CAPITOLO XXI.

—Uscite tutti! tuonò poi con quella sua voce nasale, e piantandosi nel mezzo della sala.

Nessuno al primo si mosse, tanto erano perplessi per la curiosità.

—Uscite tutti! tornò a gridare più forte il Lautrec.

Allora, per quanto lo stupore lor facesse forza, tutti si mossero in fretta, e pel disordine s'affollarono, uscendo, in sulla soglia, come branco di bufali sgominati dal ruggito di un tigre reale.

Il conte Galeazzo, che uscì l'ultimo e che più di tutti era impaziente di saper quel che fosse, potè allora udire il Lautrec a pronunciare tra' denti queste precise parole:

—Ora non mi potrà più sfuggire.

Manfredo Palavicino, assalito un momento prima, mentre senza scopo e all'impazzata andava avvolgendosi in un labirinto di viottoli, da quei tre che abbiam veduto affrettarsi sui passi suoi e che finalmente s'erano risoluti, assalito all'impensata, e quand'egli era tutto immerso ne' suoi pensieri e nella sua disperazione, a malgrado della resistenza che macchinalmente vi aveva opposto, era stato preso e tostamente tratto al palazzo ducale. Così cadde nelle insidie del Lautrec, dopo averle tante volte scansate. L'amore unico che portava a sua madre aveva respinti i consigli della fredda prudenza, ed egli stesso era corso incontro al proprio pericolo. Al numeroso volgo potrà parere debolezza imperdonabile, ai pochi venerabile infortunio. Vi hanno tali posizioni nella vita, in cui per sentenza del più degli uomini, fu stimato necessario l'assoluto e tirannico dominio di una virtù sola, innanzi alla quale tutte le virtù subalterne debbono tacere, il dominio d'una virtù dura e inflessibile, quasi non compatibile coll'umana natura, dalla quale tutte le passioni, anche le generose, debbono necessariamente esser messe in fuga. In una tale posizione trovavasi il Palavicino, ma per offrire all'incontro in sè lo spettacolo di un uomo che, tendendo per risoluzione deliberata della volontà ad un gran fine, lungo il cammino è impedito non solo dagli esterni ostacoli, ma sì anche dalle intime lotte dell'animo, ed a risolvere il problema se, attraverso a tanti ostacoli, sia mai possibile ad uomo di toccare i supremi intenti nella vita.

Ma il Lautrec avea toccato il suo. Dopo tanti sforzi falliti per impadronirsi del Palavicino, dopo aver prezzolati sicarj che non seppero rispondere al mandato, dopo aver messa indarno un'ingente taglia sul capo di lui, finalmente aveva potuto ghermirlo con un'insidia astuta e perfida.

La gioia che gli venne per tale avvenimento fu di quelle che di rado provano gli uomini; ma come l'ebbe assaporata per alcuni momenti, condotto dall'istessa sua gioia a considerare il passato, senti vergogna di aver dovuto ricorrere a mezzi così vili, per raggiungere il suo fine; e il pensare che, di tal modo, l'uomo che odiava veniva di tanto a ingrandirsi al cospetto dell'universale, di quanto egli si abbassava, tosto gli mise il dispetto nell'animo. Avrebbe voluto che sul Palavicino insieme alla sventura cadesse anche il vituperio, perchè in faccia alla duchessa Elena comparisse così una cosa vilissima. Ma il fatto troppo si opponeva a questo suo desiderio, ed ora che il Palavicino era in sua piena balia e di lui potea fare ogni strazio, la scomparsa d'ogni ostacolo quasi gli fece smarrire ogni entusiasmo…. e d'uno in altro pensiero, cercò se mai si potesse trovare un modo di purgarsi della taccia di traditore, per far cessare qualunque accusa, e conseguentemente per togliere ai Palavicino, se fosse stato possibile, anche la grandezza della sua disgrazia.

Un lampo gli balenò nella mente; pensò ch'ogni supplizio era inutile, ch'eravi un mezzo per rendere il Palavicino spregevole in faccia al mondo. Dare ad intendere d'averlo tirato a Milano non per altro che per costringerlo alle vie dell'onore, offerendogli di battersi seco colle armi della lealtà, e nel punto stesso di toglierlo di mezzo, vestire colle apparenze di una generosità straordinaria lo sfogo della propria vendetta. Lo stesso desiderio di togliere colle proprie mani la vita all'uomo che odiava, lo aveva aiutato a far l'astuto disegno; d'altra parte era tanta la sicurezza che aveva di sè stesso, che non poteva nemmeno ammettere il dubbio non fosse il Palavicino per rimaner soccombente. E la cosa era così infatti. Per quanto il giovane Manfredo fosse valentissimo nel maneggio dell'armi, da aver pochi eguali, tuttavia non poteva dipendere che da un prodigio la salvezza di lui, e lo star contro al Lautrec colla spada in pugno era quasi come mettere il capo sotto il tagliente del patibolo. Del resto, ogni uomo ragionevole comprenderà che il Palavicino non veniva ad impicciolirsi per nulla, se, nella gara della forza fisica, era tanto inferiore all'altro.

Il Lautrec erasi dunque gettato a sedere, volgendo in mente il nuovo disegno, quando gli sovvenne che si attendevano appunto i suoi ordini pel modo da comportarsi col suo prigioniero il quale stava ancora in palazzo. Nel primo momento che gli fu annunziata la cattura di lui, affrettatosi a lincenziar tutti per trovarsi solo, non aveva avuto il tempo di recarsi a vederlo; ma ora gliene venne una gran voglia, la voglia di guardare a lungo l'uomo che da tanto tempo aborriva, e che oramai non era altro che la sua vittima certa. Chiamò dunque un soldato—Mi si conduca qui il Palavicino in sul momento—gli disse. Il soldato partì.

Correvano sette anni da che il Lautrec si era trovato col Palavicino sul mare, presso a Rimini, la prima volta in cui l'avea veduto; ora stava per vederlo una seconda volta. Un'ansia strana provò in quest'aspettazione. Quando al rumore che fecero gli usci nell'essere sbattuti, s'accorse che qualcheduno veniva, si alzò. In tutti que' suoi moti e que' suoi atteggiamenti c'era qualche cosa d'indefinibile che molto somigliava ai moti d'istinto delle belve. La porta finalmente si aprì; egli vi gettò lo sguardo avido…. vide e tremò…. tremò; tanto la vista di Manfredo gli mise un sussulto, un orgasmo insolito in tutte le fibre, e fu a un punto di gettarsegli contro come per farlo in brani. Pure le tendenze dell'uomo vinsero gli istinti ferini e si contenne, e dissimulò e cercò anzi di far venire sul labbro le parole più calme. Così comandò d'uscire a coloro che avevano accompagnato il Palavicino; e rimase da solo a solo con lui.

Lasciò passare qualche momento, poi si volse a gettare un'altra occhiata su di esso, quasi per avvezzarsi a sopportarne la vista, ma non potè, e tosto si rivolse. Finalmente parlò, pur continuando mentre parlava a guardar la fiamma che gli ardeva dinanzi:

—Son sette anni che ti cerco, marchese; sette anni che sospiro di trovarmi faccia faccia con te…. E ora sei qui…. però, se sei ragionevole, capirai che non v'è più speranza…. La legge parla chiaro e forte…. Tu sei un ribelle….

Qui fece un momento di pausa.

—Pure hai da ringraziare Iddio, continuò, ringraziarlo dell'odio stesso che ti porto, ringraziarlo, perchè se tu mi fossi indifferente, tosto saresti gettato in bocca della legge, e a chi tocca tocca; così invece voglio che la giustizia ti ceda a me, e francandoti del resto, altro non pretendo se non che la tua spada abbia a toccare la mia; questa sola, e il destino, decideranno dunque di noi. Ora se hai qualche cosa a dirmi, parla.

Manfredo non rispose nulla. Il Lautrec lo guardò per la terza volta.

—Credo d'aver parlato chiaro, e quantunque la tua bocca stia chiusa, crederò che hai udite le mie parole, e che accetti.

Manfredo accennò del capo, ma continuò a tacere.

Il Lautrec cercò allora se avesse qualch'altra parola da dire, ma non trovandone più, ed accorgendosi di non poter sopportare la presenza dell'abborrito giovane senza venir tosto a qualche estremo, uscì egli stesso della sala.

Dopo qualche tempo vi entrarono quattro soldati con arme in asta, i quali senza parlare si collocarono ai quattro angoli, e un uomo che s'accostò al Palavicino e gli parlò non senza una certa cordialità, avvisandolo che per tutta la notte gli conveniva fermarsi in quel luogo.

Il Palavicino non fece parola; soltanto, dopo alcuni momenti, domandò gli si recasse dell'acqua. Recata che gli fu ne bevve molta; dopo si liberò della pelliccia onde ancora era coperto, e si assise innanzi al fuoco. Per tutta la notte rimase poi solo in questo modo insieme ai quattro soldati.

Il dolore non confortabile per la morte di sua madre, la corsa disastrosa, la stanchezza del corpo, il gelo che gli aveva irrigidite le membra, avevan messo una tale stupidezza nella mente di Manfredo che, al primo, quando s'accorse d'esser caduto nelle mani del Lautrec, quasi non seppe misurare tutta la gravezza della sua situazione. Nè la vista del Lautrec medesimo, nè le di lui parole bastarono a riscuoterlo. Come si trovò solo però, come poco a poco il calore della fiamma gli ebbe ristorato il corpo assiderato…. anche le facoltà dello spirito si rialzarono con quello, e la sua mente cominciò a meditare con ordine. Considerando allora quanto la sua venuta a Milano per rivedere la madre era stata indarno, s'accorse del mal passo che avea fatto per non aver voluto ascoltare i prudenti consigli del Morone, s'accorse d'avere così tradita la causa del paese comune, pensò che a simile notizia tutti gli Italiani che v'erano interessati, ad una voce e con ragione lo avrebbero caricato di rimproveri. E fermandosi su di ciò ebbe tal rimorso, tanta vergogna di sè stesso, che la disperazione gli entrò nell'animo, e pregò Iddio perchè lo facesse morire in quel punto. Pure di considerazione in considerazione, le parole del Lautrec che macchinalmente aveva udite, e di cui non gli era stato chiaro il senso, a poco a poco gli si svolsero innanzi con evidenza. Quell'offerta che gli faceva il Lautrec di battersi seco, nel mentre poteva tosto consegnarlo al carnefice, gli parve una disposizione della provvidenza, che vegliava lui e il suo paese, e che ad espiare e riparare le proprie debolezze e i proprii mancamenti gli affidava il più difficile e pericoloso carico, nel mentre che forse gli apriva il campo per conseguire il supremo suo fine a un tratto. Così grado grado si venne accendendo all'entusiasmo, fino al punto, che tenne per certo ciò che non era che illusione. E sebbene sapesse quant'era poderoso il braccio del Lautrec, non si smarrì, provando allora una tale sicurezza nelle proprie forze, quale non avea forse mai avuto; sicurezza che gli derivò appunto dalla confidenza che avea posto nell'intervento espresso della provvidenza; e sentendo rinascere il rimorso di quanto aveva fatto, quantunque la pietà per sua madre gli paresse tuttavia cosa santissima e tale, che bastasse a giustificarlo in faccia agli uomini, pronunciò in que' momenti nel santuario dell'animo suo il giuramento di posporre sempre ogni privato affetto alle cure della patria, di far tacere ogni moto, anche generoso, del cuore, quando in qualche modo fosse per esser di danno ai più alti interessi d'Italia; e quel giuramento lo pronunciò con tal fervore, e nel pronunciarlo era esaltato da un così forte amore pel paese in cui ora nato, e per gl'innumerevoli suoi fratelli di sventura, che ogni ammirazione sarebbe stata minore, in quel punto, alla venerabile altezza de' suoi propositi.

Se il Morone aveva fatto capo sul Palavicino per tentare un colpo ardito al fine di cacciare i Francesi di Lombardia, era appunto per aver scorto nel suo giovine concittadino questa tendenza alle veementi accensioni dell'entusiasmo, che talora sono generatrici di grandissime cose; però lo aveva anteposto a talun altro forse più di lui fornito di equabile fermezza, ma di lui meno ardente. Ed era presumibil cosa, che se in tal momento il Palavicino si fosse trovato in campo a comandare una mano d'armati contro Francia, con quella avrebbe saputo tentare ciò che ai più sarebbe sembrato impossibile, tanto l'entusiasmo lo avrebbe fatto unico nel valore.

Ma intanto era ne' lacci del governatore e doveva chiamare sua gran ventura l'avere a tentar la sorte con lui; e ciò era tuttavia incertissimo, perchè egli versava nel pericolo, che da un istante all'altro il Lautrec cambiasse di proposito, e invece di combatter seco lo consegnasse al carnefice.

E a un tal pericolo, se nella nuova sua fiducia, il Palavicino non pensava gran fatto, ci ebbe a pensar poi seriamente un altro che aveva la mente più calma della sua.

Appena il conte Mandello, che nel lasciare il Lautrec aveva udite le sue parole ed erasi martellato il cervello per trovar loro una spiegazione, si fu ridotto al proprio palazzo e sentì dal maggiordomo che il Palavicino era giunto in Milano quella sera stessa, è troppo facile ad immaginarsi com'ei rimanesse a tale notizia, e come, dopo aver udito i dubbi e i timori del maggiordomo, che gli raccontò tutto quanto era successo, dovesse comprender tosto il significato delle parole del governatore, e chi era l'uomo caduto nelle sue mani. E fu per modo alterato da tal nuova, che non seppe trattenersi dal rimproverare violentemente il maggiordomo di non aver impedito al Palavicino di uscire, e pensando ch'ell'era una sventura, a cui non potea trovarsi il riparo, n'ebbe un rammarico estremo.

Ritiratosi nelle sue camere, non potè per tutta notte chiuder mai occhio, tanto la sua mente lavorò di continuo intorno a quella terribile avventura. Pensò se a lui fosse mai possibile di placare gli odii del governatore, e sospirò spuntasse l'alba per recarsi tosto al palazzo ducale. Ma una tale speranza gli parve poi la più pazza cosa del mondo, considerando l'inflessibile natura del Lautrec, e si volse ad altro, e di pensiero in pensiero mise in campo infiniti partiti per riuscire in qualche modo ad attenuare la sventura del Palavicino, e si sforzò con tutta l'acutezza della propria mente a cercare qualche mezzo a liberarlo dalle mani del Lautrec. Ma la difficoltà, per non dire l'impossibilità, di trovarne uno, gliene fece più d'una volta deporre il pensiero, e più d'una volta finì a conchiudere, che altro non gli rimaneva che di compiangere l'amico e di continuare nella sua regola di dissimulazione, per non mandare a vuoto anche il resto. Tuttavia il lavoro della mente non avendo avuto mai posa un'istante, gli fece finalmente balenare innanzi un partito. Lo considerò, vi si fermò sopra, gli parve possibile, quantunque d'esito incertissimo e assai pericoloso. E ciò gli mise tanta agitazione nel sangue, che dovette alzarsi ed attender l'alba passeggiando per la camera. Pure, quando spuntò, vide che non gli era conveniente il recarsi a quell'ora a palazzo, e che per colorire il disegno gli bisognava dissimulare e recarsi presso al Lautrec intorno alle ore consuete degli altri dì, e aspettare che colui parlasse il primo; far tutto ciò insomma che desse a divedere ch'egli non si prendeva gran pensiero del Palavicino. L'ansia che provò in tutto quel tempo che dovette aspettare fu certamente straordinaria, come straordinaria fu la fermezza, onde seppe dominarsi per non tradir l'amico e sè stesso. Venne il momento, alla fine, di recarsi a palazzo. Quando mise il piede sotto gli atrii del gran cortile il cuore gli battea sì forte che parea volesse scoppiargli, ed era questa la prima volta in sua vita che provava una tal cosa; ma di fuori vestì la massima impassibilità, e prima di andare dal governatore s'intrattenne con qualche soldato ad interpellarlo intorno a tutto quello ch'era avvenuto la notte prima. Che il Palavicino fosse stato catturato e condotto in palazzo era noto a tutti, noto era parimenti ch'esso trovavasi tuttavia prigioniero nelle stanze del Lautrec; ma non sapevasi ancor nulla della risoluzione presa dal governatore.

Il conte Galeazzo si recò dunque difilato da lui. cosa che da molto tempo solea fare per abitudine, Innanzi che gli fu, lo guardò del suo occhio scrutatore per vedere come stesse di dentro. Non vi era uomo che più del Lautrec mostrasse in volto le più interne agitazioni dell'animo: vi lesse dunque quel che vi dovea leggere: e sapendo ch'esso non avrebbe saputo trattenersi a lungo dal raccontargli ciò ch'era avvenuto, pensò di lasciar parlar lui per il primo.

E non passò infatti molto tempo, che il Lautrec guatando il Mandello con una espressione particolare:

—Non avete nessuna cosa a dirmi, conte?

—Non avrei nulla, eccellenza.

—Non sapete dunque quel ch'è avvenuto qui dalla notte passata in poi?

—Ah!…. lo so benissimo… Me ne disse ora appunto qualche cosa ilDe-Guigne.

—E così?

—E così peggio per colui. Non so che dire, la sua stolidezza mi fa più dispetto assai di quello che la sua disgrazia mi faccia compassione. S'egli medesimo ha messo il collo nel laccio e ha stretta la corda, tal sia di lui.

—Pure era anch'esso un vostro amico.

—Senza dubbio, era uno del gran numero anch'esso.

—E la madre di lui morì nelle vostre braccia.

—Davvero ch'io non so qual cosa non avrei fatto per quella donna infelice. Vi assicuro che nessuna pietà sarebbe stata mai troppo per le sue miserie. E s'ella è morta ne ringrazio Iddio, che così sfuggì allo strazio di veder suo figlio tratto al patibolo.

—Ho pensato di farne altro di lui, conte.

—Che?

—Il patibolo è fatto pe' miei nemici volgari, per quelli soltanto, ma pel marchese, per quest'uomo che abborro, ci sono io, io stesso.

—Non vi comprendo, eccellenza.

—Io non so quel che valga colui nel maneggio dell'armi; dunque io lo faccio degno di provarsi con me. Quel ch'è passato tra me e lui non può che decidersi in tal modo. Del resto la disfida sarà mortale…. sarà tale, che a voi tutti ne rimarrà orrenda la memoria per anni ed anni.

—Lodo una tale risoluzione, disse il Mandello nascondendo l'estremo suo stupore, essa è degna di voi, è degna del marchese.

—Lo credi?… Egli morirà dunque…. Così la sua morte potesse far provare, a quella che tu sai, le pene dell'inferno in questa vita… Pure la mia clemenza è soverchia…. Luigi XI ne avrebbe fatto altro di lui…. Quasi sarei tentato imitare quel re… quasi vorrei ripetere sul tuo concittadino il supplizio di Nemours… purchè quella donna fosse presente al supplizio, purchè essa potesse ricevere sopra di sè il sangue abborrito di lui.

Il Mandello stimò bene di non rispondere, e lasciare che tutto evaporasse il furore del Lautrec. Dopo si recò con lui nella sala d'armi, dove spesso soleva trattenersi co' baroni ed ufficiali francesi in esercizi cavallereschi, finchè venisse l'ora di accompagnare, insieme agli altri, il governatore in castello, dove ogni dì esso aveva per costume di comandare in persona qualche compagnia di fanti e di cavalli.

Mentre s'indugiò in quella sala, il Mandello pensò seriamente alle parole del Lautrec ed a quanto era a farsi; a tutta prima, quando sentì non trattarsi che di un duello, sembrandogli che fosse gran ventura che il Lautrec avesse preso quel partito, stette a un punto di non farne altro e di lasciare andar le cose a beneficio della sorte; ma come s'accorse, all'ultime parole del governatore, che per l'odio unico che lo sommoveva, facilmente poteva esser condotto a qualche risoluzione atroce prima di venire al duello, e che ad ogni modo la condizione del Palavicino era tale, che a sperare nella sua salvezza non poteva essere che un pazzo pensiero, fermò di mettere in effetto quel disegno che la mattina gli era balenato in mente. In quanto all'onore del Palavicino, pensò, che impedendogli di venire alle armi, non ne avrebbe per ciò scapitato d'un punto, perchè in fine il Lautrec lo aveva tratto a Milano a tradimento, ed ora lo teneva prigione, circostanze tutte che non si affacevano per nulla alla libera condizione delle armi, ed erano più che sufficienti perchè il Palavicino non potesse aver nessuna fede nel Lautrec e provvedesse a sè medesimo. Convinto di ciò, e considerato che non era altra via a tentare per salvare l'amico, e che lo stato di lui meritava la pena dell'altrui sacrificio, per quanto vedesse che il pericolo era gravissimo, pure vi si gettò col coraggio dell'uomo che tutto ha misurato, e che ha dimenticato ogni altra cosa nel mondo. Cercò dunque un pretesto, ed uscito dal palazzo recossi al proprio; sopratutto gli premeva di non perder tempo, e, se fosse stato possibile, di condurre ogni cosa a termine entro quel dì stesso. Ritiratosi nella propria camera, chiama il maggiordomo, e chiama tutta la servitù.

—Amici, loro disse, io sono costretto a licenziarvi tutti: entr'oggi questa casa deve rimanere deserta. Così, se mai qualche procella fosse per cadere su di lei, penso che le pietre non daranno sangue: qui vi è dell'oro, prendete; con questo provvederete ad uscir tosto dalla città ed al più presto possibile fate di riparare fuori del ducato di Milano.

Tutti si fecero attoniti.

—Ciò non vi dovrebbe fare gran maraviglia, che sapevate bene quanto questa nostra ragione di vita fosse precaria; oggi mi è indispensabile fare tal cosa, alla cui notizia il governatore, se il potesse, darebbe fuoco a tutta la città; spacciatevi dunque, e se vi sarà possibile, fate di raccogliervi tutti in sul Modenese. Non è improbabile che abbiate a ritornare ancora tutti al mio servigio: andate.

Tutti uscirono, due soltanto dei servi, ai quali il Mandello aveva fatto cenno, si fermarono.

—Voi due siete i più giovani e i più coraggiosi, e so che ad un bisogno sapreste spendere la vita per una buona cagione; perciò ho fatto conto su di voi, e vogliate ringraziarmi, perchè se la cosa riuscirà bene, voi non avrete mai più a servire in vita vostra. Rimarrete dunque con me, e spero che vorrete fare tutto quello che io sarò per dirvi. Si tratta di condurre con noi il figliuolo del governatore, senza che il padre, nè la Corte, nè altri se ne accorga, il condurlo fuori del ducato; vedete dunque quanto è grande il pericolo a cui andiamo incontro, e quanto è necessario ch'io mi abbia preso a compagni due uomini come siete voi: del resto, l'impresa è di tal natura, che può benissimo giovare agli interessi del nostro caro Milano. Tu dunque, per adesso non devi far altro che attaccare alla paravereda quella coppia di cavalli che ho guadagnato al Lautrec medesimo al giuoco; non vidi mai gambe di cervo più veloci delle loro, e poi voglio che il figliuolo sia tratto dai cavalli del padre; fatto questo, ti recherai presso porta Romana, e colla paravereda non devi far altro che aspettarci presso al pioppo di S. Giovanni; se lo vorrà Iddio noi ci verremo in poco tempo. Va dunque, e spacciati e fa ch'io abbia a dire poi che tu sei veramente quello che ti ho sempre stimato; tu poi, si volse all'altro servo, insella i due cavalli, e come hai fatto altre volte, verrai con me a Corte e accompagneremo il Lautrec in castello; quello che avremo a far dopo, lo vedrai.

Mezz'ora dopo, la paravereda tratta da due focosissmi cavalli, uscì della porta del palazzo Mandello, e il conte, dopo aver raccomandato, per la seconda volta, a' suoi servi, che gli si strinsero intorno nel cortile quando egli fu a cavallo, che badassero ad uscir subito, oppure a disperdersi in varie parti della città, qualora non fosse loro possibile di partire in quel dì stesso…. si recò alla Corte ducale.

Nel tempo che ne stette assente, il conte Galeazzo Mandello non potè mai escludere il timore che il Lautrec, in quell'intervallo, fosse mai per mandare a vuoto, con qualche atto estremo, tutti i suoi progetti, per cui appena entrò in palazzo, la prima cosa fu di assicurarsi ancora intorno allo stato delle cose; ma seppe che Odetto persisteva sempre nella prima sua volontà di venire al duello, seppe inoltre, che erasi stabilito di farlo succedere il dì dopo, in faccia a gran moltitudine, e a tutti gli ufficiali. Non fu dunque interrotto per nulla nel suo disegno, e accompagnò il governatore in castello; colà, dando belle parole a lui e a tutti, non si fermò che alcuni istanti, e quando vide che il Lautrec era tutto intento a disporre un quadrato di fanti, disse al servo:—Andiamo, e partì di corsa.

In pochissimo tempo furono al palazzo ducale; il Mandello, entrando a galoppo, ne fece risuonare gli androni così, che i famigli del Lautrec ne fossero avvisati; e senz'altro affacciatosi all'ingresso delle stalle ducali, chiamato il mastro scudiere:—Fate insellar tosto il cavallo pel figlio di sua eccellenza, gli gridò in tuono alto; e tu, voltosi ad un famiglio che gli passava presso in quella, presto, va negli appartamenti del figlio del governatore, di' al suo uomo lo conduca subito abbasso, che sua eccellenza lo vuole in castello; ma che si spacci, perchè sa bene come sua eccellenza ciò che vuole, lo vuol presto. Va dunque.

Dopo alcuni momenti s'affacciò in fatti ad uno dei finestroni rispondenti in sul cortile, l'uomo del fanciullo Armando per parlare al conte:

—Siete voi che avete dato l'ordine?

Il conte alzò la testa.

—Per dio, mi par bene d'aver parlato chiaro: dov'è dunque il fanciullo…. Presto, che sua eccellenza aspetta, e se passa più tempo che non occorre, vorrà dare in ismanie, lo conoscete pure.

La testa dell'uom di camera scomparve dalla finestra. Due scudieri intanto condussero fuori a mano il cavallo in gran bardatura.

Il conte Mandello e il servo di lui, si guardarono in volto: temevano che da un momento all'altro fosse per succedere un contrattempo, e irrequieti davan di volta col cavallo pel cortile.

Finalmente comparve il fanciullo Armando tutto avvolto in una pelliccia, e condotto a mano dal suo uomo.

Questi, rivolto al conte Mandello,

—Sua eccellenza, disse, ha de' strani capricci, e facendo un tal freddo, avrebbe fatto meglio a lasciare il fanciullo in palazzo, che egli sa bene come questo ragazzo si mette giù ammalato per poco.

—Che cosa volete, è fatto così; ma sbrigatevi.

Il fanciullo dai due scudieri fu messo a cavallo; il conte Mandello e il suo servo gli si misero ai lati.

Era avvenuto tante volte, che il governatore nel mezzo delle sue più serie occupazioni, preso repentinamente da quella sua pazza smania di vedersi accanto il figliuolo, mandasse a prenderlo in quel modo da taluno de' suoi ufficiali, o da altri, che nè all'uomo di camera, nè agli scudieri, nè a famiglio veruno, entrò pur ombra di sospetto in mente; e il conte Mandello s'era appunto attenuto a questo partito, perchè era il più semplice, sebbene il più aperto.

Usciti così dalla porta del palazzo, senza accidente di sorta, in sulle prime finsero di prendere per la via che metteva al castello, poi improvvisamente facendo dar di volta al cavallo, il conte accennando al servo che guardava lui continuamente cangiò direzione.

I tre cavalli presero allora la rincorsa a galoppo, intanto che il Mandello volgeva qualche dolce parola al fanciullo, che senza sospetto, con quella sua voce argentina, gli rispondeva di conformità, furono presto in Porta Romana. Le case lor fuggivano d'innanzi; finalmente apparve la cima del gran pioppo di S. Giovanni, co' suoi rami secchi e bianchissimi di neve raggelata, e il Mandello scòrse la sua paravereda. Qui temendo assai di un altro contrattempo, perchè il fanciullo poteva far qualche sospetto, pensò che bisognava giuocare di risolutezza, e che per poco non occorreva farsi caso dello spavento del fanciullo, e perciò accostatosi al servo:

—Quand'io, gli disse a voce sommessa, aprirò lo sportello della paravereda, tu getta il tuo mantello sulla testa del fanciullo, perchè non possa gridare, e afferralo alla cintura e mettilo dentro di forza, ch'io scenderò di volo da cavallo ed entrerò con lui. Con Carlotto siamo già d'accordo, e non sarà lento a cacciare a furia i cavalli; tu poi ne terrai dietro alla lontana, e in quanto a questo cavallo del governatore, farai bene a condurlo in uno di questi prati dove non ci capita mai anima viva, ed a legarlo a qualche albero; se il freddo della notte lo vorrà gelare, trattasi di cosa troppo grave, per aver pietà di una bestia. Attento dunque che siam presso.

Il trotto dei tre cavalli avvisò Carlotto, l'altro servo, il quale stava sulla cassa della paravereda, e che volse la testa, tendendo subito le redini e tenendo pronta la frusta per non mancare d'un punto.

Il Mandello s'accostò, aprì lo sportello, scendendo a mezzo di cavallo. Il giovanetto Armando lo guardò, non sapendo perchè facesse quell'atto; ma allora appunto il mantello del servo avvolse il fanciullo, che nel momento medesimo fu tratto di cavallo e messo dentro. Galeazzo salì anch'esso, e chiuse lo sportello, Carlotto spinse i cavalli, e via di tal carriera, che la paravereda, per quanto fosse pesante, strabalzava sul terreno. Trattavasi ancora di uscire dalle porte della città dov'eran guardie e gabellieri, e poteva dar il caso che quell'ultimo ostacolo fosse il più grave di tutti. Ma la paravereda, senz'accidente di sorta, passò attraverso i pilastri della porta, e innanzi ad una guardia e ad un gabelliere che non badarono a nulla. Il Mandello, che di ciò stava in gran timore, fatto spietato per necessità, tenne sempre il mantello avvolto intorno alla testa del fanciullo, e la sua mano compressa sulla bocca di lui, a non lasciarne uscire le grida, e con tal forza, che l'innocente Armando ne fu quasi soffocato. A un miglio dalle mura, pensò bene di liberarnelo, ma ebbe a sgomentarsi terribilmente, vedendo ch'esso era livido e non dava parole. A poco a poco però rinvenne con indicibile contentezza del conte Galeazzo, il quale aprì l'animo allora per la prima volta a tutte le sue speranze. Verso sera, a malgrado la difficoltà delle strade, furono a Lodi; qui gli bisognava sostare, perchè a prevenire terribili sventure, aveva a scrivere al Lautrec la lettera da cui dipendeva la salvezza del Palavicino; stette in forse se, prima di scriverla, gli convenisse aspettare d'esser fuori del ducato, ma l'indugio lo spaventava; però avendo in Lodi qualche suo conoscente, pensò bene di farne conto, e vi si recò infatti. Un miglio prima di giungere a Lodi, era stato raggiunto dall'altro servo; a lui dunque diede in custodia il fanciullo, cui non concesse d'uscire pur un istante dalla paravereda. Egli intanto, domandato alloggio per un momento al signore presso cui si recò, mettendo innanzi un gravissimo affare, lo interessò a trovare un corriere che partisse per Milano la notte stessa; promesso un compenso larghissimo, il corriere fu presto trovato. Allora il conte scrisse la seguente lettera:

"Eccellenza,

"Vostro figlio sta ora con me, voi lo sapete, e se, come il dolore può in voi parlare la ragione, vi sarà tosto corso alla mente la causa di quanto ho fatto. Voi amate la creatura vostra, io amo la mia terra e i miei fratelli, i miei carissimi fratelli; e se di me in tutto il tempo che vi fui presso, aveste a fare altro giudizio, rettificate oggi l'error vostro. Però, se fra tre dì il marchese Palavicino non sarà con me, potete esser certo, come di nessun'altra cosa, che avrete a rinunciare per sempre alla speranza di rivedere il vostro figlio. Io ho sempre amato ed amo la giustizia, e l'innocenza del fanciullo dovrebbe esser sacra per tutti e per me. Ma v'è tal cosa, che mi è più sacra ancora in questo momento; per esso sono costretto a protestarvi, che se voi foste mai per fare ingiuria al mio concittadino, pel quale darei la vita, la vita del figliuol vostro ne risponderà, e il suo sangue cadrà su di voi. Non fu mai promessa pronunciata con sì tenace proposito.

"Non crediate intanto trovar scusa in faccia agli uomini, protestando ch'era vostra intenzione di battervi col Palavicino; dopo che avete prezzolati sicari per farlo assassinare, dopo che con perfido mezzo l'avete tirato nell'insidia, non avete più nessun diritto all'altrui fiducia; se aveste sempre operato di lealtà, se aveste fatto sapere al marchese che volevate battervi seco, egli avrebbe con sollecitudine attraversata Italia per non mancare all'invito; egli che lo desiderava, egli che avrebbe fatto sagrifizi per cercar voi, ma così è tutt'altro. Ma il Palavicino deve ora provvedere a scansar l'armi dell'ingiustizia e del tradimento; ora veniamo a ciò che importa: vostro figlio vi sarà restituito il dì stesso che il Palavicino sarà restituito a me ed alla sua patria: fate dunque ch'ei sia condotto a Reggio; io sarò nel palazzo del governatore, là il figliuol vostro sarà consegnato a chi ne terrà il mandato da voi; vi do tempo tre dì, guai se questi trascorressero, vostro figlio non vivrebbe più. Afrettatevi dunque."

Conte Mandello.

La lettera fu subito consegnata al corriere il quale dopo aver ascoltati tutti gli ordini del conte, partì sull'istante per Milano. Il Mandello risalì anch'esso nella paravereda, e continuò il viaggio per Reggio, città che avea scelto di preferenza perchè conosceva Francesco Guicciardini, il quale n'era stato eletto governatore pel papa.

Il corriere cavalcò tutta la notte, e non giunse a Milano che un'ora prima dell'alba; facevano ancora le più fitte tenebre, ma, come gli aveva raccomandato il conte, si trasferì tosto al palazzo ducale. Fermatosi innanzi alla maggior porta, parlò ad un soldato, disse avere con sè una lettera della più grave importanza, da consegnare a sua eccellenza il governatore; così fu tosto condotto dentro.

Nel palazzo, a quell'ora, che in ogni altro dì dell'anno tutto riposava, appariva in questa circostanza un gran disordine; si vedevano ufficiali, soldati, famigli, in volta per le scale, per gli atri, pe' cortili, che s'interrogavano alla sfuggita che si stringevano nelle spalle, che si fermavano a crocchi; si vedevan lumi comparire e scomparire di volo dietro le vetriere de' finestroni; tutto era in gran movimento come fosse di giorno.

Soltanto in una grande anticamera degli appartamenti superiori, tre servi se ne stavano in gran silenzio origliando ad un uscio.

—È da due ore che non si risente, diceva uno sotto voce, io non so cosa pensare.

—Stà, mi pare d'aver udito un respiro.

—Vorrà essere un avvenimento inaudito, ma quest'uomo morirà di rabbia e d'affanno….

—E d'amore… credilo a me.

—Darei la metà del mio sangue, perchè mi fosse dato di condurgli dinanzi il suo Armando, come Dio è vero, la darei.

—Ma il povero Dênis intanto dovette dar tutto il suo.

—Fu un'atrocità senza esempio.

—Zitto.

—Come poteva esso sospettare, che l'italiano lo avrebbe ingannato a quel modo?

—Questo lo penso anch'io; ma come non si può non scusare sua eccellenza, se la disperazione lo ha fatto uscire di senno?

—Non è la prima volta.

—Senti, Vautrin, se io avessi a vivere mill'anni, in mille anni non saprei mai dimenticare il furore onde fu trasportato sua eccellenza, quando domandato d'Armando, seppe che non era in palazzo e ch'era stato condotto via dal conte Galeazzo. L'aspetto di lui in quel momento fu tale che a pensarvi, sempre mi farà raccapricciare d'orrore.

—Taci, nè io pure ne sopporterei la memoria; ma in vero l'eccesso del suo dolore mi fa pietà, più che il furor suo mi faccia spavento…. Quest'uomo, che fa tremar tutti… e alla cui comparsa non v'è chi più ardisca di parlare… quest'uomo… io l'udii piangere e singhiozzare… Ciò mi ha fatto tal senso… che a me pure vennero le lagrime agli occhi… e mi sentii tutto intenerito, non so cosa dire…

Qui s'udì un rumore nella stanza vicina, poi il suono distinto di una pedata che si accostava all'uscio.

I servi sgomentati, si ritrassero in fretta in fondo all'anticamera; l'uscio si spalancò, comparve il Lautrec, che si fermò sulla soglia, immobile come un marmo. I suoi occhi eran fissi come quelli di chi abbia smarrita la ragione.

Guardando nella camera, non si vedeva, al fioco barlume di una lampada, presso a spegnersi, che un piccol letto… era quello del fanciullo Armando.

Il Lautrec versava certamente allora in una di quelle tremende crisi dell'uomo, in cui la fissazione assidua e spasmodica della mente in un oggetto unico, sta per degenerare in forsennatezza assoluta. L'assenza del figliuolo, assenza resa tanto terribile dell'incertezza delle cause, delle circostanze, del luogo, del tempo; l'assenza di quel figliuolo, senza di cui gli sarebbe sempre stata insopportabile la vita, avea tolta ogni susta alla sua forza morale. La sua condizione era simile a quella di un uomo al quale, mancando un elemento fisico, indispensabile all'esistenza, irresistibilmente sente fuggirsi gli spiriti.

Ed era tanto più presso a subire il dominio della pazzia, in quanto che, sentendo che la presenza del suo Armando gli era necessaria, procurava illudersi d'averlo a riabbracciare da un istante all'altro, e trovando poi come quella sua aspettazione ansiosa, e che aveva tenute sospese tutte le potenze della sua vita, era stato indarno, e vedendo fuggirsi innanzi ogni speranza, quella specie di voto lo desolava, lo spaventava sì, che prorompeva in eccessi inauditi.

Del resto, questa esaltazione furibonda che gli durava da tante ore, non era stata e non era senza i suoi lucidi intervalli. In questi aveva potuto pensare a tutte le cause possibili, del rapimento di Armando, e per sua e altrui fortuna, essendogli noto, che era stato il conte Mandello a condurselo seco, fu da ciò condotto a sospettare il perchè avesse colui operato di tal maniera; e un simile sospetto, dirò anzi una simile speranza così lo dominò, che negli istanti medesimi in cui, per versar fuori quella rabbia affannosa che lo tormentava, sentiva come un bisogno d'incrudelire su tutti e di far sangue, e di cominciare appunto a diguazzarsi nella vendetta del Palavicino, pure se ne astenne sempre, quasi una forza imperiosa lo trattenesse, e se ne astenne con un proposito così deciso che, a mettere un ostacolo agli assalti subitanei dell'ira propria, e temendo di non potersi dominare abbastanza, aveva fatto condurre il Palavicino nella torre del castello per averlo così più lontano; aveva intravveduto insomma, che quello era l'unico prezzo del riscatto del proprio figliuolo.

E quante volte aveva supplicato Iddio con un fervore strano alla sua indole irreligiosa, perchè tosto gli desse il motivo per liberare il suo mortale nemico!… Pure, più d'una volta insorsero con prepotenza anche gli odii vecchi, e non gli parea vero, che quell'uomo dovesse sfuggirgli così, e non sopportando tale idea, ad escluderne per sempre la possibilità, stette spesso per dar l'ordine di uccidere il Palavicino; se non che, appena egli volgevasi a guardare la coltrice del suo Armando, improvvisamente sbollivano le ire, tutto cedeva, tutto squagliavasi al fuoco ardentissimo dell'indefinito amor suo, e allorquando l'entusiasmo della vendetta stava per vincerlo, l'unica lagrima che gli sgorgava dall'occhio infuocato, mandava tutto in dileguo. Così avea passato tutte quelle ore, tutta la notte, in conseguenza di che, sopraffatto, domato dalla forza del male, e da tanto contrasto, la sua intelligenza era adesso in procinto di alienarsi.

In tale stato dell'animo, stava ei dunque ancora immobile sulla soglia della camera da letto del suo Armando, e i servi aggruppati in un canto dell'anticamera, mentre lo guardavano attenti, non ardivano nemmeno di respirare, quando s'udì dalle scale, dai corridioi, dalle camere, un gran rumore di passi e di voci che si avvicinavano, e finalmente si videro entrare con gran sollecitudine alcuni ufficiali in quell'anticamera stessa.

Erano essi saliti in fretta per domandare del governatore, ma quando lo scorsero immobile in quella posizione e in quell'atteggiamento, si tacquero un momento irresoluti.

Ma uno di quegli ufficiali fattosi animo:

—Eccellenza, disse, è qui una lettera di grande importanza, il corriere è dabbasso che aspetta.

La rapidità onde il Lautrec a quelle parole e alla vista della lettera si scosse, e dal punto ove trovavasi, balzato presso all'ufficiale che parlava, gli strappò con violenza la lettera dalle mani, è indescrivibile.

Avutala così, rotto il sigillo, spiegazzatala con gran tremito la lesse di un fiato. La faccia gli si trasmutò a un tratto, parve quasi che un fitto velo gli si fosse tolto dinnanzi.

Ebbe un altro soprassalto di gioia perfetta, pari a quello che provò quando gli fu annunziato che il Palavicino era nelle sue mani; chi gli avrebbe detto allora, che sarebbe costretto a rimandarlo libero ed illeso?

E si volse allora a quegli ufficiali stessi che avean recata la lettera, per dar loro l'ordine di far tosto liberare il Palavicino e di scortarlo fino a Reggio… ma nel punto stesso di profferire quella parola, gli parve sì duro l'esser costretto a tal passo, che si tacque, e si mise invece a passeggiar per la camera in preda ad un novello contrasto.

Cessato quello sgomento, generato dall'incertezza della sorte del proprio figlio, e assicurato dell'esser suo, e in qual luogo trovavasi, e come era sano e salvo; riposato da quell'oppressione orrenda, che avea chiuso l'adito ad ogni altra cosa, l'odio pel Palavicino insorse allora con più forza che mai, e rimase padrone del campo.

Alcuni momenti prima aveva atteso con ansia, che in prezzo del riscatto del proprio figliuolo gli fosse richiesto il Palavicino, ma ora che trovavasi al punto, una tale necessità le fu insopportabile, e pensò a ribellarsene. Fin dal dì prima, appena seppe che il Mandello seco aveva condotto Armando, sulle tracce di lui, con gran sollecitudine aveva spediti uomini per tutte le parti, de' quali veruno peranco era tornato; volle dunque aspettare qualcuno di costoro, e, sebbene la lettera stessa del Mandello desse indizio ch'esso non era ancor stato raggiunto, ed era in salvo, pure sperò che ciò potesse tuttavia succedere da un momento all'altro.

Ma il contrasto era terribile, era tale che l'animo suo già fiaccato da tante ore d'angoscia, non bastava più a sopportarlo. Diede un'altra occhiata alla lettera; quell'intimazione del termine perentorio di tre dì, cui a tutta prima non aveva posto mente, ora le sconvolse l'animo terribilmente, ora che, misurate le distanze gli parve essere difficile che in tre giorni, senza una gran sollecitudine, il Palavicino potesse arrivare a Reggio. Gli corse un gelo per tutte le membra… Si volse finalmente per dar l'ordine agli ufficiali che aspettavano… ma nel punto di parlare, non seppe vincere la vergogna di avere a cedere all'impero della necessità, di mostrare tanta debolezza, di mostrarla in faccia a que' suoi soggetti specialmente; però non volendo parlare, prese di forza pel braccio uno di quegli ufficiali, e seco il trasse a furia nelle proprie stanze… là, non volendo ancora parlare, scrisse l'ordine, glielo consegnò dicendogli—Va—e nel pronunciare questa parola respinse l'ufficiale con un urto violento del braccio quasi a cacciarlo fuori della camera, nella quale egli si chiuse poi disperatamente e si buttò sul letto nascondendo la faccia tra i cuscini… Aveva vergogna anche di sè stesso.

L'ufficiale di servizio, uscito che fu dal la camera del governatore, senza pensar molto al duro modo onde n'era stato respinto, essendovi avvezzo da gran tempo, letto l'ordine di volo, e interpretata la parte sottintesa, si recò presso a' colleghi cui lo comunicò.

Tutti gli ufficiali che sapevano benissimo il fatto del conte Mandello, e stando in aspettazione di qualche gran cosa, avevano fatte di molte interrogazioni al corriere, si strinsero in un gruppo con gran sollecitudine per sentire quel che aveva deliberato il Lautrec; però, quando udirono che non si trattava d'altro che di rimettere in libertà il marchese Palavicino, per quanto avessero già pensato che necessariamente doveasi riuscire a questo, pure ne rimasero tutti altamente maravigliati.

—Codesta è tutta opera del conte Galeazzo Mandello.

—A quel diavolo d'Italiano, io non so cosa non sia possibile; pure, quando ci penso, non mi par vero.

—Ce n'è dell'astuzia in codesta insidia a cui trasse sua eccellenza.

—C'è anche della perfidia in buon dato.

—E molta generosità assai, io lo confesso, quantunque non ami niente quell'Italiano, e non m'attenterei dirlo a sua eccellenza.

—Lo dico io pure, perchè in fine, mise all'azzardo la propria vita, e, in che arrischiato modo!!

—Bisogna dunque che questo marchese Palavicino valga qualche cosa, se un tal uomo si è offerto per lui.

—Valga, o non valga, bisogna intanto provvedere a farlo mettere in libertà, e ci siamo già troppo attesi qui.

—Dopo bisognerà pensare a farlo scortare sino a Reggio.

—E a chi se ne darà l'incarico?

—Il governatore non ce ne dà istruzione…

—Dunque…

—Dunque converrà interpellarlo…

—Non sarei mai per far questo, disse allora l'ufficiale che aveva ricevuto l'ordine dalle mani stesse del Lautrec. Questo non è il momento di dargli altre noje, e se non c'è altri che possa accompagnare il marchese, lo accompagnerà qualcuno di noi. Fra tre dì si ha ad essere a Reggio, dove il figlio di sua eccellenza ci sarà restituito; questa è la cosa per cui si avrà più che mai a tener aperti gli occhi. Andiamo dunque, che in verità non c'è tempo da perdere.

Così tre degli uffiziali di servigio si trasferirono al castello.

Per quanto quegli ufficiali francesi fossero alieni dal provare una pietà al mondo delle miserie lombarde, pure, questa volta, per la novità stessa del caso, e per l'ammirazione a cui non poterono sottrarsi verso il Mandello, che tanto aveva fatto a salvare un suo concittadino, e per l'interesse onde ebber sempre riguardato il giovane Palavicino, fatto assai grande agli occhi loro dalla tenacità stessa dell'odio onde il Lautrec lo aveva fatto segno, provarono una certa compiacenza nell'essere portatori di un ordine a favore di lui.

Mostratolo dunque al castellano, e fattagli presente l'urgenza straordinaria delle circostanze, lo sollecitarono a rimettere in libertà il marchese Palavicino. Intanto che il castellano recavasi per adempiere gli ordini, essi a non perder tempo, fecero tosto allestire le cavalcature pel viaggio.

Il marchese Palavicino, già da quindici ore, se ne stava in uno di que' tetri camerotti della torretta del castello; fin dal primo momento che v'era stato condotto, gli era caduta ogni speranza affatto, e si tenne irremissibilmente perduto. Quella prima fiducia ond'erasi tanto confortato, quando udì che il Lautrec avea fermo di battersi seco, quella fiducia illimitata, onde sperando per sè, sperò per tutta Italia, e per tutti i suoi fratelli, abbandonatolo improvvisamente, lo lasciò in tale stato di disperazione, in tale abbattimento, che le smanie istesse e i deliri, portati dai patimenti estremi dell'animo che avea subito il Lautrec nelle ore della notte trascorsa, li aveva subiti esso pure. E tanto più, in quanto non poteva vincere il rimorso di avere anteposto alla patria comune un affetto privato, d'avere egli medesimo affrettato la propria rovina, e d'essersi posto al punto che se l'espiazione gli era pur troppo inevitabile, ogni via gli era intercetta ad una riparazione generosa. Non poteva sopportare l'idea di avere a morire così giovine, senza avere operato cosa che fosse degna della gratitudine degli ottimi, e dopo aver fatte tante promesse, d'aver suscitate in altri tante speranze, e averle tradite tutte quante…

Verso il mattino, quando sentì ch'egli veniva meno sotto il peso di tali pensieri, e gli parve che tutte le facoltà dello spirito fossero per essere soppresse come da un deliquio, cadde in ginocchio, e nella sua desolazione, sentì il bisogno di rivolgersi a Dio. Le lagrime che gl'innondarono il volto in quell'ora angosciosa, ma d'una solennità senza pari, la preghiera che fece il suo labbro commosso e inspirato dalla sventura e da un amore ardentissimo, attestavano quanto v'era di puro, di soave e di sublime in quell'anima giovanile. Le sue debolezze, le sue cadute lo aveano altra volta pur troppo messo a paro degli uomini volgari. L'entusiasmo della carne aveva per qualche tempo assorbito ogni altra cosa, e avea vinto; ma non mai anima di mortale alzò poi tant'alto il suo volo, come quella di lui in questo punto; essa erasi gettata veramente nelle braccia d'Iddio, per esserne degna un istante. I colpi della sventura sono talvolta di una efficacia senza pari a redimer l'uomo dall'uomo, ed a comunicargli un ardore che va oltre la sfera delle sue abituali tendenze.

Egli era ancora assorto in tali pensieri, quando il castellano entrò a comunicargli l'ordine del governatore.

Come rimanesse a tale notizia, è facile pensarlo. Gli rinacquero tutte le speranze, e in quelle afflizioni medesime gli parve d'aver rinvenuto una forza novella, e così discese col castellano.

Ma quando dagl'istessi uffiziali che gli si mostrarono assai cortesi, seppe com'era andata ogni cosa, e come il conte Galeazzo Mandello s'era condotto seco a Reggio il figlio del Lautrec per salvar lui, e che adesso egli era atteso in quella città stessa, nel palazzo del governatore, dall'amico che per lui aveva messo a repentaglio la propria vita; per quanto fosse forte la gratitudine e la tenerezza che provò in quel momento, pure non seppe determinarsi ad accettare quella via di scampo. Gli parve di abbassarsi troppo in faccia al Lautrec, di avere così a sembrar troppo piccolo in faccia ai proprii concittadini ed all'Italia tutta; d'altra parte gli era entrata così forte la persuasione che per una determinazione espressa di chi è superiore alle fortuite combinazioni degli umani eventi, egli fosse venuto a Milano per trovarsi faccia faccia col Lautrec, per battersi seco, e forse per liberare il paese dell'atroce flagello di lui, che coll'accettare quel partito gli sembrò mancare al proprio ufficio. Però, dopo un forte contrasto, volto agli ufficiali:

—Prima di venire con voi bisogna ch'io dica qualche parole al governatore, egli si esibì di battersi con me. Non sarà mai ch'io voglia sfuggire ad una tale occasione; conducetemi dunque da lui.

I tre ufficiali gli rimostrarono come una tal cosa fosse impossibile, trattandosi che se passavano i tre giorni la vita del figliuolo del governatore ne andava di mezzo.

—Io provvederò anche a questo, rispose il Palavicino; conducetemi dunque tosto da sua eccellenza, se non volete che si perda il tempo inutilmente.

Gli ufficiali non seppero opporsi.

Quando al Lautrec fu annunziato chi era venuto in palazzo per parlargli, ne fa così maravigliato, che non sapeva cosa pensare. Uscì però di fretta delle sue camere, e venne in quella dov'era stato condotto il Palavicino.

Neppure questa volta seppe dominare quell'avversione invincibile che provava vedendo colui, e gli prestò orecchio rivolgendo altrove lo sguardo.

—Io non mi parto di Milano, disse allora il Palavicino in tuono alto, se prima non ho incrocicchiata la mia colla vostra spada. Voi me ne avete fatto l'invito per il primo; però vi esorto a mantener la parola.

Al Lautrec crebbe a più doppj la maraviglia…. ma il pensiero che ad ogni ora che passava sempre più cresceva il pericolo del proprio figliuolo gli chiuse il labbro ad una risposta e lo atterri.

Il Palavicino, che se ne accorse, continuava:

—Se temete per la vita del vostro figlio, fate ch'io possa scrivere una coppia di righe al conte Galeazzo Mandello… lo pregherò a protrarre il termine alla sua risoluzione. Un corriere potrà recargli di volo la mia lettera.

Il Lautrec si volse a tali parole…. guardò dal capo alle piante il Palavicino…. per un istante fuggevolissimo sentì per colui una sensazione quasi di simpatia, di gratitudine, di tenerezza…. Fu un lampo però… e l'odio tornò colla solita insistenza. Disse poi:

—Scrivete dunque!

Il Palavicino scrisse la seguente lettera:

"Caro conte!

"Dell'atto generosissimo onde hai dato prova della amicizia unica che hai per me, ed al quale ogni gratitudine sarà sempre minore, non posso valermi per ora. Prima di mettermi sulla via dello scampo che tu mi hai aperto, ho fermo di battermi col Lautrec. È questa una necessità… Mancherei a me, alla patria, a tutti se io evitassi un simile incontro. La mia fede non ha limite in questo punto, perciò non so cosa non affronterei. Intanto non fare offesa al fanciullo Armando… e solamente, quando sien passati sei dì senza ch'io te ne scriva appositamente, fa di lui quel che ti parrà meglio. Se non foss'altro, un tal pegno costringerà il Lautrec alla lealtà. Addio."

Il Lautrec lesse una tal lettera con fremito, si volse al Palavicino, e disse:—E se voi rimarreste sul terreno?

—Non mi potrà mancar tempo di scrivere un'altra coppia di righe al conte.

Il Lautrec tacque, e tosto fatto commettere il foglio ad un corriere perchè lo recasse alla sua destinazione, si ritirò.

Non mai egli s'era trovato in una così terribile condizione. Rifiutare di battersi col Palavicino non fu cosa che neppure gli passò per la mente a tutta prima. Ma che sarebbe avvenuto del fanciullo Armando, se il Palavicino fosse rimasto ucciso? Ma qual valore potevano avere le generose proposte del medesimo, sinchè il fanciullo trovavasi nelle mani del Mandello? Un tal pensiero lo gettò in tale imbarazzo, che per la prima volta si degnò richiedere di consiglio i propri ufficiali che tutti furono d'avviso ch'egli dovesse battersi.

Allora non pronunciò più parola, e lasciato che gli altri facessero i preparativi pel duello, licenziò tutti quanti, e rimase solo. La notte d'intervallo fu per colui una notte d'inferno.

Il dì dopo nella massima sala del palazzo ducale, all'ora terza, era raccolta una gran quantità di persone. Le logge aperte in giro su in alto, a due terzi dello spazio fra il pavimento ed il cornicione, eran tutte gremite di popolo. In mezzo ai soldati, agli ufficiali ed ai baroni francesi, che se ne stavano affollati in giro nella sala medesima, si vedevano mescolati alcuni gentiluomini lombardi. Il Palavicino aveva voluto che al duello non assistessero soltanto i soldati francesi, ma chiese ed ottenne che vi potessero intervenire anche i suoi Milanesi. Chiese ed ottenne che per tutta la città ne fosse propalata la notizia, perchè tutto si decidesse al cospetto delle due nazioni, e al governatore fu giocoforza acconciarvisi per quella ragione imperiosa alla quale, con suo rodimento e rossore, dovea sottostare.

Battè finalmente l'ora quarta all'orologio di San Gottardo, ora da tutti attesa con una trepidazione ed un'ansia tremenda. Un istante dopo entrarono nella sala il Lautrec e il Palavicino. Al loro comparire fu un insorgere strepitoso di voci, cui successe quasi nel medesimo tempo una perfetta calma. Come stessero di dentro tutti i Milanesi convenuti a quello spettacolo…. come si sentissero trasportati di tenerezza, d'entusiasmo verso il loro concittadino… come tremassero del grave suo pericolo, non ignorando nessuno quanto il Lautrec avesse fama d'invincibile, chi ha cuore lo può pensare.

Tutti quelli intanto che trovavansi nella sala, si ristrinsero in giro accosto alle pareti e lasciarono affatto libero il campo.

Ma qual era la condizione d'animo dei due che avevano a battersi? Certamente che più di ogni altra cosa deve tenersi conto di essa, perchè pare che principalmente abbia influito sull'esito di un simil fatto.

Il Lautrec era terribilmente abbattuto. Nel comparire al cospetto di tanti uomini assembrati in quel luogo, si sentì oppresso da una vergogna insolita, pensando che a tutti era noto aver lui dovuto piegarsi all'altrui volere…. una simile vergogna lo sbaldanzì. Non vi è chi ignori quanto la forza morale aiuti la fisica in simili circostanze, e fu per ciò che il Palavicino in questo giorno venne ad esser superiore a sè medesimo sul terreno in faccia al Lautrec. Ardente d'entusiasmo pel suo paese, in pro del quale pensava di offrire sè medesimo, confortato dalla fiducia insolita che aveva in sè, nella fortuna, nella buona causa, in quell'ora egli valeva certamente per due. E quella calma inalterabile della sicurezza gli traspariva dal nobile volto, circostanza che valse a calmare alquanto la trepidazione de' suoi concittadini. Sul volto del Lautrec per lo invece si vedeva a sì chiari segni il turbamento, l'angoscia, l'oppressione, che diede a pensar molto a' suoi.

Dopo qualche po' d'aspettazione le spade cominciarono a toccarsi.

Non è nostra intenzione di tener conto qui di tutti i colpi dati e ricevuti in quel memorabile giorno. Non volendo far altro che render conto di un fatto importantissimo e dell'ultimo suo risultato, diremo soltanto che il combattimento sospeso e ripreso a molti intervalli durò, cosa straordinaria a dirsi, dalle quattr'ore della mattina fino a vespro, quando cioè la luce già cominciava a mancare nella sala.

Più d'una volta, nella ultim'ora del combattimento, con applausi e con grida, a cui la novità del caso e l'ammirazione per tanta bravura aveva eccitato tutti gli spettatori, era stato manifestato il desiderio che i due combattenti ristessero e si finisse così ogni cosa.

Ma la luce mancando sempre più, cominciò ad agitarsi tra quegli ufficiali del Lautrec quello che fosse conveniente di fare. Ci fu un punto che i due combattenti, impediti dall'oscurità, abbassarono spontaneamente le spade. Allora tutti gli ufficiali si aggrupparono intorno al Lautrec onde persuadergli che bisognava portare al dì prossimo la decisione del duello. Egli non rispose e soltanto fece capire che bisognava domandarne al Palavicino, il quale non rifiutò.

Quando il Lautrec fu uscito, gli ufficiali, che rimasero nella sala, e i gentiluomini lombardi si affollarono intorno al Palavicino, che in quell'istante d'intervallo, s'era buttato a sedere, preso da un repentino capogiro per l'eccessiva stanchezza e pel dolor vivo che gli derivava da tutte le membra lussate. Intorno a lui s'indugiarono così quanti eran nella sala gran parte della notte.

Ma nella stanza del Lautrec fu il massimo disordine in quella notte medesima. Ripensando al pericolo del fanciullo, pericolo che gli pareva si facesse sempre più grave ad ogni ora, le smanie del governatore ricominciarono…. e grado grado giunsero a tal punto, che parve il suo cervello avesse dato di volta affatto. Gli ufficiali che stavan con lui, scossi da quegli affanamenti forsennati, e temendo ogni peggior cosa, pensarono se vi poteva essere qualche pronto rimedio a tanto disordine… e di nuovo strettisi intorno al Lautrec per tentar di calmare i deliri di quel terribil uomo… si permisero di dare un consiglio.

Nell'impeto dell'amor paterno al governatore scappò detto che si facesse. La lontananza del proprio figliuolo gli era divenuta insopportabile. A qualunque onta si sarebbe sottoposto per riavere il suo Armando. Gli ufficiali non aspettarono altro allora, e tosto recatisi presso il Palavicino, fattegli presente la volontà del governatore, lo esortarono a star contento d'essere uscito con pari onore dalla gara, e di lasciarsi condurre incontanente a Reggio per mandar subito a Milano il figlio del Lautrec. Il Palavicino stette in prima ostinato un pezzo…. finalmente, vinto dalle parole di taluni lombardi che gli si misero intorno a scongiurarlo perchè non volesse abusare così della favorevole fortuna, stimò bene di aderire.

Di tal guisa si venne sciogliendo un nodo, dal quale pareva dover nascere una conseguenza risolutiva e tremenda. Ma non è questo esempio nuovo nelle umane cose, che gravi principi abbiano spesso fini leggeri o nulli, e viceversa poche e impercettibili faville sian causa più spesso di disastrosi incendi.

L'alba del giorno successivo il Palavicino era in viaggio per Reggio, accompagnato da tre ufficiali francesi.

Il viaggio fu lungo e tedioso, e non arrivarono in Reggio che la sera del terzo dì. Senza por tempo in mezzo, si recaron dunque al palazzo del governatore.

Giunti che vi furono, poterono accorgersi che v'erano attesi, perchè subito fu domandato se fra essi era il Palavicino, e appena questi si diede a conoscere, immantinente fu condotto nelle stanze del governatore, col quale appunto trovavasi allora il conte Galeazzo Mandello che aveva ricevuta la lettera del Palavicino il giorno prima.

Tosto che la porta della camera fu aperta, e gli occhi s'incontrarono, fu un commovimento straordinario; il Palavicino si precipitò nella camera e cadde come spossato nelle braccia del conte, che gli si slanciò incontro con un movimento istantaneo. Non mai entusiasmo d'amore spinse l'uno incontro all'altro due esseri così, non mai due cuori palpitarono d'una amicizia così santa, così profonda, così forte; tanto forte, che il Mandello sentì negli occhi le lagrime per la prima volta, e al Palavicino mancarono gli spiriti. Il Guicciardini intanto, colla calma inalterabile dello storico, stette contemplando quel gruppo. Il silenzio fu lungo e solenne.

Dopo quel silenzio, che valeva per mille parole, il conte Galeazzo scioltosi dal Palavicino:

—Ma in qual modo sei tu qui? gli disse; ma il duello?… ma ilLautrec?

—Il duello è successo. Del resto io vivo e colui non è morto….

—Ma come avvenne ogni cosa?

—Io non te ne saprei dir nulla con precise parole, perchè a me stesso non par vero; ti posso però assicurare che coll'aiuto di Dio io valsi certamente per due, e lui non era più riconoscibile.

—Ma che fece?

—Si è battuto sei ore continue con me; infine ci convenne sostare ad ambedue…. Il disordine era in ogni sua facoltà, e la fortuna fece il resto.

—Tu se' caduto in piedi, Manfredo. Esso è tal fatto che sarebbe incredibile se non fosse vero.

—Egli è tale, Galeazzo, che mi aggiunse tanta sicurezza e fiducia, ch'io non so quale impresa non mi attenterei d'assumermi da quest'ora in poi. Sento che aveva bisogno di passare attraverso a così tremendo pericolo per rialzarmi al tutto.

Qui, fatto un po' di pausa e voltosi a Francesco Guicciardini che immobile e attento non aveva ancora pronunciata parola, gli disse:

—Ora, illustrissimo signore, se per mandare a termine que' progetti che insieme al Morone avevate concepito a pro della nostra cara Italia, vi occorre di un uomo per collocarlo al posto il più pericoloso, fate conto su di me. Vi supplico anzi, vi scongiuro a cercarmi un tal posto. Io di presente non ho altro desiderio al mondo che questo.

Il Guicciardini a tali parole stato per qualche poco in silenzio.

—Se non avete altri desiderj, rispose, vi conforto dunque a non attender altro che il momento opportuno.

A questo punto, uno dei tre ufficiali francesi che avevano accompagnato il Palavicino a Reggio, e che nel primo incontro dei due amici s'eran fermati sull'uscio della camera, si fece innanzi e voltosi al conte Galeazzo Mandello:

—Signore, gli disse in francese, credo inutile il parlarvi della vostra fede di cavaliere; ma vorrei sollecitarvi a consegnare a noi tre, che ne abbiamo espresso mandato dal governatore Lautrec, il fanciullo Armando, e a fare quello che avete promesso nella vostra lettera.

Il Guicciardini che prestò orecchio a queste parole senza mai allontanarsi dalla propria tavola, fe' allora un cenno al conte Galeazzo, se lo chiamò vicino.

—Che cosa avete promesso, gli disse sottovoce, in codesta vostra lettera?

—Per verità ciò appunto che costoro domandano.

—Va benissimo; ma una tale promessa l'avete fatta prima che succedesse il duello… e una condizione della promessa medesima era anzi che codesto vostro concittadino fosse incontanente fatto condurre qui. È ella così la cosa?

—È così infatto.

—Dunque se il duello è avvenuto, le circostanze si son mutate al tutto e il patto non terrebbe più….

—A che vorreste condurmi?

—A questo, che il fanciullo del Lautrec non si debba restituire. È un pegno troppo prezioso. Voi non sapete, caro mio, quante difficoltà, quante lungherie, quanti impacci, quanti pericoli si scanserebbero per codesto fanciullo.

—Capisco; ma qui il Palavicino credo siasi impegnato egli stesso. Io non sono già uomo che la guardi tanto pel sottile, quando il bisogno incalza… quando è estremo… ma in questo punto, illustrissimo, non dubiterei a restituire il fanciullo… Pure udiamo il Palavicino…

Il Guicciardini crollò la testa e non rispose…. Al Palavicino fu detto di che si trattava.

—Si stia alla promessa, si stia alla promessa! esclamò tosto che udì la cosa… Che non si abbia a dire, che noi Italiani ricorriamo sempre a questi astuti mezzi. Ne ho fatto promessa io pure, disse poi per escludere affatto il nuovo partito del Guicciardini.

—Quando ne avete fatto promessa, conviene attenerla, disse allora il Guicciardini dando subito di volta al discorso. Io credeva non vi foste strettamente impegnato,

Così il figlio del Lautrec fu rimandato.

…………………………………………………

Riassumiamo adesso gli effetti che sono scaturiti da quanto abbiamo raccontato. Il Palavicino, allontanatosi da Roma, dove in sè stesso aveva esibita la prova del quanto la condizione prospera di un paese che degenera in mollezza, influisca anche sulle anime forti così da non farle parer più riconoscibili, arrivato a Milano, nello spettacolo dell'altrui miseria, nella propria angoscia, nell'estremo pericolo in cui ebbe a trovarsi avvolto, trovò gli argomenti per rialzarsi affatto e per ricuperar tutta la sua virtù. Ma nelle di lui generose aspirazioni avea bisogno di qualche cosa che rendesse noto il suo nome a tutti gli Italiani, che altamente lo segnalasse, per trovar poi la fiducia necessaria a suo tempo e luogo; e il duello avuto col Lautrec, di cui venne a correr la voce per tutta Italia, gli conciliò appunto quella popolarità e quella stima di cui aveva d'uopo. Per verità che il Palavicino ebbe a lodarsi della sorte più che di se stesso; ma l'aver saputo tener conto della lezione della sua stessa sventura, e l'aver ricuperato la propria forza allora appunto che il più degli uomini l'avrebber forse perduta, basta per meritargli la lode dei buoni.

D'altra parte fu per lui, se il conte Galeazzo Mandello si trovò costretto a risolversi ed a spiegare a un tratto tutta la forza e la nobiltà della propria natura che per tanti anni, sdegnato della generale abbiezione, quasi apposta avea cercato di smarrire nelle intemperanze e negli stravizzi, per non avere ad esser testimonio di nulla; e uscito della propria città, dove non gli rimaneva a far altro, si accostasse al Guicciardini, (dal quale in pari tempo che dal Morone dovevano esser gettate le prime fila per iscacciar Francia dall'Italia), e fermasse poi la sua dimora in Reggio, piccola città destinata a veder l'origine, il lento svolgersi, il progresso, la maturanza estrema di un gran fatto che parrebbe invero altamente disposto, tanto difficile riesce a spiegarlo siccome un semplice accidente. A governare il Modenese in nome del papa era stato eletto il Guicciardini, la prima intelligenza italiana che si stabilisse in Reggio. Il Morone venuto qui espressamente, si era già messo d'accordo con lui; ora il Palavicino e il conte Mandello sono condotti da un corso di cose, ad avvicinarglisi essi pure, ed a costituire così quasi un centro d'intelligenza e di potenza, a cui, come raggi da una vasta periferia, avranno poi a convergere tanti elementi. Vedremo infatti come tutti i patrizi milanesi spontaneamente emigrati, e di cui il Palavicino, nella sua venuta a Milano, aveva potuto esplorar le tendenze, da Venezia, da Ferrara, da Parma, a poco a poco raccoglierannosi tutti qui a danno della Francia.

Del resto il Palavicino non potè per ora fermarsi molto in Reggio, e dopo essersi intrattenuto presso il governatore qualche giorno ancora, credette opportuno recarsi un momento a Venezia, prima d'andare a Roma. Fatto manifesto il suo pensiero al conte Galeazzo, lo pregò volesse accompagnarlo in quella gita da Reggio a Venezia, preghiera che fu esaudita senza ripeter parola, tanto più che al Galeazzo incresceva assai d'avere ad abbandonare così presto un tanto amico, per la cui vita aveva esposta la propria, e che poteva ancora essere minacciato da nuovi pericoli.

Il dì stesso che i due amici avevano a partire il Guicciardini ricevette una lettera dal Morone, dove insieme alle molte cose riguardanti l'Italia e il pontefice e la futura impresa, veniva parlato del Palavicino con molte notizie intorno al medesimo, e l'ultima della di lui andata a Milano, toccando della qual circostanza, il Morone supplicava il Guicciardini, a stare attento, come più vicino a Milano, se mai gli giungesse la nuova di qualche sciagura, e a scrivergliene tosto a Roma.

Non è a dire come il nostro Manfredo, il quale appena giunto a Reggio subito aveva scritto al Morone, dandogli ragguaglio minutissimo di quanto era accaduto, si sentisse intenerito per l'amorosa premura che di lui prendevasi l'illustre suo concittadino, e che compiacenza provasse pensando che fra pochi dì esso avrebbe ricevuto l'importante novella. In questo pensiero se ne uscì dunque di Reggio insieme al conte Mandello.

Ci siamo dimenticati di dire, che in fine della lettera del Morone si parlava di un fatto che stava per maturarsi, e che in poco tempo avrebbe dato a parlare a tutta Italia. Vedremo a suo luogo qual era codesto fatto di cui il Morone stava in aspettazione. Intanto ci recheremo a Venezia.

I due amici entrarono in questa città in uno degli ultimi giorni di gennajo del 1520. Il fine principale per cui Manfredo avea voluto passar di là prima di ritornare a Roma, era di conoscer di appresso e mettersi d'accordo finalmente con tutti que' gentiluomini milanesi che fuggiti dalla loro patria vi s'erano fermati.


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