CAPITOLO XVI.

—Il cielo vorrà farla a suo tempo… in quanto alla terra, potreste aver ragione, ma…. continuate.

—Intanto che io moveva per quella città, e ad ogni canto vedeva i segni della più mostruosa oppressione, io pensava tra me come sarebbe utile, come anzi sarebbe santo il sottrarre una così bella città, ed anche un così buon popolo, dalla ferocia di questo vecchio tigre…. quand'anche fosse d'uopo dell'aperta violenza…. quand'anche fosse d'uopo passar sopra, chiudendo un occhio, su qualche patto internazionale…. Allora ho pensato al diritto delle genti….

—Al diritto delle genti? uscì allora a dire l'alto personaggio con significazione. È un banco d'arene molto incomodo il diritto delle genti, e molte volte rattenne la corsa veloce di più d'una barca…. Non parliamo del diritto delle genti….

—Ho dunque pensato che uno spirito forte, a suo luogo e tempo, dovrebbe anche saltarlo a piè pari. Il Baglione per non so qual patto è padrone di Perugia, questo è verissimo; pure non trovando in ragione una legge che stabilisca l'immobilità di un diritto avventizio a distruzione di un altro che vanti la sua origine dall'imparziale natura, penso che se fra i molti che hanno stato in Italia, e hanno virtù più valide di quanto sta scritto in una polverosa pergamena, vi fosse chi pensasse a togliere dal mondo una scandalosa ingiustizia che si cela sotto le larve del diritto; penso, dico, che colui si meriterebbe la benedizione di tutte le genti. Penserei poi che di tutti gli Stati, il solo cui spetterebbe un tal carico, sarebbe questo nel quale io sto….

—Voi parlate benissimo, e alle vostre ragioni difficilmente si potrebbero contrapporne altre migliori; pure non basta, non basterebbe nemmeno se anche il patto tra la Santa Sede e il signore di Perugia non esistesse.

—Io non comprendo.

—È presto detto ed è presto compreso. Questo sarebbe il caso di una guerra, e una guerra in questo momento è impossibile. Colui è ben forte in casa sua e, alzando la voce, ridesterebbe, fino a Napoli, gli echi di tutte le montagne degli Abruzzi, a provocare i latrati di quel centinajo di migliaja che ci ammorban l'aria di questo bel paese, peggio che quelle maladette Paludi Pontine. Una guerra…. in un'altra occasione, sarebbe presto fatta…. ma adesso abbiamo troppa carne a bollire, e per parecchi anni…. Abbiam Francia e Spagna, caro mio, che ci fa pensare e ci tien desti a mezzanotte…. Dunque, se i vostri scopi stanno qui…. mi rincresce a dirvelo…. ma per adesso converrà che il vostro bell'ingegno se ne stia inoperoso.

—Io non ho mai inteso di parlar di guerra; mi è troppo cara la pace. Vi dirò dunque che di tutto si potrebbe venire a capo senza rompere un sol momento il sonno de' popoli, basta che taluno sappia convenientemente spostare una sola pedina, e mettere sotto un piede, finchè dura l'urgenza quel benedetto diritto delle genti.

Il personaggio incognito si mise a sedere, e interruppe il Corvino, mostrando di avere a dir qualche cosa; si tacque però sul momento, e:

—Continuate, continuate pure con libertà, disse.

—Si parlò a lungo per l'Italia, e fu un plauso generale quando corse la voce che il carbonajo di Ripetta, coll'astuzia più che colla forza, seppe condurre in Roma il Grudio masnadiere, che fu poi decapitato, e da nessuno si pensò mai ch'ella fosse una violenza.

—Questo è vero.

—Dunque, tornando al Baglione, s'egli non è più scellerato del Grudio, non è migliore di certo, e se poi misuriamo la colpa in ragione del danno, crederei che tutti i misfatti di quanti briganti ha generato la Calabria non arriverebbero, sommati insieme, ad eguagliare i neri delitti di Giampaolo. Considerate perciò, che bel decreto della provvidenza sarebbe, se qualcheduno avesse l'astuzia del carbonajo di Ripetta, e la voglia di metterla in atto per lui.

—E vi sarebbe un tal uomo?

—Penso che vi sarebbe.

—E poi?

—Mi spiegherò in due parole: l'uomo va a Perugia, le vertenze tra la Santa Sede e il Baglione, siccome son molte, e intralciate e vecchie, così potrebbe sembrar ragionevole il desiderio di venire a un accomodamento. L'uomo dunque va a Perugia in qualità di commissario della Santa Sede…. V'hanno lacci per lepri, per volpi ed anche per tigri… d'uno di questi ultimi converrà far uso, e tosto si troverebbe il modo di condurre così il Baglione in Roma…. qui…. non ci sarà da pensarci due volte…. Il Castel Sant'Angelo ha veduto una popolazione di teste rotolare sul lastrico del secondo cortile, un'altra dunque non gli sarebbe di troppo; ecco tutto.

Il personaggio incognito, a queste parole, si alzò, e dopo aver dato di volta nella camera, lentamente e col capo basso, si fermò poi e piantossi in faccia all'Elia:

—E sareste voi quell'uomo?

—Io presterei l'opera mia.

L'altro tornò a passeggiar di nuovo, e di nuovo si fermò:

—Voi mi consigliate una giustizia, ed è una giustizia di fatto, ne sono convinto…. e se vi si concedesse un tal mandato, di nessun'altra cosa la mia coscienza sarebbe tranquilla, come di questa…. pure pel mondo potrebb'esser causa d'uno scandalo inaudito….

E qui s'interruppe, per soggiugnere poi subito:

—Basta, ci penseremo. È tal cosa alla quale converrà pensarci tre volte, non che una, e a lunghi intervalli l'una dall'altra, e interpelleremo chi si dovrà interpellare…. Non temo gli audaci partiti, disse poi, temo il mondo e i suoi giudizii…. Il mondo ha una foggia sua di valutare le cose, e persuaderlo è arduo, credetelo a me.

—Ci sarebbe poi da farvi un'altra giustizia, una giustizia privata, pure non meno santa della pubblica.

—Di che si tratterebbe?

—Sapete come tra il Baglione e il Bentivoglio, già signore di Bologna, abbian stretta una lega, primo pegno della quale fu il sacrifizio di quella sventurata figliuola del Bentivoglio, che da due anni è sposa del Baglione. Ella è la sesta moglie di questo infame uomo; le altre tutte morirono di violenza, come portò la fama. Che ragione di vita possa esser quella di costei accanto a così osceno e truce vecchio ognuno può immaginarselo. Intanto io so, ch'ella va consumandosi oncia oncia di crepacuore. È facile dunque a pensare quanto sarebbe meritoria l'opera di chi, facendole morire il marito, tenesse lei in vita e la difendesse contro una nuova violenza del padre!…

—Del caso di costei me ne fu già parlato, e mi dolse già che non si potesse far nulla per lei… pure codesta circostanza, per quanto minuta, potrebbe esser quella da rendere sufficiente la somma delle cause a farmi risolvere ad un passo; faremo dunque in modo che non mi abbia a doler più per lo innanzi…. Per ora basta così…. quando sarà tempo, avrete l'ordine di presentarvi alla Corte…. Adesso vi do licenza.

Ciò detto, senz'altre cerimonie, si ritrasse e scomparve dietro l'usciale, che subito si richiuse.

Il Corvino stato un poco sopra di sè pensando, chi mai esser potesse quel personaggio, fu interrotto ne' suoi pensieri dal servitore di camera che lo condusse fuori. A questo, nell'uscire, fu sollecito di dimandare chi era l'uomo col quale aveva parlato, ma non ne seppe altro, che il servitore disse che non gli poteva dir nulla, e lo avrebbe saputo poi.

Ora è molto probabile che anche il lettore, attraversata velocemente con noi la curva di questi due anni, desideri saper quel che sia avvenuto in codesto tempo, e da quali cagioni sieno scaturiti gli effetti di cui ha già intraveduto qualche cosa in barlume. È un fatto intanto, pur troppo incontrastabile, che la Ginevra Bentivoglio se ne sta a Perugia consorte di quel Baglione, sulla cui testa abbiamo potuto accorgerci che stia per crollare qualche ciglione di montagna. È un altro fatto che il Morone, entrato in sospetto di Francesco I e de' suoi Francesi, invece di accettare la carica di governatore statagli esibita, abbia stimato opportuno a sè ed al suo paese di emigrare e recarsi in Romagna; sappiamo…. molte altre cose sappiamo…. ma perciò appunto converrà aggiungere maggior luce al pallido barlume di queste notizie.

E qui correrebbe l'obbligo a noi di raccontare alla spiccia quanto è avvenuto, se alcune lettere del Palavicino medesimo, scritte sparsamente in que' due anni allo Sforza e al conte Galeazzo Mandello, non ci liberassero da questo officio.

Noi le riprodurremo qui, persuasi che il lettore, il quale di solito è assai mal prevenuto contro ai raccontatori, darà più fede al Palavicino, che scrive come gli vien dettando la condizione dell'animo suo, delle sue cose, di quelle del suo tempo, che a noi che viviamo tanto lontani da que' fatti.

Roma, 7 novembre 1515.

"Tu mi scrivi, che dopo tanto tempo i nostri Milanesi non si sono ancora stancati di vibrare su di me il micidiale veleno della calunnia, su di me che, per verità, mi pare d'avere tutti i diritti alla commiserazione dei miei concittadini. Tu stesso, sebbene mi ti professi sincero amico, e me lo dimostri col fatto, sembra tuttavia non sia in tutto persuaso della rettitudine dell'operar mio in quella sciagurata circostanza della battaglia, della fuga, della doppia fuga.

"Tu mi scrivi che gli accusatori si dividono in due schiere; la prima, di chi m'incolpa d'aver rapita a viva forza la sventurata figlia del Bentivoglio, e perciò non cessa di vituperarmi per aver tentato di gettar troppo disonore su quella virtuosissima creatura, nella quale accusa trovo il conforto almeno che tutti sappiano e gridino altamente la virtù intemerata di lei; la seconda, di coloro a' quali sembra assai giusto ch'io abbia tentato di rapire la Ginevra, per liberarla così dalle mani di quel tristo Giampaolo, ma che non si stancano di gridare contro di me, perchè l'abbia poi molto vilmente restituita, e lasciatomi intimorire dalle minacce; e pare che all'opinione di costoro tu, in qualche modo ti accosti; però trovo necessario raccontarti la cosa, com'io devo pure saperla, e comincierò dal dirti, che tanto l'un'accusa, che l'altra si riduce a non essere che una pretta falsità…. Io non l'ho rapita; io non l'ho restituita vilmente. L'Elia Corvino, che tu devi conoscere, e che prese ad amarmi perchè feci un po' di bene al fratel suo, fu quegli che condusse le cose in modo perch'io quella notte mi trovassi colla Ginevra senza saputa sua, e quasi, starei per dire, senza l'assoluta mia volontà. Tutta la mia colpa si riduce nel non aver consigliato alla Ginevra di ritornare fra le laide braccia del suo tristo marito, quando una combinazione che, a tutta prima, mi parve fosse protetta dai destini, me la mise d'accanto. E di questo non ti dirò altro, giacchè tu pure avresti fatto il medesimo, e trovi ragionevolissimo che un gentiluomo che ha dato la sua fede ad una fanciulla, che pure gli si è promessa, debba difenderla dall'attentato dei tristi, chè tali erano suo padre e suo marito, al quale per forza e inumanamente il primo la volle sagrificata. Quanto alla seconda accusa, trovo che un complesso di combinazioni fatali le hanno dato un certo fondamento; ma siccome a tutti, e a te, dev'essere ignota la parte secreta, e più efficace, e più orribile di quella storia, credo bene di rammentartela qui a brevissime parole.

"L'angoscia che in que' giorni del suo malaugurato matrimonio ebbe ad accasciare la complessione della Ginevra; lo sbattimento continuo dell'animo agitato da mille passioni, e tutte procellose, come puoi ben credere, lo sgomento che l'assalì in quella sera in cui ella ebbe a trovarsi nella medesima lettiga con me, la sua virtù che la teneva in un atrocissimo contrasto tra l'amore e il dovere, lavorarono di tanta forza sul già stanco suo corpo, che pervenuti al mio castello d'Aquanera in Lodigiana, guardatala in volto, ebbi a spaventarmi del quanto ella si fosse trasfigurata. Una violentissima febbre con brividi gelati l'era entrata addosso pochi momenti prima. Messa a letto, e confortata con panni caldi da quelle mie villeggiane, che le si misero attorno con molto amore, non diede alcun segno di miglioramento, che anzi le sconvolse il cervello un così violento delirio, che faceva pietà e ribrezzo a un punto. Io credeva tuttavia che in poche ore un sì repentino malore fosse per dar luogo; ma la mattina, trovatala peggio ridotta che mai, e tanto prostrata che pareva fosse per passare da un momento all'altro, io diedi in tale disperazione e in tali smanie, che avrei anteposte le pene dell'inferno a quell'insopportabile tormento che non mi lasciava aver requie; pure potei pensare che, smaniando così, non si veniva a capo di nulla, e che bisognava pure l'opera del medico in quel pericoloso momento, onde spedii di volo a Milano una lettera ad Elia stesso perchè mi cercasse l'Accurzio, medico, il più riputato della sua professione in Milano, come tutti sanno, e il più scellerato e ipocrita, come io so meglio di tutti, e come tu saprai fra poco. Verso la sera di quel dì stesso, impazientissimo d'indugio, perchè da questo poteva dipender la morte del maggior bene che avessi al mondo, vidi finalmente comparire una cavalcatura; ed era l'Accurzio infatto coll'uomo che aveva mandato a Milano e l'Elia Corvino. Questo, avendo letto nel foglio che gli aveva spedito, come fosse a mal termine la Ginevra, messosi in certa apprensione, per quel pericolo in sè stesso e pei maggiori che ne potevano scaturire, volle egli medesimo dirigere ogni mossa e, tenuto segreta ogni cosa all'Accurzio, quando me lo presentò, trattomi in disparte, mi disse com'io dovessi comportarmi seco lui, e che essendo uomo avarissimo e di poco cuore, badassi a caricarlo bene di fiorini e di scudi.

"L'Accurzio non sospettava di nessuna cosa e mi domandò chi mai fosse in pericolo della vita perchè fosse necessario l'intervento suo. Senza rispondere a quelle prime parole, cominciai a tocargli il guanto con un rotolo di scudi, poi, a poco a poco, gli palesai come fosse la cosa e di chi si trattasse, e come fosse mestieri di tenere il segreto. Dapprima mostrò di maravigliarsi molto, e mi parve a cert'atti, volesse quasi levarsi di tale intrigo; ma com'io durai un pezzo, quasi colle lagrime agli occhi, a scongiurarlo perchè non ci abbandonasse lei e me in quel durissimo punto, risposto che farebbe, mi seguì nella stanza dove giaceva mal condotta la povera Bentivoglio. Davvero, che a quel tristo, io non so in certi momenti negare la mia gratitudine, pensando che fa per le sue cure, s'ella potò ancora ritornare in vita; ben è vero che al prezzo che a lei la fece pagare, ed a me forse più che a lei, poteva bene pensare al modo di farci morire ambidue in una volta, che sarebbe stato per il meglio. Senti questo: venuto il sesto dì, e veduto com'ella si fosse riavuta, tanto che più non le occorresse l'opera sua, l'Accurzio disse, che gli bisognava recarsi a Milano, e che tosto sarebbe tornato il dì dopo. Io gli risposi facesse il suo comodo, e senza più, facendogli giurar mille volte che avrebbe custodito il segreto, e messogli nel pugno un altro rotolo di fiorini d'oro, di cui quel tristo mai non finì di rendermi grazie, allestitagli la cavalcatura, lo feci scortare a Milano.

"Il dì dopo, intorno alle ventidue, quando la Ginevra, riavuta del suo malore, passeggiava negli orti del castello in mezzo alle donne, ed io ero irresoluto fra mille pensieri intorno a quello che mi convenisse fare di poi, m'entra il famiglio in camera e mi dice che il castello è invaso da un cinquanta cavalleggieri del re, e con loro trovarsi un gentiluomo che altamente mi chiedeva. Il pensiero tosto mi corse a quel che era veramente, sudavo freddo; per mala sorte la Ginevra potè udire ogni cosa, e venutami appresso mi scongiurò non tentassi nulla a danno o del padre suo o del marito che si fosse, e risparmiassi me pure, perch'ella era in tutto disposta a ritornare col padre suo, col suo consorte, e che io poteva darle mille morti, non mai obbligarla però a convivere con me. Dette queste parole, disperata, mi si tolse dappresso, ed io seguitandola e trattenendola tuttavia non potei fare ch'ella non s'incontrasse col Bentivoglio. A' piedi suoi ella si gettò appena lo vide, e a mani giunte impetrando quella sventurata il suo perdono, lo pregò volesse condurla con lui che in quel luogo non avrebbe mai voluto rimanere. Il Bentivoglio, vedendo la figlia disposta a quel che egli voleva, non mostrò di fuori nessun'ira e, simulando anzi una certa pietà, come se egli credesse ben altro di quel che era di fatto, disse ch'ella ringraziasse Iddio il quale, avea provveduto a farla liberare dalle mie scellerate mani. Qui non ti saprei dire quel che sia corso tra me e il Bentivoglio, nè la millesima parte delle imprecazioni ch'io diedi alla sua spietata natura, nè le contumelie d'ogni sorta onde feci segno quella sua vituperosa vecchiezza, e certo non gli avrei mai più rilasciata la Ginevra, e mi sarei fatto fare in pezzi da que' suoi cinquanta cavalleggieri, piuttosto che abbandonarla in così vil modo; ma ella, fosse lo spavento dell'autorità paterna, fosse un resto d'amor figliale, fosse ira verso di me, che tante villanie avevo scagliate a suo padre, fosse… chi sa quante cose insieme le travolsero il cervello in quel punto…. il fatto è pure, ed io ne fremo e piango in ridirlo… ch'ella si alzò contro di me, con voce tremante e piagnolosa e iraconda, e protestò ch'ella voleva partirsi col padre, e ch'io mi guardassi dal farle violenza, che guai per me e per tutti. A tali parole mi cadde ogni virtù affatto, a me pareva di sognare, e chi mi avesse giurato che quella era ancora la mia Ginevra, per verità che non l'avrei creduto. Così senza parole, senza addio, senza lagrime, senza nessun segno, istupidito più che altro, io mi tolsi dalla sua presenza e lasciai fare. Quel che avvenne dopo, tutto il mondo lo sa… ed ella intanto è signora di Perugia. Dovevo io ritenerla per forza con me? l'avresti tu fatto? e ti par egli ancora ch'io sia stato un vile per essermi comportato così? S'ella avesse pianto…. s'ella avesse voluto ch'io la salvassi…. puoi bene esser certo che nè suo padre, nè quell'atroce marito suo non l'avrebbe riavuta mai più, e piuttosto l'avrei uccisa… ma così… ella comandò che fosse diversamente, ed io dovetti obbedirla; del resto poi non so…. eppure ella mi amava!!!….

"In quanto all'Accurzio, l'Elia Corvino scoprì poi quel che aveva fatto quel tristo, sperando non so quali emolumenti dalla Francia, e sapendo come il Bentivoglio fosse amicissimo del governatore e de' più distinti baroni, a gratificarselo, gli manifestò i segreti sul quale tanto solennemente aveva giurato il silenzio e gli diede i mezzi a venire sulle traccie della Ginevra… Non so se i miei destini lo faranno comparire quell'infame un'altra volta innanzi a me… Ma se mai ci venisse… puoi esser certo più che di qualunque altra cosa del mondo, che non lo potrà un'altra volta…. Del resto… chi sa! potrebbe ancora avermi fatto male in fin di bene, e, pinzocchero qual'era, è probabile che abbia consultato il senno di qualche nostro arciprete prima di rovinar me e lei in quell'atrocissimo modo… pure, guardando le cose da un diverso punto… parrebbe aver egli operato da assennato e da santo, e noi esser stati travolti dalla vertigine della colpa….

"Adesso dunque che tu sai le cose com'elle sono, e punto per punto, fa in modo, io ti prego di porre un argine a tutto questo flusso di calunnie e dicerie che vengono ad accumularsi sul mio capo, e procura sovratutto che continui a durare intemerata la fama della virtù della Ginevra; addio".

Roma 18 marzo 1510.

"S'io ti avessi a dire con parole la centesima parte della gratitudine ch'io ho a professare a te e a quel povero Elia, che sostentando con sì difficile e pericolosa fatica la sua vita, trova pure il tempo da provvedere all'altrui vantaggio, davvero che non ci riuscirei, per quanto io mi sforzassi. Fino dal dicembre dell'anno ora trascorso, ho passate più settimane temendo ogni dì sentir pubblicata la confisca di tutti i mei beni, e mi son martellato il cervello per vedere se ci fosse modo di riparare a tanta rovina… pure, accorgendomi che non era mezzo di scansar quella procella, se avesse voluto piombarmi addosso, non ci pensai altro, e mi parve alla fine che il temporale fosse al tutto passato. Però l'ultima tua mi recò grandissimo stupore insieme a molto sdegno e a grandissima consolazione ancora, la quale, per dirti il vero, mi ha vinto al punto, che piansi di riconoscenza per te e per quel povero Elia. Io non so comprendere come a colui, per quanto sia destro ed acuto il suo ingegno, sia riuscito di far risultare al fisco come della maggior parte de' miei beni io abbia fatta la cessione a te per vendita regolare. Vorrei che in un'altra tua mi spiegasse com'egli abbia potuto far questo, che ancora non mi par vero. In quanto ai pozzi di sale ch'io possedevo, ed ai boschi, devo dirti che non m'importa gran fatto siano caduti in bocca del fisco, perchè in questi ultimi anni non mi rendevano più che tanto, onde assai poco ci ho perduto. I trentamila fiorini d'oro che m'hai spediti non potevano giungermi più a tempo, che già le strettezze minacciavano di farmi ancora più miserabile di quello che di solito io sono. Tornando all'Elia, al miglior stato del quale è obbligo mio il provvedere da questo momento in poi, perchè troppo mi dorrebbe se tosto o tardi, dando nella rete, scontasse duramente tutte in una volta, nelle prigioni del Capitano di Giustizia, quelle azioni certamente vituperevoli a cui lo hanno guidato e la sua miserabile condizione e la natura del suo ingegno assai più che del suo cuore, che fuor d'ogni dubbio è nobilissimo, io ti prego a torlo giù da quella qualunque altra trappola che per avventura avesse già caricata, e dargli denari e mezzi perch'egli mi possa raggiungere qui in Roma, dove io spero poter trovargli un impiego molto acconcio alle sue cognizioni ed al suo scaltro ingegno. Mi pare ch'ei potrebbe versare in una sfera molto più nobile di quella che fin'ora il tenne occupato. Assai pochi di questi segretari di cardinali a' quali è affidata la manipolazione della cosa pubblica, la quale quanto sia sterminata e intricata e ardua è troppo facile ad immaginarsi in questi disastrosi tempi, non mi pare, stando a quelli che io son venuto tentando ci sia quell'ingegno che abbisogna. Tutti questi feudatari della Romagna che al santo padre danno un bel pensare da mattina a sera, e che sono tali furfanti da condurre chicchessia a perdizione, avrebbero bisogno di taluno che li traesse nel laccio, giocando di acutezza più che d'altro. Colui che in piccolo teatro e in talune condizioni è furfante, trasportato in altro campo è un grand'uomo. Non è cosa affatto nuova, e tu lo sai meglio di me, perciò mandami l'Elia Corvino, che in ogni modo ne caveremo qualcosa… D'altra parte, se non lavorerà per Roma, lavorerà per Milano, e se adesso non c'è nulla, e ci è forza lo stare imboscati ad attendere l'occasione, egli saprà far qualche cosa di buono…. Il Morone non dà segno di vita e non so quello che sarà per fare…. Si parla qui del posto di governatore, al quale Francesco lo ha eletto…. ne fu parlato anzi da Leone medesimo. È un gran peccato che questo magnifico pontefice abbia troppo amore alla poesia latina ed ai poeti in generale, e alla pittura, e alla musica. Io pure qualche volta deliro per queste arti; ma in tanta farragine di cose più importanti, e in tanto pericolo della patria comune, si pensa troppo a quelle gentilezze della vita.—In questa Roma intanto v'è un flusso e riflusso continuo di popolazione che romoreggia da mattina a sera; tutti i fiumi degli Stati d'Europa mandano qui i loro rigagnoli, tutte le razze del globo spiegano qui le loro fisionomie. Intanto l'oro, con vena sì larga come se venisse dall'Oceano, sgorga dal Vaticano, e tutto il popolo ci sguazza e vi si abbevera. La fragorosa voluttà del momento non lascia pensare a quel che sarà per succedere del patrimonio di San Pietro; e il Medici, che vede pure molto lontano spesse volte, quantunque sia miope, mi par bene che qui sia cieco. Me ne duole perchè forti bisogni mi stringon da tutta parte; me ne duole perchè Leone potrebb'essere davvero un leone. Ma i poeti, i citaredi, i dialettici, i buffoni gli fanno consumare troppa parte del dì. A quest'ora io solo avrò udito più di un centinaio d'improvvisatori. Di poeti, e verseggiatori in tutte le lingue, ve ne sono qui a migliaia; v'è una quantità innumerevole di rettorici, e più di dieci elefanti. Se io ti dicessi l'oro, l'argento, le gemme, le perle che di giorno fan specchio al sole, di notte alle fiamme, t'indurrei a credere sia stato saccheggiato il mar Rosso, sviscerate le miniere: e mentre l'onda dell'oro, come la gran cascata di Tivoli, si versa dal Vaticano, tutti i patrizi di qui fanno a gara a chi più ne rigurgita dalla loro sorgente, di men larga bocca.

Però bisogna confessare che Roma ti sembra veramente la regina del mondo; e, a voler star paghi del momento che passa, è uno spettacolo di cui è facile compiacersi, il veder risorta a pieno l'antica sua grandezza.

Scrivi presto, e fa in modo che l'Elia medesimo mi rechi la tua.

Roma, 9 ottobre 1516.

Il conte Maldengo, segretario dell'ambasciatore d'Alemagna, mi portò stamattina la vostra lettera. In quest'anno dunque è il primo di oggi che nell'animo mio amareggiato spesso, attediato sempre, entrò uno schietto conforto. Davvero che quella lettera fu un grave rimprovero per me che in questi due anni non ho mai saputo trovare il modo di prevenire l'E. V. Ma io non sapevo a quanti piedi d'acqua si stesse veramente alla Corte di Massimiliano d'Austria, per quanto il medesimo protegga apertamente la vostra e la causa di noi tutti, e non sapevo con che cifra si avessero a vergar le lettere da spedirsi colà…. e a rompere quest'ingrato silenzio aspettavo appunto un'occasione di schiarirmi di tutto. Che poi quest'occasione mi fosse esibita da voi, che il primo vi degnaste a darmi un attestato del vostro attaccamento, è quanto per verità avrei ben potuto desiderare, non però nè sperare, nè pretendere.

"Ti ringrazio (perdona se ritorno ai modi della dimestichezza antica) ti ringrazio dell'avermi palesata la più interna condizione dell'animo tuo; e d'avermi con sì generose proteste, parlato di te, del tuo paese, de' tuoi concittadini e di me. Mi sento però in obbligo di retificare alcune tue idee intorno al tuo stato presente.

"Mi scrivi che oramai non ti basta più l'animo di continuare in quella vita inerte alla quale sei costretto da un lungo anno, che non puoi sopportare l'idea che l'universale opinione abbia a condannare la ragione del tuo vivere attuale. Che però o in un modo o nell'altro ti sei deliberato di uscire di tanta ignominia, e di tentare la sorte comunque sia per esser destra od avversa. Io ho la tua medesima età e lo stesso calore del tuo sangue, ma sono più vicino ai fatti, e penso che quelle tue proteste se sono generose, sono però indebite. La tua virtù sta ora appunto nel sopportare tutta la noia di una vita inerte, nel far violenza agli impeti dell'animo tuo; nel frenare i fremiti dello sdegno, per quanto ei sia generoso. Il tuo coraggio sta nel porti appunto tutto solo contro alle punte della pubblica opinione; nel maturare dentro al lievito ingrato della passeggera calunnia, le azioni che poi ti alzeranno a perpetua ed inconcussa fama. Tanto è virtù in te il far nulla adesso, e il pensare alla tua conservazione, e al corroborare la tua salute fisica e la tua forza morale, quanta sarebbe in me il tentar tutto se l'occasione il portasse, e il mettere la mia vita a qualunque pericolo che comandasse la necessità. Se io cado, un altro, moltissimi altri, possono occupare il mio posto, e nulla v'ha di perduto ancora; me se avventurassi la tua vita in questo momento, saresti reo di aver messo all'azzardo il bene, del tuo paese e de' tuoi concittadini; se tu muori, tutto è finito; nella tua vita, nella tua esistenza è riposta ogni speranza; a te l'inerzia è dovere, come a me l'azione. Quando i fatti avranno risposto ai desiderj, quando le nostre mani ti avranno ricollocato nella tua città, allora ci scambieremo il carico: a te sarà indispensabile l'operosità continua, a me potrebb'essere perdonata anche l'inerzia. Per ora dunque abbi fede e speranza, e non ti dar cura del resto, e pensa che, nel frenare gl'impeti generosi della bollente tua gioventù, nel rattenere questa tua medesima virtù, c'è una virtù molto più alta e solenne perchè molto più difficile. Frattanto a noi pure ci conviene star qui attendendo; ma ho fede ne' destini che qualcosa ci abbiano a recar presto di nuovo. Il Morone, del quale pare che tu muova alcun dubbio nella tua lettera, e di cui per tutta Italia si bisbigliava, s'è finalmente rivelato quale e quant'è; e fingendo recarsi a Bressy per occuparvi il posto di governatore, a cui Francesco avealo eletto, uscì invece del Milanese e, fra qualche giorno, sarà qui in Roma egli stesso. Dopo un anno e più che il conte Galeazzo Mandello non dava più sentore di vita, gettato come s'era, a corpo perduto nella sua voluttuosa e viziosa indolenza, a un tratto, non richiesto, mi manda sue notizie, e, quel che più fa maravigliare, notizie della sua città, de' suoi concittadini, de' suoi colleghi, de' Francesi e del governatore. In quanto a lui ebbe a lottare due mesi, con pericolo presentissimo di morte, contro ad un malor fisico, che forse il guarì dalla sua torpedine morale. Mi scrive talune cose che, a tutta prima, sembrano involute di pazzia, ma che in sè stesse racchiudono molta verità, e pare siasi, in qualche giorno di molta alacrità mentale, occupato delle cose del suo paese, quasi fosse lui al timone dello Stato. "Al tempo di Lodovico, scrive, il nostro buon popolo sommava a duecentomila, ora siamo centottanta, e così continuando le cose, la nostra città si vuoterà in breve; così si vuotasse del tutto, che penseremmo allora a riempirla. I nostri cari patrizj che per ora non faccio mai degni de' miei saluti, e molto meno delle mie parole, accarezzati da certi cani che usano la volpe, accarezzano di rimando, consumano l'entrate nel correre e ripercorrere la strada da Milano a Parigi, nello sfoggiare alla corte di quel re spadaccino, di cui vorrei bene sperimentare il valore, che certo farei pianger Francia e ridere Italia. Le loro rendite che il nostro villano gli guadagna, si dilettano a scompartirle fra i parisiani. I loro concittadini, che per tanto tempo e così bene li calzarono e li vestirono, ora avrebbero a morir di fame se stesser qui. Ma non ci stanno per lor buona fortuna e per la rovina del loro paese, ed emigrano; e Parigi, continuando ad ingoiar scudi, ingrassa e fa pancia. A tutti questi malanni, ne vien uno di costa, che è il peggiore di tutti, ed è che il Borbone governatore è uomo eccellente, d'ottimo cuore e di gentili maniere; così a' patrizi è dato a rosicchiare qualche osso midolloso, e il loro capogiro continua. Che util cosa sarebbe che la fortuna mandasse tra noi qualche novello Busiride e, se fosse possibile, qualche cosa di peggio! Il cancro è spiegato; senza ferro e senza fuoco non si fa nulla. Non è che per il nostro meglio, che io desidero che un flagello spietato sollevi la nostra cute. I patrizj ritroverebbero allora il loro buon senso che hanno smarrito per via; la sventura è madre di sapienza, ed io la invoco." Questo mi scrive, il conte, insieme a molte altre cose su quest'andare, per cui mi sembra che quest'uomo, il quale non si diletta che di guardare e di non far nulla, sarà per far molto a suo tempo. Intanto il pontefice, che s'era acconciato a far buon viso a Francesco, pare ne sia adesso profondamente pentito. I Bentivoglio s'affannano a muover passioni ed ire, per suscitare qualche vespaio contro il santo padre, e si ha qui per certo che la Francia dà loro buonissime speranze. E se coloro i quali già furono spodestati si fanno lecito di rialzare la cresta, tanto più quelli che si senton forti de' loro possessi e delle loro armi. Se c'è un pensiero che dia molestia a Leone, egli è questo fuor di dubbio; e siccome per talune parole ch'egli medesimo si degnò rivolgermi, in occasione ch'io fui alla Malliana sua villa, mi parve si disponesse a gettarsi in quest'impresa a tutt'uomo e con tutte le forze e tutta l'autorità sua, così spero bene anche per noi… . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Il resto di quella lettera, toccando cose inutili al fatto nostro, crediamo bene di ommetterlo; piuttosto riporteremo un frammento che abbiamo trovato fra le carte del Palavicino, il quale parla di una corsa da lui fatta al lago Trasimeno, e del suo incontro colla signora di Perugia, vogliam dire colla Ginevra. Non sapremmo se questo sia un frammento di altra lettera, o sien piuttosto pensieri staccati ch'egli buttasse sulla carta, a sfogo della sua passione, più che per altro. Del resto è cosa piuttosto indifferente; e a qualunque uso abbia poi servito quel brano di scrittura, a noi torna assai comodo il poterlo riportar qui… con qualche cambiamento di sintassi e d'ortografia, s'intende, come abbiam praticato coll'altre lettere…

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"È corso un anno e sei giorni, da che ella fu divisa da me per forza… tengo conto dei giorni, tengo conto delle ore, tanto quel fatto mi sta sull'animo continuamente… e un mese fa la rividi…

Chi lo avrebbe sperato… e insieme… chi avrebbe mai creduto ch'iomi sarei rimasto peggio contento che mai dopo averla riveduta?…

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pure è tenace ancora la persuasione in me che il destino espressamente mi additasse colei per un fine ben più alto che la sola corrispondenza d'amore non sarebbe… se mai fosse questa un'illusione, mi giova assai, od io farò di perpetuarla.

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"L'irresistibile bisogno di rivederla anche una volta, facendomi por da canto qualunque pensiero di pericolo, mi spinse un dì sino a Perugia e al Trasimeno, e non so in qual altro assai più lontano e più difficil luogo non mi avrebbe sospinto. Seppi ch'ella usciva qualche volta sul lago, e sempre in compagnia del truce e osceno vecchio. In tale orribile condizione io doveva rivederla, pure io mi condannai da me stesso a quell'insopportabile supplizio. Era una mattina, da quel solitario lago era scomparsa ogni barca di pescatore, chè quando usciva il Baglione col suo seguito scompariva ognuno, tanto era il timore che si aveva d'incontrarsi in lui, tanta era la cura di scansarlo. A tal uomo io doveva dunque veder d'accanto la donna dell'anima mia… contuttociò dal luogo ov'io stava nascosto con un'ansia insolita attendevo che spuntasse la vela della barca ov'ella trovavasi… L'ho scorta da lontano… Con un tremito generale del corpo la stetti osservando che s'accostava d'onda in onda alla mia volta… Il cuore mi scoppiava… finalmente mi fu presso; erano sei barche, quella del Baglione veniva la prima… A stento potei guardare di sotto al baldacchino di broccato d'argento che rifrangeva i raggi del sole. Il truce e squallido signore se ne stava sdrajato su de' cuscini, e la Bentivoglio gli stava seduta presso…. Che momento fu quello!… Il sangue mi corse alla testa velandomi gli occhi, e fui a un punto di gettarmi di slancio in quella barca e a viva forza prendendo e stringendo a me quel corpo divino della Ginevra, con lei precipitarmi nel lago e finirla, e affogar seco in un fascio, chè altra via non c'era. L'orrenda tentazione mi venne… la vertigine mi avea preso; ma la corsa della barca che, investita dal vento, fuggiva come saetta dinanzi a me, potè impedirmi, ed ora ne ringrazio Iddio. Non pensavo, in quel punto, che della vita mia non mi era lecito disporre, chè ad altro oggetto io l'avevo consacrato col giuramento dell'anima mia…

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"E supplico Iddio che a quest'unico oggetto non mi faccia mai anteporre altra cosa del mondo, e dell'alito suo sempre mantenga viva in me la necessaria fermezza… La vita mi si rivela spesso da mille facce, e quand'una a sè irresistibilmente mi attrae dall'altra, di necessità, io sento dilungarmi… Purtroppo tutte le passioni dell'uomo vanno agitandosi in me, e insieme allo sgomento che in me produce talora il difficile posto a cui mi son messo, e pel quale altri mi crede adatto, uno strano timore mi assale, che il mondo seco non mi tragga con impeto molto maggiore che non sia la forza mia per superarlo. Io sono una creatura fragile… ed è bisogno ch'io mi convinca di ciò, chè così la spensierata fiducia non avrà a farmi cadere nella mia corsa.

"L'altro dì manifestava l'animo mio a tale che se ne vive solitario fuori di Roma… uomo fatto savio dalla dura scuola dell'esperienza… gli toccai della Ginevra e del pericolo che per lei io avessi a deviare dal mio vero cammino; ma colui mi confortò fermandomi nel concetto mio, che il destino avesse unito noi due espressamente… uniti nello scopo, se non nella vita… È fama che dei casi della Ginevra il santo padre sia stato commosso, però è a sperarsi che per lei s'induca finalmente a far quello che già aveva nell'animo… di spodestare Giampaolo. Se ciò fosse mai per essere, la Providenza ci avrebbe dunque uniti allora appunto quando ci separò. Per la Ginevra cade il Baglione, e con lui che è il più duro ceppo, tutti gli altri tiranni della Romagna… Per la caduta di costoro alla Francia mancherebbero ajuti, e sarebbe allora agevole il mezzo di farla sloggiare da Lombardia… ma Dio sa cosa cova in seno al futuro… e più che d'altri io ho sospetto di me medesimo e della mia giovinezza e del fervido senso il quale minaccia dappresso la mia prudenza… in questa Roma segnatamente… in questa viva luce… fra questa calma d'un popolo che i gaudi incessantemente rapiscon seco.

Dalle date di queste lettere appar dunque averle scritte il Palavicino un anno prima all'incirca di questo giorno, che in Castel Gandolfo il principe Savelli sta apprestando a papa Leone forse il più sontuoso banchetto che mai siasi imbandito a quel tempo dall'opulenza fastosa dei patrizi romani. Ora ne giova il sapere che il Palavicino trovavasi appunto tra' commensali onde il Savelli aveva voluto rendere a Leone più decoroso il banchetto.

Fin dal suo primo giungere in Roma gli si eran fatte grandissime accoglienze, siccome a gentiluomo d'uno de' più illustri casati di Lombardia, e perchè si sapevano in gran parte le sue vicende e le sue sventure, e l'esser lui caduto in disgrazia di re Francesco per aver combattuto contro Francia a Marignano. E quell'impressione che a primo tratto egli avea fatto sull'animo di coloro a cui fu presentato, anzichè dileguare, come talvolta avviene, crebbe sempre più, e mentre il suo buon ingegno e le molte lettere ond'era fornito lo rendevano accetto agli uomini gravi e colti, e la fama militare ben acquistata su tre campi di battaglia lo facevano ammirare dalla romana gioventù; anche la sua giovinezza, considerando le cose da un altro lato, la bellezza non comune, e i suoi modi riservati insieme e soavi, avevano somministrata la materia per dialoghi d'ogni maniera a quel sesso così fatale in tutte le parti del globo e così formidabile in Roma. Però, viene spontanea la volontà di domandare, se al Palavicino sia venuto maggior vantaggio o maggior danno dimorando per sì lungo tempo in quella città?…. Questo è quanto noi vedremo col tempo…. ma intanto da quell'ultimo scritto che di lui abbiam riportato, traspare assai chiaramente, ch'egli temeva il danno più che non iscorgesse il vantaggio. E quel cielo di Roma, e quella tinta ne' volti femminili, e tutte le altre cose da lui medesimo già considerate esercitarono di fatto sull'animo di lui un'influenza che, quanto più protraevasi la sua dimora in que' luoghi, tanto più facevasi prepotente. E nell'anno che trascorse dai giorni ne' quali vergò quelle passionate scritture a questo in cui ci troviamo, tanti e così varj e così curiosi fenomeni si verificarono nel suo umano involucro, ch'io dubito molto non abbia a maravigliarsi il lettore del notabile cambiamento al quale avrà ad assistere.

Ma su questo tema torneremo di qui a poco; per ora è un immenso vestibolo che ci si spalanca dinanzi a lasciarci spingere uno sguardo per entro a una sala vastissima di cui non saprebbesi più oggidì far la chiave di vôlta, e su di un banchetto lungo a veduta d'occhio circondato da una selva di olivi, di mirti, di oleandri, ornato a sopraccarico di vasi, di anfore, di mescirobe, di guastade d'oro, d'argento, di porfido, d'agate, di lapislazzulo. Varietà sterminata d'oggetti, involuta per entro ad un vapore che annebbia qualche poco la luce, e sparge intorno profumi d'una ineffabile fragranza. Scena straordinaria innanzi alla quale tosto ci balzano alla mente Baldassarre e Lucullo. Se non che lo spettacolo ne si fa ancora più attraente adesso che intorno alle mense stanno assidendosi i duecento commensali.

Qualcuno de' nostri lettori, il quale per avventura s'interessi delle cose presenti più che delle passate, a farsi un'idea dell'apparato insolito che in tal dì offre allo sguardo la più gran sala del castel Gandolfo, si figuri nella propria mente un consimile banchetto apparecchiato a' nostri tempi in quella delle grandi città d'Europa che a lui possa sembrare più acconcia per tale officio. E assembrati intorno a così sfolgorante banchetto si immagini tutti quanti i più illustri uomini che la politica, la diplomazia, la milizia, le scienze, le lettere, le arti annoverano in tutti i punti dell'Europa sotto ali'insegna loro propria. Cerchi all'Italia le alte e solenni sue intelligenze, alla Francia i suoi versatili e brillantissimi ingegni, alla Germania gl'indefessi suoi pensatori, all'Inghilterra i suoi più insigni wighs e torys. Consideri codesta immensa ollapodrida del sapere universo di cui Chateaubriand e Manzoni e Thiers e Peel e Bulwer e Rossini e Vernet e Mickewicz e Lelewel e Hegel e Humbold e Cousin ed altri siano i più piccanti ingredienti, e si figuri di dominarla a colpo d'occhio per entro a quattro pareti. Così più facilmente rimontando al lontano passato potrà farsi un concetto di quell'adunanza d'uomini cospicui che stavan seduti alle mense del principe Savelli.

Leon X nel mezzo del banchetto era seduto su d'una seggiola più alta a dominar tutti quanti, come colui che del proprio nome avea a contrassegnare il suo secolo. Il cardinal Bembo alla sua dritta, il Bibiena alla sinistra; l'Accolti, l'Agostini, l'Alciato, il Sannazzaro, il Beroaldo, Demetrio Calcondila, Annibal Caro, Casliglione, Rafaello di Urbino, il Giovio, il Trissino, il Morone, seduti l'uno accosto dell'altro. Così gli ambasciatori di Francia, di Spagna, d'Alemagna, d'Inghilterra, e alle stelle principali mescolate le stelle minori, fra le quali, per quanto sia l'amore che gli portiamo conviene annoverare anche il nostro protagonista. In mezzo a tanti splendori ve n'era però qualcuno di una luce alquanto equivoca, e tra gli altri l'Aretino, invitato appositamente dal signore del castello perchè intrattenesse l'adunanza coi suoi petulanti epigrammi, al quale era stato posto di contro il Berni, fidando che questi due così acri ingegni, mordendosi a vicenda e continuamente e senza pietà, non avrebbero mai lasciato morir di noja l'adunanza. Cosa che si verifìcò, e al di là delle speranze e dell'aspettazione di tutti. Del resto, a un tale banchetto, non vediamo seduto l'Elia Corvino, quantunque la sua cappa fosse di velluto pari a quella dei gentiluomini e il Morone avesse cercato d'introdurlo a quelle mense; ma la causa per cui n'era stato escluso, era forse che Leon X somigliava troppo al personaggio che un momento prima s'era intrattenuto seco, e non voleva esser riconosciuto così presto. Il fatto sta che il Savelli, dopo alcune parole avute con Leone, avea dette le sue al Morone, che le riferì all'Elia il quale, senza provarne un dispetto al mondo, uscì del castello e, a saziare il suo appetito, si recò ad una osteria d'Albano, dove ebbe a lodarsi assai del buon vin di Frascati e di due foltissimi sopraccigli d'una donna di colà, la quale gli fece passare con minor tedio il rimanente di quella giornata.

Ora tornando nella gran sala del Castel Gandolfo, non ci fermeremo a descrivere a minuto quelle mense, nè a fare il più esatto elenco delle vivande che vi s'imbandirono, nè di tutte quelle squisite delicatezze onde venivano accompagnate. Ci siam fissi in mente che il lettore sia stato in gran timore tutto questo tempo per la minaccia d'una descrizione normale di un pranzo, la quale dopo le migliaja che si trovano nelle cronache e nelle storie di quart'ordine, e le altre migliaja che si trovano nei libri d'arte, aggiunta la gloriosa appendice di due o tre celeberrime descrizioni, compresa quella bizzarissima, del D. Giovanni di Byron, potrebbe venire opportuna, per prendere la similitudine appunto dall'argomento in discorso come un pollo d'India molto inlardellato che per bizzaria si volesse servire quando i commensali sul finire delle mense, istupiditi dalla replessione, stanno aspettando l'ajuto degli spiritosi liquori.

D'altra parte noi abbiam dovuto toccare di questo banchetto, e perchè fu in quell'occasione che l'Elia Corvino parlò a chi doveva parlare, e per dare un'idea del modo con cui il nostro Manfredo era uso a passare in quell'anno la sua vita a Roma, Venendo a lui gl'inviti da tutte le parti mal suo grado ora costretto intervenire alle feste, alle mense, ai giuochi, alle villeggiature, alle caccie e a tutti codesti passatempi della vita. E non essendovi altro a fare, bisognava pure si occupasse in qualche modo fintanto che in Lombardia maturassero quegli eventi, senza di cui qualunque azione sarebbe stata intempestiva e dannosa.

D'altra parte, siccome dappertutto intervenivano tutti i più distinti ingegni di quel secolo, da principio non stette ostinato nel suo proposito di viver solo, perchè credeva d'avere a raccogliere qualche diletto e qualche utile nell'assiduo conversare con tante e così distinte intelligenze; l'amore dei buoni studj a que' tempi, e in quella città segnatamente, era fatto tanto generale, che ogni banchetto serviva sempre d'introduzione ad un'accademia letteraria, come si fece anche nella occasione presente, in cui il Bibiena lesse una sua commedia con applausi infiniti de' commensali e dove papa Leone diè saggio del suo straordinario ingegno e del suo finissimo gusto in poesia; e quanto fosse dotto nelle lettere latine e greche, lo provò allorchè Demetrio Calcondila prese a leggere un suo brindisi scritto in greco ed in latino.

Il dì dopo, si partì il Palavicino dal Castel Gandolfo e ritornò a Roma dove altre feste lo attendevano, e dove la noja e la sazietà cominciavano a tormentarlo.

Il Morone raccomandava caldamente a lui e a que' pochissimi venuti da Lombardia a Roma, che pensassero a star tranquilli e aspettassero da lui il segnale dei primi movimenti. Ma il Palavicino, che impazientissimo desiderava la maturanza dei tempi, più d'una volta non ricordandosi del consiglio ch'egli stesso aveva dato a Francesco Sforza, fu tentato di prevenirli, se non fosse stata la calma sapiente e astuta del suo consigliero; e costretto così a sopportare in pace quell'intervallo tanto lungo di tempo, fu da quell'inerzia medesima, da quel tedio opprimente, che per lui germogliarono altre cagioni di altri effetti infiniti.

In mezzo a quella colluvie di pensieri che passarono per la sua mente in un anno, quattro mesi e non so quanti giorni, il pensiero della sua Ginevra si mantenne sempre, dal più al meno, a galla di tutti gli altri, e quasi sempre la gentile e mesta immagine di lei aveva fatta la prima figura, tra quel vortice delle altre mille che a tutte l'ore gli si schieravano innanzi in sì lungo periodo di tempo. In quegli ultimi mesi però, a dir tutto con verità, s'era ella alquanto ritratta nel fondo del suo pensatoio tutta circonfusa di una vaporosa nebbia. I passatempi, lo spettacolo di altre bellezze, il lungo intervallo e il pensiero d'essere stato da lei respinto gli avevano alquanto freddato quel primo impeto di passione. A questo s'aggiungevano le voci che correvano sul conto del Baglione e della giovinetta sua moglie; facevansi da tutti le maraviglie perchè, da qualche tempo, quell'atroce signore avesse alquanto rimesso della sua natura; se ne dava merito all'indole angelica ed alle mille doti della Ginevra, che dicevasi, essersi grado grado avvezzata a sopportare la compagnia del vecchio, e per una certa deferenza insolita in lui, trovarsi anche essa tanto quanto tranquilla. Parrebbe ragionevole che al giovane Manfredo dovesser giungere assai gradite quelle voci, ma in fatto gli riuscirono ingratissime; avrebbe voluto udire invece che un dì più dell'altro si andasse rinfuocando la discordia in quel malaugurato matrimonio. Se avesse saputo che i patimenti della Ginevra fosser giunti al punto che a lei non bastasse la forza di sopportarli, non è a dire quant'egli si sarebbe martoriato pensando a quelle ambascie, ma in que' martiri ci sarebbe pur stata qualche voluttà. Ma le angosce istesse della Ginevra sarebbero state quasi proteste perpetue del suo amore per lui. Ed ora quella calma, quella rassegnazione che significavano invece?… Significavan tanto, che Manfredo tentò ogni sforzo per rintuzzare un tal pensiero, e trovò più sopportabile il gettarsi nel vortice rumoroso delle conversazioni, delle feste, delle assemblee. Rinnovò più che non avesse mai fatto i suoi ritrovi col Morone; rimise in campo con più ardore di prima l'argomento relativo alla condizione del milanese. Udiva, proponeva, rigettava partiti. Ma eran tutte ipotesi al vento, mancando la linea su cui colorire i disegni, e le calde parole finirono anche qui in vacue esclamazioni, e si pose da un canto quel tema.

Intanto, giungendo i giorni del massimo caldo, s'era proposto uscir da Roma per alcun giorno e recarsi al suburbio di Tivoli in compagnia di taluni di que' magnifici signori romani. Da qualche tempo, non era ragione di vita in cui potesse durarla più di due o di tre giorni. Era un assiduo mutare e rimutare d'occupazioni, era una continua fuga da quegli oggetti de' quali era pure andato in cerca, era un'apatìa melensa involuta in un'operosità apparente, uno sbadiglio prolungato che precedeva e susseguiva qualunque movimento dell'animo o del corpo, che di tanto in tanto per disperazione promoveva. Si allontanò così da Roma, ma statone assente alquanti giorni, vi ritornò indispettito delle cascate di Tivoli, e della calma e del sonno di que' luoghi giocondi, ritornò, nuovo Curzio, a gettarsi nella voragine romoreggiante di Roma. Chi negasse l'intervento del destino negli eventi umani, non so cosa potrebbe non negare… tornò dunque… e il destino in fatti aveva preparato qualche cosa per lui. (È il momento di stare attenti).

Coll'alba d'un mattino egli si svegliò di uno stranissimo umore. Non potè per altro lasciarlo passare senza gettare il pensiero alla Ginevra; ma, per la prima volta, in quella giovine donna scoperse un difetto, o sia un eccesso di virtù; la purezza angelica di quella creatura e la santità de' suoi costumi, di che aveva sempre sentita una solenne ammirazione, gli parve cosa men che ragionevole in quel momento.

Dipendeva forse da ciò, che il Palavicino in quel mattino era più sensuale del solito. Era un giorno di giugno, era un giugno di Roma e dalla non lontana Ostia spirava lo scirocco. Il più degli amici di chi scrive v'han d'accordo nell'affermare, che le giornate calde e in cui soffia il vento marino, ed anche le giornate piovose d'estate son quelle in cui, più che in altre occasioni, il diavolo si fa lecito di bussare alla lor porta e di far capolino se per caso le trova aperte. Siccome poi tutti costoro sono esemplarissimi, così non credo abbassar per nulla i registri del mio protagonista, col dire che il vento che spirava di continuo dal Mediterraneo abbia influito notabilmente sul suo sistema nervoso. S'alzò così dell'increscioso letto, si recò discinto all'uno de' finestroni della sua camera, guardò fuori, vide un cielo pressochè tutto coperto da un denso vapore rosato, che vestiva di quella tinta tutta l'ampia prospettiva di Roma, che gli si dipingeva d'innanzi. Crollò la testa, stette ruminando molte cose. Gli risorsero in mente alquante parole del Morone. Si fece serio un istante, e pensò a Milano…. S'accorse però che non era quello il dì opportuno per volgere in mente i santi pensieri della patria, non era abbastanza puro per ciò, e si volse ad altro. Chiamò il suo valletto e si dispose a farsi acconciare. Senza ch'egli ci pensasse, si fermò assai più tempo che non soleva innanzi allo specchio, s'abbigliò con tanta cura e ricercatezza, quanta in altra occasione avrebbe bastato per muoverlo a sdegno….

Di tal modo passò molto e molto tempo, e uscì intorno all'ora che ne' vasti ed ombrosi giardini della villa Medici (dove, a quella stagione, quando non recavasi alla Malliana, soleva spesso ridursi papa Leone), traevano in folla i più facoltosi di Roma; patrizi, patrizie, matrone, spose, fidanzate, fanciulle, tutto ciò che di più voluttuoso potesse offrire allo sguardo quella città gaudente. Egli non sapeva perchè volgesse i suoi passi a quel luogo piuttosto che ad un altro; ma era lo scirocco che vel spingeva. Aveva bisogno di sguazzarsi, quasi augello al sole, in quel mar di bellezze. Già da qualche tempo aveva potuto accorgersi, che a molte di quelle splendide gentildonne la ricca semplicità del suo vestito, o il volto, o l'elegante robustezza della sua persona, non sapeva con precisione quale delle tre cose, avean dato fortemente nell'occhio. Egli per verità, se n'era dimenticato; ma in quel punto si risovvenne d'un bel numero di minuti accidenti, e in fantasia gli brillò di nuovo il lampo di qualche pupilla, che molto gli avea voluto esprimere. Di ciò egli era contentissimo, e quanto più lui, tanto meno il suo angelo custode. Girò così, passeggiando per gli affollati viali, molti sguardi a destra e a sinistra, con quell'intenzione onde il pescatore del littorale gitta le sue reti, e l'indigeno delle coste dell'Eritreo cala il suo scandaglio a tentare le bivalve conchiglie, e gli parve che in quel dì il numero delle bellezze romane fosse aumentato oltre misura. Vi son giorni (è sentenza questa confermata da replicate prove) in cui le donne appaiono più avvenenti assai di quello che siano in realtà, giorni tremendi in cui più d'un novizzo sentì lacerarsi le pinne dall'amo traditore di qualche bella, e fu colto e gettato nella terribil corba… del matrimonio. Son queste le crisi perigliose della gioventù, onde io credo debito mio avvisarne i miei coetanei, e ricordar loro, per tutto quello che potrebbe mai succedere, i controstimoli di S. Francesco….

E a questo punto sarebbe ottima cosa il saltare a piè pari codesto capitolo, nel quale il protagonista è costretto a presentare, al cospetto del pubblico, l'infima faccia del suo umano poliedro, ed a svelarsi in uno di quei momenti in cui tutte le virtù che costituivano dell'indole sua, ciò che troppo difficilmente si trova fra gli uomini, soprapprese da un repentino sopore, lasciarono in balía di aure maligne il loro nobile proprietario.

Ma troppi motivi ci costringono a non sopprimerlo perchè, pur troppo, in questo mondo indicifrabile, avvenimenti della massima importanza emanarono spesso da cause minute, indistinte, intricate l'una coll'altra in modo, che di loro non si sarebbe mai fatta la netta secrezione, se a' romanzieri non fosser stati concessi de' reagenti più efficaci assai di quei che la chimica possiede. E se in virtù di tali reagenti si fossero scoperte le cause prime che diedero la spinta alle azioni di quegli uomini che la storia registrò nel gran catasto degli illustri, chi sa se il mondo continuerebbe ad aver di loro quella stima di che pur tanto è compreso?

Del resto, quantunque noi mettiamo a nudo il Palavicino in un giorno in cui si degnò discendere al livello di tutti gli altri uomini, noi siamo convinti, che il lettore non vorrà menomamente rifiutargli quella stima che già gli ha concessa, perch'ei sa più di me ch'egli è appunto in questi alti e bassi dell'umana marea, e mi pare d'averlo già notato in un altro libro in una circostanza pressochè uguale, (non è detto che un medesimo fenomeno non debba riprodursi più d'una volta in questo basso mondo), ch'egli è appunto in queste intime lotte, in queste momentanee cadute che si apprende a compiangere chi poi avremo ad ammirare a suo luogo e tempo. Che se il vento più o men caldo del solito, se lo stato più o meno ardente dell'atmosfera, se mille altre cagioni fisiche influirono prepotentemente sul sistema nervoso del nostro Manfredo, a voler esser giusti, la colpa propriamente non era sua. D'altra parte egli avea di poco varcati i ventisei anni; età pericolosa quant'altra mai, e in cui il diavolo riappicca di nuovo all'albero del male la sua rete, e attende al varco il giovin uomo che gli è sfuggito una volta quando una combinazione straordinaria lo abbia spinto sulla via dell'amor platonico. Il Palavicino intanto, trascinato da quel torrente di gentiluomini, di cavalieri, di cardinali, di vescovi, di preti, di solide matrone, di aeree fanciulle, di vedove tentatrici, passeggiò gran tempo per quei larghi viali della villa Medici. In que' recessi così fittamente ombreggiati dai licinj, dalle palme, dai mirti, dai cipressi, dai pioppi, i raggi infuocati del sole penetravano a stento, e soltanto qualche azzurro fascio di luce, spargendovi una tinta particolare, giovava non poco ad aggiungere prestigi alle femminili beltà. Dal magnifico palazzo Medici partivano di tanto in tanto or briose or soavi armonie che si diffondevano all'intorno; tutte cose che non valevano per nulla a scemar la bollitura del sangue. Trascorse di tal modo più d'un'ora e più di due, nè il Palavicino avea voluto accompagnarsi con nessuno per non essere interrotto nella direzione di alcuni suoi pensieri. A un tratto la sua attenzione si fermò sulla folla che si era ristretta in un sol punto de' viali, e ogni momento vi s'ingrossava ristagnando. Credette a tutta prima fosse il papa colla sua Corte, i suoi camarlinghi, i suoi poeti e i suoi buffoni. Ma non scorgendo i quattro araldi a cavallo dalle quattro mule bianche, colle loro livree e gualdrappe di velluto color pavonazzo gallonato, s'accorse che non era la Corte altrimenti. Allora vedendo che quella moltitudine non era costituita che di giovani cavalieri, congetturò si fosse fermata ad ammirare, com'è costume di tali circostanze, qualche bellezza nova, qualche bellezza rara. Il Palavicino, che in qualunque altro giorno avrebbe irrisa quella giovanile stoltezza, mise in codesta occasione tutti i cavilli da un canto, e un passo dopo l'altro, lentamente, ma non tanto però, s'accostò a quella densa siepaglia di gentiluomini, aprì il più dolcemente che potè un po' di breccia…. si fe' innanzi, guardò e vide. Essendo stato assente que' pochi giorni, e però non sapendo nulla delle ultime novità intervenute in Roma, allorquando guardò e vide quello che vide, ne rimase oltremodo colpito, e fu quasi per non credere a sè stesso. La bellezza nova e la bellezza rara intorno alla quale, come paperi in aspettazione del grano di miglio, stavano stipati i gloriosi discendenti di Romolo, era nullameno che la duchessa Elena signora di Rimini, che il nostro lettore deve conoscere, se ha buona memoria.

Eran corsi sei interi anni da che il Palavicino non la vedeva, e la signora, se si tolga che invece di ventun'anni ne contava ventisette, pareva ancora quella medesima, quando pure non avesse palesati altri pregi che s'erano aggiunti ai primi.

Egli è certo che furon uomini di assai breve esperienza, coloro che hanno assicurato correre il miglior periodo della vita femminile dai quindici ai vent'anni. Però bisogna che un tale errore dia luogo adesso e per sempre; io non dico già che que' cinque freschissimi rugiadosi anni non abbiano il lor lato soave; ma chi di colpo non sa valutare i mille prestigi che della donna pervenuta a veggente dei trenta, fanno la più ghiotta vivanda che mai sia stata imbandita sul lussurioso banchetto della vita, non dee neppure intertenersi di tali cose. Ogni qualvolta il diavolo (è la terza volta che lo cito) fermò di condurre a perdizione qualcuno che assai gli abbia dato a pensare, sollecitò sempre di confederarsi ad una di cotali donne, e questo vuoi dir molto, quando non dica tutto.

Che i molti giovani gentiluomini affollati intorno alla duchessa Elena, facesser le maraviglie di quella straordinaria bellezza, è cosa troppo facile a credersi, perchè se ne debba parlar qui. Ma il fatto sta che i cinque anni trascorsi, anzichè scemare di un punto, avevano anzi cresciuta perfezione a quelle sue forme peregrine. Era la statua ridotta al punto quando l'artista medesimo, contemplandola, si stropiccia le mani e dice: Sfido a far più di così. Statua di tanta perfezione, nella quale il minimo tratto di più o di meno sarebbe un'alterazione che peggiora! D'altra parte è in quell'età che la donna sa a memoria la varietà innumerabile delle pose che, infallibilmente, promovono i capogiri del sesso forte; sa con qual giusta misura, e in quale occasione si debba volgere più o meno grave, più o meno ardente la pupilla, e con quella sapiente parsimonia che costituisce il pregio massimo d'ogni artista. Se dunque fosse buono un altro confronto, e se mai piacesse alla duchessa, della qual cosa io dubito; ella era come il serpe che, svestita la prima spoglia, ne ha assunta un'altra di gran lunga più iridescente della prima. Ora avvenne che, nel mentre il mio caro Manfredo porgeva a lei, insieme a quel d'altri, il tributo della sua ammirazione, ella, per caso, e fors'anco per arte, alzasse l'occhio e lentamente, di una lentezza maliarda, il lasciasse cadere sul gruppo di persone tra le quali egli trovavasi. È cosa strana che il Palavicino, d'indole grave e per nulla vano, questa volta desiderasse che quello sguardo si fermasse su lui, e riconosciuto così dalla signora, suscitasse qualche dramma d'invidia fra coloro che gli stavan d'intorno. Se non che colla medesima lentezza onde quel grand'occhio di Giunone erasi posato sul gruppo di persone, se n'era ritratto senza accidente notevole; la qual cosa lasciò nel fondo dell'animo del Palavicino tanta amarezza che, indispettito, si ritrasse. Il lettore si ricorderà dell'ingenuo racconto fatto dal Manfredo al duca Sforza del suo primo incontrarsi colla duchessa a Rimini, di quanto eragli intervenuto alla corte di lei, e come non desse nessun valore alle molte prove di una certa affezione che la giovane signora gli aveva allora esibite, prove, senza dubbio, sufficienti a produrre assai strane vertigini in qualunque altro giovane. E pare che il Manfredo, non avendo allora mostrato neppur d'accorgersi di quelle mezze tinte, se ne dovesse anco dimenticare. Ciò era già avvenuto infatti, e quando si tolgano alcune indagini che, appena giunto a Roma, volle tentare intorno all'occulta storia di lei, egli non ci aveva più pensato, e cosa facesse, e se ancora ella esistesse, non erasi mai dato premura di conoscere. Ma ora, appena l'ebbe veduta, l'anno 1512 gli balzò innanzi di tratto, e tutti gli atti, e le parole, e le esclamazioni che in quel tempo la duchessa ebbe a dirgli, tutte gli si ridussero in mente, quasi le avesse scritte sul libro de' ricordi. La sensualità aveva fatto scattare una molla, e una subita fiamma rischiarò la vasta scena della sua memoria. Nè soltanto ripensò a quelle parole, ma lor diede un valore che mai non aveva sognato, e con tanta audacia di interpretazione, che don Giovanni, se a que' dì fosse vissuto, non avrebbe fatto altrettanto. Però non sapeva comprendere come la duchessa, di volo, non lo avesse riconosciuto; cosa di cui tanto si martellò il cervello, che non ebbe più un'ora di bene. Dopo un anno, quattro mesi, e non so quanti giorni e quante ore, fu questo il primo minuto in cui l'immagine della sventurata Ginevra fu interamente oscurata da quest'altra, il primo istante ch'egli dimenticò al tutto vi fosse nel mondo una Ginevra Bentivoglio.

O giovinette che, atterrite, chiudete le sconfortanti pagine, e sostando a considerare il pieno tramonto del primo affetto di Manfredo, che a voi fu esibito quasi vaso di elezione, vi assale il dubbio non sieno per rompersi così le promesse di amore eterno che, ai di tepenti, in sull'ora dei leni crepuscoli, negli opachi recessi degli orti casalinghi, vi ha fatto il tenero giovinetto, prima, unica segreta gioja della vergine anima vostra, e vi rivolgete a me adirate, imprecanti, perchè, improvvido, vi abbia dischiuso gli sconsolanti segreti; per carità tornate a spianare le linee gentili della rosata faccia… sospendete i timori… sospendete le ire… tempo verrà…. Pure è un segreto codesto il quale costituisce l'ingrediente primo d'ogni racconto, che non si debba prevenire quel che sarà per succedere nel tempo che verrà; ond'io taccio su questo, e proseguo il mio cammino.

Quando il sole stava tramontando sui colli Sabini, e il Palavicino uscito, nell'insolita foga dei suoi pensieri, un bel tratto lungi da Roma, attraversava il ponte Molle colla testa china e malinconica; dopo molt'ore che n'era stata assente, l'immagine della Ginevra tornò ad affacciarsi alla sua memoria, e vi tornò lucida e tremolante come una stella; vi ritornò (notate questo) cinta di tanto splendore, ch'egli ne fu abbagliato, ch'Elena stessa ne impallidì; ma quanto fu vivo, tanto fu breve, e oscillando disparve poi affatto. I due amori, il vecchio ed il nuovo, stettero un istante al cospetto l'uno dell'altro; ma l'etere puro del primo fu vinto dal sublimato corrosivo, del quale era così gran dose nel secondo. Il Palavicino crollò il capo, guardò i mille colori di cui il sole, svariando di minuto in minuto, vestiva i colli Sabini, mandò anche un tristissimo sospiro, come portò la fama; volse uno sguardo assai grave all'onda gialla del Tevere fuggente… ne fu addoloratissimo, ma la lucida stella era scomparsa. Sventurata Ginevra!!

La sera il Palavicino si recò nelle sale del palazzo di Agostino Chigi, il più ricco banchiere di Europa, il più splendido mecenate, dopo Leone, delle arti e delle lettere italiane, il più sontuoso signore di Roma che banchettava spesso i più superbi patrizj i quali non avevano a sdegno di recarsi da lui, e ogni sera apriva le immense e dorate sue sale al fiore de' cittadini romani e de' forestieri che a quel tempo vi rigurgitavano. Il Palavicino vi si recò, sperando innanzi tutto di rivedervi la duchessa Elena, vi si recò inoltre, come era suo costume, perchè in quelle serali conversazioni, ventilandosi le notizie correnti, egli ne faceva espressa raccolta pe' suoi fini, e dalla bocca stessa di Agostino Chigi, il quale avea corrispondenze commerciali con tutte le città d'Italia, di Francia, di Spagna, dell'intera Europa insomma, raccoglieva tutti que' fatti più o meno importanti che valessero a chiarirgli qual mutamento subissero le italiane cose di giorno in giorno, e specialmente per ciò che risguardava Milano. Il Chigi aveva promesso, tanto a lui che al Morone, di tenerli informati dei più minuti avvenimenti. E quella sera, quando vide il Palavicino entrar nelle sale, senza togliersi dal vano d'un finestrone dove stava parlando col Morone, gli fe' segno di accostarsi.

—Grandi novità, gli disse; al governatore Borbone fu, a Milano, sostituito un altro governatore. Questo avvenne venti giorni fa.

—E pare, disse gravemente il Morone, che gli strani desideri del conte Galeazzo Mandello siano stati troppo compiutamente appagati; il nuovo governatore è un uomo che tu, pel tuo malanno, già conosci.

—Chi? gridò il Palavicino, sarebbe mai….

—Sì; è Odetto di Foix appunto, soggiunse tosto il Morone; il signore di Lautrec.

Il Palavicino diventò pallidissimo, e, guardando fisso in volto ilMorone, non seppe aggiungere altre parole.

—Così tu saprai, continuò il Morone dopo una lunga pausa, che la duchessa Elena signora di Rimini, di cui mi hai tu parlato altra volta, è in Roma da due giorni.

—Lo so.

—Ella si è rifuggita qui, non credendosi abbastanza sicura in Rimini, e per timore del Lautrec; me lo disse ella stessa jeri.

—Dove?

—A quest'ora ella era qui.

Il Palavicino si tacque, e abbassò la testa.

—Vedremo quel che sarà per fare costui, disse di poi il Morone.

—Lo vedremo.

—E s'egli sia per essere quel tale che faccia maturare i falli.

—Non sarei lontano dal crederlo; pure non posso dissimulare che questa sua venuta mi sgomenta.

—E a me pure sarebbe causa di profonda agitazione, se moltissimo non ne sperassi. È mestieri che in Milano si promuovali passioni e lagrime, e si provochi un generale malcontento contro i Francesi; allora i nostri concittadini ne uscirannno in folla, e in qualche luogo ripareranno. Allora, se a noi sarà dato raggrupparli in un sol punto, e….

—Comprendo assai quanto volete dire; comprendo che forse è decreto della provvidenza, se fu mandato quest'uomo, quest'uomo appunto a pesare sopra Milano. Pure, pensando alla mia casa che, per me, sarà la prima ad essere sfracellata dall'atrocità di costui… pensando alla povera madre mia…. Per verità, che non ci può essere al mondo creatura più sventurata di lei….

Qui gli tremò la voce per l'estrema commozione, e gli occhi gli sì bagnarono… balzò in piedi allora per non farsi scorgere, e girò la testa altrove.

Dopo qualche momento tornò a volgersi al Morone, e:

—Volesse Iddio, gli disse, che la vostra testa e il mio braccio potessero riparare a tutti i guai da cui, per colpa sua e per colpa d'altri, la patria nostra sta per essere oppressa. Ma per parte mia non sarà trascurato mezzo che valga; ed ora più che mai, mi sento agitato da quel forte amore di lei che basta a rendere onnipotente la volontà di un uomo.

Ciò detto, si staccò dal Morone e dal Chigi profondamente pensoso.

Chi avrebbe detto al Palavicino, un momento prima di metter piede in quelle sale, che la natura delle sue idee e la condizione dell'animo suo doveva tramutarsi in un subito? Il pensiero però del proprio stato, del pericolo in cui versava la sua famiglia e la sua patria, gli aveva richiamato in mente il pericolo medesimo che aveva indotto la duchessa Elena a fuggir da Rimini a Roma. La voluttà si trasmutò in compassione; due cause diverse che potevano produrre un medesimo effetto.

Le sale del Chigi si andavano intanto affollando sempre più, e di minuto in minuto cresceva quel ronzio generato dai sommessi cicalecci delle persone che si univano a crocchi. Quel ronzio cessò un istante, e il Palavicino vide messer Chigi muovere incontro ad un cardinale di assai dignitoso aspetto. Era colui monsignor Pietro Bembo, che Manfredo inchinò per il primo quando gli passò innanzi, e andò maestosamente ad assidersi nel bel mezzo della sala. Non v'era certamente in Roma chi avesse più prolissa barba di lui, nè facesse più prolissi periodi. Il cancelliere Morone fu visto allora uscire da un crocchio affollato, e attraversando con que' suoi passi brevi e prestissimi, porsi a sedere accanto al Bembo, che gli si volse assai cortese, e gli strinse anche la mano. Il Morone, la sera innanzi, gli aveva lodato a cielo una sua orazione latina la quale, per verità, eragli assai poco piaciuta. Ma avea potuto comprendere essere il degno prelato piuttosto vano ed amante del panegirico. Il Bembo era il consigliero più segreto di Leone, ed allora aveva un grande ascendente su quel pontefice. Al Morone poi premeva assaissimo il valido aiuto del santo padre, e che si pronunciasse apertamente contro la Francia. Se egli si fosse fatto lecito dire al cardinal Bembo, che la sua latina orazione pativa eccesso di parole e difetto di logica, è probabile che il Bembo avrebbe consigliato il santo padre a baciare in fronte re Francesco ed a fulminar l'interdetto sugli Sforza e la città di Milano, con qualche cosa di peggio per il cancellier Morone. Di qualunque ingiuria noi possiamo esser rei verso di un dotto in letteratura, egli ci sarà sempre cortese di un bel perdono; ma non tocchiamo i suoi periodi se siamo amanti del quieto vivere. Del resto se vi erano nel mondo d'allora due uomini affatto opposti l'uno all'altro, in qualunque rapporto della Vita si fossero osservati, erano il Bembo ed il Morone appunto; pure in quella sera pareva che la provvida natura li avesse espressamente fatti l'uno per l'altro. Ma il Bembo colla sua dignità cardinalizia, colla sua ministeriale potenza, colla sua celebrità oratoria, col suo dittatorio in classica letteratura, colla sua maestosa persona, era lievissimo trastullo sulla breve palma del Morone. Così tra loro due, in quell'occasione, s'agitarono molti e vari argomenti, dall'irto campo della politica, delle pandette, dell'amministrazione, dell'economia, ai facili ed ameni viali della poesia e dell'arti; e, per quanto il Bembo fosse certissimo d'avere eccitata nel Morone la più alta maraviglia del proprio universo sapere, il cancelliere che lo tasteggiò a lungo e per ogni lato, come uomo il quale stia sul comperare, crollò il capo alla fine, e disse tra sè:—Non avrei mai creduto di trovar così poco.


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