Dopo due ore d'attenzione, un acuto squillo ferì l'orecchio delBentivoglio.
—Illustrissimo, disse allora l'abate, possiamo discendere, questo è il messo senza altro.
—Ho fiducia che costui mi debba recare la buona nuova, disse ilBentivoglio.
Lo squillo tornò a farsi udire vicinissimo, e allora discesero. Non avevano posto il piede sul primo piano di quella scala che mette nella chiesa, che ai ripetuti squilli della tromba, e allo scalpito incalzato d'un cavallo, tutti si ridestarono gli echi dell'abbazia.
Il magnifico Bentivoglio e l'abate uscirono di chiesa in quella che il messo a tutta corsa entrava nel cortile che la ricingeva, ed entrava gridando: che gli sforzeschi erano stati sconfitti.
Fu questo uno tra' più felici momenti della vita del Bentivoglio, il quale, con due suoi uomini, subito salì a cavallo e, senza attender altro, si recò a Lodi; avendo lasciato una buona scorta di servi e di villeggiani al palazzo dov'era la sua Ginevra, perchè stessero in guardia, se per caso vi capitasse qualche drappello di soldati francesi.
Intanto che il Bentivoglio viaggiava verso Lodi, molte cose avvenivano altrove.
In una fuga disordinata e disastrosa tornavano a sparpagliati drappelli verso Milano gli svizzeri e tutti coloro che avean preso parte nella battaglia contro il re di Francia. Sulla strada fuori della porta Romana moveva una gran moltitudine di cittadini contro i poveri malcapitati che ritornavano. Era un brulicame di gente infinita; un ire e redire; un parlare in confuso; un aggrupparsi disordinato intorno a qualche soldato, che tornava spossato e rotto dalla fatica, per udire notizie più distinte di quelle che avevano recate i corrieri della città. E come la sfilata degli Svizzeri malconci, luridi, pesti, insanguinati, inzaccherati di melma e di fanghiglia per quel brutto giuoco che il Trivulzio aveva lor fatto, cominciò ad entrare nella città, i buoni milanesi, dimentichi delle esorbitanti somme che loro eran costati que' mercenarj, e commossi a pietà del loro presente squallore, accorrevano, come lasciò scritto il nostro Burigozzo, con vino, con pane, e con altri soccorsi, ad alleggerir loro la sventura toccata.
Fra i molti che non erano rimasti sul campo, e fra i pochi reduci a cui non era toccata una ferita abbiamo pure alcuni personaggi di nostra conoscenza, tra' quali, se non tutti, i sei almeno dei dieci che erano stati così largamente soccorsi dal Palavicino.
Dal campo erano essi tornati assieme, lamentando gli altri che feriti non avevano potuto muoversi.
A quel giovane che noi conosciamo per quell'appellativo un po' disonorevole d'indebitato, si fece incontro sulla strada Romana, un uomo in sui quarant'anni, il quale, a molti tratti del viso e della persona, che aveva somiglianti con lui, non si poteva sbagliare dicendo ch'era fratello, o qualche cosa di simile. Quest'uomo dunque che, per disgrazia aveva comune con lui anche le poco splendide vesti, appena il vide fattagli una festa cordiale:
—E così, gli disse; come ti sei comportato Omobono, e la fortuna come s'è comportata con te?
—Benissimo l'uno e l'altra, Elia, per quanto riguarda me solo, ma è pur sempre vero che i nostri godimenti non hanno ad essere intieri. Tu già hai indovinato…
—È forse morto il marchese?
—No, il buon Dio l'ha voluto conservare ancor vivo, ma è in terra ferito; ora se ne sta tra le mani d'uno di que' chirurghi scortichini dell'esercito. Ma io vengo in fretta a cercare di qualcheduno de' nostri perchè la cura abbia ad essere e più sicura e più spiccia, sapresti tu dove potrei dare del capo, così in sul subito?
—Di medici e chirurghi non c'è penuria qui… ma se tu vuoi un uomo, cerca di messer Lucio Cardano, che sta in piazza… Ma è così grave il pericolo?
—Tanto grave, vorrei credere di no, ma si sa mai quello che può succedere, e siccome per un certo intrigo, che ti dirò poi, quel povero giovane è più malato d'animo che di corpo, e quando l'ho lasciato dava in deliri e in pianti che faceva pietà, così potrebbe una cosa far danno all'altra, e allora… e allora ti dico che vorrei essere in terra io stesso con una buona ferita, piuttosto che lui, e se questo cambio si potesse fare, lo farei di gran voglia, perchè è mio dovere.
Così parlando tra loro, se ne vennero in piazza a cercare di quel tal chirurgo.
In mezzo a tanta farragine di cose, fra tanto scompiglio di fatti, in così assiduo accozzamento di notizie, in tanta aspettazione di novità, i buoni Milanesi trovarono pure il tempo di prendersi pensiero anche degli avvenimenti minuti. Così presto circolò la notizia, che il marchese Palavicino era ferito, e con quella l'altra notizia, che la figlia del magnifico Bentivoglio avrebbe sposato il signore di Perugia, il quale insieme ai Francesi sarebbe esso pure venuto a Milano; due notizie che, quantunque abbiano un così stretto nesso nella nostra e nella mente dei lettori, pure non ne avevano alcuno nella mente de' Milanesi che ignoravano quello che noi ora sappiamo. Ma quelle due notizie, prima ancora che al popolo, erano pur giunte all'orecchio degli Sforza e del Morone, il quale ne sapeva più di quello che ne sappiam noi certamente. Però, appena seppe della sconfitta, dopo aver disposto più fermamente quello che, in suo segreto aveva già pensato prima della giornata campale per ciò che riguardasse gl'interessi dei due Sforza e, più che tutto, il bene della città, gli rimase qualche tempo di pensare anche a quei due fatti così minuti, (se si confrontino colla immensa farragine della cosa pubblica), che risguardavano la Ginevra e il Palavicino.
Aderendo strettamente a quanto aveva già manifestato al duca di Bari Francesco Sforza, la sua intenzione era quella di mandare a vuoto quel matrimonio, ma siccome tanto il Bentivoglio, che il Baglione stavano con Francia, e questa che oramai era padrona del Milanese, non avrebbe comportato fosse lor fatto il menomo sopruso, così il Morone non volevasi prendere apertamente sopra di sè un affare di tanta importanza, e tale che avrebbe potuto esser causa dell'estremo suo danno, e mandare in un fascio in una volta tutto il lavoro a cui da tanti anni attendeva con tanta fatica, con tanta astuzia, con tanto senno. Il fine del Morone fu sempre quello di giovare al proprio paese, del cui bene era tenerissimo, e chi scrive, non fu mai così persuaso di nessuna cosa al mondo, come di questa; ma esaminando attentamente ogni suo atto, vedesi chiaro ch'egli voleva condurre le cose in modo da non averne a scapitare lui stesso, e in qualunque mandibola fosse poi caduta questa bell'ala di pollo della Lombardia, comportarsi di maniera da pescar chiaro nell'acqua torbida; come tutti gli uomini di genio, ambiva l'ottima stima dell'universale e non era indifferente alle nuvole dorate della gloria; ma con tutto ciò la palma del martirio non aveva per lui neppure una mediocre attrattiva, nè mai sarebbesi indotto per lei ad accelerare d'un tratto la sua corsa. Da ciò forse derivò quella farragine d'opinioni così controverse sul conto di questo celebre personaggio, e ch'altri gli abbia fatto il torto di reputarlo indifferente al bene del proprio paese e ligio in tutto alla Francia.
Fin dal primo momento adunque che gli era balenato il pensiero in mente di stornare le nozze del Baglione colla Ginevra, parendo a lui che questo fatto assumesse un'importanza più grave di quella che altri potesse mai credere, sempre aveva pensato al modo di collocare le pedine sulla tavola reale, senza che apparisse che la mano che giocava fosse la sua. Di presente poi, che i Francesi erano entrati in Milano trionfalmente, che le sorti s'eran profferte interamente a loro, e alla causa Sforzesca più non rimaneva che un barlume, ma ben fioco e assai lontano, nella persona del duca di Bari, e che tra i due tiranni della Romagna e la Francia v'era un'amicizia molto tenace, comprese che il suo disegno era assai difficile a colorirsi, e più ch'altro, stringendo il tempo, aveva bisogno di un colpo risoluto. Per ciò, dopo esser stato più volte tentato di abbandonare al tutto quell'impresa, mise finalmente gli occhi addosso a un certo tale che aveva conosciuto qualche anno prima, e nascondendo sè stesso nell'ombra, pensò valersi dell'opera di colui.
Il giorno dopo, che era il 16 di settembre, chiamò l'uomo di camera, il quale da molto tempo gli era fidatissimo.
—Ti ricordi, gli disse, di quel tale che, faranno tre anni adesso, sedeva fra gli scribari dell'ufficio fiscale e che, per più mesi, venne a prestarmi aiuto nel mio gabinetto privato?
—Mi ricordo benissimo.
—Dal giorno che l'ho licenziato per non occorrermi più l'opera sua, non mi venne mai più veduto. Ma ora avrei bisogno di lui. Sapresti tu dove andarlo a trovare?
—L'anno passato so che abitava in Vettabbia al numero 35. Era un bugigattolo a livello della fossa, dove le lavandaie vanno a fare il bucato. Ma vossignoria sa bene, che in un anno può aver cambiato più di dieci e più di dodici alloggi, chè i proprietarii delle case non hanno mai avuto la consolazione di lodarsi della sua puntualità nel pagar le mesate; del resto, chi volesse fare il giro delle osterie dove c'è il vino migliore e il più bravo cuoco, non sarei lontano dal credere che tosto lo troverebbe. Adesso poi che ci penso, tre anni fa bazzicava alPomo d'Eva, dove si è sempre bevuto il più buonorecente, e non è improbabile che vi pratichi anche oggidì, perchè qui poi paga bene, e i lamenti dell'affittuario vanno in tanta lode nella bocca dell'oste. Se dunque vostra signoria crede, vò alPomo d'Eva, e lo conduco qui.
—Va dunque, e fruga sin che lo trovi, e conducilo da me subito.
L'uomo di camera obbedì. Il Morone stette intanto ad almanaccare intorno al miglior modo di far fruttar l'opera del nuovo personaggio che aveva mandato a cercare.
Noi abbiam già avuto occasione di conoscere un tal uomo, quando il di della sconfitta degli Sforzeschi, si fece incontro al suo fratello Omobono. Esso chiamavasi Elia Corvino, ed ora che il Morone sta aspettandolo terremo di lui qualche parola, che forse tornerà utile a qualcosa.
Figlio d'un negoziante di pannilani che, a un certo punto della carriera commerciale, si era trovato aver messa insieme una somma ragguardevole di denaro, era stato assai signorilmente educato, e messo allo studio di Padova per impararvi giurisprudenza, ove il lettore di diritto, il quale, oltre ad essere versatissimo nella sua scienza, era un conoscitore molto esperto delle facoltà intellettuali de' giovani affidatigli, aveva pronosticato gran cose di lui, qualora peraltro si fosse a tutto uomo dedicato a quello studio, e non si lasciasse allettar tanto, come dava indizio di voler fare, dai giocondi svagamenti della vita. Ma esso non era ancor licenziato dottore, che suo padre, morto di affanno in poco d'ora, in conseguenza d'un rovescio di fortuna tanto terribile quanto inaspettato, lasciò a lui, come a due altri suoi fratelli, un tenuissimo avere; di quelle somme spilorce che non bastando a mettere una solida base al ben essere d'un uomo, nè a dargli i mezzi a tentar con sicurezza un'utile professione, non servono ad altro che a mettergli nel sangue, specialmente se l'uomo è molto giovane, una tentazione morbosa di sparnazzare pel lungo e pel largo, e di porsi a fare il gran signore un anno, sei mesi almanco, tanto per libare tutto il bello, il buono, il saporito di codesta vita, e assorbire a un tratto così tutto il contagio del vivere ozioso e splendido, poco curanti del resto, se fra poco tempo la miseria, con tutto lo squallido corteggio de' suoi malori verrà a dar la fuga a quella folla di desiderj e di appetiti nati e cresciuti con prepotenza in quel velocissimo mezz'anno. Uno di que' fatali patrimonj, insomma, de' quali è certamente più desiderabile un colpo di apoplessia.
Impacciato adunque d'un simile patrimonio, il giovane Corvino, vivacissimo e prodigo per natura, lo consumò tutto d'un fiato, senza nemmeno lasciar tempo all'anno di finire, senza neppure averne fruito lui solo, chè ad alcuni amici suoi aveva fatto de' prestiti graziosi, equivalenti a donazioni. E così d'improvviso s'era trovato in quelle secche, che, veduto da lontano, non gli eran sembrate tanto lugubri. Capì allora che il tempo d'oziare, di godere, di scialare era finito, e che voler mangiar pane, conveniva darsi attorno in qualche modo. Ricordavasi così in digrosso del diritto romano, gli era rimasta qualche polvere in testa dei capitolari di Carlo Magno, delle decretali di Graziano, aveva un fioco barlume delle leggi statutarie, conosceva passabilmente la pratica forense, capì che per vivere conveniva prender le mosse per di lì.
L'elemento capitale e più energico che costituiva l'ingegno del Corvino, era un acume e una perspicacia di veduta straordinaria. Ora quell'acume, pel bisogno inesorabile, trasportato dalle speculazioni teoretiche alla pratica, diventò astuzia; quella perspicacia trasmutossi in mariuoleria. Aveva cominciato in prima a far lo scrivano di cose forensi, poi si provò ad assumere per conto proprio qualche scabroso impegno, di quelli che fan torcere il viso e crollare il capo ai notai ben provveduti di tabellionato, ed essendo anche dotato d'un'immaginazione feracissima di trovati, era riuscito a spuntarlo, epperò in poco tempo aveva potuto mettere insieme qualche denaro. Ma per disgrazia tornando a farsi sentire prepotentemente in lui quegli appetiti de' quali aveva fatto conoscenza in quel tempo di vita signorile, fu tentato di oziare per qualche poco ancora, e fece una ricaduta. È sentenza che circola nel ceto medico, che talvolta una ricaduta è più rovinosa del primo assalto medesimo del morbo, e parve che pel giovane Corvino fosse così di fatto. Gli fu mestieri tornare al lavoro e, per aiutarsi meglio, allargare il campo delle sue operazioni. S'attentò dunque di mettere un carato in più agenzie, tornò a infarinarsi di giurisprudenza, a studiare, a notomizzare la legge corrente per trovare il suo lato debole, ove potesse riuscir vittoriosa la frode, e giunse così ad essere un molto fecondo autore di ribalderie, l'una più ingegnosa dell'altra, che gli procacciarono in poco tempo una certa fama municipale. Si era parlato principalmente molto a lungo in Milano, di tre o quattro suoi fatti, che, malgrado la loro pravità erano stati accolti con applausi infiniti del pubblico. Non finivasi poi di magnificare l'acutezza, l'ardimento, la fortuna di un ultimo suo tentativo, pel quale eragli riuscito annullare un iniquo testamento, delle cui disposizioni gli eredi si erano tenuti assai sicuri. Di ciò lautamente compensato, ebbe la consolazione di poter immergersi per qualche tempo ancora negli ozi e nelle intemperanze predilette, sinchè tornò ad altri capolavori di prontezza e d'audacia, toccando quasi tutti i generi delloscamotaggio, combinando matrimoni avversati da mille ostacoli, rompendone altri voluti per forza, facendo passare per equo e legale una violenza, un sopruso, e sempre mescendo alle ribalderie alcun atto, che invece di provocar gli odi, destasse le simpatie. E bisogna notar qui di passaggio, che i dirigenti delle sue ribalderie, anche le più smaccate, non eran mai nè bassa perfidia, nè tetra scelleraggine, ma solo una special teoria di diritto naturale, della quale non fu mai traccia in nessun codice del globo. Che se per avventura il cuor suo, non angariato dalle urgenze del bisogno, si fosse adoperato in pro di qualcheduno, che avesse potuto internarsi ne' suoi segreti, lo avrebbe veduto galleggiar più libero sulla negra sozzura, nella quale, quando la fame gridava alto, era costretto sprofondarsi vergognoso e sdegnato di quel che gli toccava vedere senza poter parlare. Del resto quel galantuomo a lucidi intervalli, seppe talora commettere azioni così nobili, così generose, così dilicate, quali non sarebber forse venute in mente mai a nessun galantuomoin pianta stabile.
Tal'era codesto Elia Corvino, un complesso di qualità così poche omogenee che mal si potrebbero racchiudere in una definizione. Qualcosa peggio del mediatore non iscritto nella tabella dei mercanti, qualcosa meglio del computista del falso monetario, e che intanto ci compare qui improvviso a mostrare, che alcuni personaggi appartenenti a un secolo, che nel complesso ha un'impronta tutta propria, possono troppo bene somigliare a personaggi d'altri secoli e d'indole ben diversa.
Questo Elia Corvino, quando il Morone gli mise gli occhi addosso, poteva aver quarantanni d'età, e continuava gloriosamente il mestier suo; come aveva congetturato l'uomo di camera del Morone, aveva lasciato da gran tempo il suo bugigattolo al N.° 35, in Vettabbia, ed ora abitava al quinto piano di una stretta e lunga casupola, per giungere alla cui porta bisognava essere assai pratico di quell'imbrogliato labirinto di vicoletti, di tuguri, di catapecchie accostate ed addossate l'una all'altra, senz'ordine e senza logica, in quella parte di rione dove ora è situata l'osteria deiPopoloe dove anche oggi il lavoro dei secoli e della civiltà non pare che abbia fatto miracoli. Del resto, il luogo d'abitazione e l'acconciatura del vestito erano le due sole cose per le quali l'Elia Corvino sentiva un certo rimorso a mettere fuori danari, e quel suo abitacolo, più propriamente doveva chiamarsi covile, e le sue vesti, che soleva comperar già frustate, eran di foggia signorile bensì, ma unte, spelazzate e tignose. I suoi danari di lucro impuro, andavan a versarsi tutti quanti all'osteria delPomo d'Eva, la quale occupava il sito appunto dell'odierna delPopolo, motivo per cui erasi procurato un'abitazione che le fosse, ben vicina; e le mancie di lui, qui fioccavano a' famigli, e i polastrelli meglio ingrassati e purgati eran tenuti in serbo per messer Elia Corvino, al quale veniva qui prodigato il titolo di dottore. Oltre poi a codesti gusti, pe' quali non soleva guardarla pel sottile, aveva qualch'altra abitudine poco economica, e con assiduità soverchiamente peccaminosa, era veduto internarsi per gli oscuri angiporti e pei viottoli dove s'udivano le impure cantilene delle figlie di Pafo.
L'uomo di camera del Morone intanto, recatosi difilato all'osteria delPomo d'Eva, appena ebbe messo il piede nel primo salotto a terreno, la persona appunto che tosto gli cadde sott'occhio fu l'Elia Corvino, che seduto rimpetto all'uscio innanzi ad una tavola, non attendeva già in quel momento nè a mangiare nè a bere, ma in mezzo a quattro persone, con innanzi carta e calamaio, scriveva a furia come fosse sotto il dettame di un curiale, fermandosi di tanto in tanto a interrogare qualcuno de' quattro che gli stavano intorno estatici, e facenti le maraviglie ad ogni suo detto, e a metter tosto in carta le loro parole. Egli è da sapersi che l'osteria delPomo d'Evanon solo gli offriva la tavola per il pranzo, la cena e straordinari, ma in più d'un'occasione gli serviva di studio e d'aula per consulti, del che pagava l'oste, facendo all'occorrenza il suo patrocinatore officioso.
Ora, alzando la testa, l'Elia Corvino aveva veduto entrar l'uomo del cancellier Morone, e benissimo lo aveva conosciuto, di modo che, appena costui, salutandolo, gli fece intendere avergli a dir due parole, tosto congetturando fosse mandato espressamente dal Morone medesimo, ed essendo contento di ciò, depose la penna, s'alzò, disse a quei suor clienti;tornosubito, e s'avvicinò all'uom del Morone.
Questi lo trasse in un canto del salotto.
—Messere, gli disse, l'illustrissimo mio padrone ha bisogno di voi, e vorrebbe parlarvi quest'oggi medesimo.
—Ed io sono bell'e pronto ai comandi dell'illustrissimo, sol che vogliate aspettare un quarticello d'ora.
—Aspetto anche di più, e attendete pure a fare il vostro comodo, solo è bisogno che non passi quest'oggi.
—Benissimo. Lasciate or dunque ch'io sbrighi questi quattro bietoloni, che, senza colpa nè peccato, se io non li aiutassi adesso, berrebbero domani nella brocca del bargello. Se volete aspettarmi, aspettate, quando no, verrò solo dall'illustrissimo; fate quel che volete.
—V'aspetto qui, dunque, e solo badate a far presto.
Il Corvino tornò a sedersi, rinnovò certe interrogazioni, scrisse e scrisse per un quarto d'ora buonamente, poi fece un rotolo delle carte, lo consegnò ad uno de' quattro clienti, dicendo:
—Questo farà l'effetto, e stassera tornate da me qui. Del resto, seguite pure a far buonissime digestioni, chè il pericolo è stornato.
E senz'altre parole, accostatosi all'uom del Morone, indossò la palandrana e s'accompagnò con lui. Non avendo a far molti passi, in pochi momenti furono a palazzo, dove tosto entrarono.
Messo il piede in un'anticamera, l'uom del Morone disse al Corvino:
—-Aspettate qui un momento, che vado ad avvisarne sua signoria illustrissima.
Quasi nel medesimo tempo uscì a dirgli: entrasse tosto, che il signore l'aspettava.
Quando il Corvino entrò, il Morone stava passeggiando nel suo gabinetto; ma fermandosi allora di tratto, insieme all'affabile saluto volse a colui uno sguardo assai penetrativo e scrutante; la qual cosa fece pure il Corvino, ammiccando anch'esso in quel momento, certo senza avvedersene, con quello stringere dell'occhio destro che era un lezio abituale e caratteristico del cancellier Morone.
Ora si trovavano al cospetto l'un dell'altro due uomini, dotati di una così identica natura d'ingegno e originarie attitudini che a percorrere, se fosse mai stato possibile, con un sol colpo d'occhio, tutta l'innumerevole schiera dei viventi a quell'epoca, non ne sarebbero trovati altri due tanto simili fra loro. Ma per conoscere una tale somiglianza, era bisogno far lunghi preparativi in prima, occorreva collocarli nudi ambidue sulla tavola dell'analisi, trasportarli fuori delle contingenze sociali, farli rimontare all'era adamitica, vederli così come la natura aveali formati prima che le mille modificazioni d'una società artefatta, della classe, dell'educazione, della sorte, del tempo diversi, li avesser tramutati in gran parte. E anche senza tuttociò, bastava forse chiudere un occhio su quella differenza tanto scandalosa che interveniva tra il feltro spelazzato e tignoso d'Elia Corvino, e il magnifico robone di velluto damascato che indossava il Morone, e portarlo solo sul volto d'ambedue. Non già che la loro somiglianza fosse pari a quella di due gemelli; non trattavasi qui d'eguaglianza perfetta di contorni e di linee. Ma un fisionomo, a primo tratto guardandoli, senza pensarci due volte, avrebbe detto:—Qui, più che il leone, c'è la volpe, e non saprei chi dei due sopravvanzi l'altro.—E v'era de' momenti in cui anche le linee e i contorni s'armonizzavano egualmente in ambedue, per certi guizzamenti di muscoli repentini, per alcuni tratti e moti abituali tanto nell'uno che nell'altro, come s'è veduto. E per verità d'altro non era effetto che della varia fortuna, della varia classe, della diversa potenza fisica, se l'uno era un esemplare ed esperto ed acutissimo magistrato e uomo di Stato, il quale aveva fermata l'attenzione della canuta esperienza del re Luigi, e avea piena Italia del suo bel nome, nel mentre che l'altro era un oggetto di contrabbando, un'esistenza morbosa, uno scarto della società, una cosa che forse potea far la sua figura a lume di candela, ma che non bastava a sopportare la chiara luce del sole. Certo, le due psichi, che stavano ascose nell'involucro di que' due corpi, erano state, originariamente, di una stessa natura, d'una forza medesima, d'una medesima bellezza; se non che l'una giovata, da mille combinazioni, aveva potuto crescere sempre più florida, dignitosa, potente; l'altra invece, intristita dagli assidui miasmi d'una esistenza corrotta, aveva perduta la bellezza originaria.
Vogliamo sperare che nessuno vorrà sdegnarsi con noi se osiamo istituir confronti qui fra l'illustre, che ha tanti diritti alla stima de' posteri, e un uomo qual era Elia Corvino. Ma possiamo assicurare non se ne sdegnerebbe neppure lo stesso cancellier Morone, giacchè, colla scorta del suo mirabile acume, tosto prenderebbe la cosa pel suo verso. Ora, tirando innanzi intrepidamente, si potrebbe dire che se quelle due creature, il Morone e il Corvino, si fosser potuto, a così dire, tramutare in cuna, e il figlio del mercante plebeo, fosse stato posto al luogo del fanciullo del gentiluomo, il dialogo che in oggi sta per succedere sarebbe forse successo egualmente; ma il Corvino, avvolto nel suo robone di damasco, avrebbe fatto domandare il Morone, e questo tutto cencioso se ne starebbe ad attender gli ordini e a coglier la parola al volo del nobile magistrato.
Ed era veramente il caso di coglier la parola al volo, perchè il Morone avrebbe voluto bensì che il Corvino si fosse preso sopra di sè l'assunto di stornare in qualche bel modo le nozze del Baglione colla Ginevra; ma esso non gliene avrebbe mai data espressa commissione.—Era collocato troppo in alto perchè gli sguardi non avessero a cadere su lui, e troppo gli premeva l'integrità della fama e la sicurezza propria.—L'astuto potente s'era guardato attorno ben bene per trovare a chi potesse far procura, ma siccome, poteva ancora darsi il caso di compromettersi, così il Morone pensava al modo di poter essere inteso, se fosse stato possibile, senza parlare nemmeno.
—E così, come va, messere? chiese finalmente al Corvino, tanto per dare un avviamento al discorso.
—Potrebbe andar meglio, e potrebbe andar peggio, rispose l'Elia, stiamo così fra zenit e nadir.
—E in quanto a faccende, come si mette la fortuna?
—Nel mese ch'è passato, adesso il collegio dei dottori ebbe un bell'affaccendarsi lui per dar corso a tutto quanto io venni manipolando in fretta e in furia in meno di quindici dì, ma il settembre che si avanza non pare abbia a portare con sè gran benedizione.
—E così, che pensate di fare?
—Pensavo che s'io mi dessi a sgranare i grappoli di villa Cortese, giacchè la stagione è da ciò, farei forse molto meglio le cose mie in questo settembre. Tuttavia non dò un lamento, perchè negli ultimi dì mi avvenne tal cosa, che può bene confortarmi del poco che il tempo promette. Quello scapestrato del fratel mio, che mi costava una quantità considerevole di pareri e di arrosti, ha trovato l'uomo che l'ha preso a proteggere, ed ha pagato tutti i suoi debiti. È un vero miracolo, ed è anche un gran peso che mi si è levato dalle spalle, perchè già un fratello, è sempre un fratello.
—Lodo la tua pietà, e mi fa maraviglia il miracolo.
—Peccato che adesso quel degno signore si trova in terra ferito, e quel ch'è peggio, sia più travagliato d'animo che di corpo; cosa di cui mio fratello è sconsolassimo.
—Scommetto che questo degno gentiluomo è quel caro conte Galeazzo, che si è messo a proteggere gli scapestrati, itôffie le sgualdrine, per far dispetto ai gentiluomini di cappa e di spada. Lo conosciamo assai bene quel degnissimo cavaliere.
—Non è di lui che parlo, illustrissimo; il conte Galeazzo l'ho veduto un momento fa, che se ne andava in volta colle sue gambe assai bene, certo più bene del solito, giacchè, vostra signoria sa come talora si diletti di far la via a zig zag per alcune sue abitudini. Non è dunque del conte che dicevo, ma di quel povero marchese Palavicino, intendo il giovane, quello che sta in Sant'Erasmo.
Il Morone, che avrebbe voluto giocar di parole un pezzo prima di venire a parlare del Palavicino, rimase tanto quanto maravigliato vedendo che la cosa aveva voluto camminare da sè, e fu contentissimo di quel buon avviamento.
—Il marchese è mio amicissimo anche lui, soggiunse poi.
—Dunque, vostra signoria saprà, meglio di me, perchè il marchese sia in così cattiva condizione, non parlo già delle ferite, chè di quelle tosto si guarisce…
—Volevi dir del matrimonio?
—Di quello, voglio dire. E mi raccontava Omobono, che il Palavicino voleva venir tosto a Milano, e non c'era chi potesse trattenerlo, se il chirurgo non gli avesse messo due uomini a far guardia.
—Il caso di quel giovane è ben grave.
—Ebbe per altro un gran torto nel fermar gli occhi sulla figlia delBentivoglio.
—E che volevi?
—Dovea pur pensare, ch'era assai poca cosa la sua corona di marchese; e che ce ne voleva una da re in testa. Egli è vero bensì che un giovane non è poi obbligato ad avere il sangue freddo del sindaco dei mercanti, e che non trattavasi già di comperare un moggio di segala, chè allora si fa quel che conviene. Ma intanto, ecco qui uno di quegli affanni cocenti, de' quali io mi tenni sempre in guardia, benchè non abbia nè il senno, nè la trippa del sindaco.
—Lo sapevo, disse allora il Morone, come se pensasse tra sè, che codesto matrimonio lo dovea cuocere fieramente.
—E la figlia del Bentivoglio è in peggiore acque assai; non so se vostra signoria abbia veduto il Baglione; ma l'ho veduto io, a Lodi, qualche giorno fa, dove mi recai per dar qualche ajuto ad un galantuomo di qui, che aveva a difendersi contro un birbante di là, e se anche non si sapesse quel che ognuno sa di lui, basterebbe vederlo per mettersi tosto in guardia, quantunque sia vecchio assai, e mi somigli una imposta tarlata che non stia bene sulle bandelle.
Il Morone continuava intanto a misurar la camera con que' suoi passi brevi e svelti, e stava sull'ale per cogliere il momento opportuno di gettar la semente nel solco.
—E il fratel mio, seguiva a dire il Corvino, n'è così tormentato che stamattina scongiurava cielo e terra, perchè sulla testa di questo nemico degli uomini cadesse almeno una delle colonne di San Lorenzo che minacciano di sfasciarsi; e mi chiedeva dei pareri a me, tanto per trovar qualche empiastro da sanar la piaga al marchese. Bisogna confessare, che mio fratello non manca di buon cuore.
Il Morone si fermò di botto in faccia al Corvino, pensò un momento, poi disse:
—E che cosa basterebbe l'animo di fare a questo fratel vostro?
—Quel che può fare un uomo che è sostentato dall'ira, e che non bada a rovinar sè per salvare altrui. La buona volontà non manca a mio fratello. Ma che fa il solo appetito, se nella pignatta non cuoce la zuppa?
—Ci vorrebbe la buona tempra di quel tale che trovò il segreto di far parlare anche i morti, soggiunse allora il Morone, alludendo ad una delle mille ribalderie del Corvino; voi ridete, messer Elia, ma per la sventura del marchese non ci vorrebbe altro, che ne dite voi?
Detto questo, il Morone fe' le viste di dar di volta al discorso, gettò un'occhiata, come se fosse a caso, su quell'imbrogliata quisquiglia di carte che aveva sulla tavola, e soggiunse poi subito:
—Quasi mi scordavo di ciò per cui t'ho mandato a chiamare. Senza dunque attendere a pigiar l'uva di villa Cortese, come dicevi tu, ti darò io da lavorare. In questa stretta di tempo e in questo repentino mutamento di cose ci ho molte matasse da svolgere; e siccome ho potuto accorgermi, che dello studio di Padova, a te non rimase la polvere soltanto, così te ne darei una a te imbrogliata molto da dipannare e da stendere al sole. Del resto, ti sborserò tanti ducati, quanti in una sol volta non t'è forse mai bastata la vista di guadagnare.
—È un lavoro per cui ci vorrà molto tempo?
—Può esser più, può esser meno; anche un giorno avrebbe a bastare, anche un'ora, pur che il pozzo dia acqua, e il poeta trovi la rima.
Corvino non afferrò bene, e stette pensando a quelle parole.
—Domani o doman l'altro, e potrebbe darsi anche oggi… tu dovresti porti al lavoro… e in quanto al prezzo, saran trecento, saran quattrocento ducati, o scudi del sole, come ti parrà meglio, a seconda dell'abilità e della riescita.
Il Corvino, a cui sembrò in vero che quel prezzo fosse esorbitantissimo, guardò fiso il Morone. Questi comprese allora ch'era nato un pensiero in testa al Corvino, che c'era un uncino al quale attaccar molto bene il suo filo. Allora tirò via, saltando di palo in frasca, senza alcun ordine del discorso.
—Dunque, tu mi dicevi, che il marchese, benchè ferito, voleva di tutti i conti vènire a Milano.
—Certo, illustrissimo.
—Ma che intenzioni, che fini ha egli poi?
—È presto compreso, quantunque non sia presto fatto; tentare un colpo ardito, e tenersi la ragazza per sè.
—È pazzo il marchese, la cosa è disperata; ogni tentativo è impossibile.
Il Corvino tentennò la testa, poi soggiunse:
—Difficile sì, impossibile no; mi pare a me.
Il Morone gli si piantò allora in faccia, come aveva fatto alcuni momenti prima.
—È ottima cosa che a te paja così, Corvino, ottima veramente.
E facendo quel suo solito lezio, strinse l'occhio dritto, il che accresceva quell'espressione assidua di acutezza che aveva svolta in faccia, e guardò fiso per qualche tempo il Corvino.
Questi notò quell'occhiata acuta, penetrativa, parlante; gli venne un lampo, la interpretò alla sfuggita… abbassò la testa… aveva capito.
Ci fu un momento di silenzio, che il Corvino ruppe il primo, dicendo:
—Se vostra signoria illustrissima volesse mai…
Il Morone fu presto a tagliargli la parola in bocca; non voleva assolutamente nè parlar chiaro, nè sentire a parlar chiaro, e subito svoltò il discorso.
—La settimana ventura verrai dunque a prendere i quattrocento scudi, che per allora, spero, mi avrai spacciata quella faccenda che ti dicevo.
Il Corvino tacque.
Il Morone continuò a passeggiar per la camera sinchè di bel nuovo gli si volse improvviso, dicendogli:
—Conosci tu il Bentivoglio?
—Lo conosco benissimo.
—Di vista, o di nome soltanto?
—Di nome e di vista.
—È una buona cosa anche questa.
—Buonissima certamente.
—E la sua figlia l'hai tu mai veduta?
—Qualche volta sì…. E un certo signor conte che io non nomino, non avendomi conosciuto bene, mi voleva dar certi incarichi per lei. Si trattava d'imbasciate…. Ma l'illustrissimo sentirà anche adesso il fumo della vergogna, se si ricorda di quel che gli ho risposto….
—La fanciulla ti conoscerebbe forse?
—Credo di no.
—Ho piacere che non ti conosca.
—Lo capisco anch'io.
—Dunque, Elia, noi siamo perfettamente d'accordo. Queste faccende ti aspettano, e metteva la mano fra quel mucchio di carte che erano sulla tavola; per adesso puoi andartene, soltanto fa di ritornare quando avrai messa insieme qualche novità; già non dovrebb'essere gran che difficile, tutto Milano è pieno di novità a questi dì… Conduci dunque le cose in modo che se ne abbia ad accrescere il numero.
Dette queste parole si gettò a sedere, mostrando di non aver più nulla a dire, e di non voler sentire più nulla. Il Corvino si licenziò.
Partitosi dal Morone, tosto si recò a raccogliere quelle notizie che gli erano indispensabili per tentare il miglior modo di mettere in atto quanto il Morone, così alla sfuggita, gli aveva fatto intendere; ebbe presta la maniera d'attaccarsi, come una sanguisuga, ad un uomo di camera del magnifico Bentivoglio, dal quale per verità seppe ciò che mai non avrebbe voluto sapere, e che invece di dargli qualche speranza, quasi lo tolse dal suo proposito, persuadendolo che i quattrocento ducati, co' quali aveva già fatto moltissimi conti, se ne fossero già risoluti in fumo. Le notizie che avea cavate di bocca dall'uomo di camera portavano, che il Baglione s'era già recato ad alloggiare nel palazzo che il Bentivoglio teneva a Chiaravalle, e che forse in quel dì e in quell'ora medesima che se ne stavano a parlare gli sponsali sarebbero avvenuti. Stornare un matrimonio, quando le cose erano ridotte ad una tal condizione, parve cosa impossibile anche all'Elia Corvino, per quanto fosse immaginoso ed audace, e il danaro avesse potere di fargli far miracolo. Con tutto ciò, sempre ruminando progetti e disegni, e tele e trame, si recò alla solita osteria delPomo d'Evaper vedere se da San Donato, ove il Palavicino giaceva ferito, fosse arrivato il suo fratello Omobono.
Non avendolo trovato, se ne andò in volta per la città tutto il dopo pranzo di quel giorno, prendendo per le vie più silenziose e più rimote, chè i suoi pensieri non avevano bisogno di essere divertiti da quell'unico suo proposito, che mai non sapeva abbandonare, per quanto poche speranze potesse avere. Intorno all'ora di sera però riavviandosi al centro della città, gli fu mestieri abbandonarlo un momento, per dar retta agli infiniti discorsi che si facevano tra gli innumerevoli gruppi di cittadini ne' quali ad ogni crocicchio s'incontrava, i quali discorsi non versavano che sull'ingresso che il dì dopo i Francesi avrebber fatto in Milano, del come si sarebbero comportati co' cittadini, delle feste che i patrizi milanesi, ritornati in fretta e in furia dalle loro villeggiature, già pensavano di offrire a que' loro amici vecchi, e così via.
Sul far della notte ritornò ancora allaconfortevole sua tendadelPomo d'Eva, dove, al primo affacciarsi, vide il suo fratello Omobono, che innanzi ad una tavola attendeva a mangiare a quattro ganascie, chè il trotto vivace a cui s'era posto, viaggiando da San Donato a Milano, gli aveva messo un formidabile appetito.
—Come sta il marchese? fu la prima domanda che l'Elia fece al fratello.
—Il Cardano gli ha fasciata la ferita in modo, ch'egli ormai sta abbastanza bene. Ma l'intrigo della Bentivoglio, di cui ti ho già parlato, gli ha messo il cervello a malissimo partito, e non c'è argomento col quale si possa medicargli questa altra ferita, assai più cruda della prima. E quel ch'è peggio, domani di buon mattino, il Baglione darà l'anello alla Ginevra, notizia che oggi ho raccolto io stesso passando presso a Chiaravalle; e domani, come s'ella fosse una regina, farà il suo solenne ingresso in Milano, intanto che i Francesi vi brulicheranno per ogni parte.
Il Corvino, intanto che il fratello Omobono parlava di questo modo, ascoltava e pensava nel medesimo tempo. A un tratto interruppe il fratello:
—Se qualcheduno, gli disse, volendo far qualche cosa per il marchese, avesse bisogno ch'egli si trovasse in Milano domani, la sua ferita gli permetterebbe di venirci?
—Crederei di sì, quantunque sulla gamba fasciata non si possa regger ancor bene.
—Allora è assoluto bisogno ch'ei ci venga; chi sa che qualcheduno qui non abbia presto il modo d'ajutarlo.
—Ajutarlo a far che? Non ti capisco bene.
—Tu, jeri, mi dicevi, che avresti dato anche la tua vita per vederlo contento.
—E anche oggi, lo dico.
—Bene, perchè dunque lui sia contento, ora non gli abbisogna altro che di trovarsi colla Ginevra.
—Credo che sia così…. Ma la Ginevra è cosa d'altri oramai.
—Tu non sei già l'arciprete della metropolitana, perchè abbia a prenderti fastidio di queste cose.
—Sono un direttore di coscienze molto più largo, questo è verissimo….
—Dunque?
—Dunque, fa pure il tuo comodo, ch'io son qui a tenerti la staffa, e oggi mi piaci più ancora del solito; ma dà fuori nettamente il pensier tuo… che allora potrò forse battere anche le mani.
—A far ciò aspetterai ad opera terminata, che nel futuro non si può leggere correntemente. Ed ora non mi occorre altro, se non che tu ritorni domani per tempissimo a San Donato, dia ad intendere qualche grave pastoja al chirurgo, perchè s'induca a lasciar venir qui il Palavicino; e in quanto a lui, ti metta a confortarlo di tutte quelle speranze che ti possono venire in mente, tanto perchè gli venga qualche coraggio e si risolva. Domani poi, quand'egli sarà arrivato, mi recherò io medesimo da lui, e quel che sarà da farsi, si farà.
Fermi in questo, passarono insieme il resto di quella sera, e poi si divisero, per mettersi poi a nuove faccende appena spuntasse l'alba del di prossimo.
Nel qual giorno, non ci fu milanese, che appartenesse ad un'arte, il quale potesse attendere pacatamente a' suoi lavori. All'alba, quasi tutta la popolazione trasse al corso, alla porta e alla strada Romana. I patrizj, dando magnifico spettacolo di sè a cavallo, in carrozza, in lettiga, si recarono incontro all'esercito francese per essere i primi a salutare i baroni, i cavalieri, i conestabili di Francia, coi quali avevan già stretta amicizia prima che tornasse Massimiliano Sforza, ed ora eran solleciti di riappiccarla più saldamente di prima. Il popolo minuto s'era sparpagliato pe' campi, non attratto che dallo spettacolo nuovo, dispostissimo a sfoggiare il suo satirico umore sui nuovi vegnenti, sulle loro facce, sul colore dei loro capelli, sulla forma dei loro nasi, sulla foggia delle loro vesti, delle loro armi. I caramogi, i monelli tutti i membri insomma della più sucida accozzaglia, s'erano appollajati sugli olmi come arzàvole che stiano riposando le ali affaticate, prontissimi, se mai desse l'occasione, a gettare qualche sassata furtiva sulla borgognata di qualche caporale dell'esercito francese.
Appena che la città di Milano ebbe finito di ricever soldati e soldati a tale da provar quasi gli effetti della replessione, a' Milanesi non mancarono altre occupazioni.
Sul corso di porta Romana, lì presso alla contrada di Rugabella, dov'era, e dov'è tuttora il palazzo del maresciallo Trivulzio, quattrocento uomini, per ordine ed a spesa dei principali patrizj, stavano alzando degli impalcamenti al fine d'allestire, per la notte di quel giorno medesimo, vaste sale posticcie, a festeggiare l'arrivo de' Francesi con danze e luminarie che fosser degne di loro.
Così il popolo raccolse qualche diletto nell'assistere alla prodigiosa prestezza, con cui quello ampio tentorio, quelle colonne e quelle sale vennero, a così dire, improvvisate.
Era quell'ora che va innanzi all'incominciamento di una festa notturna, ora nella quale tutta la città è immobile all'esterno, e il massimo affaccendarsi va fervendo nell'interno dei signorili palazzi, e segnatamente negli intimi gabinetti delle donne patrizie. Ora solenne in cui la vanità femminile è così assorta nelle proprie cure, che non patisce di essere interrotta per un momento, e ogni altra faccenda, per quanto seria, deve dar luogo a quella importantissima dell'abbellirsi. Ora in cui i desiderii e le speranze s'introducono in folla nei profumati penetrali a tentar fanciulle, spose e matrone, e la coscienza di una bellezza facilmente trionfatrice incoraggia la fantasia a fingere, a vagheggiare avventure, di cui tra poco si getteranno le prime trame. Ora inoltre d'impazienze, di dispetti e d'ire, in cui il fluido bilioso, sempre dissimulato in pubblico dalla calma, dall'ingenuità, dalle care grazie della forma, si sprigiona a un tratto in privato, e si riversa sull'incolpabile ancella; e in cui la quarantenne galante, memore delle molte battaglie guerreggiate, e de' trionfi innumerevoli, impallidisce all'improvvisa scoperta di una ruga che le raggela nell'anima ancora giovanile i nuovi desiderii e le speranze nuove. Ora insomma, in cui la vanità femminile si manifesta così a nudo, che è una vera fortuna per noi il non potere aver libero accesso a que' misteriosi gabinetti, per noi che, in ciò almeno, amiamo perpetuare illusioni, piuttostochè porre il dito sul vero.
Pure la sera del 12 settembre, se in tante camere dorate, le più soavi grazie, le più cospicue bellezze delle milanesi patrizie, stavano liete ed ambiziose a consultarsi allo specchio; una ve ne era in cui i profumi delle odorate essenze, gli abbigliamenti più sfoggiati di sposa, lo squisito apparato con cui la naturale bellezza suol essere accresciuta dall'arte, troppo crudelmente contrastava colle angoscie disperate di una giovine creatura.
Il lettore s'è già accorto che noi vogliamo parlare della Ginevra Bentivoglio, sposata in quel dì stesso a Giampaolo Baglione, signore di Perugia.
Nella stanza ov'ella a quell'ora trovavasi, v'era il massimo sfarzo degli addobbi e degli ornati dell'artistico cinquecento. Arazzi di ricchissimo liccio, con disegni storiati, cortinaggi di seta, tappeti di Fiandra, seggiole dorate, larghi cuscini di velluto gettati alla rinfusa sul pavimento; su d'un tavoliere, in eleganti astucci, gioie, vezzi, smaniglie, collane, cinture, piume fatte di sole perle e di brillanti; sui cuscini una veste di raso bianco, mantelline, veli, trine, merletti, sfoggi d'ogni maniera.
Innanzi ad una tavola di tartaruga ad intarsi di metallo, su cui eran vasi d'alabastro, barattoli ed alberelli pieni di essenze che effondevano un soave profumo per tutta la camera, stava seduta su di una gran seggiola a braccioli la Ginevra, in quel negletto vestire, in cui la bellezza vera compare assai meglio che nella compiuta attillatura, lasciando che la fante l'abbigliasse; ho detto lasciando, perch'ella non sapeva veramente quel che si facesse di lei in quel momento.
E in quel momento rallentato e sciolto, il bel volume dei capelli lunghi e nerissimi le cadde in varie liste sulle spalle, e la fante, disponendosi a spruzzarle le belle membra coll'acqua nanfa, come allora era costume, la venne a poco a poco spogliando così che apparve discinta quasi del tutto. Ma dessa, non accorgendosi di nulla, continuava tuttavia a lasciar fare. Aveva tanto pianto la notte prima pensando alle nozze imminenti, che ora non aveva più lagrime, e il suo dolore le si era cambiato come in un'attonitaggine piena d'accoramento; pure quel tormento assiduo, in cui versava da tanto tempo avendole messo nel sangue quasi un'alterazione febbrile, al pallore che le era abituale aveva sostituito un color purpureo, vivacissimo, che le dava un aspetto di floridezza straordinaria, il quale dissimulava l'interno affanno, e accrescendo la lucentezza delle sue pupille la rendeva notabilmente ancor più bella del solito. Le chiome, che in disordine le cadevano pel collo e per le spalle a velare in parte la nudità casta, la sua pupilla nerissima, lucente, estatica, immobile, adombrata da un tenue arco di sopracciglio, le membra, che acquistavano una grazia particolare in quella stessa cascaggine di atteggiamento, nella quale involontariamente ella erasi messa, i bianchi lini che le fasciavano i fianchi e in ricche pieghe avvolgevano la parte inferiore del corpo, tutto aiutava a vestirla di una bellezza abbagliante e piena di prestigio.
Intorno a lei continuò dunque la fante nell'officio suo per qualche tempo; quando, allontanatasi un momento dalla seggiola per prendere da un tavoliere un asciugatoio di stoffa di Fiandra, vide, nel volgersi, aprirsi leggermente l'uscio della camera, e sulla soglia fermarsi ritta la vecchia figura del Baglione. La fante non potè a meno di fermarsi con maraviglia disgustosa innanzi a quel severo e squallido aspetto, e si voltò come per avvisarne la Ginevra, ma irresoluta si tacque. Il signore intanto, girato lo sguardo nella stanza, lo fermò sulla giovinetta sua sposa, ancora discinta. Parve che a tal vista assai si compiacesse, e subito, con un cenno imperioso, ingiunse alla fante di uscire; quasi intimorita quella non pensò due volte se avesse ad obbedirgli, e sembrandole d'altra parte ragionevolissimo il far ciò che voleva il marito della sua giovane signora, e di lasciarlo solo con lei, tosto si partì.
Codesta scena era stata perfettamente muta e assai rapida, nè il lieve rumore dell'aprirsi del l'uscio e dello sbattere della cappa del Baglione era stato udito dalla Ginevra,
La testa china, le mani intrecciate, l'occhio fisso davano indizio più che mai, ch'ella si era internata ne' suoi pensieri abituali, e in quel momento ripensando al Palavicino, sentiva una tenerezza così intensa per quell'amico suo, ne aveva così netta innanzi agli occhi l'immagine giovanile, che, sprofondata, a dir così, in quella dolce contemplazione, nessuna cosa ci poteva essere, che valesse a scuoterla ed a farla accorta di quanto le avveniva d'intorno.
Il Baglione intanto a lenti passi le si era accostato, e stava contemplandola a parte a parte.
A me che descrivo tali cose ad italiani, il più de' quali avran veduta la squallida figura di Luigi XI, con tanta verità resa dall'incomparabile Modena, non soccorre altro mezzo che questo, per offrire qualche cosa di simile alla persona del Baglione.
Tutta quanta la massa del suo corpo era agitata continuamente da un movimento tremulo, indescrivibile, e specialmente le mani colle quali in quel momento s'andava premendo lo sterno; pure, a tutto quel suo aspetto alterato o guasto più che dagli anni, dai turpi acciacchi, a quel suo volto internato e vizzo e cascante, dal quale traspariva la creatura in dissoluzione, facevano uno strano contrasto quelle sue pupille, che adombrate da una fronte molto sporgente e da un foltissimo sopracciglio, gli brillavano di una luce tremula e vivacissima; notabili poi, in quanto che avevano quel colore tendente al giallo, e quella scintilla fosforica che pare distinguere gli animali del generefelis.
Ed era strano a vedersi, come mentre ei guardava le belle membra della giovinetta sposa, la squallida e cadente sua figura, dando certi guizzi repentini e particolarissimi si venisse grado grado rianimando, press'a poco come avviene di chi, assiderato e tramortito dal gelo, senta improvvisamente il vivo calore di una catasta accesa.
E considerava che quella figura di una bellezza affascinante, che a lui per la prima volta si rivelava, quelle membra così eleganti, que' vivi colori della floridezza di gioventù, appartenevano a lui, come una proprietà, che nessuno poteva contrastargli, e in mezzo alla massima accensione dell'estro trovò pur strada un pensiero di atroce egoismo, e ricordandosi di quel che gli aveva detto il suo medico, e di ciò che allora propalava la scienza, che il tepore del giovin sangue, convenientemente infuso nelle vene del vecchio, fosse sufficiente a reintegrare la giovinezza, si confortò tutto quanto pensando, che avrebbe resa così più ferma la propria salute e la propria esistenza, alla quale era tanto attaccato.
Stato qualche momento così, fece finalmente un passo innanzi, come ad avvisare la giovine sposa della sua presenza, e quasi nel medesimo tempo mise la sua tremula e fredda mano sulle carni infuocate della giovane. Se di nessun'altra cosa sarebbesi accorta in quel momento, ella si scosse con un soprassalto a quella disgustosa sensazione di freddo e si volse.
L'atto che a quella vista fece la giovine infelice, bisognerebbe averlo veduto per descriverlo, e l'improvviso turbamento, la paura, l'orrore fu tale, che la sua voce, la quale stava per uscire in un grido, si ruppe a mezzo, ed essendo al primo a quella vista balzata in piedi, tosto, presa da un tremito convulso, con un piegar lento e come di deliquio, ricadde sulle ginocchia…. e il vecchio Baglione intanto più e più le si avvicinava.
È probabile che qualcuno tra' nostri lettori abbia talvolta assistito a quell'orrido momento, quando il bianco e timido Coniglio, posto nella gabbia dove sta aggomitolato il crotalo, vien destinato al pasto di questo rettile, e si ricorderà d'aver forse dovuto torcer l'occhio pel ribrezzo, e per un certo senso quasi di nausea paurosa, quando il crotalo, svolgendo le spire, allungando il collo, tentando il coniglio che squittisce, sta per cominciare gli orribili suoi assorbimenti.
Il Baglione, che di quel modo stava accostandosi alla Ginevra, offeriva qualche cosa di simile a ciò. Se non che, la giovane, ad una nuova impressione della mano gelida del vecchio, che parve ridonarle la virtù vitale, si riscosse, guardò, mandò fuori quella voce che prima le si era spenta in gola, fece uno sforzo per rialzarsi, e riuscitole di trarre furiosamente al campanello, atterrita e spossata, tornò a ricadere e svenne.
Non aveva il vecchio avuto il tempo di accostarsi alla giovinetta sua sposa per tentar di sorreggerla, che a quel grido della signora, a quel furioso scampanellamento, era accorsa in fretta e in furia la donna di camera, e un momento dopo, chiamato da quel rumore insolito, anche il magnifico Bentivoglio, che venuto alla camera della figliuola, si fermò sul limitare, sollecito di saper quel che fosse avvenuto. Guardò la figlia svenuta, guardò la fante tutta intesa a farla riavere, guardò il Baglione, che colla sua massa tremula se ne stava impassibile e bieco, e non tardò a comprendere ciò ch'era veramente. Il pallore mortale che vide sul volto dell'unica sua figliuola, gli suscitò in cuore in quel momento tutto quell'affetto che aveva per lei, e gli sconvolse l'animo per un senso profondo di pietà non ipocrita, ed essendone escluso ogni altro rispetto, volse involontariamente uno sguardo iracondo sul Baglione, che pure guardò lui di quell'occhio bieco che gli era abituale. Allora i due vecchi si accostarono, i due tiranni colleghi, il suocero e il genero stavano rimpetto l'uno dell'altro. Vi fu un momento di silenzio perfetto, in cui altro non s'udiva che l'anelito affannato della sagrificata fanciulla, e il respiro interrotto e rantoloso del vecchio Baglione. Era una scena che faceva ribrezzo e pietà ad un tempo, era uno spettacolo ben degno di venir contemplato da quei troppi, a cui l'abuso della podestà paterna è così famigliare; da quelle fanciulle che troppo facilmente si lasciano intimorire da una venerazione indebita verso l'egoismo iniquo di chi pretende potere ogni cosa sulla vita de' figli. Oh, giovinette, se in tal momento il dannoso timore vi tenta, vi spinge a piegare all'altrui voglia, venite e guardate, da questo muto spettacolo apprendete il coraggio, che altrimenti vi mancherebbe. Contemplate il duro momento, che non sapete prevedere, poco esperte come siete, dei dolori che conseguono gl'involontari sagrificii. E se tanto vi giova, stringetevi intorno ai petti paterni, lagrimate e pregate, ma non obbedite. Le ire paterne si placheranno forse, ma il ribrezzo per l'uomo abborrito, cui vi si vuole congiunte per sempre, cospargerà di amarezza incomportabile ciascun momento de' vostri giorni venturi, e vorrete morire, se pure a mitigarvi il diuturno affanno, la disperazione, rendendovi odiosa fin anco la vostra virtù, vi farà docili alle fatali lusinghe della colpa che sta in aguato dell'occasione.
Quando la Ginevra, riavendosi, mandò un'accusatrice querela, il Bentivoglio, in cui tuttavia continuavano i moti della pietà, fu per dir qualche cosa al Baglione. Ma parlò costui invece:
—Codesta figliuola vostra, disse il tetro vecchio, crollando il capo e strascinando le parole, pare voglia troppo somigliarmi all'Ildegarda, la prima mia donna… Me ne rincresce, se è così.
Il Bentivoglio non rispose, e impallidì ricordando la lugubre storia di quell'Ildegarda.
—Voi sapete quel che è avvenuto di colei, continuò il vecchio… Dite dunque qualche parola a codesta figliuola vostra che, per lo meno, mi sembra ben sciocca.
Il Bentivoglio continuò a tacere.
—Noi abbiamo ad essere amici, seguiva il vecchio. Ma se costei continuerà a darmi noja così, io la lascerò in vostra custodia, e buona notte, ed io non ne vorrò saper altro, e ci rivedremo quando ci rivedremo.
La Ginevra intanto s'era riavuta affatto e ancora le tornavano i vivi colori sul volto.
Le parole del Baglione avevan tocca una corda che fecero risorgere tutti i pensieri d'ambizione del Bentivoglio, e con quelli anche il timore di non avere a raccogliere quanto sperava per colpa della figlia. E nell'animo suo, con una vicenda istantanea a quel moto di pietà che un istante prima aveva sentito per lei, subito successe un dispetto così iracondo che, volgendosi di tratto alla figlia, fu per prorompere in contumelie e peggio. Si contenne però, e assai sommesso e co' labbri tremanti e sforzandosi a sorridere, di un sorriso che rendeva ancor più severa la sua faccia:
—Non state ad inquietarvi, disse al Baglione, io so che a lungo andare voi sarete assai contento di questa figliuola mia.
Il Baglione non rispose, ma gettato un altro sguardo sulla giovane, le cui forme erano di una bellezza attraente, tanto quanto si calmò, e risentendo gli estri diè un nuovo guizzo, e fece un sorriso da fauno.
Alcuni momenti dopo la Ginevra, nella massima pompa di giovinetta sposa, saliva nel cocchio, specie di lettiga a ruote, col padre e col marito, per recarsi allo feste pubbliche che iu quella notte si davano nell'ampio tentorio, appositamente eretto sulla via a porta Romana.
Quando la lettiga del magnifico Bentivoglio uscì della contrada dov'era situato il palazzo del medesimo, un uomo che da qualche tempo se ne stava passeggiando innanzi al portone, colta l'occasione, che uno tra i famigli del Bentivoglio se ne usciva, lo trattenne e gli domandò se trovavasi in palazzo il signore.
—Se fosti stato qui un momento fa, l'avresti veduto uscire in lettiga colla figliuola.
Questa circostanza era ben nota a colui che espressamente erasi fermato a spiare.
—Saran forse andati al tentorio? chiese poscia.
—Sicuro, al tentorio di porta Romana; alla festa che i signori nobili milanesi danno ai baroni ed ai cavalieri francesi che oggi sono entrati in Milano.
Parve che questa fosse la notizia che più premesse a colui, perchè subito troncò ogni discorso, e senza più, dilungatosi da quella contrada, un passo dopo l'altro se ne venne all'osteria delPomo d'Eva. Entrato in quella, in mezzo ad una moltitudine straordinariamente affollata di avventori, cercò coll'occhio l'Elia Corvino, che se ne stava in un canto innanzi ad una tavola; vistolo subito se gli accostò, dicendo:
—Ciò che tu hai pensato, avvenne di fatto, Elia li ho veduti io medesimo porsi nella lettiga, e a quest'ora saranno nelle sale delle feste.
Elia balzò in piedi a quell'annunzio, e:
—Va bene, disse ora comincio a sperar qualche cosa, e se la fortuna è seconda, si farà il resto; ma ora ti conviene rimboccarti le maniche del sajo, Omobono, che se mi sbagli una nota, tutta l'orchestra ne andrebbe sossopra. Dimmi, innanzi tutto, come sta ora di salute il Palavicino, che da stamattina non l'ho più veduto?
—Egli mi disse che si sentiva abbastanza bene, che solo non gli sarebbe possibile star sulle sue gambe, ma che a cavallo, o in lettiga, gli basterebbe l'animo di tentare ogni gran cosa, e si raccomandava a me e a te, ed essendo pieno di speranze, ha cessato qualche poco la furia delle sue smanie e delle sue querele.
—Mi rincresce però, ch'io non fui mai così impacciato come in quest'occasione, tanto che non mi venne in mente altro disegno che questo; ma, torno a dire, ora che tu mi assicuri che la Bentivoglio è là, spero che lui sarà contento di me; tu va subito intanto dal Palavicino, fa che in mezz'ora sia pronta ogni cosa al tutto, e i cavalli e la lettiga sien presti innanzi all'ingresso del tentorio. Ora vò su in camera, e in fretta vestirò la cappa signorile, così fra poco mi troverò anch'io in quelle sale delle feste. Va dunque, e spacciati presto, e fa in modo che il Palavicino ed io abbiamo a lodarci di te. Già la lettiga del marchese sarà pressochè eguale nella forma a quella del Bentivoglio.
—Di notte… può darsi benissimo che si scambi l'una per l'altra.
—È una buona cosa anche questa. Va dunque, e a rivederci.
Omobono prese la sua via, l'Elia Corvino salì al suo camerotto al quinto piano e si vestì la cappa signorile, ridiscese, e così a piedi come voleva la sua bassa fortuna, si recò al tentorio.
Pareva che tutta la popolazione milanese si fosse raccolta là tutta quanta; l'accesso alle sale non essendo dato che a' gentiluomini di cappa e di spada, tutte le strade del rione di porta Romana erano gremite di popolo, che si affollava sempre più in ragione che s'accostava al tentorio, e principalmente innanzi alla gran porta d'ingresso, la quale, per toccarne di passaggio, era fatta a più archi, sorretti da molte colonne di legno, pomposamente ornate di cortinaggi, di arazzi, di festoni, d'ellera e fiori.
Tutto ciò che poteva dare indizio di ricchezza, di splendore ed anche di gusto non fu pretermesso dai patrizj milanesi, che in quella notte per pompa di vesti, d'ori e di gemme toccarono il massimo del lusso proprio a quel secolo, il più splendido forse fra quanti ne sian stati e saranno. E tanto più era bello a vedersi in quanto c'era una certa gara tra que' cavalieri francesi, che mai non volevano star sotto, e in quell'occasione ambivano ancor più di farsi ammirare e di imporre altrui colle apparenze della ricchezza. Erano molti anni che l'Elia Corvino non respirava un'atmosfera pari a quella, e come si trovò avvolto fra tante cappe e robe e rasi e croci e gemme, pensando a quel ch'esso era veramente, e a quello per cui la natura lo aveva espressamente formato, si rodeva in sè stesso, e tanto più si rodeva in quanto pensava che, colla ricchezza fisica, se n'era ita anche la ricchezza morale; fu però una molestia che durò assai poco, perchè aveva tutt'altro a pensare. Appena, infatti, che in mezzo alla folla s'accorse della Ginevra Bentivoglio, subito le si pose dappresso, nè da quel momento, mai non pensò abbandonarla per tutta la notte.
Intanto che costui è tutto intento alla sua caccia, e però gli è forza provare sino a che punto possono arrivare i tormentosi effetti della noja, e come costi il pane che si guadagna coll'industria propria, faremo di divertire un momento da lui i nostri sguardi, e di volgerli un momento su qualch'altro oggetto.
Il conte Galeazzo Mandello anch'esso, dopo tre anni, era ricomparso in una pubblica festa a far mostra del suo grand'abito di drappo d'argento riccio, e della sua croce dell'ordine di S. Michele. E a chi lo aveva veduto tre giorni prima nelle sale, dove a furia era entrata la più cenciosa bordaglia di Milano, accomunarsi coi più schifosi trecconi e dar parole alle più laide briffalde, assumendo, per abbassarsi al loro livello e per armonizzarsi seco loro, persino i modi e il linguaggio solito a tenersi nelle più affumicate taverne di Milano, avrebbe durato fatica a riconoscerlo.
Sotto a quei ricchi padiglioni, una sfarzosa moltitudine di giovani gendarmi francesi, tutti appartenenti alle più cospicue famiglie di Francia, passavano e ripassavano con quel far giulivo e sprezzante del soldato, che si trova fra la popolazione di una città conquistata, e quel guardare ammirato di chi per la prima volta vede persone e costumanze che gli sono sconosciute. In mezzo a costoro però si trovavano personaggi d'altissimo ceto, seguiti dal loro corteggio, taluno de' quali, erano stati dal conte Galeazzo conosciuti tanti anni prima in Francia, quando mandato colà dallo Sforza, s'era tanto distinto in quella guerra dei baroni: con costoro, assunse a tempo in quella sera una gravità che non gli era abituale e intrattenendoli in discorsi conditi di una dignitosa e superba sprezzatura, aveva potuto ingenerare in essi un'alta opinione del milanese patriziato. Quantunque sapessero quei francesi gentiluomini ch'esso aveva combattuto contro di loro, pure non avevano nessun rancore seco lui, chè anzi lo stimavano assai più, e la croce di S. Michele, che loro richiamava alla memoria il valore straordinario della milizia lombarda in Francia, e i suoi discorsi pieni di senno facevan crescere quella stima, Misurando poi dal conte tutti gli altri milanesi gentiluomini, s'erano, in quei primi momenti che trovavansi in Milano, fatto tale un concetto de' Milanesi, che certo poteva appagare qualunque schifiltoso amor proprio nazionale.
Era una delle qualità affatto particolari all'indole del conte Galeazzo, l'assumere a tempo un'apparenza che faceva al caso, l'assimilarsi a tutti i ceti, il ricordare, se faceva bisogno, il proprio ingegno, la natura propria, tanta ne era, a dir così, l'estensione dei toni e il numero delle corde, con tutti i caratteri possibili. Anche un momento prima era egli uscito da un lurido luogo, praticando i quali era solito dire che andava cercando le margarite nel mondezzajo, dove si era dilettato a far rompere caraffe e bicchieri, con grande edificazione di quelle faccie da quattro testoni; e razzimatosi alla meglio dopo tre anni, e dopo tre anni tornatosi a spruzzar d'acqua nanfa, (esso che sfuggiva ed era sfuggito a vicenda dal più nobile ceto, dal momento che s'era dato a quel genere di vita così scandalosamente vituperevole), era accorso alle feste in quella sera, come se avesse sentito che era urgente il bisogno del suo aiuto, per tenere in prezzo, a dir così la dignità nazionale, e l'esito avea risposto benissimo alle sue intenzioni.
Ma intorno a lui passava pure e ripassava una sfarzosa moltitudine dei più ricchi gentiluomini milanesi; marchesi, conti, baroni, che sfoggiavano tutta l'eleganza del vestire di quell'età, i manti d'ogni colore, di velluto, di raso, con ricami d'oro e d'argento, le croci a brillanti, le pietre preziose, che sfavillavano iridescenti al giuoco della luce. Matrone, spose, donzelle, con serti, con monili, con cinti brillantati, con robe di broccato d'oro e d'argento. Era un scintillare, uno sfolgoreggiare continuo e svariato, e che incessantemente tramutavasi all'occhio pel passare e ripassare di tante figure, di cui eran popolati e gremiti que' padiglioni posticci. Ora di tanti conti, baroni e marchesi, non v'era che qualche giovane gentiluomo, il quale scambiasse un saluto col Mandello, e che anche avrebbe voluto farsi con lui.
Ma qui un settantenne gentiluomo, assai ben munito di trippa e di pappagorgia, chiamato in disparte il giovane suo figlio:
—Qualche momento fa, gli diceva, t'ho veduto scambiare un saluto col conte Mandello, non mi sarei aspettato mai questo, e non vorrei che ci fosse qualche accordo tra te e lui. Spero sarà l'ultima volta però, se pure ti preme di non avere a sperimentare la collera di tuo padre. Quell'uomo là, va lasciato cuocere nel suo brodo. Capisci tu; non voglio che abbia ad aver mai a che fare con lui, non voglio che gli rivolga la parola, non voglio che lo saluti. Capisci tu, fanciullo senza esperienza? Ora va, e se non vuoi annoiarti standoti solo, cerca il marchese, il marito della contessa tua sorella, questo è un uomo; e assumendo un contegno piuttosto severo, il conte padre dava licenza al conte figlio, che con una crollata di testa e di spalle se ne allontanava,
In un altro canto, una matrona diceva quattro parole in un orecchio al suo marito.
—Vogliamo andarcene, conte.
—Mai più, cara mia, a San Nazaro non son battute le tre ore di notte.
—Non importa; voglio condurmi a casa la Geltrude; c'è quello scapestrato del conte Galeazzo, che l'è passato vicino più di cinque e più di sei volte stassera, dandole occhiate che non mi piacciono punto; non vorrei che la Geltrude mi domandasse chi sia, perchè di lui si sanno cose…. cose…. basta, usciamo di qui subito, caro conte.
—Non ripeto una parola, e non posso che lodarti. E davvero, che quel viziato uomo avrebbe fatto bene a starsene, anche stassera, colle sue donne e i suoi fiaschi.
—Ma…. non dir queste cose, caro conte, Ma ti pare…. la Geltrude potrebbe sentire.
—Volevo dire che questi nobilissimi gentiluomi di Francia, i quali pare che godano a intrattenersi con quello scapestrato, faranno un assai triste concetto di noi tutti. Or chiamo il fante, e faccio venir la lettiga. Hai pensato bene.
In un altro canto c'era un crocchio di giovani spose che attendevano a parlare tra loro.
—Guarda quel pazzo del conte Galeazzo.
—Lo vedo.
—Perchè ti metti il fazzoletto al naso, cara la mia marchesa?
—Quando colui mi passa dappresso, mi par di sentire odor di feccia di vino, e sai bene com'io sono schifiltosa per gli odori.
—È per altro un assai bell'uomo, il conte.
—Che mi fa a me di questo, quando ci è quell'odore che guasta tutto, e poi e poi….
A questo punto il conte lor passava ancora dinanzi.
—Vedi se tutta non è immaginazione?
—Perchè di' questo?
—Non hai sentito che forte odore di canfora e d'acqua nanfa ha lasciato dietro di sè il conte? e tu sentivi la feccia di vino.
—In conclusione pare che a te non dispiaccia il conte.
—Mi pare a me, che valga bene tutti e tre i nostri mariti; e sebbene ami un po' troppo il vino, e un po' troppo il faraone, e un po' troppo certe altre cose; infine poi, non è un monsignore del Duomo.
—Ma sentite che pazza, diceva la giovinetta marchesa sorridendo; si direbbe che costei è noiata del suo don Silvestro.
—C'è forse a far mistero? la verità è una sola…. Mio marito ha cinquant'anni, ed ha la gotta, e appena uscita dal monastero di San Vittore, io mi trovai tra' piedi quest'uomo, che mia madre mi presentò, e ch'io non seppi rifiutare…. avevo quindici anni…. Tre dì dopo, vidi il conte Galeazzo colla sua croce di S. Michele…. Allora mi accorsi, che il mio don Silvestro non era nè il più bel giovane, nè il più bell'uomo di Milano. Ecco tutto.
—Ma ti pare, donna Adele, che tu debba parlare di questo modo…. Ma ti pare….
—Oh! io son noiata di star qui…. Colà s'intrecciano danze, e penso che ho vent'anni, soggiungeva la scapestratella Adele, la quale era dotata di una sincerità eccessiva, e aveva buon cuore.
—Oh che pazza, tornava a ripetere la giovinetta marchesa con quella voce infantile.