—Dunque non avete veduto nessuno neppure oggi? domandava l'uno dei tre al sagrestano.
—Nessuno, in fede mia, e ci viene così poca gente oramai, ch'ei sarebbe ben facile accorgersene.
—Eppure avrebbe dovuto capitarci.
—Domandatene anche mia moglie, e vi dirà s'ella ha mai veduto capitar qui gentiluomini nè giovani, nè vecchi; in quanto poi alla lapide che il priore fece murare l'altro dì, posso assicurarvi che non ha fermato l'attenzione di nessuno.
I tre si ristrinsero in crocchio.
—Ciò pare inverosimile, diceva l'uno.
—Non è però detto ch'egli debba venirci infallibilmente.
—Eppure, se la lettera arrivò in tempo egli dovrebbe essere in Milano a quest'ora.
—Può darsi benissimo ch'egli sia in Milano. Ma va a dirgli ch'egli debba trovarsi qui appunto perchè torna comodo a noi.
—Sentite, disse allora un terzo, mezzo in francese, mezzo in italiano, se non ci viene dentr'oggi o dentro domani, possiamo esser certi che non ci verrà mai più.
—E ciò mi pesa, perchè noi avremo taccia d'uomini dappoco.
—Questa sarebbe bella! Come se a noi fosse stato dato carico d'andarlo a strappar da Roma.
—Va a dirlo a colui che vuol che vuole, e va sulle furie e imbestia quando non si ottien l'impossibile.
—È tutto fiato buttato; ora rechiamoci ancora a fare una visita al palazzo del marchese.
—È già la sesta volta che ci torniamo oggi; e di questa stagione, con questa nebbia, con questo freddo, correre e ripercorrere la città coi piedi nella neve e nella pozzanghera da mattina a sera, c'è da diventar vecchi in un mese.
—Torno a ripeterlo, va a dirlo a colui che vuol quel che vuole.
A questo punto, fra una tarlata imposta del vestibolo, e la grossa tenda imbottita di piuma, fece capolino la vecchia moglie del sagrestano, e chiamò:
—Menico vien qui un momento.
Il sagrestano si mosse, entrò in chiesa colla vecchia, e ne usci poi subito dicendo ai tre:
—Venga in chiesa qualcuno di voi… presto, venite a vedere. Mi pare ci sia l'uomo che voi cercate.
Uno dei tre v'entrò in fatti, per uscirne poi tosto anch'esso esclamando volto ai compagni:—È lui davvero. Venite.
I tre si strinsero in un gruppo.
—Lui?
—Sì, lui; ci cascò adesso.
—Ma ne sei poi sicuro?
—Diavolo… come che io son io, e tu sei tu; ci può esser dubbio?
—Fu dunque un buon pensiero.
—Non credo che ve ne fossero di migliori; o presto o tardi ci doveva venire… e fu già troppo l'aver aspettato fino ad oggi.
—Non buttiam le parole; ora io ti domando: che si ha a fare?
—C'è da pensarci? aspettare il momento e non perderlo mai d'occhio.
—E stanotte medesima trarlo dal governatore.
Stavan costoro facendo ancora queste parole, che il Palavicino, come fuggendo da cosa che lo spaventasse, spalancata la porta del vestibolo, uscì della chiesuola, imbacuccandosi fino agli occhi nella propria pelliccia.
I tre, che a ciò non eran preparati, si rimasero un momento perplessi su quello che conveniva fare.
—Se non volete che ci sfugga, disse un d'essi, seguiamolo tosto, e assicuriamoci di lui.
—Per me penso, che sarebbe bene tenergli dietro da lontano per non dargli sospetto.
—Che fa a noi se anche facesse dei sospetti?
—Sentite, nostro incarico è quello d'impadronirci di costui, non è già quello di metter la contrada a rumore, che, se vi ricorda, il governatore ci comandò facessimo le cose alla sorda. Dunque, siccome ad esser pronti è impossibile che ci scappi, così fate quel che vi dico, e andiam di fretta; tu a dritta.., tu a sinistra… noi due gli staremo alle coste… attenti dunque, che la nebbia non ce lo possa nascondere.
Così dicendo, s'eran già incamminati sui passi dei Palavicino il quale, correndo a furia, li faceva correre affannati. Percorsero così una, due, tre contrade, e nel silenzio che a quel tempo, in quell'ora s'era steso per tutto, s'udivano distintamente le veloci peste delle quattro pedate.
Ma il Palavicino non s'accorgeva di nulla; la condizione dell'animo suo era tale, da non permetterle d'aver più una sensazione del mondo esterno. D'improvviso rallentò il passo, pareva fosse incerto della via per dove avesse a prendere; fu due o tre volte per ritornare al palazzo del conte Mandello, ma l'idea che doveva fermarvisi tante ore per aspettarlo, lo fece risolvere diversamente. Aveva bisogno di trovarsi solo con sè stesso, di agitarsi, di correre. Qui gli venne un altro pensiero. Ma nell'irresoluzione percorse e ripercorse due o tre viottoli; essendosi finalmente determinato, accelerò più che mai il passo alla volta della casa paterna.
Egli medesimo non sapea veramente perchè si recasse a quel luogo di tanto terribili memorie, ma il fece forse per quella inesplicabile e disperata voluttà, onde l'uomo, non potendo in nessun modo far cessare un dolore, gode quasi nel tentar d'aggiungergli egli stesso un'asprezza nuova.
Davvero che quegl'istanti eran così crudi, così desolati, così orrendi per lui, che, a non rimanerne oppresso e vinto gli bisognava un fatto, una occasione, una cosa qualunque che, in qualche modo, ne cangiasse il tenore.
Camminato così per qualche tempo, intravide finalmente, attraverso la folta nebbia, la torre quadrata della sua casa fatale; s'accorse poi come di una viva luce che, innanzi al portone, diradava qualche poco la nebbia.
Fatto un passo, riconobbe il vecchio portinaio del palazzo che teneva un lampione, l'unico rimasto degli antichi abitatori di quel luogo, l'unico dei tanti servi che, una volta, popolavano quel palazzo. Questo, passato al fisco e vuoto da molto tempo, era stato dato in custodia a lui per ingiunzione del fisco stesso, e il vecchio servidore con rammarico vi rimaneva. Nel momento che il Palavicino lo scòrse, esso tornava d'aver detto il rosario ad una vicina cappella, e stava per chiudersi dentro; udì allora chiamarsi per nome, si volse, e vide il figlio del suo antico padrone senza riconoscerlo al primo; ma quegli, trasportato dalla sua disperazione, senza saper quello che si facesse, mise il piede in palazzo.
Fu allora che il servo, seguendolo col lampione, e riconosciutolo, ne fu oltremodo colpito e gli disse qualche parola; se non che il Palavicino, sturbato ne' propri pensieri da quel suono, meccanicamente gli accennò di tacere.
Si fermarono così ambidue nel mezzo del cortile…. il lampione, per la nebbia, formava come una grande e rossa aureola intorno ad essi, la quale riusciva a rischiarar qualche poco gli atrii, lo scalone e le finestre del palazzo; il Palavicino vi gettò un'occhiata; questa bastò perchè la sua faccia, in un subito, tutta quanta si bagnasse di lagrime. La vista di una finestra di quegli atrii, di quella scala, facendogli di balzo ritornar nella memoria la madre sua che, la notte ch'ei fu cacciato di casa dall'inesorabile padre; n'era discesa per abbracciarlo un'ultima volta sotto gli atrii, e richiamandogli il tenore delle affettuose parole di lei nel tristissimo istante dell'abbandono, gli mise l'animo sossopra. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Ma intanto che il servo stupefatto taceva, che Manfredo gemeva, che la fiamma del lampione stridea per l'umidità, in quel silenzio s'udiva il rumore continuo (e parea venisse da una delle contigue casupole) come di un arcolaio che girasse e girasse, e una voce femminile che accompagnava quel suono.
Una povera donna, forse ad ingannare la dolorosa e lunga solitudine e la noia del lavoro, cantava macchinalmente una di quelle semplici e rudi canzoni che il popolo trova, e che passano per tutte le bocche in una data stagione. Canzoni che, nel territorio milanese, sono vestite di suoni così monotoni, e improntate di quella gravezza così esclusivamente longobarda, che ci pesan sull'animo, anche allorquando le parole han significato giocondo.
Ma le parole che, cantando, pronunciava la povera filatrice, eran troppo lontane dal rendere una idea lieta; eran parole nate spontaneamente, non faceva gran tempo, sulle labbra commosse del popolo per riassumere, coll'unica efficacia della naturale poesia, la vasta congerie degli atroci fatti ond'erano d'ogni intorno oppressi: canzone che, cantata in pubblico, era costata a molti la prigione e il patibolo, ma che quella donna, senza pensare più in là, cantava tranquillamente nella sua innocenza.
Il Palavicino dovette, per forza, prestarvi orecchio. Il frammento vernacolo che la voce continuava a ripetere, era questo:
I campann d'òr e d'argentHin in del pozz de sant Patrizzi….Dimmel a mì che s'era present,L'era proppi un gran stremizzi….Dâi lader… dâi lader…Che sèm tutti ruvinaa………………………..……………………..
La cantilena con cui, facendo il ritornello, si esprimevano quegli ultimi due versi, era di tal natura che, mettendo i brividi nel sangue, facea rizzare i capegli in sulla fronte.
Il Palavicino non potè sopportarla … le sue lagrime si arrestarono; due dolori si fusero in uno, salutò grave il vecchio servo, che lo guardava stupefatto … ed uscì.
Fuori del portone, s'incontrò faccia a faccia coi tre che lo stavano attendendo; ma egli non ci badò, e infestato da quel lûgubre canto che, nel generale silenzio, gli suonò fino all'estremo punto della contrada, continuò il suo disordinato cammino.
Ma noi, senza più accompagnarlo, lo lasceremo nella trista compagnia dei tre che più gli si stringono dappresso; e giacchè la canzone della povera filatrice ci ricondusse ai gravi pensieri della cosa pubblica, è bisogno che noi, rimontando molti anni addietro, tentiamo riassumere adesso, in brevissime parole, le cause che da lontano la prepararono, per ritornare poi tosto ai privati avvenimenti.
Trent'anni prima dell'epoca a cui siamo coi fatti che raccontiamo, chi avesse voluto tener conto della condizione di Milano, anche dopo avere assistito alle poderose forze del commercio di Genova, di Pisa, di Livorno, di Venezia, alla grandezza cui eran salite le arti a Firenze, a Ferrara, e le scienze a Bologna, a Padova, sarebbe rimasto tuttavia maravigliato, contemplando la floridissima condizione del Milanese.
Lanifizj e setifizj in tanto numero, quale non ebbe a vantar mai prima di quell'epoca; fabbriche di stoffe, di broccati, di broccatelli, di bucherame, che esportavansi nella bassa Italia, a Lione, a Parigi, a Londra, persino alle Fiandre, dove pure l'industria manifatturiera era giunta a così alto punto. Officine innumerevoli per la fabbricazione delle armi, all'acquisto delle quali si accorreva qui, come tutti sanno, da tutt'Europa. E a tal potenza manifatturiera e commerciale non inferiore la coltura delle scienze, delle lettere, delle arti. Lodovico fu per Milano, nella relazione colla civiltà, quello che fu Leon X a Roma, colla differenza assai notevole, che Lodovico gli fu anteriore di un quarto di secolo, e che invece di trovare il cammino in gran parte già dischiuso, dovette egli il primo aprirlo di posta, dopo che il governo feroce e tenebroso dei due ultimi Visconti, l'anarchico interregno, torbida linea di divisione tra lo spegnersi d'una dinastia, e il sorgere d'un'altra, l'atrocità mentecatta di Gian Galeazzo Maria, che avea disperse al tutto le generatrici sementi del primo Sforza, avevano moltiplicati inciampi al vitale dispiegamento di tutte le forze d'uno Stato. Inciampi che al Moro riuscì di superare con tale prontezza e pienezza di risultato, che lo fanno meritevole della lode degli storici.
Pubblici stabilimenti d'istruzione, le scuole del Piatti, del Calchi, del Grassi, s'aprirono sotto lui per la prima volta. Il Calcondila, il Merula, il Minuziano, il Ferrari ed altri molti si raccolsero in Milano, per insegnarvi scienze, lettere, lingue erudite. Il Leonardo fondò la scuola lombarda di pittura; il Gaudenzio Ferrario, il Luino, l'Oggionno, antistiti di quella scuola, fiorirono sotto il Moro. Bramante dispiegò per lui il suo straordinario ingegno architettonico, e lo trasfuse in Bartolomeo Suardi, detto il Bramantino. Insieme ad un'accademia di pittura venne pure dal Moro fondato il primo conservatorio di musica che vantasse Italia, e così molt'altre instituzioni s'effettuarono per le sue cure, come sanno anche coloro che men sanno di storia patria.
E tali cose noi avremmo tralasciato di por qui, considerando che in mille guise furono già notate, raccontate, discusse da storie generali e parziali, da cronache municipali, da dissertazioni accademiche, artistiche, se non giovasse richiamare un istante tutti codesti fatti gloriosi in mille libri notati, per parlar poi dell'ultimo esito a cui toccarono, vogliam dire dell'assoluta loro scomparsa, del loro diuturno esiglio dal paese nostro; fatto complesso dissimulato di molti fatti individui, replicati ad esuberanza; fatto che, esplicitamente almeno, e quando è toccato, intendasi bene, questo solo periodo di tempo, non si trova registrato ne' libri.
Abbiam detto quando è toccato questo solo periodo di tempo, perchè, parlando poi dell'era ispanica, tutti gli storici tumultuano in folla, ripiangendo la fuga delle arti, accelerata dal suono del tamburo delle soldatesche spagnuole.
La scomparsa delle arti e delle industrie venne dunque da tutti sin qui registrata dopo la venuta degli Spagnuoli, non mai prima; e di recente anche un nostro distintissimo concittadino, il quale è solito a portar nelle questioni, anche quando le tocca di volo, un acume, un tatto, un'indipendenza di giudizio certamente non comuni, mise anch'esso la sua sottoscrizione accanto all'altre numerose, forse, noi crediamo, perchè fu quello un momento di molta fretta.
Fu dunque sempre creduto che il ducato di Milano, prima del reggimento spagnuolo, quantunque abbia subite infinite crisi, le abbia però sempre subite nel rapporto esterno, nel rapporto colle nazioni conquistataci, non mai nell'interna vita, la quale fosse poi sotto a un governo, che sotto a un altro, si credette continuasse ad esser sempre vegeta e rigogliosa.
La questione è dunque intorno all'epoca vera in cui le arti esularono da noi, epoca che noi porremo alla seconda venuta dei Francesi in Lombardia. E sebbene di un tal fatto non ci sia espresso racconto ne' libri contemporanei, v'è però se non il racconto, gli elementi almeno di esso, in alcune lettere d'uomini contemporanei, di pittori, di scultori, lettere di Luino, di Ferrario, i quali assicurano non trovar più modo di vivere decorosamente a Milano; e in quanto a' libri, se non se ne parla a precise parole, sono in esse registrate le cause di effetti necessari taciuti, che sono appunto l'emigrazione di artisti, di manifatturieri, la dispersione delle varie industrie, e l'esportazione cessata, il consumo interno assottigliato.
Qui ci si potrebbero opporre alcuni fatti, quali sarebbero l'assegnamento di diecimila ducati, che il re fece al municipio per opere di pubblico vantaggio, e il progetto e gli studi per render navigabile l'Adda da Brivio a Trezzo…. Ma son essi fatti sparpagliati, tentativi non effettuati, e che necessariamente debbono rimanere oppressi dalla folla de' fatti contrari.
Ma la colpa d'aver prodotti tanti infelici risultati è ella tutta della Francia? Senza dubbio fu sua, e tanto più in quanto era del suo interesse medesimo il ripararvi; ma in gran parte, convien pure confessarlo, essa fu anche nostra, fu del ceto patrizio.
Pretermettiamo adesso il fatale errore di Lodovico d'aver chiamato i Francesi in Italia; esso fu, senza dubbio, la causa prima ed unica di molti tristissimi effetti, non di tutti però; e in quanto a' lontani e a' non necessari, essi si sarebbero potuti stornare, se i patrizi non avesser poi aderito a' Francesi, se per odio di Lodovico, abbastanza, ne pare, punito dell'error suo, o dagli stessi che invitò a discendere in Italia, non avesser preso ad avversare alla dinastia sforzesca; contraddizione inesplicabile, e strano modo di far iscontare una colpa, sforzandosi a perpetuare gli effetti della colpa medesima.
Se il ceto patrizio, sdegnando d'agitare la vita in un teatro angusto, non avesse vagheggiato un più vasto campo, o se, sdegnando d'obbedire ad un duca vicino, che dovea pure frenare le loro prorompenti ambizioni, non avessero anteposto di obbedire ad un re più potente ma lontano, che, come speravano, avrebbe loro rilasciati i freni; se, infine non fossero stati indotti a far così dalla smania di novità, causa frivola e ridicola di effetti seri e gravissimi, all'errore del Moro sarebbesi pure in qualche modo messo riparo.
Ma questa non sarebbe che la prima colpa del ceto patrizio, colpa anteriore allo stabilimento de' Francesi in Lombardia. È di un'altra che noi intendiamo parlare, e del fatto posteriore all'invasione, dell'avere cioè operato quanto per lui si poteva, a scompaginare l'intima vita dello Stato, il quale, anche sotto il reggimento francese, sebbene inglorioso, avrebbe tuttavia potuto, fino ad un certo punto, durar tranquillo e prospero.
Fin dalla prima volta che i Francesi eran venuti in Lombardia, e dopo che Luigi venne a visitar Milano, una folla di gentiluomini lombardi, a sfoggio di zelo ed a gratificarselo con quanti mezzi poteano, avevan voluto accompagnarlo in Francia, dove per qualche tempo, allettati dalle lusinghe del re, fermarono la loro dimora.
L'assenza diuturna de' più facoltosi cittadini dalla madre patria, fu e sarà sempre una cagione di rovina.
Costretti que' patrizi a presentarsi alla corte del re, dove il lusso e la magnificenza erano al massimo grado, nè volendo mostrarsi da meno degli altri, troppo facilmente erano spinti a gettare in un mese il reddito di un anno, e quell'oro così lautamente sparso a colmare le mani parigine, venne per la prima volta, defraudato alle lombarde, che tosto subirono la grave influenza dell'inaspettata privazione. Compiaciutisi nella loro colpevole leggerezza, a scimiottare, in quel tratto di tempo che dimoravano in Francia le foggie di colà, appena tornati in patria, mostri a dito per le novità che seco recavano, cominciarono a suscitare una stolida gara fra coloro che non erano usciti di qui, e i costosi viaggi si moltiplicavano; ognuno sollecitava di far seguito alle ambascerie, ognuno faceva lunghi risparmi in patria, per isfoggiare e sparnazzar fuori.
In Francia intanto avevan cominciato a prender sopravvento, sulle nostre, le merci e le manifatture delle città olandesi, a lei più vicine delle italiane. I velluti e i rasi d'Utrecht, i drappi, gli arazzi d'Osnaburgo, le trine di Brussell, le maglie di Gand, ebbero spaccio a preferenza. E i nostri, che avevano tanto risparmiato in patria, gettarono a scialaquo il loro oro nell'acquisto di tali merci, e reduci fra noi arricciarono il naso, schifando le manifatture patrie, non inferiori per nulla alle olandesi, le quali se ebbero smercio in Francia, fu per la sola cagione della maggior vicinanza e facilità di trasporto. Non s'accorsero che ciò ch'era utile ai Parigini, era dannoso a noi, e così chi più desiderava farsi mirare e primeggiare e por legge altrui, arrossiva di valersi ancora dell'opera di mani concittadine.
Le corse intanto a Parigi si moltiplicavano più volte in un anno, e un patrizio che, una volta almeno, non si fosse presentato all'udienza del re a Fontainebleau, bisognava scansasse le rumorose società, se non amava, esser messo in ridicolo; d'esser posto in ridicolo perchè desiderava il ristabilimento della dinastia sforzesca, perchè, lombardo, sdegnava inchinarsi innanzi ad un re francese; di esser posto in ridicolo perchè, conservando tuttavia le foggie italiane più proprie, più eleganti, più logiche di quante si conoscessero, non voleva assumere le altrui; d'esser posto in ridicolo perchè, invece di gettar le ricchezze a scialacquo fuori della città propria, le distribuiva utilmente tra i concittadini, e ne incoraggiava, alimentandola, l'operosa industria.
Di questo modo cominciò, un dì più dell'altro, a venir meno l'esportazione delle cose nostre; e rimettendosi i patrizj, appena si riducevano in patria, a' più stretti risparmi, per ristaurare le ricchezze altrove dilapidate, cominciò a mancare anche il consumo interno. Per consenso, coloro che stavano a' loro servigi e raccoglievano qualche frutto dalla loro ricchezza, furono costretti a fare altrettanto; una veste di meno, un grappolo di meno, un pane di meno; e il venditore ch'aveva sempre veduta la moltitudine affollarsi agli sportelli, si sgomentava del suo improvviso diradarsi. Ci fu un'apprensione, un allarme generale; si radunavano a crocchi fabbricatori, venditori:—Se voi non vendete, a me non convien fabbricare; la fortuna, se qui più non risponde, bisogna tentarla altrove; ormai ci bisogna uscire, qui non è altro a fare; converrebbe che tutti quanti facessimo l'armajuolo, questa sol'arte ha spaccio ancora, le altre son disertate…—Queste voci cominciavano ad espandersi, i progetti cominciarono a ventilarsi; infine più d'uno emigrò, e più d'uno a Parigi, dove tutti i patrizj lombardi affluivano, fece fortuna. L'esempio suscitò l'imitazione, e, fin dall'ora, molte arti indigene esclusive di Lombardia, si trapiantarono oltremonte.
E dopo il ritorno di Massimiliano Sforza, la maggior parte del ceto predominante, avverso al ristabilimento di quella dinastia, o fermarono al tutto la loro dimora in Francia, o in patria fecero ancor peggio di chi se n'era ito altrove. Il buon senno, esulato dalle alte regioni, erasi rifuggito nelle più basse, che pur sono consueto dominio dell'ignoranza e della superstizione, ma il popolo minuto, stretto dai fatti, s'accorgeva del tarlo, mentre i patrizj, illesi tuttavia, godevano a soffiar nella fiamma che, a lungo andare avrebbe involuto anche le robe loro.
Gettando un'occhiata sulle varie magistrature in quel secolo costituite in Milano, su quelle che non potevano essere esercitate che da nobili, e segnatamente al gran consiglio de' Novecento, c'incontriamo in un fatto, del quale non fu mai tentato d'indagar la cagione.
Prima che si aprisse il secolo XVI ossia, prima che la Francia si stabilisse fra noi, il numero dei novecento che costituivano il gran consiglio ora tuttavia completo. Poco dopo, ai novecento si cominciò a sottrarre il centinaio, e grado grado il numero si venne tanto assottigliando che, nel 1516, a quel consiglio più non rimaneva che l'appellazione de' novecento, non contando in fatto più di 150 nobili.
L'appellazione superstite è prova, ch'esso non venne mai abolito nè ridotto a minor numero per decreto espresso, (perchè, quando ciò avvenne sotto il Lautrec, che volle non fosse costituito che di soli 60 decurioni, l'appellazione di gran Consiglio cessò, e le fu sostituita quella diCameretta), parrebbe dunque che quella riduzione di numero sia avvenuta di sua natura, vale a dire per assenza spontanea e diuturna del più dei patrizj, assenza dalla città, o solamente assenza dal Consiglio, per disamore delle cose patrie.
Ed ora ci sarà forse taluno cui dispiaccia siano state scoperte codeste piaghe, e ci voglia gridare, ch'era debito nostro il tenerle celate? Se v'ha chi se ne senta la tentazione, si alzi pure, si alzi, e gridi a sua posta; noi teniamo in serbo una risposta per lui.
Dopo la battaglia di Marignano le cose camminarono di male in peggio sempre più; quando il commercio e le industrie lombarde ebbero ricevuta una così mortale percossa, le arti consacrate al solo diletto, al solo ornato, tanto meno furon valide a sostenersi. I patrizj assenti lasciavan senza commissioni scultori e pittori; reduci e in bisogno di far risparmi, cessarono di far donazioni alle chiese, le quali in quel secolo, ajutavan l'arti, aiutate dalle elemosine. Cosi una cosa crollando ne faceva crollar mille, e i patrizj, che avevan dato il primo urto non si ristavano; così la città nostra vide passare molt'anni, spensierata, indolente, tranquilla, come il possidente che, ignaro che il suo gli è dilapidato a furia, dorme abbastanza placidi i sonni, improvvido che un rovinoso sequestro il getterà nudo, quandochessia in mezzo alla folla.
Ma venne un anno memorabile; un governatore partì per dar luogo ad un altro. Il sonno fu rotto di colpo ai Milanesi che spaventati, si destarono; sarebbero morti di lenta consunzione, e la violenza accelerò gli estremi dolori; sarebber morti senza pianti, senza strepito, forse senza patimenti, tranquilli. Ma ferri omicidi e flagellature a sangue, fecero loro alzare così acute grida di spasimo, che furono udite a grandi distanze, e tanti e tali strazj, operò un sol uomo di noi, che l'orrore non ne può essere scemato, anche dopo sì lungo corso di tempo.
Ora è di un tal uomo che ci dobbiamo occupare.
Mentre la tenebra più fitta di questo rigido dicembre copriva la città tutta quanta, il palazzo ducale e il largo spazzo che gli si stende innanzi, appariva come circonfuso da una rossa nube in molti punti e ad uguali distanze attraversata da vivi raggi di luce; era l'effetto prodotto dai finestroni del palazzo che riboccavano di splendore, al quale facea velo la foltissima nebbia. Chi, in quell'ora, avesse osservato Milano da un'eminenza, sarebbesi accorto ch'era quello l'unico punto risplendente nell'oscurità totale; chi avesse potuto raccogliere tutti i suoni che s'innalzavano allora dalla vasta superficie, in quell'unico luogo avrebbe udite voci allegre e baccanti, le quali facevano un duro contrapposto alle parole di lamento e d'ira che si alzavano da mille punti della città oppressa. Una catasta accesa di notte ad ardere ossa in un campo santo, intorno alla quale i becchini, nell'atroce loro indifferenza, prorompessero in iscoppi di risa, potrebbe dar qualche immagine di quel luogo, di chi vi dimorava, di Milano, dei Milanesi a quel tempo, in quell'ora.
Il governatore in una grand'aula del palazzo ducale, soleva passare gran parte della notte in mezzo ai suoi ministri, ai suoi baroni, agli ufficiali, ai soldati. Era una di quelle immense aule gotiche, di cui si è smarrita la misura dall'architettura pigmea di oggidì.
Pochi minuti dopo ch'era scoccata l'ora di notte, in quell'aula, da una contigua, traguardando nella quale, vedevansi ardere ancora i doppieri sui confusi avanzi di una gran mensa disposta a ferro di cavallo, entravano a diversi gruppi i soliti commensali del governatore; bisbigli, parole, cachinni, risa, sghignazzi, grida uscenti da più di cento bocche si fondevano in un rumor solo, vasto e forte, che avrebbe impedito di udire il rombo del grosso campanone del duomo vicino.
Di tal modo, in breve, quel vastissimo luogo divenne quasi angusto per tanta gente. Una gran fiamma, erumpendo allora da più fascine appoggiate a' grandi alari di bronzo, s'innalzava gigante crepitante, scomparendo coll'acuta sua lingua, sotto l'immensa cappa di un camino straricco di sculture a tutto rilievo, di proporzioni rispondenti a quelle della sala, e innanzi a cui stavan disposti una trentina di sedili. La ricchezza onde la sala era addobbata era certamente straordinaria, ma in tutto militare, senza impronta nessuna dell'eleganza squisita di quel secolo; nel mezzo una tavola lunga e stretta, ingombra di vasi, di vassoi, di anfore, di mescirobe, di guastade, di fiale, di calici. I vini di Sciampagna, di Borgogna, di Provenza, tutte le ragioni dei vini di Francia, e le più squisite d'Italia e di Spagna, attendevano colà d'esser travasate nel capace ventre della soldatesca patrizia. In molti luoghi v'eran tovaglieri dei giuochi, il faraone, la zecchinetta, la cricca, la tavola reale. Una camera vicina, osservando nella quale si vedevano elmi, corazze, scudi, spade, azze, palozzi e fasci di fioretti alla rinfusa, era destinata all'esercizio della scherma. Il governatore, schermidore d'una straordinaria potenza, vi si provava a tutte le ore del dì.
In breve, ciascheduno dei cento si ebbe scelta l'occupazione che più gli andava a grado; molti, colme le tazze di vin di Borgogna, si disposero in giro intorno all'ampio camino; nessuno sedette però; tutti aspettavano ci venisse il governatore, il quale, come alligatore al sole, godeva digerire il suo pasto all'ardente riverbero della fiamma.
Dopo qualche tempo, il governatore finalmente entrò; entrò a passi gravi, e gettando in giro una torva occhiata (era codesto un suo moto caratteristico, e lo ripeteva assai spesso). E prima piantossi in piedi innanzi al camino col tergo rivolto al fuoco; l'ombra dell'alta e complessa sua corporatura si proiettò allora, allungandosi in giganti proporzioni sul pavimento e sulla parete opposta, tutta illuminata dalla rossa luce della fiamma; poi si volse, e gettatosi a sedere, dispiegò le mani a comunicar loro il vivo calore del fuoco. Il suo volto truce di cicatrici, metà illuminato dal fuoco, metà coperto dall'ombra delle mani, faceva una impressione di ribrezzo e di paura ad un tempo.
Erasi fatto un po' di silenzio; in quello si alzò la sua voce chioccia e nasale:
—Stando di là, udivo il barone De-Forses che parlava, e i vostri sghignazzi che rispondevano; se fosse mai la storia di qualche sposa o fanciulla o donna qualunque che voi aveste fatto strillare, tornate da capo, vi ascolteremo con piacere.
E il De-Forses si fece innanzi. Allora i più fecero cerchio intorno al Lautrec ed al barone coclega, che replicò un racconto tenuto alcuni momenti prima. Narrò una storia recente, di cui egli era stato il principale attore, una storia di sopruso, di libidine, di violenza. Narrò le preghiere e le lagrime disperate d'una tra le più belle e virtuose gentildonne lombarde; narrò la morte miserissima di lei; e il tetro barone, riputando così di rendersi più accetto, caricava ad arte gli atroci colori del suo racconto, che noi avremmo orrore di ripeter qui.
Ma parve che il Lautrec ne ricevesse questa volta una sensazione, chi sa per qual causa, ingrata, perchè, sebbene volesse dissimulare, pure gli scappò detto:
—Basta così, De-Forses, basta, volevo qualche cosa di più allegro; e si concentrò in sè medesimo, chi sa a quali obbietti pensando.
A quelle parole, a quell'atto del governatore ciascheduno si ritrasse, lasciandolo solo innanzi al camino. Tutti que' baroni ed ufficiali e soldati francesi, che pure eran tanto orgogliosi, di sè stessi, tanto iracondi, tanto affrenati, allorchè trovavansi presso il governatore, parean schiavi tremanti al cospetto del loro signore. Erano così procellosi i suoi impeti quando l'ira lo trasportava, così mutabile l'umor suo, così difficile a comprendersi quello che gli piacesse, quello che no, che ognuno stava in gran riguardo, per non profferir parola o fare atto il qual fosse in fallo. Ed era sempre curioso a vedersi, come a tutti cadesse improvvisamente ogni baldanza quand'egli, da una tal quale alacrità apparente, passava, di colpo, ad una concentrazione profonda senza farne le viste, ognuno si dileguava, amava star lontano da lui. Tacque dunque De-Forses, le atroci risa cessarono.
In quella, da un tavoliere intorno al quale stavano osservando una dozzina di soldati, sorse quel grido che, di solito, accompagna il fine ansiosamente aspettato di una partita di giuoco.
—È vinta, gridò un francese, l'uno dei giuocatori; è questa la prima volta, in dodici mesi, che il conte perde due partite, l'una dopo l'altra; domani, l'artiglieria del castello ne darà avviso a tutta la città, è cosa che lo merita.
—Se questa fu una perdita, rispose allora il vinto, non mi pesa però, perchè presto mi varrà una vincita ed una vendetta; e la voce bella, tonda e sonora onde furono pronunciate quelle parole colla cara italiana pronuncia, si alzò su tutte le altre.
Era la voce del conte Galeazzo Mandello, amico nostro, che, saettando la nera e vivace pupilla su chi gli stava d'intorno, scuotendo la nerissima chioma, ed accennando del nobile suo volto, pareva l'uomo re in mezzo ad una razza degenere.
Era da qualche tempo che giocava a tavola reale con uno di quei Francesi, ma dall'angolo ove stava seduto, avendo udito il racconto del De-Forses, non avea potuto mantenere il suo sangue freddo, e la sua attenzione, interrotta dallo sdegno che quasi gli fe' rompere in quel punto la sua regola di dissimulazione, non valse a dargli vinta la partita.
—Quel che sarete per fare di poi, seguì a dirgli il francese vincitore, lo farete a comodo vostro: domani intanto l'artiglieria si farà sentire.
—Ebbene, sia ciò per dato, rispose il Mandello, qualora però io non vinca adesso con voi sei partite, l'una dopo l'altra; s'io non vinco, i doppi petardi dei castello annuncino pure la mia sconfitta domani.
—Accetto il patto.
—E tal sia.
Così i due emuli si rimisero a giuocare.
Ma in che modo il conte Galeazzo poteva acconciarsi a vivere in mezzo ad uomini da' quali la sua città era tanto conculcata…. e perchè vi si acconciava? un tal perchè basterebbe cercarlo nell'indole originalissima di lui; ma altri ve n'aveva, e gravissimi. Basti il dire intanto, che fu immenso il vantaggio derivato dalla sua dimora nella città, nel tempo che quasi tutti ne uscivano. Fu per lui se molte e molte famiglie avevan potuto scampare dall'ultima rovina; egli che sì spesso aveva barcollato della persona, fu potente a sostenere le altrui fortune che crollavano. Molti gentiluomini, la maggior parte anzi, prima d'esser còlti, avvisati da lui, avevan potuto uscire; fu esso che consigliò a tutti di vendere quante terre possedevano in Lombardia, perchè non andassero in gola del fisco, e d'impiegare l'oro che ne cavavano sulle banche di Genova, di Livorno, di Pisa. Anch'egli avea fatto il medesimo, aveva altrui vendute tutte le sue terre fino all'ultimo jugero, tutte le sue case che aveva in Milano, fino all'ultima catapecchia, e il suo stesso palazzo a S. Martino in Nosigia era stato comperalo da un ebreo di Genova, al quale, intanto che continuava ad abitarvi, ne pagava l'annata.
Era mirabile in quest'uomo il concorso di tanto acume, di tanta sicurezza, di tanto sangue freddo e di un buon senso così invariabile in mezzo alle sue medesime stranezze e alle sue stesse intemperanze, alle quali però, fin dal momento che in lui alla nausea della generale abbiezione era successa la pietà delle comuni miserie e la speranza della virtù rinascente nei colleghi patrizj, avea saputo mettere un freno per conservare ancor più lucida la lucidissima sua mente.
Però, accostatosi al Lautrec, che aveva conosciuto fin dai primissimi anni a Parigi, credette opportuno pe' suoi fini di continuarne la pratica, ma sebbene sul governatore, cosa di cui neppur egli sapea farsi capace, avesse grande ascendente, pure stette sempre in gran riguardo di sè stesso, e, per essere disimpacciato nelle sue mosse, pensò bene svincolarsi da tutto ciò che poteva obbligarlo a starsene presso lui. Come l'uomo incerto se debba rimanere nella propria terra o fuggirsene altrove, teneva, nel frattempo, i due piedi sui due confini, all'erta e in sull'ali continuamente per prendere di volo il suo partito, quando si fosse presentato il momento. Frattanto tutte le sere, sedendo alle mense del governatore ed alle sue tavole di giuoco, non perdeva il suo tempo neppur qui…. e sbancando largamente que' baroni francesi a tavola reale, ogni notte metteva da parte il molt'oro che ne cavava, e alla mattina facendo il giro della città in cerca delle più laide miserie, adoperava l'oro medesimo dei Francesi per sanare le piaghe fatte dai Francesi. Se fosse lecito il dire, che un uomo sì poco santo, qual era il conte, fosse il rappresentante della provvidenza in terra, per verità ch'egli poteva esserlo: ma ora lasciamo ch'esso continui a battersi col suo avversario.
In mezzo al rumor generale udivasi intanto nella sala vicina il martellare minuto e continuo dei fioretti. Attirato da un tal rumore, il governatore si alzò e recossi in quella sala. Entrato che fu, prese, senza parlare, il suo fioretto e il suo stocco spuntato; poi, gettata la sua torva occhiata in mezzo ad un gruppo d'uffiziali che se ne stavano in un canto spettatori:
—Il conte Galeazzo, lor disse, ha scommesso di vincere, a tavola reale, sei partite l'una dopo l'altra; ed io scommetto, scommetto la mia borgognata d'argento, di combattere contro a sei, e di non esser tocco, in mezz'ora, da nessuna delle sei punte.
Nessuno rispondeva; egli perdette la pazienza, e alzando la sua voce nasale, proruppe in alcune bretoni bestemmie.
—Or via, spicciatevi, disse poi, uscite fuori e fatevi vedere, o vengo io stesso a cercarvi collo spadone a due tagli, se il fioretto vi dispiace.
Allora i sei uscirono, si armarono, si coprirono il volto, impugnarono il fioretto, e, come assalitori, si strinsero intorno al Lautrec, il quale stette parato alle prime percosse.
Per quanto fosse il pauroso rispetto che ognuno aveva di lui, pure, come assai destri e valorosi e vanitosi, non avrebbero mai voluto lasciargli quel vanto, onde si disposero a combatterlo con tutta la forza e l'accorgimento possibile. Fu notata l'ora: mezza ne doveva trascorrere, gli assalti incominciarono.
Quella sensazione di ribrezzo e quasi di orrore che subiva chiunque, parlando al Lautrec, era costretto a guardar la sua faccia, tosto cangiavasi in una gradevole sensazione, quando le bellissime forme del suo corpo si atteggiavano pel combattimento. Non avendo ancora oltrepassati i quarant'anni, trovavasi nel pieno possesso della sua straordinaria forza, e il continuo esercizio aveva data tale elasticità a' suoi nervi ed a' suoi muscoli, e tal prontezza di movimento alle sue membra, che allorquando la celata e la visiera gli coprivano la capellatura, che già cominciava ad incanutire, e la sconciata sua faccia pareva non toccasse sei lustri. E coloro in fatto, i quali l'avevan conosciuto assai giovane, si figuravano di vedere ancora, di sotto alla celata, quelle linee eleganti e virili che a lui avean procacciate tali avventure, di cui adesso la ricordanza gli bruciava l'anima.
E applausi non consigliati nè da rispetto nè da timore si alzarono replicate volte intorno a lui, quando con quella sua straordinaria maestria, scansando le sei punte sovra di sè, toccava gli altri quasi a ciascun colpo. Allorchè poi l'ultimo dei trenta minuti fu sorpassato dalla sfera dell'orologio, un grido sorse da tutti i punti della sala e i battimani andarono alle stelle.
Eran questi i momenti in cui, per quell'unico pertugio dell'amor proprio, si rinnovava l'aria corrotta della sua vita infelice.
Vinta la scommessa, gettò dunque per terra stocco e fioretto, e a ciascheduno dei suoi competitori strinse la mano con atto di tanta affabilità e piacevolezza da farlo parere altr'uomo. E allora fermatosi a caso innanzi ad una targa lucente, e vedutavi riflessa l'elegante e nerboruta proporzione delle proprie membra, parve anche a lui di rimontare molt'anni addietro, cosa che gl'infuse nel sangue un'insolita alacrità.
Così entrò nella sala de' giuochi, e recatosi presso al tovoliere ove trovavasi il conte Galeazzo, mosso ancora da quella straordinaria vivezza di spiriti.
—Noi, disse, noi abbiam vinto una nostra scommessa, caro conte; or tocca a voi a fare in modo che i petardi non abbiano a farsi sentire domani. Che se mai non riusciste a sbancare costui, vi assicuriamo, conte, che voi avrete perduta per sempre la vostra riputazione di giocatore, e anche le campane del duomo suoneranno a distesa per la vittoria del vostro competitore.
—Nego che costui sia mio competitore, disse il Mandello allora. Perchè due uomini sien competitori convien pure che abbian forze eguali. Ma costui mi cade sfiatato fra le braccia, e cinque partite son vinte.
—Cinque?
—E una sei, ecco fatto. Or dite agli artiglieri e ai campanari che possono dormire sino all'anno santo.
E così dicendo si alzò e prese la sua manata di fiorini d'oro.
—Convien confessare, disse allora il vinto, qualche poco mortificato, che a questo giuoco non v'è chi vi possa star contro. Ma è un'ostinazione la vostra di non voler mai giuocare alla zecchinetta.
—Io non getto i danari, bensì li giuoco. Alla zecchinetta anche un bufalo mi sbancherebbe. L'oro mi piace a guadagnarlo, non rubarlo. Qui c'è ingegno e astuzia, e batteva le nocche sulla tavola reale, là non c'è che azzardo. Odio l'azzardo io! Nel giuoco l'ingegno, soggiunse poi quando vide accostarsi il barone De-Forses, nel duello il sangue freddo.
Per comprender la causa per cui il Mandello pronunciò quest'ultime parole appena vide il De-Forses, convien sapere che da molto tempo aspettava un'occasione per punire in qualche modo quel barone francese il quale era l'uomo più laido e più atroce dell'esercito; in quella sera poi gliene crebbe a mille doppi la smania per l'indignazione e l'orrore, onde tutto si sentì rimescolare all'udire il tetro racconto che quel mostro aveva fatto della misera gentildonna da lui medesimo tratta a mal termine. Ma ad ottener l'intento, gli bisognava un pretesto per potersi sbrigar di colui senza che ci fosse apparenza d'odio, nè vi paresse spinto dal desiderio di vendicare i propri concittadini, che di quel modo svelandosi al governatore, gli sarebbe per sempre stata chiusa la via a toccare gli altri e più importanti suoi fini. Essendo dunque alcuni dì prima venuto a contesa con quel barone intorno alle qualità principali che costituiscono il buon schermidore, nè essendosi mai messi d'accordo, gli balenò ora in pensiero di rimettere in campo una tal questione per condurre il De-Forses a ciò ch'egli voleva.
—Sì, disse poi con voce più alta, nel giuoco l'ingegno, nel duello il sangue freddo. E costui, soggiunse tosto battendo sulla spalla del De-Forses e rivolgendosi a tutti, costui sosteneva, che il duello più che il sangue freddo vale il saper giocare di tempo.
—Lo sostengo ancora, rispose il De-Forses.
Il Mandello, contento di questa risposta, continuò subito, sospingendolo l'impazienza:
—Allora io farò di convincervi in qualche modo.
—Trovate il modo, e mi lascerò convincere.
—È presto trovato; scommettiamo!
—Scommettere?… come volete che si scommetta?
—Proviamoci noi due.
L'altro stette un momento perplesso, poi disse:
—Se ciò può far conoscere di chi sia la ragione, per me son qui, e tal sia. Vedrete dunque che col fioretto in pugno mi basterà la vista di vincere, quantunque vantiate tanto il vostro sangue freddo.
Il Mandello quasi fu per tradire gl'interni pensieri, tanto sensibile fu la scintilla che gli balenò tra ciglio e ciglio all'udire che il De-Forses accettava, soggiunse poi:
—Non trattasi di fioretto, caro mio; coi fioretti si giuoca, e allora a che il sangue freddo? Per conoscere quali sono le virtù indispensabili allo schermitore, conviene che chi combatte il faccia per la vita.
—Questo è vero, uscì detto a più d'uno.
—Ebbene, si vedrà, rispose De-Forses indispettito, ed io combatterò col conte.
—A morte!
—A morte!
—Ma perchè tenga la scommessa, tocca a voi a sceglier l'arme in cui vi stimate aver più esperta la mano.
—Nessuno vince il De-Forses, disser più voci, quando ha in pugno lo squadrone scozzese.
—E sia lo squadrone, sebbene io faccia assai meglio le cose mie lavorando di punta. È dunque andata, barone?
—È andata.
Allora i due campioni, e tutti quanti trovavansi intorno a loro, si volsero per domandare licenza al governatore, trattandosi di un duello a morte. Ma quegli tornato l'uom tetro di prima, erasi di bel nuovo messo a sedere innanzi al camino; però quando il conte Galeazzo e il De-Forses gli si avvicinarono per chiedergli concedesse loro di tenere la mortale scommessa, egli non fece altro che alzare la testa qualche poco e girare su di essi il solito suo torvo sguardo, poi disse macchinalmente come se i suoi pensieri fosser volti ad altro:
—Andate, ammazzatevi pure, e se v'è tal altro qui che voglia imitar costoro, il faccia che farà bene.
Tutti si tacquero, e licenziati da lui con un gesto risoluto, l'uno dopo l'altro si recarono nell'aula vicina, dove si aveva a decidere la terribile scommessa.
Il Lautrec rimase seduto innanzi al cammino affatto solo…. solo e in compagnia dei suoi duri pensieri.
Ed ora che noi pure ci troviamo soli con lui e possiamo considerarlo più dappresso, senz'altro obbietto che ci distragga, un ribrezzo invincibile ne dovrebbe assalire, pensando che se il ducato di Milano da una condizione particolare, che in certo modo era calma, piombò di colpo nel più profondo della miseria e del terrore, fu per opera principale di quest'uomo, di quest'uomo fatale, che affatto solo, nè con istraordinari mezzi, ma spinto dalla sua terribil natura, e talvolta da un certo impulso inesplicabile, al quale, in mancanza di altro, potrebbe darsi il nome di forsennatezza, in sì breve spazio di tempo e per così esteso ambito ha potuto recare tal danno al paese nostro da vincer quasi la rapidità e la prepotenza di una lue.
Solo produsse innumerevoli danni, e s'egli non fosse venuto governatore tra noi, è probabile che i nostri sventurati padri non avrebber patito così atroce flagello; pure un senso di giustizia ci costringe a domandare: se ne dovette esser sua la responsabilità, o piuttosto se non ne ebbe affatto, e se adesso non sia debito invece addossarla tutta, quale e quant'è, sui colpevoli omeri di re Francesco. Se quel re non iscrutò e non conobbe l'indole e l'ingegno di un tal uomo prima di mandarlo in mezzo a noi; se, conoscendolo appieno, ne lo mandò egualmente; o se, più che altro, il fece per appagare i desiderii della sorella stessa del Lautrec, supplicante scaltrita; e ai laidi vezzi di una donna sacrificò spensierato il benessere e la vita di due milioni, d'uomini, per noi è incomprensibile il fenomeno, che un tal re, anche dopo sì nera spensieratezza, ed altre tali inassolvibili colpe, sia sempre stato e continui ad essere l'enfant gâtèdegli storici.
Ma tornando al Lautrec, egli era nato uomo di guerra, uom di guerra soltanto; fuori di quell'irto campo non era cosa per cui fosse atto. La sua natura di ferro, le sue facoltà disaccordanti, le sue passioni effrenate, l'abitudine a balzare repentinamente da un'eccesso all'altro delle umane cose senza misura, senza ragione, gli vietavano di far bene in una sfera diversa.
Abbiam veduto come a Rimini, facendo l'opposto di quanti Francesi stanziavano in qualche parte d'Italia, fosse scrupoloso nell'osservare e nel far osservare il rispetto agli abitanti di quella città, e fosse eccessivo in vece il suo rigore nel punire quelli tra' suoi soldati che si fossero resi colpevoli della benchè minima violenza. Sappiamo adesso come quell'uomo medesimo, cangiato costume, abbia rilasciato i freni a' suoi luogotenenti, a' suoi baroni, a tutte le sue soldatesche.
La storia, occupandosi di lui, più volte registra un tal fatto, più volte parla delle sue ingiustizie assidue, onde, ad arricchire sè stesso, spodestava i suoi governati. Ma registrando tali cose a chiarissime parole e in più d'un'occasione, passa di volo sul resto, nè molto si occupa dell'intima vita del Lautrec, e come e perchè fosse spinto a quelle ingiustizie. Noi però, dopo aver tentato di interrogare anche il silenzio e diradare il buio, e col soccorso di pochi dati di rintracciare il valor delle incognite, possiamo aggiungere altre cose di lui.
Diremo intanto, che di quanti sventurati trovavasi nel ducato di Milano di cui, a quel tempo, non v'era forse, percorrendo tutt'Europa, più desolata contrada, di quanti infelici gemevano oppressi pel duro governo di lui, di quelle sue vittime istesse egli era, senza misura, assai più infelice.
Ciò potrebbe parere esagerazione; ma a quei due milioni d'uomini così tremendamente conculcati, rimaneva tuttavia un barlume di speranza, e le confische medesime non potevano intercettar loro le contingenze favorevoli dell'avvenire. Ma il fondo invece che costituiva il carattere permanente dell'esistenza del Lautrec era la disperazione, quando non si faccia conto delle sue speranze di vendetta, speranze di tal natura, che concorrevano anch'esse a far più acre e più torbida la sua vita. Non saremmo per altro lontani dal credere, che per quelle appunto abbia sollecitato di venire in Italia e d'esser collocato in tal posto che gli rendesse più lungo e più potente il braccio. Sia dunque l'esecrazione sullo stolido suo re, che non indugiò ad aderire a' di lui desiderii; sia lode a Dio, che gliene fece di poi pagar carissimo il fio.
Prima dell'anno 1512 il Lautrec, essendosi sempre innanzi a tutti distinto nelle fazioni di guerra, nè avendo mai altro carico, erasi meritato un nome abbastanza onorato: nè, fuori di quegli impeti procellosi a' quali talora andava soggetto, non aveva mai fatto cosa che soverchiasse i confini della ragione. Ma da quell'anno di terribile memoria cangiò al tutto natura, divenne incomportabile a chi l'avvicinava, e da principio si credette avesse il suo cervello dato di volta affatto.
La violentissima passione che avealo investito per la duchessa Elena, signora di Rimini, l'essere stato da lei rifiutato nel punto stesso in cui credeva fosse per compiersi ogni suo desiderio, e per colpa, come egli stimava, del Palavicino, cui odiava di un odio al quale le parole non arrivano; le ferite che oscenamente gli aveano deturpato il viso, e per le quali tuttodì s'accorgeva di quanto ribrezzo fosse causa a' risguardanti, erano più che sufficienti cagioni per isconvolgere un'esistenza come la sua, tessuta di passioni e d'atrabili, eccessivamente eccitabile per amor proprio, e di continuo tormentata dalla smania di piacere, smania che, fin dal suo primo ingresso nel mondo, sempre gli era stata lusingata dalle sue virtù cavalleresche, e dalla sua virile ed aitante bellezza.
Parrebbe che in uomo di sì ferrea tempra quale era il Lautrec, quest'ultima causa avesse dovuto esser troppo frivola e troppo debole per operare su di lui; troppo frivola potrebbe esserlo stato, troppo debole non lo fu; e il più degli uomini danno al proprio esteriore maggiore importanza di quello che si crede e che, per verità, non dovrebbero se fossero ragionevoli. Ma è calda ancora la memoria di un alto ingegno che tormentavasi, ed era infelicissimo per un lieve difetto del corpo; però non deve far troppa maraviglia che la deformità di Odetto, se non la prima, fosse una delle terribili cagioni dell'assidua sua tristezza e disperazione. E tanto più in quanto appunto egli era stato bellissimo, e di quel tempo avea promossi gli affetti e le passioni di quel sesso che ora, sebbene a suo dispetto, e per quanto si sforzasse dissimulare a sè medesimo continuava tuttavia ad idolatrare in segreto.
S'ei fosse nato deforme, nè mai avesse posto il senso a talune voluttà della vita, non avrebbe nemmeno provato sì acuto dolore nel dividersi da esse; pari al cieco nato, in calma avrebbe sopportato la sua privazione, e come l'uomo cresciuto nella miseria, forse si sarebbe appagato del poco che la fortuna avesse voluto concedergli; ma egli era nella condizione di un re spodestato, spodestato per sempre, spodestato e schernito e tuttavia superbo.
Dal momento che gli sorse nell'animo quell'odio implacabile per la duchessa Elena, odiò con lei tutte quante le donne, le odiò di quella guisa istessa onde odiava lei; le odiava cioè, idolatrandole come idolatrava la duchessa che tanto abborriva. E come s'accorse che per la propria deformità era stato da lei ributtato, da quell'istante scansò di trovarsi con verun'altra donna; le fuggiva tutte costantemente, espressamente, portando tuttavia dentro di sè il desiderio roditore di avvicinarle. E il pensiero che avrebbe loro destato una repugnanza invincibile, era quel medesimo che gliele faceva poi tanto abborrire, e godeva in sè stesso nel vagheggiar qualche modo per poterle tormentare.
Ma egli era troppo orgoglioso per farlo, troppo orgoglioso per farsi scorgere ch'egli avesse un pensiero di loro; avrebbe voluto che altri il facessero per lui.
E venuto in Italia, avuto in propria balia il ducato di Milano, trovandosi possessore di quante bellezze contava Lombardia, pure non si degnò mai di accostarle, non volle che gentildonna mai fosse ammessa in palazzo; ma godette di avere sotto di sè tante soldatesche sfrenate, godette di poter loro liberare il guinzaglio; e lo fece, e lor disse:
—Andate, e dovunque lasciate i segni della violenza.
Vergognava di porsi egli stesso agli atti brutali, nessuna matrona, nessuna sposa, nessuna fanciulla ebbe mai torto un capello da lui; ma gioiva che gli altri facessero strazio di quelle splendide e superbe beltà che, docili a lui un tempo, or l'avrebbero ributtato schifandolo; gioiva che gli altri calpestassero inesorabilmente quei tesori ch'egli per sempre avea perduti.
Soltanto su d'una donna egli si riserbava di fare da sè le proprie vendette, ed era in questo pensiero ch'egli passava gran parte del dì, gran parte delle notti; che li passava tormentandosi nella ricerca d'un mezzo che tosto il portasse a toccare il suo intento.
Per la sciagurata Elena, la deformità del Lautrec fu il gravissimo dei danni, che s'egli nel suo orgoglio non si fosse tenuto lontano da tutte le donne, forse nella vita avrebbe trovato qualche nuova illusione, e in questa stemprandosi le ire, avrebbe dimenticata la prima causa d'ogni suo tormento, quantunque un altro ostacolo vi fosse forse per ciò.
Non era solo per la distanza in cui tenevasi dal voluttuoso mondo, ch'egli vedeva continuamente innanzi a sè l'immagine di quella donna. Anche senza di ciò, egli si teneva un pegno con sè che tuttodì gli riproduceva quelle vaghe forme; un pegno pel quale soltanto avea trovata la forza di sopportare l'orribile vita; un pegno ch'egli amava con quell'eccesso di trasporto onde odiava la signora di Rimini e il Palavicino.
Uomini della tempra del Lautrec è forse impossibile trovarne ai nostri dì, e quando la natura ne riproduce di tali, le diverse condizioni della vita attuale li dirigono in modo da tramutarne al tutto l'indole primitiva. E oggidì sarebbe un fatto mostruoso quella costanza dell'odio per cui il Lautrec mai non perdette di vista, e mai non abbandonò le tracce dei Palavicino.
Sul mare, in veduta di Rimini, noi fummo spettatori dell'impeto furibondo onde l'ebbe investito; sappiamo che un anno dopo, alla battaglia di Novara, pagò un soldato perchè togliesse di mezzo il giovane Manfredo. La vigilia della battaglia di Marignano, i quattro sgherri colti sul fatto, come era la congettura di Manfredo stesso, erano stati pagati da lui.
In altre circostanze il Lautrec non avrebbe mai voluto ricorrere a questi così vili mezzi; ma l'odio gli aveva messa la benda, e senza vergogna avea gettato dietro di sè ogni virtù di cavaliere.
E in questo momento medesimo egli se ne sta pensando appunto al giovane gentiluomo, e sospirando l'ora in cui la sorte glielo porrà tra le mani.
Mal riuscitogli il primo ed il secondo tentativo, ostinossi sempre più nel suo truce proposito, e tanto aguzzò l'ingegno nel cercare un'insidia che non fallisse allo scopo, che per sciagura del Palavicino l'ebbe alfine trovata.
La lettera spedita a Roma, per sollecitare il ritorno di lui a Milano, non fu dunque mai scritta per accontentare le ultime volontà della madre del Palavicino; bensì fu fatta scrivere dal Lautrec medesimo, cosa di cui il lettore si sarà già accorto.
Com'egli seppe la condizione della contessa Palavicino, alla quale o per deferenza del conte Mandello che l'avea ricovrata nel proprio palazzo, o chi sa perchè altro, mai non aveva fatta ingiuria, come seppe poi quanto amore portasse Manfredo a quella donna, di colpo gli balenò quel modo di trarlo nelle proprie reti, e considerando che lo avrebbe così avuto vivo nelle proprie mani, fu assai contento della non riuscita dei primi tentativi.
Egli era dunque da qualche dì che il Lautrec se ne viveva inquietissimo; perchè, misurando tempo e distanze, parevagli che, se la lettera avesse avuto l'effetto, doveva a quell'ora essere arrivato. Tempestava perciò continuamente que' suoi cagnotti, che in agguato del Palavicino aveva sparpagliati in varie parti della città, al palazzo di lui, al palazzo Mandello, alla chiesa di S. Martino, dove la contessa madre era stata sepolta, e dove tutto induceva a credere che il figlio si sarebbe tosto recato.
Ed ora l'idea che forse quella sera gli poteva esser condotto innanzi, cominciò ad occuparlo tanto, da renderlo smemorato d'ogni altra cosa, ed all'insorgere dei dubbi che a mille ne generava il suo desiderio medesimo, si sentì agitato da tale impazienza, che più non bastava a mantenersi calmo. Vagheggiando poi il supposto, che il Palavicino avesse a cader negli agguati, proponeva e rigettava partiti sul genere di vendetta che avrebbe potuto trarre di lui, e come ne avrebbe mandato notizia alla duchessa Elena, e con che nuove minacce l'avrebbe atterrita… E in questi pensieri era così profondamente immerso, che non udiva neppure il martellare dei ferri che facevasi nell'aula contigua, nè in ultimo il suono prodotto da una subita caduta, nè quell'alto ed unico grido nel quale s'eran fuse le voci di tanti uomini. Soltanto quando a furia rientrarono nella sala i cento suoi commensali facendo tal rumore che le vôlte ne rintronarono, volse un momento la testa. Vide allora il conte Galeazzo Mandello che rientrava anch'esso per l'ultimo, assai pallido, contraffatto, tutto coperto di sudore, che s'andava asciugando.
Dopo una lunga e faticosa lotta, era al Mandello riuscito di stendere il suo avversario in terra e di vincere la scommessa.
Alla di lui comparsa si tolse un momento il Lautrec da' soliti propositi, e avendo benissimo compreso com'era andata la cosa, dopo aver guatato a lungo il Mandello:
—Avete dunque vinto! gli disse con voce agra.
—Ho vinto; però durai qualche fatica.
—Da quanto tempo avete voi pensato a questo vostro colpo? gli chiese allora il Lautrec.
Il Mandello fu sorpreso da tal domanda, ma subito rispose:
—lo non vi comprendo, eccellenza.
—Comprendo io voi! disse il Lautrec e stette per qualche tempo a fissare il conte, che fissò lui.
—Voi avete sempre odiato il De-Forses! soggiunse poi il governatore.
Il Mandello non rispose.
—L'odio è quel che rende valoroso l'Italiano; senz'odio non lo avreste mai vinto.
—Ne ho vinti di più esperti e più terribili assai, disse allora il conte con dispetto non velato.
A queste parole il Lautrec gli diede quella solita sua torva occhiata, poi conchiuse:
—Se nel vostro volto non ci fosse qualcosa che mi rimembra Gastone di Foix, il mio diletto Gastone, l'unico uomo che ho amato nel mondo, verrei adesso io medesimo a provarmi con voi, conte, e la vedremmo.
Il Mandello non aggiunse parola, ma detto fra sè.—Vorrei bene vederla,—si confuse nella folla. Il Lautrec, voltegli le spalle, di nuovo si concentrò in sè stesso.
L'amore e l'odio, spinti ambidue all'estremo lor punto, erano le passioni alterne dell'esistenza del Lautrec, il quale dal conte Mandello avrebbe sopportata non so che offesa, per ciò solo ch'esso rendeva qualche immagine del suo cugino Gastone, ch'egli avea amato quanto si può amare un uomo, che già fatto cadavere, alla battaglia di Ravenna, avea serrato tra le braccia difendendolo col valore della disperazione contro a mille punte, e che avrebbe voluto ritornare in vita col sagrificio della propria.
Ma la memoria del cugino diletto e della battaglia di Ravenna, associandosi all'altre, con subita fitta gli rimise l'animo sossopra.
Intanto le cento voci de' baroni e de' soldati assembrati in quell'aula tornarono a farla risuonare di un alto e continuo frastuono. Avvinazzati come erano, e continuando ad avvinazzarsi, eransi già quasi dimenticati dell'ucciso collega. Se colui fosse stato ucciso in guerra, nulla avrebber tralasciato per vendicarlo, ma essendo caduto in duello il fatto era assai regolare, e quand'anche sentissero un segreto rancore pel conte, pure non fecero atto che li palesasse, ed ingegnandosi a tuffarlo nel vin di Borgogna, volsero il discorso ad altro. Due soli uomini se ne stavano silenziosi in mezzo alle baccanti gridi che squarciavan le orecchie, il conte Galeazzo e il Lautrec, il quale, dopo alcuni momenti, chiamato un soldato, gli disse alcune parole, per cui il soldato stesso, partito di volo, ritornò tosto in compagnia d'un uomo di camera, il quale, udito il Lautrec, uscì poi subito, per ritornare anch'esso dopo breve intervallo, conducendo seco un fanciullo.
Fu cosa assai notabile che appena fu veduta spuntare quella vaghissima testa del fanciullo, da tutti i punti della sala sorse quel sibilio particolare coi quale in un'adunanza si raccomanda altrui il silenzio, e un così perfetto silenzio successe infatti, che parve se ne fossero tutti improvvisamente usciti di là.
Erano uomini sfrenati la maggior parte, e in quel momento oltre il solito alterati dal vino, eppure a quell'improvvisa comparsa non avevan più osato pronunciare una parola….
Il fanciullo era corso intanto presso il Lautrec, il quale, contemplatolo a lungo, se lo strinse vicino.—Quel fanciullo era l'unico oggetto per cui sopportava l'orribile vita, il solo che tanto quanto gli rallegrasse i tetri giorni, il solo a cui avrebbe fatto sagrifizio di sè, d'altrui, di tutto, di tutti, pel quale si affannava con trovati iniqui ad ammassar tante ricchezze, il solo per cui, con legge strettissima, era a tutti stato imposto il più scrupoloso riguardo.
Una notte, in un'occasione come la presente, mentre il fanciullo se ne stava presso al Lautrec, ed uno degli ufficiali che trovavasi nella sala con lui, venne profferita, nel fumo dell'ebbrezza, una oscena parola che poteva offendere l'innocenza del fanciullo. È impossibile il dare un'idea del furore, onde il Lautrec, a quella parola, fa trasportato; furore che non dileguò senza un terribile effetto, ed il dì dopo sei palle di piombo avevan fracassata la testa dell'incauto e sciagurato ufficiale.—Fu inaudito rigore, fu ingiustizia che provocò l'ammutinamento in tutte le truppe; ma l'irremovibile e ferrea volontà onde il Lautrec avea rintuzzata ogni forza di reazione, ingenerò tale sgomento in tutti, che nessuno mai più si dimenticò di quel fatto, onde ogni qualvolta compariva in mezzo ad essi la vaga figura del fanciullo, ognuno si taceva per tema di profferir parola che fosse in fallo; e il rispetto pel Lautrec era tale che vinceva anche l'azione prepotente dell'ebbrezza; così era fatto quell'uomo.
Nessuno però, per quanto la memoria del fatto fosse terribile, portava odio al fanciullo che n'era stata la prima causa; bensì le care grazie di quella creatura gli avevano conciliato l'amore di tutti.
Il fanciullo poteva avere otto anni d'età, nè linee più gentili potevansi immaginare di quel suo viso, nè forme più eleganti delle giovinette sue membra. E ciò che forse il rendeva ancor più attraente, era un tal pallore non solito nei fanciulli di quell'età. Una prolissa capellatura castagno-cupa gli cadeva in anella sul collo e sulle spalle, le pupille grandi, lucenti, erano adombrate da due fini sopraccigli, nè sapevasi immaginar cosa più soave del modo onde volgeva lo sguardo. Queste naturali vaghezze erano poi giovate da un vestito azzurrino che gli si stringeva alla carne con grata eleganza.
Continuava il silenzio nella grand'aula tanto che s'udiva distintamente il crepitare che faceva la fiamma sul focolare. Intorno alla gran tavola, su cui alla rinfusa stavano i segni dell'orgia notturna, si vedevano quelle cento faccie soldatesche accese pei vapori del vino e pel riverbero della fiamma, e fatte così ancor più rozze e più truci del solito. Innanzi al camino, a qualche distanza, seduta la grave persona del governatore. Se dunque, al primo, non pareva cosa che s'addicesse a quel luogo ed a quegli uomini la vaga e purissima figura del giovinetto, non era tuttavia senza il suo prestigio quella scena curiosa; e tanti uomini fatti silenziosi per lui e tante pupille converse in lui solamente e il governatore che lo guardava con affetto che parea compunzione religiosa, tutto ciò potea suscitare una strana, ma pur grata commozione.
Il Lautrec, porgendo orecchio alla voce argentina del fanciullo, lo stava dunque osservando con religioso affetto, e parea che contemplando quel volto più non si ricordasse nè del luogo ove trovavasi, nè da quali cose fosse circondato, nè quanti uomini stessero a guardar lui in quel punto.
La tenerezza, che di consueto non trapelava mai dalla fiera tetraggine della sua natura, si era allora come sprigionata da un duro involucro. In quel momento l'esistenza del Lautrec non era che amore, ma così intenso amore, che la commozione che glie ne derivava gli tirava quasi le lagrime agli occhi. Chiunque allora avesse potuto guardargli in cuore, dimenticando chi esso era veramente, non avrebbe saputo rifiutarsi a compiangerlo, direi quasi, ad amarlo; tanta era la santità del suo affetto, tanto l'angore onde contemplando quel volto, immagine viva e perfetta e ognora presente di un altro volto fatale, si sentiva tramestar l'anima, risalendo col pensiero ad un giorno, ad un'ora, ad un punto perpetuamente memorabile.
Il lettore si ricorderà che il Lautrec, quando colle truppe si partì di Rimini, chiamato in Francia, seco si avea condotto un fanciullo di pratica altamente segreta. Ora, se avesse innanzi agli occhi il ritratto del fanciullo Armando e della signora di Rimini, tosto il mistero gli sarebbe chiarito.—La sciagurata Elena era la madre di Armando, di cui Lautrec era padre!!
E non pareva vero come, vedendo nelle fattezze del figlio la donna istessa che tanto abborriva, potesse poi amarlo di tanto amore. Pure in questa notte, considerando che di lei gli rimaneva un tal pegno che a tutti attestava esser egli stato riamato da lei, provò un così vivo soprassalto di compiacenze, che si strinse accanto più teneramente che mai il giovanetto Armando, e illudendosi, nel guardarlo fisso, artificiosamente illudendosi di vedere la stessa Elena, e di averla innanzi, e l'odio non potendo più a far sentire la sua voce, e rinascendo l'amore, provò un istante di felicità perfetta; taceva ancor tutto d'intorno, egli non udiva che il molle respiro d'Armando, e si sforzò, direi quasi, a mantener viva quell'illusione il più a lungo che potè.
Scoccarono allora le cinque della notte all'orologio di San Gottardo. A tal suono si scosse, e di tratto fu ricondotto alla realtà che lo circondava. Fu il ritorno dello spasimo dopo un istante di calma perfetta. Ed egli n'ebbe sì cruda la sensazione, che balzò in piedi improvviso. L'angoscia di quell'uomo in tal punto varcò il consueto confine; avrebbe destato orrore più che pietà. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Dopo qualche tempo entrò di fretta nella sala l'uomo di camera, e s'accostò al Lautrec. Quella folla di baroni, che da qualche tempo lo stava guardando in silenzio, notò la sollecitudine straordinaria con cui quell'uomo era entrato là dentro, e l'atto che fece il Lautrec nell'udire le parole.—Quest'atto fu tale che si guardarono in viso come interrogandosi sul suo significato, e tanto più quando videro il governatore prendere il fanciullo per mano, passarlo all'uom di camera e uscir con essi in manifesto disordine.
Uscito lui, il silenzio fu rotto di subito, e il generale bisbiglio che gli successe crebbe grado grado fino al più alto frastuono.
—Hai tu veduto?
—Che vorrà dir ciò?
—Sarà qualche dispaccio del re.
—Un dispaccio del re non può essere.
—Qualche lettera della sorella.
—Non poteva esserne scosso a quel modo.
—E che sai tu?
—Nulla io so.
—Ed io so invece che da qualche tempo ei vive in grandissimo timore non sia la sua sorella per perdere la grazia del re.
—Questo non sarei lontano dal crederlo.
—Zitto…. silenzio…. corsero allora molte voci per la sala.
—Tu se' incauto a parlar così; s'egli ti udisse, guai!
—Guai! lo dico anch'io.
—Io sono impaziente di sapere quel che fu e quel che ne sarà.
—Zitto: ho sentito a sbattere una porta.
—Zitto, tacete, è lui.
—No.
—Silenzio…
Era il Lautrec infatti; tutti si rimisero in quiete, in aspettazione di qualche gran cosa.
Il Lautrec era manifestamente convulso, e gli balenava un raggio di terribil gioia tra ciglio e ciglio.