CAPITOLO XI.

—Pel campo francese?

—Così è, amico, e penso adesso che tu potresti fare il medesimo e venire con noi. Di giorno menar le mani a buona guerra come gli altri; di notte, a chiaro di lampione, ritrarre col rossetto in carta le faccie lustre e violette de' caporali ubbriachi. La sorte che a te si para innanzi è tale da perderci la testa dietro al solo pensarci, e considera che que' baroni francesi han gigliati e fiorini d'oro a staia e non la guardan pel sottile, e c'è anche il re che vuole un gran bene all'arte. Soldato dunque e pittore, sbrigati presto e vieni con noi.

—Quel che mi dite, mi persuade moltissimo, caro signore, e son tutto tentato di venire con esso voi senz'altro; ben è vero che se resto sul campo….

Qui la gioia che le parole del nuovo amico gli avevano messo in cuore al primo, fu tosto annuvolata da un pensiero, onde soggiunse:

—Mia madre per altro non ha altri che me al mondo, e s'io non gliene mando, vedete bene….

—Aiutati che Dio ti aiuterà, Pierin da Sesto, e vieni con noi, così in poco tempo ne avrai messi insieme abbastanza da sostentare la madre per tutta la sua vita.

—Ebbene, andiamo s'ell'è così, rispose.

Ma qui un altro pensiero gli si attraversò improvviso, e disse:

—È dunque al campo francese dove dobbiamo andar noi?…

—Dove vorresti tu? Diavolo…..Ma cosa pensi?

—Non penso nulla….ma, dico, come la facciamo col dovere e coll'onore?

—Tu dici delle sciocchezze, Pierino; di che onore intendi tu?… Hai tu detto il vero che ora sei secco affatto, e che tua madre aspetta? Amico caro, credilo a me, che avrà un bell'aspettare la vecchia finchè tu resti qui.

—Sia dunque come volete allora, disse il pittore risoluto, io sono con voi.

Tutti si tolsero di lì.

Allorquando eran questi ancora nel massimo caldo della disputa, il Palavicino, che ne aveva compreso quanto bastava, tutto agitato da quel suo zelo ardentissimo pel paese e per gli Sforza, tentato, chi sa, da che inspirazione, trasse il campanello e chiamò il servo.

Come questo si trovò nella camera, le voci dei giovani si udivano ancora nella contrada abbastanza alte, e in ultimo quella di Pierino da Sesto.

—Odi tu costoro? disse Manfredo al servo.

—Li odo benissimo.

—Senti questa voce? è quella del pittore Pierin da Sesto, che tu devi conoscere.

—Lo conosco di fatto.

—Fammi dunque un piacere; va abbasso… aspetta… sento che si allontanan già. Spicciati presto dunque, e va sui loro passi. Di' al pittore che lo saluto, che ho bisogno di parlargli, che ne ho grandissimo bisogno, e tosto. Va, e fa presto.

—Vo subito.

—Senti; avresti a tentare, se mai ti venisse atta una cosa; parlargli così alto che t'abbiano ad udire anche i suoi compagni…. e se fosse mai possibile…. di' insomma a tutti quanti che li attendo qui, che vengano liberamente, e che…. conduci insomma le cose in modo che non abbiano a rifiutarsi. Va, e fa presto.

Il servo parti.

Quando i giovani furon al canto della contrada e stavan già per isvoltarlo, odono una voce:

—Messer Pietro.

Tutti si volsero, e il pittore per il primo.

—Il signor marchese vuol parlarvi, messer Pietro, continuava quella voce, e v'aspetta su in camera.

—Il marchese?…. Oh sei tu? soggiunse poi il pittore a un tratto come riconoscendo il servo. Come sta il marchese?

—Sta bene e vuol parlarvi; venite presto che non ci vorrà gran tempo. Anche loro signori possono benissimo entrare, che il marchese li conosce, e avrebbe bisogno dir qualche parola anche a loro.

—A noi? dissero ad una voce.

—Questo non può essere che uno sbaglio.

—Non è uno sbaglio altrimenti, vengano con me, che siamo a dieci passi dalla casa, ed è cosa subito fatta.

Tutti si guardavano in viso molto perplessi.

—Come mai, entrò a dire uno di loro, il marchese può aver bisogno di noi? e soggiunse poi subito rivolto al servo:

—S'ella è una qualche burla che tu ci voglia fare, ti avverto che sarebbe in malissimo punto. Ben è vero che so chi è il marchese, e lui mi risponderebbe di te. E così, disse poi a' compagni, volete o non volete? Non ci bisognerà più d'un quarticello d'ora, e non è gran perdita.

—Andiamo! via….ci vuol tanto?…soggiunsero tutti in una volta a quelle parole, e senza più si accompagnarono al servo. Per dir vero, la curiosità fu quella che più che altro li spinse fortemente a seguire i passi del servo del Palavicino, d'altra parte poi non v'era nessuna cagione che li potesse far timorosi dell'accostarsi al marchese.

Così quei dieci giovani furono introdotti dal servo, l'uno dopo l'altro, in una gran sala del palazzo. Colà vennero per disgrazia ad essere rischiarati da una sfacciata luce di molte candele di cera gialla che malissimo li raccomandava all'occhio dello spettatore e per minuto potevasi analizzare la fisionomia, il carattere, l'atteggiamento, l'abito di ciascheduno. Il nostro Pierino da Sesto, alto, asciutto, magrissimo, spiccava assai bene in mezzo a tutti; sulla di lui faccia più non apparivano neppure le tracce d'una certa originaria bellezza, tanto era alterata dal color scialbo, al quale aggiungevano una tinta ancor più patetica certe chiome castagne folte e scomposte che fuori del berretto gli cadevano in disordine sulle spalle. La scintilla dell'ingegno che di quando in quando non poteva a meno di farsi vedere e di brillare nell'occhio, era quasi sempre velata e soffusa di languore dalla miseria; e del resto, a primo colpo d'occhio, guardando quella lunga e magra figura, non si durava fatica a comprendere ch'era un'esistenza sostenuta a puro pane e latte.

Presso a lui quel giovane così esorbitantemente indebitato il quale, per contrapposto, mostrava sul volto i segni di una floridezza, non dirò verginale, ma generata bensì dall'assidua consuetudine di mangiar bene e bever meglio, la quale però era tutto a scapito delle vesti, talmente cenciose, talmente in mal essere, che la palandrana grattugiata del pittore veniva a guadagnare moltissimo nel confronto. Vicino all'uno e all'altro quel povero padre di famiglia che dopo la terribile peripezia d'aver sculacciata la pietra de mercanti, per tentativi che avesse fatti, non gli era mai riuscito di rifarsi un momento, aveva i cenci dell'uno, e la tinta lugubre dell'altro, con due sopraccigli irsuti in aggiunta che celavano a mezzo le pupille, le quali movevano lente e gravi su d'un bianco reticolato di vene sanguigne e sparso di colori biliosi. Gli altri tutti poi partecipavano un po' del pittore, un po' dell'indebitato, un po' del fallito, miscuglio di pallidume prodotto da astinenze involontarie, di colori vivaci generati da intemperanze di contrabbando, di cenci larvati da fogge signorili, miscuglio d'avvilimento, di sfrontatezza, d'abbattimento, di coraggio. E a produrre un contrasto di tinte certamente soverchio, il volto gioviale, fresco, paffuto, lucido dello studente, le cui membra assai ben disposte e divinamente pasciute erano coperte da un abito molto alla foggia in cui la ricchezza andava di pari passo coll'eleganza.

Allorchè il Palavicino entrò nella sala, quei dieci galantuomini che non sapevano veramente quel che si volesse, stettero aspettando in silenzio ch'egli parlasse per il primo; intanto erano pure entrati nella sala due camerieri con guastade di vino e tazze e calici, e quando ad un ordine del loro padrone si mossero portando in giro i bacili fra coloro che non sapevano trovar la ragione di tutte quelle gentilezze, il Palavicino prese finalmente a parlare:

—Ho a domandarvi scusa di una cosa, amici cari, cominciò a dire.

Tutti si misero in attenzione.

—Stando nella mia camera ho ascoltato assai bene tutte le vostre parole e tutti i vostri disegni. Egli è vero però che la colpa non è già tutta mia, perchè le vostre voci erano così estremamente sonore, che v'avrei udito anche all'altezza della torre. Avendo dunque avuto sentore che intendete porvi in cammino stanotte medesima, non sarà mai vero, dissi fra me, che costoro abbiano ad uscire di città senza ristorarsi con qualche cordiale; però, dal momento che mi avete onorato dei vostri segreti, spero che mi perdonerete se vi ho fatto chiamar su e che vorrete onorarmi assaggiando il mio vino.

Tutti si guardarono in faccia maravigliati; il Palavicino allora fece due passi innanzi, e si piantò in faccia a Pierin da Sesto, il quale se ne stava immobile e alquanto impacciato:

—Dunque hai risoluto d'andartene anche tu, gli disse poi con un accento pieno d'affabilità e di dolcezza; non so che dirti, le cose qui ti vanno fieramente alla peggio, e col danno della tua città, ti potrai rifare assai bene. Io non posso che lodarti.

Qui fece una pausa, poi soggiunse:

—Egli è gran tempo, amico, ch'io ti conosco… Qualche anno fa, trovandomi a caso col Luino, e il discorso essendo caduto su te, me ne disse cose grandissime quel bravo maestro, e mostrandomi alcune tele che tu eri venuto lavorando, mi assicurava che Iddio t'avea dato così mirabile ingegno, che il divino Raffaello forse avrebbe avuto un grand'emulo a questi dì. Sia dunque benedetta la donna che ti ha partorito. Pure avrei a dirti qualche cosa….

Qui fece una seconda pausa, e ricominciò poi così:

—Passerà un secolo, caro mio, più di uno ne passerà, e Dio sa quanti, l'un dopo l'altro, e le tue tavole avran prezzo sempre maggiore in ragione di tempo. Coloro poi che vivranno in quelle remote età, osservando i prodigi del tuo pennello, non finiranno di fare le meraviglie; questo è certissimo. Tuttavia la lode non verrà affatto sola. Peccato, dirà taluno, che a tanto ingegno venisse compagna così turpe viltà, giacchè avete a sapere che costui ha preso l'armi al danno del proprio paese; e forse colui che parlerà di tal modo, colto da un impeto d'ira, sarà tentato di rompere e distruggere il lavoro del mirabile pennello dicendo: non è giustizia che di costui ancora si perpetui l'infame memoria. Credilo a me, Pierino, anche questo potrà darsi…. Tuttavia bevi e ti prepara al viaggio.

Il pittore chinò la testa, avvilito e costernato, senza sapere cosa rispondere; ma il fallito che gli stava presso e ch'era uomo facilmente irritabile, e portava un astio cordiale a tutti coloro che godevano d'una certa prosperità, a quelle parole del Palavicino che gli parvero stranissime, si diede a passeggiare per la sala con poca soggezione e meno rispetto, e parlando ad alta voce come se discorresse tra sè, con un certo suo fare beffardo insieme e iracondo:

—Parla bene costui, diceva. Io vedo qui arazzi d'alto liccio, stupendi scrigni e tavolieri e ripostigli d'ebano intarsiati d'agate e lapislazzoli che è una maraviglia, sgabelli di quercia intagliati in oro con cuscini di velluto d'Utrec, nè si sbaglia a dire, che questi tappeti sono delle fabbriche migliori di Aquisgrana e d'Osnaburgo; me ne intendo benissimo io. E se adesso fosse inverno, su per la cappa di quel camino così ben ornato di puttini e fogliami, e così zeppo di stemmi araldici, crepiterebbe l'acuta e lunga lingua d'una fiamma a spandere un soave tepore per tutta la sala. Ora capisco che ha ad essere assai comodo e dilettevole il dar consigli e ammonizioni altrui quando, in cuna, la comare ci adagiò sulla mortadella, e penso che a me pure fioccherebbero i buoni pareri dalla bocca facili e abbondanti come fontane e ruscelli in tempo di primavera. Del resto, caro signore (e qui si piantò in faccia al Palavicino), se questo povero e buon diavolo, al quale la fame non porta un rispetto al mondo, per quanto il suo ingegno sia grande, corresse a furia stanotte per la città gridando: signori e signore, ecco un quadro stupendo per due pagnotte di segala; è probabile che ad ingannare il digiuno gli toccherebbe ancora di por la testa sotto la paglia, giacchè non credo che le coltri migliori sieno le sue.

Il pittore continuava a tacere: le parole del Palavicino lo avevan punto così al vivo e nella parte più sensibile dell'anima, che i suoi occhi si erano numiditi d'un pianto amaro.

Il Palavicino se ne accorse, e accostandosi a lui e mettendogli le due mani sulle spalle:

—Costui non ha parlato male, gli disse; i tuoi concittadini ebbero davvero un gran torto nel lasciarti senza lavoro tutto questo tempo; però, siccome le mie parole furono troppo acerbe, così avrei già pensato all'emenda. Qualche anno fa anch'io mi son trovato in durissima condizione, amico mio caro, e a quattrocchi ebbi anch'io a far dialoghi ben lunghi colla miseria, che mi si strinse alle costole con forti e duri argomenti, e tentò persuadermi ad azioni poco belle. Ma allora ci fu mia madre che pregò per me, e venutomi un forte aiuto mi riuscì di rimanere illibato. Ora tocca a te, amico caro, e in questo momento medesimo, te ne accerto io, la vecchia tua madre, di cui tu sei così tenero, ha fatto la sua preghiera, e l'aiuto è assai presto. Se dunque altro non cerchi che di lavorare, tu mi ritrarrai in una gran tela la battaglia che sta per succedere, e perchè l'inspirazione non manchi ed il tuo abbia ad essere un capolavoro, combatterai tu pure con me domani. Stassera intanto ti sborserò anticipatamente quanti gigliati vorrai tu, e comunque sia per esser di noi, tua madre non avrà mai più a languire.

Il pittore stette un pezzo attonito a guardare il Palavicino, e per quella sua natura fìsica così debole ed estenuata dal disagio e dallo scarso sostentamento, essendo facilissimo alla commozione, non potè dominarsi così che non desse in lagrime. Del resto gli mancarono le parole a ringraziare il marchese.

Ma al Palavicino si volse in vece sua alquanto calmato il bilioso fallito, e:

—Parlate voi da senno, gli disse.

—Perchè ne dubitate, messer Giorgio dei Nocenti?

—Giorgio dei Nocenti…. Ma in che modo sapete voi il mio nome?

—La storia sarebbe lunga, ti basti dunque ch'io sappia il tuo nome.

—Perdonate, caro signore, ma questa è pure la prima volta ch'io vedo voi.

—Ed io la seconda che vedo te… Vi fu un tal giorno, amico mio, che in Milano, due uomini erano infelicissimi forse del pari…tu eri uno di questi, io l'altro…. Correva il 12 e si era ai 30 di marzo…. Leggo già nella tua faccia che tu non hai dimenticato quel dì…. Ma io pure lo tengo a memoria. I trombetti de' mercanti annunziavano il sequestro di tutto quanto avevi al mondo, intanto ch'io vagolava per la città senza casa e senza mezzi, cacciato, disperato. Non ho vergogna a dirlo, no, tu allora non hai veduto me, avevi altro a pensare…ma io ti ho veduto bensì e ti ho compianto… Peccato che quanto hai tu adesso sul nudo palmo, tanto io possedessi allora, che forse non avresti avuto a sentire il duro rifiuto di quell'uomo spietato del conte Ferrandi.

A questo nome, sulla faccia del fallito si stese un nuvolo ancor più nero de' soliti, poi soggiunse:

—Signore, non mi state a parlare di colui, solo a nominarmelo mi si guasta il sangue… Trattavasi della mia vita, caro signore, della vita de' miei figliuoli si trattava, e colui mi ricusò allora quanto è solito a spendere in un voluttuoso quarto d'ora.

—E permise che tu, uomo onorato, fossi posto tre volte sull'odiosa pietra. Vedi che la tua storia io la so, ma allora m'accorsi ch'era la prosperità quella che teneva chiuso il cuore di quell'uomo, e ch'io sentiva pietà della tua miseria, perch'io era miserabile al pari di te; benedetta la miseria dunque, benedetta la sventura se tanto può; e benedetta la sorte che t'ha condotto da me in questo momento.

Qui fermatosi a guardarlo attentamente:

—Tre anni fa, soggiunse, brillava la salute sul tuo volto giovanile, ed ora tu non sembri più quello. So cosa vuol dire, ma a tutto c'è rimedio a questo mondo, e quando tornerai a casa, dirai a tua moglie e ai tuoi figli, che bollirà ancora del buon brodo nella loro pentola. Domani per altro anche tu sarai dei nostri, e comunque sia per esser di noi, alla tua famiglia sarà provveduto in ogni modo.

A queste parole la faccia burbera e sconvolta di quell'uomo s'era venuta a poco a poco spianando, e il suo occhio bilioso e come iterico era divenuto rosso empiendosi di lagrime.

Durò il silenzio per qualche tempo. A un tratto il Palavicino si staccò da lui, e girò lo sguardo fra tutti coloro che lo stavano a guardare attoniti essi pure e oltremisura commossi.

—Ora, quel che ho detto a questo amico mio carissimo, io dico anche a voi tutti. Ho potuto accorgermi che in fondo voi amate il bene del vostro paese, e i suoi nemici sono pure anche i vostri, e se per rimediare alle miserie, v'inducevate ad unirvi con esso loro e a tradire voi stessi, facevate tuttavia uno sforzo faticosissimo dell'animo, e colle belle parole e le celie e le risa che non bastavano a togliervi l'amaro in bocca era inutile il vostro tentativo di far tacere il pungolo segreto. Ora ditemi con libertà quel che vi abbisogna ad uscire di travaglio, ch'io confido di potervi benissimo soddisfare, e mi chiamo anzi fortunato ch'io sia quel tale che v'aiuti in quest'occasione. Del resto, se domani vi dà l'animo d'affrontar pericoli, vogliate uscire con me al campo, ma in difesa degli Sforza nostri signori, e contro Francia sino alla morte.

—A te poi, e si volse allo studente, io non ho nulla a dirti; a te è concesso far quello che più ti aggrada, nè io vorrò spendere neppure una parola sola a consigliarti quel che sarebbe il meglio. Se costoro, e additava gli altri che gli stavano d'intorno, fosser mai stati colpevoli anche di un delitto, comprendi tu, anche d'un delitto, sapendo bene da che duro persuasore eran stati sospinti, ben volontieri io avrei loro gettato un panno perchè tosto coprissero il marchio vergognoso, e tosto pensassero all'emenda, e in ogni modo io li avrei aiutati come avrei saputo meglio. Ma tu…tu non devi far altro che uscire e unirti alla Francia, che già non sarai quel tale che faccia il suo vantaggio. Esci dunque, e va pure, che sarai sempre la disperazione de' tuoi, che vorrebbero far di te un onest'uomo, e lo zimbello di coloro a cui tu pretendi di venire in aiuto. E in quanto alla patria; è assai meglio ch'ella ti perda, anzichè ti trovi. Lo ha detto il senno di quest'uomo, (e battè la spalla del giovane indebitato che se ne stava a bocca aperta), la tua testa è leggiera come la penna d'una gallina.

Il giovane studente, la cui natura era stata viziata dalla soverchia indulgenza della madre, della zia e dell'avolo, nè mai aveva sentito un sol rimprovero in vita sua, fu scosso da quelle dure e beffarde parole del Palavicino; fu quella la prima volta che si senti fortemente conturbato nell'animo dallo sdegno e dalla vergogna, fu una rivelazione di cose che gli erano al tutto ignote, e fu così potente rivelazione, che la sua faccia, abitualmente giovanile, si rialzò tutta stravolta e infocata per lo degno, e:

—Giacchè me lo dite, tosto uscirò di qui, rispose, ma vi rivedrò domani, in ogni modo vi rivedrò. Voi mi direte il numero de' baroni francesi che avrete uccisi… Io vi dirò i miei…faremo la somma. Ciò detto, senza attender altro, volse le spalle al marchese e partì di furia.

Il Palavicino sorrise a quelle parole e a quello sdegno, poi, come fu uscito:

—Non avrei creduto, disse, ch'egli si tenesse nascosto tanto fuoco.Basta, vedremo.

E stato qualche poco sopra di sè:

—Ora spacciamoci, soggiunse; noi dobbiamo stassera aggiustare i nostri conti, e la notte si fa alta. Compiacetevi dunque di seguirmi.

Lo seguirono infatti in un suo gabinetto dove rimasero con lui una mezz'ora buonamente. Quando uscirono, le loro fronti raggiavano di un contento certamente straordinario, perchè qualche cosa d'insolito pesava nelle loro saccocce. Allora il Palavicino li accompagnò fin sul pianerottolo dello scalone stringendo la mano a ciascheduno, e ripetendo spesso quasi per abitudine:—Domani all'alba alla porta del castello,—diede loro la buona notte, e si ritirò intanto che quei dieci giovani, a saltellone, discesero per la gran scala del palazzo.

Alcuni momenti prima il tetro bisogno loro aveva fatto sentire che per rifarsi, non c'era altro mezzo che d'accostarsi alla Francia, e quantunque conoscessero assai bene la turpitudine di quel disegno, la miseria, ingegnosissima, aveva popolato la loro mente di un così gran numero di sofismi, che essi, studiandosi ad esagerare il bene che Francesco avrebbe fatto alla Lombardia, avevano trovato il modo di conciliare il proprio vantaggio con quello del loro paese, talchè prima di trovarsi innanzi al Palavicino, erano riusciti a convincersi bastantemente che il loro disegno aveva la sua parte di generosità.

Ora, come fu tolta la causa che aveva generato que' torti ragionamenti, subito anche questi si dileguarono; tosto che la miseria ebbe cessato di preoccuparli, parve a loro di una schifosa bassezza il partito a cui si erano appigliati, e ragionando tra loro, e vergognando, non facevano che benedire la liberalità del giovane Palavicino, e a profferirgli, per rimeritarlo, anche la propria loro vita, se mai fosse venuta l'occasione.

Il Palavicino intanto, ritrattosi nella sua camera, ripensando a quella strana combinazione per cui aveva potuto guadagnare dieci uomini alla causa degli Sforza e della Lombardia sottraendoli alla miseria, egli se ne godeva in sè stesso assai più che i beneficati medesimi.

La voluttà dei riabilitare un'esistenza coi tempestivi soccorsi, di ritornare la tranquillità nell'animo di chi già disperava di tutto, è la suprema di cui gli uomini possono godere, è quasi una seconda creazione.

Ma per goderne occorrono troppo rare e squisite qualità di cuore e d'ingegno, e un simile fenomeno si riduce ad esser cosa così fuori delle regole e delle abitudini più consuete, che noi temiamo possa mai venir messa in dubbio la liberalità dei giovane Palavicino, e, ciò che sarebbe ancor peggio, tacciata di pazzia e multata di ridicolo.

Non faceva ancora la prim'alba, ed era un cielo terso e lucentissimo del mese di settembre. Il silenzio della notte continuava tuttavia, quel silenzio particolare interrotto spesso da un vasto fremito generato o dal passaggio di venti improvvisi, o dallo stormire di estese masse d'alberi, o da rumori lontani, che prolungandosi di luogo in luogo, vanno a spirare nei recinti delle case.

Nella contrada di S. Erasmo, spopolata e silenziosa anche a di chiaro, non era indizio che abitasse anima viva, e solo ogni mezz'ora si sentiva rimbombare in quella quiete il martello dell'orologio dell'Annunziata.

Quando questo ebbe battuto dieci colpi, cominciò a partir qualche rumore dal palazzo del Palavicino, indi voci indistinte e nitriti di cavalli che risuonarono per tutta la contrada, e dopo qualche po' d'ora, lontan lontano s'udì come un rumor sordo di ruote scorrenti, e via via anche un trotto serrato, che s'andò sempre più avvicinando, sino a che svoltando dal Borgo Nuovo, e facendo rimbombar l'acciottolato, una carrozza, o meglio una lettiga a ruote, che fu la prima forma di cocchio che i Francesi avevano introdotto in Italia, non facevano allora molt'anni, andò a fermarsi innanzi al portone del palazzo del Palavicino.

Il servo, saltato a terra, battuto un colpo di martello alla porta, che subito venne spalancata, tosto si volse a stirar la cortina della lettiga, e diè il braccio a discendere ad una donna. Alcuni famigli del marchese, che erano usciti sulla soglia, conosciuta la signora, con grandissimo rispetto le si levarono di berretta.

Era dessa la madre di Manfredo.

A vederla così al primo poteva mostrare poco più di trent'anni, e solo ad avvicinarla e a guardarla per minuto le si dava un'età maggiore, per quanto fosse ancora attraente la sua non comune bellezza, alla quale dava un particolare carattere un certo pallore patito: e una tal quale rilassatezza di portamento. In quella mattina poi aveva il volto visibilmente scombujato, come per pianto recente. Vestiva una gran roba di velluto nero, e in testa aveva una cuffia parimenti di un tal velluto orlata di teletta d'argento.

La signora dimandò:

—È in camera mio figlio?

—È su in camera che sta armandosi, rispose un famiglio.

A queste parole, la signora fece un moto indescrivibile; presto salì lo scalone, e senza attendere che i servi la precedessero ad aprire gli usci, di una in altra camera giunse in quella di suo figlio.

Stava questo in quel momento adattandosi la corazzina; e quando, sentendo aprir l'uscio, si volse, rimase così impacciato e sconcertato vedendosi innanzi sua madre, che ella se ne dovette ben accorgere.

Ci fu qualche momento di silenzio e d'esitazione, ma infine, troppo rincrescendo al Manfredo ch'ella si amareggiasse stimandosi mal accolta:

—Non vi avrei già aspettata a quest'ora disse… jeri sera fui tentato di venire dai Beroaldo per vedervi.

—T'ho aspettato infatti fino a mezzanotte, tanto ero certa che ci saresti venuto; ho lasciato che ciascuno si partisse, e vi rimasi assai tempo ancora colla sola contessa, che pure ti aspettava; ma pur troppo ho dovuto dire fra me stessa: stavolta il mio Manfredo si è dimenticato di me.

Il giovane non rispondeva.

—E così venni a casa colla desolazione nel cuore; tuo padre e i tuoi fratelli mi aspettavano impazienti, perchè confidando nel mio buon Manfredo, loro aveva promesso che ti avrei persuaso a rimanere… pensa or tu come mi furon tutti contro, indispettiti e sdegnati, quando mi videro tornare così confusa e senza parole. Tuo padre, che vede disperata in tutto la condizione degli Sforza, trema per sè e per la sua casa, e pensa che la tua ostinazione porterà l'ultima rovina a tutti noi. In questi ultimi dì fu sempre così torvo e agitato e terribile, ch'io non ho avuto un'ora, un momento solo di quiete. Ma quando i tuoi fratelli gli replicarono l'incomportabile rimprovero, che avrebbe dovuto rimaner vedovo il resto de' suoi dì, che con me recò la sventura nella casa, l'ira lo trasportò, le sue parole traboccarono, tutte le sue imprecazioni vennero a cader su me.

Il giovane a tali parole si fe' tristissimo.

La signora stette guardandolo un pezzo, poi riprese:

—Hai tu dunque risoluto?

—Che cosa risoluto?

—Che tu combatta quest'oggi contro i Francesi?

—E ciò mi domandate? ma voi lo sapete pure. Quel ch'io pensavo a diciott'anni, anche oggi penso con quel fervore medesimo, e più. E ch'io debba combattere quest'oggi, è mio destino.

—E il mio è quello di viver sempre in affanno e di non aver mai una consolazione da te; ma, per carità, ascoltami, il mio Manfredo. Io non ho mai veduto tuo padre così inclinato, come oggi, che l'ho lasciato con qualche speranza, a dimenticare, a perdonar tutto. Non lasciarti sfuggire quest'occasione. Potrebbe non venire mai più, e lui altro non vuole se non che tu non combatta quest'oggi contro i Francesi, e rimanga in città… e tutto è finito, ed io sarei la più felice di tutte le madri.

Manfredo crollava il capo e pareva inquietissimo.

—Senti… tuo padre ti ha duramente scacciato per questa ostinazion tua… e ti ha maladetto…. Tu non ci hai colpa… lo so, tutti lo sanno. Ma la maledizione di un padre è terribile, il mio povero Manfredo, e viene il dì….

Il giovane si scosse a queste parole, e un misterioso raccapriccio gli tramestò tutta l'anima. Accorgendosi poi che la sua volontà quasi subiva la influenza di quel raccapriccio, indispettito di lasciarsi così sopraffare, e in quel momento, e per sua madre, tant'ira lo prese, che non bastò a dominarsi, e proruppe:

—Questo era il dì veramente, e l'ora opportuna per venir qui ad arrovesciarmi l'anima. Io aveva procurato scansar tutte l'occasioni per non veder voi innanzi a quest'ora, che già troppo m'immaginava i vostri soliti, perpetui, insopportabili pianti; ma voi, no, non lo avete voluto, e siete venuta qui pel mio malanno e pel vostro.

E misurando a gran passi la camera, l'impeto dell'ira sua appariva assai più dagli atti che da quelle parole medesime. Ma in quella foga sguardando un istante, e vedendo sul volto di quella donna soave di sua madre, un'attonitaggine accorata, un'avvilita sommessione, quasi fosse un suo soggetto intimorito dagli strapazzi e dalle contumelie, sentì come un rimorso e uno spavento repentino, rimorso che gli fece cadere a un tratto lo sdegno, gl'inspirò più forte che mai la tenerezza per sua madre, e gli sconvolse tutta l'anima d'una compassione che lo faceva tutto tremante. E' si fermò di tratto in prima, poi lento lento s'accostò alla madre e, stato un istante perplesso, le gettò le braccia al collo con una dimestichezza ingenua e abbandonata, che ricordava i suoi atti infantili, e stette così a guardarla senza dir altro. Allora la tenera donna, sentendo in quel punto tutt'in una volta l'effetto e dell'ira e della tenerezza del figlio suo, stette tuttavia attonita e immobile senza parlare, senza nemmeno guardarlo in viso. Ma dagli occhi lente le sgorgarono due sole lagrime, di quelle lagrime piene di passione che le promovono a dirotta in chi le osserva.

La somiglianza quasi perfetta di que' due volti, pallidi ambidue, sbattuti e atteggiati al dolore; quella madre ancora giovane, ancora avvenente, abbracciata dal suo unico figliuolo, con quell'atto d'amore insieme e di venerazione, avrebbero al certo fatta una impressione particolare in chi che sia li avesse veduti in quel punto. Stettero così in silenzio per qualche tempo, quando la madre:

—Ora ho a parlarti di una cosa, esclamò, di una cosa che importa assai, Manfredo; e stata un momento sopra di sè perplessa, soggiunse: la figlia del Bentivoglio mi parlò di te.

Il giovane non aveva mai dotto nulla di quell'amor suo alla madre, por ciò rimase assai maravigliato e scosso a quello parole inaspettate,

Ella se ne accorse, e continuò:

—Io so tutto, Manfredo, e da lei stessa lo so. Ieri sera, avendo ella saputo, non so come, ch'io era colla contessa, per gli orti che congiungono il palazzo dei Beroaldo col suo, di nascosto di suo padre e con grandissimo suo pericolo, come mi disse poi, entrò nelle stanze della contessa per parlare a me, e le parole e gli atti di quella fanciulla furono così ingenui e sinceri, ch'io dovetti abbracciarla e baciarla come se fosse mia, e l'amo adesso come amo te.

Il Palavicino, sentendo sua madre a parlare in tal modo della Bentivoglio, si sentì agitato da una tenerezza e da una gratitudine così viva per quella donna, che si mise a guardarla estatico, quasi fosse una cosa straordinaria, una cosa santa, e non trovava una parola per rispondere.

—Non avendo dunque il modo di parlare a te stesso, continuava la madre, appena seppe ch'io era dalla contessa, come dicevo, e riponendo ogni fiducia in me sola, quella povera tribolata venne a raccontarmi l'improvvisa sua sventura…. bisogna dunque che tu non esca di città, che tu rimanga qui domani…. il padre le fa forza, e tu devi conoscerlo, ed ella è costretta a delle nozze abborrite…. e l'uomo che la deve sposare è già qui. Egli è dunque anche per questo, anzi per questo particolarmente che sono venuta da te stamattina.

Il Manfredo, a tali parole, non fece un movimento, soltanto guardava in viso a sua madre, attonito, soltanto le labbra gli tremavano visibilmente.

—Ella mi raccontò in fretta ogni cosa, chè il tempo le mancava, e tremava di paura. Mi disse che sperava nel tuo aiuto, che sola, non gli basta l'animo a nulla, e teme il padre. Vedi dunque che il bisogno stringe, e che si vuole soccorrerla. Quando mi disse chi era l'uomo che ha da sposarla, io temetti volesse morirmi tra le braccia, tanto le fa orrore quel tetro uomo del Buglione.

A questo nome parve che al giovane si scomponessero le fattezze in un tratto, pure continuava a guardar la madre con occhi spaventati e mille parole gli vennero in furia sul labbro, ma il labbro gli balbutì e gli fu impossibile di parlare. Pareva come oppresso da qualche cosa che avesse chiusa dentro di sè, e volesse prorompere con violenza e non trovasse la via…. scoppiò finalmente quasi in un grido…. e si cacciò ambidue le mani fra i capegli, con quell'atto disperato che fa l'uomo quando gli entra l'orribile persuasione che per lui non v'è più scampo.

La madre intanto lo guardava spaventata, e giacchè prima d'entrargli in camera aveva pensato non manifestargli subito quella trista novella, e solo l'aveva fatto quando s'accorse che in altro modo non le sarebbe riuscito vincere la sua ostinazione e trattenerlo in città, ora quasi se ne pentiva, ed era tutta contristata, e pensava al miglior modo di placare quell'ira e quel dolore…. ma quel dolore proruppe:

—Dunque è vero, uscì a dire Manfredo con un accento in cui l'ira sentivasi già soverchiata dall'accoramento, dalla tenerezza, da quell'affanno che ha bisogno di stemprarsi in lagrime…. è dunque vero che l'uomo osceno s'è ancora aggrappato all'orlo del suo sepolcro e n'è uscito vivo, ancor vivo…. per la rovina mia…. per la disperazione di quella povera sfortunata fanciulla…

E passeggiava a gran passi prendendosi le vesti, contorcendosi le mani, mandando gemiti interrotti, come se un acuto, insopportabile tormento gli serpeggiasse nelle carni, non gli concedesse requie. La madre allora gli si accostò, e con una grazia sollecita e piena d'affetto gli pose una mano sulla spalla:

—Manfredo, disse poi, le cose non sono al punto che tu debba disperarti così…. non v'è nulla ancora di perduto,… io venni ad avvisarti di ciò appunto, perchè spero, perchè voglio veder felici te e quella povera fanciulla…. e in ogni modo, io farò quello che a nessuno non darà mai l'animo di fare…. spera….

Il giovane si fermò, tutto commosso di gratitudine e tenerezza, e a quelle provvide parole, lo spasimo che gli era derivato da un'orribile certezza, tornò a stemprarsi nelle oscillazioni del desiderio e della speranza.

Cessò l'ira, cessò l'orrore; solo rimase l'affetto per sua madre e per la fanciulla, il quale ora appunto ch'era nato quell'ostacolo crebbe a tal punto, che la stessa tenerezza gli generò un altro spasimo, e tanto trasporto lo prese, che fu per gettarsi ad abbracciar le ginocchia di sua madre. I suoi caldi pensieri volavano allora dalla madre alla fanciulla con una vicenda fervorosa e continua.

E qui cominciò a non ricordarsi più nè dello Sforza, nè dei Francesi, nè della battaglia. Altro non vedeva innanzi a sè che quelle due care donne.

La madre che lo teneva abbracciato, standogli tanto in sul cuore che non uscisse al campo, e ancora dubitando, dopo qualche momento:

—E così, gli domandò, possiamo sperare che tu ci esaudisca? vorrai tu finalmente rimandar consolate me e quella fanciulla infelice?

Il giovane si scosse, fece un volto compunto: l'impeto di una passione inestimabile gli mise le parole sulle labbra.

—Oh non partirò, non partirò. State tranquilla, non partirò…. voi…. lascierete finalmente, e per sempre, quella infame casa dove vi si fanno patire le angosce dell'inferno. Abbandonerete il rigido inflessibile vecchio, e verrete con me…. e con quella sventurata fanciulla.

E alzando a gradi a gradi la voce come l'eccitava la commozione:

—Oh non speri d'averla, il Baglione. Rimanga nella sua dura e superba solitudine il padre, la fanciulla verrà con me, con me e con voi. Ce ne andremo insieme una volta, e per sempre, dove migliori destini ci guideranno. Io, lo giuro per l'anima mia, io non ho altri al mondo che voi due sole, e piuttosto che abbandonarvi, non so quel che farei, povere donne mie, non lo so!

Così dicendo, come spossato da quel convulso anfanamento, si gettò a sedere prendendo la mano di sua madre a farsela seder vicina, e appoggiandosi a lei e abbracciandola, per effetto dell'immaginazione infervorata dall'amore, gli pareva, sotto a quell'abbraccio di sentire e toccare anche la soave figura della Ginevra.

E, cosa strana e incredibile, quello zelo così costante in lui per le cose della città sua, per la causa degli Sforza, il cui vantaggio aveva sempre desiderato colla foga d'una passione, furono in quel punto rintuzzati e vinti da quella tenerezza casalinga, la quale or sembrava a lui la più desiderabile, la più santa fra tutte le umane cose, ed era maravigliato anch'esso che tutto il resto gli sembrasse ora così vacuo, e peggio; e incontrandosi coi pensieri, che scorrevano rapidissimi, in quella floscia ed effemminata figura del duca Massimiliano, non gli parve più cotanto sprezzabile, ed ora che il Baglione era venuto a rompere duramente la pace sua, vide che in quelle ingenui gioie di famiglia, in quelle pure corrispondenze d'amore e di pace, c'era una voluttà ed un incanto potentissimi a legare una volontà per sempre.

La madre intanto, ch'era venuta lì così conturbata, così priva di speranze, e adesso udiva quelle proteste e quelle parole piene di un amore così sviscerato, e tenevasi tanto sicura che il figlio suo non sarebbe già uscito al campo, quasi non ricordandosi più di che nuovo dolore era egli afflitto, godeva in quel momento di una gioia piena ed intera, e scorrendo col pensiero tutta la sua vita, non vi trovava un istante così felice come questo, e abbandonando la mano in quella del caro suo figlio, lasciava che la mente vagasse in una dolce contemplazione.

In quel punto, impallidendo affatto la fiamma della lampada che ardeva ancora sulla tavola, entrava nella camera da una finestrella su in alto, lasciata aperta, il primo raggio dell'alba a piovere una mesta luce su quel quadro attraente di matronale bellezza, di bellezza giovanile, su quel gruppo appassionato del più sviscerato amor materno, della più gentile venerazione figliale.

Ma in quel punto medesimo, per l'ampio silenzio non mai interrotto prima, s'udì, trasportato dall'aria, un suono grave e profondo di tocchi accelerati e continui…. dan dan dan dan dan…. campana a martello in duomo; poi di lì a poco, più libero, più aereo, più maestoso, un altro suono in quella cadenza medesima…. dan dan dan dan dan…. campana a martello a S. Ambrogio. Quindi gli stessi tocchi a S. Marco, ai monasteri, al'Annunziata; finalmente un martellamento generale di tutte le campane delle chiese di Milano, un vasto frastuono, un agitarsi in turbine sonoro di tutte le onde dell'aria.

Era l'avviso che davasi a que' cittadini che avesser voluto prender l'armi in quel dì ed aggregarsi alla numerosa truppa degli Svizzeri che a momenti dovevano uscir dal castello.

Il volto del Palavicino diventò rosso infuocato come bragia, poi quasi nel medesimo tempo, pallido, inferriato come la faccia d'un cadavere. La mano, con cui teneva stretta quella di sua madre gli tremò quasi per repentina paralisi.

Che accadeva in quel momento nell'anima sua? con che ordine fatale gli si disposero improvvisamente nel pensiero gli Sforza, i Francesi, la battaglia, le promesse, il dovere, i concittadini, i colleghi che l'aspettavano, i dieci di cui la sera prima era riuscito a cambiare i propositi, le proteste di amore, le promesse di rimanere fatte alla madre, della quale teneva la mano ancor stretta nella propria, la sua Ginevra, le preghiere di lei, il grave pericolo che le sovrastava.

E allora, quasi sentisse una fitta, una doglia acuta un tormento fisico, mandò, senza volerlo, senza nemmeno avvedersene, un'esclamazione così angosciosa, così disperata, che sua madre ne trasalì.

In quella, avendo rimbombato per tutta la città lo sparo delle artiglierie del castello, il Palavicino balzò in piedi con quella rapidità che ha una molla che scatta, si volse, s'accostò alla tavola, prese, si calcò la borgognata in testa… e a sua madre, che s'era alzata essa pure tutta convulsa, e a cui non osava nemmen guardare:

—Ahi non m'è possibile, gridò.

In quel grido c'era il tremito del singhiozzo accorato, l'asprezza dell'ira, l'accento della disperazione. Era una di quelle voci che ha l'uomo per manifestare tante e diverse passioni in una volta, e che non si possono tradurre in nessuna maniera.

E tentato allora un ultimo sforzo, e sempre senza mai guardare in viso a sua madre, quasi ne avesse timore e vergogna, si sciolse duramente da lei e fuggì, chiudendo l'uscio dietro a sè.

Pochi momenti dopo s'udì il galoppo serrato di due cavalli suonare sull'acciottolato della contrada.

La madre, tenuto dietro a quell'ingrato rumore, finchè si perdette affatto, se ne rimase come trasognata. Non sapeva credere a sè stessa, le pareva impossibile, dopo che s'era tenuta sicura di quanto desiderava con tanto ardore, ch'ella or si trovasse di nuovo in quella medesima angoscia con cui era venuta a supplicar suo figlio, e non sapeva uscire da quell'attonita sospensione, ma persuadendosi alfine di quel che era veramente, sentendo il sanguinoso contrasto tra la disperazione presente e la gioia d'un momento prima, pensando al vecchio marito, all'inflessibile padre di Manfredo che, con impazienza stava attendendo una risposta, e più che altro assalita dal timore, che il figlio suo fosse per morirgli quel dì stesso, ed ella non avesse a vederlo mai più, diede in uno schianto così procelloso di pianto che minacciava affogarla.

Entrava allora in quella camera, non sapendo ch'ella vi si trovasse ancora, un domestico del Palavicino per dar sesto ad alcune cose. La poveretta si fece forza, si asciugò gli occhi in fretta, procurò ricomporsi, ed uscì.

Appena discesa, se le fece incontro il vecchio servo, che l'aspettava da un pezzo sotto l'androne della porta.

Notò il buon vecchio, che era affezionatissimo alla signora, gli occhi ancor molli di pianto o il turbamento straordinario…. e preso da compassione, colla voce tremante e gli occhi quasi bagnati, le disse qualche parola per confortarla…. Ma a quell'atto e a quelle parole ella tornò a dare in un altro scoppio di pianto con un angore che le toglieva il respiro, e quando si adagiò nella paravereda e la cortina si stirò, si mise il fazzoletto agli occhi, e pianse dirottamente finchè si fermò innanzi al portone del vecchio palazzo Palavicino.

È probabile che il nostro lettore, uscito qualche volta dalla porta Romana, in una di quelle placide mattine di primavera, o d'autunno, così particolari al cielo di Lombardia, siasi recato tutto solo a quattro miglia dalla città, a visitare l'abbazia di Chiaravalle, ed è pure probabile che, entrato in quel breve orto, deserto e lugubre oggidì, che circonda la parte posteriore del tempio, piccolo, ma prezioso saggio dell'architettura portata dalle crociate, siasi fermato a lungo cogli occhi volti in su ad esaminare quella guglia alta, svelta, aerea, a trafori, elegantissima, intorno alla cui vetta, svolando a tondo gli uccelli interrompono dei loro dolci garriti l'universale silenzio; e qui sentendosi portato sulla via delle reminiscenze storiche, abbia ripensata la vita austera ed operosa di s. Bernardo, che fondò l'abbazia, le vicende e la caduta dei Torriani che qui furono seppelliti, il nome della Beatrice d'Este, la quale, venendo sposa a Galezzo Visconti, fu in questo luogo salutata dalla nobiltà milanese che le aveva mosso incontro espressamente, le sorti della Guglielmina Boema, di cui in prima si venerò il sepolcro con triduo festoso, poscia se ne sparsero le ceneri al vento facendosi le cose a proposito, tanto nel primo che nel secondo caso.

Ora nel giorno 15 settembre sul piano praticabile più alto di quella guglia, ad un'ora di giorno si vedevan fermi due uomini. Dell'uno luccicavano al sole gli ori e le gemme sulle ricche vesti, e dell'altro difficilmente si distingueva l'umile sottana di monaco cisterciense. Il silenzio in quell'ora, in quel giorno, non era nè generale, nè profondo come il solito, ma veniva interrotto da frequenti scoppi come di tuono, che percorrendo e agitando le regioni dell'aria veniva a morire in seno dell'abbazia. Intanto che i due dall'alto della guglia parevano immobili a guardare, alcuni conversi del monastero, raccolti in quel brolo, oggi così abbandonato e tetro, se ne stavano inchinati, accostando la testa a terra, come ad ascoltare qualche cosa che venisse di sotto.

Stando in fatti in quella postura, alle improvvise alterazioni del cupo rimbombo, che, quasi percorresse lo spazio sotterraneo, arrivava da sei miglia lontano sino a quel punto, si poteva quasi avere un sentore dei repentini movimenti de' cavalli e delle artiglieria trasportate, delle varie vicende della battaglia che si combatteva tra Marignano e San Donato, e que' buoni conversi da que' suoni così vaghi credevano infatti poter raccogliere qualche notizia. In quanto poi ai due che stavano sull'ultimo piano dell'aerea guglia, non contenti di quello scarso indizio, per la vastità della campagna dirizzavano lo sguardo fin dove poteva mai arrivare, e lo tenevano fisso a un punto dove brulicava uno sciame, quasi poteva dirsi, di lucenti insetti che si agitavano, rischiarati in quel momento da un nitidissimo sole di mattina. Era quello un corpo di riserva che stava sull'ale per accorrere in tempo, quando l'esercito Sforzesco si fosse trovato all'ultime strette.

L'uomo, principalmente, sulle cui vesti si vedevano luccicare le borchie d'oro, fissava lo sguardo a quel punto con quell'inquietudine, con quell'ansia, con quel turbamento, con cui un giuocatore sta aspettando il cadere del dado che gli darà la buona o la mala fortuna.

Ma quando all'orologio dell'abbazia scoccarono quattordici ore, e colui stanco dell'assidua attenzione, distolse un momento lo sguardo da quel luogo, non ebbe neppur tempo di ritornavelo, che quell'amasso lucente era già scomparso e non si vedeva più nulla.

—Reverendo abate, disse allora quel signore con un soprassalto d'alacrità che gli scintillava tra ciglio e ciglio. Gli Svizzeri son certo a mal partito; spero che la vittoria sarà pel re, e con un'affabilità eccessiva che non gli era punto abituale, strinse la mano del reverendo.

Detto e fatto questo, si appoggiò ancora al breve parapetto che interrompeva l'elegante traforo della guglia; e tornò a concentrarsi in sè, volgendo come per un moto macchinale uno sguardo disattento sulla campagna che gli si stendeva d'innanzi. Il suo aspetto a poco a poco era tornato alla grave ed inquieta attitudine di prima; quel primo bollore di speranza si era già raffreddato, i suoi pensieri avevan già cambiata direzione.

Del resto, era colui il magnifico Bentivoglio, lo scaduto signore diBologna, il padre della Ginevra.

Era uomo che già aveva varcato i sessant'anni, d'aspetto assai dignitoso e severo, e, più che severo, terribile. Pareva appartenesse a quella rigida stampa dell'epoca romana, con una faccia ampia, di forme grandeggianti, tutta ad angoli, con gran naso e gran mento, e nel complesso, qual potrebbe figurare uno scultore se mai volesse comporre un ideale di testa, adoperando le maschere di Seneca e di Bruto.

Parlava poco, rideva meno, pensava sempre. L'antichità del casato, il dominio della grande e ricca città che aveva perduto, i mezzi di ricuperarlo, erano gli assidui oggetti di quel suo pensare.

Sin dall'estremo scorcio del secolo decimoquinto, era stato per la prima volta assalito da quello spavento che, come epidemia, s'era impadronito di tutta quella folla di tiranni e tirannetti che padroneggiavano la media Italia, allorquando il Borgia aveva minacciato assoggettare a sè la Romagna tutta quanta, e non s'era fermato alle minacce. Sgombrato che fu, per l'improvvisa morte di papa Alessandro, quel tetro nuvolo che aveva oscurato l'orizzonte del suo potere, credè stornato ogni pericolo, e se ne tenne sicuro al tutto. Ma appena venne alla sedia pontificia Giulio Il, che non meno d'Alessandro e del Valentino bramava riconquistare alla Chiesa tutte le terre che già le erano appartenute, i timori gli si accrebbero assai più che prima, e nel 1506 ebbe infatti dal terribile Giulio perentoria intimazione di render Bologna, e minacce di fulmini spirituali e temporali in caso di rifiuto. Sicuro dell'ajuto dei sudditi, e più ancora delle promesse di Luigi XII, aveva risoluto sostenere l'assedio ch'era stato posto alla sua città; ma i sudditi non furono abbastanza valorosi, e il lealissimo Luigi, preso alle reti dal pontefice, col quale convenivagli acconciarsi, fece il suo comodo e lo tradì. Nella notte del 6 giugno di quell'anno, e fu gran ventura, potè fuggire dalla città, e raccolte quante ricchezze potè ammassare in quella dura stretta, ricevuto un salvacondotto da Chaumont, che comandava le truppe francesi, se ne venne a Milano coi due figli Annibale ed Ermete e colla Ginevra che allora poteva avere otto anni, e qui fermò la sua dimora. Non avendo in quel tempo a far nulla, ed essendo i due suoi figli già oltre l'adolescenza, a stornare i duri pensieri ed a fuggir tempo, si diede all'educazione della sua Ginevra. E mostrando la fanciulla tanto ingegno quanto è fuori dell'ordine di una donna, gli die' maestri di lettere, di disegno, di musica. Urceo era stato il primo maestro della fanciulla sin da quando erano a Bologna; in Milano fu affidata alle cure di Giovanni Filoteo, dottissimo uomo e buon poeta. Il Luino le aveva insegnato i principj del disegno, e uno Scandiano Monteverde, maestro nel conservatorio di musica fondato da Lodovico il Moro, e che fu il primo di tutt'Europa, gli apprese il canto e il suono della lira, genere di strumento che allora era in grandissima voga, per esserne stato suonatore insigne il mirabile Leonardo.

Recatosi poscia a Ferrara, dove aveva molti possedimenti, i soli con cui potesse mantenere il decoro principesco della famiglia, aveva ottenuto che Lodovico Ariosto contribuisse pure alla maggior educazione della figlia, la quale seppe rispondere così bene ai desiderj paterni che, non ancora uscita dell'adolescenza, destava la meraviglia in quanti ravvicinavano.

Intorno a quel tempo ricuperò Bologna, ma, come sappiamo, nel 1512, spodestato ancora di quel dominio, e con minori speranze di ricuperarlo, di nuovo ritornò a Milano. Vi ritornò colla sola Ginevra, avendo i due figli Annibale ed Ermete seguito l'esercito francese.

Nella fanciulla, in quel lasso di tempo, colle doti dell'ingegno s'era venuta sviluppando una bellezza di forme straordinaria, alla quale dava assai prezzo una leggiera tinta di quella severa maestà paterna, che ai giovani che la vedevano comandava l'ammirazione, senza far tacere l'amore. Non è a dire con quanta compiacenza lo scaduto signore di Bologna vedesse quella sua figlia, come ringraziasse la fortuna d'averla fatta nascere nella sua casa. Nè già l'amor paterno soltanto generava quella compiacenza, ma un'altra causa assai meno tenera e molto più forte, la grandezza della casa, il desiderio di ricuperare i suoi Stati, Qual signore di Bologna, egli aveva sperato, facendone fondamento sui pregi della figlia, ch'ella potesse venir chiesta in isposa da qualche principe regnante o d'Italia, o di Francia, coll'ajuto dei quali farsi forte, e riavere i propri dominj; quella sua figlia dunque era l'unico oggetto delle sue cure e dell'amor suo; ma in quest'amore v'era qualche cosa di geloso, di tormentoso, di pesante. In tanti anni di dimora in Milano non le avea mai concesso s'abbandonasse in dimestichezza colle fanciulle di altre nobili famiglie; neppure una volta lasciò ch'ella uscisse a piedi di palazzo; temeva quasi che l'atmosfera delle contrade, dove si confondevano le esalazioni plebee, potessero mai recare qualche offesa alla nobiltà della figlia.

Quando Milano era sotto il dominio francese, non aveva mai frequentato che il palazzo e la conversazione del governatore, dove la Ginevra fu più d'una volta l'oggetto dell'ammirazione generale, e quando ritornarono gli Sforza, qualche volta si recava alle feste del duca. Nella propria casa non concedeva accesso che alle più cospicue e antiche famiglie di Milano, con un riserbo però, con un cerimoniale, con un'etichetta, che poteva anche promovere la nausea. Qual signore, benchè scaduto, d'un ampio stato in Italia, egli pensava che in tutta Milano non v'era alcuno che potesse stargli a paro, nè di nulla era più curante che di far spiccare e rispettare codesto primato. Il titolo di magnifico signore, era il solo che lo mettesse di lieto umore, che gli facesse distender le rughe della calva sua fronte. Di null'altro era più tenero che dei propri titoli, di nessun'altra cosa prendeva passatempo che della lettura della storia del proprio casato e della sua Bologna. Dal momento che gli era sfuggito di mano il potere reale, cominciò a vagheggiare con un amore ardente, geloso, permaloso, le immaginarie prerogative della nobiltà. Molte volte avveniva, che trovandosi a far qualche parola con taluno dei signori milanesi che non appartenessero al più squisito patriziato, una loro parola non abbastanza misurata, un atto, un gesto troppo confidenziale, al quale per inavvertenza si lasciassero andare, una stretta di mano datagli senza pensar molto alla diversa inquartatura dello stemma, qualche cosa insomma che gli potesse far sospettare avesse voluto quel tale o porsi al livello di lui, o abbassar lui al livello suo, bastava di tratto a mettergli i dispetti nel sangue, a farlo di improvviso diventar cupo, accigliato, inquietissimo.

E coloro che avessero voluto spiegare quei repentinimali umori, potevano benissimo darne causa o al mal di capo, o al dolor di denti, o ai reumatismi, ma non mai a quel che era veramente, perchè quel signore talvolta faceva poi anche l'affabile e il liberale, nè tutti erano così acuti da tener nota delle occasioni in cui lo faceva, nè sapevano accorgersi che anche allorquando dava cortesi parole a chi era da meno di lui, procurava tuttavia, nel mezzo della folla, di tenersi alto di tutta la testa appoggiato ai trampoli del suo grado.

Chi tiene fra le mani la verga del comando ed è ancor ricco di potenza fisica, vedendo in che e in quanto avvantaggia gli altri, il concetto che può aver di sè stesso non trascende giammai i limiti, perchè la realtà gliene dà la giusta misura. Ma chi, invece, non ha altro al mondo che quel fluido imponderabile, il quale vien detto nobiltà, non potendo sapere quel ch'ella sia precisamente, ajutato dall'imaginazione le attacca quel valore che più gli piace, e col superbo fantasticare va tanto innanzi che gli riescono angusti i più estesi confini.

Chi scrive conosce un tale della costola d'Adamo, uomo del resto di molto ingegno e di miglior coltura, e, come parve a taluno, anche di assai buon senso, il quale tiene per fermo che i patrizi sieno, nella grande catena, d'un bel tratto più presso a Dio che non il resto del genere umano; assunto che si affanna a dimostrare con una convinzione veramente prodigiosa, e, quel che più fa maraviglia, senza che il vino gli abbia dato alla testa.

Ora, tornando al Bentivoglio, era verissimo quanto di lui aveva saputo il Morone da quel tal Marsiglio di Lodi. Verissimo che essendogli giunto a notizia l'arrivo del Baglione (il quale, a gratificarsi i Francesi, avea seco condotto cinquecento lance per aggregarle all'esercito del re, e intanto aveva posto gli alloggiamenti a Lodi) tosto erasi colà recato a visitarlo.

Sebbene egli avesse trovato il Baglione invecchiato ed orrido da far paura, tuttavia avea subito tentato riannodare il filo che, tre anni prima, era stato mal suo grado spezzato. Come il lettore ben sa, era il Baglione tra' più facoltosi e potenti signori della Romagna, e per l'ajuto di Francia, era possibile avesse a salire più alto ancora, e il Bentivoglio, per quanto cogli ambiziosi desiderj girasse lo sguardo fra tutte le teste coronate d'Italia e fuori, non avea però mai trovato un personaggio migliore del Baglione con cui collocare la propria figlia, e collocarla in modo, che potesse esser d'ajuto a lui medesimo. Però, quando Giampaolo era stato improvvisamente assalito da quei mali che in tutti gl'Italiani aveva indotto la speranza, anzi la certezza, fosse per morirne in breve, egli si tenne perduto, vedendosi tolto un così valido mezzo a ricostruire lo scrollato edifizio; per questo è facile immaginarsi il contento di lui, allorchè, fatte quattro parole col Baglione, tosto comprese esser colui ancor pronto a sposare la Ginevra, benchè gli avesse posto una condizione.

—Aspettate si spieghi la fortuna di Francia, aveagli detto il signore di Perugia, aspettate che s'abbia a conoscere in quanti piedi d'acqua siamo noi, e allora la discorreremo. Domani o dopo si verrà ad una decisiva giornata. Domani o dopo quel che avrà a stabilirsi fra noi sarà stabilito. Del resto, io sto qui e non mi muovo, le mie lancie son condotte da Orazio, e se venni qua in persona io stesso, è perchè ho bisogno di tener quattro parole col re. Sto attendendo anch'io con impazienza quel che sarà per uscire da tutto ciò, ma spero bene. Ho una gran sete, caro mio, e mi conviene patire l'arsura finchè non vegga recisi gli unghioni di leone da questo ragazzo di re. Tengo nella stía della mia Perugia ad ingrassare, tre capi di pollame ai quali tireremo il collo quandochesia; un protonotario che ci ha tradito, un vescovino che s'impacciò di battaglie, un cardinale che si balocca colle daghe, le misericordie e gli schioppetti. Se dunque i Francesi si comporteranno bene, il papa farà cantare il miserere per tutt'e tre, e non avrò più un timore al mondo di lui. Allora venite qui, e senz'attender altro, qualche cosa si farà. La vostra figlia mi piace e la sento lodata da tutti, e, in quanto a me, sebbene allorchè spira tramontana mi vengano ancora certe doglie acute, pure qualche bollitura di gioventù me la sento ancora fra le vene.

A queste parole, sentitosi tutto confortare, il Bentivoglio era ritornato a Milano per preparare la figlia a quelle nozze che dovean essere imminenti; e in quel modo che tre anni prima s'era mostrato così insensibile ai pianti disperati della unica sua figliuola, lo fu anche in codesta occasione, e più ancora. Eppure s'ella gli fosse morta allora se ne sarebbe rimasto fortemente addolorato per tanta sventura, e avrebbe sparse lagrime abbondanti e sincere; ma trattandosi di ricuperare Bologna ogni fonte di pietà veniva essiccandosi in lui, e del resto, a spiegare i fenomeni dell'ambizione e' è unassortimentodi sentenze l'una più decrepita dell'altra.

Dal dipendere adunque le nozze di sua figlia dall'esito della battaglia, è spiegata la cupa inquietudine del Bentivoglio in questa mattina del 15 settembre. Appena i cinquantamila svizzeri erano usciti di Milano e li seppe arrivati tra S. Donato e Marignano, anche egli tosto uscì della città, e si recò in un suo palazzotto ove si ritraea assai spesso quando, infastidito della fastosa ricchezza dei numerosi patrizj milanesi, che non parevano far di lui quella stima ch'egli pretendeva, aveva bisogno per dimenticare il fastidioso spettacolo della città, della solitudine e del silenzio d'un luogo dove nessuno potesse contrastargli il primato, e a lui fosse lecito di reputarsi quel che meglio gli fosse piaciuto. S'era poi scelto a dimora un luogo vicino all'abbazia di Chiaravalle perchè gli piaceva intertenersi col reverendo abate che già aveva conosciuto sino dal 1504 a Bologna, nella quaresima del qual anno aveva colui predicato in San Petronio con straordinario concorso di tutta la città. Più cose poi aveva stabilito il Bentivoglio dopo l'abboccamento avuto col signore di Perugia, l'una, che il reverendo abate di Chiaravalle fosse colui che benedisse gli sponsali, l'altra che non doveva correre più d'un giorno dopo l'esito della battaglia senza che le nozze fossero già strette, la terza che non sarebbe entrato in Milano prima che ad ogni cosa fosse dato compimento, e gli sposi con gran pompa facessero il loro ingresso in Milano intanto che vi si rimetteva il governo francese. Siccome però di codeste cose, per quanto esso fosse intestato di volerle assolutamente, pure poteva benissimo darsi il caso che non ne avvenisse neppur una, così contrastavano e cozzavano nella sua testa molti pensieri in quel mattino, e le ore che aveva trascorse sulla guglia dell'abbazia furon certo delle più tormentose della sua vita.

Stato adunque per qualche tempo appoggiato al parapetto della guglia, e incessantemente perturbato dalla tormentosa vicenda dei dubbj e delle speranze, al sentire le onde dell'aria sempre più agitate dagli scoppj continuati dei cannoni e delle artiglierie:

—Oh fossi anch'io colà, uscì a dire con impeto. Codesto sole cocente, che da tre ore mi batte sul capo, mi abbrucia più d'un razzo d'artiglieria. E non so nulla di quel che avviene a sì breve distanza da me, e tanto si aveva a rimanere sotto coltre.

—Fra breve ci sarà ben nota ogni cosa, rispondeva l'abate.

—Volesse Iddio che vincesse il re.

—Io l'ho pregato perchè volesse il meglio. E tornarono a tacere, e un'altr'ora misurò la sfera dell'orologio dell'abbazia, senza che essi mai rompessero il cogitabondo silenzio.

Questo capitolo doveva esser tutto occupato da una lunga descrizione della battaglia di Marignano fatta con tutte le regole richieste dai precettisti, ed anzi, avendo avuto l'autore il valido ajuto d'un professore di rettorica, già amico del benemerito Elia Giardini, si poteva esser certi che a quella descrizione non sarebbe mancato una virgola. Ma una combinazione che potrebbe dirsi fatale ha fatto sì, che i fogli che la contenevano andassero smarriti, non si sa come. Dopo aver fatte le più diligenti ricerche, e sempre invano, trovandosi l'autore nell'odiosa necessità di rifare il suo lavoro, e sentendosi venir la bruttura, non solo ha pensato di ommettere la descrizione, e di chieder perdono dell'omissione, ma sì anche, per suo conforto, s'è affannato a persuadersi sia stata quasi una fortuna il non averli trovati, per due buone ragioni: l'una, che in faccia all'arte, supposto che si duri nell'ostinazione di non vedere che l'arte nuda in un romanzo, una descrizione di battaglia, è tal cosa, che oggidì potrebbe far venire la muffa al naso quand'anche uno vi recasse l'abilità di Omero; l'altra che, in faccia alla storia, le cause che producono una battaglia, e i risultati che ne emergono, sarebbero le sole cose indispensabili a conoscersi; nel caso nostro poi non importa gran fatto il sapere, che Francesco abbia dormito su un cannone nell'intervallo della mischia, che il maresciallo Trivulzio abbia fatto dar l'acqua alla campagna ed inzaccherate le gambe dei poveri svizzeri, ch'egli stesso, per salvare un suo paggio, abbia corso imminente pericolo della vita, che il re Francesco abbia combattuto come un leone, cosa che del resto abbiam veduto fare a molti fatui nerboruti, in cui l'acquavite teneva luogo di coraggio e di virtù; che il Palavicino abbia fatto tutto quanto può fare un uomo; che sul campo sien restati seimila morti, e una quantità innumerabile di feriti, che in fine il Trivulzio l'abbia qualificata battaglia di giganti. La notizia che ci preme veramente, e che veramente ci addolora, è quella che gli Sforzeschi rimasero sotto, e che re Francesco per quella battaglia fu padrone del Milanese.

Considerando poi che ci resta a percorrere un lungo, disastroso e intricato cammino, ci accorgiamo adesso che fu un vantaggio non disprezzabile l'aver potuto dilungarci dalla strada maestra e prendere per una tale scorciatoja.


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