Alcuni momenti dopo il cardinal Bembo, era entrato nelle sale un altro personaggio, che pure impose qualche silenzio a quella romoreggiante assemblea. Era un giovine gentiluomo, di bello e grave aspetto, assai semplicemente vestito, il quale, dopo aver fatto i suoi complimenti al Bembo, e dette alcune gentili parole al Chigi, si recò presso al Palavicino che, tutto solo e sopra pensiero se ne stava nel vano di un fìnestrone, appoggiato il destro lato alla parete, e presolo per la mano, con atti di una cordialità soave:
—Come state, marchese? gli disse; è da assai giorni che non vi si vede qui.
—Oh! sclamò il Palavicino scuotendosi. Io vi ringrazio, maestro; e se voi dite di star bene, vorrei poterlo dire io pure.
—Io sto bene veramente, ma starei pur meglio, lo dico col cuore, se una volta vi potessi vedere in lena, e sapessi appagati tutti i vostri desideri.
—Vi ringrazio di nuovo; codeste vostre parole mi sono d'una grandissima consolazione.
—Pure ci vorrebbe altro che parole; ma ditemi che nuove avete del paese vostro.
—Pessime, maestro, pessime.
—Il vostro Morone non mi pare però tanto afflitto.
—Dunque ne sapete qualcosa già?
—Dacchè siete venuto qui voi, m'interesso alla sorte del vostro paese, e, torno a ripetervi, vorrei veder felice voi e i vostri; e tutto quello che potrò fare col papa, che si degna portarmi così grande amore, io lo farò di tutto cuore, ve lo prometto.
Dette queste parole, udì chiamarsi dal Bembo, e si staccò dalPalavicino.
Era colui Raffaello Sanzio.
Dopo alcuni momenti cominciò a circolare una voce in quella vasta sala:—È qui messer Lodovico, Lodovico, l'Ariosto è qui;—e quando comparve nella sala un uomo in sui quarantanni, calvo, d'arguta fisonomia, spontaneamente eruppero da tutte le parti fragorosi scoppi d'applausi, che fecero chinar la testa all'umile e divino autore dell'Orlando.
Il Morone che stava ancora confabulando coi Bembo, notò che a quelli applausi, i muscoli del volto del cardinale guizzarono in modo da rivelare un certo dispetto, e sorrise di queto tra sè e sè quando il vide poi applaudire anch'esso, quantunque lentamente, colla sua mano onorata del cardinalizio lapislazzulo. Portò poi la fama, che monsignore in quella notte non facesse la sua digestione colla solita regolarità, ciò che pure è intervenuto al Trissino, ch'era presente a quel trionfo del divino poeta, e che, ancor fiacco pel faticoso parto della sua Sofonisba, ancora superbo dei suoi personaggi di marmo, e delle tre unità aristoteliche osservate con religioso scrupolo, attribuiva alla corruzione del gusto quegli applausi smoderati che concedevansi ad un poema fatto senza livello e senza seste.
Le sale del Chigi eransi così a poco a poco affollate del tutto e pareva non potessero bastar più a contenere persone. La gioventù maschile per altro, per certi indizi d'impazienza e di noia, pareva stesse in aspettazione di qualche cosa che assai le premesse; se non che, trascorso troppo tempo, stava già per deporre ogni speranza, quando improvvisamente s'ode uno scompigliato rimuover di sedie nelle prime stanze, che grado grado si veniva avanzando; tutti volgono la testa alla porta d'ingresso della maggior sala e veggono spontare, in mezzo a molte gentildonne di seguito, lei, che la sera innanzi era stata la stella fissa della instancabile loro attenzione, la duchessa Elena insomma. Un ah! generale e prolungato sorse allora da tutti i punti della sala, e da quel momento tutti parvero soddisfatti.
È cosa che mette di pessimo umore quanti si sfiatano ad introdurre qualche giustizia in questo basso mondo, il considerare che in una moltitudine di persone un bel volto di donna fa sempre più impressione che una dozzina di celebrità europee.
Il Palavicino, quando s'accorse ch'era la duchessa Elena, subì quelle sensazioni a cui furono soggetti tutti quanti componevano quell'adunanza, colle altre che dovevano essere particolari a lui. I gravi pensieri della sua patria e della sua casa, ch'avean dato la fuga a tutti gli altri, si ritrassero allora quanto bastava perchè questi ultimi potessero a poco a poco ricomparire. Pensava intanto al miglior modo con cui doveva comportarsi colla duchessa, quando, vedendo che il Bembo e il Morone e molti altri s'eran mossi espressamente per complirla, s'accorse che anche a lui conveniva fare il medesimo. Colse così il momento quando il Morone terminava di parlare e si presentò.
—Ecco il marchese Palavicino, disse allora il Morone, del quale abbiamo parlato ieri sera.
Manfredo si chinò, e prima di pronunciar parola depose un bacio, com'era costume, sulla bianca mano della duchessa.
—Ho assai piacere in vedervi, gli disse allora questa, con quel suo fare disimpacciato e pronto e cortese, e giacchè siam qui balestrati da una medesima procella, attenderemo così a confortarci l'un l'altro. Ieri sera, caro marchese, ho fatta la conoscenza di questo illustre vostro compatriotta, del quale ho sentito a magnificare tanto l'ingegno, e mi chiamo fortunatissima. Così desidero veniate da me sovente ambidue, e spero che ci faremo buonissima compagnia. Sedete qui, intanto; e voi, messere, se pure non v'annoia. Ho a dirvi assai cose, marchese; sedete.
Il Palavicino si assise allora accanto alla duchessa Elena, e sì l'uno che l'altro attesero lungo tempo a discorrere della condizione delle cose loro e del maresciallo Lautrec, fatto governatore di Milano, e di tutto quanto avrebbe potuto scaturire da un tale avvenimento.
—Credo che il papa non vorrà abbandonarmi, disse la duchessa; prima di venir qui le ho fatto parlare dal vescovo di Fano, il quale mi assicurò dell'assoluta protezione di Leone. E già m'accorgo che la cosa dev'essere sincerissima, perchè più di me assai gli deve importare la città di Rimini, la quale in certo modo è più sua che mia, non restando a me che il possesso a vita. Tuttavia codesto possesso non è poco, sapete, e se fossi uomo, e se avessi qualche maggior lume di scienza di guerra e di Stato, tanto mi affannerei da cacciar lungi le mille miglia codesto nemico di Dio e dell'Italia nostra. Voi mi avete fatta accorta, marchese, del quanto io fossi sul mal cammino, e la fortuna, quantunque con molto mio pericolo, mi fece risolvere in un subito. Così debbo esser grata ad ambidue, ma più a voi di certo. Voi siete un generoso italiano, lo disse jeri sera Raffaello, parlando di voi con alte parole di stima, e adesso sia lode al cielo ed alla mia sventura medesima, se ho compreso che l'Italia è tale che merita bene che i generosi pensino a lei qualche volta.
—Ho piacere, duchessa, a sentirvi parlar di tal guisa; così quand'io sia atto a qualche cosa, e quando il mio paese domandi dell'opera mia, spero che per amore dell'Italia e per amore di voi, che avete Stato in Italia, potrò pure esservi di alcun giovamento. Intanto, se vi abbisogna senno di Stato e provvidi consigli, volgetevi qui a codesto mio amico e protettore carissimo; egli saprà aiutarvi assai bene. E accennava il Morone, il quale entrò terzo allora in quel dialogo.
Passò in questo modo buona parte del tempo, e non pareva che in quella notte si avesse a dare, come soleva il costume, qualche trattenimento di musica o di poesia, quando i nostri tre interlocutori videro che s'erano stipate molte persone intorno a Lodovico Ariosto, e persistessero a pregarlo di cosa di cui egli si schermisse. Ciò di fatto era vero. Si desiderava generalmente ch'egli desse lettura o recitasse a memoria qualche canto del suo divino poema, e per questo lo stavan pregando e scongiurando. Vedendo però il Chigi che quelle preghiere non valevano a nulla, e forse era necessario qualche più forte intercessore, si staccò dall'Ariosto e lentamente se ne venne innanzi alla duchessa Elena.
—Saremmo a pregarvi di un favore, eccellenza, cominciò a dirle. Si desidera ardentemente da tutti sentire qualche canto dell'Ariosto, e lui sta forte sul negare. Per ciò tutta l'adunanza delega voi, perchè vi degniate rinnovare la preghiera al nobile poeta, e siamo certi non mancherà l'effetto.
—Io sono grata a voi, messere, e a tutti, di questo difficile incarico, gli rispose la duchessa, ma se poi, soggiunse sorridendo, me ne rimarrò coll'onta di un rifiuto, badate bene che mi avrete ad indennizzare.
—Ve ne do la mia parola.
—E allora io vado.
Ciò detto la duchessa s'alzò, e con quel suo incedere leggiadro, attraversata la sala, si fermò innanzi all'Ariosto.
Questo, come si vide davanti quella splendida figura, abbagliato, troncò il discorso che stava facendo ad un suo vicino, e guardò la duchessa che, con un fare a lei particolarissimo, e lasciando passar qualche istante prima di pronunciare una parola, lo guardava fissa.
—Voi già avete capito, messere, perchè io stia qui adesso, gli disse poi, e lo avete capito sì bene, che mi par già di sentire sgorgare dal vostro labbro quel mirabile canto dove la condizione della sventurata Olimpia è resa con colori tanto veri e tanto potenti. Se la fiaccola di un barbaro investisse tutto quello che fu scritto in questo secolo, la virtù di quel canto sarebbe più forte della veemenza del fuoco, e rimarrebbe. Udite che profondo silenzio è adesso in codesta sala, tutti hanno già pregustata la dolcezza della vostra poesia. Io vi prego dunque per tutti costoro, ed anche per me; che se voi mi rimandaste con un no, il rossore della vergogna non mi lascerebbe mai più per tutta la vita, e l'essere esaudita invece mi darebbe tanta superbia, ch'io non so di chi mai potessi avere invidia.
—Duchessa, le disse allora l'Ariosto, anche voi ieri sera vi siete ostinata a non esaudire il comune desiderio, mentre le note del vostro canto avrebbero davvero eccitato l'entusiasmo in tutti i cuori. Non così può avvenire di me, che per nulla sono alto al declamare, se dunque tacevo, egli era per questo; pure, giacchè lo volete, eccellenza, v'annoierò e annoierò tutti, ma ad un patto.
—Dite, messere.
—Che pensiate voi poscia a distruggere ogni noia colla soavità della vostra voce.
—Son presa al laccio, messer Chigi, disse allora la duchessa sorridendo, son presa al laccio. Dio faccia dunque ch'io ne possa uscire con onore. Ma il silenzio è più profondo ancora di prima; tocca or dunque a voi, messer Lodovico.
E tornata ad assidersi tra il Palavicino e il Morone, si pose ad ascoltare, vedendo che l'Ariosto, collocatosi nel mezzo della sala, già dava segno di cominciare.
Fra quanti amor, fra quanta fede al mondoMai si trovâr, fra quanti cor costanti,Fra quante o per dolente o per giocondo
Stato, fêr provar mai famosi amanti;Più tosto il primo loco, ch'il secondoDarò ad Olimpia:
Così l'Ariosto, lentamente da principio e a voce bassa, poi grado grado infervorandosi per l'entusiasmo e la commozione, recitò di un fiato tutte quelle mirabili stanze del canto decimo, le quali in tutti coloro che lo stavano ascoltando, misero quella sensazione profonda che a tutta prima, più che collo scoppio dell'applauso, si manifesta col mormorio dell'ammirazione.
E qui bisogna notare, che anche il Trissino volle esser giusto e, volgendosi a un tale che gli stava presso, il quale sedeva ai terzi posti nella gerarchia delle belle lettere:
—Questa volta è gioco forza confessare, gli disse, che codeste stanze sono passabili.
E il Bembo, battendo palma a palma in maniera che tutti avessero ad osservarlo, mostrò per la seconda volta il grosso lapislazzulo incastonato nel suo anello cardinalizio.
Quando messer Chigi e l'Ariosto si presentarono alla duchessa Elena, pregandola volesse attenere le sue promesse, quella brillante e gentile gaiezza ch'ella aveva mostrato un momento prima, tanto nel suo volto quanto ne' suoi modi, era scomparsa del tutto. Gli antichi pensieri, sviluppati forse dal lugubre argomento, d'Olimpia, erano tornati ad infestarla, que' pensieri che davano all'indole di lei, che per natura sarebbe sempre stata vivacissima e briosa, una tale mutabilità sfuggevole ad ogni giudizio. In quegli istanti medesimi, in cui sfoggiando spirito e gentilezza, ella metteva una voluttuosa giocondità in quanti le stavano intorno ascoltandola, tu la vedevi sostare di tratto e corrugare la fronte, come per sensazione di dolore, e lasciando cader la parola a mezzo pronunciata, tacersi poi affatto. Assai grave si alzò dunque a quell'invito e, senza dir parola, guardò in volto al Palavicino, quasi dicendo: Qual noia mi tocca ora a subire; e lasciandosi condurre nel mezzo della sala, prese l'arpicordo dalla mano dell'Ariosto medesimo, che glielo porse, ed al quale si sforzò di sorridere, e ne trasse dei gravissimi accordi. I pensieri ch'ella tentò esprimere in quella notte, e il carattere della musica onde li vestì colla magia della sua voce, furono di una tinta così lugubre che lasciarono negli animi degli ascoltatori un'oscillazione ancora più grave di quella che avesse lasciato il canto d'Olimpia.
Quando la grossa campana del Vaticano battè le due oltre la mezzanotte, la numerosa adunanza convenuta nel palazzo Chigi cominciò a disciogliersi. E la duchessa Elena si licenziò anch'essa, facendosi promettere dal Palavicino e dal Morone che il domani sarebbero andati a trovarla nel palazzo di Marc'Aurelio, dov'ella aveva fermato la dimora con tutta la sua corte.
Allorchè il Palavicino non si vide più accanto la duchessa, gli parve che quelle sale del Chigi non avesser più nessuna attrattiva, e sentì pesarsi addosso l'amarezza della desolazione, e insieme provò un desiderio impaziente, irrequieto, del ritorno del dì. La presenza, le parole, i modi, le sventure, la gentilezza briosa, la tetraggine stessa di Elena (che mai non avevano avuto effetto sul cuore di lui) in quella sera lo dominarono così, ch'egli non fu più padrone di sè medesimo. Alcuni dì prima lo teneva oppresso la noia, questa erasi dileguata; e in suo luogo era venuta l'amarezza e l'inquietudine, alternativa perpetua della vita.
Quando uscì di palazzo si trovò in mezzo ad un cocchio di gentiluomini romani i quali, com'è facile a credersi, attendevano parlare dell'Ariosto e della duchessa Elena.
—È cosa molto strana, entrò a dire un gentiluomo piuttosto vecchio, che la duchessa dopo tutti i guai che, o per colpa sua o per colpa d'altrui, ha pur dovuto sopportare, conservi ancora quella giovanile floridezza di qualche anno fa; e stassera mi pareva quella medesima, quando andò sposa del duca di Pitigliano, e per la prima volta comparve alle feste di casa Orsini. E da quel tempo, credo abbia incontrate tante peripezie quante basterebbero per tribolar dieci vite, non che una. Pare però ch'ella se ne senta di quando in quando, e qualche piega della fronte attesti l'interno stato dell'animo.
A queste sue parole, alcuni gentiluomini, i quali non erano di Roma e nulla sapevano dei casi della duchessa Elena, ne domandarono il conte Ridolfi, chè tale si chiamava quel vecchio signore, e dicendo che molto ella aveva destata la loro ammirazione per le straordinarie doti onde manifestamente era fornita, mostrarono desiderio di sapere qualche cosa di più particolare della di lei vita.
—Se c'è qualcuno in Roma, disse allora il conte Ridolfi, il quale possa dire di conoscere costei, potrei bene affermare ch'io son quello giacchè ho vissuto qualche anno in molta dimestichezza col duca di Paliano suo padre, e la fanciulla la vidi nascere e la vidi crescere; direi falso però se sostenessi di sapere di lei più di quello che per avventura ne deve sapere la casa Orsini, nella quale ella trovò il marito; pure potrò farvi contenti assai bene. E qui si mise in sul raccontare.
La notte essendo bellissima, tutti mossero di conserva a cavallo per godere quelle fresche ore, verso Porta san Giovanni, passando sotto il Colosseo; e il Palavicino, che mai non aveva potuto raccappezzar nulla di preciso sui primi anni della vita della duchessa, ed ora gli s'era cresciuto il desiderio a dismisura, pensò di porsi anch'esso in compagnia cogli altri, e in questa maniera, finchè parlò il conte Ridolfi, non gli andò sillaba perduta.
È cosa incomoda, per chi scrive e per chi legge queste pagine, che il racconto fatto dal conte Ridolfi al crocchio in cui trovavasi il Palavicino, non sia stato impresso dalla tipografia Vaticana, chè sarebbe giunto fino a noi, e così avremmo saputo assai più cose; e tra l'altre, anche i nomi di quei personaggi che la cronaca pensò bene di collocare in una fittissima ombra, e de' quali, narrando i fatti degni di ricordanza e di studio, dissimulò la fede di nascita e la fede di battesimo. Convien dire però, a tutto conforto del lettore, che noi frugando in una quisquiglia infinita di carte vecchie, abbiam pure raccapezzato ciò che forse il Ridolfi ignorava. Però mettendo a conto dei fatti taciuti dal degno gentiluomo, tutto quanto per noi potrà essere svelato, il lettore si dovrà convincere che non fu defraudato di molto.
È un fenomeno tuttora indecifrabile, come dal connubio del duca di Paliano, se non il più ricco, certo il più ipocondriaco uomo di Roma, e di madonna Anna Vettori, gentildonna di sangue purissimo fiorentino, la più pinzocchera e testarda matrona che mai sia cresciuta alla scuola delle prediche del Savonarola, abbia potuto nascere la più bella, la più ardente, la più voluttuosa e fallibil donna che mai abbia promosse passioni, delirii, vertigini, ire, dicerie e calunnie in quel secolo turbinoso.
Quando la duchessa Anna si sgravò della sua bimba, e tosto ringraziò il buon Dio di quel dono da lei atteso con trepida gioia, appena gettò uno sguardo sulle fattezze della piccola creatura, e scoperse quelle vaghissime rose e quelle due pupille, ahi troppo brillanti per una neonata, tosto la gioia fu oscurata da una nube di timore presago, e pensando alle mille insidie che il tristo mondo suol tendere alle peregrine beltà, e richiamandosi in mente alquanti aforismi del frate di S. Marco, quasi fu in procinto di supplicare i cieli, perchè si degnassero di alterare alquanto le linee graziose della sua creatura. Non ne fece altro però, e pensò tosto che una sana e severa educazione, e il tener chiusi con scrupolosa cautela tutti quanti i pertugi della vita mondana, era un valido mezzo per riparare ai pericoli contingenti. La duchessa Anna, nell'ortodossa sua fantasia, si compiaceva di vagheggiar qualche miracolo della prossima futura santa. Non fu dunque insomma, o almeno parve non sia stata colpa sua, se gli eventi non risposero alle intenzioni. Siccome poi la duchessa madre era educata e colta, qual si conveniva a gentildonna, così pensò allevare da sè la sua creatura senz'aiuto di nessun altro. I primi ventiquattro mesi della fanciulla, se si eccettuano alcuni acuti strilli che davano molta noia all'ipocondriaco marito, la buona madre ebbe molto a lodarsi della sua figlietta, e donna come era di brevissima esperienza, cominciò a sperar bene. Ma quando insieme al scilinguagnolo si sviluppò anche la forza fisica della fanciulla, la duchessa Anna ebbe a querelarsi assai dell'eccessiva, insopportabile sua vivacità; la piccola Elena toccò così i tre, i quattro, i sei anni.
Ogni anno che passava era un vizietto che veniva. Non v'era governante che la piccola Elena non percuotesse, non servo che non garrisse, non animali domestici ch'ella non malmenasse; era insomma quel che le madri dicono un vero nabisso. La povera duchessa Anna non sapeva più comportarsi, ma il fatto sta, che più non bastava a sopportare quella minuta ma continua procella; inoltre v'era nei modi della fanciulla, una certa risolutezza quasi maschile, una certa, direi quasi, procacità, e intanto alla sua straordinaria bellezza ogni dì, per disgrazia, si aggiungeva qualche nuovo prestigio. La duchessa si fece seria, praticò anche molte divozioni, infine pensò che l'educazione della fanciulla era un assunto troppo pesante per lei, e passatogli per la mente una sua zia, da qualche tempo madre superiora in un convento di Monte-Corvo, senza più, stabilì di affidare la figlia alle rigide cure di quellaincatramatasuperiora. La breve esperienza ed il più breve ingegno impedirono a quella, altronde eccellente duchessa, di conoscere per qual verso si avesse a prendere la irrequieta sua figlia; non s'accorse che le blandizie e qualche concessione a tempo e luogo avrebber giovato assai più dell'asprezza. Così invece, credendo di essere ella medesima troppo poco aspra, si tenne sicura che raddoppiando la dose, la piccola Elena sarebbe di colpo guarita. Senza por tempo in mezzo, questa fu dunque mandata al convento di Monte-Corvo con una lunga commendatizia alla superiora, nella quale le si davano tutte le più minute notizie sull'indole dell'educanda, e la raccomandazione del più severo e stretto regime di cura. Appena dunque l'Elena fu racchiusa fra quelle tetre muraglie, è troppo naturale se l'eccessiva vivacità sua ha dovuto dar luogo ad una specie di paurosa ambascia. Così, presto divenne taciturna e concentrata; cominciò a smagrire oncia a oncia, a perdere i vivi colori della bellissima faccia, e infine si mise a letto con presentissimo pericolo di morte. La madre superiora, piena la mente delle parole della duchessa Anna, non le scrisse nulla di tutto ciò, sospettando non la richiamasse a Roma, e pensando ch'egli era pel meglio della educanda il morire a quell'età immacolata, che correr pericolo, vivendo, di far peccato, così lasciò andare le cose a beneficio di natura, e la fanciulla, di una complessione straordinariamente robusta, vinse di fatto la potenza del malore e, dopo qualche mese, compiutamente guarì. Ogni anno porta sempre alcuna varietà nella vita del giovin uomo, perciò a nove anni la figlia della duchessa Anna non aveva più quell'esuberanza di vitalità che la faceva tanto irrequieta; l'aria diversa, il grigio molto cupo delle muraglie del monastero, la faccia ad angoli della reverenda superiora, la malattia subíta, gli studii serii a cui venne applicata fin da quando mise il piede nel monastero, sviluppando a un tratto quel pronto ingegno, del quale era in lei rigogliosissimo il germe, fece sì ch'ella si compiacesse ormai più a pensare che a saltare. La cosa era naturalissima. Pure la procella non era cessata ancora; non aveva cambiato che di luogo, era passata dalle gambe alla testa, e nel suo segreto pensava e pensava continuamente, violentemente. Non erano che variazioni sulla vita passata e presente; teatro angustissimo dove non parea vero ch'ella trovasse da far tanta messe. E tutto ciò non impediva che ella crescesse molto alta e molto magra, e toccasse i dodici anni d'età. A questo periodo essendosi scoperta in lei un'attitudine assai pronunciata al canto ed alla musica, le fu dalla vice-superiora appreso a toccare i tasti dell'organo, volendo il costume, che ciò si praticasse con tutte le educande e le monache stesse. L'ingegno della fanciulla apparve maraviglioso in quest'arte; in breve si lasciò addietro la vice-superiora. Cantava i mottetti del canto-fermo di maniera, che dal primo istante ch'ella spiegò la sua voce dietro alle griglie dell'organo della chiesa di Monte-Corvo, la folla era cresciuta a dismisura. Qui però ci fu un fenomeno degno d'osservazione. Non tutte le cose fanno sempre il medesimo effetto su tutti, e le note solenni dell'organo, che per lo più invitano alla meditazione religiosa ed alla fervida preghiera, fecero su lei una impressione insolita. Come dunque fu giunta al pericoloso vestibolo della gioventù, ogni qualvolta facea scorrere la maestra sua mano sui tasti, più non stava contenta de' suoni tesi e solenni, ma con fervida vena e con estro inventivo traendone suoni della più vivace e fantastica e briosa inspirazione, questi le rivelarono il confuso iride di una vita di cui non aveva ancora notizia.
Santa Cecilia sognò, coll'aiuto dell'organo, i gaudi inenarrabili del paradiso…. All'educanda Elena quel veicolo istesso dischiuse invece uno spiraglio del vizioso mondo…. Chi sapesse risolvere tali problemi, darebbe indizio di una straordinaria acutezza.
Passarono così più mesi, e la fanciulla attinse i suoi quattordici anni; quando un avvenimento impreveduto e, a dir breve, la morte improvvisa dell'ipocondriaco duca suo padre, accelerò il suo ingresso nel mondo. La duchessa Anna richiamò tosto la figlia a Roma; aveva però prese le sue buone misure, preparandole un marito. Girato uno sguardo fra tutti i giovani gentiluomini che avevano a metter famiglia, e fermatolo su chi gli parve il più ricco e il più nobile, propose il partito, che fu accolto a bocca baciata. Giunta da Monte-Corvo a Roma, la fanciulla non ci pensò due volte prima di annuire ai materni voleri. Non basta l'ingegno, qualche poco d'esperienza è pur necessaria, ed ella nella sua innocenza credette che un marito fosse il riassunto ideale di quanto fra sè stessa aveva fantasticato. Quando ella vide per la prima volta il giovine duca di Pitigliano, un certo istinto estetico le fece bensì torcere il viso vedendo l'aspetto di lui, ma come fossero veramente fatti i bei giovani ella non ne sapeva gran fatto. La duchessa Anna, nella sua saviezza, non aveva mai permesso si mostrasse nella propria casa un volto di giovane. Era stata una santa precauzione, innanzi tutto per sè medesima, poi per il quieto vivere dell'ipocondriaco marito, infine per il meglio della piccola Elena, la quale prima d'esser chiusa in monastero mai non aveva potuto vedere viso d'uomo che le desse piacere, giacchè anche il seguito dei servi era stato assortito con una saviezza non comune. In monastero non vide nulla di meglio, com'è facile a credersi, per cui quando le fu condotto innanzi il duca di Pitigliano, ella, non avendo pietra di paragone che le regolasse i giudizii, a malgrado di quell'involontario torcimento di viso, fe' cenno di sì, e si reputò anche fortunata.
V'è un tratto della Via Mala dove il passaggero deve percorrere un tortuoso sentiero quasi al perfetto buio fino al punto che, improvvisamente, svoltando il canto, gli si appresenta l'ampia valle di Tusis tutta inondata dai vivi raggi del sole; è uno spettacolo che abbaglia la vista e fa chiudere gli occhi del viandante tormentati da quell'insolito fiume di luce. Una tal sensazione, press'a poco, ebbe a provare la giovane duchessa Elena, quando dall'ombra fitta del monastero e dagli squallidi crepuscoli delle materne stanze, stretta a braccio del duca di Pitigliano, mise il piede per la prima volta nell'immensa sala del palazzo Orsini, rischiarata da cento lampade, affollata da più di duemila persone, inondata da infinite regioni di profumi, e adornata da qualche centinaio di giovani teste maschili, l'una più bella dell'altra, raggianti desiderii e voluttà dalle nere pupille che tutte s'appuntarono, in una volta, sulla nova bellezza della sposa appena trilustre. Come il sole di maggio (la similitudine, se non migliore, potrebb'esser più nuova) che fa germogliar in un subito i molteplici semi gittati nel verno; quello spettacolo che, a tutta prima, l'acceccò, fe' sorgere nella fantasia della giovinetta una quantità non definibile d'immagini, di pensieri, di desiderii molto simili a quelle bolle che gorgogliando e stridendo appaiono alla superficie di un liquido per l'improvvisa immersione di un ferro rovente. Furono rivelazioni vivaci ad un tempo e tormentose; ma appena da un più attento esame di quelle giovani maschili teste, ella si volse al men vago marito, è troppo difficile a dirsi, qual genere di sensazioni ella subisse in quel punto; ma il fatto è certo che lo abborrì di colpo.
Così, a notte alta, quand'ella uscì di quelle sale, era tanto infelice, quanto era stata gioconda un momento prima di porvi il piede. Nulla apparve di fuori però, e passò di tal maniera qualche mese senza che nessun vento straordinario sconvolgesse le onde di quel mare tanto arduo di sirti. Ma ogni giorno che passava era un passo di più che ella faceva nel mondo. L'organo fu lasciato per il liuto e l'arpa. Alle noti cubitali e pesanti del canto-fermo furono sostituite le tenere romanze che i poeti facevano a gara nel comporre per lei. Il marito che, dopo le prime settimane, rozzo come era per costume, l'aveva lasciata in piena balia di sè stessa, non pensò mai potesse sorgere qualche ortica fra le rose del letto matrimoniale, lasciando che la giovinetta sposa, facendo sfoggio della mirabile arte sua, provocasse di troppo l'ammirazione ne' gentiluomini romani. Pure, se si guarda allo stato oltremodo ardente del cielo di Roma, e del cuore della giovine duchessa e delle mille insidie che a quel tempo si tendevano colà all'altrui fralezza, non par vero come abbia potuto trascorrere un intiero anno senza che la maligna fortuna siasi preso il diletto di torcer fila per tessere la densa tela di un dramma o d'una tragedia domestica. Ma il duca di Pitigliano apparteneva a una potentissima famiglia, ma l'indole di lui rozza e fiera, quando occorresse, dava da pensar due volte ai tentatori. Ma nelle vaghe sembianze di Elena c'era tuttavia una certa tinta di alterigia e disdegno che comandava il rispetto. Tutte queste cause contribuiron dunque a far trascorrer quell'anno senza fatti di molta importanza, e così fosse stato di tutto il rimanente tempo, ma ben altro ne doveva succedere.
Fu il giorno 6 o 7 settembre, salv'errore, in sulle ore ventitrè, poco più, poco meno, in uno degli ombrosi olezzanti viali della villa Orsini, situata sulle rive del lago d'Albano, che il bel piede della duchessa Elena fu d'improvviso arrestato dalle maliardi spire di un serpe, fratello genuino di quel d'Eva, celato, non so se fra i rosseggianti massi dell'oleandro, o gli azzurrini della mesta viola. Ella passeggiava, accompagnata da una sua confidentissima fante, pensando agli applausi fragorosi che destava ogni sera quando gli echi delle ardite vôlte ripercoteano la sua voce, e in quel punto vedendo la propria immagine nell'acqua del lago, e idolatrando ella medesima quelle divine sue forme, si affannava entro sè stessa che un sì largo dono di natura, si fosse vanamente sagrificato, e sagrificato per sempre. Pensava, come ho detto, a tali cose, e la fante s'era allontanata d'un trenta passi a cogliere un fiore per la sua signora… quando in quel punto medesimo, un leggiadro involto cadde sulla sinistra delle sue celestri pianelle. La duchessa si fermò, alzò la testa, la girò a dritta, a sinistra… solitudine e silenzio d'ogn'intorno….. se si tolga qualche minuto picchiar di rostri, qualche alto lontano garrito, e il continuo rumore delle onde. Se ne stette irresoluta qualche poco, ma osservando venir la fante con un ciclame, si chinò di volo, raccolse la profumata carta e la nascose. Pareva che qualche silfo celato nell'aria l'avvisasse in segreto, doversi di quel foglio far mistero con tutti. Così ella lo raccolse. Fosse almen ciò accaduto un'altra volta!! ma in quel dì, che il sangue di lei era all'estrema bollitura, fu per verità un avvenimento fatale. Staccatasi dalla fante, e corsa con impazienza a chiudersi nel proprio gabinetto, aperto il foglio, lo lesse di volo, lo rilesse due, tre volte; non aveva firma nè altra cosa che ne palesasse lo scrittore, ma in quelle righe c'era più di quanto sarebbe già troppo per manifestare la più violenta passione che mai abbia riscaldata anima d'uomo. Lettolo così più volte di fuga, si fermò poi, sperando quasi scoprire chi tenevasi celato, a commentarne ogni riga, ogni frase, ogni parola.
Il modo con cui era scritta quella lettera, una tal qual potenza di stile, mista a squisita eleganza, davano a diveder l'uomo d'ingegno: ciò che piacque assai, e piacque di troppo alla duchessa. Il linguaggio inusitato ch'ella vedeva farsi per la prima volta, la differenza che troppo facilmente doveva scorgere tra quelle violenti proteste d'amore, e i modi rozzi e gelati del duca marito, cominciò a metterle una strana vertigine. A questo s'aggiunga, che il modo gentile e riserbato con cui le venne porto quell'attestato d'affetto, rivelavano l'uomo appassionato insieme e l'uomo riguardoso. Un'altra cosa poi, e ne teniam conto, perchè vorremmo scusare in qualche modo la giovinetta sposa, s'aggiunse a darle una spinta, a far sì che il suo piede sdrucciolasse più presto sul pendìo della colpa, ed era l'assoluto mistero in cui aveva voluto chiudersi l'uomo, che pur tanto violentemente l'amava. Anche una donna, la cui temperatura fosse stata sotto a zero, e le cui virtù avesser costituito un antemurale insormontabile, per il manco sarebbe stata colta al laccio della curiosità di conoscere il nome dell'appassionato scrivente per riderne e mandarlo in pace con un no desolante. Consideriamo or dunque ciò che doveva succedere nella duchessa Elena pel desiderio di conoscere chi si celava con tanta circospezione. E quel desiderio trasmutossi presto in una smania impaziente, in una inquietudine che non le permetteva d'aver tregua un momento, e in queste cose c'era già l'amore adulto, la passione con tutti i suoi sintomi, la colpa in una parola.
Corse così qualche mese, nè quel viglietto si dipartiva un istante da lei, e lo rileggeva qualche volta, lo rileggeva con ardore e con disperazione ad un tempo. Si affannava, si martoriava perchè non fosse in sua facoltà di scoprire colui pel quale ella, senza conoscerlo, e in gran parte appunto perchè non lo conosceva, provava già una così violenta passione. In principio lasciò le rumorose adunanze, perchè lo stato interno dell'animo suo richiedeva la solitudine e la concentrazione, poi, accorgendosi che a quel modo non si poteva dar campo al destino di preparare i fortuiti incontri, si gettò nel gran mondo più che non avesse mai fatto. Gli applausi della moltitudine estasiata si raddoppiarono, fu notato che la sua voce e il suo canto aveva raggiunto una perfezione di più. La passione s'era congiunta all'arte, e quelle sue note oltre l'usato discesero a rimescolare i giovani cuori. Ma ella intanto, se piena di ardite speranze compariva innanzi alla folla ammirante, ne partiva poi sempre sconsolata e tetra. I servi poterono accorgersi, che fra lei e il duca marito ci fosse qualche rancore. Ella era troppo impetuosa per dissimulare gl'interni rodimenti e la decisa antipatia che provava, in quegli ultimi dì segnatamente, quando vedevasi il marito accanto.
Passò qualche giorno ancora: nell'estremo autunno di quell'anno, non so in qual occasione, in Roma si diede una festa notturna con luminarie e danze ed altre tali cose. Venne la notte; il fiore dei gentiluomini e delle gentildonne romane, si raccolsero nelle ampie sale del Palazzo Aurelio. La duchessa Elena, usa a far sempre la prima figura in quell'occasioni, non ci poteva mancare. C'era stato bensì qualche vivo contrasto tra lei e il marito in quel dì. Ella aveva protestato di non voler recarvisi, ma il duca lo pretese di forza. Ci furono diverbi lunghi, vivissimi, violenti, con qualche lagrima d'ira per parte di lei, ma non c'era verso. Il marito, di solito non curante, si mostrò quella volta ostinatissimo. Gli fosse almeno comparso qualche nuovo Spurina a profetargli quanto fosser fatali a lui ed alla giovane sua sposa, se non le idi di marzo, le calende di ottobre! o i cavalli traendo l'adorata loro lettiga li avesse travolti, attraversando il ponte Elio, nel sottoposto Tevere, chè affogandoli, li avrebbe almeno involati al gioco atroce della loro fortuna! Ma ciò non doveva succedere, e la duchessa di Pitigliano, diva del canto e della danza, fu proclamata in quella notte da migliaia di grida, intanto che la trista sorte stava per liberare la corda.
Alla grossa campana del Vaticano suonarono le due di notte; il duca marito, alla zecchinetta, aveva a quell'ora perduti più di cinquantamila scudi romani, ma ebbro e ostinato non si moveva di là. La duchessa Elena, stanca, abbattuta, arrovesciata, mestissima di quella mestizia che appunto è prodotta dalle smodate allegrezze di una festa, si ritraeva un momento lontano dalla folla. Alcune gentildonne, alcuni gentiluomini avevan procurato farsi con lei, ma ella si scansò, e tutta sola se ne venne su d'una aperta galleria.
Il cielo era sgombro e lucentissimo, la notte molle e deliziosa, la luna biancheggiante sulle moli gigantesche, tutta quella galleria innondata dalle fragranze degli aranci, che gettavano le lunghe loro ombre sul marmoreo pavimento e sui bianchi pilastri. Per quanto l'aria vi recasse ogni tanto la confusione delle voci, delle grida, de' suoni che fervevano nelle interne sale, quel luogo era tuttavia abbastanza silenzioso. Ella si concentrò in sè stessa, e fatta la somma dei beni e dei mali, che in quel momento costituivano la sua vita, concluse di essere troppo infelice, e non vedendo nel tempo avvenire nessun barlume di meglio, pensò esser ben più vantaggioso il morire, che vivere di quella guisa. In questi pensieri stava così colla testa reclina, guardando meccanicamente le ombre dei flessuosi aranci, che movendosi rendevano strane figure sui bianchi marmi rischiarati dalla luna. A un tratto ode un sospiro, nè già un sospiro di vento, ma d'un essere animato. Si volse, e si alzò repentinamente tutta conturbata e tremante e presaga. Un'alta ed elegantissima figura di giovane le stava dinanzi, due pupille ardenti la guardavano, le nerissime chiome di chi la guardava ondeggiavano all'aria.
Era desso avvolto in un drappo di seta nera, e teneva la maschera nella mano. Non fu pronunciata una parola, ma ella conobbe chi esso era, ed egli, quali sensazioni producesse in lei, e quante erano già passate in quel cuore di donna. Il silenzio continuava, s'udiva l'anelito affannato d'ambidue; ambidue erano felici, la mano di lui strinse la mano tremante della duchessa, che sentì l'impressione di una bocca di fuoco; finalmente, a quegli atti tenne dietro un sommesso bisbiglio, poi alcune parole:—Fra tre dì, sul lago d'Albano, ad un miglio dalla vostra villa, lungo la costa, dove tante volte solitaria io vi ho veduta, io ci verrò ancora.—Dette le quali parole, egli scomparve, ed ella rimase immobile, piena di sgomento, d'incertezza, di estasi. A quella bianca luce della notte, ella potè benissimo osservare ogni linea della figura di lui, e sì le piacque, che ne fu paga oltre ogni suo desiderio, oltre ogni sua speranza, e la passione guadagnò sì gran tratto di terreno in un subito, ch'ella quasi non si ricordò più d'esser legata indissolubilmente ad un altro. Il dì dopo ne provò bensì qualche oscillazione di pentimento, ed anche, dopo aver avuto un saggio del tetro umore del marito, un'altra oscillazione di timore, il quale crebbe a tanto, che risolvette di star salda, di far qualche divozione, e di scacciare il demonio tentatore. Ma la terz'alba fu presta, e furono più presti ancora, pur troppo, i ritorni della passione. Alla data ora, al dato luogo ella non mancò; rivide colui, gli parlò, scoperse nuovi fascini, non fu più atta a dominare sè stessa; per quel giovin uomo avrebbe dato le sue ricchezze, il suo grado, la sua fama, la sua vita, tutto, e que' ritrovi si rinnovarono. Pure, stando più a lungo con lui, di sotto a quelle grate apparenze, c'era qualche cosa ch'ella non arrivava a scoprire, ma che sentiva, in confuso; qualche cosa che promoveva in lei un turbamento ineffabile; un certo mistero nelle parole di lui, alcun che d'impacciato, di severo, di tetro.
Adah, la moglie di Caino, quando vide per la prima volta Lucifero, di sotto alla celeste bellezza di lui, intravide tal cosa, che la fece tremare e fremere…. Una simile impressione subì Elena una delle volte che si trovò coll'uomo che mai non le si volle scoprire. Pure i fascini di colui erano così potenti, così manifesti gl'indizi che egli la idolatrava, così ardenti ed assidue le sue proteste, che ella non seppe ritrarsi. Avrebbe però voluto sapere chi fosse colui, e all'accento, ai modi, a tutto avendo ragioni per credere che egli fosse un gentiluomo di Roma, si maravigliava come in tanto tempo ch'ella vi dimorava, per quante adunanze avesse frequentate, mai non le venisse veduto. Su questo pensiero cominciò a fermarsi a lungo; fermandovisi a lungo, cominciò a capire essere al tutto disdicevole il continuare in quella colpevol pratica. Finalmente, ciò che ella mai non potè scoprire, glielo scopri il caso…..
Una mattina la sua donna, fidatissima donna, cui per necessità aveva dovuto far partecipe del segreto, tutta pallida e tremante entra dalla signora per dirle qualche cosa, e si tace perplessa. La duchessa s'accorge di qualche novità e, sgomentata da quell'insolito pallore della fante, le domanda di che si tratta, e che parli per carità.
—Lasciate se n'esca l'eccellentissimo signor duca poi vi dirò tutto.
Quando il duca fu uscito e si credettero sicure.
—Voi vi affannavate, madonna, a cercarlo nelle adunanze, e credavate scoprirlo sotto alle vesti di gentiluomo, e colla spada al fianco.
—Chi?
—Lui.
—Oh Dio! e così?
—Un dì mi domandaste, se un giovane vestito di un drappo cilestre fosse mai desso; un altro dì era un mantel verde, sotto cui credevate si celasse; un altro, che una borgognata coprisse il suo volto. Ahi, madonna! non si tratta di borgognate…. La sua testa non ha bisogno di quest'arnese.
Grado grado che queste parole uscivano dalla bocca della fante, veniva sempre più mancando il colore nel volto e la virtù vitale nelle membra commosse della duchessa….
—Ma chi dunque è desso? proruppe alfine.
—Signora, Iddio è misericordioso, e perdona molte e molte colpe…. Ma guardatevi da questa…. per carità, guardatevene…. siete ancora in tempo. Ma già è inutile ch'io vi preghi, che, se voi persisteste, io stessa farei la spia a Sua Eccellenza; finchè trattavasi d'un uom libero…. Iddio me la perdoni… era certo una colpa. Ma così…. è tutt'altra cosa; colui è nullameno che….
Il nome che qui fu pronunciato non cerchi di conoscerlo il lettore; la storia ha voluto tacerlo espressamente; forse lo avrebbe palesato quando, ottenuto che avesse quel personaggio d'avere Stato in Italia, si fosse meglio spiegato al cospetto della nazione: ma la forbice della parca, o, meglio, una palla di piombo, troncò, prima del tempo, il filo della sua misteriosa vita. Ma una tal circostanza anche a noi scappò di bocca prima del tempo.
La duchessa Elena, all'udir quel nome, del quale aveva sentito a parlar tante volte, rimase colpita da quel genere di terrore che dà la disperazione; se l'angelo della vendetta le fosse venuto ad annunciarle, ch'ella aveva perduto la sua parte di paradiso per sempre, non sarebbe rimasta più atterrita di così. I severi e rigidi principii stati in lei instillati e dalla madre e dalla veneranda suora, avevano pure gettato nel fondo dell'anima sua un sedimento abbastanza forte di religione, dirò anzi, di superstizione. Però, all'udire in che laccio ella era stata avvolta, il rimorso le serrò l'anima; fece voto di non uscir per gran tempo se non accompagnata dal duca; si chiuse nella sacra cappella di palazzo, e pianse, e pregò, e chiese perdono…. Ma nella passione c'è la violenza, e senza una violenza maggiore non la si vince mai…. Passato alcun tempo, cominciò a risentire il peso noioso e tetro della solitudine…. cominciò a pensare, e questo fu il danno, che finalmente ella era colpevole soltanto per avere amato un uomo, il quale non era suo marito; ma che, del resto, nessuna colpa più grave poteva pesare su lei, che era stata tentata da chi non conosceva e, d'uno in altro pensiero, cominciò a considerare qual gioconda vita sarebbe stata la sua, e quanto innocenti sarebbero corsi tutti i suoi dì, se la condizione di colui fosse stata la medesima del marito, se appena uscita dalle stanze materne, una combinazione più propizia l'avesse posta nelle braccia di lui…. E questo grato supposto piacendogli oltremisura, vi si fermava colla contemplazione per giorni intieri. La sciagurata, da questi assidui pensieri, fu trascinata così a rompere il primo proponimento…. e con artificio faticoso cominciò a suscitare una speranza che non aveva voluto spuntar naturalmente…. la speranza, il dubbio almeno, che la fante avesse al tutto preso un abbaglio, e s'affannava a trovar così un pretesto per rivedere colui, dissimulando il rinascere della colpa, e cercando la delusione dell'innocenza. Però non iscansò di rivedere colui e il più segretamente che le venisse fatto, e all'insaputa della sua confidente medesima, della quale viveva in grandissimo sospetto, seppe condurre le cose in modo, che toccò il suo intento.
Bensì il suo contegno assunse questa volta una apparenza così dignitosa e severa e rigida, che colui stesso ne fu conturbato.
—Dal giorno in cui, pel mio danno, mi avete veduta, cominciò a dirgli, foste sempre il primo voi a venir su' miei passi, oggi ci venni io medesima di mia voglia, ma ci venni…. appunto perchè sarà l'ultima volta, l'ultima irrevocabilmente. Voi mi avete forse già compreso, e troverete che io non debbo più a lungo sopportare di trovarmi con voi, dal momento che so chi siete.
Mentre la duchessa pronunciò le ingrate parole, le sorse spontaneamente in cuore quella speranza che alcuni dì prima aveva durata tanta fatica nel suscitare, sperò d'aver creduto ciò che non era e che le parole di lui l'avrebbero affidata in quel punto; ma quando vide ch'esso cambiò invece il colore del volto, ella impallidì più di lui, e non trovò altre parole.
Fu un momento di silenzio, di un silenzio terribile, che finalmente egli ruppe.
—Se fino a quest'ora io v'ho tacciuto quel ch'io era veramente, la ragione sta in questo, che attendevo di fatto a palesarmi a voi, quando la condizion mia fosse tale che non vi avesse mai a far raccapricciare di me…. Sappi ora che, tra breve, avrò deposta questa mia veste, e sarò io pure quel che sono tutti gli altri uomini, libero di me e dell'anima mia; io ho supplicata questa grazia, la quale era oltre il possibile, l'ho supplicata in ginocchio e con lagrime. Io abbandonerò per sempre quel posto al quale fui messo. Io ne era indegno, ne divenni indegno forse per voi; ma se a voi tutto ho posposto, abbiatemi qualche gratitudine dunque. L'amore nato in me la prima volta che vi ho veduto, sì mi trasportò che, fin d'allora non tenendo conto degli ostacoli, impegnai la mia fede, che voi sareste stata mia in ogni modo. Se la natura di questo amore si avesse a render con parole, e queste si dovesser poi scrivere, la penna dovrebbe intignersi nel mio sudore di sangue per darne la più pallida idea. Voi tremate e impallidite…. Ahi pur troppo, Elena, pur troppo fu una dura cosa per noi l'esserci incontrati allora che gl'infrangibili nodi ne avevan già legati ambedue. Voi testè mi dicevate, sarebbe l'ultima volta questa che ci saremmo incontrati; spero che ciò non sarà…. pure passerà gran tempo prima che io vi riveda.
Ciò detto, si tolse dal cospetto di lei e scomparve. A quelle parole ella fu sbalordita e commossa, e quando tornò a chiudersi nelle interne sue stanze, si trovò in una condizione di gran lunga peggiore della consueta; s'accorse che la violenza del male aveva vinta ogni sua forza, e che mai non avrebbe rinunciato a pensare a chi le aveva dato prova di un amore così maraviglioso per lei; tuttavia si tenne indegna di Dio e degli uomini…. Tremava nell'articolare una preghiera, non osava più mostrare la sua faccia in pubblico; e più ancora, dopo che seppe avere colui mutato abito al tutto, cosa che molto aveva fatto maravigliar Roma, e provocate infinite congetture e dicerie.
Fu intorno a que' tempi che Giulio, infervorato di ricuperare e farsi padrone della Mirandola, richiese l'aiuto de' principali patrizi romani, e il duca di Pitigliano si esibì di prestar l'opera sua a quell'assedio; prima occasione in cui la duchessa s'accorse, esser la vita dell'abborrito consorte messa ad arbitrio della fortuna.
Le sorse nell'animo allora un involontario desiderio, che fece di tutto per respingere, e non poteva. Ogni dì chiedeva con impazienza come corressero le cose della guerra; ogni giorno attendeva le notizie del duca. Se si fosse dovuto credere alle apparenze ed al modo con cui si esprimeva nel chieder conto del marito suo, si sarebbe dovuto conchiuderne, che svisceratamente lo amasse, e paventasse all'idea ch'ei fosse per cader morto in guerra; pure, lo possiam dire con certezza, questa non era ciò che temeva, era ciò che desiderava, ma se lo desiderava non lo voleva però, e un tal cozzo di sensazioni succedeva nel più profondo dell'animo suo, tentando essa ogni sforzo per dissimularlo a sè stessa, e le preghiere quotidiane che faceva per la salute di lui, possiamo assicurarlo, erano sincerissime. Vi hanno tali intricate condizioni dell'animo umano, che chi si propone di spiegarle a parole corre pericolo di diventare incomprensibile, e questa n'è una.
Si sparse intanto la notizia della presa della Mirandola; correvan per Roma le liste dei morti e dei feriti. Fra questi ultimi era il duca di Pitigliano. Quando una tale nuova giunse all'orecchio della duchessa, coll'aggiunta che la ferita era mortale, e ch'ei non avrebbe potuto sopravviver molto, la duchessa balzò in piedi in mezzo a' suoi servi che la guardavano attoniti. V'era nel suo volto qualcosa d'indefinibile, ma che pur faceva una tetra impressione. E corse così a chiudersi, nella sua camera, tanto ella temea di svelarsi altrui; un impulso di gioja prepotente le si manifestò allora con un singhiozzo…. Ma di colpo ne fu poi atterrita, e quand'ella tornò a mostrarsi altrui e fu veduta così pallida, così abbattuta, così prostrata, fu un sommesso bisbiglio di compassione profonda, poi un silenzio di venerazione compunta; fu trasportato intanto il marito a Roma mortalmente ferito. Ci ritornò anche colui del quale ella, per assai tempo, non seppe mai nuova. Ci ritornò sano e salvo, dopo aver gloriosamente combattuto a quella guerra, e per uscirne poi tosto e recarsi a Rimini, la quale città si volle dargli a governare, come correva la fama. Che giorni fosser quelli per la duchessa Elena, il lettore può pensarlo da sè…. Ma il marito, dopo assai cure, qualche poco si riaveva; le ferite non eran state mortali come s'era creduto da principio…. le sue guancie l'un giorno più dell'altro riprendevano il solito colore, in quella maniera ch'Elena lo andava perdendo ogni dì più…. Una mattina il medico, a confortarla in tutto, le disse: facesse pure cantare unTe Deum in Ara Coeli, che ella aveva ricuperato il marito.
Come la donna d'Iris, che si sente trascinata verso la cascata del Niagara, Elena chinò allora il capo e chiuse gli occhi, non osando più di guardare nell'avvenire, e, per forza, tornò alla solita ragione di vita, che pareva non dovesse trasmutarsi mai più. Ma il destino stava gettando altre insidie.
Un giorno il duca marito era fuori di Roma, in villa, e doveva tornare quel dì medesimo. Verso sera, segretissimamente venne a lei ricapitata una lettera senza firma, nè altro, che indicasse donde venisse. Il tenore di quella lettera era il seguente:
"Non potendo, chi scrive, recarsi da Sua Eccellenza il duca vostro marito, e pensando sarebbe il medesimo rivolgersi all'Eccellenza Vostra; sappiate che da alcuni tristi furon prese le misure per assassinare il duca stanotte nell'ora che di solito esce di palazzo per recarsi dal Chigi; però fate ch'ei non esca."
Quest'avviso fece alla duchessa una strana impressione. L'ora era tarda, e il duca poteva badar pochissimo a tornare. Siccome avveniva talvolta che senza sua saputa entrasse il duca in palazzo, così, tutta sollecita, chiamato un servo,
—Quando il duca sarà di ritorno, gli dice, siate presto a darmene avviso. Ora siam già sulle ventiquattro, state dunque ad attenderlo alla finestra che guarda in Piazza Farnese.
Fu per verità una tetra sciagura per questa donna l'aver sperato una volta che il marito fosse per morirgli, d'averlo anzi tenuto per certissimo. In que' momenti potè osservare molto da vicino una felicità ch'era l'assiduo pensiero di tutta la sua vita, e osservandola più da vicino, le fu anche più difficile il dimenticarsene, le divenne quasi necessaria.
Ora, la lettera che le stava dinanzi le fece pensare, che se non fosse stato quell'importuno zelante, la felicità da sì lungo tempo vagheggiata indarno, si sarebbe quella notte medesima effettuata; desiderò così che non le fosse fatta ricapitare. Sentì peraltro tanto orrore di un così atroce pensiero, che scosso a furia il campanello, e chiamato di nuovo il servo al quale aveva parlato un momento prima:
—Appena il vedi, bada di non indugiare a darmene avviso, gli replicò; si tratta di cosa gravissima; e fu per mostrar la lettera al servo, ma tosto si rattenne, e subito se la nascose in petto.—Va, gli disse poi tutta stravolta e sdegnosa, va, e fa presto.
In quella, il duca era tornato, e il servo non avendolo veduto entrare, s'indugiò gran tempo prima di darne avviso alla signora. Saputo però da altri com'esso era tornato, tosto si recò nel gabinetto della duchessa, e non volendo parer dappoco, le disse come il duca era in palazzo, tacendogli del tempo ch'era trascorso prima d'averlo saputo.
La duchessa licenziò il servo e balzò in piedi. Era molto agitata. Rapidissima, di sala in sala, venne a quella del duca suo marito, e bussò forte; non rispondendo nessuno, ne interroga il servo che passa di lì per caso:
—Dov'è il duca?
—È disceso in questo punto, eccellenza.
—Disceso? Aveva la cappa?
Aveva la cappa, e lo accompagnava l'uomo di camera.
—Dunque è disceso per uscire.
—Per uscire; è l'ora solita.
Pareva che la duchessa fosse impaziente di parlare al duca, e in pari tempo facesse ad arte per trarre in lungo il discorso. Si scosse però fortemente, e venutigli dei brividi:
—Fa ch'ei non esca, disse poi al servo; va e fa presto, digli che ho a parlargli prima che se n'esca…. Va dunque, affrettati…. per carità….
Il servo, non sapendo come spiegare quella pazza furia della signora, obbedì e discese…. Ed ella lo seguì…. involontaria lo seguì…. e il modo col quale, tenendo dietro al servo, imprimeva l'orma, era indescrivibile. Attraversarono così tutte le sale e gli atrj, e giunsero a metà scala. Incontratosi qui il servo che la precedeva in un altro che saliva.
—È uscito Sua Eccellenza? gli domanda.
—È uscito in questo punto medesimo, e può esser tuttora in PiazzaFarnese.
La duchessa si fermò. Il suo aspetto era orribile.—Dunque è destino—pronunciò allora tra labbro e labbro, e risalì di volo.
Il servo, che le si volse allora per chiederle quel che avesse a fare, non vedendola più, crollò il capo e disse: È matta!—Così discese e pensò ad altro.
Ma non aveva ancora posto il piede sul lastrico del cortile, che un altro servo, discendendo a rompicollo e raggiungendolo di volo:—Presto, dice, vuol essere richiamato il duca, madonna ha a parlargli; presto!—e, presolo così pel braccio, seco trasse il compagno di forza, e a quattro passi per volta, giù per Piazza Farnese, sapendo benissimo per quali strade era solito incamminarsi il loro signore, si mossero alla sua volta.
Non erano i due servi giunti al mezzo di strada Julia, che tosto un ronzìo di popolo affollato lor giunge all'orecchio; accelerano il passo; tutta la strada era ingombra dalla moltitudine. Era un bisbigliare, un chiedere, un rispondere, una confusione indicibile. Chi fu? Com'egli è avvenuto? Lo hanno morto.
—Chi? domandano i due servi ad una.
—Il secondo degli Orsini, il duca di Pitigliano.
I servi si guardano in faccia sbalorditi, e tosto essendo riconosciuti per l'orso che avevan ricamato sul giubbone gallonato, son circondati da tutto il popolo e tempestati di domande, alle quali non avevan nulla a rispondere.
In questa il corpo esangue del duca, trapassato da cinque pugnalate, è deposto su d'una bara e dai frati della Misericordia portato in una chiesa, e l'uomo di camera che aveva accompagnato il padrone, ne seguiva or pure la bara, tutto allibito e piangente.
Colui, seguitando il duca a qualche passo di distanza, aveva potuto scansarsi; ma senza esser atto a portar difesa, potè vedere cinque assassini, tutti coperti di ferro il corpo e il viso, vibrare, i colpi e sparir via di volo.
Di quel sanguinoso fatto tosto romoreggiò tutta Roma, e i due servi retrocessero, dubbiosi se dovessero darne avviso alla signora.
Nel rifar la via, l'un de' servi, volgendosi all'altro che camminava a testa china:
—Convien confessare, diceva, che l'uomo ha dei presentimenti.
—Perchè dici tu questo?
—Perchè non ho mai veduto la duchessa così conturbata e stravolta come stanotte…. pareva fuori di sè…. e certo, senza saperlo ella aveva qualcosa in sè stessa che l'avvisava di tanta disgrazia.
L'altro servo non rispose, e guardando fisso il compagno con un cert'atto macchinale, crollò leggermente il capo, e tornò ad immergersi in certi suoi strani pensieri.
Quando rientrarono in palazzo, la funesta notizia v'era già arrivata.
La duchessa se ne stava intanto nella sua camera in una terribile agitazione; temeva che il servo non potesse giungere in tempo, e di nessun'altra cosa più le premeva in quel momento, che la salvezza del marito suo. Aspettava con impazienza convulsa il ritorno del servo e del duca, e come le parve che troppo tempo fosse passato, discese per recarsi alle stanze delle sue ancelle. I due servi ch'erano tornati colla trista novella, prima di parlare alla signora, s'erano appunto recati da quelle sue donne, che solevano sempre star con lei, per concertare il modo di metterla in cognizione del fatto senza darle una scossa troppo violenta. Le ancelle atterrite, non sapevano che fare, e in quella confusione proponevano e rigettavan partiti, quando a un tratto odono un grido nella stanza vicina.
—Stolta! troppo alto hai parlato; ella ci ha intese di certo!—disse una di quelle donne accorgendosi da che labbro veniva il grido, e tosto si recò nella stanza vicina insieme a tutte l'altre sue compagne per dar soccorso alla duchessa, la quale stavasi nel mezzo della camera, in ginocchio, colle braccia cascanti, la testa alta, l'occhio teso e immobile, e pareva fosse uscita di senno affatto.
—Oh povera signora!—disse una delle donne, e inchinatasi per alzarla di peso, la duchessa lasciò fare. In quello stato di tremenda immobilità che pareva indizio certo d'alienazione mentale, ella trascorse quasi un'ora intera, e il primo indizio di ritorno alla vita furono queste precise parole:—Dio!! quale orrore!!…—pronunciate con un suono gutturale e stridulo della voce, poi accorgendosi allora d'essere in mezzo a tutte le sue donne, che tenevano gli occhi fissi in lei, fu assalita da un insolito sgomento, per che fuggendo si tolse loro di mezzo, e giunta nella sua camera, vi si chiuse e si gettò in ginocchio innanzi ad una immagine di Maria Vergine.
Le donne non avevano voluto abbandonarla, e seguitala, stettero vigilando all'uscio, timorose di qualche nuova sventura, e udirono alti scoppi di pianti e grida, e singhiozzi, che intermittenti non cessarono per tutta la notte.
Se vi fu apparenza di cordoglio profondo, se mai fu donna al mondo la quale sembrasse aver l'animo che non mentisse al lutto delle vesti vedovili, certo fu la duchessa Elena, che per un anno fu compianta da tutto il popolo romano, e additata altrui siccome esempio cospicuo di conjugale fedeltà.
Passò così l'intero anno. I Romani, attirati dal vortice continuo di avvenimenti di gran lunga più gravi, s'erano ormai dimenticati del duca ucciso e della duchessa addolorata, e dall'animo di lei s'erano anche in parte dileguati i tremendi pensieri. Forse avrebbe continuato così il resto de' suoi giorni, e avrebbe anche lavata, con una virtuosa vita, quel che aveasi a lavare, ma pur troppo altro ne doveva succedere.
L'uomo che aveva mutato abito, e che per tutto quel tempo non erasi mai più mostrato alla duchessa venne in quell'anno innalzato a molte dignità, e da ultimo era stato creato signore della città di Rimini ed eletto capitano generale delle soldatesche pontificie. Non parlavasi ormai più in Roma, che della sua partenza per Rimini, e del dì che solennemente sarebbe stato installato signore di quella città.
Che la duchessa Elena, dopo la morte del marito, più non pensasse a quel fatale e misterioso uomo, è cosa che nessuno potrebbe credere, e di fatto non ci fu giorno ch'ella, in mezzo al suo insistente rimorso, pur non si fermasse a lungo in quel colpevole pensiero; e per quante volte le sia sorto nell'animo un sospetto, il più terribile sospetto non fu tuttavia mai forte abbastanza da renderle detestabile quell'uomo.
Però, quando udì annunciarsi una visita di lui, ella si sentì rimescolare il sangue per modo, e ricevette tale percossa, che dovette appoggiarsi per non cadere. E quando ne udì i passi che si avanzavano, e vide spalancarsi la porta per dargli accesso, il cuore volle scoppiargli, e tremò come per sensazione di freddo.
Si trovarono così faccia a faccia, e da solo a solo, dopo due anni d'intervallo. Partito il servo che aveva accompagnato il signore nella sala, la porta si richiuse, e continuò il silenzio per molto tempo, durante il quale il battere frequente del polso d'ambidue si udiva distintamente.
—Io vi ho promesso, madonna, cominciò finalmente a parlare colui, io vi ho promesso che, per quanto tempo avrebbe potuto correr di mezzo, pure vi avrei riveduta alla fine. Il destino ha dunque voluto ch'io tenessi la parola, e prima che non avrei sperato. Oggi io posso finalmente mostrarmi a voi coperto di tali vesti, che faccian tacere ogni scrupolo; oggi possiam star l'uno in faccia all'altro, liberissimi di noi e della volontà nostra.
La duchessa, a queste parole, chinò il capo tremando; e il signore, accortosi di quel tremito, fece, involontariamente, un, po' di pausa al discorso.
—Quello a cui da tanto tempo io anelava, continuò poi, a cui anelava nell'ambizione ardente dell'anima mia, io l'ho dunque ottenuto. Non solo mi distrigai di ciò che segregandomi da tutti, mi teneva anche al disotto di tutti; ma il mio destino tanto mi propiziò, e oramai ho percorsa così lunga scala, ch'io sto con quei pochi privilegiati i quali stanno al disopra di tutti gli uomini. La città di Rimini è mia, a trentamila uomini io comando, dieci milioni di scudi romani stanno già nel mio erario; e tuttavia questo non è che un assai tenue principio. La mia testa, il mio braccio, la mia ferma volontà, mi additano altissime cose nell'avvenire, e a me par già d'averle in sul palmo. La fortuna giova agli audaci. Da qui a qualche secolo, chi sa qual preponderanza sarà per avere la mia dinastia nei destini d'Europa, voi mi comprendete. Però a codesta dinastia convien bene ch'io provveda. Altri, al posto dove io sto, avrebbe girato lo sguardo nelle case dei re per cercarvi una donna. Io ho disprezzato le figlie dei re, e son venuto qui… e tacque aspettando una risposta.
La presenza del signore, il suono della sua voce, la quale aveva, almeno per lei, una particolare armonia, la natura di quelle passionate parole, dalle quali traspariva che l'amore, in quel potente uomo, era tuttavia superiore all'ambizione, fecero tale impressione nella giovine duchessa che, invece di rispondere, tutta si disciolse in lagrime.
Era gioia, era gratitudine, o qual cosa era mai che avea aperta la via a quelle abbondanti lagrime? Troppe eran le cagioni che facean forza all'animo piagato di lei.
Il signore prese quelle lagrime come la più accetta risposta alle sue parole, e per la prima volta fu ardito di abbracciare e baciare la giovine duchessa, e presale la mano ed alzando la fede:
—Voi dunque sarete la moglie mia, soggiunse: e da quest'ora con giuramento io mi vi prometto; così domani saprà tutta Roma la libera scelta della mia volontà.
Ciò detto si licenziò.
Quand'egli si fu partito ed ella si trovò ancor sola, i rimorsi risorsero, e con più insistenza che mai. Ella pianse, pregò, volle e disvolle; ma all'amore si confederò anche l'ambizione, e vagheggiò il pomposo titolo di signora di Rimini.
Alcuni giorni dopo si diffuse per tutta Roma la voce che il signore ****, prima di recarsi a Rimini, si sarebbe unito in matrimonio colla duchessa Elena, vedova del duca Orsini; ma dal momento che circolò quella voce, altre pure a poco a poco cominciarono a circolare.
L'assassinio del duca di Pitigliano, se era stato un mistero per il più de' cittadini di Roma, non lo era per tutti. Chi ne aveva mandato espresso avviso con lettera alla duchessa, doveva intanto saperne qualche cosa; i cinque che avevano vibrati i colpi ne sapevano più di tutti. La fante, ch'era stata messa a parte del segreto degli amori della duchessa, e che di poi era stata licenziata, se non sapeva nulla di certo, aveva però in mano un filo per far delle congetture. Da queste fonti pare adunque sieno uscite tutte le dicerie che, al pubblicarsi di quel matrimonio, innondarono tutta Roma. In sul primo le accuse non furono che a carico del signore ****, del quale, stando ad alcuni cronisti, non era la miglior fama in Roma, poi a poco a poco corse qualche sospetto anche sul conto della duchessa Elena. L'uomo che le avea spedita la lettera, avrà cominciato a meditar la causa per la quale la lettera stessa non ebbe poi effetto, e d'uno in altro pensiero, e d'una in altra indagine, avrà scoperto il resto. I discorsi promossi da costui, combinandosi con quelli fatti circolar dalla fante, ingrossarono così il corpo delle congetture, le quali si trasformarono tosto in fatti ed in accuse. V'erano tuttavia, a tutto scarico della giovine duchessa, le lagrime versate per la morte del marito e il suo lungo cordoglio. Ma il servo che aveva avuto ordine da lei d'aspettare il padrone, e di recarle avviso del suo arrivo, al quale era parso assai strano il modo di comportarsi della signora in quella notte, e fin d'allora s'era messo in sospetto, gettò anche lui la sua parola nella pubblica caldaja della maldicenza, parola che ne accrebbe di molto la bollitura. Ma intanto che la duchessa Elena e il signore di Rimini erano il soggetto principale dei discorsi quotidiani, essi si andavano accostando sempre più all'altare, dove aveva a santificarsi il loro matrimonio. S'apprestavan già gli apparecchi per la partenza; tutti i giorni di buon mattino sul Campo Marzio, il signore di Rimini, portante già sulle splendide vesti i segni della sua potestà, e facendo caracollare il suo sbuffante cavallo di Barberia, assisteva e comandava le evoluzioni delle sue truppe.
A Rimini era stato mandato un numeroso stuolo di pittori a decorare le sale del palazzo della Signoria, e un nuovo concerto di campane era stato donato al maggior tempio di quella città. Il matrimonio doveva tra breve esser fatto; alcuni poi dicevano che, nella cappella sotterranea di Santa Maria Maggiore, era già stato benedetto senz'intervento di popolo e in tutta segretezza.
Che quel giovane signore, salito tant'alto pel forte ajuto di chi poteva quel che voleva, destasse invidia e dispetti nei più facoltosi patrizj di Roma, specialmente ne' Colonna, ne' Savelli, negli Orsini, è cosa troppo facile a supporsi, ma il seguente dialogo fatto da due personaggi appartenenti a quest'ultima famiglia, intanto che affacciati ad una finestra del loro palazzo vedevan passar quel signore alla testa delle sue belle truppe, ce ne può dare un maggiore indizio.
—Senti, Giordano, se quest'uomo, dopo quanto è avvenuto, e dopo l'atroce delitto che ha commesso, fu tuttavia così fortunato da diventare il primo di Roma, io non so poi dove trovare e a chi cercare giustizia.
—La giustizia, invece di cercarla, bisogna farla, Maffio: quest'uomo ha ucciso il fratel nostro…. oramai ne sono certissimo, e colui che venne da me è assai degno di fede; chi ha ucciso dev'essere ucciso…. questa è la giustizia che un uomo d'onore ha a fare. Converrà dunque pensarci, Maffio.
—Se si doveva pensarci, mi pare allora che abbiam già troppo aspettato. Fra qualche giorno egli sarà in Rimini, se non prendiamo le nostre misure, prima ch'egli se n'esca, non so quel che ci rimarrebbe a fare di poi.
—E non lo saprei io pure, per ciò fra ventiquattr'ore ci sarà qualch'altra novità, e qualch'altro scandalo per Roma.
—Fra ventiquattr'ore? sei tu pazzo?
—Sono assai bene in me stesso. Le misure son già prese.
—Già prese! e al papa hai tu pensato, e all'ira sua?
—Non ho pensato che al miglior modo di far cadere quel tristo, e nasca quel che vuol nascere.
—E la duchessa Elena?
—Che vuoi tu dire?
—Voglio dire che corron voci d'accusa anche per lei, e se ciò fosse, quella giustizia medesima…
—No, io non credo a quelle accuse. Il suo dolore era sincero. No, ella può vivere. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
La sera medesima di questo giorno, il signore di Rimini, accompagnato da un numeroso seguito di cavalieri, attraversava a cavallo il Ponte Elio. La folla traeva sul suo cammino ammirando quelle straordinarie pompe, ed egli, mentre lo scalpito rincalzato del suo focoso destriero faceva rimbombare il ponte, pensava con compiacenza a quell'altezza che aveva saputo raggiungere, e volgendo in mente i suoi futuri destini, considerava che lungo e glorioso tratto di cammino gli rimaneva ancora a percorrere. In quel punto una palla di piombo, squarciando l'aria con un fischio istantaneo, gli fracassò il collo e la spalla, e lo rovesciò nel Tevere sottoposto.
Fu un grido generale, si corse a strapparlo all'onde del Tevere, Un chirurgo attestò che non era morto, e fu così trasportato al suo palazzo.
A quest'avvenimento tutta Roma ne fu sossopra. La famiglia Orsini corse sulle labbra di tutti, e tutti stavano in aspettazione d'una grand'ira del pontefice. La piazza di Spagna, dove era il palazzo del signore di Rimini, fu il dì dopo zeppa di popolo da mattina a sera. Era un correre e ricorcorrer continuo delle 74 lettighe dei cardinali. Innanzi alla porta di palazzo, la folla si stipò più fitta che mai intorno a quella del pontefice. Questo finalmente fu veduto uscire in mezzo ai suoi cardinali e a' suoi dodici camarlinghi. Il signore di Rimini era morto.
Fatte le solenni esequie, parve che il popolo si dimenticasse anche di quell'atroce avvenimento; soltanto dopo alcuni dì corse voce che la duchessa Elena era uscita di Roma con un seguito numerosissimo, e non sapevasi dove fosse diretta. Si diceva che più non erale bastato l'animo di fermarsi in Roma, quando seppe d'esser bersaglio della generale maldicenza, e s'accorse che tutte le più illustri case le chiudevano la porta in faccia. Ciò in gran parte era vero, ma quand'anche avesse potuto esser questa una causa forte per farla esular da Roma, pure n'era ella uscita per tutt'altro. Dopo qualche tempo infatti, con maraviglia e stupore universale, si seppe ch'ella aveva fermata la sua stanza a Rimini, fatta signora di quella città.
Chi disse allora che ella fosse stata sposata da quel potente signore prima d'esser ferito, chi disse aver egli ciò fatto nelle ultime sue ore, e che essendo già stato installato signore di Rimini, lasciasse, con solenne dichiarazione dell'estrema sua volontà, il possesso di quella città alla duchessa Elena, e scongiurasse gli astanti, al letto di morte, della più scrupolosa esecuzione di quel suo orale testamento. Chi disse altre e diverse cose.
Il fatto è certo intanto, ch'ella ebbe la signoria di Rimini; quale sia poi stata la via precisa per la quale vi è pervenuta, non è la cosa che più importa di sapere. Ora, tutto quello che avvenne di lei da quell'epoca in poi, il nostro lettore lo sa, e potrà adesso farsi capace della varia fama che, per tutta Italia, era corsa sul conto di questa donna straordinaria.