CAPITOLO V.

Intanto il Palavicino, uscito dal castello di Porta Giovia, messo a un piccolo trotto il cavallo, passato per quelle vie bistorte tagliate a sghembo, senza livello, a piani ineguali, che allora venivan tutte distinte dal comune appellativo del Baccio, casupole e catapecchie della più minuta e lurida accozzaglia di plebe, si trovò presto nella vetusta contrada dell'Orso-Olmetto. Qui gli giunse all'orecchio un rumore, un frastuono insolito, e traendo dietro a quello, dato di sprone al cavallo e pervenuto al canto estremo di quella contrada, vide gran moltitudine di gente insaccarsi nella vicina di Brera del Guercio. Assai sollecito di sapere quel che fosse, arrestò un momento il cavallo, e ad uno che gli veniva accanto pedestre domandò la causa di quell'insolito movimento.

—Sono itôffie icaramogidi Porta Tosa, gli rispose il buon uomo, usciti dalle puzzolenti lor tane, a trarsi dietro tutta la folla degli altri birboni, e Dio sa che sconquasso saran per fare stanotte.

—È un pezzo che sono in volta costoro?

—Sarà un'ora adesso. Dal momento che si seppe che i soldati svizzeri eran stati chiusi in castello per non uscire che all'alba di domani, e i cento cavalli del Coreggio non potevano più staccarsi dalla greppia delle stalle ducali, subito si videro delle novità. E non par vero non siasi pensato a provvedere a tanto disordine. Figuratevi che in tutta Milano non ci sarebbero dieci labarde, a pagarle cento ducati per ciascuna… Sentite, sentite che or va in rovina tutto il rione di Brera… sentite…

S'udì in quella di fatto un gran rumore, un tintinnio, un tempellamento vasto e prolungato come di vetriere che si lasciassero cadere o si gettassero a fracassarsi sulle lastre delle contrade.

—Scommetto, continuava a dire il buon uomo mentre tendeva l'orecchio ad ascoltar meglio; scommetto che è il palazzo del marchese Birago che va in ruina!… Domando io, cosa dirà quel signore quando, tornando dalla campagna, vedrà le sue gallerie ruinate così!… E a pensare che gli costarono ventimila gigliati!… tutte lastre di vetro fatte venire appositamente dalle fabbriche di Murano… Sentite! non è ancora finito; l'hanno co' palazzi de' gran signori, quest'oggi, che sanno essere usciti di città… E quel birbone del Tita, vetrajo, che non par vero non siasi ancora ammansato dopo tanti e tanti tratti di corda, s'è fatto lui capitano de'tôffie dei ladri, ed ha risoluto di far la guerra ai vetri di Milano. Domani i cavalli non potranno andar in volta per la città, e ai poveri scalzi sanguineranno i piedi… Basta; si può ancora sperare, caro signore, e presto si rimetterà il governo francese, e torneranno i guasconi a tener soggetta la canaglia…

A tali parole, il Palavicino, senz'ascoltar altro, die' di sprone al cavallo lasciando in mezzo alla via, colla bocca ancora aperta, il buon messere che avrebbe voluto dir molte altre cose, e prese pel lungo viottolaccio del monastero di s. Giuseppe, viottolaccio quasi tutto attraversato da cavalcavie, e rallegrato da una quantità straordinaria di agiamenti che inallora non erano ultima parte dell'esterno ornato delle case.

Giunto sulla piazzetta di Santa Maria della Scala, il brulicame della gente era anche qui ben fitto, e veniva tanto quanto rischiarato da certi staggi o tizzoni ardenti ed agitati all'aria da molti di coloro. Su quella piazzetta per altro non v'era ciò che propriamente si direbbetumulto ribellionario, v'era soltanto un'ilarità baccante, uno straordinario buon umore. Ciò dipendeva forse dalle molte bettole che in quel sito mostravano trionfalmente il sempre verde alloro e che riversavano sulla via una quantità di persone molto bene avvinazzate e fervide di una scomposta vitalità che, per una cagione insolita, difficilmente in quella sera poteva determinarsi all'ira ed alle risse come suol quasi sempre avvenire.

Ma qui è necessario spendere qualche parola intorno a quello strano commovimento.

Ogniqualvolta c'incontriamo, leggendo le storie, in qualche tumulto popolare, per poco che si voglia indagarne le cause, le troviam sempre gravissime, e d'altra parte vediamo in quelle occasioni essere costante il fenomeno di una moltitudine invasa da un furore violento. Bocche che gridan pane, e campi che non danno raccolto, scarsità insolita di danari e balzelli a furia, iniquità che abbian fatto traboccar la bilancia, violenze incomportabili sono per lo più le solite punture e battiture per cui la belva immane della moltitudine si fa lecito di mostrare i denti. L'altro fenomeno si è, che contro a questa belva infuriata, formidabile, prepotente, c'è quasi sempre una sufficiente forza armata che serve a mantenere l'equilibrio e a non permettere che il pubblico, così pieno di pretensioni, soddisfi ad ogni suo capriccio. Ma di tutte queste consuete circostanze questa volta non ce ne appare una sola, e invece ci si offre un fatto straordinario e tale che forse non ne fu mai un altro simile nè prima, nè dopo.

Una moltitudine nel complesso ancor bene satollata e ben pasciuta, poco di denaro e poco di ricchezze se vuolsi, ma tali però ancora che non potevano promuovere eccessivi lamenti; qualcosa in ombra, in barlume bensì di sovvertimento, di rovina, di confusione ma, di cui le intelligenze volgari non potevano avere nessun sentore; epperò nel complesso di tutta quella vasta famiglia, quel che si direbbe tranquillità dell'animo. Con tutto ciò il maggior numero de' membri di quella esce d'improvviso dalla consueta operosa tranquillità, dalle abitudini quotidiane, si danno la voce, alzano qualche grido eccessivamente acuto, e si accingono a fare ciò che si direbbe una sommossa.

Ma in quella sera del 14 settembre si potè far sul vero uno studio pratico quale infinite volte è stato fatto per teoria e per congettura. Si potè determinare il valore intrinseco e preciso delle leggi, dei capitoli d'uno statuto, d'un decreto, quando per caso non vi sia la forza armata che lor venga in aiuto. E si ebbe d'altra parte, in un'angusta scena, lo spettacolo della società che tenta adagiarsi e rimettersi nella ragione di vita semplice e larga degli uomini antidiluviani.

Alle ventiquattro di quel giorno, come già sappiamo, tutti i soldati, tutte le guardie che si trovavano in Milano furon sottratti improvvisamente allo sguardo de' cittadini. Le casacche screziate delle labarde svizzere che si vedevano a tutte l'ore del dì sulle porte del palazzo ducale, del senato, del collegio dei dottori erano scomparse. I larghi braconi della numerosa guardia del bargello che s'affollavano sulla porta del Capitano di Giustizia, delle prigioni di porta Romana, e di quelle della Malastalla erano scomparsi; di tutta quella razza d'armigeri non avvezzi ad uscir delle mura, s'era voluto fare un corpo di riserva, e cogli Svizzeri erano anch'essi stati chiusi in castello per non uscir più che al campo. Perciò la legge, questa formidabil vecchia, che nella sua decrepitezza è sempre attiva, inflessibile, antiveggente, sempre pronta a stendere l'artiglio e ad ingoiare colpevoli, fece in quell'occasione un'assai meschina figura; voleva ancor gridare bensì dalle aule del palazzo di giustizia o dalle cantonate delle contrade, ove stavano ancora affisse le tabelle, i decreti, le comminatorie e simili; ma eran voci che andavano perdute tramezzo al vasto frastuono, mentre ciascheduno intanto pensava cogliere l'opportunità e fare il suo comodo. Si presentò adunque il caso d'una moltitudine per se stessa disposta alla tranquillità, e dell'assenza assoluta della forza armata; il caso d'un fiume placido, non ingrossato da nessuna straordinaria alluvione, cui improvvisamente sian tolti tutti gli argini, tutte le dighe e tutte le conche; e siccome un tal fiume uscirebbe ugualmente da quel letto dove l'arte lo ha costretto per forza, e volgerebbe di tratto la sua corrente per dove da antichissimo era naturalmente inchinato, così pure doveva comportarsi una moltitudine, abbandonata a sè stessa, improvvisamente, senza i freni dei soliti tutori; poche similitudini vengono così a cappello come questa; del resto la plebe milanese, trovatasi improvvisamente in tanta libertà, s'accorse di molte cose alle quali forse non aveva mai pensato. Tutti coloro che si stavano stipati, addossati l'un l'altro, epperò molto incommodi e addolorati del pigiamento assiduo, sull'ultimo e più vasto gradino della gran scala sociale, alzarono un tratto uno sguardo invidiosissimo verso coloro che stavano ai primi posti. E l'effetto di quell'invidia fu così pronto e potente, che si propagò di pensiero in pensiero quasi una spontanea inspirazione di mettere in pratica, quel che oggi si direbbe, l'assurda teoria de' comunisti. Tutta la lurida accozzaglia de' caramogi, de' bordellieri, de' ladri, che di solito se ne stavano stipati ne' viottoli, ne' crocicchi, all'ombra dei cavalcavia, addossati a venti, a trenta nelle putride e puzzolenti lor tane, o sparsi nelle bettolaccie affumicate di porta Tosa a trincarcaspio, sbucarono improvvisamente all'aria come una moltitudine di topacci che, al cessare di un rumore, esca tutta lercia dal fetido pattume, dispostissimi a tentare in grande quelle minute guerricciuole a cui s'erano avvezzi allorchè quatti quatti al canto di qualche via remota aspettavano la solitaria pedata dell'improvvido borghese.

Nè solo quest'ultima feccia del popolaccio aveva presa una simile risoluzione, ma anche buona parte di coloro che, sebbene non agiati, avevano però i mezzi di trarre abbastanza di guadagno dalle proprie fatiche; e coloro segnatamente fra questa classe d'uomini, che erano dotati di gioventù, d'ardimento e di sfrontatezza.

Quantunque la causa prima e più efficace che ha determinata l'infima turba a sovverchiare la più distinta classe, sia quella che già abbiam detto, pure alcune altre circostanze avevano concorso a dare l'avviamento a tante volontà.

Ne' dodici anni che Milano fu sotto il dominio di Luigi XII, i nobili e i più facoltosi Milanesi erano stati assai accarezzati dai governatori francesi, e però piegando alle lusinghe, s'erano intrinsecati assai strettamente cogli uomini d'armi, coi baroni e cavalieri che appartenevano a' più cospicui casati di Francia. La qual cosa aveva fatto sì che tutte le violenze, i soprusi e i carichi eran venuti a cadere sulle teste della plebe minuta, la quale più d'una volta aveva tentato bensì sfogare il suo malumore, ma era stata costretta, in ogni occasione di tentativo, rodersi in segreto e ritirarsi per certe improvvise scorrerie di cavalleggieri francesi che, uscendo a tutto galoppo dal castello, attraversavano le più popolose contrade della città. Venuto però al ducato il giovine Massimiliano, l'aspetto delle cose s'era al tutto mutato. Il giovane duca, o meglio il Morene, il quale operava di queto e sott'acqua, sapendo che il partito de' nobili gli era contrario, si diede a proteggere la plebe e far gravitare sui patrizii tutti i pesi dello Stato. Un mese prima del giorno in cui ci troviamo, la plebe s'era posta in armi per respingere alcuni corpi di presidio che il maresciallo Trivulzio aveva tentato introdurre in città; Girolamo Morone aveva pensato ajutare quel popolare sommovimento, e tanto fece, che il Trivulzio aveva dovuto ritrarsi dalla propria impresa. In quell'occasione si promisero grandissime cose in compenso alla plebe, e si cacciarono dalle magistrature quasi tutti coloro che le erano in odio. Non è a dire quel che allora fece la plebe protetta in tal modo; alcuni di que' magistrati furon presi a sassi e peggio, e molti dei loro palazzi furono posti a ruba, ed a sacco. Dopo qualche tempo il duca aveva fatto proclamare che egli voleva affidare le chiavi della città al suo popolo, e che in avvenire i cittadini sarebbero stati immuni da qualunque aggravio; il qual editto produsse che i nobili più e più s'alienarono dallo Sforza e più gli si affezionò la plebe. Passato qualche tempo, tutto si venne racquetando; ma in questo giorno il buon popolo ancora imbaldanzito e seguendo la natura de' fanciulli viziati, si ricordò del giuoco goduto alcun mese prima, dal quale aveva raccolto tanto diletto, non disgiunto da molto utile, e di quello spettacolo, non è da maravigliarsi, se si volle la replica a richiesta generale. Quella massa oscura inoltre che s'addensa nelle officine della città, ignorantissima, ma acuta, priva d'ingegno, ma dotata d'istinto, aveva come sentito l'odore de' Guasconi, de' Borgognoni, dei Parigini, e aveva presentito che coloro fra pochi dì avrebber fatto da padroni nella città e rinnovate le amicizie antiche coi nobili e coi facoltosi, pensarono adunque tentar qualche cosa in quella stretta di tempo, far guarnaccia pei dì della miseria, far pagare in anticipazione a' ricchi il buon tempo che stavano per godere, imporre loro una specie di tassa di buon ingresso. Ecco tutto.

Non essendo però istigati da un appetito straordinario, e i rancori, dopo quelli che avevano sfogati tanto tempo prima, essendo di presente leggerissimi, non avrebber fatto il minimo tentativo, senza l'insolita circostanza di una libertà così completa. E quelle soverchierie e violenze a cui s'accinsero e condussero a termine in quella notte furon tentate in via di giuoco, di baccanale, di festa e d'orgia popolare e nulla più.

Un uomo d'immaginazione, che sapesse fare gli opportuni cambiamenti, potrebbe figurarsi assai netto innanzi agli occhi lo spettacolo della città di Milano in quella notte, osservando una scolaresca numerosa dalla quale per caso siasi assentato il precettore severo. I più svogliati, i più accattabrighe, i più maneschi, mandando larghi respiri escono a furia dai banchi, cui li costringe una regola insoffribile, e si sparpagliano a dar qualche bussa, così per celia, ai condiscepoli che sono l'occhio dritto del precettore assente, di modo che quando al ritorno del maestro tutto ritorna in quiete, è frequente il caso che i privilegiati scolari abbiano a tastarsi le ammaccature e le membra indolenzite.

Le turbe si sbandarono dunque così a caso per la città, ed essendo numerosa la quantità de' signori che in quel dì, a fuggire la tentazione d'uscire al campo, erano invece usciti in villa, pensarono di entrare in taluna delle loro case, a far quello che fanno i soldati quando mettono il piede in una città assediata. A quelle tuttora abitate dai loro padroni, potendosi dare il caso che si volesse opporre una fronte di servi e di famigli assai bene armata, e non volendosi rendere fastidioso e incomodo quel tripudio di festa, s'accontentavano di recar qualche sfregio leggiero, e tutt'al più eran sassate e torsi nei vetri.

Così in quel breve spazio di tempo ch'era corso dalle ventiquattro alle due di notte, molti avevan già dato fine alle loro fazioni, e carichi di roba e di trofei s'erano dispersi a gruppi nelle numerose bettole della città, e ne' crocicchi e nelle piazze volentieri si fermavano a ridere, a schiamazzare, a far violenze facete.

Così, appena il cavallo del Palavicino, mostrandosi al canto di S. Giuseppe, fece suonare la zampa sul lastrico della piazza di Santa Maria della Scala, e que' mille beoni, al lume de' tanti lampioni che si agitavano per l'aria ebber potuto accorgersi che la cappa del cavaliere era signorile, scoppiò un urlo così ineducato che davvero non parve promettere nulla di buono.

—Giù! giù! s'udì poi da tutte le parti; giù da cavallo! Abbasso, abbasso! Non più lettighe, non più carrozze, non più cavalli! Giù, giù, tutti in volta a piedi stanotte! Prendiamolo a sassate, se tosto non obbedisce, a sassate, a sassate!

Il Palavicino accortosi allora che aveva scelta malissimo la sua strada, nè più essendo in tempo di scansare il cavallo, procurò alzare la sua voce fra le migliaia che gridavano, per vedere se, dandosi a conoscere, gli riuscisse d'ammansare quell'ira. Ma la sua voce non era abbastanza forte, nè acuta per farsi udire in quel generale frastuono. E tutti coloro che assolutamente avevan fermo avesse il cavaliere a discendere e a mettersi a pari con loro, vedendo che non pareva niente disposto a far quello ch'essi volevano, già si facevano intorno a lui per passare dalle minacce agli atti; ma la buona fortuna non lo permise. Intanto che la folla preparavasi a soddisfare a' suoi capricci, dalla bettola ch'era sul canto a S. Giovanni, era uscito un laido omaccio, colla sua caraffa colma di vino nella mano destra, il quale omaccio, sebben fosse ubbriaco in quarto grado, conobbe la cappa signorile del Palavicino… e allora, movendosi così barcolloni, sempre tenendo nella mano la tazza che versava vino da tutte le parti, s'accostò al cavallo del Palavicino, e, stato in prima a guardarlo con due occhi stravolti, gli alzò poi la caraffa sino al petto e:

—Tè! gridò, bevi anche tu, il mio caro marchese, bevi con me, che siamo amici vecchi!… e facendo una pausa svenevole e torcendo gli occhi sempre più:

—È però anche vero che tuo padre è un nottolone di mal augurio, e fa sempre l'occhio del porcel morto quando ci guarda a noi…. Ma tu lo haisfalsato, il mio caro Palavicino; ma tu sei amico della povera gente, e va benone…. La c'è però la bazza, ve', stanotte, la c'è e ci si sguazza dentro come scarabei al sole. Peccato che la voglia durar poco, il mio caro marchese, poco ti dico, poco…. Ma perchè non bevi?… bevi, il mio marchese, che la c'è la bazza.

E sì dicendo voleva di tutti i conti che il Palavicino si prendesse la caraffa.

Intanto la moltitudine, all'udire che quel cavaliere era il marchese Palavicino, tosto cangiò gli urli in evviva. Il nobil giovane era conosciutissimo di nome in tutta Milano, e tra per quello che aveva sofferto dal padre, tra per le sue larghezze straordinarie nello spendere e nel beneficare, erasi guadagnato la simpatia del popolo, al quale era diventato ancor più accetto, dopo l'assassinio tentato contro lui la sera prima.

Così, cominciatosi a gridare—Viva il Palavicino—da quel gruppo d'uomini che gli si era serrato intorno, poco a poco il suo nome passò per tutte le bocche che gridavano in piazza, e, prese un così esteso giro, che lo si udì gridato in via Santa Margherita, e giù giù sino al Portone.

Ma tanto l'odio eccessivo del popolo, come l'amore eccessivo può riuscire incomodo, e se alcuni momenti prima, il giovane Palavicino, aveva ragionevolmente provato qualche timore, adesso si sentì sopraffatto da una noja mortale. La folla gli si stipava sempre più intorno, e chi gli diceva una cosa, chi l'altra, chi gli profferiva la cena, chi il letto, chi la vita; quel bevone principalmente che gli aveva fatto il piacere di stornare da lui l'ira popolare, si ricattò poscia tormentandolo incessantemente colla sua caraffa in pugno, ed essendosi intestato che propriamente dovesse bere, già al rifiuto stava per prorompere in ira; e fu ventura che, sopraffatto da un capogiro, cadde a un tratto come un corpo morto riverso su chi stavagli presso, e tosto, per la folla che rinnovavasi continuamente, spari via come un tronco di quercia trasportato da una fiumana.

Gli evviva intanto diluviavano, e il Palavicino, tutto in trasudore, disperava oramai di più rompere la folla, e con quel maggior fervore che gli era possibile, supplicava tutti coloro che deliravan per lui a dargli il passo. Soltanto, dopo aver trascorso una mezz'ora tra le noje insopportabili di questo banco di arene, cominciò un momento a sferrarsene, ed ebbe finalmente la consolazione di poter entrare nella contrada delle Case Rotte e di mettere il cavallo ad un piccolo passo.

Giunto in sul canto di S. Martino in Nosigia, contrada che disparve, or farà un secolo, insieme alla chiesa di quel santo, visto il chiarore de' lumi alle finestre del palazzo del conte Mandello, amicissimo suo, pensò entrare da colui un momento, nella speranza che sarebbe esso pure nel numero dei pochi che avrebbero combattuto pei Sforza contro Francia. V'entrò dunque in fretta, e riconosciuto dai servi del conte, fu subito annunciato e messo dentro.

Il conte a quell'ora era seduto innanzi ad una gran tavola sulla quale stavano ancora le reliquie di un lauto pranzo e una selva di guastade, di vasi, di bottiglie di vino. Si comprendeva facilmente come il conte molto si dilettasse di quest'ultimo per certi segni di un rosso carico tendente al violetto che mostrava sulle guance e sul naso. Del resto, fuori di questo indizio, che forse non poteva dare un'idea molto dignitosa di un tal personaggio, tutti i tratti del suo aspetto e della sua fisonomia erano d'una nobiltà straordinaria, e ne era non comune anche la bellezza e l'eleganza, se non che queste scomparivano spesso sotto ad una trascuratezza e cascaggine, quasi potrebbe dirsi, affettata d'atteggiamenti. Aveva certi occhi neri pieni di brio e in quel momento più lucenti ancora del solito. Gli vestivan il labbro superiore due gran baffi neri lunghi e puntuti, quantunque il costume d'allora portasse che i gentiluomini avessero a radersi compiutamente.

Intorno alla tavola erano quattro seggiole alquanto smosse, nelle quali era manifesto che un momento prima ci dovean stare adagiate quattro persone, e gli oggetti che vi erano ancor dimenticati davano a divedere che quelle quattro persone dovevano appartenere al bel sesso. Il Palavicino, entrato in tempo per vedere a scomparir lesto lesto lo strascico d'una veste dietro una porta che subito erasi chiusa, s'era messo a sorridere guardando in faccia al conte, il quale fece in prima, a quell'atto, un volto assai significativo, poi soggiunse:

—Potevano benissimo star qui; ma forse, all'abito scuro, t'hanno scambiato pel sagrista di San Martino, che è un santo, ed ora ci scommetto che quelle care pazze ti stanno a dar la baia; ma bisogna compatirle.

—E anche tu sei sempre pazzo a un modo, caro conte.

—E tu sempre savio, e al di là di quanto fa bisogno a' nostri dì.

—La propria natura uno non può cambiarla.

—Benissimo detto!…. Ma io vorrei sapere la cagione di questa tua visita in ora così insolita.

—Mi rincresce che tu non l'abbia già indovinata.

A queste parole il conte Galeazzo guardò fisso il Manfredo, e stato così come sopra pensiero:

—Ah ah! disse; va benissimo… ora mi sovvengo! E crollando il capo e ridendo: Ma… prima però, hai da bere un bicchiere con me, chè questa è tal faccenda assai più importante di quella che tu di'. È un vino che bolle e frizza e fa il diavolo, ed è fatto apposta per guarire il dolor di capo.

Così dicendo colmò due bicchieri, ne presentò uno al Manfredo mentre se lo faceva seder vicino, vuotò l'altro tutto d'un fiato, e continuò:

—È già dal tredici, caro Manfredo, ch'io non prendo più arme, e al Besozzo maestro, che tien sala qui a due passi da me, non è mai riuscito in due anni, farmi prendere nè fioretto nè stocco; però non so bene s'io potrei fare il debito domani quando per caso volessi venire con voi a codesta scaramuccia.

—Non siam più che una cinquantina, Galeazzo, ed è invero una gran vergogna! Ma se tu fossi mai per mancare, più non saprei che dire di questi tempi così scaduti.

—Tempi scaduti certo. Ma!… non so cosa dirti. Io per me non ho polmoni che bastino a metter aria in questa vescica così vizza e screpolata, e quando un corpo è accidentato, altro che ortiche ci vogliono. E poi…. questo duca Massimiliano…

—Lascia il duca Massimiliano… e pensa alla sola causa sforzesca e al duca di Bari, e più che tutto, a que' scomunicati braconi, che faranno il diavolo, e peggio, se mai venisse lor fatto di rimettere il piede qui.

—Tu parli bene; ma io tengo che ci verranno senz' altro i braconi.

Il Manfredo aggrottò le ciglia, e soggiunse:

—Il cardinale di Sion e i suoi Svizzeri sapranno però far testa, e noi….

—Noi?…. rispose il Mandello ridendo e crollando il capo e vuotando a metà un altro bicchiere.

—Che vuoi tu dire?

—Nulla voglio dire….Del resto, quando in duomo batterà campana a martello io sarò a cavallo e verrò dove voi andrete.

—Pare però che tu non ci venga di buona voglia….

—Perchè no?

—Se tu sei persuaso che non possa venirne alcun utile….

—L'utile che tu intendi….no….ma io ci verrò nullameno. Da due anni a questo dì mi si è ingrossato il sangue maladettamente….e mi dice madonna, che questo mio naso è diventato così pavonazzo, che non è cosa più soffribile ormai….Io so benissimo che è il vino d'oltrapò, il quale bisogna bene che si faccia vedere in qualche luogo, e so pure che è questa vita inerte e tediosa la causa che l'oltrapò faccia deposito. Il Chiodo, chirurgo, mi consigliava stamattina a farmi applicar le mignatte a un tal sito per tirare al basso i tristi umori, ma io ho pensato invece farmi cacciare in altro modo il sangue che mi cresce, e dare una buona scrollata a questo corpo, che un dì più dell'altro va coprendosi di lardo. Se dunque io m'acconcio a venire con voi domani al tocco della campana, ci vengo per questo appunto, nè vogliate darmene un merito al mondo voi altri patriotti.

—Ma che sentimenti sono i tuoi, caro conte?

—Per ora non ne ho altri; ma io ti farò capace di tutto in breve. E comincio dal domandarti a che gioverà l'aver noi menate le mani in quest'occasione, quando i quattro quinti de' gentiluomini e delle case che più contano, altro non desiderano al mondo che si rimettano le brache di Normandia e torni in voga il vino di Borgogna….

—Che fa a noi di questi quattro quinti, se il popolo….

—Lascia stare il popolo, che lui non c'entra in queste cose qui….E tu guardati bene dal fare il Cajo Gracco un'altra volta.

—Che cosa vorresti dire con queste parole, Galeazzo?

—Niente affatto; ma il Tita, cameriere, t'ha veduto a Santa Maria della Scala a ricevere i battimani dei trecconi, e mi ha fatto ridere assai. Ma, come ti dicevo, il vino di Borgogna pare che debba tornare in prezzo, e lo si desidera ardentemente, perchè, vedi, tu devi crederlo a me, quando le lancie di re Luigi usciron di Milano, nel 12, si è anche sparsa più d'una lagrimetta qui. La contessa Clelia, che sta lì in sul canto, baciava e ribaciava, l'altro dì, i suoi due figli biondi, e se la maggior parte di noi non li avesse, come suol dirsi, veduti a nascere, direbbe ognuno che alla Senna, al Rodano, e alla Loira si è attinta l'acqua pel battesimo dei bimbi. E la cosa è naturalissima, perchè io giocherei la mia dritta, che il conte padre non ci ha nè colpa, nè peccato….tu mi comprendi. Ma io ho guadagnato più di trecento e più di quattrocento gigli d'oro giuocando al faraone col barone De-la-Palice che frequentava la casa, e ci perdeva volentieri, e trovava da far buona pesca perdendo. Nessuno diffatto potrebbe dire che la contessa non fosse allora un pezzo di femmina ben ghiotto.

—Ma io non so comprendere come tu possa ripetere codeste infamie, e non fremere al solo pensarci.

—Fremerne?…sicuramente che uno può anche fremerne! Ma sta a vedere ch'io vorrò alterare un sistema di quieto vivere, nel quale durai tanta fatica ad adagiarmi, perchè la contessa Clelia ha i figli biondi?…

Qui il Mandello si tacque, come uno che sta richiamandosi in mente qualche cosa, poi ghignando d'un fare tutto suo.

—Il contestabile di Boissy, riprese, un borgognone, il quale aveva assai più della bestia, che dell'uomo, un dì che il discorso piegò sulle nostre donne, disse cose che mai non avrebbe dovuto dire. Ma anche lui aveva una moglie molto bella e molto giovane, alla quale si capiva benissimo ch'esso erale venuto fieramente a noia, e per verità aveva aspettato anche troppo. La contessa Clelia, che sta qui in sul canto, baciava, come ti dicevo, i suoi due figli biondi; ma nel 12, la moglie del contestabile ne baciava uno di pupille nerissime, quantunque il borgognone avesse occhi gialli e pel rosso. E però anche vero che qualche anno fa io mi dilettavo a spruzzarmi coll'acqua nanfa, e l'oltrapò non aveva ancor fatto deposito; capirai dunque che una mano lava l'altra, senza venire a duelli per cose di sì poco conto; almeno tal modo è comodo….Ma tu ti mostri impensierito!

—Se domani mi verranno in mente codeste infamie, io temo che la spada abbia a croccarmi tra le mani. Ma tuttavia mi conforta che in taluni ancora, o non son pochi, c'è ancora moltissima virtù.

—Vorrei crederlo, caro marchese, ma per quanto io vada guardandomi attorno, se voglio prendere un conforto, convien pure che io ritorni qui! (e batteva le nocche della mano sul bicchiere che gli stava innanzi).

—Malissimo, conte.

—Perchè malissimo?

—Perchè la tua riputazione, e a me lo puoi credere, va perdendo prezzo di dì in dì.

—Ci ho rinunciato al tutto, caro mio. Il circolo de' miei diletti s'è cangiato e ristretto; quand'io mi sento girar nella testa come una ruota di mulino, al punto da non saper racapezzare più nulla di quanto avviene d'intorno a me, allora io posso dire di star bene, perchè delle cose che avvengono oggidì, meno si vede, più si guadagna.

A questo punto Manfredo, vedendo che il conte continuava a vuotar bicchieri, così mezzo ridendo, gli disse:

—Io non voglio già che tu debba cambiare il tuo costume, ma per stassera fa il piacer mio e bevi acqua fresca, giacchè noi dobbiamo recarci insieme dal conte Besozzo dove si raccoglieranno ipochi che stanno per lo Sforza.

—Benissimo; e noi andremo da quel buon vecchio, l'unico del quale io faccio grandissima stima. È un vecchio bravo e pieno d'onore, peccato che abbia un po' del matto, o mi fa ridere quando veggo che tiene ancora la catena alla punta delle scarpe e porta il berretto di Filippo Maria. È un caro matto, ma pieno d'onore, torno a dire.

Qui il conte s'alzò dalla seggiola, mostrando una statura di un'altezza straordinaria, s'arricciò i baffi colle due mani, il quale atto gli era abituale e caratteristico, guardò in volto a Manfredo, poi disse:

—Ora che mi ricordo, tu mi dicevi poco fa, ch'io dovessi bere acqua fresca. Ma tu sei un pessimo consigliere, e stassera ho bisogno più che mai che mi vengano i bagliori, che così il mio occhio vedrà a doppio.

—Cosa vuoi dire con questo, Galeazzo?

—Voglio dire, che avvezzo a veder truppe ben agguerrite, e conti e baroni a migliaia, e bene a cavallo ogni qual volta trattossi di venire a giornata, a me parrà di sognare, non vedendo altro che quel pugno sbrancato di raccogliticci come tu dì, però vorrei che l'oltrapò mi facesse stravedere…. Ora, se tu vuoi che andiamo dal conte, usciam tosto di qui, che vorrei arrivare in tempo per vedere anch'io qualcuno di coloro che vanno in volta per la città a bordellare senza costrutto. Già la mia casa, penso che non la si vorrà toccare, che per la pura verità, ti so dire che si ha più rispetto di me, quantunque taluna volta m'abbian veduto un po' sostentato, che del presidente dei novecento il quale, con tanta edificazione del pubblico, altro non beve che acqua temprata coi ginepro.

Così dicendo, si staccò dalla tavola, alla quale si era sempre tenuto appoggiato. Fece due o tre barcolloni come se non fosse benissimo in equilibrio, ma finalmente, trovato il centro di gravità, potè a poco a poco imprimer l'orma con abbastanza sicurezza e decoro.

In quel momento il servo gli recò spada, cappa e cappello, ed egli si vestì compiutamente. Come fu in ordine:

—Usciremo a piedi, disse al Manfredo, e il tuo cavallo te lo farò condurre a casa a mano. Voglio che ce ne andiamo in volta per qualche tempo, che la sera è bellissima, e non è un pericolo al mondo che le nostre cappe abbiano ad aver timore dei farsetti, sebbene stanotte, per una bizzarria dell'accidente, tocchi loro ad aver ragione; così dicendo uscì col Palavicino.

Ora è probabile che il lettore desideri qualche parola d'illustrazione intorno al conte Galeazzo Mandello, il quale, la bella prima volta, ci si manifestò, a volergli usar de' riguardi, per un uomo molto originale. E lo era di fatto.

Appartenente ad uno de' più cospicui casati milanesi, arricchito inoltre dalla pingue eredità d'uno zio materno, era tra più facoltosi signori della città; con tutto ciò, a trentasei anni, che tanti ne aveva, s'era ridotto a condurre una vita affatto solitaria. E non parea vero come avesse potuto acconciarvisi, mentre sembrava appunto costituito espressamente per vivere nel bel mezzo della società e al cospetto dell'universale. La natura, per crear lui, aveva, a così dire vuotato il sacco. Bellezza di forme, potenza di braccio, tanto che era in voce d'uno de' migliori schermidori d'Italia; svegliato ed acutissimo ingegno; attitudine a far tutto ciò che gli fosse piaciuto. E quantunque in nessuna cosa non avesse fatti studii profondi, che non ne aveva mai avuto nè tempo nè modo, pure di tutto era intendentissimo. Ma questa esuberanza di doni appunto doveva poi produrre effetti singolari e quali non erano a desiderarsi.

All'età di quindici anni aveva militato in Francia sotto la condotta del Trivulzio, e tanto s'era distinto, che re Luigi lo aveva insignito dell'ordine di San Michele. D'allora in poi s'era trovato a quasi tutte le guerre del tempo, aveva percorso mezza la Francia, visitata tutta Italia, era stato a tutte le Corti, aveva conosciuti ed accostati la maggior parte de' principi regnanti, s'era trovato a quattrocchi più d'una volta con Cesare Borgia; Alessandro VI e Giulio II gli eran noti assai bene.

Essendosi ora trovato implicato in quasi tutti i fatti memorabili del tempo, avendo tenuto dietro a' movimenti, alle gare, alle guerre di tanti Stati, essendo stato spettatore di tante e così gravi cose, e per quella sua mirabile sottigliezza ed abitudine a considerarle ad occhio nudo, senza prisma, senza metafisica, senza poesia, avendo saputo scrutarne il fondo senza lasciarsi allucinare dalle apparenze, appena ebbe varcato la sua prima giovinezza, si sentì come sopraffatto da una sazietà morbosa; non fu più nessun fatto, per quanto straordinario che valesse a destare la sua meraviglia. Essendo poi riuscite a vuoto tutte le sue speranze, e da tanto intreccio di eventi non avendo veduto uscire un costrutto che gli piacesse, non v'era partito oramai che attirasse di preferenza la sua attenzione e il suo amore, e se pure continuava a seguirne taluno, era assai più per avere una via in cui mettersi con determinato proposito, che per convinzione vera.

Tocchi i trent'anni, morto il Moro, al quale voleva un po' di bene per alcuni buoni frutti che l'infelice principe aveva saputo far maturare in Lombardia, la quale gli stava al cuore fortemente, veduto come tutta la classe de' patrizii aveva con tanta spontaneità piegati i ginocchi a Lodovico XII, provò tanto ribrezzo di quella generale abbiezione, che in prima tentò ricorrere al flagello dell'ironia per mettere un po' di buon senso in tante teste vacue, ma non riuscitogli un tal tentativo, ed accorgendosi ormai di venire sgradito alla maggior parte, risolse ritrarsi in tutto a far vita privata. Scacciati poi i Francesi, e venuto Massimiliano al ducato, sentì tanto sdegno al vedere come quel giovane leggero e spensierato avesse mandato in dileguo tutte le buone speranze che si erano concepite di lui, che non volle più saper nulla di nulla, e a troncare ogni occasione di nuove contese e di nuove noie coi patrizii colleghi che s'affannavano a provargli quanto meglio si vivesse sotto Luigi XII, levò persino il saluto ad una quantità infinita di gentiluomini che gli movevano i dispetti soltanto a vederli, e, quel che aveva risoluto, fece in effetto.

Ma un uomo di tanta suscettibilità, non poteva certamente far della sua casa una cella da penitente solitario; tutt'altro. In prima, non aveva, a quanto egli ne sapeva, nessuna colpa da espiare; poi, la natura, pel suo solito sistema di compensazione, a quelle sue straordinarie virtù aveva unito un fardello molto considerevole di vizi, ai quali, appena che le sue virtù si misero in istato di quiescenza e di letargo, fu permesso di uscir fuori liberamente e di far il loro comodo. Non è rarissimo il caso che, un uomo il quale trovi ingombra la via per la quale si sarebbe messo con grandissima alacrità, e non trovi la natura dei tempi acconcia all'indole del proprio ingegno e della volontà propria, non potendo in altra guisa dare uscita alla vitalità soverchia che gli ferve nelle vene, procuri sbalordirsi coll'ebbrezza e colla vertigine delle voluttà che smorzano l'intelligenza e ottundano i sensi.

E dal momento che il conte Mandello erasi ritirato dalla società, questa, che mai non lo volle perdere di vista, vide svilupparsi in lui due qualità delle quali certo doveva essere antico il germe in lui: la concupiscenza e l'intemperanza. E non è a dire quanto la critica invidiosa de' patrizi colleghi si bagnasse volontieri in quelle pozzanghere, e si gettasse a corpo perduto sull'uomo che tanto aveva fatto per non esser più riconoscibile.

Fu detto che nelle aule saliche di Carlo Magno, il numero delle amanti regali pareggiasse quello degl'insetti in un bel giorno d'estate. E la cronaca pretende, che il conte Galeazzo avesse fatto degli studi forti su Carlo Magno, e fosse preso dal contagioso desiderio d'imitarlo. È fama che i più insigni bevitori d'Europa fossero in quel tempo i borghesi di Gand, ma siamo assicurati che, se per caso si fosse trovato a far testa a qualcheduno di coloro, il conte avrebbe fatto tuttavia la prima figura.

È difficile a sapersi come mai abbia potuto svilupparsi in quel degno gentiluomo un amore così appassionato per il buon vino, ma è certo che il patriziato calunniatore, al quale il conte era argomento assiduo di parlari diversi, affermava ch'esso non era fresco di mente la mattina più di quel che il fosse alla sera, e ciò, colle debite restrizioni, poteva esser vero. Del resto, v'era un fenomeno ben notabile in quell'uomo singolare, ed è che il suo mirabile buon senso veniva sempre a galla dell'oltrapò, del quale, come sappiamo, egli era tenerissimo. Avveniva bensì, allorquando i vapori gli andavano alla testa, che la frase non fosse sempre purissima, che la parola penasse ad uscirgli di bocca, e quando pure ne uscisse, fosse a strascico, a frastagli, smozzicata. Ma l'idea era sempre lucida, ma il vero era quasi sempre colto. Si raccontano miracoli del sonnambulismo, e noi ne mettiamo qui uno cospicuo dell'ebrietà.

Ma lasciamo or da parte l'indole di costui, e teniam dietro piuttosto a' suoi passi e a quelli del suo giovane amico. Prendendo dunque così a caso, nel recarsi dal marchese Besozzo, per una delle più frequentate contrade di Milano, della quale era principale ornamento un vasto e magnifico palazzo di architettura gotica del secolo XIII, allora appartenente in proprietà ad una vecchia marchesa, di cui la storia non s'è presa la briga di tramandare il nome sino a noi, l'attenzione del Palavicino e del conte Galeazzo dovette necessariamente essere fermata dall'eccessivo splendore che riboccava dalle finestre appunto di quel palazzo, talchè pareva quasi fosse tutto quanto in fiamme; ma in fiamme non era certamente, perchè invece di strilli e di pianti e di voci lamentevoli, gli orecchi venivano intronati da un frastornio festoso da certi suoni e strimpellamenti e canti, i quali, manifestamente erano indizio di un'allegria smodata, di una gazzarra baccante. E ciò che produceva un'antitesi assai curiosa, era il genere di quei suoni e di que' canti, e la dignitosa magnificenza del palazzo. Canzonaccie per sè stesse sguajate, ma rese ancor più sguajate dalla natura delle voci strillanti che le mandavan fuori, pifferi e cornamuse e tiorbe e ribebe a due corde con accompagnamento di tamburelli, quali solevansi udire il giovedì e il sabbato grasso nelle bettole del Ponte Vetro, del Verzaro, del Bottonuto, con questa differenza, che tutte le orchestre particolari di ciascuna bettola erano state unite insieme e messe tutte a contributo per produrre il maggior frastuono possibile. Ogni tanto poi a qualcheduna di quelle finestre si vedeva comparire improvvisamente una figura d'uomo, la cui massa nera spiccava tagliata sul fondo luminoso delle sale, a mandare qualche acuto strillo che percorresse tutta la longitudine della contrada, a sacramentare per celia, a rivolger parole ed orazioni altitonanti alla folla che, stipata innanzi al palazzo, rispondeva con altri schiamazzi ed altre grida a quelle che facevano rimbombare le interne vôlte. Ed era una cosa strana, e che facilmente produceva la giocondità e il buon umore, il pensare a chi apparteneva quel palazzo, e l'uso che di presente se ne faceva. La marchesa proprietaria, vedova già da trent'anni, era vecchia, era ricchissima, era pinzocchera, era santa ed avara, due qualità che non potrebbero camminar di conserva, ma dessa ci avea trovato il modo. Ritirata in un cantuccio del palazzo, in una celletta oscura, conduceva una vita che avrebbe potuto essere un esempio cospicuo dell'umiltà cristiana, se i ventimila fiorini d'oro che tutti gli anni entravano a dormire un riposo eterno nelle casse ferrate intorno alle quali biascicando paternostri ella faceva la ronda piena di paurosa e gelosa sollecitudine, non avessero dato indizio che nel cervello della settantenne marchesa, c'era qualche cosa di guasto. Ora i ladri, itôffi, i caramogi di porta Tosa, e tutta la parte più lercia della popolazione milanese, che conoscevano molto bene la vecchia, e il morto che teneva nascosto, aveva pensato prendere d'assalto il suo gotico palazzo e compensarlo in una sola notte della lunga solitudine e del profondo silenzio nel quale aveva passato trent'anni continui, giacchè il marchese defunto era stato un assai magnifico signore, e non s'era stato a dondolare. I pochi servi che, colla palandrana grattugiata, cadevano a brandelli per la vecchiaia, come le imposte tarlate e scardinate della porta del palazzo, non avevano saputo far testa pur un momento, e l'irruzione era stata così impetuosa, che in un istante tutto il palazzo fu gremito di popolaccio, il quale, sfondati gli usci, sfracellate le antiche vetriere, s'era precipitato in quegl'immensi e ricchi saloni che da tanto tempo eran vuoti, solitarj e silenziosi. Abbiamo detto che in questa notte memorabile la plebe, assai più che dall'istinto della violenza brutale, era animata da un buon umore straordinario, chè più che tutto gli premeva godersi quelle poche ore in tutta libertà, intanto che la legge, come talvolta accadeva pur troppo di que' giorni, trattenuta dalla chiragra, se ne stava a far capolino, ed ammicava irata e impotente dalle finestre del palazzo di giustizia.

Appena dunque che la folla, avvolta in un denso spolverío che s'alzava da tutte le parti, si trovò in quelle sale dorate, e al lume di certi razzi, di certi lampioni e lanterne che taluni facendo notte oscura aveva portate con sè, s'erano accorti delle lampade di cristallo che pendevano in lunga e densa fila dalle vôlte delle sale, subito s'alzò una voce strillante fra quella numerosa folla:

—Non si può negare che qui si stia assai meglio che alla taverna della Colonnetta, e se stanotte si aveva a strimpellare colà colle tiorbe dello Squinterna, e fare una scorpacciata di cipolle coll'olio di merluzzo che raspa in gola, per adesso ho cambiato parere, e l'oste potrà benissimo saltar lui con quella maladetta balena d'Onofria sua moglie, ch'io voglio far gazzarra qui stanotte.

E uno scoppio d'urli con accompagnamento di battimani disperati, avendo dato indizio che un simile partito era stato accolto a maggioranza di voti, in fretta e in furia un centinajo di bordellieri si sparpagliarono per tutti i canti della città, gli uni a reclutar pifferi e tromboni storti e tamburelli e ribebe e unicordi e tiorbe, gli altri a insaccarsi in tutti gli angiporti della città, destando dall'impuro letargo gli sciami schifosi delle briffalde, le quali, volessero o non volessero, tempestate da certi inviti strani, misti di cortesie, di bestemmie ed anche di pugni altitonanti, dovettero sgomitolarsi come vipere intrecciate al sole che sian percosse da una verga e seguire la turba. Altri a spandersi per le botteghe dei vend'arrosti, sagrando e minacciando perchè subito s'allestisse tutto quanto era sui fornelli. Fatto sta, che in poco d'ora tutto fu in ordine, in un momento la folla già stipata si raddoppiò per gli atrii e per le sale; tutto il putridume e la mondiglia che stava accatastata nelle cloache e ne' mondazzai della città si scaricarono in quel sontuoso palazzo. Nelle lampade di cristallo si mise olio quanto bastasse a fare grosse fiamme; e torcie e razzi e fiaccole e lanterne e lampioni furono aggiunti ad accrescere l'illuminazione e a far giorno di notte. Tutto però non avea potuto condursi colla tranquillità medesima, chè quando corse voce che il Cecco ferrajo aveva scassinata la cassa, la folla, attirata dai fiorini della marchesa, s'era riversata così impetuosa nell'angusto camerotto, che la quantità delle teste ammaccate e delle sorbe sugli occhi fu innumerevole. A questo punto eran dunque le cose quando il conte Galeazzo e il Palavicino passarono a caso per di là.

E appena che il conte ebbe udita la storia genuina del fatto, come preso da una repentina inspirazione, rivolto a Manfredo:—Mi pare, disse, che il conte Besozzo potrà benissimo far senza di noi stassera, che in ogni modo domani allo sparo delle artiglierie saremo in castello, la qual cosa è la sola che importi veramente. E intanto non si vuole non tener conto di un momento così prezioso senza entrare nelle sale della marchesa a godervi uno spettacolo che, per lo meno, è novissimo. Una festa da ballo composta di trecconi, di ladri e di ciccantoni che saltano sui tappeti dorati di Bologna e si riflettono negli specchi di Murano, è un fenomeno che non si vedrà la seconda volta. Lascia dunque il Besozzo e vieni con me.

Qui ci furono alcune altre parole tra il Palavicino e il conte, il quale, finalmente lasciando che il Palavicino se ne andasse tutto solo dal Besozzo, entrò nel palazzo della marchesa.

Appena che la cappa di velluto rasato e la collana d'oro del conte Galeazzo comparve nella gran sala dove infuriavano l'orgie, a tutta prima scoppiò un urlo generale che non pareva prometter nulla di buono per lui, e tutti i pantanosi caramogi, come ranocchi sconcertati dall'improvvisa comparsa di un luccio dorato, gracidarono minacciando di farlo in brani; ma il conte avea più di una cosa che militava a suo favore. In prima è da sapersi, ch'egli tutte le mattine, alla porta del proprio palazzo, faceva distribuire duecentocinquanta zuppe per la minutaglia affamata, ora buona parte di coloro che attendevano colà a far salti scomposti al suono di una trentina di tiorbe scordate, avevano appunto assaggiato più d'una volta i brodi della cucina del conte. Ciò per altro non sarebbe bastato a difenderlo dall'ira generale; ma più d'una volta il conte era stato veduto a far la via a zig-zag nel recarsi a casa la notte, e sapevasi da tutti che era il primo bevitore di Milano, e che andava soggetto a degli accessi d'ubbriachezza formidabili. Ora un uomo così amico del buon vino, e che più d'una volta sotto l'influenza di eccessivi vapori, che promovevano in lui gli estri guerreschi, s'era azzuffato coi sargenti della controronda, non poteva che aver destata l'ammirazione di quella parte di pubblico. Ma qui non era tutto ancora. Molte di quelle pudiche creature, che andavano a quarti ballando anfanate su quei ricchi tappeti, avevano più d'una volta avuto campo di ammirar la faccia del duca e dell'imperatore Massimiliano sui piccoli fiorini d'oro del conte, e non s'eran mai potuto far capaci del come un sì grande gentiluomo si degnasse salire per quelle scalette di legno dove era tanto facile fiaccarsi il collo, ciò che per altro non impediva loro di tenere il grandissimo conto l'affabile e liberale signore. Per tutte queste cagioni adunque, appena che egli fu conosciuto, gli urli minacciosi si cambiarono in grida d'applausi, cosa di cui il conte non avea potuto accorgersi, essendo rimaso come estatico appena gli si parò innanzi quel peregrino spettacolo.

Quella sala era un vastissimo quadrilungo, con dodici colonne capitelli dorati; la vôlta, a sesto acuto, dipinta a ricchissimo mosaico con fondo d'oro, le pareti rivestite di specchietti che quadruplicavano la grandezza della sala; il pavimento coperto di tappeti e d'arazzi, storiati in tessuto, di pazientissimo lavoro, i quali è vero bensì che, per incuria della marchesa, eran stati mezzo corrosi dalla polvere di treni'anni, ma spazzati in quella sera dalle danze carnascialesche, facevano tuttavia una splendidissima mostra. Si figuri il lettore che scandalosa antitesi dovesse fare con quelle magnificenze la schifosa moltitudine che stava là dentro. Quelle coppie di lerci danzanti e di oscene danzatrici, i primi colle palandrane sfilacciate, e le brache che cadevano a drappelloni, attraverso le quali si vedevan costole e trippe e gheroni in malissimo essere; le altre ancor più laide sotto a quell'apparenza di lusso inzaccherato di fango. Gonnelle di bucherame sparse di macchie d'unto, coi lembi sfilacciati, creste di canutiglia cariche di nastri di tutti i colori, che adornavano la arruffatte capigliature e quelle faccie quadre e sfrontate sparse di lividumi e di sorbe; e delle impronte dei pugni dei pochi gentili amanti. Nel mentre che le coppie attendevano a danzare, altri luridi gruppi gettati a sdraio sui tappeti attendevano a mangiare dello strutto, che impregnava d'un forte odore l'atmosfera, già abbastanza impuro, di quella sala. E intanto che le tiorbe e le cornette storte ci davan dentro a perdiafiato, alcuni mezzi ubbriachi, saliti in vetta alle colonne, aggrappatisi sugli accanti dei capitelli, cantavano con certe voci acute in chiave di clarinetto e d'ottavino alcune oscene canzonacce, mentre con del carbone facevan turpi aggiunte alle Veneri dipinte a mosaico in campo d'oro. La stranezza di quella scena in somma somigliava più che altro ad uno di quei sogni arruffati che può fare un galantuomo il quale si corichi subito dopo una scorpacciata d'ostriche e d'anguille marinate.

Però il conte Galeazzo, appena ebbe appagata la propria curiosità, non potendo a lungo dilettarsi di quelle sozze stranezze, già pensava d'uscire, quando gli passò innanzi la corpulente figura del Cecco ferraio che gli volse un'occhiata alla sfuggita.

Il conte gli mise allora una mano sulla spalla, e gli disse:

—E così, Cecco, come si metton le cose?

—Ottimamente, illustrissimo; peccato ch'ei sia di paglia quel che abbrucia, e la fiamma debba spegnersi tra poco.

—Non mi par poi che tutto sia paglia, Cecco mio; tu mi comprendi….

—Ci fu qualcosa meglio che paglia in fatti, rispose il ferraio ridendo, questo è verissimo; pure non fu gran cosa. E la contessa, Dio sa dove ha nascosto quello che in tanti anni andò ammassando, perchè quel che a me venne fatto di toccare, è ben poco.

—Pure ti dovresti contentare di ciò che hai trovato, e star pago,

—Non faccio altro infatti; e costoro son contenti abbastanza, ed è per costoro che ho tentata la virtù del grimaldello. Della pesca che ho fatto toccò la sua parte dì pesce a ciascuno, e la porzion mia è pari all'altrui, onde vedete che ho lavorato gratis, e per solo amore del prossimo.

—Questo mi piace; pure non avresti dovuto nemmeno far questo.

—Siete in errore, illustrissimo; e in quanto a me non feci mai cosa, di cui tanto mi compiacessi in vita mia, ed è per lei che spero di ottenere la remissione de' miei peccati. Del resto, considerate bene; o la contessa si ravvede, e va ottimamente o sta caparba nella sua pilaccherìa, e meglio ancora, perchè così la faremo morire di crepacuore. In quanto poi a costoro, un centinaio di ducati per ciascuno è un grande aiuto; non c'è infine cosa più dannosa al mondo dell'oro che stagna in una cassa ferrata, e se la zecca gli fa il conio rotondo, vuol dire che la sua destinazione è quella di girare per le mani di tutti. Dunque vedete che io ho operato benissimo.

—Sei tu convinto di ciò?

—Lo sono.

—Ebbene, or fa ch'io lo sia di quest'altro.

—Dite pure.

—Vorrei che mi provassi, che in fondo tu sei un uomo dabbene.

—Qual caparra volete?

—Giacchè hai compulsata la cassa, lascia in pace la contessa, e fa in modo che nessuno di costoro attenti alla sua vita.

—S'egli è ciò solo che vi preme, siatene certo; lo spegnere l'ultimo fil d'aria che sostiene il suo carcame di vecchia, sarebbe un atto barbaro non solo, ma un atto inutile…. Vedete che ho fior di ingegno, dunque non ci pensiamo. E in quanto a costoro, se due terzi son schiuma di furfanti, pure nessuno farà quel ch'io non voglio; in tutto Milano non v'è braccio pari al mio, e a questo si porta rispetto, però state tranquillo.

—Bravo, così mi piaci, e se a te occorresse qual cosa, quando mai la forza del tuo braccio non ti valesse più che tanto, sai dov'è il mio palazzo. Bada dunque che costoro si ritraggono presto, e lascino in pace la vecchia.

Ciò detto il conte Galeazzo uscì. Quando fu sotto gli atri, s'incontrò in un vecchio servo della contessa, che lo conobbe, e gli disse:

—In che modo ella è qui, illustrissimo signor conte?

—Ci venni, ma me ne vado.

—Se vostra signoria illustrissima si recasse un tratto a confortar la contessa, farebbe opera caritatevole. Ella teme che da un momento all'altro questi furfanti entrano da lei a furia, e trema di spavento.

—Questo non può succedere. Andate a dirlo alla contessa.

—Se ci andaste voi medesimo, illustrissimo, sarebbe assai meglio.Ella si conforterebbe vedendovi.

—Se ciò è, andiamo.

Il servo allora condusse il conte per molti corritoj, e pervenuto finalmente a una porta, bussò, dandosi a conoscere; una voce acuta, fessa e tremolante domandò che cosa fosse.

—È l'illustrissimo signor conte Mandello che è venuto in palazzo a sedare il tumulto, rispose il servo.

Allora l'uscio fu aperto, e il conte entrando vide una camera assai poveramente addobbata, una vecchia fantesca in piedi, e la contessa seduta. Nella camera non c'era che una tavola, due seggiole, un inginocchiatojo, un Cristo in croce e un grosso libro nero. Il Mandello girato l'occhio intorno:—Mi maraviglio, disse, che voi ve ne stiate in questo sozzo bugigattolo, mentre la canaglia sta contemplando il proprio ceffo ne' vostri specchi e saltando, sfilaccia il velluto delle vostre sale.

—Capirete dunque, ella disse, che se si continua di tal passo, non c'è più che la fine del mondo.

—Questo potrebbe darsi, contessa; pure avrete la bontà di confessare, che il torto, ben più che d'altri, è vostro questa volta,

—È mio? Chi vi può capire?

—Date per amore quel che vi cresce, contessa, che nessuno verrà a prenderselo per forza…

—E che dunque avrei dovuto fare?

—L'opposto di ciò che avete sempre fatto.

—Sentite, conte, se siete venuto qui per farmi ingiuria, potrete anche andarvene.

—Son venuto qui per dirvi, che mettiate da canto ogni paura, che quel ch'è successo è successo, e se alla vostra cassa si cavò il sangue, non sarà cavato a voi; questo voleva dirvi.

—Dunque tutto è perduto?

—In che modo? se tutto è guadagnato invece.

—Che cosa dite? Io non vi comprendo.

—I tempi sono assai scarsi, contessa, e se la povera gente levò stassera la muffa ai vostri ducati, che da quest'ora prenderanno aria e circoleranno a furia, è innegabile che molto siasi guadagnato; ne dovrete convenire anche voi…

—Andate; voi siete più tristo di tutti costoro. Andate, lasciatemi in pace una volta.

—E in pace vi lascerò; soltanto badate a ringraziarmi, e fate che la lezione vi giovi. Io vi auguro la buona notte.

E il conte ghignando, si tolse di là e uscì di palazzo.

Liberatosi che si fu dalla folla, che ancora innondava quella contrada, pensò che poteva ancora recarsi alla casa del conte Besozzo, dove si raccoglievano i patrizi che stavano pel duca, ossia i patrizi ghibellini, e l'un passo dopo l'altro in fatti, attraversando lentamente buona parte della città, per osservare quanto ci si faceva dal popolo in quella straordinaria circostanza, pochi momenti dopo ch'eran cessati i rintocchi della campana grossa de' Mercanti, si trovò sulla piazza di S. Ambrogio, dov'era il palazzo Besozzo. Ma in quella ch'egli stava per entrarvi, ne uscirono appunto in folla quei che vi si erano raccolti, e le parole e le esortazioni e i diverbi e le dispute continuavano ancora nel loro massimo fervore.

Il Palavicino quando s'accorse del conte Galeazzo:—Sei giunto in tempo, gli disse, ma fu peccato che tu non abbia potuto udire le calde parole del vecchio Besozzo.

—Per quanto io abbia stima di questo vecchio onorato, rispose il conte, pur non credo d'aver nulla perduto, che quando uno ha fermo il suo partito, le esortazioni sono inutili, e quand'uno ha in animo di far l'opposto, altro che parole ci vogliono, caro Manfredo. Dunque che cosa avete stabilito?

—Nulla che tu non sappia per verità. Domani all'alba ci raccoglierem tutti in castello.

—E non c'è a far altro?

—Null'altro, io credo, fuorchè a menar le mani da valorosi, quando sarà il momento.

—E questo è ciò che faremo, se non foss'altro, per mantenere l'esercizio.

—Per questo solo?

—Credo bene che basti; il berretto lo portai sempre alla mia foggia, nè a' guelfi nè a' ghibellini è mai riuscito d'iscrivermi nelle loro tabelle; la mia cappa non ha colore… per adesso almeno.

Ciò detto, accompagnatosi con Manfredo, e ripercorsa con lui buona parte della città, come la notte fu innoltrata, e i cittadini anche i più turbolenti, si riducevano alle case loro, e Milano tornava tranquilla e silenziosa, se ne venne al proprio palazzo. Qui strettasi la mano:—A rivederci all'alba! sclamarono i due amici, e si lasciarono.

Licenziatosi così il Palavicino, e pensato se avesse dato ordine a tuttociò che gli sarebbe abbisognato per il giorno successivo, si ridusse anch'esso finalmente alla sua casa, eh'era in via a S. Erasmo, contrada che ora non esiste più, ma che doveva, senza dubbio, trovarsi lì fra quelle di Borgonuovo e dell'Annunciata.

Il giovane, nel far la via così solo, si sentiva nell'animo un peso, un'arrovesciatura, una, a dir così, presaga tristezza che, a lui medesimo, riuscivano assai strane. Era quella, per dir vero, la vigilia dì un gran giorno; pure non era la prima volta ch'esso trovavasi in simili contingenze; nè al mondo vi era uomo di lui più coraggioso e men curante della vita, ma la cattiva condizione della città sua, le parole che in quel giorno aveagli detto il Morone, alla cui straordinaria conoscenza delle cose bisognava pur credere, lo mettevano in gran pensiero.

Considerava poi come e quanto dall'esito della vicina battaglia, dipendesse l'assoluta destinazione del resto del viver suo per quanto spettava la figlia del Bentivoglio, signor di Bologna, il quale, se Francia avesse trionfato, com'era a presumersi, mai non sarebbesi indotto, nella speranza di più alti destini, a concedere la propria figlia ad un semplice gentiluomo. Con questi pensieri giunse finalmente alla soglia del proprio palazzo; ma qui, tentato da un altro improvviso pensiero si fermò di tratto e fu a un punto di rimettersi in via. Gli era entrato il desiderio di recarsi ad una tal casa, dove soleva praticare la madre sua, a prender commiato ed a ricevere la materna benedizione prima della battaglia. Considerando però che innanzi a quella donna, alle parole, al pianto di lei, non avrebbe potuto star saldo, e se ne sarebbe allontanato più tristo che mai, fermò non farne altro, e senza più salì nel proprio appartamento.

Dati alcuni ordini al servo che gli faceva lume, ed esaminate con lui parte a parte le sue armi, ch'eran già preparate, non avendo a far altro, lo licenziò raccomandandogli gli entrasse in camera due ore prima dell'alba, e si chiuse dentro disponendosi a buttarsi così sul letto per quelle ore che rimanevano.

Allora, accostatosi così per caso ad uno de' finestroni che rispondevano sulla contrada, ed erano aperti, gli giunse all'orecchio, proprio dal piede del proprio palazzo, un barattar di parole frequente e vivacissimo tra molte persone quasi si stesse a porre in consulto alcuna cosa di gravissimo momento. Per essere l'ora ben tarda, e la via tra le più remote e silenziose della città, si poteva intendere benissimo qualunque cosa vi si dicesse; pure il Palavicino non vi avrebbe già prestato orecchio, se l'importanza del soggetto non avesse alquanto fermata la sua attenzione.

—Quel che oggi non è ben pensato, diceva uno tra gl'interlocutori, non sarà fatto domani, credetelo a me, e se adesso non si piglia di tratto il partito pel crine e dubitiamo ancora di porci al soldo de' Francesi, e di strappare dal nostro berretto la penna di Ghibellino non saremo per far mai cosa buona in vita nostra, e sarem sempre; quel che or siamo, se per giunta non si andrà di male in peggio.

—Io per me il mio partito l'ho preso, diceva un altro; stanotte prima che battano otto ore in castello, mi porrò in via fuori di porta romana, e domani avrò la borgognata in testa e i gigli di Francia in petto. Tant'e tanto uno di questi dì, dopo essermi guardato attorno ben bene, nè trovando uno spiraglio, avevo già fermo lasciarmi andar giù per l'Olona e finirla. I debiti son tanti, amici cari, che mi vorrebbero dieci anni di lavoro e di vita allo stecco, per rimettermi così sulle ginocchia, chè in piedi già non mi rimetto più. In quanto poi al marcire nelle prigioni della Malastalla non me ne sento volontà per adesso. Aiutati che t'aiuterò, e se non colgo questa bell'occasione, io son rovinato per sempre.

—Io poi non ho nè debiti nè altro, entrava a dire un terzo; e se volessi dire che mio padre mi dia scarso appuntamento, direi quello che non è. E mio zio mi vuol pure un gran bene, ed ha un poderetto qui fuori a tre miglia, con prati a marcita che rendono una bella sommetta. E non è tutto; il padre di mia madre mi ha promesso la sua casetta col cavalcavia a San Prospero, purchè mi faccia addottorar presto e diventi un gran sapiente; ciò che tanto desidera mio padre e lo zio, e mia madre anche. E cosa che fa poc'onore, e può anch'essere una fatalità, ma io non la penso così; in prima quell'aria morta di Padova è ancor più viziata di questa nostra, e le toghe dei professori mi guastano il sangue; poi se penso all'eredità, sto fresco…è come la terra promessa…ed io non mi sento di viaggiar quarant'anni, perchè, in quanto allo zio, se non è gran fatto giovane, non ha però un acciacco che prometta bene, e quantunque il nonno, se si guarda agli anni, sia ben decrepito, pure a desinare si mangia ancora il suo buon capponcello, e appoggiato al suo bastone di pino, fa tuttavia il giro delle mura a piedi che è tutto dire. Dunque vedete, s'io non vengo con voi domani, penso che a simil vita non si dura; l'inspirazione non può esser migliore, tu saldi i debiti, e a chi tocca tocca, ed io diserto casa, parenti, professori, e, viva Dio!…Ma tu…che gran diavolo volgi in testa ora?…parla e spacciati presto.

—Di che ho da spacciarmi io, per la Madonna! Il mio pensiero l'ho detto, e sto sodo. La condizione mia vuol così, e tal sia. Vadasi presto, e si faccia quel che si ha a fare… Già l'opera è bella veramente, l'opera è santa: mettersi a mangiar lardo insieme a quei bestioni di Borgogna, e tornar qui con loro a far man bassa sui nostri senza modo e senza pietà. Oh! va benone…ma l'hanno voluto, lo vogliono, e tal sia, ch'io non son già quello che possa cambiare il mio destino maledetto… Ho moglie e figli che non han pane, e pel fallito non c'è più credenza qui, no… Ma la recherò io la buona credenza, e ci sguazzeremo, perdio! Presto sarò di ritorno qui, e la vedremo… Dunque, come t'ho detto, sprechi il fiato a interpellarmi me…

—E tu, continuava lo studente, volto ad un altro che mai non aveva parlato, che cosa dici?

—Dico che ci ho bell'è pensato.

—E così?

—E così, verrò con te dimani.

—Bravo; ora sei uomo, ed io t'assicuro che ogni tuo danno sarà per volgersi in bene.

—Sentite adesso: giacchè siam tutti d'accordo, prendiam tosto per San Donato che sinchè si è qui, i pentimenti possono ancora guastare i savi disegni.

—Ben pensato… Ma e voi, che state a far lì tutti d'un pezzo?…Ohe! dormite?

—Per me ho promesso di venire al campo, e ci verrò, ma a un patto.

—A quale?

—Che di Francesi non voglio saperne, e starò pel duca.

—Bella questa… Ma sai tu perchè si ha ad uscire di città?

—Per tentar la fortuna, lo so benissimo.

—Ma la nostra fortuna, devi sapere, quella del duca non già, che si starebbe freschi…

—Chi lo può dire?

—La cassa del duca che è vuota, lo dice.

—La città che per lui corre pericolo di fallire, lo dice.

—I signori che mal si comportano questo pazzo duca, lo dicono.

—Ma se gli Svizzeri che stanno per noi…

—Pel duca, vuoi dire.

—Ebbene sia…dunque dicevo…se gli Svizzeri vinceran domani, come han vinto nel 13 a Novara, che avreste voi fatto?

—Un mal passo, no certo, che chi s'accosta alla Francia fa sempre guadagno, e guardiamo il Trivulzio…

—Viva il Trivulzio!

—Certo, il Trivulzio, ed io non ci pensavo.

—Considerate ora voi che accoglimento ci vorrà fare il maresciallo.

—La nostra fortuna è dunque fatta.

—È fatta; non c'è più dubbio.

—E fa conto che tornerai presto, vestito da capitan borgognone, e invece di corone col s. Ambrogio, piattonate a' creditori che ti verranno dappresso colle solite noje.

—Ma il diletto di metter sossopra i banchi delle scuole del Calchi dove il Calcondila mi ha fatto tanto dormire quando spiegava Omero, credo lo lascierete a me solo.

—Presto dunque via di qui e in cammino, ch'io già mi sento arder tutto d'un fuoco inusitato.

Nel momento che costoro, senz'altre parole, già si disponevano ad allontanarsi di lì, svoltò il canto una figura lunga e magra, la quale, a capo chino, a passo tardo, strascinando un bastone, presso a poco nell'attitudine con cui Fingallo, perduta la battaglia, traevasi dietro la lunga sua lancia, e se ne veniva innanzi radendo il muro del palazzo.

Quando fu presso a quel crocchio di giovani, lo studente, osservatolo così alla sfuggita e riconosciutolo, lo chiamò per nome.

—Ohe, Pierin da Sesto, buon'anima, dove vai tu così solo a quest'ora e per queste contrade, dove non vi suol mai bazzicare anima viva?

Quella lunga figura stette così un momento senza parlare, poi rispose:

—Buon dì, e buon anno, caro signore; aspetto mezzanotte, e vado così, non so io ben dove: ma sono in compagnia dei miei pensieri.

—Non mi sembra allegra gran fatto la compagnia; ma come va coll'arte?

—Di male in peggio, sempre un di più dell'altro, e tanto che stavo ora appunto mettendo il partito d'uscir di qui, ove non c'è più un fil d'erba, e andarmene altrove a cercar fortuna.

—Diavolo, siam già a questo punto?

—Sono tre mesi, caro signore, che la miseria d'una corona non ha voluto entrarmi in saccoccia, e a quel poco che avea messo da parte lavorando con maestro Bernardino, oggi per l'appunto ho dato l'ultimo colpo, e domando io come s'ha a fare? Maestro Bernardino, se n'è andato in giù infino a Parma, chè anche lui che è lui non trovava più a far bene qui. Il curato di San Pietro all'Olmo che dilettavasi darmi ogni tanto qualche tavola a dipingere, ora non mi da più che pareri e consolazioni anche sin che ne voglio; ma dice che per adesso non ha altro a comandarmi, che i Francesi son qui alle coste, e i proventi dell'orto e della vigna quest'anno andranno in bocca al diavolo. Il conte Beroaldo e il Gabaloita marchese, che mi aveano comandato facessi loro qualche bel nudo, sono andati in villa, e chi n'ha toccato n'ha toccato. Dunque vedete a che mal termine son io, e se a Sesto non avessi mia madre, che è ben vecchia, il mio partito l'avrei già preso. Ma come si fa?…

A tali parole si volse a lui quello tra i socii che sappiamo non aver molto ben nette le sue partite coi creditori, e:

—Amico, gli disse, dammi la mano e ringrazia Iddio, che se le tue saccoccie non hanno peso, pure c'è qualcheduno qui che può ancora benissimo invidiarti. Dammi la mano, e pensa ch'io dovrei darmi attorno una decina d'anni, Dio sa con che fatica e struggimento, per ridurmi ad averne quanti ne hai tu adesso.

—Non vi capisco bene, caro signore, ma dovrebbero esser debiti i vostri….

—Dovrebbero…. Tu dunque cercavi compassione ed hai trovato invidia, ma ora volevo dirti, che se Dio manda i malanni, manda anche le inspirazioni buone, ed è la tua fortuna appunto che t'ha fatto passare per di qui stassera. Ed ora vedrò se posso darti un tal parere, quale il tuo curato non ti avrebbe mai dato in mille anni.

—Io v'ascolto tutto pieno di speranze, caro signore, e dite pure.

—Vedi tu in quanti siam qui?

—Lo vedo benissimo.

—Siamo in dieci.

—È un bel numero.

—Tutti assai giovani, tutti benissimo in gambe, e tutti, se pure non vuoi fare eccezione di questo bel giovane (e batteva la spalla dello studente), al quale l'esser grande e grosso e pasciuto come una vacca spagnuola, non impedisce d'essere poi leggero come una penna di gallina; tutti, dicevo, gettati sgarbatamente dalla fortuna in mezzo al mondo, felici e protetti come i ronzini del procaccia, o come i botoli stizzosi di Bologna, a cui, ne' dì della canicola, si fa quel trattamento che tu sai; galantuomini tutti ai quali è assai ben nota la parrocchia ove si è stati battezzati, ma se in sajo o in cappa ci corrà la morte, e quale de' quattro venti si porterà la polvere de' nostri dieci carcami, è quanto sta ancora nascosto in un fitto bujo che fa perdere l'allegria; tutta gente inoltre che vorrebbe esser qualcosa di ben considerabile al mondo, ma che, fino ad oggi almanco, è qualche cosa assai meno di niente, e non si può dire non siasi data attorno con fatica cocente, che, per la pura verità, ne sentiamo ancora i trasudori alla camiscia. Ma tu sai la storia de' quattro apostoli in marmo di Viggiù che il Calzago scultore donò al comune di Milano; sai che son corsi sei anni buonamente, e a quelle quattro statue la compagnia del Breghetto non ha ancora saputo trovare una nicchia, che non par vero; e intanto son là in piazza e su d'esse piove, tira vento, nevica e tempesta, senza l'incerto di una quantità considerevole di sassate, tanto che a quest'ora non han più nemmanco il naso. Ebbene: guardaci ora noi, amico dell'anima mia, guardaci e piangi a caldissime lagrime di pietà, che noi siam veramente il ritratto al vivo di que' poveri apostoli e non abbiamo la fortuna d'esser di sasso… Larghe spalle però, grossa pelle e coraggio, il buon Dio non ci lasciò mancare; stamattina poi la provvidenza ha fatto capolino, e così in barlume e a mezza bocca ci ha insegnata la via maestra. Senza por tempo in mezzo, noi siam dunque in volta pel campo francese a cercar fortuna.


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