia, ilfratello e le sorelle, e molti virtuosi di que' tempi.» Lorenzo Behaim ha copiato gli epigrammi che si leggevano sotto sei di tali quadri,in Castel Sant'Angelo, giù nel giardino papale. Tutti rappresentavano gli avvenimenti di quell'epoca critica dell'invasione di Carlo VIII, e tutti esaltavano Alessandro come trionfatore di costui. Si vedeva dipinto il re in atto d'inginocchiarsi innanzi al Papa nel giardino stesso di Castel Sant'Angelo; in altro quadro Carlo prestando obbedienza nel Concistoro; in un terzo Filippo di Sens e Guglielmo di San Malò in atto di ricevere la dignità cardinalizia; poi la Messa in San Pietro, alla quale Carlo faceva da ministro; quindi la processione a San Paolo, ove il re teneva la staffa al Papa; da ultimo la partenza di Carlo per Napoli, il quale conduceva seco Cesare Borgia e il sultano Djem.[99]
Le pitture, e con esse anche i ritratti della famiglia Borgia, andaron tutte perdute. Più volte lo stesso Pinturicchio deve aver ritratto la bella Lucrezia. Alcune figure nei quadri di questo maestro riproducevano forse, senza ch'il sappiamo, le immagini de' Borgia. E così pure in qualche bottega di antiquario o tra i molti ritratti antichi, che nei palazzi di Roma e ne' castelli della campagna pendono in fila dalle pareti polverose, ancora oggi forse, senza che il curioso visitatore nemmanco lo sospetti, si troveranno ritratti di Lucrezia, di Cesare e de' fratelli.
Degli artisti allora celebri Lucrezia dovette anche conoscere Antonio di Sangallo, l'architetto di suo padre. Conobbe similmente Antonio del Pollaiolo, il più reputato scultore della Scuola fiorentina in Roma, negl'ultimi decennii del XV secolo. Ed ivi egli morì nell'anno 1498.
Pure la più notevole figura artistica di quel tempo in Roma era Michelangelo. Egli v'andò la prima volta nel 1496,nella giovane età di 23 anni, quando sforzavasi a pigliare il suo primo volo. La città di Roma era allora un mondo incantevole e magico per ogni geniale natura artistica. Quella solenne concentrazione nel suo grande passato, che da' monumenti dell'antichità e del Cristianesimo parlava un sì potente linguaggio; quella sua maestà e quella solenne quiete, interrotta a un tratto dall'esplodere di passioni furiose: tutto quel mondo oggidì noi non siamo più in grado di rappresentarcelo vivamente. Non sappiamo rappresentarci quello, come non possiamo nemmeno rappresentarci l'aura spirituale della Rinascenza, che aleggiava su quelle rovine, nè la terribile natura profana del Papato, nè la totalità delle disposizioni interiori e morali di una generazione dotata di forza creatrice e distruggitrice, che spesso portò in sè l'impronta della grandezza. In vero, quella tendenza medesima, che produceva titanici delitti, generò le opere non meno titaniche della Rinascenza. Sotto forme e caratteri grandiosi si manifestarono allora il bene e il male insieme. Proprio al pari di Nerone, sfacciato e audace, si mostrò un Alessandro VI innanzi al mondo, disprezzandone il giudizio.
La Rinascenza resterà eternamente uno de' più ardui problemi psicologici della civiltà: causa le profonde contradizioni che nel seno suo accoglie, parte con spontaneità affatto ingenua, parte con piena consapevolezza della incompatibilità loro; e causa pure quel certo elemento demoniaco, onde le individualità sono in quel periodo invasate.
Tutte le forze, tutte le virtù e i vizii furono allora messi in moto dal desìo febbrile di goder della potenza, della gloria e dello spirito. La Rinascenza è stata paragonata ad un baccanale della civiltà. Si penetri addentro nelle figure di quei baccanti, e si vedranno in se stesse scontorcersi, come quelle degli amanti in Omero, che hanno il presentimento della ruina loro. Quella società,quella Chiesa, quelle città e quegli Stati, tutta quella civiltà umanistica, ebbri di piacere, barcollano sull'abisso, che irreparabilmente gl'ingoierà.
Fa meraviglia il pensare come in questa Roma insieme, e in un solo e stesso momento, vivessero e si muovessero uomini come Copernico, Michelangiolo e Bramante, Alessandro VI e Cesare Borgia.
Vide Lucrezia il giovane artista, più tardi amico della insigne Vittoria Colonna, di quella che doveva essere la più bella antitesi di lei? Lo ignoriamo; ma non ne dubitiamo. Con la curiosità dell'artista e dell'uomo, Michelangiolo avrà cercato veder la più avvenente donna di Roma. Tuttochè esordiente, egli era già noto per ingegno eminente. E, quando ricevette le prime commissioni dal romano Dal Gallo e dal cardinale La Grolaye, forse a sua volta anch'egli suscitò la curiosità di Lucrezia.
Sotto l'impressione delle tragedie di casa Borgia e dell'assassinio di Gandia, accaduto essendo egli a Roma, Michelangiolo lavorava a quell'opera speciosa, la prima che richiamò su di lui l'attenzione della città. Lavorava al gruppo dellaPietà, statogli commesso dal nominato cardinale. Vi diè l'ultima mano nel 1499, quando il gran Bramante anch'egli venne a Roma. Codesto gruppo bisogna considerarlo nel bel mezzo del tempo borgiano, come sul suo vero fondo. Allora laPietàspicca in tutta la sua significazione ideale. In quelle tenebre morali apparisce qual purissima fiamma di sacrifizio, accesa da un grande e serio spirito nel profanato santuario della Chiesa. Anche Lucrezia si trovò innanzi allaPietà. Quest'opera d'arte potette svegliare nell'animo dell'infelice figlia d'un peccaminoso Papa più profondi sentimenti che non fossero in grado di comunicarle i discorsi di un confessore o i suggerimenti della badessa di San Sisto.
L'anno del Giubileo 1500 fu anno avventuroso per Cesare; ma sciagurato per Lucrezia. Essa lo cominciò andando il primo giorno dell'anno con solenne corteggio al Laterano. Andò a cavallo per pregare e compiere il prescritto pellegrinaggio per le chiese di Roma. Il corteggio si componeva di 200 cavalieri, gentiluomini e dame. Lucrezia cavalcava una chinea riccamente adorna. A fianco suo, a sinistra, il marito Don Alfonso; a destra una dama della sua corte; dietro il capitano della guardia palatina, Rodrigo Borgia. Passando pel Ponte Sant'Angelo, il padre si fece trovare ad un terrazzino del Castello, per godersi lo spettacolo dell'amata figliuola.
Il nuovo anno non fu nunzio ad Alessandro che di prospere novelle, se una ne togli, la morte del cardinal legato, Giovanni Borgia, vescovo di Melfi e arcivescovo di Capua, che, per distinguerlo da un altro cardinale dello stesso nome, era chiamatoIuniore. Morì in Urbino l'8 gennaio 1500, rapito, a quel che pare, da un accesso di febbre. Così informava Elisabetta, la moglie di Guidobaldo, suo fratello Gonzaga in una lettera del giorno istesso da Fossombrone.[100]
Cesare trovavasi appunto in Forlì, quando il mattino medesimo del 12 gennaio, in cui la cittadella gli si era arresa, gli giunse la nuova della morte del cardinale. La comunicò immediatamente al duca di Ferrara con una lettera, nella quale diceva Giovanni Borgia, chiamato dal Papa a Roma, e partitosi da Forlì per colà, esser poi morto di catarro in Urbino. Il fatto che quegli fosse statoal campo di Cesare, e che, come dalla lettera di Elisabetta risulta, fosse arrivato ad Urbino già malato, diede verosimiglianza al sospetto di un avvelenamento da parte di Cesare.
È singolare che, nella lettera al duca, Cesare chiamasse il morto fratello suo.[101]Ercole mandò lettera di condoglianza il 18 gennaio, e anch'egli chiamò il cardinalefratellodi Cesare. Se ne dovrà forse indurre, che Giovanni Borgiaiuniorefosse stato anch'egli figlio di Alessandro VI? V'ha di più: il cronista ferrarese Zambotto, là ove nota la morte del cardinale, lo chiama esplicitamentefigliuolo di papa Alessandro.[102]Se così fosse, il numero de' figli di costui ne sarebbe di molto accresciuto, perchè allora anche Ludovico Borgia era figlio suo. E quest'ultimo Borgia fu di fatto l'erede speciale de' beneficii di Giovanni. Divenne anche arcivescovo di Valenza e poscia cardinale. Egli annunziò la sua promozione al marchese di Mantova con lettera, nella quale, proprio come Cesare, chiamavafratellosuo il defunto.[103]
Nulladimeno tutto ciò non basta a porre in dubbio la discendenza sin qui ammessa di Giovanni Borgiaiuniore. Lo Zambotto, di certo, s'ingannò. La parola fratre usata in quelle lettere non altro vuol significare chefratello cugino.[104]
Il 14 gennaio giunse in Vaticano la nuova che Cesare aveva espugnato il castello di Forlì. Dopo valorosa difesaCaterina Sforza-Riario con due suoi fratelli era stata costretta ad arrendersi. Questa nipote del grande Francesco Sforza di Milano, figliuola naturale di Galeazzo Maria e sorella illegittima di Bianca, moglie dell'imperatore Massimiliano, poteva ben valere come l'ideale di quelle donne eroiche italiane, che non vissero solo ne' poemi romantici del Boiardo e dell'Ariosto, ma ebbero esistenza vera anche nel campo della realtà. L'essenza loro trascende i limiti della natura femminea, e rasenta perciò la caricatura. Per comprendere l'esistenza di tali caratteri di donne, ne' quali bellezza e coltura, coraggio e intelligenza, voluttà e ferocia si disposavano, creando una strana apparizione, fa uopo conoscere le condizioni dei tempi, nel mezzo delle quali si produssero. E i destini, cui successivamente andò incontro la Caterina Sforza, non potevano non far di lei un'Amazzone.
Giovane ancora, ella erasi sposata col ruvido nipote di Sisto IV, con Girolamo Riario, conte di Forlì. Poco dopo il suo feroce padre era stato sgozzato in Milano per mano di nemici della tirannia. Poi il marito cadde sotto il pugnale di congiurati, che ne precipitarono il cadavere nudo giù dalle finestre del castello di Forlì. Ma Caterina con audace coraggio seppe mantenere pe' figliuoli la rôcca, e vendicò il marito con orrenda crudeltà. D'allora in poi ella divenne, come Marin Sanuto la chiama, donna di grande animo, e quasi crudelissima virago.[105]Sei anni più tardi vide la morte del fratello Giangaleazzo, avvelenato da Ludovico il Moro. Innanzi agli occhi suoi fu pure ammazzato in Forlì, anche per mano di congiurati, il secondo suo marito, benchè non officiale, Giacomo Feo di Savona. Saltò immediatamente a cavallo; e, con dietro le sue guardie,andò nel quartiere degli assassini, e ogni essere vivente senza distinzione, donne e bambini persino, fece mettere a pezzi. Nel 1427 mandò al sepolcro un terzo amante, Giovanni Medici.
Codesta Amazzone aveva retto con sagacia ed energia il suo piccolo paese, sinchè da ultimo cadde nelle mani di Cesare. Pochi forse ebbero a rimpiangere la sua sorte. Arrivata a Milano la nuova, trovarsi ella in potere di Cesare e quindi anche di papa Alessandro, il famoso generale Giangiacomo Trivulzio sorridendo disse parola insolente, che a sufficienza mostrò con quanto gradimento quella notizia fosse accolta.[106]Cesare la condusse a Roma qual nuova Regina di Palmira, in catene d'oro, così corse la favola. Egli fece il suo ingresso solenne il 26 febbraio. Il Papa destinò Belvedere per abitazione alla prigioniera.
La città allora rigurgitava di pellegrini, che anche da un papa Borgia venivano per ottenere l'indulgenza del Giubileo. V'era tra gli altri venuta Elisabetta Gonzaga, moglie di Guidobaldo da Urbino. Il pellegrinaggio della celebre donna fu impresa molto arrischiata, avendo il Papa già posto secretamente Urbino nella lista di proscrizione de' feudatarii della Chiesa; e Cesare già da parte sua riguardava quel paese come suo bottino. Il pensiero d'incontrarsi in Roma con quest'ultimo non doveva esser per lei poco tormentoso. Con quanta facilità non avrebbero potuto coloro accampare un pretesto, pur che fosse, per tenerla captiva anche lei? Il fratello Francesco Gonzaga la sconsigliò dal suo proposito. Nulladimeno ella gli scrisse, già in viaggio per Roma, una lettera così amorevole e tanto attraente, che ci piace qui riprodurla per intero.
«Illustrissimo Principe e Signore; fratelloonorandissimo: — A questi giorni mi son partita da Urbino e messami in cammino per andare a Roma a fin di conseguire il Giubileo. Di questa gita, del resto, io feci già da alcuni giorni avvisata l'Eccellenza Vostra. Oggi, trovandomi ad Assisi, ho ricevuto una sua, dalla quale rilevo ch'ella vuole persuadermi e indurmi a desistere dall'andare, pensando forse, che non mi fossi ancor messa in cammino. Di che ho provato grandissima dispiacenza ed immenso affanno. Perchè da un canto avrei voluto sì in questa come in qualunque cosa altra cedere ed essere obbedientissima ad ogni volere di Vostra Signoria Illustrissima, che ho sempre avuta in luogo di padre nè ho altrimenti, e giammai non è stato in me animo nè pensiero, se non di concorrere ad ogni sua voglia. Dall'altro canto, dopo che già mi trovo, come ho detto, in viaggio e fuori dello Stato; dopo aver per mezzo del signor Fabrizio e di madonna Agnesina, mia onorevole cognata e sorella, fatto provvedere in Roma alla casa e ad ogni altra cosa necessaria, e assicurati costoro di dovermi ritrovare a Marino fra quattro giorni, talchè il signor Fabrizio m'è venuto incontro per farmi compagnia; dopo, per di più, esser corsa voce della mia partenza e della mia gita; non saprei davvero veder modo come oramai ritrarmi con onore di mio marito e mio. La cosa è andata tanto avanti, e tanto maggiormente, in quanto v'ho proceduto con la piena intelligenza e buona volontà dello stesso mio marito, dopo aver bene considerata ogni cosa. Del rimanente, la Signoria Vostra non deve per questa mia andata concepir nell'animo affanno o sospetto di sorta. Affinchè ella sia bene informata di tutto, sappia che io prima me ne vo' a Marino, e quindi di lì, in compagnia della detta madonna Agnesina, me ne vo' incognita a Roma per far la debita visitazione delle chiese ordinate a conseguire il santo Giubileo. Io non avrò a mostrarmi e neppure a parlare con persona alcuna; mentre,pel tempo che starò a Roma, andrò ad alloggiare in casa del fu cardinal Savello: abitazione codesta buona e convenientissima al desiderio mio, in mezzo a' partigiani de' Colonnesi; abbenchè intenzione mia sarebbe di tornare per la maggior parte del tempo a stare a Marino. Sicchè Vostra Signoria deve senza alcun dubbio contentarsi di questa mia andata, e non pigliarne dispiacere alcuno. E quantunque tutte le addotte ragioni siano efficacissime a indurmi non solo a continuare il mio viaggio, ma bensì a farmelo intraprendere ove non fussi ancora partita; tuttavolta, quando per avventura mi ritrovassi di non essere partita, non mica per dubbio veruno o disturbo che io conosca potesse nascermene, ma solo per desiderio di soddisfare la Signoria Vostra, in questa come in ogni cosa, avrei abbandonato quel progetto. Se non che, al punto ove ne sono, e quando Vostra Eccellenza avrà letto questa mia lettera, son certa che dell'andar mio sarà contenta. Ed io ne la prego e supplico. E perchè possa con più contentezza e soddisfazione d'animo pigliare questo Giubileo; voglia significarmi con una sua diretta a Roma esser proprio così, ch'ella, cioè, se ne contenti. Altrimenti io ne starò in continua agonia e affanno. Mi raccomando alla buona grazia di Vostra Eccellenza. — Assisi, 21 marzo 1500.»[107]
Agnesina da Montefeltro, della quale parla la lettera, sorella di Guidobaldo, donna piena di spirito e d'intelligenza, erasi sposata con Fabrizio Colonna, che più tardi divenne un gran capitano italiano. Essa aveva allora 28 anni. Viveva col marito nel castello di Marino su' Monti Albani; e quivi nel 1490 aveva dato alla luce Vittoria Colonna, futuro ornamento di casa sua. Elisabetta trovò questa bella fanciulla già promessa a Ferrante d'Avalos, figlio del marchese Alfonso di Pescara. Ferdinando II diNapoli sin dall'anno 1495 aveva cooperato agli sponsali de' due fanciulli, per far cosa grata ai Colonna, partigiani di Aragona.
Sotto la protezione degl'illustri parenti la duchessa d'Urbino visitò effettivamente Roma, ove si tenne in stretto incognito, e vi restò sino al sabato dopo Pasqua. Nelle gite a San Pietro forse rivolse spesso un mesto sguardo verso Belvedere, là ove giaceva prigioniera la più coraggiosa donna d'Italia, alla quale probabilmente la legava amicizia. Che Caterina Sforza, dall'ingresso di Cesare, il 26 febbraio, si trovasse a Belvedere, lo attesta una lettera di quel giorno dell'ambasciatore veneziano in Roma alla Signoria. E i pensieri di Elisabetta dovevan farsi tanto più cupi e penosi, in quanto il marito ed il fratello Gonzaga, entrambi al servizio di Francia, avean dovuto abbandonare quella principessa all'estrema rovina.
Aveva costei lasciato appena Roma, quando a Caterina Sforza fu recata la nuova, che anche i due zii di lei Ludovico e Ascanio erano in potere del re di Francia. Dopo avere nel febbraio 1500 riconquistato Milano con truppe svizzere, furon poscia, il 10 d'aprile, vilmente traditi presso Novara dagli stessi mercenarii. Ludovico fu tradotto in Francia, ove, dopo 10 anni, morì miseramente nella torre di Loches. E anche il cardinale Ascanio, un tempo così potente, dovette andare in Francia come prigioniero. Immensa tragedia fu quella che si svolse nella casa Sforza. Quale commozione non dovette provare la Caterina nella prigione, in vedere tutta la stirpe sua soggiacere così alle atrocità del destino! Chi sappia collocarsi in quel mezzo, sente l'aria oppressiva del fato inesorabile della storia, della quale lo Shakspeare ha circondato le sue tragiche figure.
Carcerieri di Caterina erano i più spaventevoli uomini del tempo, il Papa e suo figlio. Il pensiero solodella vicinanza loro doveva riempirla tutta di terrore. Essa era là, sull'alto Belvedere, sempre temendo il veleno di Cesare. Ed era davvero un miracolo che la si lasciasse vivere. Tentò fuggire, ma non riuscì. E per questo Alessandro la fece rinchiudere in Castel Sant'Angelo. Ma i signori francesi, al servizio di chi l'aveva perduta, specialmente Ivo d'Allegre, la salvarono, cavallerescamente protestando presso il Papa. Dopo una prigionia di 18 mesi questi le permise sceglier Firenze per asilo. Egli stesso la raccomandò alla Signoria con questa lettera:
«Diletti figliuoli, salute e benedizione apostolica. — Viene costì l'amata figlia in Cristo, la gentildonna Caterina Sforza. Dopo averla, come v'è noto, tenuta un pezzo prigioniera per ragionevoli motivi, l'abbiamo graziosamente lasciata libera. E poichè, giusta l'abitudine nostra e il nostro pastorale ufficio, non abbiamo usato soltanto grazia verso la stessa, ma, per quanto Iddio cel concede, desideriamo anche provvedere con paterna bontà al suo meglio; così abbiamo stimato bene scrivervi per raccomandarla vivamente alla devozione vostra. Essa viene pienamente fiduciosa nella nostra benevolenza a star tra voi, come in sua propria patria; epperò non abbia a rimaner delusa nella sua speranza con le raccomandazioni nostre. Ci sarà quindi cosa gratissima apprendere, che, in grazia dell'omaggio da lei reso alla città vostra, ed anche per riguardo verso di noi, sia stata da voi bene accolta e ben trattata. Data a Roma presso San Pietro sotto l'anello del Pescatore, il 13 luglio 1501. Nell'anno nono del nostro Pontificato. — Adriano.»[108]
Caterina Sforza morì in un monastero di Firenze nell'anno 1509. Alla patria lasciò un figlio della stessa tempra sua, Giovanni Medici, l'ultimo gran condottiere italiano,divenuto famoso nella storia della guerra come capitano dellebande nere. Una figura marmorea di questo capitano dalla forza erculea e dalla nuca di Centauro sta ancora assisa all'angolo della Piazza di San Lorenzo in Firenze.
Caduti i Riarii d'Imola e Forlì, tutti i tiranni dello Stato della Chiesa tremarono di Cesare. Anche principi più potenti, come Este e Gonzaga, che non eran punto, o solo in parte, feudatarii della Chiesa, s'arrovellavano per aver l'amicizia del Papa e del suo formidabile figliuolo. Cesare, come alleato di Francia, erasi assicurati i servigi di quei due principi; e, a cominciare dall'anno 1499, ne aveva ricevuto aiuto nelle sue imprese in Romagna. Mantenne viva corrispondenza con Ercole d'Este, che egli, uomo giovane e immaturo, trattava da suo pari, come fratello ed amico. Comunicò a colui i suoi successi, e n'ebbe in risposta congratulazioni con parole piene egualmente di confidenza, ognuna delle quali era una menzogna diplomatica dettata dalla paura. La corrispondenza tra Cesare ed Ercole si conserva ancora nell'Archivio Este a Modena: contiene molte lettere e comincia dal 30 agosto 1498, quando Cesare era ancora cardinale. In quella prima lettera, scritta in latino, Cesare informava il duca della sua prossima partenza per la Francia e pregavalo per un cavallo da sella.
Una corrispondenza non meno intima ebbe Cesare con Francesco Gonzaga. Con questo strinse forte relazione, che durò sino alla fine di lui. Nell'Archivio di casa Gonzaga a Mantova esistono ancora 41 lettere di Cesare al marchese e alla moglie Isabella. La prima porta la data del 31 ottobre 1498 da Avignone; la seconda del 12 gennaio 1500da Forlì; la terza da Roma del 24 maggio 1500 è del tenore seguente:
«Illustrissimo Signore, onorando come fratello. — Dalle lettere di Vostra Eccellenza abbiamo appreso la desiderata e felice natività del suo illustrissimo figlio con non minore esultanza che per la nascita di un nostro proprio figliuolo. Poichè noi per intima e fraterna benevolenza siamo desiderosissimi di ogni sua prosperità e felice successo, così volentieri accettiamo esser padrino. E a tal effetto costituiamo nostro speciale procuratore quello tra i consiglieri suoi, che a Vostra Eccellenza piacerà scegliere. In nostro luogo e parte intervenga egli a levare il bambino dal sacro fonte. Noi preghiamo nostro Signore Iddio, perchè lo voglia conservare a seconda de' nostri desiderii comuni.
»Non rincresca a Vostra Eccellenza di presentare anche per noi le nostre congratulazioni alla eccellentissima sua consorte. Con questo figliuolo, speriamolo, essa avrà dato principio a numerosa prole e a perpetua posterità di parenti così chiarissimi e generosi. Roma nel Palazzo Apostolico il 24 maggio 1500. — Cesare Borgia di Francia, duca di Valenza e gonfaloniere e capitan generale della Santa Chiesa Romana.»[109]
Il figlio del marchese di Mantova nato il 17 maggio 1500 era Federico, principe erede. Due anni dopo, quando Cesare era all'apogeo della potenza, gli stessi Gonzaga sollecitarono l'onore di impegnare la mano del loro figliuolo con Luisa, piccola figlia di colui.
Cesare passò in Roma parecchi mesi per procacciarsi danaro per le sue imprese in Romagna. Un accidente minacciò di mandare in aria in un sol momento tutti i suoi disegni. Il 27 giugno 1500 il padre corse pericolo di rimaner schiacciato sotto un camino caduto in Vaticano; mafu tolto da' rottami leggermente ferito. Egli non volle esser medicato che da sua figlia. Quando l'ambasciatore veneziano andò il 3 luglio a visitarlo, trovò presso di lui madonna Lucrezia, Sancia e il marito Jofrè e una damigella della corte di Lucrezia, ch'era lafavoritadel Papa. E questo Papa aveva 70 anni. Attribuì la sua salvezza alla Vergine Maria, proprio come Pio IX a' dì nostri, uscito sano dal precipizio di una casa presso Sant'Agnese, attribuì la sua alla Santa stessa. E in onore della Vergine Alessandro fece cantare il 5 luglio messa solenne. Più tardi, ristabilitosi, si fece portare in processione a Santa Maria del Popolo, ed offrì alla Vergine del Cielo un calice pieno di 300 ducati. Il cardinale Piccolomini sparse con ostentazione l'oro sull'altare in presenza del popolo.
I Santi del Cielo s'erano interposti tra un muro che cadeva nel Vaticano e un gran peccatore; ma lasciarono che tranquillamente si compisse un gran misfatto contro un innocente, 18 giorni soltanto dopo quella caduta. Invano e i presentimenti proprii e i consigli di amici avevano un anno prima spinto il giovane Alfonso di Bisceglie a mettersi in salvo con la fuga. Come vittima espiatoria, egli aveva seguito la moglie in Roma per ivi cadere sotto il pugnale di sicarii, dal quale colei non potè salvarlo. Cesare lo odiava, come odiava tutta la casa d'Aragona. Di più, il matrimonio della sorella con un principe di Napoli aveva ora perduto ogni importanza, come già un tempo era accaduto di quello con lo Sforza di Pesaro. Era anzi diventato ostacolo ai disegni di Cesare, il quale aveva già in mente per Lucrezia altro matrimonio per lui stesso più vantaggioso. Ma il matrimonio col duca di Bisceglie non era rimasto infecondo, e per conseguenza non poteva essere sciolto. Onde Cesare decise uno scioglimento radicale e violento.
Il 15 luglio 1500 Alfonso andava dal suo palazzo alVaticano, ov'era la moglie. Potevano essere le undici di notte. Sulla scala di San Pietro uomini mascherati, armati di pugnali, gli furono addosso. Ferito gravemente al capo, al braccio, alla coscia potette il principe trascinarsi sino all'appartamento del Papa. Alla vista del marito tutto grondante sangue Lucrezia cadde svenuta.
Alfonso fu portato in una sala del Vaticano. Un cardinale gli diè l'assoluzione. Nondimeno la gioventù la vinse: egli guariva. Lucrezia, che per lo spavento era stata colta dalla febbre, e Sancia lo medicavano. Esse stesse gli preparavano il cibo, e il Papa pose persone che lo vegliassero. Dell'assassinio e degli esecutori si parlava in Roma in vario senso. L'ambasciatore veneziano scriveva il 19 luglio alla Signoria: «Non si sa chi abbia ferito il duca; ma dicesi sia stata la persona medesima che ammazzò il duca di Gandia, e lo gettò in Tevere. Monsignor di Valenza ha emesso editto, che niuno da Castel Sant'Angelo a San Pietro possa lasciarsi vedere armato, pena la morte.»
Con diabolica ironia Cesare diceva all'ambasciatore stesso: «Io non ho ferito il duca; ma l'avessi fatto, ei l'avrebbe ben meritato.» — L'odio suo contro il cognato deve aver avuto anche motivi affatto personali, che a noi sono restati oscuri. Cesare non si peritò nemmeno di far visita all'ammalato; e, andando via, disse: «Quel che non è accaduto a mezzodì, può bene accader la sera.»
Passarono così giorni angosciosi, sino a che l'assassino perdette la pazienza. Il 18 agosto verso le 9 di sera andò di nuovo. Cacciò via dalla camera del cognato Lucrezia e Sancia; chiamò il suo capitano Micheletto, e da costui Alfonso fu strozzato. Senza suoni nè nenie, con un silenzio che metteva orrore, quasi apparizione fantasmagorica, il morto principe fu trasportato in San Pietro.
La cosa non fu più un mistero. Cesare stesso pubblicamente dichiarava aver egli ucciso il duca, perchè questi tendeva insidie alla vita sua; e, passeggiando lui nel giardino del Vaticano, Alfonso avevagli fatto tirare alle spalle da' suoi arcieri.
Nulla più di questo fatto, e del modo in che il Papa lo accolse, vale a mostrare tutto il formidabile potere che Cesare aveva acquistato sull'animo del suo immoralissimo padre. Da notizie dell'ambasciatore veneziano risulta che quello era avvenuto contro il volere di Alessandro, il quale aveva insin cercato salvare l'infelice principe. Ma consumato appena il fatto, non stette a pensarci su più che tanto. Egli, che aveva perdonato a Cesare l'uccisione del fratello, non poteva ora osare di chiamarlo a render conto. Dall'altro canto le conseguenze del misfatto non erano da lui stesso che troppo desiderate. Si sarà quindi risparmiata ogni inutile rampogna al figliuolo. Al sentimentalismo suo, se pure un Borgia avesse potuto esserne capace, Cesare avrebbe risposto col riso.
Giammai delitto di sangue non cadde così presto in dimenticanza. Della uccisione di un principe della Casa reale di Napoli non si fece più caso che della morte di vilissimo palafreniere del Vaticano. Niun uomo quindi schivò la vista o la compagnia di Cesare. Non un prete gli vietò l'ingresso nella chiesa, nè un solo cardinale cessò dall'accostarlo con riverenza profonda. I prelati eran solleciti a ricevere dalla mano dell'onnipotente omicida il cappello rosso, mentre egli a caro prezzo dispensava a' maggiori offerenti la dignità cardinalizia. Aveva bisogno di danaro per continuare le sue conquiste in Romagna. In quei giorni dell'agosto erano con lui i suoi condottieri, Paolo Orsini, Giulio Orsini, Vitellozzo Vitelli ed Ercole Bentivoglio. Il Papa aveva messo in ordine per lui 700 uomini d'arme; e il 18 agosto l'ambasciatoreveneziano informava la Signoria di essere stato incaricato dal Papa, di pregare il doge di voler desistere dal proteggere i signori di Rimini e di Faenza. Fervevano i negoziati con Francia per procacciare a Cesare un appoggio serio e pratico. Il 24 agosto entrò in Roma l'inviato francese, Luigi De Villeneuve, e presso San Spirito gli venne incontro una maschera e l'abbracciò. Era Cesare. Quanto apertamente commetteva i suoi delitti, altrettanto amava andar per Roma mascherato.
Il giovane Alfonso di Aragona è fra le vittime de' Borgia la più tragica figura; e il destino suo commuove più di quello di Astorre Manfredi. Se Lucrezia, come v'è ogni ragion di credere, amava davvero suo marito, certo la fine di lui dovette immergerla in una desolazione disperata. E non avesse anche per lui nudrito passione alcuna, ogni sentimento suo doveva irrompere contro l'assassino, della cui infernale ambizione ella era la vittima. E doveva eziandio insorgere contro il padre, che per quel misfatto aveva mostrata tanta indifferenza.
Le scarse notizie, che abbiamo di quei giorni, non ci dipingono lo stato suo appena occorso il fatto, nè ciò che accadde in Vaticano tra i componenti di casa Borgia. Lucrezia, è vero, fu malata di febbre; ma nè morì di dolore, nè si levò vindice contro l'assassino di suo marito, nè fuggì via da quell'orrido Vaticano.
Ella si trovò nella stessa condizione di sua cognata donna Maria Enriquez alla morte di Gandia. Ma, mentre questa era col figlio sicura in Spagna, per Lucrezia invece non v'era alcun asilo, ove ridursi a vivere senza il volere del padre e del fratello.
Sarebbe stoltezza condannare la sventurata, se nel più spaventevole momento di sua vita non siasi fatta l'eroina di una tragedia. La verità è che in quel tragico ambiente ella apparisce troppo debole e piccola. Ma dirittodi pretendere da Lucrezia Borgia le passioni di una grande anima, se non n'era capace, non ve n'ha alcuno. Noi non cerchiamo di comprenderla che qual fu realmente. E, se il giudizio non ci falla, essa fu donna, che non la potenza, ma solo la grazia della sua natura fece uscire dalla volgare schiera. Questa giovane donna, che alla fantasia romantica della posterità è apparsa qual Medea e qual face amorosa sempre ardente, forse non ha in realtà provato mai una passione profonda. Nel periodo della sua vita in Roma fu sempre dipendente dalla volontà di altri, e le sorti sue furon sempre decise dal padre prima, poi dal fratello. E non sappiamo sino a che punto, rimpetto a tali condizioni di reale soggezione, la sua resistenza morale fosse in grado di affermare, contro di quelle, la dignità della donna. Ma se mai Lucrezia sentì una volta in sè il coraggio di far valere i sentimenti e i diritti suoi contro coloro che la condannavano al sacrificio, questa dev'essere stata dopo l'uccisione del marito. Ed è molto probabile che siasi allora rivolta con accuse contro il fratello omicida, e con lagrime al padre. Cesare per tanto volle che l'importuna fosse allontanata dal Vaticano. Ed Alessandro la mandò per qualche tempo in esilio, probabilmente perchè essa stessa ardentemente lo desiderava. L'ambasciatore veneziano Polo Capello fa cenno di una rottura insorta tra lei e il padre. Egli avea lasciato Roma il 16 settembre 1500, e di ritorno a Venezia fece una relazione al suo Governo sulle condizioni di quella città, nella quale diceva: «Madonna Lucrezia, la quale è savia e liberale, stava prima in grazia del Papa, ma ora questi non l'ama più.»
Il 30 agosto Lucrezia con un seguito di 600 cavalieri lasciò Roma per rendersi a Nepi, ov'era signora. Quivi voleva, come il Burkard dice, sollevarsi dalle profonde commozioni d'animo, che la morte del duca di Bisceglie le aveva cagionate.
In quel tempo, come oggi, s'andava da Roma a Nepi per la via Cassia, passando per Isola Farnese, Baccano e Monterosi. La strada allora era in parte sempre l'antica, ma in cattivissimo stato. Presso Monterosi si pigliava la via Amerina, il cui antico selciato anch'oggi a lunghi tratti si è conservato sin sotto le mura di Nepi.
Anche Nepi — oNepeoNepete, — come tutte le città etrusche, è posta su piano elevato, i cui erti margini scendono a picco in profonde fenditure vulcaniche del suolo. Fiumicelli, chiamatirii, scorrono nel fondo gorgogliando fra i rocciosi rottami. Le nude e ripide pareti di tufo servivano di fortificazione naturale; e, dove fossero meno alte, si suppliva con mura.
Il lato meridionale della città di Nepi, ove il Rio Falisco, prima di precipitarsi nel grande burrone, scorre in una valle meno profonda, era già stato nell'antichità munito di alte mura. Eran massi di tufo oblunghi, posti gli uni sugli altri senza cemento, come le mura della vicina Falerii. Rimangono ancora notevoli avanzi di queste mura presso Porta Romana; tutto l'altro materiale venne adibito alla costruzione del castello e dell'acquidotto farnesiano.
Il castello proteggeva il lato più debole di Nepi, e in quel luogo stesso doveva essere l'antica rôcca. Nell'VIII secolo fu sede di un duca potente, Toto, divenuto celebre anche nella storia della città di Roma. Il cardinale Rodrigo Borgia gli diè la forma, che oggi tuttavia conserva, avendolo fatto ricostruire di pianta. Egli vi fece pure elevare le due forti torri interne, l'una, la più grande, rotonda, l'altra quadrata. Più tardi venne restaurato e munito di bastioni esteriori da Paolo III e da suo figlio Pierluigi Farnese, primo duca di Castro e Nepi.[110]
Nel 1500 il castello non era meno saldo di quello di Civitacastellana, fatto similmente edificare da Alessandro VI. Oggi invece è miseramente rovinato. L'edera fronzuta e rigogliosa avvolge le rovine del palazzo, e ne ricopre all'esterno le pareti. Solo quei due colossi di torri hanno sfidato l'edacità del tempo.
S'entra nel diroccato castello dal lato della città per una porta, sulla quale con bei caratteri della Rinascenza sta scritto:Ysu. Unicus Custos. Procul hinc timores. Ysu.Si arriva in una corte quadrata, circondata da portici murati e tutti in rovina, e ridotta oggi ad orto. Di fronte sta la cadente facciata del castello, edifizio a due piani nello stile della Rinascenza, con finestre guernite di peperino. Sulla cornice della porta d'ingresso l'iscrizioneP. Loisivs Far. Dux Primus Castri, indica anche qui una restaurazione farnesiana.
L'interno non presenta che una maceria. Le stanze son tutte cadute. Niuno cercò impedire il disfacimento di questo importante monumento del passato; eppure l'ultima sala non rovinò che 50 anni fa. Delle camere superiori rimane una soltanto, alla quale non si può accedere che arrampicandosi per una scala. Vi si vede ancora il posto del camino; e rimane pure, qual era, il soffitto primitivo in assi di legno, come usava ne' primi anni della Rinascenza. Le travi si terminano con mensole graziosamente intagliate. Tutto il soffitto è di color bruno carico; e qui e là alle pareti pendono scudi di legno, su' quali è dipinta l'arme de' Borgia.
L'arme stessa in pietra si vede pure sulle pareti interne del castello ed esteriormente sulle torri. Due di esse, finamente scolpite ed incastrate oggi sotto il portico della Casa comunale di Nepi, furon tolte di là, ove forse Lucreziale aveva fatte affiggere. Sotto corona ducale portano insieme l'arme de' Borgia e quella di casa Aragona venuta a Lucrezia come duchessa di Bisceglie.
La solitaria Nepi, che oggi non conta che 2500 abitanti, nell'anno 1500 era appena più popolosa. Piccolo paese della Campagna con strade di architettura gotica; con qualche antico palazzo e torre di nobili famiglie, delle quali quella de' Celsi era la più ragguardevole; con la sua piccola piazza, altra volta il fòro, ov'era la Casa comunale; col suo vecchio duomo, originariamente edificato sulle rovine del tempio di Giove, e che nel 1500 serbava ancora la sua forma di basilica; con altre poche antiche chiese e monasteri, come San Vito e Sant'Eleuterio; e con alcuni avanzi di antichità che oggi sono scomparsi. Di questi soltanto due statue, in onore di cittadini nepetini, la cui memoria è ormai perduta, stanno ancora innanzi alla facciata del Palazzo comunale, grazioso edifizio dell'ultimo tempo della Rinascenza.
I pressi di Nepi, come la più parte delle contrade etrusche, hanno un carattere cupo e melanconico, generato insieme dalla natura vulcanica del terreno e dall'estinzione di ogni attività storica; l'una e l'altra proprie e comuni a tutta l'Etruria. Quelle profonde e tenebrose squarciature del suolo, co' loro massi rocciosi, con le rupi tagliate a picco, di tufo parte nero, parte rossastro oscuro, e quei torrenti che vanno rumoreggiando nel fondo, fanno un'impressione grandiosa, ma piena d'immensa tristezza. E non meno rendono l'animo serio e triste quelle alte pianure ampie e silenziose, e quelle greggi pascolanti con pace idillica, rotta soltanto di tratto in tratto da lamentevoli belati e dal flebile suono del piffero pastorale.
Qua e là selve di querce. Quattro secoli or sono, ve n'erano intorno a Nepi di più folte e più lussureggianti. Oggi invece, verso Sutri e Civitacastellana, sono statemolto diradate; ma formano pur sempre magnifiche boscaglie. Dalla piattaforma del castello si dispiega alla vista un gran panorama, più esteso di quello che si gode dal castello di Spoleto. Qui spicca sull'orizzonte la tetra catena de' Vulcani di Bracciano col monte di Rocca Romana; colà la foresta del Monte Cimino innanzi Viterbo, sui cui estesi declivii è chiaramente visibile il castello de' Farnesi, Caprarola. Dirimpetto s'eleva come isola il Soratte. A settentrione l'altipiano va leggermente digradando verso la valle del Tevere, e in lontananza, e attraverso un velo leggiero, si disegnano le cilestrine montagne della Sabina, tutte popolate sulle pendici di villaggi e castelli.
La giovane vedova di Alfonso entrò il 31 agosto nel castello di Nepi, i cui muti spazii furono ora animati dalla sua corte. Pure tutte quelle dame e cavalieri, altra volta sì facili alla gioia e al piacere, eran mesti ed afflitti per dolore vero od officiale. Nel solitario castello potè Lucrezia abbandonarsi liberamente al pianto per la persona cara, che le era stata per due anni marito, e in compagnia della quale ella, l'anno innanzi, aveva abitato quel luogo stesso. Nulla veniva colà a turbare i suoi tetri pensieri: invece castello, città, campagna, tutto armonizzava con essi.
Ignoriamo quanto durasse il melanconico soggiorno. Ne' calori estivi le evaporazioni di quelle voragini sogliono addurre febbri micidiali, e ancora oggi rendono malsana l'aria di Nepi e di Civitacastellana. Il padre probabilmente, nel settembre o nell'ottobre, la richiamò a Roma, e presto dovette darle di nuovo la grazia sua, tanto più che il fratello lasciò la città. Ed era scorso appena qualche mese che già l'anima di Lucrezia era tutta piena di altre splendide immagini dell'avvenire, dietro le quali lo spettro dell'infelice Alfonso si dileguò. Essa cessò così presto dal pianto, che dopo un anno soltanto in questa donna, giovane e sorridente, niuno avrebbe saputo sospettarela vedova di un marito assassinato. Lucrezia aveva ereditato dal padre, se non la indistruttibile forza della vita, certo quella leggerezza di sentimento che i contemporanei non han mancato di notare espressamente nell'uno come nell'altra, sotto il nome di naturale sempre gaio e sereno.
Alla fine del settembre 1500 Cesare mosse per la Romagna con 700 uomini d'arme, 200 cavalleggieri e 6000 fantaccini. Egli volse prima i passi verso Pesaro per scacciar di là il suo antico cognato. Giovanni Sforza, all'udire la nuova della tremenda fine del suo successore con Lucrezia, aveva potuto riputarsi felice di esser egli scampato a sorte sì dura. Un odio ardente contro tutti questi Borgia lo rodeva. Ma, in luogo di poter vendicare le patite offese, ora quasi senza via a difendersi si vedeva esposto a subirne altra più grave. Dagli agenti suoi in Roma e dall'ambasciatore di Spagna, che gli era amico, era stato avvertito degli apprestamenti del suo capital nemico, come risulta dalle lettere sue a Francesco Gonzaga, fratello della sua prima moglie Maddalena.[111]
Il primo settembre 1500 egli informò il marchese Francesco della intenzione di Cesare di metter la mano su Pesaro, e lo pregò di raccomandare l'affare suo all'imperatore Massimiliano. Il 26 scrisse, domandando premurosamente soccorso. Il marchese non glielo negò; ma non gli mandò che 100 uomini con un capitano albanese. Allora fu visto, come queste illegittime signorie italiane ad ogni colpo di vento non stavan più ferme. Solo in Faenzail popolo amava il suo signore, il giovane e bello Astorre Manfredi, e gli restò fedele. Ma in tutte le altre città di Romagna il reggimento de' tiranni era esecrato. Anche lo Sforza doveva essere prepotente e crudele; e, certo, la scuola che aveva avuto a Roma da' Borgia non era rimasta per lui sterile.
Giammai un trono non fu sì presto rovesciato come il suo, o, per dir meglio, sì presto abbandonato prima ancora che fosse abbattuto. Cesare non s'era avvicinato a Pesaro, che già un moto popolare nella città si era manifestato in favor suo. Si formò un partito ostile allo Sforza; mentre la totalità de' cittadini, paventando le conseguenze, ove la città avesse dovuto essere espugnata dallo spietato nemico, desiderava un accomodamento con costui. Indarno il poeta Giulio Postumo, tornato poco innanzi da Padova in patria, chiamava con canti guerrieri i concittadini suoi alla resistenza.[112]Il popolo insurse la domenica, 11 ottobre, prima ancora che Cesare fosse apparso avanti alla città. Quello che accadesse poi, lo racconta la lettera dello Sforza al Gonzaga:
«Illustrissimo Signore e Cognato onorandissimo: — L'Eccellenza Vostra avrà sentito come domenica mattina il popolo di Pesaro, per subornazione di quattro vagabondi, si levò in armi; e fummi forza ridurmi, il meglio che potessi, con pochi de' miei nella rôcca. Sapendo poi che i nemici s'avvicinavano e che messer Ercole Bentivoglio, il quale era a Rimini, si faceva innanzi, per non rimaner chiuso dentro lasciai di notte la rôcca, grazie al consiglio, all'opera ed al favore di Jacomo Albanese. E dopo una malissima via e pessimi passi eccomi qui giunto a salvamento. Di che io ho obbligo prima all'Eccellenza Vostra, che mi mandò il detto Jacomo, e poi a costui, cheseppe sì ben condurmi. Non ho per anco deliberato cosa mi voglia fare. Ma, ove fra quattro dì non venga dall'Eccellenza Vostra, le manderò Jacomo, il quale le dirà tutto il successo e anche la mente mia. Ho voluto frattanto che ella sapesse di essere io giunto a salvamento, e raccomandarmele. — Bologna, 17 ottobre 1500. Di Vostra Eccellenza cognato e servitore, Giovanni Sforza di Aragona, conte di Cotignola e Pesaro.»[113]
Il 19 ottobre poi scrisse da Bologna che voleva andare a Ravenna e di là tornare a Pesaro, ove il castello valorosamente resisteva; e pregava il marchese di mandargli un aiuto di 300 uomini. Ma tre giorni dopo da Ravenna annunziò che il castello si era reso.
La città di Pesaro aveva accolto Cesare non solo senza resistenza, ma volenterosa. Ed egli entrò con pubbliche dimostrazioni d'onore nel palazzo degli Sforza, in quel palazzo, ove la sorella, quattro anni innanzi, aveva abitato quale signora. Visitò pure il castello il 28 ottobre. Fece chiamare un pittore, e gli ordinò di fargliene un disegno su carta, che voleva mandare al Papa. Da' merli del castello degli Sforza 12 trombetti fecero risuonare all'intorno le note della vittoria, ed araldi gridarono Cesare Signore di Pesaro. Il 29 ottobre s'indirizzò al Castello Gradara.[114]
Pandolfo Collenuccio fu testimone dell'ingresso di Cesare in Pesaro. Quest'uomo bandito da Pesaro dallo Sforza e ricoverato a Ferrara fu dal duca Ercole mandato a Cesare alla nuova della caduta della città, per presentargli le congratulazioni sue. Lo spinse a ciò non solo il timore, ma anche un importante negozio intavolato tra lui e il Papa, e del quale avremo presto a parlare. Il Collenuccio riferì al duca della sua missione il 29 ottobre con questa importante lettera:
«Illustrissimo Signor mio: — Poichè partii da Vostra Signoria, fui in Pesaro in due giorni e mezzo. Vi giunsi di fatto martedì circa le 24. E in quell'ora appunto il duca Valentino faceva la sua entrata. Tutto il popolo era alla porta. Fu ricevuto sotto una gran piova e gli vennero presentate le chiavi della Terra. Il Duca andò ad alloggiare in Corte, nella camera che era stata del signor Giovanni. L'entrata, a quanto mi riferiscono i miei che v'erano, fu solenne, con grande ordine e numeroso di cavalli e di fanti della guardia sua. La sera medesima io gli feci sapere della mia venuta, e che aspettavo udienza, quando a Sua Signoria ne facesse comodo. Verso due ore di notte mandò il signor Ramiro e il maggiordomo a farmi visitare e domandarmi con parole molto onorevoli, se fossi bene alloggiato e se in tanta folla non mancassi per avventura d'alcuna cosa. Mi fece pur dire che riposassi, e che mi darebbe udienza il dì seguente. Mercoldì mattino di buon'ora mi mandò un presente di un gran sacco d'orzo, una soma di vino, un castrone, otto paia di capponi e galline, due grandi torce, due mazzi di candelette e due scatole di confetti, con parole molto cortesi. Non mi dètte però udienza, tuttochè mandasse le sue scuse, e a dirmi di non volermene meravigliare. Cagione di ciò fu che si levò di letto a 20 ore, e appena levatosi desinò. Andò poi al castello e lì stette sino a notte, e ne tornò stracco per un tincone ch'egli ha.
»Oggi, com'ebbe desinato, ch'eran circa le 22 ore, mi fece introdurre per mezzo del signor Ramiro, e con molta dimestichezza e ottima cera cominciò Sua Signoria per la prima a scusarsi di non aver potuto darmi udienza ieri, essendo occupato nel castello e anche indisposto per quel suo tincone. Dopo questi primi ragionamenti, avendo io espresso lo scopo proprio della mia ambasceria, che era di visitare, congratularmi, ringraziare, presentareomaggi e offrir servigii, il Duca, il quale veramente sa comporre molto bene i discorsi suoi, mi rispose parte per parte con grandissima tranquillità. In sostanza disse che, conosciuta la prudenza e bontà di Vostra Signoria, egli ha sempre amato e desiderato di aver con lei pratica. Che quando fu a Milano ebbe voglia di conoscerla; ma i tempi e le faccende, che allora correvano, nol permisero. E ora, venuto in queste parti, seguitando quel suo desiderio e volendo dar prova dell'animo suo e dimostrarle il suo filiale affetto, s'era messo a scrivere questa lettera intorno a' progressi da lui fatti nella certezza che la Signoria Sua n'avesse ad aver piacere. E per l'avvenire farebbe il simile, perchè desiderava aver con lei più intrinseca amicizia. E offrivale ogni facoltà sua e quanto era in suo potere; di che in ogni occorrenza la Signoria Vostra ne vedrebbe le prove. E mi disse di raccomandarlo assai, perchè egli avrebbe lei come fratello. Ringraziò anche Vostra Signoria per la risposta mandatagli per lettera e per aver spedito a posta persona, dicendo che veramente non bisognava; che anche senza questo teneva per certissimo, che la Signoria Sua avrebbe gran piacere d'ogni suo bene. In breve nè migliori nè più acconce parole avrebbe potuto usare; e sempre nominò lei fratello e sè figliuolo suo.
»Ed io, per mia parte, raccogliendo la cosa e il senso di tutte le sue parole, comprendo che gli sarebbe caro aver qualche pratica e buona amicizia con Vostra Signoria. Credo certamente a' propositi suoi; tuttavia non so desumere altro che bene. — Questo aver inviato la Signoria Vostra persona sua qui, è stata cosa immensamente accetta; e sono informato che il Duca n'ha scritto al Papa, e n'ha parlato qui co' suoi in modo da mostrare di averne fatto gran caso e di estimarla assai. — Dopo alcune brevi risposte e repliche dall'una parte e dall'altra, perle quali io gli dicevo di non sapere, se non commendare la prudenza del Duca nel tenere siffatta via con Vostra Eccellenza, rispetto alle condizioni nostre e al nostro Stato, le quali cose non potevano essere che a vantaggio di lui stesso; egli confermò il mio dire con grande efficacia. Dimostrò in effetti d'intenderlo molto bene. E così, d'uno in un altro ragionamento, entrammo a parlare di Faenza. Il Duca disse: — Io non so quello che vorrà fare Faenza; se vorrà darci poca fatica, come queste altre città, o se vorrà far prova di resistere. — Gli dissi che credevo farebbe come le altre. Pure, ove nol facesse, non era che ad onore di lui, chè avrebbegli, nell'espugnarla, porta occasione di mostrare là propria virtù e valore. Rispose avere ciò a caro, e che pensava combatterla aspramente. Di Bologna non accadde ragionare. Gli furon grate le ambasciate di raccomandazioni che gli feci per parte de' vostri, del signor Don Alfonso e del cardinale; e soprattutto di quest'ultimo, del quale disse tanto bene e mostrò amarlo tanto, che non poteva saziarsi mai di dirne.
»Stati così insieme una buona mezz'ora, tolsi licenza, e il Duca montò a cavallo e partì di qui. Questa sera sarà a Gradara: domani andrà a Rimini; e quindi seguiterà il suo viaggio. Egli ha con sè tutta la gente di artiglieria. E per altro non va così lento — la qual cosa mi disse egli stesso, — se non perchè non vuol dividersi dall'artiglieria.
»In questa Terra sono alloggiate 2000 persone o più: non han fatto alcun danno notevole. Il contado è stato tutto pieno di soldati; ancora non sappiamo, se abbiano arrecato gran danno. Alla Terra non è concesso privilegio nè esenzioni di sorta. Il Duca vi lascia per luogotenente un dottor Forlivese. Dalla rôcca ha tolto 70 pezzi d'artiglieria; nè la guardia, che v'ha lasciata, è gran fatto numerosa.
»Dirò a Vostra Signoria una cosa, della quale ho più riscontri; ma mi è stata espressamente detta da un cavalier portoghese, soldato del duca Valentino, ch'è alloggiato qui, ove son io, in casa di mio genero, con 15 cavalli, ed è uomo molto dabbene ed amico del signor duca Ferrando nostro, perchè stette col re Carlo. Si dice adunque che questa Terra il Papa l'assegna in dote a madonna Lucrezia; alla quale dà per marito un Italiano, che sarà sempre amico di Valenza. Se ciò sia vero non so: si ritiene così.
»Quanto a Fano, il Duca non l'ha avuta. V'è stato dentro cinque giorni; ma nè lui l'ha domandata, nè i cittadini gliel'han resa. Sua è, e sua sarà, se lo vorrà. Loro dicono che il Papa gli ordinasse di non impacciarsi di Fano, se i cittadini proprii non lo dimandassero; e così sono rimasti nello stato ch'erano.
»Omissis.
»La vita del Duca è questa: va a letto a 8, 9 e 10 ore di notte. Il giorno appresso poi a 18 ore è l'alba, a 19 sorge il sole, e a 20 è giorno fatto. Levatosi, subito va a tavola, e lì sbriga dappoi le faccende. Lo si tiene animoso e gagliardo e liberale, e si pensa che faccia buon conto degli uomini dabbene. Aspro nelle vendette: così dicono le informazioni di molti. Animo vasto e cupido di grandezza e fama, par che curi più lo acquistar di Stati che stabilirli e ordinarli. — Pesaro, giovedì 29 ottobre, ora 6ª della notte, 1500. Di Vostra Illustrissima Eccellenza Ducale servoPandulphus.
»Seguito del Duca: — Bartolomeo di Capranica, maestro del Campo. — Piero Santa Croce. — Giulio Alberino. — Mario Don Marian de Stephano. — Un suo fratello. — Menico Sanguigni. — Giovan Battista Mancini. — Dorio Savello. (Tutti gentiluomini romani.)
»In casa del Duca uomini di conto: — Vescovo diElna. — Vescovo di Santa Sista. (Spagnuoli.) — Vescovo di Trani, italiano. — Un Abate napoletano. — Il signor Ramiro dell'Orca, governatore: questo fa tutto. — Don Hieronymo, portoghese. — Messer Agabito da Amelia, segretario. — Messer Alessandro Spannocchia, tesoriere, il quale ha detto che il Duca, poichè partì da Roma, ha sin qui di spesa ordinaria 1800 ducati il giorno.»[115]
Nella sua lettera il Collenuccio non fece menzione di questo, che egli stesso rivolse a Cesare, al nuovo padrone di Pesaro, un richiamo contro il suo antico signore, Giovanni Sforza, e che fu da colui rimesso in possesso di tutti i suoi beni confiscati. Pochi anni appresso egli ebbe a pentirsi amaramente del passo fatto. Guido Postumo invece, i cui beni furono tolti da Cesare, erasi rifugiato presso i Rangoni a Modena. Lo Sforza era il 2 novembre a Venezia, ove, stando all'asserzione del Malipiero, voleva vendere alla Repubblica il suo paese; ma le sue proposte furon respinte. Di là andò a Mantova. Le due città erano allora l'asilo de' tiranni detronizzati. Specialmente il bel castello de' Gonzaga in Mantova, protetta dalle gore che attorno vi forma il Mincio, dava, e diede ancora per lungo tempo dappoi, ospitalità a quella specie di fuggiaschi.
Caduta Pesaro, anche Rimini scacciò i suoi odiati tiranni, i fratelli Pandolfo e Carlo Malatesta. Quindi Cesare andò ad assediar Faenza. Il giovane signore, Astorre, s'arrese finalmente all'avversario il 25 aprile 1501, dietro solenne promessa di libertà. Malgrado di ciò Cesare mandò l'infelice a Roma, ove col fratello Ottaviano e con altre vittime fu cacciato prigione in Castel Sant'Angelo. Era questi Astorre, che un tempo il cardinale Alessandro Farnese avrebbe voluto sposare con la figliuola della sorella Giulia. Ed ora forse lo sventurato dovette deplorare che l'unione non si fosse effettuata.
In quel mentre Lucrezia col suo bambino Rodrigo era nel palazzo presso San Pietro. Se pure avesse voluto ancora rimpiangere la perdita del marito, il padre non le lasciò tempo di abbandonarsi a tali sentimenti. Egli seppe solleticarne la leggerezza e la vanità. Il morto Alfonso doveva esser sostituito da un altro Alfonso di maggior valore. Era stato appena messo da parte il duca di Bisceglie, e già s'era pensato a un nuovo matrimonio. Nel novembre del 1500 si cominciò già a dire che Lucrezia dovesse unirsi col principe erede di Ferrara, rimasto sin dal 1497 vedovo senza figliuoli, all'età di 24 anni appena. Del disegno fu primo a darne notizia Marin Gorzi, nuovo ambasciatore di Venezia a Roma, alla sua Signoria, il 26 di quel mese. Ma già molto prima, anzi indubbiamente sin da quando il marito di colei ancora viveva, s'era pensato in Vaticano al nuovo legame. È fuori di dubbio che nel Natale del 1500 si parlò pure di un matrimonio col duca di Gravina. Quest'Orsini era così poco spaventato della sorte toccata a' due mariti di Lucrezia, che nel dicembre venne a Roma per impegnarsi con lei. Probabilmente non si mirò che ad adescarlo con tale prospettiva per tenersi sicuri de' servizii degli Orsini.
Il disegno di maritar Lucrezia con Alfonso di Ferrara era stato immaginato da Alessandro. Egli desiderava questo matrimonio così pel meglio della sua diletta figliuola, come pel vantaggio di Cesare. Così assicurava a costui non solo il possesso della Romagna, che la Repubblica di Venezia poteva strappargli, ma gli slargava anche maggior campo per dar séguito alle sue mire su Bologna e Firenze. Era inoltre un mezzo per far entrare nelle vedute de' Borgia anche le dinastie di Mantova e di Urbino, imparentate conquella di Ferrara. Poteva altresì diventare punto di partenza per una più grande lega tra la Francia, il Papa, gli Stati di Cesare, Ferrara, Mantova e Urbino. E questi alleati eran forti abbastanza da assicurare Alessandro e la casa sua contro ogni nemico.
Prima di tutto il re di Francia aveva bisogno del Papa, se voleva raffermare lo stato suo in Italia. Possedeva quivi Milano, e poteva conquistare la metà del reame di Napoli, e quindi tenerlo come feudatario della Chiesa. Difatto Spagna e Francia avevano già concluso quello scellerato trattato di spartizione di quel reame, cui Alessandro VI poteva ancora prestare o rifiutare consentimento.
Per guadagnare il duca di Ferrara alla sua audace proposta, Alessandro si servì primieramente di un modenese, che gli era molto devoto, Giambattista Ferrari, antichissimo servitore di Ercole, e che egli aveva creato datario prima, poi cardinale. Il Ferrari non si peritò di fare al duca la proposta di matrimonio, in vista — così scrisse — de' grandi vantaggi che dovevano derivarne per lo Stato del duca.[116]L'imbarazzo di Ercole non fu minore di quello, in congiuntura simile, provato dal re di Napoli, Federigo. Il suo orgoglio ne fu irritato. La figlia, la nobile marchesa Isabella di Mantova, e la cognata di costei, Elisabetta di Urbino, ne furono fuori di sè. Il giovane Alfonso da parte sua manifestò la più profonda ripugnanza. V'era pure che s'aveva in animo di sposare il principe erede con una principessa della Casa reale di Francia, con Luisa, la vedova del duca di Angouleme.[117]Ercole rispose con un deciso rifiuto.
Alessandro aveva previsto la resistenza, ma non disperò di abbatterla. Con più viva insistenza fece ancora rappresentareal duca i vantaggi di quella unione e i danni del rifiuto: da una parte la sicurtà degli Stati di Ferrara e l'accrescimento loro; dall'altra la nimicizia del Papa e di Cesare, e forse anche di Francia.[118]Tanto era certo della vittoria, che non faceva mistero alcuno del divisato matrimonio, e ne parlò insino in Concistoro con soddisfazione come di cosa fatta.[119]Importava aver favorevole la Corte francese. E ciò non fu difficile, mentre appunto in quel tempo Luigi XII voleva che l'esercito suo, attraverso lo Stato della Chiesa, andasse di Toscana a Napoli, la qual cosa non era possibile, senza essere col Papa ne' termini della migliore intelligenza. Ma questi poteva soprattutto far assegnamento sull'appoggio del cardinale d'Amboise, quello, cui Cesare Borgia aveva un tempo portato in Francia il cappello rosso, e i pensieri ambiziosi del quale si levavano sino al trono papale. E a questo egli sperava poter giungere dopo la morte di Alessandro, mediante appunto l'influenza dell'amico suo Cesare e de' cardinali spagnuoli.
Ciò non di meno è un fatto che sul principio Luigi XII era risolutamente avverso al matrimonio. Cercò pure sventarlo. Da parte sua per niun conto voleva aggrandita la potenza di Cesare e del Papa. Desiderava in quella vece consolidare durevolmente l'influenza sua su Ferrara, mediante l'unione di Alfonso con una principessa francese. Alessandro aveva nel maggio spedito in Francia un segretario per indurre il re a rendersi mediatore del matrimonio; ma questi si mostrò alieno dal farlo.[120]Egli aveva bensì messo ostacolo alla invasione di Cesare nell'Italia centrale; cosicchè i tentativi di costui su Bologna e Firenze andarono a vuoto.
Il disegno quindi di matrimonio si sarebbe risoluto in nulla, se proprio in quel tempo non fosse capitata la spedizione francese per Napoli. A noi è lecito tenere, che l'aver il Papa permessa quella dipendesse, oltre gli altri motivi, anche dall'assenso dato dal re a quel matrimonio.
Il 13 giugno 1501 Cesare in persona, nominato già dal padre Duca di Romagna, venne secretamente a Roma, ove si fermò tre settimane. E anch'egli, per quanto era in lui, pose in moto ogni arte per l'effettuazione del disegno. Poscia con i suoi soldati seguì il maresciallo francese Aubigny. Il quale, muovendo con l'esercito da' pressi di Roma, irruppe nel Napoletano per portarvi la più empia delle guerre di conquista, fra i cui orrori la casa Aragonese doveva in brevissimo tempo trovare la sua rovina.
Sin dal giugno la Corte francese cedette al desiderio del Papa, e cominciò a far valere per lui la propria influenza in Ferrara. Ciò risulta da un dispaccio dell'inviato ferrarese in Francia del 22 giugno. Egli informava Ercole di aver rappresentato al re, come il Papa minacciasse togliere al duca lo Stato, ove questi non acconsentisse al matrimonio; e il re aver risposto che Ferrara stava sotto la sua protezione, e solo insieme con la Francia poteva cadere. L'inviato esprimeva il timore che il Papa si servirebbe dell'investitura di Napoli, alla quale il re aspirava, per ottener presso costui favore al disegno. Da ultimo scriveva al duca che monsignor De Trans, il più influente uomo che fosse alla Corte del re, lo consigliava ad accettare il matrimonio a condizione del pagamento di 200,000 ducati, della remissione dell'annuo canone per Ferrara, e di certi benefizii per i membri della casa d'Este.[121]
L'Amboise mandò l'arcivescovo di Narbona e altri agenti a Ferrara, perchè persuadessero il duca. Il re stessogli scrisse. Lo sollecitava a dare il suo assenso, e negava ora per Don Alfonso la mano di una principessa francese. Contemporaneamente con i messi di Francia, facevan ressa intorno al duca gl'inviati del Papa e gli agenti di Cesare. Egli fu avviluppato in una rete d'intrighi; e finalmente la paura lo indusse a chinare il capo.