Non siamo lontani dal credere che se il Palavicino avesse udita questa tenebrosa storia della duchessa Elena alcuni anni prima, o in altra occasione, od anche in altro dì, essa gli sarebbe parsa oltremisura abbominevole; ma di presente invece (tanto è vero che il più grave difetto in creatura che si prediliga facilmente si trasmuta in un pregio) quella medesima colpa, a produrre la quale avevano concorso tante cagioni che in certo modo eccitavano, a commiserare la sventura di lei, gli fe' scorgere nuove attrattive nella duchessa, per cui, senza quasi accorgesene, si confermò in quella passione che contro l'aspettazione nostra e la sua, già lo aveva con tanta violenza assalito. Così, come è facile supporsi, il giorno dopo fu al palazzo della Signora, e ogni dì per qualche tempo ci ritornò finchè le volte si moltiplicarono anche in un giorno solo. Ad eccezione per altro di codeste replicate visite, egli si comportava di maniera colla duchessa, e questa con lui, che a nessuno, fuorchè per avventura ad un occhio ben avvezzo, non potevano dare indizio che d'un'amicizia antica e intrinseca. Intanto al Palavicino si eran diradate le noie, e (la verità imperiosa c'incalza a non dissimular nulla) anche i suoi generosi pensieri in gran parte s'eran venuti dilavando. In quanto poi alla signora di Rimini, parve che fosse assai soddisfatta del giovane marchese, al quale (com'ella pensava) i sei anni trascorsi avevan recato non poco giovamento, e la scuola dell'esperienza e lo spettacolo della società e le mille avventure lo avevano per modo disimpacciato che pareva tutt'altra cosa. Di tal guisa a poco a poco scomparvero dal fondo del cuore di lei quegli ascosi pensieri, quegli insino a quel punto incoercibili rimorsi, e da ultimo sembrò fatta al tutto insensibile finanche allo sgomento del Lautrec, pel quale, lasciando Rimini in fretta, s'era ricoverata a Roma. Siccome poi l'indole primitiva di quella donna, quando pure avesse racchiuso alcun che d'eterrogeneo, era notabilmente inclinata all'affetto e a tutto ciò che di più soave e di più tenero può scaturire da questa pura fonte, e se mai non aveva potuto rivelarsi interamente altrui da questo lato, dipendeva da ciò, che mai non erasi incontrata in chi veramente potesse rincordarsi con lei; ora che il Palavicino parve assurgere all'ideale de' suoi desideri, ella tosto gli dischiuse tante nuove virtù, che al giovane Manfredo non sembrò vero, come avesse dovuto attender tanto per conceder a lei la propria ammirazione. Ma se per qualche tempo tra que' patrizi romani non trapelò nulla di quanto succedeva tra la duchessa e il marchese, impediti com'erano dal far congetture e sospetti, dal sapere le avventure già consumate tra lui e la moglie del signore di Perugia, venne però il tempo che qualche voce, più ardita delle altre, corse rapidissima tra la folla; poi un giorno un bel distico affisso alla statua di Marforio, il quale faceva alcune interrogazioni a Pasquino sul conto della signora di Rimini e del giovane lombardo, mise in attenzione Roma tutta quanta…. la quale fu stuzzicata ancor più, quando Pasquino mostrò al pubblico le sue risposte, che punto per punto soddisfacevano alle varie domande di Marforio.
Prima per altro che avvenissero tutte codeste cose, un uomo il quale era appunto dotato di quell'occhio avvezzo, di cui sopra abbiam parlato, con moltissima sua maraviglia s'era accorto dell'eccessiva deviazione dell'ago magnetico che regolava i movimenti del Palavicino. Ne aveva provato anche un certo rammarico, perchè egli, sperando assai nell'impresa tentata contro il Baglione, si figurava la Ginevra Bentivoglio ancor libera di sè, e in tal condizione da poter concedere la sua mano al Palavicino. E per verità aveva pensato aprirsi con Manfredo, stornarlo da quella pratica e rinviarlo altrove. Come poi si pubblicaron le pasquinate per Roma, non mancò di mostrarle trascritte al Palavicino, parendogli più che ogni altra cosa utile assai l'arma del ridicolo, per vincere l'indole permalosa del suo giovane concittadino, ma con molto dispetto, vide cadere anche quell'arme senza aver fatta una ferita.
Fu in questo tempo che il Morone dovette partire da Roma e condursi a Modena, dove l'anno prima si era fermato già per gran tempo, poi a Reggio, della quale era governatore il Guicciardini, con cui aveva gran desiderio di abboccarsi. Quivi si trattenne più di due mesi, e fu certo in quell'occasione che tra que' due astuti e ingegnosissimi maneggiatori d'uomini e di cose, si gettarono le prime fila della trama, colla quale si tendeva ad espellere la Francia dall'Italia, e stabilire i piani perchè Leone si unisse a Spagna e all'Austria, e si facesse una lega di più potenze al danno di quella sola che allora preponderava tanto pel suo governo diretto in Lombardia, e pel suo intervento in tutte le italiane cose.
Dopo aver dunque provveduto col Guicciardini agli affari del più grave momento, e dopo avere preventivamente cercato di indovinare le contingenze possibili che potevano susseguire ai loro disegni, attuati che si fossero, il Morone se ne tornò a Roma, perchè forte gli premeva di vegliar d'accanto Leone, dare una direzione sicura ai propositi di quel pontefice, di non allontanarsi da' fianchi del cardinal Bembo, e di soffiare ne' savi orecchi di questo grand'uomo i propri consigli, a tenerlo così sulla diritta e sicura via.
Qualche tempo dopo il suo arrivo a Roma si manifestarono poi i primi segni di quella procella che si doveva addensare sulla testa di Giampaolo Baglione: ecco come avvenne il fatto.
Un giorno papa Leone, in mezzo a' suoi soliti cardinali, protonotarj, letterati e poeti, stavasi nella gran sala delle mense, ascoltando un assai prolisso:—Poematium—De pulcra prole—di un latinante a quell'epoca, dopo il Bembo, distintissimo, quando il segretario apostolico entrò ad annunziare che il Baglione sarebbe entrato in Roma quella sera medesima. Lo stupore di quei cento illustri personaggi, tra i quali trovavasi il Morone, fu straordinario, come era straordinaria la notizia, ed a nessuno non parea vero come quel sospettoso e tetro uomo del Baglione avesse potuto indursi ad entrare in Roma, mentre doveva pur vivere in grandissima paura di sè medesimo. Soltanto il Morone pensando che tra le persone che avevan costituita l'ambasceria spedita a Perugia v'era anche l'Elia Corvino, non ebbe a maravigliarsi molto, sì grande era la fiducia che aveva nell'astuzia di costui. Papa Leone intanto, per quanto fosse l'amore che avesse alla poesia latina, e per quanto diletto gli derivasse dalla declamazione del poemetto latino, pure per quelle ore che dovette lasciar passare prima che arrivasse il Baglione, non fu più atto ad ascoltar altro, ed alzatosi dalla sua sedia, con somma impazienza movevasi per la gran sala passando da crocchio a crocchio, udendo tutti e non ascoltando nessuno.
Fuori della Porta Belisario, per ordine di lui, s'eran mandati cinquanta cavalli guidati dal Rangone comandante in S. Angelo, per ricevere il Baglione e per condurlo poi subito dov'egli aveva comandato, senza por tempo in mezzo. Ma un uomo a cavallo, spedito a tutta corsa a Roma dal Rangone stesso, era entrato in Vaticano ad avvisare che non era già il Baglione padre che arrivava, ma il figlio Grazio, il quale veniva in sua vece. Per queste notizie, alla prima sorpresa ne era successa un'altra assai più forte, e Leone stesso fu visto muovere incontro iracondo al segretario che aveva recata l'ingrata notizia, poi fermatosi di colpo, e spezzato della propria mano un vaso ch'era sulla gran tavola, volgersi con gran dispetto al Morone, e dirgli:—Il vostro uomo è un cialtrone anch'esso come tutti, ed or m'ha guasto ogni cosa al peggio.
Ma quasi nel medesimo tempo si raffrenò e volto al segretario—Fate dire al capitano de' cavalleggieri, che al figlio del Baglione si facciano onori come ad un re, andate: e noi tutti… si volse poi a quanti gli stavano intorno… fino a quando ei rimarrà qui, avremo a fargli ottima accoglienza e ad usargli ogni riguardo; ciò non ci esca mai dalla memoria. Non è Giampaolo… andava poi ripetendo… Non è Giampaolo… ed io lo dava già per ispacciato…
Al Morone, tal contrattempo dispiacque forse più che a tutti, e smarrì le speranze che fino a quei punto aveva sempre nutrite, e pensò che il Baglione, se non fosse per morire di morte naturale, non sarebbe già morto altrimenti.
La notte, il giovane Orazio figlio del Baglione, fu magnificamente alloggiato in palazzo. Il padre lo aveva mandato con plenipotenza di trattar per lui tutto ciò che risguardava gl'interessi tra la santa Sede e la signoria di Perugia, e Leone pensò di fatto condurre le cose in modo per dare un'apparenza di massima importanza alle questioni che avrebbero dovuto agitarsi tra la sua Corte ed il suo ospite, e medesimamente per declinare ogni domanda e lasciare sospesa tuttavia ogni vertenza perchè ne emergesse spontanea la conseguenza, che era necessaria la presenza del padre. Elia Corvino, entrato da Leone cogli altri che avevan fatto parte dell'ambasceria, è probabile abbia detto quanto riferì poi la notte medesima al Morone, allorquando questo volle essere istrutto minutamente da lui su tutto ciò che era succeduto a Perugia.
—Il signore, disse il Corvino, era alquanto aggravato da quelle solite sue doglie acute, perciò quando gli si mise innanzi la necessità della sua presenza in Roma, rispose essere grandissima la sua buona volontà, ma oramai mancargli il potere; che tuttavia qualora si fosse ristabilito in salute sarebbesi forse indotto a venire egli stesso; che intanto spediva il suo Orazio, al quale dava podestà di rappresentarlo per tutti i bisogni che si fossero presentati.
—E tu, Elia, ti se' accontentato di queste parole, e non hai fatto altro?
—Le parole non mi contentarono affatto, e feci tutto quello ch'era fattibil ad uomo per fargli passar le doglie e determinarlo a venir qui…. E in quanto alle doglie, se non sarebbero passate, le avrebbe saputo comportare però, e un po' in lettiga, un po'a cavallo sarebbe giunto fin qui; se non avesse temuto un trabochetto nascosto, e avesse avuto fede nella fede altrui, ma questa fede non l'ebbe. Allora ho detto fra me…. codesto giuoco, a volerlo condurre a buon fine, converrà trarlo in lungo, e dare intanto qualche fetta di lardo da rosicchiare a questo vecchio sdentato…. ed accogliendo adesso ogni sua domanda, e facendo ogni volontà sua, rintuzzare anche i suoi sospetti…. fino a tanto che, nel punto che meno sel penserà, torneremo a caricare la trappola e sarà nostro.
—Sta volta, Elia, ho i miei dubbi, e così forti dubbi, che pongo già da un canto tutti i disegni che avevo fatto su costui, e già mi rivolgo ad altro.
—Eppure voi m'insegnereste, illustrissimo, che in questi maneggi non conviene mai lasciarsi trasportare dall'impazienza, ma temporeggiare bensì, e lavorare di queto. Leone si comporterà intanto di maniera che il giovinetto Orazio sarà per lasciar Roma tutto quanto edificato. Allora porrò in campo un altro mio progetto. Converrà bene però che dia qualche forte narcotico alla coscienza, perchè profondamente si assopisca e non abbia ad ascoltar nulla, quand'io sarò per muovere i congegni. Del resto, giacchè mi guardate di quell'occhio così grave, sappiate che il progetto sarà per essere affatto incruento. Ho sempre avuto avversione a quei mezzi infami dei pugnali e dei veleni, e a me non importa d'altra cosa al mondo che di condurre in Roma quella volpe vecchia di Giampaolo. Ho veduto dappresso i poveri Perugini, e le loro piaghe stillano sangue continuamente, ho veduto quella soave e sventurata creatura della Bentivoglio, e considerando che sarebbe ben tristo chi avendo un mezzo, non ne volesse far uso per confortarla una volta per sempre, feci de' lunghi ragionamenti fra me stesso in questi dì affine di farmi convinto, ch'ella è cosa verissima che lo scopo talvolta santifica il mezzo.
Il Morone, stato un pezzo in silenzio:
—Di tutti i tuoi progetti e di tutte le tue speranze io sono convinto invece che non sarà per attuarsene neppur una. Non mi fermerò adesso a numerarti i motivi di questa mia persuasione, ti basti che la cosa sia così, e ch'io non mi lascio tor giù tanto facilmente dalle mie opinioni. In quanto poi alla Ginevra, ho una calda raccomandazione da farti.
—Io sto ascoltandovi, illustrissimo.
—Tu non farai mai parola col Palavicino nè del suo marito, nè di lei, nè de' suoi patimenti, nè delle tue speranze di trarla a salvamento. Non ho bisogno che in tal punto si travolgano taluni affetti nuovi che in questi ultimi mesi m'han tratto costui per altre vie. Da principio ciò m'era parso un grave contrattempo, ma ora che ho abbandonato ogni pensiero del Baglione, di ciò che mi sembrò danno, saprò trarre tanto vantaggio, che tu farai le maraviglie a suo tempo. Della Ginevra adunque non ne dir nulla.
—Io tacerò, potete vivere tranquillo, e l'Elia si licenziò.
Dopo tutto questo, il Morone lasciò passare molto tempo ancora senza far nulla, durante il quale non avvenne cosa che meritasse nota. Soltanto il Palavicino continuava a frequentare la signora di Rimini. Per tutta Roma ormai non era parola che degli amori di quella donna voluttuosa coll'illustre lombardo. Il Morone recavasi esso pure qualche volta al palazzo della duchessa. Una notte vi stette a lungo col Palavicino, e col medesimo ne partì ad ora tardissima. Fu in quell'occasione che, facendo la strada seco, e prendendo per certe solitarie vie di Roma, d'una in altra parola, lo trasse al seguente discorso:
—È già da un anno, Manfredo, che l'ozio e le delizie della vita ne circondano da tutte le parti; se non fossimo a ciò costretti dalla necessità, se in quest'ozio medesimo i nostri pensieri non fossero continuamente rivolti a quel fine per cui siamo fuggiti di Milano, per cui stiamo qui, comprendi anche tu che sarebbe una gran vergogna. Egli è certo però, che in questi ultimi mesi l'amore per il tuo paese ha ceduto luogo, credo che non vorrà esserlo per sempre, ad un altro oggetto. Queste mie parole sarebbero assai più gravi che non sono, se appunto in quell'ozio che ti dicevo non trovassi quanto basta per iscusare la tua condotta; e queste mie parole tanto sono meno gravi, quanto più mi pare che, qualora tu il voglia, possa raccogliere utile dal nuovo avviamento che il destino impresse alla tua vita e agli affetti tuoi. Che tu ti sii dimenticato della Ginevra, è cosa di cui mi consolo per la tua pace, per la pace di lei, per la pace di molti. Non sarà mai dunque ch'io ti voglia far rimprovero del tuo vario ingegno. Tuttavia, egli ha messo in me qualche dubbio sul conto tuo….
—Qualche dubbio su me?
—Zitto, lascia ch'io finisca. Ti confesserò dunque ch'io ti reputava assai più fermo ne' tuoi propositi e ne' tuoi affetti, che le prove ch'io già tenni di te, del tuo ingegno, dell'animo tuo, del tuo cuore pel paese nostro comune, parevan promettere assai più. Egli è perciò che voglio da te oggi tal caparra che, per l'avvenire, mi faccia vivere tranquillo sul tuo conto. È dunque necessario che tu sappia fare qualche sacrificio di te stesso, e, può darsi anche, ch'egli abbia ad essere tutt'altro che sacrificio. Odimi bene: tu ami, ed ami ardentemente la duchessa; questo è certissimo, perchè tu l'hai confessato…. perchè converrebbe esser ciechi per non accorgersene. Ti ricorderai adesso d'alcune parole ch'io feci con te prima di andarmene a Modena, colle quali io procurava tôrti giù da questa nuova passione. Ora ho fatto tutt'altro pensiero; però intendiamoci bene.
Il Palavicino facevasi attento.
—Tu sai, continuava il Morone, qual'è la parola d'ordine colla quale io soglio comportarmi in taluni momenti, tu lo sai; ella è:O tutto, o nulla; ora io voglio ch'ella debba servire a te pure. Ascoltami bene; da questo istante tu hai a pensare scrupolosamente a' fatti tuoi; tu hai a scegliere un partito, scelto che sia, non abbandonarlo mai più. Tu corteggi la duchessa; tutto il mondo dice che la cosa è così…. Sciagurata quella terra che attende il suo soccorso dall'uomo che vive una tal vita; è bisogno dunque, è necessità…. imperiosa necessità, che tu ti purghi da questa taccia; tu devi sposar la duchessa.
—Sposarla?
—Sposarla, non mi ritraggo, o abbandonarla per sempre; l'una delle due:O tutto, o nulla.
—Ma io non saprei….
—So io tutto. Se ti stacchi da lei rimani libero di te, della volontà tua, e pronto a porti in movimento appena il tuo paese ti chiami, e questo è un vantaggio; se poi tu la sposi, la tua posizione può acquistare importanza in Italia…. dal tuo stato di privato t'innalzi a un posto che sta al cospetto delle genti…. possessore della duchessa la quale, io so bene, porrebbe adesso ogni cosa a' piedi tuoi, saresti possessore anche della sua città, e, benchè il pontefice ne sia a metà padrone, pure tu avresti un popolo, molti soldati e mille lance, alle quali porti a capo quando la necessità lo richieda. Come già ti ho detto, stetti a lunghe e replicate conferenze col Guicciardini, e anch'egli pensa, al pari di me, che or si debba più che mai stare in agguato dell'occasione, e affrettarla anzi per quanto è possibile. Egli mi domandò se avevo un uomo di cuore al quale, all'occorrenza, dare incarico di tentare un colpo a mano armata, ed alla testa di qualche migliaia d'uomini. A lui ho nominato te, ed egli, non sapendomi dir nulla in contrario, mi fece tuttavia comprendere come sarebbe stato un gran bene se un sì difficil carico si fosse imposto ad uomo che avesse Stato in Italia; se dunque tu sposi la duchessa, tu potresti esser l'uomo veramente che riunisce in sè tutte le qualità acconcie per ciò. Puoi dunque lodarti della tua fortuna che t'ha suscitata in cuore una passione che, in certo qual modo, può collimare coi vantaggi lontani del paese tuo. Però ti do tempo a pensarci tutta questa notte; domani verrò da te…. e mi dirai quello che avrai stabilito…. Se tu ti stacchi da lei può esser bene…. se tu la sposi è senza dubbio il meglio. Soltanto se continuassi in codesta vita voluttuosa, sarebbe una sventura incalcolabile. Ora poi che, su tutto ciò, teco mi sono aperto con libertà, ti dirò anche il resto. Io ho conosciuto e conosco la tua casa… conosco tua madre, quell'angelica donna di tua madre, e per amor suo io ti amo come se fossi un mio figliuolo, ti amo al disopra di ogni altro mio concittadino, e forse non c'è altri che Francesco Sforza che divida codest'amor mio con te; pure adesso ti parlerò con assai dure parole. Se domani non fermi il tuo partito sull'una delle due cose che t'ho proposto, abbandonarla o sposarla, io mi divido sull'istante da te, e per sempre, e mi rivolgo ad altri. Il mio rammarico sarà immenso, ma sarò forte, nè su te porrò mai più gli occhi in tutta la mia vita… Trattasi d'impresa a cui convien mettersi con calma solenne, con virtù e senza basse passioni; nè per un affetto esagerato e mal'inteso verso di te, mai non vorrei porre all'azzardo tutta la cosa pubblica del paese in cui son nato; io non mi rimovo.
Il Palavicino, stato in silenzio per qualche tempo, alla fine gli rispose con queste parole:
—Vi ringrazio del grande amore che voi avete per me, e potete esser certo ch'egli è altrettanto quello che ho sempre sentito e che sento tuttavia per voi. Mi piace la franchezza con cui adesso mi avete parlato; pure, del timore e del dubbio che nell'animo vostro ha potuto sorgere sul conto mio, sono così conturbato che, se non vi reputassi quel che vi reputo, vi avrei già risposto colle parole dell'indegnazione; ora ascoltatemi. Il paese mio è il primo mio affetto, e per quanto le passioni avesser tentato dilungarmi da lui, io porto fiducia però che sempre gliele avrei sapute posporre. Del resto, quanto mi avete voi chiesto non è cosa che significhi un sacrificio, nè credo che ci sia alcun merito nel protestarvi, io mi vi acconcio pienamente, purch'ella sia cosa fattibile. Non credo però che ella sia tale.
—Di ciò lascerai ogni pensiero a me, rispose allora il Morone, assai contento delle parole del suo giovane concittadino; parlerò io medesimo alla duchessa, parlerò al Bembo, parlerò, se farà d'uopo, al santo padre: ma voglio che il tutto sia combinato in breve; non abbiam tempo da perdere.
Fermi in questo nuovo proposito, dopo qualch'altra parola, per quella sera i due concittadini si lasciarono. Il giorno dopo, il Morone non attese ad altro che a gettare lo scandaglio alla Corte romana, per vedere come sarebbe accolto quel nuovo progetto del matrimonio tra la duchessa Elena e il marchese. Per verità ebbe ad accorgersi che tal cosa non era per esser tanto facile come a tutta prima aveva creduto, ma continuando ad aver fede in sè stesso e nella propria facoltà persuasiva, ed anche nella mutabilità delle circostanze, non si conturbò punto, nè perdette le sue speranze.
In quanto alla signora di Rimini, allorchè il Morone s'accorse che la buona occasione era venuta, le domandò un abboccamento segreto, ottenuto il quale, con quella sua mirabile facondia e gentilezza di modi, seppe condurla a promettere, non già ch'ella avrebbe sposato il Palavicino, cosa di cui non poteva essere in lei l'assoluto arbitrio, ma che, dato che Leone mettesse innanzi qualche dubbio, anch'ella ponendo in campo de' fatti veri od anche de' simulati, avrebbe saputo fare in modo per indurlo ad accordarle la necessaria licenza. Del resto fu assai facil cosa il trarre la duchessa a quel partito, perchè già da gran tempo, nel cuore di lei, ne era sorto ardentissimo il desiderio; desiderio ch'ella non sarebbesi indotta a manifestar mai, perchè le parea cosa al tutto impossibile in quella sua condizione, e per mille altre ragioni. Ora poi che il Morone le ebbe dischiusa quella nuova via, è facile il credere ch'ella vi si mise a tutta corsa con un'alacrità straordinaria. Si può dire, senza timore di errare, che di tutti gli affetti nati e morti in questa versatile donna, questo che ella ebbe pel giovane Manfredo fu il più forte, il più sincero, il più sviscerato di tutti; e che se invece di finire ella avesse cominciato con questo forse non sarebbe mai pesata su di lei nessuna grave taccia. Non sarebbe possibile poi far tacere un moto assai naturale di compassione profonda, pensando che a dure vicissitudini ella doveva esser tratta da tale affetto, che di tutti fu il più innocente, se non si considerasse che con ciò voleasi appunto trarla sulla via dell'espiazione da colui che veglia su tutte le umane cose… Ma di ciò a suo luogo e tempo.
Sicuro adunque che fu il Morone della buona volontà della signora di Rimini, mise in movimento tutti i suoi congegni per toccare di volo gli ultimi risultati. Ebbe però a lasciar passare gran tempo ancora, perchè Leone stette forte in sul negare un pezzo…. e fu soltanto dopo molte e molte preghiere per parte del Bembo e dello Sanzio e della duchessa medesima, che se ne potè impetrare il permesso.
Ottenuto il quale, con una vivezza di gioia che in lei era nuova, d'accordo col Palavicino e col Morone, ella dispose le cose in modo che le nozze dovessero effettuarsi nel più breve tempo possibile… e fu verso la fine del novembre del 1519, che tutta Roma altro non attendeva che di assistere alle pompe solenni di quelle nozze.
Ma, prima ch'esse s'effettuassero, doveva scorrere assai più tempo che non avrebber creduto, per una sventura non attesa, la quale ne portò seco mille altre, e che all'altrui perfidia, la quale stava in agguato, diede campo di tendere al giovane Manfredo così infernale insidia, che, Dio sa, s'egli sarà mai per iscamparne.
In un giorno del dicembre di quell'anno, nell'ora che, sparecchiate le mense, i numerosi commensali della duchessa Elena recavansi nella sala dove servivasi l'Alicante e il Lagrima Christi, il marchese Palavicino che, com'era indispensabile, trovavasi tra quelli, fu chiamato in disparte da un servo, il quale gli disse attenderlo un uomo in una delle anticamere, e avere una lettera da consegnargli. Il Palavicino tosto si mosse, e veduto l'uomo e ricevuta la lettera, lo richiese da chi era mandato.
—Io vengo da Milano, illustrissimo, e son qui di passaggio per Napoli. Questa lettera mi fu data a consegnarvi da un uomo di camera della contessa vostra madre.
Il Palavicino subito aprì allora la lettera e la scorse di volo. L'uomo che lo stava guardando, si accorse che gli si cangiò il colore del volto.
—Quando il servo ti consegnò questa lettera, gli chiese poi Manfredo con voce manifestamente alterata e tremante, non ti ha detto nulla di più particolare intorno alla contessa?
—Nulla mi fu detto, illustrissimo signor marchese. Il mio mestiere è quello del procaccia e di trasportare le mercanzie di Lombardia a Napoli. Io sono assai noto in Milano, e venne da me un uomo che mi si diede a conoscere per servo della contessa, raccomandandomi consegnassi a voi il più segretamente che fosse possibile una tal lettera, e mi guardassi dal palesare ad altri ch'io era mandato a voi. Ecco tutto; del resto non so nulla.
—Quando sarete per ritornare a Milano, buon uomo?
—Non so se mai ci tornerò, caro signore, il commercio lombardo è così rifinito a Milano, e ridotto a così deplorabile condizione, ch'ella è già questa la terza volta che ci rimetto del mio viaggiando. D'or innanzi le mie gite saranno tra Venezia e Napoli; Milano è un cadavere ormai, e non è più a cavarne un costrutto.
Il Palavicino non rispose, diede a quell'uomo un fiorino e lo licenziò. Come si trovò solo, tutto conturbato, rilesse la lettera.
"Illustrissimo signor marchese, diceva quel foglio, la contessa madre vostra è da due mesi in così pessimo stato di salute, che si teme forte non ci abbia a mancare da un giorno all'altro. I continui patimenti l'hanno condotta a così mal punto, ed ora è abbandonata da tutti. Chi scrive sente il rimorso d'affliggervi in sì cruda maniera, ma lo fa per esortarvi a venir di volo a Milano, a vederla un momento. Ella non fa che nominar voi a tutte le ore, e la disperazione di non avervi a rivedere mai più, è quella che più che altro le va limando la sventurata sua vita; se voi foste qui, non sarebbe forse perduta ogni speranza. Affrettatevi dunque per amore della sventurata madre vostra che va consumandosi di giorno in giorno per voi. Affrettatevi, se avete qualche pietà di figlio, e a questa vogliate posporre qualunque timore che possiate avere del Lautrec, di cui non vi sarà difficile scansare la collera."
Quella seconda lettura fece sul Palavicino una impressione assai più forte della prima. Un angore amarissimo lo vinse di tanta forza, che diede in lagrime, e gli entrò nell'animo un tal rimorso di non avere abbastanza pensato a quella povera sua madre, che più non sapeva darsi pace.
—Tristo, diceva tra sè, ed io poteva star qui in mezzo alle feste, mentre quella donna sventurata è in così orrenda condizione per me. E avrei ben dovuto pensare che un tal punto era inevitabile…. e avrei avuto a condurla qui con me, quale assai volte me ne venne il pensiero…. e lo avrei potuto…. Tristo dunque se non l'ho fatto! Io non saprò mai più darmene pace, mai più,
E cacciandosi le mani tra' capegli, a gran passi misurava la camera.
La duchessa Elena intanto che, non vedendolo tra gli altri, aveva chiesto al servo che era venuto a domandarlo, dove era desso, impaziente del molto tempo trascorso senza vederlo a ritornare, uscì delle sale e venne in traccia di lui. Quando, entrata nella camera dov'egli passeggiava in tanto disordine, s'accorse del quanto egli era stravolto e contraffatto, tutta spaventata gli domandò che fosse….
Il Palavicino a tutta prima non rispose, poi diede a leggere il foglio alla duchessa.
—O povera sventurata, disse questa tutta impietosita, letta che l'ebbe; e così, Manfredo?
—E così partirò stanotte; fra un'ora partirò; non è tempo da perdere, neppure un momento!
E tirato a furia la corda di una campana, chiamò un servo.
—Va, gli disse, come questo si mostrò, va alla mia casa; di al fante che inselli sull'istante due cavalli, e venga qui tosto e si disponga anch'esso a viaggiar con me stanotte verso Milano…. Va e fa presto, per carità, non por tempo in mezzo!
—Manfredo, disse allora con impeto la duchessa, accennando al servo di fermarsi, e assai conturbata; Manfredo, voi precipitate le cose! sapete pure se voi siete in condizione di rimettere il piede in Milano. Voi siete perduto se vi ci recate, inevitabilmente perduto! Ci andrei io stessa piuttosto; io stessa ci andrei, anzichè permettere che corriate voi stesso nelle insidie di colui….
—E mia madre, Elena, e mia madre? Oh se mi verrà fatto di poterle dare questa suprema consolazione, io potrò bene morir dopo, e lodarne Iddio se fu per una sì pietosa causa!…. Oh no, no, io non ci penso ai pericoli…. Venga il Lautrec, mi strazj con mille tormenti il Lautrec, ma voglio vedere mia madre; vederla una volta, una volta almeno quella povera, miserissima donna, e morire! Sì, morire, che sarà per il meglio.
—E noi, Manfredo, ed io?…. disse Elena allora, con un accento particolarissimo, e con un suono di voce da muovere il pianto.
Manfredo ne fu scosso, e guardatala a lungo….
—Ahi, maledetto!! proruppe…. pure bisogna ch'io parta, bisogna ch'io parta! Temerei di offender Dio, dispererei del suo perdono, non avrei mai più pace, mai più, per tutta la mia vita, se potessi dimenticarmi di mia madre…. Per carità, Elena, per carità, s'egli è vero che voi avete alcun amore per me, esortatemi anzi a partire di subito! Mi sarete ancora più cara; più cara che ad uomo non sia stata mai donna di questo mondo.
—Va dunque, va, disse poi tosto al servo, ch'era impacciato assai di trovarsi presente a quella scena, va e fa quel che ti ho detto; che tra un'ora sia qui il fante e i cavalli; va, che si è perduto già troppo tempo.
Il servo partì.
Ci fu qualche momento di silenzio. La duchessa diede anch'essa di volta per la camera agitatissima, poi si gettò a sedere su d'una di quelle cassapanche che stanno nelle anticamere. Non sapeva più quel che si facesse nè quel che si pensasse. D'improvviso, come se le venisse una speranza:
—Avete fatto leggere la lettera al Morone? domandò al Manfredo.
—Egli non sa nulla.
—Convien pure ch'egli lo sappia, Manfredo. Lo chiamerò.
—Non fate, duchessa, non fate. Egli sarebbe ostinato a non lasciarmi partire, ed io non potrei obbedirlo. No, non fate; gli direte voi ogni cosa quando sarò partito.
—Sarebbe malissimo fatto il comportarsi di tal modo, io lo chiamo; e domandato un servo:
—Andate nelle sale, dite all'illustrissimo Morone che venga qui. Aspettate; fatelo passare nel mio gabinetto…. Manfredo, disse poi a lui rivolta; andiamo. Non è conveniente lo star qui, potrebbe venir gente, e i servi vanno e vengono di continuo, andiamo.
E il Manfredo, più sbalordito che altro, la seguì nel di lei gabinetto. Un momento dopo v'entrò anche il Morone, che, accorgendosi della commozione dipinta sul volto d'ambedue:
—Che c'è egli di così grave? domandò.
—Oh Dio!! Dategli la lettera Manfredo.
Questi senza parlare, gliela consegnò.
Intanto che il Morone leggeva, Manfredo continuava a passeggiare per camera.
—E così? disse il Morone quand'ebbe finito di leggere.
—E così, rispose la duchessa, costui ha fermo di partire questa notte medesima, ed ha già dato gli ordini perchè s'insellino i cavalli. Pensate voi s'egli non è un correre incontro alla propria rovina.
—Egli non ci andrà, disse allora il Morone con molta pacatezza e gravità, egli sa bene che la sua vita è preziosa, preziosissima, non tanto per lei stessa quanto per il suo paese, egli lo sa meglio di me; egli anzi lo ha detto a me più volte. Se in questo momento ei si recasse a Milano e giocasse la sua vita così, tradirebbe la causa per la quale ha fatto tanto frequenti e tanto solenni promesse; egli non partirà, ne sono certissimo.
Manfredo, intanto che il Morone profferiva queste parole, lo stava guardando attonito, ed era pallido come un morto. Dopo qualche momento cambiò atteggiamento, e guardando il Morone come uomo che stia supplicando un suo superiore, e con voce quasi piangente:
—Sentite, Morone, io vi supplico come non ho mai supplicato nessuno al mondo, io vi scongiuro come si scongiura la croce nei più gravi travagli della vita; lasciate che io vada a Milano, si tratta di mia madre; voi l'avete conosciuta quell'infelice; voi sapete quanto abbia dovuto soffrire per me. Sovvengavi poi, oh! vi sovvenga, che fu un tempo nel quale avete amata quell'angelica e dolce creatura di un ardentissimo amore; voi eravate ben giovane ed ella ancor fanciulla. Vi muova dunque a pietà la rimembranza di quegli anni lontani, non voler dunque permettere ch'ella abbia a morir disperata . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Qui il labbro gli tremò per l'eccessiva commozione, il giovine volto tutto gli s'inondò di lagrime, e tacque.
Elena proruppe anch'essa in lagrime allora, e il Morone non potè più dominarsi.
Fu un lugubre silenzio di qualche minuto.
—Io compiango la madre tua, uscì poi a dire, dopo qualche momento il Morone, ne provo quella pietà medesima che tu ne provi, e sa Iddio com'io vorrei che tu potessi andar tosto a confortarla, ma una fatale necessità te lo proibisce. A te pesa di sembrar sconoscente, di sembrar spietato… pure, questo sacrifizio istesso che tu fai del tuo sviscerato amor figliale, che ti fa piangere con queste così sante lagrime, parrà assai più generoso e più solenne a coloro che penseranno perchè lo hai tu fatto. I tempi, i fatti sono maturi, l'occasione di operare è assai presta, e a te verrà dato il primo carico; se tu vai a Milano, è impossibile al tutto che non cada in un'insidia, e che sarà per succederne allora? tua madre morrà ben più disperata, pensando ch'ella stessa fu causa della tua rovina e della rovina del paese tuo, il quale aveva riposta ogni fiducia in te. E tu pensa come, morendo condannato, insieme al crepacuore dell'inesorabile tua sventura, ti morderà la vergogna della tua debolezza; conchiudi dunque, Manfredo, che ti è forza rimanere. A tua madre scriverò io stesso; ella ha tal mente e cuore che ti vorrà amare di più quando sappia la tua risoluzione; coraggio, Manfredo, a noi più che a nessun altro è necessaria la fermezza.
In questa entrò il servo.
—È qui il vostro fante, illustrissimo signor marchese.
—Son qui i cavalli? domandò questi infiammandosi in viso, e guardando il Morone alla sfuggita.
—No, illustrissimo. Ma lui dice che, dovendosi viaggiare verso Lombardia, gli bisogna maggior tempo per i preparativi; siamo in dicembre, e lassù vorrà essere un rigido inverno..
—Bene, verrò io, di' che mi aspetti; e qui rivoltosi al Morone:
—Se non tenterò, disse; se non tenterò ogni mezzo per iscansare tutti i pericoli possibili, allora potrò essere colpevole d'avere in qualche modo tradito la causa alla quale mi son dedicato, ma starò sulle ali per isfuggire ogni insidia, ve ne do parola; or dunque lasciate ch'io vada, e vogliate voi medesimo darmi i felici auguri.
—Tu vai incontro alla tua rovina, codesto è l'augurio che ti posso dare; pure se tu ti ostini a voler queste, io non sarò già quello che ti trattenga per forza, tanto più ch'io m'avvedo adesso che tu sei ben altro da quello che ti ho stimato fin qui. Ho creduto che l'animo tuo fosse di ben altra tempra; per questo avevo messo l'occhio su di te. Ora gravemente mi pesa d'essermi così ingannato, e d'essere costretto a rivolgermi ad altri, quando credevo fosse giunto il momento di poter valermi di te; però puoi andar, nè io aggiungerò altre parole per dissuaderti.
Questo discorso mise il Palavicino in un imbarazzo assai più terribile di prima. Tornò a passeggiare su e giù per la camera inquietissimo, guardava or l'uno or l'altra, pareva gli ardesse il pavimento sotto a' piedi; il Servo intanto aspettava, il Morone e la duchessa tacevano.
A un tratto il Palavicino si fermò, parve assumere l'apparenza di un uomo che tenti spiccare il salto da un precipizio, gridò:—Io vado,—e si gettò a furia fuori del gabinetto. La duchessa si mosse di slancio sui passi suoi, chiamandolo altamente per nome; ma il Palavicino, afferrato il fante per un braccio, saltelloni gli fece discendere la scala, e uscì con lui rapidissimo dal palazzo di Marco Aurelio. Il Morone non si mosse, e non parlò.
Recatosi al suo alloggio, il Palavicino dispose le cose sue pel viaggio, a que' tempi lungo e disastrosissimo. Stabilì di condurre con sè due uomini a cavallo, che avrebbe poi lasciati molte miglia fuori di Milano per non fermare l'attenzione altrui. Sotto ai panni vestì una maglia di ferro intera, e caricò i cavalli di gravissime pelliccie, tanto per sè che pei servi. Così verso le quattr'ore di notte potè uscire di porta Belisario, e si mise in cammino, punto da un certo rimorso per essersi licenziato a quel modo dalla duchessa Elena e dal Morone.
L'inverno essendo di solito assai clemente a Roma, e in quell'anno segnatamente, camminò senza noje quella notte per un bel tratto di paese, sotto a un cielo tutto stellato, rinfrescato da uno spirare continuo di una brezza che metteva una tal quale alacrità nel sangue, e l'avrebbe messa anche nel Palavicino, se non avesse avuto con sè il grave fardello delle sue cure, che non gli lasciava aver tregua. Ma da Narni a Terni ebbe a viaggiare sotto una pioggia minuta e assidua che gli accrebbe a più doppi la già soverchia tristezza, e che l'accompagnò quasi sempre fin presso a Perugia.
Quando alzando la testa, vide a molta distanza, le alte torri di quell'antichissima città, senti tutto rimescolarsi per l'improvviso sopraggiungere di un affanno che da moltissimo tempo erasi dileguato dall'animo suo. Quando ne scorse la gran torre del castello e col pensiero vi corse per entro, la sventurata Ginevra gli ricomparve inanzi, e con quella quante angosciose memorie, e meste imagini e rimorsi!! Usciva da Roma, dove per poco aveva lasciata la donna che, tra brevissimo tempo, avrebbe fatto sua sposa. Gli tornarono allora in mente le prime proteste fatte alla Ginevra; le parole onde, nell'effusione dell'ardente amor suo, le aveva giurato che nessun'altra donna al mondo avrebbe mai avuto il suo affetto; pensando allora com'egli aveva attenute quelle promesse, come eran stati mutabili gli affetti suoi, ebbe ribrezzo e vergogna di sè stesso. Dato allora un tratto ai freni del cavallo e fermatosi, stette per lungo tempo a guardare la gran mole quadrata del castello, e penetrandovi coll'occhio della mente conturbata a considerar la Ginevra che, desolata, forse ne passeggiava le tetre camere, ne fu intenerito oltre misura, e sentì rinascere più ardente che mai l'amore per quell'infelice sua donna; se non che, rivolgendo la testa verso Roma, e involontariamente lasciandosi trascinare nelle splendide sale del palazzo Aurelio, gli ricompariva Elena dinanzi: crollò il capo indispettito, non potendo sopportare il cozzo di quelle due passioni, e fisse e rifisse gli sproni nel cavallo, che prese la rincorsa a galoppo. Ma sua madre boccheggiante sul letto, disperata, destituita d'ogni soccorso; ma la sua città squallida e deserta; ma Odetto minaccioso e terribile; tutte queste immagini gli si pararon contro d'improvviso e in una volta, mentre cacciava il cavallo a quel modo. I capelli gli si rizzarono per brividi di sotto al cappuccio, un vento gelato cominciava allora a soffiare dalle gole dell'Appennino.
Da Perugia volse il suo cammino per traverso, diretto alla volta d'Ancona. A Foligno aveva udito correr voci, che alcune galee di Francia e Spagna si fossero scontrate sull'Adriatico; perciò volle passare ad Ancona, desideroso di poter raccogliere altre notizie, che egli non poneva da un canto nessun fatto che menomamente toccasse la Francia. Giunto colà seppe che i legni francesi, aiutati da alcune galee veneziane, avevan recato qualche grave danno alla flottiglia spagnuola. Ogni più grave sciagura augurò a quella repubblica, considerando che, in quegli ultimi anni, in ogni occasione s'era sempre messa dalla parte della Francia, e richiamandosi in mente Bartolomeo d'Alviano suo generale, che tanto aveva contribuito all'esito della battaglia di Marignano, dopo la quale Milano era caduta sempre più basso di giorno in giorno, smarrì quasi ogni coraggio, pensando ai troppi inciampi che impedivano alla sua patria di riaversi.
Il Piemonte, o neutrale o amico della Francia, tutti i feudi di Romagna interessati a sostenere la Francia, Firenze egoista, Ferrara gonfia di poesia e di poeti, non curante di tutto il resto, e con amici di tal fatta d'ogni intorno, i Milanesi, con più ostinazione di tutti, nemici di Milano e degli Sforza. In questi pensieri se ne venne a Ferrara per la via di terra, per esser l'Adriatico, in quella stagione procelloso fuor dell'usato. Da Ferrara passato a Rovigo, trovò qui buon numero di Francesi comandati da Annibale ed Ermete, fratelli della Ginevra Bentivoglio. Seppe che Giampaolo Baglione li aveva caldamente raccomandati al governatore Lautrec, perchè li aiutasse a ricuperar Bologna, e il Lautrec, vedendo che col ritogliere al papa quella ed altre città importanti della Romagna e facendole ricuperare dai loro originarj padroni, veniva ad avere in questi degli alleati per necessità e per gratitudine, senza nemmanco domandare il consenso del re Francesco, che allora ad altro non attendeva che a darsi buon tempo, aveva concesso quelle truppe ai due Bentivoglio. Il Palavicino potè inoltre sapere, che il padre della Ginevra era morto da due mesi; con tali notizie che a qualche cosa gli potevano giovare, da Rovigo volle recarsi a Venezia di volo, per tentar più dappresso i misteri di quel Senato. Per quanto non gli lasciasse aver tregua il desiderio di riveder sua madre, non voleva por però da canto quanto si riferiva al maggior vantaggio del suo paese.
Da Venezia per altro, non avendovi trovato il fatto suo, difilato e viaggiando dì e notte per timore che mai non avesse ad arrivar troppo tardi, volse il suo cammino verso la Lombardia. Dopo cinque giorni di assai disagiato viaggio, si trovò a Cassano; qui lasciò i suoi famigli e riposò egli stesso una notte; e finalmente all'alba d'uno degli ultimi giorni di dicembre, tutto solo cavalcò verso Milano.
Faceva una mestissima mattina degli squallidi inverni della Lombardia. Il cielo coperto da una sola nube dappertutto eguale, non dava nessuna speranza di sole, ed era infatti da più di dieci giorni ch'esso non si mostrava affatto. Tirava continuamente un vento di tramontana crudissimo che alimentato da quell'infinito strato di neve che copriva tutta la vasta pianura lombarda, a vicenda ne manteneva la rigidezza; bianche le cime dei boschi; bianchi i tetti dei casali; bianche le acque agghiadate; non v'era luogo dove l'occhio potesse riposare un istante da quell'uguale bianchezza. E il cavallo, sprofondando nella neve fin oltre i garretti, a stento proseguiva, ed ogni tanto era costretto fermarsi. Allora il Palavicino, irrigidito nella stessa sua greve pelliccia, provava quella sensazione del silenzio universale, tanto particolare in un'immensa pianura, quando la densa massa della neve par che chiuda ogni adito ai suoni della natura, e dia uno squallore particolarissimo, anche a que' rumori ch'ella non può far tacere. Di tanto in tanto infatti, da qualche miglia lontano, perveniva all'orecchio del Palavicino il suono del martello d'un orologio che batteva l'ore, ma quel suono, reso muto e senza oscillazioni, anzichè rompere, accresceva la tetraggine del silenzio; di tanto in tanto dalle cascine gli perveniva qualche latrato, qualche muggito, qualche voce umana, qualche canto; ma tutto s'improntava di una tetra mestizia che gli pesava sull'animo. Egli proseguiva intanto a passo, e tutto immerso ne' suoi pensieri. Verso il mezzogiorno, parve che il sole tentasse di rompere quella densa caligine; ma mostratosi per qualche minuto, come un globo di sangue in mezzo ad esso, si celò poi di nuovo; e di lì a poco la nebbia, dalle regioni superiori, si. calò sulla terra. Trasparente in prima, a poco a poco si raddensò, e dopo due ore era sì fitta, che il Palavicino non vedeva gli alberi a trenta passi di distanza.
A metà viaggio, non avvisato dal rumore per la neve che lo impediva, nè avendo potuto accorgersi per la nebbia, gli si scoperse improvvisamente un convoglio di cavalli e cavalieri ch'egli non potè scansare, come avrebbe voluto. Erano quattro gentiluomini seguiti dai loro servi, quattro patrizi milanesi ch'egli conosceva, il conte Birago, il Figino, il Tornano, il Crivello; ai cavalli tenevan dietro alcuni somieri che trasportavan bagagli; era facile comprendere, che coloro erano in ordine di viaggiar lontano.
Il Palavicino stette intradue un istante per darsi a conoscere…. pure non ne avrebbe fatto altro, se il conte Birago non avesse riconosciuto lui, quantunque fosse coperto dal mantello fin sotto gli occhi, e lo adombrassero le falde del cappello di feltro, tutte bianche di bruma. Il conte lo aveva bensì lasciato passare innanzi, ma detto ai compagni il dubbio suo, questi per un moto spontaneo, e per vedere se mai fosse stato un abbaglio, nominarono il Palavicino, che non seppe più celarsi.
Si fermarono così, senza che nessuno ne avesse avuto un'espressa volontà, i quattro gentiluomini, i cavalli del seguito e il Palavicino; questi provava un certo conforto nel vedere de' volti conosciuti prima d'entrare in città, a malgrado quell'avversione antica che ad essi aveva sempre portato e non aveva mai potuto far tacere per la diversità dell'indole, dei principi, del partito, de' veementi e iracondi diverbi avuti secoloro per le cose appunto che toccavano davvicino l'interesse del paese comune.
—Il marchese Palavicino?…. domandò il conte Birago a lui che volgeva il capo e sprigionava il volto dalle pieghe del mantello.
—Son io, esso rispose, come tu se' il conte Birago, e tu il Crivello, e voi due il Figino e il Torriano. Vi riconosco tutti…. e ho caro rivedervi… pure non fate che il mio nome sia ripetuto un'altra volta dal vento qui…. Cammino su di un terreno dal quale violentemente fui cacciato…. Voi dovete saperlo.
—Tutti lo sanno; però stupisco di vederti qui, marchese, e, com'è vero Iddio, vorrei che subito rivoltassi il cavallo e ripassassi l'Adda come l'hai passata.
—Così farei, se mia madre non mi chiamasse, mia madre che sta in termine di morte e vuol vedermi…. Ma voi che venite di là ne dovreste ben sapere qualcosa. Che stato dunque è il suo?…
I quattro cavalieri si guardarono in faccia a quella domanda, come consigliandosi a vicenda intorno a ciò che convenisse rispondere.
—Che stato è il suo? ripetè poi il Birago, pensando intanto a quel che dovesse dire; che stato è il suo?… Noi non ti sapremmo invero far contento… ma s'ella mai avesse a morire, son tempi questi in cui è lecito confortarsi se il padre, se la madre, se i fratelli ne muoiono.
—Atroce, insopportabile conforto!! La tramontana che venta è molto men rigida di queste tue parole.
—Io vorrei che fossero ancora più rigide, e ti spaventassero tanto da farti retrocedere. Ne siamo usciti anche noi, lo vedi, e se ne uscimmo all'alba, e in questa squallida stagione, non sappiamo se di giorno o di notte, d'inverno o d'estate ci ritorneremo…. Dio solo lo sa…. Il nostro cammino intanto è essai lungi.
—Banditi anche voi?… pure foste sempre francesi sin nelle ossa….Io non so comprendere.
—E noi comprendiamo quanto ci parlavi tu da senno una volta. Non è parola che sia uscita dal tuo labbro allora, la quale sia rimasta senz'un effetto adesso. Così non fosse stato, così potessi adesso schernire la tua paurosa e fallace prudenza; ma noi usciamo del paese nostro quando la nebbia e la tramontana ci sta di sopra e d'intorno…. Pure, sebbene l'amaro fatto ti dia ragione, io mi sento obbligo di stringere quella tua mano leale, e di baciare quella saggia tua fronte. Gli anni e la dura prova assennano gli uomini, ed è venuto il tempo che noi tutti ti dobbiamo dar ragione.
Il conte tacque; tutti tacevano, il silenzio non era interrotto che dal vento di tramontana che, agitando gli alberi, faceva cadere i flocchi della neve raggelata su quelle teste patrizie.
—È tardi! disse poi il Palavicino.
E in quel punto, fosse l'aria che si facesse ancor più rigida, fosse quella parola, tutti sentirono crescersi i brividi nelle ossa e si ristrinsero i mantelli d'intorno, che parevan diventati più leggeri.
—Manfredo, parlò allora il Birago, se noi non ti abbiam voluto ascoltare, ascoltaci tu adesso. Non entrare in città e vieni con noi, e fa che l'esperienza non abbia poi a rimproverarti di non avermi dato retta. Tu vai per rivedere tua madre, ed ella forse a quest'ora potrebb'esser morta.
—Morta!! uscì quasi in un grido il Palavicino allora.
Gli altri tornarono a guardarsi in viso…. il Birago si trattenne.
—Non ne sappiam nulla, disse poi. Ma vorrei ch'ella fosse morta; per il tuo bene lo vorrei…. Retrocedi.
—S'ella è viva, come ne ho fiducia, come ne scongiuro Iddio, che non mi vorrà disperato, io la rivedrò ed ella ne sarà tutta consolata. Se poi ella fosse morta…. ma ciò non può essere…. che io ne avrei avuto qualche presentimento.
—Manfredo, entrò allora per la prima volta a parlare il conte Crivello, noi vorremmo che tu credesti alle proteste della nostra amicizia, che mai non fu tra noi, e che adesso ti esibiamo, ed è santificata dalla comune sventura; noi vorremmo che tu ascoltassi i nostri consigli. Non fummo banditi come tu credi; non abbiamo avuto, per noi stessi, fino ad oggi, a patir soprusi dalla Francia e dall'atroce uomo che ci governa; a noi non fu ancor torto un capello; pure abbiam cambiate tutte le nostre terre in oro sonante, ne abbiamo caricato i nostri cavalli; tutte le nostre sostanze sono qui, e dolorosamente emigriamo. Il solo spettacolo dell'universale miseria, quand'anche in un prossimo avvenire non avremmo intraveduta anche la nostra, bastò a spaventarci tanto da comandarci la fuga. Or pensa se a te conviene ritornare, che più volte fosti notato sulla tabella del capitano di giustizia, e quando la tua famiglia ebbe la prima a sopportare per te lo sdegno terribile di Odetto? Tuo padre fu spodestato di quanto aveva in Lombardia, se non lo sai, te lo dico, ed ora è a Parma, se pur vive ancora; un tuo fratello fu ucciso; gli altri fuggirono….Sappi ancora, che Odetto ti ha condannato nel capo ed ha posto una taglia sulla tua testa. Retrocedi dunque, per carità retrocedi e vieni con noi. Il Birago parlando di sè, ha espresso l'animo di noi tutti, che sentendoci colpevoli di averti offeso altra volta, ora ti serbiam gratitudine e ti amiamo. Vieni dunque con noi.
Il Palavicino non rispondeva; era sbalordito dall'enormità delle sue disgrazie e di quelle della sua famiglia, e per la prima volta sentì spuntare nell'animo un sincerissimo affetto pei fratelli e per suo padre, pel quale aveva tanto sofferto.
—Non hai tu incontrato altro convoglio lungo la via? gli domandò poi il Crivello.
—Non ho incontrato nessuno. Ma che vuol dire con ciò?
—Volevo dirti, che tutti provvedono alla propria sicurezza. Oggi partirono i Salvadego, i Rho, i Gallarate, i Marcellino, i Mariani, i Ferreri, tutti per Venezia, ove ci rechiam noi. Jeri il Besozzi e il Moriggi e il Lampugnani partirono per Nizza; è da più mesi che tutti i giorni parte qualcheduno, e parte per non ritornare mai più.
—Mai più? chiese il Palavicino scuotendosi; mai più, chi lo dice?
—Dove sono le ragionevoli speranze?
—In voi stessi ci dovrebbero essere, per Dio! In me ci sono, in me più sbattuto e più lacero di voi. Sette anni or fanno aveste troppa fiducia negli altri, ora non sapete più trovare nessuna speranza in voi stessi: per verità, quasi parrebbe che Iddio vi abbia maledetti.
—Ma che speranze hai tu?… Il Palavicino stette un momento in silenzio, poi disse:
—Il Morone è a Roma, ed egli pensa dì e notte a tutte codeste cose. L'acuta forza della sua mente vi è nota, ed è invero un gran conforto l'avere di tali uomini per concittadini. S'ei fosse nato re, tutto il mondo avrebbe sentito il suo benefico influsso; ma suddito a cittadino soltanto, provvederà a sanar le piaghe del suo paese ed a ridonargli il suo duca.
—Ma e con quali mezzi?
—La fortuna talvolta ci è destra. Ci è tanto destra, che… guardate e pensateci bene…. vi fa emigrar tutti, e nella vostra debolezza medesima trova gli argomenti per reintegrarvi alla vostra salute. E da più mesi, avete detto, che ogni dì esce taluno e va lungi… Questa notizia è preziosa, preziosa tanto, che il Morone contava soltanto su di essa. Voi siete in cammino per Venezia; gli altri che oggi partirono son pur diretti a Venezia…. è ben ciò che io ho udito?
—Sì, tutti, quasi tutti almeno si raccolgono colà.
—E questo, perdio, è destino! Solo mi pesa, che di tutte le città siasi scelta la peggiore appunto; pure, se la fortuna ha cominciato, continuerà, quando provvediate a raccogliervi tutti in un sol luogo, che poi sarà facile passare altrove. Il resto lo farà il tempo e chi ha più senno di voi, di noi tutti. Andate dunque pel vostro cammino, e nella mia tristissima condizione mi è dolce augurarvi il felice viaggio assai più amico che mai non vi sia stato, e tanto più che codesta amicizia mi fu da voi medesimi esibita per i primi. Questo è pegno che la provvidenza è per noi, onde in lei confidando, e nel suo aiuto, volo incontro a mia madre per dispiccarmene poi tosto. Tornato che sarò a Roma, scriverò a te, Birago, e forse ci rivedrem prima a Venezia, chi sa!… Grandi cose hanno ha succedere, grandissime, o amici miei, e non può essere altrimenti, se io ne ho una così viva fiducia nell'angoscia profonda dell'animo mio, nella rovina della mia casa, nella miseria di tutti, e nello squallore di questa morta natura; però vivete felici, io non ho più tempo da perdere.
Detto questo, senz'attender altro, fe' dar di volta al cavallo e si rimise in via di corsa.
Il Birago lo chiamò replicate volte, ma visto che non ne avrebbero cavato altro.
—Egli va incontro alla sua rovina, esclamò, e spera nella nostra redenzione.
—Dio l'aiuti, e noi pure—aggiunsero gli altri, e mestissimi si rimisero in via, correndo molte e molte miglia senza rompere il vasto silenzio che li circondava.
Dopo qualche momento, su quel medesimo sentiero aperto da loro, camminava a passo, venendo da Milano, e parimenti rivolta all'Adda, un'altra numerosa cavalcata. Eran le sei famiglie milanesi nominate dal conte Crivello. Molti uomini a cavallo avvolti in grevi pellicce fin sotto gli occhi e molte donne nelle lettighe portate dalle mule. La ricchezza degli equipaggi attestava l'alta loro condizione; ma non era voce che sorgesse fra tutte quelle persone. Gli uomini, chiusa la bocca nei mantelli, tenevan la testa bassa, o volgean l'occhio intorno con quell'atto meditativo e grave che dà indizio di una pessima condizione dell'animo. Le donne, pensose anch'esse e qualcuna piangente…. pure andavano a Venezia per godervi il prossimo carnevale, come avean lasciato detto.
Il Palavicino, accortosi in tempo di quel nuovo convoglio, potè scansarlo, e così, senz'altr'incontro, verso le ore ventidue arrivò sotto le mura di Milano. L'esser stato facilmente riconosciuto dal conte Birago e dagli altri, gli fece pensare al miglior modo di celarsi altrui. Perciò stimò opportuno di lasciare il cavallo fuori delle mura, e d'entrar pedestre nella città tutto imbavagliato fino agli occhi.
La nebbia, che a quell'ora s'era fatta ancora più fitta, lo liberò dal timore di poter essere facilmente riconosciuto. Così prese per la via più breve, diretto alla casa del conte Galeazzo Mandello, col quale voleva abboccarsi prima di recarsi dalla madre che, uscita com'era dalla casa paterna, la quale era passata al fisco, non sapeva dove di presente fosse ricoverata.
Sebbene egli si trovasse immerso nella massima tristezza, pure, entrato che fu in città, non potè non accorgersi del novissimo aspetto con cui questa gli si mostrava. Era giorno di martedì, e le botteghe eran chiuse come ne' dì festivi. Per la novità del caso non potè dunque trattenersi dal richiederne un buon popolano che gli camminava presso.
—Che vuol dir questo, buon uomo, ch'io non ho ancor trovato bottega che sia aperta?
—Vuol dire, caro signore, che i mercanti han dato licenza a tutti i loro lavoranti, e ieri sbarrarono le botteghe. Da che Milano è Milano non s'è mai veduta una cosa simile. Ma questa volta i mercanti fecero davvero orecchio da mercante, e il signor governatore, che dopo aver fatti domandare gli abati dei Paratici, impose loro una tassa di cinquantamila ducati da pagarsi tosto agli Svizzeri che han messo in campo certe loro pretese, questa volta non trovò la solita paura, e i nostri operai trovarono il coraggio nella disperazione. E tutt'oggi intanto che la città è in gran silenzio, e pochissimi vanno in volta, e la nebbia e il freddo e il ghiaccio, ch'è più terribile ancora di quel del dieci, ha fatto che ciascun cittadino stesse fermo nel suo proposito. Ben è vero che il Lautrec ne ha fatti prender parecchi, e in dodici ore si son commesse più atrocità che in dodici anni, e Dio sa a che si vorrà riuscire….
Il Palavicino, senz'aggiungere parola, impedito com'era dal pensiero incalzante di sua madre, continuava di corsa la sua via, per cui il popolano, credendo di non fermar molto la sua attenzione, a una svolta della contrada, lo lasciò di punto in bianco e se n'andò pe' suoi fatti.
Ma per quanto il Palavicino fosse assorto, potè pure accorgersi della squallida apparenza dei palazzi signorili. Intorno a quell'ora egli era sempre stato solito vederne le finestre riboccanti di luce, e per le porte e gli atrii un ire e redire continuo di cavalli, di cavalieri, di lettighe, di servi, di famigli, essendo l'ora in cui tutti i convitati si affollavano alle mense dei magnifici signori. Ma in quel dì non avrebbe potuto accorgersi dei palazzi, se non se per le alte e cupe facciate che rendevano ancor più nere le tenebre delle contrade. Del resto le finestre e le porte, chiuse in gran parte, erano indizio che le case, come quei castelli deserti per timore dei notturni fantasmi, erano state abbandonate dai loro padroni.
E sebbene il Palavicino avesse udito non esservi giorno in cui volontariamente non uscisse qualcuno dalla città, pure non avrebbe mai creduto si fosse giunto a quel termine. In quanto poi al popolo minuto, che la popolazione fosse ancora abbondante, glielo indicarono migliaia di fiammelle che dopo qualche momento si mostrarono luccicando dalle impennate delle casupole e delle catapecchie a diradare qualche poco la nebbia.
Ma sconfortato dalla vista di quegli squallidi prospetti, ilPalavicino affrettò più ancora il passo, e finalmente si trovò a SanMartino in Nosigia, innanzi al palazzo del conte Galeazzo Mandello.
Entrò, domandò del conte: gli fu risposto che non era in palazzo, ma che se avesse voluto lasciar detto qualche cosa, si rivolgesse al maggiordomo.
Il Palavicino, costretto a starsi di ciò contento, pregò gli conducessero innanzi quell'uomo ch'egli conosceva assai bene, e sapeva esser fidatissimo del conte.
Colui comparve finalmente, e appena fu lasciato solo col Palavicino, questi gli si scoperse dicendogli:
—Son io, buon uomo, e vengo a cercar di mia madre. Desideravo però prima di vedere il conte: dove può esser dunque a quest'ora?
L'uomo del conte, maravigliato nel vedere il Palavicino,
—Per carità, gli disse, vogliate venire nel gabinetto del conte. Qui troppo occhi ci potrebbero vedere; venite con me. Voi mi ponete in apprensione…. Ma perchè siete venuto qui…. e di questi tempi, e di questa stagione?….
Così dicendo, seco il traeva ad una delle camere più interne.
—Venni per mia madre, gli andava intanto rispondendo il Palavicino, e sapendo quanto è avvenuto nella mia casa in questi infelici tre anni, e com'ella sia rimasta qui sola, affatto sola, son qui per sapere dove se ne sta di presente….
L'uomo del conte guardò il marchese stupefatto, e fu in procinto di dire alcune parole, che tosto tramutò in quest'altre:
—Ma da chi avete saputo tutto questo, illustrissimo? Ma chi v'ha detto ch'ella sia a mal termine?
—Mi fu scritto, però fui scongiurato a venir qui, e, come dunque potete pensare, tosto io mi mossi.
—Oh com'io vi compiango, caro signore! rispose l'altro allora facendosi forza. Ma io non so darvi nessun conforto…. Solo vi prego a sopportar la sventura con rassegnazione…. Oh, per carità, non tremate così! Siate uomo e abbiate fermezza…. Voi dunque mi avete compreso.
Il rapido tramutamento dell'espressione e delle tinte che a tali parole si osservò sulla faccia del Palavicino fu cosa straordinaria, e più straordinaria ancora quell'immobilità, dirò quasi demente, che subì tutta la sua persona, e poscia quel balzo istantaneo dall'immobilità all'escandescenza.
—Ma quando?!… chiese poi, allorchè nella parola si riversò l'angoscia disperata dell'animo.
—Martedì, alle quattro della notte. Ora sta nella cappella di San Martino. Il conte mio padrone ha fatto tutto quello che far si poteva per quella povera signora…. Non fu conforto che mettesse da parte…. l'assistette fino all'ultima ora sua. Ero là anch'io…. ed ella morì benedicendo voi, caro signore; quando il conte mio padrone le giurò (le parole le ho sentite io stesso) che, purchè morisse in pace, egli avrebbe sagrificato anche la vita per amor vostro e per la vostra sicurezza…. Quella povera signora repentinamente s'alzò alle sante parole del conte, lo abbracciò, lo baciò. Ciò vidi io stesso co' miei occhi, e ho pianto.—Io vi raccomando il mio buono, il mio unico figliuolo, gli disse, l'unica mia delizia; proteggetelo sempre, sempre, e che voi siate benedetto…. e stringendosi al petto un lembo di veste che vi coprì fanciullo, e supplicando il conte che quella unica memoria fosse con lei seppellita…. spirò…. Ma voi piangete, caro signore…. Oh! perchè non era qui il conte…, perchè non era qui lui, che vi avrebbe saputo confortare…. Ed io non posso trattenere le lagrime…. Era davvero un angelo di bontà quella povera vostra madre…. Ma consolatevi, che morì col sorriso sulle labbra, tanta gioia le recarono le parole del mio padrone.
Fu ottima cosa veramente che l'uomo del conte, condotto dall'ingenuità del suo carattere e della sua stessa pietà, abbia esposto il fatto in modo d'aprire una larga via alle lagrime. Il dolore del Palavicino fu alleggerito così, ed egli stette quasi un'ora senza profferir parola, piangendo di continuo dirottamente. Alla fine tanto quanto si riebbe.
—Che ora può essere? domandò.
—Le ventiquattro, caro signore.
—E il conte non ritorna?
—Sin oltre a mezzanotte non ritorna mai. Egli è a palazzo.
—A palazzo?
—Dal governatore.
—Il conte dal governatore? Il Palavicino si scosse facendo questa domanda.
—Egli ci va sempre, marchese. Di tutti i Milanesi egli è il più accetto al governatore.
—Vorrei che ciò non fosse, lo vorrei, com'è vero Iddio!
—Ma non credo che il governatore sia così accetto a lui.
—Perchè ci va dunque?
—Se ci va…. vuol dire che facendo altrimenti, farebbe il danno di sè e degli altri. S'io vedessi il conte mio padrone a colloquio col diavolo, non mi stupirei punto; direi soltanto: questa volta è il diavolo che va di mezzo. Il conte, caro signore, è tutt'altr'uomo di quello che voi l'avete lasciato…. Alle cene del governatore, non crederei ch'egli sia l'ultimo a vuotar fiale…. ma in casa non beve quasi mai. A mezzanotte la sua mente è lucida come a mezzodì. Del resto non ho mai potuto farmi capace come sia riuscito a divezzarsi da quel costume che voi sapete…. Ma il conte è padrone di sè e degli altri, di tutto e di tutti, e se vuole una cosa, state pur certo ch'ei sarà anche per farla, e tosto; lasciate dunque che vada dal governatore.
—E sia…. gli rispose il Palavicino; e attirato ancora dal funesto pensiero della madre: Dunque tu hai detto ch'ella sta nella cappella di San Martino?
—Ponete da parte questo doloroso pensiero.
—Dimmi, io vorrei vedere dov'ella fu seppellita!
—Non fate, marchese; lasciate questo doloroso pensiero….
—Dimmi, se il conte ha voluto provvedere a tutto, avrà pur pensato a far ritrarre l'immagine di quella donna soave. Un tal ritratto mi abbisogna; conviene ch'io lo rechi sempre con me.
—Anche a questo avrebbe provveduto il conte….
—Avrebbe?….
—Sì, avrebbe; ma in tutta Milano non si trovò nè pittore, nè scultore, nè disegnatore, nè altro che fosse abile a ciò in qualche modo…. Tutti se ne sono andati. La scuola che ha aperto il Leonardo fu chiusa, caro signore, e quell'edificio fu trasmutato in magazzino per lo strame de' cavalli francesi. Prima che voi partiste, già sapete che il Luino e tutti i suoi scolari se ne erano andati. Il Calzago, scultore, fu l'ultimo…. e colle vesti che gli cascavano a brandelli venne dal conte, prima di partire, perchè gli desse qualche fiorino, che voleva recarsi a Ferrara. Così dunque in tutta Milano non si trovò chi sapesse ritrarre la benedetta immagine della madre vostra….
—A tanto siam giunti! proruppe il Palavicino; ma il nome attesta il luogo almeno dov'ella venne seppellita?
—Questo fu fatto.
—Ora discenderò in chiesa, vedrò almeno la pietra che copre l'infelice e benedetta sua cenere. Oh madre mia!!
—Ora mi torna in mente una cosa, caro signore; voi diceste poco fa che un servo della contessa vostra madre vi scrisse espressamente una lettera per esortarvi a venir di volo a Milano?
—Questo ho detto, e questo è di fatto.
—Eppure adesso che ci penso, ciò non può essere, ciò è impossibile.
—Ma perchè dici questo?
—Ho udito io stesso il conte più volte a raccomandare alla contessa, e a chi stava con lei, di non dare a voi nessuna notizia del pessimo stato, in cui ella trovavasi. Ben lo avrebbe voluto la madre vostra, ma quando fu fatta capace che trattavasi della vostra rovina, non replicò altro, e disse al conte:—Fate voi—e so benissimo ch'ella soggiunse:—Quando scrivete a Manfredo, dategli dunque le migliori notizie di me, tanto ch'ei viva tranquillo e non si muova di là.
—Questo è vero di fatti. Il conte mi scrisse ch'ella stava abbastanza bene.
—Ma quando dunque vi giunse l'altra lettera?
—Qualche tempo dopo….
—E chi la scriveva,…?
—Credo, il servo; del resto non so, quel carattere non lo conosceva…. Ma cosa pensi tu?
—Cosa so io!… pure non sono tranquillo. Io tremo per voi…. Quanto pagherei che fosse qui il conte, mio padrone….
La campana di San Martino in Nosigia suonò in questa l'avemmaria.
Il Palavicino che s'era messo a sedere si alzò… fece due o tre passi per la camera, poi con un accento il più accorato che mai.
—Discenderò in chiesa, disse; bisogna ch'io parli al priore, bisogna ch'io veda il luogo dove sta il corpo benedetto di mia madre.
—Sarebbe meglio vi fermaste ad aspettare il conte.
—Aspettarlo fino a mezzanotte? Non è possibile. Discendo dunque un momento in chiesa, e torno subito; siamo a tre passi; non ci può esser nessun pericolo.
—Fate come volete, ma Dio v'aiuti. Il Palavicino uscì e discese.
In quei momenti egli era così assorto nel pietoso pensiero della madre, che nel mondo e fuori di esso non v'era cosa nessuna di cui menomamente avesse coscenza. E quantunque il suo aspetto fosse tranquillo, era però quella calma solenne e funesta che promove le lagrime in chi n'è spettatore.
Entrò dunque in chiesa, si recò innanzi all'altare della Vergine, girò uno sguardo sul pavimento; e vi cercò una lapide; la scorse, diè un guizzo per tutte le membra, e vi si accostò; lesse il nome di Giulia Flisea Palavicino, quel nome così caro e così funesto, stette immobile a considerarne le lettere incavate nel sasso, poi vi s'inginocchiò sopra con una compunzione così religiosa, così scrupolosa, che idea non giungerebbe a comprenderla.
Nella chiesuola v'era uno scarso numero di persone che vi si eran raccolte per recitare la terza parte del rosario; tutte notarono la presenza di lui.
—Chi può esser mai quel giovane gentiluomo? disse uno.
—Lascialo in pace, e attendi a rispondere all'avemaria che recita il priore.
—Io vi attendo… però guardate anche voi che turbamento insolito è su quel giovane volto.
A tali parole, l'altro devoto, bisbigliando l'avemaria, si volse.
—Quello che tu dici è vero… ma non so s'egli potrebbe avere invidia di noi. Bada ch'ei s'è accorto che noi stiamo a guardarlo. Lascialo dunque in pace, e preghiamo anche per lui, s'egli è così tribolato.
Intanto che questi parlavano tra loro, un altro strano dialogo si stava facendo al vestibolo della chiesuola, fra tre uomini tutti imbavagliati nei loro mantelli, e il sagrestano.